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Aujourd’hui — 18 février 2026Flux principal

I sentieri scavati nel tufo della Valle dei Piccioni, per riscoprire il legame ancestrale tra l’uomo e i volatili

17 février 2026 à 18:30

Nel cuore pulsante della Turchia, in quel triangolo magico chiamato Cappadocia, si apre una fenditura lunga oltre 4 chilometri che i locali identificano come Güverçinlik Vadisi. Con il nome Valle dei Piccioni in italiano, è un paesaggio piuttosto surreale che nasce da un’antica violenza geologica: le eruzioni dei vulcani anatolici, tra cui l’Erciyes, hanno depositato strati di ignimbrite e cenere compressa. Il tempo, poi, ha fatto il resto scavando un canyon profondo quasi 100 metri, con pareti friabili che l’uomo ha imparato a modellare.

Una gola che unisce Uçhisar alla vivace Göreme e che rappresenta un museo a cielo aperto di ingegneria rurale ma, alle volte, sottovalutata dai viaggiatori. Mentre i turisti solitamente osservano i Camini delle Fate dall’alto dei cesti di vimini delle mongolfiere, non si rendono conto che il vero spirito della regione risiede nel fango secco dei sentieri che solcano il fondovalle che risulta bucherellato da centinai di finestrelle rettangolari, lì a testimoniare un’alleanza millenaria tra gli agricoltori e i pennuti.

Questo particolare nome si deve proprio da una pratica iniziata almeno nel IX secolo e legata agli stessi volatili. Gli abitanti, tra cui comunità cristiane rifugiate in questa zona per sfuggire alle persecuzioni, scavarono nicchie regolari nelle pareti per attirarli. Il guano, raccolto con cura, veniva sparso nei vigneti. Su questo suolo vulcanico povero di azoto, quel fertilizzante naturale trasformò campi aridi in filari produttivi e i loro escrementi, mescolati a pigmenti e leganti, contribuivano anche a intensificare i colori degli affreschi nelle chiese scavate nella roccia.

Cosa vedere e fare nella Valle dei Piccioni

Si abbandona il rumore dei pullman per ritrovare il silenzio, per poi essere al cospetto di una valle che si presenta tortuosa e ricca di vegetazione spontanea, sfidando l’aridità circostante. Limitarsi a scattare una fotografia dal punto panoramico è un spreco, perché dedicandosi al sentiero si scopre una trama più complessa, piena di architettura rurale, resti di rifugi sotterranei e dettagli che testimoniano secoli di vita.

Le colombaie rupestri

Tantissime piccole finestre quadrate o ovali, allineate con una precisione sorprendente, impreziosiscono le pareti del canyon. Sono decorate con motivi geometrici bianchi e rossi e per un motivo alquanto utile: servivano ad attirare gli uccelli verso i nidi artificiali.

Allo stesso tempo, alcuni ingressi delle cavità mostrano residui di intonaco lucido, una tecnica studiata per impedire ai predatori, specialmente alle volpi e ai rettili, di arrampicarsi all’interno (sì, proprio per proteggere le migliaia di volatili).

Il sentiero tra Uçhisar e Göreme

Ci vuole all’incirca un’oretta a passo lento. Partendo da Uçhisar si procede in lieve discesa sul letto di un torrente stagionale che costeggia orti, vigneti e alberi di fico.

A metà strada affiora un piccolo rifugio sotterraneo, noto come Tığraz Underground Refuge. Non è esteso quanto le celebri città ipogee della Cappadocia, ma riesce comunque a testimoniare la necessità di protezione in epoche instabili. Poco distante si distinguono i resti di un mulino per il bulgur, memoria di un’economia contadina basata su cereali e trasformazioni manuali.

Il belvedere e l’Albero del Malocchio

Sul margine della strada che scende da Uçhisar verso Göreme, risiede un punto panoramico che attira gruppi e venditori di souvenir. Ma del resto qui sorge un albero carico di amuleti blu contro il malocchio, chiamati nazar. La tradizione di appendere strisce di tessuto ai rami risale alle comunità greche presenti prima dello scambio di popolazioni del 1924 tra Grecia e Turchia. Dopo quell’anno, nuovi abitanti continuarono il gesto.

Le perline turchesi riflettono la luce e mettono in scena un contrasto acceso con il beige delle ignimbriti. Sullo sfondo, il castello di Uçhisar domina la scena con la sua straordinaria architettura antica.

Albero del Malocchio, Cappadocia
iStock
L’Albero del Malocchio e sullo sfondo Uçhisar

La chiese sotterranee della Valle dei Piccioni

Lungo le pareti laterali, e osservando con notevole attenzione, non è difficile incontrare piccole cavità scavate nella roccia, alcune delle quali possiedono semplici croci incise o tracce di pittura ormai sbiadita.

Le grandi chiese rupestri come quelle del Museo all’Aperto di Göreme sono tutta un’altra cosa, ma questi ambienti essenziali hanno comunque un enorme fascino e soprattutto sono la traccia tangibile della presenza monastica diffusa nella regione tra epoca tardoantica e bizantina.

Uçhisar e la sua architettura scavata

Prima o dopo l’escursione vale la pena esplorare Uçhisar, posto in cui le case tradizionali si integrano nella roccia, con facciate in pietra calcarea e interni scavati. Molte dimore sono state restaurate e trasformate in boutique hotel, segno di un turismo che investe capitale e modifica il tessuto urbano.

Salire fino alla sommità del castello aiuta a leggere la geografia circostante. Da lassù, tra le altre cose, si distinguono le Valli Rosa e Rossa verso est e l’ampio altopiano che circonda Göreme.

Come arrivare e quando andare

L’affascinante Valle dei Piccioni si trova in Anatolia e questo vuol dire che per raggiungerla è necessario un volo verso l’aeroporto di Kayseri o quello di Nevşehir, seguiti da un breve trasferimento su strada. La zona presenta due accessi principali: uno situato ai piedi del castello di Uçhisar e l’altro nei pressi del centro abitato di Göreme. Il percorso è prevalentemente in discesa partendo da Uçhisar, rendendo la traversata meno faticosa e permettendo di godere della prospettiva migliore sui rilievi.

Il calendario ideale per questa esperienza coincide con i mesi di maggio e settembre. Durante la primavera, la vegetazione esplode in un verde smeraldo che contrasta col giallo della pietra, mentre l’autunno si distingue per le sue temperature miti e cieli di un blu cobalto profondissimo.

Valle dei Piccioni, Cappadocia
iStock
Formazioni rocciose della Valle dei Piccioni

L’inverno trasforma il paesaggio in un quadro monocromatico ricoperto di neve, offrendo un silenzio spettrale ma rendendo i sentieri scivolosi e difficili da interpretare. L’estate, al contrario, colpisce con un calore secco che impone di iniziare il cammino alle prime luci dell’alba, quando le ombre sono ancora lunghe e i turisti dormono nelle loro stanze sotterranee.

Portare con sé scarpe con suola scolpita aiuta a gestire i tratti di sabbia vulcanica che rendono il terreno instabile, mentre una bella borraccia d’acqua fresca rimane il miglior alleato contro l’arsura dell’altopiano.

Hier — 17 février 2026Flux principal

All’Isola d’Elba tornano le escursioni lungo la Via dell’Essenza: trekking tra mare e macchia mediterranea

17 février 2026 à 16:30

Tra mare, profumi mediterranei e panorami spettacolari, l’Isola d’Elba torna a far parlare di sé già prima della bella stagione e invita i camminatori a riscoprire i suoi tesori naturali con le escursioni guidate lungo la Via dell’Essenza. Non solo mare insomma: il percorso, lungo circa 67 km e sviluppato attorno al massiccio del Monte Capanne, unisce natura, cultura e paesaggio, trasformando il trekking in un’esperienza sensoriale completa.

Il progetto, promosso dal Parco Nazionale Arcipelago Toscano insieme alla Fondazione Acqua dell’Elba, punta a valorizzare il territorio isolano in modo sostenibile e responsabile, offrendo agli appassionati camminatori percorsi gratuiti su prenotazione durante i mesi meno turistici.

La Via dell’Essenza, tra natura e cultura

Il progetto della Via dell’Essenza permette di scoprire l’Elba attraverso la macchia mediterranea e le sue essenze spontanee: erica, ginepro, lentisco, cisto, leccio, rosmarino, lavanda e mirto diventano le guide di ogni tappa e inebriano i partecipanti al trekking. I camminatori, infatti, non solo ammirano il paesaggio, ma lo respirano: l’azzurro del mare, il verde intenso dei boschi, il grigio delle rocce granitiche e l’ocra dei sentieri antichi, insieme ai profumi balsamici e resinosi, creano un’esperienza immersiva unica.

Isola d'Elba, panorama
iStock
Panorama sui sentieri dell’Isola d’Elba

Il percorso è accessibile a diversi livelli di difficoltà, con itinerari più impegnativi per escursionisti esperti e anelli panoramici più leggeri per chi invece cerca e predilige un’esperienza più soft nel cuore dell’isola della Toscana. In alcune date, grazie alla collaborazione con Autolinee Toscane, è disponibile persino un servizio navetta gratuito per il rientro ai punti di partenza, fattore che contribuisce a promuovere una mobilità sostenibile e responsabile.

Eventi principali de La Via dell’Essenza

Come già accennato, il percorso di trekking, che abbraccia il massiccio del Monte Capanne, propone escursioni guidate capaci di unire paesaggio, storia e profumi della macchia mediterranea.

La via dei cisti, tratto Fetovaia Seccheto
Ph. Marchese
La via dei cisti, tratto Fetovaia-Seccheto

Si comincia il 21 febbraio con la Via dell’Erica, da Sant’Andrea a Colle d’Orano: quattro ore e mezza di cammino tra muretti a secco, corbezzoli e lecci, con scorci sul mare che si aprono verso Corsica e Capraia, fino al faro di Punta Polveraia e alla piccola spiaggetta di Patresi e Cala delle Buche. Al termine, un comodo bus AT dedicato riporta i partecipanti al punto di partenza.

Si prosegue il 28 marzo con la Via dei Ginepri, da Seccheto a Marina di Campo: sei ore di escursione impegnativa che conducono attraverso sentieri costieri, antichi terrazzamenti coltivati e boschi rigogliosi, regalando scorci panoramici sul mare e momenti di totale immersione nella natura.

L’11 aprile, l’attenzione si sposta invece sulla Via dei Cisti, un anello trekking tra Fetovaia e Seccheto, dove ginestre e mirti accompagnano il cammino fino alla zona della Sughera, regalando viste spettacolari sul golfo e sul paesaggio circostante.

Dopo la pausa estiva, a settembre si risale lungo la Via dei Lecci, partendo da Lacona fino alla Serra del Pero e ritorno: quattro ore di esplorazione immersi nelle leccete e nella cultura mediterranea, con approfondimenti sulla storia naturale dell’isola e sulle tradizioni locali.

Il 3 ottobre, invece, è la volta della Via dei Lentischi, da Marciana Marina a Sant’Andrea: cinque ore tra mulattiere, villaggi costieri e panorami mozzafiato, tra macchia mediterranea e boschi. Infine, il 17 ottobre, l’itinerario si chiude con l’anello sulla Via dei Rosmarini, da La Foce a Fonza e ritorno: un percorso più semplice, di circa tre ore, pianeggiante e immerso nei profumi dei rosmarini, che regala vedute incantevoli sul golfo di Marina di Campo.

Ogni escursione è gratuita, ma richiede prenotazione e solo alcune tappe includono il rientro con bus dedicato. Per maggiori info è consigliabile consultare il sito ufficiale.

Il Negev si tinge di rosso, la fioritura degli anemoni celebra 20 anni con il festival 2026

17 février 2026 à 14:30

Forse in molti non lo immaginerebbero mai, ma tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, il nord del Negev cambia volto e Israele profuma di fiori. Dove lo sguardo è abituato a inseguire orizzonti sabbiosi e tonalità ocra, a febbraio infatti si apre un sipario inatteso: distese di anemoni rossi ricoprono campi e radure tra il fiume Shikma e il fiume Besor, creando paesaggi di tappeti cremisi che sembrano quasi irreali.

È in questo scenario che prende vita il Darom Balev Festival, che nel 2026 celebra il suo ventesimo anniversario. In programma fino al 28 febbraio, il festival israeliano è diventato nel tempo un appuntamento identitario, capace di trasformare la fioritura in un racconto collettivo fatto di natura e scoperta del territorio.

Il Negev settentrionale, in queste settimane, si presenta dunque al viaggiatore come una destinazione sorprendente e diversa dal resto dell’anno: non solo per la potenza visiva dei campi in fiore, ma per l’atmosfera di festa e tradizioni che si respira tra vigneti, fattorie e kibbutz.

Gli anemoni del Negev e il Darom Balev Festival 2026

Campi in fiore, foreste, vigneti e siti culturali si aprono al pubblico con visite guidate, mercati agricoli, esperienze di auto-raccolta e degustazioni di cucina regionale. I kibbutz della zona accolgono i visitatori restituendo uno sguardo autentico sulla vita comunitaria del sud di Israele, mentre cantine locali e birrifici artigianali animano le giornate con assaggi e momenti conviviali. Questa è la cornice in cui si inserisce la splendida fioritura del Negev in Israele.

Anemoni rossi, Negev
Ph. Eyal Bribram
Gli anemoni rossi del Negev

Tra gli appuntamenti più attesi del Darom Balev Festival figura la tradizionale Marcia degli Anemoni organizzata dal KKL-JNF, con partenza dal Kibbutz Dorot. Due i percorsi proposti quest’anno: uno di 3,5 chilometri, pensato per le famiglie, e uno di 5 chilometri con un itinerario più esteso tra campi in fiore e paesaggi aperti. La marcia, svoltasi lo scorso 13 febbraio, ha confermato la forte partecipazione di pubblico, attratto dall’idea di vivere la fioritura camminando nel cuore del deserto. Ma gli eventi non finiscono qui.

Gli altri eventi del festival e la Corsa degli Anemoni

Il 20 febbraio 2026 sarà il momento della 12ª Corsa degli Anemoni, in programma nel Parco Sharsheret, nell’area del fiume Grar. Tre i percorsi competitivi (10 km, 5 km e 2,5 km) che si snodano tra foreste antiche, sorgenti naturali e distese di anemoni dal colore rosso acceso. Un evento che unisce sport e paesaggio, attirando runner e appassionati di outdoor in cerca di scenari fuori dall’ordinario.

Negev fiorito, Israele
Ph. Eyal Bribram
Sguardo sulle distese di fiori del Negev

Accanto agli eventi sportivi, il festival invita anche a rallentare e prendersi un attimo per ammirare il paesaggio in cui la manifestazione si svolge: aree picnic immerse nei campi fioriti, coffee cart disseminati lungo i percorsi, mercati locali dove acquistare prodotti del territorio per offrire al turista un’esperienza stagionale completa, capace di avvicinare i visitatori alla natura e alle comunità locali, restituendo un’immagine del Negev diversa da quella più conosciuta.

A vent’anni dalla sua nascita, il Darom Balev Festival si conferma dunque non solo come celebrazione della fioritura degli anemoni, ma come racconto tangibile di un territorio che, ogni anno, sceglie di mostrarsi nel suo momento più poetico, quello in cui l’inverno pian piano lascia il palcoscenico alla primavera.

Nel silenzio del deserto, il rosso degli anemoni diventa un invito al viaggio e alla scoperta di un Israele sorprendente, dove anche il paesaggio più arido può trasformarsi in pura meraviglia.

Le location de Il Padrino con Robert Duvall, viaggio nei luoghi che hanno reso la saga eterna

Par : elenausai10
17 février 2026 à 12:25

Esistono film che descrivono un’epoca e film che ne creano una nuova mitologia. La grandiosa ampiezza narrativa di Francis Ford Coppola appartiene a questa seconda categoria: una sinfonia magnifica capace di trasformare il genere crime in un’epopea familiare senza tempo. Nel 1972, l’incontro tra la visione di Coppola e la penna di Mario Puzo, sotto l’egida lungimirante di un produttore come Robert Evans, creò un successo cinematografico. Il gangster, fino ad allora ridotto a una macchietta da film d’azione, veniva reinventato come protagonista di uno psicodramma dinastico, profondo e brutale.

In questo equilibrio di potere e silenzi, una figura emergeva per rigore e intelligenza: Tom Hagen, interpretato da un immenso Robert Duvall, recentemente scomparso all’età di 95 anni.

La storia, ma anche le location hanno contribuito al successo della pellicola. Sebbene la colonna vertebrale del film batta al ritmo frenetico degli Stati Uniti, Coppola comprese che per dare verità ai Corleone doveva tornare alle origini. Portò così l’intera produzione tra i silenzi arcaici della Sicilia, creando un contrasto visivo indimenticabile.

Dove è stato girato Il Padrino in Italia

Nel 1971, la troupe de Il Padrino sbarcò in Sicilia per dare un volto e un’anima all’esilio di Michael Corleone. Dopo aver vendicato l’attentato al padre uccidendo un boss della droga e un capitano di polizia corrotto, Michael è costretto a una fuga repentina dagli Stati Uniti.

Marlon Brando e Robert Duvall ne Il Padrino
Getty Images
Marlon Brando e Robert Duvall ne Il Padrino

Savoca, il rifugio di Michael Corleone

A Savoca, oggi annoverato tra i “Borghi più belli d’Italia”, si trova il leggendario Bar Vitelli: in origine un antico casale, fu trasformato in bar proprio da Coppola per ospitare la scena in cui Michael chiede in sposa Apollonia. Oggi è una meta di culto dove, tra cimeli del set e foto d’epoca, è d’obbligo gustare una delle loro celebri granite al limone.

Poco distante si staglia anche la Chiesa di San Nicolò che, pur non avendo ospitato scene interne, la sua imponente facciata del XIV secolo è presente in molte inquadrature.

Bar Vitelli a Savoca
iStock
Il famoso Bar Vitelli a Savoca

Forza d’Agrò e il matrimonio con Apollonia

Se Savoca è il luogo del primo incontro, Forza d’Agrò è il palcoscenico del rito. Le scene del matrimonio sono entrate nel mito, quando Michael e la giovane Apollonia escono dalla chiesa seguiti dal corteo nuziale. La protagonista architettonica è la Cattedrale di Maria SS. Annunziata, che con la sua pietra color miele spicca nel verde della vallata. Coppola scelse di immortalare questo borgo con inquadrature larghe per esaltarne la struttura piramidale e l’atmosfera sospesa.

Motta Camastra e la Sicilia di Vito Corleone

Le strade di Motta Camastra segnano il primo vero contatto di Michael con la terra sicula. È qui che lo vediamo camminare con le sue guardie del corpo sotto il sole cocente, in un borgo che incarna così profondamente l’archetipo della Sicilia che Coppola lo scelse nuovamente per Il Padrino-Parte II. Qui, il piccolo Vito Corleone si nasconde dai sicari del boss locale prima di imbarcarsi per l’America.

La morte di Apollonia al Castello degli Schiavi

La pace di Michael in Sicilia, fatta di pomeriggi passati a insegnare l’inglese e la guida alla sua sposa, si infrange tragicamente a Fiumefreddo. Il Castello degli Schiavi, un gioiello del barocco siciliano del Settecento, fa da cornice alla morte di Apollonia. Riconoscibile dal portale in ferro e dal mascherone saraceno, nella finzione è la villa di Don Tommasino. L’esplosione dell’auto, destinata a Michael, ma innescata accidentalmente dalla moglie, segna la fine dell’idillio siciliano: il segreto della sua identità è ormai svelato e il destino lo richiama prepotentemente verso New York.

Villa “Il Padrino” ad Acireale

Spostandoci verso Catania, ad Acireale, troviamo la dimora che segna l’inizio e la fine del cerchio per Vito Corleone. È qui che, nel secondo capitolo, assistiamo al tragico sacrificio della madre di Vito, che implora invano il boss Don Ciccio di risparmiare il suo ultimo figlio. Anni dopo, la stessa villa farà da cornice alla brutale vendetta di un Vito ormai adulto. Curiosamente, la proprietà è diventata così iconica che su Google Maps è stata rinominata proprio “Villa Il Padrino Parte II”, diventando un punto di riferimento per i fan che vogliono ripercorrere i passi del giovane Don Vito!

Villa Malfitano Whitaker: il soggiorno a Palermo

Per le scene ambientate a Bagheria ne Il Padrino-Parte III, Coppola scelse in realtà il cuore di Palermo, portando la famiglia Corleone all’interno della sontuosa Villa Malfitano Whitaker. Questa dimora, costruita da un esportatore di vino inglese all’inizio del ‘900, è stata utilizzata sia per gli esterni che per gli eleganti interni durante il soggiorno della famiglia per il debutto operistico di Anthony.

Teatro Massimo di Palermo: il tragico finale

Il gran finale della saga non poteva che aver luogo nel tempio della lirica: il Teatro Massimo di Palermo, il più grande teatro d’opera d’Italia. È qui che Anthony debutta nella Cavalleria Rusticana e, soprattutto, è sulla sua monumentale scalinata esterna che si consuma la tragedia finale dei Corleone. A causa di lunghi restauri all’epoca delle riprese, Coppola poté utilizzare solo gli esterni del teatro. Gli interni, inclusi il palco e i palchetti, furono ricostruiti con una precisione maniacale negli studi di Cinecittà a Roma.

Dove è stato girato il film negli Stati Uniti

La maggior parte delle scene sono state girate negli Stati Uniti d’America. Queste le location scelte da Coppola!

Staten Island: la roccaforte dei Corleone

La villa principale, situata al civico 110 di Longfellow Avenue nel quartiere di Emerson Hill, è ancora lì, verso la fine di una tranquilla strada senza uscita. Per le riprese, la produzione costruì un finto muro di cinta con un cancello monumentale lungo la via per dare l’illusione di una fortezza inaccessibile. È nel giardino di questa proprietà che si svolge il matrimonio di Connie.

Le location a Manhattan

Uno dei luoghi più sacri per i fan è il Mietz Building al 128 di Mott Street, tra Little Italy e Chinatown: qui sorgevano gli uffici della “Genco Olive Oil”, davanti ai quali Don Vito viene colpito.

Il lusso e il crimine si intrecciano invece al St. Regis Hotel, dove Michael e Kay soggiornano e dove, più tardi, avviene la brutale esecuzione di Stracci e Cuneo nell’ascensore. Altrettanto iconico è l’Edison Hotel, il cui ingresso Art Déco fece da cornice all’incontro tra Sollozzo e Luca Brasi.

Le scene girate a Hollywood

Quando Don Corleone invia il suo consigliere Tom Hagen (Robert Duvall) a Hollywood per fare al produttore Jack Woltz “un’offerta che non potrà rifiutare”, il film ci regala scorci della Los Angeles dorata: dal Grauman’s Chinese Theatre all’ingresso dei Paramount Studios su Gower Street.

Le location nel Bronx

Molte scene di violenza urbana hanno trovato casa nel Bronx. Il ristorante dove Michael compie il suo primo omicidio (uccidendo Sollozzo e McCluskey davanti a un piatto di vitello) era il Luna Restaurant, oggi trasformato in un negozio di tessuti sulla White Plains Road.

La tranquilla isola greca di Milos è minacciata: a rischio il suo fragile ecosistema

Par : elenausai10
17 février 2026 à 07:30

Frutto di una genesi millenaria segnata da cataclismi primordiali, tra eruzioni sottomarine, tsunami e scosse sismiche, Milos sembrava predestinata a forgiare un’identità geografica senza eguali nel Mediterraneo. Fino alla metà dello scorso decennio, l’isola era considerata un segreto ben custodito, un rifugio discreto scelto quasi esclusivamente da coppie ateniesi in cerca di atmosfere sognanti e silenziose.

Oggi, questo immaginario idilliaco appare lontanissimo: anche Milos, come tante altre mete turistiche, è diventata il terreno di una battaglia tra la conservazione della natura e l’avanzata del cemento. L’allarme lanciato dai sindaci e dagli osservatori internazionali dipinge un quadro inquietante, dove l’identità locale e l’anima selvaggia delle Cicladi rischiano di essere sacrificate sull’altare di uno sviluppo senza freni.

Milos minacciata dall’edilizia selvaggia

Il problema che affligge l’isola di Milos non risiede solo nel volume dei visitatori, in costante crescita, ma nella velocità con cui il paesaggio viene alterato da nuove costruzioni che spesso ignorano la fragilità intrinseca del territorio. I sindaci delle isole greche hanno recentemente sollevato un coro di proteste contro quella che definiscono “edilizia selvaggia”. A Milos, questa tendenza si manifesta in una proliferazione di strutture ricettive di lusso e seconde case che spuntano in aree precedentemente vergini, trasformando radicalmente il volto dell’isola.

Questo boom edilizio sta spingendo il territorio ben oltre la sua reale capacità. Le infrastrutture vitali, dalla gestione dei rifiuti alla rete idrica, sono sottoposte a uno stress che minaccia il collasso. La carenza di piani urbanistici rigidi e di protezioni legali adeguate ha permesso a investitori globali di capitalizzare sul marchio dell’isola, convertendo terreni agricoli e zone naturali in cantieri a cielo aperto.

Il rischio non è puramente estetico, perché la frammentazione degli habitat mette in pericolo specie endemiche e altera l’equilibrio idrogeologico di un luogo che dispone di risorse limitate. Senza una moratoria o regole ferree, il fascino discreto di Milos verrà soffocato da un labirinto di resort standardizzati, privi di ogni legame con la millenaria tradizione architettonica locale.

L’ecosistema di un’isola in bilico

Oltre alla minaccia del cemento, è la sopravvivenza stessa dell’ecosistema di Milos a trovarsi in bilico. L’isola della Grecia ospita una biodiversità straordinaria, inclusa la rara vipera di Milos e una flora unica adattata ai suoli vulcanici, che oggi si ritrova schiacciata tra l’espansione urbana e una pressione antropica insostenibile. La protezione di queste aree è attualmente giudicata insufficiente dalle organizzazioni ambientaliste, che denunciano una cronica mancanza di sorveglianza attiva e di fondi destinati alla tutela delle zone protette.

Il paradosso è evidente: proprio la bellezza incontaminata che attira i viaggiatori è l’elemento che viene distrutto dal turismo di massa. L’edilizia fuori controllo e non solo sta portando a una progressiva perdita d’identità culturale, dove i villaggi costieri con le loro iconiche rimesse colorate per le barche rischiano di trasformarsi in mere scenografie per i social media, svuotate della loro funzione storica e della comunità che le rendeva vive. Per salvare questo ecosistema, l’ideale sarebbe passare a un modello di turismo rigenerativo, che ponga limiti invalicabili al numero di posti letto e investa nella conservazione delle zone Natura 2000.

À partir d’avant-hierFlux principal

Wae Rebo, il villaggio tra le nuvole che custodisce le case a cono dei Manggarai

16 février 2026 à 17:00

Bisogna mettere in conto un po’ di fatica, tempo e una certa disponibilità ad accettare regole diverse dalle proprie. Se lo si fa, però, non si rimane affatto delusi. Nel settore occidentale dell’isola indonesiana di Flores, prende vita un villaggio particolarissimo incastonato tra rilievi coperti da foresta tropicale. Si chiama Wae Rebo, sorge a circa 1.100 metri sul livello del mare e accoglie con 7 strutture coniche in paglia di palma che formano un cerchio perfetto su un pianoro.

Dal mare e dalle spiagge tropicali, dunque, si passa a dover affrontare un sentiero in cui l’umidità avvolge la pelle fin dai primi metri, e dove si percepisce il cambiamento dell’aria che diventa via via più fresca e pungente. Ma sì, vale assolutamente la pena perché questo insediamento rappresenta una rarità assoluta, un santuario architettonico che ha rischiato la scomparsa e che ora brilla per la propria resilienza.

Non vi sorprenderà sapere che nel 2012 Wae Rebo ha ricevuto il riconoscimento dell’UNESCO nell’ambito degli Asia-Pacific Heritage Awards per la conservazione del patrimonio culturale. Il premio è arrivato dopo un progetto di ricostruzione condotto dalla comunità insieme ad architetti indonesiani, finanziato in parte da fondi governativi e sponsor privati. Chi arriva fin quassù non trova un museo all’aperto, bensì un borghetto abitato da famiglie che coltivano caffè, manioca, mais, vaniglia e cannella.

Breve storia di Wae Rebo

Non esistono informazioni precise e dettagliate sulla nascita di Wae Rebo, ma secondo la tradizione orale la sua genesi si deve alla figura leggendaria di Maro, un antenato proveniente dall’area di Minangkabau, a Sumatra occidentale, circa 18 generazioni fa. Stando ai racconti tramandati dagli anziani, Maro era a caccia di un luogo sicuro, lontano dalle dispute tribali e protetto dalle montagne.

Trovò questa conca naturale circondata da vette che sembrano braccia tese verso il cielo, e decise di fondare proprio qui la sua stirpe. La storia di Wae Rebo si legge attraverso la conservazione maniacale delle proprie origini. Gli abitanti si considerano i custodi di un’eredità ancestrale che fonde il culto degli spiriti naturali con una rigida organizzazione sociale.

Nel corso dei decenni, il contatto col mondo esterno rimase minimo, permettendo alle tradizioni di cristallizzarsi senza subire le erosioni della modernità globale. La ricostruzione delle abitazioni, avvenuta tra la fine degli anni ’90 e il 2011, ha permesso di salvare un patrimonio che stava marcendo sotto il peso delle piogge monsoniche, restituendo splendore a un passato che rifiuta di sbiadire.

Cosa vedere e fare a Wae Rebo

Già prima dell’arrivo sembra di star per cambiare galassia: si partecipa a una breve cerimonia di benvenuto chiamata Waelu’, in cui un anziano del villaggio pronuncia parole rituali per chiedere agli spiriti il permesso di ospitare il visitatore. Ci si siede su stuoie di pandanus, si offre una piccola somma destinata alla comunità e si riceve tè o caffè coltivato sulle pendici circostanti.

Una volta giunti sulla radura erbosa, davanti ai propri occhi si spalanca un paesaggio puntellato di 7 imponenti strutture coniche chiamate Mbaru Niang. Oggi queste abitazioni si sviluppano su 5 livelli interni. Il primo piano, chiamato lutur, ospita la vita quotidiana delle famiglie allargate. Il secondo, lobo, funge da deposito per viveri e utensili. Il terzo, lentar, è riservato ai semi per il raccolto successivo. Il quarto, lempa rae, conserva scorte alimentari per periodi di siccità. Il quinto livello, hekang kode, ha valore sacro e custodisce offerte per gli antenati. Tutto è sostenuto da un pilastro centrale che sale fino al vertice del tetto, elemento strutturale e simbolico allo stesso tempo.

Wae Rebo, il villaggio di Florer
iStock
L’incredibile Wae Rebo a Flores

Il visitatore ha l’opportunità persino di dormirci, consapevole del fatto che occorre condividere uno spazio unico con altri viaggiatori. Il pavimento è in legno, i materassi sono sottili e le coperte sono spesse per contrastare il freddo notturno: in stagione secca, la temperatura può scendere sotto i 10 gradi. Al centro arde un focolare annerito dal tempo, sopra il quale pendono pentole e cesti.

Al mattino si può seguire uno dei sentieri che salgono sulle colline vicine. Da un piccolo cimitero posto su un’altura si osserva l’intero villaggio dall’alto, con i tetti conici disposti a raggiera. Nei mesi di maggio e giugno, ovvero il periodo del raccolto del caffè, alcune famiglie invitano a partecipare alla selezione e tostatura dei chicchi. Le donne tessono songket con motivi geometrici che richiamano fiori, foglie e animali; acquistare un tessuto significa sostenere direttamente il lavoro artigianale.

I pasti sono semplici e condivisi: riso, uova, verdure dell’orto, frittelle di patate chiamate perkedel e banane. Le scorte alimentari vengono trasportate a spalla lungo il sentiero, dettaglio che spiega il costo del pernottamento. L’acqua per lavarsi è fredda e raccolta in secchi, ma di notte vale la pena uscire per osservare il cielo limpido.

La permanenza ideale copre due giorni e una notte. Una visita in giornata è possibile, ma l’esperienza risulta decisamente compressa e frettolosa.

Come arrivare a Wae Rebo

Come vi abbiamo accennato, non è proprio semplicissimo arrivare a Wae Rebo ma forse è uno degli aspetti che rende questa esperienza ancor più intima e profonda. Il punto di accesso principale a Flores occidentale è l’aeroporto di Labuan Bajo, collegato quotidianamente con Bali, Giacarta e altre città del Sud-est asiatico. Dal centro abitato si percorrono circa 4 o 5 ore di strada verso sud fino al villaggio di Denge o Dintor, a seconda dell’itinerario scelto.

L’ultimo segmento fino al parcheggio del sentiero richiede una moto locale, poiché il tracciato è ripido e inadatto alle automobili. Dal parcheggio parte il trekking di circa 10 chilometri andata e ritorno, con un dislivello complessivo di 750 metri. La prima parte sale costantemente su fondo acciottolato, la seconda alterna tratti pianeggianti a brevi strappi. In condizioni asciutte il percorso è accessibile a chi possiede un minimo di allenamento; dopo piogge intense il fango rende la salita più impegnativa.

Non è obbligatorio ingaggiare una guida perché il sentiero è evidente, tuttavia molti scelgono un accompagnatore per sostenere l’economia locale e ricevere spiegazioni dettagliate. Occorre portare contanti, acqua a sufficienza, una giacca pesante per la sera e una torcia. Bancomat e copertura telefonica si trovano soltanto nei centri maggiori.

La discesa segue lo stesso tracciato, lasciando addosso il profumo del fumo di legna e il suono dei tamburi sacri che ancora risuonano nella memoria.

Dall’archeologia all’outdoor, dalla gastronomia al lusso, Israele riparte dal turismo

16 février 2026 à 16:01

Le scoperte di nuovi siti archeologici sono state le notizie che, negli ultimi tempi, hanno destato più curiosità tra coloro che vorrebbero fare un viaggio in Israele ma che non se la sono sentita di andare. Ed è proprio dall’apertura dei siti archeologici, grande attrazione turistica oltre che scoperte di portata storica inimmaginabile, che il Paese vuole ripartire. Questa terra, ricca di storia e di storie, ha ancora molto da raccontare.

La nuova via dei Pellegrini

Molte sono anche le novità culturali, e quindi anche turistiche: dalla nuova via dei Pellegrini, un percorso risalente al I secolo che collegava la Piscina di Siloe ai piedi del Monte del Tempio, aperta all’interno di Gerusalemme dopo 20 anni di lavori alla Biblioteca Nazionale che ancora rappresenta una novità soprattutto per gli italiani, ai nuovi percorsi nell’area archeologia di Ophel intorno alla Città di David, alla mostra dedicata al Grande Rotolo di Isaia che aprirà il prossimo 24 febbraio al Museo di Israele.

Apre la pista ciclabile più lunga di Israele

Per non parlare, poi, delle novità riguardanti le attività outdoor per cui molti appassionati scelgono questo luogo dai paesaggi selvaggi quanto bellissimi: proprio qualche settimana fa, infatti, è stata inaugurata la pista ciclabile più lunga di Israele, la pista Yahel-Timna. Solo recentemente è stata completata la costruzione del tratto Yotvata-Timna, che collega il single track a una lunghezza di oltre 100 km di percorso continuo.

Aperture di hotel e ristoranti

Ma non è tutto: nel frattempo Israele è andato avanti e sono stati aperti nuovi hotel e nuovi ristoranti (la gastronomia è uno dei tanti punti di forza del Paese), e stanno per inaugurare molti nuovi indirizzi a Tel Aviv, ma anche nella zona del Mar Morto, in Galilea e a Gerusalemme di gruppi israeliani ma anche di grosse catene internazionali che operano nel settore del lusso, come il Six Senses e il Nobu Hotel a Tel Aviv, di proprietà di Robert De Niro.

Sempre più voli dall’Italia

Intanto, stanno riprendendo regolamentate i collegamenti aerei: prossime sono le aperture di nuovi voli diretti da tante città italiane, a partire da Palermo, Catania, Napoli, Cagliari oltre all’intensificazione di voli da Roma, Milano e Venezia. In totale a oggi si contano 92 voli settimanali tra Italia e Israele.

“Il 2026 è l’anno della ripresa” ha commentato Kalanit Goren, direttrice dell’Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo che abbiamo avuto occasione di incontrare in occasione della Borsa Italiana del Turismo 2026 che si è svolta a Milano “con i nuovi collegamenti oggi è molto facile viaggiare verso Israele. L’Italia sta tornando anche se con una ripresa ancora lenta, al momento il sesto mercato per Israele, mentre i primi a tornare sono stati gli americani seguiti dai francesi e sono iniziati ad arrivare visitatori da mercati inaspettati come India e Brasile. E abbiamo avuto arrivi anche mercati meno scontati, come l’India o il Brasile. La Maratona di Gerusalemme che si terrà a marzo è un evento che attira runner da tutto il mondo; quindi, penso sia arrivato il momento di viaggiare e di tornare in Israele”.

Innsbruck, il paradiso alpino e olimpico a pochi passi dall’Italia

Par : elenausai10
16 février 2026 à 16:00

Dalla frenesia urbana al silenzio delle vette in meno di venti minuti, senza mai toccare il volante di un’auto. A Innsbruck, il confine tra metropoli e natura assume le forme di un’ascesa verticale. Mentre la funicolare scivola verso le creste della Nordkette, la prospettiva si ribalta: il rigore asburgico della valle si arrende alla verticalità delle Alpi, offrendo uno sguardo che spazia dai vicoli medievali ai ghiacciai perenni.

A Innsbruck la montagna non è un passatempo, ma un vero e proprio ritmo biologico. Ascoltando i racconti di chi vive o studia in città, è chiara la loro routine: chiusi i libri o spento il computer, sostituiscono l’aperitivo con il brivido di una discesa, incarnando un lifestyle dove il design d’avanguardia, come il profilo sinuoso del trampolino del Bergisel di Zaha Hadid, dialoga con un’eredità olimpica mai sopita.

E, grazie alla sua vicinanza, anche noi viaggiatori italiani possiamo godere di questo paradiso alpino dove non mancano esperienze culturali suggestive, tra castelli con wunderkammer preziose e importanti mausolei imperiali.

L’eredità olimpica di Innsbruck

Ospitare i Giochi Olimpici Invernali per ben due volte, nel 1964 e nel 1976, non ha solo lasciato infrastrutture, ma ha impresso un DNA sportivo indelebile nel profilo della regione. Basti pensare alla sua rinomata facoltà di Scienze dello Sport, l’università locale che trasforma le montagne in un laboratorio a cielo aperto, dove la ricerca scientifica incontra l’eccellenza atletica. È questo connubio tra teoria e azione che alimenta il fermento della zona, rendendo il confine tra l’aula universitaria e la pista da sci incredibilmente sottile.

E mentre gli sciatori ripercorrono le discese storiche del Patscherkofel, poco lontano, a Igls, il sibilo del ghiaccio racconta una storia di velocità pura: quella dell’Olympia-Bobbahn. Non una pista olimpica da bob abbandonata, ma un’esperienza aperta ai viaggiatori più adrenalinici. La pista è un “serpente” di ghiaccio che si snoda per quasi un miglio attraverso 14 curve da brivido. Anche i meno esperti possono sfidare la gravità a bordo di un bob guidato da professionisti, raggiungendo velocità che superano i 100 km/h (60 mph)!

Ma l’eredità più famosa è senza dubbio quella che svetta a sud del centro: il Bergisel. Il trampolino per il salto con gli sci non è solo un impianto sportivo, ma un’opera architettonica progettata da Zaha Hadid, con le sue linee fluide che fondono una torre di controllo e un caffè panoramico. Salire sulla sua cima significa abbracciare con lo sguardo l’intero arco alpino, comprendendo in un solo istante perché Innsbruck sia diventata la culla degli sport invernali.

Bergisel Ski Jump a Innsbruck
iStock
Il Bergisel Ski Jump progettato da Zaha Hadid

Sciare a Innsbruck: l’emozione del freeride e le piste panoramiche

Se l’eredità olimpica ne definisce il prestigio, è l’accessibilità verticale a rendere questa destinazione un unicum in tutta l’Austria. Il simbolo più rappresentativo di questa qualità è la Nordkette: in pochi minuti, salendo sulle funivie le cui stazioni futuristiche sono state progettate da Zaha Hadid per riprodurre l’effetto del ghiaccio, ci si ritrova sospesi sopra i tetti del centro storico, pronti ad affrontare quella che è considerata una delle discese più ripide d’Europa.

Stazione di Zaha Hadid a Innsbruck
@SiViaggia-Elena Usai
La stazione della funivia progettata da Zaha Hadid

Dalla stazione dell’Hafelekar, a 2.256 metri, la vista è semplicemente mozzafiato: lo sguardo spazia dai vicoli medievali sottostanti alle vette frastagliate del Karwendel. Per i freerider più esperti, scendere lungo i suoi canaloni con una pendenza del 70% significa vivere un’esperienza quasi surreale: chi è di Innsbruck sa che, almeno una volta nella vita, deve farlo.

Ma il regno della neve fresca si estende anche all’Axamer Lizum, il “tetto bianco” della regione. Incastonato in un anfiteatro naturale dominato dalle torri calcaree delle Kalkkögel, questo comprensorio è un paradiso per chi cerca la libertà assoluta fuori dalle piste battute.

Se sciare sui pendii della Nordkette o tra i canaloni dell’Axamer Lizum può trasmettere la stessa scarica di energia di una Red Bull ghiacciata (d’altronde, siamo nella patria del celebre energy drink!) la regione offre anche un’anima decisamente più dolce, simile al piacere di sorseggiare una cioccolata calda davanti al camino. L’offerta sciistica si spinge infatti oltre l’estremo, abbracciando altitudini record e spazi pensati per il puro piacere della discesa in totale relax. A circa 2.000 metri di quota svetta Kühtai, la località sciistica di Coppa del Mondo più alta dell’Austria. Grazie alla sua posizione privilegiata, qui la neve è una certezza assoluta da dicembre fino a metà aprile.

Per chi invece cerca un ritmo più rilassato, il Patscherkofel si conferma la “montagna di casa” per eccellenza. Questa storica area ricreativa è il rifugio perfetto per gli sciatori occasionali e per chi ama vivere la montagna con lentezza. Tra boschi innevati e pendii dolci, il monte non attira solo chi scende in pista, ma è un vero paradiso per gli scialpinisti e gli appassionati di escursioni invernali, che qui trovano sentieri battuti immersi in un silenzio rigenerante, a pochi minuti dai caffè del centro.

Patscherkofel a Innsbruck
@SiViaggia-Elena Usai
Il paesaggio dalla montagna Patscherkofel

Infine, il viaggio sulla neve trova il suo apice nel ghiacciaio dello Stubai. Essendo il comprensorio su ghiacciaio più grande dell’Austria, lo Stubai garantisce un’esperienza quasi mistica: qui le piste si spingono fino ai 3.200 metri di altitudine, toccando il cielo in un paesaggio dominato dai ghiacci perenni.

L’anima colta e imperiale della città

Tolti gli scarponi e lasciata l’attrezzatura da sci, si può andare alla scoperta dell’anima culturale della città. Passeggiando tra i vicoli medievali dell’Altstadt si viene immediatamente colpiti da un labirinto di facciate color pastello, portici in pietra e insegne in ferro battuto. Il punto di riferimento, inevitabile, è il Tettuccio d’Oro (Goldenes Dachl): con le sue 2.657 tegole di rame dorato, non è solo un balcone reale eretto dall’imperatore Massimiliano I, ma il simbolo abbagliante di un’epoca in cui la città era il centro del potere europeo.

La vera maestosità, però, si rivela entrando nella Hofkirche, la Chiesa di Corte. Qui, ventotto imponenti statue di bronzo, chiamate “uomini neri”, vegliano sul cenotafio dell’imperatore, creando un’atmosfera solenne. È un contrasto affascinante con la vicina Hofburg, il Palazzo Imperiale, le cui sale rococò raccontano lo splendore di Maria Teresa d’Austria.

La storia si fa ancora più preziosa nel Castello di Ambras. Situata su un’altura che domina la valle, questa fortezza rinascimentale detiene un primato straordinario: è ufficialmente considerata il primo museo al mondo. Fu qui che l’Arciduca Ferdinando II, nel XVI secolo, ideò una struttura destinata specificamente a ospitare le sue collezioni, dando vita a una celebre “Camera delle Meraviglie”.

Castello di Ambras
@SiViaggia-Elena Usai
La sala spagnola, la più bella dentro il Castello di Ambras

In definitiva, perché vi consigliamo una vacanza invernale a Innsbruck? Quello che abbiamo capito visitandola è che la vera magia di questa destinazione non risiede solo nella verticalità delle sue montagne o nel fasto dei suoi palazzi, ma nella naturalezza con cui questi due mondi si fondono sotto l’ombra protettiva delle Alpi.

Come arrivare a Innsbruck

Il metodo ideale per raggiungere Innsbruck è senza dubbio il treno, un’opzione che permette di ammirare il mutare del paesaggio mentre si risale la dorsale delle Alpi. Da Milano, i collegamenti via Verona e Bolzano offrono un passaggio fluido attraverso il Brennero. Anche da Bologna ci sono diversi collegamenti che permettono di arrivare in città.

Una volta arrivati, la città vi accoglie con una filosofia di ospitalità improntata alla libertà di movimento. Chi decide di soggiornare per almeno due notti riceve la Welcome Card, una chiave d’accesso privilegiata al territorio. Questo pass permette di utilizzare gratuitamente i trasporti pubblici e di visitare le principali attrazioni a prezzi scontati. A partire dalle tre notti, si aggiunge anche l’utilizzo gratuito o ridotto degli impianti di risalita.

Trekking nelle isole, la primavera è la stagione migliore per esplorarle a piedi

16 février 2026 à 13:00

Scriveva Jerome Klapka Jerome, l’autore di Tre uomini in barca, che “la primavera della vita e la primavera dell’anno son fatte per essere cullate nel grembo verde della natura”. Niente di più giusto: quando le giornate si allungano, ma l’estate è ancora lontana, l’arrivo della primavera risveglia nella natura un vortice esplosivo di colori, profumi e suoni che la rendono la stagione perfetta per viaggiare, esplorando alcune destinazioni atipiche con il mezzo di trasporto più antico di cui l’essere umano è dotato: i propri piedi.

Le tante isole, grandi o piccole che siano, che punteggiano i tratti di mare al largo delle coste italiane, immerse nel Mediterraneo, sono una destinazione unica da scoprire camminando. Ancora fuori dalla stagione turistica, con un clima ancora non adatto a passare le ore nuotando, la primavera regala a chi sceglie di scoprirle un equilibrio perfetto tra clima mite, una natura spettacolare e peculiare e la possibilità di scoprire sentieri, coste e borghi con un ritmo lento e attento. Dalle Alpi Apuane ai vulcani del Tirreno, dalle distese laviche della Sicilia alle macchie mediterranee della Sardegna, la primavera è l’alleata ideale per chi desidera esplorare le isole italiane con lo zaino in spalla, tra i profumi e i colori di paesaggi di rara bellezza: le rocce granitiche dell’Arcipelago di La Maddalena, i crateri di Ustica, le colate laviche di Pantelleria, le Dolomiti a mare di Marettimo e i crinali dell’Isola d’Elba.

Caprera: mare e granito

La Sardegna e la Corsica sono divise da uno stretto braccio di mare, le Bocche di Bonifacio, che è punteggiato di piccole isole. Vicino alla costa settentrionale dell’isola italiana sorge un arcipelago che prende il nome dalla sua isola principale, La Maddalena, tutelata da un omonimo parco naturale (il Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena).

Maddalena Caprera isole trekking primavera
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Panorama scenografico de La Maddalena

Si tratta di un vero e proprio paradiso che durante l’estate richiama un grande flusso turistico grazie alle sue acque cristalline e alla sua natura incontaminata e selvaggia. La primavera, però, è la stagione ideale per chi apprezza una maggiore solitudine e per chi ama camminare a ridosso del mare: la macchia mediterranea che caratterizza il paesaggio sprigiona profumi intensi di elicriso, mirto e rosmarino, mentre il vento ancora leggero mantiene limpidi i cieli e celesti, splendenti le acque.

Tra gli itinerari più suggestivi per il trekking c’è quello che conduce a Cala Coticcio, soprannominata Tahiti per le sue sfumature turchesi. Cala Coticcio non si trova su La Maddalena, ma su Caprera, una sorta di isola gemella della principale, raggiungibile a piedi dall’isola maggiore grazie a un istmo artificiale che le collega. Caprera è un paradiso per gli amanti del trekking e della natura, disseminata di splendidi tracciati escursionistici.

Il sentiero per Cala Coticcio, che richiede passo sicuro, scarpe chiuse e rispetto per l’ambiente, si snoda tra rocce granitiche modellate dal vento e tratti di vegetazione fitta. Prima dell’alta stagione, la cala conserva un’atmosfera raccolta, quasi segreta, piena di meraviglia.

Il percorso è breve, poco meno di quattro chilometri, ma a larghi tratti in cui è molto agevole alterna alcuni passaggi più difficoltosi. Essendo una zona considerata di massima tutela ambientale, si deve essere accompagnati da una guida escursionista per raggiungere la cala. La destinazione è sensazionale: una piscina naturale cristallina abbracciata da grandi massi di granito bianchi e rosati che regala davvero grandi emozioni.

Un’altra escursione meritevole è quella che porta verso Punta Tegge, con affacci spettacolari sull’intero arcipelago e, nelle giornate più limpide, sulla Corsica. Camminare qui in primavera significa alternare alcuni momenti di profondo silenzio al rumore roboante del mare, sostando tra una caletta e l’altra ed esplorando il paesaggio lunare della grande scogliera. Particolarmente consigliato il momento del tramonto.

Ustica e le sue colate laviche

A circa 70 chilometri da Palermo, Ustica è conosciuta soprattutto per i suoi fondali marini, sogno degli appassionati di snorkeling, ma è a piedi che se ne scopre un volto più sorprendente e magico. Di origine vulcanica, l’isola presenta un territorio articolato tra colate laviche, ampi terrazzamenti agricoli e falesie a picco sul mare.

La Riserva Naturale Orientata Isola di Ustica tutela un fitto reticolo di sentieri che permettono di attraversare ambienti diversi in pochi chilometri di cammino. Uno dei percorsi più affascinanti è quello che conduce alla Rocca della Falconiera, spettacolare promontorio che rappresenta un ottimo punto panoramico che domina l’isola. In primavera, la vegetazione è nel pieno della fioritura e i contrasti tra la roccia scura che caratterizza il terreno e il verde della vegetazione che prolifera malgrado il difficile contesto creano uno scenario selvaggio e intenso.

Ustica isole trekking primavera
iStock
Ustica è silenziosa e selvaggia

Inoltre, lungo il percorso si incontrano diverse testimonianze dell’antichità, da alcune tombe ipogee fino a un castello saraceno costruito per dominare la visuale sul mare. Si può raggiungere, infine, un faro con una vista splendida sulla costa orientale dell’isola.

Il sentiero costiero verso Cala Sidoti e Punta Cavazzi, sul lato occidentale di Ustica, regala invece scorci sul mare aperto e la possibilità di osservare il passaggio degli uccelli migratori. In questo periodo dell’anno, le temperature sono ideali per percorsi anche di media difficoltà, e l’isola mantiene un’atmosfera intima che permette un contatto diretto con la natura.

Pantelleria: l’anima selvaggia del Mediterraneo

Più vicina all’Africa che alla Sicilia, Pantelleria è un’isola di contrasti: nera di lava, verde di vigneti, blu di mare. In primavera il paesaggio si accende di colori vivaci e camminare diventa il modo più autentico per farsi catturare dalla sua grande bellezza, dal suo carattere selvaggio, dalla sua identità.

La salita alla Montagna Grande, il punto più alto dell’isola a oltre ottocento metri sul livello del mare, attraversa boschi e macchia mediterranea fino a raggiungere panorami unici che spaziano sul Canale di Sicilia. Lungo il percorso si incontrano dammusi in pietra lavica e terrazzamenti che raccontano la lunga tradizione agricola dell’isola. Ci vogliono circa 4 ore di cammino, considerando andata e ritorno, per completare gli otto chilometri di percorso che caratterizzano questa splendida escursione.

Pantelleria
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Il tipico scenario di Pantelleria, che alterna verde e nero

Il Lago di Venere, specchio d’acqua termale incastonato in un cratere, è un’altra meta ideale per un’escursione primaverile: il sentiero che lo circonda permette di ammirarne le sfumature cangianti e di immergersi, se si desidera, nelle sue acque tiepide. Senza il caldo intenso dell’estate, Pantelleria rivela tutta la sua anima selvaggia e silenziosa, accendendosi di un verde raro che decora un territorio dove la natura finisce per essere rigogliosa malgrado l’ambiente estremo.

Marettimo: la più selvaggia delle Egadi

La più lontana e montuosa delle Isole Egadi, Marettimo è un concentrato di natura incontaminata. Qui non ci sono grandi strade asfaltate né traffico: ci si muove quasi esclusivamente a piedi lungo antichi sentieri che collegano il piccolo borgo alle cale e alle alture interne.

Buona parte della bellezza dell’isola è dovuta al fatto che, da un punto di vista geomorfologico, le rocce di Marettimo sono costituite per gran parte da dolomia, la stessa che contraddistingue, per l’appunto, le Dolomiti. Ecco perché spesso l’isola è nota come le Dolomiti a mare, che si accendono di un meraviglioso rosa quando il sole del tramonto le bacia e durante il giorno abbagliano con il loro bianco luccicante.

Il territorio di Marettimo è dominato dal Monte Falcone, che con i suoi oltre 600 metri rappresenta il punto più alto dell’arcipelago. La salita è impegnativa ma regala panorami vastissimi sul Mediterraneo. In primavera, la bassa macchia mediterranea esplode di colori e profumi, tra ginestre, orchidee spontanee e piante aromatiche che accompagnano ogni passo.

Marettimo isole trekking primavera
Lorenzo Calamai
Sentiero costiero a Marettimo

Tra i percorsi più suggestivi c’è quello verso il Castello di Punta Troia, antica fortificazione che svetta sulla punta di un promontorio a pochi chilometri dall’unico centro abitato dell’isola. Il sentiero costiero alterna tratti rocciosi a scorci su grotte marine e calette solitarie, sempre mantenendosi a strapiombo sulla costa.

L’Isola d’Elba e la Grande Traversata Elbana

Cuore dell’Arcipelago Toscano, l’Isola d’Elba, quasi insospettabilmente, è una delle mete più complete per chi ama camminare. Qui infatti il mare si alterna a rilievi collinari coperti di antichi e fitti boschi di leccio, offrendo una grande varietà paesaggistica e un’ampia natura che copre il territorio tra un borgo e l’altro dei diversi che caratterizzano l’isola.

La primavera è il periodo ideale per affrontare la Grande Traversata Elbana, un itinerario escursionistico di media durata che attraversa l’isola da est a ovest lungo la dorsale montuosa. Si tratta di un percorso articolato in più tappe, che permette di scoprire l’Elba più autentica, lontana dalle spiagge affollate, e che va intrapreso preferibilmente in primavera per evitare il grande caldo estivo.

Elba isole trekking primavera
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Gli splendidi panorami dell’Isola d’Elba

Lungo il cammino si incontrano panorami sul Tirreno, tratti boschivi ombrosi e creste panoramiche da cui lo sguardo spazia fino alla Corsica nelle giornate più limpide. I borghi interni, come Marciana e Rio nell’Elba, offrono soste rigeneranti tra vicoli in pietra e terrazze fiorite.

La Grande Traversata Elbana (GTE) si compie di solito da Cavo, nella punta nord-orientale dell’isola, fino a Pomonte, esattamente all’opposto. Si può considerare di concluderla deviando maggiormente verso nord per raggiungere Punta Polveraia. In ogni caso la lunghezza è intorno ai 60 chilometri e viene effettuata in tre o quattro tappe, a seconda delle proprie possibilità e della volontà di soffermarsi di più o di meno in questo contesto naturale unico, con panorami fantastici sulla costa. Esiste anche una versione della GTE modificata per essere affrontata in mountain bike.

Pollica e San Mauro Cilento vincono il Premio Green Destination

Par : losiangelica
16 février 2026 à 12:00

Un riconoscimento che arriva da Milano, ma che guarda lontano, fino alle colline e alle coste del Cilento. Alla Borsa Internazionale del Turismo, uno degli appuntamenti più importanti per il settore, il territorio di Pollica e San Mauro Cilento, con il progetto “Le Terre della Dieta Mediterranea”, sono stati premiati con il Green Travel Award 2026 nella categoria Green Destination, assegnato dal GIST, Gruppo Italiano Stampa Turistica.

Il premio ha lo scopo di riconoscere un modello turistico costruito attorno a sostenibilità ambientale e sociale, proponendo un turismo più green. A Pollica e San Mauro Cilento il progetto abbraccia la storia della Dieta Mediterranea che viene valorizzata con una tradizione gastronomica unica.

Il premio Green Destination 2026

Il riconoscimento assegnato alla BIT mette in evidenza soprattutto la capacità del comprensorio cilentano di trasformare un patrimonio culturale in una strategia concreta. “Le Terre della Dieta Mediterranea” si articola con una rete che mette insieme amministrazioni locali, imprese e associazioni. Non solo promozione turistica, però. Il progetto ha coinvolto temi concreti quali l’agricoltura sostenibile, la salvaguardia del paesaggio e il rilancio di piccoli borghi recuperandone le tradizioni.

Negli anni questo lavoro ha contribuito a consolidare una reputazione basata più sulla coerenza che sulla visibilità immediata. Un modello che punta sulla continuità, più che sugli eventi spot. La giuria del premio ha sottolineato proprio questo aspetto: la capacità di coniugare memoria e innovazione.

Tutela del territorio e un’idea diversa di turismo: è su questo equilibrio che si fonda il riconoscimento assegnato a un’area del Cilento che ha deciso di puntare su ritmi più lenti e su un rapporto diretto con l’ambiente. La zona premiata comprende il distretto di Pollica e San Mauro Cilento, situati all’interno del parco nazionale del Cilento.

Turismo lento e Dieta Mediterranea come stile di vita

Il Green Destination Award consegnato alla BIT di Milano e giunto alla quattordicesima edizione, viene assegnato alle realtà che interpretano i principi della Carta Europea del Turismo Sostenibile, un documento che promuove un equilibrio tra esigenze ambientali, comunità residenti e sviluppo economico. Non basta attrarre visitatori: bisogna farlo senza compromettere il territorio e migliorando la qualità della vita di chi lo abita tutto l’anno.

È proprio su questo punto che Pollica ha costruito la propria identità. La Dieta Mediterranea, riconosciuta patrimonio immateriale dell’umanità, qui diventa una pratica quotidiana. Non solo alimentazione sana, ma un modo di vivere che mette al centro socialità, attività all’aria aperta e rispetto dei cicli naturali.

Negli ultimi anni il territorio ha investito molto sul turismo lento: percorsi naturalistici, mobilità dolce, esperienze legate alla terra e al mare. Un modello che sembra intercettare una domanda turistica sempre più evidente: quella di chi viaggia alla ricerca di autenticità, esperienze locali e ritmi lontani dalle grandi destinazioni affollate. Non tanto attrazioni spettacolari, quanto territori da vivere lentamente.

A commentare il riconoscimento è stato il sindaco di Pollica, Stefano Pisani, che, come riportato da InfoCilento, ha ribadito come la dieta mediterranea rappresenti molto più di uno stile alimentare. Una visione di sviluppo capace di unire benessere, cultura e coesione sociale.

Secondo Pisani, il premio conferma che anche realtà di piccole dimensioni possono diventare esempi concreti di turismo sostenibile. Servono continuità, legame con il territorio e una progettualità condivisa: elementi che, nel caso di Pollica, hanno trasformato un comune cilentano in un laboratorio osservato con crescente interesse.

Scoperti foro e teatro lungo la Via Appia, i droni individuano un’antica città romana

Par : losiangelica
16 février 2026 à 11:00

Certe scoperte archeologiche non arrivano con il rumore degli scavi spettacolari, ma con un ronzio quasi impercettibile: quello dei droni che sorvolano campi apparentemente silenziosi. È proprio così che il sito romano di Fioccaglia, nel territorio di Flumeri, in provincia di Avellino, sta tornando a raccontare la propria storia. E non si tratta di dettagli marginali: le nuove indagini hanno rivelato un foro urbano e un teatro monumentale finora sconosciuti, elementi che cambiano radicalmente l’immagine che avevamo di questo insediamento lungo la Via Appia.

Se finora potevate immaginare Fioccaglia come una semplice stazione lungo la grande arteria romana, oggi dovete pensare a qualcosa di molto diverso: una vera città, organizzata, viva, inserita pienamente nella rete politica ed economica della Roma repubblicana.

La scoperta del foro e del teatro

Le nuove ricerche, coordinate dal professor Giuseppe Ceraudo dell’Università del Salento insieme alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio e al Comune di Flumeri, non hanno aperto trincee né portato alla luce muri visibili a occhio nudo. Eppure, hanno permesso di “vedere” la città come mai prima. Ci si trova nel sito romano di Fioccaglia, nella zona dell’Irpinia e il ritrovamento è incredibile.

Grazie a rilievi aerei con droni e a sofisticate prospezioni geofisiche, gli archeologi hanno ottenuto una sorta di radiografia del sottosuolo. Le differenze nella crescita della vegetazione, le anomalie magnetiche del terreno, le tracce invisibili lasciate dalle strutture antiche: tutto ha contribuito a ricostruire la pianta urbana ancora sepolta.

Quello che emerge è sorprendente. Sotto i campi agricoli si disegna un impianto urbano regolare, con strade ortogonali e isolati pianificati secondo il modello delle città romane di fondazione. Non un insediamento spontaneo, dunque, ma un centro progettato con precisione.

Al centro di questa griglia urbana compare chiaramente il foro: una grande piazza rettangolare circondata da edifici pubblici, cuore politico, commerciale e sociale della comunità.

E poi la sorpresa più inattesa. Poco distante, le indagini hanno individuato il profilo curvo di un teatro monumentale mai documentato prima. Nessuno scavo precedente ne aveva segnalato l’esistenza. La sua presenza cambia completamente la percezione del sito: un teatro implica spettacoli, assemblee, momenti collettivi, una vita culturale attiva.

Già negli anni Ottanta erano emersi segnali importanti: un decumano basolato e una domus decorata in Primo Stile pompeiano, che suggerivano ricchezza e organizzazione urbana. Oggi, però, il quadro si amplia e diventa molto più ambizioso.

Perché questa scoperta cambia la storia dell’Irpinia romana

Dovete immaginare la Via Appia non solo come una strada, ma come una vera infrastruttura strategica dell’antichità, la celebre Regina Viarum che collegava Roma al Sud Italia. Fioccaglia si trovava in una posizione chiave, vicino alla confluenza del fiume Ufita e del torrente Fiumarella: un nodo naturale di transito e controllo del territorio.

Molti studiosi identificano il sito con l’antica Forum Aemilii, centro legato alla romanizzazione dell’Irpinia tra II e I secolo a.C., periodo in cui Roma consolidava la propria presenza nelle aree interne della Campania. La scoperta del foro e del teatro rafforza enormemente questa ipotesi.

La combinazione di infrastrutture pubbliche monumentali, strade pavimentate e residenze aristocratiche racconta una comunità prospera, capace di sostenere attività politiche, economiche e culturali complesse.

Questa scoperta dimostra quanto le tecnologie non invasive stiano rivoluzionando l’archeologia. Senza scavare gli studiosi riescono oggi a pianificare tutela e valorizzazione con una precisione impensabile fino a pochi anni fa.

Le istituzioni locali guardano già al futuro. Le nuove evidenze stanno contribuendo alla definizione di un piano di gestione e valorizzazione dell’area, anche in relazione ai grandi progetti infrastrutturali della Valle Ufita, come la futura stazione dell’Alta Velocità Hirpinia. L’obiettivo è trasformare Fioccaglia in un punto di riferimento culturale per l’entroterra campano, spesso meno conosciuto rispetto ai grandi poli archeologici regionali.

E forse è proprio questo il fascino più grande della scoperta: ricordarvi che la storia romana non vive solo nei luoghi celebri. A volte emerge dove meno ve lo aspettate, sotto campi coltivati e paesaggi tranquilli, pronta a riscrivere la geografia dell’Italia antica. Nei prossimi mesi nuove indagini non invasive aggiungeranno dettagli al mosaico. E c’è da scommettere che Fioccaglia abbia ancora molto da raccontare.

Il Guardian scopre Chiavenna, il borgo segreto dei crotti scavati nella roccia

16 février 2026 à 07:30

Ha poco più di 7mila abitanti e per secoli è stata un crocevia strategico tra la Pianura Padana e il bacino del Reno. Oggi Chiavenna vede accendere i riflettori su di sé per le lodi del Guardian, che la descrive come una delle mete alpine più sorprendenti, romantiche e tranquille del Belpaese.

Un elogio che non risulta casuale: Chiavenna è l’unico Comune della provincia di Sondrio ad aver ottenuto la Bandiera Arancione del Touring Club Italiano, riconoscimento assegnato ai piccoli centri dell’entroterra che garantiscono qualità ambientale, accoglienza e valorizzazione del patrimonio.

Centro storico senza folla

Il quotidiano britannico ha descritto Chiavenna come “simile a Verona, ma senza l’anfiteatro, la folla e le grandi catene di negozi”. Un paragone che rende bene l’idea: qui il centro storico, ricostruito nel XV secolo dopo un incendio che distrusse la città medievale, è un intreccio di vicoli acciottolati, edifici affrescati e fontane scenografiche che raccontano il passato di ricca città commerciale alpina.

Passeggiare tra le sue strade significa muoversi tra ristoranti, botteghe e mercati, ma ancora lontano dalle dinamiche del turismo di massa che hanno trasformato molte altre mete del Nord Italia.

Il panorama su Chiavenna
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Il panorama su Chiavenna

I crotti: segreto gastronomico scavato nella roccia

Se c’è un elemento che rende Chiavenna davvero unica, sono i suoi crotti. Non si tratta di semplici cantine, ma di cavità naturali incastonate nei fianchi rocciosi delle montagne circostanti, caratterizzate dal “Sorel”, una corrente d’aria che mantiene costante la temperatura, tra gli 8 e i 10 gradi tutto l’anno.

In passato servivano per conservare vino, formaggi e salumi, ma oggi si sono trasformati in ristoranti e luoghi di ritrovo. Il Guardian ne cita alcuni, dove assaggiare piatti simbolo della tradizione locale come gli sciatt, frittelle di grano saraceno con cuore filante di formaggio, e gli gnocchi alla chiavennasca, preparati con pane, burro fuso e salvia croccante.

Marmitte dei Giganti e natura scolpita dai ghiacciai

A pochi passi dal centro, si trova il Parco delle Marmitte dei Giganti, un complesso di crateri naturali scavati nella pietra dall’erosione glaciale nel corso di migliaia di anni. Quello in cui ci si immerge è uno dei paesaggi più sorprendenti della zona e rappresenta il punto di partenza per diversi sentieri escursionistici.

Tra questi, quello che conduce a Uschione, villaggio senza strade arroccato sopra la valle, oggi quasi disabitato, ma dove il silenzio è parte integrante dell’esperienza. Da qui lo sguardo si apre sulle Alpi Retiche, con scenari che cambiano profondamente nel giro di pochi chilometri.

Le Marmitte dei Giganti a Fossombrone
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Le suggestive Marmitte dei Giganti a Fossombrone

Le cascate amate da Leonardo da Vinci

Il viaggio raccontato dal Guardian prosegue verso le spettacolari cascate dell’Acquafraggia (nel Comune di Borgonovo di Piuro, a pochi km da Chiavenna), una doppia cascata che si getta per oltre 1.300 metri in una sequenza di salti scenografici. A descriverle fu anche Leonardo da Vinci, che parlò di “uno spettacolo meraviglioso”.

Da qui parte un’antica mulattiera in pietra che, con quasi 3.000 gradini, conduce al villaggio di Savogno, altra testimonianza di un territorio modellato dal tempo e dalla natura.

Cascate dell'Acquafraggia
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Arcobaleno sulle cascate dell’Acquafraggia

Cosa vedere (prima che diventi di tendenza)

Chiavenna non è solo natura. Il reportage cita anche Palazzo Vertemate Franchi, unico edificio sopravvissuto alla frana del 1618 che distrusse l’antico borgo di Piuro e causò oltre mille vittime. Oggi è visitabile su prenotazione e custodisce affreschi, intarsi e arredi rinascimentali di grande pregio.

A pochi chilometri, il Passo dello Spluga, con i suoi 51 tornanti, regala uno dei panorami alpini più spettacolari della Lombardia. In meno di un’ora si passa dal centro storico a un paesaggio quasi nordico, tra laghi turchesi e cime spoglie.

Nel racconto del Guardian emergono anche il mercato del sabato, le gelaterie artigianali, il Parco Paradiso e il Museo del Tesoro, che conserva “La Pace”, preziosa copertina di Bibbia dell’XI secolo decorata con oro e pietre preziose.

Chiavenna sorprende non perché ostenta, ma perché offre un mix raro di gastronomia, natura alpina e storia europea. Forse è proprio questo il motivo per cui conquista chi la visita: qui il vero lusso è il tempo che rallenta, tra un calice di vino locale, il rumore dell’acqua che scende dalle cascate e il silenzio delle montagne che circondano il borgo.

I 5 borghi più belli della Catalogna da scoprire (lontano dal turismo di massa)

15 février 2026 à 17:00

In Catalogna, Barcellona si inghiotte molto dell’immaginario. La Sagrada Família, le Ramblas, la Barceloneta: una grande città, frizzante e piena di vita, con un grande giro turistico. Poi ci sono le località marittime e le altre cittadine, ma questa regione nel nord-est della Spagna custodisce anche un’altra anima, quella dei piccoli borghi di provincia nascosti come gemme di un tesoro nelle pieghe della provincia di Girona, tra i dolci colli dell’Empordà e pure sulla gettonata riviera della Costa Brava.

Una regione, quella catalana, dall’identità forte, con un carattere indomito e dalla storia piena, con radici antiche ma anche sussulti di contemporaneità. Una zona capace di mantenere la propria autenticità malgrado i flussi turistici, presenti anche se senza possibilità di minimo confronto con l’affluenza registrata nel capoluogo della Catalogna. Cinque borghi in particolare raccontano l’anima, la storia e la bellezza catalane. Dal mare quieto di Cadaquès alle strade medievali di Besalù, dal placido lago di Banyoles alla frizzantezza surrealista di Figueres, fino all’impossibile abbraccio di natura e architettura di Castellfollit de la Roca: ogni tappa è un invito a guardare oltre le cartoline e a scoprire davvero il carattere di una regione che riesce ancora a sorprendere chi decide di alzare lo sguardo dagli itinerari turistici mainstream.

Banyoles e il suo lago

Al centro della provincia di Girona si trova Banyoles, un borgo tranquillo, silenzioso e placido come le acque del suo grande specchio d’acqua, l’Estany de Banyoles, il lago naturale più esteso della Catalogna.

Protagonista delle Olimpiadi del 1992 in quanto sede delle competizioni di canottaggio, il lago è un paradiso per gli amanti delle attività all’aperto: oltre a percorrere il suo perimetro a piedi o in bici, tutte le stagioni sono buone per pagaiare sulle acque tranquille in kayak o in canoa. Le grandi chiome dei faggi popolano la passeggiata lungolago, regalando un’atmosfera romantica esaltata dalle decadenti, solitarie costruzioni che ne popolano le rive.

Banyoles borghi Catalogna
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Uno degli edifici lungo le sponde del lago di Banyoles

La cittadina vera e propria di Banyoles si sviluppa sulla sponda orientale del lago. Ha un centro storico raccolto, con piazze e viuzze in cui si affacciano bar e ristoranti, dalle chiare radici medioevali. Tra i luoghi d’interesse ci sono il Monastero di Sant Esteve e il Museo Archeologico Regionale, che conservano reperti che ben raccontano la storia dell’area. Deliziosa la Plaça Major: uno spazio rettangolare circondato da edifici in pietra di grande geometria e raffinatezza architettonica, con ampi portici, al centro del quale sorge un giardinetto ombreggiato dalle chiome di numerosi giovani alberi, pronti a fronteggiare il grande caldo dell’estate catalana.

Cadaqués: bianco e blu tra mare e arte in Costa Brava

Affacciato su una splendida baia naturale bagnata dal Mediterraneo, il borgo di Cadaqués è una delle perle della Costa Brava. La prima cosa che colpisce l’occhio del visitatore che scende in auto la tortuosa strada che conduce in città, attorcigliandosi tra i tornanti che si spingono verso il promontorio, è il bianco candido degli edifici.

Cadaques Borghi Catalogna
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Vista sulla baia di Cadaques

La peculiarità di Cadaqués sta in questo suo candore e nella sua magica posizione tra mare e collina, che gli conferiscono un fascino senza tempo: stradine strette, vicoli che si aprono su piccole piazzette quadrate, barche dalle chiglie variopinte, quell’atmosfera languida che spinge le persone a far trascorrere le giornate senza fretta e senza furia. È stato uno dei luoghi più frequentati da Salvador Dalí: nei pressi del borgo si trova infatti Portlligat, dove sorge la casa-atelier del maestro surrealista, oggi museo dedicato alla sua vita e opera.

Besalú: un ponte verso il Medioevo

Dalla costa all’entroterra della Catalogna: tra colline e vallate verdeggianti, frutto di un’antica area vulcanica, si arriva a Besalú, un borgo che sembra fermo nel tempo. È uno dei centri storici medievali meglio conservati di tutta la regione e un esempio perfetto di come la storia si intreccia con l’architettura.

Il simbolo di Besalú è il suo grandioso ponte romanico, caratterizzato dai suoi sette archi e sormontato da una torre di guardia, che si erge maestoso sul Fluvià, il corso d’acqua che fiancheggia il borgo, e consente l’accesso al pittoresco centro storico, tra facciate in pietra, saliscendi e vicoli attorcigliati. La cosa migliore da fare è perdersi tra le viuzze, rimanere affascinati dagli scorci che regalano e infine concedersi un aperitivo in totale relax nella Plaça Prat de Sant Pere, di fronte alla facciata romanica dell’omonimo monastero, uno degli edifici simbolo del borgo.

Besalu borghi Catalogna
Lorenzo Calamai
Il ponte di Besalù

Inoltre, una delle esperienze più affascinanti del borgo è esplorare l’antico quartiere ebraico, dove scoprire testimonianze del passato nei resti dell’antica sinagoga e nel mikvé, il bagno rituale ebraico.

Castellfollit de la Roca: vedute del borgo sospeso

La Garrotxa è un’area della Catalogna caratterizzata da un ambiente unico. È considerato uno dei migliori esempi di paesaggio vulcanico in Spagna: vi si possono trovare 40 coni vulcanici, circa dieci crateri e una ventina di colate di lava basaltica, tutto risalente a oltre diecimila anni fa e oggi coperto da una fitta e verdeggiante vegetazione.

In questo contesto sorge il piccolissimo borgo di Castellfollit de la Roca, un paese costruito letteralmente a strapiombo su una scogliera basaltica, per l’appunto risultato di antiche colate laviche che, con il tempo, hanno modellato un paesaggio spettacolare. Le case e l’antica chiesa del borgo (Iglesia de San Salvador) si affacciano sulla cresta di questa parete rocciosa, regalando vedute straordinarie sul territorio più a valle.

Castellfollit de la roca borghi catalogna
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La parete basaltica su cui sorge Castellfollit de la Roca

Castellfollit è veramente un piccolo tesoro immerso tra i boschi della Garrotxa, un borgo fermo nel tempo dove gli abitanti resistono da tempo immemore, ancorati alla roccia che sostiene il paese e all’amore che provano per questo luogo, malgrado spesso portati lontano dalla vita e dalle necessità di lavoro.

Figueres: culla del surrealismo

La definizione di borgo sta un po’ stretta a Figueres, cittadina vibrante con più di 40mila abitanti e cuore culturale dell’Alt Empordà, una delle comarques in cui è suddivisa la Catalogna. La città è patria di uno degli artisti più noti del Novecento, Salvador Dalí, e da lui eredita un’atmosfera di leggera follia, come contagiata da una sorta di febbre della surrealtà.

A Figueres si trova il celebre Teatro-Museo Dalí, una tappa obbligata per gli amanti dell’arte e del pittore, con una collezione straordinaria di opere che attraversano tutta la sua produzione artistica. Tuttavia le attrattive del luogo non si limitano a questo: il Castello di Sant Ferran, ad esempio, è una imponente fortezza del XVIII secolo che sorge sul colle della Muntanyeta e che simboleggia il luogo da cui è nato l’insediamento odierno.

Figueres borghi catalogna
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Il Teatro-Museo Dalì a Figueres

Nelle strade di Figueres si respira un connubio tra la storia catalana e la vita fervente dei mercati locali, dei caffè e delle piazze animate, unite a loro volta a una vivace scena culturale cittadina, legata a eventi e spazi che testimoniano l’importanza dell’arte nella vita quotidiana. Curiosità: a Figueres si trova il Museu del Joguet de Catalunya, che ospita una collezione di oltre quattromila balocchi di ogni tipo, forma e colore.

Katskhi Pillar, il dito di pietra che solletica il cielo: un eremo che sfida la gravità e interroga la fede

15 février 2026 à 15:00

La prima cosa che viene da esclamare è: ma non è possibile! Katskhi Pillar sembra un errore di prospettiva, una di quelle illusioni ottiche che si sistemano cambiando angolazione. Invece quel blocco di calcare è reale, piantato nella valle del fiume Katskhura, nell’Imereti occidentale, a pochi chilometri dalla cittadina mineraria di Chiatura. Un ago di pietra alto circa 40 metri, stretto e verticale, con una piccola costruzione in cima che da lontano sembra un modellino appoggiato lì per scherzo.

Siamo in Georgia, un Paese incastonato tra Europa orientale e Asia occidentale, che è anche terra di antiche conversioni, regni frammentati, invasioni e monasteri scavati nella roccia. Eppure nulla prepara a questa colonna naturale, erosa nei millenni da acqua e vento quando l’area era coperta dal mare.

I geologi spiegano che si tratta di un monolite calcareo residuo, ovvero ciò che resta dopo che il terreno circostante è stato consumato. I fedeli invece lo chiamano Pilastro della Vita e simbolo della Vera Croce. Quel che è certo, è che guardandolo dal basso si prova un senso di vertigine misto a profonda reverenza.

Breve storia del Katskhi Pillar

Come vi abbiamo accennato, sulla sommità del Katskhi Pillar sono stati edificati degli edifici religiosi, che parrebbero essere risalenti a un periodo compreso tra il IX e il X secolo, anche se alcune tradizioni li collocano in epoca precedente. Gli archeologi che scalarono la roccia per la prima volta in età moderna (nel 1944) trovarono lassù resti di un luogo di culto, tre celle per eremiti, una cripta funeraria e una piccola cantina per il vino.

Pilastro della vita, Georgia
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Tutta la maestosità del Pilastro della vita

Fino ad allora il sito era rimasto avvolto nel mistero, citato solo da un erudito georgiano del XVIII secolo che parlava di una chiesa irraggiungibile in cima a una roccia. La rinascita spirituale avvenne negli anni ’90 del Novecento grazie a un ex gruista, Maxime Qavtaradze, che entrò nella vita monastica e decise di restaurare il sito.

Con l’aiuto degli abitanti della zona e il sostegno dell’Agenzia Nazionale per la Conservazione del Patrimonio Culturale, ricostruì parte degli edifici superiori e installò una scala metallica lunga 40 metri ancorata alla roccia e un sistema di carrucole per sollevare materiali, acqua e viveri.

Il fatto più impressionante è che lui stesso, per oltre 20 anni, visse in quella vetta, scendendo solo due volte alla settimana per incontri di preghiera nel monastero ai piedi del pilastro. Nel 2015 lasciò la residenza permanente e divenne guida della comunità monastica locale. Oggi i monaci si alternano nella salita per momenti di preghiera e manutenzione.

Si può visitare? E cosa (eventualmente) vedere?

In molti si domandano se sia possibile arrampicarsi fino alla vetta per vedere da vicino la chiesa superiore e la cella del monaco. La risposta è restrittiva: l’accesso alla scala di ferro fissata alla parete rocciosa è rigorosamente interdetto ai turisti. Del resto, il pericolo non è poco. A poterci salire sono solo i monaci e alcuni religiosi autorizzati e il motivo non riguarda solo la sicurezza: il luogo deve infatti mantenere la sua funzione di isolamento contemplativo.

Ciò vuol dire che per noi visitatori la scoperta si concentra alla base, ma tutto sommato non è un male visto che oggi la zona intorno al monolite è un complesso monastico curato, in cui regna un’atmosfera di pace assoluta. A disposizione c’è un sentiero che conduce all’ingresso del luogo di culto, aperto generalmente tra le 10 del mattino e le 6 del pomeriggio. L’ingresso è gratuito, ed è impossibile non avvertire una sensazione di sproporzione. Il monolite emerge dal terreno erboso con una verticalità quasi geometrica. Avvicinandosi si notano corde che scorrono lungo la parete per il trasporto delle provviste.

Sul primo livello della roccia, accessibile tramite una breve scalinata in pietra, è incastonato un crocifisso del VI secolo scolpito nel calcare. È uno dei manufatti cristiani più antichi dell’Europa orientale ancora visibili nel contesto originario. Accendere una candela davanti a quella croce, con lo sguardo che sale verso la chiesetta superiore, crea un contrasto potente tra la fragilità del gesto e la durezza della pietra.

Ai piedi del pilastro si trova la Chiesa di Simeone Stilita, costruita intorno al 1999. L’interno è decorato con icone, affreschi e oggetti liturgici. L’atmosfera è raccolta e i monaci si muovono con abiti neri che risaltano contro il bianco della roccia. Poco distante si distinguono resti di mura più antiche e un campanile in rovina.

Vale la pena allontanarsi di qualche decina di metri lungo il sentiero per ottenere una vista laterale. Da quella prospettiva lì il pilastro appare ancora più sottile, quasi una lama calcarea che taglia il cielo. Il sito attira viaggiatori da tutta la Georgia ma anche e dall’estero. E tra questi c’è chi resta in silenzio, chi fotografa o chi cerca spiegazioni razionali che, il più delle volte, non riesce a trovare.

Come arrivare

La parola d’ordine è: avventura. Si parte solitamente da Kutaisi, la seconda città del Paese, affrontando un tragitto in auto che dura circa un’ora e mezza su strade che si snodano tra colline boscose e villaggi rurali in cui il tempo pare essersi fermato. La direzione principale conduce verso Chiatura, località celebre per le sue vecchie funivie dell’era sovietica.

Una volta giunti nel centro abitato, occorre seguire le indicazioni per il villaggio di Katskhi, proprio lì dove svetta nei cieli il Katskhi Pillar. La strada asfaltata cede poi il passo a un sentiero sterrato ma percorribile anche con vetture normali, purché il meteo sia favorevole.

Esistono anche i famosi minibus locali, chiamati marshrutka, che partono regolarmente dalla stazione dei bus di Kutaisi. Il consiglio da tenere a mente è quello di chiedere specificamente del mezzo diretto a Chiatura e di comunicare all’autista la destinazione finale. In questo modo vi lasceranno al bivio principale, da cui dovrete procedere a piedi per circa 20 minuti.

Si tratta di una breve camminata che permette di vedere il pilastro apparire gradualmente tra le chiome degli alberi, un approccio visivo che aumenta l’emozione della scoperta. Preparatevi a incontrare pochi visitatori, specialmente nelle prime ore del mattino, quando il canto degli uccelli è l’unico suono che accompagna la salita verso il complesso.

Tra i colori dell’eternità: la Necropoli dei Monterozzi a Tarquinia, il racconto della vita e della morte degli Etruschi

15 février 2026 à 13:00

A sud-est dell’attuale Tarquinia, in provincia di Viterbo, prende vita un ampio altopiano che guarda il blu del Tirreno. Detta così, questa frase potrebbe sembrare nulla di importante, ma in realtà introduce un luogo antichissimo che, però, è in grado di essere eterno: è la terra che gli Etruschi scelsero per custodire i propri nobili. Parliamo della Necropoli dei Monterozzi, che si allunga sull’omonimo colle e rappresenta uno dei complessi archeologici più straordinari dell’intero bacino mediterraneo.

Vi basti pensare che qui ci sono (per il momento) circa 6.000 sepolture scavate nel banco di roccia, di cui poco più di 150 conservano pitture murali che costituiscono il nucleo più vasto di arte etrusca giunto fino a noi e, allo stesso tempo, la documentazione più ampia della pittura antica precedente l’età imperiale romana. Massimo Pallottino, fondatore dell’etruscologia, la definì il primo capitolo della storia della pittura italiana, e la formula appare tutt’altro che enfatica quando si scende nei corridoi che portano alle camere funerarie.

Un posto che trasuda una vitalità paradossale: mentre sopra il vento agita l’erba arida delle colline viterbesi, sotto i nostri piedi si snoda una pinacoteca ipogea eccezionale. Ma del resto, la morte per gli Etruschi aveva il volto della continuità, al punto che le tombe riproducono gli ambienti domestici proprio perché la casa per l’eternità rifletteva la dimora terrena.

Breve storia della necropoli

La storia di questo sito archeologico affonda le radici tra la fine dell’VIII e il VII secolo a.C, raggiungendo il massimo splendore tra il VI e il V secolo. Tarquinia rappresentava il fulcro politico e artistico dell’Etruria, una metropoli che riusciva persino a influenzare Roma stessa. I nobili locali, arricchiti dai commerci marittimi, investivano fortune per far affrescare le proprie tombe da maestranze locali fortemente influenzate dal mondo greco.

Maestose camere sepolcrali che venivano realizzate scendendo una scalinata ripida, il dromos, finendo dentro un ambiente quadrangolare che imitava il soffitto a doppio spiovente delle abitazioni reali. Con l’arrivo della dominazione romana, l’usanza di dipingere le pareti andò scemando, lasciando però a noi un patrimonio più che eccezionale.

Cosa vedere alla Necropoli dei Monterozzi

Dal 2004 la necropoli, insieme a quella della Banditaccia di Cerveteri, figura nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Un riconoscimento che tutela un luogo fragile, in cui la conservazione richiede soluzioni tecniche sofisticate, come porte trasparenti a taglio termico e sistemi di controllo microclimatico, pensati per proteggere le superfici dipinte dagli sbalzi di temperatura e dall’umidità.

È importante sapere che il settore attualmente aperto al pubblico si trova in località Calvario, dove più o meno 20 tombe sono visitabili stabilmente, mentre altre si aprono su prenotazione per motivi di studio. L’area della Doganaccia, su un terrazzo naturale affacciato sulla piana, ospita 2 grandi tumuli monumentali detti del Re e della Regina, databili alla prima metà del VII secolo a.C. Sono tra le testimonianze più antiche del sito e restituiscono l’immagine di una classe aristocratica consapevole del proprio rango.

Il visitatore che arriva avverte subito l’odore salmastro del mare, un paesaggio aperto e luminoso che va a contrastare con l’intimità delle camere sotterranee. Ma forse è proprio questo dialogo tra luce e profondità a rendere l’esperienza particolarmente intensa.

Tomba delle Leonesse

Iniziamo questo viaggio alla Necropoli dei Monterozzi dalla Tomba delle Leonesse, un nome che senza dubbio evoca qualcosa di maestoso, e infatti è così: il soffitto presenta una decorazione a scacchiera che simula il tessuto delle tende nomadi o dei soffitti lignei. Al centro della parete principale spicca un grande cratere, vaso utilizzato per mescolare acqua e vino, circondato da figure impegnate in una danza estatica.

Tomba delle Leonesse, Necropoli dei Monterozzi
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La meravigliosa Tomba delle Leonesse

C’è poi una ballerina che indossa un chitone trasparente e calzari rossi a punta, i tipici calcei repandi, muovendosi con una grazia che trasmette energia pura. Il realismo dei movimenti e la scelta cromatica basata su ocra, rosso e blu rendono lo spazio incredibilmente dinamico. La sepoltura risale alla seconda metà del VI secolo a.C. e deve il nome ai felini dipinti nel frontone.

Tomba dei Leopardi

Non è di certo da meno la Tomba dei Leopardi, che probabilmente è la più emblematica di tutta la necropoli. Si tratta di una camera che stupisce in un batter d’occhio grazie all’incredibile conservazione dei colori, vividi al punto da sembrare stesi ieri mattina.

Sulla parete di fondo, due grandi felini maculati si fronteggiano sopra la scena principale, quasi fossero guardiani araldici del riposo eterno. Sotto di loro, tre coppie di commensali partecipano a un banchetto lussuoso, adagiate su letti conviviali chiamati klinai. Ci sono persino donne etrusche che mangiano insieme agli uomini, sfoggiando gioielli e acconciature elaborate: era un enorme segno di libertà sociale che scandalizzava i contemporanei greci.

Tomba della Caccia e della Pesca

Questa sepoltura è da molti ritenuta la più poetica dell’intero complesso archeologico. Lo sguardo spazia su un paesaggio marino immenso, in cui stormi di uccelli colorati volano sopra una barca di pescatori. Un giovane si tuffa da uno scoglio alto, un gesto che simboleggia il passaggio dalla vita alla morte, mentre i compagni gettano le reti in un mare popolato da delfini guizzanti.

Altre tombe meravigliose

Sono davvero tantissime e c’è l’imbarazzo della scelta.

  • Tomba dei Giocolieri: con acrobati e atleti impegnati in esercizi spettacolari.
  • Tomba dei Caronti: presenta figure infernali armate di martello che accompagnano il morto verso il regno sotterraneo.
  • Tomba del Guerriero: accoglie l’immagine di un uomo armato, simbolo del ruolo sociale e del prestigio familiare.

Accanto a queste, meritano attenzione la Tomba della Pulcella, la Tomba del Fiore di Loto, la Tomba della Fustigazione, la Tomba Bartoccini e la Tomba dei Demoni Azzurri. Parte delle pitture staccate per ragioni conservative, come quelle della Tomba delle Bighe o del Triclinio, si trovano nel Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia, ospitato nel quattrocentesco Palazzo Vitelleschi. (sì, una visita è consigliatissima).

Come arrivare

Il sito archeologico si trova alla periferia dell’abitato moderno di Tarquinia, facilmente individuabile una volta arrivati in paese. Se si viaggia in auto, bisogna percorrere l‘Autostrada A12 verso nord partendo dalla capitale, imboccando l’uscita dedicata dopo circa un’ora di tragitto.

Una volta parcheggiato nei pressi dell’ingresso, un sentiero pedonale conduce alle diverse strutture interrate. Per chi predilige il trasporto pubblico, la stazione ferroviaria cittadina è collegata regolarmente con Roma e Pisa; dalla stazione, piccoli bus locali effettuano corse frequenti verso la parte alta della collina.

Sulle tracce di Claude Monet in Normandia: i luoghi iconici dell’Impressionismo

15 février 2026 à 11:30

Nel 2026 la Normandia e l’Île-de-France celebrano il centenario della morte di Claude Monet, avvenuta il 5 dicembre 1926, con un programma straordinario che comprende oltre cento eventi, mostre ed esperienze immersive. Quale momento migliore per organizzare una vacanza sulle tracce del Maestro dell’Impressionismo?

Un viaggio da queste parti accarezza splendide strade costiere, si incanta dinanzi a cattedrali gotiche, osserva le bianche scogliere che precipitano nell’oceano e cerca di capire cosa vedesse davvero l’artista quando decideva di dipingere lo stesso soggetto in momenti differenti della giornata.

Si tratta di un itinerario che può durare tre giorni oppure una settimana, e tocca paesaggi che ancora oggi sembrano vibrare di impressioni.

Da Giverny a Rouen, dove la luce diventa pittura

Il punto di partenza non può che essere Giverny, il luogo in cui Monet scelse di vivere e creare per oltre quarant’anni: la sua casa e i celebri giardini sono visitabili e rappresentano molto più di un semplice museo. Mentre si cammina tra il ponte giapponese e le ninfee si ha la sensazione di entrare in un quadro e attraversare uno spazio progettato per essere dipinto.

Laghetto nel borgo di Giverny, Normandia, Francia
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Favoloso laghetto nel borgo di Giverny

Nel 2026, il borgo sarà al centro delle celebrazioni, con mostre tematiche e percorsi che metteranno in dialogo l’artista con il paesaggio contemporaneo. Proprio qui si comprende davvero come Monet abbia trasformato il giardino in un “laboratorio a cielo aperto” dove la natura diventava variazione infinita di colore e riflessi.

Da Giverny si prosegue verso Rouen, città che Monet ha reso immortale con la serie dedicata alla cattedrale gotica. Dipinta in ogni condizione atmosferica, all’alba, al tramonto, sotto il sole o nella foschia, la Cattedrale di Rouen diventa il simbolo stesso dell’impressionismo, non l’oggetto in sé, ma la percezione mutevole della luce che lo avvolge.

Nel 2026 la città proporrà eventi e iniziative dedicate a cotanta stagione artistica, invitando a osservare la facciata gotica con lo stesso sguardo attento alle sfumature che caratterizzava Monet.

La Côte d’Albâtre, Étretat e la potenza delle falesie

Proseguendo verso nord, l’itinerario incontra la Côte d’Albâtre, la costa d’Alabastro, celebre per le bianche e monumentali scogliere. Étretat è forse la tappa più rappresentativa: le falesie scolpite dal vento e dal mare hanno ispirato Monet in numerose tele, in cui la materia rocciosa sembra dissolversi nella luce. Nel 2026 sono previste passeggiate guidate e percorsi nei siti che il Maestro dipinse, con la possibilità di confrontare il paesaggio reale con le sue interpretazioni pittoriche.

Poco distante ecco Pourville e Varengeville, meno affollati ma altrettanto suggestivi: qui il mare cambia tonalità a seconda del cielo, e le variazioni luminose sembrano quasi studiate per essere catturate su tela.

Le Havre e Honfleur

Il viaggio sulle tracce di Monet non può prescindere poi da Le Havre: nel 1872 dipinse “Impression, soleil levant”, l’opera che diede il nome all’intero movimento impressionista.

Osservare il porto all’alba, quando il sole filtra tra le imbarcazioni e l’acqua si tinge di arancio e blu, significa comprendere quanto l’arte di Monet fosse legata all’istante, alla vibrazione cromatica più che alla definizione dei contorni.

Le Havre, nel 2026, ospiterà esposizioni dedicate a Monet e agli impressionisti, con particolare attenzione al rapporto tra pittura e paesaggio marittimo. In più, il Musée d’Art Moderne André Malraux custodisce già una delle più importanti collezioni impressioniste di Francia.

Da qui si raggiunge Honfleur, con il Vieux Bassin e le case affacciate sull’acqua: il porto e la Chiesa di Sainte-Catherine, dalla struttura lignea, raccontano l’atmosfera che sedusse non solo Monet ma anche artisti come Boudin e Sisley.

Veduta del porto di Honfleur, Normandia, Francia
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Il pittoresco porto di Honfleur con le case a pelo d’acqua

Deauville e Dieppe tra mare e variazioni luminose

Se desiderate prolungare l’esperienza fino a sette giorni potete includere Deauville e Dieppe: la luce si fa ancora più mutevole, tra spiagge ampie, cieli aperti e mare che assume tonalità diverse a seconda del vento.

Sono mete dove la dimensione balneare si unisce a quella artistica, perfetti per comprendere come Monet e i suoi contemporanei fossero attratti dalla monumentalità del paesaggio e dalla sua instabilità visiva.

Oltre cento eventi tra Normandia e Île-de-France

Per il centenario del 2026 oltre cinquanta siti in Normandia e nell’Île-de-France proporranno mostre, eventi e progetti dedicati non solo a Monet, ma anche agli altri protagonisti dell’Impressionismo come Eugène Boudin, Pierre-Auguste Renoir e Alfred Sisley.

Il focus sarà sui paesaggi e sulla luce, elementi che hanno trasformato la pittura moderna e che ancora oggi definiscono l’identità visiva della Normandia: il progetto “Monet 2026” intende amplificare l’esperienza sia per il pubblico sia per il settore turistico e culturale, in un dialogo continuo tra territorio e arte.

Verso il Palio di Siena a bordo del treno di lusso italiano più esclusivo

15 février 2026 à 10:30

Salire a bordo di uno dei treni storici più belli del mondo per viaggiare attraverso il cuore della Toscana fino ad assistere al celebre Palio di Siena è un’esperienza che regala emozioni uniche e irripetibili. La Dolce Vita Orient Express, elegante treno di lusso italiano, ha deciso di celebrare la storica giostra equestre di origine medievale inaugurando un itinerario esclusivo all’insegna della cultura, dell’ospitalità e dell’alta gastronomia.

Quando parte il treno

Il viaggio a bordo delle meravigliose carrozze del Dolce Vita Orient Express dura tre giorni e due notti e prevede due date che coincidono con i due appuntamenti con il Palio di Siena, come da tradizione secolare, ovvero quello del 2 luglio (Madonna di Provenzano) e del 16 agosto (Madonna Assunta).

I due itinerari andata e ritorno sono quindi programmati nelle seguenti date: dall’1 al 3 luglio 2026 e dal 15 al 17 agosto 2026.

Viaggio esclusivo sulla Dolce Vita Orient Express
Oliver Astrologo
Viaggio esclusivo a bordo del treno La Dolce Vita Orient Express

L’itinerario da Roma a Siena

Si parte da Roma Ostiense al tramonto, dopo essere stati accolti nella Dolce Vita Lounge, e si procede verso la Toscana. A bordo, la cena è firmata dallo chef tre stelle Michelin Heinz Beck e in seguito, la serata prosegue con musica dal vivo italiana accompagnata al pianoforte nella Carrozza Bar.

La carrozza prosegue il suo viaggio attraverso le dolci colline della Toscana, fino a raggiungere Siena. Qui, la mattina successiva, si vive il Palio da una prospettiva speciale ed esclusiva: dai balconi privati di Palazzo Chigi Zondadari, una splendida residenza nobiliare che si affaccia sulla celebre Piazza del Campo.

Palazzo Chigi Zondadari affacciato sul Palio di Siena
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Palazzo Chigi Zondadari affacciato sul Palio di Siena

Una volta terminata la gara, al calar del sole, si viene coccolati da una raffinata cena toscana nel cortile del palazzo, assaporando squisiti vini regionali e piatti di stagione. Più tardi, si risale a bordo del La Dolce Vita Orient Express, ma il divertimento non finisce qui: ad attendere gli ospiti è un elegante after-party che continua nel Carrozza Bar, con melodie di pianoforte, cocktail e conversazioni piacevoli.

Il mattino seguente si rientra nella stazione di Roma Ostiense, dopo aver fatto colazione a bordo mentre i paesaggi scorrono lenti oltre i finestrini. È un risveglio dolce, fatto di luci soffuse, servizio impeccabile e quell’atmosfera sospesa che solo un viaggio in un treno di lusso sa regalare. Le ultime ore diventano così il momento perfetto per rivivere le emozioni della sera precedente, tra il fragore della corsa in Piazza del Campo e la magia di una notte trascorsa su uno dei convogli più affascinanti d’Europa e del mondo.

Un viaggio che non è solo uno spostamento, ma una celebrazione del saper vivere italiano, tra eleganza, design e bellezza che si uniscono alle tradizioni culturali senza tempo del Belpaese.

Il celebre Palio di Siena
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Il celebre Palio di Siena

Come prenotare il viaggio

Per partecipare a questa esclusiva esperienza toscana è necessario contattare direttamente l’ufficio prenotazioni de La Dolce Vita Orient Express, che fornirà tutte le informazioni su disponibilità, tipologie di cabine, prezzi e servizi inclusi in questo speciale pacchetto. Vi consigliamo dunque di accedere al sito ufficiale Orient-express.com per ogni ulteriore dettaglio.

Musei Civici di Firenze gratis nel giorno che ricorda l’Elettrice Palatina

15 février 2026 à 09:30

Come ogni 18 febbraio, Firenze torna a ricordare l’Elettrice Palatina, ovvero Anna Maria Luisa de’ Medici, morta il 18 febbraio 1743: fu proprio lei, con il lungimirante Patto di Famiglia, a garantire che le collezioni medicee rimanessero patrimonio dello Stato e della città, con l’obbligo di non spostarle mai. È grazie a lei se oggi esistono le Gallerie degli Uffizi e se tantissime opere d’arte, biblioteche, gioielli e raccolte storiche non sono state spostate altrove.

Anche quest’anno, la Culla del Rinascimento onora l’ultima discendente della famiglia dei Medici aprendo gratuitamente le porte dei Musei Civici Fiorentini ai visitatori. L’occasione perfetta per visitare alcuni dei luoghi più suggestivi di Firenze senza pagare il biglietto. Ma non solo, Fondazione MUS.E propone anche un ricordo suggestivo di questa grande figura femminile che con le sue scelte ha scritto (e continua a farlo) una pagina importante della storia di Firenze.

Quali musei aprono gratuitamente

Mercoledì 18 febbraio 2026, in occasione dell’anniversario della scomparsa dell’Elettrice Palatina, Firenze offre l’opportunità di visitare gratuitamente alcuni dei suoi luoghi simbolo.

Si tratta di un’iniziativa molto attesa sia dai residenti sia dai turisti, perché permette di accedere senza biglietto a musei e complessi monumentali che custodiscono secoli di storia, arte e identità fiorentina. Un modo concreto per rendere omaggio alla donna che ha garantito alla città la conservazione del suo immenso patrimonio culturale, trasformando questa ricorrenza in un’occasione speciale per scoprirlo.

L’ingresso sarà gratuito nei seguenti Musei Civici di Firenze:

  • Museo di Palazzo Vecchio – ore 9.00-19.00
  • Torre di Arnolfo – ore 9.00-17.00 (in caso di pioggia sarà accessibile solo il camminamento di ronda)
  • Museo Novecento – ore 11.00-20.00
  • Complesso di Santa Maria Novella – ore 9.00-17.30
  • Cappella Brancacci – ore 10.00-17.00
  • MAD Murate Art District – ore 14.30-19.30

Ricordiamo che le biglietterie chiudono un’ora prima rispetto al museo.

Palazzo Vecchio e la Torre di Arnolfo a Firenze
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Palazzo Vecchio con la Torre di Arnolfo a Firenze

L’evento speciale (gratuito) a Palazzo Vecchio

Oltre all’ingresso gratuito ai Musei Civici, per il 18 febbraio è stata organizzata anche un’attività di living history nel Museo di Palazzo Vecchio: i visitatori potranno dialogare con l’Elettrice Palatina, impersonata da un’attrice (Giaele Monaci), per conoscere la sua storia e il suo carattere peculiare, in un viaggio che li accompagna a scoprire le ragioni storiche che la portarono a concepire e a realizzare il celebre Patto di Famiglia. L’introduzione alla sua figura e al contesto storico è a cura di Andrea Verga.

L’evento speciale si terrà alle ore 11:00, 12:00, 15:00, 16:00 e 17:00 e si può partecipare all’incontro gratuitamente. È obbligatorio, però, effettuare la prenotazione. Per informazioni e prenotare l’evento living history con l’Elettrice Palatina potete scrivere a info@musefirenze.it.

“Nell’anniversario della sua scomparsa, l’apertura gratuita dei Musei Civici Fiorentini e l’iniziativa di living history a Palazzo Vecchio vogliono essere un’occasione viva di incontro e di conoscenza – ha commentato l’assessore alla cultura di Firenze Giovanni Bettarini -, per riscoprire le ragioni storiche e il valore attuale di quella decisione che ha consegnato a Firenze un’eredità unica al mondo”.

Un’occasione speciale, quella del 18 febbraio, non solo per camminare tra capolavori senza tempo, ma anche per ricordare che il patrimonio di Firenze è arrivato fino a noi grazie alla visione di una donna che ha saputo guardare lontano.

Doolin, tra Atlantico e pietra antica: viaggio nel borgo colorato che suona al ritmo del vento

14 février 2026 à 17:00

Tra le onde furiose dell’Atlantico e le rocce calcaree che sembrano frammenti lunari caduti sulla costa del Clare, emerge un villaggio che custodisce l’anima più autentica della musica tradizionale irlandese. Ma questo è solo l’inizio. Il suo nome è Doolin e con il suo pugno di case colorate si sviluppa lungo la Wild Atlantic Way, la strada panoramica che segue il margine frastagliato occidentale dell’isola.

A prima vista appare solo come un grappolo di abitazioni basse, tetti spioventi e facciate dipinte in tonalità pastello che contrastano con il grigio della pietra calcarea e con il blu profondo dell’oceano, ma nei fatti è un centro abitato immerso in un contesto paesaggistico che emoziona anche i più “duri” di cuore: una zona carsica modellata da antichi fondali marini sollevati milioni di anni fa dai movimenti della crosta terrestre.

C’è anche un piccolo fiume ad attraversarlo, l’Aille, che scende dalle colline del Burren prima di riversarsi nell’Atlantico. Il borgo, tra le altre cose, dista più o meno 8 chilometri dalle Cliffs of Moher e le Isole Aran si scorgono all’orizzonte nelle giornate terse. Un villaggio di pescatori pittoresco, che nel corso del tempo è divenuto persino capitale della musica tradizionale irlandese.

Cosa vedere a Doolin

Con le premesse fatte, è automatico pensare che le attrazioni includano sia elementi naturali che storici. E avete ragione, perché entrambi definiscono il carattere del territorio e offrono spunti di riflessione su geologia, storia e cultura.

Il centro (Fisher Street)

Il centro di Doolin coincide con il suo assetto più autentico e frammentato, privo di una piazza formale ma riconoscibile lungo Fisher Street e nei brevi raccordi che collegano Roadford e Fitz’s Cross. Questo nucleo originario racconta l’origine marinara del villaggio attraverso case basse allineate senza rigidità, facciate dipinte con colori pieni e muretti in pietra calcarea costruiti a secco.

Le abitazioni storiche, spesso ex case di pescatori o famiglie contadine, conservano proporzioni semplici e tetti spioventi adatti ai venti oceanici. Tra un edificio e l’altro compaiono botteghe artigianali, piccoli caffè e pub che svolgono da sempre una funzione sociale centrale.

Cliffs of Moher

A pochi chilometri dal villaggio, ecco che si ergono maestose le Cliffs of Moher, scogliere che rappresentano una delle immagini più celebri d’Irlanda. Raggiungono un’altezza massima di 214 metri sul livello del mare cadendo a picco sull’Atlantico e sono composte da strati di arenaria e scisto che mostrano la stratificazione geologica con linee nette e colori scuri.

Cliffs of Moher, Irlanda
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Il meraviglioso paesaggio delle Cliffs of Moher

Doolin Cave

Le meraviglie del borgo non sono solo in superficie: sotto l’asfalto si nasconde un tesoro  che sfida la comprensione umana: la Doolin Cave, cavità formatasi circa 350 milioni di anni fa in seguito alla dissoluzione del calcare. Attraverso stretti passaggi sotterranei si raggiunge una camera ampia dove pende una delle stalattiti più lunga dell’emisfero settentrionale, con i suoi oltre 7 metri, che somiglia a un immenso lampadario di ghiaccio cristallizzato.

A disposizione dei visitatori c’è una visita guidata della durata di circa 45 minuti che fa comprendere che quella massa calcarea gigantesca continua a crescere ancora oggi.

Doonagore Castle

Una possente torre circolare svetta su una collina che domina la baia, facendo da punto di riferimento visivo fondamentale per chiunque navighi queste acque pericolose. Costruita nel XVI secolo, vanta una cinta muraria esterna che protegge il corpo centrale cilindrico. La pietra calcarea locale, dai toni grigio cenere, assume riflessi dorati durante il tramonto.

La storia narra che, nel 1588, una nave della Invincibile Armata spagnola naufragò proprio sotto questi dirupi; i superstiti trovarono un destino tragico per mano dello sceriffo: vennero catturati e giustiziati. È bene sapere che il castello è proprietà privata, quindi (e sfortunatamente) visibile solo dall’esterno.

Cosa fare a Doolin

Natura, mare e cultura locale, sono questi i tre elementi che dettano il ritmo della vita quotidiana di Doolin, ma il fatto più interessante è che qualsiasi tipologia di esperienza cambia con la luce, con la stagione e con l’umore del mare. Tra le esperienze da non perdere assolutamente segnaliamo:

  • Raggiungere le Isole Aran in traghetto: dal molo partono imbarcazioni dirette a Inis Oírr, Inis Meáin e Inis Mór. Il tragitto varia tra i 15 e i 35 minuti. Avvicinandosi alle isole si distinguono i muretti a secco che dividono i campi e le fortificazioni preistoriche arroccate sulle scogliere.
  • Percorrere il Cliffs of Moher Walking Trail: è il sentiero che collega Doolin a Hag’s Head ed è lungo circa 13 chilometri. Il tratto iniziale conduce verso il centro visitatori delle scogliere. Il terreno alterna erba compatta e tratti irregolari, con viste continue sull’oceano.
  • Ascoltare musica tradizionale nei pub: McDermott’s, Gus O’Connor’s, McGann’s e Fitz’s rappresentano punti di riferimento per le session serali. Violino, flauto e chitarra riempiono l’ambiente mentre vengono serviti stufato irlandese, soda bread e frutti di mare locali.
  • Esplorare il Burren in bicicletta o a piedi: tra lastre calcaree e orchidee spontanee, il paesaggio regala percorsi adatti a diverse capacità.
  • Osservare il tramonto sull’Atlantico: quando il cielo si tinge di arancio e viola, le scogliere assumono tonalità ramate, mentre il rumore delle onde diventa più profondo con il calare della luce.

Come arrivare

Il borgo di Doolin si trova all’estremità della contea di Clare, per questo è necessaria un minimo di pianificazione. Per chi atterra all’aeroporto di Shannon, la soluzione più rapida consiste nel noleggiare un veicolo e procedere verso nord-ovest attraverso strade regionali che tagliano boschi e brughiere. Ricordatevi però che la guida è a sinistra, e in più le carreggiate strette, spesso delimitate da muretti a secco millenari, impongono velocità moderate.

In alternativa, esistono collegamenti tramite autobus che partono dalla città di Galway. Il tragitto costeggia la baia omonima, facendo posare lo sguardo su scorci panoramici della regione di Kinvara e sul castello di Dunguaire. La linea costiera regala vedute spettacolari specialmente nei tratti in cui l’asfalto sembra sospeso sopra il mare.

Se invece si proviene da sud, si attraversa il villaggio di Ennistymon, celebre per le sue cascate naturali che scorrono proprio nel centro abitato, prima di puntare decisi verso la costa frastagliata. Una volta giunti a destinazione, l’uso dell’auto diventa superfluo, poiché le distanze interne si percorrono agevolmente godendo della brezza oceanica.

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