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Parte il Treno dei Cammini per Lourdes, il viaggio notturno verso i sentieri più sorprendenti dei Pirenei

8 juin 2026 à 07:30

Un viaggio a ritmo lento a bordo di un treno storico notturno attraversa lo Stivale per raggiungere uno dei luoghi più celebri per il pellegrinaggio in Europa: Lourdes. Adagiata ai piedi dei Pirenei francesi, questa meta si svela non solo come un importante luogo religioso, ma anche come una sorprendente porta d’accesso verso un territorio ricco di sentieri, percorsi naturalistici e grandi cammini storici.

Per raggiungerla in modo sostenibile (e altamente suggestivo) c’è una nuova opportunità dedicata agli amanti del trekking e delle camminate immerse nella natura: è il Treno dei Cammini, il viaggio notturno organizzato da Fondazione FS Treni Turistici che dall’Italia, con alcune tappe intermedie, conduce nel cuore di questa affascinante regione. La data da segnare è l’11 giugno 2026.

L’itinerario del Treno dei Cammini

Calabria, Campania, Lazio e Liguria sono le regioni in cui fa tappa il Treno dei Cammini 2026: la partenza è fissata l’11 giugno da Reggio Calabria fino a Lourdes, mentre il ritorno, in senso contrario da Lourdes verso Reggio Calabria, è organizzato per il 17 giugno (si può scegliere anche solo una tratta di andata o ritorno). Chi fa il viaggio completo ha tutto il tempo necessario per esplorare il territorio e percorrere alcuni degli itinerari più belli della regione.

Si può prendere il treno da diverse città italiane in cui fa tappa il treno storico con locomotiva elettrica e carrozze a cuccette rinnovate. Ecco tutte le fermate e gli orari previsti:

  • Reggio di Calabria Centrale – partenza ore 3:20;
  • Villa San Giovanni – partenza ore 3:41;
  • Gioia Tauro – partenza ore 4:15;
  • Vibo Valentia-Pizzo – partenza ore 4:56;
  • Lamezia Terme Centrale – partenza ore 5:28;
  • Paola – partenza ore 6:15;
  • Battipaglia – partenza ore 9:26;
  • Caserta – partenza ore 10:30;
  • Roma Ostiense – partenza ore 12:54;
  • Lourdes – arrivo ore 18:06.

I vagoni, inoltre, hanno spazi dedicati ai bagagli che consentono di trasportare comodamente zaini e attrezzatura da trekking, arrivando a destinazione pronti per mettersi in cammino.

Da Lourdes ai grandi cammini dei Pirenei

Una volta arrivati a Lourdes, chi ama camminare ha solo l’imbarazzo della scelta su quali percorsi intraprendere. Tra gli itinerari più celebri c’è il GR78, il Cammino del Piémont Pirenaico, una delle storiche vie francesi che conducono verso Santiago de Compostela. Il percorso segue il versante settentrionale dei Pirenei attraversando villaggi, abbazie, santuari e paesaggi rurali fino a Saint-Jean-Pied-de-Port, punto di partenza del celebre Cammino Francese.

Lourdes è anche il centro del Chemin de Lourdes, una rete di percorsi storici che ripercorre le antiche strade dei pellegrini tra campagne, piccoli borghi e vallate, ideale per chi desidera un’esperienza piacevole e senza affrontare lunghi trekking in alta quota.

Per gli amanti della natura, la città rappresenta inoltre uno dei principali accessi al Parco Nazionale dei Pirenei, con sentieri che conducono a laghi alpini, vallate glaciali e rifugi di montagna, adatti sia a escursioni giornaliere sia a trekking di più giorni.

Tra le mete più spettacolari, per chi vuole intraprendere camminate di più giorni, spicca il Cirque de Gavarnie, patrimonio UNESCO: un gigantesco anfiteatro naturale modellato dai ghiacciai, circondato da pareti rocciose alte oltre 1.500 metri e attraversato da suggestive cascate. Gli escursionisti più esperti possono invece dirigersi verso il massiccio del Vignemale, la vetta più alta dei Pirenei francesi, esplorando un ambiente alpino fatto di ghiacciai, laghi d’altitudine e panorami che si spingono fino al confine con la Spagna.

Come prenotare il viaggio

I biglietti per il Treno dei Cammini possono essere acquistati attraverso tutti i canali Trenitalia, incluse le biglietterie in stazione, i self-service e le agenzie di viaggio abilitate. Le tariffe sono valide per una singola tratta, andata oppure ritorno, e variano in base alla stazione di partenza e alla tipologia di sistemazione scelta.

Per le partenze dal Sud Italia, il posto in cuccetta da 6 posti ha un costo di 209 euro, mentre la cuccetta da 4 posti è disponibile a partire da 239 euro. Chi desidera una maggiore privacy può prenotare l’intero scompartimento in uso esclusivo, con soluzioni dedicate a una, due, tre o quattro persone. Per le partenze dal Centro Italia, i prezzi partono da 179 euro per la cuccetta da 6 posti e da 209 euro per quella da 4 posti, con la possibilità di riservare anche in questo caso uno scompartimento a uso esclusivo.

Monastero di Blagaj, la casa dei dervisci incastonata tra la roccia e la sorgente più spettacolare dell’Erzegovina

1 juin 2026 à 13:51

La prima cosa a colpire è il profumo: muschio umido e caffè turco macinato fresco, mentre i polmoni si riempiono della freschezza pungente sprigionata dall’acqua. Subito dopo si assiste invece a una scena che sembra sfuggire alle normali proporzioni del paesaggio balcanico. Davanti agli occhi appare una parete di calcare grigio chiaro che si alza per circa 240 metri, dove ai suoi piedi una massa d’acqua cristallina emerge da una grotta immensa e dà origine alla Buna, considerata una delle sorgenti carsiche più potenti d’Europa. È proprio in questo fiabesco contesto che prende vita il Monastero di Blagaj, spesso chiamato Tekija di Blagaj oppure Tekija alla sorgente della Buna.

L’edificio bianco, addossato alla montagna e affacciato sull’acqua turchese, rappresenta una delle immagini più celebri della Bosnia- Erzegovina. Ma del resto lo sguardo passa continuamente dalla sorgente alla facciata della tekija, poi sale verso l’alto fino a intercettare i resti della fortezza medievale che domina il villaggio.

Blagaj si trova a pochi chilometri da Mostar, il piccolo centro abitato che deve parte della sua fama proprio a questo complesso religioso legato al sufismo, la corrente mistica dell’Islam. E, secondo la tradizione sufi, l’ambiente circostante costituisce parte integrante della struttura religiosa. Per questa ragione acqua, roccia, sorgente, sentieri, grotte e sepolture assumono un valore simbolico all’interno di una visione cosmologica che collega natura e ricerca interiore.

Breve storia del Monastero di Blagaj

Le origini del Monastero di Blagaj affondano molto più indietro rispetto alla costruzione attuale. Scavi archeologici hanno individuato tracce di un insediamento tardoantico, mentre durante il Medioevo quest’area possedeva già una forte rilevanza culturale e religiosa. Sulla cima della falesia riposano ancora oggi i resti della città fortificata appartenuta a Stjepan Vukčić Kosača, potente nobile dell’Erzegovina medievale. La sua presenza testimonia l’importanza strategica della valle della Buna molti secoli prima dell’arrivo ottomano.

La tekija venne edificata probabilmente attorno al 1520 come luogo di raccoglimento dei dervisci. Il primo riferimento scritto certo risale al 1664 grazie al grande viaggiatore ottomano Evliya Çelebi, che descrisse un centro già famoso all’interno dell’Impero. Nel corso del tempo attraversò numerose trasformazioni, in quanto frane e crolli causati dalla parete rocciosa sovrastante provocarono danni ripetuti.

Particolarmente importante risultò il restauro ottocentesco, che introdusse elementi del barocco turco. Ancora oggi si possono osservare dettagli decorativi appartenenti a questa fase, piuttosto rara nel panorama architettonico bosniaco. La tekija ebbe una caratteristica insolita rispetto ad altri centri sufi della regione: appartenendo inizialmente all’ordine bektashi, accolse dervisci residenti in modo stabile, una situazione più vicina alla vita monastica cristiana rispetto alla tradizionale funzione delle case dervisce, generalmente utilizzate soltanto per incontri e pratiche spirituali.

Durante il XX secolo attraversò fasi difficili. Dopo la Seconda Guerra Mondiale le attività dervisce subirono restrizioni e l’edificio passò sotto diverse amministrazioni. Soltanto negli anni successivi la comunità islamica locale riuscì a recuperare gradualmente la sua funzione originaria. Un vasto progetto di recupero, supportato da indagini archeologiche svolte tra il 2008 e il 2011, ha consentito la ricostruzione delle strutture storiche perdute e il recupero dell’aspetto tradizionale del complesso.

Tekija di Blagaj, Erzegovina
iStock
Tutta la paericolarità del Monastero di Blagaj

Come visitare il Monastero di Blagaj e cosa vedere

Basta seguire il corso della Buna per assistere alla comparsa improvvisa della falesia e della celebre facciata bianca affacciata sull’acqua. Da vicino l’edificio rivela una sorprendente eleganza: legno, pietra e intonaco dialogano con il paesaggio senza prevaricarlo. Linee semplici e proporzioni equilibrate trasmettono un senso di armonia che costituisce una delle sue caratteristiche più affascinanti.

All’interno si susseguono ambienti destinati alla vita religiosa e all’accoglienza dei viaggiatori. In passato il complesso comprendeva numerose strutture, tra cui una moschea con cupola, sale per l’insegnamento, spazi destinati ai pasti comunitari, cucina, hammam e camere per gli ospiti.

Particolarmente interessante risulta la semahana, la sala destinata allo svolgimento dello zikr. Questa pratica spirituale consiste nella ripetizione rituale di formule sacre e nomi divini accompagnati da peculiari ritmi respiratori. Non vi sorprenderà sapere, quindi, che ancora oggi gruppi di dervisci si riuniscono periodicamente per celebrare questi incontri religiosi.

Dalle finestre della semahana si apre una vista straordinaria sulla sorgente. Acqua e roccia diventano parte integrante della scenografia spirituale. Sopra una delle porte compare un’iscrizione che invoca l’apertura delle migliori porte da parte di Dio, un dettaglio che racconta molto della sensibilità mistica che caratterizza la tradizione sufi.

Merita attenzione anche il turbe, il mausoleo associato a Sari Saltuk, figura leggendaria dell’epoca ottomana. Secondo la tradizione il celebre mistico avrebbe chiesto che più bare venissero distribuite in territori differenti, rendendo impossibile individuare con certezza il punto della sua sepoltura. Blagaj rappresenta una delle località che rivendicano questo legame e proprio tale tradizione ha trasformato il sito in una meta significativa per numerosi fedeli.

Un altro elemento sorprendente riguarda l’antico hammam, di cui oggi restano le testimonianze di una raffinata struttura dotata di cupola traforata e di un sofisticato sistema per la distribuzione dell’acqua calda e fredda, prova dell’elevata qualità costruttiva raggiunta dagli artigiani ottomani.

Fuori dalla tekija conviene dedicare tempo alla contemplazione del paesaggio, poiché l’acqua assume tonalità che variano dal verde smeraldo al turchese intenso. Guardando verso l’alto si distinguono chiaramente i ruderi della fortezza medievale, mentre alle spalle della sorgente la grotta appare come una gigantesca apertura scavata nella montagna.

Dove si trova e come arrivare

Il Monastero di Blagaj si trova nell’omonimo, nell’Erzegovina meridionale, circa 12 chilometri a sud-est di Mostar. Raggiungerlo risulta piuttosto semplice: chi viaggia in automobile può arrivare in meno di 20 minuti dal centro di Mostar seguendo una strada ben segnalata che attraversa la valle della Neretva e i paesaggi rurali circostanti.

Collegamenti in autobus uniscono regolarmente Mostar e Blagaj. Una volta scesi alla fermata principale, servono pochi minuti a piedi per arrivare alla sorgente della Buna e al complesso religioso. Molti visitatori scelgono di includere Blagaj durante una giornata dedicata all’esplorazione dell’Erzegovina. La vicinanza con Mostar permette infatti di abbinare la visita alla celebre città del Ponte Vecchio con una tappa completamente diversa per atmosfera e ritmo.

Davanti alla Tekija di Blagaj si percepisce qualcosa che lascia a bocca aperta: natura, storia, spiritualità e architettura dialogano senza competere tra loro. La montagna protegge il monastero, l’acqua ne accompagna il racconto e il silenzio amplifica una sensazione difficile da definire.

Felseneremitage, l’eremo scavato nella roccia tedesca che custodisce secoli di culti, pellegrini e silenzi

25 mai 2026 à 16:30

Sopra il piccolo centro di Bretzenheim, tra colline morbide punteggiate da filari ordinati e strade secondarie battute più da trattori che da traffico turistico, una parete d’arenaria interrompe il paesaggio agricolo della valle della Nahe con un colpo di scena inatteso: nella roccia affiora una costruzione che sembra appartenere a un altro continente, oppure a un’epoca rimasta intrappolata sottoterra. Finestre incassate nella pietra, nicchie consumate dal tempo, cavità sovrapposte e un’antica cappella scavata direttamente nel fianco della montagna raccontano la Felseneremitage di Bretzenheim, chiamata anche “monastero nella roccia”. E no, non è una banalità perché è persino considerata l’unica struttura monastica rupestre conservata a nord delle Alpi.

Attorno scorrono vigne celebri per la produzione vinicola della Rheinhessen, la più ampia regione vitivinicola tedesca, mentre davanti agli occhi compare un luogo legato per oltre 1.000 anni alla preghiera, alla solitudine spirituale e ai pellegrinaggi popolari. Osservando con maggiore attenzione, si nota addirittura che quella stessa parete custodisce ancora tracce di culti molto più antichi del cristianesimo.

Prima dell’arrivo degli eremiti, infatti, l’area avrebbe ospitato un santuario pagano. Ci sono pure rientranze, aperture irregolari e piccoli recessi dalla funzione ancora discussa. Diversi studiosi ritengono che quelle nicchie servissero già in epoca precristiana per rituali religiosi, mentre altri parlano di spazi destinati a lampade votive oppure offerte. Proprio questa stratificazione rende Felseneremitage diverso da qualsiasi altra tappa religiosa tedesca.

Breve storia di Felseneremitage

La prima menzione documentata di questo particolare luogo risale al 1043. Un testo medievale cita la consacrazione di un altare all’interno della chiesa rupestre dedicata a sant’Antonio, figura simbolica della vita eremitica. A quel tempo il complesso rappresentava già una realtà religiosa consolidata.

Nel Medioevo diversi eremiti abitarono questi ambienti scavati nella pietra. La sala principale, ampia circa 90 metri quadrati, funzionava da spazio comunitario del convento rupestre. Finestre aperte successivamente portarono luce naturale all’interno della montagna, creando un contrasto sorprendente tra oscurità minerale e bagliori esterni provenienti dai vigneti circostanti.

Accanto alla grande sala si trova la cosiddetta cappella nella roccia, con un altare che venne ricavato direttamente dall’arenaria (è un particolare che colpisce ancora oggi per precisione artigianale e semplicità austera). Sotto il livello principale si sviluppavano ulteriori camere rupestri, collegate da un sistema articolato di ambienti che conferiva al tutto una struttura quasi labirintica.

Nel 1567 una frana distrusse parte della chiesa e l’altare originario. La montagna modificò improvvisamente il volto del santuario, lasciando ferite ancora leggibili sulla parete rocciosa. Eppure la vita spirituale proseguì: secoli dopo Felseneremitage tornò addirittura al centro della devozione popolare grazie al ritrovamento di presunte reliquie.

Poi arrivò il 1719, anno in cui la festa dell’Annunciazione attirò oltre 4.000 pellegrini. Un numero impressionante per un villaggio rurale della Germania occidentale. Immaginare quella folla lungo sentieri sterrati e pendii coltivati a vite restituisce l’idea della fama raggiunta dal santuario nel XVIII secolo, in quanto Bretzenheim diventò una meta religiosa conosciuta ben oltre i confini regionali.

Gli eremiti continuarono ad abitare il complesso fino al 1827. L’ultimo custode trascorse qui oltre 50 anni della propria vita e morì a 82 anni. Dopo la sua scomparsa, Felseneremitage perse gradualmente funzione religiosa stabile, conservando però un’aura potente che ancora oggi trasforma la visita in qualcosa di diverso rispetto a una semplice attrazione storica.

Come funziona la visita e cosa vedere

La prima cosa che sorprende sono le dimensioni reali della struttura: dalle fotografie sembra una cavità isolata nella montagna, invece il complesso è articolato, sviluppato su più livelli e ricco di dettagli scolpiti direttamente nella parete arenaria. Attualmente gli ambienti interni risultano chiusi al pubblico per ragioni di sicurezza legate a un movimento franoso avvenuto negli ultimi anni.

La visita libera consente comunque di osservare l’esterno durante tutto l’anno, mentre tour guidati organizzati dalla zona turistica di Langenlonsheim-Stromberg aiutano ad approfondire storia, simbologia religiosa e trasformazioni architettoniche del sito.

Davanti alla roccia si resta colpiti dal colore caldo dell’arenaria, particolarmente intenso nelle ore pomeridiane. Le aperture rettangolari plasmate nella parete ricordano quasi abitazioni troglodite del Mediterraneo orientale più che edifici monastici tedeschi. Alcune nicchie mantengono tracce delle antiche coperture, altre sembrano ferite lasciate da secoli di erosione e utilizzo umano.

Tra gli elementi più enigmatici c’è un rilievo medievale raffigurante un cavaliere. Gli studiosi collegano l’opera all’Alto Medioevo, anche se varie interpretazioni continuano a circolare attorno alla sua origine. Nelle vicinanze, invece, si sviluppano sentieri tra vigne, prati e scorci sulla valle del Guldenbach, con l’atmosfera che cambia rapidamente a seconda della stagione: estate e inizio autunno regalano filari carichi d’uva e colline luminose, mentre l’inverno porta nebbie leggere che accentuano il carattere austero del monastero rupestre.

Durante le visite guidate emergono racconti legati agli eremiti, ai pellegrini del XVIII secolo e ai culti precedenti al cristianesimo. Nessun allestimento spettacolare distrae lo sguardo. E, forse, è proprio questa essenzialità a rendere il posto indimenticabile.

Dove si trova e come arrivare

Felseneremitage si trova a Bretzenheim an der Nahe, nella Renania-Palatinato occidentale, tra Bingen e Bad Kreuznach. L’area appartiene alla regione vinicola della Rheinhessen, famosa per colline coltivate e piccoli villaggi attraversati da strade panoramiche. Da Francoforte servono circa 1 ora e 15 minuti d’auto, mentre Magonza dista poco più di 40 minuti.

Chi preferisce i mezzi pubblici può raggiungere la stazione ferroviaria di Bretzenheim attraverso collegamenti regionali della valle della Nahe, proseguendo poi lungo percorsi tra vigneti e leggere salite. L’arrivo regala un contrasto inatteso: da una parte cantine, campi coltivati e paesaggio rurale tipico della Germania sudoccidentale; dall’altra una montagna scavata dall’uomo per motivi spirituali già oltre 1.000 anni fa.

Felseneremitage, Germania
iStock
Tutta la particolarità di Felseneremitage

Pochi luoghi (in particolare della Germania) riescono a raccontare con tale forza il passaggio continuo tra epoche differenti. Santuario pagano, tempio romano, monastero medievale, rifugio di eremiti, meta di pellegrinaggio e monumento culturale convivono nella stessa parete di arenaria. Bretzenheim custodisce tutto questo lontano dai grandi circuiti turistici, tra vigne silenziose e sentieri di campagna che portano direttamente verso una delle architetture rupestri più sorprendenti d’Europa.

In Israele rinasce un antico cammino percorso per secoli dai pellegrini

16 mai 2026 à 10:00

Per secoli il pellegrinaggio verso Gerusalemme ha rappresentato uno dei grandi viaggi spirituali del Mediterraneo e del Medio Oriente: uomini e donne provenienti da culture e religioni diverse attraversavano città, villaggi e paesaggi della Terra Santa con l’obiettivo di raggiungere la Città Santa, seguendo itinerari che col tempo sono diventati parte della memoria storica e religiosa della regione. Oggi, dopo un lungo periodo in cui quei percorsi erano in gran parte scomparsi dalla memoria vivente, un nuovo progetto sta cercando di riportarli alla luce: si chiama W2J, acronimo di “The Way to Jerusalem”.

L’iniziativa punta a far rinascere l’antico cammino verso Gerusalemme recuperando non solo il tracciato fisico del pellegrinaggio, ma anche il suo significato culturale, spirituale e umano. Il percorso tocca gli stessi paesaggi e le stesse strade che hanno visto transitare pellegrini diretti verso Gerusalemme, tra luoghi storici, archeologici e sacri per le tre grandi religioni monoteiste: ebraismo, cristianesimo e islam.

L’idea alla base del progetto è quella di offrire un’esperienza di viaggio che unisca il cammino fisico a una dimensione interiore fatta di incontro e dialogo: W2J si presenta, infatti, come un ponte tra culture, fedi e persone, un percorso verso quella che gli organizzatori definiscono la “Gerusalemme Celeste” tramite il viaggio concreto verso la “Gerusalemme Terrena”.

Il progetto W2J e la rinascita del pellegrinaggio

The Way to Jerusalem” è un’iniziativa di carattere nazionale guidata dalla “The Way to Jerusalem Pilgrimage Association”, fondata da Golan Rice e Yael Tarasiuk per permettere a persone provenienti da Israele e dal resto del mondo di tornare a camminare verso Gerusalemme sulle orme dei pellegrini che hanno raggiunto la città nel corso di migliaia di anni.

Secondo l’impostazione dell’associazione, il valore del viaggio risiede anche nell’esperienza vissuta lungo il tragitto: l’incontro con le comunità locali, l’ascolto delle storie del territorio, l’ospitalità ricevuta e la possibilità di creare un dialogo multiculturale tra persone con percorsi di vita differenti.

Il cammino attraversa, infatti, aree profondamente legate alla storia religiosa e culturale della regione e il progetto recupera una delle dimensioni più antiche del pellegrinaggio, quella dell’incontro umano.

Da Jaffa a Gerusalemme: 111 chilometri in sei giorni

Gli otto pellegrini che hanno completato il percorso W2J, Israele
Crediti IMOT
Gli otto pellegrini che hanno completato il percorso W2J

La scorsa settimana, un gruppo internazionale di otto pellegrini ha completato il percorso W2J percorrendo 111 chilometri dal porto di Jaffa fino alla Porta di Jaffa della Città Vecchia di Gerusalemme.

Il viaggio si è svolto nell’arco di sei giorni e ha coinvolto partecipanti provenienti da Taiwan, Stati Uniti, Spagna e Israele, appartenenti a differenti tradizioni religiose, tra cui cristiani evangelici, cattolici ed ebrei, che hanno condiviso l’intero cammino come un unico gruppo.

Gli organizzatori li hanno definiti come il primo “Gruppo Pionieristico proveniente da tutto il mondo”, a sottolineare il carattere simbolico del viaggio.

L’incontro con le comunità locali lungo il cammino

Uno degli aspetti centrali dell’esperienza W2J riguarda il rapporto con le comunità attraversate durante il percorso: durante il viaggio, i pellegrini hanno soggiornato in diverse località, entrando in contatto con abitanti del posto e ascoltando le loro storie.

Secondo il racconto dell’associazione, il cammino ha favorito uno scambio continuo tra i partecipanti e le persone incontrate lungo la strada: i pellegrini hanno condiviso le proprie esperienze personali e spirituali, mentre le comunità locali hanno raccontato il legame del territorio con la storia e con il pellegrinaggio.

Nonostante le differenze religiose, culturali e linguistiche, ogni partecipante ha trovato nel viaggio un’esperienza personale significativa. Per alcuni il pellegrinaggio ha rappresentato un momento di riflessione spirituale, per altri un’occasione di incontro tra culture, per altri ancora un modo per riscoprire il significato del viaggio lento e della condivisione.

I timbri del pellegrino e il certificato “Jerushalma”

Come avviene in molte tradizioni di pellegrinaggio, anche per il percorso W2J i pellegrini ricevono un Tesserino del Pellegrino sul quale raccolgono timbri nelle varie stazioni lungo il tragitto.

Una volta arrivati alla Porta di Jaffa, nella Città Vecchia di Gerusalemme, i partecipanti che presentano il tesserino completato con tutti i timbri ricevono il timbro finale e il Certificato ufficiale di Pellegrinaggio “Jerushalma”, rilasciato da W2J insieme al Ministero del Turismo israeliano.

Cascia, il cuore medievale della Valnerina tra pietre rosa e silenzio mistico

14 mai 2026 à 19:00

Aggrappato al colle di Sant’Agostino, a 653 metri sul livello del mare, Cascia è un mistico borgo che guarda la Valnerina e, contemporaneamente, mantiene un rapporto stretto con il fiume Corno, asse naturale che ha guidato insediamenti e spostamenti fin dall’antichità. Il nome non vi suonerà di certo nuovo, perché questa località ha uno stretto legame con Santa Rita, figura femminile centrale della spiritualità umbra (vissuta tra 1381 e 1457) e diventata punto di riferimento per pellegrinaggi internazionali.

La sua identità contemporanea è costruita infatti su due elementi principali: il primo è religioso e legato alla figura di Margherita Lotti (vero nome della Santa); il secondo è paesaggistico e connesso al contesto montano ancora integro, con coltivazioni tradizionali e produzioni locali che includono zafferano, legumi e tartufo nero della zona appenninica.

Del resto, questa terra posta nel lembo meridionale della provincia di Perugia vibra di un’energia densa, palpabile attraverso il contatto dei palmi sulle pareti di calcare locale.

Cosa vedere a Cascia

La devozione religiosa di questa perla d’Umbria è senza dubbio il centro focale di tutto, ma la verità è che qui si nasconde anche un patrimonio architettonico che parla lingue diverse, fondendo gotico, barocco e razionalismo moderno in un unico mosaico visivo coerente. Il bellissimo centro storico, infatti, presenta una concentrazione di architetture religiose e civili che raccontano secoli differenti senza soluzione di continuità apparente.

Basilica e Monastero di Santa Rita

Il complesso religioso principale della città venne costruito tra 1937 e 1947 su edifici precedenti dedicati a Maria Maddalena. Oggi si presenta come una struttura ampia con facciata luminosa e un impianto interno pensato per accogliere flussi continui di fedeli.

Tra le sue preziose mura si trova il luogo legato alla deposizione della Santa nel 1457, elemento centrale della devozione internazionale. A catturare l’attenzione è anche il roseto simbolico, richiamo a uno degli episodi più noti della tradizione agiografica locale.

Chiesa di Sant’Antonio Abate

Poi ancora la Chiesa di Sant’Antonio Abate, collocata fuori dal nucleo murato originario. In questo caso si arriva al cospetto di un impianto tardo medievale con trasformazioni barocche avvenute nel 1707. L’interno, dal canto suo, è caratterizzato da cicli pittorici dedicati alla vita del Santo, con linguaggio narrativo tipico delle botteghe umbre tra ‘400 e ‘600.

Chiesa di San Francesco

Nell’area centrale della cittadina svetta nei cieli la Chiesa di San Francesco, a sua volta collegata a un antico convento. Di origine trecentesca con rifacimenti successivi nel ‘400, sfoggia una facciata sobria, un portale ogivale e un rosone che introduce luce filtrata nello spazio interno.

Collegiata di Santa Maria

La Collegiata di Santa Maria è invece uno degli edifici più antichi della città ed è ricca di opere d’arte sacra, tra cui un crocifisso ligneo del XV secolo e arredi liturgici di diverse epoche.

Chiesa di Sant’Agostino

Poi ancora la Chiesa di Sant’Agostino, posizionata su un’altura che domina il centro urbano, che è tutta decorata da affreschi di scuola umbra e perugina, con cromie ancora leggibili e figure sacre distribuite lungo pareti e absidi.

Palazzo Santi, Museo Civico

Edificio civile trasformato in sede museale, il Palazzo Santi Museo Civico consente di ammirare una raccolta archeologica che include reperti provenienti dal territorio circostante, con testimonianze preromane e romane. Vi sono conservate anche opere lignee medievali e documenti legati alla storia amministrativa locale.

Roccaporena

Non è di certo meno importante Roccaporena, anche perché è la frazione legata alla nascita di Santa Rita. Si trova tra formazioni rocciose e terrazzamenti naturali e vi è ancora la presenza di casa natale, casa coniugale e luoghi simbolici legati alla tradizione devozionale.

Degni di particolare nota (soprattutto per i credenti) sono la Scoglio della Preghiera, un’altura isolata con piccola chiesa costruita nel 1919, l’Orto del Miracolo e il roseto che collegano la narrazione agiografica a elementi vegetali presenti ancora oggi.

Roccaporena, Cascia
iStock@Rasoft74
Veduta aerea di Roccaporena

Tempio romano di Villa San Silvestro

Infine il Tempio romano di Villa San Silvestro, area archeologica situata sull’altopiano di Chiavano. Il visitatore qui può muoversi tra i resti di un edificio templare sovrapposto a stratificazioni precedenti preromane e romane.

Vale la pena fare un salto anche alla Chiesa di San Silvestro (costruita sopra strutture antiche), dove alcuni scavi hanno rivelato fasi diverse di occupazione, con trasformazioni da centro religioso ad area produttiva in epoca tardoantica.

Cosa fare a Cascia

Chi viene da queste parti, in genere, lo fa per motivi religiosi, ma la verità è che il territorio di Cascia offre pure attività legate a paesaggio e alle tradizioni locali. Tra le migliori esperienze da fare:

  • Intraprendere i percorsi verso Roccaporena: tra elementi naturali e luoghi simbolici della tradizione ritiana.
  • Esplorazione dell’altopiano di Chiavano: con area archeologica romana e contesto rurale circostante.
  • Degustazione di prodotti locali: legati a zafferano, legumi e tartufo nero della Valnerina.
  • Itinerari verso i borghi vicini della Valnerina: con connessioni storiche e paesaggistiche.
  • Partecipazione agli eventi stagionali: associati alla tradizione religiosa e agricola del territorio.

Dove si trova e come arrivare

La strada statale 320 è quella che collega Cascia alla rete viaria principale dell’Umbria partendo dalla Valnerina. Chi proviene da nord passa attraverso raccordi tra Perugia e Spoleto con accesso alla Vallata del Nera. Il percorso da Roma, invece, scorre nella zona di Terni lungo direttrici appenniniche fino all’imbocco della valle, mentre il collegamento dall’Adriatico segue la dorsale marchigiana verso Norcia con successivo attraversamento montano.

La stazione ferroviaria più vicina è situata a Spoleto, dove è possibile salire su autobus in direzione del centro casciano. L’aeroporto regionale di Perugia rappresenta il punto di arrivo per il traffico aereo nazionale, mentre lo scalo di Roma Fiumicino amplia le connessioni internazionali.

Cascia è uno di quei posti da visitare almeno una volta nella vita, anche perché quando si arriva qui ci si rende conto che, come per miracolo, la luce possiede una qualità particolare: vira verso il malva quando il sole tramonta dietro i Monti Sibillini, regalando riflessi ramati alle facciate dei palazzi nobiliari.

San Juan de la Peña, il monastero nascosto tra le pieghe dei Pirenei

7 mai 2026 à 17:00

Lasciate dietro di voi le tipiche immagini della Spagna dalle piazze assolate, dei centri storici affollati e delle città monumentali. Perché l’angolo di cui vi stiamo per parlare mostra un volto molto diverso del Paese e che la maggior parte dei turisti (ancora) non conosce. Nel nord, per la precisione ai margini dei Pirenei aragonesi, c’è un pullulare di pinete, gole scavate dal tempo, altopiani erbosi e pareti di calcare chiaro che sembrano custodire segreti antichi. Tanto che, quasi all’improvviso, appare lui: San Juan de la Peña.

Si tratta di un complesso monastico eccezionale, in quanto parte della struttura sparisce letteralmente sotto una gigantesca roccia, una massa minerale tanto ampia da trasformarsi in tetto naturale. Per la tradizione locale questo sito rappresenta la culla del Regno d’Aragona, un appellativo che pesa quanto una dichiarazione identitaria. Tra queste pareti, infatti, prese forma una parte decisiva della storia medievale della regione.

Poi ci sono (chiaramente) le leggende, come quella che collega San Juan de la Peña al Santo Calice, il Graal della tradizione cristiana (che pare sia rimasto protetto qui per oltre 300 anni).

Taputapuatea è un magico santuario che racconta l’origine del Pacifico polinesiano

3 mai 2026 à 16:00

Se pensiamo alla Polinesia Francese, la prima immagine che ci viene in mente è senza dubbio quella paradisiaca delle sue isole più celebri. Ma Raiatea è diversa, perché piena di pendii verdi, baie silenziose, strade lente e un senso di antichità che entra subito addosso. Proprio sulla costa sud-orientale di quest’isola, infatti, sorge Taputapuatea, un complesso sacro all’aperto considerato da molti polinesiani la culla simbolica della loro civiltà.

Il nome indica un luogo di offerte giunte da lontano, definizione che rivela il ruolo avuto per secoli. Capi, sacerdoti, navigatori e guerrieri raggiungevano questo promontorio da arcipelaghi lontanissimi attraverso rotte oceaniche tracciate con stelle, correnti, vento, e volo degli uccelli. Arrivare fin qui, del resto, significava partecipare a una rete politica, religiosa e culturale vastissima.

Chi visita oggi Taputapuatea avverte subito che il paesaggio circostante fa parte del santuario, al punto che nulla pare collocato a caso. Davanti si apre la laguna, oltre la barriera passa l’oceano immenso. Alle spalle, invece, salgono rilievi coperti di vegetazione e basta fermarsi pochi minuti per comprendere perché questo sito venga associato al mana, l’energia spirituale celebrata in tutto il mondo polinesiano.

Il 9 luglio 2017 Taputapuatea è entrato nella lista UNESCO, 43° (all’epoca) bene francese tra patrimoni culturali e naturali riconosciuti. Una consacrazione internazionale che ha dato voce a un posto già centrale nella memoria oceanica.

Breve storia di Taputapuatea

Le prime fasi del complesso risalgono a molti secoli fa e la sua crescita proseguì tra XIV e XVIII secolo. In origine il culto era legato a Ta’aroa, divinità creatrice. Col tempo il santuario venne associato a ‘Oro, dio della guerra e della fertilità, figura potentissima nella tradizione locale.

Taputapuatea fu strettamente legato al potere della dinastia dei Tamatoa, lignaggio di capi di Raiatea che consolidò prestigio e alleanze su una vasta area del Pacifico. In quest’epoca il Marae fu molto più di un tempio: qui si sancivano patti, si investivano leader, si celebravano funerali, si definivano gerarchie e si rinnovavano rapporti tra isole lontane.

Nel 1763 guerrieri provenienti da Bora Bora saccheggiarono il sito, episodio rimasto nella memoria regionale. Nei decenni successivi l’arrivo dei missionari cristiani cambiò profondamente la società locale e molte pratiche rituali cessarono. Fu così che, inevitabilmente, il complesso venne progressivamente abbandonato.

La tutela moderna iniziò nel 1952 con la protezione legale della Polinesia Francese. Tra 1994 e 1995 si svolsero restauri archeologici importanti e oggi Taputapuatea vive una nuova stagione fatta di studi, cerimonie identitarie e trasmissione culturale.

Cosa vedere a Taputapuatea

Tenete a mente questo prezioso consiglio: prima di osservare i singoli spazi, alzato lo sguardo per leggere l’insieme. Taputapuatea copre circa 2.000 ettari tra terra e mare e comprende vallate interne, laguna e barriera corallina. Qui il monumento principale conta molto, però il vero capolavoro resta il dialogo tra architettura sacra e natura.

Marae Taputapuatea

Il Marae Taputapuatea è il cuore del complesso, un grande cortile lastricato di forma quadrangolare con piattaforma cerimoniale rettangolare detta ahu rivolta verso il mare. Blocchi di basalto e corallo compongono linee essenziali, severe ma potentissime, mentre al centro si percepisce l’idea polinesiana del contatto tra mondo dei vivi, chiamato Te Ao, e sfera degli antenati, Te Po.

La pietra eretta del recinto sacro

Uno degli elementi più suggestivi del sito è la grande pietra verticale collocata in un’area rituale minore. Rappresentava autorità, consacrazione e memoria. Vista dal vivo colpisce per semplicità assoluta: una sola massa in grado di dominare il paesaggio.

Taputapuatea, Raiatea, Polinesia Fancese
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Taputapuatea a Raiatea, posto incredibile

Te Ava Mo’a

Davanti al santuario si apre il passaggio sacro nella barriera corallina. Da Te Ava Mo’a entravano le grandi canoe oceaniche dopo l’attesa al largo. Immaginare file di imbarcazioni tradizionali che chiedono accesso al cuore spirituale della Polinesia cambia completamente la percezione di questo incredibile posto.

Atāra Motu

Impossibile non notare Atāra Motu, piccolo isolotto nella barriera, usato un tempo come punto di attesa per gli arrivi ufficiali. Oggi aggiunge profondità scenografica alla vista sulla laguna e ospita uccelli marini. Da lontano pare un dettaglio, ma in realtà era parte del protocollo sacro.

Valle di ‘Ōpo’a e Hotopu’u

Alle spalle del complesso si aprono valli coperte di foresta con terrazze agricole, resti abitativi e altri marae più antichi. Qui si comprende la struttura della società ma’ohi, con coltivatori nelle zone interne e classi dirigenti più vicine alla costa cerimoniale.

Monte Tea’etapu

Il Monte Tea’etapu è la montagna sacra che domina il settore sud-orientale di Raiatea. La sua presenza scenica accompagna l’intera visita e quando nuvole veloci sfiorano la sua cima, il profilo sembra custodire ancora il santuario.

Il fiore Tiare Apetahi

Simbolo botanico di Raiatea, il fiore Tiare Apetahi cresce soltanto sul monte Temehani. Chi prolunga il soggiorno può cercare questo rarissimo emblema isolano, pieno di petali delicati e con una storia fragile che lo ha reso quasi leggendario.

Dove si trova e come arrivare

Taputapuatea si trova nel comune di Opoa, costa sud-est di Raiatea, una delle Isole della Società nella Polinesia Francese. Raiatea giace accanto a Tahaa e relativamente vicina a Bora Bora e Huahine, al centro di un arcipelago tra i più celebri del Pacifico. Il modo più semplice per arrivare prevede volo interno da Tahiti fino all’aeroporto di Raiatea.

Dallo scalo al sito, poi, servono auto a noleggio, taxi o escursioni organizzate. La strada costiera attraversa villaggi tranquilli, giardini tropicali e scorci sulla laguna. Molti viaggiatori raggiungono Raiatea anche in barca a vela, dato che l’isola è una base nautica rinomata.

È molto importante tenere a mente, inoltre, che Taputapuatea richiede rispetto al massimo: si resta sui percorsi segnati, si evita di salire sulle strutture e si parla a bassa voce. Nessuno impone teatralità spirituali, però il posto suggerisce naturalmente misura.

Quando il sole cala e le pietre si scuriscono, Raiatea mostra il suo soprannome più sincero: quello di Isola Sacra. In quell’ora Taputapuatea smette di sembrare un sito archeologico e torna ciò che fu per secoli, ovvero un centro vivo del Pacifico.

Béziers, la Città Indomita tra vigne, pietra chiara e chiuse d’acqua nel cuore dell’Occitania

26 avril 2026 à 11:30

Sopra un’altura calcarea del dipartimento dell’Hérault, nel sud della Francia, riposa una delle comunità urbane più antiche di tutto il Paese. Quando si arriva, prima si scorge il profilo severo della cattedrale, poi i ponti sull’Orb, infine un mosaico di tetti color miele che scende verso il fiume. Questa antica città si chiama Béziers e vanta origini che gli archeologi collocano almeno nel VI secolo a.C., forse ancora prima.

Fenici, Greci, Romani, mercanti del vino, vescovi, costruttori visionari, rivolte religiose e rinascite moderne hanno lasciato strati visibili a occhio nudo. Chiamata anche la “Città Indomita” perché durante la crociata contro i Catari, nel 1209, fu travolta da uno dei massacri più celebri del Medioevo europeo, dietro alla sua lunga storia nasconde anche un’anima solare e generosa.

Cosa vedere a Béziers

Sì, occorre mettere in conto un po’ di fatica perché il centro storico di questa località di Francia è un intricato labirinto di salite ripide, che premiano lo sguardo con scorci improvvisi su tetti di tegole rosse e vallate verdi.

Un consiglio per chi decide di visitare Béziers? Alzare spesso lo sguardo, in quanto i dettagli stanno in alto, su cornici scolpite, balconi in ferro battuto, torrette, timpani e finestre rinascimentali incastonate tra facciate più semplici.

Cattedrale di Saint-Nazaire

Un vero e proprio colosso gotico del XIII secolo. La Cattedrale di Saint-Nazaire, piantata sul bordo della rupe, sembra più una fortezza che un luogo di culto. Merli, torri, feritoie e masse murarie compatte furono anche una dichiarazione politica dopo gli anni catari.

Cattedrale di Saint-Nazaire, Francia
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La bellissima Cattedrale di Saint-Nazaire

Dentro, invece, pare di non aver capito niente dal suo aspetto esteriore: è un susseguirsi di vetrate colorate, navate alte, penombra fresca e silenzio che assorbe i passi. Il punto migliore però è il giardino dell’antico episcopio, dietro l’edificio, con una vista che abbraccia la Valle dell’Orb, i ponti cittadini e nelle giornate terse perfino il riflesso del Mediterraneo.

Pont Vieux e fiume Orb

Il vecchio ponte medievale collega Béziers al suo fiume con arcate eleganti in pietra. Guardarlo dal basso (con la cattedrale sopra) regala una delle immagini più potenti della città. L’Orb nasce nell’entroterra montuoso e scende verso il mare, e lo fa scavando la valle che rende questa città naturalmente dominante.

Les 9 Écluses de Fonseranes

Arrivare al cospetto delle 9 Écluses de Fonseranes (Chiuse di Fonseranes) significa avere l’opportunità di ammirare un capolavoro assoluto di ingegneria idraulica. Queste celebri chiuse del Canal du Midi, infatti, permettono alle imbarcazioni di superare un dislivello importante attraverso una sequenza spettacolare di bacini.

Il Canal du Midi, inaugurato nel XVII secolo, collegò Atlantico e Mediterraneo tramite vie interne. L’ideatore fu Pierre-Paul Riquet, nato proprio a Béziers.

Allées Paul-Riquet

Cuore elegante dell’800 locale, Allées Paul-Riquet è un largo viale alberato che ricorda i boulevard francesi di gusto haussmanniano. Al centro campeggia la statua di Riquet, mentre attorno scorrono caffè, tavolini, librerie e voci.

Les Halles

Les Halles è un mercato coperto storico del 1891. Restaurato con cura, è oggi pieno di profumi intensi. Vale la visita anche senza acquisti, per divertirsi a captare accenti diversi, osservare gesti rapidi dei venditori e seguire semplicemente il ritmo quotidiano.

Antiche arene romane

Una curiosità rara: i resti dell’anfiteatro romano furono inglobati nei secoli da abitazioni successive, regalando colori vivaci, muri antichi e vita contemporanea nello stesso perimetro. In sostanza, passato e presente si stringono la mano nel vero senso della parola.

Plateau des Poètes

Infine il Plateau des Poètes, giardino paesaggistico ottocentesco vicino alla stazione, progettato in stile inglese. Ricco di fontane, statue, alberi maturi e vialetti sinuosi, si rivela come una pausa verde inattesa.

Cosa fare a Béziers

La città di Béziers richiede tempo per essere capita veramente, preferendo i ritmi lenti delle stagioni agricole ai tour frenetici. Più che collezionare tappe, infatti, conviene assorbire atmosfere, seguire odori e fermarsi quando qualcosa richiama l’attenzione. Tra le migliori attività da fare:

  • Bere un calice del Languedoc in enoteca: i dintorni producono etichette celebri tra Saint-Chinian, Faugères e altre denominazioni. Rossi intensi, bianchi freschi e rosati perfetti per il clima mediterraneo.
  • Sedersi in terrazza sulle Allées Paul-Riquet: ordinare un caffè o un bicchiere serale consente di vedere la città cambiare ritmo tra pomeriggio e sera.
  • Salire al tramonto verso la cattedrale: la pietra prende toni dorati, i tetti si accendono e il vento porta odore di erbe secche e acqua.
  • Seguire il canale a piedi o in bici: il tratto lungo il Canal du Midi alterna platani, ponti, lentezza e silenzi rarissimi.
  • Provare il mercato all’ora giusta: mattina presto per la merce migliore, tarda mattinata per l’energia più vivace.
  • Vivere la Feria di agosto: per diversi giorni Béziers muta pelle e si riempie di musica, folla, abiti bianchi e rossi, tradizioni taurine e notti lunghe.
  • Raggiungere il mare in giornata: Valras-Plage, Sérignan Plage, Portiragnes e Vias distano poco. Sono zone di sabbia ampia e Mediterraneo vicino che trasformano lo scenario in meno di mezz’ora.

Dove si trova e come arrivare

Béziers si trova in Occitania, nel sud della Francia, tra Montpellier e Narbonne, a circa 10 km dalla costa mediterranea. La posizione la rende strategica tra mare, vigne e altopiani interni (c’è tutto, quindi, per passarvi giorni di vacanza). In treno si arriva facilmente grazie alla stazione collegata alla rete nazionale francese, con servizi rapidi verso Montpellier, Tolosa, Nîmes, Perpignan e Parigi.

In auto risulta comoda tramite le autostrade A9 e A75, arterie decisive per chi entra dalla costa o dal Massiccio Centrale. Per via aerea il riferimento è l’aeroporto Béziers Cap d’Agde, utile per diversi collegamenti europei stagionali e annuali.

Dal centro storico gran parte delle visite richiede scarpe comode. Béziers sale, scende, devia e sorprende. Chi accetta questo gioco torna a casa con una città vera negli occhi: è una Francia priva di filtri e che mantiene radici profonde in un passato che non intende far svanire.

Panagia Hozoviotissa, il monastero bianco incastonato nella roccia di Amorgos

8 avril 2026 à 16:30

Sferzato dal vento che profuma di sale e timo selvatico, il versante orientale dell’Isola di Amorgos si impone allo sguardo con una verticalità brutale. Una muraglia di roccia rossastra precipita per 300 metri verso l’azzurro profondo dell’Egeo, creando una barriera naturale che sembra respingere qualsiasi tentativo di civilizzazione. Ma, osservando con attenzione, si nota che proprio incastrato in una fenditura di questa parete titanica brilla un edificio talmente bianco da “ferire” la vista. Si tratta del Monastero della Panagia Hozoviotissa, una struttura che sfida le leggi della gravità dal IX secolo.

Vi basti pensare che da lontano si distingue appena una lama bianca sottile e verticale che rompe il colore bruciato della parete e che, contemporaneamente, si affaccia su un mare di un turchese accecante. Una posizione che nasce da una combinazione di fede, necessità e ostinazione. In epoca bizantina, tra IX e XI secolo, i monaci in fuga dalle persecuzioni iconoclaste portarono con sé un’icona della Vergine proveniente dalla Palestina. Quel dipinto, secondo la tradizione, guidò la fondazione del monastero dopo eventi ritenuti miracolosi che indicarono il punto esatto dell’edificazione.

L’intervento dell’imperatore Alessio I Comneno nel 1088 rese possibile completare un’opera che, fino a quel momento, sembrava fuori dalla portata umana. Da allora, questo posto è diventato uno dei simboli spirituali più potenti della Grecia, un santuario che attraversa secoli di terremoti, dominazioni straniere e cambiamenti ma senza mai perdere la propria identità.

L’incredibile architettura del Monastero della Panagia Hozoviotissa

Questo straordinario monastero della Grecia si sviluppa in altezza più che in larghezza, ovvero circa 40 metri verticali compressi in appena 5 metri di profondità. Ma non è tutto, perché ci sono ben 8 livelli sovrapposti e collegati da scale strette, passaggi inclinati e corridoi modellati direttamente nella parete rocciosa.

Panagia Hozoviotissa, monastero
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L’ingresso del Monastero della Panagia Hozoviotissa

Il paragone più celebre arriva dal naturalista francese Joseph Pitton de Tournefort, che lo descrisse come una “cassettiera”, un’immagine che funziona ancora oggi: una serie di volumi sovrapposti, incastrati uno sull’altro e ciascuno con una funzione precisa.

All’interno pare quasi di stare dentro un labirinto. Celle monastiche, magazzini, forni, cisterne per l’acqua e refettori, tutto è ricavato sfruttando ogni centimetro disponibile. La roccia non è un limite, ma parte integrante dell’architettura, al punto che alcune pareti interne coincidono con la montagna lasciata grezza, senza rivestimenti.

La chiesa principale occupa una posizione raccolta. Piccola, a navata unica e con icone che attraversano i secoli. Tra queste, una delle più importanti è proprio l’immagine della Vergine legata alla fondazione del monastero, considerata miracolosa. Accanto ci sono manoscritti, vangeli e paramenti sacri che coprono un arco temporale che va dal X al XIX secolo.

Gli elementi architettonici rivelano invece le sue stratificazioni storiche: archi gotici introdotti durante il dominio veneziano convivono con la struttura bizantina originaria. Il risultato è una specie di organismo che si è adattato nel tempo senza perdere equilibrio. All’esterno, la facciata bianca viene ridipinta periodicamente con metodi che sembrano appartenere a un’altra epoca, ovvero con l’uso di corde, cesti sospesi nel vuoto e gesti lenti.

Sorprende anche la resistenza. Terremoti violenti, come quello del 1956 che devastò parte delle Cicladi, hanno lasciato il luogo sacro praticamente intatto. La roccia continua a cedere piccoli frammenti, segni quotidiani di un equilibrio delicato che, però, non ha mai compromesso la struttura.

Cosa vedere durante la visita del Monastero della Panagia Hozoviotissa

Il percorso verso l’ingresso di questo tesoro di Amorgos comincia dal basso, da un piccolo parcheggio collegato alla strada principale. Da lì parte una scalinata in pietra che conta più di 300 gradini, una salita che richiede attenzione, soprattutto sotto il sole dell’Egeo che in estate non concede tregua.

Arrivati in alto, l’accesso sorprende per la sua semplicità: una porta bassa costringe a piegarsi. Un gesto involontario che sembra trasformarsi in un atto simbolico. Dentro è invece la luce a cambiare. Se l’esterno abbaglia, infatti, l’interno protegge. Piccole finestre lasciano entrare fasci sottili che disegnano lo spazio. Il percorso si sviluppa in verticale, tra scale ripide e passaggi stretti. Alcune rampe sembrano quasi venire incontro, inclinate e addossate alla roccia.

I monaci, oggi solo 3, accompagnano i visitatori con discrezione. L’accoglienza è semplice e viene offerto un bicchiere di psimeni raki, un liquore locale aromatizzato con erbe e miele, insieme a un dolce tipico. La visita include la chiesa, alcune stanze comuni e piccoli spazi espositivi, perché molte aree restano riservate alla vita monastica.

All’esterno una terrazza apre lo sguardo sul blu del mare che occupa tutto l’orizzonte, mentre una volta all’anno, il 21 novembre, il monastero cambia volto con la festa della Presentazione della Vergine, la quale richiama abitanti dell’isola e pellegrini. L’icona viene portata in processione, seguita da una celebrazione collettiva che prosegue con cibo, vino e dolci tradizionali.

Dove si trova e come arrivare

Il sorprendente Monastero della Panagia Hozoviotissa si trova sulla costa orientale di Amorgos, a breve distanza da Chora, il centro principale dell’isola. La posizione rimane nascosta alla vista fino all’ultimo momento, ma tutto ciò contribuisce alla sua aura quasi irreale.

In auto si percorre una strada panoramica che conduce a un piccolo spiazzo alla base della scogliera da dove inizia una salita a piedi lungo la scalinata. Il tragitto richiede circa 15-20 minuti, variabili in base al passo e alla temperatura.

Un’alternativa più intensa parte direttamente da Chora tramite un sentiero in discesa che, passo dopo passo, porta fino al punto di partenza della scalinata. Il ritorno, in salita, mette alla prova anche chi è allenato. Per chi desidera un’esperienza più completa, esiste un percorso più lungo che attraversa l’isola lungo l’antica dorsale, la cosiddetta “palìa strata”. Si tratta di un itinerario che solca villaggi semi-abbandonati, terrazzamenti agricoli e paesaggi che raccontano un’altra epoca.

L’ingresso al monastero è gratuito (ma con donazioni gradite) ed è richiesto un abbigliamento adeguato come spalle coperte e pantaloni lunghi. In caso contrario, vengono forniti indumenti all’ingresso. Gli orari seguono una logica precisa: apertura al mattino fino alle 13, pausa nelle ore centrali per poi riaprire a nel tardo pomeriggio. Arrivare qui richiede uno sforzo minimo, ma il monastero si prende il tempo che serve, poi resta addosso come pochi altri luoghi al mondo.

L’Abbazia di Altenburg è un gioiello barocco che nasconde un monastero segreto sotto i piedi

5 avril 2026 à 12:00

Tra i profili del Waldviertel, regione a nord-ovest di Vienna puntellata di boschi profondi e campi ondulati, è custodito un complesso monastico che sorprende già dal primo sguardo. È l’Abbazia di Altenburg, che si presenta come un’elegante costruzione barocca, armoniosa nelle proporzioni, luminosa nelle superfici chiare e quasi teatrale nella sua monumentalità. Bella, direte voi, ma la verità è che sotto quella facciata ordinata si nasconde una storia molto più ruvida, fatta di invasioni, incendi e rinascite ostinate.

Qui il tempo ha lavorato in verticale: sopra il trionfo del ‘700 con cupole dipinte e scalinate imperiali; sotto le “ossa” di un monastero medievale rimasto sepolto per secoli. Due mondi sovrapposti e due modi diversi di vivere la spiritualità, ma separati solo da pochi metri di terra.

Visitare l’isola monastica di Saint-Honorat al largo di Cannes sulla Costa Azzurra

3 avril 2026 à 17:20

Al largo di Cannes c’è un piccolo arcipelago da sogno, le Isole di Lérins, un paradiso per gli amanti di barche a vela e yacht che, nei mesi estivi, gettano l’ancora per godersi un mare stile caraibico. Chi non possiede un’imbarcazione propria, può comunque raggiungerle in traghetto in 15-20 minuti. L’isola di Saint-Honorat è una di queste (l’altra, molto più turistica, è Sainte Marguerite, che dista solo poche centinaia di metri). Ma non è un’isola come le altre. E, soprattutto, è un angolo di silenzio e meditazione che non ha nulla a che vedere con il resto della movimentata Costa Azzurra.

Saint-Honorat, l’isola del silenzio

Saint-Honorat ospita un’antica abbazia dove vivono tutto l’anno 21 monaci che fanno parte della comunità del monastero della Congregazione Cistercense dell’Immacolata Concezione, dediti alla preghiera e al lavoro. “Ora et labora”.

Il lavoro è quello che meticolosamente fanno quotidianamente negli otto ettari di vigneti fin dal Medioevo, producendo ben sette tipi di vini e alcuni liquori con metodo ancestrale e poi vendono ai turisti che visitano l’isola. Le bottiglie migliori finiscono anche sulla tavola del presidente della Repubblica francese e in alcuni rinomati ristoranti.

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@SiViaggia - Ilaria Santi
Il Plateau du Milieu tra le due isole di Saint-Honorat e Sainte Marguerite

Il primo a rifugiarsi in ricerca di solitudine su questo minuscolo lembo di terra in mezzo al mare fu, verso la fine del IV secolo, Sant’Onorato d’Arles. Ma i suoi discepoli non lo abbandonarono e ben presto lo raggiunsero. Così il santo decide di fondare un monastero. Tutt’oggi i pellegrini vi giungono per ricevere le stesse indulgenze che in Terra Santa e, per penitenza, fanno il giro dell’isola a piedi nudi.

Arrivare e soggiornare a Saint-Honorat

La maggior parte dei visitatori torna sulla terraferma alla fine della giornata, l’ultimo traghetto, gestito dalla compagnia dei monaci, Planaria, lascia Saint-Honorat alle 16.30 per riprendere la tratta la mattina alle 10 dal porto di Cannes. Il biglietto di andata e ritorno costa 19,50 euro, ma ci sono tariffe ridotte per bambini e adolescenti. Dopo quell’ora, sull’isola cala il silenzio più totale e il rumore del traghetto che lascia la costa è l’unico che si sente svanire in lontananza.

Da qualche anno, però, per qualcuno è possibile soggiornare sull’isola insieme ai monaci. Si dorme nelle celle del monastero, alcune sono dotate di bagno privato, e si trascorre la giornata seguendo i loro ritmi fatti di preghiera, lavoro e meditazione, consumando insieme ai monaci i pasti principali. Da poco i monaci accettano anche coppie che desiderano fare un’esperienza di vita monastica insieme, alloggiando in una cella che può ospitare due persone. I prezzi, che includono vitto e alloggio, sono modici, chi vuole può fare una donazione. Si può soggiornare da un minimo di due notti a un massimo di due settimane.

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@SiViaggia - Ilaria Santi
L’abbazia di Lérins

Cosa fare a Saint-Honorat

L’isola di Saint-Honorat, benché piccola (misura 1.500 metri di lunghezza e 400 di larghezza), offre diversi punti di interesse e monumenti riconosciuti come patrimonio storico. Oltre alla bellissima abbazia, immersa tra i vigneti e circondata da palme e bouganville che conferisco al luogo un aspetto esotico, c’è l’iconico monastero fortificato o Torre Monastero: la sua costruzione ha richiesto oltre tre secoli di lavoro. Nel XIV secolo questa fortezza divenne il polo centrale della vita monastica, come testimonia il trasferimento delle reliquie di Sant’Onorato nella cappella Santa Croce nel 1391. A partire dal XVII secolo, i piani superiori sono riservati ai militari venuti a difendere la costa per ordine del Re: sala di presidio, camere e terrazze col percorso di ronda erano a disposizione della guardia.

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@SiViaggia - Ilaria Santi
La Torre Monastero di Saint-Honorat

L’isola conta ben sette cappelle ormai avvolte dalla macchia mediterranea. Alcune hanno una bella vista sul mare, altre sono in mezzo al bosco, tutte sono comunque luoghi dove soffermarsi durante una passeggiata per ammirare il paesaggio o raccogliersi nei propri pensieri. La più conosciuta è la cappella dedicata alla Trinité che si trova sulla punta Est dell’isola, ma pittoresche sono anche le altre cappelle dedicate ai Santi, Michel, Caprais, Pierre, Cyprien, Porcaire, Salvien e Sauveur.

Saint-Honorat possiede anche due degli ultimi forni per palle di cannone dell’epoca napoleonica. Costruiti nel 1794 su ordine di Napoleone Bonaparte, servivano per arroventare le palle di cannone. Si trovano nelle estremità Est e Ovest dell’isola e sono classificati monumenti storici. Alcuni volontari organizzano visite guidate gratuite per piccoli gruppi.

Molti sono i turisti che sbarcano sull’isoletta nel periodo estivo. A Est dell’imbarcadero – ma ce ne sono intorno all’intera isola – si possono scovare piccole baie dove stendere un telo mare e fare un bagno rigenerante. Raggiungibili attraverso sentieri creati dal continuo passaggio dei turisti, alcune di queste calette, che possono ospitare al massimo una decina di persone alla volta, non sono sempre di facile accesso. Si consiglia di indossare scarpe da trekking e di porta con sé le scarpine di gomma per le rocce.

Una delle calette dell'isola di Saint-Honorat
@SiViaggia - Ilaria Santi
Una delle calette dell’isola di Saint-Honorat

Lungo i sentieri che attraversano Saint-Honorat si trovano panchine e tavoli per pic-nic dove potersi fermare. Inoltre, nota forse un po’ stonata, vicino al pontile dove arrivano i traghetti c’è un ristorante pieds dans l’eau, poco monastico ma molto gourmet, che regala una vista impareggiabile della vicinissima Isola di Sainte-Marguerite, divisa solo dal cosiddetto Plateau du Milieu, e della baia di Cannes.

Per condividere la loro passione per il vino, una volta al mese i monaci organizzano anche delle “Giornate vigne e vini” che comprende la visita dei visita dei vigneti e una degustazione accompagnata da esperti sommelier. Tutti, infine, possono acquistare il vino nella boutique che si trova nei pressi dell’abbazia.

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@SiViaggia - Ilaria Santi
I vigneti dei monaci di Saint-Honorat

Il Cammino dei Cappuccini si reinventa: nel 2026 arriva la versione bike

23 mars 2026 à 14:24

Ottime notizie per gli appassionati di ciclismo: quest’anno, in occasione degli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, uno dei cammini più autentici e segreti d’Italia fa un passo avanti nella modernità. La novità che farà sorridere i biker è che il Cammino dei Cappuccini, unico percorso italiano gestito direttamente da un Ordine religioso, apre finalmente le sue porte al cicloturismo.

Lungo 404 chilometri di dorsale appenninica marchigiana, il percorso non si limita a una semplice trasposizione su due ruote del tracciato pedonale: la versione bike è stata infatti progettata da zero, con varianti pensate per valorizzare strade secondarie, sterrati, sentieri di campagna e asfalto a basso scorrimento, evitando i tratti inadatti alla bicicletta. In questo modo, il ritmo cambia, ma l’anima del cammino resta intatta: un susseguirsi di boschi, colline e borghi che raccontano la storia di un territorio ancora (per poco) fuori dal grande flusso turistico.

Un viaggio nelle Fiandre sulle tracce di Van Dyck tra musei, chiese e capolavori

22 mars 2026 à 15:00

Seguire le tracce di Anton Van Dyck significa immergersi in uno dei capitoli più affascinanti della pittura barocca europea. Allievo di Rubens e protagonista delle corti del Seicento, il pittore fiammingo ha saputo costruire uno stile inconfondibile, fatto di eleganza, intensità emotiva e grande attenzione ai dettagli. La sua arte, capace di attraversare confini geografici e culturali, trova però nelle Fiandre il suo punto di partenza e il suo cuore più autentico.

Un itinerario ispirato alla sua figura diventa così un viaggio culturale tra città d’arte, chiese e musei, dove le opere dialogano ancora con i luoghi per cui furono pensate. Non si tratta soltanto di osservare dipinti, ma di entrare in un racconto che attraversa il tempo, tra atmosfere barocche, architetture monumentali e scorci urbani affascinanti.

Anversa, alle origini del talento

Il viaggio nelle Fiandre non può che iniziare da Anversa, città natale di Van Dyck. Qui, nella Città dei Diamanti, si entra in contatto con gli anni della formazione del pittore e con l’ambiente culturale che ne ha plasmato il talento.

Passeggiando tra le strade del centro storico si percepisce ancora oggi il fermento di un’epoca in cui arte, commercio e relazioni internazionali si intrecciavano. Una delle tappe fondamentali è la Chiesa di San Paolo nel centro storico di Anversa, dove si conserva il celebre “Cristo che porta la croce”. L’opera colpisce per la sua intensità drammatica e per la capacità di rendere il movimento e la sofferenza in modo estremamente coinvolgente.

Un’altra tappa da inserire nell’itinerario sulle orme del pittore fiammingo è il Museo Reale di Belle Arti, il KMSKA – tempio dell’arte sulla Museumplein. Qui è possibile osservare un importante nucleo di 17 opere che documentano l’evoluzione dello stile di Van Dyck. I ritratti, in particolare, mostrano già quella raffinatezza che lo renderà celebre nelle corti europee: figure eleganti, tessuti ricchi e una cura minuziosa dei dettagli che conferisce profondità e realismo alle scene.
Anversa è anche il luogo ideale per comprendere il legame con Peter Paul Rubens, Maestro e punto di riferimento per Van Dyck.

Per chi desidera prepararsi a questo percorso nelle Fiandre, una tappa ideale è la mostraVan Dyck l’Europeo” al Palazzo Ducale di Genova (aperta fino al 19 luglio 2026). Qui è esposta anche l’opera l’Autoritratto (1616-1617) – proveniente dalla Rubenshuis, casa museo dedicata a Peter Paul Rubens, di Anversa. Entrambi i maestri ebbero un legame molto forte con la città di Genova.

Mechelen, spiritualità e introspezione

A pochi chilometri da Anversa, Mechelen, con le sue belle facciate barocche sparse sulle rive della Dyle, offre una dimensione più raccolta e intima, perfetta per approfondire l’aspetto spirituale della produzione di Van Dyck. La città custodisce nella Cattedrale di San Rombaldo un intenso “Cristo sulla Croce” che rappresenta uno degli esempi più significativi della sua arte sacra.

Qui il viaggio sulle orme di Van Dyck assume un ritmo più lento, permettendo di soffermarsi sui dettagli e di cogliere sfumature che spesso sfuggono in contesti più affollati. Questa tappa è ideale per chi desidera comprendere come l’artista sia riuscito a reinterpretare il tema della sofferenza con uno stile personale, capace di unire tradizione e innovazione.

Tappe da fare nelle Fiandre per ammirare le opere di Van Dyck
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La Piazza del Mercato di Mechelen

Dendermonde, la forza della narrazione

Proseguendo l’itinerario, Dendermonde, con il suo Ros Beiaard (il cavallo Baiardo) simbolo della città e il Belfort (la torre civica) – Patrimonio Mondiale UNESCO, rappresenta una tappa meno conosciuta ma di grande interesse. Nella Chiesa di Nostra Signora, esempio di architettura gotica, si trova l’“Adorazione dei Pastori”, un’opera che mette in luce la straordinaria capacità narrativa di Van Dyck.

Il dipinto è costruito attraverso un sapiente gioco di luci e ombre che guida lo sguardo dello spettatore, creando una composizione dinamica e coinvolgente. I personaggi sembrano muoversi all’interno dello spazio, dando vita a una scena che appare quasi teatrale.

Ciò che colpisce è l’equilibrio tra intimità e grandiosità: da un lato la semplicità del momento rappresentato, dall’altro la ricchezza dei dettagli e la complessità della costruzione visiva. Van Dyck riesce a rendere la scena accessibile, ma allo stesso tempo carica di significato.

Gent, contrasti e capolavori

Gent, la città più medievale del Belgio, è una delle tappe più affascinanti delle Fiandre e rappresenta una fermata fondamentale per comprendere l’evoluzione del linguaggio artistico di Van Dyck. Nella gotica Chiesa di San Michele si conserva un altro “Cristo sulla Croce”, caratterizzato da una composizione essenziale ma estremamente potente.

L’opera si distingue per l’uso dei contrasti cromatici: il cielo scuro, il pallore della figura di Cristo e i colori più intensi degli altri elementi creano una tensione visiva che amplifica il significato spirituale della scena. La semplicità della composizione non riduce l’impatto emotivo, ma anzi lo rende ancora più diretto.

Gent è anche un luogo chiave per comprendere il contesto artistico delle Fiandre. La città ospita infatti alcuni dei capolavori più importanti della pittura europea, offrendo un panorama che va ben oltre il Barocco e comprende il Rinascimento fiammingo e la pittura primitiva.

Passeggiare tra i suoi canali e le sue piazze significa immergersi in una storia stratificata, dove ogni epoca ha lasciato il proprio segno. Una tappa da non perdere qui è il MSK-Museo di Belle Arti che ospita opere del pittore fiammingo che permettono di comprendere più a fondo la personalità artistica del grande Maestro.

Dove andare nelle Fiandre per scoprire il maestro Van Dyck
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Il ponte su un canale a Gent

Bruges e Bruxelles, tra musei e collezioni

Il viaggio si conclude idealmente tra Bruges e Bruxelles, due città che permettono di approfondire ulteriormente la conoscenza di Van Dyck attraverso importanti collezioni museali.

A Bruges – detta anche la Venezia del Nord – il Museo Groeninge offre un percorso che attraversa secoli di pittura fiamminga, mettendo in relazione Van Dyck con altri grandi maestri. Qui emerge chiaramente il legame tra tradizione e innovazione, tra attenzione al dettaglio e ricerca di nuove forme espressive. In questo museo emerge la capacità dell’artista di unire dramma, eleganza e sensibilità per lo spazio e la luce.

La città stessa Patrimonio UNESCO, con i suoi romantici canali e le sue architetture medievali, contribuisce a creare un’atmosfera suggestiva che rende la visita ancora più coinvolgente. Bruges è il luogo in cui il viaggio assume una dimensione quasi sospesa nel tempo, perfetta per riflettere sull’evoluzione dell’arte fiamminga.

Bruxelles, invece, rappresenta il punto di arrivo ideale per chi desidera avere una visione completa della produzione di Van Dyck. I Musei Reali di Belle Arti custodiscono opere che mostrano la varietà del suo stile, dai ritratti alle composizioni religiose.

Qui, nella Capitale d’Europa, si percepisce chiaramente la dimensione internazionale dell’artista, capace di adattarsi a contesti diversi e di influenzare profondamente la pittura europea del suo tempo.

Le città da non perdere nelle Fiandre per ammirare l'arte fiamminga
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Skyline di Bruges al crepuscolo

Certosa, il paese del silenzio della Val Senales sorto sui resti di un antico monastero

18 mars 2026 à 17:30

All’ingresso della Val di Fosse, una piccola ma meravigliosa valle laterale della Val Senales, c’è un minuscolo borgo, Certosa, soprannominato “il paese del silenzio”. Questo appellativo ha una storia molto antica alle spalle. Ve la raccontiamo.

Noravank è un monastero rosso, un segreto scolpito dell’Armenia medievale

9 mars 2026 à 18:00

Nel sud dell’Armenia, a 122 chilometri dalla capitale Yerevan, una strada si infila in una gola stretta e sinuosa scavata dal fiume Darichay. Le pareti si alzano verticali, alte e lisce, tinte di rosso mattone e grigio calcareo. In fondo al canyon, chiamato Amaghu, appare Noravank, parola che in lingua locale significa “Nuovo Monastero”. Nuovo lo era certamente nel XIII secolo, oggi è invece remoto e potente.

La zona rende il tutto ancora più incredibile, perché il luogo di culto si staglia contro scogliere incandescenti al tramonto, donando la sensazione di trovarsi dentro un teatro naturale, con torri coniche e bassorilievi al posto di quinte sceniche. Un angolo importantissimo per il popolo che abita il Paese, in quanto incarna l’anima resiliente che possiedono, uomini in grado di erigere monumenti di una raffinatezza inaudita in posizioni geografiche apparentemente inaccessibili.

Breve storia del Monastero di Noravank

Le radici del sito affondano nel XIII secolo, quando il vescovo Hovhannes decise di stabilire qui la sede vescovile di Syunik. La fortuna del complesso crebbe esponenzialmente sotto il patrocinio della potente dinastia degli Orbelian, principi illuminati che lo trasformarono nel proprio mausoleo di famiglia e in un polo culturale d’eccellenza.

Durante il XIII e XIV secolo, Noravank visse il suo massimo splendore grazie alla presenza di Momik, artista poliedrico la cui maestria ha reso queste mura eteree. La storia locale ricorda l’architetto e scultore come un genio capace di domare la pietra presente in zona, al punto da trasformarla in merletti fragili all’apparenza ma incredibilmente resistenti ai secoli.

Nonostante le invasioni mongole e i successivi terremoti che hanno scosso l’altopiano, le strutture principali sono giunte fino a noi preservando quell’aura di sacralità che le rende uniche al mondo. La protezione dei principi, infatti, garantì risorse e stabilità, permettendo la fioritura di una scuola di miniaturisti e calligrafi che influenzò l’intera regione transcaucasica.

Una piccola curiosità: stando a una leggenda popolare, Momik era legato a un amore tragico. Il principe Orbelian avrebbe promesso la mano della figlia all’artista in cambio della costruzione di un tempio di bellezza impareggiabile entro 3 anni. L’opera venne completata (del resto l’amore è il motore di tutto), ma l’architetto fu spinto giù dalla cupola per ordine del principe. La pietra che stringeva tra le mani sarebbe divenuta la sua lapide.

Cosa vedere al Monastero di Noravank

Nonostante la posizione remota e quasi nel ventre di un canyon, il complesso del Monastero di Noravank si presenta come un insieme armonico di edifici sacri, cappelle sepolcrali e croci di pietra finemente istoriate. Ogni struttura comunica un senso di verticalità estrema, quasi a voler stabilire un contatto diretto con l’azzurro terso del cielo armeno.

Surb Astvatsatsin, la chiesa a due piani detta Burtelashen

Surb Astvatsatsin è l’edificio simbolo di questa meraviglia dell’Armenia. Costruito nel 1339 su progetto di Momik, presenta una composizione su tre livelli percepibili dall’esterno, con base massiccia, parte centrale articolata e sommità alleggerita da una rotunda colonnata e cupola conica.

Surb Astvatsatsin, Armenia
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Surb Astvatsatsin, Monastero di Noravank

Il piano inferiore fungeva da cripta funeraria per la famiglia Orbelian e una scala stretta in pietra, addossata alla facciata occidentale, conduce al piano superiore destinato al culto. Salire quei gradini senza corrimano regala un brivido autentico, con il vuoto alle spalle e la parete scolpita accanto.

Al livello inferiore è raffigurata la Vergine con il Bambino affiancata dagli arcangeli Gabriele e Michele. Sopra, Cristo a mezzo busto tra gli apostoli Pietro e Paolo.

Surb Karapet e il gavit monumentale

A nord di Surb Astvatsatsin si trova Surb Karapet, dedicata a Giovanni Battista. È una costruzione che risale al periodo che va dal 1216 al 1227, avvenuta su impulso di Liparit Orbelian. Sul lato occidentale si apre un gavit del 1261, una sorta di atrio coperto tipico dell’architettura locale.

L’interno, originariamente sostenuto da quattro pilastri, è stato trasformato nel XIV secolo con una copertura a tenda in pietra che imita i tetti in legno delle case rurali hazarashen. Il soffitto sfoggia invece file di mensole che creano un effetto simile a stalattiti, mentre sopra la finestra gemella della facciata occidentale si nota il celebre rilievo di Dio Padre con grandi occhi a mandorla che benedice la Crocifissione e tiene la testa di Adamo. Una colomba, simbolo dello Spirito Santo, completa la scena.

Cappella di Surb Grigor e tombe scolpite

Bellissima è anche la Cappella di Surb Grigor che venne aggiunta nel 1275 dall’architetto Siranes. Vanta una pianta rettangolare, abside semicircolare e volta semplice. Le mura proteggono le tombe della famiglia Orbelian, tra cui quella di Elikum, figlio del principe Tarsayich, coperta da una lastra con figura leone-uomo datata 1300.

Attorno alle chiese si incontrano decine di khachkar, croci di pietra infisse nel terreno o appoggiate ai muri, con motivi floreali, intrecci, rosette e iscrizioni commemorative. All’ingresso c’è anche un piccolo museo che espone riproduzioni, monete antiche e libri.

Il canyon dell’Amaghu e le grotte

Prima ancora di raggiungere il parcheggio, il paesaggio cattura (inevitabilmente) lo sguardo. Sulla soglia della gola, guardando a destra, si aprono cavità poco profonde chiamate Trchuneri Karayr, note anche come Bird Cave, con sepolture infantili dell’età del Bronzo.

Più avanti la Grotta di Magil penetra nella collina. L’area è considerata importante per il birdwatching, con aquile e altri rapaci che sorvolano le falesie.

Come arrivare

Il suggestivo Monastero di Noravank sorge nella regione di Vayots Dzor, nei pressi della città di Yeghegnadzor. Da Yerevan il tragitto in auto richiede circa 90 minuti lungo l’autostrada verso sud, con deviazione poco dopo il villaggio di Areni. Un ponte attraversa il fiume e introduce nella gola dell’Amaghu, strada asfaltata che serpeggia per circa 7 chilometri e mezzo fino al parcheggio ai piedi del complesso.

Chi preferisce raggiungerlo con i mezzi pubblici può prendere una marshrutka diretta a Yeghegnadzor e scendere allo svincolo vicino al ristorante Edem, proseguendo poi in autostop o con taxi locali. Molti tour organizzati combinano Noravank con il monastero di Khor Virap, celebre per la vista sul monte Ararat, e con degustazioni nel villaggio di Areni, noto per i vini prodotti da uve autoctone.

Il periodo migliore è  verso sera, quando le scogliere si accendono di rosso intenso e la pietra delle chiese riflette bagliori dorati.

Duomo di Siena, al via il tour esclusivo alla scoperta di una delle cattedrali più belle d’Italia

Par : elenausai10
4 mars 2026 à 12:30

Il Duomo di Siena, che svetta maestoso nel cuore della città nell’omonima piazza, è una delle più illustri cattedrali romanico-gotiche d’Italia. Varcare la soglia di questo monumento permette di esplorare uno dei tesori artistici più preziosi della città.

Immaginate quindi la bellezza di poterlo scoprire in una veste ancora più intima grazie al ritorno del tour con il clavigero. Dal 6 aprile al 31 ottobre 2026, il rito del risveglio, che vede il custode delle chiavi protagonista, consente a un numero ristretto di visitatori di assistere alla nascita del giorno tra le navate deserte, prima che la folla animi la piazza e gli interni della struttura.

Katskhi Pillar, il dito di pietra che solletica il cielo: un eremo che sfida la gravità e interroga la fede

15 février 2026 à 15:00

La prima cosa che viene da esclamare è: ma non è possibile! Katskhi Pillar sembra un errore di prospettiva, una di quelle illusioni ottiche che si sistemano cambiando angolazione. Invece quel blocco di calcare è reale, piantato nella valle del fiume Katskhura, nell’Imereti occidentale, a pochi chilometri dalla cittadina mineraria di Chiatura. Un ago di pietra alto circa 40 metri, stretto e verticale, con una piccola costruzione in cima che da lontano sembra un modellino appoggiato lì per scherzo.

Siamo in Georgia, un Paese incastonato tra Europa orientale e Asia occidentale, che è anche terra di antiche conversioni, regni frammentati, invasioni e monasteri scavati nella roccia. Eppure nulla prepara a questa colonna naturale, erosa nei millenni da acqua e vento quando l’area era coperta dal mare.

I geologi spiegano che si tratta di un monolite calcareo residuo, ovvero ciò che resta dopo che il terreno circostante è stato consumato. I fedeli invece lo chiamano Pilastro della Vita e simbolo della Vera Croce. Quel che è certo, è che guardandolo dal basso si prova un senso di vertigine misto a profonda reverenza.

Breve storia del Katskhi Pillar

Come vi abbiamo accennato, sulla sommità del Katskhi Pillar sono stati edificati degli edifici religiosi, che parrebbero essere risalenti a un periodo compreso tra il IX e il X secolo, anche se alcune tradizioni li collocano in epoca precedente. Gli archeologi che scalarono la roccia per la prima volta in età moderna (nel 1944) trovarono lassù resti di un luogo di culto, tre celle per eremiti, una cripta funeraria e una piccola cantina per il vino.

Pilastro della vita, Georgia
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Tutta la maestosità del Pilastro della vita

Fino ad allora il sito era rimasto avvolto nel mistero, citato solo da un erudito georgiano del XVIII secolo che parlava di una chiesa irraggiungibile in cima a una roccia. La rinascita spirituale avvenne negli anni ’90 del Novecento grazie a un ex gruista, Maxime Qavtaradze, che entrò nella vita monastica e decise di restaurare il sito.

Con l’aiuto degli abitanti della zona e il sostegno dell’Agenzia Nazionale per la Conservazione del Patrimonio Culturale, ricostruì parte degli edifici superiori e installò una scala metallica lunga 40 metri ancorata alla roccia e un sistema di carrucole per sollevare materiali, acqua e viveri.

Il fatto più impressionante è che lui stesso, per oltre 20 anni, visse in quella vetta, scendendo solo due volte alla settimana per incontri di preghiera nel monastero ai piedi del pilastro. Nel 2015 lasciò la residenza permanente e divenne guida della comunità monastica locale. Oggi i monaci si alternano nella salita per momenti di preghiera e manutenzione.

Si può visitare? E cosa (eventualmente) vedere?

In molti si domandano se sia possibile arrampicarsi fino alla vetta per vedere da vicino la chiesa superiore e la cella del monaco. La risposta è restrittiva: l’accesso alla scala di ferro fissata alla parete rocciosa è rigorosamente interdetto ai turisti. Del resto, il pericolo non è poco. A poterci salire sono solo i monaci e alcuni religiosi autorizzati e il motivo non riguarda solo la sicurezza: il luogo deve infatti mantenere la sua funzione di isolamento contemplativo.

Ciò vuol dire che per noi visitatori la scoperta si concentra alla base, ma tutto sommato non è un male visto che oggi la zona intorno al monolite è un complesso monastico curato, in cui regna un’atmosfera di pace assoluta. A disposizione c’è un sentiero che conduce all’ingresso del luogo di culto, aperto generalmente tra le 10 del mattino e le 6 del pomeriggio. L’ingresso è gratuito, ed è impossibile non avvertire una sensazione di sproporzione. Il monolite emerge dal terreno erboso con una verticalità quasi geometrica. Avvicinandosi si notano corde che scorrono lungo la parete per il trasporto delle provviste.

Sul primo livello della roccia, accessibile tramite una breve scalinata in pietra, è incastonato un crocifisso del VI secolo scolpito nel calcare. È uno dei manufatti cristiani più antichi dell’Europa orientale ancora visibili nel contesto originario. Accendere una candela davanti a quella croce, con lo sguardo che sale verso la chiesetta superiore, crea un contrasto potente tra la fragilità del gesto e la durezza della pietra.

Ai piedi del pilastro si trova la Chiesa di Simeone Stilita, costruita intorno al 1999. L’interno è decorato con icone, affreschi e oggetti liturgici. L’atmosfera è raccolta e i monaci si muovono con abiti neri che risaltano contro il bianco della roccia. Poco distante si distinguono resti di mura più antiche e un campanile in rovina.

Vale la pena allontanarsi di qualche decina di metri lungo il sentiero per ottenere una vista laterale. Da quella prospettiva lì il pilastro appare ancora più sottile, quasi una lama calcarea che taglia il cielo. Il sito attira viaggiatori da tutta la Georgia ma anche e dall’estero. E tra questi c’è chi resta in silenzio, chi fotografa o chi cerca spiegazioni razionali che, il più delle volte, non riesce a trovare.

Come arrivare

La parola d’ordine è: avventura. Si parte solitamente da Kutaisi, la seconda città del Paese, affrontando un tragitto in auto che dura circa un’ora e mezza su strade che si snodano tra colline boscose e villaggi rurali in cui il tempo pare essersi fermato. La direzione principale conduce verso Chiatura, località celebre per le sue vecchie funivie dell’era sovietica.

Una volta giunti nel centro abitato, occorre seguire le indicazioni per il villaggio di Katskhi, proprio lì dove svetta nei cieli il Katskhi Pillar. La strada asfaltata cede poi il passo a un sentiero sterrato ma percorribile anche con vetture normali, purché il meteo sia favorevole.

Esistono anche i famosi minibus locali, chiamati marshrutka, che partono regolarmente dalla stazione dei bus di Kutaisi. Il consiglio da tenere a mente è quello di chiedere specificamente del mezzo diretto a Chiatura e di comunicare all’autista la destinazione finale. In questo modo vi lasceranno al bivio principale, da cui dovrete procedere a piedi per circa 20 minuti.

Si tratta di una breve camminata che permette di vedere il pilastro apparire gradualmente tra le chiome degli alberi, un approccio visivo che aumenta l’emozione della scoperta. Preparatevi a incontrare pochi visitatori, specialmente nelle prime ore del mattino, quando il canto degli uccelli è l’unico suono che accompagna la salita verso il complesso.

Il Guardian racconta l’anima artistica della Sicilia Occidentale

Par : losiangelica
9 février 2026 à 13:30

La Sicilia occidentale sa essere qualcosa di diverso dalle solite cartoline con templi greci, cannoli e mare cristallino e brilla per qualcosa che sta succedendo adesso e che pochi conoscono davvero. Il racconto del Guardian fa scoprire l’anima più autentica della regione narrando di conventi vuoti, chiese sconsacrate e ex carceri oggi residenze per artisti, musei o laboratori creativi.

Da Favara a Gibellina

Il racconto parte da Via Maqueda a Palermo, dove al civico 206 un portone con una croce annerita passa quasi inosservato tra folle di turisti e venditori di spremute di melograno. Dentro c’è il Convento dei Crociferi, abbandonato per trent’anni, che sta per riaprire come Museum of World Cities.

L’iniziativa è stata raccontata dalla coppia Andrea Bartoli e Florinda Saievi,  che dal 2010 hanno trasformato Favara con Farm Cultural Park nel 2010. Una cittadina che perdeva pezzi e abitanti, finita nel dimenticatoio dopo la chiusura delle miniere di zolfo.

Poi è arrivato il Farm Cultural Park. Prima a Favara c’era un hotel da sei stanze, oggi ci sono 600 posti letto. È un effetto domino che ora tocca il punto più alto con Gibellina, ufficialmente nominata Capitale italiana dell’Arte Contemporanea per il 2026.

Sistema di Piazze di Gibellina, progettato da Franco Purini e Laura Thermes
Andrea Repetto
Sistema di Piazze di Gibellina, progettato da Franco Purini e Laura Thermes

C’è una stella d’acciaio enorme di Pietro Consagra che dà il benvenuto in città. Gibellina è nata dalle macerie del terremoto del ’68 come un sogno postmoderno, un’utopia di cemento voluta dal sindaco visionario Ludovico Corrao.

Per anni è sembrata un guscio vuoto, un po’ alienante; adesso però il progetto “Portami il futuro” sta riaccendendo tutto: i centri di Nanda Vigo riaprono, il Giardino Segreto di Francesco Venezia viene ripulito dai graffiti e la Torre Civica di Mendini tornerà a suonare canzoni popolari. Non è più solo un museo a cielo aperto per accademici, è un motore che ha ripreso a girare per davvero.

Grande Cretto di Burri, Gibellina
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Il Grande Cretto di Burri

Dal carcere alle installazioni d’arte

The Guardian racconta anche la visita all’ex carcere di San Vito a Favara, ultimo progetto di Farm Cultural Park. Prima monastero, poi prigione fino al 1996 dove molti mafiosi locali ci hanno scontato pene. Le celle sono ancora tappezzate di risultati di calcio, pagine strappate da riviste, un poster di Robbie Williams con basette anni Novanta.

Adesso quelle celle sono installazioni. Le stanze dei monaci, con muri di pietra spessa perfetti per l’isolamento, sono diventate spazi espositivi singoli. Lorena Caruana, architetta locale che collabora al progetto, spiega al giornale britannico che c’era tanta memoria collettiva legata a questo posto e il desiderio non è cancellarla o ricoprirla dipingendoci sopra ma quello di non trasformare completamente lo spazio.

The Guardian chiude con una riflessione: l’obiettivo è far rivivere i paesi fantasma e gli spazi urbani deserti della Sicilia senza soffocarne la storia. Il presente che sta accanto al passato, senza sostituirlo.

Non è la prima volta che un grande giornale straniero si accorge dell’Italia minore, quella lontana dalle cartoline. Ma stavolta l’attenzione va a un fenomeno che sta prendendo forma proprio adesso, mentre scrivo. Una Sicilia che prova a riformulare il proprio destino usando l’arte non come decorazione, ma come infrastruttura economica e sociale.

A Ratisbona si passa dal cantiere alla storia: scoperto il santuario più antico di tutta la Baviera

7 février 2026 à 07:30

Uno straordinario ritrovamento archeologico è avvenuto nel centro storico di Ratisbona, in Baviera. Sotto le strade acciottolate del centro storico cittadino, patrimonio UNESCO affacciato sul Danubio, è riemerso un capitolo dimenticato della storia romana.

Da uno scavo per lavori di routine sono riemersi reperti la cui unicità è diventata evidente solo a un esame più attento: in epoca romana, questo sito ospitava un santuario del dio Mitra, chiamato Mitreo, il più antico mai rinvenuto in tutta la Baviera. Una scoperta straordinaria che cambia la mappa della presenza romana nella Germania sud-orientale e apre nuove prospettive su uno dei culti più enigmatici dell’antichità.

Cosa è stato scoperto

Il ritrovamento è avvenuto in Stahlzwingerweg 6, nel pieno centro storico di Ratisbona, dove era previsto un progetto residenziale promosso da SDI GmbH & Co. KG. Come previsto in un’area archeologicamente sensibile, prima dell’inizio dei lavori sono state avviate indagini preventive dall’ArchaeoTeam GmbH, sotto la direzione dell’archeologa Sabine Watzlawik.

All’inizio, nulla ha fatto immaginare l’eccezionalità della scoperta: sono emerse tracce di frequentazioni preistoriche, romane e medievali, perfettamente in linea con la storia stratificata della città. Tuttavia, alcuni reperti più complessi hanno iniziato a sollevare interrogativi e solo dopo un’analisi attenta da parte degli esperti, guidati dall’archeologo Dr. Stefan Reuter, si è finalmente ricomposto il puzzle: in epoca romana, in questo punto sorgeva un Mitreo, ovvero un tempio dedicato al dio orientale Mitra.

Cosa è stato trovato, nello specifico, per risalire all’identità di questo luogo? Innanzitutto, l’edificio era originariamente in legno, infatti solo una piccola parte di esso è sopravvissuta, ma tanti altri indizi confermano questa ipotesi. Tra i reperti rinvenuti, una pietra votiva, frammenti di placche votive, simili a quelle trovate in altri templi, elementi tipici di un santuario e monete. Sono state proprio queste ultime a rivelarsi fondamentali per risalire alla datazione: il Mitreo risale a un lasso temporale compreso tra l’80 e il 171 d.C., durante il periodo del forte di coorti romane di Kumpfmühl e del relativo insediamento sul Danubio.

Tra gli altri reperti frammenti ceramici decorati con serpenti, incensieri, brocche e recipienti per bere. Dettagli fondamentali, perché il culto di Mitra prevedeva banchetti rituali e cerimonie iniziatiche riservate a comunità ristrette, spesso legate all’ambiente militare.

Le monete rinvenute nel santuario romano a Ratisbona
Musei della Città di Ratisbona
Le monete rinvenute nel santuario riemerso a Ratisbona

Perché questa scoperta è unica

Secondo Maximilian Ontrup, esperto di archeologia romana provinciale presso i Musei Civici di Ratisbona, il ritrovamento è eccezionale per due motivi fondamentali: si tratta del primo santuario romano mai identificato nel centro storico della città e, su scala regionale, rappresenta il più antico Mitreo tra i nove finora noti in Baviera.

La maggior parte dei santuari dedicati a Mitra risale infatti a un periodo più tardo, tra la fine del II e il III secolo d.C., quando il culto raggiunse il suo apice nell’Impero Romano, prima di essere progressivamente soppiantato dal Cristianesimo tra IV e V secolo. Il sito di Ratisbona testimonia invece una diffusione precoce del culto, offrendo una rara finestra su una fase ancora poco documentata.

La scoperta è considerata una delle più importanti per la Ratisbona romana degli ultimi dieci anni e il suo valore va ben oltre i confini cittadini: i reperti forniscono nuove informazioni sui rituali, sulle pratiche religiose e sulla vita sociale di un culto ancora oggi avvolto dal mistero, sia in Germania che al di fuori.

Per questo motivo, la città di Ratisbona e l’Ufficio statale bavarese per la conservazione dei monumenti hanno avviato un progetto di studio congiunto, attualmente in corso. I reperti saranno esposti nei Musei Civici di Ratisbona, entrando a far parte di un nuovo percorso museale che promette di rendere “visibile” una storia rimasta sepolta per quasi duemila anni.

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