C’è una spiaggia in Croazia che sembra quasi scomparire sotto le imponenti pareti di roccia della costa dalmata. È Pasjača Beach, una piccola caletta affacciata sull’Adriatico, dove il mare turchese incontra una stretta lingua di sabbia e ciottoli ai piedi delle scogliere. Un luogo spettacolare e non semplicissimo da raggiungere, tanto da essere entrato tra le 50 spiagge più belle d’Europa nel 2026, secondo la classifica Europe’s 50 Best Beaches, votata da oltre mille professionisti del mondo travel.
Pasjača Beach, la caletta segreta tra mare e scogliere
Vista dall’alto, Pasjača Beach sembra quasi una breccia nella costa: una sottile striscia di sabbiae ciottoli racchiusa tra le alte scogliere di Konavle e il blu intenso dell’Adriatico formando un quadro molto intimo e selvaggio. È proprio questo contrasto tra la roccia e il colore dell’acqua a renderla una delle spiagge più scenografiche della Croazia.
In questo angolo incontaminato è proprio la natura a dominare completamente il panorama: niente grandi strutture turistiche, niente stabilimenti che occupano la costa e nessun lungomare affollato e chiassoso. La caletta si trova infatti ai piedi delle scogliere, in una posizione che per secoli è rimasta difficile da raggiungere. Ed è proprio la sua posizione a fare la differenza: per raggiungerla bisogna scendere lungo un percorso ripido, in alcuni tratti scavato direttamente nella roccia. Una volta arrivati sulla spiaggia, però, il panorama ripaga ogni fatica. Non è un caso se nel 2026 è entrata nella classifica delle 50 migliori spiagge d’Europa, insieme ad altre quattro spiagge croate: Podrače, Zlatni Rat, Punta Rata e Sakarun.
iStockIl percorso spettacolare per raggiungere Pasjača Beach
C’è poi una particolarità che rende Pasjača ancora più interessante: la spiaggia è stata modellata anche dall’intervento dell’uomo. Negli Anni ’60, infatti, durante la realizzazione di un tunnel per convogliare l’acqua in eccesso proveniente dalla piana di Konavle, il materiale roccioso raggiunse il mare. Le onde, nel tempo, lo hanno progressivamente frantumato, fino a formare l’attuale arenile.
Il risultato è un luogo dall’aspetto quasi irreale, dove la roccia scende verso il mare e lascia spazio a una piccola mezzaluna di ciottoli e sabbia. Le acque sono particolarmente limpide, ma diventano profonde rapidamente (c’è quindi da prestare molta attenzione). Priva dei principali servizi turistici, è inoltre importante arrivare preparati con acqua, cibo, protezione solare e tutto ciò che può servire per trascorrere qualche ora al mare.
Dove si trova e come raggiungerla
Pasjača si trova nel villaggio di Popovići, nella regione di Konavle, nell’estremo sud della Croazia, a circa 30-40 chilometri da Dubrovnik e a circa 12 chilometri da Cavtat.
Raggiungerla fa parte dell’esperienza: in auto si percorre la strada costiera in direzione sud da Dubrovnik, passando per Cavtat e proseguendo verso la zona di Konavle, fino alla deviazione per Popovići. Nei pressi dell’inizio del sentiero è disponibile un’area di parcheggio; da qui la spiaggia si raggiunge soltanto a piedi.
La discesa segue un sentiero ripido tra la vegetazione e la roccia, con scalini e tratti scavati nella parete, fino a raggiungere la caletta. In circa 20-25 minuti di discesa si raggiunge questo luogo incontaminato. Il sentiero può essere impegnativo e la risalita, soprattutto nelle ore più calde, richiede un po’ di allenamento. È quindi consigliato indossare scarpe con una buona presa e portare con sé acqua, cibo e tutto ciò che serve per la giornata in questo paradiso segreto.
Una distesa di sabbia chiara, le dune alle spalle e dinanzi soltanto le sfumature turchesi dell’Atlantico: Playa Alzada, a Fuerteventura, è uno di quei luoghi in cui il paesaggio sembra essersi preso tutto lo spazio, lasciando pochissimo all’intervento dell’uomo.
Immersa nel Parco Naturale delle Dune di Corralejo, nel nord-est dell’isola, è una delle spiagge più tranquille di questo spettacolare tratto di costa e nel 2026 ha conquistato anche un importante riconoscimento internazionale: si è classificata al 48° posto nella graduatoria Europe’s 50 Best Beaches, che riunisce le 50 spiagge più belle d’Europa secondo oltre mille professionisti ed esperti di viaggio.
Il premio non stupisce davanti a uno scenario in cui sabbia dorata e fine, acqua limpida, rocce vulcaniche e dune si incontrano senza hotel o grandi costruzioni a interrompere l’orizzonte: Playa Alzada conserva, infatti, un carattere essenziale e selvaggio, perfetto per chi a Fuerteventura cerca il mare ma anche quella sensazione di libertà che soltanto le spiagge rimaste vicine alla loro natura originaria riescono a regalare.
Playa Alzada, tra sabbia dorata, oceano e dune di Corralejo
Playa Alzada si sviluppa davanti al grande sistema dunale di Corralejo e vanta un arenile di sabbia dorata e fine lungo circa 840 metri e largo in media 30 metri.
Il contrasto tra terra e acqua è ciò che cattura subito lo sguardo. Alle spalle, il paesaggio assume quasi l’aspetto di un piccolo deserto, con le dune che fanno parte di un’area naturale protetta estesa per oltre dieci chilometri lungo la costa; davanti, l’Atlantico sfoggia tonalità che passano dall’azzurro al turchese.
Potete stendere l’asciugamano sulla sabbia e godervi l’atmosfera tranquilla oppure camminare lungo la costa, osservando da vicino il continuo alternarsi di dune, rocce vulcaniche e oceano. Anche gli appassionati di fotografia trovano qui uno scenario particolarmente suggestivo, soprattutto quando la luce fa risaltare il già citato contrasto tra i colori caldi della terra e quelli intensi dell’acqua.
Non vi sono bar, ristoranti, docce o servizi igienici sulla spiaggia: se decidete di trascorrervi qualche ora dovete arrivare preparati, portando con voi soprattutto acqua, protezione solare e tutto ciò che può servire durante la giornata. Sono presenti servizi essenziali come pulizia e cestini e anche il servizio di salvataggio.
Vi potete fermare ad ascoltare il vento, leggere guardando l’oceano oppure passeggiare ai margini delle dune, sempre facendo attenzione a rispettare un ecosistema fragile e protetto: nel Parco Naturale è infatti fondamentale non asportare pietre, sabbia o elementi naturali e non alterare il paesaggio.
iStockVeduta panoramica della spettacolare Playa Alzada
Dove si trova e come arrivare
Playa Alzada si trova nel nord-est di Fuerteventura, nel territorio comunale di La Oliva, nel cuore del Parco Naturale di Corralejo e a pochi chilometri a sud-est della cittadina di Corralejo.
Raggiungerla è piuttosto semplice perché la strada che percorre il paesaggio delle dune corre molto vicina alla costa. L’accesso alla spiaggia avviene poi facilmente a piedi e lungo la strada sono presenti spazi in cui lasciare l’auto prima di proseguire verso l’arenile.
È possibile arrivare nella zona anche con il trasporto pubblico, con collegamenti indicati dalle linee 6 e 7. Se viaggiate in autonomia controllate in anticipo fermate e orari aggiornati, soprattutto perché la spiaggia non è inserita all’interno di un centro abitato.
Maschera, boccaglio, pinne per i più hardcore. Poi un tuffo nel blu e si va alla scoperta del magico mondo subacqueo, tra praterie di posidonia che ospitano banchi di occhiate e saraghi e secche dove nuotano robuste cernie. E, con un po’ di fortuna, si possono anche incontrare animali acquatici diversi dai pesci, come qualche tartaruga caretta caretta di passaggio.
Lo snorkeling è una attività amatissima lungo le spiagge italiane, specie quelle più rocciose e selvagge, dove attorno agli scogli si trova una fauna ittica bellissima da incontrare. Naturalmente, ci sono zone marine protette dove questo tipo di esperienza naturalistica sale di livello, come ad esempio in alcune Aree Marine Protette, ovvero tratti di costa e di fondale sottoposti a tutela e regolamentati con diversi gradi di protezione, dove la pesca è limitata o vietata. Qui ci si può immergere in un vero e proprio universo parallelo alla superficie e scoprire il mondo sotto il pelo dell’acqua, sempre ricordando alcune norme basilari di comportamento per un’esperienza non invasiva: non toccare gli animali, non nutrirli, mantenere la distanza, non alterare il fondale.
Isole Tremiti, Puglia
San Domino, San Nicola, Capraia, Pianosa e il piccolo scoglio del Cretaccio compongono un mosaico di appena 3 chilometri quadrati di terra emersa: sono le Isole Tremiti, in Puglia, circondate da un’area protetta di quasi 1500 ettari e circa 20 chilometri di sviluppo costiero, istituita oltre 35 anni fa.
Le acque delle Tremiti sono tra le più trasparenti dell’Adriatico e custodiscono fondali di grande valore biologico, visto l’ambiente marino sorprendentemente vario per le dimensioni ridotte dell’arcipelago. In più è ideale per i principianti, grazie ad acque limitatamente profonde.
iStockSnorkeling alle Isole Tremiti
Alle Tremiti è possibile sia partire da alcune spiagge, come Cala Matano a San Domino, per esplorare le zone limitrofe e godersi la fauna subacquea, sia recarsi in alcuni luoghi speciali via mare, con un’imbarcazione, come allo Scoglio dell’Elefante o alla Grotta del Bue Marino, anch’essi a San Domino. Anche il tratto di mare intorno al Cretaccio, l’isolotto argilloso tra San Domino e San Nicola, è tra i più adatti allo snorkeling, con affascinanti distese di posidonia e rocce popolate da banchi di salpe e occhiate.
Isola di Bergeggi, Liguria
Nel 2007 l’Isola di Bergeggi, una roccia che si eleva per circa 50 metri sopra il livello del mare tra Spotorno e, appunto, Bergeggi, ha visto l’istituzione di un’Area Marina Protetta.
Oggi sull’isola non si può sbarcare, ma rimane comunque una delle mete più amate della Liguria per chi ama immersioni e snorkeling. Nuotando lungo il perimetro dell’isola, nelle zone consentite alla balneazione, si incrocia una grande varietà di fauna ittica, grazie a un fondale sia roccioso che sabbioso, vista la vicinanza con le spiagge del litorale ligure (l’Isola è appena a 260 metri dalla costa, di fronte a Punta del Maiolo).
iStockVeduta dell’Isola di Bergeggi
Pesci, alghe dalle svariate forme e colori, crostacei e spugne, stelle marine, molluschi e pure qualche polpo sono i protagonisti dell’esplorazione ai piedi di questo roccioso angolo di Mar Ligure. Sull’Isola di Bergeggi, che ha una lunga storia, con resti antichissimi sulla sua superficie non è possibile mettere piedi, come detto, ma vengono organizzate escursioni guidate che, dal mare, raccontano tutti i segreti dell’affascinante scoglio.
Capo Rizzuto, Calabria
L’Area Marina Protetta di Capo Rizzuto, sulla costa della Calabria bagnata dal Mar Ionio, è la più grande d’Italia, e anche una delle maggiori in Europa. Conta, infatti, circa 15mila ettari di mare lungo un litorale di quaranta chilometri.
Nella zona di riserva parziale è consentita l’attività di snorkeling e qui i fondali custodiscono estese praterie di posidonia e specie rare, come il coloratissimo pesce pappagallo. È una delle poche aree in Italia dove questa specie così particolare, e per la verità quasi buffa, può essere avvistata.
La splendida Fortezza di Le Castella, che si trova proprio nel territorio di Isola di Capo Rizzuto, si staglia imponente su un piccolo isolotto all’estremità orientale del Golfo di Squillace. È collegata alla terra ferma solo da un sottile lembo di terra, e proprio nel tratto vicino si trova la zona più bella per esplorare il mare. Per chi vuole conoscere meglio l’ecosistema prima di tuffarsi, il Centro di Educazione Ambiente Marino di Capo Rizzuto ospita un piccolo acquario con le specie tipiche della riserva.
Riserva dello Zingaro, Sicilia
Meta amata e gettonata delle estati siciliane, la Riserva dello Zingaro sorge tra Scopello e San Vito Lo Capo, sulla costa nord-occidentale della Sicilia. Figlia di una gloriosa storia di battaglia popolare ambientalista capace di bloccare la costruzione di una strada litoranea che avrebbe trasfigurato l’aspetto di un vero e proprio paradiso naturale marittimo, oggi quest’area protetta racchiude quasi 1700 ettari di territorio accessibile solo a piedi, lungo sette chilometri di costa. Tale territorio è percorso da spettacolari sentieri che si affacciano su calette bianche e ciottolose, incastonate tra pareti rocciose a strapiombo e bagnate da un mare cristallino.
Lorenzo CalamaiSnorkeling alla Riserva dello Zingaro, in Sicilia
Tra una spiaggia e l’altra la costa è interamente rocciosa, cosa che rende la Riserva dello Zingaro un piccolo paradiso per lo snorkeling. Sia le persone che raggiungono la Tonnarella dell’Uzzo, Cala Capreria, o Cala Marinella, tra le più belle dell’area protetta, sia coloro che ne raggiungono la zona costiera con le imbarcazioni, possono esplorare le insenature, le grotte e gli scogli che sono popolati da pesci di tutte le fogge, forme e dimensioni.
Capo Carbonara, Sardegna
L’Area Marina Protetta di Capo Carbonara si estende su oltre 86 chilometri quadrati di mare, dal promontorio di Capo Boi fino all’Isola di Serpentara, comprendendo anche la celebre Isola dei Cavoli. Istituita nel 1998 a tutela di un ambiente rimasto per lo più selvaggio, è oggi una delle mete più amate della Sardegna da chi pratica snorkeling.
Porto Giunco, Cala Caterina, Cala Pira, Punta Molentis: tutte zone ideali per immergersi con maschera e boccaglio e scoprire un ambiente più unico che raro, con saraghi, orate, cernie e barracuda che nuotano guizzanti tra splendidi fondali rocciosi e ampie distese di posidonia. Gli scenari subacquei sono qui notevoli in particolare per la caratteristica, candida roccia granitica, che si sviluppa anche sotto il pelo dell’acqua in vuoti e pieni come un’architettura naturale, tempestati di flora sottomarina. Da non perdere, in questo senso, la Secca di Cala Caterina.
Non guasta il fatto che, una volta riemersi in superficie e tolta la maschera, l’ambiente circostante sia davvero spettacolare: un mare cristallino bacia il granito bianco, mentre una ostinata vegetazione resiste al vento e alle particolari condizioni del terreno, dando ulteriore contrasto con il suo verde intenso.
Non siete riusciti ad andare in vacanza al mare durante l’estate? Via quei musi tristi, perché l’inverno 2026 può essere l’occasione perfetta per concedersi una pausa al caldo e a tal proposito ci pensa Ryanair a lanciare una nuova promozione pensata proprio per chi vuole inseguire il sole anche nei mesi più freddi. La compagnia aerea low cost propone infatti tariffe scontate del 10% per viaggiare tra novembre 2026 e marzo 2027, con diverse destinazioni europee disponibili a prezzi particolarmente convenienti.
La promozione “Insegui il sole d’inverno” permette di prenotare entro il 24 agosto 2026 per volare nel periodo compreso tra l’1 novembre 2026 e il 31 marzo 2027. Tra le proposte spiccano alcune rotte dall’Italia verso destinazioni ideali per una fuga invernale, dalla Spagna alla Grecia fino al Mediterraneo.
Quando si parla di piscine naturali si fa riferimento a polle di acqua dolce o salata che caratterizzano un determinato angolo di territorio: qui la corrente è poca, l’acqua pulita, il contesto circostante regala un bel colpo d’occhio. Sono luoghi ideali per l’estate, dove godere di momenti di infinito relax tra un tuffo e l’altro, quando si cerca refrigerio dal caldo nelle conche trasparenti.
La costa d’Italia bagnata dal Tirreno e dal Mar Ligure nasconde un patrimonio di queste piccole vasche, dove l’acqua marina rimane intrappolata tra gli scogli. Sono il prodotto di un’azione di cesello delle onde che è durata millenni. Sono luoghi che raramente si incontrano per caso: quasi sempre bisogna guadagnarseli con un sentiero, scendendo una scalinata scavata nella roccia o magari affrontando una discesa non sempre agevole, ma che ripagano abbondantemente lo sforzo con la bellezza delle loro acque fresche e cristalline e con meravigliosi panorami.
Piscine di Iscolelli
Nel Parco Nazionale del Cilento, lungo il celebre Sentiero degli Infreschi che si snoda da Marina di Camerota, si incontrano le piscine naturali di Iscolelli. Si tratta di vasche incastonate in una scogliera scura e frastagliata, che bagnano la riva di una piccola spiaggia di ciottoli bianchi, protetta e collegata al mare aperto solo da uno stretto passaggio che tiene alla larga le imbarcazioni.
iStockLe piscine naturali di Iscolelli
Per arrivarci conviene raggiungere in auto l’Oasi degli Infreschi, una struttura ricettiva da cui prende le mosse un breve sentiero che, nella bassa e profumata macchia mediterranea, conduce verso le piscine, non lontano dai resti dell’antica torre di avvistamento. Il sentiero non è segnalato con precisione, e proprio per questo le piscine di Iscolelli restano frequentate da pochi, ma il percorso di avvicinamento è una delle grandi bellezze del luogo.
Nelle piccole piscinette l’acqua è bassa, ma fresca e cristallina, un vero e proprio sogno di mezz’estate.
Batterie di Punta Rossa
Punta Rossa, capo marittimo all’ombra del Monte Circeo, nel cuore del Parco nazionale omonimo, è un luogo estremamente scenografico sulla costa del Mar Tirreno, nel suo tratto laziale.
Qui, infatti, la scogliera si apre in due calette naturali dalle acque smeraldine, perfette per lo snorkeling tra anfratti popolati da pesci e molluschi: sono le cosiddette Batterie di Punta Rossa, un tratto di costa frastagliata che deve il nome ai resti di un fortino di epoca napoleonica ancora visibile sulla sommità del promontorio.
Per raggiungerle si parcheggia in via del Faro, e si prosegue a piedi superando un cancello sempre aperto che introduce a una strada privata: da qui parte una discesa asfaltata, seguita da un breve sentiero tra la macchia mediterranea che conduce infine al mare. Il percorso complessivo richiede una decina di minuti di cammino, non impegnativo ma da affrontare con calzature adeguate.
Le Batterie sono meta storica dei laziali, che amano tuffarsi dagli scogli più alti della zona, ma offrono spazio anche a chi cerca semplicemente un bagno tranquillo lontano dagli stabilimenti balneari della costa.
Bagni della Regina Giovanna
Dicono che la sovrana angioina Giovanna II, regina di Napoli nella prima metà del Quattrocento, amasse ritirarsi in gran segreto in una determinata zona della costa sorrentina per fare il bagno insieme ai suoi giovani amanti. Oggi quei luoghi sono rimasti noti come Bagni della Regina Giovanna, una piccola laguna naturale, collegata al mare aperto attraverso un suggestivo arco di roccia scavato dall’erosione, che dà origine a una delle piscine naturali più belle e scenografiche della Campania.
Per raggiungere i Bagni della Regina Giovanna si parte da Capo di Sorrento, frazione raggiungibile in autobus o in auto da Sorrento, e si percorre un sentiero lungo poco più di mezzo chilometro, immerso nella vegetazione mediterranea, chiuso da una scalinata piuttosto ripida, che scende infine alla piccola baia.
iStockLo straordinario mare dei Bagni della Regina Giovanna
Al di là del mito della sovrana, ciò che resta visibile sulla scogliera sono le vestigia di Villa Pollio Felice, residenza marittima romana risalente al I secolo a.C., di cui parlarono già autori antichi come Stazio e Plinio il Giovane.
Piscine naturali di Sant’Andrea
Sul versante occidentale dell’Isola d’Elba, la più grande dell’Arcipelago toscano, si trova il comune di Marciana. Qui, la spiaggia di Sant’Andrea rappresenta il punto di partenza per raggiungere alcune delle piscine naturali più belle di tutto il Mar Tirreno. Superando le cosiddette Cote Piane, enormi lastre di granito levigate dal mare, e attraversando una fenditura nella roccia, si arriva infatti a incontrare le piscine naturali di Sant’Andrea, ideali per chi ama tuffarsi ed esplorare i fondali in maschera e pinne.
Il percorso costiero che collega la spiaggia principale a queste conche fa il giro di Capo Sant’Andrea, portando ad ammirare belle conformazioni rocciose erose da mare e venti. Si snoda in parte su passerelle di legno, in parte su tratti scavati a mano nella roccia.
Poco distante, verso est, si trova anche la spiaggia del Cotoncello, dove la coniugazione di rocce lisce e piccole insenature con l’acqua bassa creano una situazione da piscina naturale.
iStockLe particolari rocce levigate della spiaggia del Cotoncello
Bozi di Punta Pineda
Le pozze, o bozi, come vuole il dialetto spezzino, di Punta Pineda sono vasconi scavati nell’arenaria, protetti da una barriera di scogli che li ripara dal mare aperto e crea un autentico effetto piscina, ma tutto al naturale.
Punta Pineda si trova nelle Cinque Terre, nei pressi di Riomaggiore. Campi è l’abitato più vicino al capo, uno storico villaggio rurale aggrappato alla costa a picco sul mare. Da qui bisogna affrontare una scalinata, ripida ed esposta, che scende verso il mare. È una discesa scoscesa, lunga circa 30 minuti di cammino, ma che permette di raggiungere un tratto di costa selvaggio e praticamente intatto.
Le vasche, un tempo utilizzate dai contadini locali come piccole saline artigianali per ricavare sale dall’acqua marina fatta evaporare al sole, oggi accolgono chi cerca un bagno fuori dal comune, lontano dalla folla estiva che affolla le spiagge più celebri del Parco delle Cinque Terre.
È inutile girarci intorno: la costa albanese dà il meglio di sé quando la strada finisce e davanti resta soltanto il mare. Sul versante della penisola di Karaburun, una delle aree costiere più selvagge del Paese, le montagne arrivano fino all’Adriatico con pareti rocciose, piccole insenature e promontori battuti dal vento. Tra queste rocce si apre la Grotta di Haxhi Ali, la più grande grotta costiera dell’Albania, una cavità marina raggiungibile esclusivamente via acqua.
Avvicinandosi in barca, l’ingresso appare poco a poco sulla parete calcarea. Prima si vede una grande apertura scura, poi il colore del mare cambia e il blu intenso dell’esterno lascia spazio alle sfumature turchesi dell’acqua interna. La volta della grotta raggiunge circa 30 metri di altezza e la cavità si inoltra per oltre 60 metri nella montagna. Poi c’è la luce che penetra dall’apertura principale, rimbalza sulla superficie marina e illumina la roccia con riflessi mutevoli.
Il fascino, però, va oltre la geologia: Haxhi Ali porta il nome di un marinaio e comandante albanese del XVII secolo, figura entrata nella tradizione della costa per le sue imprese sul mare. La grotta conserva così una doppia identità, naturale e leggendaria.
Origine, formazione e leggende della Grotta di Haxhi Ali
La penisola di Karaburun appartiene a un ambiente carsico, caratterizzato dalla presenza di rocce calcaree modellate nel corso di tempi geologici molto lunghi. Pioggia e acqua marina hanno agito sulle fratture della pietra, allargandole gradualmente fino a creare cavità, anfratti e grotte lungo la costa.
Haxhi Ali rappresenta uno degli esempi più spettacolari di questo processo. La cavità possiede una grande camera interna dominata da una volta arcuata e pareti irregolari, con concrezioni naturali e stalattiti. Il mare occupa la parte inferiore dello spazio, dando vita a una sorta di bacino naturale racchiuso dalla roccia. La conformazione amplifica inoltre i rumori: una voce, un colpo di remo o lo sciabordio dell’acqua rimbalzano sulla volta e ritornano più volte, trasformando il silenzio in un’eco profonda.
Il nome appartiene a Haxhi Ali Ulqinaku, marinaio e comandante albanese ricordato dalla tradizione locale per la sua attività sul Mare Adriatico. La sua figura è legata alla difesa delle imbarcazioni e delle comunità costiere dalle incursioni dei pirati e delle flotte nemiche. Secondo la leggenda più conosciuta, Haxhi Ali avrebbe utilizzato la grotta insieme al figlio come rifugio durante un inseguimento navale.
La grande cavità, del resto, offriva un riparo naturale alla barca e permetteva di sottrarsi alla vista dal largo. Ed entrando nella grotta, tra l’acqua scura e la roccia, viene spontaneo immaginare una piccola imbarcazione nascosta nella penombra e uomini intenti ad aspettare che il pericolo passasse.
La storia e la leggenda vanno però tenute distinte: il personaggio di Haxhi Ali appartiene alla memoria marittima albanese, mentre il racconto del rifugio nella cavità fa parte soprattutto della tradizione tramandata nel territorio. Proprio questa sovrapposizione ha contribuito alla fama della grotta.
La sua importanza attuale riguarda pure la tutela ambientale. La grotta si trova all’interno del Parco Marino Karaburun-Sazan, area protetta istituita per conservare uno dei tratti più preziosi della costa albanese, con fondali, habitat marini e una fascia costiera ancora fortemente naturale.
La visita alla grotta, tra acqua turchese, roccia e silenzio
La barca lascia il porto di Valona e prende la direzione della penisola. Il paesaggio urbano arretra, poi sparisce. Restano pendii brulli, falesie calcaree e il profilo della costa, spesso privo di costruzioni. Arriva poi l’ingresso della Grotta di Haxhi Ali, ovvero il momento più spettacolare.
Le imbarcazioni possono avvicinarsi all’apertura e, con condizioni marine favorevoli, entrare nella grande camera. Una volta spento il motore, muta completamente la percezione dello spazio. Il rumore del mare prende il posto del rombo del natante e la volta amplifica persino una frase pronunciata a bassa voce.
In una giornata serena la superficie assume tonalità che passano dal blu intenso al verde-azzurro, mentre il calcare crea zone di ombra e improvvisi bagliori. La fotografia viene quasi da sé, soprattutto vicino all’ingresso, con la sagoma scura della grotta incorniciata dal mare aperto.
La parte più suggestiva della visita consiste nell’avanzare con la barca verso l’interno e osservare la struttura della cavità dalla superficie dell’acqua. Con mare calmo, alcuni tour prevedono una sosta per il bagno. L’acqua limpida consente di osservare il fondale roccioso e piccoli organismi marini.
Maschera e boccaglio aiutano a guardare sotto la superficie, soprattutto nelle zone illuminate dalla luce esterna. Il fondale roccioso favorisce infatti una buona visibilità. Vale la pena fermarsi qualche istante senza musica né conversazioni, in quanto la conformazione della cavità restituisce i suoni con una profondità sorprendente.
Serve attenzione sulle rocce bagnate, soprattutto durante l’accesso alla barca o una sosta vicino alla parete. Scarpe da scoglio, costume, asciugamano, acqua, protezione solare e una custodia impermeabile per telefono e macchina fotografica sono sufficienti per affrontare la giornata. La prudenza assume particolare importanza con il mare mosso: le condizioni dell’Adriatico possono cambiare e l’ingresso nella cavità dipende dalla sicurezza della navigazione.
Dove si trova e come arrivare
La Grotta di Haxhi Ali si trova sulla penisola di Karaburun, circa 15 chilometri in linea d’aria da Valona, sul versante rivolto verso il mare aperto. L’area appartiene al Parco Marino Karaburun-Sazan, uno dei principali territori protetti dell’Albania. Alla grotta si arriva soltanto via mare: strade, sentieri e accessi terrestri conducono alla penisola, ma nessun percorso permette di raggiungere l’ingresso della cavità a piedi.
Valona rappresenta il punto di partenza più pratico. La città si trova circa 2 ore e 30 minuti in automobile da Tirana, con tempi variabili in base al traffico e alla stagione. Chi arriva dall’estero può atterrare all’aeroporto internazionale di Tirana e proseguire verso Valona in automobile, taxi, trasferimento privato oppure autobus.
Da Valona partono escursioni organizzate verso Karaburun con diverse formule. Alcune durano mezza giornata, altre occupano gran parte della giornata e aggiungono soste per il bagno, snorkeling e visite ad altre baie della costa.
Le Bandite di Scarlino sono una ampia riserva naturale che dalle alture dell’entroterra della zona settentrionale della Maremma, in Toscana, scende fino al Tirreno. Il territorio coinvolto, che tocca i comuni di Scarlino, Castiglione della Pescaia, Follonica e Gavorrano, custodisce una delle porzioni di costa più selvagge e integre di tutta la regione, un luogo fantastico per chi ama vivere il mare in modo vero e diretto.
Il nome un po’ curioso della riserva, che potrebbe far pensare a qualcosa di proibito, deriva a dire il vero dai bandi che, nei secoli passati, venivano indetti per la vendita di lotti di bosco. Le tracce della presenza umana in questo angolo di Maremma, in realtà, sono molto più antiche: la zona conserva testimonianze di insediamenti risalenti alla preistoria e all’epoca etrusca, come dimostrano i resti di una necropoli che si trova non lontano dai sentieri oggi percorsi da chi vuole raggiungere le dorate spiagge che adornano la costa. E in effetti proprio l’assenza di strade che conducano direttamente in riva al mare è ciò che ha permesso a questo tratto di litorale di conservare un aspetto autentico e incontaminato.
Le spiagge delle Bandite di Scarlino, infatti, si raggiungono solamente a piedi, in bicicletta o a cavallo, attraversando una fitta rete di sentieri che si snodano tra pinete e profumata macchia mediterranea. Tre sono le calette che meritano una visita, ognuna con un carattere diverso: Cala Violina, Cala Martina e Cala Civette.
Cala Violina
La spiaggia più celebre del trittico delle Bandite di Scarlino è senza dubbio Cala Violina, una piccola baia sabbiosa racchiusa tra due promontori che nel corso degli anni è diventata una delle destinazioni marittime simbolo di questo tratto di costa.
iStockVeduta di Cala Violina
Il suo pittoresco nome nasce da una particolarità: la sua sabbia bianca e finissima è composta da minuscoli granelli di quarzo e, quando il silenzio sulla spiaggia è massimo, il rumore prodotto dai passi camminandoci sopra a piedi nudi produce un fruscio che ricorda vagamente il dolce vibrare delle corde di un violino.
Piccolo paradiso che abbina litorale chiaro e dorato a acque particolarmente limpide, più volte premiata da Legambiente come una delle undici spiagge più belle d’Italia, e perfetta per chi ama lo snorkeling, Cala Violina è oggi tutelata da un sistema ad accesso limitato per contingentare il numero dei visitatori in estate e preservarne l’ecosistema. Dall’inizio di giugno e fino a metà settembre è necessario prenotare il proprio ingresso, versando un piccolo contributo.
iStockPanoramica su Cala Violina, la più celebre delle spiagge delle Bandite di Scarlino
Cala Violina si raggiunge percorrendo un breve sentiero, poco più corto di due chilometri a partire dal parcheggio a pagamento più vicino, a Val Martina. La camminata in questo angolo di Maremma è piacevole: si supera una breve salita per oltrepassare una bassa collina passeggiando all’ombra di una folta pineta, che occlude la vista sul mare anche per tutta la discesa, fino a quando non si sfocia sulla sabbia e la spiaggia non appare come una visione abbagliante, da sogno. Cala Violina è raggiungibile anche in bicicletta, con bici gravel o mountain bikes.
Cala Martina
Poco più a nord di Cala Violina si incontra Cala Martina, una spiaggia di sassi rotondi e levigati dal mare, stretta e lunga, racchiusa tra Punta Francese a settentrione e l’omonima Punta Martina a meridione. Le sue acque sono limpide quanto quelle della spiaggia vicina, ma l’atmosfera che si respira qui è ancor più selvaggia e appartata, complice una minore notorietà e la particolare conformazione della caletta. In più l’acqua cristallina e il fondale sassoso la rendono ideale per utilizzare maschera e boccaglio ed esplorarne i dintorni.
Oltre alla sua bellezza naturale, fu proprio su questa spiaggia che, nel 1849, Giuseppe Garibaldi si imbarcò per fuggire verso Genova, braccato dalle truppe austriache e con il cuore ancora colmo di dolore per la perdita della compagna Anita, morta pochi giorni prima. Dopo aver attraversato l’Appennino e la Toscana, scortato da un gruppo di patrioti che di tappa in tappa lo accompagnarono da Firenze fino a Scarlino, l’eroe dei due mondi trovò proprio nei boschi della Bandita l’ultimo rifugio prima di lasciare la penisola insieme al fedele comandante Leggero. Ancora oggi, poco prima di arrivare alla cala, un piccolo monumento ricorda quell’episodio e i patrioti che aiutarono Garibaldi in quei giorni concitati.
Cala Martina si può raggiungere solo a piedi e in bicicletta. Il modo migliore per farlo è percorrere il sentiero che parte dal porto del Puntone di Scarlino, raggiunge Punta Francese, scende al monumento a Garibaldi e quindi conduce alla bella spiaggia sassosa. L’intero percorso misura circa tre chilometri di continui saliscendi in una zona costiera che alterna tratti immersi nel bosco a magnifici panorami sulla costa e verso occidente, peraltro con la possibilità di scorgere la sagoma dell’isola d’Elba all’orizzonte.
Cala Civette
Più a sud di Cala Violina, invece, sorge Cala Civette. È separata dalla spiaggia vicina dal promontorio di Punta Le Canne e delimitata a sud dalla foce del fiume Alma, poco prima che la costa lasci il posto alla lunga distesa sabbiosa che caratterizza Punta Ala. Su un tornito promontorio sopra la foce del fiume sorge Torre Civette, antico edificio a scopo di avvistamento oggi trasformato in dimora privata, ma che con la sua sagoma bianca domina la spiaggia in maniera scenografica.
Come Cala Martina, anche questa spiaggia è ad accesso libero, raggiungibile a piedi seguendo la rete sentieristica che collega le tre cale delle Costiere di Scarlino, la sotto-area protetta delle Bandite che si cura della conservazione del litorale. Per arrivare a Cala Civette si percorre in auto la strada vicinale di Pian d’Alma, la si lascia in un apposito, piccolo parcheggio a pagamento e si imbocca il sentiero che la raggiunge. Il percorso misura circa due chilometri e mezzo, con una buona dose di salita. La fatica viene ricompensata subito prima del breve, ripido tratto di discesa in spiaggia, quando ci si affaccia dal promontorio settentrionale che chiude la cala e la si può ammirare dall’alto in tutta la sua bellezza.
Lorenzo CalamaiCala Civette, la più meridionale delle spiagge delle Bandite di Scarlino
Cala Civette è probabilmente la meno frequentata delle spiagge delle Bandite di Scarlino: una grande lingua di sabbia dorata alle cui spalle sorge una fitta pineta, chiusa da due promontori rocciosi. Il mare qui è spesso calmo, la risacca coccola con il suo rumore bianco chi vi si avventura, lo sguardo si perde verso l’orizzonte azzurro in cui mare e cielo si fondono in una cosa sola.
Non tutte le spiagge sarde conquistano per il loro fascino da cartolina, tra yacht, mondanità e un numero di turisti in continuo aumento. Al contrario, alcune fanno innamorare proprio perché lontane da tutto questo.
Una delle più suggestive in questo senso si trova sulla Costa Verde: stiamo parlando delle Dune di Piscinas, che hanno conquistato il Telegraph con un magnetismo completamente diverso, fatto di natura e un passato minerario ancora visibile nel paesaggio circostante.
Non stupisce che il quotidiano britannico l’abbia inserita tra le meraviglie d’Europa, elogiandone la bellezza incontaminata e l’atmosfera fuori dal tempo.
Le Dune di Piscinas, dove il mare incontra il deserto
Piscinas, situata nella zona sud-occidentale della Sardegna, spicca come angolo selvaggio in una delle aree costiere meno battute dal turismo di massa. Anche arrivarci non è semplicissimo perché per raggiungerla è necessario percorrere strade sterrate e avere un po’ di pazienza: d’altronde è proprio questo isolamento a preservarne il carattere autentico, mantenendo la spiaggia al riparo dall’affollamento che caratterizza altre località della costa sarda.
Il tratto di arenile, ampio e dorato, è incorniciato da un sistema di dune che possono innalzarsi fino a 60 metri, tra le più alte d’Europa, modellate dal maestrale che qui soffia ridisegnando il profilo delle sabbie giorno dopo giorno. Sono le dune a fungere da barriera naturale contro le mareggiate e ospitano un ecosistema fragile, dove nidificano le tartarughe marine Caretta Caretta e dove si muove il cervo sardo, sottospecie endemica dell’isola.
Poco distante si trova Ingurtosu, un tempo centro nevralgico di una delle miniere più produttive della Sardegna e oggi parte del Parco Geominerario, i cui ruderi raccontano ancora l’epopea mineraria che ha segnato l’intera valle fino alle dune. Case abbandonate, vecchi impianti e carrelli arrugginiti compongono un paesaggio quasi sospeso nel tempo, che affianca la bellezza naturale di Piscinas con un patrimonio industriale altrettanto affascinante.
Cosa vedere e fare a Piscinas
Oltre alla già citata miniera di Ingurtosu situata nelle vicinanze, Piscinas è anche una delle tappe più suggestive del Cammino Minerario di Santa Barbara: la quinta, che collega Portixeddu alla spiaggia in circa 16 chilometri di percorso impegnativo, attraversando la costa selvaggia e i resti dell’archeologia mineraria della zona. Per chi ama il trekking, arrivare a piedi fin qui, dopo ore immersi in paesaggi incontaminati, rende l’incontro con le dune ancora più suggestivo.
I servizi sulla spiaggia restano volutamente essenziali, in linea con lo spirito selvaggio del posto: in estate sono attivi un hotel e due stabilimenti balneari, dove si trovano docce, ombrelloni e lettini per chi cerca comunque un minimo di comfort. Per il resto, l’esperienza di Piscinas è tutta nel contatto diretto con la natura.
Ricordiamo che, proprio per la loro fragilità, le dune non si possono attraversare a piedi: il calpestio danneggerebbe un ecosistema delicato, già messo alla prova dal vento e dall’erosione. La loro bellezza si ammira e si rispetta, restando sui percorsi consentiti.
Ferragosto è ormai passato e l’estate inizia ad accorciarsi, ma moltissime persone sono pronte a partire per un sorprendente viaggio di fine agosto, che sia organizzato da tempo oppure last minute: se le ferie devono ancora iniziare o si ha ancora qualche giorno libero da sfruttare, la fine del mese può essere un ottimo momento per partire. Non soltanto perché in alcune destinazioni l’atmosfera comincia lentamente a cambiare, ma anche perché esistono mete capaci di offrire una vacanza diversa dalle solite destinazioni prese d’assalto nel cuore dell’estate.
Dalla costa italiana alle isole più selvagge, passando per una valle alpina dove cercare un po’ di fresco, fino ad arrivare a località europee meno scontate, sono diverse le possibilità per organizzare un viaggio last minute negli ultimi giorni di agosto. Abbiamo selezionato 8 mete tra Italia ed Europa, puntando su luoghi meno scontati che permettono di combinare diverse esperienze tra mare, natura, borghi, cultura e attività all’aria aperta. Pronti a partire?
Chi percorre la SS198 della Sardegna, che dalla costa Est si immette nella regione dell’Ogliastra, non può non fermarsi a visitare uno dei borghi abbandonati più famosi dell’isola che si attraversa per forza in auto: Gairo Vecchio. Lo si costeggia completamente (sull’altro lato c’è uno strapiombo) e, visto il numero esiguo di auto che transitano da queste parti, il silenzio regna sovrano.
La sua storia è quella di molti altri borghi fantasma d’Italia, ma qui c’è di più. Innanzitutto, è molto meno famoso di altri e poi, essendo in Sardegna, è anche molto meno visitato. Non si può parlare di un “abitato” vero e proprio in quanto non ci abita nessuno e i turisti che lo visitano, soprattutto d’estate, sono gli unici esseri viventi che s’incontrano.
Se, invece, vi dovesse capitare di venirci in autunno e inverno, nelle giornate fredde e nebbiose si ha l’impressione di aggirarsi in un’atmosfera incantata, come avvolti dalla nebbia del passato.
La storia di Gairo Vecchio
Ci troviamo a 520 metri d’altezza sopra il Rio Pardu. Pare che il nome “gairo” significhi “terra che scorre” e racchiude una sorta di destino geologico predestinato. Non a caso, le sue tormentate vicende, iniziate a fine XIX secolo, proprio a causa dell’instabilità del suolo su cui sorge ebbero un esito drammatico.
123RFTra le case diroccate del borgo fantasma di Gairo Vecchio
Il borgo, infatti, fu progressivamente abbandonato a causa di una forte alluvione avvenuta nel 1951. Le cronache di allora raccontano di cinque giorni di piogge e vento incessanti che colpirono l’Ogliastra e che resero il nucleo originario di Gairo, già provato da mezzo secolo di frane e smottamenti, insicuro per persone e animali. Le vie si trasformarono in impetuosi torrenti facendo ‘scivolare’ drammaticamente il terreno verso valle.
Gli abitanti si spostarono più a valle formando altri tre piccoli borghi: Gairo Sant’Elena, Gairo Taquisara e Gairo Cardedu. Il primo si trova pochi metri sopra al vecchio paese. Il secondo, che dista qualche chilometro, è un grazioso villaggio di soli 300 abitanti ed è famoso per essere una delle stazioni dove si ferma il Treno Verde della Sardegna, che d’estate attraversa alcuni di questi paesi (ed è l’alternativa all’auto, se si vogliono visitare questi luoghi). Qui passa la linea Arbatax – Gairo Taquisara. Il terzo borgo è quello più vicino al mare.
123RFLe case diroccate a Gairo Vecchio nell’Ogliatsra
Ma è proprio Gairo Vecchio, il paese che non esiste più, ad attirare i turisti che amano i percorsi alternativi rispetto a quelli della Sardegna da cartolina. Per visitarlo, basta percorrere qualche tornante e, sulla destra, si può parcheggiare e addentrarsi a piedi tra i vicoli, le scalinate e gli edifici diroccati dalle caratteristiche pareti rosa e blu (perfetto per coloro che praticano Urbex, la passione per i luoghi abbandonati e fatiscenti).
Il borgo che rivive una volta all’anno
Le manifestazioni più importanti che si svolgono a Gairo sono quelle religiose, alle quali si è aggiunta, negli ultimi anni, la Sagra del cinghiale che si tiene in concomitanza con la festa in onore di Sant’Antonio Abate, che cade nel mese di gennaio. In quest’occasione, è costume accendere il tradizionale falò e cucinare la carne dei cinghiali offerta per dai cacciatori: la buona riuscita della festa, legata alla tradizione contadina, è considerata di buon auspicio per dell’annata agricola.
I dintorni
Il bellissimo territorio di Gairo vVecchio unisce mare e montagna e costituisce la meta di moltissimi visitatori attratti dalla bellezza dei paesaggi e dalla natura incontaminata che caratterizza quest’area. L’area marina del Comune di Gairo è caratterizzata da spiagge di rara bellezza, come la suggestiva spiaggia di sassi scuri di Coccorrocci e quella di Cala ‘e Luas dalle caratteristiche rocce rosa.
Il paesaggio montano è reso spettacolare dalla presenza dei “Tacchi”, torrioni calcarei formatisi nel Mesozoico, che si ergono come torri in mezzo alle montagne, tra i quali spicca Perda’e Liana, il monumento naturale più famoso della Sardegna. Una escursione tra i tacchi attraverso mulattiere permette di ammirare autentici esemplari di natura selvaggia. Tra le montagne carsiche del territorio gairese si aprono le bellissime Grotte di Taquisara, che prendono il nome dall’omonima frazione; le grotte, perfettamente conservate, sono da qualche anno attrezzate e accessibili ai visitatori.
La leggenda della Porta dell’Inferno
Una vecchia leggenda descrive Perda ‘e Liana come una delle porte dell’Inferno, dalla quale uscivano demoni e streghe temuti dai comuni mortali; un antico detto popolare recita ancora “A sa Perda ‘e Liana su hi heres ti dana” (“A Perda ‘e Liana ciò che chiedi ti viene dato”), ricordando il pellegrinaggio di coloro che si recavano ai piedi del monte per offrire la propria anima al diavolo in cambio di ciò che desiderava.
Come visitare il borgo abbandonato
Oggi della Gairo ‘vecchia’ è un insieme di ruderi degli edifici rimasti tenacemente aggrappati alla roccia del monte Trunconi, che domina sulla valle, tra viuzze di terra battuta e selciato collegate da scalette e viottoli inclinati. Le strade, infatti, delimitavano i terrazzamenti sui quali sorgevano le costruzioni, pertanto sono disposti orizzontalmente, su livelli sfalsati, lungo il pendìo.
123RFLe case di Gairo Vecchio dovevano essere anche belle
Si cammina in un’atmosfera fuori dal tempo, mentre si osservano costruzioni realizzate in granito e scisto, tenuti insieme dal fango o dalla malta di calce e sabbia. La calce era prodotta in un forno attivo fino a pochi decenni fa, situato dove poi è sorta la frazione Taquisara. Alcune palazzine avevano tre o quattro piani. Oggi, in alcune facciate resistono ancora i balconcini in ferro battuto. Addentrandosi nel borgo a piedi e sbirciando dalla strada dentro le case, si possono ancora notare com’erano fatte dentro con i loro caminetti, le scale, le finestre e le pareti intonacate d’azzurro. Alcune dovevano essere davvero belle… Attenzione però, perché, per ragioni di sicurezza, è vietato entrare o avvicinarsi troppo alle vecchie case.
La sensazione di abbandono aumenta nell’osservare la vegetazione farsi strada tra le rovine, riappropriandosi di spazi che un tempo le appartenevano. Di tanto in tanto sbucano orti, alcuni apparentemente ancora curati.
Come arrivare a Gairo Vecchio
Per raggiungere il borgo di Gairo Vecchio, nella provincia dell’Ogliastra, bisogna percorrere la Strada Statale 198 di Seui e Lanusei (SS 198), l’arteria stradale sarda lunga circa 80-100 km che collega Serri, nel Sarcidano, a Lanusei, nell’Ogliastra. È una bella strada, molto amata dai motociclisti e dagli appassionati dei viaggi on the road per i suoi panorami selvaggi e le sue innumerevoli curve tra i monti della Barbagia.
Arrivando da Osini e fermandosi più o meno all’altezza di Osini Vecchio, dalla parte opposta della vallata, è possibile vedere i due Gairo: quello vecchio sotto e quello nuovo sopra. Qualche chilometro e qualche tornante più avanti, svoltando sulla destra, si accede al vecchio borgo: qui si può parcheggiare l’auto per la visita pe poi riprendere la strada statale diretti verso quella conosciuta in tutto il mondo come Blue Zone. Ma questo è un altro viaggio che vi raccontiamo qui.
Tutti conoscono la Sardegna, ma soprattutto attraverso spiagge, calette e acque trasparenti. Buggerru, però, sembra appartenere a un’altra isola, aspra e metallica, segnata dalla storia del piombo e dello zinco, dalle cave, dalle laverie e dai villaggi nati attorno al lavoro sotterraneo. La Galleria Henry è il punto più teatrale di questo paesaggio: si entra nella montagna a circa 50 metri sul livello del mare e per un tratto il Mediterraneo sparisce dalla vista. Poi la roccia si apre, arriva la luce, compare il blu e sotto la falesia si vede il profilo del borgo.
Il percorso per visitarla attraversa per circa 1 km l’altopiano di Planu Sartu, seguendo il fianco della costa a sud dell’abitato. Il nome appartiene alla miniera e alla grande opera di trasporto realizzata per portare il minerale dai cantieri alle laverie di Buggerru. La sua particolarità sta nell’incontro fra archeologia industriale e paesaggio: binari, nicchie, pareti scavate e passaggi nella roccia raccontano una macchina produttiva ottocentesca, mentre le aperture sulla falesia restituiscono una Sardegna selvaggia, calcarea e marina.
La Galleria Henry è riconosciuta come la struttura principale (e più importante opera) della miniera di Planu Sartu e fa parte del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, riconosciuto dall’UNESCO nella rete mondiale dei geoparchi.
Breve storia della Galleria Henry
La storia mineraria di Buggerru prende forma nel 1865, quando la Société Anonyme des Mines de Malfidano acquisisce le concessioni e avvia una fase di sfruttamento sempre più intensa. Il piccolo centro costiero cambiò volto: arrivarono operai, tecnici, dirigenti e famiglie; sorsero strutture produttive, servizi e collegamenti. Per un periodo Buggerru diventò un centro cosmopolita, tanto da guadagnarsi il soprannome francese di “Petit Paris”, legato alla presenza della dirigenza transalpina e alla vita sociale costruita attorno alla compagnia.
iStockLe rovine della Miniera di Henry
La Galleria Henry nacque dentro questa trasformazione e la struttura assunse dimensioni eccezionali per consentire il passaggio della locomotiva a vapore. Nel 1892 la nuova tecnologia sostituì gran parte del trasporto affidato ai muli e ai sistemi manuali. I vagoni portarono il minerale grezzo verso gli impianti di trattamento e poi verso il porticciolo, creando una vera via del minerale tra monte e mare. La ferrovia interna utilizzava uno scartamento ridotto e la galleria seguiva il profilo della falesia.
Il nome Henry viene dalla figura di un dirigente francese della società concessionaria, legato alla realizzazione dell’opera. La galleria conserva così nel nome una traccia della dimensione internazionale assunta dalla miniera, con capitali e competenze francesi inseriti in un territorio sardo trasformato dall’industria.
La storia più dolorosa arrivò nel 1904: il 4 settembre una protesta dei minatori contro le condizioni di lavoro sfociò in una sparatoria. L’esercito aprì il fuoco e 3 operai morirono, mentre altri 11 restarono feriti. L’eccidio di Buggerru provocò una forte reazione nel movimento operaio italiano e contribuì alla proclamazione del primo sciopero generale nazionale.
La Galleria Henry acquisì così un valore ulteriore: accanto all’ingegneria mineraria conserva la memoria di una comunità operaia che rivendicava salari e condizioni di vita più dignitose.
Visita, percorso e cosa vedere
La visita si svolge su prenotazione e permette di attraversare l’antico luogo di lavoro dei minatori. Il percorso turistico utilizza il tratto ferroviario storico e conduce attraverso il sistema di gallerie e passaggi ricavati nella roccia. Alcune descrizioni della visita riportano l’uso di un trenino elettrico sul vecchio tracciato ferroviario, seguito dal tracciato pedonale nella galleria un tempo destinata ai muli. Le modalità possono cambiare in base alla gestione e alla stagione, perciò conviene verificare le indicazioni ufficiali prima della partenza.
All’ingresso la sensazione è unica: la luce mediterranea resta alle spalle e la temperatura cambia. Le pareti conservano la ruvidità della roccia lavorata, mentre il tracciato rende comprensibile la scala dell’impresa ottocentesca. La sezione della galleria era abbastanza ampia per accogliere una locomotiva a vapore di diverse tonnellate e un convoglio di vagoni.
Il vero colpo di scena arriva nei passaggi laterali, poiché il buio viene interrotto da aperture ricavate nella falesia, quasi grandi finestre minerarie affacciate sul Mediterraneo. Roccia chiara, cielo e acqua entrano nello stesso quadro. Il contrasto funziona proprio perché arriva dopo un tratto in penombra. La costa appare dall’alto, Buggerru si raccoglie sotto la parete e il mare acquista una profondità diversa da quella percepita sulla spiaggia.
Vale la pena prestare attenzione anche alla logica industriale dell’opera. La Henry era una galleria di carreggio, quindi una struttura pensata soprattutto per il trasporto. I cantieri estrattivi, le laverie e il porticciolo formavano un unico sistema. Il minerale passava dalla montagna agli impianti di trattamento e poi ai battelli. Una visita attenta restituisce questa sequenza e permette di leggere il paesaggio attuale attraverso la sua funzione originaria.
Fuori dalla galleria, Buggerru merita una seconda occhiata: la spiaggia cittadina e il piccolo centro stanno stretti fra rilievi e mare, mentre Cala Domestica offre uno degli scenari costieri più belli dell’Iglesiente. Il legame fra industria e natura resta forte anche nei dintorni, con altre testimonianze minerarie disseminate lungo la costa.
Buggerru si trova sulla costa sud-occidentale della Sardegna, nell’area storica dell’Iglesiente, fra Iglesias e Fluminimaggiore. La Galleria Henry sorge in via Pranu Sartu, sopra il paese, alla quota di circa 50 metri sul livello del mare. L’accesso alla biglietteria avviene dal centro abitato. Dal parcheggio della piazza principale si salgono le scale situate tra la Pizzeria La Baia da Tore e il Bar Fratelli Orrù. Dopo circa 100 metri si raggiunge la biglietteria e da lì parte la visita.
La prenotazione è indispensabile. Il Comune indica il numero 3341142910 per le informazioni e le prenotazioni, mentre il sito turistico locale offre anche una procedura online. Per raggiungere Buggerru in auto da Iglesias si percorre la viabilità verso Funtanamare e poi la strada diretta al borgo, attraverso il paesaggio minerario dell’Iglesiente. Una volta arrivati in paese, l’ultimo tratto verso la galleria si affronta a piedi.
Arrivare alla Henry significa quindi attraversare due Sardegne nello stesso momento: una appartiene alla roccia scavata, ai vagoni, alle laverie e alla fatica dei minatori; l’altra è fatta di vento, calcare, luce mediterranea e mare aperto. E la sorpresa più bella sta proprio nella distanza minima fra questi mondi.
Con l’arrivo di Ferragosto le spiagge italiane si preparano ad accogliere milioni di persone, ma tra stabilimenti balneari, spiagge libere e tratti di costa in concessione non sempre è chiaro quali siano i diritti dei bagnanti. Una delle regole più importanti riguarda l’accesso al mare: raggiungere la battigia deve essere sempre possibile e gratuito, anche attraversando uno stabilimento. Ma non è l’unica norma da conoscere prima di trascorrere una giornata in spiaggia.
Accesso al mare: cosa possono fare i bagnanti
Il diritto di raggiungere la battigia è garantito dalla legge anche quando la spiaggia è affidata in concessione a uno stabilimento balneare. L’articolo 11 della legge 217 del 2011 riconosce infatti il “diritto libero e gratuito di accesso e di fruizione della battigia, anche ai fini di balneazione”. La legge 296 del 2006 stabilisce inoltre che i concessionari devono consentire il libero accesso e transito verso la battigia.
Questo significa che chi vuole semplicemente arrivare al mare, fare il bagno o attraversare lo stabilimento per raggiungere la riva non deve acquistare un biglietto né pagare alcun servizio. Diverso è il caso di ombrelloni, lettini, cabine, docce e altre strutture messe a disposizione dal gestore, che restano servizi a pagamento.
Attenzione, però, alle regole sulla permanenza vicino alla riva. In molti Comuni la fascia di circa cinque metri dalla battigia deve rimanere libera, anche per consentire il passaggio dei mezzi di soccorso. Non è quindi possibile occupare questo spazio con ombrelloni, lettini o altri oggetti quando le ordinanze locali lo vietano.
Anche sulla spiaggia libera non è consentito “prenotare” il posto lasciando durante la notte ombrelloni, materassini o sdraio. Si tratta di un’occupazione abusiva del demanio e gli oggetti possono essere rimossi. Per giocare a pallone, organizzare attività sportive o portare il proprio cane, invece, bisogna verificare le disposizioni del Comune, della Regione o dell’autorità marittima. Anche il cibo portato da casa è generalmente consentito, purché si rispettino ambiente e regole locali, mentre il fumo può essere soggetto a divieti comunali.
Spiagge pulite: le regole contro rifiuti
Il diritto di vivere liberamente la spiaggia comporta anche precise responsabilità. In vista di Ferragosto, l’appello rivolto ai Comuni balneari è quello di rafforzare controlli e sanzioni contro l’abbandono dei rifiuti e i comportamenti che danneggiano gli arenili.
Le immagini delle spiagge lasciate sporche dopo la notte di San Lorenzo hanno riacceso l’attenzione sul problema: bottiglie, bicchieri, lattine, plastica, mozziconi e resti di bivacchi finiscono sulla sabbia, trasformando un bene comune in una discarica a cielo aperto. Il fenomeno rischia di aggravarsi proprio nei giorni di maggiore affluenza.
A preoccupare è anche l’abitudine di portare via sabbia, conchiglie, ciottoli e altri materiali naturali. Se un singolo gesto può sembrare irrilevante, la sua ripetizione da parte di migliaia di persone può impoverire ecosistemi costieri già fragili.
Per questo, oltre al senso civico, diventano fondamentali informazione, prevenzione e controlli. La spiaggia è un patrimonio collettivo: rispettare le regole significa garantire a tutti il diritto di accedere al mare e, allo stesso tempo, preservare gli arenili per chi li frequenta oggi e per le generazioni future.
Tra le spiagge più fotografate di Malta e Gozo, Wied il-Għasri sembra quasi giocare una partita diversa. Niente grande distesa di sabbia dorata, nessun lungomare e nemmeno una fila di stabilimenti a contendersi la vista. Il suo fascino, infatti, nasce dalla dimensione raccolta e dalla sensazione di aver trovato una fenditura nella costa attraverso cui il Mediterraneo riesce a penetrare nell’entroterra.
Il paesaggio settentrionale di Gozo è agricolo, asciutto e scandito dai tradizionali muri a secco che delimitano i campi. Poi la superficie del terreno si interrompe e il panorama cambia bruscamente, con una valle profonda incisa nel calcare che scende verso il mare, stringendosi progressivamente fino a diventare un corridoio roccioso.
In fondo c’è una minuscola spiaggia di ciottoli, dove il mare assume tonalità turchesi quasi irreali, mentre le pareti calcaree fanno da quinta naturale. Dall’alto la gola sembra strettissima, quasi una crepa nella roccia. Giù in fondo, invece, il piccolo arenile apre la visuale verso il mare e la valle assume una profondità sorprendente.
Origine e formazione di Wied il-Għasri
La storia di Wied il-Għasri è soprattutto geologica. La valle si è formata attraverso l’azione combinata dell’acqua piovana e dell’erosione su un territorio composto da rocce calcaree. Le sue pareti attraversano formazioni appartenenti soprattutto al Lower Coralline Limestone e al Globigerina Limestone, due rocce caratteristiche della geologia maltese.
L’acqua ha scavato progressivamente il terreno, seguendo un percorso sinuoso dall’area di Ta’ Dbieġi Hill verso la costa. Oggi quel che possiamo ammirare è una gola profonda e stretta, incassata tra pareti che in alcuni tratti diventano particolarmente alte. Il paesaggio racconta quindi una lunga trasformazione naturale, con la valle modellata prima dall’acqua e poi dal mare.
Attorno ai muri a secco crescono fichi d’India e capperi, mentre la primavera porta papaveri rossi sui terreni circostanti. In quella stagione la pietra chiara, il verde delle coltivazioni e il rosso dei fiori producono un contrasto quasi teatrale. Anche la presenza umana ha lasciato delle tracce: lungo le pareti si trovano piccole camere modellate nella roccia, mentre presso la costa una cavità presenta un particolare pozzo verticale.
In passato una struttura di corde e secchi permetteva di sollevare l’acqua marina dalla grotta fino alle vicine saline, utilizzandola per alimentare le vasche destinate alla produzione del sale. Il rapporto con le saline rende ancora più interessante il paesaggio settentrionale di Gozo. Poco distante si trovano infatti le saline di Xwejni, formate da vasche geometriche ricavate nella roccia lungo la costa.
Sotto la superficie del mare, la storia geologica continua. La stretta insenatura conduce verso un ambiente ricco di cavità e formazioni sommerse, molto apprezzato dagli appassionati di immersioni. Tra le attrazioni subacquee più note della zona figura Cathedral Cave, una grande cavità con una volta che raggiunge circa 15 metri sopra il livello dell’acqua.
La visita tra scalini, ciottoli e acqua turchese
La visita parte dall’alto della gola. Il tratto più scenografico coincide proprio con la discesa verso la spiaggia. Una scalinata ricavata nella parete calcarea conduce progressivamente verso il fondovalle, con circa 100 gradini nel tratto principale. A metà discesa vale la pena fermarsi e guardare indietro, perché la prospettiva cambia a grande velocità: l’altopiano agricolo scompare, le pareti si avvicinano e il mare prende sempre più spazio.
La scalinata richiede attenzione, soprattutto negli ultimi metri. Alcuni tratti possono risultare deteriorati e le condizioni delle strutture variano nel tempo. Scarpe con una buona aderenza sono una scelta molto più sensata rispetto alle infradito, soprattutto per chi intende raggiungere la spiaggia.
Arrivati in fondo, è disponibile una spiaggia piccola e composta da ciottoli levigati dall’azione del mare. Le pietre rotolano con le onde e producono quel particolare suono secco e continuo che accompagna la permanenza sulla battigia. Il bagno può essere piacevole con mare calmo e acqua limpida.
La conformazione della gola, però, richiede prudenza: le correnti possono diventare forti e le onde entrare nella stretta insenatura con una forza sorprendente. Acqua torbida, vento intenso o frangenti evidenti sono segnali sufficienti per rinunciare alla balneazione. Le calzature da scoglio possono quindi risultare utili per muoversi sui ciottoli. Anche il sole va preso sul serio, in quanto la gola offre pochissima ombra e l’assenza di servizi rende indispensabili acqua, protezione solare e tutto ciò che serve per una permanenza autonoma.
Lo snorkeling rappresenta una delle attività più interessanti. La trasparenza del mare permette di osservare fondali rocciosi, piccoli banchi di pesci, saraghi, labridi, ricci di mare e, con un po’ di fortuna, polpi. La zona è frequentata anche dai subacquei per il sistema di grotte e cavità che prosegue sotto la superficie.
Per una visita dedicata soprattutto al paesaggio, le prime ore della giornata regalano spesso la luce più morbida e una sensazione di maggiore tranquillità. La primavera aggiunge i papaveri al panorama agricolo, mentre l’autunno regala temperature gradevoli e acqua ancora relativamente calda. In inverno la valle cambia volto: le mareggiate possono trasformare l’insenatura in uno spettacolo decisamente più energico, da osservare dalla distanza appropriata. Wied il-Għasri merita anche una visita senza costume, perché la sua particolarità supera infatti la funzione balneare.
Dove si trova e come arrivare
Wied il-Għasri si trova sulla costa settentrionale di Gozo, tra il villaggio di Għasri e quello di Żebbuġ, a circa 2 chilometri a ovest delle saline di Xwejni. La capitale Victoria, chiamata anche Rabat, resta relativamente vicina e rappresenta il principale punto di riferimento per gli spostamenti sull’isola.
In auto si raggiunge la zona attraverso Triq Is-Sagħtrija. La strada secondaria che porta verso la gola diventa più accidentata e presenta un fondo sterrato. Una piccola area consente di lasciare l’auto vicino all’accesso, ma i posti sono molto limitati. Una soluzione più tranquilla consiste nel lasciare l’auto nei pressi dell’incrocio con la strada principale e proseguire a piedi per pochi minuti. Il tratto finale conduce verso l’imbocco della gola e la scalinata.
iStockWied il-Għasri vista dall’alto
Chi viaggia con i mezzi pubblici può raggiungere Żebbuġ con l’autobus della linea 309, partendo da Victoria. La fermata più vicina è Onici. Da lì restano circa 1,3 chilometri, con un percorso di quasi 20 minuti fino a Wied il-Għasri. Taxi e servizi di trasporto privato possono arrivare nei pressi dell’incrocio di Triq Is-Sagħtrija, lasciando poi un breve tratto da percorrere a piedi.
In Sicilia, la Riserva dello Zingaro è una delle destinazioni di mare più gettonate sul lato nord-occidentale dell’isola, una zona selvaggia e paradisiaca che unisce splendide spiagge a un’atmosfera selvaggia, con pochi servizi e una minima antropizzazione. Non altrettante persone sanno che dall’altro lato dello stesso promontorio, quello che si estende verso nord e ha per punta la cittadina di San Vito Lo Capo, c’è un’altra area di splendide calette, mare cristallino e selvaggio: è Baia Santa Margherita, che si apre tra il massiccio del Monte Cofano e Macari, a nord di Trapani.
Baia Santa Margherita consiste in un susseguirsi di calette, perlopiù sassose, qualche spiaggetta dorata, insenature e scogli, lungo un’area di un paio di chilometri lungo la costa. È un’alternativa ideale per chi ama il mare stupendo di questa zona della Sicilia e al contempo un contesto selvaggio, senza bisogno di troppi agi. In più, qui si può fare snorkeling vicino alla costa e si ha un ulteriore valore aggiunto: l’esposizione a ovest permette di godere di un tramonto sul mare spettacolare e infuocato. Rimanere fin oltre il calar del sole è praticamente un obbligo.
Dove si trova e come arrivarci
Baia Santa Margherita si trova nel comune di San Vito Lo Capo. Ci si arriva facilmente percorrendo la strada provinciale 16 nel tratto tra la cittadina e Castelluzzo. La strada, peraltro, è ad alto tasso di spettacolo: nei pressi di Baia Santa Margherita è un lungo rettilineo che permette di abbracciare con lo sguardo il mare cristallino, con il Monte Cofano che si erge sullo sfondo. Poi, vicino al paese di Macari, la strada si alza dal livello del mare e si aprono viste panoramiche ancor più belle.
Lorenzo CalamaiLa strada nei pressi di Macari
Una volta arrivati, si può lasciare l’auto in uno dei due grandi parcheggi, quello di Macari e quello di Castelluzzo, che fungono da punto di partenza per l’esplorazione della costa, rigorosamente a piedi o, per chi volesse, con un trenino navetta turistico.
Chi non ha l’auto può contare sulla linea di autobus Trapani-San Vito Lo Capo, con fermata proprio a Macari, e poi affidarsi a una bella passeggiata lungo i sentieri che costeggiano le calette di Baia Santa Margherita. La zona di Baia Santa Margherita è anche molto gettonata dai ciclisti, sfruttando il percorso lungo la costa che collega la Riserva naturale del Monte Cofano a San Vito Lo Capo.
Le calette di Baia Santa Margherita
La zona di Baia Santa Margherita ha un carattere selvaggio e aspro. Qui la natura colpisce per la sua bellezza, ma è una bellezza brutale, quasi violenta. Non ci sono alberi in vista, il poco verde che si può individuare è sulle colline alle spalle del mare, in particolare verso il Monte Cofano. La lingua di pianura dove sorgono la baia e le sue cale, invece, è una terra riarsa, che in estate si tinge di giallo e di ocra, sia per la vegetazione che progressivamente si secca, sia per il colore tipico della roccia degli scogli sulla costa. Il paesaggio è nudo, svestito. Il sole cala a picco e esalta i colori, li satura all’estremo, aiutato dal contrasto fra terra e mare, qui cristallino a tratti e poi blu intenso.
Lorenzo CalamaiLa vista verso il Monte Cofano
Parcheggiando dal lato di Macari, quello più vicino a San Vito Lo Capo, la prima spiaggia che si incontra è quella di Santa Margherita, che dà il nome a questo tratto di costa. È una vera e propria spiaggetta, con sabbia di un giallo intenso e fondali bassi, ideali anche per i più piccoli. In più è l’unica zona dove si trova anche un piccolo lido, con ombrelloni e servizi. Non manca però la possibilità di avventurarsi tra le rocce e trovare il proprio piccolo accesso al mare, ad esempio nei pressi del piccolo bunker, residuato bellico poco a nord della spiaggia, ai cui lati si aprono due splendide calette.
Proseguendo lungo il litorale verso sud, invece, si incontrano altri tratti decisamente rocciosi e selvaggi, dove la sabbia lascia spazio a scogli e piccole insenature quasi private. Le calette hanno nomi evocativi in dialetto siciliano come Scaru Brucia, ‘a Chianca, Scaru Zu Asparu e Cala Calazza, quest’ultima gettonata perché è una piccola lingua di sabbia bagnata da un mare basso e cristallino. Ma al di là di nomi e collocazioni tutto il tratto di Baia Santa Margherita merita di essere esplorato e battuto centimetro per centimetro per trovare il proprio angolo vicino al mare.
Lorenzo CalamaiBaia Santa Margherita è piena di piccole calette
Chi ama camminare può spingersi oltre: poco a ovest si apre la Riserva Naturale di Monte Cofano, con sentieri che corrono a picco sul mare regalando scorci di bellezza stordente.
Cala Isolidda a Macari
A pochi minuti da Baia Santa Margherita, seguendo la linea della costa sotto il paese di Macari, si aprono altre piccole spiaggette che meritano una visita e che hanno il loro fascino aspro e selvaggio tanto quanto le prime. Tra queste spicca Cala Isolidda, ovvero isoletta in siciliano.
Lorenzo CalamaiCala Isolidda e il suo mare cristallino
Il nome deriva dal caratteristico scoglio che emerge dalle acque proprio di fronte alla caletta. La piccola caletta è dominata dall’omonima Torre dell’Isolidda, costruzione cinquecentesca parte dell’antico sistema difensivo costiero contro le incursioni corsare. Una silhouette bianca che aggiunge un fascino ulteriore al paesaggio, così scarno. Un piccolo promontorio centrale separa due calette, entrambe rivolte verso l’isolotto.
La spiaggia è composta da sassi bianchi e piccoli, circondata dagli scogli. I resti di alcune costruzioni di pescatori permangono sulla spiaggia. Vicino si trova anche la cosiddetta Cala del Bue Marino, piccola spiaggia sassosa orientata verso il Monte Cofano, che abbellisce il panorama. Un sentiero accompagna chi ama camminare da Cala Isolidda al Bue Marino, proseguendo poi fino a Baia Santa Margherita. La zona è anche molto amata dai ciclisti, che possono pedalare senza pericoli su e giù lungo questa scenografica linea di costa.
Lorenzo CalamaiSegnavia CAI nei pressi di Cala Isolidda
In una Sicilia sempre più attrezzata, antropizzata e pervasa di comodità superflue, una zona selvaggia e tutto sommato intatta come quella di Baia Santa Margherita e di Cala Isolidda rappresenta un’isola felice per godere il mare in tutta la propria bellezza naturale. Una bellezza, peraltro, che si tinge di colori unici e panorami rari, come solo quest’angolo della Trinacria riesce a offrire.
Acque turchesi, fondali bassi e una sabbia chiarissima: La Pelosa, nel nord-ovest della Sardegna, entra nella prestigiosa classifica delle 50 spiagge più belle del mondo del 2026. A premiarla è il sito internazionale di viaggi Big 7 Travel, che ha inserito l’iconica spiaggia italiana tra le destinazioni balneari da non perdere.
Chi l’ha detto che in spiaggia si cerca solo divertimento? Un sondaggio condotto da Spiagge.it dice esattamente il contrario, almeno in Italia. L’estate 2026 è quella della vacanza relax, in cui godersi il rumore delle onde senza dover ascoltare la playlist del vicino di ombrellone o finire involontariamente nella story di qualcuno. Insomma, il vero trend sembra essere la tranquillità.
Il 73% degli italiani cerca il silenzio in spiaggia
La ricerca fotografa un desiderio sempre più diffuso di benessere personale e rispetto reciproco degli spazi condivisi. Infatti, se la spiaggia resta un luogo da vivere soprattutto con la famiglia (46%) o con il proprio partner (37%), una volta raggiunta la propria postazione l’esigenza principale diventa rallentare: il 73% degli intervistati attribuisce grande importanza al silenzio e alla quiete, mentre la voglia di socializzare raccoglie meno consensi.
Cosa significa vacanza comoda per gli italiani
Anche nella scelta dei servizi in spiaggia, gli italiani sembrano privilegiare una giornata al mare comoda e senza stress. Tra i desiderata di una vacanza al mare perfetta al primo posto c’è la presenza di bar e ristoranti (66%), seguita dalla facilità di parcheggio (32%). A fare la differenza è anche la possibilità di organizzarsi in anticipo, individuando la struttura più adatta alle proprie necessità e prenotando il posto in spiaggia prima dell’arrivo. Wi-Fi, animazione e servizi wellness, invece, raccolgono un interesse più marginale.
La “fascia quiete”
Un segnale chiaro che emerge dai dati del sondaggio è che, per molti, la disconnessione non coincide con l’assenza di comfort, bensì con la possibilità di lasciare fuori dalla spiaggia gli stimoli continui della quotidianità. Non a caso, il 73% degli intervistati si dichiara favorevole all’introduzione di una vera e propria “fascia quiete”, preferibilmente nelle ore centrali della giornata, una pausa dal rumore, dalle chiamate e dalla frenesia, per concedersi un riposo autentico.
Cosa dà più fastidio in spiaggia: la classifica
Secondo il sondaggio, ci sono alcuni atteggiamenti che infastidiscono maggiormente gli italiani in spiaggia. Al primo posto, ci sono le telefonate in vivavoce, indicate dal 71% degli intervistati come il comportamento più fastidioso in spiaggia. Seguono il fumo – che per fortuna su molte spiagge italiane è già vietato – proveniente dagli ombrelloni vicini (54%), l’occupazione eccessiva dello spazio comune (51%) e la classica sabbia scrollata troppo vicino agli altri bagnanti (46%).
La difficile convivenza in spiaggia
Dietro questi piccoli, ma spesso esasperanti “crimini da ombrellone” si nasconde una questione molto concreta: il bisogno di spazio personale. Per il 71% degli intervistati, infatti, il disagio maggiore è rappresentato proprio dagli ombrelloni troppo vicini, soprattutto nei periodi di maggiore affluenza come Ferragosto.
Tipi (odiati) da spiaggia
Il sondaggio di Spiagge.it ha individuato anche i vicini di ombrellone più fastidiosi in assoluto, stilando anche in questo caso una classifica. Quando si tratta di identificare il vicino di ombrellone meno desiderato, infatti, prende forma una vera e propria galleria di personaggi estivi, una sorta di “comédie humaine” nello stile di Honoré de Balzac.
Il più temuto è al primo posto il “colonizzatore” dello spazio comune (39%), quello che stende teli mare sopra i vostri, sparge giochi dappertutto, borse e sedie ben oltre i confini della propria postazione. Segue al secondo posto il “DJ da spiaggia” (32%), armato di casse Bluetooth e playlist musicali tremende sparate ad alto volume. Al terzo posto, in ordine di fastidio, si piazza e il “telecronista” (20%), quello che è pronto a commentare a voce alta ogni partita, tuffo o conversazione nei dintorni.
Addio privacy
A rendere più delicata la convivenza in spiaggia tra villeggianti non è solo la vicinanza fisica, ma anche la privacy è diventata un tema sempre più importante. Oltre la metà degli intervistati (51%) dichiara di essere infastidita dall’idea di comparire involontariamente in foto o video realizzati da altre persone. Per il 29%, invece, tutto dipende dal contesto e dalla riconoscibilità dei soggetti coinvolti, pertanto, finire sui social di qualcuno non è un problema più di tanto se non si è ben visibili.
Stories (32%), videochiamate (32%) e droni (32%) sono percepiti come le situazioni più invasive: un dato che racconta il desiderio, sempre più forte, di proteggere i propri momenti di spensieratezza dall’esposizione continua. Perché almeno d’estate gli italiani vogliono sentirsi davvero in vacanza.
Settembre porta con sé la sensazione di trovarsi tra due stagioni: le giornate iniziano ad accorciarsi, le città tornano ai ritmi quotidiani e l’estate sembra pronta a lasciare spazio all’autunno. Eppure, basta scegliere la meta giusta per ritrovare sole pieno, temperature piacevoli e un mare fantastico per le vacanze.
Anzi, per molte località settembre è uno dei periodi migliori dell’anno: la folla di agosto si dirada, le spiagge tornano più tranquille e visitare borghi, siti archeologici e paesaggi naturali diventa molto più piacevole.
Una selezione di mete da considerare per inseguire l’estate.
Dove andare a settembre al caldo in Italia
Per trovare temperature ancora estive senza allontanarsi troppo, lo sguardo va soprattutto verso il Sud e le isole: Sicilia, Calabria e Sardegna vantano giornate ideali per il mare, con il vantaggio che, una volta terminato agosto, anche le località più amate ritrovano ritmi più tranquilli.
Marzamemi, la Sicilia dei pescatori affacciata sul mare
All’estremo sud-orientale della Sicilia, Marzamemi è un antico borgo di pescatori affacciato sulla costa tra Siracusa e Ragusa, nel territorio di Noto. Le basse case, la piazza raccolta e l’antica tonnara raccontano ancora oggi il profondo rapporto con il mare.
A settembre le acque rimangono molto calde, spesso intorno ai 25-26 °C, e le giornate luminose invitano a continuare a vivere all’aperto quando in altre zone d’Italia l’estate comincia già ad allontanarsi.
Il borgo è perfetto per alternare mare, passeggiate e sapori locali senza scegliere le mete siciliane più scontate. Nei dintorni, inoltre, il paesaggio della Sicilia sud-orientale si presta a escursioni in bicicletta e passeggiate costiere, mentre la vicina Riserva Naturale di Vendicari aggiunge un’altra preziosa occasione per immergersi nella natura.
Isola di Capo Rizzuto, la Calabria ionica più selvaggia
iStockVeduta aerea del castello aragonese di Le Castella
Sulla costa ionica calabrese, tra Crotone e Soverato, Isola di Capo Rizzuto è una valida alternativa alle località più frequentate del versante tirrenico.
A settembre le massime possono ancora aggirarsi sui 27-28 °C e il mare conserva temperature piacevoli, ideali per continuare la stagione balneare.
A conquistare è soprattutto la costa, ricca di acque limpide, calette, scogliere e fondali da esplorare. Gran parte del territorio marino è tutelato dall’Area Marina Protetta di Capo Rizzuto, scenario ideale per snorkeling, escursioni in barca e giornate trascorse tra spiagge meno affollate.
Da non perdere anche Le Castella, con la fortezza che sembra emergere dal mare e regala uno dei panorami più riconoscibili di questo magico tratto della Calabria.
Costa Rei, la Sardegna che continua l’estate
Nel sud-est della Sardegna, nel territorio di Muravera, Costa Rei è una lunga distesa di sabbia chiara accarezzata da un mare dalle sfumature turchesi nell’abbraccio della macchia mediterranea.
Settembre coincide con uno dei periodi in cui il mare raggiunge le temperature più piacevoli dell’anno, mentre molti servizi rimangono ancora aperti e i prezzi possono essere più contenuti rispetto ad agosto.
Il modo migliore per scoprirla è allontanarsi dalla spiaggia principale e raggiungere le calette e i tratti di costa nei dintorni, soprattutto durante i giorni feriali. A nord e a sud del centro di Costa Rei si incontrano angoli più raccolti dove ritrovare la Sardegna più silenziosa, caratterizzata da sabbia, profumo di macchia e lunghe giornate ancora pienamente estive.
Dove trovare ancora l’estate in Europa a settembre
Anche oltre i confini italiani il Mediterraneo continua a regalare temperature perfette per una vacanza al sole. Settembre è il momento ideale per evitare le località più inflazionate e scoprire coste in cui il mare si accompagna a sentieri, piccoli centri e testimonianze archeologiche.
Ierapetra, la Creta meno conosciuta sul Mar Libico
iStockVeduta aerea della fortezza veneziana di Kales all’ingresso del porto
Sulla costa sud-orientale di Creta, Ierapetra si specchia nel Mar Libico ed è una base interessante per scoprire una parte dell’isola molto diversa dalle frequentate Heraklion e Chania.
La stagione estiva qui si prolunga fino all’autunno e a settembre il clima rimane caldo, con un mare tra i più piacevoli del Mediterraneo; anche il vento tende a essere meno protagonista rispetto alle Cicladi.
Nei dintorni si incontrano spiagge e calette tranquille, piccoli insediamenti e paesaggi ancora segnati dall’agricoltura: è una Creta dal carattere più rurale, ideale alternare bagni e passeggiate.
Kaş, il Mediterraneo turchese della Costa Licia
Case colorate, calette incastonate tra le rocce e testimonianze antiche fanno di Kaş, sulla Costa Licia, una delle località più interessanti della Turchia mediterranea: a settembre le temperature diurne si aggirano intorno ai 29°C, mentre il mare rimane caldo, sui 26°C. Le giornate sono quindi perfette per nuotare, fare immersioni oppure salire a bordo di una barca e raggiungere baie accessibili soltanto dal mare.
Rispetto a Bodrum o Marmaris, Kaş conserva un’atmosfera più intima. Nei dintorni si possono inoltre scoprire luoghi straordinari come Simena e Kekova, dove le rovine dell’antico insediamento proseguono sotto la superficie dell’acqua, oppure percorrere alcuni tratti della Via Licia.
Sagres, l’Algarve selvaggio tra oceano e scogliere
All’estremità sud-occidentale dell’Algarve, Sagres offre un volto del Portogallo ben diverso dai grandi resort di Albufeira e Vilamoura.
A settembre le temperature si mantengono generalmente tra i 24 e i 27 °C, con giornate luminose e condizioni ideali soprattutto per alternare mare e attività all’aria aperta.
Il paesaggio è dominato dalle alte falesie, dalle spiagge battute dall’Atlantico e dai promontori che si spingono nell’oceano; è una destinazione amatissima dai surfisti, ma anche dagli escursionisti: nei dintorni passa la Rota Vicentina, rete di sentieri che percorre alcuni dei tratti più spettacolari della costa portoghese.
Dove andare al caldo a settembre nel resto del mondo
Per un viaggio più lungo, a settembre il caldo può avere il colore bianco del sale del Mar Morto, quello rosso delle dune africane oppure le sfumature tropicali dei fondali balinesi.
Sweimeh, sulle rive del Mar Morto in Giordania
Sulla sponda giordana del Mar Morto, a Sweimeh a settembre le giornate rimangono calde, con massime che possono raggiungere e superare i 30 °C, ma le temperature iniziano piano piano ad allontanarsi dai picchi più intensi dell’estate.
L’altissima salinità delle acque permette di galleggiare quasi senza sforzo in uno dei paesaggi più particolari del pianeta. Da qui si può, inoltre, costruire un itinerario più ampio per scoprire la Giordania, abbinando il Mar Morto a Petra e al deserto del Wadi Rum.
Sossusvlei, tra le dune rosse della Namibia
iStockSpettacolare duna di sabbia a Sossusvlei, deserto del Namib
Settembre è un ottimo momento per raggiungere Sossusvlei, nel cuore del deserto del Namib.
Siamo nella piena stagione secca, con giornate soleggiate e temperature che possono oscillare tra i 20 e i 28 °C, mentre le notti e le prime ore del mattino restano più fresche.
Lo spettacolo è affidato alle gigantesche dune rosse, alle distese di sale e argilla e a un paesaggio quasi surreale. L’alba è uno dei momenti più emozionanti, quando la luce accende i profili delle dune e crea incredibili contrasti tra ombra e colore.
Amed, la Bali più tranquilla tra snorkeling e villaggi
Sulla costa nord-orientale di Bali, Amed è un’alternativa più tranquilla alle affollate Kuta e Seminyak: settembre rientra ancora nella stagione secca e le temperature rimangono tropicali, di solito comprese tra 22 e 30 °C. Il mare è spesso calmo e offre ottime condizioni per immersioni e snorkeling.
Il fascino di Amed si scopre soprattutto sott’acqua: nei dintorni di Jemeluk Bay e Lipah Beach spiccano barriere coralline, fondali ricchi di vita e relitti diventati habitat per numerose specie marine.
Fuori dall’acqua, invece, il paesaggio conserva villaggi di pescatori e ritmi più lenti, con il profilo del Monte Agung sullo sfondo.
Sulla spiaggia di Freshwater West, nel Pembrokeshire, in Galles, c’è un luogo che per chi non conosce l’universo di Harry Potter potrebbe sembrare soltanto un piccolo memoriale tra la sabbia e le pietre. Per milioni di appassionati, invece, rappresenta la “tomba” di Dobby, l’elfo domestico che nella saga diventa un personaggio legato a Harry e alla sua idea di libertà.
È proprio su questo tratto di costa che la troupe cinematografica ha girato le scene della morte e della sepoltura di Dobby in “Harry Potter e i doni della Morte – Parte 1“. Nel film, Dobby viene ucciso da Bellatrix Lestrange e muore sulla spiaggia tra le braccia di Harry. Nel corso degli anni, gli appassionati hanno trasformato quel punto in un memoriale spontaneo: sono comparsi ciottoli con dediche, pietre dipinte e soprattutto calzini, diventati il simbolo della libertà conquistata da Dobby. L’elfo, infatti, è ricordato nella storia come “un elfo libero”, definizione che sintetizza uno degli aspetti più importanti del suo personaggio.
Proprio questo luogo simbolico è diventato protagonista di un gesto incredibile fatto dai fan della saga per salvarlo.
La “tomba” di Dobby a rischio
La vicenda è legata al progetto Greenlink, un interconnettore elettrico dal valore di 430 milioni di sterline destinato a collegare le reti elettriche dell’Irlanda e del Regno Unito. Il collegamento si estende per circa 190 chilometri, tra la contea di Wexford, in Irlanda, e il Pembrokeshire, in Galles, e comprende anche un tratto di cavo sottomarino.
A occuparsi del progetto era Simon Ludlam, fondatore di Etchea Energy e responsabile dell’interconnettore: in un’intervista alla BBC, Ludlam aveva illustrato il punto di approdo e spiegato che il cavo sarebbe stato interrato proprio nell’area di Freshwater West. Il problema, però, era che il tracciato previsto passava nelle vicinanze del memoriale dedicato a Dobby.
Secondo quanto lo stesso Ludlam avrebbe poi raccontato, inizialmente non aveva la minima idea dell’importanza che quel punto della spiaggia aveva assunto per gli appassionati di Harry Potter: la questione cambiò dopo la trasmissione dell’intervista. L’azienda iniziò, infatti, a ricevere centinaia di telefonate da parte di persone preoccupate che i lavori potessero compromettere la sepoltura commemorativa dell’elfo.
Tra coloro che telefonarono, come ha ricordato Ludlam raccontando in seguito la vicenda al podcast Energy Revolution, c’erano anche bambini molto coinvolti dalla possibilità che la “tomba” di Dobby venisse toccata dai lavori.
Il tracciato del cavo viene modificato
La protesta avrebbe potuto venire liquidata come una mobilitazione legata a un personaggio di fantasia: il progetto, del resto, aveva una portata infrastrutturale ed economica molto più ampia rispetto a un memoriale nato spontaneamente sulla spiaggia. Eppure, la società decise di prendere sul serio le preoccupazioni degli appassionati.
Dopo una prima fase nella quale l’ipotesi era quella di non modificare il progetto, Etchea Energy affidò ai progettisti il compito di rivedere il percorso del cavo: il tracciato dell’interconnettore venne quindi modificato per evitare di interferire con il luogo dedicato a Dobby.
La decisione ebbe una conseguenza curiosa anche dal punto di vista archeologico: lungo il nuovo percorso, infatti, gli archeologi hanno individuato resti risalenti all’Età del Bronzo, tra cui un’urna e il bordo di una vasca in ceramica.
Ludlam ha sintetizzato con una battuta il risultato della vicenda, dicendo che molte persone erano contente della modifica e che, a quel punto, anche Dobby era felice. Dietro l’ironia, però, c’è una storia che mostra quanto possa essere forte il legame tra un’opera di fantasia e il pubblico che l’ha adottata come parte del proprio immaginario.
Il precedente del 2022: il National Trust aveva valutato la rimozione
Il memoriale di Dobby aveva già dovuto affrontare un’altra questione delicata quando, nel 2022, il National Trust aveva minacciato di rimuoverlo a causa delle conseguenze della crescente affluenza dei visitatori e delle proteste delle associazioni ambientaliste.
I fan lasciavano sulla spiaggia calzini, pietre e altri oggetti con messaggi dedicati a Dobby (il calzino, in particolare, ha un significato preciso nella storia dell’elfo, perché rappresenta per lui il passaggio verso la libertà). La quantità di oggetti lasciati sul posto aveva però sollevato preoccupazioni legate al decoro e alla tutela dell’ambiente. Alla fine era comunque stato raggiunto un accordo per consentire la permanenza del memoriale, a condizione che il luogo venisse mantenuto in condizioni decorose.
Cristiano Ronaldo e Georgina Rodríguez si sono sposati. Il matrimonio, tanto atteso e altrettanto avvolto nel mistero, si è celebrato martedì 11 agosto in una località di mare meravigliosa: una cittadina costiera portoghese dove la coppia ha da poco messo radici. Una cerimonia civile intima, senza invitati esterni, alla presenza dei loro cinque figli.
La data non è casuale: le nozze arrivano a un anno esatto dalla proposta di matrimonio, annunciata da Georgina sui social nell’agosto 2025. E come spesso accade con i due, la discrezione ha retto fino alla fine. Nei giorni precedenti si erano rincorse voci su una possibile cerimonia nella Sé di Funchal, a Madeira, città natale del calciatore, ma anche quella pista si è rivelata un depistaggio (involontario) che ha solo alimentato la curiosità generale.
Dove si sono sposati Ronaldo e Georgina
A raccontare il momento più importante della loro storia sono stati gli stessi sposi, con un gesto semplice: una fotografia delle loro mani unite, fedi al dito, pubblicata sui social con una didascalia essenziale, una “C” e una “G” separate da un cuore. Pochi dettagli sono trapelati sull’abito di Georgina, descritto come bianco e con maniche lunghe, mentre il resto della cerimonia resta, per scelta della coppia, un momento privato.
Ma dove si sono sposati? Secondo le indiscrezioni, la coppia è convolata a nozze nella cittadina di Cascais, in Portogallo. Una vera chicca sull’Atlantico a due passi da Lisbona (dista solo 30 km dalla città), dove eleganti ville, vicoli pieni di fascino e spiagge dorate si incontrano in un’atmosfera rilassata e cosmopolita. Un tempo raffinato rifugio della nobiltà portoghese, oggi è una delle località più amate per mare, surf e tramonti infuocati sull’oceano.
La nuova casa a Cascais, tra le più costose del Portogallo
Non è un caso che i due abbiano scelto proprio Cascais per il grande giorno. Da qualche mese la coppia è proprietaria di una villa che, secondo la stampa portoghese e spagnola, sarebbe la residenza privata più costosa del Paese: circa 25 milioni di euro per una proprietà di oltre 5.000 metri quadrati, costruita su un terreno di 12.000 metri quadrati nel complesso esclusivo di Quinta da Marinha.
La casa, distribuita su due piani, unisce ampie vetrate, terrazze affacciate sull’Atlantico e finiture di pregio, compresi dettagli in oro massiccio. Tra i comfort ci sono due piscine, palestra, spa, cinema privato e un grande garage. Un progetto pensato più come rifugio familiare che come semplice residenza di lusso, in una delle enclave più ambite della costa portoghese.
Cascais, del resto, si presta bene a questo tipo di scelte: un ex villaggio di pescatori diventato negli anni un polo di architettura contemporanea e vita all’aperto, apprezzato per la vicinanza a Lisbona, la natura protetta e la lunga tradizione di residenze riservate. Un contesto che garantisce privacy senza rinunciare ai comfort di una località internazionale e che evidentemente ha convinto Ronaldo e Georgina a farne la base della loro vita in Portogallo.
Georgina in vacanza a Capri dopo il matrimonio?
Chiusa la parentesi delle nozze, i riflettori si spostano ora sulla luna di miele, o quantomeno sulle prime uscite pubbliche della coppia da sposati. Secondo alcuni rumors circolati nelle ultime ore, Georgina potrebbe presto sbarcare in Italia, con Capri indicata come possibile meta. Nessuna conferma ufficiale, per ora: solo indiscrezioni che, conoscendo la abituale riservatezza della coppia, andranno prese con le pinze fino a un eventuale avvistamento.
Se la pista dovesse confermarsi, non sarebbe la prima volta che l’isola campana conquista un volto internazionale. Tra calette, boutique e la solita atmosfera glamour, Capri resta una delle mete estive più fotografate d’Italia.