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Il sussurro di marmo e resina nel cuore dell’Egeo Settentrionale: Thassos, l’isola smeraldo

15 mars 2026 à 10:00

Nella parte più settentrionale dell’Egeo, a poche miglia dalla Grecia continentale, c’è un’isoletta ricoperta di foreste che galleggia placida in un mare limpido. Dalla sagoma circolare e massiccia, è tutta un’altra storia rispetto alle tipiche casette bianche e porte blu delle Cicladi. Parliamo di Thassos (o Taso o Tasso), una terra montuosa ricoperta di pini, castagni e uliveti che le hanno fatto guadagnare il soprannome di “Isola di Smeraldo“.

Qui il verde è veramente ovunque, perché le pinete arrivano fino al mare e gli uliveti ricoprono colline intere, mentre cave bianchissime tagliano la montagna come cicatrici. Sì, perché l’isola era ricca di miniere di oro e marmo, tanto da essere stata pure una potenza economica dell’antichità.

Ancora oggi il marmo di Thassos rimane uno dei materiali più puri del Mediterraneo. Bianco luminosissimo, quasi cristallino, al punto che alcuni dei suoi preziosi blocchi finirono persino nei monumenti dell’antica Roma. Non è un’isola priva di visitatori, ma gli italiani qui sono ancora pochi. Molte persone arrivano invece da Bulgaria, Serbia e Macedonia del Nord. Un turismo affezionato e che contribuisce a mantenere un’atmosfera genuina: è una Grecia meno prevedibile.

Cosa vedere a Thassos

Thassos conserva un’anima rurale e intellettuale che prescinde dal richiamo dei lidi sabbiosi. Il suo bellissimo territorio è infatti puntellato di rovine classiche, monasteri arroccati sulle scogliere e villaggi che sembrano appartenere a un’altra epoca.

Limenas e l’antica città di Thassos

Limenas, Capitale attuale e piccolo porto vivace, occupa il sito della città antica, uno dei centri più prosperi del Nord Egeo durante il periodo classico. Non è infatti difficile incontrare, durante le passeggiate, alcuni interessanti resti archeologici. L’agorà occupava il cuore politico e commerciale della polis. Intorno alla piazza si trovavano templi dedicati a Zeus, Dioniso e Artemide. Poco più in alto ci sono ancora le rovine dell’acropoli, rafforzata nel Medioevo con mura difensive.

Molto bello è il teatro antico, costruito nel IV secolo a.C., che guarda il mare dall’alto della collina, mentre il vicino Museo Archeologico è un susseguirsi di statue, rilievi e ceramiche che raccontano quasi 14 secoli di storia. All’ingresso accoglie i visitatori un enorme kouros alto più di 3 metri.

La penisola di Alyki

Sul lato sud-orientale di Thassos si può notare una sottile lingua di terra che avanza nel mare formando due baie perfette. Il suo nome è Alyki e rappresenta uno dei posti più suggestivi. In passato qui funzionava una delle principali cave di marmo, con blocchi che venivano tagliati direttamente vicino alla riva e caricati sulle navi. Ancora adesso si distinguono tagli netti nella roccia e resti di edifici religiosi.

Tra pini marittimi e acqua turchese emergono le rovine di una basilica paleocristiana e di un santuario dedicato a divinità protettrici dei marinai.

Il monastero dell’Arcangelo Michele

Un promontorio verticale sulla costa orientale ospita uno dei luoghi spirituali più importanti di questo lembo di terra della Grecia: il monastero dell’Arcangelo Michele. Risale al XVIII secolo e custodisce reliquie sacre molto venerate. Dalla terrazza panoramica la vista abbraccia chilometri di costa e, nelle giornate limpide, arriva fino al profilo del Monte Athos.

I villaggi montani tradizionali

L’entroterra di Thassos custodisce paesi in cui lo scorrere del tempo non è mai arrivato. Stradine acciottolate, case in pietra e grandi platani segnano le piazze principali.

Panagia rappresenta uno dei più affascinanti. Situato ai piedi del monte Ypsario, è la culla di architetture tradizionali macedoni e una rete di sorgenti d’acqua fresca. Non è da meno Theologos, antica Capitale durante il dominio ottomano, con le sue case signorili con balconi in legno e taverne celebri per la cucina locale. Poi ancora Kazaviti e Maries a completare un mosaico montano fatto di silenzi, boschi e tradizioni rurali.

Palataki e le miniere di Limenaria

Thassos sfoggia anche un edificio insolito per un’isola greca: il Palataki, letteralmente “piccolo palazzo”, che svetta nei cieli su un promontorio roccioso vicino a Limenaria. La struttura venne costruita all’inizio del Novecento come sede amministrativa di una compagnia mineraria tedesca. Attorno a esso si sviluppavano miniere di ferro e piombo, attività industriali che trasformarono l’economia locale.

Oggi il palazzo rimane uno dei simboli architettonici più particolari dell’Egeo settentrionale.

Le spiagge più belle di Thassos

E per quanto riguarda il mare? Pura poesia: rappresenta uno degli elementi più spettacolari dell’isola. Sabbie chiare, baie nascoste e acque turchesi danno vita a una composizione costiera sorprendente. Alcune spiagge sorgono vicino a foreste di pini, oppure accanto a cave di marmo che rendono l’acqua quasi irreale.

  • Golden Beach (Chrissi Akti): ben tre chilometri di sabbia chiara circondati da montagne verdi. Fondali bassi e acqua limpida rendono questa baia una delle più amate di tutta Thassos (e non potrebbe essere altrimenti).
  • Paradise Beach: distesa sabbiosa dal colore dorato con acqua che sfuma nello smeraldo. Una formazione rocciosa conica emerge dal mare mettendo in scena uno paesaggio quasi tropicale.
  • Marble Beach – Saliara: minuscoli ciottoli di marmo bianco sostituiscono la sabbia. Il riflesso della pietra chiarissima dona al mare una tonalità turchese intensissima.
  • Giola: piscina naturale scavata nella roccia sulla costa meridionale. La laguna prende il soprannome di “Lacrima di Afrodite” per la forma simile a una goccia.
  • Metalia Beach: vicino a Limenaria, un angolo di paradiso tra resti di miniere abbandonate e acqua cristallina. Il contrasto tra archeologia industriale e paesaggio marino rende l’ambiente unico.
Giola, Thassos
iStock
Giola, la “Lacrima di Afrodite”

Come arrivare

La magnifica Thassos si trova a circa 10 chilometri dalla Grecia continentale, una distanza sorprendentemente breve considerando che stiamo parlando di un’isola dell’Egeo. Il punto di accesso principale è il porto di Keramoti, collegato con traghetti che raggiungono Limenas in circa 35 minuti. Un secondo collegamento parte dalla città portuale di Kavala e arriva a Skala Prinos.

Per chi vuole arrivarci dall’Italia la soluzione più semplice consiste in un volo verso Salonicco o Kavala, da dove poi bastano 2 o 3 ore di auto per raggiungere i porti di imbarco. Thassos funziona così: prima incuriosisce sulla carta geografica e poi, una volta raggiunta, dimostra che nel Mediterraneo esistono ancora luoghi in grado di sorprendere davvero.

À partir d’avant-hierFlux principal

Isole europee, tre perle Italiane elogiate tra le migliori dal Guardian

Par : losiangelica
14 mars 2026 à 07:30

Ci sono luoghi che non hanno bisogno di grandi attrazioni o di resort giganteschi per conquistare chi li visita. Basta il mare, qualche strada tranquilla e il ritmo lento della vita locale. È proprio questa la filosofia che emerge da una raccolta di consigli di viaggio pubblicata dal Guardian, dove lettori da tutta Europa hanno segnalato le loro isole preferite per staccare davvero la spina.

Tra le destinazioni suggerite compaiono anche tre mete italiane molto diverse tra loro ma unite da un elemento comune: l’autenticità.  Ecco le 3 isole italiane elogiate tra le migliori europee secondo il Guardian.

Dove è stata girata la serie Under Salt Marsh – Segreti sommersi con Kelly Reilly

13 mars 2026 à 16:00

Siamo abituati a vedere Kelly Reilly come una fatalona che indossa boots da cowboy e ampie scollature in Yellowstone dove interpreta Beth Dutton, figlia del magnate e allevatore di bestiame del Montana. In Under Salt Marsh – Segreti sommersi si presenta sotto tutt’altra veste. La miniserie Tv di Sky Atlantic vede Jackie Ellis, ex investigatrice e ora insegnante della piccola scuola locale su un’isola del Galles, indagare su un crimine che ha sconvolto – e che ancora sconvolge – il villaggio di Morfa Halen.

Il thriller poliziesco che racconta la storia della comunità gallese molto unita, ma che rappresenta comunque un microcosmo con buoni e cattivi, e che viene sconvolta dalla scoperta del corpo di un ragazzino riverso in un canale (un’altra bambina molto vicina a Jackie era sparita tre anni prima) è ambientato in un luogo che ha dell’incredibile: un’isola che oramai, a causa dei cambiamenti climatici, è praticamente sotto il livello del mare, dove paludi, canali e acqua invadono ogni strada e ogni luogo. Un paradiso naturale che rischia prima o poi di sparire, proprio come sta per accadere per l’arrivo di una terribile tempesta che potrebbe sommergere l’intero villaggio, sorto proprio lungo la costa.

La trama di Under Salt Marsh

Quando il corpo di un bambino di nove anni viene scoperto in un canale di scolo ad Under Salt Marsh, l’insegnante locale Jackie Ellis crede che possa essere collegato alla scomparsa di sua nipote Nessa scomparsa da tre anni. Jackie era una detective quando la bambina sparì, un caso che le costò la carriera e distrusse la sua amicizia con l’ex collega, il detective Eric Bull (l’attore inglese Rafe Spall), che torna nella remota cittadina del Galles dopo non essere riuscito a risolvere l’accaduto.

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@SKY
Una scena di Under Salt Marsh con Jackie (Kelly Reilly) ed Eric (Rafe Spall)

Le location di Under Salt Marsh

La cittadina dalle case color pastello affacciate sulla costa dell’isola in cui è ambientato Under Salt Marsh si chiama Morfa Halen, un luogo che non esiste nella realtà. Ma il cast e la troupe hanno girato davvero nel Galles, in paesaggi in cui gli elementi giocano un ruolo determinante nel plasmare la vita quotidiana. Le scene della serie sono state girate in gran parte alla Baia di Barmouth, nel Galles Nord-occidentale, una località turistica e balneare nella contea di Gwynedd e che fa parte del Parco Nazionale di Snowdonia, lungo la foce del fiume Mawddach (in questa zona così selvaggia è stata ambientata anche la seconda stagione di House of the Dragon, il prequel di Game of Thrones, e la quarta stagione di The Witcher).

L’estuario è il punto in cui il fiume (Afon Mawddach, in gallese) incontra il mare e forma uno splendido estuario sabbioso. Alla foce si trova la città di Barmouth e, a 13 km nell’entroterra, la città di Dolgellau, collegata alla costa dal Mawddach Trail, un percorso per pedoni e ciclisti che fa parte della pista ciclabile Sustrans che attraversa il Galles.

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123RF
La spiaggia di Llandanwg nella Baia di Barmouth

Questa zona del Galles è molto rinomata per il turismo outdoor, per i sentieri naturalistici e per il birdwatching (nella serie sono tante le scene di stormi di uccelli e uno dei protagonisti, Gareth Morgan, interpretato dall’attore gallese Dino Fetscher, si è trasferito sull’isola come tecnico ambientale proprio per studiare le maree e i fenomeni naturali).

Il cast e la troupe hanno girando scene anche ad Anglesey, sulla punta del Galles, nella foresta di Newborough, a Niwbwrch e nello Stretto di Menai (dove è riconoscibile il celebre ponte), un luogo soggetto alle maree e quindi perfetto per la trama della serie. Le particolari condizioni ambientali causate dalle maree rendono l’ecosistema dello stretto unico: infatti, è ricco di porifere e la costa di Anglesey che costeggia lo stretto e la costa orientale sono state dichiarate Area di straordinaria bellezza naturale.

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123RF
La spiaggia di Newborough

Altre location chiave della miniserie includono il villaggio costiero di Fairbourne, sulla sponda opposta a Barmouth, dove c’è una lunga strada a ridosso del mare che è servita per le scene dell’arrivo della tempesta. Strano ma vero, questa località è una meta turistica specie d’estate, tanto che ci arriva persino il treno ed è l’unica ferrovia a scartamento ridotto del Galles che scorre lungo la costa-

Le scene della scuola elementare dove insegna Jackie e frequentata anche dai bambini scomparsi – l’unica di Morfa Halen, del resto – è la Rhigos Primary School che si trova a Rhondda Cynon Taf, Per le scene negli abitati si è girato nel villaggio di Llanbedr, mentre per gli spazi aperti la produzione è andata a Shell Island, dove si trova uno dei camping più grande d’Europa con ben 800 piazzole.

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123RF
Il villaggio gallese di Llanbedr

La Spider Island della serie, dove vive ancora più isolata rispetto agli altri una piccola comunità, invece, non è una location reale, ma è stata ricostruita appositamente in studio. Molte scene, difatti sono state girate a Cardiff, la Capitale del Galles, dove è stata ricostruita una palude per il gran finale, anche se sono state usate molte paludi reali della zona (che evidentemente non mancano).

Rarotonga, l’isola senza semafori nel cuore del Pacifico: una terra nata dal fuoco e plasmata dal mito

11 mars 2026 à 14:00

È minuscola, vulcanica e circondata da una laguna color giada. Si chiama Rarotonga ed è un’isola che emerge nel Pacifico meridionale, a più o meno metà strada tra la Nuova Zelanda e le lontane coste americane. Centro politico, culturale e umano delle Isole Cook, si gira in circa 45 minuti grazie a una strada costiera circolare che consente di completare l’intero perimetro. E quindi no, non ci sono semafori, grattacieli e nemmeno enormi catene internazionali di ristorazione, come se il tempo qui mantenesse un ritmo differente.

Rarotonga nacque da un antico sistema vulcanico che modellò un interno montuoso spettacolare, per questo si presenta con picchi frastagliati e una foresta tropicale densa di felci, banani e alberi del pane, quasi completamente lambiti da un mare limpidissimo protetto da una barriera corallina interrotta solo da pochi passaggi naturali.

La popolazione locale conserva ancora una forte identità culturale Maori (leggermente diversa però da quella della Nuova Zelanda), con musica a percussione, danze ritmate, artigianato tessile e celebrazioni comunitarie, mentre la tradizione religiosa cristiana convive con antichi racconti tribali. Un posto unico, in cui il tempo rallenta quasi fino a fermarsi per lasciare ai sensi la possibilità di captare anche dettagli minimi.

Chalki, l’isola color pastello del Dodecaneso dove il tempo non esiste

9 mars 2026 à 16:00

Se non preferite la fretta del turismo moderno, dovete salire su una barca che salpa nell’Egeo per poi rallentare davanti a una piccola baia semicircolare in cui compaiono facciate rosa antico, verde menta, ocra e azzurro pallido. Tutto questo non è un sogno, ma un’isoletta della Grecia incastonata tra Rodi e Tilos: si chiama Chalki.

Sono solo 28 chilometri quadrati di roccia chiara e montagne asciutte che si alzano fino ai 590 metri di altezza, pochi abitanti permanenti (persino meno di 300 durante l’inverno) e un mare da fare invidia anche ai Caraibi. Certo, con l’estate il numero di persone che solcano questo suolo cresce, ma l’isola conserva lo stesso le sue dimensioni intime, che fanno quasi sorridere chi arriva da mete ben più affollate del Paese.

Il tempo, poi, scorre in un modo tutto suo: le auto sono quasi assenti, le distanze minuscole e il porto coincide con il villaggio intero. Tutto è così a misura d’uomo che l’orologio perde importanza già dopo poche ore dalla sbarco. Chalki è un Dodecaneso semplice, una Grecia priva di eccessi turistici, ma piena di orizzonti limpidi.

Cosa vedere a Chalki

Sì, la battigia è certamente uno dei suoi punti di forza, ma Chalki svela la sua identità più profonda tra i sentieri aridi che risalgono le sue alture interne. Nonostante le minute dimensioni, infatti, è custode di tracce storiche sorprendenti, antiche fortezze, monasteri remoti e persino edifici neoclassici.

Nimborio, il porto che sembra un quadro

Il primo incontro con quest’angolo di Grecia avviene con Nimborio, unico vero centro abitato. Si fa amare istantaneamente già dal porto che forma una conca naturale quasi chiusa, puntellata da edifici colorati disposti come gradinate di un teatro. Le tonalità danno vita a una sorta di arcobaleno, che con il sole del Dodecaneso diventa persino più brillante.

Nimborio, Chalki
iStock
Le casette colorate di Nimborio

Poi c’è il lungomare, punto di ritrovo, con tavolini all’aperto, pescatori che sistemano le reti e anziani che giocano a tavli (il backgammon greco) accanto a bicchieri di ouzo. Alle spalle, invece, tre mulini a vento abbandonati rendono l’atmosfera ancora più densa, immobile nei pomeriggi d’estate.

Chiesa di Agios Nikolaos

Il campanile più elegante di questa minuscola terra emersa appartiene alla Chiesa dedicata a San Nicola, patrono dei naviganti. Si tratta di un edificio che risale al 1861 e che riflette la ricchezza accumulata durante l’epoca della pesca delle spugne. Il cortile presenta una pavimentazione decorativa chiamata hohlakia, composta di piccoli ciottoli bianchi e neri che vanno a formare disegni geometrici che ricordano tappeti di pietra.

All’interno compaiono icone lignee scolpite e affreschi bizantini, illuminati da lampade a olio e dal profumo dell’incenso.

Il municipio e la torre dell’orologio

Davanti al porto prende vita il municipio di Chalki, ospitato in una dimora signorile del XIX secolo. Accanto alla facciata svetta una torre dell’orologio che domina la piazza. Curiosamente, questa struttura rappresenta un regalo della comunità di emigrati greci stabilitisi negli Stati Uniti. Un legame sentimentale con la terra natale che attraversa oceani e generazioni.

Chorio e il castello dei Cavalieri

A circa due chilometri da Nimborio appare un villaggio fantasma. È Chorio, antica capitale dell’isola costruita in posizione elevata per difendersi dalle incursioni piratesche. Le case in pietra giacciono in rovina tra cespugli di timo e fichi d’India, mentre il silenzio si diffonde nel paesaggio.

Sopra il borgo abbandonato emergono le mura del castello eretto nel XIV secolo dai Cavalieri di San Giovanni. La fortezza sfrutta i resti, secondo alcuni, di un’antica acropoli greca. La località custodisce frammenti di mura ellenistiche, cisterne medievali e piccole chiese. Il sentiero sale tra rocce chiare e panorama marino e dalla cima lo sguardo raggiunge l’orizzonte del Mar di Karpathos.

Monastero di Agios Ioannis Alargas

Il nome Alargas significa “lontano” e il monastero conferma perfettamente questa definizione. Si trova nell’entroterra, così talmente interno che è raggiungibile con un percorso tra pietre, muretti a secco e macchia mediterranea, per poi apparire improvvisamente tra cipressi e cortili silenziosi.

Il 29 agosto tutta la popolazione si riunisce proprio qui per la festa religiosa, tra cibo, musica e una celebrazione che prosegue fino all’alba con danze tradizionali chiamate sousta.

Monastero di Taxiarchis Palarniotis

Tra i pochi posti dell’isola circondati da vegetazione si trova questo luogo di culto dedicato all’arcangelo Michele. E ciò che lascia davvero sorpresi è che qui, a differenza del resto del territorio, tutto appare sorprendentemente verde.

Dal cortile si apre una vista ampissima sulle montagne aride e sul mare e a disposizione ci sono sentieri che collegano il monastero a vecchi mulini a vento e ruderi di cappelle medievali.

Le spiagge più belle di Chalki

E poi le spiagge di Chalki, che si distinguono per una purezza quasi minerale dovuta soprattutto ai fondali rocciosi e all’assenza di sedimenti portati da fiumi. La caratteristica principale delle sue calette risiede nella loro accessibilità ridotta, elemento che ne preserva la quiete anche durante i mesi più caldi. La roccia chiara di cui è composta, tra le altre cose, riflette la luce e produce un mare straordinariamente limpido.

  • Pondamos: l’unica vera distesa sabbiosa dell’isola e si trova a pochi minuti dal porto. La sabbia appare grossolana e dorata, mentre il fondale resta basso per diversi metri. Una taverna affacciata sul mare prepara pesce fresco e insalate greche.
  • Ftenagia: piccola baia di ciottoli situata a sud di Nimborio. L’acqua raggiunge tonalità turchesi incredibili e la visibilità rende questo punto ideale per snorkeling tra scogli e pesci.
  • Kania: insenuatura raccolta circondata da vegetazione mediterranea. Un minuscolo paradiso raggiungibile a piedi o tramite taxi boat dal porto.
  • Trachia: istmo roccioso situato sotto il castello medievale. Due lingue di ciottoli si affacciano su acque chiarissime in uno scenario selvaggio.
  • Areta: tra le baie più isolate di Chalki, con montagne scure che circondano la costa e danno vita a un ambiente quasi primordiale.

Come arrivare

Chalki non è facilissima da raggiungere e, anzi, possiede collegamenti limitati. L’accesso più semplice passa dall’isola di Rodi, raggiungibile in aereo dalle principali città europee. Dal porto di quest’ultima o da quello di Kamiros Skala partono traghetti locali che coprono la distanza in circa un’ora. Alcune navi provenienti dal Pireo effettuano una fermata durante la traversata nel Dodecaneso, anche se il viaggio supera spesso le 20 ore.

Quello di Chalki è un ritmo antico, lo stesso che la governa da secoli. Ah, è anche un’isola ecologica che oggi punta tutto sulla sostenibilità energetica: un vero paradiso.

Le Isole Bermuda tra sabbie rosate e fortezze storiche: viaggio alla scoperta delle più belle

7 mars 2026 à 14:30

Milioni di anni fa dalle profondità marine sono emersi strati di calcare e residui organici che, nel corso del tempo, si sono solidificati. Da lì è nato un arcipelago composto da oltre 180 lembi di terra collegati da ponti e strade sottili che sfiorano lagune turchesi. Sono le magnifiche Isole Bermuda, un arcipelago sotto la sovranità del Regno Unito che però si trova a circa 1.000 chilometri dalla costa orientale degli Stati Uniti.

Il nome richiama subito il celebre Triangolo delle Bermuda, vasta area oceanica che unisce idealmente Miami, San Juan e l’arcipelago, con fondali che scendono fino a 8.000 metri, correnti insidiose e racconti di sparizioni che alimentano una mitologia affascinante. Realtà geografica e fantasia popolare, quindi, convivono senza scontrarsi, regalando al viaggio un sottofondo di mistero.

Oltre a questo, ciò che colpisce il visitatore che vi arriva sono i riflessi cangianti e le sabbie color cipria generate dalla frammentazione di coralli e gusci. Ma di certo non è tutto, perché questi luoghi hanno anche una doppia anima fatta di tradizione britannica visibile nei pub, nelle cabine telefoniche rosse e nei forti in pietra calcarea, e di un’influenza nordamericana evidente nei rapporti commerciali, nel dollaro bermudiano agganciato a quello statunitense e nelle insegne moderne della capitale. Scopriamo insieme quali sono le Isole Bermuda che valgono davvero il viaggio.

Saint George’s Island

La prima isola di cui vi vogliamo parlare prende il nome di Saint George (San Giorgio) e “galleggia” all’estremità orientale. Qui sorge l’omonima città che, oltre a essere il cuore storico dell’arcipelago, è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Fondata nel 1612, rappresenta uno degli esempi meglio conservati di urbanistica coloniale inglese nel Nuovo Mondo grazie alle sue strade strette, piazze raccolte ed edifici in pietra calcarea color miele che raccontano quattro secoli di vita atlantica.

King’s Square accoglie il visitatore con il municipio e l’antico palo della gogna, simbolo di un passato severo. Poco distante si erge St Peter’s Church, tra i più antichi luoghi di culto protestanti ancora attivi nelle Americhe. Non mancano affascinanti fortezze costiere che punteggiano l’isola, tra cui il Fort St. Catherine che domina una barriera corallina contro cui si infransero le navi dei primi coloni.

Chi sceglie questa isola si trova a convivere con un’atmosfera quieta, composta di botteghe artigiane e piccole spiagge (da sogno) riparate come Tobacco Bay, angoli che invitano a soste lente.

Main Island

Il centro amministrativo e finanziario delle Bermuda coincide con Hamilton, capitale situata sulla Main Island (anche chiamata a Grand Bermuda). Da queste parti davvero interessante è Front Street che allinea palazzi color pastello in cui sono ospitati uffici, gallerie e ristoranti. L’eleganza è discreta, il traffico ordinato ed è buffo osservare uomini d’affari in bermuda sartoriali con calzettoni al ginocchio (secondo regole precise di lunghezza e cucitura).

Hamilton, Bermuda
iStock
La costa di Hamilton

Sopra la città svetta la Cathedral of the Most Holy Trinity, completata nel 1905 in stile neogotico, che presenta una torre alta 44 metri dalla cui sommità, con il proprio sguardo, si abbracciano tetti bianchi, insenature turchesi e il profilo ondulato dell’arcipelago.

A pochi minuti si apre un mare verde all’interno dei Bermuda Botanical Gardens. Ci sono circa 14 ettari di cedri, alberi di banyan, cactus e giardini aromatici pensati anche per visitatori ipovedenti. Al suo interno trova spazio pure il Masterworks Museum, ospitato in un ex stabilimento per la lavorazione dell’arrowroot, che raccoglie opere dedicate al paesaggio bermudiano.

Proprio qui, tra le altre cose, c’è forse il gioiello più prezioso del territorio: Horseshoe Bay, spiaggia con una colorazione particolare dovuta ai frammenti di minuscoli organismi unicellulari chiamati foraminiferi, i quali, mescolandosi al corallo bianco, generano un tappeto rosato soffice al tatto.

Ireland Island

Molto interessante è anche Ireland Island, che si trova all’estremo ovest e che un tempo era separata dalla massa principale. Oggi è collegata da ponti e ospita il monumentale Royal Naval Dockyard, base navale britannica attiva dal XVIII secolo fino al 1995, dentro cui sorge il National Museum of Bermuda, con oltre 70.000 reperti legati a naufragi, baleniere e rotte commerciali.

I moli di questa terra emersa accolgono spesso navi da crociera, da cui i visitatori scendono e rimangono abbagliati dall’architettura vittoriana che emerge nei dettagli delle finestre ad arco e nelle travi in ferro battuto importate dall’Inghilterra.

La geografia presenta coste frastagliate con piccoli approdi naturali e colline basse ricoperte di erba che contrastano con le strutture navali. Le acque circostanti, come è possibile immaginare, mantengono tonalità turchesi che però si increspano leggermente sotto il vento costante.

Somerset Island

C’è poi Somerset Island che rivela un volto più selvaggio e autentico dell’arcipelago. L’isola è la culla del celebre Somerset Bridge, riconosciuto ufficialmente quale ponte levatoio più piccolo del pianeta. La fessura centrale, larga circa mezzo metro, permette esclusivamente il passaggio dell’albero di una barca a vela, simbolo dell’ingegno pratico dei residenti.

Questa zona si distingue per la presenza di riserve naturali vaste, territori perfetti per osservare il volo del Longtail, l’uccello tropicale dalle lunghe piume bianche che nidifica tra gli anfratti rocciosi. Le acque di Mangrove Bay riflettono sfumature di verde smeraldo, e diventano la casa di tartarughe marine che nuotano placide tra le radici delle piante acquatiche.

Nonsuch Island

A nord-est affiora Nonsuch Island, il cui nome significa “nessun altro luogo simile”. Ed effettivamente non c’è niente di più vero: l’isola costituisce un riserva ecologica dedicata alla tutela del Cahow, uccello simbolo di Bermuda creduto estinto per secoli.

Non vi sorprenderà sapere, infatti, che l‘accesso è regolato proprio per proteggere l’habitat fragile, fatto anche di vegetazione autoctona che è stata ripristinata dopo anni di degrado.

Come arrivare

I collegamenti aerei rappresentano la via più semplice per raggiungere le Bermuda. L’aeroporto internazionale L.F. Wade si trova presso Saint George’s Island e riceve voli diretti da città della costa orientale statunitense come Boston, New York, Miami, oltre a collegamenti stagionali dal Regno Unito e dal Canada.

In alternativa, numerose compagnie di crociera includono l’arcipelago negli itinerari atlantici, con attracco principale al Royal Naval Dockyard. Una volta arrivati, una rete di autobus pubblici e traghetti collega le diverse parrocchie, mentre le auto a noleggio sono assenti e vietate per una scelta governativa volta a limitare traffico e preservare le dimensioni contenute del territorio. La soluzione più diffusa, infatti, sono scooter elettrici e biciclette.

Alla scoperta dell’Isola di Embiez, tra profumo di sale e vigne selvagge del Mediterraneo

2 mars 2026 à 17:00

A non troppa distanza dall’Italia, per la precisione di fronte alla costa del dipartimento del Var, in Francia, si distende un arcipelago piccolino, ma che in molti ignorano finché qualcuno sussurra un nome preciso: quello dell’Isola di Embiez. La più ampia di queste terre è separata da 10 minuti di barca dal continente, eppure sembra un universo che segue un ritmo differente.

Soprannominata dai locali “L’Isola dei Fiori” per la sua straordinaria biodiversità botanica, resta legata alla famiglia del celebre industriale che inventò il pastis (Paul Ricard), ma nonostante questo è comunque aperta al pubblico durante tutto l’anno. Anche se, e occorre essere sinceri, ci sono delle regole precise per accedervi: le auto restano fuori scena, perché ci si sposta a piedi, in bicicletta o con un piccolo trenino bianco e rosso che attraversa pinete e belvedere.

Viaggio a Klein Curaçao, una paradisiaca isola fantasma

2 mars 2026 à 16:00

Ci vogliono più o meno 2 ore di navigazione (a volte persino turbolenta), ma a un certo punto affiora un banco di sabbia calcarea che il vento modella da secoli. Quella è Klein Curaçao, in olandese “Piccola Curaçao”, che con i suoi 1,7 chilometri quadrati è una sorta di rettangolo chiaro nel blu del mare caraibico. È piatta, bruciata dal sale, ma contemporaneamente circondata da una specie di cintura di barriera corallina che frena le onde.

Il visitatore ha la sensazione di essere appena sbarcato su un miraggio, perché qui non ci sono strade e nemmeno centri abitati stabili. Ciò che si osserva è un orizzonte infinito, insieme a un faro color rosa slavato, capanne di pescatori usate a intermittenza e lo scheletro di una petroliera che si sfalda da mezzo secolo.

Eppure, qui in epoche passate è successo davvero di tutto e anche adesso è un territorio talmente tanto prezioso che occorre preservarlo: da queste parti la conservazione rappresenta una necessità concreta, visto che le barriere coralline attenuano l’impatto degli uragani e le praterie marine sostengono la pesca locale.

Il suo soprannome è “isola fantasma dei Caraibi olandesi” e la malinconia che involontariamente trasmette, mista alla bellezza indiscutibile dei Tropici, non può che confermare questo buffo nomignolo scelto dai viaggiatori.

Alla scoperta di Avlemonas, il borgo greco di Citera che insegna l’arte della lentezza

Par : elenausai10
28 février 2026 à 15:30

L’estate greca è molto più di una stagione, è un concetto universale sinonimo di mare, sabbia e sole e, appena l’aria si scalda, inizia quell’eterno dibattito su quale sarà l’isola protagonista dei prossimi ricordi estivi. Per il 2026, gli sguardi della classifica stilata da Europe’s Best Destinations sono rivolti a sud, verso il villaggio di Avlemonas.

Situato sulla costa nord-orientale di Citera, a circa 31 chilometri dal capoluogo, questo piccolo borgo di pescatori incanta al primo sguardo con le sue case in pieno stile cicladico. Edificato strategicamente tra due piccole insenature, Avlemonas è considerato uno dei luoghi più pittoreschi dell’isola, una meta dove l’estetica tradizionale incontra il comfort moderno di appartamenti e studios dotati di ogni lusso. L’atmosfera perfetta dove imparare l’arte della lentezza.

Cosa vedere e cosa fare ad Avlemonas

Avlemonas rappresenta una sintesi perfetta tra l’estetica delle Cicladi e la rigogliosa macchia mediterranea, offrendo uno scenario naturale splendido grazie alle sue numerose e minuscole baie incastonate nel blu.

Le case bianche dalle finestre azzurre e i giardini fioriti costituiscono una delle attrazioni principali del borgo, insieme al porto pittoresco che funge da rifugio per barche da pesca e tipici caique. Proprio accanto al porticciolo si trova la spiaggia di Avlemonas, caratterizzata da acque limpide e sabbia soffice, mentre a breve distanza a piedi si estende Paleopoli, la spiaggia più grande dell’isola.

Il sito storico più rilevante è senza dubbio il Castello Veneziano del XVIII secolo, una struttura ottagonale nota ai locali come castello che domina l’ingresso del porto; sopra la sua porta è ancora visibile il leone alato di San Marco, simbolo della Serenissima che lo edificò per proteggere la baia.

Questo luogo, intriso di romanticismo, è celebre anche per la vicenda del naufragio del Mentor nel 1802, la nave di Lord Elgin che trasportava i marmi del Partenone.

Oltre alla storia, Avlemonas invita a scoprire il piacere della tavola sulle sue terrazze ombreggiate, dove gustare fiori di zucca, formaggi locali, miele e pesce freschissimo. Le giornate, qui, trascorrono lentamente tra nuotate rigeneranti, passeggiate costiere verso spiagge spettacolari come Kaladi e Melidoni, e calici di vino al tramonto, celebrando una Grecia autentica dove bellezza e semplicità convivono senza sforzo.

Il castello di Avlemonas
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Il Castello Veneziano affacciato sul mare cristallino di Avlemonas

Come arrivare al borgo greco di Avlemonas

Per raggiungere il borgo di Avlemonas dall’Italia, non essendoci collegamenti diretti, la soluzione più rapida prevede un volo dai principali aeroporti italiani (come Roma, Milano o Napoli) verso l’aeroporto internazionale di Atene. Poi si prosegue con un volo interno di circa 45 minuti che atterra direttamente sull’isola e, una volta giunti a destinazione, il borgo dista solo 15-20 minuti di auto.

Bora Bora, la perla del Pacifico meridionale: un paradiso vulcanico tra lagune e storia polinesiana

28 février 2026 à 13:00

Sì, vi stiamo per raccontare un luogo unico al mondo e in cui nulla è casuale, parole comprese. Vi basti pensare che il nome, Bora Bora, deriva dal tahitiano Pora Pora, ovvero primogenito: stando alle leggende tramandate oralmente, il dio supremo Ta’aroa, dopo aver creato il mondo, “pescò” l’isola dalle profondità oceaniche subito dopo la nascita di Raiatea (considerata sacra e madre di tutte le terre circostanti). Bora Bora, dunque, sarebbe la prima figlia emersa dalle tenebre marine per volere divino.

Parte delle Isole della Società, nel Pacifico meridionale, dall’alto appare come un cerchio irregolare di corallo che abbraccia un nucleo montuoso scuro e frastagliato. Ma del resto proprio qui, tra 7 e 12 milioni di anni fa, ribolliva un vulcano. Oggi resta il suo scheletro di basalto, spezzato in vette aguzze che si alzano al centro di una laguna. Attorno, una barriera corallina quasi continua disegna un anello naturale.

L’atmosfera, invece, si satura del profumo dei fiori di Tiaré, una fragranza che si mescola al sale marino definendo l’identità sensoriale di un posto che i navigatori del passato, come quelli di oggi, chiamavano la Perla del Pacifico.

Cosa vedere e fare a Bora Bora

Occorre subito smontare un falso mito: la fama di Bora Bora come meta perfetta per i viaggi di nozze è reale, ma anche altamente riduttiva. Quest’isola del Pacifico possiede una trama culturale e paesaggistica da cercare con curiosità e rispetto, e che permette anche di comprendere la fatica dei popoli antichi nel colonizzare le sue vette impervie.

Vaitape

Vaitape corrisponde al centro abitato principale di questo magnifico angolo del nostro pianeta, e si sviluppa lungo la strada costiera, tra il porto e piccole botteghe. Qui si viene soprattutto per comprare frutta, assaggiare il poisson cru marinato nel latte di cocco e lime e osservare la vita quotidiana lontana dai resort.

Tra le vie secondarie compaiono però anche chiese protestanti in legno chiaro, eredità dei missionari del XIX secolo. L’atmosfera è informale e concreta, quelle sensazioni che fanno davvero bene all’anima (soprattutto quando si è in vacanza).

Monte Otemanu

Con i suoi 727 metri, domina il centro dell’isola. Monte Otemanu è il residuo più spettacolare dell’antico vulcano, ed è pieno di sentieri che risalgono i suoi fianchi attraversando vegetazione fitta, ibisco, felci, e alberi tropicali.

L’ascesa completa richiede preparazione e guida esperta, ma già dalla quota intermedia si apre una vista ampia sulla laguna e sui motu che punteggiano la barriera.

Monte Pahia

Meno celebre del vicino Otemanu, il Pahia raggiunge 661 metri (che comunque non sono poi così pochi). Il tragitto sembra quasi volerci far sfidare la gravità, in quanto presenta tratti ripidi e qualche passaggio tecnico.

Dalla cima si abbraccia l’intero anello corallino, al punto che in giornate terse si distinguono Raiatea e Taha’a all’orizzonte.

Marae Fare-Opu

Le strutture architettoniche tradizionali, chiamate Marae, costituiscono l’anima spirituale di Bora Bora. Sono delle piattaforme cerimoniali costruite con pietre laviche nere, dove un tempo i capi tribù invocavano la protezione degli antenati.

Quello di Fare-Opu è discreto e quasi nascosto. Eppure racconta una spiritualità radicata e precedente a croci e campanili.

Pointe Fiti’u’u

Una pista sterrata sale verso due grandi cannoni americani della Seconda Guerra Mondiale. Accanto, un bunker in cemento armato. Il contrasto tra artiglieria e laguna è potente, anche perché qui la storia globale ha lasciato segni tangibili.

Le bocche da fuoco, arrugginite, guardano ancora verso l’oceano.

Laguna di Bora Bora

No, non state sognando: siete “semplicemente” arrivata alla Laguna di Bora Bora, con squali pinna nera e razze che si muovono in acque basse con una naturalezza disarmante.

Heiva i Bora Bora

Se avete l’opportunità di viaggiare da queste parti nel mese di luglio non dovete perdervi Heiva i Bora Bora, periodo in cui la piazza Tuvavau a Vaitape si copre di sabbia. Inizia infatti una celebrazione che dura settimane, con danza, canto, percussioni, costumi elaborati con fibre vegetali e piume.

I gruppi rappresentano i diversi distretti dell’isola e con coreografie raccontano miti, genealogie e imprese di navigatori.

Le spiagge più belle di Bora Bora

La composizione dei sedimenti e la protezione offerta dai motu (i piccoli isolotti perimetrali) creano microclimi marini differenti e spiagge che non sono tutte uguali tra loro. È importante tenere a mente, però, che c’è una distinzione tra spiagge pubbliche sull’isola principale e tratti sabbiosi riservati ai resort sui motu. L’accesso cambia e l’atmosfera pure, ma quello che resta è la bellezza.

  • Spiaggia di Matira: è l’unica vera spiaggia aperta a tutti ed estesa dell’isola principale. Sabbia chiara, fondale che degrada lentamente e vegetazione fitta alle spalle. Qui termina la gara di piroghe Hawaiki Nui Va’a, evento che richiama equipaggi da altre isole. Al tramonto la luce colpisce frontalmente la riva occidentale, creando riflessi caldi sull’acqua bassa.
  • Motu privati lungo la barriera: gli isolotti sabbiosi che formano l’anello esterno ospitano molti resort. Le spiagge risultano curate, con accesso diretto alla laguna. La vista verso il Monte Otemanu è frontale e decisamente scenografica.
  • Pointe Tereia e Farepiti: tratti meno frequentati, il top per chi desidera tranquillità lontano dai flussi principali. La sabbia si alterna a zone erbose, con scorci verso motu minori e canoe ancorate.
Bora Bora, spiagge più belle
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Spiagge e mare di Bora Bora

Come arrivare

L’accesso avviene quasi sempre in aereo. Il volo internazionale atterra a Papeete, sull’isola di Tahiti, da dove poi parte un collegamento domestico di circa 50 minuti per l’aeroporto costruito sul Motu Mute. Il trasferimento finale si svolge in barca, spesso organizzato dalle strutture ricettive.

In alternativa, traghetti come l’Apetahi Express collegano Bora Bora ad altre isole dell’arcipelago, tra cui Raiatea e Taha’a. Una soluzione certamente più lenta, ma che si rivela utile per chi esplora la Polinesia per tappe successive.

Il clima presenta due stagioni principali. Da maggio a ottobre prevale un periodo più secco, con temperature intorno ai 26-28 gradi e mare generalmente calmo. È alta stagione, con tariffe elevate e disponibilità ridotta. Tra dicembre e marzo aumentano piogge e umidità e quindi la vegetazione appare più intensa. Contemporaneamente, però, i prezzi scendono. Aprile, maggio e novembre rappresentano mesi di transizione interessanti, con eventi culturali e condizioni ancora favorevoli.

Tornano i tour speciali a Pianosa, l’isola toscana disabitata che solo pochi possono visitare

28 février 2026 à 07:30

C’è un’isola nell’Arcipelago Toscano dove il silenzio invade ogni spazio e il tempo sembra rallentare: è l’isola di Pianosa. Un lembo di terra strappato al mare circondato da acque trasparenti che sfumano dal turchese al blu profondo. Appare all’orizzonte come una linea sottile sospesa tra cielo e acqua, dove per secoli è rimasto attivo il carcere di massima sicurezza: oggi è un paradiso protetto dentro il Parco Nazionale Arcipelago Toscano, visitabile solo a numero chiuso.

Con l’avvicinarsi della primavera torna un’occasione speciale per raggiungere quest’isola lontana dalla frenesia della vita quotidiana ed esplorarne le meraviglie nascoste: le visite guidate speciali con partenza in nave da Piombino, prenotabili online a partire dal 2 marzo 2026.

L’anima selvatica e il silenzio di Koh Rong Samloem, l’isola cambogiana che rallenta il battito

26 février 2026 à 16:00

A volte bastano una sdraio di bambù, il suono delle onde come unica compagnia costante e una foresta pluviale fitta nelle vicinanze per sentirsi in paradiso. Se vi state chiedendo dove sia possibile tutto questo, la risposta è a Koh Rong Samloem, isola della Cambogia situata nel Golfo del Siam. Una minuta terra (24 chilometri quadrati di territorio in prevalenza collinare), in cui non ci sono aeroporti e nemmeno strade asfaltate (per il momento). In compenso si cammina su sabbia, sentieri rossi e moli di legno che si allungano su acqua trasparente.

Appartiene a un piccolo arcipelago che comprende anche la più estesa Koh Rong, distante appena 5 chilometri. La vicinanza geografica, però, inganna: Koh Rong ha bar, strade in costruzione e un’energia rumorosa. Samloem è invece definita “la sorella tranquilla“, soprannome che le calza a pennello finché non arrivano le barche del pomeriggio. Anzi, probabilmente tutto ciò potrebbe non esserci nemmeno più, perché da tempo si parla di far diventare anche questo magico lembo di terra intatta un mega villaggio turistico.

Prima che il rischio diventi realtà (Saracen Bay ha già conosciuto ruspe e cantieri), dunque, è il caso di raggiungere Koh Rong Samloem, ma sappiate che i bancomat sono attualmente assenti e che l’elettricità dipende da generatori, anche se molte strutture garantiscono corrente continua. La connessione internet, dal canto suo, funziona e poi rallenta, poi anche scompare. Fa parte del gioco, ma in fondo è meglio approfittarne.

Cosa vedere e fare a Koh Rong Samloem oltre il mare

Dietro questo ambiente autentico e selvaggio, l’isola nasconde un pizzico di anima architettonica coloniale, anche se ci sono davvero pochissime tracce di quell’epoca. Non mancano, invece, faraglioni nascosti, sculture scolpite nella roccia e cascate stagionali.

Il faro coloniale

All’estremità meridionale si erge un faro isolato, unico segno umano stabile su un territorio dominato da foresta e mare. È una torre bianca e semplice che sorveglia il traffico marittimo nel Golfo. Si raggiunge con un sentiero di circa 5 chilometri da Saracen Bay, seguendo una pista sterrata che attraversa la foresta.

Il custode vive accanto alla struttura e chiede un dollaro per salire sulla piattaforma panoramica. Dall’alto la vista abbraccia la costa cambogiana, Koh Rong e una distesa blu che sembra infinita. Tra gli arbusti compaiono vecchie postazioni d’artiglieria e resti militari poco segnalati che ricordano stagioni turbolente.

Freedom Waterfall

A nord di Saracen Bay e ben nascosta tra gli alberi, scorre Freedom Waterfall. Durante la stagione secca il getto si riduce a un filo d’acqua. Nei mesi piovosi, invece, il salto diventa più vigoroso.

Il sentiero per raggiungerla necessita di attenzione, soprattutto a seguito di acquazzoni pomeridiani. Il rumore dell’acqua che cade inonda il silenzio della giungla e regala una pausa fresca lontano dal litorale.

Lazy Beach Viewpoint e le sculture nella roccia

Poco a sud di Lazy Beach c’è un punto panoramico che domina la costa occidentale. Il percorso attraversa vegetazione compatta e porta a una terrazza naturale che guarda verso il tramonto.

Nei dintorni emergono rocce incise con motivi sacri e figure ispirate alla natura. L’origine resta incerta, ma alcuni parlano di interventi recenti, mentre altri di tradizioni locali reinterpretate.

M’Pai Bay, villaggio e centro immersioni

M’Pai Bay è un insediamento che incarna la vera vita khmer. Le case sono palafitte di legno colorato, in cui le reti vengono riparate a mano sotto il porticato. Rispetto alle zone turistiche, qui si respira l’odore del pesce essiccato e del lemongrass.

È l’unico punto dell’isola dove la comunità locale e i viaggiatori condividono lo stesso spazio vitale, creando un’atmosfera di autentica fratellanza multiculturale. Ci sono anche diverse scuole che propongono immersioni e corsi PADI, anche perché i fondali attorno garantiscono buona visibilità (soprattutto tra novembre e aprile).

Il fenomeno del plancton bioluminescente

Di notte, lontano da luci artificiali e durante fasi lunari scure, l’acqua si anima di scintille blu: è il plancton bioluminescente che reagisce al movimento. Basta agitare la superficie per vedere bagliori improvvisi.

Alcuni operatori organizzano uscite serali, oppure ci si può spostare a nuoto lungo tratti isolati.

Le spiagge più belle di Koh Rong Samloem

La sabbia di Koh Rong Samloem è composta da quarzo finissimo che produce un suono simile a un sibilo quando viene calpestata. La chiamano “la neve tropicale” per la sua capacità di rimanere fresca anche sotto il sole zenitale più feroce. Per scoprirla, però, occorre camminare su sentieri nella giungla oppure salire a bordo di barche locali.

  • Saracen Bay: 3 chilometri di sabbia chiara a forma di mezzaluna nella parte centro-meridionale. Qui si concentra la maggioranza delle strutture ricettive.
  • Lazy Beach: sul versante opposto rispetto a Saracen, a poco più di un chilometro in linea d’aria, c’è un solo resort che domina la scena. L’atmosfera è raccolta, l’acqua calma e la foresta si stende alle spalle.
  • Sunset Beach: come dice il nome, è celebre per i tramonti intensi che tingono il cielo di arancio e viola. Vi si arriva tramite un percorso di circa 45 minuti da Saracen Bay, con tratti ripidi e rocciosi.
  • Clearwater Bay: più isolata, è accessibile con barca o tramite cammino più lungo dalla zona di M’Pai Bay. La sabbia è chiara e l’acqua trasparente. Inoltre, le presenze sono poche e si avverte una sensazione di lontananza.
  • Sandy Beach: frequentata da chi desidera un tratto meno battuto rispetto alla baia principale.
  • M’Pai Plankton Beach: vicino al villaggio settentrionale, è soprattutto qui che si osserva il plancton luminoso nelle notti adatte.
Koh Rong Samloem, spiagge più belle
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Una delle magnifiche spiagge di Koh Rong Samloem

Dove si trova e come arrivare

Il punto di partenza per arrivare a quest’isola della Cambogia è Sihanoukville, collegata a Phnom Penh da autobus in circa 4 ore. In alta stagione si trovano voli domestici o collegamenti da città come Siem Reap. Dal porto autonomo partono decine di corse giornaliere verso Samloem, dalla mattina al tardo pomeriggio.

Il viaggio via mare dura meno di un’ora con condizioni favorevoli. Chi proviene da Koh Rong può utilizzare traghetti locali o barche taxi. Il tragitto copre 5 chilometri in una decina di minuti.

Il clima segue due stagioni nette. Da metà aprile a metà novembre si registrano piogge frequenti, spesso nel tardo pomeriggio, e umidità elevata. Da dicembre a marzo è il periodo più secco, con temperature massime attorno ai 30 gradi, minime leggermente inferiori e aria meno pesante. Questo intervallo rappresenta il momento ideale per un soggiorno, con mare calmo e collegamenti più affidabili.

Perché Karpathos è l’isola segreta della Grecia dove andare questa estate

26 février 2026 à 12:30

Per tutti quelli che hanno voglia di andare in Grecia durante le prossime vacanze estive e sognano un’isola autentica, selvaggia e poco battuta dal turismo di massa, Karpathos è la destinazione perfetta.

Situata nel Mar Egeo meridionale tra Creta e Rodi, questa perla del Dodecaneso combina paesaggi mozzafiato, tradizioni millenarie e un’atmosfera genuina che conquista chiunque la visiti.

Negli ultimi anni l’isola sta attirando sempre più attenzione internazionale proprio per la sua unicità e autenticità, risultando una meta ideale per chi è alla ricerca di una meta diversa rispetto alle classiche isole greche più gettonate.

Tra le scogliere e i laghi di Coron, nelle Filippine, un viaggio veramente incantato

22 février 2026 à 14:30

Sparsi per il mare che lambisce le coste del nostro mondo, ci sono luoghi in cui sembra che la modernità non sia mai arrivata. Uno di questi è Coron, isola nel gruppo delle Calamianes, a nord di Palawan, che si presenta come una massa calcarea quasi a forma di cuneo che dà l’impressione di essere uscita da un film d’avventura.

Pare quasi di entrare in un regno primordiale, una muraglia invalicabile di pietra carsica grigio scura che, però, nasconde al suo interno bacini idrici leggendari: le pareti verticali raggiungono i 600 metri sul livello del mare e più della metà del territorio è roccia pura. Ma non è solo questo a rendere Coron Island un posto ancestrale. In zona, infatti, a dominare è il popolo Tagbanua, con le famiglie di Banuang Daan e Cabugao che vivono di pesca e della raccolta dei nidi di balinsasayaw, rondoni che costruiscono le proprie dimore nelle grotte calcaree. Un popolo fiero che gestisce il territorio con regole ferree, preservando l’equilibrio tra turismo e sacralità dei posti

Coron è stata infatti dichiarata Game Refuge and Bird Sanctuary nel 1967, poi zona turistica e riserva marina nel 1978. Nel 1992 è entrata tra le aree prioritarie protette dal NIPAS Act. Il risultato di tutto ciò, per chi arriva oggi, è un paesaggio potente, regolato da ingressi contingentati e tasse ambientali che finanziano la gestione locale. Ma sì, vale assolutamente la pena.

Cosa vedere e fare a Coron

Filippine, per molti di noi (e anche a ragione) è sinonimo di spiagge bianche e mare paurosamente limpido. È certamente così anche nei pressi di Coron, ma la verità è che l’isola brilla per la sua verticalità e per i misteri celati sotto la superficie vitrea dei suoi bacini interni.

Lago Kayangan

Siate pronti a un po’ di fatica perché per raggiungere il Kayangan, il lago più fotografato dell’arcipelago, occorre affrontare una scalata ripida lungo gradini di pietra scivolosi e pieni di vegetazione, che a sua volta sembra voler inghiottire il sentiero. Arrivati al belvedere, però, tutto assume un significato diverso: lo specchio d’acqua è racchiuso tra imponenti pareti calcaree, ma soprattutto è così trasparente che le formazioni rocciose sommerse sembrano sospese nell’aria.

I Tagbanua considerano sacre queste acque e immergercisi fa sperimentare la sensazione di volare sopra una città di pietra.

Lago Barracuda

A non troppa distanza si apre il paradiso dei subacquei più tecnici per via della stratificazione termica estrema. Il suo nome è Lago Barracuda, proprio perché qui, stando ai racconti dei locali, vive un enorme esemplare di questo pesce predatore. Chi si immerge si rende conto che, scendendo di qualche metro, si possono percepire variazioni termiche in grado di raggiungere i 38 gradi.

L’effetto, tuttavia, è scenografico anche in superficie per via della presenza di una piattaforma in legno affacciata su un blu intenso.

Twin Lagoon

Due bacini adiacenti separati da una sottile barriera calcarea. Durante la bassa marea si può attraversare una fessura naturale a livello dell’acqua, altrimenti si utilizza una scaletta fissata alla roccia. Il contrasto tra pareti verticali e acqua smeraldo crea un senso di intimità quasi teatrale.

Twin Lagoon a Coron, Filippine
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Le meravigliose Twin Lagoon

Skeleton Wreck e i relitti della guerra

La storia ha lasciato un’impronta indelebile nei fondali di Coron il 24 settembre 1944, quando un attacco aereo statunitense affondò una flotta di navi da rifornimento giapponesi. Relitti come l’Irako o l‘Akitsushima riposano ora sul fondo, trasformati in reef artificiali vibranti di vita.

Queste strutture d’acciaio, lunghi oltre 140 metri, conservano ancora macchinari, piastrelle nelle cucine e persino munizioni. La biodiversità ha colonizzato i ponti di comando: enormi pesci scorpione vigilano sui varchi, mentre nuvole di fucilieri attraversano le stive squarciate.

Maquinit Hot Springs

Tra mangrovie e costa rocciosa, sgorgano piscine di acqua salata riscaldate geotermicamente. La temperatura oscilla tra 38 e 40 gradi, ma al tramonto l’aria si rinfresca e il contrasto termico diventa piacevole. Le strutture sono semplici, con passerelle in legno e capanni per riporre gli zaini.

Mount Tapyas

Oltre 700 gradini conducono su una collina che domina il porto. In cima una grande croce bianca e la scritta che ricorda Hollywood. Dall’alto si osservano le bangka allineate e le isole all’orizzonte. La salita richiede circa 20 minuti e regala uno dei panorami più completi sulla baia.

Le spiagge più belle di Coron

Le coste di Coron Island sono frastagliate e prevalentemente rocciose, quindi distese sabbiose particolarmente grandi non ci sono. Le presenti, infatti, sono piuttosto piccoline. La bella notizia, è che le più estese si trovano sulle isole circostanti che sono facilmente raggiungibili in barca.

  • Banul Beach: striscia candidissima ai piedi di una scogliera verticale titanica. Qui le capanne di legno dei pescatori offrono ombra mentre si consumano pranzi a base di pesce grigliato e mango fresco. L’acqua assume tonalità turchesi così sature da sembrare artificiali, contrastando violentemente con il grigio scuro della pietra.
  • Malcapuya Island: situata a circa un’ora e mezza di navigazione lenta, questa lingua di terra vanta un litorale lungo e sinuoso che nulla ha da invidiare ai paradisi polinesiani. La parte meridionale presenta correnti vivaci che attirano banchi di pesci variopinti, mentre il lato sottovento rimane calmo come una piscina olimpionica.
  • CYC Beach: è l’unica spiaggia pubblica che non richiede il pagamento di una tassa d’ingresso ai Tagbanwa. Si distingue per i suoi fondali bassi e le numerose mangrovie che spuntano direttamente dall’acqua salata.
  • Ditaytayan Island: celebre per il suo banco di sabbia che appare e scompare a seconda delle maree (sì, ci si può camminare), colpisce per la sua bellezza pura e irresistibile.

Come arrivare e quando andare

Coron Island è certamente un paradiso, ma anche piuttosto remoto. Per arrivare, dunque, occorre un volo interno da Manila o Cebu verso l’aeroporto di Francisco B. Reyes. Una volta atterrati, piccoli furgoni collettivi trasportano i viaggiatori lungo una strada panoramica che taglia le colline erbose di Busuanga fino a Coron Town. Il centro abitato è un groviglio di tricicli a motore, mercati di frutta tropicale e agenzie locali, privo di grandi catene alberghiere ma ricco di pensioni familiari dal fascino rustico.

Il periodo migliore per godere di visibilità eccellente e mare calmo va da dicembre a maggio, durante la stagione secca definita Amihan. In questi mesi il monsone soffia da nord-est garantendo cieli tersi e temperature gradevoli che oscillano tra i 28 e i 33 gradi. Consigliamo di evitare i mesi tra agosto e ottobre: il rischio è di incontrare i tifoni che periodicamente attraversano l’arcipelago.

Spostarsi tra le varie attrazioni implica l’utilizzo delle tipiche bangka, imbarcazioni stabilizzate da bilancieri in bambù che scivolano sicure sopra le formazioni coralline. La navigazione lenta permette di osservare le aquile di mare che volteggiano sopra le vette carsiche, completando un quadro naturale che sembra uscito da un romanzo d’avventura dell’ottocento.

Trekking nelle isole, la primavera è la stagione migliore per esplorarle a piedi

16 février 2026 à 13:00

Scriveva Jerome Klapka Jerome, l’autore di Tre uomini in barca, che “la primavera della vita e la primavera dell’anno son fatte per essere cullate nel grembo verde della natura”. Niente di più giusto: quando le giornate si allungano, ma l’estate è ancora lontana, l’arrivo della primavera risveglia nella natura un vortice esplosivo di colori, profumi e suoni che la rendono la stagione perfetta per viaggiare, esplorando alcune destinazioni atipiche con il mezzo di trasporto più antico di cui l’essere umano è dotato: i propri piedi.

Le tante isole, grandi o piccole che siano, che punteggiano i tratti di mare al largo delle coste italiane, immerse nel Mediterraneo, sono una destinazione unica da scoprire camminando. Ancora fuori dalla stagione turistica, con un clima ancora non adatto a passare le ore nuotando, la primavera regala a chi sceglie di scoprirle un equilibrio perfetto tra clima mite, una natura spettacolare e peculiare e la possibilità di scoprire sentieri, coste e borghi con un ritmo lento e attento. Dalle Alpi Apuane ai vulcani del Tirreno, dalle distese laviche della Sicilia alle macchie mediterranee della Sardegna, la primavera è l’alleata ideale per chi desidera esplorare le isole italiane con lo zaino in spalla, tra i profumi e i colori di paesaggi di rara bellezza: le rocce granitiche dell’Arcipelago di La Maddalena, i crateri di Ustica, le colate laviche di Pantelleria, le Dolomiti a mare di Marettimo e i crinali dell’Isola d’Elba.

Caprera: mare e granito

La Sardegna e la Corsica sono divise da uno stretto braccio di mare, le Bocche di Bonifacio, che è punteggiato di piccole isole. Vicino alla costa settentrionale dell’isola italiana sorge un arcipelago che prende il nome dalla sua isola principale, La Maddalena, tutelata da un omonimo parco naturale (il Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena).

Maddalena Caprera isole trekking primavera
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Panorama scenografico de La Maddalena

Si tratta di un vero e proprio paradiso che durante l’estate richiama un grande flusso turistico grazie alle sue acque cristalline e alla sua natura incontaminata e selvaggia. La primavera, però, è la stagione ideale per chi apprezza una maggiore solitudine e per chi ama camminare a ridosso del mare: la macchia mediterranea che caratterizza il paesaggio sprigiona profumi intensi di elicriso, mirto e rosmarino, mentre il vento ancora leggero mantiene limpidi i cieli e celesti, splendenti le acque.

Tra gli itinerari più suggestivi per il trekking c’è quello che conduce a Cala Coticcio, soprannominata Tahiti per le sue sfumature turchesi. Cala Coticcio non si trova su La Maddalena, ma su Caprera, una sorta di isola gemella della principale, raggiungibile a piedi dall’isola maggiore grazie a un istmo artificiale che le collega. Caprera è un paradiso per gli amanti del trekking e della natura, disseminata di splendidi tracciati escursionistici.

Il sentiero per Cala Coticcio, che richiede passo sicuro, scarpe chiuse e rispetto per l’ambiente, si snoda tra rocce granitiche modellate dal vento e tratti di vegetazione fitta. Prima dell’alta stagione, la cala conserva un’atmosfera raccolta, quasi segreta, piena di meraviglia.

Il percorso è breve, poco meno di quattro chilometri, ma a larghi tratti in cui è molto agevole alterna alcuni passaggi più difficoltosi. Essendo una zona considerata di massima tutela ambientale, si deve essere accompagnati da una guida escursionista per raggiungere la cala. La destinazione è sensazionale: una piscina naturale cristallina abbracciata da grandi massi di granito bianchi e rosati che regala davvero grandi emozioni.

Un’altra escursione meritevole è quella che porta verso Punta Tegge, con affacci spettacolari sull’intero arcipelago e, nelle giornate più limpide, sulla Corsica. Camminare qui in primavera significa alternare alcuni momenti di profondo silenzio al rumore roboante del mare, sostando tra una caletta e l’altra ed esplorando il paesaggio lunare della grande scogliera. Particolarmente consigliato il momento del tramonto.

Ustica e le sue colate laviche

A circa 70 chilometri da Palermo, Ustica è conosciuta soprattutto per i suoi fondali marini, sogno degli appassionati di snorkeling, ma è a piedi che se ne scopre un volto più sorprendente e magico. Di origine vulcanica, l’isola presenta un territorio articolato tra colate laviche, ampi terrazzamenti agricoli e falesie a picco sul mare.

La Riserva Naturale Orientata Isola di Ustica tutela un fitto reticolo di sentieri che permettono di attraversare ambienti diversi in pochi chilometri di cammino. Uno dei percorsi più affascinanti è quello che conduce alla Rocca della Falconiera, spettacolare promontorio che rappresenta un ottimo punto panoramico che domina l’isola. In primavera, la vegetazione è nel pieno della fioritura e i contrasti tra la roccia scura che caratterizza il terreno e il verde della vegetazione che prolifera malgrado il difficile contesto creano uno scenario selvaggio e intenso.

Ustica isole trekking primavera
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Ustica è silenziosa e selvaggia

Inoltre, lungo il percorso si incontrano diverse testimonianze dell’antichità, da alcune tombe ipogee fino a un castello saraceno costruito per dominare la visuale sul mare. Si può raggiungere, infine, un faro con una vista splendida sulla costa orientale dell’isola.

Il sentiero costiero verso Cala Sidoti e Punta Cavazzi, sul lato occidentale di Ustica, regala invece scorci sul mare aperto e la possibilità di osservare il passaggio degli uccelli migratori. In questo periodo dell’anno, le temperature sono ideali per percorsi anche di media difficoltà, e l’isola mantiene un’atmosfera intima che permette un contatto diretto con la natura.

Pantelleria: l’anima selvaggia del Mediterraneo

Più vicina all’Africa che alla Sicilia, Pantelleria è un’isola di contrasti: nera di lava, verde di vigneti, blu di mare. In primavera il paesaggio si accende di colori vivaci e camminare diventa il modo più autentico per farsi catturare dalla sua grande bellezza, dal suo carattere selvaggio, dalla sua identità.

La salita alla Montagna Grande, il punto più alto dell’isola a oltre ottocento metri sul livello del mare, attraversa boschi e macchia mediterranea fino a raggiungere panorami unici che spaziano sul Canale di Sicilia. Lungo il percorso si incontrano dammusi in pietra lavica e terrazzamenti che raccontano la lunga tradizione agricola dell’isola. Ci vogliono circa 4 ore di cammino, considerando andata e ritorno, per completare gli otto chilometri di percorso che caratterizzano questa splendida escursione.

Pantelleria
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Il tipico scenario di Pantelleria, che alterna verde e nero

Il Lago di Venere, specchio d’acqua termale incastonato in un cratere, è un’altra meta ideale per un’escursione primaverile: il sentiero che lo circonda permette di ammirarne le sfumature cangianti e di immergersi, se si desidera, nelle sue acque tiepide. Senza il caldo intenso dell’estate, Pantelleria rivela tutta la sua anima selvaggia e silenziosa, accendendosi di un verde raro che decora un territorio dove la natura finisce per essere rigogliosa malgrado l’ambiente estremo.

Marettimo: la più selvaggia delle Egadi

La più lontana e montuosa delle Isole Egadi, Marettimo è un concentrato di natura incontaminata. Qui non ci sono grandi strade asfaltate né traffico: ci si muove quasi esclusivamente a piedi lungo antichi sentieri che collegano il piccolo borgo alle cale e alle alture interne.

Buona parte della bellezza dell’isola è dovuta al fatto che, da un punto di vista geomorfologico, le rocce di Marettimo sono costituite per gran parte da dolomia, la stessa che contraddistingue, per l’appunto, le Dolomiti. Ecco perché spesso l’isola è nota come le Dolomiti a mare, che si accendono di un meraviglioso rosa quando il sole del tramonto le bacia e durante il giorno abbagliano con il loro bianco luccicante.

Il territorio di Marettimo è dominato dal Monte Falcone, che con i suoi oltre 600 metri rappresenta il punto più alto dell’arcipelago. La salita è impegnativa ma regala panorami vastissimi sul Mediterraneo. In primavera, la bassa macchia mediterranea esplode di colori e profumi, tra ginestre, orchidee spontanee e piante aromatiche che accompagnano ogni passo.

Marettimo isole trekking primavera
Lorenzo Calamai
Sentiero costiero a Marettimo

Tra i percorsi più suggestivi c’è quello verso il Castello di Punta Troia, antica fortificazione che svetta sulla punta di un promontorio a pochi chilometri dall’unico centro abitato dell’isola. Il sentiero costiero alterna tratti rocciosi a scorci su grotte marine e calette solitarie, sempre mantenendosi a strapiombo sulla costa.

L’Isola d’Elba e la Grande Traversata Elbana

Cuore dell’Arcipelago Toscano, l’Isola d’Elba, quasi insospettabilmente, è una delle mete più complete per chi ama camminare. Qui infatti il mare si alterna a rilievi collinari coperti di antichi e fitti boschi di leccio, offrendo una grande varietà paesaggistica e un’ampia natura che copre il territorio tra un borgo e l’altro dei diversi che caratterizzano l’isola.

La primavera è il periodo ideale per affrontare la Grande Traversata Elbana, un itinerario escursionistico di media durata che attraversa l’isola da est a ovest lungo la dorsale montuosa. Si tratta di un percorso articolato in più tappe, che permette di scoprire l’Elba più autentica, lontana dalle spiagge affollate, e che va intrapreso preferibilmente in primavera per evitare il grande caldo estivo.

Elba isole trekking primavera
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Gli splendidi panorami dell’Isola d’Elba

Lungo il cammino si incontrano panorami sul Tirreno, tratti boschivi ombrosi e creste panoramiche da cui lo sguardo spazia fino alla Corsica nelle giornate più limpide. I borghi interni, come Marciana e Rio nell’Elba, offrono soste rigeneranti tra vicoli in pietra e terrazze fiorite.

La Grande Traversata Elbana (GTE) si compie di solito da Cavo, nella punta nord-orientale dell’isola, fino a Pomonte, esattamente all’opposto. Si può considerare di concluderla deviando maggiormente verso nord per raggiungere Punta Polveraia. In ogni caso la lunghezza è intorno ai 60 chilometri e viene effettuata in tre o quattro tappe, a seconda delle proprie possibilità e della volontà di soffermarsi di più o di meno in questo contesto naturale unico, con panorami fantastici sulla costa. Esiste anche una versione della GTE modificata per essere affrontata in mountain bike.

Le isole di Singapore, tra quarantene coloniali, spiagge caraibiche e leggende che odorano di sale

13 février 2026 à 17:30

Siamo pronti a scommettere che se vi diciamo (o scriviamo) Singapore, le prime cose che vi vengono in mente sono vetro, acciaio, ordine impeccabile e aria condizionata (sì, spesso pure freddissima). Non avete torto, ma di certo state dimenticando qualcosa di molto importante e sorprendente: la Città del Leone nasconde anche delle isole meravigliose a non troppa distanza dal porto commerciale più trafficato del pianeta.

Anzi, a essere del tutto onesti la vera anima di questa città-stato risiede nel rapporto viscerale che ha con l’elemento liquido, in un un universo fatto di mangrovie antiche, templi sperduti e storie di pirati malesi. In totale sono 63, e per questo raccontarvele tutte è davvero difficile. Ma niente paura, perché noi di SiViaggia abbiamo selezionato per voi le migliori.

Pulau Ubin, l’ultimo soffio del passato rurale

La prima isola di Singapore di cui vi vogliamo parlare è Pulau Ubin, una sponda selvaggia in cui il tempo pare subire una brusca decelerazione (e sì, è una sorta di cortocircuito). Si trova al nord-est e si presenta come una striscia di granito che rappresenta l’ultimo “kampung” superstite, ovvero il villaggio tradizionale che un tempo caratterizzava l’intera penisola.

Da queste parti, infatti, l’architettura si spoglia di ogni pretesa di grandezza per abbracciare la semplicità delle palafitte in legno e dei tetti in lamiera ondulata. Il territorio si percorre tramite strade sterrate che si snodano tra palme da cocco e vecchie cave di pietra che però, ormai, sono colme d’acqua piovana e quindi trasformate in laghi artificiali dai toni smeraldo.

Dalla modernità sfrenata, quindi, si passa a una zona che regala la sensazione di abitare un‘epoca precedente al boom economico degli anni Settanta, e proprio dove non ce lo si aspetterebbe mai.

St John’s Island, da confino sanitario a paradiso naturale

Parte delle Southern Islands, l’isola di St John emerge dal mare con una compostezza quasi britannica. Chi ci arriva si trova al cospetto di sentieri curati, edifici bassi e vecchi moli che parlano di arrivi definitivi e partenze cariche di paura. E infatti la sua storia è piuttosto complessa: durante il XIX secolo, fungeva da stazione di quarantena per i migranti che giungevano dall’Asia carichi di sogni ma spesso affetti da malattie infettive. Successivamente, le medesime strutture ospitarono centri di riabilitazione, conferendo al luogo un’aura di isolamento quasi mistico.

Oggi, invece, St John’s ospita il National Marine Laboratory, cuore scientifico dedicato allo studio degli ecosistemi marini. Attorno si sviluppano lagune tranquille, alberi maturi e pavoni che attraversano i vialetti con un’aria proprietaria. Il mare è spettacolare, in quanto assume tonalità smeraldo vicino alla riva, segno di fondali bassi e sabbiosi. Ma sapete qual è l’aspetto in assoluto più sorprendente? Il silenzio, soprattutto se si alza lo sguardo verso la linea lontana della città.

Sentosa, l’evoluzione di un fortino britannico

Prima di diventare il distretto del divertimento che tutti conoscono, questa terra era chiamata Pulau Blakang Mati, che tradotto letteralmente vuol dire “l’isola della morte dietro”. No, non è un nome invitante, ma si pensa che sia dovuto a epidemie o atti di pirateria che in un passato ormai remoto infestavano la zona.

Durante la seconda guerra mondiale, le truppe britanniche eressero Fort Siloso per difendere il porto dalle invasioni marittime e ancora adesso è possibile esplorarne i tunnel sotterranei, i bunker e le enormi postazioni di artiglieria che puntano verso il largo. Di particolare interesse è che l’architettura militare si fonde ormai con resort di lusso e parchi tematici, dando vita a un contrasto stridente tra il grigio del cemento bellico e i colori sgargianti delle attrazioni moderne.

Sebbene l’intervento umano sia stato massiccio, le spiagge artificiali di Palawan e Tanjong conservano un fascino tropicale grazie al sapiente posizionamento di palme e isolotti rocciosi raggiungibili a nuoto o tramite ponte pedonale.

Sentosa, Singapore
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La bellissima Sentosa dall’alto

Sisters’ Islands, le custodi della biodiversità sommersa

Stando alla leggenda, due sorelle annegarono durante una tempesta da queste parti e, volendo a tutti i costi restare unite, diedero origine a due isolotti gemelli. Non possiamo avere la certezza che sia andata davvero così, ma ciò su cui non ci sono dubbi è che le correnti che circondano queste due piccole gemme sono note per la loro intensità.

Vi basti pensare che attualmente l’area costituisce il primo parco marino nazionale del Paese, con barriere coralline che si sviluppano sotto la superficie con oltre 250 specie di coralli duri e una moltitudine di pesci dai colori psichedelici. Non mancano labirinti negli abissi popolati da cavallucci marini e rari squali tappeto. La tutela governativa rigorosa assicura che questo patrimonio genetico resti protetto dall’inquinamento, regalando uno spaccato autentico della ricchezza originaria dei mari del sud-est asiatico.

Lazarus Island, mezzaluna di sabbia candida

La straordinaria Lazarus Island appare all’improvviso in quanto collegata a St John’s da una lingua asfaltata esposta al sole e al riflesso del catrame. Alle spalle, dunque, restano edifici e sentieri ordinati, mentre davanti si apre una spiaggia che sembra appartenere a un altro Paese (forse persino a un altro oceano).

La sabbia si distingue per avere una grana fine e per essere accarezzata da un’acqua che vira dal turchese al blu intenso nel giro di pochi metri. Per quanto riguarda le costruzioni, invece, qui nessuno sa cosa siano: nel territorio ci sono principalmente palme, vegetazione costiera e cielo aperto. Il cemento è davvero pochissimo. Quest’isola è un segreto ben custodito dagli abitanti locali che preferiscono la pace delle sue preziose rive al caos dei parchi cittadini.

Kusu Island, il santuario della tartaruga millenaria

Le leggende del posto narrano di una tartaruga gigante trasformata in isola per salvare due naufraghi, un malese e un cinese. Il suo nome oggi è Kusu Island, e la narrazione mitica delle sue origini si riflette perfettamente nella dualità culturale del sito. Da un lato sorge il tempio taoista Tua Pek Kong, costruito nel 1923, meta di pellegrinaggio durante il nono mese del calendario lunare. Dall’altro, tre santuari malesi dedicati a figure sacre islamiche, raggiungibili tramite una lunga scalinata che attraversa la collina centrale.

Il contrasto tra i due stili architettonici evidenzia l’armonia religiosa tipica di questa nazione, che rende questo lembo di terra un posto che trasmette una dimensione spirituale concreta, vissuta e priva di teatralità. Alcune tartarughe marine sono ancora presenti, onorate dai visitatori che lasciano piccoli doni in segno di gratitudine.

Clipperton, l’isola della passione: alla scoperta di uno dei frammenti di corallo più isolati del mondo

12 février 2026 à 17:30

A oltre 500 miglia nautiche dalle coste del Pacifico messicano, lontana da arcipelaghi abitati, rotte commerciali stabili e da qualunque idea rassicurante di approdo, Clipperton appare come un errore geografico lasciato lì per sfida. Un atollo dimenticato tra le correnti dell’oceano, con la forma di un cerchio imperfetto di sabbia corallina.

Questo remoto e particolare lembo di terra, territorio francese sotto amministrazione diretta dello Stato, rappresenta un paradosso vivente: è piatto, brullo, piuttosto inospitale, eppure emana un fascino magnetico tipico dei posti che hanno respinto la presenza umana con ferocia.

Il suo soprannome, tra l’altro, tradisce subito le aspettative: è chiamata Isola della Passione, ma qui questo sentimento intenso ha sempre assunto la forma dell’ossessione, del dominio e della follia generata dall’isolamento.

Storia e caratteristiche di Clipperton

La narrazione delle origini di Clipperton procede su binari incerti, tra documenti ufficiali e leggende di pirateria. Il nome rimanda a John Clipperton, corsaro inglese attivo all’inizio del Settecento, che però è più una figura mitizzata che reale. Quel che sappiamo con certezza è che la prima attestazione storica solida risale al 1711, quando due navi francesi, la Princesse e la Découverte, registrarono l’isola e la battezzarono Île de la Passion (Isola delle Passione). Il motivo però non ha niente a che fare con l’amore e il desiderio: è stata chiamata così perché l’avvistamento è avvenuto durante il Venerdì Santo di quell’anno.

Dal punto di vista fisico, Clipperton rappresenta un caso anomalo nel Pacifico orientale. Si tratta dell’unico atollo chiuso, al cui interno riposa da secoli una laguna priva di ricambio idrico, che inevitabilmente ha sviluppato condizioni chimiche estreme. Nei primi metri l’acqua mantiene una relativa dolcezza, ma più in basso compare una barriera invisibile di gas tossici che impedisce qualunque forma di vita complessa. Si narra che Jacques Cousteau tentò un’esplorazione subacquea ma senza successo, poiché fermato da limiti tecnici e rischi evidenti.

Durante il XIX secolo l’interesse internazionale si accese attorno ai depositi di guano, accumulatisi per secoli grazie a colonie sterminate di sule mascherate, fregate e sterne. Il guano è un fertilizzante prezioso per l’agricoltura industriale, e perciò trasformò Clipperton in oggetto di contesa fra Francia, Messico, Stati Uniti e interessi privati britannici. La posizione strategica, a metà strada fra l’America centrale e l’oceano aperto, rafforzò ulteriormente la posta in gioco.

Il capitolo più cupo si consumò tra il 1906 e il 1917, quando una comunità messicana composta da militari, lavoratori, donne e bambini rimase intrappolata qui dopo l’interruzione dei rifornimenti causata dalla Rivoluzione messicana. Malnutrizione, scorbuto, uragani e isolamento ridussero progressivamente la popolazione. Alla fine sopravvisse un solo uomo adulto, Victoriano Álvarez, guardiano del faro, che instaurò un regime di violenza sulle donne rimaste. La sua uccisione segnò la fine di una deriva psicologica estrema, conclusa poco dopo dal salvataggio dei superstiti da parte della nave statunitense Yorktown.

Nel 1931, dopo anni di arbitrati internazionali, Vittorio Emanuele III assegnò formalmente Clipperton alla Francia. Da allora l’isola conobbe soltanto presenze temporanee, tra spedizioni scientifiche, brevi occupazioni militari durante la Seconda Guerra Mondiale e missioni di monitoraggio ambientale.

Si può visitare Clipperton? E cosa si può vedere?

La risposta breve è: tecnicamente sì, ma nella pratica è una delle mete più difficili, ostili e burocraticamente complesse del pianeta. Chi ci vuole arrivare, dunque, non deve pensare a una meta turistica ma piuttosto a una spedizione vera e propria che richiede permessi speciali e una preparazione quasi militare.

L’atollo, infatti, non possiede porti né approdi naturali. La barriera corallina è circondata da una “linea di surf” (onde che si infrangono con violenza ininterrotta) che rende purtroppo possibile il ribaltamento dei gommoni. Non sono rari i casi di visitatori che hanno perso attrezzature costose o riportato ferite a causa del corallo tagliente durante lo sbarco. Una volta a terra c’è anche un altro pericolo con cui dover avere a che fare, ovvero l’isolamento totale: in caso di emergenza medica, i soccorsi impiegherebbero giorni (ammesso che le condizioni meteo permettano un recupero).

Ma non è di certo tutto, perché l’isola è letteralmente invasa da milioni di granchi terrestri (Johngarthia planata). Non sono letali e sono onnivori, ma allo stesso tempo sono anche estremamente curiosi e privi di timore verso l’uomo. Ciò vuol dire che rosicchiano tende, zaini, cavi elettrici e scorte di cibo. A questo si aggiunge un sole tropicale implacabile senza zone d’ombra naturali e una totale assenza di acqua dolce potabile.

Essendo, tra l’altro, un possedimento statale privato della Repubblica Francese (non fa parte della Polinesia Francese amministrativa, ma è gestita direttamente dal Ministero dell’Oltremare a Parigi), l’accesso è regolamentato. Tutto questo si traduce nell’obbligo di richiedere un’autorizzazione formale alle autorità francesi (Alto Commissariato della Repubblica) e, nella maggior parte dei casi, i permessi vengono concessi solo per missioni scientifiche, ambientali o per spedizioni di radioamatori (le famose “DXpedition”). Il turismo “da diporto” è scoraggiato e privo di qualsiasi supporto in loco.

Clipperton, quindi, è pericolosa per chiunque non abbia esperienza di sopravvivenza in ambienti remoti.

Come arrivare e quando tentare l’impresa

Dalle parole che avete potuto leggere, è abbastanza evidente che per arrivare a Clipperton serve una pianificazione complessa. La partenza avviene di solito dal Messico, da porti come Cabo San Lucas o Acapulco e necessita di una traversata che supera spesso i tre giorni di navigazione continua. Oltre ai permessi specifici rilasciati dalle autorità francesi, sono necessarie imbarcazioni autonome per carburante, viveri e sicurezza.

Il periodo più stabile si colloca tra novembre e aprile, quando l’attività ciclonica diminuisce e il mare concede tregue più frequenti. Anche in questi mesi, però, le condizioni restano imprevedibili. Ricordiamo, inoltre, che Clipperton accetta visite soltanto da chi possiede esperienza reale di navigazione oceanica o partecipa a spedizioni scientifiche autorizzate.

Questo lembo di terra non promette conforto, intrattenimento o redenzione. Concede invece una lezione brutale sul rapporto tra isolamento, potere e fragilità mentale. Clipperton resta lì, immobile e ostinata, a ricordare che certi luoghi tollerano l’uomo solo per brevi passaggi, prima di reclamare di nuovo il silenzio.

Tra sentieri di corallo e sale a Stocking Island, paradiso nelle profondità delle Exumas

9 février 2026 à 17:30

C’è un arcipelago, alle Bahamas, che si compone di ben 365 cays e isole sparse tra l’Atlantico e il Mar dei Caraibi, meravigliose terre emerse dalle acque color zaffiro. Il suo nome è Exumas e da decenni attira turisti provenienti da ogni parte del mondo. Tra queste ce n’è una, Stocking Island, lunga appena 5 chilometri, in cui sopravvive un ecosistema unico, fatto di dune sabbiose e macchia tropicale resistente al vento.

La Digue, perla granitica delle Seychelles: è l’isola che rallenta il tempo e raddrizza lo sguardo

8 février 2026 à 14:30

Sono ben 115 le terre emerse nell’Oceano Indiano occidentale che compongono le Seychelles. E sono una più bella dell’altra. No, non è una banalità, ma una realtà dei fatti alla quale non ci si può sottrarre. Ma una di queste, probabilmente più di altre, incarna al massimo l’aspetto paradisiaco di questo arcipelago, anche perché appartiene a quelle isole nate dal granito antico del supercontinente Gondwana. Vi stiamo parlando de La Digue, un santuario geologico in cui il paesaggio restituisce una percezione del tempo rallentata.

Con poche migliaia di abitanti distribuite in nuclei sparsi, si caratterizza per un’assenza quasi totale di traffico, con strade strette che vedono passare biciclette, carretti e persone scalze che salutano senza fretta. Chi arriva con aspettative da resort rimane stupito, perché questo angolo di Seychelles (e in questo caso si può urlare forte) quasi non sa cosa sia la frenesia.

Vi sembra poco? Allora sappiate che qui sono conservate anche antiche tradizioni agricole, come coltivazioni di cocco e vaniglia, e una biodiversità rara popolata da specie endemiche protette. Il mare poi, manco a dirlo, è di quelli che nemmeno i sogni migliori riescono a immaginare.

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