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Abbazia benedettina di San Cassiano, il gioiello nascosto tra i boschi umbri che veglia su un canyon segreto

24 juillet 2026 à 16:00

A ridosso del punto in cui il fiume Nera taglia la roccia creando una spaccatura spettacolare nei pressi di Narni, la vegetazione si fa fitta, quasi gelosa dei propri tesori. E proprio in questo angolo di Umbria si cela un luogo in grado di stregare chiunque decida di risalire i sentieri del canyon. Abbarbicata sul Monte Santa Croce, e affacciata direttamente sulle acque smeraldine dell’alveo fluviale, vi è la meravigliosa Abbazia benedettina di San Cassiano, che fungeva sì da centro religioso, ma anche (e soprattutto) quale presidio strategico per controllare uno dei passaggi più importanti dell’Italia centrale.

L’edificio appare all’improvviso tra la vegetazione, protetto da mura merlate che ancora oggi trasmettono l’immagine di una piccola fortezza. Il silenzio domina il paesaggio, mentre l’atmosfera è di quelle che non si dimenticano. Del resto, San Cassiano rappresenta uno dei complessi monastici più insoliti della regione. Gran parte delle abbazie benedettine sorse infatti in territori agricoli fertili, facilmente raggiungibili e destinati al lavoro dei monaci. Qui accadde il contrario: il monastero occupa un versante ripido, affacciato sulla gola scavata dal Nera, in una posizione che privilegiava il controllo militare del territorio rispetto allo sfruttamento agricolo.

Anche il panorama contribuisce a rendere straordinaria la visita. Dalla terrazza naturale che circonda il complesso lo sguardo corre verso la conca ternana, segue il corso del fiume e raggiunge l’imponente arco superstite del Ponte di Augusto, capolavoro dell’ingegneria romana che per secoli garantì il collegamento lungo la Via Flaminia.

Breve storia e le ipotesi sulle origini dell’Abbazia benedettina di San Cassiano

Le prime testimonianze certe relative all’Abbazia di San Cassiano compaiono nel Chronicon Farfense, cronaca medievale che la cita nel 1081. Diversi elementi rinvenuti durante i restauri, però, raccontano una vicenda ancora più antica: una piccola iscrizione scolpita su un sarcofago romano ricorda infatti una donazione effettuata da Crescenzio di Teodorada al beato Orso, ritenuto il primo abate del monastero. Poiché Crescenzio morì nel 984, gli studiosi collocano la presenza dell’abbazia almeno nella seconda metà del X secolo.

Ma, se dobbiamo dirvela tutta, le radici del complesso potrebbero spingersi persino più indietro. Secondo una teoria condivisa da diversi storici, i Benedettini avrebbero riutilizzato un precedente monastero fortificato bizantino edificato nel VI secolo durante le guerre greco-gotiche. La tradizione attribuisce questa iniziativa al generale Belisario, impegnato nella difesa del cosiddetto Corridoio Bizantino, la fascia territoriale che collegava Roma a Ravenna attraversando l’Italia centrale.

In tale contesto le Gole del Nera assumevano un’importanza strategica enorme: chi controllava questo passaggio monitorava uno dei principali collegamenti tra il centro della penisola e la capitale dell’Impero d’Occidente. Nel 1091 San Cassiano passò sotto l’influenza della potente Abbazia di Farfa, entrando nella vasta rete monastica che caratterizzò il Medioevo italiano. Il monastero attraversò una fase prospera anche durante il XIV secolo, periodo al quale risalgono importanti interventi architettonici ancora leggibili.

Nel XVI secolo arrivò invece il sistema delle abbazie commendatarie. Gli abati ricevevano le rendite del monastero senza risiedervi stabilmente. La vita monastica diminuì progressivamente, fino all’abbandono definitivo. Arredi, documenti e materiali preziosi vennero dispersi nel tempo, lasciando il complesso in uno stato di forte degrado.

La rinascita iniziò soltanto negli Anni ’70 del ‘900 grazie a un importante intervento di recupero promosso anche dal senatore Giuseppe Ermini. Proprio durante quei lavori emersero iscrizioni fondamentali per ricostruire la storia del monastero e vennero riportati alla luce numerosi elementi dell’impianto originario.

Un curioso episodio lega inoltre San Cassiano al cinema italiano: nel 1970 l’abbazia diventò uno dei set di “Per grazia ricevuta“, film diretto e interpretato da Nino Manfredi, insieme ad altri posti simbolo del territorio narnese.

Cosa vedere e dettagli che rendono unica l’abbazia

Quando si arriva al cospetto di questo gioiello dell’Umbria è praticamente impossibile rimanere indifferenti, perché a colpire in maniera istantanea sono le mura merlate, il campanile cuspidato e gli edifici destinati in passato ai monaci. Poi c’è la facciata della chiesa, che sale sopra una scenografica gradinata, con un portale romanico che presenta una strombatura elegante, realizzata in pietra locale. Nella parte superiore a farsi notare è una raffinata trifora affiancata da tre piccoli oculi. Accanto alla chiesa svetta il campanile quadrangolare, ricostruito sopra una torre più antica e alleggerito da bifore sorrette da sottili colonnine.

L’interno rivela una storia ancora più complessa: i restauri hanno consentito di riconoscere chiaramente l’originaria pianta a croce greca, trasformata nel ‘300 in una chiesa basilicale articolata su tre navate. Archi a tutto sesto poggiano su colonne marmoree arricchite da capitelli eleganti, mentre alcuni particolari continuano a richiamare la cultura artistica bizantina.

Abbazia di San Cassiano, Umbria
Getty Images
Interni dell’Abbazia di San Cassiano

Tra gli elementi più interessanti compare anche un arco a ferro di cavallo, soluzione architettonica tipica dell’Oriente mediterraneo e piuttosto rara in territorio umbro. Attorno alla chiesa si sviluppano gli antichi edifici conventuali, destinati nei secoli passati alla vita quotidiana della comunità monastica e all’accoglienza dei pellegrini. L’insieme conserva un equilibrio sorprendente tra architettura religiosa e struttura difensiva.

Gran parte del fascino nasce anche dal paesaggio circostante. Dal complesso si ammirano la Valle del Nera, la gola scavata dal fiume e i resti del Ponte di Augusto, uno dei ponti romani più grandiosi mai costruiti lungo la Via Flaminia. Questa prospettiva privilegiata trasformò San Cassiano in uno dei punti panoramici preferiti dai pittori del Grand Tour.

L’abbazia rientra inoltre nella 4ª tappa del Cammino dei Protomartiri Francescani, itinerario che collega Narni a San Gemini attraversando boschi, antichi santuari e testimonianze della spiritualità umbra. La struttura rimane generalmente chiusa e apre soltanto durante visite organizzate, iniziative culturali oppure giornate speciali, comprese alcune aperture del FAI. In tali occasioni guide esperte illustrano la storia del monastero e le trasformazioni architettoniche emerse grazie ai restauri.

Dove si trova e come arrivare

L’Abbazia di San Cassiano sorge nel territorio comunale di Narni, in provincia di Terni, sulle pendici del Monte Santa Croce, tra Narni Scalo e il piccolo borgo di Stifone. L’accesso avviene attraverso una strada che conduce nei pressi dell’area di parcheggio situata vicino ai resti del Ponte di Augusto. Da qui parte un sentiero sterrato in salita lungo circa 450 metri, percorribile in una decina di minuti. Scarpe con buona aderenza risultano la scelta più indicata, soprattutto dopo giornate piovose.

Chi desidera vivere un’esperienza ancora più coinvolgente può scegliere il trekking guidato che parte dal centro storico di Narni. Il percorso attraversa Piazza dei Priori, raggiunge il Ponte di Augusto, segue le Gole del Nera e risale il Monte Santa Croce fino al monastero. L’itinerario permette di comprendere pienamente il rapporto tra l’abbazia e il territorio che per secoli ha sorvegliato.

Al termine della salita arriva anche la risposta alla domanda che accompagna gran parte della visita. Per quale motivo un monastero venne costruito in un luogo tanto difficile da raggiungere? Il responso lo si ha volgendo lo sguardo verso la valle: da quell’altura il controllo del passaggio era totale.

L’isola del Re delle Fiabe nel cuore del Chiemsee: è la splendida Herrenchiemsee

5 juillet 2026 à 12:00

Per raggiungere Herrenchiemsee è necessario lasciare la terraferma alle spalle e affidarsi alle acque del Chiemsee, il lago più grande della Baviera, chiamato spesso “Mare Bavarese” per i suoi circa 80 chilometri quadrati di superficie.  Con i suoi 238 ettari, Herrenchiemsee rappresenta l’isola maggiore del lago.

Il nome significa “Isola degli uomini” e richiama la lunga presenza dei Canonici Agostiniani insediati in questo luogo per secoli. Poco distante si trova Fraueninsel, l'”Isola delle donne”, ancora oggi sede di un monastero benedettino. Due terre separate da pochi minuti di navigazione, unite da una storia religiosa che affonda le radici nell’Alto Medioevo.

L’aspetto attuale, però, porta soprattutto la firma di re Ludwig II di Baviera, ricordato anche con il soprannome di Re delle Fiabe. Nel 1873 acquistò l’intera Herrenchiemsee per 350.000 fiorini, salvando il patrimonio forestale da un progetto di disboscamento. Pochi anni più tardi prese forma il suo sogno più ambizioso: un palazzo destinato a celebrare Luigi XIV, il celebre Re Sole francese, figura che Ludwig ammirava profondamente anche per i legami dinastici fra le due famiglie reali.

La morte del sovrano, avvenuta nel 1886 nelle acque del lago di Starnberg in circostanze rimaste avvolte dal mistero, interruppe definitivamente il progetto. Del gigantesco complesso previsto venne completata soltanto la parte centrale, trasformando Herrenchiemsee in uno dei più affascinanti sogni incompiuti d’Europa.

Cosa vedere sull’Isola di Herrenchiemsee

Oltre al celebre palazzo reale, quest’isola della Germania custodisce testimonianze che attraversano oltre 1.300 anni di storia. Monasteri, giardini monumentali, sale riccamente decorate e scorci naturali regalano una visita sorprendentemente varia.

Castello di Herrenchiemsee

Fin dal primo sguardo appare evidente il richiamo alla Reggia di Versailles: la facciata riproduce fedelmente quella del capolavoro francese, mentre l’intero progetto celebra il prestigio della monarchia assoluta di Luigi XIV. Varcato l’ingresso, lo Scalone d’Onore introduce un susseguirsi di ambienti spettacolari.

Ludwig II volle reinterpretare la storica Scala degli Ambasciatori di Versailles attraverso una copertura vetrata ottocentesca in grado di amplificare la luce naturale e valorizzare stucchi, marmi policromi e decorazioni dorate. La Sala della Guardia apre il percorso cerimoniale con alabarde appartenute alla guardia reale, pareti impreziosite da raffinati rivestimenti e soffitti decorati con scene dedicate a Bacco e Cerere.

Seguono le anticamere ricche di dipinti raffiguranti Luigi XIV e membri della corte francese, insieme a statue equestri e arredi realizzati secondo la sofisticata tecnica Boulle, caratterizzata da intarsi in ottone, tartaruga e bronzo dorato. Fra tutti gli ambienti merita una menzione la Camera da Letto di Parata, autentico simbolo del potere monarchico. Tessuti, ricami, dorature e intagli raggiungono livelli straordinari, trasformando questa sala nel fulcro dell’intero edificio.

Il capolavoro assoluto resta però la Galleria degli Specchi: lunga ben 98 metri, supera perfino quella di Versailles, ferma a 73 metri. Ben 33 lampadari e 52 candelabri moltiplicano riflessi e bagliori lungo l’intera prospettiva, creando un effetto scenografico che lascia senza parole. Curiosa anche la Sala da Pranzo, impreziosita da un enorme lampadario in porcellana di Meissen. Qui trova posto il celebre tavolo meccanico “Tischlein-deck-dich”, collegato alle cucine attraverso un ingegnoso sistema utile a far salire e scendere la tavola apparecchiata.

Castello di Herrenchiemsee, Germania
iStock
Il bellissimo Castello di Herrenchiemsee

Museo di Ludwig II

All’interno del palazzo trova spazio un museo inaugurato nel 1926 e ampliato nel corso dei decenni. Dodici sale raccontano la vita del sovrano attraverso fotografie, lettere, ritratti, oggetti personali, arredi originali e documenti legati alla famiglia reale bavarese. Il percorso permette di comprendere meglio la personalità di Ludwig II, divisa fra passione artistica, ricerca della bellezza e crescente isolamento negli ultimi anni di vita.

Antico monastero agostiniano

Molto prima dell’arrivo del re, Herrenchiemsee rappresentava un importante centro religioso. Un primo monastero sorse già nel VII secolo, mentre nel 1130 l’arcivescovo Corrado I di Salisburgo rifondò il complesso affidandolo ai Canonici Agostiniani. Nei secoli successivi l’abbazia acquisì prestigio politico, economico e culturale. La basilica romanica venne completata nel 1158, seguita nel XVII secolo da importanti ampliamenti barocchi.

Oggi il complesso conserva eleganti saloni storici, appartamenti utilizzati da Ludwig II durante i soggiorni sull’isola e alcune gallerie dedicate ai pittori del Chiemsee.

Giardini monumentali

Davanti al palazzo si apre un parco geometrico ispirato ai grandi giardini francesi. Fontane scenografiche, statue mitologiche, aiuole perfettamente simmetriche e lunghi canali prospettici accompagnano lo sguardo fino alle acque del lago. Fra maggio e inizio ottobre entrano in funzione anche i giochi d’acqua, ricostruiti fedelmente durante il XX secolo sulla base dei progetti originali.

Sentieri panoramici

Gran parte dell’isola rientra in un’area naturale protetta ricoperta da boschi misti molto antichi. Un itinerario ad anello di circa 7 chilometri attraversa radure, faggi secolari, antiche fortificazioni medievali e punti panoramici affacciati sul lago. Ottos Ruh regala una spettacolare visuale sulle montagne circostanti, mentre Pauls Ruh offre una tranquilla baia circondata dalla vegetazione.

Cosa fare all’Isola di Herrenchiemsee

L’isola alterna grandi opere architettoniche, natura rigogliosa e testimonianze storiche che riescono a trasformare una semplice visita in una giornata ricca di sfumature.

  • Salire sul traghetto da Prien: e godersi la traversata attraverso il Chiemsee con vista sulle Alpi del Chiemgau.
  • Scegliere la carrozza trainata da cavalli: durante la bella stagione, per raggiungere il palazzo lungo il viale alberato.
  • Partecipare alla visita guidata degli appartamenti reali: indispensabile per accedere agli ambienti principali.
  • Percorrere l’anello naturalistico: fra boschi, rive tranquille e belvedere affacciati sul lago.
  • Proseguire la giornata raggiungendo anche Fraueninsel: celebre per il monastero benedettino, le case dei pescatori e l’atmosfera raccolta.

Dove si trova e come arrivare

Herrenchiemsee appartiene al lago Chiemsee, nell’Alta Baviera, fra Monaco di Baviera e Salisburgo. Il principale punto di partenza coincide con Prien am Chiemsee, collegata sia alla rete ferroviaria sia alle principali arterie stradali della Germania meridionale. Dal porto di Prien partono traghetti durante tutto l’anno, con una navigazione che richiede circa 20 minuti.

Una volta sbarcati, il palazzo si raggiunge attraverso un piacevole percorso nel verde della durata di circa 45 minuti oppure tramite carrozza trainata da cavalli durante la stagione estiva. Una visita completa dell’isola richiede almeno mezza giornata, mentre un’intera giornata permette di apprezzare palazzo, museo, abbazia, giardini e itinerari naturalistici con la giusta calma.

L’Abbazia di Altenburg è un gioiello barocco che nasconde un monastero segreto sotto i piedi

30 juin 2026 à 18:46

Tra i profili del Waldviertel, regione a nord-ovest di Vienna puntellata di boschi profondi e campi ondulati, è custodito un complesso monastico che sorprende già dal primo sguardo. È l’Abbazia di Altenburg, che si presenta come un’elegante costruzione barocca, armoniosa nelle proporzioni, luminosa nelle superfici chiare e quasi teatrale nella sua monumentalità. Bella, direte voi, ma la verità è che sotto quella facciata ordinata si nasconde una storia molto più ruvida, fatta di invasioni, incendi e rinascite ostinate.

Qui il tempo ha lavorato in verticale: sopra il trionfo del ‘700 con cupole dipinte e scalinate imperiali; sotto le “ossa” di un monastero medievale rimasto sepolto per secoli. Due mondi sovrapposti e due modi diversi di vivere la spiritualità, ma separati solo da pochi metri di terra.

E non è finita, perché attraversando il portale d’ingresso si ha la sensazione di aver varcato un confine temporale che diventa persino tangibile, con l’aria che profuma di incenso mentre i riverberi dorati sulle pareti raccontano storie di monaci che hanno trasformato la preghiera in arte monumentale.

Breve storia dell’Abbazia di Altenburg

Tutto ebbe inizio nell’ormai lontanissimo 1144, quando la contessa Hildeburg di Poigen-Rebgau decise di fondare un monastero benedettino affidandolo al vescovo di Passau. Ben 12 monaci arrivano dalla Stiria, portando con sé regole precise, ritmi scanditi e una visione chiara della vita religiosa.

Abbazia di Altenburg, Austria
iStock
La bellissima Abbazia di Altenburg

Il luogo scelto della donna non fu di certo casuale, perché l’attuale Abbazia di Altenburg sorge sulle rovine di un antico castello appartenente ai signori del Poigreich. Una sostituzione simbolica, dalla difesa armata alla ricerca spirituale. Nei secoli successivi, la struttura attraversò una sequenza quasi ininterrotta di devastazioni, con attacchi di nobili rivali, incursioni dei Cumani e saccheggi durante le guerre hussite.

Nel 1645 arrivarono invece gli svedesi, lasciando dietro di sé rovine fumanti nel contesto della Guerra dei Trent’anni. A quel punto una ricostruzione risultava inevitabile. E si scelse di farlo in grande: gli abati del XVII e XVIII secolo immaginarono qualcosa di completamente diverso dal monastero originario, una vera e propria dichiarazione artistica.

L’abate Placidus Much chiamò a raccolta architetti e artisti tra i migliori dell’epoca e il progetto prese forma grazie a Josef Munggenast per l’architettura e soprattutto a Paul Troger per la decorazione pittorica. Nacque così quello che oggi viene soprannominato il “Gioiello barocco del Waldviertel”, o anche “Trogerstift”, proprio in onore dell’artista che ne definì l’anima visiva.

Il ‘900 portò nuove e difficili prove, tra cui occupazioni, chiusure forzate durante il regime nazista e l’utilizzo militare da parte delle truppe sovietiche. Poi, ancora una volta, la ricostruzione. Dal dopoguerra il complesso tornò a vivere, aperto ai visitatori e radicato nella sua funzione originaria.

Cosa vedere presso l’Abbazia di Altenburg

La superficie di questo angolo di Austria incanta, ma il vero stupore cresce man mano che si scende o si osserva con maggiore attenzione ogni suo spazio.

La chiesa abbaziale e la cupola affrescata

La chiesa si fa amare subito per la sua pianta ovale, scelta architettonica che rompe la rigidità delle strutture medievali. Lo sguardo viene attirato verso l’alto, fino alla grande cupola decorata da Paul Troger con figure divine e forze oscure che si affrontano in un intreccio di luce e movimento.

Ci sono angeli che scagliano fulmini e creature mostruose mentre si contorcono, che insieme vanno a creare un effetto quasi cinematografico. Sull’altare maggiore è molto interessante la rappresentazione dell’Assunzione di Maria che culmina con la Trinità.

La biblioteca barocca

Costruita intorno al 1740, la biblioteca rappresenta uno degli ambienti più impressionanti del complesso. Tre livelli di scaffalature si alzano lungo una sala lunga quasi 50 metri. Contemporaneamente, colonne corinzie dipinte di blu e dettagli in marmo rosso mettono in scena una contrapposizione elegante.

Sopra, ancora una volta, Troger intervenne con scene allegoriche. Tra queste, la Sapienza divina, la Luce della fede e il Giudizio di Salomone.

La scala imperiale

C’è anche una maestosa scala monumentale che collega i diversi livelli dell’abbazia, la quale si distingue per avere gradini ampi, proporzioni generose e affreschi che accompagnano su ogni scalino. Salirvi dona quasi l’emozione di compiere un passaggio simbolico tra piani diversi della conoscenza.

La cripta affrescata

Sotto la biblioteca si trova uno degli ambienti più sorprendenti, una cripta decorata con motivi vivaci, arabeschi ed elementi marini dai colori pastello. A prima vista l’insieme ricorda un qualcosa di festoso, ma poi emergono dettagli inquietanti: scheletri armati, allegorie della morte e figure mitologiche come Mercurio e Nettuno.

Il monastero medievale sotterraneo

Nelle fondamenta dell’edificio barocco si estende un secondo monastero riportato alla luce dopo secoli (un caso rarissimo in Europa). Qui si possono osservare ambienti autentici del Medioevo, tra cui la sala capitolare, il chiostro e lo scriptorium. Sono spazi più bassi e austeri, privi di decorazioni eccessive, ma ciò che fa riflettere è che da una parte spicca la sobrietà medievale, dall’altra l’esuberanza barocca.

I giardini monastici

Poi una serie di giardini tematici completa l’esperienza. Il Giardino della Creazione propone una lettura simbolica della natura, il Farmaceutico richiama la tradizione erboristica dei monaci, mentre quello dedicato al Silenzio invita alla riflessione. Particolarmente interessante è il Giardino delle Religioni, organizzato in cinque sezioni dedicate alle principali fedi mondiali.

Le collezioni d’arte

Infine vale la pena impegnare il proprio tempo alle raccolte meno conosciute (ma di grande valore) qui custodite. Ne è un esempio la Collezione Arnold, con opere barocche austriache e della Germania meridionale. Notevole è anche la Collezione Sainitzer, la quale esplora il mondo delle immagini devozionali con lavori di straordinaria finezza artigianale.

Dove si trova e come arrivare

L’Abbazia di Altenburg sorge nel piccolo e omonimo centro, nella Bassa Austria, a circa 90 chilometri a nord-ovest di Vienna, e il contesto geografico contribuisce molto al suo fascino: Waldviertel è infatti una regione poco urbanizzata, piena di foreste, altopiani granitici e villaggi sparsi.

In auto la soluzione più pratica parte dalla Capitale del Paese seguendo l’autostrada in direzione Krems e proseguendo verso Horn. Gli ultimi chilometri passano in strade secondarie immerse nel verde. Con i mezzi pubblici si può invece raggiungere Horn in treno o autobus, per poi proseguire con collegamenti locali.

Monastero di Blagaj, la casa dei dervisci incastonata tra la roccia e la sorgente più spettacolare dell’Erzegovina

1 juin 2026 à 13:51

La prima cosa a colpire è il profumo: muschio umido e caffè turco macinato fresco, mentre i polmoni si riempiono della freschezza pungente sprigionata dall’acqua. Subito dopo si assiste invece a una scena che sembra sfuggire alle normali proporzioni del paesaggio balcanico. Davanti agli occhi appare una parete di calcare grigio chiaro che si alza per circa 240 metri, dove ai suoi piedi una massa d’acqua cristallina emerge da una grotta immensa e dà origine alla Buna, considerata una delle sorgenti carsiche più potenti d’Europa. È proprio in questo fiabesco contesto che prende vita il Monastero di Blagaj, spesso chiamato Tekija di Blagaj oppure Tekija alla sorgente della Buna.

L’edificio bianco, addossato alla montagna e affacciato sull’acqua turchese, rappresenta una delle immagini più celebri della Bosnia- Erzegovina. Ma del resto lo sguardo passa continuamente dalla sorgente alla facciata della tekija, poi sale verso l’alto fino a intercettare i resti della fortezza medievale che domina il villaggio.

Blagaj si trova a pochi chilometri da Mostar, il piccolo centro abitato che deve parte della sua fama proprio a questo complesso religioso legato al sufismo, la corrente mistica dell’Islam. E, secondo la tradizione sufi, l’ambiente circostante costituisce parte integrante della struttura religiosa. Per questa ragione acqua, roccia, sorgente, sentieri, grotte e sepolture assumono un valore simbolico all’interno di una visione cosmologica che collega natura e ricerca interiore.

Breve storia del Monastero di Blagaj

Le origini del Monastero di Blagaj affondano molto più indietro rispetto alla costruzione attuale. Scavi archeologici hanno individuato tracce di un insediamento tardoantico, mentre durante il Medioevo quest’area possedeva già una forte rilevanza culturale e religiosa. Sulla cima della falesia riposano ancora oggi i resti della città fortificata appartenuta a Stjepan Vukčić Kosača, potente nobile dell’Erzegovina medievale. La sua presenza testimonia l’importanza strategica della valle della Buna molti secoli prima dell’arrivo ottomano.

La tekija venne edificata probabilmente attorno al 1520 come luogo di raccoglimento dei dervisci. Il primo riferimento scritto certo risale al 1664 grazie al grande viaggiatore ottomano Evliya Çelebi, che descrisse un centro già famoso all’interno dell’Impero. Nel corso del tempo attraversò numerose trasformazioni, in quanto frane e crolli causati dalla parete rocciosa sovrastante provocarono danni ripetuti.

Particolarmente importante risultò il restauro ottocentesco, che introdusse elementi del barocco turco. Ancora oggi si possono osservare dettagli decorativi appartenenti a questa fase, piuttosto rara nel panorama architettonico bosniaco. La tekija ebbe una caratteristica insolita rispetto ad altri centri sufi della regione: appartenendo inizialmente all’ordine bektashi, accolse dervisci residenti in modo stabile, una situazione più vicina alla vita monastica cristiana rispetto alla tradizionale funzione delle case dervisce, generalmente utilizzate soltanto per incontri e pratiche spirituali.

Durante il XX secolo attraversò fasi difficili. Dopo la Seconda Guerra Mondiale le attività dervisce subirono restrizioni e l’edificio passò sotto diverse amministrazioni. Soltanto negli anni successivi la comunità islamica locale riuscì a recuperare gradualmente la sua funzione originaria. Un vasto progetto di recupero, supportato da indagini archeologiche svolte tra il 2008 e il 2011, ha consentito la ricostruzione delle strutture storiche perdute e il recupero dell’aspetto tradizionale del complesso.

Tekija di Blagaj, Erzegovina
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Tutta la paericolarità del Monastero di Blagaj

Come visitare il Monastero di Blagaj e cosa vedere

Basta seguire il corso della Buna per assistere alla comparsa improvvisa della falesia e della celebre facciata bianca affacciata sull’acqua. Da vicino l’edificio rivela una sorprendente eleganza: legno, pietra e intonaco dialogano con il paesaggio senza prevaricarlo. Linee semplici e proporzioni equilibrate trasmettono un senso di armonia che costituisce una delle sue caratteristiche più affascinanti.

All’interno si susseguono ambienti destinati alla vita religiosa e all’accoglienza dei viaggiatori. In passato il complesso comprendeva numerose strutture, tra cui una moschea con cupola, sale per l’insegnamento, spazi destinati ai pasti comunitari, cucina, hammam e camere per gli ospiti.

Particolarmente interessante risulta la semahana, la sala destinata allo svolgimento dello zikr. Questa pratica spirituale consiste nella ripetizione rituale di formule sacre e nomi divini accompagnati da peculiari ritmi respiratori. Non vi sorprenderà sapere, quindi, che ancora oggi gruppi di dervisci si riuniscono periodicamente per celebrare questi incontri religiosi.

Dalle finestre della semahana si apre una vista straordinaria sulla sorgente. Acqua e roccia diventano parte integrante della scenografia spirituale. Sopra una delle porte compare un’iscrizione che invoca l’apertura delle migliori porte da parte di Dio, un dettaglio che racconta molto della sensibilità mistica che caratterizza la tradizione sufi.

Merita attenzione anche il turbe, il mausoleo associato a Sari Saltuk, figura leggendaria dell’epoca ottomana. Secondo la tradizione il celebre mistico avrebbe chiesto che più bare venissero distribuite in territori differenti, rendendo impossibile individuare con certezza il punto della sua sepoltura. Blagaj rappresenta una delle località che rivendicano questo legame e proprio tale tradizione ha trasformato il sito in una meta significativa per numerosi fedeli.

Un altro elemento sorprendente riguarda l’antico hammam, di cui oggi restano le testimonianze di una raffinata struttura dotata di cupola traforata e di un sofisticato sistema per la distribuzione dell’acqua calda e fredda, prova dell’elevata qualità costruttiva raggiunta dagli artigiani ottomani.

Fuori dalla tekija conviene dedicare tempo alla contemplazione del paesaggio, poiché l’acqua assume tonalità che variano dal verde smeraldo al turchese intenso. Guardando verso l’alto si distinguono chiaramente i ruderi della fortezza medievale, mentre alle spalle della sorgente la grotta appare come una gigantesca apertura scavata nella montagna.

Dove si trova e come arrivare

Il Monastero di Blagaj si trova nell’omonimo, nell’Erzegovina meridionale, circa 12 chilometri a sud-est di Mostar. Raggiungerlo risulta piuttosto semplice: chi viaggia in automobile può arrivare in meno di 20 minuti dal centro di Mostar seguendo una strada ben segnalata che attraversa la valle della Neretva e i paesaggi rurali circostanti.

Collegamenti in autobus uniscono regolarmente Mostar e Blagaj. Una volta scesi alla fermata principale, servono pochi minuti a piedi per arrivare alla sorgente della Buna e al complesso religioso. Molti visitatori scelgono di includere Blagaj durante una giornata dedicata all’esplorazione dell’Erzegovina. La vicinanza con Mostar permette infatti di abbinare la visita alla celebre città del Ponte Vecchio con una tappa completamente diversa per atmosfera e ritmo.

Davanti alla Tekija di Blagaj si percepisce qualcosa che lascia a bocca aperta: natura, storia, spiritualità e architettura dialogano senza competere tra loro. La montagna protegge il monastero, l’acqua ne accompagna il racconto e il silenzio amplifica una sensazione difficile da definire.

San Juan de la Peña, il monastero nascosto tra le pieghe dei Pirenei

7 mai 2026 à 17:00

Lasciate dietro di voi le tipiche immagini della Spagna dalle piazze assolate, dei centri storici affollati e delle città monumentali. Perché l’angolo di cui vi stiamo per parlare mostra un volto molto diverso del Paese e che la maggior parte dei turisti (ancora) non conosce. Nel nord, per la precisione ai margini dei Pirenei aragonesi, c’è un pullulare di pinete, gole scavate dal tempo, altopiani erbosi e pareti di calcare chiaro che sembrano custodire segreti antichi. Tanto che, quasi all’improvviso, appare lui: San Juan de la Peña.

Si tratta di un complesso monastico eccezionale, in quanto parte della struttura sparisce letteralmente sotto una gigantesca roccia, una massa minerale tanto ampia da trasformarsi in tetto naturale. Per la tradizione locale questo sito rappresenta la culla del Regno d’Aragona, un appellativo che pesa quanto una dichiarazione identitaria. Tra queste pareti, infatti, prese forma una parte decisiva della storia medievale della regione.

Poi ci sono (chiaramente) le leggende, come quella che collega San Juan de la Peña al Santo Calice, il Graal della tradizione cristiana (che pare sia rimasto protetto qui per oltre 300 anni).

Panagia Hozoviotissa, il monastero bianco incastonato nella roccia di Amorgos

8 avril 2026 à 16:30

Sferzato dal vento che profuma di sale e timo selvatico, il versante orientale dell’Isola di Amorgos si impone allo sguardo con una verticalità brutale. Una muraglia di roccia rossastra precipita per 300 metri verso l’azzurro profondo dell’Egeo, creando una barriera naturale che sembra respingere qualsiasi tentativo di civilizzazione. Ma, osservando con attenzione, si nota che proprio incastrato in una fenditura di questa parete titanica brilla un edificio talmente bianco da “ferire” la vista. Si tratta del Monastero della Panagia Hozoviotissa, una struttura che sfida le leggi della gravità dal IX secolo.

Vi basti pensare che da lontano si distingue appena una lama bianca sottile e verticale che rompe il colore bruciato della parete e che, contemporaneamente, si affaccia su un mare di un turchese accecante. Una posizione che nasce da una combinazione di fede, necessità e ostinazione. In epoca bizantina, tra IX e XI secolo, i monaci in fuga dalle persecuzioni iconoclaste portarono con sé un’icona della Vergine proveniente dalla Palestina. Quel dipinto, secondo la tradizione, guidò la fondazione del monastero dopo eventi ritenuti miracolosi che indicarono il punto esatto dell’edificazione.

L’intervento dell’imperatore Alessio I Comneno nel 1088 rese possibile completare un’opera che, fino a quel momento, sembrava fuori dalla portata umana. Da allora, questo posto è diventato uno dei simboli spirituali più potenti della Grecia, un santuario che attraversa secoli di terremoti, dominazioni straniere e cambiamenti ma senza mai perdere la propria identità.

L’incredibile architettura del Monastero della Panagia Hozoviotissa

Questo straordinario monastero della Grecia si sviluppa in altezza più che in larghezza, ovvero circa 40 metri verticali compressi in appena 5 metri di profondità. Ma non è tutto, perché ci sono ben 8 livelli sovrapposti e collegati da scale strette, passaggi inclinati e corridoi modellati direttamente nella parete rocciosa.

Panagia Hozoviotissa, monastero
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L’ingresso del Monastero della Panagia Hozoviotissa

Il paragone più celebre arriva dal naturalista francese Joseph Pitton de Tournefort, che lo descrisse come una “cassettiera”, un’immagine che funziona ancora oggi: una serie di volumi sovrapposti, incastrati uno sull’altro e ciascuno con una funzione precisa.

All’interno pare quasi di stare dentro un labirinto. Celle monastiche, magazzini, forni, cisterne per l’acqua e refettori, tutto è ricavato sfruttando ogni centimetro disponibile. La roccia non è un limite, ma parte integrante dell’architettura, al punto che alcune pareti interne coincidono con la montagna lasciata grezza, senza rivestimenti.

La chiesa principale occupa una posizione raccolta. Piccola, a navata unica e con icone che attraversano i secoli. Tra queste, una delle più importanti è proprio l’immagine della Vergine legata alla fondazione del monastero, considerata miracolosa. Accanto ci sono manoscritti, vangeli e paramenti sacri che coprono un arco temporale che va dal X al XIX secolo.

Gli elementi architettonici rivelano invece le sue stratificazioni storiche: archi gotici introdotti durante il dominio veneziano convivono con la struttura bizantina originaria. Il risultato è una specie di organismo che si è adattato nel tempo senza perdere equilibrio. All’esterno, la facciata bianca viene ridipinta periodicamente con metodi che sembrano appartenere a un’altra epoca, ovvero con l’uso di corde, cesti sospesi nel vuoto e gesti lenti.

Sorprende anche la resistenza. Terremoti violenti, come quello del 1956 che devastò parte delle Cicladi, hanno lasciato il luogo sacro praticamente intatto. La roccia continua a cedere piccoli frammenti, segni quotidiani di un equilibrio delicato che, però, non ha mai compromesso la struttura.

Cosa vedere durante la visita del Monastero della Panagia Hozoviotissa

Il percorso verso l’ingresso di questo tesoro di Amorgos comincia dal basso, da un piccolo parcheggio collegato alla strada principale. Da lì parte una scalinata in pietra che conta più di 300 gradini, una salita che richiede attenzione, soprattutto sotto il sole dell’Egeo che in estate non concede tregua.

Arrivati in alto, l’accesso sorprende per la sua semplicità: una porta bassa costringe a piegarsi. Un gesto involontario che sembra trasformarsi in un atto simbolico. Dentro è invece la luce a cambiare. Se l’esterno abbaglia, infatti, l’interno protegge. Piccole finestre lasciano entrare fasci sottili che disegnano lo spazio. Il percorso si sviluppa in verticale, tra scale ripide e passaggi stretti. Alcune rampe sembrano quasi venire incontro, inclinate e addossate alla roccia.

I monaci, oggi solo 3, accompagnano i visitatori con discrezione. L’accoglienza è semplice e viene offerto un bicchiere di psimeni raki, un liquore locale aromatizzato con erbe e miele, insieme a un dolce tipico. La visita include la chiesa, alcune stanze comuni e piccoli spazi espositivi, perché molte aree restano riservate alla vita monastica.

All’esterno una terrazza apre lo sguardo sul blu del mare che occupa tutto l’orizzonte, mentre una volta all’anno, il 21 novembre, il monastero cambia volto con la festa della Presentazione della Vergine, la quale richiama abitanti dell’isola e pellegrini. L’icona viene portata in processione, seguita da una celebrazione collettiva che prosegue con cibo, vino e dolci tradizionali.

Dove si trova e come arrivare

Il sorprendente Monastero della Panagia Hozoviotissa si trova sulla costa orientale di Amorgos, a breve distanza da Chora, il centro principale dell’isola. La posizione rimane nascosta alla vista fino all’ultimo momento, ma tutto ciò contribuisce alla sua aura quasi irreale.

In auto si percorre una strada panoramica che conduce a un piccolo spiazzo alla base della scogliera da dove inizia una salita a piedi lungo la scalinata. Il tragitto richiede circa 15-20 minuti, variabili in base al passo e alla temperatura.

Un’alternativa più intensa parte direttamente da Chora tramite un sentiero in discesa che, passo dopo passo, porta fino al punto di partenza della scalinata. Il ritorno, in salita, mette alla prova anche chi è allenato. Per chi desidera un’esperienza più completa, esiste un percorso più lungo che attraversa l’isola lungo l’antica dorsale, la cosiddetta “palìa strata”. Si tratta di un itinerario che solca villaggi semi-abbandonati, terrazzamenti agricoli e paesaggi che raccontano un’altra epoca.

L’ingresso al monastero è gratuito (ma con donazioni gradite) ed è richiesto un abbigliamento adeguato come spalle coperte e pantaloni lunghi. In caso contrario, vengono forniti indumenti all’ingresso. Gli orari seguono una logica precisa: apertura al mattino fino alle 13, pausa nelle ore centrali per poi riaprire a nel tardo pomeriggio. Arrivare qui richiede uno sforzo minimo, ma il monastero si prende il tempo che serve, poi resta addosso come pochi altri luoghi al mondo.

L’Abbazia di Altenburg è un gioiello barocco che nasconde un monastero segreto sotto i piedi

5 avril 2026 à 12:00

Tra i profili del Waldviertel, regione a nord-ovest di Vienna puntellata di boschi profondi e campi ondulati, è custodito un complesso monastico che sorprende già dal primo sguardo. È l’Abbazia di Altenburg, che si presenta come un’elegante costruzione barocca, armoniosa nelle proporzioni, luminosa nelle superfici chiare e quasi teatrale nella sua monumentalità. Bella, direte voi, ma la verità è che sotto quella facciata ordinata si nasconde una storia molto più ruvida, fatta di invasioni, incendi e rinascite ostinate.

Qui il tempo ha lavorato in verticale: sopra il trionfo del ‘700 con cupole dipinte e scalinate imperiali; sotto le “ossa” di un monastero medievale rimasto sepolto per secoli. Due mondi sovrapposti e due modi diversi di vivere la spiritualità, ma separati solo da pochi metri di terra.

Certosa, il paese del silenzio della Val Senales sorto sui resti di un antico monastero

18 mars 2026 à 17:30

All’ingresso della Val di Fosse, una piccola ma meravigliosa valle laterale della Val Senales, c’è un minuscolo borgo, Certosa, soprannominato “il paese del silenzio”. Questo appellativo ha una storia molto antica alle spalle. Ve la raccontiamo.

Noravank è un monastero rosso, un segreto scolpito dell’Armenia medievale

9 mars 2026 à 18:00

Nel sud dell’Armenia, a 122 chilometri dalla capitale Yerevan, una strada si infila in una gola stretta e sinuosa scavata dal fiume Darichay. Le pareti si alzano verticali, alte e lisce, tinte di rosso mattone e grigio calcareo. In fondo al canyon, chiamato Amaghu, appare Noravank, parola che in lingua locale significa “Nuovo Monastero”. Nuovo lo era certamente nel XIII secolo, oggi è invece remoto e potente.

La zona rende il tutto ancora più incredibile, perché il luogo di culto si staglia contro scogliere incandescenti al tramonto, donando la sensazione di trovarsi dentro un teatro naturale, con torri coniche e bassorilievi al posto di quinte sceniche. Un angolo importantissimo per il popolo che abita il Paese, in quanto incarna l’anima resiliente che possiedono, uomini in grado di erigere monumenti di una raffinatezza inaudita in posizioni geografiche apparentemente inaccessibili.

Breve storia del Monastero di Noravank

Le radici del sito affondano nel XIII secolo, quando il vescovo Hovhannes decise di stabilire qui la sede vescovile di Syunik. La fortuna del complesso crebbe esponenzialmente sotto il patrocinio della potente dinastia degli Orbelian, principi illuminati che lo trasformarono nel proprio mausoleo di famiglia e in un polo culturale d’eccellenza.

Durante il XIII e XIV secolo, Noravank visse il suo massimo splendore grazie alla presenza di Momik, artista poliedrico la cui maestria ha reso queste mura eteree. La storia locale ricorda l’architetto e scultore come un genio capace di domare la pietra presente in zona, al punto da trasformarla in merletti fragili all’apparenza ma incredibilmente resistenti ai secoli.

Nonostante le invasioni mongole e i successivi terremoti che hanno scosso l’altopiano, le strutture principali sono giunte fino a noi preservando quell’aura di sacralità che le rende uniche al mondo. La protezione dei principi, infatti, garantì risorse e stabilità, permettendo la fioritura di una scuola di miniaturisti e calligrafi che influenzò l’intera regione transcaucasica.

Una piccola curiosità: stando a una leggenda popolare, Momik era legato a un amore tragico. Il principe Orbelian avrebbe promesso la mano della figlia all’artista in cambio della costruzione di un tempio di bellezza impareggiabile entro 3 anni. L’opera venne completata (del resto l’amore è il motore di tutto), ma l’architetto fu spinto giù dalla cupola per ordine del principe. La pietra che stringeva tra le mani sarebbe divenuta la sua lapide.

Cosa vedere al Monastero di Noravank

Nonostante la posizione remota e quasi nel ventre di un canyon, il complesso del Monastero di Noravank si presenta come un insieme armonico di edifici sacri, cappelle sepolcrali e croci di pietra finemente istoriate. Ogni struttura comunica un senso di verticalità estrema, quasi a voler stabilire un contatto diretto con l’azzurro terso del cielo armeno.

Surb Astvatsatsin, la chiesa a due piani detta Burtelashen

Surb Astvatsatsin è l’edificio simbolo di questa meraviglia dell’Armenia. Costruito nel 1339 su progetto di Momik, presenta una composizione su tre livelli percepibili dall’esterno, con base massiccia, parte centrale articolata e sommità alleggerita da una rotunda colonnata e cupola conica.

Surb Astvatsatsin, Armenia
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Surb Astvatsatsin, Monastero di Noravank

Il piano inferiore fungeva da cripta funeraria per la famiglia Orbelian e una scala stretta in pietra, addossata alla facciata occidentale, conduce al piano superiore destinato al culto. Salire quei gradini senza corrimano regala un brivido autentico, con il vuoto alle spalle e la parete scolpita accanto.

Al livello inferiore è raffigurata la Vergine con il Bambino affiancata dagli arcangeli Gabriele e Michele. Sopra, Cristo a mezzo busto tra gli apostoli Pietro e Paolo.

Surb Karapet e il gavit monumentale

A nord di Surb Astvatsatsin si trova Surb Karapet, dedicata a Giovanni Battista. È una costruzione che risale al periodo che va dal 1216 al 1227, avvenuta su impulso di Liparit Orbelian. Sul lato occidentale si apre un gavit del 1261, una sorta di atrio coperto tipico dell’architettura locale.

L’interno, originariamente sostenuto da quattro pilastri, è stato trasformato nel XIV secolo con una copertura a tenda in pietra che imita i tetti in legno delle case rurali hazarashen. Il soffitto sfoggia invece file di mensole che creano un effetto simile a stalattiti, mentre sopra la finestra gemella della facciata occidentale si nota il celebre rilievo di Dio Padre con grandi occhi a mandorla che benedice la Crocifissione e tiene la testa di Adamo. Una colomba, simbolo dello Spirito Santo, completa la scena.

Cappella di Surb Grigor e tombe scolpite

Bellissima è anche la Cappella di Surb Grigor che venne aggiunta nel 1275 dall’architetto Siranes. Vanta una pianta rettangolare, abside semicircolare e volta semplice. Le mura proteggono le tombe della famiglia Orbelian, tra cui quella di Elikum, figlio del principe Tarsayich, coperta da una lastra con figura leone-uomo datata 1300.

Attorno alle chiese si incontrano decine di khachkar, croci di pietra infisse nel terreno o appoggiate ai muri, con motivi floreali, intrecci, rosette e iscrizioni commemorative. All’ingresso c’è anche un piccolo museo che espone riproduzioni, monete antiche e libri.

Il canyon dell’Amaghu e le grotte

Prima ancora di raggiungere il parcheggio, il paesaggio cattura (inevitabilmente) lo sguardo. Sulla soglia della gola, guardando a destra, si aprono cavità poco profonde chiamate Trchuneri Karayr, note anche come Bird Cave, con sepolture infantili dell’età del Bronzo.

Più avanti la Grotta di Magil penetra nella collina. L’area è considerata importante per il birdwatching, con aquile e altri rapaci che sorvolano le falesie.

Come arrivare

Il suggestivo Monastero di Noravank sorge nella regione di Vayots Dzor, nei pressi della città di Yeghegnadzor. Da Yerevan il tragitto in auto richiede circa 90 minuti lungo l’autostrada verso sud, con deviazione poco dopo il villaggio di Areni. Un ponte attraversa il fiume e introduce nella gola dell’Amaghu, strada asfaltata che serpeggia per circa 7 chilometri e mezzo fino al parcheggio ai piedi del complesso.

Chi preferisce raggiungerlo con i mezzi pubblici può prendere una marshrutka diretta a Yeghegnadzor e scendere allo svincolo vicino al ristorante Edem, proseguendo poi in autostop o con taxi locali. Molti tour organizzati combinano Noravank con il monastero di Khor Virap, celebre per la vista sul monte Ararat, e con degustazioni nel villaggio di Areni, noto per i vini prodotti da uve autoctone.

Il periodo migliore è  verso sera, quando le scogliere si accendono di rosso intenso e la pietra delle chiese riflette bagliori dorati.

Katskhi Pillar, il dito di pietra che solletica il cielo: un eremo che sfida la gravità e interroga la fede

15 février 2026 à 15:00

La prima cosa che viene da esclamare è: ma non è possibile! Katskhi Pillar sembra un errore di prospettiva, una di quelle illusioni ottiche che si sistemano cambiando angolazione. Invece quel blocco di calcare è reale, piantato nella valle del fiume Katskhura, nell’Imereti occidentale, a pochi chilometri dalla cittadina mineraria di Chiatura. Un ago di pietra alto circa 40 metri, stretto e verticale, con una piccola costruzione in cima che da lontano sembra un modellino appoggiato lì per scherzo.

Siamo in Georgia, un Paese incastonato tra Europa orientale e Asia occidentale, che è anche terra di antiche conversioni, regni frammentati, invasioni e monasteri scavati nella roccia. Eppure nulla prepara a questa colonna naturale, erosa nei millenni da acqua e vento quando l’area era coperta dal mare.

I geologi spiegano che si tratta di un monolite calcareo residuo, ovvero ciò che resta dopo che il terreno circostante è stato consumato. I fedeli invece lo chiamano Pilastro della Vita e simbolo della Vera Croce. Quel che è certo, è che guardandolo dal basso si prova un senso di vertigine misto a profonda reverenza.

Breve storia del Katskhi Pillar

Come vi abbiamo accennato, sulla sommità del Katskhi Pillar sono stati edificati degli edifici religiosi, che parrebbero essere risalenti a un periodo compreso tra il IX e il X secolo, anche se alcune tradizioni li collocano in epoca precedente. Gli archeologi che scalarono la roccia per la prima volta in età moderna (nel 1944) trovarono lassù resti di un luogo di culto, tre celle per eremiti, una cripta funeraria e una piccola cantina per il vino.

Pilastro della vita, Georgia
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Tutta la maestosità del Pilastro della vita

Fino ad allora il sito era rimasto avvolto nel mistero, citato solo da un erudito georgiano del XVIII secolo che parlava di una chiesa irraggiungibile in cima a una roccia. La rinascita spirituale avvenne negli anni ’90 del Novecento grazie a un ex gruista, Maxime Qavtaradze, che entrò nella vita monastica e decise di restaurare il sito.

Con l’aiuto degli abitanti della zona e il sostegno dell’Agenzia Nazionale per la Conservazione del Patrimonio Culturale, ricostruì parte degli edifici superiori e installò una scala metallica lunga 40 metri ancorata alla roccia e un sistema di carrucole per sollevare materiali, acqua e viveri.

Il fatto più impressionante è che lui stesso, per oltre 20 anni, visse in quella vetta, scendendo solo due volte alla settimana per incontri di preghiera nel monastero ai piedi del pilastro. Nel 2015 lasciò la residenza permanente e divenne guida della comunità monastica locale. Oggi i monaci si alternano nella salita per momenti di preghiera e manutenzione.

Si può visitare? E cosa (eventualmente) vedere?

In molti si domandano se sia possibile arrampicarsi fino alla vetta per vedere da vicino la chiesa superiore e la cella del monaco. La risposta è restrittiva: l’accesso alla scala di ferro fissata alla parete rocciosa è rigorosamente interdetto ai turisti. Del resto, il pericolo non è poco. A poterci salire sono solo i monaci e alcuni religiosi autorizzati e il motivo non riguarda solo la sicurezza: il luogo deve infatti mantenere la sua funzione di isolamento contemplativo.

Ciò vuol dire che per noi visitatori la scoperta si concentra alla base, ma tutto sommato non è un male visto che oggi la zona intorno al monolite è un complesso monastico curato, in cui regna un’atmosfera di pace assoluta. A disposizione c’è un sentiero che conduce all’ingresso del luogo di culto, aperto generalmente tra le 10 del mattino e le 6 del pomeriggio. L’ingresso è gratuito, ed è impossibile non avvertire una sensazione di sproporzione. Il monolite emerge dal terreno erboso con una verticalità quasi geometrica. Avvicinandosi si notano corde che scorrono lungo la parete per il trasporto delle provviste.

Sul primo livello della roccia, accessibile tramite una breve scalinata in pietra, è incastonato un crocifisso del VI secolo scolpito nel calcare. È uno dei manufatti cristiani più antichi dell’Europa orientale ancora visibili nel contesto originario. Accendere una candela davanti a quella croce, con lo sguardo che sale verso la chiesetta superiore, crea un contrasto potente tra la fragilità del gesto e la durezza della pietra.

Ai piedi del pilastro si trova la Chiesa di Simeone Stilita, costruita intorno al 1999. L’interno è decorato con icone, affreschi e oggetti liturgici. L’atmosfera è raccolta e i monaci si muovono con abiti neri che risaltano contro il bianco della roccia. Poco distante si distinguono resti di mura più antiche e un campanile in rovina.

Vale la pena allontanarsi di qualche decina di metri lungo il sentiero per ottenere una vista laterale. Da quella prospettiva lì il pilastro appare ancora più sottile, quasi una lama calcarea che taglia il cielo. Il sito attira viaggiatori da tutta la Georgia ma anche e dall’estero. E tra questi c’è chi resta in silenzio, chi fotografa o chi cerca spiegazioni razionali che, il più delle volte, non riesce a trovare.

Come arrivare

La parola d’ordine è: avventura. Si parte solitamente da Kutaisi, la seconda città del Paese, affrontando un tragitto in auto che dura circa un’ora e mezza su strade che si snodano tra colline boscose e villaggi rurali in cui il tempo pare essersi fermato. La direzione principale conduce verso Chiatura, località celebre per le sue vecchie funivie dell’era sovietica.

Una volta giunti nel centro abitato, occorre seguire le indicazioni per il villaggio di Katskhi, proprio lì dove svetta nei cieli il Katskhi Pillar. La strada asfaltata cede poi il passo a un sentiero sterrato ma percorribile anche con vetture normali, purché il meteo sia favorevole.

Esistono anche i famosi minibus locali, chiamati marshrutka, che partono regolarmente dalla stazione dei bus di Kutaisi. Il consiglio da tenere a mente è quello di chiedere specificamente del mezzo diretto a Chiatura e di comunicare all’autista la destinazione finale. In questo modo vi lasceranno al bivio principale, da cui dovrete procedere a piedi per circa 20 minuti.

Si tratta di una breve camminata che permette di vedere il pilastro apparire gradualmente tra le chiome degli alberi, un approccio visivo che aumenta l’emozione della scoperta. Preparatevi a incontrare pochi visitatori, specialmente nelle prime ore del mattino, quando il canto degli uccelli è l’unico suono che accompagna la salita verso il complesso.

Sacro Speco di San Benedetto, il monastero aggrappato alla montagna e che sfida il vuoto

27 novembre 2025 à 17:30

Il Santuario del Sacro Speco, conosciuto anche come Monastero di San Benedetto, Monastero dello Speco, Eremo di San Benedetto o, più semplicemente, Sacro Speco, appare all’improvviso tra le curve del Monte Taleo. Si tratta di una struttura che colpisce all’istante perché sembra nascere dalla roccia stessa, come se la montagna lo avesse generato e non soltanto sostenuto.

Vi basti pensare che c’è chi è pronto a giurare che appaia come un nido incastonato in un punto impossibile, sospeso tra pareti scoscese e cielo terso, mentre la Valle dell’Aniene scorre ai suoi piedi.

Secondo la tradizione, Benedetto da Norcia cercò proprio qui un rifugio lontano da distrazioni, scegliendo una fenditura che allora non era raggiunta da alcuna costruzione. Da quell’anfratto è germogliato un complesso che si è allargato lentamente, modellando scale, cappelle e corridoi secondo l’andamento del monte.

Chi decide di visitarlo oggi si ritrova al cospetto di un mosaico di epoche e linguaggi artistici: il volto più antico e fedele di San Francesco, affreschi medievali di scuole diverse, cappelle che sembrano cavate nel fianco della roccia e scalinate che conducono in profondità e verso l’alto come un organismo vivente.

La storia del Sacro Speco

La memoria del luogo comincia in un racconto dei Dialoghi di Gregorio Magno: Benedetto, ancora giovane, visse in un anfratto conosciuto soltanto da un monaco chiamato Romano, che dall’alto gli calava un cestino con il necessario per sopravvivere. L’isolamento attirò altri cercatori di silenzio, dando vita ai primi nuclei monastici della zona. Pare, infatti, che fu proprio a causa di questa scelta radicale che scaturì l’impulso che avrebbe portato alla fondazione dei cenobi sublacensi.

Nel IX secolo il complesso fu quasi completamente distrutto dai Saraceni. Le ricostruzioni successive, sostenute da diversi pontefici, restituirono vita al sito e gli diedero la dedica definitiva a Benedetto e Scolastica. Dopo un tentativo di avvelenamento ordito dal sacerdote Fiorenzo, il Santo lasciò la grotta. Nonostante ciò, la cavità rimase comunque un luogo di riferimento, custodito dai monaci del vicino complesso di Santa Scolastica.

Fu poi nel 1090 che il monaco Palombo ottenne il permesso di stabilirsi nelle sue vicinanze, dando vita a una nuova fase di consolidamento. La prima chiesa in muratura sorse infatti all’inizio dell’XI secolo, inglobando due cavità legate alla permanenza del Santo. Nei decenni seguenti il complesso fu trasformato: apparvero nuove strutture e si formò una comunità autonoma con 12 monaci e un priore. Nel 1224 fu consacrata la cappella di San Gregorio, probabilmente alla presenza di Francesco d’Assisi. L’abate Enrico, tra il 1244 e il 1276, ridisegnò gli spazi in forme gotiche e, con il successore Bartolomeo, definì l’assetto che vediamo oggi.

Dal Trecento giunsero monaci tedeschi che iniziarono un piccolo nucleo europeo che durò oltre un secolo. A loro si deve l’arrivo di Sweynheym e Pannartz, pionieri della stampa in Italia. Il monastero attraversò epoche difficili: il regime della Commenda, gli allontanamenti forzati durante la stagione giacobina e poi sotto Napoleone. Ma solo fino all’Ottocento, epoca in cui la comunità tornò a una disciplina più rigorosa grazie all’intervento di Pio IX. Oggi vi vivono pochi monaci, custodi di una tradizione millenaria.

Cosa vedere

Il complesso si sviluppa in verticale. Scalinate, corridoi e terrazze seguono l’andamento del monte senza mai spezzarlo. Il contatto con la roccia è continuo e affreschi di epoche diverse si susseguono senza pause.

Chiesa Superiore

È la parte più alta del monastero e possiede archi, rampe e volte che si adattano allo sperone di roccia (ma senza tentare di domarlo). Tra le mura della Chiesa Superiore sono presenti anche diversi affreschi che percorrono tutta la vita di Cristo, dalla Pentecoste all’Ascensione, passando per scene drammatiche della Passione.

La navata unica, con pavimenti in marmi pregiati provenienti dalla villa di Nerone, introduce a un transetto che contiene episodi della vita di Benedetto, figure di santi e cicli gotici realizzati da artisti umbri e marchigiani del Quattrocento.

Chiesa Inferiore

Alla Chiesa Inferiore si accede da una scala che discende attraverso un corridoio carico di immagini: bolle papali dipinte, santi in rigoroso stile bizantino, racconti della vita del fondatore, apparizioni miracolose, guarigioni e tentazioni. Ogni parete conserva un episodio della tradizione benedettina.

Colpiscono la forza dei volti e la cura dei dettagli architettonici negli sfondi. Il percorso culmina nel Sacro Speco vero e proprio, illuminato da alcune lampade a olio. La statua di Benedetto scolpita da Antonio Raggi nel Seicento, appoggiata alla roccia, appare come un ponte tra la dimensione mistica e quella terrena.

La Scala Santa

C’è poi la Scala Santa che è un passaggio ripido costruito per permettere ai monaci di raggiungere più facilmente la grotta della preghiera. Le pareti narrano la cavalcata della Morte, il celebre incontro dei Tre Vivi e dei Tre Morti, e scene evangeliche.

Essa accompagna verso la cappella dedicata alla Madonna, impreziosita da una serie di cicli che narrano la Natività, l’Adorazione dei Magi e la Dormitio Virginis.

La Cappella di San Gregorio

Infine la Cappella di San Gregorio che si presenta come un ambiente raccolto, quasi nascosto. Qui si trova il ritratto più celebre del monastero: San Francesco d’Assisi senza aureola e senza stimmate, dipinto prima del 1224. Il volto è giovane, la postura sobria, lo sguardo diretto e, sorprendentemente, è considerato il ritratto più fedele del Santo.

Accanto a questo viso celebre, tra le altre cose, si dispiegano figure di papi, santi medievali e personaggi veterotestamentari.

Dove si trova e come arrivare

Il monastero sorge nel bellissimo territorio di Subiaco, nella Città metropolitana di Roma, all’interno dell’area naturalistica dei Monti Simbruini. La strada che sale dal centro raggiunge direttamente il piazzale posto sotto il complesso, punto di partenza del breve percorso che conduce all’ingresso monumentale.

L’ambiente circostante è dominato da lecci, rocce chiare e scorci sulla Valle dell’Aniene, mentre la salita successiva avviene attraverso ambienti interni, collegati da scale costruite lungo la montagna stessa.

Monastero di San Benedetto, Subiaco
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Veduta del Monastero di San Benedetto

Chi arriva percepisce subito il carattere del luogo: un equilibrio tra natura aspra, storia millenaria e una spiritualità che si esprime attraverso pietra, colore e silenzio. Parliamo quindi di un posto venerato e isolato quanto basta per restituire le sensazioni di chi, più di quindici secoli fa, cercò silenzio e distanza per ascoltare qualcosa di molto più essenziale.

L’Abbazia di Admont custodisce la meravigliosa biblioteca che ispirò “La Bella e la Bestia”

9 octobre 2025 à 19:30

Nel cuore verde dell’Austria, ai piedi delle Alpi della Stiria, tra foreste silenziose e pascoli, sorge un luogo dove spiritualità, arte, natura e meraviglia convivono da secoli in perfetto equilibrio: è l’Abbazia benedettina di Admont, uno dei luoghi più affascinanti del Paese. Fondata nel 1074, è il più antico monastero della regione e uno dei centri religiosi e culturali più importanti.

Il vero gioiello del monastero? La sua meravigliosa biblioteca, che nel 2025 è stata eletta tra le più belle del mondo secondo la classifica 1000 Libraries Awards e che ha ispirato quella del film Disney “La Bella e la Bestia”.

Il monastero Admont

Non è un semplice abbazia, quella di Admont, ma un complesso in cui preghiera, conoscenza, arte e silenzi garantiscono un’esperienza di visita unica.

Fondata nel 1074 da Ottocaro I di Stiria e da Gebeardo, arcivescovo di Salisburgo, si staglia tra le montagne con il suo stile barocco e ospita da allora i monaci di Admont, impegnati a tramandare il sapere, l’arte e la preghiera.

La splendida chiesa collegiata dallo stile barocco è visitabile gratuitamente, con la sua facciata riccamente decorata e gli interni in cui dominano affreschi, sculture e un magnifico altare maggiore.

Chiesa collegiata dell'Abbazia di Admont
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Chiesa dell’Abbazia di Admont

Il monastero ospita anche una vasta proposta culturale: i musei d’arte sacra e contemporanea, una pinacoteca, un museo di Storia Naturale e spazi dedicati alla scienza e alla storia monastica, dove si percepisce l’antico dialogo tra fede e ragione che caratterizza la cultura benedettina.

Al suo esterno, è abbracciata da giardini fioriti che si aprono verso panorami unici con vista sulle Alpi: anche il luogo in cui è immersa invita a meditare e rallentare.

L’Abbazia di Admont è anche simbolo di rinascita e resilienza: nei secoli ha infatti conosciuto distruzioni e rinascite. Dopo un incendio nel 1152, i monaci ricostruirono il complesso e iniziarono a copiare manoscritti religiosi, creando una delle più antiche collezioni monastiche d’Europa. Con l’avvento della stampa, la biblioteca si arricchì di opere rare, divenendo un importante centro culturale.

Dopo un periodo di declino, la Controriforma e lo spirito illuminista portarono nuova linfa, culminando nella costruzione della grandiosa biblioteca barocca, completata nel 1776. Un altro incendio, nel 1865, distrusse quasi tutto il monastero, risparmiando la biblioteca. Seguì la ricostruzione in stile neogotico e, dopo le difficoltà economiche e politiche del Novecento, l’abbazia tornò a fiorire.

La biblioteca del monastero di Admont

Completata nel 1776, quella del monastero di Admont è la più grande biblioteca monastica del mondo e un capolavoro dell’architettura tardo barocca, che è stata l’ispirazione per la grande biblioteca del film Disney “La Bella e la Bestia”.

Entrare in questa biblioteca è come ritrovarsi in un dipinto sacro, una meraviglia per gli occhi: qui il bianco e gli accenti dorati prevalgono, accompagnando gli affreschi sul soffitto, i rilievi artistici e le sculture che caratterizzano ogni angolo delle pareti.

Biblioteca dell'Abbazia di Admont
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La biblioteca dell’Abbazia di Admont

L’unicità della biblioteca sta anche nella quantità di libri che custodisce: oltre 70.000 volumi visibili, tra cui rari manoscritti, incunaboli e stampe di pregio, che racchiudono nelle loro pagine secoli di storia, fede e spirito. Non a caso è stata inserita nella lista delle biblioteche del mondo dai 1000 Libraries Awards.

Visitandola, si attraversano quasi mille anni di storia europea, in un luogo dove il sapere non è solo custodito, ma continuamente rinnovato.

Come arrivare

L’Abbazia di Admont sorge nel Land della Stiria, una regione montuosa dell’Austria centrale orientale, nel distretto di Liezen. L’omonima cittadina si sviluppa lungo il fiume Enns, tra le Alpi Ennstal e il Parco Nazionale degli Alti Tauri, in un contesto dominato da montagne, foreste e vallate pittoresche.

In particolare, si trova a circa 200 km a ovest di Vienna e a 115 km a nord di Graz, capoluogo della Stiria, e ai margini del Parco nazionale Gesäuse.Si può raggiungere il monastero in auto partendo da Vienna in meno di 3 ore, oppure da città austriache vicine come Graz e Linz, percorrendo strade regionali che seguono le indicazioni verso “Admont / Stift Admont”.

Chi preferisce raggiungere l’Abbazia di Admont con mezzi pubblici, può salire a bordo del treno da Wien Hauptbahnhof di Vienna verso la stazione di Admont, per poi proseguire con una camminata di 5 minuti fino alla meta. Esistono anche tour organizzati in pullman da Vienna che includono la visita all’Abbazia di Admont.

La Grande Chartreuse, il silenzioso monastero che ha creato il misterioso elisir di lunga vita

6 octobre 2025 à 18:00

Incastonato tra le vette verdeggianti dell’Isère, chiamate lo “smeraldo delle Alpi”, si trova il primo monastero dell’ordine dei Certosini: il Grande Chartreuse. Fondato da San Bruno di Colonia, che si festeggia ogni anno il 6 ottobre, è oggi un luogo leggendario che fonde storia, spiritualità e natura, e dove pochi sanno che si produce quello che viene chiamato “l’elisir di lunga vita”.

Il monastero di Chartreuse tra silenzi e contemplazione

Venne costruito nel 1084 in quello che veniva chiamato il “deserto di Chartreuse“: una valle corta, chiusa e molto isolata dove San Bruno di Colonia e i suoi compagni (Lanuino, Stefano di Bourg, Stefano di Die, Ugo il cappellano, e i conversi Andrea e Guarino) si stabilirono perché ideale per condurre una vita di preghiera e solitudine.

I fondatori realizzarono inizialmente strutture in legno, per poi ingrandirsi con nuove costruzioni (e distruzioni, durante la Guerra dei Cento Anni e le Guerre di Religione) fino a raggiungere l’aspetto attuale (che risale al XVII e XVIII secolo). La comunità monastica si ingrandì in poco tempo con molti seguaci e fu così che nacquero diverse certose in tutta Europa, guidate da regole comuni: vita austera basata sulla preghiera, silenzio e lavoro manuale.

Caratterizzata da un’architettura funzionale e sobria, la Grande Chartreuse riflette in ogni aspetto la vita semplice dei certosini. Al suo interno si trovano le celle individuali per i monaci, un ampio chiostro, una chiesa, laboratori ed edifici agricoli. A favorire la solitudine e la meditazione dei monaci è la presenza di un oratorio e di un giardino privato in ogni cella.

L'entrata del monastero della Grande Chartreuse
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L’entrata della Grande Chartreuse

Il mistero dell’elisir di lunga vita di Chartreuse

Il monastero della Grande Chartreuse non è solo la prima testimonianza dell’ordine certosino, ma anche il luogo in cui misteri e leggende rendono unica la storia del liquore che tutt’oggi viene prodotto al suo interno, che si racconta sia l’elisir di lunga vita.

Tutto iniziò nel 1605, quando il maresciallo d’Estrées consegnò ai monaci della Chartreuse de Vauvert, vicino a Parigi, un misterioso manoscritto alchemico. Dentro si trovava la ricetta di un ‘elisir di lunga vita’ con oltre 130 erbe e spezie, ma troppo complessa per essere compresa subito.

Il segreto viaggiò fino alla Grande Chartreuse, dove silenziosamente e con sperimentazioni infinite, i certosini riuscirono nel 1737 a dare vita all’Elixir Végétal de la Grande-Chartreuse: un concentrato tonico, digestivo e… potentissimo (69°). Ottenne successo e così vennero realizzate due versioni più “bevibili”: la Chartreuse verte (1764), intensa e aromatica, e la Chartreuse jaune (1838), più dolce e dorata grazie a miele e zafferano.

Da rimedio monastico a simbolo di eleganza francese, la Chartreuse è oggi un liquore iconico nato tra le montagne e cresciuto nei cocktail bar del mondo, con una ricetta ancora avvolta nel mistero e custodita da pochissimi monaci che la tramandano esclusivamente verbalmente.

Non solo, qui si può andare alla scoperta della produzione del liquore Chartreuse recandosi alle cantine della cittadina di Voiron, a circa 35 km di distanza, per assistere a una visita guidata. È tra le più lunghe della Francia e del mondo e con migliaia di botti dove il liquore invecchia lentamente.

Visitare il museo della Grande Chartreuse

La Grande Chartreuse non è visitabile, poiché vivono al suo interno i monaci certosini. Ma è stato allestito un museo più a valle, nella vicina località di Correrie (che un tempo fu tra le prime realizzazioni dell’ordine monastico, in cui vivevano i monaci responsabili dei compiti materiali).

Al suo interno si possono ammirare le ricostruzioni delle celle dei monaci, ma anche manoscritti, paramenti liturgici e oggetti di uso quotidiano che permettono di rivivere la storia dell’ordine monastico e della vita certosina. Nel 2025 è aperto fino all’11 novembre, per poi riaprire nel 2026 in primavera.

Come arrivare

La Grande Chartreuse si trova nelle Alpi francesi, nel comune di Saint-Pierre-de-Chartreuse (nel dipartimento dell’Isère). Spicca a circa 1.190 metri di altitudine, ai piedi del Grand Som, appartenente al massiccio della Chartreuse, spesso chiamato “lo smeraldo delle Alpi”: un paradiso per gli amanti della natura e dell’avventura, con scenari mozzafiato composti da fitte foreste, prati verdeggianti e cime maestose.

Il monastero è facilmente raggiungibile in auto in 45 minuti da Grenoble, da cui dista circa 30 km. Chi preferisce con i mezzi pubblici, può prendere un autobus per Saint-Pierre-de-Chartreuse e da lì può raggiungere il museo e l’area intorno al monastero con il servizio navetta o con una breve passeggiata.

Varlaam, il monastero che sfida la gravità

Par : losiangelica
28 août 2025 à 15:05

Il monastero di Varlaam è un luogo incredibile da visitare: sospeso su una rupe, appoggiato quasi a sfidare la gravità, deve la sua fortuna all’omonimo monaco che ha deciso di realizzarlo a metà del Trecento sfruttando le torri di roccia per dar vita ad un rifugio di meditazione e preghiera. Senza funivie, gradini o passerelle, raggiungerlo era piuttosto impegnativo ma grazie a fede, fatica e tenacia ci sono riusciti.

Il monastero non ebbe però una storia molto lunga: l’eremo si svuotò alla morte del fondatore lasciando il luogo in disuso e una chiesa nell’oblio fino a due secoli dopo quando i fratelli Apsarades si occuparono nuovamente di questa fortezza spiritual. È proprio grazie a Theophanes e Nectarios che oggi è possibile visitare il monastero di Varlaam che al suo interno racconta secoli di fede e arte bizantina.

Scoprire il monastero di Varlaam

Sembra quasi un castello sospeso, ma è un luogo di fede: il monastero di Varlaam inizia a far battere il cuore da lontano, vedendolo durante il percorso per raggiungerlo. Alla bellezza estetica, indiscutibile, si aggiunge il mosaico di storia e dettagli curiosi.

Da visitare sicuramente la cappella dedicata ai santi e decorata con affreschi attribuiti a Franco Catalano, artista cinquecentesco.

E poi ci sono le piccole meraviglie da scoprire: un mastodontico barile di quercia del XVI secolo, capace di custodire acqua per mesi, come se fosse una cisterna in versione “rustica-chic”. Oppure la vecchia torre con il sistema a carrucola: i monaci vi si lasciavano calare dentro una rete che serviva per sollevare uomini e provviste. Un’idea geniale, se non fosse che a ogni oscillazione la rete ricordava più una giostra medievale che un mezzo di trasporto.

Cosa sapere sul monastero di Varlaam in Grecia
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Il suggestivo monastero di Varlaam in Grecia

Per raggiungerlo bisogna percorrere gradini scolpiti nella roccia e un ponte che collega la rupe all’ingresso facendo pensare che ogni passo diventi un tributo per guadagnarsi lo spettacolo finale. E una volta all’interno? Il tempo sembra rallentare: i corridoi hanno il profumo della pietra antica e le stanze raccontano una vita di silenzio e contemplazione. La vera meraviglia è però quella offerta dalle terrazze che regalano una vista sui pinnacoli di Meteora.

La visita al monastero di Varlaam lascia il segno con un silenzio incredibile e il contrasto tra la durezza della roccia e la leggerezza dello spirito.

Dove si trova il monastero di Varlaam e come arrivarci

Siamo nella zona della Grecia centrale tra i monasteri ortodossi di Meteora: qui sorge quello di Varlaam tra le città di Kalambaka e il villaggio di Kastraki.

Arrivare richiede un po’ di fatica e impegno: da Atene servono circa 5 ore di auto e una volta raggiunta Kalambaka serviranno altri due chilometri da percorrere su una strada stretta e con pochissimi parcheggi. Ecco perché una buona idea è affidarsi ai tour organizzati.

Chi sale al monastero dovrà percorrere una faticosa scalinata di 140 gradini. Tutto sommato nemmeno così esagerato, considerando che nelle vicinanze alcuni richiedono oltre 300 gradini. Un’occasione suggestiva da non perdere sul territorio che dà modo di scoprire a fondo un luogo che custodisce segreti.

Laghi di Prespa, l’eden nascosto tra Albania, Grecia e Macedonia

18 juillet 2025 à 13:36

C’è un angolo d’Europa dove il tempo sembra scorrere in maniera diversa rispetto a come siamo abituati, in cui tre Paesi si stringono attorno a un paesaggio che sa di silenzio, acque immobili e natura senza confini. I Laghi di Prespa, sospesi tra Albania, Grecia e Macedonia del Nord, non compaiono spesso nelle liste delle mete imperdibili, e forse è proprio questo il loro punto di forza. Niente resort o folle, ma solo villaggi semi addormentati, pellicani che sorvolano le acque turchesi e sentieri che si perdono tra colline punteggiate di mandorli e antichi monasteri.

Dove si trovano i Laghi di Prespa

Incastonati tra le montagne dei Balcani, i Laghi di Prespa si trovano in una posizione unica nel loro genere: tra Albania, Grecia e Macedonia del Nord. Si dividono in due specchi d’acqua distinti, il Grande Prespa e il Piccolo Prespa, collegati tra loro da un sottile canale naturale. Il Lago di Prespa Grande è il più esteso e lambisce le sponde di tutti e tre i Paesi, mentre il Piccolo Prespa si trova quasi interamente in territorio greco, a pochi passi dal confine albanese.

Situati a circa 850 metri di altitudine, questi laghi sono tra i più alti della penisola balcanica e sono abbracciati da rilievi che li proteggono. A differenza delle classiche destinazioni turistiche lacustri, qui non ci sono città caotiche o porti affollati, ma villaggi sonnolenti, riserve naturali e un’atmosfera sospesa.

Cosa fare in estate ai Laghi di Prespa

In estate, i Laghi di Prespa offrono un’esperienza unica per chi cerca natura autentica, silenzio e un contatto diretto con una regione rimasta fuori dai grandi circuiti turistici. Ospitano una biodiversità straordinaria, tra cui il più grande santuario di pellicani ricci al mondo e oltre 260 specie di uccelli.

Il lato greco è perfetto per escursioni e visite culturali. Da non perdere, per esempio, è l’isola di Agios Achillios, raggiungibile a piedi grazie a un ponte galleggiante, in cui si possono esplorare le rovine di una basilica bizantina del X secolo. Dal villaggio di Psarades partono le barche tradizionali che attraversano il Lago Grande per mostrare antiche chiese rupestri nascoste tra le rocce.

I sentieri di trekking sono numerosi e ben segnalati, adatti anche a chi non è esperto, e offrono viste mozzafiato sui laghi e sui villaggi tradizionali, come Agios Germanos, dove si possono gustare piatti tipici come fagioli giganti, trote fresche e tsipouro locale. Una curiosità che solo gli abitanti conoscono: la Society for the Protection of Prespa, con sede proprio qui, organizza percorsi tematici e sessioni di birdwatching guidate anche in inglese.

Chi ha tempo può anche raggiungere l’isola macedone di Golem Grad, nota come “Snake Island”, per le sue rovine archeologiche e l’ecosistema particolare. I costi per queste esperienze sono contenuti (le gite in barca vanno dai 10 ai 15  euro), ma il vero limite della zona è la scarsa presenza di servizi: i trasporti pubblici sono ridotti, ci sono poche strutture ricettive e la copertura telefonica è debole.

Meglio quindi essere organizzati con auto a noleggio, mappa offline, acqua e cibo al seguito. Come bonus, a luglio si tiene anche il Prespa Lake Festival, con concerti e iniziative culturali che danno un assaggio della vita e delle tradizioni locali.

Nei Laghi di Prespa, tra le altre cose, si può fare il bagno ma serve un po’ di attenzione. Durante la bella stagione, le acque si scaldano abbastanza da essere piacevoli (intorno ai 20–21 °C), rendendo possibile una nuotata rinfrescante, soprattutto nei tratti sabbiosi e tranquilli come quelli di Dupeni o Slivnica, sulla sponda macedone.

Parliamo di spiagge poco battute, il top se si cerca silenzio e relax. Megali Prespa, il lago più grande, è generalmente il più pulito e adatto alla balneazione. Tuttavia, in alcune zone, specialmente nel Lago Piccolo, possono verificarsi fioriture algali o presenza di cianobatteri, quindi meglio evitare quei tratti se l’acqua non sembra limpida.

Essendo un’area protetta, ci sono regole da seguire: niente saponi, rifiuti o comportamenti che possano disturbare l’ecosistema. Meglio portare con sé scarpette da scoglio, perché in certi punti i fondali sono fangosi o pieni di sassi.

Cosa fare in inverno ai Laghi di Prespa

Soddisfazioni si possono avere anche in inverno, stagione che trasforma i Laghi di Prespa in un paesaggio silenzioso e surreale, dove la natura si mostra nella sua veste più austera e affascinante. Le montagne intorno si coprono di neve e l’aria frizzante regala panorami mozzafiato, ideali per chi ama la quiete e vuole staccare davvero la spina.

A pochi chilometri di distanza si trova il Vigla–Pisoderi Ski Center, una delle località sciistiche più apprezzate della zona, con piste ben curate, rifugi accoglienti e anche qualche après-ski dove riscaldarsi dopo una giornata sulla neve. Ma il vero fascino invernale di Prespa è nelle esperienze più autentiche: le passeggiate lungo i sentieri innevati che partono da villaggi come Agios Germanos, in cui  si incrociano chiesette bizantine, vecchi mulini e scorci da cartolina, o la pesca sul ghiaccio, un’attività ancora praticata dai locali e che, se capita l’occasione giusta, si può provare affiancati da chi la conosce da generazioni.

È un’esperienza diversa, lontana dal turismo di massa. Di contro, va detto che i servizi in inverno sono ancor più ridotti, non tutti i ristoranti o gli alloggi sono aperti, il freddo è pungente e bisogna essere ben equipaggiati (scarponi, abbigliamento tecnico e magari anche una torcia frontale per non farsi sorprendere dal buio). I costi, per fortuna, sono contenuti: le escursioni guidate si aggirano sui 10–20 euro, ma molte cose si possono fare in autonomia.

Una piccola chicca da non perdere: vale la pena fermarsi in silenzio lungo la riva, perché se si è fortunati si possono avvistare i pellicani svernanti librarsi bassi sull’acqua ghiacciata, un’immagine rara e potente che da sola vale il viaggio.

Come arrivare

Arrivare ai Laghi di Prespa non è difficile, ma serve un po’ di organizzazione:

  • Versante greco: è il più accessibile e si parte solitamente da Salonicco (circa 3 ore e mezza in auto), attraversando strade panoramiche che salgono verso Florina e poi scendono dolcemente verso la regione montuosa di Prespa;
  • Lato albanese: si può partire da Korçë (a poco più di un’ora), lungo una strada di montagna che regala vedute spettacolari e villaggi sospesi nel tempo;
  • Lato macedone: è raggiungibile da Resen, e offre un accesso tranquillo e meno battuto.

In tutti i casi, è consigliato viaggiare in auto (meglio se a noleggio) perché i collegamenti pubblici non sono frequenti, soprattutto fuori stagione. Se si è in camper o moto, occorre preparasi a curve, salite e pochi distributori. Tuttavia, una volta arrivati si viene ripagati dal silenzio e uno dei paesaggi più autentici dei Balcani.

Nel ventre della montagna, il segreto monastico di Zelve

21 juin 2025 à 12:55

A pochi chilometri dai centri nevralgici di Göreme e Avanos, lungo una strada panoramica che divide in due la Cappadocia, si apre uno degli scenari più sorprendenti e al tempo stesso meno affollati della regione: Zelve.

Un museo a cielo aperto che, più che un sito archeologico, appare come un luogo sospeso nel tempo, dove la roccia conserva la memoria di secoli di vita monastica, convivenza religiosa e poi abbandono.

Un’antica comunità scavata nella roccia

Zelve si sviluppa su un vasto anfiteatro naturale formato da tre valli che si intersecano, costellate di abitazioni rupestri, chiese e stanze comuni interamente scavate nella pietra tenera di origine vulcanica. Il villaggio ebbe un ruolo fondamentale tra il IX e il XIII secolo, periodo in cui divenne un centro spirituale per la comunità cristiana della zona. Non è un caso che proprio qui sorsero i primi seminari per la formazione del clero e che la Chiesa di Direkli, con le colonne e croci scolpite, rappresenti una delle più antiche testimonianze della vita religiosa nel territorio.

Il paesaggio di Zelve è tanto affascinante quanto severo: le pareti di tufo rosa e ocra si ergono verticali, incise da secoli di erosione e punteggiate da “camini delle fate” che sembrano sfidare le leggi della gravità. Ed è su questi versanti che si sviluppano le abitazioni e le chiese, oggi abbandonate.

Dalla spiritualità all’abbandono

Fino al 1924, Zelve fu un esempio di coesistenza tra musulmani e cristiani, un equilibrio spezzato con le espulsioni che seguirono il periodo delle guerre greco-turche. Nel 1952, invece, l’intero villaggio fu dichiarato inabitabile a causa dei rischi legati all’erosione delle rocce. I residenti furono costretti a trasferirsi nella vicina Aktepe, ribattezzata significativamente Yeni Zelve, ovvero “nuova Zelve”.

Il paesaggio non perse però il suo valore storico e nel 1967 Zelve venne riconvertita in museo all’aperto. Da allora, è accessibile ai visitatori che possono esplorarne in libertà le valli, anche grazie a un recente sentiero panoramico che ne migliora la fruizione, pur lasciando intatti i pericoli naturali, come le frane o i crolli, che fanno sì che alcune zone siano transennate.

Le chiese rupestri e il fascino dell’essenzialità

Museo a cielo aperto di Zelve, Cappadocia
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Suggestive rovine del monastero di Zelve

A differenza del Museo all’aperto di Göreme, Zelve non conserva molte chiese affrescate, ma ciò non significa che manchino i luoghi sacri di interesse, a partire dalla Balıklı Kilise, detta “chiesa dei pesci”, decorata con semplici simboli ittici, e dalla Üzümlü Kilise, la “chiesa dell’uva”, così chiamata per i grappoli scolpiti lungo le pareti. Entrambe testimoniano una forma d’arte primitiva e simbolica, nata in un’epoca precedente all’iconoclastia.

La Geyikli Kilise, o “chiesa del cervo”, è un altro luogo significativo, nonostante lo stato frammentario della sua struttura. E poi c’è la piccola moschea rupestre nella Terza Valle, un segno tangibile della pacifica convivenza tra le due comunità religiose che per secoli condivisero l’area.

Poco oltre il bivio per Zelve, nei pressi di una vecchia stazione di polizia incastonata dentro un camino delle fate, si apre un’altra valle difficile da descrivere: si tratta di Paşabağı, celebre per la formazione geologica a tre cime, una delle più spettacolari della Cappadocia. Qui vissero gli eremiti bizantini, che scavarono celle monastiche verticali nelle torri di tufo. Alcuni gradini portano ancora oggi a una cappella rupestre dove si conservano dipinti sacri, tra cui un’icona della Vergine con il Bambino, sopravvissuta all’iconoclastia e al tempo.

Cosa vedere in Franciacorta, territorio che custodisce vigneti, borghi antichi e panorami da cartolina

31 mai 2025 à 22:00

Dolci colline ricoperte di vigneti e punteggiate da borghi medievali, castelli antichi e monasteri, che si estendono in un’area compresa tra la città di Brescia e la sponda meridionale del Lago d’Iseo. Siamo in Franciacorta, territorio rinomato per i suoi vini, le “bollicine” realizzate con metodo classico, e per i paesaggi naturali da cartolina. Una meta perfetta per un viaggio che unisce natura, enogastronomia, arte e relax.

Il modo migliore per assaporarne le diverse sfaccettature? Muoversi in bici, in moto, a cavallo o in quad, con l’aria tra i capelli e lo sguardo perso tra i vigneti. Prevedete delle soste in alcune delle cantine più belle d’Italia per degustare i loro prodotti e poi esplorate il patrimonio culturale e architettonico che racconta millenni di storia. Prendete carta e penna e annotate: queste sono le 15 cose da vedere e da fare in Franciacorta per vivere un’esperienza memorabile.

Cosa vedere in Franciacorta

Dalle cantine più prestigiose ai borghi medievali che spiccano tra le colline e i filari, dai siti storici e religiosi fino a uno dei siti naturali più importanti della Lombardia. Vi sveliamo i luoghi imperdibili della Franciacorta.

Le Cantine della Franciacorta

Sono l’anima produttiva e culturale della regione franciacortina: le cantine sono le protagoniste indiscusse. Sono tantissime e la maggior parte di loro è legata al Consorzio Franciacorta, con il suo disciplinare per la realizzazione di spumanti metodo classico con denominazione DOCG che fanno concorrenza ai vicini champagne francesi.

Tante cantine non sono solo luoghi di produzione vinicola, ma veri e propri templi culturali in cui tradizione, innovazione, ospitalità, design ed arte si uniscono per offrire esperienze immersive. Mete perfette per fare degustazioni, esplorare con guide esperte le modalità di creazione dei vini Franciacorta, assistere ad eventi culturali e mondani, ma anche immergersi nell’arte. Sì perché alcune cantine sembrano veri e propri musei, ricchi di elementi artistici e architettonici mozzafiato.

Oltre a Bellavista, Guido Berlucchi, Barone Pizzini, Ferghettina, La Montina e Contadi Castaldi, che sono solo alcune delle più note e premiate cantine franciacortine, spicca anche Ca’ del Bosco (a Erbusco), celebre per le numerose opere di arte contemporanea posizionate negli spazi interni ed esterni della cantina, offrendo un’esperienza sensoriale unica. Qui sono esposte sculture di Igor Mitoraj, Arnaldo Pomodoro, Rabarama, Stefano Bombardieri e Mimmo Pladino, per citarne solo alcuni.

I borghi medievali

Sono diversi i borghi che compongono il territorio franciacortino. Di origine medievale, sono piccoli e grandi scrigni di bellezze, tra chiese antiche, castelli, palazzi e ville nobiliari, giardini e piazzette vivaci che durante le sagre popolari riuniscono la popolazione di fronte a piatti della tradizione, musica e buon vino.

Di seguito tutti i borghi della Franciacorta:

  • Adro
  • Capriolo
  • Cazzago San Martino
  • Cellatica
  • Coccaglio
  • Cologne
  • Corte Franca
  • Erbusco
  • Gussago
  • Iseo
  • Monticelli Brusati
  • Paderno Franciacorta
  • Passirano
  • Paratico
  • Provaglio d’Iseo
  • Rodengo Saiano
  • Rovato

Impossibile stabilire quale sia il più bello: ognuno ha la propria unicità. Come Erbusco, il “cuore” della Franciacorta, sede del Consorzio e culla delle più grandi cantine del territorio (come Bellavista e Ca’ del Bosco). Passeggiando nel suo centro storico, che conserva alcuni scorci delle antiche mura del castello medievale, potrete ammirare la Pieve antica, la Chiesa di Santa Maria Assunta e le meravigliose ville nobiliari (che in eventi speciali, come Erbusco in Tavola, aprono le porte al pubblico mostrandosi in tutta la loro eleganza).

Meritano una menzione anche Bornato, uno dei borghi più pittoreschi della Franciacorta con il suo castello e gli scorci panoramici; Ome, con le antiche mulattiere, i sentieri tra i boschi e un’antica fucina del XV secolo ancora funzionante (l’Antico Maglio Averoldi); Passirano con il suo imponente castello tra i filari.

Anche Gussago, adagiato sulle dolci colline vitate (chiamate localmente i “ronchi”), è da segnare: l’icona del borgo è la Santissima (che vediamo di seguito), un complesso monastico che spicca in cima a una collina con panorama mozzafiato sul paesaggio circostante.

Iseo, invece, è affacciato sul lago e alterna il centro storico dallo stile medievale a un lungolago vivace (soprattutto d’estate) e ricco di eventi.

Castello di Gussago – La Santissima

Svetta meravigliosamente in cima al colle Barbisone di Gussago, dalle pendici ricche di filari, e sembra proprio uscire da una cartolina: il Castello di Gussago – La Santissima è un affascinante complesso storico (e una cantina di ottima qualità) che unisce arte, spiritualità, natura e tradizione vinicola.

Nata come convento domenicano (XVI secolo), la Santissima ha struttura romanica che dopo la soppressione dell’ordine domenicano è stata trasformata in una villa in stile neogotico moresco, conferendole l’aspetto attuale simile a un castello. Dalla sua terrazza naturale, il complesso offre viste panoramiche memorabili che nelle giornate più nitide svelano anche il Monte Rosa.

Castello di Gussago - La Santissima, Franciacorta
Fonte: iStock
Castello di Gussago – La Santissima, in Franciacorta

Il Castello di Bornato

Tra i borghi antichi che punteggiano la Franciacorta, quello di Bornato custodisce un raro esempio di castello medievale con una splendida villa rinascimentale costruita al suo interno, Villa Orlando, ancora abitata dai proprietari, con sale rinascimentali affrescate, il giardino all’italiana, una chiesetta e gli antichi sotterranei. Oggi è anche una cantina vitivinicola in cui programmare una visita, ma si dice che in passato anche Dante Alighieri vi soggiornò durante il suo esilio da Firenze. Il panorama da qui? Di rara bellezza. E nelle giornate più terse lo sguardo corre lungo la Pianura Padana fino a scorgere anche gli Appennini.

L’Abbazia Olivetana di San Nicola

Durante la vostra esplorazione lungo la Franciacorta, segnatevi questa tappa: l’Abbazia Olivetana di San Nicola, a Rodengo Saiano. Si tratta di un capolavoro architettonico rinascimentale, un complesso monastico con un affascinante chiostro, fondato dall’ordine cluniacense attorno al X secolo e poi gestito dai Benedettini Olivetani di Monte Oliveto Maggiore.

Dopo essere stata ottimamente restaurata, l’Abbazia è tornata ai suoi antichi splendori ed è oggi uno dei più ricchi monasteri del Nord Italia, che ospita opere, tra gli altri, del Moretto e del Romanino.

Il Monastero di San Pietro in Lamosa

Abbarbicato su un colle con vista magnifica sulle Torbiere del Sebino, si trova un antico complesso monastico benedettino molto affascinante: il Monastero di San Pietro in Lamosa di Provaglio d’Iseo. Una combinazione unica di storia, arte e natura. Da visitare la chiesa romanica, il chiostro del XV secolo e la Sala dei Disciplini (oratorio barocco decorato con affreschi primo-cinquecenteschi e un maestoso crocifisso), oltre al paesaggio naturale circostante.

La Riserva Naturale Torbiere del Sebino

A sud del Lago d’Iseo si estende un’area protetta di 360 ettari, tra le zone umide più importanti della Lombardia: le Torbiere del Sebino, con specchi d’acqua alternati a sentieri immersi nella natura selvaggia, ponticelli e scorci di rara bellezza. Qui è ospitata una ricca biodiversità e una grande varietà di uccelli migratori (la Riserva Naturale Torbiere del Sebino è infatti un paradiso per gli amanti del birdwatching).

Potrete fare un’escursione a piedi scegliendo uno dei percorsi ad anello che la attraversano, dall’alba al tramonto. Il costo di accesso è di 2 euro per adulto (i bambini fino a 8 anni non pagano). Un’ottima meta per la disconnessione e il contatto autentico con la natura, per tutta la famiglia.

Riserva Naturale Torbiere del Sebino, Franciacorta
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Riserva Naturale Torbiere del Sebino, in Franciacorta

Il Convento della Santissima Annunciata

A Rovato, uno dei Comuni più a sud della Franciacorta, c’è un convento che dall’alto del Monte Orfano osserva una buona parte del territorio vitivinicolo: si tratta del Convento della Santissima Annunciata di Rovato (consacrato nel 1507), un gioiello di arte, spiritualità, storia e architettura religiosa rinascimentale.

Chiesa, sagrestia, chiostro, celle dei frati, refettorio e una cappella interna sono tutti luoghi visitabili, mentre dalla loggia panoramica si gode una vista mozzafiato sui vigneti della Franciacorta. Una chicca? A poca distanza si trova una panchina formato maxi in cui sedersi e ammirare il paesaggio, appartenente al circuito delle Panchine Giganti.

Cosa fare in Franciacorta

Non ci si annoia di certo nel territorio franciacortino. Dai tour in bici alle degustazioni di piatti tradizionali, dagli eventi culturali allo shopping, ecco 7 cose da fare in questa terra di vini e colline.

In bici, moto o quad lungo la Strada del Vino Franciacorta

Sono diverse le occasioni per noleggiare bici, Vespe o quad per vivere l’esperienza di un tour panoramico tra vigneti, colline, borghi e cantine della Franciacorta. Ma anche percorrere le stradine tra i filari a piedi è un’avventura consigliatissima. Qui potete trovare la mappa con tutti i percorsi possibili e i punti di interesse da scoprire lungo la Strada del Vino.

Eventi e sagre tra i vigneti e i borghi

Non mancano gli eventi in Franciacorta. Se capitate in questo territorio della provincia di Brescia durante la primavera, potrete ad esempio assistere a Franciacorta in Fiore, che si tiene tutti gli anni a maggio nel borgo antico di Bornato: una rassegna florovivaistica con giardini diffusi, installazioni artistiche e percorsi naturalistici meravigliosi per celebrare tutta la bellezza dei fiori e sensibilizzare sull’importanza degli insetti impollinatori. A Marzo, invece, prende vita il Festival di Primavera, un weekend dedicato all’incontro tra cultura, enogastronomia e tradizione, con degustazioni in cantina, piatti della tradizione, visite culturali guidate nei luoghi storici del territorio.

In estate, poi, sono numerose le sagre popolari in cui degustare la cucina tradizionale a suon di musica e brindisi. L’evento più atteso è poi il Festival Franciacorta in Cantina, che si tiene a settembre: tantissime cantine aprono le porte per degustazioni ed eventi esclusivi.

Degustazione dei piatti della tradizione

Nelle pause tra le visite in cantina e nei borghi, potrete recarvi nei ristoranti, negli agriturismi e nelle trattorie tipiche dove assaggiare i migliori piatti della tradizione culinaria del territorio. Non potrete lasciare la Franciacorta (e in generale la provincia di Brescia) senza aver provato i salumi locali, il manzo all’olio di Rovato, i casoncelli e i formaggi della Val Camonica.

Shopping all’Outlet Franciacorta

Dopo un’immersione della cultura e nelle tradizioni della Franciacorta, non manca anche una tappa per lo shopping sfrenato a Rodengo Saiano, presso l’Outlet Village Franciacorta, uno dei più importanti del Paese con oltre 160 negozi e boutique di marchi prestigiosi con sconti golosi tutto l’anno.

Relax e coccole di benessere

Molti hotel e agriturismi in Franciacorta offrono esperienze benessere, spa e trattamenti, spesso con vista sui vigneti o sul Lago d’Iseo. Uno dei più noti (che spesso ospita Vip italiani e internazionali) è L’Albereta Relais & Chateaux (a Erbusco), in cui si trova la SPA firmata Chenot.

Gita fuori porta a Monte Isola

Non rientra geograficamente nel territorio franciacortino, ma è una tappa obbligata durante un soggiorno in questo territorio bresciano, comodamente raggiungibile da Iseo (o da Sulzano) con il traghetto: nel cuore del Lago d’Iseo, Monte Isola è l’isola lacustre più grande d’Italia e dell’Europa Occidentale ed è uno scrigno di tesori da scoprire.

È uno dei “Borghi più Belli d’Italia” e incanta con i suoi pittoreschi borghetti sparsi lungo le sue pendici (come Peschiera Maraglio, Carzano e Novale), le tradizioni culinarie secolari (tra cui il salame di Monte Isola e le sardine essiccate), la natura rigogliosa che domina incontrastata e il Santuario della Madonna della Ceriola nel punto più alto dell’isola. Vi consigliamo di partire zaino in spalla lungo il sentiero che raggiunge questo incantevole santuario a 600 metri di altitudine: da lassù si può godere di un panorama meraviglioso a 360° su tutto il lago.

Monte Isola (Brescia), l'isola lacustre più grande d'Italia
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Monte Isola (provincia di Brescia), l’isola lacustre più grande d’Italia

Tappa in città: alla scoperta di Brescia

La Franciacorta si trova a poca distanza dal centro cittadino di Brescia, una città ricca storia che vale la pena essere scoperta a piedi, passeggiando tra piazze imponenti, chiese antiche, palazzi eleganti e viuzze acciottolate che portano fino al Castello, che dall’alto di un colle è il guardiano silenzioso della città.

Nel cuore del deserto: il monastero incantato di San Giorgio di Choziba

19 mai 2025 à 16:55

Nascosto tra le pareti rocciose del canyon del Wadi Qelt, nel cuore del deserto di Giuda, in Cisgiordania, a circa 9 km da Gerico e a circa 20 km da Gerusalemme, il Monastero di Choziba – detto anche Monastero di San Giorgio – rappresenta un luogo di profonda spiritualità e bellezza architettonica. Questo monastero greco-ortodosso – situato in un’area desertica in territorio israeliano – è uno dei più antichi e suggestivi luoghi di culto della Terra Santa che attira tantissimi pellegrini che cercano, durante il loro viaggio, il senso della vita e puntano a ritrovare sé stessi. Ma anche molti visitatori amanti del trekking e della natura di tutto il mondo giungono da queste parti per meravigliarsi e entrare in contemplazione con un luogo come questo. Come un miraggio nella polvere le cupole azzurre di questo monastero appaiono infatti dal nulla dopo distese di sassi color ocra e roccia rossa del deserto. Una meraviglia per il cuore e l’anima.

Storia millenaria tra fede e resilienza

Il Monastero di San Giorgio di Choziba fu originariamente costruito intorno a una grotta nel 420 d.C. da cinque eremiti. Questi scelsero questo luogo in quanto situato vicino alla grotta dove il profeta Elia si fermò in fuga dal Sinai venendo nutrito per mesi dai corvi.
Tantissimi monaci vennero attratti da questo luogo così spirituale e questo complesso monastico venne dedicato a San Giorgio il Chozibita.

Nel VI secolo d.C. i persiani giunsero poi nella valle e massacrarono i monaci che abitavano lì. Da quel preciso momento il monastero rimase in stato di completo abbandono per ben 500 anni. Successivamente i crociati, nel 1179 d.C., si insediarono in questo spazio e tentarono di restaurarlo fino alla loro cacciata. Nel 1878 venne costruito l’attuale edificio a cura dalla Chiesa Greco-Ortodossa. Oggi il monastero di San Giorgio di Choziba è abitato da pochi monaci che continuano a vivere secondo l’antica tradizione e aprono le porte a pellegrini e turisti.

Architettura e luoghi sacri

Il Monastero di San Giorgio di Choziba è una straordinaria costruzione in pietra bianca sospesa e immersa nell’arida roccia desertica. Si tratta di un’architettura meravigliosa e desolata qui dove vivono solo i monaci accompagnati dal silenzio e dalla fede. Il Monastero di Choziba, che ospita anche un ossario con i resti dei 14 monaci martirizzati dai persiani, è composto da tre livelli che includono:

  • la chiesa principale dedicata alla Vergine Maria, presenta una cupola e mosaici bizantini, tra cui l’aquila bicefala simbolo dell’Impero Bizantino,
  • la cappella di San Giovanni e San Giorgio che contiene un pavimento a mosaico risalente al VI secolo e le reliquie di San Giovanni di Choziba,
  • la grotta del Profeta Elia dove, secondo la tradizione, il profeta trovò rifugio e fu nutrito dai corvi per tre anni e sei mesi. La grotta è decorata con affreschi antichi assolutamente da vedere.
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Fonte: iStock
Monastero di San Giorgio di Choziba

Come raggiungere il Monastero di San Giorgio di Choziba

Il monastero si trova a circa 9 km da Gerico e 20 km da Gerusalemme. Un tempo questo luogo era accessibile solo a piedi attraverso una strada dissestata. Bisognava calarsi nel profondo canyon roccioso camminando lungo un sentiero soleggiato facendosi aiutare solo eventualmente dai muli. Oggi però le cose sono cambiate e il monastero è accessibile anche attraverso una nuova strada.

  • In auto: nel 2010 è stata costruita una strada. Dalla Highway 1, che collega Gerusalemme a Gerico – nell’itinerario che scende verso il Mar Morto – bisogna seguire le indicazioni per Mitzpeh Yeriho e prendere quindi la strada che conduce al Canyon di Nahal Prat. Da qui, dopo aver parcheggiato, bisogna percorrere un pezzetto a piedi,
  • in autobus  – n. 486, 487 –  percorrendo sempre l’autostrada 1 da Gerusalemme e uscendo a Mizpe Yericho,
  • a piedi percorrendo sentieri panoramici da Gerico o Mizpe Yericho attraverso il Wadi Qelt, con un livello di difficoltà medio-difficile.

Orari di visita e consigli utili

La visita al Monastero di San Giorgio di Choziba è da inserire in programma durante un viaggio on the road in questa zona. Questo monastero è anche citato nelle scritture come luogo di ritiro spirituale di Gioacchino – padre di Maria di Narareth – che proprio qui ricevette la visita di un angelo che gli preannunziava la gravidanza di sua moglie Anna. Ecco alcune informazioni e consigli utili per visitare questo luogo:

  • orari di apertura: tutti i giorni dalle 8 alle 11 e dalle 15 alle 17. Il sabato l’orario di visita è invece dalle 9 alle 12,
  • ingresso libero,
  • abbigliamento: essendo un monastero è richiesto un abbigliamento rispettoso e consono per il luogo,
  • attrezzatura: si consiglia di indossare scarpe da trekking e portare acqua e protezione solare, data la posizione desertica del sito.

Eventi e celebrazioni

Il 20 gennaio di ogni anno si celebra la festa di San Giorgio, patrono del monastero. In questa data molti pellegrini e religiosi ortodossi giungono qui da ogni parte di mondo per festeggiare insieme con cerimonie religiose e momenti conviviali aperti a tutti.
Inoltre, in ogni periodo dell’anno, sono invece tante le donne che lo raggiungono per chiedere la grazia della maternità vista la citazione del luogo nei vangeli.

In alternativa inserire questa tappa del Monastero di Choziba in un itinerario di viaggio in Israele, sarà sicuramente non deludente. Un luogo spirituale, bello e indimenticabile come altrettanto lo è il deserto di Giuda soprattutto se visitato alle prime luci dell’alba.

Cammino di San Benedetto: il trekking tra natura e spiritualità

Par : cdelgiudice
23 avril 2025 à 17:31

Il Cammino di San Benedetto è un itinerario a piedi di circa 300 km, che collega Norcia (luogo di nascita di San Benedetto) a Montecassino (dove si trova la sua tomba), attraversando l’Umbria e il Lazio. Si tratta di un percorso spirituale e naturalistico che si sviluppa lungo 20 tappe, prevalentemente su sentieri collinari, strade sterrate e tratti di montagna, toccando borghi medievali, monasteri, eremi e paesaggi straordinari.

Questo cammino, sebbene meno noto di altri percorsi italiani, è perfettamente segnalato, molto curato e capace di offrire un’esperienza intensa, che coniuga ritmo lento, natura e silenzio. È adatto a camminatori con un livello medio di allenamento: non ci sono tratti tecnici, ma la lunghezza e i dislivelli di alcune tappe richiedono preparazione.

Storia del Cammino di San Benedetto

Il cammino ripercorre i luoghi legati alla vita di San Benedetto da Norcia, fondatore dell’Ordine Benedettino e figura fondamentale del monachesimo occidentale. Nato a Norcia nel 480 d.C., visse tra l’Umbria e il Lazio, fondando numerosi monasteri e diffondendo la regola “Ora et Labora”, che ha plasmato la cultura spirituale e sociale dell’Europa medievale.

Tra i luoghi più significativi ci sono Subiaco, dove visse da eremita per anni e fondò dodici monasteri, e Montecassino, dove scrisse la Regola di San Benedetto e fondò l’abbazia madre del suo ordine. Il cammino tocca anche luoghi simbolici come Cascia, Rieti, Rocca Sinibalda, Tivoli, in un viaggio che attraversa secoli di spiritualità, architettura e paesaggi ancora incontaminati.

Le 16 tappe del Cammino di San Benedetto

Il Cammino di San Benedetto si articola in 16 tappe e attraversa l’Appennino centrale da Norcia a Montecassino, seguendo le orme del Santo in un itinerario lineare e coerente, che tocca i luoghi più significativi della sua vita e della spiritualità benedettina.

Tappa 1: Norcia – Cascia

(17,4 km, 648 m D+, 5h30m)

Il cammino comincia nel cuore di Norcia, la città dove nacque San Benedetto. L’emozione della partenza si mescola al silenzio delle vie antiche e al paesaggio che già si apre davanti. Dopo i primi chilometri, la strada comincia a salire con decisione: si attraversano colline coperte di boschi, prati aperti e piccoli borghi.

La salita è continua ma mai troppo dura, e regala scorci splendidi sulla Valnerina. Arrivati a Cascia, si viene accolti dalla presenza forte del Santuario di Santa Rita, meta di pellegrinaggi da tutto il mondo. È una tappa che mette alla prova le gambe, ma che offre fin da subito il senso del cammino: lentezza, silenzio, e spiritualità diffusa.

Tappa 2: Cascia – Monteleone di Spoleto

(15,8 km, 530 m D+, 5h)

Si lascia Cascia percorrendo strade secondarie e sentieri che attraversano una campagna ampia e silenziosa. La salita iniziale è dolce e progressiva, mentre il percorso si snoda tra colline e altopiani, con pochi centri abitati. Il cammino qui ha un ritmo tranquillo, perfetto per chi vuole rallentare e iniziare a trovare un passo più meditativo.

Monteleone di Spoleto appare all’improvviso su un crinale, con le sue mura antiche e le viuzze in pietra. È uno dei borghi più alti dell’Umbria e conserva un’atmosfera autentica, quasi fuori dal tempo. Conviene arrivare con un po’ di margine per esplorarla.

Tappa 3: Monteleone – Leonessa

(13,9 km, 234 m D+, 4h30m)

Dopo due giornate intense, questa tappa più breve permette di rifiatare. Si parte in discesa, lungo una valle che apre lo sguardo verso il Lazio. Il paesaggio è vario: boschi, campi coltivati, e tratti di strada bianca. Non ci sono difficoltà tecniche, ed è una buona occasione per ascoltare il silenzio e osservare i dettagli.

Leonessa è un borgo accogliente, con un centro storico ben conservato e tutto ciò che serve per un pellegrino: bar, farmacia, negozi. Qui si respira già un’aria diversa, più montana, e si inizia a percepire l’isolamento di alcune tappe che verranno.

Tappa 4: Leonessa – Poggio Bustone

(18,7 km, 697 m D+, 6h)

La quarta tappa è una delle prime vere sfide fisiche del cammino. Si comincia in piano, poi si affrontano tratti in salita alternati a discese più ripide. Si attraversano boschi densi e si cammina su sentieri poco battuti, con un senso di solitudine che in certi momenti può diventare potente.

Ma proprio in questo isolamento si comprende lo spirito del cammino. L’arrivo a Poggio Bustone, in alto sulla valle, è particolarmente suggestivo. Il paese è legato anche a San Francesco, e ospita un eremo affacciato sulla pianura reatina. La salita finale è ripagata da un senso di pace e da un panorama ampio e luminoso.

Tappa 5: Poggio Bustone – Rieti

(20,4 km, 405 m D+, 5h)

La tappa comincia con una lunga discesa, tra boschi e sentieri che si fanno via via più aperti. Si entra nella Valle Santa di Rieti, uno dei luoghi più ricchi di spiritualità del centro Italia. Il percorso non presenta particolari difficoltà, ma è piuttosto lungo, quindi conviene partire con un buon ritmo.

L’arrivo a Rieti segna il passaggio a una dimensione più urbana: la città è viva, con un bel centro storico e tutti i servizi necessari per rifornirsi. È un buon punto per riposarsi, organizzare le tappe successive e, se serve, fare una piccola manutenzione allo zaino o all’equipaggiamento.

Tappa 6: Rieti – Rocca Sinibalda

(21,6 km, 588 m D+, 6h)

Una tappa dal profilo collinare, molto varia, che alterna sentieri boscosi a tratti di campagna aperta. I primi chilometri sono facili, poi la salita si fa più costante man mano che ci si avvicina a Rocca Sinibalda, borgo raccolto e dominato da un castello che sembra uscito da una fiaba.

Il colpo d’occhio è notevole, soprattutto quando si arriva nel tardo pomeriggio, con la luce bassa sui tetti in pietra. Non ci sono molti servizi lungo la tappa, quindi è importante portare acqua e qualcosa da mangiare. In compenso, la quiete è totale.

Tappa 7: Rocca Sinibalda – Castel di Tora

(18 km, 620 m D+, 6h)

Il cammino prosegue tra saliscendi regolari e boschi che si aprono all’improvviso su vedute spettacolari del Lago del Turano. È una delle tappe più belle dal punto di vista paesaggistico: i riflessi sull’acqua, i profili delle montagne, i borghi in pietra che si affacciano sul lago rendono il percorso memorabile.

Castel di Tora è un piccolo gioiello, arroccato sul lago, con poche strutture ma molto accoglienti. In estate può essere affollato nei weekend, in bassa stagione invece si gode di un silenzio perfetto. L’ultimo tratto in salita può essere faticoso se fatto nel caldo: meglio partire presto.

Tappa 8: Castel di Tora – Orvinio

(22,6 km, 1.078 m D+, 7h)

Una tappa lunga, con un dislivello impegnativo e lunghi tratti immersi nel bosco. È una di quelle giornate in cui si cammina tanto e si parla poco: le salite sono numerose e i punti di ristoro assenti. Il sentiero è ben segnato ma isolato, e nei mesi più caldi è importante portare molta acqua.

Quando si arriva a Orvinio, uno dei borghi più belli del Lazio, il senso di fatica si mescola alla soddisfazione. L’atmosfera qui è autentica e tranquilla, con strutture semplici e persone abituate ad accogliere chi arriva a piedi. È una tappa che richiede costanza, ma regala una sensazione profonda di avanzamento.

Tappa 9: Orvinio – Mandela

(22,1 km, 726 m D+, 7h)

Si parte da Orvinio lasciandosi alle spalle i crinali silenziosi del Parco dei Monti Lucretili, per scendere progressivamente verso territori più dolci e aperti. Il paesaggio cambia: dalle faggete si passa a colline punteggiate di uliveti e casali isolati. È una tappa lunga, ma con un dislivello ben distribuito e poche vere difficoltà tecniche.

Attenzione però ai tratti assolati, specie in estate: è bene partire presto e avere con sé una buona scorta d’acqua. L’arrivo a Mandela, borgo discreto e raccolto, segna l’ingresso in un’area più densamente abitata. Gli alloggi sono pochi: conviene prenotare.

Tappa 10: Mandela – Subiaco

(21,2 km, 662 m D+, 6h)

Questa tappa ha un valore simbolico importante: porta a Subiaco, uno dei luoghi più legati alla figura di San Benedetto. Il percorso si snoda tra colline, tratti boscosi e strade secondarie, con salite e discese mai troppo impegnative ma costanti.

L’arrivo è spettacolare: ci si avvicina alla cittadina dominata dai Monasteri di San Benedetto e di Santa Scolastica, incastonati nella roccia, in una gola scavata dal fiume Aniene. Vale la pena fermarsi un giorno in più per visitarli con calma: il Sacro Speco, in particolare, è uno dei luoghi spirituali più intensi del cammino.

Tappa 11: Subiaco – Trevi nel Lazio

(15,2 km, 1.107 m D+, 5h30m)

Nonostante la distanza contenuta, questa tappa è una delle più impegnative in salita dell’intero cammino. Il dislivello si fa sentire, ma la bellezza dei boschi dei Monti Simbruini e la qualità dei sentieri aiutano a mantenere il ritmo.

Dopo ore di salita in mezzo al verde, si sbuca tra le case di Trevi nel Lazio, borgo di montagna autentico e poco turistico, adagiato su un crinale. I servizi sono pochi ma sufficienti. È una giornata che mette alla prova le gambe, ma rafforza il senso di progressione del cammino.

Tappa 12: Trevi nel Lazio – Guarcino

(17,4 km, 776 m D+, 5h30m)

Si parte con una discesa tra i boschi, che lascia spazio a tratti più collinari e aperti. Questa tappa offre un bel mix di ambienti: tratti ombrosi alternati a panorami ampi sulla valle. Guarcino è un paese vivo, con negozi e bar, ottimo per una sosta ristoratrice.

Il percorso è ben segnalato, ma in caso di pioggia alcuni tratti nel bosco possono essere scivolosi. Vale la pena fare scorte qui: le tappe successive sono più solitarie e servite da meno strutture.

Tappa 13: Guarcino – Vico nel Lazio

(17,7 km, 725 m D+, 5h)

Una giornata tranquilla, con un percorso ondulato tra boschi di querce e ulivi, piccoli campi e crinali erbosi. È una tappa di respiro e contemplazione, senza particolari difficoltà, ma che invita a rallentare e godersi l’ambiente.

L’arrivo a Vico nel Lazio, borgo cinto da mura medievali perfettamente conservate, è suggestivo. Il paese è piccolo e molto accogliente, e in serata il silenzio domina. Una tappa che ricarica lo spirito senza affaticare troppo il corpo.

Tappa 14: Vico nel Lazio – Collepardo

(13,2 km, 716 m D+, 4h30m)

Tappa breve ma ricca di salite, da non sottovalutare. Dopo un tratto iniziale panoramico, si entra in una zona più selvaggia, dove i sentieri salgono tra boschi e rocce. In prossimità di Collepardo, il paesaggio diventa sempre più spettacolare.

Il paese è posto su un’altura e regala ampie vedute sulla valle. Da qui si può deviare per visitare la vicina Certosa di Trisulti, un luogo che merita assolutamente. Il consiglio è di arrivare presto e prendersi il tempo per l’escursione pomeridiana.

Tappa 15: Collepardo – Casamari

(14,8 km, 331 m D+, 4h30m)

Tappa più tranquilla e meno impegnativa, perfetta per recuperare energie. Si scende dolcemente tra colline e paesaggi agricoli, su un percorso sempre ben tracciato.

L’arrivo a Casamari è emozionante per chi ama l’architettura sacra: l’Abbazia di Casamari, in stile gotico-cistercense, è tra le più belle d’Italia. È possibile visitarla e, in alcuni periodi, pernottare nelle foresterie adiacenti. Una tappa che invita alla calma, alla riflessione e al raccoglimento.

Tappa 16: Casamari – Montecassino

(29,1 km, 1.112 m D+, 8h)

L’ultima tappa è la più lunga e impegnativa: quasi trenta chilometri e oltre mille metri di dislivello per raggiungere la meta finale. Si attraversano borghi, colline e lunghi tratti su sentieri di crinale, fino all’imponente Abbazia di Montecassino, visibile da lontano, in cima al monte.

L’emozione cresce passo dopo passo, fino a diventare travolgente negli ultimi chilometri di salita. Arrivati in cima, si può accedere alla tomba di San Benedetto, concludendo il cammino nel luogo dove visse gli ultimi anni della sua vita. È una giornata da affrontare con rispetto, buon passo e orari ben calcolati: l’arrivo a Montecassino segna il compimento di un percorso che è insieme fisico e interiore.

Quando partire per il cammino benedettino

Il Cammino di San Benedetto si sviluppa tra l’Appennino umbro-laziale e la Ciociaria, zone caratterizzate da dislivelli importanti, boschi fitti e panorami aperti sulle valli. Il periodo migliore per intraprenderlo va da maggio a ottobre, quando le giornate sono lunghe e i sentieri più praticabili. In primavera, i prati si riempiono di fioriture spontanee e le foreste si risvegliano in una varietà di toni verdi che accompagnano il camminatore tra Norcia, Cascia e Monteleone di Spoleto. In autunno, i colori caldi dei boschi della Valle dell’Aniene o del Parco dei Monti Simbruini restituiscono al cammino un’atmosfera raccolta e meditativa.

L’inverno non è consigliato: l’altitudine di alcuni tratti (come tra Leonessa e Poggio Bustone) può comportare neve e fango, rendendo le tappe difficoltose. D’estate, invece, è meglio partire presto al mattino, soprattutto nelle tappe che attraversano zone più esposte, come quelle tra Rocca di Corno, Collepardo e Arpino, per evitare le ore più calde.

Dove dormire

Una delle esperienze più autentiche del Cammino di San Benedetto è l’incontro con la cultura dell’ospitalità benedettina. In diversi tratti è possibile pernottare in monasteri, conventi e strutture religiose, dove l’accoglienza si basa sul principio “ora et hospita“: preghiera e ospitalità. A Subiaco, è possibile alloggiare nei pressi del Sacro Speco, uno dei santuari più suggestivi d’Italia, incastonato nella roccia, dove il tempo sembra essersi fermato.

Quando non si trova ospitalità religiosa, si può contare su B&B, case private e piccoli alberghi gestiti da persone del luogo, spesso sensibili alla spiritualità del cammino. A Trevi nel Lazio, Casamari o San Pietro Infine, è facile essere accolti con semplicità, magari con un pasto preparato in casa e racconti del posto. La prenotazione è consigliata, specie nelle zone più isolate, dove le alternative sono poche. In alcune tappe (come a Filettino o Roccasecca), si sta sviluppando una rete di ospitalità a donativo dedicata ai pellegrini del cammino, in espansione grazie al lavoro di associazioni locali.

La credenziale

La Credenziale del Cammino di San Benedetto è molto più di un semplice taccuino di timbri: è un simbolo di appartenenza, una traccia concreta del viaggio intrapreso sulle orme del Santo. Ogni pellegrino può richiederla compilando un modulo online, che consente di riceverla comodamente per posta o di scegliere un punto di ritiro sul percorso. In caso di gruppi o coppie, è sufficiente compilare un solo modulo, indicando nel campo apposito i nomi di tutti i partecipanti: le credenziali verranno spedite insieme all’indirizzo indicato.

Per chi preferisce ritirarla all’inizio del cammino, sono numerosi i punti di distribuzione a Norcia, tra cui l’Ostello Capisterium, il Bar d’Angelisa in Piazza San Benedetto (aperto dalle 6 alle 23), l’Edicola del Corso, l’Hotel Benito e l’Emporio della Sibilla. A Subiaco, invece, la credenziale si può trovare presso il negozio di souvenir dell’Abbazia di Santa Scolastica, punto di riferimento storico e spirituale del tratto centrale del cammino.

Perché scegliere il Cammino di San Benedetto

Il Cammino di San Benedetto è diverso dagli altri cammini italiani. È meno affollato, più silenzioso, spesso più isolato, ma proprio per questo regala un’esperienza profonda, lontana dalla frenesia e dal rumore. È un percorso che alterna spiritualità, natura e autenticità, senza forzature. Non c’è bisogno di essere religiosi per percorrerlo: basta avere il desiderio di camminare in modo vero, continuo, per giorni, attraversando paesaggi che cambiano, borghi dimenticati e luoghi pieni di memoria.

È un cammino che non ti prende per mano, ma ti lascia spazio: spazio per pensare, per ascoltare il tuo passo, per accettare la fatica e scoprire quanto può fare bene una giornata passata tra cielo, alberi e silenzio. Dà tanto, ma non subito: è un cammino che va vissuto con pazienza, giorno dopo giorno, lasciandosi guidare dalla regola benedettina che lo ispira — ora et labora, prega e lavora, ma soprattutto cammina.

Chi lo sceglie spesso non cerca la meta, ma una trasformazione lenta. E il Cammino di San Benedetto, con la sua austerità gentile, la offre a chi sa guardare con occhi semplici.

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