Vue normale

Il y a de nouveaux articles disponibles, cliquez pour rafraîchir la page.
À partir d’avant-hierFlux principal

Perù, scoperto un antico osservatorio astronomico della civiltà Caral: nuove rivelazioni sulle origini delle Americhe

5 juin 2026 à 07:30

Il Perù è uno dei Paesi più affascinanti del Sud America, con un patrimonio culturale che non smette di sorprendere archeologi e viaggiatori persino ai nostri giorni, grazie a nuove testimonianze del suo straordinario passato. Nella regione di Lima, infatti, all’interno del sito archeologico di Áspero, gli studiosi hanno individuato una complessa struttura architettonica legata all’osservazione astronomica che potrebbe riscrivere parte delle conoscenze sulla civiltà Caral, considerata una delle più antiche delle Americhe.

L’annuncio è arrivato dal Ministero della Cultura peruviano attraverso la Zona Archeologica Caral, che da oltre vent’anni conduce ricerche nel sito. La scoperta rafforza l’idea che gli abitanti di Áspero oltre ad essere abili pescatori e commercianti, fossero anche già all’epoca degli abili conoscitori dei fenomeni celesti e del loro impatto sull’ambiente circostante.

La scoperta di Áspero

Le indagini archeologiche ad Áspero, coordinate dalla dottoressa Ruth Shady Solís, hanno portato alla luce una struttura situata in una posizione strategica dell’antico insediamento, con una visuale privilegiata sia sull’Oceano Pacifico sia sulla parte bassa della valle di Supe. Secondo gli studiosi, questo spazio sarebbe stato utilizzato da specialisti incaricati di osservare e registrare i movimenti del Sole, della Luna e delle stelle. Le informazioni raccolte risultavano fondamentali per prevedere le variazioni delle maree, i cambiamenti climatici e la disponibilità delle risorse marine, elementi essenziali per la sopravvivenza e lo sviluppo della comunità.

Áspero, Perù
@GOB.PE
Dettaglio degli scavi ad Áspero, Perù

Gli scavi nel sito in Perù hanno persino evidenziato quattro diverse fasi costruttive. In origine l’area avrebbe ospitato un edificio pubblico cerimoniale mentre successivamente vennero aggiunte piattaforme circolari e pietre rituali collocate al centro delle strutture. Una delle fasi più significative comprende una doppia piattaforma sopraelevata associata a un focolare cerimoniale, caratteristiche che suggeriscono un legame sempre più stretto tra pratiche rituali e osservazione degli astri. Per gli archeologi, la configurazione architettonica potrebbe aver funzionato come uno strumento per monitorare cicli solari e lunari, conoscenze indispensabili per organizzare attività economiche, sociali e religiose, incredibili al tempo.

L’importanza della scoperta

Situato a circa 700 metri dall’Oceano Pacifico e sviluppato su quasi 19 ettari, Áspero rappresentava uno dei principali porti della civiltà Caral tra il 3000 e il 1800 a.C. Il sito conserva ancora oggi oltre venti complessi architettonici che testimoniano l’esistenza di una società organizzata e interconnessa con le popolazioni della costa, delle Ande e della foresta amazzonica. Negli ultimi anni il sito peruviano ha restituito ritrovamenti di grande rilievo, come la celebre “Dama dei Quattro Tupus”, un importante personaggio femminile dell’élite locale, oltre ad altre sepolture che hanno contribuito a ricostruire la struttura sociale della civiltà.

Áspero, Perù, Caral
@GOB.PE
Vista sull’osservatorio astronomico di Áspero

La nuova scoperta aggiunge un ulteriore elemento di interesse, soprattutto per chi ha in programma un viaggio nel Paese. Áspero emerge infatti sia come centro economico e marittimo, che come luogo di produzione del sapere, dove l’osservazione sistematica del cielo consentiva in epoca impensabile di interpretare e prevedere i cambiamenti dell’ambiente naturale. Per chi programma un viaggio in Perù, il sito offre dunque oggi una prospettiva diversa rispetto ai più celebri itinerari che includono Machu Picchu o Cusco.

Monte Petrarvella riscrive la storia: scoperta la necropoli che cambia il suo futuro

Par : losiangelica
4 juin 2026 à 10:00

La terza campagna di scavi sul Monte Petrarvella si è conclusa con qualcosa che nessuno si aspettava davvero. O meglio: si sperava in ritrovamenti significativi, ma le 4 sepolture venute alla luce nelle ultime settimane hanno messo di fronte gli archeologi a un enigma che le fonti storiche, da sole, non bastano a spiegare.

Un insediamento medievale, una necropoli estesa, e alcune tombe che raccontano di rituali funerari tutt’altro che ordinari. La strada verso un parco archeologico, adesso, è più concreta che mai.

La scoperta della necropoli a Monte Petrarvella

Gli scavi di Petrarvella, partiti nel 2024 con la direzione scientifica del professor Andrea Polcaro del Dipartimento di Lettere dell’Università degli Studi di Perugia, avevano l’obiettivo di capire di più sul territorio e il suo passato. L’attività ha avuto la concessione da parte del ministero della Cultura e ha collaborato attivamente con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Umbria.

Nei giorni scorsi, un open day ha aperto il sito a istituzioni e associazioni locali, per condividere i risultati di questa terza e più ricca campagna.

Quello che è emerso dalla roccia riguarda almeno quattro sepolture classificate come anomale. Databili tra il XII e il XIV secolo grazie ai materiali ceramici rinvenuti nelle fosse, le tombe si trovano sulla sommità del monte, ricavate direttamente nella roccia e collegate alle fondazioni di un edificio medievale ancora in gran parte da scavare. E a vedere questo dettaglio sembra tutto regolare per questa tipologia di siti.

Ma ci sono dei dettagli che cambiano tutto e sono pronti a riscrivere la storia: 2 tombe di forma ovoidale, orientate est-ovest, mostrano i segni inequivocabili di una riapertura avvenuta poco dopo l’inumazione. In entrambi i casi il corpo risulta sezionato: la parte superiore è stata asportata, quella inferiore lasciata in loco.

In una delle fosse, all’altezza dei piedi del defunto, è stata trovata una calotta cranica tagliata a metà. Nelle vicinanze, all’interno della struttura medievale, gli archeologi hanno individuato la parte superiore di un corpo privo di testa, deposta come sepoltura secondaria sotto il pavimento. Un’altra fossa, questa circolare, conteneva un cranio adulto, alcune ossa lunghe e quattro piccoli crani disposti a semicerchio, riconducibili probabilmente a individui deceduti in età infantile.

Rituali insoliti, li chiamano i ricercatori. Forse un eufemismo, guardando i reperti. Le ipotesi al momento in campo puntano verso una condizione sociale particolare degli inumati oppure verso eventi traumatici collettivi che ne causarono la morte, qualcosa di abbastanza grave da richiedere, evidentemente, un trattamento dei corpi fuori dall’ordinario.

Il valore della scoperta

Al di là del valore intrinseco dei reperti, quello che rende questo sito davvero rilevante è il contesto storico in cui si inserisce. Le indagini filologiche e la toponomastica storica suggeriscono con crescente solidità che le rovine individuate sulla cima del Petrarvella appartengano all’antico castrum di Petra Albella, documentato già nell’XI secolo. Non è escluso nemmeno che si tratti di Castel Vecchio o di Panicale Vecchio, insediamenti descritti come abbandonati e in rovina tra il XV e il XVI secolo. In tutti i casi, si starebbe parlando delle origini stesse della comunità di Panicale.

Castello dei Conti Guidi, uno dei simboli medievali più affascinanti della Toscana

3 juin 2026 à 16:00

Nel cuore del Casentino, tra boschi, colline e borghi antichi, il Castello dei Conti Guidi rappresenta una delle testimonianze storiche più importanti della Toscana. Situato a Poppi, in provincia di Arezzo, questo imponente edificio domina il paesaggio circostante con la sua architettura medievale e racconta secoli di vicende.

Considerato uno dei castelli meglio conservati della zona, è una meta ideale per chi desidera scoprire il patrimonio storico toscano e immergersi nell’atmosfera del Medioevo. La sua architettura elegante, le sale ricche di storia e la posizione panoramica ne fanno una delle attrazioni più visitate del Casentino.

La storia del Castello dei Conti Guidi

Il Castello dei Conti Guidi, noto anche come Castello di Poppi, fu costruito come fortezza militare e imponente residenza signorile per affermare il potere della famiglia dei Conti Guidi.

L’edificio assunse la forma attuale tra la fine del XII e l’inizio del XIV secolo. Grazie alla sua posizione strategica, il maniero controllava l’intera valle e le più importanti vie di comunicazione rappresentando così un punto di riferimento fondamentale per il territorio. La struttura che possiamo ammirare oggi è il risultato di diversi interventi avvenuti nel corso dei secoli.

Il castello è famoso anche per la sua somiglianza con il Palazzo Vecchio di Firenze, tanto che secondo la tradizione il progetto originario è attribuito allo stesso architetto, Arnolfo di Cambio.

La piana sottostante il Castello fu protagonista di importanti eventi storici, tra cui la celebre Battaglia di Campaldino del 1289, che vide contrapposti guelfi e ghibellini e alla quale partecipò anche Dante Alighieri. A questa battaglia è anche dedicata una sala del castello.

Con il progressivo declino del potere dei Conti Guidi, il castello nel 1440 passò sotto il controllo della Repubblica Fiorentina, assumendo nuove funzioni amministrative – sede di vicariato, tribunali, archivi e istituzioni locali (ospitando ancora oggi la sede del Comune di Poppi). Il castello è stato protagonista di uno dei film italiani più celebri degli Anni ’90, Il ciclone, con Leonardo Pieraccioni che, nell’estate del 1996, ne fu regista e interprete, e di una splendida Lorena Forteza. Proprio quest’anno festeggia i trent’anni dall’uscita nelle sale.

Visitare il castello

Visitare il Castello dei Conti Guidi, inserito fra le case della memoria, significa compiere un viaggio attraverso la storia della Toscana medievale.

Gli ambienti interni conservano affreschi, arredi storici e testimonianze che raccontano la vita della nobiltà dell’epoca. Il complesso è circondato da mura con merli guelfi e da un fossato. Il Salone delle Feste è oggi sede del Consiglio Comunale di Poppi.

Tra gli spazi più suggestivi spicca la Biblioteca Rilliana (al primo piano del castello), che custodisce circa 25.000 volumi antichi e rappresenta un centro di conservazione culturale del Casentino.

Anche la Cappella del castello, con al suo interno il ciclo di affreschi attribuiti a Taddeo Gaddi, è un luogo da visitare per conoscere più da vicino la storia della famiglia dei Conti Guidi, notevoli amanti dell’arte. Particolarmente affascinante è la salita alla torre principale, dalla quale si gode una splendida vista sul borgo e sull’intera vallata del Casentino.

Le Sale Espositive ospitano periodicamente mostre temporanee, eventi culturali e iniziative dedicate alla valorizzazione della storia locale. All’interno delle sale si trovano anche l’Ecomuseo del Casentino, il Museo dei Diritti Umani e le antiche prigioni.

Per maggiori informazioni e per acquistare i biglietti, consultare il sito ufficiale Castello di Poppi.

Cosa visitare al Castello dei Conti Guidi
iStock
Il castello di Poppi è il monumento principale del Casentino

Dove si trova e come raggiungerlo

Il Castello dei Conti Guidi si trova nel centro storico di Poppi (uno dei Borghi più belli d’Italia), in provincia di Arezzo, all’interno del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna. La sua posizione privilegiata lo rende facilmente raggiungibile sia da Firenze sia da Arezzo.

Chi viaggia in auto può percorrere l’autostrada A1 uscendo ad Arezzo e proseguendo lungo la Strada Regionale 71 in direzione Casentino. Per chi preferisce i mezzi pubblici, il borgo è collegato da autobus e dalla linea ferroviaria Arezzo-Stia che attraversa la valle, con fermata Poppi a circa 15 minuti a piedi dal castello.

Baschi, borgo medievale dei “buchi” tra archeologia e storia ghibellina

30 mai 2026 à 10:00

Nel cuore dell’Umbria, tra dolci colline, campi coltivati e paesaggi che si affacciano sul Lago di Corbara, sorge Baschi, un piccolo borgo medievale che, a prima vista, appare come uno dei tanti affascinanti centri storici umbri, ma basta attraversare le antiche porte per scoprire un luogo davvero particolare, conosciuto come il paese dei “buchi”.

Una meta che conquista chi ama passeggiare tra vicoli medievali, scoprire testimonianze archeologiche e vivere una dimensione lenta, dove la tradizione agricola regala eccellenze gastronomiche tutte da assaporare, tappa perfetta per allontanarsi dalle rotte più battute.

Cosa vedere a Baschi

Il cuore pulsante del borgo è senza dubbio il suo straordinario centro storico medievale, conosciuto come “I Buchi”, un nome curioso che deriva dalle dimensioni ridotte delle abitazioni e dei vicoli che compongono l’antico quartiere, rimasto immutato nel corso dei secoli: le case hanno porte basse e strette, finestre minute e vicoli così angusti da giustificare il soprannome.

Tra gli edifici più significativi spicca la Chiesa di San Nicolò, dichiarata monumento nazionale per il suo valore storico e artistico: l’edificio attuale venne costruito nel 1576 sopra un precedente luogo di culto risalente al XII secolo. Il progetto fu affidato all’architetto orvietano Ippolito Scalza, che realizzò una chiesa ispirata ai modelli toscani. L’interno si distingue per l’elegante alternanza tra intonaco e pietra grigia basaltina, e lo sguardo viene attirato dal magnifico organo settecentesco composto da circa cinquecento canne, mentre sotto l’altare maggiore è custodita la salma di San Longino, patrono del paese.

La visita prosegue all’interno del Palazzo Comunale, dove trova spazio l’Antiquarium, una raccolta archeologica che permette di approfondire la storia più antica del territorio: l’esposizione permanente custodisce numerosi reperti provenienti dagli scavi di Scoppieto, importante sito produttivo di epoca romana specializzato nella lavorazione della ceramica.

Tra terrecotte, frammenti di manufatti e testimonianze della vita quotidiana, si va alla scoperta di una realtà che, quasi duemila anni fa, rappresentava un importante centro artigianale. I pannelli illustrativi e le ricostruzioni della fornace consentono inoltre di comprendere le diverse fasi della lavorazione dell’argilla e di immaginare l’intensa attività che animava il luogo durante l’età romana.

Per completare l’esperienza vale la pena raggiungere l’Area Archeologica di Scoppieto, uno dei siti più interessanti della zona: gli scavi avviati nel 1995 hanno portato alla luce un vasto complesso produttivo dedicato alla fabbricazione di ceramiche, attivo a partire dalla fine del I secolo d.C. e costruito sopra un precedente santuario risalente addirittura al IV secolo a.C.

I circa duemila metri quadrati emersi finora restituiscono un quadro affascinante dell’organizzazione della produzione ceramica romana: sono stati individuati gli spazi di lavoro dei vasai, i torni, i bracieri e numerose strutture funzionali al processo produttivo.

Panorama del borgo di Baschi, Umbria
DEA / M. BORCHI by GettyImages
Suggestivo panorama del borgo di Baschi

Dove si trova e come raggiungere Baschi

Baschi è in provincia di Terni, a circa quindici chilometri da Orvieto. La sua posizione, immersa in un paesaggio caratterizzato da colline coltivate, boschi e scorci sul Lago di Corbara, lo rende una meta ideale per chi desidera esplorare una delle zone più autentiche della regione.

Il borgo è inoltre attraversato dal celebre Cammino dei Borghi Silenti, itinerario escursionistico che collega alcuni dei centri storici più suggestivi dell’Umbria e che negli ultimi anni ha attirato sempre più camminatori alla ricerca di percorsi lontani dal turismo di massa.

Raggiungere Baschi è semplice sia in auto sia con i mezzi pubblici. Se viaggiate in auto potete utilizzare l’Autostrada del Sole A1, uscendo al casello di Orvieto, oppure percorrere la superstrada Perugia-Todi e la SS448 Todi-Orvieto. Il borgo è inoltre collegato dalla SS205 che attraversa il territorio tra Orvieto, Guardea, Amelia e Narni.

Se preferite il treno, il punto di riferimento principale è la stazione ferroviaria di Orvieto sulla linea Firenze-Roma. Un’alternativa è la stazione di Orte, servita dalle linee ferroviarie che collegano Roma, Terni e Perugia. Da entrambe le località è possibile proseguire verso Baschi e scoprire uno dei borghi più particolari e sorprendenti dell’Umbria.

Château Gaillard, il guardiano di pietra della Normandia di Riccardo Cuor di Leone

29 mai 2026 à 17:00

Alcuni dei luoghi più suggestivi in Europa lo sono perché capaci di evocare immediatamente il Medioevo più epico, quello dei sovrani guerrieri, delle alleanze spezzate e delle fortezze costruite per dominare il mondo. Château Gaillard, in Normandia, appartiene senza dubbio a questa categoria di posti che hanno dell’incredibile, capaci di stupire ancora oggi, quando tutto sembra invece “già visto”.

Arroccato su una falesia calcarea che domina una delle anse più scenografiche della Senna, il castello appare ancora oggi come un frammento di leggenda rimasto ancorato nel tempo. Le sue rovine, scolpite dal vento e dalla storia, raccontano l’ambizione smisurata di Riccardo Cuor di Leone, il re guerriero d’Inghilterra che volle erigere qui una delle fortezze più avanzate del Medioevo. Infatti, basta arrivare ai piedi delle sue mura per capire perché questo luogo continui ad affascinare viaggiatori, storici e fotografi provenienti da tutto il mondo.

La fortezza sulla Senna di Riccardo Cuor di Leone

Château Gaillard sorge a Les Andelys, nel cuore della Normandia francese e fu costruito tra il 1196 e il 1198 in tempi considerati straordinari persino per l’epoca. Riccardo Cuor di Leone, re d’Inghilterra e duca di Normandia, ordinò la realizzazione della fortezza per controllare la valle della Senna e difendere Rouen dall’avanzata del re di Francia Filippo Augusto.

Château Gaillard
iStock
La spettacolare fortezza Château Gaillard

Il castello rappresentava un capolavoro assoluto di architettura militare medievale: bastioni concentrici, fossati asciutti, mura studiate per resistere agli assedi e una posizione praticamente inespugnabile a quasi cento metri sopra il fiume. Per molti storici, Château Gaillard era addirittura in anticipo di secoli rispetto alle fortificazioni contemporanee. Secondo una celebre tradizione, osservando la fortezza appena terminata, Riccardo Cuor di Leone avrebbe esclamato: “Che magnifica figlia di un anno”. Da qui deriverebbe il nome “Gaillard”, termine antico che indicava qualcosa di possente, vigoroso e audace – infatti, l’espressione si riferisce a qualcosa di “già cresciuto, forte”.

Ma il destino del castello fu tanto glorioso quanto tragico: dopo la morte di Riccardo nel 1199, infatti, Château Gaillard cadde sotto l’assedio di Filippo Augusto nel 1204, al termine di mesi drammatici segnati dalla fame e dalla disperazione. Tra gli episodi più cupi ricordati dalla storia vi è quello delle “bocche inutili”: centinaia di abitanti del villaggio, rimasti intrappolati tra le mura e l’esercito nemico, morirono di stenti nei fossati della fortezza.

Nel corso dei secoli il castello cambiò più volte padrone durante la Guerra dei Cent’Anni, fino a perdere gradualmente la sua funzione strategica. Le sue pietre vennero persino riutilizzate per altri edifici della regione, ma le rovine conservarono intatto il loro potere evocativo. Ancora oggi, quando la nebbia sale dalla Senna e avvolge le mura spezzate, Château Gaillard sembra appartenere più al regno delle leggende che alla realtà.

Château Gaillard
iStock
Le possenti mura di Château Gaillard

Dove si trova Château Gaillard e come raggiungerlo

Château Gaillard si trova a Les Andelys, nel dipartimento dell’Eure, in Normandia, tra Parigi e Rouen. La sua posizione panoramica domina uno degli angoli paesaggistici più suggestivi della Senna e offre una vista spettacolare sulle falesie bianche, sui tetti del borgo e sulla valle circostante. Da Parigi è raggiungibile in circa un’ora e mezza d’auto, il che lo inquadra come una meta perfetta anche per un’escursione giornaliera. Chi preferisce i mezzi pubblici può arrivare in treno fino a Rouen o Vernon e proseguire poi verso Les Andelys in autobus o taxi.

Il sito è visitabile gran parte dell’anno, mentre alcune aree interne del castello aprono stagionalmente. La salita richiede scarpe comode: il sentiero che conduce alla fortezza attraversa la collina calcarea e regala scorci spettacolari già prima dell’arrivo. Oltre alla visita storica, l’esperienza più memorabile resta probabilmente quella del panorama. Al tramonto, quando la luce dorata accende le rovine e la Senna riflette il cielo normanno, Château Gaillard assume un’atmosfera quasi irreale.

Il Castello Utveggio, il maniero sospeso tra cielo e mare che veglia su Palermo

28 mai 2026 à 15:30

Il Castello Utveggio è uno dei luoghi più suggestivi che dominano la città di Palermo. Situato sulla cima di Monte Pellegrino a quota 346 metri, questo edificio in stile neogotico con influenze liberty è spesso scambiato per un antico castello, ma in realtà si tratta di una costruzione del 1934, realizzata con finalità turistiche.

La sua posizione panoramica offre una vista straordinaria sul Golfo di Palermo, rendendolo una meta molto amata da turisti, fotografi e appassionati di architettura. Oggi il Castello Utveggio è anche simbolo di rinascita e valorizzazione del patrimonio storico e paesaggistico siciliano.

La storia del Castello Utveggio

Il Castello Utveggio fu costruito nel 1934 per volontà del Cavaliere Michele Utveggio, con l’intento di realizzare una struttura ricettiva di lusso. L’intera struttura (edificio principale, strada di accesso con ponte, arredo esterno, grandi serbatoi di acqua potabile, impianto di sollevamento e magazzini) venne finalizzata in appena 5 anni ma il Grand Hotel non ebbe la fortuna desiderata.

Durante il secondo dopoguerra conobbe periodi di abbandono e atti vandalici. La Regione Siciliana nel 1984, divenuta proprietaria, avviò interventi di recupero per ripristinare gli arredi interni e esterni. L’edificio divenne così la sede di una Scuola di Eccellenza, il CERISDI (Centro Ricerche e Studi Direzionali).

Dopo questo periodo di rinascita, in cui ospitò anche Papa Giovanni Paolo II, il Castello subì però un nuovo periodo di abbandono, causato dalla chiusura della scuola (2016), fino al 2025 quando venne finalmente riaperto al pubblico, dopo grandi lavori di restauro. Il Castello Utveggio di Palermo rappresenta oggi un importante esempio di riuso di architettura storica del Novecento.

Riapre il Castello Utveggio di Palermo
Getty Images
Il suggestivo Castello Utveggio

Visitare il Castello

La riapertura del Castello Utveggio offre oggi a cittadini, scuole e turisti la possibilità di ammirare uno dei luoghi in stile neorinascimentale più simbolici della città di Palermo. Dal piazzale del castello si gode una vista spettacolare sulla città, sul porto storico e sull’intero Golfo di Palermo, soprattutto al tramonto.

La visita al Castello è gratuita con prenotazione obbligatoria e ingresso in gruppi. I tour si svolgono di lunedì (per le visite scolastiche), giovedì, venerdì, sabato e domenica per le visite individuali con possibilità di scegliere tra i turni mattutini (ore 10, 11 e 12) e quelli pomeridiani (ore 16, 17 e 18). La visita dura circa 50 minuti ed è condotta in italiano e inglese.
Per le prenotazioni, consultare il sito del Turismo del Comune di Palermo.

L’insieme di natura, storia e panorama rende questa zona una tappa imperdibile per chi desidera scoprire il volto più autentico del capoluogo della Sicilia.

Castello Utveggio: come visitare il castello di Palermo
iStock
Vista panoramica del Porto di Palermo con il Castello Utveggio

Dove si trova e come raggiungerlo

Il Castello di Utveggio si trova sulla sommità del Monte Pellegrino, nel territorio di Palermo, in una posizione dominante rispetto alla città e al mare che Goethe definì “il più bel promontorio del mondo”.

Il Castello Utveggio, per tutelare l’area naturalistica, non è raggiungibile in auto ma per accedere all’area è necessario usare le navette elettriche dedicate alle visite. Il punto di incontro è Largo Antonio Sellerio, alle falde del Monte Pellegrino. Al termine della visita prenotata la navetta ricondurrà i viaggiatori al punto di incontro. La visita e i trasferimenti sono accessibili anche alle persone con disabilità.

Vasto svela nuovi segreti: dal cantiere affiora una necropoli di oltre 2.300 anni fa

Par : losiangelica
28 mai 2026 à 14:00

Dovevano partire i lavori per un impianto fotovoltaico, nella zona industriale di Punta Penna, a Vasto ma dagli scavi preliminari all’apertura del cantiere è emersa una necropoli preromana di cui non si sapeva nulla. Datata probabilmente oltre 2.3000 anni fa è una scoperta incredibile pronta ad aggiungere dettagli alla storia che conosciamo.

Durante le indagini preliminari previste per ogni cantiere ciò che è stato scoperto ha bloccato i lavori richiedendo l’intervento della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Chieti e Pescara. Un ritrovamento inatteso, in un’area dove si stava scavando per tutt’altro.

La scoperta della necropoli preromana

Gli scavi a Vasto hanno portato alla luce un ampio nucleo funerario, una vera e propria necropoli datata oltre 2-3000 anni fa. Con numerose sepolture databili, in modo preliminare, tra il V e il IV secolo a.C.

Le tombe documentate mostrano una certa varietà nelle forme e nei depositi funerari. Ci sono fosse con riempimento di pietre, sepolture su letti di tegole, una sepoltura in cassa laterizia con una cintura in bronzo, e semplici fosse terragne con ornamenti, elementi in ferro e bronzo, vasi ceramici. Oggetti che non sono solo oggetti: raccontano chi era il defunto, quale ruolo aveva, come la comunità voleva ricordarlo.

Insieme alle tombe è emersa anche una struttura di funzione ancora incerta. I dati raccolti non bastano ancora per stabilirne cronologia e destinazione d’uso. I materiali in superficie, però, lasciano ipotizzare che l’area abbia continuato a essere frequentata anche in epoca ellenistico-romana, un’indicazione che Punta Penna, oggi nota per le spiagge di sabbia, non era un semplice cimitero di passaggio, ma un luogo con una storia lunga.

Vasto nell’antichità era Histonium, uno dei centri più importanti dei Frentani, il popolo italico che occupava questa parte dell’Adriatico prima della romanizzazione. La necropoli appena scoperta appartiene a quel mondo, precedente all’arrivo di Roma, e aggiunge dettagli concreti a una mappa storica che finora era piuttosto lacunosa.

Necropoli a Vasto: esempio di corredo funebre
Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Chieti e Pescara
Un esempio di corredo rinvenuto nella necropoli di Vasto

Perché la scoperta riscrive la storia

Le necropoli sono, in un certo senso, le fonti più oneste che abbiamo sul passato. Gli insediamenti cambiano, vengono ricostruiti, a volte cancellati. Le tombe, quando intatte o ben conservate, custodiscono tracce deliberate: come una comunità sceglieva di rappresentare i propri morti, cosa deponeva con loro, come esprimeva rango e memoria attraverso il rituale.

La scoperta di Punta Penna ha un peso specifico anche per come è avvenuta. Non nasce da una campagna di ricerca pianificata, ma dall’applicazione della normativa sull’archeologia preventiva: prima dei cantieri si scava per tutelare. Senza questo passaggio obbligatorio, la necropoli avrebbe potuto restare sepolta o, peggio, essere distrutta senza che nessuno ne sapesse mai nulla.

Inizialmente c’è stato riserbo massimo sul ritrovamento nella regione d’Abruzzo ma ora che la fase di scavo è conclusa si apre l’attività di studio che permetterà di approfondire l’estensione della necropoli e l’organizzazione interna.

Una selezione degli oggetti più significativi sarà destinata al rinnovato percorso museale di Palazzo d’Avalos a Vasto: una scelta che ha anche un valore simbolico. I materiali rimarranno vicini al luogo di provenienza, radicando la scoperta nella storia locale invece di farla sparire in depositi lontani.

Il Castello di Santa Severa, dove il mare incontra la storia e l’estate diventa magia

27 mai 2026 à 17:00

Il Castello di Santa Severa è uno dei luoghi storici più affascinanti del litorale laziale, situato a pochi chilometri a nord di Roma nel comune di Santa Marinella. Affacciato direttamente sul Mar Tirreno, rappresenta un raro esempio di complesso monumentale rimasto intatto nel tempo e oggi valorizzato come spazio multifunzionale.

La sua posizione panoramica e la lunga storia che lo caratterizza lo rendono una meta ideale per chi desidera unire cultura, mare e archeologia in un’unica visita. Il castello è facilmente riconoscibile per la sua imponente struttura che domina la costa e racconta secoli di trasformazioni storiche e sociali.

La storia del Castello di Santa Severa

Il Castello di Santa Severa sorge sul sito di Pyrgi, città portuale collegata all’antica Caere (Cerveteri) fondata tra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a.C.. Durante il III secolo a.C., attraverso la romanizzazione del territorio costiero, su una parte del sito etrusco venne fondato il castrum romano di Pyrgi. In epoca medievale il sito venne poi trasformato in borgo conosciuto come Castellum Sanctae Severae mentre il castello venne costruito nel XIV secolo.

Nel corso dei secoli il castello passò attraverso vari proprietari fino a diventare un presidio strategico dello Stato Pontificio lungo la costa laziale. Dopo un periodo di massimo splendore raggiunto nel Seicento, il Castello ebbe una lenta decadenza fino a essere utilizzato come postazione militare strategica dai tedeschi nel 1943.

Visitare il Castello

Oggi il Castello di Santa Severa è un importante spazio multifunzionale che ospita mostre, eventi e percorsi espositivi. La visita permette di esplorare le antiche mura, le torri e il cortile interno, oltre al Museo del Mare e della Navigazione Antica che racconta il legame tra il castello e il Mediterraneo.

Il complesso offre anche aree verdi, spazi per eventi all’aperto e un’area archeologica che testimonia le origini antiche del sito.

Estate 2026 al Castello di Santa Severa: gli eventi
iStock
Il Castello di Santa Severa è uno spazio multifunzionale

Eventi estivi al Castello di Santa Severa

Durante l’estate il Castello diventerà il cuore pulsante della cultura del Lazio grazie alla rassegna “Vivi il Castello di Santa Severa 2026”, promossa dalla Regione Lazio e organizzata da LAZIOcrea con la direzione artistica di ATCL – Circuito Multidisciplinare del Lazio.

Dal 1 giugno al 30 agosto il grande prato ai piedi della fortezza ospiterà un fitto calendario di appuntamenti tra musica, teatro, cinema, letteratura e arte contemporanea.

La stagione si apre con la mostra “Happy Birthday to You Marilyn Monroe”, un omaggio alla diva hollywoodiana con oltre cento opere tra cui lavori di Andy Warhol e altri artisti internazionali, che raccontano il mito e la fragilità di Marilyn.

Il programma musicale include concerti di artisti come Fabrizio Moro, Ermal Meta, Alex Britti, Stadio, Gaia e Alexia, oltre a eventi dedicati al jazz, allo swing e alla lirica. Spazio anche ai giovani talenti con il contest LazioSound e ospiti speciali come Noemi.

Il teatro propone spettacoli per famiglie e grandi nomi della scena italiana, mentre il cinema all’aperto alterna classici Disney e commedie italiane. Non mancano danza, talk di attualità, incontri letterari con “Libri e Calici”, iniziative enogastronomiche e visite guidate.

Per maggiori informazioni, visitare il sito ufficiale del Castello di Santa Severa.

Dove si trova e come raggiungerlo

Il Castello di Santa Severa si trova sulla costa tirrenica del Lazio, nel comune di Santa Marinella, a circa 50 chilometri da Roma. È facilmente raggiungibile sia in auto tramite la SS1 Aurelia, sia in treno grazie alla linea ferroviaria regionale con fermata Santa Severa Nord.

Margherita di Savoia, viaggio sulle tracce della prima regina d’Italia

23 mai 2026 à 12:00

Protagonista assoluta del passaggio tra Ottocento e Novecento, Margherita di Savoia entrò ufficialmente nella storia italiana nel 1868 come Principessa di Piemonte, facendo il suo ingresso trionfale nella Villa Reale di Monza ad appena diciassette anni. Da quel momento, la sua vita si intrecciò con la nascita dell’Italia moderna: prima sovrana del Regno d’Italia dal 1878, poi Regina Madre dopo il drammatico assassinio di Umberto I nel 1900, visse una parabola umana e politica intensa, conclusasi il 4 gennaio 1926.

Il viaggio che oggi ne segue le tracce ci accompagna al cospetto di castelli immersi nelle montagne, residenze reali, sentieri panoramici e luoghi segnati dalla memoria storica del Paese, un itinerario che racconta anche il carattere di una donna colta, appassionata di montagna, amante della natura e molto legata ad alcuni paesaggi che ne custodiscono il ricordo.

Villa Reale di Monza, la dimora simbolo

Tra tutti i luoghi legati alla vita di Margherita di Savoia, la Villa Reale di Monza occupa un posto speciale: fu qui che la giovane principessa arrivò nel 1868, iniziando quel percorso che l’avrebbe portata a diventare la prima regina d’Italia. Nel corso degli anni, la straordinaria residenza divenne il centro della sua vita privata e istituzionale, il luogo dove trascorrere lunghi soggiorni lontano dalla rigidità della corte torinese e romana.

Immersa nel verde del grande parco di Monza, la villa colpisce per l’eleganza austera dell’architettura neoclassica: le oltre 700 stanze raccontano un mondo di fastose decorazioni, pavimenti in marmo e parquet, saloni monumentali, arredi raffinati e ambienti che conservano intatta l’atmosfera della monarchia sabauda.

Pochi luoghi, però, raccontano il dolore di Margherita quanto la Cappella Espiatoria di Monza, costruita nel punto esatto in cui il 29 luglio 1900 il re Umberto I venne assassinato dall’anarchico Gaetano Bresci al termine di una manifestazione sportiva.

Cappella Espiatoria a Monza
iStock
La toccante Cappella Espiatoria a Monza

Fu proprio la regina, insieme al figlio Vittorio Emanuele III, a volere questo monumento commemorativo carico di significato simbolico e spirituale: il progetto venne affidato a Giuseppe Sacconi, già autore dell’Altare della Patria di Roma, e completato da Guido Cirilli.

La cappella emerge immersa nel silenzio di un elegante giardino, racchiuso da una raffinata cancellata in ferro battuto realizzata da Alessandro Mazzucotelli: l’insieme architettonico si sviluppa tra una cripta e un sacello sovrastato da una monumentale stele, mentre alla base si trova la struggente Pietà in bronzo scolpita da Ludovico Pogliaghi.

All’interno, la cripta a croce greca accoglie oltre 180 corone in bronzo provenienti da tutto il mondo, inviate in omaggio al sovrano assassinato, e il cippo in marmo nero che indica il punto preciso del regicidio. I mosaici in stile bizantino-ravennate, con angeli, santi e simboli legati al martirio cristiano e alla tradizione sabauda, ne amplificano il senso di raccoglimento.

Castel Savoia e il legame con il Monte Rosa

Se Monza rappresentò il cuore istituzionale della sua esistenza, fu tra le montagne valdostane che Margherita di Savoia trovò probabilmente il suo luogo dell’anima.

Ai piedi del massiccio del Monte Rosa, nel paesaggio spettacolare della Valle del Lys, sorge Castel Savoia, la residenza estiva che la regina fece costruire a Gressoney-Saint-Jean: immerso nel verde e incorniciato dalle vette, appare come una visione romantica uscita da una fiaba.

Con le torrette appuntite, le finestre panoramiche e l’inconfondibile stile neogotico, il castello riflette il gusto della sovrana e il desiderio di creare un rifugio lontano dalle formalità della corte. A partire dal 1889, dopo un invito del barone Luigi Beck-Peccoz, appartenente a una ricca famiglia walser, Margherita iniziò a frequentare assiduamente queste montagne, scegliendo il Monte Rosa come tappa fissa per ben 37 anni.

Qui poteva vivere più libera e dedicarsi alle sue passioni: praticava alpinismo, disciplina ancora poco comune per una donna dell’epoca, e affrontò numerose ascensioni sulle vette del Monte Rosa e delle Alpi tutt’intorno.

Il suo legame con il territorio valdostano è così profondo che il suo nome rivive nella Capanna Regina Margherita, il rifugio più alto d’Europa, a ben 4.554 metri di altitudine, sospeso tra ghiacciai e cielo.

La Passeggiata della Regina tra boschi, laghi e villaggi walser

A Gressoney il ricordo di Margherita di Savoia non si limita soltanto al castello.

Dal Castel Savoia parte, infatti, la celebre “Passeggiata della Regina”, un percorso semplice e panoramico di circa tre chilometri che collega la residenza reale al borgo di Saint-Jean: si tratta del sentiero che la sovrana percorreva abitualmente a piedi per raggiungere il paese, immersa nei boschi e nei paesaggi alpini che tanto amava.

Si attraversano scorci di rara bellezza, tra prati verdi, antiche architetture walser e vedute continue sul Monte Rosa. L’atmosfera è quieta e permette di immaginare la regina passeggiare lontano dai protocolli ufficiali, in un contesto che rappresentava per lei una forma di libertà.

Laghetto di Gover con cascata sullo sfondo a Gressoney Saint Jean
Laghetto di Gover e cascata a Gressoney Saint Jean

Il percorso si inserisce nell’“Anello Regina Margherita”, un itinerario culturale e paesaggistico che unisce alcuni dei luoghi più significativi di Gressoney-Saint-Jean: oltre a Castel Savoia, il tragitto tocca il suggestivo Laghetto di Gover, il centro storico del paese, il Palazzo Alemagna e il Beck-Peccoz Museum, per un viaggio tra natura, cultura e memoria storica ispirato ai lunghi soggiorni della sovrana nella valle tra il 1889 e il 1925.

Scoperta nel parco archeologico di Ocriculum: riemerge il fasto dell’antica Roma sul Tevere

Par : elenausai10
21 mai 2026 à 10:00

Il Parco Archeologico di Ocriculum, un’area di circa 36 ettari che sorge adagiata su un’ansa del Tevere, vicino all’abitato di Otricoli, è la custode di quello che fu il primo municipio romano dell’Umbria. Oggi, continua a offrire un quadro dettagliato dello sviluppo urbano e monumentale di questa città romana grazie a una recente indagine archeologica che ha restituito un complesso di strutture di eccezionale valore scientifico.

Antico e dinamico snodo strategico, questo centro fiorì in epoca imperiale grazie alla costruzione della Via Flaminia e alla presenza del celebre Porto dell’Olio, un porto fluviale che divenne il secondo fulcro commerciale più importante dopo Ostia. Un panorama archeologico così suggestivo e potente da ammaliare, nei secoli, illustri viaggiatori come Johann Wolfgang von Goethe.

Grandi basoli, monumenti e fontane riemergono

La recente indagine archeologica, condotta tra i mesi di marzo e maggio, ha concentrato i propri sforzi in un settore centrale del sito finora poco esplorato, identificato dagli studiosi come la probabile area forense dell’antica città romana. Le attività di scavo hanno dato vita a un ritrovamento dal valore scientifico straordinario.

Il primo elemento emerso è un ampio tracciato stradale perfettamente conservato, pavimentato con i tradizionali grandi basoli in pietra locale che recano ancora i segni del tempo e del passaggio dei carri. Immediatamente a ridosso della strada, gli archeologi hanno individuato un imponente basamento in calcestruzzo arricchito da spezzoni di tufo, concepito in antichità per regolarizzare i dislivelli naturali del terreno e sostenere edifici di grande importanza.

A conferma del prestigio dell’area, il terreno ha restituito fusti di colonne, frammenti di terrecotte architettoniche, decorazioni marmoree di finissima fattura e persino un peso commerciale in pietra da 30 libbre. Ma la sorpresa più spettacolare è stata il rinvenimento dei resti di una monumentale fontana pubblica di forma ottagonale. Situata in uno spazio aperto e circondata da un elegante lastricato, la struttura presenta un rivestimento interno in cocciopesto, testimonianza della straordinaria ingegneria idraulica romana del tempo in Umbria.

Resti della fontana monumentale ritrovati nel Parco archeologico di Ocriculum
Ufficio Stampa
I resti della fontana monumentale ritrovati nel Parco archeologico di Ocriculum

Perché è un ritrovamento importante

La portata di questa scoperta va ben oltre la bellezza dei singoli reperti e promette di riscrivere l’assetto urbanistico di Ocriculum. Fino ad oggi, la topografia di questa porzione centrale del municipio romano era avvolta nel mistero. I nuovi dati scientifici permettono invece di ridisegnare la mappa dei principali spazi pubblici e civici, confermando la monumentalità e il fasto che caratterizzavano la città tra il I e il II secolo d.C.

L’altissima qualità dei materiali marmorei e delle decorazioni attesta inequivocabilmente l’elevato rango della committenza e la centralità politica, religiosa o civile che questo specifico complesso rivestiva per l’intera comunità dell’epoca.

Le nuove acquisizioni, quindi, non solo arricchiscono il patrimonio esistente, ma aprono orizzonti inediti per la ricerca scientifica del futuro. Per i viaggiatori e gli amanti della storia, la notizia più bella è che le istituzioni sono già al lavoro per progettare percorsi di valorizzazione che renderanno presto accessibili al pubblico queste meraviglie appena riemerse dalla terra.

Tratto di strada basolata nello scavo a Ocriculum in Umbria
Ufficio Stampa
Tratto di strada basolata ritrovato durante gli scavi

Un tunnel misterioso emerge a Gerusalemme, gli studiosi al lavoro per decifrare l’enigma

Par : losiangelica
20 mai 2026 à 11:30

50 metri scavati nella roccia viva, con un’altezza che in certi punti supera i 5 metri: questo il percorso per il ritrovamento di un tunnel misterioso scoperto nei pressi del kibbutz Ramat Rachel, alla periferia meridionale di Gerusalemme. Un ritrovamento raro che invece di rispondere alle domande degli studiosi ne apre di nuove. Ma ecco perché è così importante questa novità.

Il tunnel misterioso scoperto a Gerusalemme

Gli archeologi dell’Israel Antiquities Authority stavano conducendo scavi preliminari su un terreno roccioso ed esposto, in vista della costruzione di un nuovo quartiere residenziale promosso dalla Israel Lands Authority, quando hanno individuato quella che sembrava una semplice cavità carsica naturale. Lo scavo è proseguito e la cavità non è finita.

La dott.ssa Sivan Mizrahi e Zinovi Matskevich, direttori dello scavo, hanno raccontato che mentre procedevano l’apertura ha rilevato in realtà un tunnel. Alcune parti sono crollate e per questo non sono ancora emersi tutti i suoi segreti.

L’accesso originario avveniva attraverso una scala intagliata nella roccia, che scendeva fino a un’apertura e da lì immetteva nel corridoio sotterraneo. All’interno, strati e strati di terra accumulata nel corso di secoli. Il tunnel è stato trovato sostanzialmente intatto nella sua struttura, il che rende ancora più strano il silenzio assoluto che lascia dietro di sé: nessun oggetto, nessun frammento ceramico, niente che possa aiutare a datarlo o a capire a cosa servisse.

Chi lo ha realizzato ha creato una costruzione di 3 metri di larghezza e fino a 5 metri d’altezza con un lavoro di escavazione di grande precisione.

Nuovo Tunnel scoperto a Gerusalemme
Autorità per i Beni BASA
Il tunnel misterioso scoperto a Gerusalemme

Perché il ritrovamento conta

Il punto di forza non è solo il tunnel in sé ma il contesto in cui si inserisce.

A poche centinaia di metri in linea d’aria si trovano due siti di primaria importanza: i resti di un edificio pubblico dell’Età del Ferro nel quartiere Arnona, epoca che corrisponde al periodo del Primo Tempio, e Tel Ramat Rachel, uno dei siti più studiati dell’archeologia d’Israele, con tracce di insediamento che vanno dall’Età del Ferro fino al periodo islamico. La vicinanza è suggestiva, ma per ora non dimostra nulla.

Le ipotesi si sono accumulate e sono state scartate una dopo l’altra.

Un’infrastruttura idrica? Le pareti non sono intonacate, e in quell’area non ci sono falde acquifere note. Un’installazione agricola o industriale sotterranea? La scala dell’opera non quadra con questa lettura, e non esistono confronti simili nelle vicinanze.

La teoria attualmente più accreditata dagli stessi ricercatori è che il tunnel puntasse verso uno strato di gesso, utile per estrarre materiale da costruzione o per produrre calce. A sostegno di questa ipotesi ci sarebbe un pozzo ricavato nel soffitto, che potrebbe aver funzionato da sistema di ventilazione, e alcuni detriti di scavo trovati sul pavimento. Ma è ancora al vaglio degli studiosi.

Il dott. Amit Re’em, archeologo distrettuale di Gerusalemme per l’Israel Antiquities Authority, ha inquadrato la scoperta con parole che rendono bene la natura di questa città. Ha dichiarato che solitamente sono già presenti spiegazioni chiare per le scoperte fatte ma capita di restare meravigliati, come in questo caso.

Dopotutto Gerusalemme è una città che non smette di sorprendere, basti pensare ai ritrovamenti più recenti come la scoperta pazzesca sotto al Muro Occidentale di 2.000 anni fa o un messaggio unico di 2.700 anni fa. Proprio per questo sotto ogni cantiere o costruzione potrebbe rivelare qualcosa che ancora non conosciamo.

Scoperte oltre 100 uova di dinosauro in Francia: è il ritrovamento più importante al mondo

Par : elenausai10
15 mai 2026 à 10:16

Durante una serie di scavi nel terreno del Musée Parc des Dinosaures, l’archeologo, ricercatore e direttore del parco-museo Alain Cabot si è imbattuto in un ritrovamento record: un agglomerato di oltre cento uova di dinosauro fossilizzate, rimaste protette dal fango e dalla roccia per circa 70-72 milioni di anni.

La notizia ha immediatamente fatto il giro del mondo, non solo per l’eccezionale quantità di reperti concentrati in un unico punto, ma anche per lo stato di conservazione quasi perfetto dei gusci, che offre agli scienziati una finestra temporale inedita sulla fine del periodo Cretaceo.

La scoperta delle uova di dinosauro

Per comprendere la portata della scoperta avvenuta a Mèze, nella splendida regione dell’Occitania, dovete pensare che normalmente gli scienziati si imbattono in piccole covate composte da quattro, cinque o al massimo dieci unità. Trovarne più di cento insieme rappresenta un unicum assoluto.

Le uova, che per dimensioni ricordano un pallone da calcio o un piccolo melone, presentano una struttura affascinante e sollevano interrogativi cruciali sulla fauna che popolava l’Europa preistorica. Secondo le prime stime di Cabot, i legittimi proprietari di questo immenso nido potrebbero essere stati i titanosauri, giganteschi dinosauri erbivori quadrupedi che potevano raggiungere una lunghezza compresa tra i 12 e i 15 metri, con un peso stimato tra le 15 e le 20 tonnellate.

Tuttavia, il paleontologo francese ha invitato la comunità scientifica alla massima prudenza: all’interno dei gusci non sono stati ancora individuati resti di embrioni fossilizzati, elemento che renderebbe l’identificazione certa al cento per cento.

La tesi dei titanosauri resta comunque la più accreditata e l’assenza di impronte embrionali non toglie nulla al valore scientifico del sito, che Cabot ha già definito un deposito straordinario, capace di impegnare e appassionare intere generazioni di futuri paleontologi.

Archeologo con un uovo di dinosauro
ANSA Foto
L’archeologo Alain Cabot con una delle oltre 100 uova di dinosauro scoperte in Francia

Un museo a cielo aperto per le generazioni future

Per quanto riguarda il destino di questo patrimonio scientifico, la decisione di Alain Cabot è stata categorica e mossa da un profondo spirito di divulgazione. Le uova non verranno rimosse in blocco, né tanto meno vendute a collezionisti privati. Al contrario, verranno parzialmente mantenute nel terreno del sito di scavo originale, diventando il cuore pulsante di un percorso espositivo all’interno del museo. L’obiettivo è lasciare che il pubblico e gli appassionati possano ammirarle nel loro contesto originario, restituendo alla collettività la meraviglia di una storia rimasta sepolta per 70 milioni di anni.

Questo incredibile ritrovamento non è un caso isolato, ma si inserisce in un contesto geologico ben più ampio. Nel corso degli ultimi anni, altre aree hanno restituito circa un migliaio di uova fossili, un fenomeno così caratteristico da spingere gli esperti a coniare il divertente gioco di parole “Eggs-en-Provence”.

Ma perché queste zone della Francia sono così ricche di reperti? La risposta affonda le radici nella geografia del tardo Cretaceo: all’epoca, quest’area geografica faceva parte di una grande isola che univa la Francia meridionale alla penisola iberica. Il clima e la conformazione del terreno la rendevano un luogo ideale per la riproduzione.

Uova di dinosauro in Francia
ANSA Foto
Le uova di dinosauro potrebbero avere 72 milioni di anni

Chiavari in Fiore 2026, il centro storico ligure si trasforma in un giardino a cielo aperto

12 mai 2026 à 13:56

Nel cuore del Levante ligure, tra carruggi eleganti, portici storici e l’inconfondibile atmosfera della Riviera di Levante che piace tanto nella bella stagione, Chiavari si prepara a vivere uno degli appuntamenti più amati della primavera. Sabato 16 e domenica 17 maggio 2026 torna infatti “Chiavari in Fiore”, la manifestazione che da oltre vent’anni celebra la bellezza della natura trasformando il centro cittadino in un grande giardino diffuso.

La 23esima edizione della mostra mercato dedicata a fiori e piante ornamentali promette di colorare le vie del centro storico con composizioni floreali, profumi mediterranei e installazioni capaci di esaltare l’anima raffinata della cittadina ligure. Organizzato dal 2008 dal Civ Civediamo in Centro, l’evento è diventato nel tempo uno degli appuntamenti simbolo della primavera in Liguria, richiamando visitatori, appassionati di botanica e curiosi provenienti da tutta la regione e non solo.

Passeggiare per Chiavari durante questi due giorni equivale a vivere la città in una veste completamente nuova, fuori dalla consuetudine del quotidiano. Le piazze e le strade del centro si animano di bancarelle, esposizioni e dettagli floreali che dialogano con l’architettura storica dei palazzi e dei caratteristici portici.

Cosa vedere a Chiavari in Fiore 2026

Accanto alla tradizionale e ormai nota mostra mercato, il programma dell’edizione 2026 a Chiavari propone anche una serie di appuntamenti pensati per coinvolgere residenti e visitatori di tutte le età, dal momento che si prevede un grande afflusso e partecipazione. Tra questi spicca “Impariamo dai Fiori”, esposizione di opere curate da scuole e associazioni del territorio, un progetto che unisce creatività, sostenibilità e partecipazione collettiva.

Chiavari: centro storico
iStock
Il centro storico di Chiavari

In via Garibaldi trova spazio anche una mostra fotografica dedicata al mondo floreale e al territorio ligure, mentre via Rivarola ospita l’esposizione dei creatori di opere artistiche e dell’ingegno. L’intera città diventa così un percorso tra natura, arte e artigianato, perfetto per chi desidera vivere un weekend all’insegna del relax tutto italiano, elegante e autenticamente ligure. Non manca, inoltre, l’occasione per scoprire il patrimonio storico di Chiavari attraverso una visita guidata gratuita tra le vie del centro storico. Il ritrovo è previsto alle ore 16 nel piazzale San Francesco, accanto all’Auditorium, per un itinerario che permette di conoscere più da vicino le atmosfere e le curiosità della città.

Chiavari in Fiore 2026: date, orari e info utili

L’evento si svolge nel weekend di sabato 16 e domenica 17 maggio 2026 nel centro storico di Chiavari. L’ingresso alla manifestazione è gratuito e le vie cittadine ospiteranno espositori, installazioni e iniziative per tutta la giornata.

Per aggiornamenti sul programma e informazioni legate alle condizioni meteo è possibile consultare la pagina Facebook di Civediamo a Chiavari. Un’occasione ideale per concedersi una fuga primaverile sul mare ligure, tra profumi di fiori, scorci storici e la dolce eleganza di una delle cittadine più affascinanti della Liguria.

Vi chiedete qual è il miglior modo per raggiungere Chiavari? La cittadina ligure è facilmente raggiungibile in treno grazie alla linea ferroviaria Genova – La Spezia, con la stazione situata a pochi minuti a piedi dal centro storico. Per chi arriva in auto, invece, l’uscita autostradale di Chiavari sull’A12 consente di raggiungere rapidamente il cuore della manifestazione.

Il pazzesco Chand Baori, il pozzo a gradini del Rajasthan che sfida lo sguardo

8 mai 2026 à 17:30

Occorre intraprendere una strada che attraversa il distretto di Dausa, in India, puntellato di campi bruciati dal sole, piccoli villaggi di mattoni chiari, motociclette cariche di merci e mandrie che rallentano il traffico. Un inizio di viaggio che, per alcuni, potrebbe non sembrare invitante, ma che nei fatti conduce al cospetto del Chand Baori, una cavità monumentale che per la sua perfezione geometrica sembra provenire da un altro universo.

Oltrepassando il cancello del sito archeologico, infatti, ci si rende conto di essere giunti alla soglia di un qualcosa fuori scala, fuori tempo e persino fuori categoria: un quadrato modellato nella terra che precipita verso il basso con estrema precisione. File di gradini, triangoli, diagonali e linee che si rincorrono fino a confondere la percezione, una sorta di labirinto in grado di ipnotizzare all’istante.

Del resto stiamo parlando di uno dei più grandi pozzi a gradini dell’India e uno dei più profondi al mondo, anche perché qui, ai margini del deserto del Thar, l’acqua ha sempre avuto un valore enorme. Ma, se dobbiamo essere onesti, ridurre il Chand Baori a un “semplice” sistema di raccolta è quasi offensivo. La costruzione possiede la forza visiva di una cattedrale sotterranea, la precisione matematica di un disegno impossibile e il fascino enigmatico di quei luoghi che sembrano appartenere a civiltà molto più avanzate del proprio tempo.

Breve storia del Chand Baori

È antichissimo: le origini di questa meraviglia dell’India risalgono a un periodo che va dall’VIII al IX secolo d.C., in un momento storico segnato dalla grande influenza delle dinastie rajput nella zona nord del Paese. La tradizione locale attribuisce la costruzione a Raja Chanda, sovrano legato ai Gurjara-Pratihara, una potente casata che tra il VI e il X secolo controllò vaste aree del Rajasthan e territori limitrofi.

La realizzazione richiese competenze ingegneristiche straordinarie per l’epoca, anche perché scavare così in profondità, stabilizzare pareti, distribuire il peso delle strutture superiori e progettare accessi funzionali durante variazioni stagionali del livello dell’acqua è avvenuto ben oltre 1.200 anni fa.

In totale sono 13 i livelli, circa 3.500 gradini e una profondità vicina ai 20 metri (con alcune misurazioni che arrivano oltre i 30 considerando l’intera struttura sotterranea). Numeri che, però, raccontano soltanto una parte della storia. Chand Baori venne dedicato ad Harshat Mata, la dea della gioia e della felicità, il cui tempio sorge ancora a pochi passi dal pozzo.

Durante il periodo moghul, in particolare tra XVII e XVIII secolo, la parte superiore ricevette elementi architettonici islamici, arcate colonnate, balconi pensili, e gallerie decorative. Venne quindi al mondo quel dialogo tra cultura hindu e gusto moghul che rende oggi il complesso ancora più interessante. Il fatto più sorprendente, però, è che gran parte di ciò che appare attualmente davanti ai visitatori coincide ancora con la sua struttura originale.

Come funziona la visita del Chand Baori e cosa vedere

Non è di certo raro provare una certa emozione di fronte al Chand Baori, soprattutto se lo si osserva dal bordo superiore: da qui lo sguardo scende lungo tre lati interamente occupati da doppie file di scale strettissime, incrociate secondo uno schema geometrico quasi perfetto. La pietra utilizzata, scura e porosa, contribuisce a mettere in scena un curioso gioco visivo. Durante le prime ore del mattino (oppure poco prima del tramonto), infatti, il sole crea ombre che trasformano il pozzo in un enorme mosaico tridimensionale.

Sul quarto lato appare invece la parte più monumentale. Parliamo di una zona con tre piani sovrapposti, padiglioni, balconi aggettanti, finestre jharokha finemente scolpite, gallerie sostenute da colonne e nicchie che custodiscono sculture religiose, figure divine e motivi ornamentali. Sì, verrebbe quasi da dire: “Chi più ne ha più ne metta!”.

In alto si intravedono ambienti reali, sale riservate ai sovrani, spazi cerimoniali utilizzati durante celebrazioni pubbliche o incontri ufficiali, anche se è giusto sapere che gran parte di queste aree resta chiusa ai visitatori. Vale la pena fermarsi qualche minuto lungo il parapetto e osservare semplicemente la luce, perché ora dopo ora Chand Baori cambia volto.

Scendendo verso i livelli inferiori, la temperatura cala sensibilmente. Tra superficie e fondo la differenza può raggiungere 5 o 6 gradi. In piena estate, con picchi che nel Rajasthan superano facilmente i 38 gradi, questo microclima rappresentava un rifugio naturale per abitanti, mercanti e pellegrini.

Chand Baori aveva infatti anche una funzione sociale in quanto, oltre a raccogliere acqua, chi veniva qui parlava, pregava, concludeva accordi, organizzava incontri, ascoltava musicisti e celebrava ricorrenze.

Negli ultimi decenni la sua fama ha superato i confini dell’India grazie al cinema. La struttura compare in produzioni internazionali come The Dark Knight Rises, oltre che in diverse pellicole di Bollywood. Vederlo sullo schermo incuriosisce, ma trovarselo davanti muta completamente prospettiva.

A pochi passi dal pozzo merita attenzione anche il tempio di Harshat Mata, con frammenti scultorei che sono testimoni dell’antica spiritualità del posto.

Dove si trova e come arrivare

Lo straordinario Chand Baori si trova ad Abhaneri, piccolo villaggio rurale del distretto di Dausa, nello stato indiano del Rajasthan, lungo l’asse che collega Jaipur e Agra. La distanza da Jaipur si aggira attorno ai 95 chilometri, al punto che in automobile il tragitto richiede circa 2 ore (traffico permettendo).

Molti viaggiatori scelgono un taxi privato, soluzione più semplice e più pratica soprattutto per chi inserisce Abhaneri in un itinerario del celebre Golden Triangle, il triangolo turistico formato da Delhi, Jaipur e Agra. Con i mezzi pubblici serve invece un po’ più di pazienza: da Jaipur partono autobus verso Sikandra oppure Gular, da dove poi proseguono jeep condivise, tuk tuk oppure taxi locali fino al villaggio.

Pozzo Chand Baori, India
iStock
Le geometrie perfette di Chand Baori

Chi arriva fin qui lo fa per scelta. E forse proprio per questo, davanti a quella vertigine di pietra, la sensazione risulta ancora più potente: non sembra di aver raggiunto un monumento, pare di aver scoperto un segreto custodito sottoterra da 12 secoli.

Písac è la cittadella inca che sorveglia la Valle Sacra tra terrazze impossibili

7 mai 2026 à 16:00

Prima ancora delle mura, delle scalinate scolpite nella montagna, delle terrazze che sembrano cucite sui fianchi della cordigliera, si ha la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che aveva già compreso il paesaggio molto prima dell’uomo moderno. Questo è ciò che si avverte arrivando a Písac, un insediamento che trasmette una forza primitiva, quasi fosse un organismo vivente fatto di roccia e argilla che osserva il fluire dei secoli.

Siamo nella Valle Sacra degli Inca, una lunga depressione andina attraversata dal fiume Vilcanota, corso d’acqua venerato dalle popolazioni quechua e fondamentale per lo sviluppo agricolo dell’impero incaico. A circa 33 chilometri da Cusco, su una dorsale montuosa che domina campi, canyon e villaggi, questo è uno dei complessi archeologici più sorprendenti del Perù.

Il nome Písac, secondo una delle interpretazioni più diffuse, deriverebbe da p’isaqa, parola quechua associata alla pernice. Guardata dall’alto, infatti, la cittadella riprodurrebbe proprio la sagoma di questo volatile. E, pur avendo vissuto periodi di saccheggi, distruzioni, tombe aperte e santuari mutilati, oggi sopravvive una città verticale, tanto che arrivare fin quassù significa leggere la montagna in lingua inca.

Cosa vedere a Písac

La struttura urbanistica di questa perla del Perù si divide nettamente tra il villaggio coloniale situato nel fondovalle e il complesso archeologico posto sulla cresta montuosa. Questi due nuclei dialogano attraverso sentieri ripidi che tagliano il fianco della montagna, offrendo panorami che riescono persino a emozionare.

Le terrazze agricole che vestono la montagna

Sono senza dubbio la prima immagine che resta impressa: migliaia di metri di andenes, celebri terrazzamenti incaici, seguono la pendenza con una precisione quasi matematica. In passato queste strutture servivano alla coltivazione di mais, quinoa, amaranto, patate, oca andina e tubero locale (ancora presente nella cucina tradizionale).

Oltre alla funzione agricola, stabilizzavano il terreno e limitavano erosioni lungo i versanti più ripidi. Da lontano sembrano gradinate monumentali costruite per giganti.

Amaru Punku, la Porta del Serpente

Ben 5 porte monumentali segnano l’accesso ai settori superiori del complesso. La più famosa porta il nome di Amaru Punku, tradotto dal quechua come Porta del Serpente. Nella cosmologia andina questo rettile rappresentava il mondo sotterraneo, la conoscenza ancestrale e la trasformazione.

Il Tunnel del Puma

Tra i passaggi più sorprendenti del sito compare un corridoio scavato nella roccia lungo circa 16 metri che prende il nome di Tunnel del Puma. Stretto e irregolare, gli archeologi lo collegano a percorsi cerimoniali e a funzioni simboliche legate ai riti religiosi.

Intihuatana, il luogo che trattiene il sole

Cuore spirituale di Písac, Intihuatana significa letteralmente “luogo in cui si lega il sole” ed è il posto in cui la pietra diventa strumento astronomico: presenta superfici levigate, angoli calcolati e orientamenti probabilmente legati all’osservazione dei cicli solari.

Gli inca utilizzavano questo santuario per osservazioni celesti, organizzazione agricola, lettura delle stagioni e cerimonie dedicate a Inti, il dio Sole.

Il Tempio del Sole

Accanto all’Intihuatana compare quello che viene identificato come il Tempio del Sole, una struttura semicircolare costruita con blocchi perfettamente squadrati. Le giunture risultano talmente precise da lasciare a bocca aperta ancora oggi. Al centro emerge invece un altare ricavato direttamente dalla roccia madre, probabilmente utilizzato per osservazioni rituali o offerte cerimoniali.

Tankanamarka, il grande cimitero preispanico

Sulla parete opposta della montagna, centinaia di aperture punteggiano la roccia come fossero nidi, ma in realtà sono tombe. Tankanamarka rappresenta infatti uno dei più vasti complessi funerari preispanici della regione. Alcune stime parlano di migliaia di sepolture. E, anche se alcune cavità furono saccheggiate in epoca coloniale, resta comunque uno spettacolo difficile da dimenticare.

Il mercato di Písac

Ai piedi della montagna, vale la pena fare un salto al mercato di Písac, il quale trasforma la piazza principale in un mosaico di tessuti, colori, profumi e accenti quechua. Martedì, giovedì e soprattutto domenica, contadini e artigiani raggiungono il centro con lana di alpaca, poncho, chullos, ceramiche, flauti, argento lavorato e frutta appena raccolta.

Mercato di Písac, Perù
iStock
Il coloratissimo mercato di Písac

Cosa fare a Písac

La visita archeologica è certamente una delle attività più emozionanti, ma in questa località della Valle Sacra degli Inca il tempo si misura attraverso la luce sulle pietre, la temperatura dell’aria, il rumore dei mercanti e il profumo del mais tostato. Tra le esperienze da non perdere ci sono:

  • Salire dalle terrazze inferiori fino al nucleo cerimoniale: per leggere il sito secondo la prospettiva originaria, settore dopo settore.
  • Fermarsi nei punti panoramici di Hanan Pisaq: da dove osservare la deviazione incaica del letto del Vilcanota e comprendere il rapporto tra urbanistica e agricoltura.
  • Assaggiare empanadas al formaggio e papa dolce: nel mercato insieme a un bicchiere di chicha de jora, bevanda fermentata a base di mais.
  • Contrattare con gli artigiani locali: tra tessuti in alpaca, strumenti musicali e gioielli in argento lavorato.
  • Raggiungere il sito all’alba: quando una luce laterale accende i muri di granito e la valle resta ancora avvolta da leggere velature.
  • Ascoltare i racconti quechua sul Ñusta Encantada: formazione rocciosa femminile associata a una principessa trasformata in pietra.

Dove si trova e come arrivare

Písac si trova nella Regione di Cusco, nella parte orientale della Valle Sacra, a circa 45 minuti di strada dalla stessa Cusco. Il villaggio moderno sorge a 2.970 metri di altitudine, ma il parco archeologico raggiunge l’impressionante quota di 3.300 metri.

Dal centro di Cusco partono collettivi, minibus e taxi condivisi dalla zona di Puputi. Il tragitto attraversa canyon coltivati, piccoli villaggi quechua, punti panoramici naturali e curve che rivelano gradualmente tutta la valle. Molti viaggiatori scelgono un tour organizzato con tappa combinata verso Ollantaytambo o Machu Picchu.

Chi preferisce autonomia può raggiungere il paese, attraversare la piazza principale e iniziare la salita dal settore basso. È senza dubbio la scelta più faticosa, ma anche la migliore perché Písac, prima ancora di mostrarsi, pretende attenzione.

Un’incredibile scoperta ad Alessandria d’Egitto rivela i segreti della vita urbana antica

Par : losiangelica
4 mai 2026 à 11:00

A Moharam Bek, quartiere centrale di Alessandria, una missione di scavo di salvataggio ha portato in superficie quello che nessuna mappa storica aveva mai restituito con questa chiarezza: una stratificazione urbana quasi ininterrotta che va dall’epoca tolemaica fino al periodo bizantino. Non è la prima volta che la città sorprende chi la scava, ma questa volta la portata della scoperta è diversa.

Mosaici, statue e persino una vasca circolare: questi i nuovi ritrovamenti ad Alessandria pronti a riscrivere le pagine di storia.

Scoperti mosaici, statue e una villa ad Alessandria

La missione, legata al Consiglio Supremo delle Antichità egiziano, ha lavorato per diversi mesi su un’area che fino a poco tempo fa era considerata una delle zone meno studiate del settore sud-orientale della città antica. Un vuoto, tanto nelle ricerche quanto nelle mappe. Quello che è emerso dal sottosuolo ha cominciato a colmarlo.

Tra i ritrovamenti più inattesi in questa località in Egitto c’è una vasca da bagno pubblica di forma circolare, del tipo chiamato tholos, risalente alla tarda età tolemaica. Era un’infrastruttura, non qualcosa di puramente decorativo. Accanto sono emersi i resti di una villa residenziale romana con pavimenti musivi di fattura diversa, Opus Tessellatum e Opus Sectile, che raccontano non tanto il lusso in sé, quanto la compresenza di scuole artistiche differenti in una stessa città. Alessandria era questo: un crocevia, non un monolite culturale.

La villa era anche dotata di una vasca da bagno privata collegata a un sistema idrico integrato. Canali, raccordi, una logica di gestione dell’acqua che funzionava. Dettagli tecnici che spesso spariscono nei comunicati ufficiali ma che, a guardarli bene, dicono quanto fosse sofisticata la pianificazione urbana dell’epoca.

Tra i reperti mobili, tre statue in marmo: Bacco, Asclepio e una figura acefala che gli archeologi attribuiscono con prudenza a Minerva. Statue che abitavano spazi privati o semi-pubblici, parte di una devozione domestica e cittadina insieme. Con loro, monete, lucerne, ceramiche, frammenti di anfore bollate. Il tipo di materiale che non fa titoli sui giornali ma che permette di datare gli strati, di tracciare rotte commerciali, di capire cosa circolava davvero in questa città. Non è la prima volta che le scoperte ad Alessandria riscrivono la storia.

L’importanza della scoperta

C’è una ragione ulteriore per cui questa scoperta conta al di là dei singoli oggetti. Il settore sud-orientale dell’antica Alessandria non era mai stato indagato in modo sistematico; esistevano riferimenti nelle fonti storiche, ipotesi, proiezioni ma mancava la conferma sul campo.

Ora arriva anche quella. E con lei, una rivalutazione delle mappe storiche della città, in particolare quelle elaborate nell’Ottocento da Mahmoud Bey El-Falaki, che aveva tentato per primo di ricostruire la planimetria urbana antica combinando misurazioni astronomiche e analisi topografiche.

Le nuove evidenze sembrano dargli ragione su alcuni punti e modificarne altri: confermano, per esempio, che questa zona rimase all’interno delle mura cittadine fino al periodo bizantino, prima che i cambiamenti nell’urbanistica ne ridimensionassero il ruolo.

La sequenza stratigrafica è completa: tolemaico, romano, bizantino. Significa che il sito non fu abbandonato bruscamente, né raso al suolo e ricostruito. Fu abitato, adattato, riutilizzato.

I lavori di restauro preliminare sono già cominciati. Alcuni dei pezzi più significativi dovrebbero arrivare al Museo Greco-Romano della città. Gli scavi continuano, e gli archeologi non escludono che ci siano altri livelli da portare alla luce. Moharam Bek, per ora, ha restituito più di quanto si aspettasse.

Scoperta un’antica basilica romana a Tivoli: un ritrovamento atteso dagli archeologi da 30 anni

Par : elenausai10
30 avril 2026 à 17:47

Tivoli non finisce mai di stupire. Arroccata sui colli che dominano la Valle dell’Aniene, l’antica Tibur continua a restituire frammenti di un passato glorioso che sembra non voler restare sepolto. L’ultima sorpresa arriva dal Santuario di Ercole Vincitore, uno dei complessi monumentali più spettacolari dell’Italia romana.

Qui è stato ritrovato un gigante di travertino che sfida i millenni e che oggi, grazie a una campagna di scavi, ci regala una chiave di lettura inedita sulla vita pubblica dell’Impero.

Castelli Aperti in Piemonte nel ponte del 1° maggio: un viaggio tra storia e bellezza

Par : elenausai10
30 avril 2026 à 14:00

La primavera è la stagione perfetta per scoprire il patrimonio storico piemontese, soprattutto durante il ponte del 1° maggio. Nel weekend, infatti, tornano gli appuntamenti di Castelli Aperti che permettono di viaggiare indietro nel tempo tra dimore storiche e parchi secolari. Si tratta di un’opportunità unica perché molti di questi castelli, solitamente, non sono accessibili o visitabili esclusivamente durante eventi speciali.

Questa è anche l’occasione per visitare il Castello di Roddi, rimasto chiuso per diversi anni a causa di importanti lavori di restauro e la cui riapertura è prevista proprio per il 1° maggio.

Castelli Aperti in provincia di Alessandria

Verso il sud della regione, la rassegna Castelli Aperti anima la provincia di Alessandria con un calendario ricchissimo per l’inizio di maggio. Ad Acqui Terme è possibile immergersi nella storia presso il Castello dei Paleologi, che ospita il Civico Museo Archeologico con aperture pomeridiane e mattutine, oppure optare per l’eleganza di Villa Ottolenghi Wedekind, visitabile tramite tour guidati su prenotazione. Chi ama il connubio tra architettura e viticoltura può dirigersi alla Tenuta Castello di Razzano ad Alfiano Natta, dove il Museo Artevino apre le porte delle sue antiche cantine di invecchiamento.

Il viaggio prosegue tra fortificazioni imponenti e borghi panoramici: il Castello di Piovera e quello di Sannazzaro a Giarole offrono suggestivi percorsi guidati tra sale affrescate e memorie nobiliari. Per un’esperienza più intima, il borgo di Rosignano Monferrato e la Fondazione Rothschild a Rivalta Bormida svelano angoli preziosi del Monferrato, richiedendo spesso la prenotazione per garantire un’accoglienza curata nei minimi dettagli.

Castelli Aperti in provincia di Asti

Anche la provincia di Asti svela i suoi tesori grazie a Castelli Aperti, offrendo scorci panoramici e rievocazioni suggestive. A Castagnole delle Lanze, la Torre del Conte Ballada di Saint Robert invita i visitatori a una risalita panoramica, magari accompagnata da un calice di vino locale. Per chi preferisce una passeggiata in libertà, l’area del Castello di Castelnuovo Calcea è accessibile gratuitamente per l’intera giornata, mentre la Torre di San Giorgio Scarampi garantisce una vista mozzafiato sul paesaggio circostante.

Castelli Aperti in provincia di Biella

Il tour tra le eccellenze biellesi per Castelli Aperti, invece, si snoda tra borghi medievali e palazzi nobiliari di grande fascino. A Biella, il polo culturale si accende con Palazzo Gromo Losa, che ospita la mostra “Selvatica” dedicata al dialogo tra natura e arte, e il vicino Palazzo La Marmora, dove è possibile passeggiare tra gli archivi storici e le sale affrescate con opzioni di visita libera o guidata.

Castelli Aperti in provincia di Cuneo

Il territorio di Cuneo offre una concentrazione straordinaria di beni aperti, ideale per un itinerario tra Langhe e Roero. Ad Alba, il Museo Diocesano accoglie i visitatori nel cuore della città, mentre a Barolo l’imponente Castello Falletti ospita l’innovativo WiMu Wine Museum. Il fascino medievale resta protagonista anche nel Castello di Serralunga d’Alba, con le sue slanciate linee gotiche, e in quello di Roddi, finalmente riaperto dopo anni di chiusura a causa di necessari lavori di restauro.

Castelli Aperti in provincia di Torino

Il viaggio tra le dimore storiche si conclude in provincia di Torino, dove la letteratura incontra l’architettura. Ad Agliè è possibile varcare la soglia di Villa Il Meleto, la residenza estiva di Guido Gozzano, che conserva intatta l’atmosfera crepuscolare tanto cara al poeta. Per chi cerca panorami imponenti, il Castello e Parco di Masino a Caravino, bene del FAI, offre una vista privilegiata sulla serra morenica, con percorsi che spaziano dalle sale monumentali ai labirinti del giardino.

Allarme overtourism ad Atene: la culla della civiltà greca corre ai ripari

Par : elenausai10
29 avril 2026 à 13:00

Atene è considerata la città perfetta per un fine settimana…forse anche troppo. Nel cuore dell’antica capitale greca, tra i vicoli stretti e i siti archeologici, gruppi di visitatori sembrano essere ovunque, snodandosi in fila dietro alle guide turistiche. D’altronde, tutti vogliono vedere e fare foto alla città dal ‘Passato’ con la “p” maiuscola.

In altri tempi, quando il Paese fu colpito da una profonda crisi economica che ha necessariamente innescato un decennio di austerità, in molti avrebbero accolto con favore simili scene. Ma non più, anzi. Per Haris Doukas, il sindaco determinato a restituire ai cittadini il congestionato centro della capitale, l’inizio della stagione turistica espone gran parte del nucleo storico al rischio di overtourism.

Interi quartieri, infatti, rischiano di vedere compromessa la propria natura identitaria a causa di uno sviluppo turistico incontrollato.

❌
❌