Il silenzio del deserto possiede una frequenza specifica, quella del vento che solleva granelli di sabbia dorata mentre il sole emerge dalle creste rocciose. E in particolare questo si avverte nella Penisola del Sinai, un triangolo di terra arida che congiunge Africa e Asia, circondata da un mare di roccia magmatica dalle sfumature ocra e violacee. Proprio qui, tra montagne severe, appare all’improvviso il Monastero di Santa Caterina, in quello che è uno spazio che risulta piuttosto distante dall’idea classica d’Egitto fatta di fiumi e templi monumentali.
Ci troviamo ai piedi del Monte Sinai, la montagna sacra che la tradizione indica quale luogo della consegna dei Dieci Comandamenti, un posto che rappresenta un crocevia di fedi, con radici che affondano in tradizioni ebraiche, cristiane e islamiche: vi sono custodite reliquie che legano il passato al presente.
Visitare Giza è una di quelle esperienze che restano cucite addosso, come il vento caldo del deserto che accarezza i capelli mentre ci si avvicina alle tre piramidi più celebri del pianeta. Ogni volta che ci si trova davanti è come sostare in un luogo sospeso nel tempo, dove ogni granello di sabbia racconta la storia di un popolo che ha costruito monumenti capaci di sfidare i millenni molto meglio di qualsiasi tecnologia moderna.
Stavolta proprio qui, nella piramide “minore” del trio, quella di Micerino, arriva una scoperta che profuma di avventura da videogame, di porte nascoste e di misteri ancora vivi dopo oltre quattro millenni: due cavità nascoste sotto la sua facciata orientale, un indizio che suggerisce l’esistenza di un possibile ingresso segreto rimasto invisibile per millenni. Un colpo di scena che accende l’immaginazione di chi ama il viaggio come possibilità di entrare appieno dentro le storie, senza starsene a guardarle da lontano.
Le nuove cavità scoperte nella Piramide di Micerino
Le ultime scansioni condotte nell’ambito del progetto internazionale ScanPyramids hanno rivelato la presenza di due cavità interne sotto la facciata orientale della piramide di Micerino. È un dettaglio meno tecnico di quanto sembri, perché proprio su quel lato gli studiosi sospettano da tempo la presenza di un ingresso alternativo, quasi una porta dimenticata dal tempo.
Le cavità scoperte, descritte come “anomalie strutturali” dai ricercatori dell’Università del Cairo, dell’Università Tecnica di Monaco e dell’Istituto per l’Innovazione e la Conservazione del Patrimonio in Francia, si trovano immediatamente dietro un gruppo di blocchi di granito insolitamente levigati ed è qui che la storia si fa interessante: quella particolare finitura è presente quasi esclusivamente nell’area dell’ingresso ufficiale sul lato nord.
Le tecniche utilizzate per la scoperta sembrano uscite da un romanzo di fantascienza: georadar, ultrasuoni e tomografia di resistività elettrica, tutte modalità di indagine non invasive che permettono di vedere oltre la superficie senza muovere nemmeno un granello di sabbia. Come se si potesse fare un’ecografia al cuore di un monumento. Le nuove scansioni hanno evidenziato la presenza di due cavità piene d’aria poste rispettivamente a circa 1,4 e 1,13 metri dietro la facciata. La loro configurazione è abbastanza piccola da non far pensare a camere interne, ma abbastanza regolare da suggerire una funzione precisa, magari proprio quella di schermare o proteggere un varco oggi coperto.
L’ipotesi non è nuova: già nel 2019 il ricercatore Stijn van den Hoven aveva suggerito la possibilità di un secondo ingresso proprio su quel lato. Ora però c’è un indizio concreto che riporta Micerino sotto i riflettori.
Perché questa scoperta può cambiare il modo di visitare Giza
Per chi ama viaggiare, questa notizia non è solo un aggiornamento accademico. Immaginare un futuro in cui queste scoperte porteranno a nuovi percorsi di visita è inevitabile. Non succederà subito, ma ogni nuovo dettaglio rende l’idea più concreta. Per ora sappiamo solo che il lato orientale non è così “muto” come credevamo e questo, per chi sogna viaggi che non sono solo cartoline ma immersioni totali nel passato e nell’antico Egitto, è una promessa di quelle che fanno venire voglia di tornare nel Paese anche domani. Gizacontinua a cambiare forma dentro la nostra immaginazione, e proprio per questo resta una delle mete più magnetiche del pianeta: più la studi, più ti accorgi che non hai ancora visto abbastanza.
L’annuncio dell’apertura ufficiale delle pre-reservation per “Dream of the Desert” segna un momento chiave per l’evoluzione del turismo di lusso in Arabia Saudita. Arsenale S.p.A., azienda italiana specializzata nella creazione di esperienze ferroviarie di alta gamma, presenta al pubblico internazionale il suo primo progetto extra-europeo completamente realizzato in Italia, destinato a rivoluzionare il concetto di viaggio su rotaia nell’intero Golfo.
A partire dalla fine del 2026, il treno ultra-lusso attraverserà il cuore della penisola arabica, per offrire ai passeggeri un itinerario immersivo tra paesaggi desertici, siti archeologici millenari e ospitalità d’élite.
La collaborazione tra Italia e Arabia Saudita
La presentazione ufficiale è avvenuta durante Tourise, appuntamento internazionale dedicato al turismo di alta gamma, dove Arsenale ha siglato due accordi fondamentali con la Saudi Tourism Authority e il Tourism Development Fund.
Si tratta di un doppio Memorandum of Understanding che consolida l’alleanza tra il know-how italiano e la visione strategica saudita, e pone le basi per un progetto sostenuto sia in termini di finanziamento sia di promozione globale.
L’obiettivo condiviso è quello di dare vita a un nuovo modello di turismo esperienziale che unisca lusso, cultura e sostenibilità, contribuendo al percorso di trasformazione del Regno avviato con la Vision 2030.
Un treno Made in Italy pensato per il deserto saudita
Credits Stephan Juillard Ufficio StampaL’elegante interno del treno Dream of the Desert
Il valore simbolico e culturale del progetto si riflette nella sua intera realizzazione, affidata a maestranze italiane negli hub di Brindisi e Bergamo.
Le quattordici carrozze compongono un ambiente che fonde precisione tecnologica, comfort contemporaneo e estetica ricercata, dando vita a 31 suite e due suite Reali per un totale di 66 ospiti. Gli interni, progettati dall’architetta Aline Asmar d’Amman e dal suo studio Culture in Architecture, reinterpretano il design italiano con riferimenti all’ospitalità saudita, in un dialogo costante tra due mondi culturali. Ogni vagone diventa così una galleria viaggiante, dove materiali, decorazioni e geometrie rimandano alle tradizioni del Regno e alle linee pulite del lusso italiano.
Cinque itinerari per scoprire il Regno
La proposta di viaggio è articolata in cinque itinerari tematici che permettono di esplorare altrettante sfaccettature del paesaggio saudita e della sua identità culturale.
Il percorso “The Northern Sands” accompagna i passeggeri per tre giorni da Riyadh ad Al Jouf, tra antiche fortezze e formazioni rocciose ricoperte di incisioni preistoriche, fino a una notte immersiva tra le dune sotto un cielo stellato; “A Taste of AlUla” mette invece in dialogo la modernità della capitale con il patrimonio millenario della regione di AlUla, proponendo un viaggio che culmina in esperienze su misura ideate in collaborazione con AlUla Destination. “Whispers of Jubbah” concentra in due giorni il sito archeologico di Jubbah e la visita di Diriyah, culla storica della nazione.
Dream of the Desert propone anche occasioni pensate per momenti dell’anno significativi: con “Ramadan Nights”, l’esperienza di bordo si trasforma in un momento di raccoglimento e convivialità raffinata, con iftar e suhoor serviti nel silenzio del deserto e una sessione di osservazione delle stelle dopo il pasto serale. Durante l’estate, l’itinerario “Summer Mirage” disegna un breve percorso da e per Riyadh che valorizza il fascino delle atmosfere desertiche nei mesi più caldi, con eventi dedicati, cucina gourmet e un’accoglienza concepita per garantire massimo comfort.
Un lussuoso viaggio di 1.300 chilometri
Credits Stephan Juillard Ufficio StampaSontuoso salotto del treno Dream of the Desert
Il progetto nasce anche da una solida partnership con Saudi Arabia Railways e coinvolge il Ministero della Cultura, la Saudi Tourism Authority e altre istituzioni nazionali.
L’obiettivo è integrare in ogni dettaglio il patrimonio culturale saudita, e trasformare il tragitto ferroviario in una narrazione itinerante lunga circa 1.300 chilometri. Come ha dichiarato Paolo Barletta, CEO di Arsenale, il treno rappresenta un ponte tra Italia e Arabia Saudita basato su innovazione, artigianalità e valorizzazione del territorio. È un’iniziativa che intende aprire la strada a nuovi progetti condivisi e consolidare la presenza italiana nella mobilità di lusso del futuro.
Pre-reservation, prezzi e modalità di partecipazione
Per accedere alla fase di pre-reservation, già attiva, è sufficiente collegarsi al sito ufficiale e versare un deposito di 3.000 SAR, che garantisce una priorità assoluta nel momento dell’apertura delle prenotazioni definitive. L’importo sarà poi scalato dal prezzo finale del viaggio e consentirà ai partecipanti di ricevere un invito all’esclusivo evento inaugurale che si terrà in Arabia Saudita.
I biglietti partiranno da 30.000 SAR (pari a 6.900 euro) per cabina a notte, con tariffe variabili in base alla durata dell’itinerario e alla data di partenza. Un costo che posiziona “Dream of the Desert” tra le esperienze ferroviarie di lusso più esclusive al mondo, pensata per un pubblico internazionale alla ricerca di un viaggio spettacolare e legato alla scoperta delle terre ancora poco esplorate del Regno.
Nel 2026 il turismo si tinge di curiosità scientifica. Sempre più viaggiatori scelgono esperienze che uniscono avventura e ricerca, scoprendo il mondo non solo come visitatori, ma anche come protagonisti attivi nella tutela dell’ambiente. È il Citizen Science Tourism, o turismo scientifico partecipativo, un trend in crescita che trasforma il viaggio in una missione collettiva: raccogliere dati, osservare specie, monitorare ecosistemi.
Il viaggio del futuro sarà sempre più consapevole. Dalle barriere coralline alle foreste tropicali, fino alle stelle sopra i deserti, ogni destinazione può diventare un laboratorio a cielo aperto. Ecco alcune esperienze speciali che si possono vivere nel mondo.
Monitorare le barriere coralline
Nel cuore dei mari tropicali, sub e snorkeler possono unirsi a programmi di ricerca che coinvolgono volontari nel monitoraggio dello stato delle barriere coralline. I partecipanti imparano a osservarne lo stato di salute, a identificare specie chiave e a registrare i dati utili alla conservazione marina globale.
Dalle acque dell’Australia a quelle del Belize, fino alle Filippine, il viaggio diventa un’occasione per “fare la differenza” sotto la superficie dell’oceano. Ogni osservazione contribuisce a una banca dati internazionale, trasformando la passione per il mare in un gesto concreto per il pianeta.
iStockBelize con la sua incredibile barriera corallina
Alla ricerca della biodiversità nelle foreste
Le foreste tropicali e temperate si trasformano in aule naturali per i nuovi “eco-esploratori”. In Costa Rica, Borneo o Madagascar, i progetti di citizen science invitano i viaggiatori a documentare piante, insetti e uccelli rari, lavorando insieme ai ricercatori locali.
Queste iniziative promuovono un turismo etico e responsabile, in cui ogni dato raccolto contribuisce alla protezione di ecosistemi fragili. La scienza incontra così il viaggio lento, dove si osserva, si ascolta e si apprende dal ritmo della natura.
iStockNella foresta a Bandung, Indonesia
Osservatori nei parchi nazionali
Negli Stati Uniti, il Glacier National Park è un esempio di come il turismo scientifico possa supportare la conservazione. I visitatori partecipano a programmi di monitoraggio delle capre montane, dei rapaci e delle specie a rischio.
In Europa, iniziative simili nei parchi alpini e pirenaici coinvolgono escursionisti nella raccolta di dati su flora e fauna. Queste esperienze uniscono avventura e ricerca, offrendo la possibilità di contribuire attivamente alla gestione dei parchi naturali.
L’astroturismo scientifico tra le stelle
Per chi ama guardare il cielo, l’astroturismo offre una dimensione unica del citizen science tourism. In regioni certificate come “dark sky destinations” i viaggiatori possono partecipare a progetti che uniscono osservazioni astronomiche e tecnologia digitale.
Con telescopi intelligenti e app di rilevamento, si contribuisce a mappare costellazioni e fenomeni celesti, trasformando la passione per l’astronomia in un’esperienza collettiva e immersiva.
iStockLa via lattea in Cina
Combattere l’inquinamento luminoso
Un’altra forma di citizen science in viaggio è quella che invita cittadini e turisti a misurare la luminosità del cielo notturno. Basta confrontare le stelle visibili con modelli forniti via app per raccogliere dati sull’inquinamento luminoso.
È un’attività ideale durante soggiorni in borghi rurali o riserve naturali, dove il cielo torna protagonista. Anche senza strumenti avanzati, si diventa custodi della notte, contribuendo alla tutela di un bene prezioso per tutti: il buio naturale.
Un’importante scoperta riscrive la storia: un gruppo di archeologi ha riportato alla luce una fortezza del Nuovo Regno, la più grande di sempre. Nei pressi di Sheikh Zuweid è stato individuato a Tell El-Kharouba l’importante ritrovamento.
Siamo non molto distanti da dove giace l’antica via di Horus, la rotta conosciuta per collegare l’Egitto alla Siriae alla Mesopotamia. L’autostrada nel deserto è stata percorsa da eserciti, re e carovane e oggi torna a far parlare di sé con un nuovo tassello.
Scoperta la grande fortezza di Tell El-Kharouba
Il Ministero Egiziano del Turismo e delle Antichità ha rivelato che la fortezza scoperta risale al Nuovo Regno, tra il 1550 e il 1070 a.C., uno dei periodi d’oro dell’antico Egitto, quando i faraoni facevano sentire il loro potere fino al Levante. E indovinate un po’? A Tell El-Kharouba è riemerso un forte gigante di oltre 8.000 metri quadrati. Una vera e propria fortezza da record, tra le più imponenti mai trovate ai confini dell’Egitto.
Quanto è straordinaria la scoperta? La fortezza supera di tre volte la grandezza di quella trovata nello stesso luogo negli anni ’80. Basti pensare che il muro meridionale rinvenuto misura 105 metri di lunghezza e 2,5 metri di spessore. Sono presenti ben 11 torri e un ingresso di 2,2 metri. Una vera e propria macchina da guerra studiata per resistere agli assalti e a chiunque osasse sfidarla.
All’interno, gli studiosi hanno ritrovato un muro di 75 metri: il suo scopo era quello di dividere la struttura in due sezioni, una operativa e una residenziale. Grazie agli scavi sono poi emersi ambienti destinati ai soldati: a testimoniarlo sono i resti di forni per il pane, vasi di stoccaggio e tracce di impasto pietrificato.
Il colpo di scena è arrivato quando scavando una delle torri è stata trovata una deposizione di fondazione della XVIII dinastia. Il vaso inciso con cartiglio di Thutmose I richiama il periodo di massima espansione dell’Egitto sotto la guida del faraone guerriero. Un dettaglio preziosissimo per le pagine di storia, che conferma la funzione strategica di questa fortezza nel periodo di grande ambizione militare.
L’importanza della scoperta
Gli studi iniziali hanno mostrato le diverse fasi di ampliamento e restauro della fortezza che è cambiata nel tempo. Il portale a sud è stato modificato più volte, riflettendo le esigenze militari che mutavano nel tempo. Gli esperti svelano che proprio queste ricostruzioni hanno raccontato molto delle politiche difensive dell’antico Egitto.
Il team di professionisti ha spiegato che Tell El-Kharouba apparteneva a una rete di fortificazioni estesa lungo tutto il Nord del Sinai, affiancandosi a siti quali Tell Habwa, Tower Hill e White Hill. Insieme formavano una vera e propria catena di controllo, una sorta di “muraglia del deserto” per monitorare i movimenti che provenivano da oriente e proteggere così le rotte commerciali.
Gli archeologi prevedono di proseguire gli scavi per portare alla luce le sezioni ancora sepolte della fortezza e, soprattutto, per esplorare un porto militare vicino che, secondo le prime ipotesi, riforniva la fortezza con uomini, armi e provviste contribuendo alla grandezza dell’impero.
C’era una volta un treno che sembrava uscito da un romanzo d’avventura. Non percorreva le rotaie europee di Parigi o Londra ma aveva vagoni rossi riconoscibili che attraversavano la Tunisia. Oggi il mitico Lézard Rouge torna a vivere e insieme a lui riprende la linea ferroviaria Métlaoui–Tozeur, una tratta che sembrava destinata a rimanere solo nei ricordi dei più nostalgici.
Dopo anni di silenzio, la Tunisia rimette sui binari il treno storico che collega Métlaoui a Tozeur attraverso le gole del Selia e le oasi infinite del Djerid.
Il ritorno del treno storico Lézard Rouge
Il Lézard Rouge è un pezzo di storia che sembra respirare ancora l’aria luxury della Belle Époque. Nato nel 1910 nei laboratori belgi di Louvain e rifinito con maestria francese, fu il “giocattolo” ferroviario più esclusivo del bey di Tunisi e della sua corte. I suoi interni erano un tripudio di legni intarsiati, velluti granata, luci calde e rifiniture in ottone che avrebbero fatto invidia all’Orient Express.
Un tempo l’esperienza era riservata a pochi privilegiati: stranieri appartenenti a una strettissima élite e sovrani che percorrevano un viaggio attraverso sabbia e canyon vivendo una vera e propria favola.
Poi, come spesso accade, la modernità, i voli e le automobili hanno portato ad un allontanamento del progetto mettendo il Lézard Rouge in un angolo seppur la sua fama è rimasta immutata. Nel 1974, però, nonostante sembrasse destinato all’oblio, il mezzo è stato riutilizzato e nonostante pause e stop è arrivato fino ad oggi permettendo di salire a bordo e viaggiarci.
Nel mese di maggio, in occasione delle Giornate del Turismo e dell’Artigianato di Gafsa, si è celebrata ufficialmente la nuova partenza del Lézard Rouge.
Quanto dura il viaggio e quali sono le città collegate
La linea Métlaoui–Tozeur, lunga 43 chilometri, è un filo narrativo che lega comunità, paesaggi e memoria. Nata per trasportare fosfati, oggi porta viaggiatori assetati di emozioni. E non c’è da stupirsi: il percorso è un susseguirsi di gallerie scavate nella roccia, ponti sospesi, gole ocra che sembrano set cinematografici naturali.
Il viaggio dura un’ora e tre quarti, ma il tempo lì dentro si dilata. Si ha la sensazione di essere entrati in una cartolina che prende vita: da un lato il deserto che si apre in orizzonti infiniti, dall’altro le gole che stringono il convoglio come in un abbraccio minerale.
Non poteva mancare il cinema a farsi conquistare da tanta bellezza. Le gole del Selja e i dintorni di Tozeur sono finite nei fotogrammi di film celebri: da Indiana Jones e l’ultima crociata fino a Il paziente inglese, senza dimenticare le oasi di Chebika e Tamerza che sembrano inventate da un regista visionario. E ora che i binari sono stati riaperti, si scommette su un nuovo afflusso di viaggiatori, registi e curiosi pronti a inseguire la magia.
Mentre il turismo veloce e low cost sembra vincere, il treno storico che collega Métlaoui a Tozeur torna attivo simbolo di un turismo lento e d’altri tempi dove nessuna tecnologia come il wi-fi è stata implementata a bordo. Il ritorno è un segnale importante che la Tunisia sta scegliendo di muoversi verso la sostenibilità e la tutela di tesori storici preziosi come questo.
Lake Powell è uno di quei luoghi che incarnano alla perfezione l’immaginario del viaggio da sogno negli Stati Uniti. Incorniciato da canyon di arenaria rossa e cieli infiniti, questo bacino artificiale nato dall’incontro tra ingegneria e natura è il secondo più grande del Paese: si estende per quasi 300 chilometri tra Utah e Arizona, regalando panorami mozzafiato e infinite possibilità di avventura.
Che arriviate da Kanab, dopo esservi immersi nelle meraviglie di Bryce Canyon o Zion, o che facciate tappa a Page, cuore pulsante della zona, Lake Powell saprà conquistarvi con la sua atmosfera sospesa tra deserto e acqua, diventando il punto di partenza ideale per esplorazioni indimenticabili.
Perché il Lake Powell è un posto incredibile
Per capire perché il Lake Powell rappresenta uno dei posti più incredibili degli Stati Uniti d’America, dovete immaginare un lago che si estende per oltre 300 chilometri e che nasconde quasi duemila miglia di costa, più del doppio di quella californiana. Il Lake Powell è un bacino capace di contenere fino a 27 milioni di acri-piede d’acqua, profondo 170 metri alla diga, tanto da poter coprire l’intero stato dell’Ohio con un metro d’acqua!
Ci sono voluti ben 17 anni, dal 1963 al 1980, perché il fiume Colorado lo riempisse completamente, dando vita a un paesaggio unico, fatto di canyon scolpiti nell’arenaria rossa, calette nascoste e 96 grandi gole laterali da esplorare. È un vero paradiso per chi ama la natura e l’avventura: dalle escursioni in kayak lungo le sue insenature ai tour in houseboat, dalla pesca al paddleboarding, senza dimenticare la fotografia, che qui trova scenari da cartolina a ogni curva.
Un labirinto d’acqua nel deserto
Oltre a essere un enorme bacino artificiale, importante per le comunità locali, il Lake Powell è anche un paesaggio quasi surreale. Qui, l’acqua si insinua tra le pareti di arenaria rossa creando un intricato labirinto di canyon sommersi, grotte naturali e calette nascoste. La geologia del Glen Canyon, scolpita nei secoli dal vento e dal fiume Colorado, regala scenari che sembrano appartenere a un altro pianeta.
Navigare tra queste gole strette e sinuose significa entrare in un mosaico di contrasti, dove il blu intenso del lago incontra il rosso infuocato della roccia, con riflessi che cambiano a ogni ora del giorno.
Situato nel cuore della Glen Canyon National Recreation Area, il Lake Powell si estende tra l’Arizona settentrionale e lo Utah meridionale. Chi desidera arrivarci, deve tenere come punto di riferimento la cittadina di Page, in Arizona, facilmente raggiungibile in auto.
Da Las Vegas ci vogliono circa 4 ore e mezza di viaggio, mentre da Phoenix o da Salt Lake City il tragitto dura intorno alle 5-6 ore. Molti viaggiatori arrivano qui dopo aver visitato i parchi nazionali vicini, come Zion e Bryce Canyon nello Utah o il Grand Canyon in Arizona. Proprio per questa posizione strategica, Lake Powell diventa una tappa ideale da inserire in un road trip nel Southwest americano.
Nel cuore del deserto del Karakum, in Turkmenistan, un bagliore arancione ha illuminato per oltre mezzo secolo le notti silenziose di una delle aree più inospitali del pianeta: conosciuto come “Porta dell’Inferno”, il cratere di Darvaza ha bruciato ininterrottamente per 54 anni, alimentato da enormi quantità di gas naturale fuoriuscite dal sottosuolo.
Oggi, però, la sua storia sembra avviarsi verso la conclusione: il governo turkmeno ha avviato operazioni su larga scala per ridurne progressivamente le fiamme, con l’obiettivo di spegnerle del tutto.
Un incendio nato per caso e durato decenni
La nascita del cratere risale al 1971, quando il Turkmenistan era ancora una repubblica dell’Unione Sovietica. Durante una perforazione esplorativa alla ricerca di petrolio, una squadra di geologi si imbatté in una grande camera sotterranea ricca di gas ad alta pressione: il terreno cedette all’improvviso, aprendo una voragine di circa 70 metri di diametro e 20 di profondità. Dal cratere iniziò a fuoriuscire metano in grandi quantità, minacciando la salute delle comunità vicine e degli animali del deserto.
Per scongiurare il rischio di avvelenamento, i tecnici sovietici decisero di incendiare il gas, convinti che si sarebbe esaurito in pochi giorni, ma la realtà si rivelò ben diversa: il serbatoio sotterraneo era immenso e caratterizzato da più strati di idrocarburi intrappolati tra rocce compatte. Quello che doveva essere un intervento temporaneo si trasformò così in un incendio permanente, destinato a diventare una curiosità geologica e una delle immagini più rappresentative del Paese.
Un’attrazione turistica nel mezzo del nulla
Nel tempo, il cratere ha assunto un valore simbolico e turistico. Nonostante la difficoltà nel raggiungerlo (diverse ore di viaggio su strade impervie) ogni anno migliaia di visitatori affrontano il deserto per assistere allo spettacolo delle fiamme che danzano nella notte. L’effetto visivo, specialmente al buio, è ipnotico: un anello di fuoco che sembra emergere proprio dalle profondità della Terra. Alcuni viaggiatori scelgono di campeggiare nei pressi del cratere e di trascorrere la notte tra il silenzio assoluto e il crepitio costante del gas in combustione.
Per il Turkmenistan, ancora chiuso al turismo internazionale, la “Porta dell’Inferno” è stata a lungo l’unico richiamo capace di attirare visitatori stranieri.
Le ragioni di una scelta radicale
La decisione di spegnere il cratere è stata annunciata nel 2022 dall’allora presidente Gurbanguly Berdymukhamedov e la motivazione ufficiale unisce considerazioni ambientali ed economiche. Il luogo, infatti, rilascia enormi quantità di metano, un gas serra con un potere climalterante molto superiore alla CO₂. Allo stesso tempo, il fuoco brucia riserve di gas naturale che potrebbero essere vendute all’estero e generare importanti introiti per l’economia nazionale.
Il Turkmenistan possiede la quarta riserva di gas naturale al mondo e dipende in gran parte dall’export energetico. Ridurre lo spreco di risorse e migliorare la reputazione ambientale del Paese rientra in una strategia più ampia, che include l’adesione al “Global Methane Pledge” per diminuire le emissioni del 30% entro il 2030.
La sfida tecnica per domare il fuoco
Spegnere un incendio che dura da oltre mezzo secolo non è impresa semplice. I tecnici della compagnia statale Turkmengaz hanno adottato un approccio innovativo: perforare nuovi pozzi nelle vicinanze per intercettare e catturare il gas prima che raggiunga il cratere. Dal dicembre 2024, due di questi pozzi sono già operativi e hanno ridotto l’afflusso di combustibile e abbassato l’intensità delle fiamme di oltre tre volte rispetto a un decennio fa.
Il calo è stato confermato anche da monitoraggi satellitari condotti da Capterio, società britannica specializzata nell’analisi delle emissioni: le immagini mostrano un cratere sempre meno luminoso, segno che la combustione sta lentamente perdendo vigore. L’obiettivo è arrivare allo spegnimento totale entro pochi anni.
La chiusura della Porta dell’Inferno rappresenta una vittoria per l’ambiente, ma una perdita per il turismo locale: se da un lato la riduzione delle emissioni contribuisce alla lotta contro il cambiamento climatico, dall’altro scompare un’attrazione capace di dare al Turkmenistan un posto sulle mappe dei viaggiatori più avventurosi. Il deserto del Karakum tornerà al suo silenzio millenario, e con esso si spegnerà anche una delle immagini più suggestive e misteriose della geografia mondiale.
L’Egitto è un territorio che non smette di sorprendere e gli archeologi scavando non fanno altro che trovare antichi tesori. L’ultimo non riguarda i faraoni però ma un’antica città cristiana e la relativa basilica emerse dalle sabbie del deserto nell’oasi di Kharga. Gli archeologi hanno portato alla luce una vera e propria città nei pressi di Ain al-Kharab, risalente ai primi secoli dopo Cristo.
Ad occuparsi degli scavi è stato il Supremo Consiglio delle Antichità egiziane che ha condotto la ricerca e ha approfondito le origini del cristianesimo nel territorio del deserto occidentale. In passato quest’area era considerata emarginata e secondaria, i ritrovamenti ci raccontano però qualcosa di diverso: il territorio era protagonista della trasformazione religiosa e culturale che interessava l’antico Egitto.
Scoperta l’antica città cristiana in Egitto
Dagli scavi all’interno dell’Oasi di Kharga realizzati da un gruppo di archeologi del Supreme Council of Antiquities e dal loro incredibile lavoro minuzioso sono emersi i resti di un’antica città cristiana.
Tra il III e il II secolo a.C. questo luogo pullulava di culti politeisti sotto l’influenza tolemaica e romana. Ma nel tempo, il vento cambiò: Ain al-Kharab divenne un centro importante per lo sviluppo del cristianesimo. Tra i tesori emersi dagli scavi ci sono case in mattoni crudi, antiche tombe e due chiese, tra cui una spettacolare basilica con tre navate e colonne quadrate.
E il vero colpo al cuore? Un affresco mozzafiato di Gesù Cristo che guarisce i malati, un’immagine rarissima, carica di spiritualità e bellezza. Mohamed Ismail Khaled, Segretario Generale del SCA, ha espresso grande entusiasmo per la scoperta, sottolineando quanto l’Oasi di Kharga sia stata un crocevia di fede, cultura e vita sociale, soprattutto all’alba dell’epoca copta.
L’importanza della scoperta
Il ritrovamento di Ain al-Kharab va considerato una scoperta capace di riscrivere la storia, una vera e propria chiave che fa decifrare il puzzle della trasformazione religiosa passando da un monto politeista ad una religione monoteista.
Ma attenzione: non fu una rivoluzione lampo. Il passaggio dal politeismo alla nuova fede richiese tempo, incontri, influenze, adattamenti. Ed è proprio questo che rendono evidente i resti emersi nel cuore dell’Oasi di Kharga: il cristianesimo non solo si affermò nelle città, ma arrivò a mettere radici anche nelle zone più isolate del deserto, dando vita a vere e proprie comunità spirituali.
Incredibilmente importante la basilica scoperta: con un’architettura che unisce diversi stili, è un vero e proprio dialogo tra Egitto e Mediterraneo cristiano, raccontando scambi, connessioni e contaminazioni.
E poi c’è l’opera dipinta di Cristo che guarisce i malati: una rappresentazione rara che testimonia il ruolo centrale della religione in una società che stava cambiando profondamente. La fede, in quel contesto, era anche cura, speranza, coesione.
Ain al-Kharab diventa così molto più di un sito archeologico: è un punto fermo per chi studia le radici del cristianesimo egiziano e la nascita della cultura copta. E con le ricerche ancora in corso, c’è da scommettere che il deserto avrà ancora tanto da svelarci confermando alcune teorie e scrivendo nuove pagine della storia.
Il mondo sa stupirci e in alcuni angoli regala veri e propri spettacoli. In Cile, per esempio, appartiene a questa categoria El Tatio, un luogo che fa sembrare di essere su Marte. Il campo geotermico d’altura regala emozioni che spaziano tra geyser altissimi, pozze bollenti e vapori che tagliano il gelo creando un contrasto incredibile. Se cerchi un’esperienza che mescola natura estrema, scienza, spiritualità e paesaggi indimenticabili devi assolutamente visitarlo.
Scoprire il campo geotermico di El Tatio
El Tatio spicca a 4.200 metri d’altezza conquistando il terzo gradino sul podio dei campi geotermici più grandi al mondo. Attualmente conta 80 geyser attivi e camminare tra di essi all’alba mentre il sole sorge sulle Ande è una di quelle esperienze che lascia senza fiato… e non solo per la rarefazione dell’aria.
Le colonne di vapore raggiungono anche più di quattro metri e si alzano rapide nel cielo blu cobalto dell’altopiano. Il contrasto tra l’aria pungente sottozero e l’acqua bollente che schizza dal terreno crea un’atmosfera mistica, quasi surreale.
Oltre ai geyser, però, El Tatio è caratterizzato da fumarole che sibilano, pozze di fango che gorgogliano, rocce incrostate di minerali luccicanti e una fauna andina fatta di vigogne e uccelli in volo completano la scena. Il momento più suggestivo per assistere allo spettacolo è l’alba quando i vapori sono più densi, la luce è dorata e il silenzio viene interrotto solo dal borbottio della terra.
Non mancano neppure le piscine naturali: pozze termali in cui immergersi per scaldarsi dopo aver sfidato il gelo mattutino. Attenzione però ad immergersi, seppur l’esperienza del bagno risulti rigenerante contiene arsenico e non va assolutamente ingerita.
Viene considerato, a tutti gli effetti, un laboratorio naturale. Scienziati e geologi studiano attentamente i microrganismi estremofili che riescono a sopravvivere in condizioni estreme caratterizzate da calore e acidità. L’analisi viene utilizzata per approfondire le origini della vita sulla Terra, andando indietro nel tempo.
Il sito geologico nasce dal mix tra l’acqua in superficie e il calore sotterraneo. La prima penetra nel terreno, raggiunge le rocce riscaldate dal magma, si pressurizza e dunque torna in superficie sotto forma di getto di vapore. L’area, di intensa attività vulcanica, è davvero suggestiva: la placca di Nazca scivola sotto quella sudamericana, generando un paesaggio in continua trasformazione.
Anche le popolazioni locali hanno da sempre attribuito a El Tatio un significato sacro. Il nome stesso, che in lingua kunza potrebbe significare “nonno che piange”, suggerisce un legame spirituale profondo tra la terra e le sue manifestazioni.
iStockScoprire la meraviglia geologica di El Tatio
Dove si trova El Tatio e come raggiungerlo
Nel cuore dell’altopiano andino in Cile, a 90 chilometri da San Pedro de Atacama si può raggiungere El Tatio. Il viaggio per arrivare in questo luogo fa parte dell’avventura stessa: si parte solitamente tra le 4 e le 5 del mattino e servono due ore di viaggio su strade sterrate attraversando paesaggi naturalistici selvaggi per raggiungerlo.
Il modo migliore per raggiungere El Tatio è affidandosi a tour organizzati. Una volta terminata la visita a El Tatio, molti tour fanno tappa alle Terme di Puritama, un’oasi di acque calde circondata da canyon e vegetazione.
Nel cuore più autentico della Mongolia, dove l’orizzonte sembra non finire mai e il vento trascina antichi segreti sulla sabbia, le scogliere di fuoco si stagliano come un monumento al tempo. Le loro pareti incandescenti non sono solo spettacolari: custodiscono un mondo scomparso, congelato in milioni di anni di roccia e silenzio. Queste fenditure rossastre nel deserto del Gobi non sono un semplice paesaggio da fotografare: sono un palcoscenico geologico dove dinosauri hanno vissuto, lottato, covato le loro uova. Dove gli scienziati hanno riscritto la storia della vita sul nostro pianeta.
Visitare le scogliere di fuoco della Mongolia
A prima vista sembrano semplici pareti di arenaria. Ma basta il calore del sole al tramonto perché tutto si trasformi: le rocce si accendono di un bagliore arancione intenso, quasi sovrannaturale. Ecco perché vengono chiamate Flaming Cliffs, le scogliere fiammeggianti. Ma la bellezza non è solo visiva: queste formazioni geologiche sono veri e propri archivi della Terra, modellate da millenni di vento, sabbia e silenzio.
Appartiene alla formazione Djadochta e si compone di strati di sabbia e sedimenti calcarei, portando sulle spalle oltre 70 milioni di anni di storia. A renderla così famosa Bayanzag è stata una straordinaria scoperta datata 1923: in quell’anno è stato rinvenuto il primo uovo fossile di dinosauro.
A guidare la scoperta la figura di Roy Chapman Andrews, celebre esploratore degli Stati Uniti noto ai più per essere colui che ha ispirato il personaggio di Indiana Jones. Con le spedizioni nel deserto del Gobi ha raccolto scheletri, fossili e le prima uova di dinosauro mai ritrovate; vera chicca la figura di un oviraptor fossilizzato in prossimità di un nido. Il luogo da scoprire con l’aiuto di guide esperte, oppure noleggiando un’auto, è una vera meraviglia per gli appassionati di natura e storia.
iStockVisitare le scogliere di fuoco a Bayanzag, in Mongolia
Dove si trovano le scogliere di fuoco della Mongolia e come raggiungerle
Le Scogliere di Fuoco si trovano nel sud della Mongolia, nel deserto del Gobi, non lontano dalla cittadina di Dalanzadgad. Ma attenzione: non esiste un servizio pubblico che porti direttamente a Bayanzag; per raggiungerle serve spirito d’avventura e un pizzico di organizzazione.
Le opzioni sono due: unirsi a un tour guidato o lanciarsi in un viaggio self-drive. Guidare da soli attraverso le piste polverose del Gobi è un’esperienza unica: le strade sono di terra battuta non asfaltata e i paesaggi sanno incantare. Per poter gestire il percorso è importante scegliere un veicolo 4×4 robusto munito di GPS preprogrammato. Attenzione al meteo: in caso di pioggia potrebbe essere meglio rimandare la visita o aggregarsi a tour organizzati.
Un’alternativa molto più pratica è quella di affidarsi a tour culturali organizzati che oltre a condurre qui propongono tappe intermedie per poter vivere a pieno quella che è la tradizione mongola, con tanto di degustazioni local e camminate con paleontologi che raccontano storia e paesaggi. I tour permettono di godersi il paesaggio senza pensieri, spesso abbinando la visita alle scogliere ad altre meraviglie del Gobi come le Dune di Khongoryn Els o la Valle delle Aquile.
Nella provincia nordoccidentale di Gansu, in Cina, ci sono delle colline desertiche che vibrano al suono della musica. Per alcuni si tratta di un fenomeno affascinante, per altri un po’ inquietante: in entrambi i casi è evidente che ci troviamo davanti a un luogo davvero speciale. Situate nella città di Dunhuang, le Singing Sand Dunes cantano al soffiar del vento, producendo suoni che, alle orecchie dei visitatori, arrivano come una incredibile melodia.
Le dune hanno dimensioni variabili, dove la più alta raggiunge i 1.715 metri. Se le si guarda da vicino, le sabbie assumono anche colori arcobaleno, che vanno dal giallo e bianco al verde e nero. Considerate le sue peculiari caratteristiche, le ‘dune cantanti’ sono state anche al centro di molte leggende e racconti popolari, conquistando anche Marco Polo.
Le dune, infatti, si trovano lungo la famosa Via della Seta, un’importante rotta commerciale che collegava l’Asia centrale all’Europa e che fu utilizzata per circa 1.500 anni a partire dal II secolo a.C. Seppur non siano le uniche, grazie alla loro posizione e ai suoni che emanano, sono considerate culturalmente le più significative della Cina.
Le leggende attorno alle Singing Sand Dunes
Secondo una leggenda cinese, nella zona in cui si trovano le famose Singing Sand Dunes c’era un lago chiamato “della Luna Crescente”, circondato da templi sacri. Furono proprio i suoni dei rituali e delle preghiere provenienti dai templi a svegliare il principe Drago Giallo, che dormiva nelle vicinanze del deserto. Irritato dal disturbo, il drago coprì l’intera regione e i suoi abitanti con la sabbia. Si dice che la musica misteriosa udita tra le dune provenga proprio dalle anime di coloro che furono sepolti.
Non solo in Cina, anche altre culture hanno creato miti simili per spiegare il “canto” delle dune. Ad esempio, nel deserto del Sahara, alcune tribù berbere credono che le dune cantanti siano il respiro degli spiriti del deserto, mentre in altre tradizioni mediorientali si narra che le dune siano custodi di antichi segreti sussurrati dal vento.
La spiegazione scientifica dietro le famose dune che cantano
La leggenda aggiunge un’aura magica e suggestiva a questo paesaggio da cartolina, ma la vera causa del fenomeno sonoro delle dune può essere spiegata attraverso alcune particolari caratteristiche fisiche della sabbia e della conformazione delle dune stesse.
La qualità dei granelli di sabbia, per esempio, è solo uno degli elementi che fanno “cantare” le dune. Composti da particelle da fini a medie, le loro dimensioni permettono un migliore movimento e interazione tra i granelli. Questo, unito alla loro forma, genera diverse risonanze e frequenze, con i granelli lisci e rotondi che producono suoni più armoniosi.
Anche la conformazione delle dune può influenzare il loro suono, poiché la pendenza della superficie incide sulla quantità di interazioni tra le particelle di sabbia. Naturalmente, è necessario che il vento abbia la giusta intensità per muovere i granelli quel tanto che basta a generare il suono: con un vento forte le dune emettono un ruggito potente, mentre con una brezza leggera le colline producono una musica delicata.
Le strutture circostanti possono inoltre contribuire a creare e amplificare il rumore, poiché montagne e colline formano dei canali d’aria che convogliano il vento in zone specifiche intorno alle dune. Mentre il vento agita i granelli, si genera attrito che fa vibrare la sabbia, producendo suono. Inoltre, le cavità d’aria tra i granelli possono agire come camere di risonanza che amplificano il suono.
Nel cuore del deserto nord-occidentale dell’Arabia Saudita, un team di archeologi ha portato alla luce un sistema murario risalente a circa 4.000 anni fa. Queste strutture, parte di un vasto complesso di oasi fortificate, offrono nuove e affascinanti informazioni sulla vita e sull’organizzazione delle comunità dell’età del bronzo nella penisola arabica.
Lo studio è stato guidato da Guillaume Charloux del CNRS – Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica – francese ed è stato pubblicato sulla rivista Antiquity.
La scoperta del complesso dell’Oasi Murata: un modello di vita antico
Le mura appena scoperte appartengono a quello che gli archeologi chiamano il “Complesso dell’Oasi Murata“, un sistema architettonico che proteggeva non solo abitazioni, ma anche fonti d’acqua, campi agricoli e bestiame.
Datate tra il 2250 e il 1950 a.C., queste strutture non avevano solo una funzione difensiva: rappresentavano il potere e il controllo sociale delle élite locali. La loro costruzione richiedeva sforzi collettivi e manutenzione costante, a conferma della loro importanza strategica.
Sebbene alcune oasi murate fossero già note, come Tayma e Qurayyah, l’utilizzo di tecnologie satellitari moderne – come Bing e Google Earth – ha permesso di identificare nuovi siti: Dumat al-Jandal, Hait, Huwayyit e Khaybar.
Queste località, successivamente confermate con indagini sul campo, mostrano tutte segni evidenti di fortificazioni antiche. In particolare, Khaybar ha restituito mura risalenti a circa il 2000 a.C., insieme a ceramiche e strutture simili a quelle trovate in siti limitrofi come al-Ayn e al-Tibq.
Le dimensioni di alcune mura sono davvero impressionanti: a Shayb Suways si stima una lunghezza di 8 chilometri, mentre le mura di al-Tibq raggiungono i due chilometri con uno spessore di circa due metri. A Dumat al-Jandal, le fotografie aeree del 1964 hanno rivelato un muro in mattoni di fango lungo due chilometri, confermando che anche questo sito era fortificato sin dall’antichità.
I ritrovamenti archeologici
Le oasi fortificate non furono un fenomeno isolato o limitato nel tempo. Gli archeologi ritengono che il modello sia nato agli inizi del III millennio a.C., diffondendosi progressivamente in tutta la regione. La sua influenza si è estesa per secoli, con esempi successivi come Thaj, nell’Arabia orientale, datato al III secolo a.C. Anche nei secoli recenti, durante il XIX e XX secolo, villaggi fortificati continuarono ad essere costruiti, dimostrando la longevità di questa tradizione.
Secondo il team di ricerca, queste mura avevano un ruolo chiave nell’organizzazione politica e sociale delle comunità. Non erano semplici difese passive, ma strumenti di governo, progettati e costruiti da autorità centrali. La presenza di queste fortificazioni ha favorito la nascita di regni carovanieri e ha protetto gli insediamenti da incursioni tribali per millenni. In molti casi, le mura furono restaurate e riutilizzate, diventando parte integrante della vita delle popolazioni locali.
Nonostante alcune incertezze legate alla datazione e alle tecniche costruttive, ogni nuova scoperta contribuisce a ricostruire il mosaico della vita nel deserto arabico antico. Le mura dell’età del bronzo testimoniano l’ingegno e la capacità di adattamento delle prime civiltà dell’Arabia, che seppero organizzarsi e prosperare anche in ambienti estremi. Le ricerche future saranno fondamentali per comprendere meglio queste società e il loro rapporto con il territorio.
Attraversare la Giordania da Nord a Sud, a piedi, per scoprire deserti, canyon, montagne e città millenarie: è questa l’essenza del Jordan Trail, un cammino di oltre 650 chilometri che si snoda tra i paesaggi più suggestivi del Medio Oriente. Paragonato spesso al Cammino di Santiago per la sua capacità di unire territori, spiritualità e comunità, o al Cammino Inca per i suoi scenari spettacolari, il Jordan Trail è un’esperienza che va oltre il semplice trekking: è un vero viaggio nella storia e nella cultura di un popolo ospitale e ricco di tradizioni.
Dai resti romani di Um Qais, nel verde Nord giordano, alle dune infuocate del Wadi Rum e alle acque turchesi del Mar Rosso, il percorso attraversa villaggi antichi, riserve naturali, castelli crociati, oltre a toccare anche la leggendaria Petra.
Un trekking lungo e impegnativo, che richiede gambe allenate e tanto spirito di avventura… ma che vale davvero la pena ad ogni passo!
Cos’è il Jordan Trail
Il Jordan Trail è un itinerario escursionistico pensato per essere percorso integralmente a piedi: 40 giorni di cammino per coprire circa 675 chilometri, da Um Qais a Nord fino ad Aqaba, sulle rive del Mar Rosso. L’associazione Jordan Trail Association ha strutturato e promuove il tracciato, fornendo mappe, tracce GPS e informazioni aggiornate.
Non si tratta di un pellegrinaggio religioso, ma di un cammino che permette di scoprire l’anima più autentica della Giordania: un mosaico di paesaggi e culture che cambiano continuamente sotto i piedi dei viandanti. Si passa da dolci colline coltivate a uliveti a canyon rossi scolpiti dall’acqua, da deserti rocciosi a foreste di querce e ginepri, fino alle maestose sabbie rosse del Wadi Rum, più simile a Marte che a un paesaggio terrestre.
Lungo il cammino si attraversano oltre 75 tra villaggi e città e ben quattro Riserve della Biosfera, aree protette che tutelano la straordinaria biodiversità di questo Paese meraviglioso.
Molte sezioni del trail seguono antichi percorsi di carovanieri e piste beduine, su terreni a volte tecnici, spesso solitari e immersi nella natura incontaminata. Esiste persino l’opzione di percorrerlo in bicicletta, in modo altrettanto avventuroso.
Il Jordan Trail viene generalmente suddiviso in otto grandi settori geografici, ognuno con un proprio carattere e paesaggi distintivi; essendo estremamente lungo e faticoso nella sua interezza, molte persone scelgono di esplorarne solo alcune sezioni.
Ecco una possibile suddivisione degli 8 segmenti principali:
Tappa 1 – da Um Qais ad Ajloun
(80 km, 2.200 m D+, 5-6 giorni)
Il cammino prende il via tra le rovine romane di Um Qais, con viste mozzafiato sul Mar di Galilea e sulle alture del Golan. Nei primi chilometri si attraversano colline verdeggianti punteggiate di ulivi, piccoli villaggi e antichi monasteri bizantini. Il paesaggio è sorprendentemente verde e rigoglioso, soprattutto in primavera, e si arriva infine al possente castello di Ajloun, un baluardo crociato in cima a una collina boscosa.
Tappa 2 – da Ajloun ad As-Salt
(62 km, 1.800 m D+, 3-4 giorni)
Si scende dolcemente verso la storica città ottomana di As-Salt, attraverso vallate agricole, boschi di querce e piccoli wadi. Lungo la via si incontra la diga di King Talal e si esplorano antichi percorsi romani. As-Salt accoglie il viaggiatore con la sua architettura giallo-miele e una vivace atmosfera cittadina.
Tappa 3 – da As-Salt a Zarqa Ma’in
(84 km, 2.000 m D+, 4-5 giorni)
Questa sezione conduce verso il Mar Morto. Si cammina attraverso aree poco turistiche ma ricche di fascino, tra colline solitarie e canyon nascosti. Tra i luoghi più suggestivi spiccano le cascate termali di Zarqa Ma’in e i resti del colombario rupestre di Iraq Al-Ameer. Gli ultimi chilometri regalano panorami vertiginosi sulle acque salate del Mar Morto.
Tappa 4 – dai tre Wadi a Karak
(75 km, 2.400 m D+, 4-5 giorni)
Un tratto molto scenografico, che attraversa i profondi canyon (wadi) del cuore della Giordania. Il Wadi Mujib, il “Grand Canyon” giordano, è il protagonista assoluto, con le sue spettacolari pareti di arenaria. Al termine della sezione si raggiunge Karak e il suo celebre castello crociato, imponente e suggestivo.
Tappa 5 – da Karak a Dana
(83 km, 2.200 m D+, 5-6 giorni)
Qui le alture calcaree lasciano spazio ai panorami più aspri della riserva naturale di Dana. Questa sezione è un paradiso per gli amanti della natura: qui vivono rare specie animali e piante endemiche. Il piccolo villaggio di Dana, arroccato sul ciglio di un canyon, è un perfetto rifugio per il viandante.
Tappa 6 – da Dana a Petra
(84 km, 2.800 m D+, 5-6 giorni)
Forse la sezione più famosa e frequentata: si parte dal silenzioso altopiano di Dana per scendere nella valle desertica di Feynan e poi risalire tra montagne selvagge. Ogni giorno il paesaggio cambia: rocce rosse, gole profonde e antichi sentieri carovanieri conducono infine a Petra, la meravigliosa città scavata nella pietra rosa. La visita a Petra richiede almeno un giorno intero per godere a pieno dei suoi capolavori, dal Tesoro ai templi, fino al Monastero (El Deir).
Tappa 7 – da Petra al Wadi Rum
(90 km, 2.400 m D+, 5-6 giorni)
Si lascia alle spalle Petra per attraversare altopiani aridi e spettacolari deserti di pietra. Dopo giorni di cammino solitario, le montagne rosse del Wadi Rum appaiono all’orizzonte. Qui ci si immerge in un paesaggio lunare, fatto di canyon, archi naturali e gigantesche formazioni rocciose, esplorando a piedi uno dei deserti più affascinanti del mondo.
Tappa 8 – dal Wadi Rum ad Aqaba
(112 km, 1.800 m D+, 7-8 giorni)
L’ultimo tratto segue le tracce della storica spedizione di Lawrence d’Arabia. Si cammina tra sabbia e roccia, passando per accampamenti beduini e antichi siti rupestri. La fatica del lungo viaggio, in un ambiente rovente e poco ospitale, viene infine premiata: all’arrivo ad Aqaba, il Mar Rosso accoglie i camminatori con le sue acque turchesi, perfette per un tuffo rigenerante!
Per entrare in Giordania è necessario il passaporto con almeno sei mesi di validità residua. È richiesto anche un visto di ingresso, che può essere facilmente ottenuto all’arrivo presso l’aeroporto di Amman oppure online con procedura e-visa. Una soluzione vantaggiosa per i pellegrini è il Jordan Pass, che include il costo del visto e l’accesso a molti siti archeologici (tra cui la stessa Petra).
Quando partire
La scelta del periodo è fondamentale per godersi al meglio l’esperienza del Jordan Trail.
Le stagioni migliori sono la primavera, da marzo a maggio, e l’autunno, soprattutto nei mesi di ottobre e novembre, quando le temperature sono miti sia nei tratti montani che in quelli desertici. Durante l’inverno, le zone più elevate possono essere fredde e umide, mentre l’estate porta temperature torride, soprattutto a Sud, rendendo sconsigliabile affrontare il cammino completo.
Va ricordato che lungo il trail si attraversano ambienti molto diversi: da climi mediterranei a Nord fino ai deserti aridi del Sud, con escursioni termiche importanti tra giorno e notte. Bisogna informarsi al meglio e prestare sempre la massima attenzione all’equipaggiamento e a come il corpo si adatta al clima.
Segnaletica e orientamento
Va specificato che il Jordan Trail non è segnalato in modo continuo e preciso come i grandi cammini europei: in alcuni tratti ci sono indicatori o segni di vernice, ma spesso l’orientamento richiede l’uso di mappe e soprattutto delle tracce GPS fornite dall’associazione ufficiale.
Molte sezioni passano per aree remote, dove è facile perdere la traccia se non si è attenti. È quindi fondamentale avere con sé dispositivi affidabili per la navigazione e una buona preparazione tecnica. In alternativa, ci si può appoggiare a guide locali, molto esperte e disponibili, che arricchiscono l’esperienza con il racconto della cultura beduina e delle storie dei luoghi attraversati.
Difficoltà e impegno fisico
Stiamo parlando di un percorso di difficoltà medio-alta. La lunghezza totale e il dislivello complessivo (intorno ai 20.000 metri di dislivello positivo distribuiti su tutte le tappe) richiedono una eccellente preparazione fisica e l’abitudine a camminare a lungo, anche in contesti complicati per fondo roccioso e temperature elevate.
Molte tappe prevedono 6-7 ore di cammino al giorno, con dislivelli medi quotidiani di circa 500-700 metri positivi. Alcuni tratti, in particolare quelli nei canyon e nelle aree desertiche, possono essere tecnici e faticosi, con temperature che aumentano la fatica.
È essenziale pianificare con cura rifornimenti idrici, scorte alimentari e soste! Non è un trekking adatto ai principianti assoluti, ma con un buon allenamento e la giusta attrezzatura diventa accessibile a molti escursionisti motivati.
Organizzazione e pernottamenti
Il Jordan Trail può essere percorso in autonomia o appoggiandosi a tour operator locali. In entrambi i casi è importante studiare bene la logistica:
I villaggi attraversati non sempre offrono servizi strutturati. Spesso bisogna prevedere tappe in tenda o accampamenti beduini, soprattutto nelle aree remote come il Wadi Rum o Dana;
Nelle città maggiori (Ajloun, Karak, Petra, Aqaba) si trovano alberghi e B&B, ma è bene prenotare con anticipo;
Per l’acqua, è indispensabile portare sempre con sé una buona scorta, soprattutto nelle tappe desertiche. Le fonti naturali scarseggiano, quindi è fondamentale informarsi in anticipo sui punti di rifornimento.
Infine, per chi non può affrontare l’intero cammino, è possibile scegliere singole sezioni (tra le più celebri quella da Dana a Petra o da Petra al Wadi Rum), organizzando viaggi di 8-10 giorni che consentono di vivere comunque, ma in modo più accessibile, l’atmosfera unica del Jordan Trail.
A chi è consigliato il Jordan Trail
Il Jordan Trail non è un cammino adatto a tutti ma può essere l’avventura perfetta per chi ama l’escursionismo autentico, per chi sa adattarsi a vivere in modo spartano e ama le altre culture, per chi non ha il timore di affrontare qualche imprevisto in luoghi molto lontani da casa, sia fisicamente che culturalmente.
È perfetto per chi sogna di immergersi nella storia e nella natura, lontano dalle folle, e per chi apprezza il contatto con lo stile di vita mediorientale: lungo il percorso si attraversano decine di villaggi, si incontrano comunità beduine, si gusta il tè locale – un vero rito – e si dorme sotto le stelle.
Cielo basso, terra bianca e in mezzo il vuoto. Nulla si ode, nulla si muove. Solo rocce, altopiani, canyon, crateri e formazioni calcaree che si innalzano come torri, immobili da millenni. In Mangystau la natura regna sovrana ed è la luce a plasmare il paesaggio: ne scolpisce i contorni, definisce i colori e confonde le distanze.
In questa landa sconfinata l’orizzonte scompare e il tempo perde di significato, lasciando spazio alla contemplazione: lo spettacolo che ci si trova davanti è di una bellezza disarmante, l’unica cosa da fare è stare fermi a guardare.
iStockSherkala, la montagna camaleontica del Mangystau
Mangystau: una geografia straordinaria
Situato all’estremità sud-occidentale del Kazakistan, al confine con Uzbekistan e Turkmenistan, il Mangystau è uno dei luoghi più affascinanti e impervi, oltre che uno dei meno battuti, dell’Asia Centrale: circa 400 km2 di area disabitata dove due protagonisti – il deserto e la steppa – condividono antiche origini e un clima estremamente arido.
Quest’immensa depressione, che si affaccia per centinaia di chilometri sull’azzurro del Mar Caspio, offre alcuni degli scenari più incredibili che un viaggiatore possa immaginare e alimenta il dubbio di aver intrapreso un viaggio nello spazio e di essere atterrati su un altro pianeta piuttosto che sulla terra. C’è pietra ovunque, il vento scolpisce torri, pinnacoli e crateri, il silenzio è assoluto: potrebbe trattarsi della Luna?
Milioni di anni fa l’altopiano che ospita il Mangystau giaceva sul fondo dell’Oceano Tetide che ritirandosi ha modellato il paesaggio, lasciando alla geologia il compito di dettare le regole: gole, anfiteatri, cuspidi e cattedrali di roccia affiorano oggi nella sconfinata distesa della steppa euroasiatica come tracce fossili di un antico mondo sommerso.
iStockTorysh Valley, la valle delle sfere
Forme che sfidano la logica
In Mangystau non ci sono monumenti e non ci sono architetture, ma è la terra stessa a farsi spettacolo. Alcuni luoghi, più di altri, raccontano l’essenza della regione, fatta di solitudine, pregna di forza e carica di mistero. Vediamo insieme i più rappresentativi:
Bozzhyra, una vallata bianca e solitaria su cui vegliano due speroni di pietra calcarea noti come Zanne che si protendono per oltre 200 metri verso l’alto. Tutt’intorno il paesaggio è spoglio, la roccia assume forme inattese, la luce ammorbidisce i colori e trasforma la scena in qualcosa di surreale;
Torysh, una vasta pianura disseminata di rocce sferiche, piccole e grandi, che sembrano essere piovute dal cielo. Il fenomeno geologico, simile a un campo di meteoriti, è tutt’oggi privo di spiegazioni scientifiche e lascia spazio a ogni tipo di interpretazione;
Sherkala, una montagna imponente e solitaria che in base al punto di osservazione cambia forma e diventa una yurta, un leone accovacciato o una cupola: ai suoi piedi e sulla cima si trovano i resti dei caravanserragli, a riprova del fatto che da qui passava la celebre Via della seta;
Tuzbair, una vasta pianura di sale che si dispiega sotto le bianche scogliere dell’Ustyurt Plateau e sembra estendersi all’infinito; diventa particolarmente scenografico in primavera, subito dopo il periodo delle piogge, quando si trasforma in uno specchio d’acqua che riflette il cielo e amplifica il senso di vuoto;
Kyzylkup, una serie di colline formate dai sedimenti colorati emersi dal fondo dell’Oceano Tetide, le cui forme e sfumature ricordano il tiramisù, da cui il soprannome “Mangystau Tiramisù“.
iStockPanoramica della Bozhira Valley
Mangystau. Un luogo difficile da conquistare e altrettanto difficile da dimenticare!
Non è un posto molto conosciuto ma vanta un primato: è il deserto più caldo della Terra. Stiamo parlando di Dasht-e Lut, il luogo in cui ogni granello di sabbia potrebbe raccontare storie di fuoco e silenzio. Non si tratta di un’esagerazione, il luogo incredibile in Iran è una sorta di inferno a cielo aperto, una distesa spietata che sa però affascinare e incantare. Non si trovano ombra, acqua o rifugi naturali ma è presente la natura più cruda e primordiale.
Cosa significa il nome Dasht-e Lut
Il nome Dasht-e Lut, in farsi, significa “deserto vuoto”. E non è solo un modo di dire: questa sterminata area dell’Iran sud-orientale è priva di acqua, vegetazione e quasi di vita. Ma è proprio in questo vuoto che si sprigiona la sua forza brutale e magnetica.
Questa meraviglia è un vero e proprio laboratorio naturale che permette di studiare i cambiamenti climatici, un regno di sabbia e pietra che si trasforma e ogni giorno è diverso dall’alto grazie alle correnti di aria che soffiano forti in determinati periodi dell’anno.
Dash-e Lut, il deserto più caldo al mondo
Dasht-e Lut è il deserto più caldo del pianeta e si trova in Iran. Le temperature sono eccessive, basti pensare che durante l’estate si sfiorano i 70 gradi. Non parliamo solo di aria calda, qui è il suolo stesso a “bruciare” sotto il sole impietoso. La NASA ha rilevato più volte picchi termici da capogiro eppure, nonostante di giorno il caldo sia infernale, nella notte le temperature scendono vertiginosamente addirittura sotto lo zero. Il risultato? Un’escursione termica tanto incredibile quanto spettacolare.
Fonte: iStockVisitare il Dasht-e Lut, il deserto più caldo sul pianeta
Non è solo il caldo a rendere speciale questo luogo; da giugno ad ottobre i venti si fanno intensi e attraverso le raffiche si modellano nuovi paesaggi dando vita a lastre e canaloni profondi chiamati “kalouts”. Ovviamente non possono mancare le dune che regalano un mood lunare, quasi alieno. Non a caso è stato inserito tra i Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO. Visitarlo non è una cosa per tutti, il clima è davvero impegnativo però la sensazione di essere su un alto pianeta incanta molti turisti coraggiosi che ogni anno scelgono di visitarlo.
Dove si trova il deserto Dasht-e Lut e come raggiungerlo
Il deserto Dasht-e Lut si trova nella parte sudorientale dell’Iran e tocca le province di Kerman, Sistan e Baluchestan. Il punto migliore per iniziare la sua esplorazione è da Kerman, una città che sa sorprendere per molti aspetti. Tra bazar antichi, giardini lussureggianti e un’architettura desertica dà modo di partire per questo viaggio straordinario.
Lasciandosi alle spalle Kerman ci si dirige verso il villaggio di Shadad, accesso ufficiale al Lut. Bastano poco più di due ore d’auto per iniziare a vivere la magia con una strada che si assottiglia sempre più fino a perdersi tra le dune di sabbia. Per proseguire servirà tenere la direzione Afghanistan ma suggeriamo di evitare di muoversi in solitaria; meglio farsi accompagnare da una guida esperta su un veicolo 4×4 potente.
Nel cuore arido della Namibia, tra gli spazi sconfinati del Damaraland, si innalza una montagna che sfida l’orizzonte con la sua eleganza solitaria: lo Spitzkoppe, straordinaria vetta di granito che raggiunge i 1.728 metri e che viene spesso paragonata al Cervino per la sua forma appuntita e maestosa, ma a differenza del celebre picco alpino, qui non vi sono ghiacciai né boschi rigogliosi.
Solo il deserto, il vento e una roccia antica che racconta una storia lunga mezzo miliardo di anni.
Un antico vulcano trasformato in scultura naturale
Lo Spitzkoppe non è una montagna come le altre. Non è nato da una collisione tettonica né da un’accumulazione di lava: in realtà, quello che vediamo oggi è il “centro solidificato” di un vulcano estinto, una massa di magma granitico che, milioni di anni fa, si trovava sepolta sotto rocce più tenere.
Col tempo, l’erosione (complice il vento incessante e le forti escursioni termiche del deserto) ha lentamente sgretolato ciò che lo circondava, lasciando emergere proprio le forme tondeggianti e levigate che oggi dominano la pianura: 500 milioni di anni fa, avremmo camminato a oltre mille metri sopra l’attuale livello del suolo.
Tuttavia, la bellezza dello Spitzkoppe si deve anche alla continua trasformazione cui è sottoposto: il granito si fende, si sfoglia, si modella. Tra le tante meraviglie scolpite dal tempo, una delle più celebri è un maestoso arco naturale, un ponte di pietra che sembra sospeso tra cielo e terra e che attira fotografi e viaggiatori da ogni parte del mondo.
Inoltre, l’esperienza visiva cambia di ora in ora: a seconda della luce e del punto da cui lo si osserva, la montagna sembra mutare forma e colore, e regala così profili sempre nuovi.
È per questo che vale la pena trascorrere la notte in una delle aree di campeggio alle sue pendici: all’alba, il granito si accende di sfumature rosate e arancioni, in un gioco cromatico che emoziona anche gli animi più disincantati. Il silenzio è rotto soltanto dal fruscio del vento e dai suoni discreti degli animali del deserto, piccoli, curiosi, spesso invisibili.
Una sfida verticale: l’ascesa allo Spitzkoppe
Fonte: iStockLo straordinario arco di roccia dello Spitzkoppe
Anche se la vetta non supera i 1.728 metri, scalarla non è un’impresa per principianti. Le superfici granitiche possono essere lisce e impegnative e richiedono esperienza e cautela. La prima ascensione documentata risale al 1946, e da allora molti alpinisti esperti hanno tentato la stessa impresa, attratti non solo dalla sfida tecnica, ma anche dall’eccezionalità del panorama che si apre sulla vetta: un oceano di rocce, sabbia e cielo.
Chi preferisce esplorare senza corde e moschettoni troverà comunque mille motivi per restare incantato. Le formazioni rocciose attorno allo Spitzkoppe sembrano scolpite da un artista visionario: massi arrotondati, guglie, crepacci, e persino delle vasche naturali che si colmano con l’acqua piovana: sono le cosiddette “rock pools“, conche granitiche levigate dove, dopo un raro acquazzone, si formano piccoli specchi d’acqua che riflettono il cielo del deserto.
Oltre l’arco e le piscine, si apre una zona ancora più affascinante: lo Small Bushmen’s Paradise, dove il paesaggio diviene più selvaggio, quasi da savana, e la montagna cede il passo a una narrazione millenaria.
Le pitture rupestri e la voce dei Boscimani
Ancora, tra le pareti strette della Daub Cave, i visitatori più attenti possono scoprire qualcosa di molto più antico della montagna stessa: le pitture dell’antico popolo dei San, figure semplici ma eloquenti, che raccontano di cacce, animali, strategie di sopravvivenza, e che sono state dichiarate Monumento Nazionale per il loro valore culturale e antropologico.
Le scene raffigurate non erano solo decorative. Fungevano da vere e proprie mappe, da messaggi in codice per altri membri della tribù. Alcuni disegni indicano dove trovare l’acqua, altri quali animali si potevano cacciare nella zona. È sorprendente pensare che tale popolo vivesse in armonia con un ambiente così ostile, comunicando con un linguaggio fatto di soli quattro suoni schioccati con la lingua e utilizzando il veleno delle piante per cacciare.
Come arrivare allo Spitzkoppe
Raggiungere lo Spitzkoppe da Swakopmund non è complicato: si imbocca la strada B2 per circa 108 chilometri, poi si devia sulla D1918 per 17 chilometri e infine sulla D3716 per altri 12.
Le ultime due tratte sono sterrate e a tratti ondulate: alcuni dicono che accelerando si riducono le vibrazioni, ma forse vale la pena rallentare, prendere fiato e lasciarsi preparare dal paesaggio all’incontro con una delle meraviglie più straordinarie della Namibia.
Un ritrovamento straordinario sta riscrivendo alcuni capitoli della storia del Negev meridionale: in una necropoli nei pressi di Tel Malḥata, nella Valle di Arad, sono emerse statuette antropomorfe che offrono uno sguardo inedito sui contatti culturali avvenuti circa 1.500 anni fa in questa regione oggi parte dello Stato di Israele.
Tornate alla luce nell’ambito di una campagna di scavi condotta da un team internazionale di archeologi, presentano tratti esteticiafricani e sono state ritrovate in contesti funerari riconducibili a donne e bambini.
Tali scoperte, pubblicate nel numero 117 della rivista accademica ʼAtiqot dell’Israel Antiquities Authority, aprono nuove prospettive sull’identità delle comunità cristiane che abitavano l’area durante il periodo romano-bizantino. Si tratta di una testimonianza unica non solo per la rarità degli oggetti ritrovati, ma soprattutto per il valore culturale e simbolico che sembrano racchiudere.
Un crocevia multiculturale nel deserto israeliano
Il sito di Tel Malḥata era, nell’antichità, un punto di snodo per le rotte commerciali che collegavano la Penisola Arabica, il subcontinente indiano e l’Africa orientale con il bacino del Mediterraneo: una funzione strategica confermata dalla presenza di oggetti provenienti da regioni lontane, come vetri, pietre preziose, bracciali in bronzo e alabastro, ma è la scoperta delle statuette a colpire maggiormente per le implicazioni culturali che porta con sé.
Scolpite in materiali pregiati come osso e legno di ebano (quest’ultimo originario dell’India meridionale e dello Sri Lanka) raffigurano uomini e donne dai tratti somatici africani marcati. Alcuni esemplari mostrano fori praticati sulla sommità, a suggerire che fossero indossati come amuleti o pendenti, forse portati con sé durante il viaggio, o trasmessi all’interno di una famiglia come reliquie identitarie.
Tracce di memoria familiare in contesti cristiani
Non si tratta, secondo i ricercatori, di semplici oggetti ornamentali. Le statuette rinvenute nei sepolcri di Tel Malḥata sembrano essere state posizionate con cura accanto ai corpi, a testimonianza del loro significato affettivo e spirituale. Il contesto cristiano delle sepolture (datate tra il VI e il VII secolo d.C.) emerge con chiarezza dalle modalità rituali osservate nella disposizione delle tombe.
In particolare, due delle statuette sono state ritrovate in una doppia sepoltura, occupata da una donna e un bambino, forse madre e figlio. La scelta di accompagnare i defunti con oggetti così personali indica non solo una fede cristiana, ma anche il perdurare di usanze millenarie, che la conversione religiosa non era riuscita a cancellare del tutto.
Continuità culturale e identità nell’antico Negev
Gli archeologi coinvolti nello scavo, tra cui il Dr. Noé D. Michael dell’Israel Antiquities Authority e dell’Università di Colonia, insieme a Svetlana Tallis, Emil Aladjem e al bioarcheologo Dr. Yossi Nagar, sostengono che gli oggetti rappresentino una continuità culturale portata avanti anche dopo l’adozione del cristianesimo. Le statuette potrebbero aver incarnato la memoria di antenati o simboli identitari radicati in comunità di origine africana, giunte nel Negev come migranti, mercanti o membri di famiglie miste.
Non è escluso che tali persone avessero mantenuto, accanto ai nuovi riti religiosi, una connessione profonda con le proprie origini etniche. Le statuette possono quindi essere lette come manifestazioni tangibili di una doppia appartenenza: alla nuova comunità religiosa e alla tradizione ancestrale, fusa in un simbolismo personale che trascende le frontiere geografiche e culturali.
Un ritrovamento che parla al presente
Per Eli Escusido, Direttore dell’Israel Antiquities Authority, il valore del ritrovamento va oltre la dimensione storica: “Questi reperti sono toccanti non solo dal punto di vista archeologico, ma anche umano“, ha dichiarato. “Ci ricordano che la Terra d’Israele è da sempre una terra di passaggi e incontri. Qui popoli lontani si sono mescolati, hanno lasciato segni della loro presenza, delle loro credenze, delle loro memorie“.
Le statuette di Tel Malḥata, dunque, appaiono come voci silenziose di un’umanità antica che, pur lontana nel tempo, continua a raccontare storie di migrazione, integrazione e identità. In un’epoca in cui il tema delle radici culturali è più che mai attuale, invitano a riflettere sulla complessità e sulla ricchezza dei percorsi umani, anche nel cuore di un antico deserto.
Nascosto tra le pareti rocciose del canyon del Wadi Qelt, nel cuore del deserto di Giuda, in Cisgiordania, a circa 9 km da Gerico e a circa 20 km da Gerusalemme, il Monastero di Choziba – detto anche Monastero di San Giorgio – rappresenta un luogo di profonda spiritualità e bellezza architettonica. Questo monastero greco-ortodosso – situato in un’area desertica in territorio israeliano – è uno dei più antichi e suggestivi luoghi di culto della Terra Santa che attira tantissimi pellegrini che cercano, durante il loro viaggio, il senso della vita e puntano a ritrovare sé stessi. Ma anche molti visitatori amanti del trekking e della natura di tutto il mondo giungono da queste parti per meravigliarsi e entrare in contemplazione con un luogo come questo. Come un miraggio nella polvere le cupole azzurre di questo monastero appaiono infatti dal nulla dopo distese di sassi color ocra e roccia rossa del deserto. Una meraviglia per il cuore e l’anima.
Storia millenaria tra fede e resilienza
Il Monastero di San Giorgio di Choziba fu originariamente costruito intorno a una grotta nel 420 d.C. da cinque eremiti. Questi scelsero questo luogo in quanto situato vicino alla grotta dove il profeta Elia si fermò in fuga dal Sinai venendo nutrito per mesi dai corvi.
Tantissimi monaci vennero attratti da questo luogo così spirituale e questo complesso monastico venne dedicato a San Giorgio il Chozibita.
Nel VI secolo d.C. i persiani giunsero poi nella valle e massacrarono i monaci che abitavano lì. Da quel preciso momento il monastero rimase in stato di completo abbandono per ben 500 anni. Successivamente i crociati, nel 1179 d.C., si insediarono in questo spazio e tentarono di restaurarlo fino alla loro cacciata. Nel 1878 venne costruito l’attuale edificio a cura dalla Chiesa Greco-Ortodossa. Oggi il monastero di San Giorgio di Choziba è abitato da pochi monaci che continuano a vivere secondo l’antica tradizione e aprono le porte a pellegrini e turisti.
Architettura e luoghi sacri
Il Monastero di San Giorgio di Choziba è una straordinaria costruzione in pietra bianca sospesa e immersa nell’arida roccia desertica. Si tratta di un’architettura meravigliosa e desolata qui dove vivono solo i monaci accompagnati dal silenzio e dalla fede. Il Monastero di Choziba, che ospita anche un ossario con i resti dei 14 monaci martirizzati dai persiani, è composto da tre livelli che includono:
la chiesa principale dedicata alla Vergine Maria, presenta una cupola e mosaici bizantini, tra cui l’aquila bicefala simbolo dell’Impero Bizantino,
la cappella di San Giovanni e San Giorgio che contiene un pavimento a mosaico risalente al VI secolo e le reliquie di San Giovanni di Choziba,
la grotta del Profeta Elia dove, secondo la tradizione, il profeta trovò rifugio e fu nutrito dai corvi per tre anni e sei mesi. La grotta è decorata con affreschi antichi assolutamente da vedere.
Fonte: iStockMonastero di San Giorgio di Choziba
Come raggiungere il Monastero di San Giorgio di Choziba
Il monastero si trova a circa 9 km da Gerico e 20 km da Gerusalemme. Un tempo questo luogo era accessibile solo a piedi attraverso una strada dissestata. Bisognava calarsi nel profondo canyon roccioso camminando lungo un sentiero soleggiato facendosi aiutare solo eventualmente dai muli. Oggi però le cose sono cambiate e il monastero è accessibile anche attraverso una nuova strada.
In auto: nel 2010 è stata costruita una strada. Dalla Highway 1, che collega Gerusalemme a Gerico – nell’itinerario che scende verso il Mar Morto – bisogna seguire le indicazioni per Mitzpeh Yeriho e prendere quindi la strada che conduce al Canyon di Nahal Prat. Da qui, dopo aver parcheggiato, bisogna percorrere un pezzetto a piedi,
in autobus – n. 486, 487 – percorrendo sempre l’autostrada 1 da Gerusalemme e uscendo a Mizpe Yericho,
a piedi percorrendo sentieri panoramici da Gerico o Mizpe Yericho attraverso il Wadi Qelt, con un livello di difficoltà medio-difficile.
Orari di visita e consigli utili
La visita al Monastero di San Giorgio di Choziba è da inserire in programma durante un viaggio on the road in questa zona. Questo monastero è anche citato nelle scritture come luogo di ritiro spirituale di Gioacchino – padre di Maria di Narareth – che proprio qui ricevette la visita di un angelo che gli preannunziava la gravidanza di sua moglie Anna. Ecco alcune informazioni e consigli utili per visitare questo luogo:
orari di apertura: tutti i giorni dalle 8 alle 11 e dalle 15 alle 17. Il sabato l’orario di visita è invece dalle 9 alle 12,
ingresso libero,
abbigliamento: essendo un monastero è richiesto un abbigliamento rispettoso e consono per il luogo,
attrezzatura: si consiglia di indossare scarpe da trekking e portare acqua e protezione solare, data la posizione desertica del sito.
Eventi e celebrazioni
Il 20 gennaio di ogni anno si celebra la festa di San Giorgio, patrono del monastero. In questa data molti pellegrini e religiosi ortodossi giungono qui da ogni parte di mondo per festeggiare insieme con cerimonie religiose e momenti conviviali aperti a tutti.
Inoltre, in ogni periodo dell’anno, sono invece tante le donne che lo raggiungono per chiedere la grazia della maternità vista la citazione del luogo nei vangeli.
In alternativa inserire questa tappa del Monastero di Choziba in un itinerario di viaggio in Israele, sarà sicuramente non deludente. Un luogo spirituale, bello e indimenticabile come altrettanto lo è il deserto di Giuda soprattutto se visitato alle prime luci dell’alba.