Tra mare, profumi mediterranei e panorami spettacolari, l’Isola d’Elba torna a far parlare di sé già prima della bella stagione e invita i camminatori a riscoprire i suoi tesori naturali con le escursioni guidate lungo la Via dell’Essenza. Non solo mare insomma: il percorso, lungo circa 67 km e sviluppato attorno al massiccio del Monte Capanne, unisce natura, cultura e paesaggio, trasformando il trekking in un’esperienza sensoriale completa.
Il progetto, promosso dal Parco Nazionale Arcipelago Toscano insieme alla Fondazione Acqua dell’Elba, punta a valorizzare il territorio isolano in modo sostenibile e responsabile, offrendo agli appassionati camminatori percorsi gratuiti su prenotazione durante i mesi meno turistici.
La Via dell’Essenza, tra natura e cultura
Il progetto della Via dell’Essenza permette di scoprire l’Elba attraverso la macchia mediterranea e le sue essenze spontanee: erica, ginepro, lentisco, cisto, leccio, rosmarino, lavanda e mirto diventano le guide di ogni tappa e inebriano i partecipanti al trekking. I camminatori, infatti, non solo ammirano il paesaggio, ma lo respirano: l’azzurro del mare, il verde intenso dei boschi, il grigio delle rocce granitiche e l’ocra dei sentieri antichi, insieme ai profumi balsamici e resinosi, creano un’esperienza immersiva unica.
iStockPanorama sui sentieri dell’Isola d’Elba
Il percorso è accessibile a diversi livelli di difficoltà, con itinerari più impegnativi per escursionisti esperti e anelli panoramici più leggeri per chi invece cerca e predilige un’esperienza più soft nel cuore dell’isola della Toscana. In alcune date, grazie alla collaborazione con Autolinee Toscane, è disponibile persino un servizio navetta gratuito per il rientro ai punti di partenza, fattore che contribuisce a promuovere una mobilità sostenibile e responsabile.
Eventi principali de La Via dell’Essenza
Come già accennato, il percorso di trekking, che abbraccia il massiccio del Monte Capanne, propone escursioni guidate capaci di unire paesaggio, storia e profumi della macchia mediterranea.
Ph. MarcheseLa via dei cisti, tratto Fetovaia-Seccheto
Si comincia il 21 febbraio con la Via dell’Erica, da Sant’Andrea a Colle d’Orano: quattro ore e mezza di cammino tra muretti a secco, corbezzoli e lecci, con scorci sul mare che si aprono verso Corsica e Capraia, fino al faro di Punta Polveraia e alla piccola spiaggetta di Patresi e Cala delle Buche. Al termine, un comodo bus AT dedicato riporta i partecipanti al punto di partenza.
Si prosegue il 28 marzo con la Via dei Ginepri, da Seccheto a Marina di Campo: sei ore di escursione impegnativa che conducono attraverso sentieri costieri, antichi terrazzamenti coltivati e boschi rigogliosi, regalando scorci panoramici sul mare e momenti di totale immersione nella natura.
L’11 aprile, l’attenzione si sposta invece sulla Via dei Cisti, un anello trekking tra Fetovaia e Seccheto, dove ginestre e mirti accompagnano il cammino fino alla zona della Sughera, regalando viste spettacolari sul golfo e sul paesaggio circostante.
Dopo la pausa estiva, a settembre si risale lungo la Via dei Lecci, partendo da Lacona fino alla Serra del Pero e ritorno: quattro ore di esplorazione immersi nelle leccete e nella cultura mediterranea, con approfondimenti sulla storia naturale dell’isola e sulle tradizioni locali.
Il 3 ottobre, invece, è la volta della Via dei Lentischi, da Marciana Marina a Sant’Andrea: cinque ore tra mulattiere, villaggi costieri e panorami mozzafiato, tra macchia mediterranea e boschi. Infine, il 17 ottobre, l’itinerario si chiude con l’anello sulla Via dei Rosmarini, da La Foce a Fonza e ritorno: un percorso più semplice, di circa tre ore, pianeggiante e immerso nei profumi dei rosmarini, che regala vedute incantevoli sul golfo di Marina di Campo.
Ogni escursione è gratuita, ma richiede prenotazione e solo alcune tappe includono il rientro con bus dedicato. Per maggiori info è consigliabile consultare il sito ufficiale.
Bisogna mettere in conto un po’ di fatica, tempo e una certa disponibilità ad accettare regole diverse dalle proprie. Se lo si fa, però, non si rimane affatto delusi. Nel settore occidentale dell’isola indonesiana di Flores, prende vita un villaggio particolarissimo incastonato tra rilievi coperti da foresta tropicale. Si chiama Wae Rebo, sorge a circa 1.100 metri sul livello del mare e accoglie con 7 strutture coniche in paglia di palma che formano un cerchio perfetto su un pianoro.
Dal mare e dalle spiagge tropicali, dunque, si passa a dover affrontare un sentiero in cui l’umidità avvolge la pelle fin dai primi metri, e dove si percepisce il cambiamento dell’aria che diventa via via più fresca e pungente. Ma sì, vale assolutamente la pena perché questo insediamento rappresenta una rarità assoluta, un santuario architettonico che ha rischiato la scomparsa e che ora brilla per la propria resilienza.
Non vi sorprenderà sapere che nel 2012 Wae Rebo ha ricevuto il riconoscimento dell’UNESCO nell’ambito degli Asia-Pacific Heritage Awards per la conservazione del patrimonio culturale. Il premio è arrivato dopo un progetto di ricostruzione condotto dalla comunità insieme ad architetti indonesiani, finanziato in parte da fondi governativi e sponsor privati. Chi arriva fin quassù non trova un museo all’aperto, bensì un borghetto abitato da famiglie che coltivano caffè, manioca, mais, vaniglia e cannella.
Breve storia di Wae Rebo
Non esistono informazioni precise e dettagliate sulla nascita di Wae Rebo, ma secondo la tradizione orale la sua genesi si deve alla figura leggendaria di Maro, un antenato proveniente dall’area di Minangkabau, a Sumatra occidentale, circa 18 generazioni fa. Stando ai racconti tramandati dagli anziani, Maro era a caccia di un luogo sicuro, lontano dalle dispute tribali e protetto dalle montagne.
Trovò questa conca naturale circondata da vette che sembrano braccia tese verso il cielo, e decise di fondare proprio qui la sua stirpe. La storia di Wae Rebo si legge attraverso la conservazione maniacale delle proprie origini. Gli abitanti si considerano i custodi di un’eredità ancestrale che fonde il culto degli spiriti naturali con una rigida organizzazione sociale.
Nel corso dei decenni, il contatto col mondo esterno rimase minimo, permettendo alle tradizioni di cristallizzarsi senza subire le erosioni della modernità globale. La ricostruzione delle abitazioni, avvenuta tra la fine degli anni ’90 e il 2011, ha permesso di salvare un patrimonio che stava marcendo sotto il peso delle piogge monsoniche, restituendo splendore a un passato che rifiuta di sbiadire.
Cosa vedere e fare a Wae Rebo
Già prima dell’arrivo sembra di star per cambiare galassia: si partecipa a una breve cerimonia di benvenuto chiamata Waelu’, in cui un anziano del villaggio pronuncia parole rituali per chiedere agli spiriti il permesso di ospitare il visitatore. Ci si siede su stuoie di pandanus, si offre una piccola somma destinata alla comunità e si riceve tè o caffè coltivato sulle pendici circostanti.
Una volta giunti sulla radura erbosa, davanti ai propri occhi si spalanca un paesaggio puntellato di 7 imponenti strutture coniche chiamate Mbaru Niang. Oggi queste abitazioni si sviluppano su 5 livelli interni. Il primo piano, chiamato lutur, ospita la vita quotidiana delle famiglie allargate. Il secondo, lobo, funge da deposito per viveri e utensili. Il terzo, lentar, è riservato ai semi per il raccolto successivo. Il quarto, lempa rae, conserva scorte alimentari per periodi di siccità. Il quinto livello, hekang kode, ha valore sacro e custodisce offerte per gli antenati. Tutto è sostenuto da un pilastro centrale che sale fino al vertice del tetto, elemento strutturale e simbolico allo stesso tempo.
iStockL’incredibile Wae Rebo a Flores
Il visitatore ha l’opportunità persino di dormirci, consapevole del fatto che occorre condividere uno spazio unico con altri viaggiatori. Il pavimento è in legno, i materassi sono sottili e le coperte sono spesse per contrastare il freddo notturno: in stagione secca, la temperatura può scendere sotto i 10 gradi. Al centro arde un focolare annerito dal tempo, sopra il quale pendono pentole e cesti.
Al mattino si può seguire uno dei sentieri che salgono sulle colline vicine. Da un piccolo cimitero posto su un’altura si osserva l’intero villaggio dall’alto, con i tetti conici disposti a raggiera. Nei mesi di maggio e giugno, ovvero il periodo del raccolto del caffè, alcune famiglie invitano a partecipare alla selezione e tostatura dei chicchi. Le donne tessono songket con motivi geometrici che richiamano fiori, foglie e animali; acquistare un tessuto significa sostenere direttamente il lavoro artigianale.
I pasti sono semplici e condivisi: riso, uova, verdure dell’orto, frittelle di patate chiamate perkedel e banane. Le scorte alimentari vengono trasportate a spalla lungo il sentiero, dettaglio che spiega il costo del pernottamento. L’acqua per lavarsi è fredda e raccolta in secchi, ma di notte vale la pena uscire per osservare il cielo limpido.
La permanenza ideale copre due giorni e una notte. Una visita in giornata è possibile, ma l’esperienza risulta decisamente compressa e frettolosa.
Come vi abbiamo accennato, non è proprio semplicissimo arrivare a Wae Rebo ma forse è uno degli aspetti che rende questa esperienza ancor più intima e profonda. Il punto di accesso principale a Flores occidentale è l’aeroporto di Labuan Bajo, collegato quotidianamente con Bali, Giacarta e altre città del Sud-est asiatico. Dal centro abitato si percorrono circa 4 o 5 ore di strada verso sud fino al villaggio di Denge o Dintor, a seconda dell’itinerario scelto.
L’ultimo segmento fino al parcheggio del sentiero richiede una moto locale, poiché il tracciato è ripido e inadatto alle automobili. Dal parcheggio parte il trekking di circa 10 chilometri andata e ritorno, con un dislivello complessivo di 750 metri. La prima parte sale costantemente su fondo acciottolato, la seconda alterna tratti pianeggianti a brevi strappi. In condizioni asciutte il percorso è accessibile a chi possiede un minimo di allenamento; dopo piogge intense il fango rende la salita più impegnativa.
Non è obbligatorio ingaggiare una guida perché il sentiero è evidente, tuttavia molti scelgono un accompagnatore per sostenere l’economia locale e ricevere spiegazioni dettagliate. Occorre portare contanti, acqua a sufficienza, una giacca pesante per la sera e una torcia. Bancomat e copertura telefonica si trovano soltanto nei centri maggiori.
La discesa segue lo stesso tracciato, lasciando addosso il profumo del fumo di legna e il suono dei tamburi sacri che ancora risuonano nella memoria.
Dalla frenesia urbana al silenzio delle vette in meno di venti minuti, senza mai toccare il volante di un’auto. A Innsbruck, il confine tra metropoli e natura assume le forme di un’ascesa verticale. Mentre la funicolare scivola verso le creste della Nordkette, la prospettiva si ribalta: il rigore asburgico della valle si arrende alla verticalità delle Alpi, offrendo uno sguardo che spazia dai vicoli medievali ai ghiacciai perenni.
A Innsbruck la montagna non è un passatempo, ma un vero e proprio ritmo biologico. Ascoltando i racconti di chi vive o studia in città, è chiara la loro routine: chiusi i libri o spento il computer, sostituiscono l’aperitivo con il brivido di una discesa, incarnando un lifestyle dove il design d’avanguardia, come il profilo sinuoso del trampolino del Bergisel di Zaha Hadid, dialoga con un’eredità olimpica mai sopita.
E, grazie alla sua vicinanza, anche noi viaggiatori italiani possiamo godere di questo paradiso alpino dove non mancano esperienze culturali suggestive, tra castelli con wunderkammer preziose e importanti mausolei imperiali.
L’eredità olimpica di Innsbruck
Ospitare i Giochi Olimpici Invernali per ben due volte, nel 1964 e nel 1976, non ha solo lasciato infrastrutture, ma ha impresso un DNA sportivo indelebile nel profilo della regione. Basti pensare alla sua rinomata facoltà di Scienze dello Sport, l’università locale che trasforma le montagne in un laboratorio a cielo aperto, dove la ricerca scientifica incontra l’eccellenza atletica. È questo connubio tra teoria e azione che alimenta il fermento della zona, rendendo il confine tra l’aula universitaria e la pista da sci incredibilmente sottile.
E mentre gli sciatori ripercorrono le discese storiche del Patscherkofel, poco lontano, a Igls, il sibilo del ghiaccio racconta una storia di velocità pura: quella dell’Olympia-Bobbahn. Non una pista olimpica da bob abbandonata, ma un’esperienza aperta ai viaggiatori più adrenalinici. La pista è un “serpente” di ghiaccio che si snoda per quasi un miglio attraverso 14 curve da brivido. Anche i meno esperti possono sfidare la gravità a bordo di un bob guidato da professionisti, raggiungendo velocità che superano i 100 km/h (60 mph)!
Ma l’eredità più famosa è senza dubbio quella che svetta a sud del centro: il Bergisel. Il trampolino per il salto con gli sci non è solo un impianto sportivo, ma un’opera architettonica progettata da Zaha Hadid, con le sue linee fluide che fondono una torre di controllo e un caffè panoramico. Salire sulla sua cima significa abbracciare con lo sguardo l’intero arco alpino, comprendendo in un solo istante perché Innsbruck sia diventata la culla degli sport invernali.
iStockIl Bergisel Ski Jump progettato da Zaha Hadid
Sciare a Innsbruck: l’emozione del freeride e le piste panoramiche
Se l’eredità olimpica ne definisce il prestigio, è l’accessibilità verticale a rendere questa destinazione un unicum in tutta l’Austria. Il simbolo più rappresentativo di questa qualità è la Nordkette: in pochi minuti, salendo sulle funivie le cui stazioni futuristiche sono state progettate da Zaha Hadid per riprodurre l’effetto del ghiaccio, ci si ritrova sospesi sopra i tetti del centro storico, pronti ad affrontare quella che è considerata una delle discese più ripide d’Europa.
@SiViaggia-Elena UsaiLa stazione della funivia progettata da Zaha Hadid
Dalla stazione dell’Hafelekar, a 2.256 metri, la vista è semplicemente mozzafiato: lo sguardo spazia dai vicoli medievali sottostanti alle vette frastagliate del Karwendel. Per i freerider più esperti, scendere lungo i suoi canaloni con una pendenza del 70% significa vivere un’esperienza quasi surreale: chi è di Innsbruck sa che, almeno una volta nella vita, deve farlo.
Ma il regno della neve fresca si estende anche all’Axamer Lizum, il “tetto bianco” della regione. Incastonato in un anfiteatro naturale dominato dalle torri calcaree delle Kalkkögel, questo comprensorio è un paradiso per chi cerca la libertà assoluta fuori dalle piste battute.
Se sciare sui pendii della Nordkette o tra i canaloni dell’Axamer Lizum può trasmettere la stessa scarica di energia di una Red Bull ghiacciata (d’altronde, siamo nella patria del celebre energy drink!) la regione offre anche un’anima decisamente più dolce, simile al piacere di sorseggiare una cioccolata calda davanti al camino. L’offerta sciistica si spinge infatti oltre l’estremo, abbracciando altitudini record e spazi pensati per il puro piacere della discesa in totale relax. A circa 2.000 metri di quota svetta Kühtai, la località sciistica di Coppa del Mondo più alta dell’Austria. Grazie alla sua posizione privilegiata, qui la neve è una certezza assoluta da dicembre fino a metà aprile.
Per chi invece cerca un ritmo più rilassato, il Patscherkofel si conferma la “montagna di casa” per eccellenza. Questa storica area ricreativa è il rifugio perfetto per gli sciatori occasionali e per chi ama vivere la montagna con lentezza. Tra boschi innevati e pendii dolci, il monte non attira solo chi scende in pista, ma è un vero paradiso per gli scialpinisti e gli appassionati di escursioni invernali, che qui trovano sentieri battuti immersi in un silenzio rigenerante, a pochi minuti dai caffè del centro.
@SiViaggia-Elena UsaiIl paesaggio dalla montagna Patscherkofel
Infine, il viaggio sulla neve trova il suo apice nel ghiacciaio dello Stubai. Essendo il comprensorio su ghiacciaio più grande dell’Austria, lo Stubai garantisce un’esperienza quasi mistica: qui le piste si spingono fino ai 3.200 metri di altitudine, toccando il cielo in un paesaggio dominato dai ghiacci perenni.
L’anima colta e imperiale della città
Tolti gli scarponi e lasciata l’attrezzatura da sci, si può andare alla scoperta dell’anima culturale della città. Passeggiando tra i vicoli medievali dell’Altstadt si viene immediatamente colpiti da un labirinto di facciate color pastello, portici in pietra e insegne in ferro battuto. Il punto di riferimento, inevitabile, è il Tettuccio d’Oro (Goldenes Dachl): con le sue 2.657 tegole di rame dorato, non è solo un balcone reale eretto dall’imperatore Massimiliano I, ma il simbolo abbagliante di un’epoca in cui la città era il centro del potere europeo.
La vera maestosità, però, si rivela entrando nella Hofkirche, la Chiesa di Corte. Qui, ventotto imponenti statue di bronzo, chiamate “uomini neri”, vegliano sul cenotafio dell’imperatore, creando un’atmosfera solenne. È un contrasto affascinante con la vicina Hofburg, il Palazzo Imperiale, le cui sale rococò raccontano lo splendore di Maria Teresa d’Austria.
La storia si fa ancora più preziosa nel Castello di Ambras. Situata su un’altura che domina la valle, questa fortezza rinascimentale detiene un primato straordinario: è ufficialmente considerata il primo museo al mondo. Fu qui che l’Arciduca Ferdinando II, nel XVI secolo, ideò una struttura destinata specificamente a ospitare le sue collezioni, dando vita a una celebre “Camera delle Meraviglie”.
@SiViaggia-Elena UsaiLa sala spagnola, la più bella dentro il Castello di Ambras
In definitiva, perché vi consigliamo una vacanza invernale a Innsbruck? Quello che abbiamo capito visitandola è che la vera magia di questa destinazione non risiede solo nella verticalità delle sue montagne o nel fasto dei suoi palazzi, ma nella naturalezza con cui questi due mondi si fondono sotto l’ombra protettiva delle Alpi.
Come arrivare a Innsbruck
Il metodo ideale per raggiungere Innsbruck è senza dubbio il treno, un’opzione che permette di ammirare il mutare del paesaggio mentre si risale la dorsale delle Alpi. Da Milano, i collegamenti via Verona e Bolzano offrono un passaggio fluido attraverso il Brennero. Anche da Bologna ci sono diversi collegamenti che permettono di arrivare in città.
Una volta arrivati, la città vi accoglie con una filosofia di ospitalità improntata alla libertà di movimento. Chi decide di soggiornare per almeno due notti riceve la Welcome Card, una chiave d’accesso privilegiata al territorio. Questo pass permette di utilizzare gratuitamente i trasporti pubblici e di visitare le principali attrazioni a prezzi scontati. A partire dalle tre notti, si aggiunge anche l’utilizzo gratuito o ridotto degli impianti di risalita.
Scriveva Jerome Klapka Jerome, l’autore di Tre uomini in barca, che “la primavera della vita e la primavera dell’anno son fatte per essere cullate nel grembo verde della natura”. Niente di più giusto: quando le giornate si allungano, ma l’estate è ancora lontana, l’arrivo della primavera risveglia nella natura un vortice esplosivo di colori, profumi e suoni che la rendono la stagione perfetta per viaggiare, esplorando alcune destinazioni atipiche con il mezzo di trasporto più antico di cui l’essere umano è dotato: i propri piedi.
Le tante isole, grandi o piccole che siano, che punteggiano i tratti di mare al largo delle coste italiane, immerse nel Mediterraneo, sono una destinazione unica da scoprire camminando. Ancora fuori dalla stagione turistica, con un clima ancora non adatto a passare le ore nuotando, la primavera regala a chi sceglie di scoprirle un equilibrio perfetto tra clima mite, una natura spettacolare e peculiare e la possibilità di scoprire sentieri, coste e borghi con un ritmo lento e attento. Dalle Alpi Apuane ai vulcani del Tirreno, dalle distese laviche della Sicilia alle macchie mediterranee della Sardegna, la primavera è l’alleata ideale per chi desidera esplorare le isole italiane con lo zaino in spalla, tra i profumi e i colori di paesaggi di rara bellezza: le rocce granitiche dell’Arcipelago di La Maddalena, i crateri di Ustica, le colate laviche di Pantelleria, le Dolomiti a mare di Marettimo e i crinali dell’Isola d’Elba.
Caprera: mare e granito
La Sardegna e la Corsica sono divise da uno stretto braccio di mare, le Bocche di Bonifacio, che è punteggiato di piccole isole. Vicino alla costa settentrionale dell’isola italiana sorge un arcipelago che prende il nome dalla sua isola principale, La Maddalena, tutelata da un omonimo parco naturale (il Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena).
iStockPanorama scenografico de La Maddalena
Si tratta di un vero e proprio paradiso che durante l’estate richiama un grande flusso turistico grazie alle sue acque cristalline e alla sua natura incontaminata e selvaggia. La primavera, però, è la stagione ideale per chi apprezza una maggiore solitudine e per chi ama camminare a ridosso del mare: la macchia mediterranea che caratterizza il paesaggio sprigiona profumi intensi di elicriso, mirto e rosmarino, mentre il vento ancora leggero mantiene limpidi i cieli e celesti, splendenti le acque.
Tra gli itinerari più suggestivi per il trekking c’è quello che conduce a Cala Coticcio, soprannominata Tahiti per le sue sfumature turchesi. Cala Coticcio non si trova su La Maddalena, ma su Caprera, una sorta di isola gemella della principale, raggiungibile a piedi dall’isola maggiore grazie a un istmo artificiale che le collega. Caprera è un paradiso per gli amanti del trekking e della natura, disseminata di splendidi tracciati escursionistici.
Il sentiero per Cala Coticcio, che richiede passo sicuro, scarpe chiuse e rispetto per l’ambiente, si snoda tra rocce granitiche modellate dal vento e tratti di vegetazione fitta. Prima dell’alta stagione, la cala conserva un’atmosfera raccolta, quasi segreta, piena di meraviglia.
Il percorso è breve, poco meno di quattro chilometri, ma a larghi tratti in cui è molto agevole alterna alcuni passaggi più difficoltosi. Essendo una zona considerata di massima tutela ambientale, si deve essere accompagnati da una guida escursionista per raggiungere la cala. La destinazione è sensazionale: una piscina naturale cristallina abbracciata da grandi massi di granito bianchi e rosati che regala davvero grandi emozioni.
Un’altra escursione meritevole è quella che porta verso Punta Tegge, con affacci spettacolari sull’intero arcipelago e, nelle giornate più limpide, sulla Corsica. Camminare qui in primavera significa alternare alcuni momenti di profondo silenzio al rumore roboante del mare, sostando tra una caletta e l’altra ed esplorando il paesaggio lunare della grande scogliera. Particolarmente consigliato il momento del tramonto.
Ustica e le sue colate laviche
A circa 70 chilometri da Palermo, Ustica è conosciuta soprattutto per i suoi fondali marini, sogno degli appassionati di snorkeling, ma è a piedi che se ne scopre un volto più sorprendente e magico. Di origine vulcanica, l’isola presenta un territorio articolato tra colate laviche, ampi terrazzamenti agricoli e falesie a picco sul mare.
La Riserva Naturale Orientata Isola di Ustica tutela un fitto reticolo di sentieri che permettono di attraversare ambienti diversi in pochi chilometri di cammino. Uno dei percorsi più affascinanti è quello che conduce alla Rocca della Falconiera, spettacolare promontorio che rappresenta un ottimo punto panoramico che domina l’isola. In primavera, la vegetazione è nel pieno della fioritura e i contrasti tra la roccia scura che caratterizza il terreno e il verde della vegetazione che prolifera malgrado il difficile contesto creano uno scenario selvaggio e intenso.
iStockUstica è silenziosa e selvaggia
Inoltre, lungo il percorso si incontrano diverse testimonianze dell’antichità, da alcune tombe ipogee fino a un castello saraceno costruito per dominare la visuale sul mare. Si può raggiungere, infine, un faro con una vista splendida sulla costa orientale dell’isola.
Il sentiero costiero verso Cala Sidoti e Punta Cavazzi, sul lato occidentale di Ustica, regala invece scorci sul mare aperto e la possibilità di osservare il passaggio degli uccelli migratori. In questo periodo dell’anno, le temperature sono ideali per percorsi anche di media difficoltà, e l’isola mantiene un’atmosfera intima che permette un contatto diretto con la natura.
Pantelleria: l’anima selvaggia del Mediterraneo
Più vicina all’Africa che alla Sicilia, Pantelleria è un’isola di contrasti: nera di lava, verde di vigneti, blu di mare. In primavera il paesaggio si accende di colori vivaci e camminare diventa il modo più autentico per farsi catturare dalla sua grande bellezza, dal suo carattere selvaggio, dalla sua identità.
La salita alla Montagna Grande, il punto più alto dell’isola a oltre ottocento metri sul livello del mare, attraversa boschi e macchia mediterranea fino a raggiungere panorami unici che spaziano sul Canale di Sicilia. Lungo il percorso si incontrano dammusi in pietra lavica e terrazzamenti che raccontano la lunga tradizione agricola dell’isola. Ci vogliono circa 4 ore di cammino, considerando andata e ritorno, per completare gli otto chilometri di percorso che caratterizzano questa splendida escursione.
iStockIl tipico scenario di Pantelleria, che alterna verde e nero
Il Lago di Venere, specchio d’acqua termale incastonato in un cratere, è un’altra meta ideale per un’escursione primaverile: il sentiero che lo circonda permette di ammirarne le sfumature cangianti e di immergersi, se si desidera, nelle sue acque tiepide. Senza il caldo intenso dell’estate, Pantelleria rivela tutta la sua anima selvaggia e silenziosa, accendendosi di un verde raro che decora un territorio dove la natura finisce per essere rigogliosa malgrado l’ambiente estremo.
Marettimo: la più selvaggia delle Egadi
La più lontana e montuosa delle Isole Egadi, Marettimo è un concentrato di natura incontaminata. Qui non ci sono grandi strade asfaltate né traffico: ci si muove quasi esclusivamente a piedi lungo antichi sentieri che collegano il piccolo borgo alle cale e alle alture interne.
Buona parte della bellezza dell’isola è dovuta al fatto che, da un punto di vista geomorfologico, le rocce di Marettimo sono costituite per gran parte da dolomia, la stessa che contraddistingue, per l’appunto, le Dolomiti. Ecco perché spesso l’isola è nota come le Dolomiti a mare, che si accendono di un meraviglioso rosa quando il sole del tramonto le bacia e durante il giorno abbagliano con il loro bianco luccicante.
Il territorio di Marettimo è dominato dal Monte Falcone, che con i suoi oltre 600 metri rappresenta il punto più alto dell’arcipelago. La salita è impegnativa ma regala panorami vastissimi sul Mediterraneo. In primavera, la bassa macchia mediterranea esplode di colori e profumi, tra ginestre, orchidee spontanee e piante aromatiche che accompagnano ogni passo.
Lorenzo CalamaiSentiero costiero a Marettimo
Tra i percorsi più suggestivi c’è quello verso il Castello di Punta Troia, antica fortificazione che svetta sulla punta di un promontorio a pochi chilometri dall’unico centro abitato dell’isola. Il sentiero costiero alterna tratti rocciosi a scorci su grotte marine e calette solitarie, sempre mantenendosi a strapiombo sulla costa.
L’Isola d’Elba e la Grande Traversata Elbana
Cuore dell’Arcipelago Toscano, l’Isola d’Elba, quasi insospettabilmente, è una delle mete più complete per chi ama camminare. Qui infatti il mare si alterna a rilievi collinari coperti di antichi e fitti boschi di leccio, offrendo una grande varietà paesaggistica e un’ampia natura che copre il territorio tra un borgo e l’altro dei diversi che caratterizzano l’isola.
La primavera è il periodo ideale per affrontare la Grande Traversata Elbana, un itinerario escursionistico di media durata che attraversa l’isola da est a ovest lungo la dorsale montuosa. Si tratta di un percorso articolato in più tappe, che permette di scoprire l’Elba più autentica, lontana dalle spiagge affollate, e che va intrapreso preferibilmente in primavera per evitare il grande caldo estivo.
iStockGli splendidi panorami dell’Isola d’Elba
Lungo il cammino si incontrano panorami sul Tirreno, tratti boschivi ombrosi e creste panoramiche da cui lo sguardo spazia fino alla Corsica nelle giornate più limpide. I borghi interni, come Marciana e Rio nell’Elba, offrono soste rigeneranti tra vicoli in pietra e terrazze fiorite.
La Grande Traversata Elbana (GTE) si compie di solito da Cavo, nella punta nord-orientale dell’isola, fino a Pomonte, esattamente all’opposto. Si può considerare di concluderla deviando maggiormente verso nord per raggiungere Punta Polveraia. In ogni caso la lunghezza è intorno ai 60 chilometri e viene effettuata in tre o quattro tappe, a seconda delle proprie possibilità e della volontà di soffermarsi di più o di meno in questo contesto naturale unico, con panorami fantastici sulla costa. Esiste anche una versione della GTE modificata per essere affrontata in mountain bike.
Mettete via subito il passaporto: anche se stiamo per volare in Sud America, basta la carta d’identità (valida per l’espatrio). Ma come è possibile? Le Isole du Salut (in lingua originale Îles du Salut, ma comunemente chiamate Isole della Salvezza) sono un arcipelago situato a circa 14 chilometri dalla costa della Guyana Francese, un dipartimento d’oltremare della Francia, quindi dall’altra parte del mondo ma comunque appartenenti all’Unione europea.
Tre masse di origine vulcanica che affiorano tra correnti potenti e acque sorprendentemente limpide, che si trovano geograficamente in un territorio lontanissimo ma facilmente accessibile. Per noi cittadini italiani, infatti, sbarcare qui è semplice quanto atterrare a Parigi (se non fosse per la vaccinazione obbligatoria contro la febbre gialla), ma con l’aria densa di un’umidità equatoriale che incolla i vestiti alla pelle e un paesaggio che ci ricorda i romanzi di avventura più estremi.
Dalle dimensioni ridotte (persino meno di un chilometro quadrato), l’arcipelago concentra una densità storica rara. Vi basti pensare che queste isole hanno ospitato uno dei sistemi penitenziari più duri dell’Ottocento e del primo Novecento, diventando sinonimo di deportazione e isolamento. Prima di tutto ciò, però, erano “solo” le Isole della Salvezza: diversi coloni mandati dalla madrepatria per popolare la Guyana riuscirono a rifugiarsi su questi scogli quasi totalmente privi delle micidiali zanzare delle paludi e sopravvivere, a differenza degli altri che morirono decimati dalle febbri sulle coste fangose del continente.
Oggi visitarle equivale a conoscere più a fondo un capitolo oscuro della storia umana, ma anche celebrare la resilienza della natura e dello spirito.
Île Royale
Il primo suono che si avverte arrivando a Île Royale, la più grande delle tre isole dell’arcipelago, è quello prodotto dalle scimmie cappuccine che si rincorrono tra i rami dei grandi alberi di mango. In passato Royale era il centro nevralgico del sistema carcerario, il luogo che ospitava gli uffici amministrativi, l’ospedale e la chiesa.
Si approda lungo una costa rocciosa segnata da massi vulcanici scuri, subito seguita da un viale di palme e vegetazione ornamentale introdotta durante il periodo coloniale. Tutto, infatti, appare imponente, ma contemporaneamente impreziosito da una natura tropicale fitta e stratificata, baie protette, e spiagge di sabbia chiara di origine oceanica (ideali per bagni rinfrescanti).
Gli edifici ufficiali sorgono in posizioni dominanti, con viste aperte verso le altre isole che attualmente sono un pezzo di storia a portata di mano. L’antica casa del direttore, per esempio, è dipinta in tonalità chiare ed è oggi la culla di un museo dedicato alla storia penitenziaria, con tanto di documenti, oggetti quotidiani e ricostruzioni che restituiscono una narrazione in grado di trasmettere il peso della reclusione (ma senza – e per fortuna – ricorrere alla spettacolarizzazione).
Poco distante si trovano la cappella e l’ospedale, entrambi iscritti all’inventario dei monumenti storici, e il quartiere disciplinare, con celle minuscole e superfici graffiate dal tempo. In mezzo a queste varie strutture che per anni sono state sinonimo di inferno, c’è un presenza animale sorprendente: girano saimiri, iguane e pavoni.
Île Saint-Joseph
Più piccolina e persino più aspra e silenziosa è Île Saint-Joseph, una terra che può propagare un senso di solitudine avvolgente fin dal primo sguardo. Del resto, era lei l’isola dedicata alla reclusione solitaria e al castigo più duro. Va specificato, però, che l’accesso non è sempre garantito in quanto dipende dalle condizioni del mare.
Le strutture carcerarie appaiono inghiottite dalla foresta. Muri in pietra locale, intonaci rosati e scale consumate emergono tra liane e alberi ad alto fusto. Le celle disciplinari risultano anguste, prive di aperture ampie, progettate per ridurre stimoli e contatti: venivano chiamate dai detenuti “mangiatoie per uomini“, perché senza tetto e coperte solo da una grata metallica.
Il percorso per visitare tutto ciò che vi abbiamo appena raccontato segue un tracciato che collega i vari complessi penitenziari fino a una zona cimiteriale affacciata sull’oceano. E, passo dopo passo, non è difficile immaginare (con anche un po’ di inevitabile angoscia) le guardie che camminavano sopra queste passerelle, osservando i prigionieri sottostanti esposti al sole cocente o alle piogge tropicali torrenziali, come se fossero bestie in gabbia.
Arrivati nei pressi dell’acqua salata, però, il paesaggio cambia improvvisamente: una spiaggia di sabbia chiara si apre tra rocce e palme, con acqua turchese e riflessi luminosi.
iStockLa spiaggia dell’Île Saint-Joseph
Île du Diable
Ve lo diciamo senza troppi giri di parole: l‘Île du Diable (che in italiano traduciamo in Isola del Diavolo) non può essere visitata, ma solo osservata da lontano. Un limite? Certamente, ma per un valido motivo e, soprattutto, un vincolo che non ne modifica di troppo il fascino.
Le correnti violente e la configurazione costiera, infatti, impediscono l’attracco. L’isola è quindi un elemento costante del paesaggio ma anche un luogo irraggiungibile. In passato rappresentava il posto di reclusione dei detenuti politici e delle figure considerate simbolicamente pericolose e il suo nome, che chiaramente rimanda agli inferi, è dovuto a una lunga storia di naufragi e tentativi di fuga falliti.
La sua fama, però, deriva soprattutto dalla detenzione del capitano Alfred Dreyfus, ufficiale francese condannato ingiustamente per tradimento alla fine del XIX secolo. La sua abitazione carceraria, restaurata e classificata monumento storico, resta osservabile soltanto dal mare o dai punti panoramici di Île Royale.
Nonostante ciò, l’assenza di accesso fisico rafforza il valore simbolico del luogo: Île du Diable agisce come memoria visiva permanente, una presenza che richiama il senso ultimo del sistema penitenziario coloniale basato sull’allontanamento definitivo.
Come arrivare alle Isole du Salut
L’accesso all’arcipelago avviene esclusivamente via mare. Il punto di partenza è il porto turistico di Kourou, città costiera della Guyana Francese affacciata sull’Atlantico. Pur avendo una distanza dal continente che misura poco più di una decina di chilometri, la traversata restituisce una sensazione di distacco netto, amplificata dalle correnti e dall’orizzonte aperto.
Le imbarcazioni partono al mattino presto, con orari stabiliti in funzione delle condizioni marine e l’approdo diretto riguarda soltanto l’isola principale, che tra l’altro è anche l’unica in cui si può pure soggiornare. Saint-Joseph richiede trasporto autorizzato, subordinato allo stato del mare, mentre l’Île du Diable, come già accennato, resta esclusa da qualsiasi sbarco per motivi di sicurezza.
Il biglietto include andata e ritorno nella stessa giornata, con rientro nel pomeriggio. Alcuni operatori propongono traversate più flessibili, talvolta a vela, dedicate a chi desidera prolungare la permanenza su Royale pernottando presso l’unica struttura ricettiva dell’arcipelago. I posti risultano limitati, aspetto che suggerisce la necessità di una prenotazione anticipata.
Il turismo sportivo trova ampio spazio anche all’interno della BIT 2026 con i Travel Makers, coloro che valorizzano esperienze, contenuti e idee, nell’ambito del Travel Makers Fest, cuore della manifestazione fieristica di questa edizione.
I numeri del turismo sportivo
Il turismo sportivo si è ormai affermato come uno dei segmenti più dinamici dell’industria dei viaggi. Secondo Fundamental Business Insights (dati gennaio 2026), a livello globale il mercato vale 918,46 miliardi di dollari nel 2025 e potrebbe raggiungere 4,61 trilioni di dollari entro il 2035, delineando una traiettoria di crescita di lungo periodo. Secondo UN Tourism (ex UNWTO), il turismo sportivo rappresenta oggi circa il 10% della spesa turistica mondiale, una quota che ne certifica il ruolo centrale nei flussi internazionali.
In Europa, il fenomeno trova uno dei suoi epicentri principali. Sempre secondo Fundamental Business Insights, il vecchio continente detiene una quota di mercato del 39,1% nel 2025 e, come evidenziato dal report Tourism Trends and Policies 2024 dell’OECD, il turismo sportivo è stato uno dei principali driver della ripresa post-pandemica, superando in molti Paesi i livelli pre-Covid.
Anche in Italia il segmento mostra segnali forti. Nel 2025, il turismo sportivo ha registrato una crescita del 3,3%, secondo le analisi congiunte di ENIT, Banca d’Italia, ISTAT e SIAE. Il ministero del Turismo stima, per lo stesso anno, oltre 479,7 milioni di presenze complessive, individuando proprio nello sport uno dei fattori strategici a sostegno di questi numeri. A rafforzare il quadro, la ricerca del World Travel & Tourism Council (WTTC) indica per il 2025 un contributo del turismo all’economia italiana pari a 237,4 miliardi di euro, anche grazie all’impatto dei grandi eventi sportivi.
Il turismo sportivo oggi non si esaurisce più nell’evento o nella competizione. Sempre più spesso, lo sport è al centro delle destinazioni come strumento di branding territoriale e leva di rigenerazione urbana. Calcio, Olimpiadi, grandi competizioni internazionali convivono oggi con forme di turismo attivo più diffuse e accessibili, che intrecciano outdoor, lifestyle, cultura e sostenibilità.
Gli eventi a tema sport alla BIT 2026
Tra gli appuntamenti dedicati al turismo sportivo e all’outdoor, all’edizione 2026 della BIT spiccano incontri come “Turismo sportivo: Langhe, Toscana, Fiandre. Quando i luoghi accendono la passione”, che esplora modelli diversi ma convergenti, nei quali lo sport diventa racconto del territorio e strumento di attrattività internazionale.
Dalle colline del Chianti alle Langhe, fino alle Fiandre, il filo conduttore è l’integrazione tra sport, cultura e paesaggio in un’unica narrazione di viaggio: a portare casi concreti ed esperienze sul campo saranno Michele Pescini, Sindaco di Gaiole in Chianti e coordinatore delle Strade Bianche, simbolo di un ciclismo che valorizza borghi e paesaggi; Bruno Bertero, esperto di marketing territoriale per le Langhe, che racconterà come vino e cicloturismo si intrecciano in un’esperienza unica; e la Direzione Turismo delle Fiandre, che presenterà il modello fiammingo, dove il ciclismo è parte integrante dell’identità culturale e della promozione internazionale della destinazione.
Ma si parlerà anche degli impatti positivi dei grandi eventi sui territori, anche guardando ai Giochi Olimpici, con talk come “Olimpiadi. E dopo? L’onda lunga degli eventi sportivi nelle città olimpiche”. L’evento vedrà contributi di Enric Truñó, Assessore allo Sport e Responsabile dei Giochi Olimpici di Barcellona 1992 – uno dei più grandi successi in questo ambito –, Sandrine Bouffenoir, Direttrice di Atout France (ricordando che Parigi ha ospitato l’ultima edizione delle Olimpiadi estive) e Tommaso Sacchi, Assessore alla Cultura del Comune di Milano, città che ha ospitato la cerimonia di apertura e dove si svolgono numerose discipline indoor dei Giochi Invernali.
Non mancherà lo sport di squadra per eccellenza, il calcio, quest’anno protagonista con i Mondiali nordamericani. In “Gioco di Squadra. Come il calcio trasforma il brand delle città”, esperti e protagonisti si confronteranno sul football come fenomeno culturale capace di ridefinire l’immagine delle città e di generare flussi turistici globali.
Infine, il talk “Il Giro d’Italia per il sistema Paese. Territorio, turismo e sport marketing” a cura di BWH Hotels e RCS Sport esplorerà il potenziale di questo iconico evento non solo per i territori che attraversa e fa conoscere, ma anche in chiave di nation branding: le ultime edizioni, infatti, hanno visto la partenza del Giro da numerose location estere – da Gerusalemme nel 2018, prima assoluta fuori dall’Europa, a Budapest nel 2022, fino a Durazzo lo scorso anno e la Bulgaria quest’anno.
Tra le tappe più suggestive da inserire in un viaggio in Serbia, la Fortezza di Golubac occupa un posto speciale: si staglia su un pendio roccioso all’ingresso della spettacolare gola di Djerdap, proprio nel punto in cui il Danubio si allarga fino a raggiungere la sua massima ampiezza, e regala panorami che rimangono impressi a lungo.
Andiamo, allora, alla scoperta di una delle cittadelle fortificate medievali meglio conservate del Paese e tra le più affascinanti dei Balcani.
La storia della Fortezza di Golubac
iStockSuggestivo scorcio della maestosa Fortezza di Golubac
La Fortezza di Golubac nasce nel XIV secolo come imponente complesso difensivo: è composta da dieci torrioni a sezione quadrangolare, collegati da tre cinte murarie e rinforzati nel tempo per rispondere all’evoluzione delle tecniche militari, soprattutto con l’avvento delle armi da fuoco.
La posizione, tanto suggestiva quanto strategica, l’ha resa teatro di numerosi scontri durante il Medioevo: per secoli, fu contesa tra l’Impero Ottomano e il Regno d’Ungheria, passando più volte di mano tra turchi, bulgari, ungheresi, serbi e austriaci. Una simile instabilità proseguì fino al 1867, quando venne consegnata al principe serbo Mihailo Obrenović III.
Con il tempo, però, la fortezza entrò in una fase di abbandono e nel 1930 fu addirittura costruita (causando danni significativi alla struttura originaria) una strada che la attraversava. Solo nel 1979 arrivò un primo riconoscimento ufficiale, con la dichiarazione di Monumento Culturale di Importanza Eccezionale. Nel 2011 anche l’area tutt’intorno è stata designata come zona turistica e ha aperto la strada a un recupero più ampio.
Il vero cambiamento è poi arrivato grazie ai contributi dell’Unione Europea per la valorizzazione dell’area del Parco Nazionale del Djerdap. I lavori di ristrutturazione, iniziati nel 2014 e conclusi nel 2019, hanno restituito alla fortezza il suo antico splendore e hanno finalmente aperto le porte al pubblico.
Le antiche leggende medievali
Come spesso accade nei luoghi di confine, anche la Fortezza di Golubac è avvolta da un alone di mistero alimentato da antiche leggende medievali. Il suo nome, che significa “città dei piccioni”, è al centro di racconti tramandati nei secoli.
La leggenda più famosa narra la storia di Golubana, una giovane del luogo dalla bellezza straordinaria, tanto da attirare l’attenzione di un crudele pascià turco. L’uomo, innamorato e respinto nonostante doni preziosi e promesse, decide di vendicarsi. Golubana viene legata a una roccia che emerge dalle acque del Danubio, proprio di fronte alla fortezza, con l’intento di lasciarla lì finché non si pentirà della sua scelta. Ma il pentimento non arriva mai: la giovane muore, e quella roccia porta ancora oggi il nome di Babakaj, che in turco significa “pentirsi”. In segno di rispetto e memoria, gli abitanti avrebbero deciso di dare il suo nome alla cittadella.
Un’altra storia vede come protagonista Irene Kantakouzene, conosciuta come la despota Jerina, moglie del despota Djuradj Branković. Nelle leggende popolari serbe, Jerina è spesso associata alla fondazione di numerose fortezze. Originaria di Costantinopoli, non era molto amata dai serbi e soffriva la nostalgia per la terra natale: così, per alleviare la solitudine, si dice che amasse raccontare storie della sua Bisanzio ai piccioni che si posavano sulle sue mani. Da questo legame affettuoso e malinconico deriverebbe, secondo la tradizione, il nome Golubac.
Cosa vedere durante la visita
iStockTutto il fascino medievale della Fortezza di Golubac
La Fortezza di Golubac si presenta come un complesso articolato, suddiviso in tre gruppi principali di edifici collegati da possenti mura fortificate spesse fino a tre metri. L’intero sistema difensivo è protetto da dieci torri e da due saracinesche.
Di fronte alla fortezza spicca un doppio muro con un fossato che, con ogni probabilità, in passato era riempito d’acqua e collegato al Danubio. Al di là di questa linea difensiva sorgeva l’insediamento destinato alla popolazione comune, oggi in gran parte scomparso.
Il gruppo di edifici superiore rappresenta la parte più antica con la cittadella, identificata con la torre 1, e la cappella ortodossa serba collocata nella torre 4.
Il gruppo posteriore è separato da quello superiore da mura di collegamento e da una roccia a strapiombo di circa quattro metri. Accanto alla torre 5 si riconosce un edificio che forse fungeva da caserma militare e deposito di armi, un ambiente essenziale per la vita quotidiana della guarnigione.
Il gruppo anteriore è diviso a sua volta in una parte superiore e una inferiore da un muro che unisce le torri 4 e 7. L’ingresso principale, nella sezione inferiore, è sorvegliato dalle torri 8 e 9, a dimostrazione dell’importanza strategica del punto di accesso. La torre 8 venne in seguito adattata per l’uso di cannoni, mentre nella sezione esterna della parte inferiore ecco la torre 10, aggiunta dai turchi come torre di artiglieria inferiore.
Dove si trova e come raggiungerla
La Fortezza di Golubac svetta nella parte nord-orientale della Serbia, a circa 130 chilometri da Belgrado.
Se scegliete di spostarvi in auto potete partire da Belgrado e seguire le principali arterie stradali in direzione est: il viaggio dura poco più di due ore e permette di muoversi in totale libertà.
Esistono anche collegamenti regolari in autobus dalla capitale serba, con partenze dalla stazione centrale: in questo caso, il tragitto richiede circa tre ore.
Infine, se desiderate un’esperienza davvero memorabile, avete la possibilità di arrivare via fiume: molte crociere sul Danubio includono una sosta alla Fortezza di Golubac, per una prospettiva unica sul complesso fortificato che emerge dalle acque.
C’è un’isola che, più di ogni altra, vive sospesa tra leggenda e realtà. È Montecristo, entrata nell’immaginario collettivo grazie all’immortale romanzo “Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas, che proprio qui ambientò una parte importante della sua celebre storia. Da allora, questo scoglio granitico nel cuore del Mar Tirreno è diventato sinonimo di luogo irraggiungibile, segreto, quasi proibito.
Ma l’isola di Montecristo non è soltanto un mito letterario: è anche uno degli ecosistemi più preziosi e fragili del Mediterraneo, protetto da decenni da regole rigidissime che ne limitano fortemente l’accesso. Ed è per questo che riuscire a visitarla rappresenta un’esperienza decisamente rara, emozionante e memorabile. Anche nel 2026, come ogni anno, l’isola apre le sue porte solo a pochissimi visitatori selezionati, in 23 date e con posti limitati. I pochi che riusciranno a prenotare l’escursione potranno ritenersi decisamente fortunati.
Come visitare l’isola di Montecristo
Ambiente fragile e straordinario, l’isola di Montecristo è da sempre sottoposta a una tutela rigorosa che ne limita fortemente la fruizione turistica. Riconosciuta Riserva Naturale Statale già nel 1971 e Riserva Naturale Biogenetica, l’isola ha ottenuto nel 1988 il prestigioso diploma del Consiglio d’Europa. È interamente compresa nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, fa parte della Riserva della Biosfera MAB UNESCO “Isole di Toscana” ed è inclusa nel Santuario Pelagos, dedicato alla protezione dei mammiferi marini.
Un concentrato di riconoscimenti che racconta perfettamente quanto Montecristo non sia una semplice meta da visitare, ma un ecosistema da proteggere con la massima attenzione.
iStockIl mare turchese dell’isola di Montecristo
Come prenotare l’escursione
A gestire le visite all’isola sono l’Ente Parco in stretto accordo con il Reparto Carabinieri per la Biodiversità di Follonica. Ma come fare per prenotare l’escursione? Per chi sogna da tempo di visitarla, c’è una data da segnare in agenda: lunedì 9 febbraio 2026, a partire dalle ore 9:00, il Parco Nazionale Arcipelago Toscano aprirà ufficialmente le prenotazioni online per le visite guidate all’isola de “Il Conte di Montecristo“.
Per approfittarne, è necessario accedere al portale ufficiale Parcoarcipelago.info, nella sezione dedicata a Montecristo, inserire i propri dati (la prenotazione è nominativa) e pagare con carta di credito.
In ogni data prevista, possono iscriversi un massimo di 75 visitatori, per un totale complessivo di 1.725 posti totali durante il 2026: numeri che spiegano bene perché i biglietti vadano sempre a ruba.
C’è una buona notizia per i residenti: a loro sono riservati 100 posti a tariffa ridotta, prenotabili esclusivamente online. Potranno prenotare entro e non oltre lunedì 2 marzo 2026. I posti non prenotati dai residenti saranno resi disponibili (dopo il 2 marzo) a tariffa intera.
Per il 2026, le visite all’isola di Montecristo sono in tutto 23, in date diverse, a partire da sabato 21 marzo (la prima escursione) e fino a domenica 20 settembre 2026 (l’ultima visita).
La partenza è prevista da Piombino Marittima, con scalo a Porto Azzurro (Isola d’Elba) e solo in due date – 22 maggio e 12 giugno – la partenza e il rientro avverranno da Porto Santo Stefano, con scalo all’Isola del Giglio.
Quanto costa l’escursione
Il costo dell’escursione è di 140 euro a persona, comprensivo di trasporto marittimo andata e ritorno e del servizio di accompagnamento con Guida Parco. Per i residenti, la tariffa agevolata è di 60 euro a persona.
L’escursione speciale del 2026
Per il secondo anno consecutivo, sarà possibile partecipare a un’escursione speciale per raggiungere il Monte della Fortezza, vetta dell’isola situata a 645 metri d’altezza.
Consigliato soltanto agli escursionisti esperti, è un percorso molto impegnativo attrezzato con cavi e gradini per facilitare la progressione. I posti disponibili sono limitati: massimo 12 partecipanti (sui 75 totali previsti). L’appuntamento per questa esperienza è fissato per sabato 11 aprile e per domenica 6 settembre e il costo è di 180 euro a persona.
In queste speciali giornate, la permanenza sull’isola sarà prolungata di un’ora e i restanti 63 visitatori potranno seguire gli itinerari consueti a un costo di 150 euro a persona (poiché l’escursione avrà una durata maggiore del solito).
Altre informazioni importanti
L’età minima per partecipare alle visite è di 12 anni e non è consentito l’accesso agli animali da compagnia. Se dovessero esserci condizioni meteoavverse? Nessun problema, poiché ai partecipanti già prenotati saranno proposte date di recupero.
Proprio per la sua eccezionale importanza ambientale, l’isola è soggetta a norme rigidissime che è importante conoscere e osservare attentamente: l’accesso è regolamentato sia a terra che a mare, è vietata la balneazione, è proibito prelevare specie vegetali, animali o materiale geologico e non è presente alcun presidio medico. Sull’isola, inoltre, non ci sono abitanti, servizi né connessione internet. È fondamentale informarsi attentamente sulle regole e le modalità di visita sul sito ufficiale Parcoarcipelago.info.
Sono tanti i borghi che stanno acquisendo ancora più apprezzamento grazie alla loro partecipazione alle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 e Predazzo è uno di questi. Simbolo della Val di Fiemme e incastonato tra le Dolomiti, è tutto da scoprire. Ecco cosa fare, cosa vedere e come raggiungerlo.
Cosa fare e cosa vedere a Predazzo
Nato quasi per scommessa da dodici masi isolati tra i boschi, oggi Predazzo è il motore della Val di Fiemme, ma con un’identità che affonda letteralmente nelle viscere della terra. Lo chiamano il “Giardino geologico delle Alpi”, e non è un titolo onorifico. È un posto dove la montagna non si scalda e basta, la si legge come un libro aperto, tra un’escursione e un caffè in piazza.
D’estate è un formicaio di sentieri: si va dalla Foresta dei Draghi per i più piccoli fino ai percorsi duri per le mountain bike tra Gardonè e l’Alpe Lusia. Quando arriva la neve, il paesaggio si ribalta.
Lo Ski Center Latemar diventa il regno di chi ama le lamine, mentre il fondovalle si trasforma nella passerella della Marcialonga. Ecco cosa vedere a Predazzo e le attività da fare assolutamente.
iStockFare sport sulla neve a Predazzo
Museo geologico
Il museo geologico di Predazzo è un viaggio nel tempo tra fondali marini tropicali (sì, qui c’era il mare), vulcani che hanno ribollito e ghiacciai che hanno piallato tutto. Farci un salto prima di partire per i sentieri cambia la prospettiva: quando poi ti trovi davanti a una parete di roccia, non vedi più solo pietra, ma milioni di anni di storie. I modelli e i pannelli sono diretti, facili, perfetti anche per i bambini.
Il sentiero del Dòs Capèl
Se volete toccare con mano quello che avete visto nelle teche, dovete salire verso il Dòs Capèl. Siamo tra i 2000 e i 2200 metri, in una sorta di museo senza pareti tra passo Feudo e l’Alpe di Pampeago. Il GeoTrail è un anello che ti sbatte in faccia la storia del pianeta: cammini su spiagge preistoriche e passi accanto a resti di vulcani spenti. Non serve essere Messner, basta aver voglia di camminare e un briciolo di curiosità. Per i ragazzini è una specie di caccia al tesoro tra i fossili.
Tornando giù, il paese ha un ritmo tutto suo. C’è la chiesa neogotica dei Santi Filippo e Giacomo, con quelle linee che sembrano voler bucare il cielo, ma il vero cuore di Predazzo pulsa nei vicoli. Bisogna infilarsi nei rioni storici come Ischia o Sommavilla. Lì, tra fontane di pietra e vecchi portali, l’atmosfera si fa densa, quasi rurale.
C’è poi la chiesetta di San Nicolò, discreta, accanto al cimitero, che sa di antico. È un’organizzazione comunitaria che resiste, fatta di spazi condivisi che raccontano un passato di fatiche e dignità montana.
In occasione della sagra di San Giacomo le vie del centro si animano; l’evento atteso ogni anno a luglio in occasione del santo patrono anima la località con musica dal vivo e attività.
La forra di Sottosassa
La forra di Sottosassa è uno spettacolo di gole profonde scavate nel porfido. Cascate, pozze d’acqua gelida e pareti che sembrano chiudersi sopra la testa. Ci sono passerelle che permettono di sporgersi senza rischi, ma se siete dei tipi da brivido, le pareti verticali sono una palestra naturale per chi ama l’arrampicata. D’estate, quando il sole picchia, è il rifugio perfetto.
Il biolago
Alle Fontanelle hanno inventato il biolago. Il concetto è semplice ma geniale: l’acqua si pulisce da sola grazie alle piante acquatiche. È balneabile ma un po’ freddina. È il posto ideale per staccare la spina dopo una pedalata sulla ciclabile, con un bel prato per leggere un libro e il silenzio interrotto solo dal rumore del ricambio naturale dell’acqua. Apre col caldo, da giugno a settembre.
Salendo verso Bellamonte il paesaggio cambia, si apre, con le baite che sembrano messe lì apposta per una foto. Se vi piacciono le storie di una volta, fate un salto al Museo di Nonno Gustavo: è un vecchio fienile strapieno di attrezzi che oggi sembrano oggetti alieni, ma che erano la vita dei contadini di un tempo.
Non perdetevi Paneveggio, la “Foresta dei Violini“. Gli abeti rossi qui hanno una marcia in più: il loro legno risuona, letteralmente, e finisce nei laboratori dei liutai più famosi del mondo. Nel parco puoi avvistare i cervi o sfidare le vertigini su ponti sospesi e passerelle trasparenti.
Le Olimpiadi Milano Cortina 2026 arrivano anche qui. A Predazzo il salto con gli sci è la disciplina olimpica che andrà in scena e non è certo un caso; lo Stadio Giuseppe Dal Ben è pronto a ospitare le gare e gli atleti dal 7 al 16 febbraio.
L’Amministrazione ha chiamato a raccolta Progetto Turismo proprio per questo: trasformare i trampolini HS100 e HS130 in qualcosa che serva al territorio per i prossimi vent’anni, non solo per dieci giorni di gloria televisiva.
Getty ImagesAttese a Predazzo le gare di salto con gli sci delle Olimpiadi Invernali
Dove si trova e come raggiungerlo
Predazzo si trova nella parte orientale del Trentino, al termine della Val di Fiemme, in una posizione che fa da cerniera naturale tra il gruppo del Latemar, il Lagorai e le Pale di San Martino. Non è un paese “di passaggio”: ci si arriva perché lo si è scelto. In auto, la via più semplice resta l’autostrada A22 del Brennero. L’uscita consigliata è Egna–Ora.
Da lì si imbocca la strada statale che risale tutta la Val di Fiemme: una quarantina di chilometri, tra centri abitati e tratti boscosi, prima di arrivare a Predazzo. Chi proviene da est può invece puntare sui passi Rolle o Valles, percorsi spettacolari ma da considerare soprattutto nella bella stagione, verificando sempre le condizioni della viabilità.
In treno si arriva fino alle stazioni di Ora, Bolzano o Trento. Da qui partono autobus di linea che collegano in modo regolare la pianura alla Val di Fiemme. Predazzo è ben servita: fermate lungo la statale, collegamenti con le frazioni e navette verso gli impianti di risalita nelle stagioni di punta.
Dal 5 al 22 febbraio 2026, Livigno a 1.816 metri diventa una delle città dei Giochi Invernali di Milano Cortina, ospitando le gare più spettacolari del programma: freestyle e snowboard. Salti, curve secche, atleti che volano. E intorno, un territorio che non fa solo da sfondo, ma entra in campo.
Lo lo sport internazionale è di casa da anni e le Olimpiadi arrivano come un passaggio naturale; 8 specialità olimpiche, 26 titoli in palio, due aree di gara, 17 giorni di competizioni. I numeri servono, ma non raccontano tutto. Ecco cosa fare a Livigno, la perla delle Olimpiadi di Milano Cortina, durante i Giochi Invernali.
Le gare
Le competizioni olimpiche si concentrano in due aree già note a chi frequenta Livigno. La prima è Mottolino, tempio dello snowboard e del freestyle dove andranno in scena Big Air, Slopestyle, Halfpipe, Ski Cross e Snowboard Cross. Discipline veloci, tecniche, che chiedono precisione e coraggio. Mottolino è abituata a questo tipo di pressione: Coppe del Mondo, eventi internazionali, pubblico vicino all’azione. Durante i Giochi sarà uno dei luoghi più fotografati, proprio come Cortina.
La seconda area è Carosello 3000, dove il terreno naturale diventa protagonista, con Moguls, Dual Moguls e Aerials. Gobbe, salti, linee che mettono alla prova equilibrio e resistenza. È una zona che esalta la spettacolarità del freestyle, anche per chi guarda da bordo pista. Due anime diverse, stesso obiettivo: portare Livigno al centro del racconto olimpico.
Sciare a Livigno mentre si svolgono i Giochi
Olimpiadi sì, ma Livigno non chiude. Anzi. La stagione sciistica 2025/2026 è prevista dal 29 novembre fino al 3 maggio, con gran parte del comprensorio regolarmente aperto anche durante i Giochi. Alcune piste di Mottolino e Carosello 3000 saranno chiuse temporaneamente per le competizioni, ma il resto della ski area rimarrà fruibile, condizioni meteo permettendo.
Gli impianti principali funzioneranno a regime, con alcune cabinovie in uso promiscuo con gli atleti. Le piste SITAS non saranno interessate dagli eventi olimpici. In pratica: si potrà sciare, e bene. Magari cambiando abitudini, scegliendo orari diversi, ma senza rinunciare alla qualità che ha reso Livigno una delle mete più amate delle Alpi.
Ufficio StampaDove sciare a Livigno durante le Olimpiadi
Eventi e Fan Village
Dal 5 al 22 febbraio la zona Isola ospita il Fan Village, aperto dalle 9 del mattino fino a sera. È in questo luogo che Livigno si racconta al pubblico, tra maxi schermi, musica dal vivo, incontri e celebrazioni. Ogni giorno le gare olimpiche vengono trasmesse in diretta, non solo quelle locali, e alle 17 va in scena uno dei momenti più attesi: la Champions Celebration, con gli atleti premiati che incontrano il pubblico.
5 cupole geodetiche completano l’esperienza: spazi dedicati al racconto dei Giochi, al territorio, ai media e all’identità di Livigno. Concerti, dj set, performance artistiche e appuntamenti culturali scandiscono le giornate, trasformando il paese in una piazza alpina sempre accesa.
Ufficio StampaGli eventi al Fan Village di Livigno
Come raggiungere Livigno durante le Olimpiadi
Arrivare a Livigno fa parte dell’esperienza, ma durante i Giochi serve un po’ di attenzione in più. Nei giorni olimpici l’accesso al paese sarà regolato per gestire flussi, sicurezza e mobilità. Sono previste limitazioni alla viabilità ordinaria e servizi di trasporto dedicati, pensati per pubblico, atleti e addetti ai lavori.
Chi alloggia nelle strutture ricettive potrà raggiungere Livigno con la propria auto, previa richiesta di un pass. Nelle ore notturne, tra mezzanotte e le sei del mattino, non sono previsti vincoli particolari. Il consiglio resta uno: pianificare con anticipo e tenere d’occhio gli aggiornamenti ufficiali.
Il silenzio del deserto possiede una frequenza specifica, quella del vento che solleva granelli di sabbia dorata mentre il sole emerge dalle creste rocciose. E in particolare questo si avverte nella Penisola del Sinai, un triangolo di terra arida che congiunge Africa e Asia, circondata da un mare di roccia magmatica dalle sfumature ocra e violacee. Proprio qui, tra montagne severe, appare all’improvviso il Monastero di Santa Caterina, in quello che è uno spazio che risulta piuttosto distante dall’idea classica d’Egitto fatta di fiumi e templi monumentali.
Ci troviamo ai piedi del Monte Sinai, la montagna sacra che la tradizione indica quale luogo della consegna dei Dieci Comandamenti, un posto che rappresenta un crocevia di fedi, con radici che affondano in tradizioni ebraiche, cristiane e islamiche: vi sono custodite reliquie che legano il passato al presente.
Il Castello di Hammershus, tra le più imponenti rovine medievali del Nord Europa, è un vero gioiello nascosto della Danimarca. Situato su un promontorio roccioso che domina il Mar Baltico, questo castello affascina i visitatori con la sua storia millenaria e la vista mozzafiato che regala sull’isola di Bornholm.
Camminare tra le sue antiche mura significa fare un salto indietro nel tempo, immaginando cavalieri e signori feudali che una volta controllavano la regione da questo bastione strategico. Perfetto per chi ama la storia, la fotografia e i panorami incontaminati, Hammershus è senza dubbio un posto incredibile da non perdere in Danimarca.
La storia del Castello di Hammershus
La parte più antica del Castello di Hammershus fu probabilmente costruita nel XII secolo per rafforzare il controllo dell’isola da parte dell’Arcivescovo di Lund anche se ricerche e scavi del 2015 hanno portato alla luce che già nel 1300 il castello era pronto.
Roccaforte, per controllare le rotte marittime e proteggere l’isola di Bornholm da invasioni nemiche, Hammershus fu per 500 anni ricostruito e modificato diverse volte.
Nel corso dei secoli, il castello cambiò più volte proprietario, passando tra la corona della Danimarca e la Chiesa, diventando spesso teatro di conflitti, assedi, prigionie e tradimenti.
Le sue mura possenti e le torri di avvistamento erano progettate per resistere a lungo in caso di attacco, e ancora oggi grazie alle sue rovine si percepisce la forza della sua architettura medievale.
Hammershus venne definitivamente abbandonato nel 1743 e, dopo essere stato legalmente saccheggiato dagli abitanti, nel 1822 le sue rovine furono inserite nel registro storico nazionale. Oggi, proprio queste rovine raccontano una storia di potere, strategia e resistenza e conservano intatto il fascino di un passato lontano.
Cosa vedere e fare
Visitare le rovine dell’antico castello di Hammershus significa immergersi in un ambiente ricco di suggestione. In loco, dal 2018, è presente un centro visitatori con ingresso gratuito, che offre un punto panoramico sulle rovine al di là della gola, con una struttura costruita in modo integrato nel paesaggio naturale.
Questo centro ospita anche un’incredibile mostra che documenta la storia di questo affascinante luogo. All’interno del centro visitatori sono anche disponibili un bar e un negozio.
Nonostante le rovine del castello di Hammershus siano state restaurate, è severamente vietato arrampicarsi e camminare sulle mura. Dal promontorio, la vista sul Mar Baltico e sulla campagna circostante è spettacolare.
Dove si trova e come arrivare
Il Castello di Hammershus si trova su un ripido promontorio sull’isola di Bornholm, nel Mar Baltico, a nord-ovest della città di Allinge.
Raggiungere le rovine è semplice sia in auto sia con i mezzi pubblici. Dall’aeroporto di Bornholm o dai traghetti provenienti da Copenaghen, si può noleggiare un’auto o utilizzare autobus locali per arrivare a Hammershus.
Una volta sul posto, il parcheggio e i sentieri ben segnalati permettono di esplorare comodamente il sito a piedi.
L’ingresso alle rovine è gratuito e l’area è aperta tutto l’anno – mentre il centro visitatori osserva orari specifici con giorni di chiusura. Hammershus è una meta perfetta per chi vuole scoprire la storia e la bellezza naturale della Danimarca più autentica e lontana dalle solite rotte turistiche.
Viaggiare in treno oltre il Circolo Polare Artico rappresenta una delle esperienze più spettacolari per chi ama l’avventura, la natura e i panorami nordici. In Norvegia, la storica Nordland Line collega la città di Trondheim a Bodø con un percorso ferroviario unico al mondo: 729 km di natura incontaminata, montagne e la possibilità di osservare l’aurora boreale.
Questa tratta offre un’alternativa sostenibile e panoramica rispetto ad altri mezzi di trasporto e permette di assaporare l’essenza dei paesaggi artici. La Nordland Line trasforma l’intera percorrenza in un’esperienza indimenticabile, un vero viaggio nel cuore del Nord.
Febbraio 2026 si rivela un mese straordinario per gli appassionati di storia e viaggi culturali. Nel cuore di Maiorca, tra dolci colline e uliveti secolari, emerge un segreto rimasto nascosto per millenni: una città romana perduta, forse Tucis o Guium, due insediamenti citati da Plinio il Vecchio ma mai localizzati con certezza. Immaginatevi camminare tra il sole mediterraneo e i profumi della campagna, arrivare a un sito archeologico che sembra silenzioso e scoprire che sotto i vostri piedi si estendeva un vero e proprio centro urbano romano, con strade, case, piazze e reperti che raccontano di una vita antica, complessa e sorprendentemente cosmopolita.
Per chi ama combinare viaggio e storia, Son Fornés da ora diventa subito meta imprescindibile: non solo per la scoperta in sé, ma per il modo in cui trasporta il visitatore in un’epoca lontana e affascinante.
Una scoperta archeologica eccezionale a Maiorca
Il sito di Son Fornés a Maiorca, vicino al piccolo comune di Montuïri, è stato scavato e studiato per quasi vent’anni dall’équipe dell’Arqueología Social Mediterránea e dall’Università Autonoma di Barcellona. Tuttavia, solo le campagne più recenti hanno svelato strutture di una scala e di una precisione tali da lasciare gli archeologi senza parole.
iStockVista sul Faro di Maiorca
Le costruzioni seguono uno schema urbanistico tipico delle città romane ufficiali, indicando che non si trattava di un semplice villaggio rurale ma di un vero e proprio centro amministrativo.
L’area scavata copre già circa 5.000 metri quadrati, grande quanto il museo Es Baluard di Palma e i reperti ritrovati sono altrettanto sorprendenti: tegole romane che dovevano essere acquistate e trasportate, anfore per lo stoccaggio e la conservazione di merci, stoviglie raffinate che suggeriscono ricchezza e contatti commerciali con altre zone del Mediterraneo. Secondo l’archeologa Beatriu Palomar, le evidenze oggi sono così solide da poter “scommettere persino sul fatto che si tratti di Tucis”. Passeggiare tra i resti di Son Fornés significa letteralmente camminare sopra secoli di storia, osservando da vicino come la vita quotidiana, le infrastrutture e la cultura romana abbiano plasmato l’isola mediterranea delle estati eterne.
L’importanza della scoperta per la storia di Maiorca
La potenziale identificazione di Tucis o Guium rappresenta una svolta per la comprensione della Maiorca romana. Queste città furono probabilmente fondate dopo la conquista dell’isola da parte del generale romano Quintus Caecilius Metellus nel 123 a.C., segnando l’inizio dell’integrazione di Maiorca nel mondo romano. Come civitates stipendiariae, erano centri chiave per l’amministrazione, la riscossione delle tasse e la diffusione della cultura, delle leggi e delle infrastrutture romane.
Ma Son Fornés non racconta solo di Roma: scavare il sito significa infatti percorrere duemila anni di storia, dalla cultura preistorica Talayotic, con le sue torri circolari chiamate talayots, fino alla piena epoca romana, passando per le evidenze di un’evoluzione sociale sempre più complessa. La presenza di ville, edifici pubblici e reperti di alto livello indica una società con élite emergenti, commercio intenso e connessioni mediterranee.
Oltre al valore storico, Son Fornés ha un fascino unico per chi viaggia alla scoperta di luoghi autentici e fuori dai circuiti turistici più battuti. Lontano dalle spiagge affollate e dai resort, il sito regala un’esperienza di immersione nella Maiorca più vera, tra natura, archeologia e memoria millenaria. Oggi, Son Fornés presenta appieno il potenziale di riscrivere la storia dell’isola e offrire un’esperienza unica a chi la visita per imporsi come una meta che unisce archeologia, avventura e bellezza mediterranea, perfetta dunque per chi ama viaggiare tra passato e presente, camminando – letteralmente! – sulle tracce della storia.
Il viaggio attivo non è più una nicchia per pochi atleti e appassionati di sport, ma uno dei nuovi trend in ascesa del turismo globale. Dopo il boom delle attività outdoor post-pandemia, il 2026 si conferma l’anno del binomio sport e scoperta. A confermarlo sono anche le recenti analisi di Forbes, secondo cui i viaggiatori cercano molto più di un semplice lettino al sole. Il desiderio di molti, infatti, è proprio quello di immergersi nel territorio attraverso il trekking, il ciclismo e le vacanze “multi-sport”, in grado di unire il movimento fisico alla cultura locale.
Tra le mete perfette per una vacanza sportiva nel 2026, insieme alle vette dell’Himalaya e alle coste del Sudafrica c’è anche l’Italia.
Italia, meta del viaggio culinario attivo
L’Italia sta vivendo una trasformazione profonda nel settore del turismo attivo anche grazie all’ascesa del “gravel grinding”. Questa disciplina, che prevede l’uso di biciclette robuste su strade bianche e sentieri non asfaltati, trova nel nostro Paese il suo palcoscenico naturale, permettendo un’immersione totale nella natura lontano dal traffico automobilistico.
Ma la vera innovazione italiana per il 2026 è il viaggio culinario attivo. Operatori specializzati hanno reso l’Italia la destinazione di riferimento per chi vuole abbinare lo sforzo fisico a un’esperienza gastronomica di altissimo livello. Non si tratta solo di mangiare bene dopo una pedalata, ma di partecipare a veri e propri tour guidati da celebri chef. Nel 2026, ad esempio, la Sicilia ospiterà itinerari guidati unendo il trekking e il ciclismo ai segreti della cucina regionale.
Dalle Alpi, dove il Tour du Mont Blanc rimane il “viaggio della vita” per gli appassionati di trekking che attraversano i confini tra Italia, Svizzera e Francia, fino alle strade bianche toscane, per Forbes l’Italia offre una varietà che nessun altro Paese può eguagliare.
Le altre mete ideali per una vacanza sportiva
Forbes indica anche altre destinazioni che stanno scalando le classifiche di gradimento grazie a progetti infrastrutturali imponenti e paesaggi incontaminati. La Grecia emerge come la vera sorpresa del 2026, spostando l’attenzione dalle isole affollate verso la regione montuosa della Zagorohoria, dove antichi sentieri di pastori collegano villaggi medievali in un contesto ora protetto dall’UNESCO.
Spostandosi verso l’Europa dell’Est, la Slovenia si conferma una valida alternativa economica alla Croazia, mentre la Polonia attira i camminatori verso il centro storico di Cracovia e la Romania stupisce con la sua monumentale Via Transilvanica, un percorso di quasi 1400 chilometri nel cuore della Transilvania.
Anche l’Asia e l’Africa giocano un ruolo da protagoniste: il Giappone propone itinerari spirituali e ciclistici nella remota penisola di Noto, ideali per chi cerca il recupero nelle sorgenti termali tradizionali, mentre il Bhutan punta tutto sulla Trans Bhutan Trail. Infine, il Sudafrica si impone come frontiera per il mountain bike d’élite nelle Cape Winelands e per il trekking d’alta quota sulle maestose cime del Drakensberg, offrendo un mix unico al mondo tra safari e performance atletica.
Quando si parla di Brasile, l’idea di concentrare tutto in una sola settimana appare subito riduttiva: infatti, stiamo parlando di un continente a sé, vasto e sorprendentemente variegato, che va dalle spiagge simbolo di Rio de Janeiro ai palazzi futuristici di Brasilia, fino alle distese incontaminate dell’Amazzonia. Proprio per rispondere a questo e alla crescente domanda di viaggi più flessibili, la compagnia aerea brasiliana Azul ha lanciato un nuovo prodotto pensato per chi vuole esplorare il Brasile senza confini: l’Azul Brazil Air Pass, un biglietto multiplo che richiama il concetto dell’Interrail, adattandolo al trasporto aereo.
In un Paese dove la rete ferroviaria interurbana è pressoché assente e le distanze rendono spesso impraticabili gli spostamenti via terra, l’aereo rimane il mezzo più rapido ed efficiente per muoversi. L’introduzione di un pass che consente di combinare più voli nazionali con una tariffa fissa rappresenta una svolta nella pianificazione dei viaggi, soprattutto per i turisti internazionali che desiderano visitare più regioni senza dover acquistare singoli biglietti aerei.
Cos’è l’Azul Brazil Air Pass e a chi si rivolge
L’Azul Brazil Air Pass nasce dalla collaborazione tra Azul e Visit Brasil, con l’obiettivo dichiarato di rendere il Paese più accessibile: il pass è pensato per chi arriva dall’estero, indipendentemente dalla compagnia aerea utilizzata per raggiungere il Brasile, e offre la possibilità di costruire un itinerario personalizzato sul territorio nazionale.
Le tariffe partono da 400 euro per un viaggio della durata massima di 14 giorni, durante i quali è possibile includere fino a quattro destinazioni. Per chi ha più tempo a disposizione, esiste un’opzione da 500 euro che consente di viaggiare per 30 giorni e di toccare fino a otto città diverse.
Come funziona il pass e come si prenota
Il funzionamento dell’Azul Brazil Air Pass è pensato per semplificare al massimo l’organizzazione del viaggio: è disponibile tramite le agenzie di viaggio e il call center di Azul. Una volta scelto il tipo di pass, il viaggiatore può iniziare a definire le tappe del proprio itinerario e le relative date. Le agenzie hanno la possibilità di verificare e bloccare la disponibilità dei voli prima di procedere con l’emissione del pass e l’addebito della tariffa fissa.
Azul opera attualmente circa 800 voli al giorno verso 137 destinazioni in Brasile e copre gran parte del territorio nazionale: ciò permette una notevole libertà nella scelta delle città da visitare, dalle grandi metropoli ai centri più periferici. Il pass può includere anche tratte operate da altre compagnie aeree, se necessario, con un costo aggiuntivo.
Valorizzare la diversità del Paese
Alla base del lancio dell’Azul Brazil Air Pass vi è una strategia più ampia di promozione del Brasile come destinazione turistica complessa e multiforme. Anderson Serafim, Responsabile Commerciale e di Espansione Internazionale di Azul, ha sottolineato come l’obiettivo sia quello di facilitare l’arrivo dei turisti internazionali e permettere loro di scoprire la straordinaria varietà di destinazioni offerte.
Secondo Serafim, il pass è stato progettato per l’intero mercato, senza vincoli legati alla compagnia utilizzata per il volo intercontinentale. Allo stesso tempo, chi sceglie di volare con Azul anche per raggiungere il Brasile può beneficiare di condizioni ancora più competitive.
Collegamenti internazionali e accesso dall’Europa
iStockVeduta panoramica di Rio De Janiero con il Cristo Redentore
Azul ha la propria base operativa a San Paolo e, sul fronte europeo, offre collegamenti diretti da Lisbona e Parigi.
Tuttavia, esistono altre opzioni per raggiungere il Brasile dall’Europa: TAP Air Portugal collega il suo hub di Lisbona a numerose città brasiliane, tra cui Brasilia, Recife e Rio de Janeiro, con una delle reti più capillari sul Paese sudamericano. LATAM, invece, opera voli diretti da diverse capitali europee quali Londra, Amsterdam, Francoforte, Parigi e Madrid.
Piccola sulle mappe ma gigantesca appena si atterra, Saint-Martin è una paradisiaca isola dei Caraibi che sfida le logiche della geopolitica moderna: nei suoi appena 87 chilometri quadrati racchiude due Stati, due amministrazioni, due capitali, due monete (in realtà tre) e una sola anima. Come è possibile tutto questo? Nel 1648, il Trattato di Concordia assegnò la porzione settentrionale alla Francia (nota per l’appunto come Saint-Martin) e quella meridionale ai Paesi Bassi (chiamata Sint Maarten).
Il fatto più interessante è che non c’è alcuna barriera fisica a separare i territori. Si passa da un lato all’altro senza accorgersene, tra una rotonda e un cambio di lingua sulle insegne. Una vera e propria (interessante) anomalia, che si trasforma anche in un viaggio che pare un cortocircuito burocratico: per i visitatori provenienti dall’Unione Europea che atterranno nella parte francese basta una carta d’identità valida, mentre il passaporto è obbligatorio se il primo contatto avviene dal lato olandese.
C’è fermento nell’aria, perché la data d’inizio dei Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina si fa sempre più vicina. Sotto l’ombra dei cinque cerchi spiccano, fiere, le vette della Valtellina, pronte a trasformarsi nel cuore pulsante dell’evento. Non immaginate, però, solo tribune e cronometri perché l’adrenalina della leggendaria Pista Stelvio di Bormio e le acrobazie freestyle di Livigno sono solo la punta dell’iceberg.
Sono tante le attività da fare per immergersi nell’esperienza dei Giochi Olimpici, esperienze che uniscono sport, sapori e cultura. Le 10 cose da fare in Valtellina durante le Olimpiadi vi porteranno fuori dalle piste per scoprire le architetture dei palazzi rinascimentali, vigneti e piatti tipici, in un itinerario che intreccia la maestria artigianale e artistica e i sapori certificati DOP e IGP.
Sulla pista Stelvio tra scialpinismo e sapori tipici
Dal 6 al 21 febbraio 2026, la Pista Stelvio di Bormio sarà il centro del mondo per lo sci alpino maschile e lo scialpinismo. Qui, si trova una delle discese più tecniche e impegnative del circuito internazionale, caratterizzata da pendenze elevate che mettono alla prova anche i professionisti. Fuori dalle piste, a riscaldare sportivi e visitatori ci pensano i ristoranti e le locande del borgo. Nel menù compaiono grandi classici come i Pizzoccheri della Valtellina IGP e la Bresaola della Valtellina IGP.
Ciaspole e trekking tra le DOP
Per chi vuole scoprire la montagna a un ritmo diverso, lontano dalle velocità delle piste da sci, la Valtellina propone itinerari dedicati al trekking invernale. Un’iniziativa interessante è la Ciaspolata delle DOP, organizzata dal Consorzio Tutela Formaggi Valtellina Casera e Bitto. Uno dei percorsi più belli porta alla conca del Lago Palù, a 2000 metri di quota in Valmalenco. Qui, il Rifugio Lago Palù rappresenta una tappa strategica per assaggiare taglieri di formaggi locali abbinati a prodotti meno scontati, come i cocktail creativi a base di Mela di Valtellina IGP.
Se cercate un’esperienza diversa dal solito, ogni venerdì fino alla fine di marzo, l’alpinista Marco Confortola accompagna gli escursionisti in notturna, offrendo una prospettiva differente sulle vette olimpiche sotto la luce delle stelle.
Volete vivere l’adrenalina dello scialpinismo senza rischi? A Bormio sono disponibili gli Stelvio Natural Skimo Trail, percorsi tracciati che garantiscono un allenamento efficace in un ambiente controllato. Per chi invece desidera un’esperienza più esclusiva, la meta è Bormio 3000, dove si trova la Suite Levissima 3000, una struttura di design costruita con materiali ecosostenibili.
Qui potete godere di un panorama mozzafiato sorseggiando i vini DOCG valtellinesi accompagnati da un tagliere di Bresaola e formaggi Valtellina Casera e Bitto.
Con una rete di piste che si estende per oltre 45 chilometri, lo sci di fondo rappresenta l’alternativa più immersiva per esplorare il territorio. Uno dei punti di forza dell’offerta valtellinese è la Pista Valtellina di Santa Caterina, un tracciato tecnico immerso nei boschi del Parco Nazionale dello Stelvio, apprezzato sia dai professionisti che dagli amatori per la qualità costante della neve. Al termine dell’attività, il ristoro si trova nei rifugi della zona, come lo Stella Alpina. In queste strutture la cucina si basa sulla genuinità degli ingredienti a filiera corta!
Tour degustativo tra i vigneti
La Valtellina non si scopre solo sulla neve, ma anche percorrendo i suoi versanti terrazzati. La Strada del Vino suggerisce un tour che tocca le cantine storiche di Chiuro e Teglio, dove è possibile vedere da vicino i muretti a secco necessari per la viticoltura di montagna. Questo tipo di agricoltura, definita “eroica” per via delle pendenze estreme e del lavoro quasi esclusivamente manuale, dà origine a vini di grande struttura come lo Sforzato di Valtellina DOCG e il Valtellina Superiore DOCG.
Sleddog e gelati artigianali
L’avventura prosegue ad Arnoga, in Valdidentro, dove si può sperimentare il fascino dello sleddog presso l’Husky Village. Questa attività permette di scivolare sulla neve a bordo di slitte trainate da team di husky, percorrendo chilometri di piste battute immerse nel bosco. Una volta terminata l’escursione, il viaggio continua verso Livigno, che durante le Olimpiadi sarà la sede ufficiale per le spettacolari competizioni di freestyle e snowboard, e verso la Latteria di Livigno.
In questa struttura dotata di una grande terrazza panoramica potrete concedervi una sosta per gustare i gelati artigianali o per fare scorta di Valtellina Casera DOP.
Bormio è conosciuta fin dall’antichità per le sue acque termali millenarie. Dopo una giornata passata tra gli spalti o sulle piste, il relax presso QC Terme Bagni Vecchi e Bagni Nuovi è la soluzione ideale per ricaricarsi! I Bagni Vecchi offrono un’immersione nella storia con le loro grotte romane e una piscina all’aperto con vista mozzafiato sulla Pista Stelvio; i Bagni Nuovi propongono invece ampi giardini termali e vasche moderne.
Bob su rotaia per tutta la famiglia
Non mancano le attività per le famiglie, come quella proposta in Valdidentro, presso l’area Cima Piazzi Happy Mountain. Qui si trova il Family Bob, il primo bob su rotaia della Lombardia utilizzabile anche durante la stagione invernale.
Si tratta di un percorso di circa 600 metri di discesa che si snoda tra i boschi, garantendo divertimento e sicurezza grazie a un sistema di risalita automatizzato. È l’alternativa ideale per trascorrere qualche ora di svago tra una gara e l’altra, facendo infine sosta al Rifugio Conca Bianca per una merenda a base di mele locali.
Visitare la città di Teglio
Teglio è un borgo ricco di storia che merita una deviazione culturale dal circuito strettamente olimpico. Prima di dedicarsi al piacere della tavola, è consigliata una visita a Palazzo Besta, una dimora rinascimentale di rara bellezza con cortili affrescati e sale riccamente decorate. Altro simbolo del paese è la Torre de li Beli Miri, da cui si gode una delle viste panoramiche più ampie su tutta la valle.
Teglio è universalmente riconosciuta come la patria dei Pizzoccheri della Valtellina IGP, quindi una tappa nei ristoranti storici del borgo è d’obbligo!
Completiamo i consigli con un itinerario culturale che vede l’arte protagonista assoluta nei centri nevralgici della valle. Tra le mostre imperdibili durante le Olimpiadi c’è quella allestita a Bormio, nelle sale di Palazzo Simoni che ospitano esposizioni dedicate alla storia dello sci e alle grandi imprese alpine, permettendo di ripercorrere l’evoluzione tecnica e umana delle discipline invernali. Spostandosi verso Livigno, il MUS! Museo di Livigno e Trepalle diventa il cuore di mostre temporanee che esplorano la trasformazione del territorio, con percorsi fotografici che mettono in luce il passaggio dalla civiltà contadina all’era moderna dei Giochi.
Non meno affascinante è la proposta di Sondrio, dove il MVSA, Museo Valtellinese di Storia e Arte, organizza esposizioni che intrecciano il patrimonio artistico locale con installazioni contemporanee ispirate ai temi della sostenibilità e della neve.
Torna a conquistare il cuore degli appassionati la serie Tv Bridgerton, giunta alla sua quarta stagione. Ideata da Chris Van Dusen e prodotta da Shonda Rhimes, è tratta dal romanzo “La proposta di un gentiluomo” di Julia Quinn. La nuova stagione è visibile sulla piattaforma Netflix dalle 9:00 del 29 gennaio2026 (con i primi 4 episodi), mentre la seconda tranche esce il 26 febbraio.
Questa volta, i riflettori si spostano su Benedict, il fratello bohémien che sarà protagonista di una storia d’amore (ma non mancano di certo fastidiosi ostacoli lungo il cammino). Il mondo di Bridgerton non è affascinante soltanto per le storie e gli intrighi tra i personaggi, ma anche per la cura maniacale delle ambientazioni e delle location, che sono già diventate mete di viaggio imperdibili. Anche nella quarta stagione, i luoghi scelti per le riprese giocano un ruolo fondamentale nel raccontare l’eleganza, i contrasti sociali e il romanticismo dell’epoca Regency. Tra palazzi reali, grandi tenute di campagna e parchi aristocratici immersi nel verde, la serie costruisce un’Inghilterra ideale fatta di scenari iconici e location storiche, alcune ormai familiari agli appassionati, ma anche altre completamente nuove.
Di cosa parla
Nella quarta stagione della celebre serie Tv Netflix, ci si concentra sulla storia d’amore del secondogenito dei Bridgerton, Benedict (interpretato da Luke Thompson). Tutto inizia con un ballo in maschera, dove il giovane vede per la prima volta una misteriosa Dama in Argento che, a sua insaputa, si chiama Sophie Baek (interpretata da Yerin Ha): una cameriera intraprendente con i suoi segreti e sogni.
L’obiettivo è svelare l’identità di questa giovane donna… e il destino sembra farli incontrare nuovamente: nasce così una lotta interiore tra il suo affetto per questa affascinante cameriera e la fantasia della Dama d’Argento, ignaro del fatto che siano in realtà la stessa persona. Sboccerà davvero l’amore tra lui e Sophie?
Ufficio Stampa NetflixI protagonisti della quarta stagione di Bridgerton
Dove è stata girata Bridgerton 4
Per la quarta stagione di Bridgerton, Netflix ha cambiato approccio rispetto al passato, ridisegnando la geografia delle riprese. La cittadina romantica di Bath, il cuore pulsante dell’intera serie Tv nelle precedenti stagioni, in questa occasione è stata volutamente esclusa dalle riprese sul luogo: sembra infatti che la produzione abbia evitato questa location a causa dell’eccessiva affluenza di fan, che rendeva le riprese sempre più complesse. Le ambientazioni urbane in stile Regency che ricordano Bath sono state quindi ricostruite negli Shepperton Studios, nel Surrey, attraverso set estremamente dettagliati che sostituiscono strade, piazze e facciate cittadine.
Non si esclude però che appaiano anche riprese d’archivio delle strade di Bath, in particolare dell’ormai celebre Royal Crescent, la via a forma di mezzaluna su cui si affaccia un complesso residenziale composto da 30 unità abitative a formare un arco suggestivo ed elegante.
Accanto agli studi, in Bridgerton 4 sono state utilizzate anche diverse location reali tra Londra, il Surrey e l’Oxfordshire, nel Regno Unito, combinando esterni autentici, interni storici e ambienti ricreati alla perfezione proprio come apparivano all’epoca.
Ranger’s House a Greenwich
È l’inconfondibile casa dei Bridgerton, gli appassionati lo sanno: la Ranger’s House continua a rappresentare l’esterno della dimora della famiglia protagonista anche nella quarta stagione. La villa georgiana del 1723, situata ai margini di Greenwich Park (Londra), è riconoscibile per la facciata in mattoni rossi e i romantici glicini che nella serie Tv incorniciano il suo ingresso. Storicamente legata all’aristocrazia britannica e oggi è sede della Collezione Wernher, che espone smeraldi, smalti medievali e miniature di splendidi ritratti.
iStockRanger’s House, l’inconfondibile casa dei Bridgerton a Greenwich
Loseley Park nel Surrey
Una delle location chiave della quarta stagione e una novità nella serie Tv è il Loseley Park, una vasta tenuta privata di oltre 1.400 acri, al cui centro sorge la Tudor Loseley House, costruita tra il 1562 e il 1568.
Qui sono state girate per circa due settimane alcune scene più intime e narrative, con protagonisti gli attori Luke Thompson (Benedict Bridgerton) e Yerin Ha (Sophie Baek). Gli interni storici – dalla Great Hall con elementi legati a Enrico VIII fino ai camini monumentali e agli arredi elisabettiani – hanno contribuito a rendere l’atmosfera raccolta e romantica.
Ma i più attenti noteranno che questa tenuta non è nuova alle riprese cinematografiche: qui sono state girate diverse scene di altre celebri produzioni, come The Crown, La Favorita e Rebecca.
Hampton Court Palace, a East Molesey, nel Surrey, è un altro dei luoghi scelti per rappresentare il mondo di Bridgerton: il grande palazzo Tudor, celebre per i suoi cortili in mattoni rossi, l’orologio astronomico, i 60 acri di vasti giardini e le sue 1.000 stanze, è stato utilizzato nella quarta stagione per realizzare scene ambientate alla corte reale, tra ricevimenti ufficiali e intrighi aristocratici.
iStockHampton Court Palace, tra le location di Bridgerton 4
Wilton House nel Wiltshire
Torna anche l’ormai inconfondibile Wilton House, nel Wiltshire, per rappresentare gli interni del palazzo in cui dimora la regina Carlotta.
Ma c’è una stanza, in particolare, che più di tutte è celebre nel mondo del cinema e si trova proprio all’interno di questa tenuta: la Double Cube Room. L’avete già vista anche in Barry Lyndon, Frankenstein, Orgoglio e Pregiudizio e tanti altri film e serie Tv internazionali.
Anche nella quarta stagione di Bridgerton vediamo alcune scene ambientate fuori dall’Old Royal Naval College di Greenwich a Londra. Il complesso monumentale, affacciato sul Tamigi, patrimonio UNESCO, è stato utilizzato per rappresentare scenari istituzionali e solenni, grazie ai suoi colonnati, alle grandi piazze e alle architetture barocche che evocano potere e prestigio.
C’è un altro meraviglioso patrimonio UNESCO tra le location di Bridgerton 4: Blenheim Palace, nell’Oxfordshire. Questa monumentale residenza barocca fu il luogo di nascita di Winston Churchill e nella serie Tv fa da sfondo ad ambientazioni aristocratiche di alto livello. A rafforzare l’immaginario della nobiltà dell’epoca, ci sono le sue facciate imponenti, i saloni sfarzosi e i parchi progettati nel dettaglio da Capability Brown.
Syon Park, Wrotham Park e Windsor Great Park
Non mancano i parchi e le ambientazioni bucoliche in cui i nostri protagonisti fanno passeggiate e incontri riservati. Alcuni di questi sono meraviglie naturali che meritano una visita: Syon Park (a Brentford, a ovest di Londra e lungo il Tamigi), Wrotham Park (nell’Hertfordshire, a circa 20 km a nord di Londra) e Windsor Great Park (accanto al Castello di Windsor) sono i giardini curati attraversati da viali alberati che diventano il contesto ideale per gli sviluppi relazionali tra i personaggi.