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Addio a un’icona del Lago di Garda, al suo posto passerà la ciclovia: era la “Casa della Trota”

Par : losiangelica
21 juillet 2026 à 11:00

Il paesaggio sul lago di Garda è pronto a cambiare a partire da uno dei suoi simboli più iconici: la Casa della Trota, l’edificio aggrappato alla roccia e un tempo hotel e ristorante di lusso, oggi entra nelle mani della provincia di Trento che ha un progetto ambizioso… trasformarlo per dare un nuovo passaggio alla ciclovia. Il luogo un tempo frequentato da campioni sportivi e celebri attori (come Monica Vitti) sta per rinascere.

Oltre le correnti dello Spirito: viaggio a piedi nella Greenway del Nera, tra eremi medievali e gole selvagge

20 juillet 2026 à 15:00

Correnti turchesi tagliano gole calcaree profonde, mentre sentieri polverosi costeggiano l’affluente del Tevere accanto a ponti romani o torri d’avvistamento del 1200. Passo dopo passo si respira il profumo di muschio umido con l’acqua che resta accanto, il fondo che corre dolce tra borghi e vecchie infrastrutture; più avanti arrivano salite, boschi e altopiani. Stiamo parlando della Greenway del Nera, un anello verde che parte idealmente dal fragore della Cascata delle Marmore, attraversa la Valnerina e poi cambia totalmente.

Il progetto riunisce itinerari Benedettini, la Via Francigena di San Francesco e la ex ferrovia Spoleto-Norcia in un grande anello di circa 180 km. Sterrati, alzaie, strade rurali e tracciati ferroviari recuperati compongono un viaggio lento, a piedi, in bici o a cavallo. Ciò che però emoziona di più è il mutamento di scena: la Cascata delle Marmore, con il Velino che precipita nel Nera, lascia spazio al castello di Arrone e alle sue mura, poi ai borghi della Valnerina, alla Val Castoriana, a Norcia, Cascia, Monteleone e molto altro ancora.

Dove si trova ed etimologia del cammino

La Greenway del Nera si trova in Umbria, nel cuore della Valnerina, tra Terni, i Monti Sibillini e il confine laziale. “Greenway” significa via verde, espressione usata per indicare percorsi dedicati alla mobilità lenta. “Nera”, invece, richiama il fiume che accompagna la prima parte dell’anello e dà identità all’itinerario. Che poi, a dirla tutta, quel corso d’acqua è di un azzurro intenso e spessissimo trasparente.

Lunghezza e difficoltà: le tappe

Il tracciato è diviso in 16 tratte, dai 5 ai 22 km circa, con segnaletica numerata e colorata secondo la difficoltà. Il giro completo viene consigliato in senso orario per la distribuzione delle quote. Dalla Cascata a Triponzo prevale il fondovalle, con 46 km e pendenze generalmente contenute.

Da Preci in poi il carattere cambia. Le stime di D+ e durata indicate sotto sono indicative, utili per impostare le giornate a piedi; il dato reale varia in base a traccia scelta, fondo, soste e passo.

Cascata delle Marmore – Arrone (6,862 km, circa 100 m D+, 2h)

Dal belvedere inferiore il rombo della maestosa Cascata delle Marmore accompagna la partenza. Un ponte sul Nera introduce la sterrata verso Casteldilago, poi il Convento di San Francesco, fino a quando Arrone appare con il nucleo medievale di La Terra, torri e vicoli.

Arrone – Precetto (4,790 km, circa 80 m D+, 1h 30min)

Quello tra Arrone e Precetto è un tratto breve, raccolto nel fondovalle. Precetto appartiene a Ferentillo e porta il carattere severo della Valnerina, stretta tra pareti rocciose e piccoli nuclei storici.

Precetto, Umbria
iStock
Precetto e Ferentillo

Precetto – Ceselli (9,547 km, circa 150 m D+, 2h 45min)

Il Nera resta il compagno visivo della tratta, ma qui il fondo alterna sterrato e passaggi verdi fino a Ceselli, dominata dalla chiesa di San Michele Arcangelo, costruita con la torre del cassero trasformata in abside.

Ceselli – Scheggino (3,537 km, circa 60 m D+, 1h)

Pochi chilometri e, come per magia, arriva un vero e proprio cambio d’atmosfera. Scheggino si raggiunge seguendo il corso d’acqua, con il borgo e la chiesa di San Nicola a portata di deviazione.

Scheggino borgo diffuso
iStock
Un incantevole angolo di Scheggino

Scheggino – Sant’Anatolia di Narco (2,998 km, circa 100 m D+, 1h)

La distanza ridotta lascia spazio al meraviglioso paesaggio. Poi, a un certo punto, ecco le mura medievali di Sant’Anatolia di Narco, mentre la Valcasana aggiunge verde e acqua. Si consiglia una sosta al Museo della Canapa, il quale racconta la storia rurale della valle.

Sant’Anatolia di Narco – Piedipaterno (4,900 km, circa 120 m D+, 1h 30min)

La valle resta morbida e il percorso mantiene un ritmo tranquillo. Piedipaterno prepara l’ingresso nella parte della Greenway più legata alle vecchie infrastrutture ferroviarie.

Piedipaterno – Borgo Cerreto (8,082 km, circa 180 m D+, 2h 30min)

Acqua, campi e versanti costruiscono un paesaggio leggibile passo dopo passo, con Borgo Cerreto che segna l’avvicinamento al tracciato della ex Spoleto-Norcia.

Borgo Cerreto – Triponzo (5,531 km, circa 250 m D+, 2h)

Qui emerge l’anima ferroviaria del percorso: le gallerie della vecchia linea includono un tunnel lungo 800 m, per il quale serve una lampada adeguata. Poi la Balza Tagliata, antico passaggio nella roccia di epoca preromana, introduce la salita verso Triponzo.

Borgo Cerreto, Umbria
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Un angolo di Borgo Cerreto

Triponzo – Preci (11,800 km, circa 400 m D+, 3h 30min)

Il fondovalle comincia a restare indietro. La strada punta verso Preci, paese di origine benedettina, con la Pieve di Santa Maria, edificata nel XIII secolo.

Preci – Norcia (16,669 km, circa 650 m D+, 5h 30min)

La Val Castoriana sale verso la Forca di Ancarano, poi il panorama si apre sulla piana di Santa Scolastica. Norcia arriva con la sua cerchia muraria, piazza San Benedetto e il paesaggio del Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

Norcia – Cascia (17,210 km, circa 700 m D+, 6h)

Campi, boschi e dorsali accompagnano una delle tratte più lunghe, con Norcia che rimane alle spalle e il paesaggio che assume un respiro più montano, fino alla geografia di alture e vallate che circonda Cascia.

Cascia – Monteleone (18,418 km, circa 750 m D+, 6h 30min)

In questa tappa lunghezza e dislivello chiedono gambe allenate. Monteleone di Spoleto si fa intravedere in quota, tra pietra e paesaggi aperti. E la Greenway, dal canto suo, ha ormai lasciato il volto fluviale dell’inizio.

Monteleone di Spoleto
iStock
Il borgo di Monteleone di Spoleto

Monteleone – Salto del Cieco (10,300 km, circa 450 m D+, 4h)

La sterrata entra nel bosco e sale sul Monte Aspra senza raggiungerne la cima. All’antica dogana il passato di frontiera torna leggibile nei simboli e nella posizione stessa del luogo.

Salto del Cieco – Piediluco (22,260 km, circa 800 m D+, 7h)

La tratta più lunga è anche una delle più dure, anche perché ci sono 2 rampe ripide che mettono alla prova le gambe. Poi arriva la discesa verso Colle Bertone e Piediluco compare tra i monti Luco e Caperno, con il lago stretto tra rilievi boscosi.

Piediluco – Prati di Stroncone (15,597 km, circa 600 m D+, 5h 30min)

Dal lago si torna a salire verso le quote dei Prati di Stroncone. Il paesaggio si apre progressivamente e la differenza rispetto alla prima parte dell’anello si sente tutta.

Prati di Stroncone – Marmore (15,597 km, circa 500 m D+, 5h)

L’ultima tratta parte in quota e scende verso Miranda e Marmore. Il belvedere superiore annuncia il ritorno, mentre un sentiero ripido ricco di tornanti conduce infine al belvedere inferiore e chiude l’anello.

Come prepararsi al cammino

La Greenway si adatta a più livelli, ma l’anello completo richiede preparazione. Per un viaggio a piedi conviene dividere le 16 tratte in più giornate, lasciando margine alle salite della seconda metà. Scarpe adatte allo sterrato, zaino leggero, acqua e lampada frontale sono fondamentali, soprattutto nelle gallerie della ex ferrovia.

Una mappa offline o una traccia GPX aiutano a seguire l’itinerario; la segnaletica GWN offre conferme lungo il percorso. Partire dalla Cascata delle Marmore è pratico grazie ai parcheggi e ai collegamenti con Terni. Poi basta seguire il Nera, ascoltare il paesaggio cambiare e lasciare che la Valnerina faccia il resto.

Le Fiandre diventano ancora più belle da esplorare a piedi: arrivano nuovi itinerari

20 juillet 2026 à 14:13

Torniamo a parlare del cosiddetto “turismo slow”, in particolare di quel nuovo modo di viaggiare sempre più a stretto contatto col territorio, in sella alla bicicletta o addirittura a piedi – con scarpe adatte e comode, certo. Proprio in merito a questo, le Fiandre continuano a investire in un turismo che privilegia il tempo, la scoperta e il contatto con il territorio.

Se città come Bruges, Anversa e Gand sono da anni tra le mete più amate del Belgio, oggi la regione invita a rallentare il ritmo anche attraverso una rete di sentieri che attraversa boschi, parchi naturali, castelli e piccoli borghi. Con l’ampliamento delle Flanders’ Finest Hiking Routes, il 2026 segna un nuovo passo avanti per chi desidera conoscere il volto più autentico delle Fiandre camminando.

Flanders’ Finest Hiking Routes, le Fiandre a piedi

Se non avete ancora visitato le Fiandre e attraversato i suoi suggestivi e fiabeschi paesaggi, questo è il momento giusto per rimediare alla mancanza. La rete delle Flanders’ Finest Hiking Routes raggiunge infatti quota 22 itinerari grazie all’inaugurazione di sei nuovi percorsi, disponibili dalla primavera 2026. L’iniziativa rientra nella strategia delle Fiandre di promuovere un turismo sostenibile, distribuendo i flussi di visitatori anche nelle aree meno frequentate e valorizzando il patrimonio naturalistico della regione.

Parco Nazionale Hoge Kempen
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Vista del Parco Nazionale Hoge Kempen

I nuovi itinerari attraversano alcuni dei luoghi più suggestivi delle Fiandre, tra cui il Parco Nazionale Hoge Kempen, il Grenspark Kalmthoutse Heide e le aree che circondano Anversa, Lovanio e Bruges. Si tratta di percorsi ad anello compresi tra 7 e 19 chilometri, progettati per offrire un’esperienza accessibile sia agli escursionisti più esperti sia a chi desidera trascorrere una giornata immerso nella natura. Lungo i sentieri si alternano boschi, brughiere, corsi d’acqua, castelli storici e testimonianze del patrimonio culturale fiammingo, con numerose occasioni per conoscere anche le tradizioni gastronomiche locali.

Fiandre, itinerari tra natura, castelli e tradizioni locali

Uno degli aspetti più apprezzati della rete è l’attenzione dedicata all’organizzazione dell’esperienza. Ogni itinerario dispone di una segnaletica dedicata, tracce GPX scaricabili, informazioni pratiche sui punti di partenza, indicazioni sull’accessibilità e collegamenti con il sistema dei nodi escursionistici che caratterizza la rete sentieristica delle Fiandre.
Tra le proposte spiccano anche cinque percorsi che attraversano territori ricchi di castelli storici e due itinerari dedicati alla tradizione brassicola fiamminga (ovvero la lunga cultura della produzione di birra artigianale nelle Fiandre) con l’opportunità per il viaggiatore di abbinare l’escursionismo alla scoperta delle produzioni locali.

Gaasbeek Castle, Fiandre
iStock
Il Gaasbeek Castle, Fiandre

La rete si integra inoltre con i collegamenti ferroviari della regione, favorendo spostamenti sostenibili e consentendo di raggiungere facilmente i punti di partenza delle escursioni senza ricorrere all’automobile. Con questo ampliamento, le Fiandre rafforzano un’offerta che unisce natura, cultura, storia ed enogastronomia, confermando il crescente interesse verso un turismo lento e consapevole. Le Fiandre aggiungono così un nuovo modo di viverle: scarpe comode, zaino leggero e tanta voglia di lasciarsi sorprendere da angoli nascosti, sapori locali e panorami fuori rotta.

Il New York Times svela le alternative a Venezia (senza la folla) che vale la pena scoprire

Par : elenausai10
16 juillet 2026 à 11:00

Venezia resta una delle mete più desiderate al mondo, ma anche una delle più sofferenti tra navi da crociera, ticket d’ingresso al centro storico e proteste dei residenti. Eppure, a pochi passi dalla Laguna, ci sono dei luoghi in grado di offrire lo stesso patrimonio artistico e paesaggistico, ma senza la folla.

È la tesi al centro di un recente reportage del New York Times, che ha dedicato un lungo articolo al Veneto meno conosciuto: quello di Treviso, delle colline del Prosecco e delle città d’arte lungo la ferrovia che collega Padova a Verona. Un territorio da scoprire in bicicletta, in barca e in treno.

Da Treviso alla Laguna, in bici e in barca

Il primo itinerario consigliato dal quotidiano americano segue il corso del fiume Sile, la via d’acqua che dal Trecento riforniva Venezia di farina e olio grazie ai mulini di Treviso. Il percorso proposto è un tour in bicicletta di circa 40 chilometri lungo il fiume, attraverso il Parco Naturale del Sile, fino al villaggio di Caposile, sulla sponda settentrionale della Laguna.

Lungo il tragitto si incontrano cigni, canali silenziosi e i resti sommersi di antiche imbarcazioni in legno, i cosiddetti burci. Il giorno successivo il viaggio prosegue in barca tra le isole di Torcello, Murano e Burano: la prima custodisce un’antica basilica bizantina, la seconda è patria della lavorazione del vetro dal 1291, mentre la terza è nota per le case colorate e per il celebre merletto locale.

Tiramisù e Prosecco, il Veneto da gustare

Il secondo percorso è un viaggio nel gusto, tra due prodotti simbolo della regione. Treviso rivendica infatti la nascita del tiramisù, inserito nel menù di uno storico locale cittadino nei primi anni Settanta e oggi riconosciuto come prodotto tradizionale dal governo italiano.

Passeggiando tra il centro storico e le osterie che servono cicchetti veneziani, il racconto del New York Times si sposta poi sulle colline del Prosecco, dichiarate Patrimonio UNESCO nel 2019. Tra i borghi di Conegliano e Valdobbiadene, i vigneti coltivati a mano su pendii ripidissimi producono il Prosecco D.O.C.G., protetto anche da un delicato equilibrio tra turismo e sostenibilità: lo scorso anno, ci sono stati mezzo milione di visitatori con pernottamento, una cifra considerata ancora gestibile.

Un treno attraverso il Veneto UNESCO

Il terzo itinerario attraversa la regione in treno, toccando quattro città dal patrimonio artistico straordinario. Padova, sede universitaria dal 1222, custodisce nella Cappella degli Scrovegni gli affreschi di Giotto e ospita l’orto botanico più antico del mondo, fondato nel 1545.

Vicenza deve il proprio riconoscimento UNESCO all’architetto Andrea Palladio, autore di numerosi edifici cittadini tra cui il celebre Teatro Olimpico e la Villa La Rotonda, modello ispiratore di edifici storici come Monticello e la Casa Bianca.

Verona, che conserva invece tracce del proprio impianto romano, inclusa l’Arena, e Peschiera del Garda, borgo fortificato affacciato sul lago, ideale per un’ultima pedalata prima del rientro.

Tra faggi e sentieri antichi: il lato più rilassante dell’Emilia-Romagna

Par : Caterina
15 juillet 2026 à 11:16

Il fruscio delle foglie, il profumo dei faggi, il verde che abbraccia e circonda, intervallato da suggestivi borghi medievali: no, non è la descrizione di un quadro, ma quello che è possibile vivere, respirare e vedere durante un weekend nell’Appennino Tosco-Emiliano, a meno di un’ora da Bologna e a un mondo di distanza dal caos cittadino.

Un territorio percorso da cammini storici come la Via degli Dei e la Via Mater Dei, ricco di sentieri per il trekking e di tracciati perfetti sia per chi ama andare a piedi sia per chi preferisce esplorare in sella a una mountain bike o a un’ebike. Un posto dove rallentare ha ancora senso.

Due cammini storici, un territorio tutto da scoprire

Ma vediamo da vicino proprio i due cammini storici: la Via degli Dei è un percorso di circa 130 km che unisce Bologna e Firenze attraversando il cuore dell’Appennino Tosco-Emiliano. Il tracciato ricalca in buona parte l’antica Flaminia Militare, la strada voluta dal console romano Caio Flaminio nel 187 a.C: ancora oggi, in certi tratti, si cammina su selciato romano originale, tra riserve naturali, castelli, santuari e boschi di faggio che d’estate regalano ombra e frescura.

La Via Mater Dei è invece un cammino più intimo, che porta alla scoperta dei santuari mariani dell’Appennino bolognese, tra storie di devozione popolare e paesaggi di grande bellezza. Entrambi i percorsi, va detto, si incontrano a Madonna dei Fornelli, a 800 metri sul livello del mare, dove da anni escursionisti e ciclisti fanno sosta.

Ed è qui che si trova l’Albergo Ristorante Poli, una struttura perfetta dove soggiornare se si vuole vivere ancora meglio l’esperienza dei cammini: 25 camere, alcune con balconate affacciate sui boschi, un giardino, il parcheggio privato e tutti i comfort che servono per avere un perfetto punto di partenza (e di ritorno) per passeggiate o pedalate nella natura.

In bici sulla Via degli Dei

E a proposito di pedalate, bisogna dirlo: il trekking è sicuramente un’esperienza incantevole e appagante, ma in bici si possono vivere i cammini in modo diverso e, a tratti, più intenso. Percorrere la Via degli Dei in bicicletta è un’esperienza che cambia completamente il rapporto con il paesaggio: si vede di più, si copre più terreno, e certi tratti di bosco che a piedi richiedono ore diventano sequenze di immagini piacevoli, che pur scorrendo veloci fanno sentire immersi nella natura.

Trekking via degli Dei

E che natura: il tracciato attraversa riserve naturali, crinali panoramici e antichi borghi, ricalcando in buona parte la già citata strada romana del console Caio Flaminio. Pedalare qui significa muoversi su un percorso che ha duemila anni di storia sotto, riuscendo a godersi la consapevolezza di quanto con il passare dei secoli tutto sia cambiato, ma la sensazione di connessione con la gli spazi verdi sia rimasta la stessa.

Se in bici le salite possono essere sfidanti, con un’ebike il percorso diventa accessibile a tutti, anche a chi non ha gambe da ciclista allenato: le salite si affrontano senza sofferenza e si arriva a destinazione con ancora l’energia per godersi quello che c’è intorno.  Chi non vuole portare la propria bici può noleggiarla direttamente all’Albergo Ristorante Poli, che mette a disposizione mountain bike con casco e guanti inclusi.

Ristorarsi nella natura

E dopo una camminata (o, ancor meglio, una pedalata) cosa c’è di meglio che tornare in un posto accogliente, immerso nella tranquillità dell’Appennino? Il sole che tramonta sui boschi, il profumo della terra e delle foglie nell’aria fresca della sera, la vista che si tinge di arancio: sono questi i momenti per cui vale la pena partire.

Ci si siede, si respira, si sente sollievo nell’anima. E, per chi vuole prolungare quella sensazione, l’Albergo Poli offre una sauna per quattro persone e una doccia idromassaggio. Ma non solo: a fare la differenza è anche la cucina, quella della tradizione bolognese e tosco-emiliana.

Tutti i piatti sono preparati con ingredienti locali e di stagione: tagliatelle al ragù fatte a mano, tortelloni e tortellini rigorosamente artigianali, gnocchi freschi ai funghi, lasagne verdi, arrosti misti, scaloppine ai porcini e salumi bolognesi. In autunno arrivano i piatti a base di funghi e tartufo, raccolti nei boschi circostanti, che trasformano una cena in qualcosa di memorabile. Per chiudere: torta di mele, crème caramel, zuppa inglese, semifreddo al torroncino, mascarpone.

Perché fare un weekend nell’Appennino Tosco-Emiliano?

Con un punto d’appoggio così rilassante, la risposta dovrebbe essere già implicita. Eppure, vale la pena sottolineare altri due punti: l’Appennino Tosco-Emiliano è uno di quei posti che molte persone continuano a sottovalutare, convinti che ci sia sempre qualcosa di più lontano e più esotico da vedere prima. Eppure basta arrivarci una volta per rendersi conto di cosa si è perso: storia millenaria, natura rigogliosa, borghi medievali intatti e cammini che attraversano paesaggi di rara bellezza, tutti a portata di weekend.

È il territorio giusto per chi vuole staccare la spina, senza prendere un aereo. A 800 metri sul livello del mare l’aria è diversa, il ritmo è diverso, e anche le cose più semplici, come una passeggiata tra i faggi o una pedalata lungo un crinale, assumono un sapore che in città non si trova. Due giorni qui bastano per tornare con la testa più leggera, le gambe stanche nel modo giusto e quella voglia agrodolce di rimettere le scarpe da trekking nello zaino… prima possibile.

Sono questi i trend che stanno rivoluzionando le vacanze in campeggio

12 juillet 2026 à 11:30

Negli ultimi anni il modo di vivere il campeggio è cambiato molto: se in passato era associato soprattutto alla ricerca del risparmio o al desiderio di trascorrere del tempo all’aria aperta, oggi rappresenta sempre più una scelta di stile di vita. Cresce, infatti, il numero di persone che desiderano viaggiare in modo più autonomo, riducendo il ricorso ai combustibili fossili e privilegiando un rapporto più lento e consapevole con i luoghi visitati.

L’innovazione interessa sia il mondo dei camper e delle caravan tradizionali sia quello, più recente, della mobilità su due ruote. Da un lato i veicoli ricreazionali diventano sempre più intelligenti e connessi, dall’altro prendono piede nuove formule come il bike camping, che sfruttano le potenzialità delle biciclette elettriche per offrire un modo differente di esplorare il territorio senza rinunciare a un riparo confortevole.

Il camper si fa smart, sicuro e senza fili

L’evoluzione del veicolo ricreazionale passa oggi soprattutto dagli accessori, i servizi e le tecnologie di bordo: oggi a fare la differenza sono le soluzioni pensate per aumentare autonomia, comfort e semplicità d’uso durante il viaggio.

Sempre più funzioni possono essere gestite dallo smartphone e il controllo dell’illuminazione è uno degli esempi più evidenti: regolare le luci da remoto consente di personalizzare gli ambienti in pochi istanti e di gestire meglio i consumi energetici. Anche il comfort climatico compie un salto in avanti grazie a climatizzatori progettati per funzionare senza il supporto di un generatore.

Grande attenzione viene riservata anche all’autonomia energetica. Le batterie di nuova generazione consentono di prolungare il tempo trascorso lontano dalle aree attrezzate e riducono la necessità di frequenti soste per la ricarica. In parallelo, crescono le soluzioni dedicate alla sicurezza, con sistemi antifurto connessi che, oltre a proteggere il veicolo, possono incidere anche sul costo dell’assicurazione.

L’innovazione riguarda anche gli spazi interni. Si diffondono materassi su misura in memory foam, progettati per adattarsi meglio alla forma del corpo e migliorare la qualità del riposo, mentre le soluzioni di arredo integrato puntano a sfruttare ogni centimetro disponibile senza sacrificare la funzionalità.

Anche il trasporto delle attrezzature sportive è diventato un elemento centrale nella progettazione dei nuovi accessori. La crescente diffusione delle biciclette elettriche, di solito più pesanti rispetto ai modelli tradizionali, ha trasformato la compatibilità con le e-bike in un requisito sempre più importante. Alcuni sistemi modulari sono in grado di trasportare fino a tre biciclette oppure due e-bike e possono essere configurati con moduli intercambiabili dedicati ad altre attività all’aria aperta, come porta-sci capaci di ospitare fino a quattro paia di sci o due snowboard, oppure supporti per tavole da surf e canoe lunghe fino a due metri e mezzo.

Campeggio con camper
UFFICIO STAMPA Studio Eidos di Sabrina Talarico
Il futuro del campeggio è sempre più smart

La casa si aggancia alla bici

Se il camper evolve grazie alla tecnologia, il bike camping è invece una delle novità più interessanti degli ultimi anni. Per molto tempo il principale limite delle vacanze in bicicletta è stato il bagaglio: tenda, sacco a pelo e attrezzatura da campeggio dovevano trovare posto nelle tradizionali borse laterali, con inevitabili compromessi in termini di spazio e praticità.

La diffusione delle biciclette elettriche ha però modificato tale scenario: grazie all’assistenza alla pedalata è infatti possibile trainare carichi maggiori, aprendo la strada a una nuova categoria di micro roulotte progettate per essere agganciate alla bicicletta.

Tra gli esempi più rappresentativi c’è la Wide Path Camper, assemblata a mano a Glyngøre: mini caravan con guscio rigido, misura circa un metro e mezzo durante il trasporto e può essere aperta in circa tre minuti grazie a un sistema che ripiega la parte posteriore sopra quella anteriore, trasformandosi in uno spazio abitabile.

Una filosofia diversa è quella scelta dall’austriaca GentleTent con la B-Turtle. In questo caso, il rimorchio in alluminio lungo 110 centimetri ospita una tenda gonfiabile per due persone, suddivisa in un vestibolo e in un’area dedicata al riposo. Il peso complessivo si aggira intorno ai 30 chilogrammi, caratteristica che la rende una delle soluzioni più leggere della categoria.

Dalla Francia arriva invece la CapsulBike, prodotta da TinyVroum: la micro caravan adotta la classica forma aerodinamica a goccia, una configurazione ormai diventata un riferimento per questa tipologia di mezzi grazie al buon equilibrio tra dimensioni contenute e abitabilità.

Anche la Finlandia propone una propria interpretazione con la Hupi Trailer. Il rimorchio pesa circa 70 chilogrammi e integra una scrivania ricavata nella parete, pensata come piano d’appoggio o spazio di lavoro, mentre per il riposo è previsto un letto pieghevole che consente di sfruttare al meglio l’ambiente interno.

Tra i progetti più particolari spicca infine l’Alpencamper Eco Slide Out, sviluppato in Svizzera: la micro caravan pesa 52 chilogrammi a vuoto ed è caratterizzata da una struttura a goccia con pareti isolate e un modulo laterale scorrevole che amplia la larghezza della cabina una volta raggiunta la destinazione. Da chiusa mantiene un ingombro ridotto, sufficiente per seguire la bicicletta durante gli spostamenti, mentre da aperta offre uno spazio notte di circa 1,40 per 1,96 metri, una superficie paragonabile a quella di un letto matrimoniale compatto. Sotto il piano di riposo trova posto un vano di carico da 270 litri, utile per sistemare borse, abbigliamento, utensili, cibo e attrezzatura da campeggio. È previsto anche uno spazio dedicato a una toilette secca.

Firenze in viaggio da soli: la città italiana perfetta per un’esperienza in solitaria elogiata da Forbes

10 juillet 2026 à 07:30

Vi è mai capitato di passare anni a sognare un viaggio con i migliori amici per poi scoprire che sono dei pessimi compagni di viaggio? Succede più spesso di quanto si possa immaginare e, non a caso, viaggiare da soli è oggi una tendenza sempre più diffusa tra chi desidera scoprire nuove destinazioni con maggiore libertà, dedicando tempo alla cultura, al benessere e alla scoperta personale.

In questo scenario, Firenze emerge come una delle città italiane più adatte per un’esperienza in solitaria: a sottolinearlo è anche Forbes, che ha inserito il capoluogo toscano tra le destinazioni ideali per chi sceglie di partire senza compagnia. La motivazione è semplice: Firenze racchiude in uno spazio raccolto tutto ciò che rende speciale un viaggio indipendente. È una città facilmente esplorabile a piedi, ricca di storia, arte, gastronomia e luoghi capaci di trasformare anche una semplice passeggiata in un’esperienza memorabile.

Perché Forbes sceglie Firenze per un viaggio in solitaria

Secondo Forbes, le città rappresentano spesso la scelta migliore per chi viaggia da solo perché permettono di alternare momenti di esplorazione personale alla possibilità di entrare in contatto con persone, culture e nuove esperienze. Firenze risponde perfettamente a queste caratteristiche. La città, capitale della Toscana e culla del Rinascimento, offre un equilibrio raro tra dimensioni contenute e una proposta culturale straordinaria. Il centro storico può essere attraversato comodamente a piedi in circa 40 minuti, permettendo di passare dai grandi capolavori artistici alle botteghe artigiane, dalle piazze storiche ai piccoli locali nascosti.

Lavori di restauro al Campanile di Giotto a Firenze da marzo 2026
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Panorama di Firenze

Per chi sceglie un viaggio in solitaria a Firenze, questa facilità negli spostamenti rappresenta un grande vantaggio: non servono programmi rigidi o lunghi trasferimenti per vivere la città, perché ogni angolo può diventare una nuova scoperta.

Cosa vedere a Firenze da soli

Firenze è una destinazione che non ha bisogno di grandi presentazioni. Il Duomo di Firenze, la Galleria degli Uffizi, il Ponte Vecchio e Palazzo Vecchio sono tappe imprescindibili per chi arriva per la prima volta, ma la vera magia della città emerge anche lontano dai luoghi più celebri.

Ingresso gratuito per le donne nei musei italiani l'8 marzo per la festa della donna
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La Galleria degli Uffizi a Firenze

Chi viaggia da solo può concedersi il piacere di esplorare con maggiore calma il quartiere di Oltrarno, una delle zone più autentiche della città, dove convivono botteghe artigiane, atelier indipendenti, antiche chiese e angoli meno conosciuti.

Oltrarno, Firenze
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Il quartiere Oltrarno a Firenze

Tra le esperienze più suggestive ci sono una passeggiata nei Giardini di Boboli, una salita fino a Piazzale Michelangelo per ammirare il panorama sulla città, una visita alle piccole librerie storiche o un aperitivo nelle piazze del centro, osservando il ritmo quotidiano dei fiorentini.

Giardino di Boboli, Firenze
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Vista sullo splendido Giardino di Boboli a Firenze

Un altro elemento che rende Firenze particolarmente adatta ai viaggiatori solitari è la sua atmosfera. La città è considerata una delle mete italiane più accoglienti per chi desidera muoversi in autonomia, anche per chi affronta per la prima volta un viaggio senza compagnia.

Anche il momento del pasto, spesso una delle piccole difficoltà percepite da chi viaggia da solo, qui assume un significato diverso: sedersi a tavola in una trattoria, degustare specialità toscane o fermarsi per un calice di vino diventa un’occasione per vivere la cucina locale con maggiore attenzione.

Firenze e dintorni

Uno dei grandi vantaggi di scegliere Firenze come destinazione per un viaggio in solitaria è anche la possibilità di ampliare facilmente l’esperienza oltre il centro storico. Dalla città si possono raggiungere in poco tempo le colline toscane, i borghi medievali, le zone vinicole e alcune delle località più suggestive della regione. Anche il mare dista circa un’ora e permette di aggiungere una parentesi diversa all’interno dello stesso itinerario.

Le colline a Cortona
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Il borgo di Cortona sulle colline toscane

Il periodo ideale per visitare Firenze? Secondo gli esperti citati da Forbes, i mesi tra aprile e giugno oppure settembre e ottobre offrono temperature piacevoli e un’atmosfera più rilassata rispetto ai periodi di maggiore affluenza.

Le cascate più belle d’Italia da raggiungere a piedi in estate

6 juillet 2026 à 18:00

Definizione di cascata: il precipitare di una massa d’acqua, di fiumi o torrenti, per un dislivello di varia altezza. Suona quasi terrificante, questa successione di parole, ma tutti e tutte sappiamo quanto, invece di incutere timore, le cascate siano una visione paradisiaca e invitante nei mesi più caldi dell’estate, alla stregua della stereotipica oasi per chi si è perduto nel deserto. Uno spettacolo naturale, quello dei grandi salti d’acqua, capace di unire il fascino della camminata nella natura al fresco e al fragore dell’acqua che precipita tra le rocce, in un contrasto che d’estate diventa ancora più suggestivo.

L‘Italia, dalle Alpi all’Appennino e non solo, custodisce cascate fantastiche. Le più belle sono quelle da raggiungere solo a piedi, percorrendo sentieri nella natura che portano al cospetto di queste meraviglie naturali, come forzieri da rintracciare seguendo la mappa del tesoro.

Cascate dei Capelli di Venere

A pochi minuti dalla cittadina di Casaletto Spartano, milleduecento abitanti in provincia di Salerno, in Campania, sorge l’Oasi dei Capelli di Venere, una delle principali attrazioni naturali del territorio. Il nome richiama una suggestiva leggenda secondo cui la dea Venere avrebbe lasciato qui una ciocca dei suoi capelli, ma deriva anche dalla delicata felce Capelvenere che cresce rigogliosa sulle rocce umide, creando l’effetto di una chioma verde attraversata dall’acqua.

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Lo scenario unico nell’Oasi Capelli di Venere

L’area dove sorge la cascata prende questo nome dalla delicata felce capelvenere, pianta che ricopre le rocce bagnate dal salto d’acqua e che così crea l’effetto di una grande chioma verdeggiante, rendendo il colpo d’occhio raro e inconsueto. Le acque del Rio Bussentino, gelide anche in piena estate, formano piccole piscine naturali dai riflessi turchesi, incorniciate da un antico mulino e dai resti di un ponte di origine normanna.

Attorno al torrente, un anello di circa tre chilometri percorribile in poco più di un’ora si snoda tra passerelle di legno e ponticelli. Un sentiero adatto a tutti, indicato per famiglie con bambini, in un ambiente ombroso e fresco che regala sollievo anche nelle giornate più torride.

Cascate di Lillaz

Nel cuore della Valle d’Aosta, a pochi passi dall’abitato di Cogne e all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso, sorgono le Cascate di Lillaz.

Le acque del torrente Urtier compiono qui tre salti spumeggianti, per un’altezza complessiva di circa 150 metri, in un contesto di prati alpini e boschi di larici che rendono la passeggiata piacevole in ogni suo tratto. Ai piedi delle cascate si forma una bellissima polla di acqua cristallina.

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Ai piedi delle Cascate di Lillaz

Il punto di partenza dell’escursione fino alle cascate è il parcheggio all’ingresso della frazione di Lillaz, da cui in circa dieci minuti di cammino, lungo un sentiero quasi pianeggiante che costeggia il torrente, si raggiunge la base del primo e più celebre salto. Chi vuole ammirare anche gli altri due può proseguire lungo un percorso un po’ più ripido, con scalini e passaggi più esposti, che in totale richiede poco più di un’ora tra andata e ritorno.

Cascata del Varone

La Cascata del Varone è una vera e propria bizzarria della natura, di quelle che vanno viste almeno una volta nella vita. Si trova vicino a Riva del Garda, nel comune di Tenno: qui le acque del torrente Magnone si gettano per quasi 100 metri in una forra di roccia calcarea scavata da circa 20mila anni di erosione, creando un canyon spettacolare che si può ammirare attraverso un parco naturale privato, che permette la visita da oltre un secolo. Le prime infrastrutture per permette di visitare il luogo risalgono infatti al 1874.

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L’affascinante Cascata del Varone, nelle viscere della terra

Dall’ingresso, ospitato in un edificio storico progettato dall’architetto Giancarlo Maroni (lo stesso del Vittoriale degli Italiani), si percorre un sentiero che raggiunge la cosiddetta grotta inferiore, dove si osserva la parte finale della cascata. Poi, attraverso un centinaio di gradini, si passa alla grotta superiore. È qui che si coglie in pieno l’imponenza del salto, tra il fragore dell’acqua e la nebbiolina che rinfresca l’aria anche nelle giornate più calde.

La Cascata del Varone è stata visitata da personaggi illustri come Thomas Mann (si dice che un passo de La montagna incantata possa essere frutto dell’ispirazione donatagli dal salto), Gabriele d’Annunzio, Franz Kafka, l’imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo.

Cascata del Toce

Val Formazza, estremo confine settentrionale del Piemonte. Qui la Cascata del Toce, con i suoi 143 metri di salto, rappresenta una delle cascate più spettacolari delle Alpi.

Oggi la sua portata dipende dal rilascio controllato delle acque del lago artificiale di Morasco: per questo si mostra in tutta la sua forza solo in determinate fasce orarie tra giugno e settembre, con orari da verificare prima della visita. Tuttavia il bel percorso per raggiungerla rimane in ogni caso un piacevole itinerario.

Sebbene infatti la Cascata del Toce sia facilmente raggiungibile con un brevissimo percorso di appena 10 minuti dalla più vicina strada carrabile, merita percorrere il bel sentiero che ricalca l’antico tracciato della Via Francisca, antico collegamento fra Lombardia, Svizzera e Francia. Lungo gli undici chilometri in cui si dipana l’itinerario si attraversano i paesini Walser (minoranza alpina di origine germanica con peculiari tradizioni) di Ponte, Brendo, Grovella, Canza, Sotto Frua e infine Frua, il più vicino alla cascata, tanto che a volte vi si fa riferimento come Cascata di Frua.

In quest’ultima frazione si trova ancora oggi l’Albergo Cascata, che fu caratterizzato da un forte afflusso turistico nel primo novecento, brillando durante la belle epoque. Lo spettacolo del salto della Cascata del Toce è veramente maestoso e roboante, con la grande massa d’acqua che si spande in mille rivoli lungo la vertiginosa parete rocciosa della montagna.

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L’antico albergo domina la Cascata del Toce

Cascata dell’Acquacheta

Si parte da San Benedetto in Alpe, al confine tre Toscana ed Emilia Romagna, nel cuore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, e si percorre un bel sentiero lungo il torrente Acquacheta, tra splendidi boschi di quercia, castagno e faggio e scorci appenninici. Infine, dopo quasi due ore di cammino, si affronta un ultimo strappo in salita che porta a un balcone naturale privilegiato su di lei: la Cascata dell’Acquacheta, un mirabile salto di 70 metri tra rocce oblique capace di ispirare a Dante Alighieri un paragone con il Flegetonte, il roboante fiume del XVI canto dell’Inferno.

Nei pressi, lungo il sentiero, poco più avanti del balcone panoramico, sorge anche un’altra bella e potente cascata, la Cascata del Lavane, con una bella e profonda polla di acqua fresca, ideale per un tuffo rigenerante in una pausa dell’escursione, prima di affrontare il percorso di ritorno.

Cascate del Dardagna

Il Parco Regionale del Corno alle Scale è un’area protetta tra le cime dell’Appennino tosco-emiliano. Qui, il torrente Dardagna scorre vorticoso, formando sette salti consecutivi, ognuno con un proprio punto di osservazione lungo il bel sentiero che le esplora.

Il più alto dei salti supera i 30 metri, gli altri si aggirano sui 15, in una sequenza di spruzzi e vapori che rende il trekking particolarmente scenografico soprattutto nelle giornate estive più calde.

Il punto di partenza più comodo è la cosiddetta Madonna dell’Acero, da cui parte il sentiero CAI 331, il quale conduce in circa un’ora al primo e più imponente salto. Per completare la visita agli altri sei si imbocca quindi il sentiero CAI 333, che si arrampica nel bosco di faggi con qualche tratto più ripido, aiutato da gradini e corrimano, fino a chiudere l’anello passando per il laghetto del Cavone.

Le Cascate del Dardagna sono un vero e proprio concerto di salti d’acqua che interrompono il silenzio di un bosco maestoso, dove anche la giornata più soffocante si trasforma in una piacevole esplorazione della natura.

Cascate del Rio Verde

Le Cascate del Rio Verde sono le più alte dell’Appennino italiano. Si trovano in Abruzzo, tra le montagne della Val di Sangro, protette da una dedicata Riserva Naturale. Le acque del torrente Verde precipitano complessivamente per oltre 200 metri, suddivisi in tre balzi da 40, 90 e 30 metri, prima di confluire nel fiume Sangro.

Dal centro visite della Riserva Naturale Cascate del Verde, nel piccolo borgo di Borrello, si imbocca un sentiero nella natura che in una manciata di minuti conduce a un primo punto panoramico, da cui si domina l’intera vallata. Per raggiungere il vero cuore dello spettacolo, però, occorre affrontare una più ardimentosa scalinata di circa 250 gradini, che scende fino a un affaccio ravvicinato sulla cascata. La vegetazione del bosco è ricchissima, e lo spettacolo di questo filo d’acqua che scende gettandosi nel vuoto da una parete di roccia verticale è davvero monumentale e stupefacente.

L’intera escursione richiede poco più di un’ora, l’accesso alla riserva prevede un piccolo contributo d’ingresso.

Cascata del Marmarico

La Cascata del Marmarico è la più alta della Calabria e dell’intero Appennino meridionale, con un salto complessivo di 114 metri lungo l’alto corso della fiumara Stilaro. Il nome, di origine dialettale, significa “lento” o “pesante”, proprio a indicare l’illusione ottica per cui l’acqua, pur cadendo senza sosta, sembra quasi immobile agli occhi di chi la osserva.

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Cascate del Marmarico

Si trova nel Parco Regionale delle Serre, nel territorio di Bivongi, in provincia di Reggio Calabria, e dalla cittadina parte proprio il percorso più praticato per raggiungere questo potente e spettacolare tesoro d’acqua dolce.

Si parte dai Bagni di Guida, nei pressi di una vecchia centrale idroelettrica. Si risale lungo una strada sterrata ma carrabile per il primo chilometro, quindi si imbocca una strada forestale che di quando in quando regala spettacolari scorci sulla natura circostante (la strada viene percorsa in fuoristrada da visite guidate alla cascata), dove si alternano cime boscosi e valloni. Dopo circa cinque chilometri di cammino si raggiunge il Vallone Folea, procedendo sull’ultimo tratto in leggera salita lungo uno stretto sentiero. Si arriva a destinazione nel giro di altri 15 minuti di cammino circa, e al cospetto della cascata è possibile tuffarsi nella bella polla ai piedi del salto.

Il Parco del Pollino in estate: cosa fare sul tetto dell’Italia meridionale, tra pini loricati e canyon

20 juin 2026 à 12:00

Pinus heldreichii, ovvero pino di Heldreich: uno dei nomi con cui è conosciuto il pino loricato, il simbolo del Parco Nazionale del Pollino. Un albero unico, spettacolare, con un fusto magro, serio, da cui partono rami sghembi, fitti di aghi verde scuro. Il termine loricato, con cui lo si identifica comunemente, deriva proprio dall’aspetto della corteccia adulta, che forma placche grigie simili alla lorica, la corazza dei legionari romani. È una pianta estremamente resistente, una delle poche che riesce a vivere sui fianchi delle montagne di questo angolo dell’Italia meridionale aspro e bellissimo. Nel 2018 una indagine al radiocarbonio ha individuato in un pino loricato del Parco del Pollino l’albero più antico d’Europa, dandogli un’età di 1230 anni.

Esplorare queste montagne, tra gole, praterie e la rada ombra dei pini loricati è un vero e proprio regalo da concedersi in estate. Il Parco ha un territorio vasto, aspro, con angoli coperti da faggi centenari ed è percorso da tortuosi torrenti. Ci sono vette sopra i duemila metri, lunghi sentieri e grandi panorami. Un vero e proprio paradiso per chi ha scelto il trekking tra montagne poco frequentate come obiettivo della propria estate.

Il Parco del Pollino: storia, dove si trova e come arrivare

Grazie ai suoi 192.565 ettari di estensione, il Parco Nazionale del Pollino è il parco nazionale più grande d’Italia. Si estende a cavallo tra due regioni, la Basilicata e la Calabria, abbracciando le province di Potenza, Matera e Cosenza e includendo ben 56 comuni all’interno del suo perimetro. Il territorio si organizza attorno a diversi sistemi montuosi, parte dell’Appennino meridionale: il Massiccio del Pollino, che dà il nome all’area protetta, i Monti di Orsomarso in Calabria e il Monte Alpi in Basilicata. Le vette più alte si trovano sul Pollino, dove Serra Dolcedorme rappresenta la cima alla quota più elevata, a 2267 metri di altitudine.

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Panorama del Parco del Pollino al tramonto

La sede dell’Ente Parco si trova a Rotonda, in Basilicata. La storia del parco è relativamente recente: fu istituito come Parco Nazionale nel 1988, sebbene gli organi di gestione abbiano iniziato a operare concretamente solo tra il 1993 e il 1994. Nel 2015 il riconoscimento internazionale è arrivato con l’inserimento nella lista globale dei Geoparchi UNESCO, un titolo che sottolinea il valore eccezionale della sua geologia: inghiottitoi, doline, grandi sorgenti e canyon di origine carsica disegnano un paesaggio sotterraneo tanto affascinante quanto quello in superficie.

Nel 2017 la Faggeta Vetusta di Cozzo Ferriero è entrata nella lista del Patrimonio dell’Umanità UNESCO, riconoscimento esteso nel 2021 alla Faggeta del Pollinello, nel sito diffuso Antiche faggete primordiali dei Carpazi e di altre regioni d’Europa.

Raggiungere il Parco del Pollino richiede un po’ di pianificazione, soprattutto perché il territorio è vasto e le zone di maggiore interesse non sono necessariamente adiacenti. L’auto è la soluzione più comoda per arrivare: dall’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria si esce a Laino Borgo per il versante calabrese, oppure a Morano Calabro; per il versante lucano il riferimento è l’uscita di Lauria. Il paese di Civita, punto di accesso privilegiato alle Gole del Raganello, si raggiunge da Castrovillari in circa mezz’ora. In treno, le stazioni più vicine sono quelle di Castrovillari e di Lagonegro, da cui è necessario proseguire in auto o con il trasporto pubblico locale.

Cosa fare in estate nel Parco del Pollino

L’estate è la stagione in cui il Parco del Pollino offre il ventaglio più ampio di attività da intraprendere nel suo territorio. Il trekking è senza dubbio un modo privilegiato di scoprire questo territorio, grazie a una rete sentieristica fitta che offre itinerari adatti a ogni livello e a ogni obiettivo. I Piani di Ruggio e il Colle dell’Impiso, nel comune di Viggianello, sono i punti di partenza classici per le escursioni in alta quota, ben segnalati e raggiungibili in auto.

Per chi ama l’acqua dolce, inoltre, il Pollino non delude. Il canyon del Raganello, scavato dal torrente omonimo tra pareti calcaree che in alcuni punti superano i 400 metri di altezza, è uno dei luoghi più spettacolari del parco ed è percorribile sia con escursioni a piedi, che si svolgono lungo il bordo della gola, sia con attività di canyoning direttamente nel letto del corso d’acqua, sempre accompagnati da guide esperte. Anche il Fiume Lao è un protagonista dell’estate al Pollino, con i suoi tratti navigabili in kayak e le possibilità di rafting nelle rapide. Le acque di entrambi i fiumi sono cristalline e fresche, un sollievo insostituibile nelle giornate più calde.

Oltre alle attività outdoor legate alla grande offerta naturale, il Parco offre anche una grande ricchezza culturale e antropologica, troppo spesso sottovalutata. Al suo interno, ad esempio, vivono ancora alcune delle più importanti comunità arbëreshë d’Italia, ovvero le comunità di origine albanese che si insediarono in queste terre tra il Quattrocento e il Settecento per sfuggire all’avanzata ottomana.

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Il borgo di Civita

In paesi come Civita, San Paolo Albanese, San Costantino Albanese e altri si conservano ancora oggi la lingua arbëreshë, il rito greco-cattolico, i costumi tradizionali e una cucina propria.

Da non perdere, infine, il Ponte Tibetano di Castelsaraceno, che con i suoi 586 metri di lunghezza è il più lungo del mondo e collega il Parco del Pollino con il Parco dell’Appennino Lucano.

Escursioni da non perdere nel Parco del Pollino

La più bella escursione a piedi da effettuare nel Parco del Pollino è considerata dai più l’ascesa a Serra di Crispo. Si parte dal Colle dell’Impiso, a 1573 metri nel comune di Viggianello, raggiungibile in auto. Si segue quindi il sentiero IPV4 che scende verso i Piani Vacquarro costeggiando il torrente Frido. Il percorso sale poi verso la Serra di Crispo, a 2054 metri di quota, un crinale dove crescono alcuni degli esemplari di pino loricato più antichi, contorti e spettacolari dell’intero parco. Questo luogo è soprannominato il Giardino degli Dei: i tronchi giganteschi dalla corteccia bianca brillano alla luce del sole tra le rocce nude, in un paesaggio che ha qualcosa di primordiale e commovente. Il dislivello è impegnativo ma il percorso è ben segnalato. In piena estate è consigliata la partenza nelle prime ore del mattino, per non essere sorpresi dal solleone mentre si cammina.

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Serra di Crispo, il Giardino degli Dei

Lo stupendo borgo di Civita, il cui nome in arbëreshë significa “nido d’aquila”, racconta solo con questo fatto la sua posizione: è sospeso, difatti, sull’orlo di una gola vertiginosa, con una vista sulle Gole del Raganello che lascia letteralmente senza fiato. Da qui parte uno dei percorsi più scenografici del parco: si attraversa il paese, si raggiunge il belvedere dal quale si domina l’intera gola, poi si scende lungo il sentiero verso il cosiddetto Ponte del Diavolo, un antico ponte in pietra che si trova circa 50 metri sopra il greto del torrente Raganello. La discesa è ripida ma breve. Il ritorno al paese, con la gola alle spalle e i profili del massiccio davanti agli occhi, è un vero spettacolo. Il giro attorno al piccolo borgo e ai suoi sorprendenti dintorni naturali non è particolarmente impegnativo: è una camminata di quasi 7 chilometri con meno di 400 metri di dislivello in salita.

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Le Gole del Raganello

Se Civita e Serra di Crispo rappresentano due ambienti naturali aspri e scarsamente popolati di vegetazione, per sfuggire alla canicola ci si può rifugiare in una escursione alla scoperta della Faggeta Vetusta di Cozzo Ferriero, come detto uno dei siti inseriti dall’UNESCO nella lista del Patrimonio dell’Umanità nel 2017.

Si tratta di una foresta primaria di faggi, con esemplari che superano i 400 anni di vita: dei veri e propri giganti del bosco. È attraversata da un sentiero che porta al Cozzo Ferriero da cui prende il nome, una cima a 1790 metri di quota. Per affrontare l’escursione si parte dal Rifugio Fasanelli e si sale al Cozzo in circa cinque chilometri, con un’ascesa graduale ma sempre in salita. Camminare tra gli alberi risulta sempre piacevole, ma non sono da sottovalutare i numerosi panorami splendidi sui versanti lucano e calabrese del Parco di cui si gode nei luoghi in cui il bosco si interrompe, lasciando spaziare la vista.

L’Umbria conquista l’Oscar Italiano del Cicloturismo ai Green Road Award 2026

20 juin 2026 à 07:00

La Regione Umbria con la Ciclovia del Trasimeno è la vincitrice del Green Road Award 2026, l’Oscar Italiano del Cicloturismo che ogni anno premia le migliori ciclovie e i percorsi dedicati al turismo lento in Italia. Giunto all’undicesima edizione, il riconoscimento valorizza le “vie verdi” che si distinguono per qualità dei servizi, accessibilità, sostenibilità e capacità di promuovere il territorio attraverso la mobilità dolce.

La proclamazione si è svolta a Sanremo, in omaggio alla Cycling Riviera della Liguria, vincitrice dell’edizione 2025. Quest’anno il premio ha registrato un record di partecipazione con 33 candidature provenienti dalle regioni italiane. Tra le novità dell’edizione 2026 figurano la menzione dedicata alle ippovie e il tema speciale del “Silenzio”, elemento che accompagna il viaggio in bicicletta e invita a una riscoperta autentica del territorio.

1° posto: Ciclovia del Trasimeno, Umbria

La Ciclovia del Trasimeno conquista il gradino più alto del podio grazie a un percorso di 58,4 chilometri che circonda il lago attraversando alcuni dei borghi più suggestivi dell’Umbria, tra cui Passignano sul Trasimeno, Castiglione del Lago e Tuoro sul Trasimeno.

L’itinerario è apprezzato per l’elevata accessibilità, la presenza di servizi dedicati ai cicloturisti, aree di sosta, punti di ricarica per e-bike e una segnaletica innovativa con contenuti digitali. Un progetto che unisce natura, storia e inclusività, rendendo il territorio fruibile durante tutto l’anno.

Vincitori dei Green Road Award 2026
Ufficio Stampa
Al 1° posto la Ciclovia del Trasimeno

2° posto: GAG – Giro ad Anello del Gargano, Puglia

Al secondo posto si classifica il GAG – Giro ad Anello del Gargano, un itinerario cicloturistico di 350 chilometri nel cuore del Parco Nazionale del Gargano.

Il percorso attraversa località iconiche come Vieste, Peschici e Monte Sant’Angelo, oltre alla Foresta Umbra, patrimonio UNESCO. Nato dall’iniziativa di operatori locali e sviluppato attraverso una rete di strade secondarie e sentieri, rappresenta un modello virtuoso di turismo sostenibile e valorizzazione delle aree interne.

Oscar Italiano del Cicloturismo 2026
Ufficio Stampa
Giro ad Anello del Gargano in Puglia

3° posto ex aequo: Ciclovia Etruria, Lazio

La Ciclovia Etruria ottiene il terzo posto ex aequo grazie a un itinerario di 430 chilometri che collega la Maremma laziale alla Tuscia viterbese.

Il percorso segue le tracce dell’antica civiltà etrusca attraversando laghi vulcanici, necropoli, parchi archeologici e borghi storici come Calcata, Viterbo e Civita di Bagnoregio. Pensata per il cicloturismo gravel e il trekking, la ciclovia promuove un turismo lento capace di valorizzare comunità e territori meno conosciuti.

I vincitori dei Green Road Award 2026
Ufficio Stampa
Ciclovia Etruria, Lazio

3° posto ex aequo: Ciclovia Via del Mare, Piemonte

Condivide il terzo gradino del podio la Ciclovia Via del Mare, direttrice ciclabile che collega le Alpi al Mediterraneo, lungo 470 chilometri.

L’itinerario attraversa laghi, risaie, colline, vigneti e borghi storici, offrendo un viaggio completo attraverso le diverse anime del Piemonte. La presenza di servizi dedicati e il collegamento con la rete ciclabile nazionale ne fanno una delle infrastrutture più interessanti per il cicloturismo italiano e internazionale.

Chi ha vinto i Green Road Award 2026
Ufficio Stampa
Ciclovia Via del Mare in Piemonte

Le menzioni speciali del Green Road Award 2026

Tra i riconoscimenti speciali spicca il Cammino del Normanno in Calabria, premiato nella categoria “Cammini” per il suo itinerario di 163 chilometri tra Tirreno e Ionio, attraverso il Parco Naturale delle Serre.

La nuova categoria “Ippovie” vede protagonista l’Abruzzo con l’Ippovia Gran Sasso, una rete di 687 chilometri che recupera antichi tratturi e sentieri storici nel cuore dell’Appennino.

La Menzione “Silenzio” è stata assegnata alla Toscana per il Grand Tour Costa degli Etruschi, un percorso di 347 chilometri che trasforma il viaggio in bicicletta in un’esperienza immersiva tra natura, benessere e meditazione.

La Menzione Speciale della Stampa premia invece la Sardegna e la Shardana Bikeventure, itinerario di 102 chilometri che collega Bosa a Cabras attraverso paesaggi selvaggi e testimonianze della civiltà nuragica.

Infine, il premio come destinazione straniera Bike Friendly 2026 va alla Francia, considerata uno dei principali punti di riferimento europei per il cicloturismo grazie alla sua estesa rete di ciclovie e agli investimenti nella mobilità sostenibile.

Le menzioni speciali del Green Road Award 2026
Ufficio Stampa
Cammino del Normanno in Calabria

A Copenhagen il turismo sta cambiando (in meglio): un esempio per tutti

11 juin 2026 à 10:36

Da esperimento sociale a modello turistico. Il programma CopenPay messo a punto a Copenhagen due anni fa non soltanto è divenuto un modo di fare turismo ma è anche un modello che sempre più città stanno adottando, anche in Italia. La Capitale della Danimarca è oggi una destinazione leader nel turismo sostenibile e partecipativo e ha l’obiettivo di incentivare un nuovo modo di viaggiare, in cui il turista non è solo spettatore, ma protagonista attivo della vita della città.

Cos’è CopenPay

CopenPay consente ai turisti di ottenere premi e vantaggi in cambio di azioni positive per l’ambiente e la comunità locale: dall’utilizzo della bicicletta alla raccolta dei rifiuti, fino alla scelta di mezzi di trasporto più sostenibili, ogni gesto può trasformarsi in un’esperienza autentica e coinvolgente.

A partire dallo scorso 9 giugno, il programma è diventato permanente ed è attivo tutto l’anno. La prima città italiana ad aver adottato questo modello è stata, lo scorso anno, Ravenna, e presto arriverà anche Firenze che ne ha già annunciato l’adozione.

Abbiamo chiesto a Rikke Holm-Petersen, Director of Behaviour di Wonderful Copenhagen, l’ufficio del turismo della Capitale danese, di raccontarci il progetto più nel dettaglio.

Cosa c’è dietro al successo di CopenPay?

CopenPay ha avuto successo perché risponde a un cambiamento nel comportamento dei viaggiatori. Molti visitatori desiderano già contribuire positivamente ai luoghi che visitano, ma spesso non dispongono di un modo semplice e tangibile per farlo. CopenPay rende tutto più facile e visibile, collegando le azioni positive direttamente a esperienze significative.

Ciò che è particolarmente interessante è che l’esperienza stessa, e non la ricompensa, si è dimostrata il fattore determinante. Solo il 23% dei partecipanti afferma di essere motivato dalla ricompensa, mentre il 48% è motivato dall’opportunità di vivere un’esperienza unica e significativa. Allo stesso tempo, sette partecipanti su dieci dichiarano di aver cambiato le proprie abitudini dopo essere tornati a casa.
Per noi, questa combinazione di coinvolgimento e cambiamento comportamentale è ciò che definisce il successo.

Come è nato il progetto e come si svilupperà il modello in futuro?

CopenPay è nato come iniziativa pilota a Copenhagen nel 2024 ed è stato ampliato nel 2025. Quello che era iniziato come un esperimento durante l’alta stagione verrà rilanciato nel 2026 come piattaforma permanente, attiva tutto l’anno e senza una data di scadenza.

CopenPay fa parte del modo in cui vogliamo che le persone vivano Copenhagen e interagiscano con la destinazione e la vita locale. Allo stesso tempo, il modello si sta diffondendo a livello internazionale attraverso Destination-Pay, reso disponibile gratuitamente affinché le destinazioni possano adottarlo e adattarlo alla propria identità e strategia. Più di 350 destinazioni hanno già adottato il modello e diverse stanno sviluppando le proprie versioni, tra cui Berlino, che ha lanciato BerlinPay nel maggio 2026, così come destinazioni italiane come Firenze e Ravenna.

Quello che stiamo osservando è che l’idea riscuote ampio successo, con molte destinazioni che condividono l’ambizione di incoraggiare una mentalità diversa tra i visitatori, dove il turismo diventa più un’esperienza partecipativa che una semplice visita turistica.

Qual è l’esperienza più apprezzata e quali sono le novità disponibili tutto l’anno?

Le esperienze legate al ciclismo e agli sport acquatici sono state particolarmente popolari, data la forte cultura ciclistica di Copenhagen e la vicinanza al mare, ai canali e al porto, dove è possibile fare il bagno.

Tra le esperienze più apprezzate figurano i tour in barca BioExplorer, sviluppati in collaborazione con il WWF, i laboratori di upcycling al Designmuseum Danmark, dove è possibile dare nuova vita ai vecchi abiti, il paddleboarding abbinato alla raccolta dei rifiuti e le esperienze in fattoria presso il nostro Museo all’aperto.

Il tema dei trasporti è centrale. Può spiegarci perché?

I trasporti rivestono un ruolo fondamentale in CopenPay perché il viaggio inizia prima ancora che i visitatori arrivino in città. Per questo motivo premiamo i viaggiatori che scelgono di arrivare in treno o in auto elettrica e incoraggiamo alternative come la bicicletta e i mezzi pubblici durante il loro soggiorno.

Allo stesso tempo, CopenPay è innanzitutto un’iniziativa comportamentale. L’obiettivo è sensibilizzare e incoraggiare la riflessione sulle scelte che le persone compiono quando viaggiano. Collegando le scelte di trasporto alle esperienze, rendiamo queste decisioni più visibili e accessibili, e le integriamo nell’esperienza di viaggio.

Il vostro modello ha ispirato città in tutto il mondo. Come lo stanno adattando?

Il modello è progettato per essere adattabile. Ogni destinazione ha la sua identità, cultura e priorità strategiche, e CopenPay può essere adattato di conseguenza.

Pensa di star cambiando il modo in cui le persone viaggeranno in futuro?

Osserviamo chiari segnali di un cambiamento nel modo in cui le persone desiderano viaggiare. Molti sono sempre più interessati a dare un contributo positivo, piuttosto che limitarsi a usufruire di una destinazione. CopenPay fa parte di questo cambiamento. L’obiettivo è incoraggiare una mentalità diversa, in cui i visitatori si considerino partecipi e contribuiscano alla salvaguardia dei luoghi che visitano.

Sette partecipanti su dieci affermano di aver modificato le proprie abitudini al ritorno a casa. Ciò suggerisce che anche piccole azioni compiute durante un viaggio possono portare a cambiamenti comportamentali a lungo termine. Se questo si tradurrà in un cambiamento più ampio dipenderà da quanto diffusa sarà l’adozione di tali approcci, ma il potenziale è indubbio.

Copenhagen premia i turisti che adottano comportamenti sostenibili tutto l’anno

9 juin 2026 à 14:30

Copenhagen rafforza il suo ruolo di destinazione leader nel turismo sostenibile e partecipativo. La Capitale della Danimarca ha, infatti, annunciato l’estensione di CopenPay, il programma che premia i visitatori in cambio dei loro comportamenti responsabili, trasformandolo in una piattaforma permanente attiva durante tutto l’anno (finora era solo temporanea). Dopo il successo ottenuto nelle precedenti iniziative, CopenPay torna a partire dal 22 giugno 2026 con l’obiettivo di incentivare un nuovo modo di viaggiare, in cui il turista non è solo spettatore, ma protagonista attivo della vita della città.

Il progetto consente ai visitatori di ottenere premi e vantaggi in cambio di azioni positive per l’ambiente e la comunità locale. Dall’utilizzo della bicicletta alla raccolta dei rifiuti, fino alla scelta di mezzi di trasporto più sostenibili, ogni gesto può trasformarsi in un’esperienza autentica e coinvolgente.

Come funziona il programma CopenPay

L’idea alla base di CopenPay è semplice: incentivare comportamenti virtuosi offrendo esperienze gratuite o scontate. Chi sceglie di spostarsi in bicicletta può ricevere una tazza di caffè o accedere a eventi culturali, mentre chi partecipa ad attività di pulizia urbana può ottenere tour gratuiti in kayak lungo i canali della città o cibo biologico in alcune strutture aderenti.

Copenaghen vista panoramica
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Viaggiare in treno verso Copenhagen

Tra le iniziative disponibili figurano anche il riciclo di abiti usati presso il Designmuseum Danmark e numerose attività educative dedicate alla sostenibilità. Il programma coinvolge oltre cento attrazioni e operatori locali e ha già registrato più di 30.000 partecipanti.

Una lezione di turismo

Secondo una recente analisi realizzata dall’agenzia Maple, il successo dell’iniziativa, però, non dipende esclusivamente dalle ricompense offerte. Solo il 23% dei partecipanti dichiara, infatti, di essere motivato principalmente dal premio. Al contrario, il 48% afferma di partecipare per vivere un’esperienza significativa, educativa e diversa dal solito.

I risultati evidenziano, inoltre, un impatto duraturo sulle abitudini dei visitatori: sette partecipanti su dieci hanno dichiarato di aver modificato alcuni comportamenti una volta tornati a casa. Un dato che conferma come il turismo possa diventare uno strumento concreto di sensibilizzazione e cambiamento.

L'iniziativa CopenPay non avrà più data di scadenza
Daniel Rasmussen
La sostenibilità a Copenhagen passa anche dai trasporti

Il modello danese conquista nuove destinazioni

La sostenibilità passa anche dai trasporti, uno dei pilastri fondamentali del programma CopenPay. I visitatori che raggiungono Copenhagen in treno possono usufruire di incentivi come il noleggio gratuito di biciclette e lezioni di bicicletta, favorendo una mobilità più rispettosa dell’ambiente. Anche chi arriva con veicoli elettrici viene premiato con parcheggi gratuiti e sconti per la ricarica.

Non sorprende che questo modello abbia attirato l’attenzione internazionale. Dopo essere stato riconosciuto dalla rivista TIME come una delle migliori invenzioni del mondo nel 2025 e indicato dalla Commissione Europea come un possibile percorso di transizione per il turismo, il progetto è stato reso disponibile gratuitamente a tutte le destinazioni interessate con il nome di DestinationPay.

Oltre 350 destinazioni in Europa, Nord America, Asia e Australia hanno già manifestato interesse o avviato programmi ispirati al modello danese. Tra queste figurano anche diverse realtà italiane. La prima città italiana ad aver adottato questo modello è stata lo scorso anno Ravenna che ha espresso pubblicamente il proprio interesse verso l’iniziativa, mentre Firenze ne ha già annunciato l’adozione e sarà operativa prossimamente.

La crescita del progetto conferma una tendenza sempre più evidente nel settore turistico: i viaggiatori cercano esperienze autentiche e desiderano contribuire positivamente ai luoghi che visitano. In una città già famosa come Copenhagen per avere più biciclette che abitanti, quasi 400 chilometri di piste ciclabili e il primato di città più felice del mondo secondo l’Happy City Index 2026, la Capitale danese continua così a tracciare la strada verso un turismo più responsabile e partecipativo.

Cosa fare a Philadelphia, la città che ospiterà i Mondiali di calcio FIFA 2026

Par : elenausai10
5 juin 2026 à 15:30

Philadelphia, chiamata la “città dell’amore fraterno” (questo il significato del suo nome in greco), è una metropoli vibrante che sa conquistare ogni tipo di viaggiatore con la sua accoglienza, storia e una scena gastronomica che non teme confronti. Perfetta da esplorare a piedi o in bicicletta grazie a una fitta rete di piste ciclabili, la città sarà anche una delle location ospitanti dei Mondiali di calcio FIFA 2026.

Ecco i nostri consigli su cosa fare e cosa vedere!

Vivere i Mondiali al FIFA Fan Festival di Fairmount Park

Per ben 39 giorni, dall’11 giugno al 19 luglio 2026, l’epicentro del divertimento extra-stadio è Lemon Hill, una splendida area collinare situata all’interno di Fairmount Park. La città vanta un primato unico: è l’unica negli Stati Uniti a ospitare il Fan Fest per l’intera durata della Coppa del Mondo FIFA 2026.

Questo enorme evento gratuito all’aperto offre maxischermi per seguire i match in diretta, stand gastronomici con prelibatezze locali e internazionali, musica dal vivo ed eventi culturali dedicati a tutta la famiglia. L’atmosfera è quella di una gigantesca festa collettiva, perfetta per respirare il vero spirito della competizione.

Visitare l’Independence Hall e il National Historic Park

Impossibile visitare Philadelphia senza fare tappa nel luogo in cui sono nati gli Stati Uniti d’America. All’interno del vasto Independence National Historical Park, definito “il miglio quadrato più storico d’America”, sorge l’edificio in mattoni rossi in stile georgiano dove vennero discusse e firmate sia la Dichiarazione d’Indipendenza che la Costituzione americana.

Oltre a partecipare a una visita guidata della sala principale, nei mesi estivi è possibile ascoltare i racconti degli storici locali lungo le panchine del parco. A pochi passi si trova anche il Liberty Bell Center, che custodisce la celebre campana con la sua iconica crepa, simbolo universale di libertà, accessibile gratuitamente tutto l’anno.

Independence Hall a Philadelphia
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L’Independence Hall, dov’è stata firmata la Dichiarazione di Indipendenza

Approfondire la storia ebraico-americana al Weitzman Museum

Situato in una moderna e imponente struttura progettata dall’architetto Jim Polshek, questo museo (rinnovato e intitolato al designer Stuart Weitzman) è un punto di riferimento culturale su scala nazionale. Accolti all’ingresso dalla celebre scultura monumentale OY/YO, potrete intraprendere un viaggio che ripercorre l’esperienza, la storia e la cultura della comunità ebraica negli Stati Uniti dal 1654 a oggi.

Attraverso una collezione di oltre 30.000 manufatti disposti su più piani, il percorso espositivo racconta le grandi ondate migratorie, i momenti drammatici del Novecento e si conclude con una Hall of Fame.

Assaggiare il leggendario e originale cheesesteak

La cultura di una città passa inevitabilmente dal suo street food più celebre e qui il re indiscusso è il cheesesteak: un filoncino di pane morbido farcito con straccetti di carne di manzo saltata, formaggio fuso e, a scelta, cipolle. Per ordinarlo come un vero local bastano due parole: il tipo di formaggio (Provolone, American o il classico Whiz) e l’opzione con o senza cipolla.

Sfidare i gradini del Museum of Art sulle tracce di Rocky

Anche chi non ha mai visto la celebre saga cinematografica non saprà resistere al richiamo dei 72 gradini più famosi del cinema. Correre fino alla cima della scalinata del Philadelphia Museum of Art, imitando l’iconico allenamento di Sylvester Stallone nel film del 1976, qui è un vero e proprio rito di passaggio!

Una volta conquistata la vetta a braccia alzate, si viene ricompensati da una vista spettacolare sulla Benjamin Franklin Parkway e sullo skyline cittadino. Prima di entrare a esplorare l’immenso patrimonio del museo (che conta oltre 240.000 opere d’arte), non dimenticate di scattare una foto ricordo accanto alla statua di bronzo di Rocky situata alla base della scalinata.

Statua Rocky a Philadelphia
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La statua di Rocky si trova ai piedi della scalinata del Philadelphia Museum of Art

Scoprire l’energia sportiva a Xfinity Live!

Per chi vuole vivere l’adrenalina della Coppa del Mondo e dello sport in generale a livelli professionali insieme ai tifosi locali, questo immenso complesso di intrattenimento è il luogo ideale. Situato strategicamente nel distretto dei grandi stadi cittadini (vicino alle arene dei Phillies per il baseball, degli Eagles per il football e dei 76ers per il basket), questo spazio unisce cinque bar diversi e i marchi storici della ristorazione cittadina.

Varcare le soglie dell’Eastern State Penitentiary (se avete il coraggio)

Gli amanti delle storie del brivido e del mistero troveranno pane per i loro denti in questo antico penitenziario, considerato uno dei luoghi più infestati d’America. Famoso per aver recluso criminali del calibro di Al Capone, l’Eastern State Penitentiary colpisce per la sua imponente architettura neogotica e per il pionieristico (e severo) sistema di isolamento totale a cui venivano sottoposti i detenuti.

Oggi è possibile visitarlo sia di giorno, seguendo descrizioni e percorsi audio dedicati, sia di notte per i più coraggiosi. Durante il periodo autunnale, le sue rovine si trasformano in una celebre attrazione a tema horror!

Eastern State Penitentiary
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L’interno dell’Eastern State Penitentiary

Celebrare l’arte e la storia afroamericana all’AAMP

Fondato in occasione del bicentenario della nazione nel 1976, l’African American Museum in Philadelphia è stata la prima istituzione del paese creata specificamente per conservare e mostrare l’eredità culturale degli afroamericani. Sviluppato su quattro livelli di mostre interattive, il museo offre una prospettiva profonda e accurata sulle tappe storiche e le conquiste sociali della comunità.

Di particolare rilievo è la mostra permanente “Audacious Freedom”, focalizzata sullo straordinario contributo offerto dai cittadini di origine africana alla crescita e alla storia della città nel secolo compreso tra il 1776 e il 1876.

Rilassarsi tra le attrazioni del rinnovato Waterfront sul fiume Delaware

Negli ultimi anni, l’area dei vecchi moli fluviali è stata completamente ridisegnata, diventando una delle zone più dinamiche e trendy della città. Spazi storici come il Cherry Street Pier e il Race Street Pier ospitano oggi mercati di artigianato, installazioni d’arte contemporanea e pop-up bar.

A seconda della stagione, l’area si accende con i giardini pensili e le amache dello Spruce Street Harbor Park o con le piste di pattinaggio del RiverRink. Il tutto è incorniciato da una vista spettacolare sul monumentale Benjamin Franklin Bridge che unisce la città al vicino New Jersey.

Fare una gita fuori porta tra le meraviglie di Longwood Gardens

Anche se si trova a circa cinquanta minuti d’auto dal centro, questa leggenda dell’orticoltura situata a Kennett Square merita assolutamente una deviazione. Recentemente rinnovato grazie al grandioso progetto Longwood Reimagined, questo immenso spazio verde di oltre 1100 acri ospita decine di giardini interni ed esterni, serre monumentali e più di 10.000 varietà di piante diverse. Riconosciuto a livello internazionale come uno dei migliori giardini botanici del mondo, incanta con i suoi giochi di fontane danzanti, i boschi incontaminati e un fitto calendario di concerti e spettacoli teatrali all’aperto.

Longwood Gardens
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Gli splendidi Longwood Gardens

Come arrivare a Philadelphia

Philadelphia dispone di un aeroporto internazionale (PHL) dove atterrano anche voli diretti dall’Italia. In particolare, è possibile arrivare da Roma-Fiumicino, Milano-Malpensa, Napoli e Venezia, con voli della durata di circa 9 ore gestiti dalla compagnia American Airlines.

Aeroporto Milano Bergamo, nel primo scalo “bike friendly” ora puoi partire in e-bike per un tour

31 mai 2026 à 09:00

Dal sedile di un aereo alla sella di una e-bike, è un attimo: forse non tutti lo sanno ancora, ma il primo scalo a livello europeo ad essere riconosciuto come bike friendly è italiano e ora permette anche di noleggiare comode bici elettriche per andare alla scoperta dello splendido territorio in cui è immerso.

Si tratta dell’aeroporto di Milano Bergamo, situato a Orio al Serio, che segue una filosofia molto semplice: l’esperienza di viaggio non si conclude scendendo dall’aereo, ma continua sulle due ruote verso la Città Alta di Bergamo e altri luoghi sorprendenti nei dintorni.

Il primo noleggio e-bike in aeroporto

È nato il primo servizio di noleggio di biciclette elettriche premium attivato all’interno di un’aerostazione italiana e promette di far vivere un’esperienza autentica, sostenibile e fuori dall’ordinario a coloro che vorranno provarla. Si chiama NextBG e mette a disposizione nello scalo bergamasco (che negli ultimi mesi si è rifatto il look) 25 e-bike di ultima generazione, tra cui modelli e-MTB premium dotati di numerosi comfort e disponibili in diverse varianti.

Ma il vero punto forte di questa novità è la proposta cicloturistica: oltre a noleggiare la bici a pedalata assistita (perciò adatta a tutti), si possono vivere alcune esperienze guidate con tour speciali che fanno scoprire le bellezze del territorio. Alcuni esempi? La gita a Città Alta di 4 ore comprensiva di guida cicloturistica, o da mezza giornata che include il pranzo tipico bergamasco, oppure la pedalata guidata tra le vigne del Moscato di Scanzo o fino al Castello di Malpaga, con opzione visita guidata, degustazione e pranzo. Nuove esperienze saranno aggiunte nelle prossime settimane.

Un’occasione perfetta per unire il viaggio all’attività fisica all’aria aperta, esplorando in modo più autentico e sostenibile Bergamo e i suoi paesaggi.

Partire in e-bike dall'aeroporto di Milano Bergamo
Ufficio Stampa
Partire in e-bike dall’aeroporto di Milano Bergamo

Perché Milano Bergamo è il primo scalo bike friendly

La novità del noleggio bici elettriche in aeroporto si inserisce nel più ampio progetto che vede lo scalo di Orio al Serio come protagonista di una vera e propria rivoluzione legata alla mobilità sostenibile già messa in atto, che ha portato all’ottenimento nel 2021 della Certificazione Cycle Friendly Employers, e nel 2024 al raggiungimento del livello Gold per la mobilità sostenibile.

L’obiettivo è semplice: fare in modo che la bicicletta diventi parte integrante dell’esperienza di viaggio. Non solo per i dipendenti dell’aeroporto, ma anche per i passeggeri che arrivano a Bergamo e desiderano continuare a esplorare il territorio in modo sostenibile, combinando diversi mezzi di trasporto senza rinunciare alla libertà di muoversi su due ruote.

Innanzitutto, all’interno del terminal è stato predisposto un percorso dedicato per i passeggeri che viaggiano con la propria bicicletta, realizzando una Bike Room attrezzata con tutto il necessario per il montaggio e la manutenzione.

Inoltre, dal terminal si può accedere alla ciclovia che costeggia l’intero perimetro aeroportuale e che collega lo scalo alla città di Bergamo e alle principali direttrici nazionali e internazionali, rendendo possibile un viaggio su due ruote sicuro e comodo: si può raggiungere quindi la Ciclovia Bergamo-Brescia, inaugurata in occasione della Capitale Italiana della Cultura 2023, la Ciclovia Musica nel Vento, la Ciclovia AIDA e la Ciclovia del Sole.

Presto Orio al Serio beneficerà anche della nuova connessione ferroviaria, che darà un ulteriore impulso alla mobilità: in questo modo i turisti che raggiungono lo scalo in treno potranno scegliere di noleggiare una bici per scoprire i borghi e le tradizioni gastronomiche del territorio.

Gili Trawangan, l’isola ribelle dell’Indonesia completamente priva di mezzi a motore

19 mai 2026 à 19:00

L’arcipelago delle Gili, in Indonesia, si palesa come una triade di granelli di polvere vulcanica adagiati nel Mare di Bali, a breve distanza dalla costa nord-occidentale di Lombok. Tra queste tre gemelle, Trawangan occupa il ruolo di sorella maggiore, sebbene misuri appena 3 chilometri di lunghezza per 2 di larghezza. E dopo aeroporti, imbarchi, porti trafficati, motoscafi veloci e una linea di costa che lentamente si avvicina, si presenta con un lungo pontile in legno e cemento che si protende su un mare color giada, qualche ragazzo a piedi nudi che aspetta amici appena sbarcati, biciclette appoggiate senza catene e cavallini bassi dal passo paziente che trascinano piccoli carretti chiamati cidomo.

Poi, piano piano, ci si rende conto che rispetto ad altre località del Paese qui non c’è alcun rumore di scooter, ma nemmeno di automobili con il loro fastidiosi clacson. Spesso abbreviata in Gili T, è conosciuta anche come “Party Island” e, a essere del tutto onesti, è un’etichetta meritata solo in parte: la costa orientale vive fino all’alba tra cocktail bar, dj set, reggae, musica elettronica e falò; l’interno si muove tra sentieri sabbiosi, piccoli orti familiari, galli che beccano il terreno e bambini spettinati impegnati in partite improvvisate.

Il Parco Sirente Velino ridisegna l’esperienza di visita collegando 22 borghi e 300 km di ciclovie

Par : losiangelica
14 mai 2026 à 14:00

L’Abruzzo è una meta meravigliosa che ha tanto da regalare a chi vuole scoprirla davvero; a meno di 100 chilometri da Roma imperdibile il Parco Naturale regionale Sirente Velino che sta costruendo qualcosa che in pochi altri posti d’Italia sono riusciti a fare: un modello di turismo lento radicato nel territorio e certificato a livello europeo.

Il Parco Sirente Velino da visitare

140.000 ettari di natura protetta, 22 borghi e un reticolo di sentieri che supera i 460 chilometri di cui 300 di ciclovie ricavate dal recupero di strade bianche e tracciati montani già esistenti. Nel 2024 il Parco dell’Abruzzo ha ottenuto il riconoscimento di Parco Europeo dei Borghi del Respiro, primo ente in Europa a fregiarsi di questo titolo. Si aggiunge all’adesione alla Carta Europea del Turismo Sostenibile, uno strumento volontario che impegna le aree protette in un piano quinquennale condiviso con gli operatori locali. Il risultato, qui, è una rete di oltre 23 realtà turistiche certificate che lavorano in sinergia con l’ente.

Il percorso nel Parco Sirente Velino in Abruzzo
Ufficio Stampa
Nel Parco Sirente Velino ben 300 km di ciclovie

Il Parco si divide in 3 anime principali e ciascuna merita una visita.

Area Marsicana

L’Area Marsicana, sul versante sud-occidentale, porta con sé il peso della storia: le rovine romane di Alba Fucens e il Castello Piccolomini di Celano sono riferimenti che vanno ben oltre i confini provinciali. È un’archeologia che non ha bisogno di scenografie: la pietra parla da sola, in mezzo a un paesaggio che non ha perso la sua misura.

Altopiano delle Rocche

Salendo, ci si trova sull’Altopiano delle Rocche dove vive il camoscio appenninico, che si incontra il Lago del Sirente e che le faggete di alta quota creano quel microclima particolare su cui si sta costruendo anche un’offerta di turismo medicale. L’aria di questi boschi non è solo un’immagine poetica: ha proprietà riconosciute, e in Europa il segmento del medical tourism legato alle foreste sta crescendo in modo significativo.

Valle Subequana

La Valle Subequana, invece, è forse la più sorprendente. Colpita dal sisma del 2009, ha usato la ricostruzione come occasione per ripensare l’accoglienza. Le Grotte di Stiffe, i borghi risorti, un tessuto di comunità che non ha abbandonato i luoghi ma li ha reinventati. È una resilienza concreta, non retorica.

Tutto il territorio è attraversato da fauna che altrove avete smesso di sperare di incontrare: orso bruno marsicano, lupo appenninico, cervo, aquila reale. Non come attrazione turistica gestita, ma come presenza reale in un ecosistema che funziona.

I sentieri e il turismo lento

3 cammini storici vi aspettano, ognuno con una propria storia da raccontare. Il Cammino di San Francesco, il Cammino di San Tommaso e il Grande Cammino di Celestino, quest’ultimo articolato in quattro tappe per circa novanta chilometri, con tratti pensati anche per chi ha mobilità ridotta.

Per chi si muove in bicicletta, i 300 chilometri di ciclovie integrate nel paesaggio permettono di attraversare il territorio senza mai perdere il contatto con l’ambiente circostante.

Il presidente del Parco Francesco D’Amore ha dichiarato di non voler inseguire modelli altrui: “Il Parco Sirente Velino non ha bisogno di imitare nessuno. Custodisce una biodiversità certificata a livello europeo e un patrimonio culturale millenario. Il nostro impegno è far sì che tutto questo diventi un vantaggio competitivo reale.”

I 22 borghi collegati

Il progetto coinvolge i borghi Abruzzesi di Acciano, Aielli, Castel di Ieri, Castelvecchio Subequo, Celano, Cerchio, Collarmele, Fagnano Alto, Fontecchio, Gagliano Aterno, Goriano Sicoli, magliano de’ Marsi, Massa d’Albe, Molina Aterno, Ocre, Ovindoli, Pescina, Rocca di Cmabio , Rocca di Mezzo, San Demetrio Né Vestini, Secinaro e Tione degli Abruzzi, tutti fanno parte della provincia dell’Aquila.

Alle Cinque Terre arriva il Sentiero Uno: un itinerario meraviglioso per combattere l’overtourism

Par : losiangelica
6 mai 2026 à 07:30

Le Cinque Terre sono un luogo meraviglioso e forse uno dei simboli più conosciuti della Liguria, anche all’estero. Oltre alle gite in barca e all’esplorazione dei borghi, però, c’è un modo di scoprire il territorio attraverso il trekking. Il Sito UNESCO sta provando a cambiare proponendo una soluzione contro l’overtourism a ritmo lento con il nuovo Sentiero Uno. L’obiettivo? Allontanare dai centri dei borghi e dal mare andando verso l’alto, attraverso un percorso che collega l’intero territorio da crinale a crinale.

Ufficialmente finanziato dal ministero del Turismo, è una delle novità del 2026.

Ciclovia dell’Adige in primavera, da Resia al Lago di Garda tra vigneti e Alpi

2 mai 2026 à 14:00

L’Adige è il secondo fiume più lungo d’Italia, con oltre 400 chilometri di corso. Nasce, per l’appunto, in Alto Adige, nei pressi del Passo di Resia. Poi, scende verso il mare Adriatico attraversando la Val Venosta, Merano e Bolzano, il Trentino, Verona, fino alla foce nei pressi di Rosolina Mare, in provincia di Rovigo.

Da alcuni anni la prima parte del suo corso è affiancata da una scenografica e curata pista ciclabile lunga quasi 300 chilometri: la Ciclovia dell’Adige, che dal Passo di Resia al Lago di Garda accompagna i visitatori a scoprire un territorio sensazionale. La pista rientra nel grande progetto europeo EuroVelo 7, noto anche come Ciclopista del Sole, e propone un percorso in gran parte asfaltato, ben segnalato e quasi interamente in discesa, che lo rende adatto anche a ciclisti non allenati o a famiglie con bambini grandi. Maggio è il momento ideale per affrontare l’itinerario: le temperature sono miti, le folle estive ancora lontane e il paesaggio è letteralmente in fiore.

La Ciclovia dell’Adige: itinerario e caratteristiche

Il percorso completo della Ciclovia dell’Adige da Resia al Lago di Garda misura 280 chilometri ed è percorribile in cinque o sei giorni a ritmo tranquillo, con tappe tra i 45 e i 60 chilometri al giorno.

In ogni caso, si tratta di un itinerario flessibile e adattabile alle proprie esigenze: chi ama soprattutto la parte sportiva dell’esperienza può puntare a completarla in tre tappe, mentre chi ama i ritmi lenti potrà prendersi ogni sosta possibile.

Inoltre, la presenza capillare della rete ferroviaria lungo tutto il tracciato permette di iniziare o concludere il viaggio in qualsiasi punto. I treni regionali consentono il trasporto delle biciclette, anche se nei mesi di maggiore affluenza è consigliabile verificare la disponibilità in anticipo.

ciclovia adige primavera
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La ciclovia costeggia il fiume e i frutteti altoatesini

Ulteriore punto a favore della flessibilità è la possibilità di trovare lungo tutto il percorso numerosi punti di noleggio bici, comprese le e-bikes, spesso situati vicino alle stazioni ferroviarie.

Infine, caratteristica cruciale della Ciclovia dell’Adige è la presenza dei cosiddetti bicigrill, gli autogrill dei ciclisti. Strutture di ristoro per rifocillarsi, rinfrescarsi e recuperare le energie prima di rimettersi in sella e affrontare il tratto successivo.

Primo parte: Alto Adige

Il punto di partenza della Ciclovia dell’Adige è fissato al Passo di Resia, oltre 1500 metri di quota, al confine italiano con l’Austria e la Svizzera, dove il fiume nasce. Praticamente appena saliti in sella si costeggia una delle attrazioni più note e scenografiche dell’avventura ciclistica: il Lago di Resia, con il campanile del sommerso paese di Curon che emerge solitario dalle acque chiare.

ciclovia adige primavera
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Il campanile di Curon emerge dal Lago di Resia

La storia che si cela sotto quella superficie è tutt’altro che romantica. Tra il 1947 e il 1950, la costruzione di una grande diga idroelettrica da parte della Montecatini unificò i due laghi naturali preesistenti e sommerse completamente il borgo di Curon Vecchia: 163 case, 523 ettari di terreno coltivato, l’intera vita di una comunità. Gli abitanti furono evacuati e i paesi di Curon e Resia ricostruiti più in alto. Dell’antico villaggio rimase visibile soltanto la torre campanaria della chiesa romanica di Santa Caterina d’Alessandria, risalente al 1357. È lì ancora oggi, a 1498 metri di quota, che svetta dall’acqua.

Questa prima parte del percorso, nota anche come percorso a sé stante con il nome di Ciclovia della Val Venosta, è in sostanziale discesa. Per arrivare fino a Merano si coprono circa 80 chilometri con un dislivello negativo di quasi mille metri.

La Val Venosta, stretta tra le montagne e che si giova di un clima particolarmente secco, è storicamente una terra di frutteti. In primavera, i meleti in fiore che costeggiano il percorso offrono uno spettacolo bianco e rosa, che ben si accosta alle cime ancora innevate delle Alpi sullo sfondo.

Tra le tappe da non perdere in questo tratto c’è Glorenza (Glurns in tedesco), una delle città murate meglio conservate dell’Alto Adige, con le sue torri medievali e i vicoli caratteristici.

ciclovia adige primaveraIl centro di Glorenza

La parte altoatesina della Ciclovia dell’Adige prosegue poi toccando Merano e Bolzano. La prima delle due città, adagiata nel suo bacino coronato dalle montagne, ha un microclima talmente mite da permettere la fioritura di palme e cipressi. Merano è stata per secoli la meta prediletta dell’aristocrazia asburgica in cerca di cura e riposo. Le terme di Merano portano avanti tale tradizione: per il ciclista che ha le gambe stanche, un pomeriggio tra le acque termali è il modo perfetto per ricaricarsi prima di ripartire verso Bolzano.

Il tratto tra Merano e Bolzano è lungo una trentina di chilometri, quasi pianeggiante, immerso in una distesa continua di meleti e vigneti. Bolzano, con i suoi castelli e i campanili delle sue chiese, è la città bilingue per eccellenza, dove l’anima italiana e quella tirolese convivono.

Seconda parte: Trentino

Superato il confine con il Trentino, il paesaggio cambia ancora. Scenari aperti riempiono lo sguardo, mentre i tanti castelli punteggiano le alture circostanti, dominando il territorio, come fanno, a titolo di esempio, il Castello del Buonconsiglio a Trento o Castel Sabbionara ad Avio. Di fianco alla pista ciclabile il placido corso del fiume si adagia in un letto più ampio, rallentando la sua corsa.

Il tratto trentino del percorso è lungo un centinaio di chilometri, passando più volte da una sponda all’altra dell’Adige.

La città di Trento merita di prendersi una pausa. Il centro storico, con il Duomo e la Fontana del Nettuno, è uno dei meglio conservati del nordest italiano. Il MUSE, il museo delle scienze progettato da Renzo Piano e inaugurato nel 2013, è una tappa imperdibile e particolarmente raccomandato per chi viaggia con bambini.

Da Trento, il percorso scende verso Rovereto, la città che ospita il MART, il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, uno dei più visitati d’Italia.

Arrivo: il Lago di Garda e le altre destinazioni

Da Rovereto si possono compiere diverse scelte. Per chi ha l’obiettivo di arrivare sulle sponde del Lago di Garda, si piega verso ovest, imboccando la via ciclabile Adige-Garda che connette la città del MART a Riva del Garda, all’estremo settentrionale del lago.

Gli ultimi chilometri prima di Riva del Garda sono tra i più scenografici. La ciclabile scende dalla diga di Mori e si inerpica lungo il percorso di una ex ferrovia, attraverso la Vallagarina, con le prime vedute sul lago che compaiono improvvisamente tra le fronde degli alberi. Quando finalmente il Lago di Garda si apre davanti agli occhi, è difficile non fermarsi per scattare una foto ricordo.

Tanti cicloturisti, invece, preferiscono dirigersi verso sud e oltrepassare Ala e Avio, entrare in Veneto e proseguire fino a raggiungere Verona, individuata come meta ultima. Vi si arriva dalla frazione di Chievo, attraversando un’ultima volta l’Adige sull’affascinante ponte-diga che lì si trova.

ciclovia adige primavera
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Il ponte diga del Chievo, alle porte di Verona

Un’ultima possibilità, per chi vuole aggiungere ancora un bel numero di chilometri in sella all’itinerario, è quello di proseguire fino alla foce dell’Adige, a Rosolina, in provincia di Rovigo. Si passa così da Cologna Veneta a Legnago, quindi si attraversano Badia Polesine, Rovigo, Cavarzere. Si tratta di una lunga, piacevole conclusione pianeggiante, passando in mezzo a campi coltivati e campagna agricola, uno scenario completamente diverso dai picchi alpini da cui si era partiti, ma altrettanto affascinante.

Olib, l’isola piatta che sorprende con sabbie rare nell’Adriatico e silenzi assoluti

2 mai 2026 à 13:00

Quasi completamente assente nei racconti turistici più diffusi, Olib (o Ulbo) è un’isola della Croazia che resta defilata rispetto alle rotte più battute del Paese. Si trova nel tratto di mare tra Zara e il Quarnaro, distesa, allungata da nord a sud e quasi senza rilievi. Vi basti pensare che il punto più alto, Kalac, raggiunge appena 74 metri e, soprattutto, sfoggia linee morbide, fondali chiari e spiagge sabbiose. Una presenza piuttosto rara lungo l’Adriatico croato, tendenzialmente dominato da rocce e ciottoli.

Chiamata anche “Regina adriatica delle spiagge di sabbia“, vanta acque che restano basse per metri e metri e che sono anche calde, accoglienti e quasi ferme. Nel suo territorio, tra l’altro, c’è un solo centro abitato con lo stesso nome dell’isola, che raccoglie poche centinaia di residenti. In sostanza qui non c’è traffico e si gira a piedi, in bicicletta o talvolta su piccoli mezzi elettrici.

Il silenzio pesa ma in senso positivo, perché si avverte nelle ore centrali del giorno e ancora di più al tramonto, quando il sole scende libero verso ovest senza ostacoli.

Cosa vedere a Olib

Chi arriva in questa perla della Croazia ha un obiettivo piuttosto chiaro: cercare qualcosa di diverso rispetto alle mete più celebri della costa locale, ovvero una sorta di un insieme di dettagli che costruiscono un’esperienza coerente fatta di luce, acqua e tracce del passato.

Il villaggio di Olib

Unico centro abitato di quest’isola della Dalmazia, è affacciato sul lato occidentale ed è un susseguirsi di case basse, strade semplici e un piccolo porto. L’atmosfera richiama un Mediterraneo essenziale, ben distante dalle trasformazioni turistiche più invasive. Il momento più bello, però, è forse il calar del sole, perché qui si gode di una luce piena, diretta e che trasforma il cielo in uno spettacolo continuo.

Torre Kaštel

All’ingresso del porto, la Torre Kaštel risale al XVI secolo e racconta un periodo turbolento di questa terra preziosa. Costruita come difesa contro incursioni piratesche, domina ancora l’accesso al paese. Con un struttura semplice ma massiccia, rappresenta uno dei pochi elementi architettonici di rilievo visivo immediato.

Chiesa di Sant’Anastasia

La chiesa parrocchiale, intitolata a Sant’Anastasia, custodisce un patrimonio poco noto ma significativo. Al suo interno, infatti, sono custoditi i codici glagolitici che testimoniano una tradizione culturale radicata legata a una delle più antiche scritture slave. L’edificio attuale deriva da restauri successivi, ma mantiene un forte valore identitario.

Baia di Banjve e resti antichi

Nella baia di Banjve affiorano tracce di un insediamento romano e i resti della chiesa di San Paolo con un antico monastero abbandonato nel XIII secolo. Pietre sparse, muri incompleti e segni che richiedono attenzione per essere letti.

I muretti a secco

Olib è impreziosita da muretti a secco, costruzioni artigianali che delimitano i campi di olivi e i pascoli. Il fatto curioso è che formano un labirinto di pietra che percorre l’intero territorio.

Realizzati senza l’uso di malta, rappresentano un esempio di ingegneria rurale tradizionale, legata alla tecnica dei muretti a secco diffusa nel Mediterraneo. Passeggiare lungo tali confini permette di apprezzare la fatica degli antichi contadini che modellarono il paesaggio con le proprie mani.

Le spiagge più belle di Olib

Ve lo abbiamo detto: sorprendentemente per le coste e le isole croate, qui a dominare è soprattutto sabbia morbida e candida. Non a caso, per molti le spiagge dell’isola costituiscono il vero motivo del viaggio (anche perché la varietà è sorprendente per un territorio così compatto). Tra le più suggestive segnaliamo:

  • Cala Slatinica: si trova sul lato orientale e rappresenta l’immagine più iconica di Olib. La sabbia è chiara sotto i piedi, l’acqua bassissima e con trasparenze che cambiano colore con la profondità. Da qui lo sguardo si allunga verso l’Isola di Pag e, più lontano, in direzione della catena del Velebit che disegna un profilo netto all’orizzonte.
  • Slatine: ampia e tranquilla, si caratterizza per la presenza di sabbia fine e ingresso dolce in mare, al punto da rivelarsi perfetta per soste lunghe e relax totale
  • Banjve: da queste parti l’atmosfera è più selvaggia e c’è un’alternanza tra sabbia e roccia, con resti antichi nei dintorni che aggiungono fascino al paesaggio
  • Calette nascoste dell’isola: sparse lungo la costa, sono spesso raggiungibili via mare o tramite sentieri e offrono scorci intimi e mare limpidissimo lontano da tutto.
  • Le lagune sabbiose del sud: una sequenza di piccole baie che crea un sistema naturale di grande fascino. Fondali sabbiosi, acqua trasparente e protezione dai venti. Certo, gli spazi sono ridotti ma allo stesso tempo ottimali per chi desidera isolamento.

Dove si trova e come arrivare

L’affascinanti Isola di Olib si colloca nella parte nord-occidentale dell’arcipelago di Zara, tra l’Isola di Silba e quella di Premuda, in una zona di transizione tra Dalmazia e Quarnaro. Dista circa 25 miglia nautiche da Zara, posizione che la mantiene lontana dalle rotte più affollate. Il collegamento principale avviene via mare. A disposizione devi visitatori ci sono infatti traghetti di linea che partono da Zara con percorrenza intorno alle 2 ore, spesso con fermate intermedie nelle isole vicine.

Esiste anche un servizio di catamarano più rapido, circa 1 ora di viaggio, utilizzato soprattutto nei mesi estivi. Un’altra opzione collega Olib a Mali Lošinj, ampliando le possibilità di spostamento tra le isole dell’area. In zona non esistono infrastrutture per auto, al punto che l’accesso avviene esclusivamente a piedi o con piccoli mezzi locali.

Chi naviga trova un punto di riferimento utile: le baie attorno a Olib offrono riparo naturale grazie alla presenza di isolotti e bassi fondali sabbiosi che garantiscono buona tenuta all’ancora. Raggiungere questo magico angolo dell’Adriatico richiede un minimo di organizzazione ma, una volta arrivati, quel piccolo sforzo acquista senso.

E il motivo è da ritrovare nel fatto che quest’isola restituisce qualcosa che altrove si è perso da tempo, ovvero una dimensione semplice, concreta e quasi fuori scala rispetto al resto della costa adriatica.

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