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Aujourd’hui — 18 février 2026SiViaggia

I sentieri scavati nel tufo della Valle dei Piccioni, per riscoprire il legame ancestrale tra l’uomo e i volatili

17 février 2026 à 18:30

Nel cuore pulsante della Turchia, in quel triangolo magico chiamato Cappadocia, si apre una fenditura lunga oltre 4 chilometri che i locali identificano come Güverçinlik Vadisi. Con il nome Valle dei Piccioni in italiano, è un paesaggio piuttosto surreale che nasce da un’antica violenza geologica: le eruzioni dei vulcani anatolici, tra cui l’Erciyes, hanno depositato strati di ignimbrite e cenere compressa. Il tempo, poi, ha fatto il resto scavando un canyon profondo quasi 100 metri, con pareti friabili che l’uomo ha imparato a modellare.

Una gola che unisce Uçhisar alla vivace Göreme e che rappresenta un museo a cielo aperto di ingegneria rurale ma, alle volte, sottovalutata dai viaggiatori. Mentre i turisti solitamente osservano i Camini delle Fate dall’alto dei cesti di vimini delle mongolfiere, non si rendono conto che il vero spirito della regione risiede nel fango secco dei sentieri che solcano il fondovalle che risulta bucherellato da centinai di finestrelle rettangolari, lì a testimoniare un’alleanza millenaria tra gli agricoltori e i pennuti.

Questo particolare nome si deve proprio da una pratica iniziata almeno nel IX secolo e legata agli stessi volatili. Gli abitanti, tra cui comunità cristiane rifugiate in questa zona per sfuggire alle persecuzioni, scavarono nicchie regolari nelle pareti per attirarli. Il guano, raccolto con cura, veniva sparso nei vigneti. Su questo suolo vulcanico povero di azoto, quel fertilizzante naturale trasformò campi aridi in filari produttivi e i loro escrementi, mescolati a pigmenti e leganti, contribuivano anche a intensificare i colori degli affreschi nelle chiese scavate nella roccia.

Cosa vedere e fare nella Valle dei Piccioni

Si abbandona il rumore dei pullman per ritrovare il silenzio, per poi essere al cospetto di una valle che si presenta tortuosa e ricca di vegetazione spontanea, sfidando l’aridità circostante. Limitarsi a scattare una fotografia dal punto panoramico è un spreco, perché dedicandosi al sentiero si scopre una trama più complessa, piena di architettura rurale, resti di rifugi sotterranei e dettagli che testimoniano secoli di vita.

Le colombaie rupestri

Tantissime piccole finestre quadrate o ovali, allineate con una precisione sorprendente, impreziosiscono le pareti del canyon. Sono decorate con motivi geometrici bianchi e rossi e per un motivo alquanto utile: servivano ad attirare gli uccelli verso i nidi artificiali.

Allo stesso tempo, alcuni ingressi delle cavità mostrano residui di intonaco lucido, una tecnica studiata per impedire ai predatori, specialmente alle volpi e ai rettili, di arrampicarsi all’interno (sì, proprio per proteggere le migliaia di volatili).

Il sentiero tra Uçhisar e Göreme

Ci vuole all’incirca un’oretta a passo lento. Partendo da Uçhisar si procede in lieve discesa sul letto di un torrente stagionale che costeggia orti, vigneti e alberi di fico.

A metà strada affiora un piccolo rifugio sotterraneo, noto come Tığraz Underground Refuge. Non è esteso quanto le celebri città ipogee della Cappadocia, ma riesce comunque a testimoniare la necessità di protezione in epoche instabili. Poco distante si distinguono i resti di un mulino per il bulgur, memoria di un’economia contadina basata su cereali e trasformazioni manuali.

Il belvedere e l’Albero del Malocchio

Sul margine della strada che scende da Uçhisar verso Göreme, risiede un punto panoramico che attira gruppi e venditori di souvenir. Ma del resto qui sorge un albero carico di amuleti blu contro il malocchio, chiamati nazar. La tradizione di appendere strisce di tessuto ai rami risale alle comunità greche presenti prima dello scambio di popolazioni del 1924 tra Grecia e Turchia. Dopo quell’anno, nuovi abitanti continuarono il gesto.

Le perline turchesi riflettono la luce e mettono in scena un contrasto acceso con il beige delle ignimbriti. Sullo sfondo, il castello di Uçhisar domina la scena con la sua straordinaria architettura antica.

Albero del Malocchio, Cappadocia
iStock
L’Albero del Malocchio e sullo sfondo Uçhisar

La chiese sotterranee della Valle dei Piccioni

Lungo le pareti laterali, e osservando con notevole attenzione, non è difficile incontrare piccole cavità scavate nella roccia, alcune delle quali possiedono semplici croci incise o tracce di pittura ormai sbiadita.

Le grandi chiese rupestri come quelle del Museo all’Aperto di Göreme sono tutta un’altra cosa, ma questi ambienti essenziali hanno comunque un enorme fascino e soprattutto sono la traccia tangibile della presenza monastica diffusa nella regione tra epoca tardoantica e bizantina.

Uçhisar e la sua architettura scavata

Prima o dopo l’escursione vale la pena esplorare Uçhisar, posto in cui le case tradizionali si integrano nella roccia, con facciate in pietra calcarea e interni scavati. Molte dimore sono state restaurate e trasformate in boutique hotel, segno di un turismo che investe capitale e modifica il tessuto urbano.

Salire fino alla sommità del castello aiuta a leggere la geografia circostante. Da lassù, tra le altre cose, si distinguono le Valli Rosa e Rossa verso est e l’ampio altopiano che circonda Göreme.

Come arrivare e quando andare

L’affascinante Valle dei Piccioni si trova in Anatolia e questo vuol dire che per raggiungerla è necessario un volo verso l’aeroporto di Kayseri o quello di Nevşehir, seguiti da un breve trasferimento su strada. La zona presenta due accessi principali: uno situato ai piedi del castello di Uçhisar e l’altro nei pressi del centro abitato di Göreme. Il percorso è prevalentemente in discesa partendo da Uçhisar, rendendo la traversata meno faticosa e permettendo di godere della prospettiva migliore sui rilievi.

Il calendario ideale per questa esperienza coincide con i mesi di maggio e settembre. Durante la primavera, la vegetazione esplode in un verde smeraldo che contrasta col giallo della pietra, mentre l’autunno si distingue per le sue temperature miti e cieli di un blu cobalto profondissimo.

Valle dei Piccioni, Cappadocia
iStock
Formazioni rocciose della Valle dei Piccioni

L’inverno trasforma il paesaggio in un quadro monocromatico ricoperto di neve, offrendo un silenzio spettrale ma rendendo i sentieri scivolosi e difficili da interpretare. L’estate, al contrario, colpisce con un calore secco che impone di iniziare il cammino alle prime luci dell’alba, quando le ombre sono ancora lunghe e i turisti dormono nelle loro stanze sotterranee.

Portare con sé scarpe con suola scolpita aiuta a gestire i tratti di sabbia vulcanica che rendono il terreno instabile, mentre una bella borraccia d’acqua fresca rimane il miglior alleato contro l’arsura dell’altopiano.

Hier — 17 février 2026SiViaggia

Koh Nang Yuan, l’arcipelago a tre gocce tra coralli antichi e rocce scolpite dal vento

17 février 2026 à 17:30

Non una sola isola paradisiaca ma ben tre, e tutte collegate da una lingua sabbiosa a forma di Y. È un sogno? No, è la pura meraviglia di Koh Nang Yuan, microscopico arcipelago thailandese che, grazie alla presenza di questo tombolo, rappresenta un miracolo geomorfologico. Vi basti pensare che questa sua struttura contribuisce a creare baie naturalmente riparate, con bacini d’acqua turchese spesso calmi e trasparenti

Ma ovviamente non è tutto, perché anche se stiamo parlando di una superficie ridotta, qui c’è una concentra varietà geografica sorprendente, fatta di colline granitiche rivestite di vegetazione tropicale, scogliere modellate dal monsone di nord-est e barriere coralline che si estendono a pochi metri dalla riva.

Un luogo puro, eccezionale e soprattutto da proteggere in ogni angolo, tanto che l’accesso prevede una tassa di manutenzione che contribuisce alla pulizia e alla tutela ambientale: questo fazzoletto di mondo vive sotto una gestione privata che ne preserva l’ecosistema con regole ferree. Qui non entra plastica monouso e l’uso delle pinne nelle aree di snorkeling dalla riva è fortemente scoraggiato.

Cosa vedere e fare (oltre la sabbia) a Koh Nang Yuan

Al giorno d’oggi appare impossibile crederci vista la totale meraviglia di questo posto della Thailandia, ma per anni Koh Nang Yuan non l’ha praticamente considerato nessuno: è rimasto semplicemente un insieme di isolotti secondari frequentati esclusivamente da pescatori e barche di passaggio. Ma solo fino agli anni Ottanta, quando l’arrivo dei primi subacquei attratti dai fondali trasformò questo paradiso remoto in una capitale dell’immersione a costi accessibili.

L’arcipelago si esplora in poche ore, ma chi arriva si rende conto che è in grado di offrire esperienze che vanno oltre la semplice sosta balneare e che la giornata scorre con una naturalezza emozionante.

Belvedere delle tre isole

Servono circa 15 minuti di fatica attraverso un sentiero fatto di gradini di cemento irregolari e massi che il tempo continua a modellare, ma l’arrivo al Belvedere che sale verso la quota più elevata fa immediatamente dimenticare lo sforzo compiuto. Da lassù, infatti, si vedono benissimo i tre profili rotondi delle isole che rivelano persino una perfetta simmetria della striscia di sabbia che le unisce.

Un raro esempio di tombolo triplo in ambiente tropicale, quindi una sorta di prodigio della natura. Le fotografie diffuse in rete (comprese quelle che vedete qui), nascono proprio su questa terrazza naturale. Ma nulla prepara a ciò che gli occhi osservano veramente, perché il contrasto tra bianco, verde e blu possiede una profondità che nessun filtro restituisce.

Il belvedere di Koh Nang Yuan
iStock
La vista dal belvedere di Koh Nang Yuan

Il Giardino Giapponese

Non parliamo di un giardino terreste, ma di un angolo preziosissimo per subacquei e snorkeler: il nome richiama la disposizione armoniosa dei coralli che ricorda un prato sommerso curato con la tipica pazienza nipponica. Sono dunque necessari maschera e boccaglio per il Giardino Giapponese, ma grazie a essi si posa lo sguardo su coralli duri a forma di tavola che si alternano a strutture ramificate, pesci pappagallo, pesci farfalla, piccoli angelo e occasionali cernie.

Twin Pinnacles e Green Rock

A poche bracciate dalla riva, celati sotto lo specchio d’acqua, si trovano i siti di Twin Pinnacles e Green Rock, ovvero delle formazioni rocciose sommerse che risalgono verso la superficie, dando vita a un labirinto di pinnacoli dove la vita marina esplode in ogni anfratto: le pareti ospitano spugne, ventagli di gorgonie e nuvole di pesci vetro.

Green Rock regala anche piccole grotte e passaggi tra i massi, scenario molto amato dai sub più esperti. L’area rientra infatti tra i siti iconici del Golfo e rappresenta uno dei motivi per cui la vicinissima (e altrettanto magnifica) Koh Tao ha acquisito fama internazionale nel settore diving.

Le spiagge più belle di Koh Nang Yuan

La particolare configurazione a tombolo è senza dubbio il tratto distintivo di Koh Nang Yuan. In primo luogo perché dà vita a due baie interne e tratti esterni più esposti, con le maree che modificano l’ampiezza della lingua centrale durante il corso della giornata (sì, avete capito bene: non si è mai di fronte alla stessa cosa).

In secondo luogo perché da queste parti la sabbia possiede una consistenza quasi impalpabile, frutto della frantumazione millenaria di coralli e conchiglie.

  • Spiaggia centrale sul tombolo: è la cartolina per eccellenza. Sabbia finissima quasi abbagliante, fondale digradante e acqua poco profonda per diversi metri. Nei momenti di bassa affluenza il silenzio viene rotto soltanto dallo sciabordio leggero contro la riva.
  • Baia occidentale: protetta dai venti prevalenti, sfoggia acqua calma e limpida. I colori variano dal verde chiaro al blu cobalto verso il largo, mentre le boe delimitano l’area balneabile per tenere lontane le imbarcazioni.
  • Baia orientale: più vicina ai punti d’accesso per lo snorkeling, combina sabbia e tratti rocciosi. Qui si avverte la vicinanza della barriera corallina, con pesci visibili già a pochi passi dalla riva.

Come arrivare e info utili

La prima cosa che c’è da sapere è che Koh Nang Yuan non è sempre accessibile, in quanto segue degli orari di apertura e chiusura (vi ricordiamo anche che è previsto il pagamento di una tassa ambientale). Le “porte” vengono spalancate al pubblico tra la mattina e il tardo pomeriggio, ma occorre essere consapevoli che l’afflusso aumenta dalle 9:30 fino alle prime ore del pomeriggio. Per chi desidera maggiore tranquillità, il consiglio è quello di puntare alle prime partenze o restare fino a ridosso della chiusura. Se invece si vuole soggiornare, a disposizione c’è un unico hotel.

Nang Yuan dista circa 10 minuti di navigazione dalla costa occidentale di Koh Tao e ci si arriva salendo a bordo delle tipiche barche a coda lunga thailandesi che partono dalle spiagge principali e dal molo di Mae Haad. Il costo varia in base alla stagione e alla capacità di negoziazione. In alternativa numerosi tour di snorkeling includono la sosta sull’isola.

La stagione più stabile si estende da gennaio ad agosto, con mare spesso calmo e visibilità subacquea che può raggiungere i 40 metri nei periodi migliori. Tra settembre e ottobre le piogge si intensificano, anche se l’arcipelago rimane meno esposto rispetto ad altre zone del Paese. Da novembre a dicembre i venti di nord-est possono increspare la superficie e ridurre la trasparenza dell’acqua.

All’Isola d’Elba tornano le escursioni lungo la Via dell’Essenza: trekking tra mare e macchia mediterranea

17 février 2026 à 16:30

Tra mare, profumi mediterranei e panorami spettacolari, l’Isola d’Elba torna a far parlare di sé già prima della bella stagione e invita i camminatori a riscoprire i suoi tesori naturali con le escursioni guidate lungo la Via dell’Essenza. Non solo mare insomma: il percorso, lungo circa 67 km e sviluppato attorno al massiccio del Monte Capanne, unisce natura, cultura e paesaggio, trasformando il trekking in un’esperienza sensoriale completa.

Il progetto, promosso dal Parco Nazionale Arcipelago Toscano insieme alla Fondazione Acqua dell’Elba, punta a valorizzare il territorio isolano in modo sostenibile e responsabile, offrendo agli appassionati camminatori percorsi gratuiti su prenotazione durante i mesi meno turistici.

La Via dell’Essenza, tra natura e cultura

Il progetto della Via dell’Essenza permette di scoprire l’Elba attraverso la macchia mediterranea e le sue essenze spontanee: erica, ginepro, lentisco, cisto, leccio, rosmarino, lavanda e mirto diventano le guide di ogni tappa e inebriano i partecipanti al trekking. I camminatori, infatti, non solo ammirano il paesaggio, ma lo respirano: l’azzurro del mare, il verde intenso dei boschi, il grigio delle rocce granitiche e l’ocra dei sentieri antichi, insieme ai profumi balsamici e resinosi, creano un’esperienza immersiva unica.

Isola d'Elba, panorama
iStock
Panorama sui sentieri dell’Isola d’Elba

Il percorso è accessibile a diversi livelli di difficoltà, con itinerari più impegnativi per escursionisti esperti e anelli panoramici più leggeri per chi invece cerca e predilige un’esperienza più soft nel cuore dell’isola della Toscana. In alcune date, grazie alla collaborazione con Autolinee Toscane, è disponibile persino un servizio navetta gratuito per il rientro ai punti di partenza, fattore che contribuisce a promuovere una mobilità sostenibile e responsabile.

Eventi principali de La Via dell’Essenza

Come già accennato, il percorso di trekking, che abbraccia il massiccio del Monte Capanne, propone escursioni guidate capaci di unire paesaggio, storia e profumi della macchia mediterranea.

La via dei cisti, tratto Fetovaia Seccheto
Ph. Marchese
La via dei cisti, tratto Fetovaia-Seccheto

Si comincia il 21 febbraio con la Via dell’Erica, da Sant’Andrea a Colle d’Orano: quattro ore e mezza di cammino tra muretti a secco, corbezzoli e lecci, con scorci sul mare che si aprono verso Corsica e Capraia, fino al faro di Punta Polveraia e alla piccola spiaggetta di Patresi e Cala delle Buche. Al termine, un comodo bus AT dedicato riporta i partecipanti al punto di partenza.

Si prosegue il 28 marzo con la Via dei Ginepri, da Seccheto a Marina di Campo: sei ore di escursione impegnativa che conducono attraverso sentieri costieri, antichi terrazzamenti coltivati e boschi rigogliosi, regalando scorci panoramici sul mare e momenti di totale immersione nella natura.

L’11 aprile, l’attenzione si sposta invece sulla Via dei Cisti, un anello trekking tra Fetovaia e Seccheto, dove ginestre e mirti accompagnano il cammino fino alla zona della Sughera, regalando viste spettacolari sul golfo e sul paesaggio circostante.

Dopo la pausa estiva, a settembre si risale lungo la Via dei Lecci, partendo da Lacona fino alla Serra del Pero e ritorno: quattro ore di esplorazione immersi nelle leccete e nella cultura mediterranea, con approfondimenti sulla storia naturale dell’isola e sulle tradizioni locali.

Il 3 ottobre, invece, è la volta della Via dei Lentischi, da Marciana Marina a Sant’Andrea: cinque ore tra mulattiere, villaggi costieri e panorami mozzafiato, tra macchia mediterranea e boschi. Infine, il 17 ottobre, l’itinerario si chiude con l’anello sulla Via dei Rosmarini, da La Foce a Fonza e ritorno: un percorso più semplice, di circa tre ore, pianeggiante e immerso nei profumi dei rosmarini, che regala vedute incantevoli sul golfo di Marina di Campo.

Ogni escursione è gratuita, ma richiede prenotazione e solo alcune tappe includono il rientro con bus dedicato. Per maggiori info è consigliabile consultare il sito ufficiale.

Eclissi solare 2026: perché è la Spagna la destinazione migliore per osservarla

17 février 2026 à 15:30

Nel 2026 e nel 2027 il mondo potrà assistere a ben due eclissi solari, ma non tutti i luoghi sono uno spot perfetto per godersi lo spettacolo. Il 12 agosto 2026, però, la Penisola Iberica diventerà il centro del mondo: in quella data, una eclissi solare totale attraverserà il nord della Spagna e una piccola porzione del Portogallo, regalando uno degli spettacoli astronomici più attesi degli ultimi decenni.

Perché scegliere la Spagna

La traiettoria dell’eclissi solare di agosto 2026 attraverserà alcune delle regioni più affascinanti della Spagna. Il fenomeno inizierà in Galizia, proseguirà attraverso Asturie, León e Castiglia e León, per poi dirigersi verso il Mediterraneo. In alcune aree del nord, la totalità potrà durare fino a circa 1 minuto e 40 secondi: un tempo più che sufficiente per vivere l’esperienza nella sua pienezza.

Asturie, Spagna
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Un villaggio di pescatori nelle Asturie

Dal punto di vista pratico, la Spagna offre un mix di viaggio difficilmente replicabile: infrastrutture solide, aeroporti ben collegati con il resto d’Europa, una ricettività diffusa tra hotel boutique, agriturismi e grandi strutture, oltre a un clima generalmente favorevole ad agosto, soprattutto lungo la costa settentrionale.

Le autorità turistiche spagnole hanno già inserito l’eclissi tra gli eventi chiave del 2026, promuovendo pacchetti dedicati, aree di osservazione sicure e iniziative divulgative. Molte città stanno preparando festival tematici, eventi culturali e percorsi guidati che intrecciano scienza, tradizione e gastronomia locale. L’eclissi diventa così il fulcro di un viaggio più ampio, capace di unire contemplazione astronomica e scoperta del territorio.

Dove vedere l’eclissi in Spagna

Tra le mete più promettenti in Spagna, per assistere alla prima delle due grandi eclissi solari che ci aspettano (come l’altra nel 2027), spiccano città affacciate sull’Atlantico come Gijón e Oviedo, che uniscono paesaggi verdi, scogliere spettacolari e una tradizione gastronomica di grande carattere. Anche Santander si prepara a diventare uno dei punti di osservazione privilegiati, grazie alla sua posizione costiera e agli ampi spazi aperti.

Oviedo, capitale delle Asturie
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Piazza della Costituzione a Oviedo, nelle Asturie

La Galizia, con i suoi fari affacciati sull’oceano e i borghi marinari, offre scenari suggestivi dove assistere al progressivo spegnersi del Sole sopra l’Atlantico. Nelle aree interne di Castiglia e León, invece, la vastità degli altopiani garantisce cieli ampi e meno inquinamento luminoso, condizione ideale per un’osservazione nitida.

Il paesaggio suggestivo de La Coruña, in Spagna
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Il faro di La Coruña, in Galizia

Anche il Portogallo nord-orientale sarà toccato dalla totalità, mentre città come Lisbona e Porto vedranno un’eclissi parziale. Tuttavia, è la Spagna a concentrare la porzione più ampia e scenografica del fenomeno, rendendola la scelta strategica per chi desidera vivere l’evento nella sua massima intensità.

Per i Paesi interessati, dunque, l’eclissi del 2026 non è soltanto un appuntamento astronomico: è un acceleratore di turismo, praticamente un volano economico. Hotel, ristoranti e operatori locali si stanno preparando a un’affluenza straordinaria, con prenotazioni che iniziano già a muoversi con largo anticipo e persino le grandi navi da crociera non hanno tardato a ingegnarsi con pacchetti che prevedano il passaggio dai punti privilegiati per la data di agosto 2026.

Il Negev si tinge di rosso, la fioritura degli anemoni celebra 20 anni con il festival 2026

17 février 2026 à 14:30

Forse in molti non lo immaginerebbero mai, ma tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, il nord del Negev cambia volto e Israele profuma di fiori. Dove lo sguardo è abituato a inseguire orizzonti sabbiosi e tonalità ocra, a febbraio infatti si apre un sipario inatteso: distese di anemoni rossi ricoprono campi e radure tra il fiume Shikma e il fiume Besor, creando paesaggi di tappeti cremisi che sembrano quasi irreali.

È in questo scenario che prende vita il Darom Balev Festival, che nel 2026 celebra il suo ventesimo anniversario. In programma fino al 28 febbraio, il festival israeliano è diventato nel tempo un appuntamento identitario, capace di trasformare la fioritura in un racconto collettivo fatto di natura e scoperta del territorio.

Il Negev settentrionale, in queste settimane, si presenta dunque al viaggiatore come una destinazione sorprendente e diversa dal resto dell’anno: non solo per la potenza visiva dei campi in fiore, ma per l’atmosfera di festa e tradizioni che si respira tra vigneti, fattorie e kibbutz.

Gli anemoni del Negev e il Darom Balev Festival 2026

Campi in fiore, foreste, vigneti e siti culturali si aprono al pubblico con visite guidate, mercati agricoli, esperienze di auto-raccolta e degustazioni di cucina regionale. I kibbutz della zona accolgono i visitatori restituendo uno sguardo autentico sulla vita comunitaria del sud di Israele, mentre cantine locali e birrifici artigianali animano le giornate con assaggi e momenti conviviali. Questa è la cornice in cui si inserisce la splendida fioritura del Negev in Israele.

Anemoni rossi, Negev
Ph. Eyal Bribram
Gli anemoni rossi del Negev

Tra gli appuntamenti più attesi del Darom Balev Festival figura la tradizionale Marcia degli Anemoni organizzata dal KKL-JNF, con partenza dal Kibbutz Dorot. Due i percorsi proposti quest’anno: uno di 3,5 chilometri, pensato per le famiglie, e uno di 5 chilometri con un itinerario più esteso tra campi in fiore e paesaggi aperti. La marcia, svoltasi lo scorso 13 febbraio, ha confermato la forte partecipazione di pubblico, attratto dall’idea di vivere la fioritura camminando nel cuore del deserto. Ma gli eventi non finiscono qui.

Gli altri eventi del festival e la Corsa degli Anemoni

Il 20 febbraio 2026 sarà il momento della 12ª Corsa degli Anemoni, in programma nel Parco Sharsheret, nell’area del fiume Grar. Tre i percorsi competitivi (10 km, 5 km e 2,5 km) che si snodano tra foreste antiche, sorgenti naturali e distese di anemoni dal colore rosso acceso. Un evento che unisce sport e paesaggio, attirando runner e appassionati di outdoor in cerca di scenari fuori dall’ordinario.

Negev fiorito, Israele
Ph. Eyal Bribram
Sguardo sulle distese di fiori del Negev

Accanto agli eventi sportivi, il festival invita anche a rallentare e prendersi un attimo per ammirare il paesaggio in cui la manifestazione si svolge: aree picnic immerse nei campi fioriti, coffee cart disseminati lungo i percorsi, mercati locali dove acquistare prodotti del territorio per offrire al turista un’esperienza stagionale completa, capace di avvicinare i visitatori alla natura e alle comunità locali, restituendo un’immagine del Negev diversa da quella più conosciuta.

A vent’anni dalla sua nascita, il Darom Balev Festival si conferma dunque non solo come celebrazione della fioritura degli anemoni, ma come racconto tangibile di un territorio che, ogni anno, sceglie di mostrarsi nel suo momento più poetico, quello in cui l’inverno pian piano lascia il palcoscenico alla primavera.

Nel silenzio del deserto, il rosso degli anemoni diventa un invito al viaggio e alla scoperta di un Israele sorprendente, dove anche il paesaggio più arido può trasformarsi in pura meraviglia.

Puoi avere un’isola svedese tutta per te per un anno: ecco come fare

Par : elenausai10
17 février 2026 à 13:30

Per decenni, possedere un’isola privata è stato il simbolo supremo di un’élite irraggiungibile, un privilegio confinato ai paradisi tropicali e ai conti in banca a nove zeri. Ma la Svezia ha deciso di riscrivere le regole del gioco, abbattendo i cancelli dell’esclusività per offrire un’esperienza unica e democratica.

Con un patrimonio geografico sbalorditivo di 267.570 isole, il numero più alto al mondo, la nazione scandinava sta lanciando una sfida al concetto tradizionale di possesso. Grazie a una nuova iniziativa firmata Visit Sweden, il sogno di ritirarsi in un lembo di terra circondato dal mare non è più un miraggio per milionari, ma una possibilità concreta per cinque fortunati custodi internazionali.

Si tratta di un invito a riscoprire una diversa “natura del lusso” dove il valore non risiede nell’oro, ma nella roccia levigata dal ghiaccio e nella libertà assoluta di essere gli unici abitanti del proprio orizzonte.

Le isole dove vivere come custodi per un anno

Sono cinque le isole in Svezia selezionate per questa iniziativa. Al centro della scena troviamo Medbådan, un’isola situata a circa 35 km a sud-ovest di Umeå, scolpita dall’ultima era glaciale. Per chi cerca una connessione più intima con la materia c’è Flisan, un lembo di terra fatto di roccia nuda e chiarissima che sembra galleggiare sul Baltico, poco distante dalla più vivace Aholma Nord.

Il viaggio prosegue con Storberget, un rifugio avvolto dal silenzio delle foreste, e Tjuvholmen, incastonata nelle acque dolci del lago Vänern presso Lidköping, dove il concetto di “isola” abbandona il sale marino per abbracciare la quiete lacustre. Infine, Marsten, al largo della costa di Halland, rappresenta l’essenza della libertà atlantica, un avamposto di granito dove il vento e le onde sono gli unici vicini di casa.

Questi ecosistemi vivi attendono non dei turisti, ma dei custodi. L’iniziativa, infatti, offre la possibilità di diventare “proprietari per un anno” accettando un patto di rispetto con l’Allemansrätten (il diritto svedese di accesso alla natura), trasformandosi in osservatori privilegiati di stagioni che cambiano, dalla luce infinita del sole di mezzanotte alle ombre lunghe del letargo invernale.

Come inviare la propria candidatura

Per candidarsi come custodi di uno di questi paradisi svedesi, la procedura è tanto moderna quanto democratica. Il requisito fondamentale? Avere più di 18 anni e una storia da raccontare. Dovrete registrare un video di massimo 60 secondi (un minuto esatto) in formato verticale (9:16), spiegando alla giuria perché meritate di chiamare “casa” un’isola svedese per un intero anno.

Una volta pronto, il video va caricato tramite il modulo ufficiale sul sito di Visit Sweden entro le 23:59 del 17 aprile 2026. Per dare una spinta decisiva alla candidatura, il consiglio è di condividere il contenuto sui social media taggando i canali ufficiali.

Oltre al possesso simbolico dell’isola, il premio include anche il viaggio di andata e ritorno per la Svezia. I vincitori saranno annunciati a giugno: un tempismo perfetto per iniziare l’avventura proprio quando il sole non tramonta mai!

Le location de Il Padrino con Robert Duvall, viaggio nei luoghi che hanno reso la saga eterna

Par : elenausai10
17 février 2026 à 12:25

Esistono film che descrivono un’epoca e film che ne creano una nuova mitologia. La grandiosa ampiezza narrativa di Francis Ford Coppola appartiene a questa seconda categoria: una sinfonia magnifica capace di trasformare il genere crime in un’epopea familiare senza tempo. Nel 1972, l’incontro tra la visione di Coppola e la penna di Mario Puzo, sotto l’egida lungimirante di un produttore come Robert Evans, creò un successo cinematografico. Il gangster, fino ad allora ridotto a una macchietta da film d’azione, veniva reinventato come protagonista di uno psicodramma dinastico, profondo e brutale.

In questo equilibrio di potere e silenzi, una figura emergeva per rigore e intelligenza: Tom Hagen, interpretato da un immenso Robert Duvall, recentemente scomparso all’età di 95 anni.

La storia, ma anche le location hanno contribuito al successo della pellicola. Sebbene la colonna vertebrale del film batta al ritmo frenetico degli Stati Uniti, Coppola comprese che per dare verità ai Corleone doveva tornare alle origini. Portò così l’intera produzione tra i silenzi arcaici della Sicilia, creando un contrasto visivo indimenticabile.

Dove è stato girato Il Padrino in Italia

Nel 1971, la troupe de Il Padrino sbarcò in Sicilia per dare un volto e un’anima all’esilio di Michael Corleone. Dopo aver vendicato l’attentato al padre uccidendo un boss della droga e un capitano di polizia corrotto, Michael è costretto a una fuga repentina dagli Stati Uniti.

Marlon Brando e Robert Duvall ne Il Padrino
Getty Images
Marlon Brando e Robert Duvall ne Il Padrino

Savoca, il rifugio di Michael Corleone

A Savoca, oggi annoverato tra i “Borghi più belli d’Italia”, si trova il leggendario Bar Vitelli: in origine un antico casale, fu trasformato in bar proprio da Coppola per ospitare la scena in cui Michael chiede in sposa Apollonia. Oggi è una meta di culto dove, tra cimeli del set e foto d’epoca, è d’obbligo gustare una delle loro celebri granite al limone.

Poco distante si staglia anche la Chiesa di San Nicolò che, pur non avendo ospitato scene interne, la sua imponente facciata del XIV secolo è presente in molte inquadrature.

Bar Vitelli a Savoca
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Il famoso Bar Vitelli a Savoca

Forza d’Agrò e il matrimonio con Apollonia

Se Savoca è il luogo del primo incontro, Forza d’Agrò è il palcoscenico del rito. Le scene del matrimonio sono entrate nel mito, quando Michael e la giovane Apollonia escono dalla chiesa seguiti dal corteo nuziale. La protagonista architettonica è la Cattedrale di Maria SS. Annunziata, che con la sua pietra color miele spicca nel verde della vallata. Coppola scelse di immortalare questo borgo con inquadrature larghe per esaltarne la struttura piramidale e l’atmosfera sospesa.

Motta Camastra e la Sicilia di Vito Corleone

Le strade di Motta Camastra segnano il primo vero contatto di Michael con la terra sicula. È qui che lo vediamo camminare con le sue guardie del corpo sotto il sole cocente, in un borgo che incarna così profondamente l’archetipo della Sicilia che Coppola lo scelse nuovamente per Il Padrino-Parte II. Qui, il piccolo Vito Corleone si nasconde dai sicari del boss locale prima di imbarcarsi per l’America.

La morte di Apollonia al Castello degli Schiavi

La pace di Michael in Sicilia, fatta di pomeriggi passati a insegnare l’inglese e la guida alla sua sposa, si infrange tragicamente a Fiumefreddo. Il Castello degli Schiavi, un gioiello del barocco siciliano del Settecento, fa da cornice alla morte di Apollonia. Riconoscibile dal portale in ferro e dal mascherone saraceno, nella finzione è la villa di Don Tommasino. L’esplosione dell’auto, destinata a Michael, ma innescata accidentalmente dalla moglie, segna la fine dell’idillio siciliano: il segreto della sua identità è ormai svelato e il destino lo richiama prepotentemente verso New York.

Villa “Il Padrino” ad Acireale

Spostandoci verso Catania, ad Acireale, troviamo la dimora che segna l’inizio e la fine del cerchio per Vito Corleone. È qui che, nel secondo capitolo, assistiamo al tragico sacrificio della madre di Vito, che implora invano il boss Don Ciccio di risparmiare il suo ultimo figlio. Anni dopo, la stessa villa farà da cornice alla brutale vendetta di un Vito ormai adulto. Curiosamente, la proprietà è diventata così iconica che su Google Maps è stata rinominata proprio “Villa Il Padrino Parte II”, diventando un punto di riferimento per i fan che vogliono ripercorrere i passi del giovane Don Vito!

Villa Malfitano Whitaker: il soggiorno a Palermo

Per le scene ambientate a Bagheria ne Il Padrino-Parte III, Coppola scelse in realtà il cuore di Palermo, portando la famiglia Corleone all’interno della sontuosa Villa Malfitano Whitaker. Questa dimora, costruita da un esportatore di vino inglese all’inizio del ‘900, è stata utilizzata sia per gli esterni che per gli eleganti interni durante il soggiorno della famiglia per il debutto operistico di Anthony.

Teatro Massimo di Palermo: il tragico finale

Il gran finale della saga non poteva che aver luogo nel tempio della lirica: il Teatro Massimo di Palermo, il più grande teatro d’opera d’Italia. È qui che Anthony debutta nella Cavalleria Rusticana e, soprattutto, è sulla sua monumentale scalinata esterna che si consuma la tragedia finale dei Corleone. A causa di lunghi restauri all’epoca delle riprese, Coppola poté utilizzare solo gli esterni del teatro. Gli interni, inclusi il palco e i palchetti, furono ricostruiti con una precisione maniacale negli studi di Cinecittà a Roma.

Dove è stato girato il film negli Stati Uniti

La maggior parte delle scene sono state girate negli Stati Uniti d’America. Queste le location scelte da Coppola!

Staten Island: la roccaforte dei Corleone

La villa principale, situata al civico 110 di Longfellow Avenue nel quartiere di Emerson Hill, è ancora lì, verso la fine di una tranquilla strada senza uscita. Per le riprese, la produzione costruì un finto muro di cinta con un cancello monumentale lungo la via per dare l’illusione di una fortezza inaccessibile. È nel giardino di questa proprietà che si svolge il matrimonio di Connie.

Le location a Manhattan

Uno dei luoghi più sacri per i fan è il Mietz Building al 128 di Mott Street, tra Little Italy e Chinatown: qui sorgevano gli uffici della “Genco Olive Oil”, davanti ai quali Don Vito viene colpito.

Il lusso e il crimine si intrecciano invece al St. Regis Hotel, dove Michael e Kay soggiornano e dove, più tardi, avviene la brutale esecuzione di Stracci e Cuneo nell’ascensore. Altrettanto iconico è l’Edison Hotel, il cui ingresso Art Déco fece da cornice all’incontro tra Sollozzo e Luca Brasi.

Le scene girate a Hollywood

Quando Don Corleone invia il suo consigliere Tom Hagen (Robert Duvall) a Hollywood per fare al produttore Jack Woltz “un’offerta che non potrà rifiutare”, il film ci regala scorci della Los Angeles dorata: dal Grauman’s Chinese Theatre all’ingresso dei Paramount Studios su Gower Street.

Le location nel Bronx

Molte scene di violenza urbana hanno trovato casa nel Bronx. Il ristorante dove Michael compie il suo primo omicidio (uccidendo Sollozzo e McCluskey davanti a un piatto di vitello) era il Luna Restaurant, oggi trasformato in un negozio di tessuti sulla White Plains Road.

Sono queste le spiagge più belle del mondo nel 2026: nella top 10 un’italiana

Par : elenausai10
17 février 2026 à 10:22

Scegliere le spiagge più belle del mondo è una sfida colossale, ma TripAdvisor ci prova con una classifica stilata in base a chi riceve un alto numero di recensioni e opinioni eccellenti nella sua community in un arco temporale di 12 mesi. Solitamente, dei suoi 8 milioni di profili, meno dell’1% raggiunge questo traguardo.

Il titolo Traveller’s Choice Best of the Best riconosce il più alto livello di eccellenza nel settore dei viaggi e ha dato vita a una classifica per il 2026 composta da ben 24 spiagge che spaziano dai paradisi della Grecia agli scenari idilliaci di Aruba, arrivando anche in Italia.

La tranquilla isola greca di Milos è minacciata: a rischio il suo fragile ecosistema

Par : elenausai10
17 février 2026 à 07:30

Frutto di una genesi millenaria segnata da cataclismi primordiali, tra eruzioni sottomarine, tsunami e scosse sismiche, Milos sembrava predestinata a forgiare un’identità geografica senza eguali nel Mediterraneo. Fino alla metà dello scorso decennio, l’isola era considerata un segreto ben custodito, un rifugio discreto scelto quasi esclusivamente da coppie ateniesi in cerca di atmosfere sognanti e silenziose.

Oggi, questo immaginario idilliaco appare lontanissimo: anche Milos, come tante altre mete turistiche, è diventata il terreno di una battaglia tra la conservazione della natura e l’avanzata del cemento. L’allarme lanciato dai sindaci e dagli osservatori internazionali dipinge un quadro inquietante, dove l’identità locale e l’anima selvaggia delle Cicladi rischiano di essere sacrificate sull’altare di uno sviluppo senza freni.

Milos minacciata dall’edilizia selvaggia

Il problema che affligge l’isola di Milos non risiede solo nel volume dei visitatori, in costante crescita, ma nella velocità con cui il paesaggio viene alterato da nuove costruzioni che spesso ignorano la fragilità intrinseca del territorio. I sindaci delle isole greche hanno recentemente sollevato un coro di proteste contro quella che definiscono “edilizia selvaggia”. A Milos, questa tendenza si manifesta in una proliferazione di strutture ricettive di lusso e seconde case che spuntano in aree precedentemente vergini, trasformando radicalmente il volto dell’isola.

Questo boom edilizio sta spingendo il territorio ben oltre la sua reale capacità. Le infrastrutture vitali, dalla gestione dei rifiuti alla rete idrica, sono sottoposte a uno stress che minaccia il collasso. La carenza di piani urbanistici rigidi e di protezioni legali adeguate ha permesso a investitori globali di capitalizzare sul marchio dell’isola, convertendo terreni agricoli e zone naturali in cantieri a cielo aperto.

Il rischio non è puramente estetico, perché la frammentazione degli habitat mette in pericolo specie endemiche e altera l’equilibrio idrogeologico di un luogo che dispone di risorse limitate. Senza una moratoria o regole ferree, il fascino discreto di Milos verrà soffocato da un labirinto di resort standardizzati, privi di ogni legame con la millenaria tradizione architettonica locale.

L’ecosistema di un’isola in bilico

Oltre alla minaccia del cemento, è la sopravvivenza stessa dell’ecosistema di Milos a trovarsi in bilico. L’isola della Grecia ospita una biodiversità straordinaria, inclusa la rara vipera di Milos e una flora unica adattata ai suoli vulcanici, che oggi si ritrova schiacciata tra l’espansione urbana e una pressione antropica insostenibile. La protezione di queste aree è attualmente giudicata insufficiente dalle organizzazioni ambientaliste, che denunciano una cronica mancanza di sorveglianza attiva e di fondi destinati alla tutela delle zone protette.

Il paradosso è evidente: proprio la bellezza incontaminata che attira i viaggiatori è l’elemento che viene distrutto dal turismo di massa. L’edilizia fuori controllo e non solo sta portando a una progressiva perdita d’identità culturale, dove i villaggi costieri con le loro iconiche rimesse colorate per le barche rischiano di trasformarsi in mere scenografie per i social media, svuotate della loro funzione storica e della comunità che le rendeva vive. Per salvare questo ecosistema, l’ideale sarebbe passare a un modello di turismo rigenerativo, che ponga limiti invalicabili al numero di posti letto e investa nella conservazione delle zone Natura 2000.

À partir d’avant-hierSiViaggia

Wae Rebo, il villaggio tra le nuvole che custodisce le case a cono dei Manggarai

16 février 2026 à 17:00

Bisogna mettere in conto un po’ di fatica, tempo e una certa disponibilità ad accettare regole diverse dalle proprie. Se lo si fa, però, non si rimane affatto delusi. Nel settore occidentale dell’isola indonesiana di Flores, prende vita un villaggio particolarissimo incastonato tra rilievi coperti da foresta tropicale. Si chiama Wae Rebo, sorge a circa 1.100 metri sul livello del mare e accoglie con 7 strutture coniche in paglia di palma che formano un cerchio perfetto su un pianoro.

Dal mare e dalle spiagge tropicali, dunque, si passa a dover affrontare un sentiero in cui l’umidità avvolge la pelle fin dai primi metri, e dove si percepisce il cambiamento dell’aria che diventa via via più fresca e pungente. Ma sì, vale assolutamente la pena perché questo insediamento rappresenta una rarità assoluta, un santuario architettonico che ha rischiato la scomparsa e che ora brilla per la propria resilienza.

Non vi sorprenderà sapere che nel 2012 Wae Rebo ha ricevuto il riconoscimento dell’UNESCO nell’ambito degli Asia-Pacific Heritage Awards per la conservazione del patrimonio culturale. Il premio è arrivato dopo un progetto di ricostruzione condotto dalla comunità insieme ad architetti indonesiani, finanziato in parte da fondi governativi e sponsor privati. Chi arriva fin quassù non trova un museo all’aperto, bensì un borghetto abitato da famiglie che coltivano caffè, manioca, mais, vaniglia e cannella.

Breve storia di Wae Rebo

Non esistono informazioni precise e dettagliate sulla nascita di Wae Rebo, ma secondo la tradizione orale la sua genesi si deve alla figura leggendaria di Maro, un antenato proveniente dall’area di Minangkabau, a Sumatra occidentale, circa 18 generazioni fa. Stando ai racconti tramandati dagli anziani, Maro era a caccia di un luogo sicuro, lontano dalle dispute tribali e protetto dalle montagne.

Trovò questa conca naturale circondata da vette che sembrano braccia tese verso il cielo, e decise di fondare proprio qui la sua stirpe. La storia di Wae Rebo si legge attraverso la conservazione maniacale delle proprie origini. Gli abitanti si considerano i custodi di un’eredità ancestrale che fonde il culto degli spiriti naturali con una rigida organizzazione sociale.

Nel corso dei decenni, il contatto col mondo esterno rimase minimo, permettendo alle tradizioni di cristallizzarsi senza subire le erosioni della modernità globale. La ricostruzione delle abitazioni, avvenuta tra la fine degli anni ’90 e il 2011, ha permesso di salvare un patrimonio che stava marcendo sotto il peso delle piogge monsoniche, restituendo splendore a un passato che rifiuta di sbiadire.

Cosa vedere e fare a Wae Rebo

Già prima dell’arrivo sembra di star per cambiare galassia: si partecipa a una breve cerimonia di benvenuto chiamata Waelu’, in cui un anziano del villaggio pronuncia parole rituali per chiedere agli spiriti il permesso di ospitare il visitatore. Ci si siede su stuoie di pandanus, si offre una piccola somma destinata alla comunità e si riceve tè o caffè coltivato sulle pendici circostanti.

Una volta giunti sulla radura erbosa, davanti ai propri occhi si spalanca un paesaggio puntellato di 7 imponenti strutture coniche chiamate Mbaru Niang. Oggi queste abitazioni si sviluppano su 5 livelli interni. Il primo piano, chiamato lutur, ospita la vita quotidiana delle famiglie allargate. Il secondo, lobo, funge da deposito per viveri e utensili. Il terzo, lentar, è riservato ai semi per il raccolto successivo. Il quarto, lempa rae, conserva scorte alimentari per periodi di siccità. Il quinto livello, hekang kode, ha valore sacro e custodisce offerte per gli antenati. Tutto è sostenuto da un pilastro centrale che sale fino al vertice del tetto, elemento strutturale e simbolico allo stesso tempo.

Wae Rebo, il villaggio di Florer
iStock
L’incredibile Wae Rebo a Flores

Il visitatore ha l’opportunità persino di dormirci, consapevole del fatto che occorre condividere uno spazio unico con altri viaggiatori. Il pavimento è in legno, i materassi sono sottili e le coperte sono spesse per contrastare il freddo notturno: in stagione secca, la temperatura può scendere sotto i 10 gradi. Al centro arde un focolare annerito dal tempo, sopra il quale pendono pentole e cesti.

Al mattino si può seguire uno dei sentieri che salgono sulle colline vicine. Da un piccolo cimitero posto su un’altura si osserva l’intero villaggio dall’alto, con i tetti conici disposti a raggiera. Nei mesi di maggio e giugno, ovvero il periodo del raccolto del caffè, alcune famiglie invitano a partecipare alla selezione e tostatura dei chicchi. Le donne tessono songket con motivi geometrici che richiamano fiori, foglie e animali; acquistare un tessuto significa sostenere direttamente il lavoro artigianale.

I pasti sono semplici e condivisi: riso, uova, verdure dell’orto, frittelle di patate chiamate perkedel e banane. Le scorte alimentari vengono trasportate a spalla lungo il sentiero, dettaglio che spiega il costo del pernottamento. L’acqua per lavarsi è fredda e raccolta in secchi, ma di notte vale la pena uscire per osservare il cielo limpido.

La permanenza ideale copre due giorni e una notte. Una visita in giornata è possibile, ma l’esperienza risulta decisamente compressa e frettolosa.

Come arrivare a Wae Rebo

Come vi abbiamo accennato, non è proprio semplicissimo arrivare a Wae Rebo ma forse è uno degli aspetti che rende questa esperienza ancor più intima e profonda. Il punto di accesso principale a Flores occidentale è l’aeroporto di Labuan Bajo, collegato quotidianamente con Bali, Giacarta e altre città del Sud-est asiatico. Dal centro abitato si percorrono circa 4 o 5 ore di strada verso sud fino al villaggio di Denge o Dintor, a seconda dell’itinerario scelto.

L’ultimo segmento fino al parcheggio del sentiero richiede una moto locale, poiché il tracciato è ripido e inadatto alle automobili. Dal parcheggio parte il trekking di circa 10 chilometri andata e ritorno, con un dislivello complessivo di 750 metri. La prima parte sale costantemente su fondo acciottolato, la seconda alterna tratti pianeggianti a brevi strappi. In condizioni asciutte il percorso è accessibile a chi possiede un minimo di allenamento; dopo piogge intense il fango rende la salita più impegnativa.

Non è obbligatorio ingaggiare una guida perché il sentiero è evidente, tuttavia molti scelgono un accompagnatore per sostenere l’economia locale e ricevere spiegazioni dettagliate. Occorre portare contanti, acqua a sufficienza, una giacca pesante per la sera e una torcia. Bancomat e copertura telefonica si trovano soltanto nei centri maggiori.

La discesa segue lo stesso tracciato, lasciando addosso il profumo del fumo di legna e il suono dei tamburi sacri che ancora risuonano nella memoria.

Dall’archeologia all’outdoor, dalla gastronomia al lusso, Israele riparte dal turismo

16 février 2026 à 16:01

Le scoperte di nuovi siti archeologici sono state le notizie che, negli ultimi tempi, hanno destato più curiosità tra coloro che vorrebbero fare un viaggio in Israele ma che non se la sono sentita di andare. Ed è proprio dall’apertura dei siti archeologici, grande attrazione turistica oltre che scoperte di portata storica inimmaginabile, che il Paese vuole ripartire. Questa terra, ricca di storia e di storie, ha ancora molto da raccontare.

La nuova via dei Pellegrini

Molte sono anche le novità culturali, e quindi anche turistiche: dalla nuova via dei Pellegrini, un percorso risalente al I secolo che collegava la Piscina di Siloe ai piedi del Monte del Tempio, aperta all’interno di Gerusalemme dopo 20 anni di lavori alla Biblioteca Nazionale che ancora rappresenta una novità soprattutto per gli italiani, ai nuovi percorsi nell’area archeologia di Ophel intorno alla Città di David, alla mostra dedicata al Grande Rotolo di Isaia che aprirà il prossimo 24 febbraio al Museo di Israele.

Apre la pista ciclabile più lunga di Israele

Per non parlare, poi, delle novità riguardanti le attività outdoor per cui molti appassionati scelgono questo luogo dai paesaggi selvaggi quanto bellissimi: proprio qualche settimana fa, infatti, è stata inaugurata la pista ciclabile più lunga di Israele, la pista Yahel-Timna. Solo recentemente è stata completata la costruzione del tratto Yotvata-Timna, che collega il single track a una lunghezza di oltre 100 km di percorso continuo.

Aperture di hotel e ristoranti

Ma non è tutto: nel frattempo Israele è andato avanti e sono stati aperti nuovi hotel e nuovi ristoranti (la gastronomia è uno dei tanti punti di forza del Paese), e stanno per inaugurare molti nuovi indirizzi a Tel Aviv, ma anche nella zona del Mar Morto, in Galilea e a Gerusalemme di gruppi israeliani ma anche di grosse catene internazionali che operano nel settore del lusso, come il Six Senses e il Nobu Hotel a Tel Aviv, di proprietà di Robert De Niro.

Sempre più voli dall’Italia

Intanto, stanno riprendendo regolamentate i collegamenti aerei: prossime sono le aperture di nuovi voli diretti da tante città italiane, a partire da Palermo, Catania, Napoli, Cagliari oltre all’intensificazione di voli da Roma, Milano e Venezia. In totale a oggi si contano 92 voli settimanali tra Italia e Israele.

“Il 2026 è l’anno della ripresa” ha commentato Kalanit Goren, direttrice dell’Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo che abbiamo avuto occasione di incontrare in occasione della Borsa Italiana del Turismo 2026 che si è svolta a Milano “con i nuovi collegamenti oggi è molto facile viaggiare verso Israele. L’Italia sta tornando anche se con una ripresa ancora lenta, al momento il sesto mercato per Israele, mentre i primi a tornare sono stati gli americani seguiti dai francesi e sono iniziati ad arrivare visitatori da mercati inaspettati come India e Brasile. E abbiamo avuto arrivi anche mercati meno scontati, come l’India o il Brasile. La Maratona di Gerusalemme che si terrà a marzo è un evento che attira runner da tutto il mondo; quindi, penso sia arrivato il momento di viaggiare e di tornare in Israele”.

Innsbruck, il paradiso alpino e olimpico a pochi passi dall’Italia

Par : elenausai10
16 février 2026 à 16:00

Dalla frenesia urbana al silenzio delle vette in meno di venti minuti, senza mai toccare il volante di un’auto. A Innsbruck, il confine tra metropoli e natura assume le forme di un’ascesa verticale. Mentre la funicolare scivola verso le creste della Nordkette, la prospettiva si ribalta: il rigore asburgico della valle si arrende alla verticalità delle Alpi, offrendo uno sguardo che spazia dai vicoli medievali ai ghiacciai perenni.

A Innsbruck la montagna non è un passatempo, ma un vero e proprio ritmo biologico. Ascoltando i racconti di chi vive o studia in città, è chiara la loro routine: chiusi i libri o spento il computer, sostituiscono l’aperitivo con il brivido di una discesa, incarnando un lifestyle dove il design d’avanguardia, come il profilo sinuoso del trampolino del Bergisel di Zaha Hadid, dialoga con un’eredità olimpica mai sopita.

E, grazie alla sua vicinanza, anche noi viaggiatori italiani possiamo godere di questo paradiso alpino dove non mancano esperienze culturali suggestive, tra castelli con wunderkammer preziose e importanti mausolei imperiali.

L’eredità olimpica di Innsbruck

Ospitare i Giochi Olimpici Invernali per ben due volte, nel 1964 e nel 1976, non ha solo lasciato infrastrutture, ma ha impresso un DNA sportivo indelebile nel profilo della regione. Basti pensare alla sua rinomata facoltà di Scienze dello Sport, l’università locale che trasforma le montagne in un laboratorio a cielo aperto, dove la ricerca scientifica incontra l’eccellenza atletica. È questo connubio tra teoria e azione che alimenta il fermento della zona, rendendo il confine tra l’aula universitaria e la pista da sci incredibilmente sottile.

E mentre gli sciatori ripercorrono le discese storiche del Patscherkofel, poco lontano, a Igls, il sibilo del ghiaccio racconta una storia di velocità pura: quella dell’Olympia-Bobbahn. Non una pista olimpica da bob abbandonata, ma un’esperienza aperta ai viaggiatori più adrenalinici. La pista è un “serpente” di ghiaccio che si snoda per quasi un miglio attraverso 14 curve da brivido. Anche i meno esperti possono sfidare la gravità a bordo di un bob guidato da professionisti, raggiungendo velocità che superano i 100 km/h (60 mph)!

Ma l’eredità più famosa è senza dubbio quella che svetta a sud del centro: il Bergisel. Il trampolino per il salto con gli sci non è solo un impianto sportivo, ma un’opera architettonica progettata da Zaha Hadid, con le sue linee fluide che fondono una torre di controllo e un caffè panoramico. Salire sulla sua cima significa abbracciare con lo sguardo l’intero arco alpino, comprendendo in un solo istante perché Innsbruck sia diventata la culla degli sport invernali.

Bergisel Ski Jump a Innsbruck
iStock
Il Bergisel Ski Jump progettato da Zaha Hadid

Sciare a Innsbruck: l’emozione del freeride e le piste panoramiche

Se l’eredità olimpica ne definisce il prestigio, è l’accessibilità verticale a rendere questa destinazione un unicum in tutta l’Austria. Il simbolo più rappresentativo di questa qualità è la Nordkette: in pochi minuti, salendo sulle funivie le cui stazioni futuristiche sono state progettate da Zaha Hadid per riprodurre l’effetto del ghiaccio, ci si ritrova sospesi sopra i tetti del centro storico, pronti ad affrontare quella che è considerata una delle discese più ripide d’Europa.

Stazione di Zaha Hadid a Innsbruck
@SiViaggia-Elena Usai
La stazione della funivia progettata da Zaha Hadid

Dalla stazione dell’Hafelekar, a 2.256 metri, la vista è semplicemente mozzafiato: lo sguardo spazia dai vicoli medievali sottostanti alle vette frastagliate del Karwendel. Per i freerider più esperti, scendere lungo i suoi canaloni con una pendenza del 70% significa vivere un’esperienza quasi surreale: chi è di Innsbruck sa che, almeno una volta nella vita, deve farlo.

Ma il regno della neve fresca si estende anche all’Axamer Lizum, il “tetto bianco” della regione. Incastonato in un anfiteatro naturale dominato dalle torri calcaree delle Kalkkögel, questo comprensorio è un paradiso per chi cerca la libertà assoluta fuori dalle piste battute.

Se sciare sui pendii della Nordkette o tra i canaloni dell’Axamer Lizum può trasmettere la stessa scarica di energia di una Red Bull ghiacciata (d’altronde, siamo nella patria del celebre energy drink!) la regione offre anche un’anima decisamente più dolce, simile al piacere di sorseggiare una cioccolata calda davanti al camino. L’offerta sciistica si spinge infatti oltre l’estremo, abbracciando altitudini record e spazi pensati per il puro piacere della discesa in totale relax. A circa 2.000 metri di quota svetta Kühtai, la località sciistica di Coppa del Mondo più alta dell’Austria. Grazie alla sua posizione privilegiata, qui la neve è una certezza assoluta da dicembre fino a metà aprile.

Per chi invece cerca un ritmo più rilassato, il Patscherkofel si conferma la “montagna di casa” per eccellenza. Questa storica area ricreativa è il rifugio perfetto per gli sciatori occasionali e per chi ama vivere la montagna con lentezza. Tra boschi innevati e pendii dolci, il monte non attira solo chi scende in pista, ma è un vero paradiso per gli scialpinisti e gli appassionati di escursioni invernali, che qui trovano sentieri battuti immersi in un silenzio rigenerante, a pochi minuti dai caffè del centro.

Patscherkofel a Innsbruck
@SiViaggia-Elena Usai
Il paesaggio dalla montagna Patscherkofel

Infine, il viaggio sulla neve trova il suo apice nel ghiacciaio dello Stubai. Essendo il comprensorio su ghiacciaio più grande dell’Austria, lo Stubai garantisce un’esperienza quasi mistica: qui le piste si spingono fino ai 3.200 metri di altitudine, toccando il cielo in un paesaggio dominato dai ghiacci perenni.

L’anima colta e imperiale della città

Tolti gli scarponi e lasciata l’attrezzatura da sci, si può andare alla scoperta dell’anima culturale della città. Passeggiando tra i vicoli medievali dell’Altstadt si viene immediatamente colpiti da un labirinto di facciate color pastello, portici in pietra e insegne in ferro battuto. Il punto di riferimento, inevitabile, è il Tettuccio d’Oro (Goldenes Dachl): con le sue 2.657 tegole di rame dorato, non è solo un balcone reale eretto dall’imperatore Massimiliano I, ma il simbolo abbagliante di un’epoca in cui la città era il centro del potere europeo.

La vera maestosità, però, si rivela entrando nella Hofkirche, la Chiesa di Corte. Qui, ventotto imponenti statue di bronzo, chiamate “uomini neri”, vegliano sul cenotafio dell’imperatore, creando un’atmosfera solenne. È un contrasto affascinante con la vicina Hofburg, il Palazzo Imperiale, le cui sale rococò raccontano lo splendore di Maria Teresa d’Austria.

La storia si fa ancora più preziosa nel Castello di Ambras. Situata su un’altura che domina la valle, questa fortezza rinascimentale detiene un primato straordinario: è ufficialmente considerata il primo museo al mondo. Fu qui che l’Arciduca Ferdinando II, nel XVI secolo, ideò una struttura destinata specificamente a ospitare le sue collezioni, dando vita a una celebre “Camera delle Meraviglie”.

Castello di Ambras
@SiViaggia-Elena Usai
La sala spagnola, la più bella dentro il Castello di Ambras

In definitiva, perché vi consigliamo una vacanza invernale a Innsbruck? Quello che abbiamo capito visitandola è che la vera magia di questa destinazione non risiede solo nella verticalità delle sue montagne o nel fasto dei suoi palazzi, ma nella naturalezza con cui questi due mondi si fondono sotto l’ombra protettiva delle Alpi.

Come arrivare a Innsbruck

Il metodo ideale per raggiungere Innsbruck è senza dubbio il treno, un’opzione che permette di ammirare il mutare del paesaggio mentre si risale la dorsale delle Alpi. Da Milano, i collegamenti via Verona e Bolzano offrono un passaggio fluido attraverso il Brennero. Anche da Bologna ci sono diversi collegamenti che permettono di arrivare in città.

Una volta arrivati, la città vi accoglie con una filosofia di ospitalità improntata alla libertà di movimento. Chi decide di soggiornare per almeno due notti riceve la Welcome Card, una chiave d’accesso privilegiata al territorio. Questo pass permette di utilizzare gratuitamente i trasporti pubblici e di visitare le principali attrazioni a prezzi scontati. A partire dalle tre notti, si aggiunge anche l’utilizzo gratuito o ridotto degli impianti di risalita.

Saint Kitts e Nevis, due isole minuscole che sono segreti di smeraldo tra due mari

16 février 2026 à 15:00

Occupano appena 261 chilometri quadrati nelle Piccole Antille e sono separate da un sottile braccio di mare denominato The Narrows. Si parla inglese, si paga in dollari dei Caraibi orientali e si guida a sinistra, mentre la popolazione sfiora quella di una cittadina italiana di provincia. Eppure qui si è giocata una partita coloniale decisiva tra Francia e Gran Bretagna. Parliamo delle straordinarie Saint Kitts e Nevis, un micro-cosmo caraibico che rifiuta l’omologazione del turismo di massa.

Saint Kitts venne battezzata da Colombo con il nome di San Cristóbal nel 1493 e fu la prima colonia inglese stabile nei Caraibi nel Seicento. Per questo venne poi soprannominata “Mother Colony of the West Indies”. Nevis, la sorella minore con il suo profilo conico, prese il nome da Nuestra Señora de las Nieves, perché la cima del suo vulcano appariva velata di nubi bianche.

La spiaggia nera di Reynisfjara in Islanda è stata cancellata: sparisce un altro paradiso

Par : elenausai10
16 février 2026 à 14:00

Sui social non si parla d’altro: Reynisfjara non esiste più, almeno non come la ricordavamo. La spiaggia di sabbia nera più famosa d’Islanda, usata anche come location nella settima stagione de Il Trono di Spade e meta imperdibile per chiunque visiti il sud dell’isola, è stata vittima di un’erosione costiera senza precedenti.

Una serie di tempeste violente ha letteralmente rimosso lo strato superficiale di sabbia vulcanica, lasciando scoperto un terreno roccioso e inospitale. Quello che era un ampio litorale si è trasformato in una sottile striscia di terra dove l’azione del mare è diventata più violenta e imprevedibile.

Perché la spiaggia nera di Reynisfjara non esiste più

Il fenomeno che ha colpito la spiaggia in Islanda è il risultato di un raro incastro di fattori climatici. Normalmente, le correnti e i venti provenienti da sud-ovest portano nuovi sedimenti, mantenendo l’equilibrio della costa. Tuttavia, quest’anno la persistenza di forti venti orientali ha invertito il processo: la sabbia è stata trascinata via verso ovest, ma la presenza del promontorio di Reynisfjall ha impedito che nuova sabbia arrivasse a rimpiazzare quella perduta.

Di conseguenza, il livello della spiaggia si è abbassato di diversi metri in poche settimane. Questo non è solo un problema estetico per i turisti in cerca dello scatto perfetto, ma un cambiamento strutturale che ha reso la zona estremamente instabile. L’assenza della “protezione” naturale della sabbia, infatti, permette alle onde di infrangersi con più energia contro la base delle scogliere, accelerando i crolli e rendendo il paesaggio irriconoscibile.

Un destino che, per motivi legati al maltempo, ha riguardato anche il famoso arco degli innamorati in Puglia: in questo caso, il crollo dell’arco è avvenuto sotto la pressione di onde altissime che hanno colpito con forza la fragile falesia calcarea.

La bellezza del paesaggio oltre l’erosione

Le ricadute sul turismo sono immediate e impongono una revisione totale delle modalità di visita. La celebre grotta di Hálsanefshellir è ormai quasi sommersa o sbarrata dai detriti dei crolli, rendendo l’avvicinamento un rischio che le autorità sconsigliano vivamente. Inoltre, la scomparsa della pendenza naturale della spiaggia ha reso le “sneaker waves”, le onde anomale tipiche di questa zona, ancora più veloci e letali, poiché l’acqua corre su una superficie rocciosa piatta senza incontrare l’attrito della sabbia.

Nonostante la morfologia del litorale stia cambiando, il fascino di questo luogo resta indiscutibile. La metamorfosi di Reynisfjara non significa la fine della sua bellezza, ma impone un nuovo modo di esplorarla. Se il contatto diretto con la battigia è oggi più limitato e rischioso, l’esperienza si sposta verso l’alto: i sentieri che salgono sul promontorio di Reynisfjall offrono una prospettiva aerea mozzafiato, permettendo di abbracciare con lo sguardo l’intero arco della costa sud e i faraglioni che emergono dai flutti.

In definitiva, il paesaggio non scompare, ma si evolve, ricordandoci che la vera essenza di un viaggio in Islanda sta proprio nell’ammirare la forza indomita di una natura che non smette mai di riscrivere le proprie regole.

Trekking nelle isole, la primavera è la stagione migliore per esplorarle a piedi

16 février 2026 à 13:00

Scriveva Jerome Klapka Jerome, l’autore di Tre uomini in barca, che “la primavera della vita e la primavera dell’anno son fatte per essere cullate nel grembo verde della natura”. Niente di più giusto: quando le giornate si allungano, ma l’estate è ancora lontana, l’arrivo della primavera risveglia nella natura un vortice esplosivo di colori, profumi e suoni che la rendono la stagione perfetta per viaggiare, esplorando alcune destinazioni atipiche con il mezzo di trasporto più antico di cui l’essere umano è dotato: i propri piedi.

Le tante isole, grandi o piccole che siano, che punteggiano i tratti di mare al largo delle coste italiane, immerse nel Mediterraneo, sono una destinazione unica da scoprire camminando. Ancora fuori dalla stagione turistica, con un clima ancora non adatto a passare le ore nuotando, la primavera regala a chi sceglie di scoprirle un equilibrio perfetto tra clima mite, una natura spettacolare e peculiare e la possibilità di scoprire sentieri, coste e borghi con un ritmo lento e attento. Dalle Alpi Apuane ai vulcani del Tirreno, dalle distese laviche della Sicilia alle macchie mediterranee della Sardegna, la primavera è l’alleata ideale per chi desidera esplorare le isole italiane con lo zaino in spalla, tra i profumi e i colori di paesaggi di rara bellezza: le rocce granitiche dell’Arcipelago di La Maddalena, i crateri di Ustica, le colate laviche di Pantelleria, le Dolomiti a mare di Marettimo e i crinali dell’Isola d’Elba.

Caprera: mare e granito

La Sardegna e la Corsica sono divise da uno stretto braccio di mare, le Bocche di Bonifacio, che è punteggiato di piccole isole. Vicino alla costa settentrionale dell’isola italiana sorge un arcipelago che prende il nome dalla sua isola principale, La Maddalena, tutelata da un omonimo parco naturale (il Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena).

Maddalena Caprera isole trekking primavera
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Panorama scenografico de La Maddalena

Si tratta di un vero e proprio paradiso che durante l’estate richiama un grande flusso turistico grazie alle sue acque cristalline e alla sua natura incontaminata e selvaggia. La primavera, però, è la stagione ideale per chi apprezza una maggiore solitudine e per chi ama camminare a ridosso del mare: la macchia mediterranea che caratterizza il paesaggio sprigiona profumi intensi di elicriso, mirto e rosmarino, mentre il vento ancora leggero mantiene limpidi i cieli e celesti, splendenti le acque.

Tra gli itinerari più suggestivi per il trekking c’è quello che conduce a Cala Coticcio, soprannominata Tahiti per le sue sfumature turchesi. Cala Coticcio non si trova su La Maddalena, ma su Caprera, una sorta di isola gemella della principale, raggiungibile a piedi dall’isola maggiore grazie a un istmo artificiale che le collega. Caprera è un paradiso per gli amanti del trekking e della natura, disseminata di splendidi tracciati escursionistici.

Il sentiero per Cala Coticcio, che richiede passo sicuro, scarpe chiuse e rispetto per l’ambiente, si snoda tra rocce granitiche modellate dal vento e tratti di vegetazione fitta. Prima dell’alta stagione, la cala conserva un’atmosfera raccolta, quasi segreta, piena di meraviglia.

Il percorso è breve, poco meno di quattro chilometri, ma a larghi tratti in cui è molto agevole alterna alcuni passaggi più difficoltosi. Essendo una zona considerata di massima tutela ambientale, si deve essere accompagnati da una guida escursionista per raggiungere la cala. La destinazione è sensazionale: una piscina naturale cristallina abbracciata da grandi massi di granito bianchi e rosati che regala davvero grandi emozioni.

Un’altra escursione meritevole è quella che porta verso Punta Tegge, con affacci spettacolari sull’intero arcipelago e, nelle giornate più limpide, sulla Corsica. Camminare qui in primavera significa alternare alcuni momenti di profondo silenzio al rumore roboante del mare, sostando tra una caletta e l’altra ed esplorando il paesaggio lunare della grande scogliera. Particolarmente consigliato il momento del tramonto.

Ustica e le sue colate laviche

A circa 70 chilometri da Palermo, Ustica è conosciuta soprattutto per i suoi fondali marini, sogno degli appassionati di snorkeling, ma è a piedi che se ne scopre un volto più sorprendente e magico. Di origine vulcanica, l’isola presenta un territorio articolato tra colate laviche, ampi terrazzamenti agricoli e falesie a picco sul mare.

La Riserva Naturale Orientata Isola di Ustica tutela un fitto reticolo di sentieri che permettono di attraversare ambienti diversi in pochi chilometri di cammino. Uno dei percorsi più affascinanti è quello che conduce alla Rocca della Falconiera, spettacolare promontorio che rappresenta un ottimo punto panoramico che domina l’isola. In primavera, la vegetazione è nel pieno della fioritura e i contrasti tra la roccia scura che caratterizza il terreno e il verde della vegetazione che prolifera malgrado il difficile contesto creano uno scenario selvaggio e intenso.

Ustica isole trekking primavera
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Ustica è silenziosa e selvaggia

Inoltre, lungo il percorso si incontrano diverse testimonianze dell’antichità, da alcune tombe ipogee fino a un castello saraceno costruito per dominare la visuale sul mare. Si può raggiungere, infine, un faro con una vista splendida sulla costa orientale dell’isola.

Il sentiero costiero verso Cala Sidoti e Punta Cavazzi, sul lato occidentale di Ustica, regala invece scorci sul mare aperto e la possibilità di osservare il passaggio degli uccelli migratori. In questo periodo dell’anno, le temperature sono ideali per percorsi anche di media difficoltà, e l’isola mantiene un’atmosfera intima che permette un contatto diretto con la natura.

Pantelleria: l’anima selvaggia del Mediterraneo

Più vicina all’Africa che alla Sicilia, Pantelleria è un’isola di contrasti: nera di lava, verde di vigneti, blu di mare. In primavera il paesaggio si accende di colori vivaci e camminare diventa il modo più autentico per farsi catturare dalla sua grande bellezza, dal suo carattere selvaggio, dalla sua identità.

La salita alla Montagna Grande, il punto più alto dell’isola a oltre ottocento metri sul livello del mare, attraversa boschi e macchia mediterranea fino a raggiungere panorami unici che spaziano sul Canale di Sicilia. Lungo il percorso si incontrano dammusi in pietra lavica e terrazzamenti che raccontano la lunga tradizione agricola dell’isola. Ci vogliono circa 4 ore di cammino, considerando andata e ritorno, per completare gli otto chilometri di percorso che caratterizzano questa splendida escursione.

Pantelleria
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Il tipico scenario di Pantelleria, che alterna verde e nero

Il Lago di Venere, specchio d’acqua termale incastonato in un cratere, è un’altra meta ideale per un’escursione primaverile: il sentiero che lo circonda permette di ammirarne le sfumature cangianti e di immergersi, se si desidera, nelle sue acque tiepide. Senza il caldo intenso dell’estate, Pantelleria rivela tutta la sua anima selvaggia e silenziosa, accendendosi di un verde raro che decora un territorio dove la natura finisce per essere rigogliosa malgrado l’ambiente estremo.

Marettimo: la più selvaggia delle Egadi

La più lontana e montuosa delle Isole Egadi, Marettimo è un concentrato di natura incontaminata. Qui non ci sono grandi strade asfaltate né traffico: ci si muove quasi esclusivamente a piedi lungo antichi sentieri che collegano il piccolo borgo alle cale e alle alture interne.

Buona parte della bellezza dell’isola è dovuta al fatto che, da un punto di vista geomorfologico, le rocce di Marettimo sono costituite per gran parte da dolomia, la stessa che contraddistingue, per l’appunto, le Dolomiti. Ecco perché spesso l’isola è nota come le Dolomiti a mare, che si accendono di un meraviglioso rosa quando il sole del tramonto le bacia e durante il giorno abbagliano con il loro bianco luccicante.

Il territorio di Marettimo è dominato dal Monte Falcone, che con i suoi oltre 600 metri rappresenta il punto più alto dell’arcipelago. La salita è impegnativa ma regala panorami vastissimi sul Mediterraneo. In primavera, la bassa macchia mediterranea esplode di colori e profumi, tra ginestre, orchidee spontanee e piante aromatiche che accompagnano ogni passo.

Marettimo isole trekking primavera
Lorenzo Calamai
Sentiero costiero a Marettimo

Tra i percorsi più suggestivi c’è quello verso il Castello di Punta Troia, antica fortificazione che svetta sulla punta di un promontorio a pochi chilometri dall’unico centro abitato dell’isola. Il sentiero costiero alterna tratti rocciosi a scorci su grotte marine e calette solitarie, sempre mantenendosi a strapiombo sulla costa.

L’Isola d’Elba e la Grande Traversata Elbana

Cuore dell’Arcipelago Toscano, l’Isola d’Elba, quasi insospettabilmente, è una delle mete più complete per chi ama camminare. Qui infatti il mare si alterna a rilievi collinari coperti di antichi e fitti boschi di leccio, offrendo una grande varietà paesaggistica e un’ampia natura che copre il territorio tra un borgo e l’altro dei diversi che caratterizzano l’isola.

La primavera è il periodo ideale per affrontare la Grande Traversata Elbana, un itinerario escursionistico di media durata che attraversa l’isola da est a ovest lungo la dorsale montuosa. Si tratta di un percorso articolato in più tappe, che permette di scoprire l’Elba più autentica, lontana dalle spiagge affollate, e che va intrapreso preferibilmente in primavera per evitare il grande caldo estivo.

Elba isole trekking primavera
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Gli splendidi panorami dell’Isola d’Elba

Lungo il cammino si incontrano panorami sul Tirreno, tratti boschivi ombrosi e creste panoramiche da cui lo sguardo spazia fino alla Corsica nelle giornate più limpide. I borghi interni, come Marciana e Rio nell’Elba, offrono soste rigeneranti tra vicoli in pietra e terrazze fiorite.

La Grande Traversata Elbana (GTE) si compie di solito da Cavo, nella punta nord-orientale dell’isola, fino a Pomonte, esattamente all’opposto. Si può considerare di concluderla deviando maggiormente verso nord per raggiungere Punta Polveraia. In ogni caso la lunghezza è intorno ai 60 chilometri e viene effettuata in tre o quattro tappe, a seconda delle proprie possibilità e della volontà di soffermarsi di più o di meno in questo contesto naturale unico, con panorami fantastici sulla costa. Esiste anche una versione della GTE modificata per essere affrontata in mountain bike.

Pollica e San Mauro Cilento vincono il Premio Green Destination

Par : losiangelica
16 février 2026 à 12:00

Un riconoscimento che arriva da Milano, ma che guarda lontano, fino alle colline e alle coste del Cilento. Alla Borsa Internazionale del Turismo, uno degli appuntamenti più importanti per il settore, il territorio di Pollica e San Mauro Cilento, con il progetto “Le Terre della Dieta Mediterranea”, sono stati premiati con il Green Travel Award 2026 nella categoria Green Destination, assegnato dal GIST, Gruppo Italiano Stampa Turistica.

Il premio ha lo scopo di riconoscere un modello turistico costruito attorno a sostenibilità ambientale e sociale, proponendo un turismo più green. A Pollica e San Mauro Cilento il progetto abbraccia la storia della Dieta Mediterranea che viene valorizzata con una tradizione gastronomica unica.

Il premio Green Destination 2026

Il riconoscimento assegnato alla BIT mette in evidenza soprattutto la capacità del comprensorio cilentano di trasformare un patrimonio culturale in una strategia concreta. “Le Terre della Dieta Mediterranea” si articola con una rete che mette insieme amministrazioni locali, imprese e associazioni. Non solo promozione turistica, però. Il progetto ha coinvolto temi concreti quali l’agricoltura sostenibile, la salvaguardia del paesaggio e il rilancio di piccoli borghi recuperandone le tradizioni.

Negli anni questo lavoro ha contribuito a consolidare una reputazione basata più sulla coerenza che sulla visibilità immediata. Un modello che punta sulla continuità, più che sugli eventi spot. La giuria del premio ha sottolineato proprio questo aspetto: la capacità di coniugare memoria e innovazione.

Tutela del territorio e un’idea diversa di turismo: è su questo equilibrio che si fonda il riconoscimento assegnato a un’area del Cilento che ha deciso di puntare su ritmi più lenti e su un rapporto diretto con l’ambiente. La zona premiata comprende il distretto di Pollica e San Mauro Cilento, situati all’interno del parco nazionale del Cilento.

Turismo lento e Dieta Mediterranea come stile di vita

Il Green Destination Award consegnato alla BIT di Milano e giunto alla quattordicesima edizione, viene assegnato alle realtà che interpretano i principi della Carta Europea del Turismo Sostenibile, un documento che promuove un equilibrio tra esigenze ambientali, comunità residenti e sviluppo economico. Non basta attrarre visitatori: bisogna farlo senza compromettere il territorio e migliorando la qualità della vita di chi lo abita tutto l’anno.

È proprio su questo punto che Pollica ha costruito la propria identità. La Dieta Mediterranea, riconosciuta patrimonio immateriale dell’umanità, qui diventa una pratica quotidiana. Non solo alimentazione sana, ma un modo di vivere che mette al centro socialità, attività all’aria aperta e rispetto dei cicli naturali.

Negli ultimi anni il territorio ha investito molto sul turismo lento: percorsi naturalistici, mobilità dolce, esperienze legate alla terra e al mare. Un modello che sembra intercettare una domanda turistica sempre più evidente: quella di chi viaggia alla ricerca di autenticità, esperienze locali e ritmi lontani dalle grandi destinazioni affollate. Non tanto attrazioni spettacolari, quanto territori da vivere lentamente.

A commentare il riconoscimento è stato il sindaco di Pollica, Stefano Pisani, che, come riportato da InfoCilento, ha ribadito come la dieta mediterranea rappresenti molto più di uno stile alimentare. Una visione di sviluppo capace di unire benessere, cultura e coesione sociale.

Secondo Pisani, il premio conferma che anche realtà di piccole dimensioni possono diventare esempi concreti di turismo sostenibile. Servono continuità, legame con il territorio e una progettualità condivisa: elementi che, nel caso di Pollica, hanno trasformato un comune cilentano in un laboratorio osservato con crescente interesse.

Festival delle Luci di Zagabria, quando l’arte illumina la città

16 février 2026 à 11:53

Tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, quando le giornate si allungano e la natura si prepara a riprendere vita, Zagabria si trasforma in un palcoscenico a cielo aperto dove la luce diventa protagonista assoluta. Dal 18 al 22 marzo 2026, la capitale croata ospita il Festival delle Luci, un evento che negli ultimi anni ha conquistato il riconoscimento internazionale trasformando le strade, le piazze e i monumenti storici in una galleria d’arte contemporanea luminosa.

Un risveglio di luce e creatività

Il Festival delle Luci di Zagabria nasce come celebrazione del passaggio tra due stagioni, quel momento particolare dell’anno in cui la città si scrolla di dosso il torpore invernale e si prepara ad accogliere la primavera. Siamo di fronte a un evento che rappresenta un vero e proprio risveglio culturale, un’occasione per guardare alla città con occhi nuovi e riscoprirne gli spazi attraverso il linguaggio universale dell’arte luminosa.

Per cinque giorni consecutivi, 26 installazioni artistiche prendono vita in 21 luoghi diversi della città, creando un percorso coerente che invita residenti e visitatori a passeggiare, scoprire angoli nuovi e lasciarsi sorprendere. Si tratta infatti di vere e proprie opere d’arte che si innestano nell’architettura urbana, per raccontare storie e per offrire nuove chiavi di lettura dello spazio che quotidianamente attraversiamo.

Museo Mimara
Samir Cerić Kovačević
Dinamica insolita della luce proiettata sul Museo Mimara

Arte senza confini

Una delle caratteristiche più interessanti di quest’edizione è la sua dimensione internazionale. Accanto agli artisti croati, che naturalmente portano la loro sensibilità e il loro legame con il territorio, quest’anno il Festival ospita dieci creatori provenienti da Repubblica Ceca, Francia, Germania, Slovacchia e Spagna. Questa varietà di voci e di approcci rende il programma ricco e diversificato, che parla a pubblici differenti e di attrae visitatori di ogni età e provenienza.

Le installazioni spaziano dalle proiezioni architettoniche alle animazioni interattive, dalle sculture luminose alle opere che integrano tecnologia e valore artistico. Ogni opera è stata selezionata per l’esperienza visiva suggestiva, ma anche per stimolare riflessioni più profonde sul nostro rapporto con lo spazio urbano e con l’arte contemporanea.

Una galleria a cielo aperto

Il Festival delle Luci trasforma Zagabria in una vera e propria galleria a cielo aperto, dove la luce diventa lo strumento per mettere in risalto la cultura, il patrimonio e l’identità contemporanea della città. Le installazioni non sono posizionate casualmente ma illuminano i palazzi storici dell’epoca austroungarica, brillano sulle chiese barocche, animano le piazze che hanno fatto la storia della capitale croata.

È proprio questa caratteristica di valorizzare il patrimonio culturale attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea che rende il Festival così speciale. Camminare per le strade illuminate è come riscoprire Zagabria, notare dettagli architettonici che di giorno passano inosservati, comprendere meglio la stratificazione storica e culturale che ha plasmato questa città nel corso dei secoli. La luce non nasconde, ma rivela; non copre, ma esalta l’identità di un luogo che continua a rinnovarsi senza perdere le proprie radici.

Piazza Re Tomislav
Julien Duval
Risveglio della natura in Piazza Re Tomislav

Un riconoscimento meritato

Il Festival delle Luci di Zagabria non è più solo un evento locale: perché la sua crescente riconoscibilità internazionale è testimoniata dai prestigiosi riconoscimenti ricevuti. Sia European Best Destinations che Forbes lo hanno inserito tra i migliori eventi da visitare in Europa nel 2026, un risultato che consolida la posizione di Zagabria nella cultura europea e assicura al Festival un’elevata visibilità mediatica internazionale.

Questo successo non è casuale. Negli anni, l’evento si è sviluppato puntando tutto su un’identità forte, distinguendosi per la qualità delle opere presentate, per la cura nell’allestimento e per il coinvolgimento attivo del pubblico.

Luce sostenibile

Sappiamo che la sostenibilità ambientale è diventata una priorità imprescindibile, per questo il Festival delle Luci di Zagabria non poteva restare indifferente. La collaborazione con il WWF (World Wide Fund for Nature) testimonia l’impegno concreto degli organizzatori nel coniugare arte e responsabilità ambientale.

Quest’anno l’attenzione si concentra in particolare sull’impatto dei cambiamenti climatici sul mare e sulla vita marina. Alcune installazioni sono state ideate proprio per sensibilizzare i visitatori su questi temi, trasformando il Festival in un’opportunità di intrattenimento culturale e di educazione ambientale. L’obiettivo è far riflettere sull’importanza della conservazione degli ecosistemi naturali e sull’urgenza di adottare comportamenti più responsabili nei confronti dell’ambiente.

Piazza Ban Josip Jelačić
Julien Duval
Spirito della natura proiettato in piazza Ban Josip Jelačić

Un’esperienza urbana completa

Le serate dedicate alle installazioni luminose si integrano perfettamente con la ricca offerta culturale della città: musei, gallerie d’arte, teatri e locali storici restano aperti e vivaci, in modo che i visitatori possano costruire il proprio itinerario personalizzato.

E poi c’è la gastronomia. Zagabria mette a disposizione una scena culinaria interessante, caratterizzata da tradizione croata e influenze mitteleuropee. Dopo una passeggiata tra le installazioni luminose, concedersi una cena in uno dei ristoranti del centro storico o un caffè in una delle caratteristiche kavane diventa parte integrante dell’esperienza.

Per muoversi agevolmente tra i vari siti del Festival e scoprire la città, la Zagreb Card è una soluzione pratica ed economica. La card turistica dà accesso gratuito ai trasporti pubblici e sconti su numerose attrazioni, musei e ristoranti, rendendo il soggiorno ancora più piacevole.

Scoperti foro e teatro lungo la Via Appia, i droni individuano un’antica città romana

Par : losiangelica
16 février 2026 à 11:00

Certe scoperte archeologiche non arrivano con il rumore degli scavi spettacolari, ma con un ronzio quasi impercettibile: quello dei droni che sorvolano campi apparentemente silenziosi. È proprio così che il sito romano di Fioccaglia, nel territorio di Flumeri, in provincia di Avellino, sta tornando a raccontare la propria storia. E non si tratta di dettagli marginali: le nuove indagini hanno rivelato un foro urbano e un teatro monumentale finora sconosciuti, elementi che cambiano radicalmente l’immagine che avevamo di questo insediamento lungo la Via Appia.

Se finora potevate immaginare Fioccaglia come una semplice stazione lungo la grande arteria romana, oggi dovete pensare a qualcosa di molto diverso: una vera città, organizzata, viva, inserita pienamente nella rete politica ed economica della Roma repubblicana.

La scoperta del foro e del teatro

Le nuove ricerche, coordinate dal professor Giuseppe Ceraudo dell’Università del Salento insieme alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio e al Comune di Flumeri, non hanno aperto trincee né portato alla luce muri visibili a occhio nudo. Eppure, hanno permesso di “vedere” la città come mai prima. Ci si trova nel sito romano di Fioccaglia, nella zona dell’Irpinia e il ritrovamento è incredibile.

Grazie a rilievi aerei con droni e a sofisticate prospezioni geofisiche, gli archeologi hanno ottenuto una sorta di radiografia del sottosuolo. Le differenze nella crescita della vegetazione, le anomalie magnetiche del terreno, le tracce invisibili lasciate dalle strutture antiche: tutto ha contribuito a ricostruire la pianta urbana ancora sepolta.

Quello che emerge è sorprendente. Sotto i campi agricoli si disegna un impianto urbano regolare, con strade ortogonali e isolati pianificati secondo il modello delle città romane di fondazione. Non un insediamento spontaneo, dunque, ma un centro progettato con precisione.

Al centro di questa griglia urbana compare chiaramente il foro: una grande piazza rettangolare circondata da edifici pubblici, cuore politico, commerciale e sociale della comunità.

E poi la sorpresa più inattesa. Poco distante, le indagini hanno individuato il profilo curvo di un teatro monumentale mai documentato prima. Nessuno scavo precedente ne aveva segnalato l’esistenza. La sua presenza cambia completamente la percezione del sito: un teatro implica spettacoli, assemblee, momenti collettivi, una vita culturale attiva.

Già negli anni Ottanta erano emersi segnali importanti: un decumano basolato e una domus decorata in Primo Stile pompeiano, che suggerivano ricchezza e organizzazione urbana. Oggi, però, il quadro si amplia e diventa molto più ambizioso.

Perché questa scoperta cambia la storia dell’Irpinia romana

Dovete immaginare la Via Appia non solo come una strada, ma come una vera infrastruttura strategica dell’antichità, la celebre Regina Viarum che collegava Roma al Sud Italia. Fioccaglia si trovava in una posizione chiave, vicino alla confluenza del fiume Ufita e del torrente Fiumarella: un nodo naturale di transito e controllo del territorio.

Molti studiosi identificano il sito con l’antica Forum Aemilii, centro legato alla romanizzazione dell’Irpinia tra II e I secolo a.C., periodo in cui Roma consolidava la propria presenza nelle aree interne della Campania. La scoperta del foro e del teatro rafforza enormemente questa ipotesi.

La combinazione di infrastrutture pubbliche monumentali, strade pavimentate e residenze aristocratiche racconta una comunità prospera, capace di sostenere attività politiche, economiche e culturali complesse.

Questa scoperta dimostra quanto le tecnologie non invasive stiano rivoluzionando l’archeologia. Senza scavare gli studiosi riescono oggi a pianificare tutela e valorizzazione con una precisione impensabile fino a pochi anni fa.

Le istituzioni locali guardano già al futuro. Le nuove evidenze stanno contribuendo alla definizione di un piano di gestione e valorizzazione dell’area, anche in relazione ai grandi progetti infrastrutturali della Valle Ufita, come la futura stazione dell’Alta Velocità Hirpinia. L’obiettivo è trasformare Fioccaglia in un punto di riferimento culturale per l’entroterra campano, spesso meno conosciuto rispetto ai grandi poli archeologici regionali.

E forse è proprio questo il fascino più grande della scoperta: ricordarvi che la storia romana non vive solo nei luoghi celebri. A volte emerge dove meno ve lo aspettate, sotto campi coltivati e paesaggi tranquilli, pronta a riscrivere la geografia dell’Italia antica. Nei prossimi mesi nuove indagini non invasive aggiungeranno dettagli al mosaico. E c’è da scommettere che Fioccaglia abbia ancora molto da raccontare.

Weekend di primavera con voli a meno di 17 euro: la nuova promo Ryanair

Par : losiangelica
16 février 2026 à 09:39

Se state pensando di organizzare un viaggio nei prossimi mesi, questo potrebbe essere il momento giusto per farlo. Ryanair ha appena lanciato una nuova promozione flash con tantissimi voli a partire da 16,99 euro per partire dal 18 febbraio al 30 aprile… un periodo top, con meteo meraviglioso in tantissime città. Il clima mite e un basso affollamento rendono l’opzione di partire (anche nei weekend) ancora più allettante.

Attenzione però alle tempistiche: per accedere alle tariffe scontate bisogna prenotare entro il 18 febbraio 2026. Ecco 3 destinazioni top da non perdere.

Da Milano Bergamo a Corfù

Se avete voglia di Grecia, Corfù è una delle opzioni più interessanti incluse nell’offerta. Da Milano Bergamo sono disponibili numerose date scontate nei mesi di marzo e aprile, un periodo in cui l’isola mostra un volto decisamente più tranquillo rispetto all’estate.

In primavera Corfù è verde, luminosa e sorprendentemente rilassata. Potrete passeggiare nella città vecchia, influenzata dall’architettura veneziana, senza la ressa tipica dei mesi caldi, fermarvi nei piccoli caffè locali e godervi panorami che alternano mare e colline. Non sarà ancora una stagione balneare, ma le giornate soleggiate non mancano e le escursioni diventano il vero punto forte del viaggio.

Chi ama scoprire i luoghi con calma probabilmente apprezzerà proprio questo periodo: meno turismo organizzato e più spazio per vivere l’isola con ritmi lenti.

L'isola di Corfù con le sue splendide spiagge
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Le spiagge paradisiache di Corfù da scoprire

Da Roma a Ibiza

Ibiza non è solo discoteche e movida estiva, e la primavera lo dimostra bene. I voli da Roma inclusi nella promozione Ryanair sono disponibili a fine marzo e in molte date di aprile, offrendo l’occasione di vedere l’isola sotto una luce diversa.

In questo periodo troverete spiagge molto meno affollate, strade più tranquille e un’atmosfera quasi rilassata. È il momento ideale per esplorare l’entroterra, visitare piccoli villaggi bianchi e fermarsi nei mercatini artigianali che raccontano ancora l’anima più autentica dell’isola. I tramonti restano spettacolari, forse anche di più quando non c’è la folla dell’alta stagione.

Ibiza vista dal porto
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Scoprire Ibiza durante la primavera

Da Palermo a Valencia

Tra le rotte più interessanti compare anche il collegamento da Palermo a Valencia, con molte partenze disponibili tra marzo e aprile. Una città che negli ultimi anni ha conquistato sempre più visitatori italiani, grazie a un mix riuscito di tradizione e modernità.

Valencia si visita facilmente anche in pochi giorni. Potrete alternare il centro storico, con piazze animate e mercati storici, alle architetture contemporanee della Città delle Arti e delle Scienze. Il clima primaverile aiuta: temperature piacevoli, perfette per muoversi a piedi o in bicicletta lungo il Giardino del Turia, uno dei parchi urbani più particolari d’Europa. Un motivo in più per visitarla? L’imperdibile paella.

Valencia al tramonto
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Visitare il centro della città di Valencia

La nuova promo Ryanair punta chiaramente su chi vuole viaggiare spendendo poco senza rinunciare a destinazioni interessanti. Con prezzi a partire da 16,99 euro e partenze distribuite su più settimane, le possibilità non mancano. L’importante è muoversi in fretta: la scadenza del 18 febbraio 2026 è vicina e, come spesso succede con queste offerte, le tariffe migliori sono anche le prime a sparire.

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