Le scoperte di nuovi siti archeologici sono state le notizie che, negli ultimi tempi, hanno destato più curiosità tra coloro che vorrebbero fare un viaggio in Israele ma che non se la sono sentita di andare. Ed è proprio dall’apertura dei siti archeologici, grande attrazione turistica oltre che scoperte di portata storica inimmaginabile, che il Paese vuole ripartire. Questa terra, ricca di storia e di storie, ha ancora molto da raccontare.
La nuova via dei Pellegrini
Molte sono anche le novità culturali, e quindi anche turistiche: dalla nuova via dei Pellegrini, un percorso risalente al I secolo che collegava la Piscina di Siloe ai piedi del Monte del Tempio, aperta all’interno di Gerusalemme dopo 20 anni di lavori alla Biblioteca Nazionale che ancora rappresenta una novità soprattutto per gli italiani, ai nuovi percorsi nell’area archeologia di Ophel intorno alla Città di David, alla mostra dedicata al Grande Rotolo di Isaia che aprirà il prossimo 24 febbraio al Museo di Israele.
Apre la pista ciclabile più lunga di Israele
Per non parlare, poi, delle novità riguardanti le attività outdoor per cui molti appassionati scelgono questo luogo dai paesaggi selvaggi quanto bellissimi: proprio qualche settimana fa, infatti, è stata inaugurata la pista ciclabile più lunga di Israele, la pista Yahel-Timna. Solo recentemente è stata completata la costruzione del tratto Yotvata-Timna, che collega il single track a una lunghezza di oltre 100 km di percorso continuo.
Aperture di hotel e ristoranti
Ma non è tutto: nel frattempo Israele è andato avanti e sono stati aperti nuovi hotel e nuovi ristoranti (la gastronomia è uno dei tanti punti di forza del Paese), e stanno per inaugurare molti nuovi indirizzi a Tel Aviv, ma anche nella zona del Mar Morto, in Galilea e a Gerusalemme di gruppi israeliani ma anche di grosse catene internazionali che operano nel settore del lusso, come il Six Senses e il Nobu Hotel a Tel Aviv, di proprietà di Robert De Niro.
Intanto, stanno riprendendo regolamentate i collegamenti aerei: prossime sono le aperture di nuovi voli diretti da tante città italiane, a partire da Palermo, Catania, Napoli, Cagliari oltre all’intensificazione di voli da Roma, Milano e Venezia. In totale a oggi si contano 92 voli settimanali tra Italia e Israele.
“Il 2026 è l’anno della ripresa” ha commentato Kalanit Goren, direttrice dell’Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo che abbiamo avuto occasione di incontrare in occasione della Borsa Italiana del Turismo 2026 che si è svolta a Milano “con i nuovi collegamenti oggi è molto facile viaggiare verso Israele. L’Italia sta tornando anche se con una ripresa ancora lenta, al momento il sesto mercato per Israele, mentre i primi a tornare sono stati gli americani seguiti dai francesi e sono iniziati ad arrivare visitatori da mercati inaspettati come India e Brasile. E abbiamo avuto arrivi anche mercati meno scontati, come l’India o il Brasile. La Maratona di Gerusalemme che si terrà a marzo è un evento che attira runner da tutto il mondo; quindi, penso sia arrivato il momento di viaggiare e di tornare in Israele”.
In occasione della BIT 2026, abbiamo incontrato al suo stand in fiera Eric Hsueh, General Manager della compagnia aere di Taiwan, la EVA Air, che da poco ha avviato un collegamento diretto giornaliero tra Milano Malpensa e Taiwan. Ecco cosa ci ha detto.
Potrebbe presentarci brevemente EVA Air?
EVA Air, membro di Star Alliance, è stata fondata nel 1989 come prima compagnia aerea internazionale privata di Taiwan. Fa parte del rinomato Evergreen Group ed è una consociata di Evergreen Line, leader mondiale nel trasporto marittimo di container. Con una flotta di oltre 80 aeromobili Boeing ed Airbus, serve più di 60 destinazioni internazionali in Asia, Oceania, Europa e Nord America.
Per il decimo anno consecutivo ha ricevuto il premio Skytrax 5 stars Airline Award. L’importante novità con la quale abbiamo aperto il 2026 è che dal 16 gennaio di quest’anno EVA Air offre un collegamento comodo e quotidiano da Milano-Malpensa a Taipei, la Capitale di Taiwan, e una ulteriore connessione altrettanto confortevole e immediata per tutte le destinazioni asiatiche che fanno parte del nostro ampio network.
123RFlo skyline della bellissima Taipei, Capitale di Taiwan
I voli dall’Italia saranno operati, come di consueto, con l’aeromobile Boeing 787-9, configurato con tre classi: Economy, Premium Economy e Royal Laurel. Abbiamo voluto soddisfare la crescente domanda del mercato e confermare la nostra volontà di investire in Italia con una nuova proposta di alto livello.
Volare con EVA Air significa anche sperimentare tutta la qualità del suo servizio riconosciuta a livello internazionale. I viaggiatori possono trovare ulteriori informazioni su EVA Air (comprese rotte e orari), prenotare e acquistare biglietti sul nostro sito web oppure possono seguirci su IG e FB.
Perché un volo quotidiano Milano-Taipei? Quali sono le aspettative per il mercato e la previsione per il coefficiente di riempimento?
Dal lancio del volo MXP-TPE nell’ottobre 2022, EVA Air ha mantenuto un load factor (fattore di carico) stabile superiore all’80% con quattro voli a settimana. Prevediamo che, dopo l’aumento a un volo giornaliero, il fattore di carico medio rimarrà stabile a oltre l’80%.
Questo nuovo volo giornaliero diretto risponde alla crescente domanda del mercato e conferma il nostro impegno a investire in Italia con un’offerta di alto livello. Grazie a questa rotta, i viaggiatori avranno un quotidiano accesso diretto a Taiwan e potranno collegarsi in modo coerente ed efficiente a molte destinazioni asiatiche. EVA Air conferma la sua strategia di crescita internazionale e continua a distinguersi per i suoi elevati standard in termini di sicurezza, comfort e ospitalità a bordo.
Rafforza, inoltre, il suo impegno nei confronti del mercato italiano e contribuisce a creare un ponte privilegiato per gli scambi culturali, turistici e commerciali tra i due paesi. L‘Italia, punto di riferimento per l’Europa e una delle destinazioni turistiche più popolari al mondo, e Taiwan, dinamico hub asiatico con una delle economie più innovative, sono ora collegate da una rotta giornaliera che offre nuove opportunità e rende i viaggi ancora più comodi e accessibili. Questo rende più facile pianificare viaggi d’affari, vacanze culturali o soggiorni di lunga durata, affidandosi ai voli, alla qualità e alle garanzie offerte da EVA Air.
Quali sono le destinazioni più popolari tra i passeggeri in partenza da Milano?
Le principali destinazioni da Milano sono Taipei, le Filippine – Manila, Cebu e Clark – ma soprattutto il Giappone, destinazione top, tra le più importanti richieste. Oggi EVA Air offre voli settimanali da Taipei verso il Giappone. I passeggeri in arrivo dall’Italia possono usufruire di connessioni immediate verso Fukuoka, Okinawa, Osaka, Sendai, Sapporo e Tokyo, mentre per le destinazioni di Komatsu, Kobe, Matsuyama e Aomori è prevista una sosta di almeno una notte a Taipei.
Altre destinazioni asiatiche stanno gradualmente aumentando, come l’Indonesia, la Corea del Sud, il Vietnam, la Malesia e la Thailandia. Ma abbiamo puntato sul Giappone soprattutto, e abbiamo organizzato lo scorso 11 gennaio, a Milano, una giornata interamente dedicata alla destinazione Giappone per parlare, insieme con esperti, della sua storia, cultura, gastronomia e turismo. Un evento che è stato un pieno successo.
Ci parli dell’offerta di bordo sul volo Milano-Taipei.
EVA Air utilizza attualmente i B787-9 per la rotta Milano-Taipei, configurato in tre classi, offrendo la Royal Laurel Class, la Premium Economy e la Economy Class. La Royal Laurel è la classe più lussuosa per i passeggeri che desiderano privacy, una cucina raffinata e un servizio premium. Ogni sedile è dotato di schermo touch screen HD, sedili massaggianti e sistema di intrattenimento.
Premendo un pulsante, il sedile può trasformarsi in un letto completamente reclinabile lungo circa 2 metri per un riposo notturno ristoratore. Tra i dettagli studiati figurano un kit di cortesia esclusivo, comodi pigiami e cuffie con cancellazione del rumore.
La Classe Premium Economy è stata introdotta e inaugurata lo scorso 28 maggio sui voli Milano-Malpensa Taipei.
EVA Air, non molti lo sanno, è stata la prima compagnia aerea a introdurre la Premium Economy Class, allora nota come Evergreen Deluxe Class, nel 1992, e continua a essere pioniera del cambiamento, stabilendo un nuovo punto di riferimento nel settore con l’introduzione della quarta generazione di sedili sull’aereo Boeing 787-9.
EVA Air si è sempre concentrata sull’innovazione orientata al passeggero e sulla definizione delle tendenze del settore. Questi sedili di quarta generazione mantengono la filosofia di base delle generazioni precedenti, migliorando al contempo il comfort, lo stile e la funzionalità, a dimostrazione del nostro impegno nell’innovazione del servizio e nell’attenzione ai dettagli.
La Premium Economy è una classe simile alla Business Class, che offre un’esperienza di volo raffinata e confortevole, rafforzando il principio di un servizio completo in tutte e tre le classi. La nuova Premium Economy Class dispone di 28 sedili disposti in una configurazione 2-3-2. La distanza tra gli schienali è di 106,68 cm.
Il meccanismo di reclinazione del sedile, con un movimento simile a una culla, consente al cuscino del sedile di scorrere in avanti e verso l’alto contemporaneamente, creando una comoda reclinazione equivalente a 20,32 cm. Ogni sedile è dotato di uno schermo da 15,6 pollici ad alta risoluzione, leader nel settore e di un sistema di controllo multifunzione per l’intrattenimento. Il tavolino include un supporto per dispositivi personali, mentre i sedili sono dotati di prese di corrente combinate da 110 V CA e USB per soddisfare le diverse esigenze dei passeggeri moderni.
Il nuovo design enfatizza la privacy con pannelli laterali montati sui poggiatesta con luci di lettura integrate. Ampi vani portaoggetti nei braccioli, nei vani dei sedili e nei portabottiglie consentono ai passeggeri di riporre e accedere comodamente ai propri oggetti personali. EVA Air ha collaborato con il marchio britannico HUNTER, che ha creato speciali kit di cortesia per la nuova classe.
Importante: uno speciale bracciolo montato sui sedili lato corridoio consente l’accesso alle sedie a rotelle, consentendo agli assistenti di volo di assistere i passeggeri con esigenze speciali. Naturalmente, i continui miglioramenti apportati da EVA Air alla Premium Economy Class le hanno fatto guadagnare numerosi premi da Skytrax.
Quali sono le altre novità e attività che avete portato alla BIT 2026 ?
Beh, sappiamo bene che questo mese sarà molto speciale perché dal 6 al 22 febbraio si svolgeranno le Olimpiadi Invernali con Milano e Cortina d’Ampezzo come città ospitanti.
EVA Air sarà presente con un fitto calendario di presenze e pubblicità: dal 5 al 18 febbraio c’è la campagna metro “outdoor” a Milano, con un circuito di 100 manifesti pubblicitari in tutte le maggiori stazioni metro della città delle linee M1, M2, M3; dal 9 al 15 febbraio, la campagna Progetto Olimpiadi sarà presente con un’edicola in corso Magenta, 24, con allestimento Premium EVA Air e due hostess che accoglieranno i passanti offrendo informazioni sulla compagnia. La struttura sarà interamente personalizzata per riflettere l’eleganza e l’ispirazione asiatica del nostro marchio, diventando un polo di curiosità e interazione accattivante sia per i residenti che per i visitatori internazionali; dal 9 al 22 febbraio, ci sarà una campagna pubblicitaria RAI che andrà in onda durante le Olimpiadi invernali sulla rete nazionale.
Ufficio stampaIl chiosco di EVA Air in Corso Magenta a Milano
Come gestisce EVA Air la propria attività in Italia, in particolare con le agenzie di viaggio e i tour operator?
Sebbene EVA Air sia stata fondata più di 30 anni fa, opera sulla rotta MXP-TPE in Italia solo da 3 anni. Pertanto, la prima missione della filiale italiana della compagnia è quella di espandere la notorietà del marchio in Italia. Finora abbiamo svolto numerose attività per raggiungere questo obiettivo. Le pubblicità B2C di EVA Air sono state collocate in tutta Milano, ad esempio nelle stazioni della metropolitana, sui tram, sui taxi, alla radio e persino su Netflix.
Non solo le pubblicità B2C, ma anche quelle B2B sono molto importanti per noi, e anche il rapporto interattivo con le agenzie di viaggio è al centro della nostra attenzione. Non solo a Milano, ma in tutto il Nord Italia. Quindi, andiamo a Bergamo, Torino, Verona, Bologna e persino a Lugano, in Svizzera, per invitare importanti agenzie di viaggio e tenere seminari.
Attraverso l’interazione in loco, le agenzie di viaggio possono conoscere meglio EVA Air. Abbiamo anche invitato diverse agenzie di viaggio a partecipare a viaggi di familiarizzazione a Taiwan, in Giappone, nelle Filippine e in altri paesi asiatici.
Attraverso queste attività, le agenzie di viaggio avranno una comprensione più approfondita di EVA Air, il che sarà anche di grande aiuto per espandere la nostra attività.
Confrontando i passeggeri business con quelli leisure: chi è più importante per EVA Air?
I passeggeri che viaggiano per piacere e quelli che viaggiano per affari sono ugualmente importanti. Inoltre, EVA Air è una compagnia aerea internazionale con una vasta rete di voli intercontinentali, il che significa che i nostri passeggeri, ad esempio sulla rotta TPE-MXP, non provengono solo da Taiwan o dall’Italia, ma da tutto il mondo.
Grazie alla vasta rete di voli di EVA Air e ai tempi di trasferimento estremamente convenienti, sia i passeggeri che viaggiano per piacere che quelli che viaggiano per affari possono raggiungere facilmente le loro destinazioni ideali. L’Italia come destinazione turistica e di svago svolge un ruolo molto importante nella rete di voli globale di EVA Air, ma anche Taipei come destinazione tecnologica e d’affari è fondamentale, e aggiungerei che, senza dubbio, la domanda di viaggi d’affari è cruciale per lo sviluppo della nostra rotta di volo diretta (MXP-TPE).
La tecnologia e la sostenibilità sono importanti per EVA Air: cosa sta facendo la compagnia a questo proposito?
La sostenibilità e le misure di sicurezza sono fondamentali per EVA Air, nota come compagnia aerea “verde”, profondamente impegnata nella sostenibilità. È sempre stata all’avanguardia nell’innovazione e nel miglioramento delle misure di sicurezza.
Oggi lo sviluppo sostenibile non è solo una scelta, è una responsabilità. EVA Air collabora con tre importanti fornitori: AEG FUELS dagli Stati Uniti, COSMO Oil Marketing dal Giappone e Formosa Petrochemical Corporation da Taiwan per l’acquisto di carburante sostenibile per l’aviazione (SAF), riaffermando il suo impegno incondizionato a raggiungere emissioni nette pari a zero entro il 2050 e introducendo attivamente il SAF in tutta la sua rete globale e nella regione Asia-Pacifico per ridurre la sua impronta di carbonio. Come importante traguardo nel progressivo adozione del SAF, EVA Air ha introdotto con successo il SAF di produzione nazionale il 23 aprile 2025 nell’ambito del programma pilota.
Inoltre, EVA Air è conforme alla politica di fornitura di SAF dell’Unione Europea (UE) e tutti i voli in partenza dall’Europa operano con una miscela di SAF al 2% dal primo trimestre di quest’anno, poiché il SAF è considerato una delle soluzioni più promettenti per ridurre le emissioni di carbonio nel settore dell’aviazione.
Sul fronte ambientale, la compagnia ha implementato numerose iniziative di risparmio energetico e riduzione delle emissioni, tra cui la modernizzazione della sua flotta con l’adozione di aeromobili di nuova generazione a basso consumo di carburante.
In termini di sicurezza dei voli, EVA Air rimane all’avanguardia nel miglioramento delle misure di sicurezza. EVA Air e IATA hanno firmato un accordo di cooperazione che annuncia la partecipazione ufficiale di EVA Air alla piattaforma Turbulence Aware dell’IATA. Con il cambiamento dei modelli meteorologici, la turbolenza, che è più difficile da prevedere, rappresenta un problema crescente per la sicurezza dei voli e la pianificazione operativa.
Per garantire la sicurezza dei passeggeri, dell’equipaggio e degli aeromobili, EVA Air ha aderito all’impegno globale volto a migliorare la condivisione dei dati in tempo reale sulle turbolenze e a potenziare le misure di sicurezza predittive attraverso questa piattaforma all’avanguardia.
L’adesione a Turbulence Aware aiuterà i piloti e i dispatcher ad analizzare i dati in tempo reale, pianificare e scegliere le rotte più appropriate per evitare le zone a più alto rischio di turbolenza e garantire la sicurezza dei passeggeri e degli aeromobili.
La piattaforma comprende attualmente 28 compagnie aeree che condividono i rapporti di oltre 2.700 aeromobili. Una volta raccolti i dati, la piattaforma fornisce ai piloti informazioni in tempo reale sulla turbolenza, consentendo loro di cambiare rotta tempestivamente ed evitare le zone interessate. Inizialmente, EVA Air impiegherà un totale di 33 aeromobili Boeing 777-300ER per partecipare alla raccolta e alla comunicazione dei dati.
Quanto è importante far parte di un colosso come Evergreen e qual è la vostra strategia in materia di alleanze nel settore aereo?
EVA Air ed Evergreen Marine sono due società indipendenti del gruppo Evergreen. EVA Air, in qualità di membro della Star Alliance, lavora a stretto contatto con gli altri membri dell’alleanza, formando una fitta rete di voli nei principali mercati mondiali.
I passeggeri che volano con EVA Air possono facilmente effettuare voli in coincidenza in sei delle nostre destinazioni europee e proseguire verso altre città in Europa, così come possono aspettarsi la stessa comodità quando volano verso l’Asia.
È appena stata inserita tra le Migliori compagnie aeree internazionali, conquistando il quinto posto nella prestigiosa classifica dei Condé Nast Traveler Readers’ Choice Awards 2025. Da tre anni vola anche in Italia collegando direttamente Milano a New York, trasportando passeggeri, soprattutto per turismo, dall’Italia agli Stati Uniti (e viceversa), facendoli volare nel modo più confortevole possibile.
La Compagnie, infatti, è una compagnia aerea all business ovvero con una sola classe di volo che, sei volte alla settimana – un po’ meno d’estate perché la richiesta cala leggermente –, fa la spola oltreoceano. La sua caratteristica è quella di offrire un servizio esclusivo, un’esperienza di viaggio confortevole, ma al contempo accessibile, in quanto ha tariffe decisamente competitive, tanto da definirsi “Smart” Business Class al 100%.
Abbiamo avuto l’opportunità di fare il punto con Christian Vernet, CEO di La Compagnie per sapere come sta andando finora e quali sono le novità in arrivo.
Ufficio stampaL’Airbus A321neo con cui vola La Compagnie
“Il nostro collegamento piace molto, abbiamo orari comodi che permettono di arrivare a New York di giorno e di godersi la giornata, mentre il volo di rientro è notturno e si arriva a Milano la mattina, pronti per dedicarsi fin da subito alle proprie attività. Inoltre, si viaggia in maniera molto confortevole, l’offerta a bordo è attenta, l’imbarco e lo sbarco sono rapidi perché i passeggeri sono pochi (solo 76 posti a bordo) e, fatto non da sottovalutare, è significativamente meno caro rispetto alla concorrenza perché volare con La Compagnia costa più dell’Economy ma meno di una classica Business.
Ed è quello che possiamo fare oggi con solo due aerei. Ne abbiamo ordinato un terzo e lo stiamo aspettando, la richiesta di velivoli, in questo momento, è alta e dobbiamo aspettare il prossimo anno, mentre per il quarto bisognerà attendere il 2028. Saranno apparecchi dello stesso modello – Airbus A321neo – ma più performanti. La configurazione interna sarà un po’ diversa, ci sarà meno plastica a bordo e quindi gli aerei saranno anche più leggeri ed ecologici, avranno schermi più ampi e una connessione Wi-Fi più performante perché la tecnologia sta migliorando”.
Più aerei, più rotte
Con uno o due aerei in più ci sarà la possibilità di aumentare anche le rotte e le frequenze. La Compagnie, che è nata nel 2014, vola da sempre tra Parigi e New York e ha un volo stagionale anche tra Nizza e Newark, oltre al Milano Malpensa-New York Newark. “Il nostro ufficio marketing sta studiando i nostri piani futuri. Sicuramente i nuovi apparecchi saranno più performanti e potranno coprire maggiori distanze, per esempio si potrebbero raggiungere le Maldive senza fare scalo o le Maldive, tutto dipenderà a quale target vorranno rivolgersi perché le Maldive sono una destinazione leisure, mentre Miami, per esempio, è sia leisure sia business.
Ufficio stampaLa poltrona completamente reclinabile a bordo
Chi viaggia con La Compagnie
Circa il 25-30% di nostri clienti sono repeater che amano volare con noi. Ormai non sono solo gli uomini d’affari a viaggiare in Business Class, infatti, la maggior parte dei clienti di La Compagnie è composta da passeggeri leisure (il 65%), ma c’è anche la categoria bleisure, che viaggia per lavoro ma si regala anche qualche giorno di vacanza prima o dopo, ci sono famiglie con bambini e persino cani. Per i nostri clienti cerchiamo di avere sempre qualche novità.
Collaboriamo con degli chef stellati che preparano i pasti da servire a bordo. che variano a seconda della stagione e che si basano su piatti francesi e italiani, per i voli dall’Italia. Loro sanno che in volo le papille gustative funzionano peggio quindi studiano menu tenendo conto di questa problematica. Anche i vini, tutti bio, sono italiani e francesi, inclusi gli Champagne. A New York abbiamo anche una lounge privata dedicata esclusivamente ai nostri ospiti.
La Thailandia è sempre nel cuore degli italiani e, quando si parla del “Paese del sorriso”, c’è sempre grande interesse. Quando si sale a bordo di un aereo di Thai Airways ci si immerge fin da subito nella ‘thailandite’: si viene accolti dal sorriso delle assistenti di volo che offrono un’orchidea a tutti i passeggeri, assistenti che, durante il volo, cambiano per ben tre volte le loro splendide divise, il Ruean Ton, l’abito tradizionale thailandese in seta grezza.
Ecco perché, in occasione del TTG di Rimini 2025, ci siamo fatti raccontare da Armando Muccifora, Sales Manager di Thai Airways, che quest’anno celebra il 65° anniversario, cosa bolle in pentola.
“Arriveranno 80 nuovi aerei per le tratte a lungo raggio e 33 per il corto-medio raggio, abbiamo così cambiato tutti i vecchi modelli. Li stanno ancora costruendo quindi arriveranno nel 2027″, spiega Muccifora, “si tratta rispettivamente di Boeing 787-900 Dreamliner, insonorizzati e con consumi inferiori del 25% che serviranno per le nuove rotte a lungo raggio (tra cui il Roma-Bangkok, la data non è ancora stata annunciata), e di Airbus A321neo, che invece serviranno per collegare Bangkok con altre mete della Thailandia.
Ciò significa che non solo stiamo riaprendo tutte le rotte in Asia, ma aumenteremo persino la frequenza. Andremo in alcune mete in Cina mai raggiunte prima, apriremo la settimana destinazione in Giappone e aumenteremo i collegamenti con Tokyo Haneda e Narita, così come rafforzeremo voli per Giacarta e Bali, per l’Australia e la Nuova Zelanda. E poi ci sanno nuove rotte in Thailandia.”
Il viaggio in Thailandia inizia a bordo
Ma non solo nuove mete, anche i viaggi a bordo degli aerei Thai saranno sempre più confortevoli. “I nuovi aerei avranno nuove configurazioni con nuove Business Class (la Royal Silk Class) e nuove Economy, ma anche Premium Economy, tutti i nuovi aerei dal 2027 avranno questa classe che è molto richiesta. Ma l’esperienza a bordo è molto legata alla Thailandia. “Siamo in prima fila anche nello sviluppo del turismo, specie quello esperienziale”, racconta Muccifora.
Ufficio stampaLa Royal Silk Class di Thai Airways
“Ci sono nuovi progetti che, in qualità di ambasciatori della ‘thailandite’, stiamo seguendo da vicino: a Nord del Paese, nelle piantagioni di caffè, e a Sud, nelle piantagioni di cacao perché a bordo dei nostri voli serviamo questi prodotti.
A bordo i pasti sono stati curati dalla chef thailandese Duangporn “Bo” Songvisava, famosa per aver preso parte al programma di Netflix Chef’s table, mentre gli snack caldi per il corto raggio serviti in Economy sono stati affidati alla prima chef Stella Michelin di street food, Jay Fai. Viene servito un cocktail signature chiamato Rose of the Royal Voyage fatto con le essenze delle rose del giardino del Palazzo Reale di Bangkok. Inoltre, sono state create delle playlist musicali per ogni momento del volo, dall’aperitivo al sonno”.
Ufficio stampaIl cocktail Rose of the Royal Voyage che viene servito a bordo
Cresce il turismo generale a Tahiti e cresce anche il numero di italiani che visitano l’arcipelago della Polinesia francese. Dall’anno scorso, il mercato italiano ha avuto un incremento dell’8%. “Solo nel mese di luglio sono stati 1.013 visitatori dall’Italia, che per noi, anche se sembrano numeri piccoli, sono importanti”, spiega Tehani Mairai, International Promotion Manager di Tahiti Tourisme che abbiamo avuto il piacere di incontrare in occasione del TTG Travel Experience 2025 di Rimini. “Siamo una piccola destinazione, inoltre vogliamo rimanere nell’ambito del turismo sostenibile; pertanto, siamo molto orgogliosi dei numeri che stiamo ottenendo, perché l’inclusione con la nostra popolazione è estremamente importante e vogliamo assicurarci di non superare questa barriera”.
Sostenibilità prima i tutto: il piano d’attacco
Un paradiso in Terra però oggigiorno non è facile da tutelare. Per mantenere questo arcipelago così paradisiaco bisogna lavorarci e avere una strategia. Tanto più che sono stati annunciati nuovi voli in arrivo già da quest’inverno e saranno ancor più numerosi a partire dal 2026. “Dal 2022, ci siamo dati un obiettivo al quale stiamo ancora lavorando”, racconta Mairai. “Abbiamo fatto una riflessione sull’attuazione di una vera strategia di sostenibilità e ci siamo chiesto “Come possiamo farlo? Come possiamo diventare una destinazione turistica sostenibile ufficiale? Quindi, per aiutarci, siamo diventati membri del GSTC, il Global Sustainable Tourism Council. E, grazie a loro, ci hanno dato le indicazioni per farlo. Ed ecco cosa abbiamo fatto: prima di tutto abbiamo chiesto un parere alla popolazione per sapere se fossero favorevoli al turismo. Il 97% era a favore di un turismo di tipo sostenibile il che significa che va bene avere dei turisti ma devo comunque sentirmi sempre a casa mia.
Poi abbiamo cercato di capire cosa ci servisse: gestione dei rifiuti, riciclo di materiali ma anche mantenere sempre vive le nostre tradizioni che per noi sono fondamentali. Ecco perché abbiamo lavorato con partner locali e, chi lavora nel settore turistico, viene formato continuamente in modo che tutti siano coinvolti. Ora abbiamo formato un comitato di 27 cittadini presi da diversi ambiti che hanno il compito di selezionare alcuni progetti su centinaia di proposte che hanno bisogno di essere sviluppate. Di circa 250 proposte abbiamo messe in atto 110 azioni che realizzeremo e che hanno anche lo scopo di coinvolgere gli ospiti che vengono nel nostro Paese.
Getty ImagesIl mare cristallino di Tahiti
Tahiti Tourisme ha lanciato, a maggio di quest’anno, una piattaforma online per le donazioni. Ne siamo molto orgogliosi perché molti dei nostri visitatori che sono venuti a Tahiti e che se ne sono innamorasti vorrebbero fare qualcosa. Da noi, vieni come ospite e te ne vai come membro della famiglia. Quindi, abbiamo creato questa piattaforma di donazioni, nella quale sono rappresentate le associazioni locali per la sostenibilità. Si chiama Hina e ogni anno sostiene quattro diversi progetti, ma non si tratta semplicemente di donare del denaro significa prendersi a cuore alcuni aspetti che riguardano la nostra comunità, la cultura, l’ambiente e l’istruzione. Ogni donazione effettuata va direttamente all’associazione, quindi è totalmente trasparente, totalmente equo.
Il prossimo step è previsto per il 2028, quando dovremo ripetere l’audit del 2022. Chiederemo alla popolazione come è andata finora, qual è stato l’impatto sull’ambiente, se abbiamo raggiunto l’obiettivo e a che punto siam. Quindi per noi è un vero impegno, perché tutti possono vedere cosa è stato fatto”.
Tahiti, ma non solo
“Vogliamo far sapere a chi ci visita che la Polinesia francese non è solo Tahiti e le isole più famose (Moorea e Tetiaroa). Ci sono altre cinque isole (Raiatea, Huahine, Bora Bora, Taha’a e Maupiti), con altrettante esperienze di vita, ognuna con la sua particolarità, con il suo paesaggio unico. È molto facile spostarsi tra l’una e l’altra con i voli interni, ma anche l’industria delle crociere è ben radicata. Abbiamo quattro compagnie che operano tutto l’anno, pertanto, ci sono vari modi per scoprire le nostre isole. Ciascuna ha anche le sue tradizioni.
Getty ImagesLa Polinesia francese e le sue tradizioni
Per esempio, ogni anno abbiamo l’Heiva Festival che comprende danze tradizionali polinesiane, competizioni sportive, musica e canti e artigianato, il nostro principale evento culturale, che di solito si tiene tra giugno e luglio. Si svolge a Tahiti, ma ce né uno anche a Bora Bora e persino alle Isole Marchesi con un festival marchesiano che è fantastico e viene organizzato ogni quattro anni. Quest’anno cade proprio a dicembre. La particolarità delle isole Marchesi è che ogni isola porta una delegazione; quindi, è come una grande reunion e ogni è un’isola diversa a ospitare il festival.
Gli italiani impazziscono per l’Egitto: le spiagge del Mar Rosso sono piene in qualunque stagione dell’anno, le crociere sono tornate di gran moda e, a parte qualche momento di bassa stagione, registrano il tutto esaurito, e Il Cairo con il nuovo Grand Egyptian Museum (GEM) aperto da un anno sta attirando sempre più visitatori. “Da inizio 2025, abbiamo assistito a un aumento di arrivi del 22%.
Il mercato italiano, poi, è in forte crescita perché è salito del 50% e sono convinto che in futuro saremo in grado di soddisfare ancora i visitatori italiani”, ha annunciato Mr. Ahmed Youssef, CEO di Egyptian Tourism Authority che abbiamo incontrato a Rimini durante la fiera TTG Travel Experience.
Nuove esperienze
Ma l’Egitto è grande e ha davvero molto di più da offrire. “Negli ultimi anni, l’Egitto si è concentrato nel valorizzare le antichità, con il nuovo Grand Egyptian Museum, il Museo Nazionale della Civiltà Egizia aperto qualche anno fa al Cairo, quello che ospita le mummie, per intenderci, e il Museo Egizio.
Ora che stiamo per inaugurare l’ultima galleria del GEM, con l’apertura ufficiale, vogliamo dedicarci allo sviluppo di alte forme di turismo”, ha spiegato Youssef, che ha svolto un ruolo determinante nella definizione delle strategie turistiche dell’Egitto, ricoprendo posizioni di vertice all’interno del Ministero del Turismo e delle Antichità, fino alla sua nomina a Chief Executive Officer a marzo 2025.
@SiViaggia - Ilaria SantiLa colossale statua di Ramsete II nella Grand Hall del GEM
“Prima di tutto quello legato al wellness, poi all’ecoturismo e allo sport. Vogliamo sviluppare la zona del deserto, ripercorrere itinerari religiosi – ricordiamoci della Fuga in Egitto descritta nel Vangelo – e gastronomici e poi ci interessa il turismo MICE (Meetings, Incentives, Conferences and Exhibitions). Abbiamo molto più da offrire, quindi, e non soltanto antichità”.
Itinerari fuori rotta
E, in effetti, l’Egitto classico è molto gettonato, tanto che alcuni siti archeologici rasentano l’overtourism. Ci ha spiegato che. oltre alle mete già ben note, ci sono itinerari molto meno frequentati e che rivelano un Egitto un po’ diverso.
Getty ImagesA Sud di Assuan
“Tra le nuove esperienze che si possono fare in Egitto”, spiega Youssef “c’è sicuramente la scoperta approfondita del Cairo, perché non bastano due o tre giorni per visitare la Capitale. Per scoprire tutti i musei, che molta gente ancora non conosce, ci vorrebbero almeno sette giorni. Ci sono crociere sul Nilo che partono direttamente dal Cairo: si resta due o tre notti in città e poi ci si imbarca fino ad Assuan, il viaggio dura circa 10-11 giorni. Oppure si può andare verso Alessandria d’Egitto, El Alamein e Marsa Matruh, sul Mediterraneo, e poi all’Oasi di Siwa, combinando cultura, vacanza mare ed esperienze nel deserto”.
Obiettivo: sostenibilità
“L’obiettivo dell’Egitto, quindi, è di fare scoprire un lato insolito del Paese. Ma un altro nostro obiettivo è quello legato alla sostenibilità”, racconta ancora il CEO. “Oggi, il 50% degli hotel di Sharm el-Sheikh adottano già pratiche green: hanno installato pannelli solari e riciclano la spazzatura. In città ci sono solo autobus sono elettrici. Stiamo diventando sempre più paperless, già alcuni musei hanno adottato i ticket d’ingresso digitali e sono molti altri i progetti ai quali stiamo lavorando.
Getty ImagesLa spiaggia di un resort a Sharm el-Sheikh
Ma per noi sostenibilità significa anche inclusione della popolazione locale. Incoraggiamo quindi i tour operator a coinvolgere la comunità locale. Per esempio, se si va ad Assuan ora la gente apre la propria abitazione ai turisti, si possono visitare le case e prendere il tè assaggiando cibo tipico con i proprietari della casa. È quello che chiamiamo turismo rurale. E questa esperienza si può fare anche se si viaggia soli”.
Ufficio stampaMr Ahmed Youssef, CEO di Egyptian Tourism Authority
Quando il territorio conta tanto quanto la struttura alberghiera (magari progettata da un archistar), se non addirittura di più, si può tranquillamente affermare di aver fatto centro. Ed Erich Falkensteiner è uno di quegli uomini che, nel mondo del turismo, ce l’hanno fatta, tanto da essere preso come esempio da seguire da altri imprenditori del settore dell’hôtellerie. Lo abbiamo incontrato in occasione del TTG Travel Experience di Rimini.
Il territorio prima di tutto
“Quando abbiamo deciso di aprire una struttura sulle sponde del Lago di Garda, ci siamo confrontati con le autorità locali e con associazioni come Legambiente. Abbiamo lavorato insieme per trovare soluzioni ottimali per tutti, ci siamo affidati all’architetto paesaggista portoghese João Ferreira Nunes che ha studiato il progetto: il resort ora si trova immerso in un parco di sette ettari dove sono state ripristinate tutte le specie vegetali che c’erano anche in precedenza, come il mirto, per esempio”, spiega il fondatore, Chairman e CEO di FMTG – Falkensteiner Michaeler Tourism Group. Questo è il modo migliore per costruire e aprire un resort, in una posizione invidiabile senza impattare sul luogo e, soprattutto, mantenendo il rispetto della comunità. E non è da tutti.
Da sempre, il Gruppo Falkensteiner Hotels & Residences sceglie le posizioni migliori dove aprire – o ricondizionare – i propri resort: tra le vette alpine dorate, come il Falkensteiner Hotel Kronplatz ai piedi del Plan de Corones, in Alto Adige, affacciati su panorami vista lago, come il Falkensteiner Resort Lake Garda, l’ultimo nato che aprirà nella primavera del 2026 a Salò, e il blu dell’Mediterraneo, come il Falkensteiner Resort Capo Boi, all’interno dell’Area Marina Protetta di Capo Carbonara in Sardegna. Posti da favola. E gli hotel – e le nuove residenze – non sono da meno.
“Diverse strutture Falkensteiner stanno cambiando concept passando a categorie superiori”, spiega lo stesso proprietario “Se ripercorriamo la nostra storia, siamo passati dai due stelle ai tre e ora le tre stelle passano a quattro e le quattro a cinque stelle. I primi cinque stelle sono arrivati già dieci anni fa. Sono queste le esigenze dei nostri clienti e noi abbiamo deciso di puntare verso un target di lusso. Inoltre, bisogna saper fare delle scelte anche nelle strutture per cui abbiamo diviso hotel family e hotel adults only e anche quando abbiamo deciso di unire queste due esigenze le abbiamo completamente separate su livelli diversi. Non si può fare tutto, bisogna avere le idee chiare ed essere coerenti e noi abbiamo fatto una scelta ben precisa. Abbiamo tanti clienti e non vogliamo perderli”.
Ufficio stampaLa famosa hall del Falkensteiner Kronplatz
Una storia di famiglia
Era il 1957 quando Maria e Josef Falkensteiner aprirono una pensione a conduzione famigliare a Casteldarne in Val Pusteria. L’idea era di proporre un’oasi di relax, non lungo la strada come era usuale allora, ma in una zona più tranquilla per poter offrire maggiore comfort ai propri ospiti. Quell’intuizione, che ai tempi era molto innovativa, continua a rappresentare l’obiettivo del gruppo, che vuole proporre ambienti confortevoli in location paradisiache, arricchendoli con sempre più idee originali e innovative.
Ufficio stampaFamily friendly o adults only, ce n’è per tutti
“Ogni resort è diverso dall’altro perché ogni località in cui è immerso è diversa e l’esperienza che fa l’ospite è unica ogni volta. La stessa filosofia l’abbiamo applicata ai residence, gli appartamenti che abbiamo iniziato a realizzare in alcuni resort (in Italia li troviamo a Jesolo e, nel 2026, sul Garda, ndr). Gli standard sono gli stessi degli hotel, quindi alti”.
Nuovi hotel nelle mete inaspettate
Anche gli hotel aperti nelle città, come quello di Bolzano inaugurato lo scorso mese di luglio, sono rivolti a chi viaggia per turismo e contribuiscono allo sviluppo turistico. “L’80% dei clienti che abbiamo avuto ha scelto questa nostra struttura per venire in vacanza”. E i progetti non sono finiti.
Ufficio stampaErich Falkensteiner, Presidente del Consiglio di Sorveglianza di FMTG
Solo ad agosto 2025, l’Italia è stato il primo mercato per l’arcipelago di Malta, con più di 93mila visitatori che l’hanno scelta e nei primi otto mesi del 2025 Malta Tourism Authority ha registrato complessivamente 420.000 arrivi circa dall’Italia, confermando il nostro Paese come secondo mercato turistico principale per il Paese. Ne abbiamo parlato con Ester Tamasi, Direttore Malta Tourism Authority che abbiamo incontrato in occasione delle tre giornate del TTG di Rimini, lieta di dare un importante annuncio. “Negli ultimi tempi Malta è cresciuta tanto in termini di gradimento da parte della popolazione italiana”, ha commentato Tamasi. “Abbiamo una crescita costante tutto l’anno, anche in nei momenti inaspettati – da ottobre a marzo- aprile -, notiamo che c’è un grande desiderio di visitare la destinazione”.
La Valletta migliore città d’Europa 2025
Proprio alla vigilia della manifestazione, è arrivato l’annuncio che la città vincitrice dei Readers’ Choice Awards del 2025 di Condé Nast Traveller è stata La Valletta, Capitale dell’isola di Malta. Ma non è l’unico premio che ha ricevuto: dopo il riconoscimento europeo, gli stessi lettori hanno premiato la Capitale maltese anche come Migliore città del mondo 2025.
“Abbiamo ricevuto dai lettori di Condé Nast la nomina come migliore città in Europa ed è una nomina che arriva a seguito di una competizione molto importante che dimostra come sia capace di attrarre e di portare delle novità, quindi devo ammettere che siamo stati molto bravi a mantenere le radici del passato ma anche di evolverci, oggi Malta è una destinazione frizzante. Pensate che nel 2026 si svolgerà la seconda edizione della Biennale d’arte con artisti emergenti”.
iStockVie del centro storico di La Valletta, capitale di Malta
Perché Malta è così visitata?
“Le volontà dei turisti nello scegliere l’arcipelago sono diverse: Malta è molto segmentata in termini di opportunità e di scoperta e la cosa che valutiamo come positiva è la combinazione meravigliosa tra l’aspetto storico culturale e il paesaggio, una dualità che rende questo luogo unico”, spiega Tamasi. “Malta ha fatto dei passi importati in termini di ridefinizione e trasformazione del prodotto turistico, per la valorizzazione delle infrastrutture e del territorio. I siti patrimonio Unesco sono diventati elementi fondamentali di promozione, come La Valletta, l’archeologia, il complesso dei templi a Sud di Malta”.
Gli italiani amano Malta da sempre, non solo per i corsi di inglese, per le spiagge e il mare d’estate che sono un po’ dei cliché per cui viene spesso frequentata. Ma non è solo per questo anche e, per esempio, i corsi di inglese non sono quelli di una volta ma hanno avuto un’evoluzione, ci sono corsi di specializzazione in ambito dell’aviazione. “Quella che era prima l’idea di Malta si è trasformata, si è iniziato ad apprezzare ciò che era nascosto, la percezione è cambiata, ora il target è in grado di lasciarsi coinvolgere dalle sue unicità. Basta pensare che una volta il piatto più comune era legato alla tradizione britannica ed era il fish and chips, ora non è più così perché i sapori sono più fusion oppure che in ogni paese c’è una banda che suona nelle festas, che sono Patrimonio immateriale dell’Unesco”, prosegue Tamasi.
iStockComino, isola di Malta
Coinvolgimento totale per i turisti
Il futuro del turismo a Malta va oltre la semplice esperienza. “Noi preferiamo parlare di coinvolgimento superando il concetto di esperienza” dice Tamasi. “Noi vogliamo che il viaggiatore si senta parte di una determinata attività che sta svolgendo in loco.
Il ruolo crescente della destinazione a livello internazionale è confermato dalla scelta del World Travel & Tourism Council (WTTC) di organizzare a Valletta il Global Summit 2026, il più importante appuntamento mondiale del turismo. Un evento che rappresenterà la più grande vetrina internazionale mai ospitata sull’isola, rafforzando la sua immagine come destinazione di qualità, innovativa e culturalmente autentica.
Ufficio stampaEster Tamasi, Direttore Malta Tourism Authority
Il 2025 è stato un anno molto importante per il turismo delle Seychelles. Nel 2025, il Paese ha accolto più di 290.000 visitatori internazionali, segnando un incremento dell’11% rispetto allo stesso periodo del 2024. Un risultato che conferma la solidità e l’appeal crescente dell’arcipelago sul panorama turistico mondiale, frutto di strategie mirate di promozione, di una maggiore accessibilità aerea e di un’offerta sempre più diversificata, capace di attrarre viaggiatori alla ricerca di esperienze autentiche, sostenibili ed esclusive. Ne abbiamo parlato con Bernadette Willemin, Direttrice generale marketing di Tourism Seychelles in occasione di TTG Travel Experience 2025 a Rimini.
Italiani innamorati delle Seychelles
Il mercato italiano continua a brillare e a distinguersi per la sua crescita costante. Con circa 17.300 arrivi registrati finora, l’Italia segna un incremento del +21% rispetto al 2024, confermandosi saldamente al quarto posto tra i mercati di riferimento per le Seychelles, subito dopo Germania, Francia e Russia. Un risultato che testimonia non soltanto l’interesse degli italiani verso l’arcipelago dell’Oceano Indiano, ma anche la capacità delle Seychelles di rispondere alle aspettative di un viaggiatore sempre più attento alla qualità, alla sostenibilità e all’esclusività delle esperienze.
Le novità che ci aspettano alle Seychelles
Le Seychelles quest’anno hanno ospitato due manifestazioni sportive di grande successo: la FIFA Soccer Beach e il Seychelles Nature Trail. Entrambi gli eventi hanno registrato una partecipazione straordinaria, attirando visitatori da tutto il mondo, compresa l’Italia. La FIFA Soccer Beach ha celebrato il calcio in riva al mare, offrendo spettacolo e competizione in un contesto unico, mentre il Seychelles Nature Trail ha permesso agli appassionati di trekking e natura di esplorare paesaggi incontaminati e sentieri mozzafiato che solo questa destinazione può offrire. Questi risultati confermano che la diversificazione dell’offerta turistica delle Seychelles funziona, riuscendo a combinare sport, natura e cultura per attrarre un pubblico sempre più internazionale aldilà della bellezza delle sue spiagge e del mare. A partire da quest’inverno ci saranno nuovi collegamenti aerei per le Seychelles.
Inoltre, questo è un anno cruciale anche per il settore alberghiero, con nuove aperture di strutture di lusso e ristrutturazioni di altre previste nel 2026 per offrire esperienze di livello sempre più alto. “Incoraggiamo le strutture a rinnovarsi per offrire un servizio sempre all’altezza. Ma al contempo stiamo fermando lo sviluppo di nuove strutture private e appartamenti per cercare di avvicinare i visitatori alla popolazione locale, sensibilizzando le persone a ospitare turisti per un’esperienza ancora più autentica”, ha spiegato Willemin.
Esperienze autentiche
“Abbiamo condotto una ricerca”, ha spiegato Willemin, “secondo la quale i visitatori che vengono alle Seychelles desiderano fare esperienze autentiche sia culturali sia contatine sia gastronomiche. Vogliamo che i visitatori non si fermino solamente sulle nostre spiagge al sole, ma che siano in grado di interagire con le comunità locali venendo così a contatto con le tradizioni come la musica e i balli per esempio.
Inoltre, vogliamo che chi visita le nostre isole scopra anche l’importanza dei nostri festival, come il Festival Kreol (si svolge ogni anno durante l’ultima settimana di ottobre) che quest’anno celebra il 40° anniversario ed è molto più ricco. I visitatori che arrivano in questo periodo soprattutto a Mahé, la Capitale delle Seychelles, ma anche a Praslin e La Digue, possono partecipare in prima persona al festival che comprende musica, arte, gastronomia e naturalmente musica e danze.
Parola d’ordine: sostenibilità
Lo scorso mese di settembre, in occasione del Salone Internazionale del Turismo for World Heritage Sites che si è svolto a Roma, l’evento di riferimento che ha riunito istituzioni, operatori e realtà impegnati nella conservazione e tutela dei patrimoni naturali e culturali, le Seychelles si sono aggiudicate un importante riconoscimento, il Premio “Mario Bagnara” per il Turismo Sostenibile, per il progetto “Sustainable Seychelles”, riconosciuto come modello virtuoso di turismo responsabile: un approccio che coniuga la tutela dell’ambiente con la salvaguardia delle comunità locali e la promozione di esperienze autentiche, perfettamente in linea con gli obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite.
iStockFlora e fauna dell’atollo di Aldabra alle Seychelles
Alle Seychelles oggi ci sono due siti Unesco, la Vallée de Mai sull’isola di Praslin è quello accessibile ed è ciò che resta delle foreste di palme originali delle Seychelles spesso definita “il giardino dell’Eden” per la sua natura isolata e mistica. Mentre il secondo è stato nominato solo quest’anno e si tratta dell’atollo di Aldabra, un luogo straordinario, lontano dal turismo di massa, dove la natura si mostra nel suo stato più puro e incontaminato. Si tratta dell’atollo emerso più grande del pianeta – 100 km di circonferenza – un anello di isole coralline che circondano una laguna interna e il cui fondamento poggia su un vulcano profondo 1 km che affondò in mare milioni di anni fa dopo un’eruzione.
Parallelamente, il percorso di certificazione sostenibile, già esteso a ristoranti e operatori turistici, rafforza l’impegno delle Seychelles verso un turismo responsabile.
Ufficio stampaBernadette Willemin Direttrice generale marketing di Tourism Seychelles
Anche quest’anno, la Spagna sarà presente all’edizione 2025 del TTG Expo, la più importante fiera del turismo italiano che raduna i principali operatori del settore. Alla vigilia della manifestazione, abbiamo chiesto a Blanca Pérez-Sauquillo López, Direttrice dell’Ente Spagnolo del Turismo a Milano, specie nei confronti degli italiani, e quali sono le novità che saranno annunciate.
Può fornirmi qualche dato sul turismo in Spagna?
l turismo in Spagna continua a crescere e a rafforzare il proprio ruolo come motore economico, contribuendo a circa il 13% del PIL nazionale. Nei primi sette mesi dell’anno, la spesa dei turisti internazionali ha superato i 76 miliardi di euro, con un incremento del 7,2% rispetto allo stesso periodo del 2024, secondo i dati diffusi dall’INE.
Tra gennaio e agosto, la Spagna ha accolto 75,4 milioni di passeggeri internazionali, pari a una crescita del 5,9% su base annua. Le regioni che hanno registrato la maggiore affluenza e spesa turistica sono state le Canarie (18,5% del totale), la Catalogna (18,2%) e le Baleari (15,3%). Nel mese di luglio, le Isole Baleari si sono confermate al vertice con oltre 2,5 milioni di visitatori, seguite da Catalogna e Andalusia.
Secondo le stime di Turespaña, nell’ottobre 2025 la capacità aerea internazionale verso la Spagna raggiungerà i 12 milioni di posti programmati, con un incremento del 5,2% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
L’Italia si conferma tra i mercati più dinamici per il turismo spagnolo. Nel 2024, oltre 5,4 milioni di turisti italiani hanno scelto la Spagna, con un aumento del 13,4% che colloca l’Italia al quarto posto tra i Paesi emittenti.
Il trend positivo è proseguito nel 2025: tra gennaio e luglio, gli arrivi dall’Italia hanno raggiunto quota 3,19 milioni, in crescita del 6,73% rispetto all’anno precedente. Anche la spesa è in aumento: i visitatori italiani hanno generato 2,85 miliardi di euro, con un incremento dell’8,67%.
Le prospettive per i prossimi mesi sono incoraggianti: a ottobre 2025 la capacità aerea dall’Italia verso la Spagna segna un +5,6% di posti disponibili rispetto al 2024, a conferma di una domanda in costante espansione.
Quali sono le novità che dobbiamo aspettarci? Cosa accadrà di nuovo/importante nel 2026 per cui gli italiani dovranno venire in Spagna?
La Spagna si prepara a diventare nel 2026 una destinazione imprescindibile, offrendo ai viaggiatori esperienze autentiche e sostenibili che uniscono cultura, turismo lento e natura.
Tra gli eventi più attesi, l’eclissi solare totale del 12 agosto, osservabile in città come Oviedo, León, Palencia, Burgos, Soria e il sud dell’Aragona, promette momenti indimenticabili per appassionati di astronomia.
Il turismo di lusso sarà protagonista con il rinomato treno Al Ándalus, che da primavera 2026 effettuerà un itinerario di 7 giorni tra Siviglia e Madrid, con soste a Córdoba, Cadice, Mérida e Toledo, visitando città Patrimonio dell’Umanità, vigneti, caseifici e siti archeologici.
Madrid ospiterà il Gran Premio di Spagna di Formula 1 sul nuovo circuito urbano Madring, con una capacità di 110.000 spettatori (espandibile a 140.000), e sarà teatro di competizioni di Formula 2 e Formula 3.
Il 2026 sarà anche l’Anno Gaudí, con esposizioni, eventi e visite a opere iconiche come la Sagrada Familia, Casa Batlló, Casa Milá e Parc Güell a Barcellona, oltre a luoghi come El Capricho a Comillas e Casa Botines a León. Barcellona sarà inoltre nominata Capitale Mondiale dell’Architettura 2026 dall’UNESCO.
La Spagna rafforzerà il suo impegno per il turismo sostenibile, con l’ampliamento delle Vías Verdes, percorsi ciclabili e pedonali che attraversano oltre 3.500 km di paesaggi naturali, e l’Arco Verde della Comunità di Madrid, che supererà i 200 km collegando 25 comuni.
È stata presentata la Riserva di Ecoturismo della Spagna Verde, un itinerario che unisce i principali spazi naturali di Galizia, Asturie, Cantabria e Paesi Baschi, comprendente Parchi Nazionali, Riserve della Biosfera e Geoparchi, offrendo esperienze immerse nella natura e rispettose dell’ambiente.
Per gli amanti del vino e della cultura, le Strade del Vino offrono oltre 100 DOP e percorsi sostenibili tra vigneti biologici, cantine di design e visite teatralizzate o in bicicletta.
La Spagna propone inoltre itinerari culturali unici, come i Cammini di Sefarad, il Cammino del Cid, la Ruta del Quijote e la Vía de la Plata, oltre alla Rete delle Città Patrimonio dell’Umanità, con 15 città dichiarate dall’UNESCO tra cui Ávila, Salamanca, Toledo, Cáceres e Úbeda. Con queste iniziative, la Spagna si conferma come meta ideale per chi cerca esperienze autentiche, culturali e sostenibili, valorizzando il patrimonio storico, artistico e naturale del Paese.
Cosa piace agli italiani della Spagna?
I viaggiatori italiani apprezzano la Spagna non solo per il clima e le sue spiagge, ma anche per la gastronomia, la cultura e lo stile di vita. Inoltre, si tratta di una destinazione con ottima connettività aerea, facilmente accessibile in qualsiasi periodo dell’anno.
La Spagna si conferma come meta ideale per chi cerca esperienze diverse: cresce l’interesse per il turismo attivo, il cicloturismo, il trekking e, in generale, per le attività all’aria aperta nella natura. Il turista italiano è molto fedele, conosce già le principali città (Madrid, Barcellona, Valencia, Siviglia, Málaga) e sta iniziando a esplorare altre regioni meno note del nord e dell’interno della Spagna.
La gastronomia rappresenta un elemento importante nella scelta del viaggio. Sempre più turisti italiani cercano esperienze gastronomiche uniche, come visite a ristoranti con stelle Michelin, corsi di cucina con visite ai mercati tradizionali, o degustazioni di prodotti a denominazione di origine come oli e formaggi, in frantoi e caseifici che aprono le porte a un turista curioso e desideroso di conoscere la cultura e la gastronomia locali.
Le spiagge spagnole, accessibili e di massima qualità, restano un richiamo fondamentale per il turista italiano. Con 749 Bandiere Blu, la Spagna conferma anche quest’anno il primato mondiale per numero di certificazioni. Si osserva inoltre che il turista italiano che frequenta le nostre spiagge in estate incorpora sempre più altre esperienze nelle proprie vacanze, come visite culturali o attività all’aperto. Cresce anche l’interesse per le destinazioni di costa fuori stagione, soprattutto le Baleari, motivo per cui le compagnie aeree stanno estendendo la programmazione dei voli fino a tarda autunno.
Può commentare le azioni della Spagna per affrontare l’overtourism?
Credo che il discorso non debba concentrarsi sul numero di turisti, se molti o pochi, ma piuttosto su quanto i turisti contribuiscono a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati. Il turismo è un’attività economica e, in ultima analisi, deve portare benefici alle comunità in cui si sviluppa. Se le comunità locali non ne traggono vantaggio, è necessario considerare altri modelli.
In questo senso, dalle amministrazioni pubbliche e dal settore privato, dobbiamo puntare ad attrarre quei turisti che generano maggiore valore, non solo in termini economici – che naturalmente sono importanti – ma anche perché il loro comportamento e il loro modo di viaggiare favoriscono una migliore convivenza con i residenti.
Si tratta di viaggiatori che cercano destinazioni meno conosciute, che viaggiano fuori stagione e vogliono vivere esperienze autentiche, partecipando insieme alla popolazione locale e con rispetto.
Non è tanto una questione di numeri, quanto di gestione dei flussi turistici: un tema complesso che le destinazioni stanno affrontando per garantire sostenibilità e qualità dell’esperienza turistica.
Il TTG di Rimini è ancora una vetrina importante per Turespaña?
La fiera TTG di Rimini continua a consolidarsi come punto di riferimento per le destinazioni spagnole. In questa edizione saranno presenti Castiglia e León, Galizia, la Comunità Valenciana e le isole di Ibiza, Tenerife e Gran Canaria. Saremo presenti per conoscere di prima mano l’offerta e le novità presentate, in linea con la nostra missione di collaborare con le destinazioni nella promozione della diversità del territorio, delle diverse esperienze turistiche che la Spagna può offrire e il rafforzamento delle collaborazioni nel settore.
Lo abbiamo incontrato a Roma, in occasione dell’anteprima esclusiva di Hotel Costiera organizzata da Prime Video al Cinema Barberini, dove ha presentato al pubblico italiano la nuova serie tv ambientata nella splendida cornice della Costiera Amalfitana.
Jesse Williams, volto amatissimo dal pubblico internazionale – come dimenticarlo nei panni del dottor Jackson Avery in Grey’s Anatomy – veste i panni di Daniel De Luca, un ex Marine americano dalle radici italiane che torna nella terra della sua infanzia per intraprendere un lavoro tanto inusuale quanto pericoloso: fare da fixer in uno degli hotel più lussuosi (e problematici) del mondo.
Ha diviso la scena con un cast in gran parte italiano che comprende Maria Chiara Giannetta, Tommaso Ragno, Antonio Gerardi.
Jesse Williams in Costiera
Tra richieste bizzarre degli ospiti VIP, misteri da risolvere e una scomparsa che agita le acque tranquille dell’hotel Villa Costiera, Daniel si ritroverà a fronteggiare molto più di quanto si aspettasse. La sua missione segreta? Ritrovare Alice, la giovane figlia del proprietario dell’hotel, sparita nel nulla da oltre un mese. Un’indagine che metterà alla prova non solo le sue abilità militari, ma anche la sua umanità.
Nella nostra intervista, l’attore americano ci ha raccontato cosa lo ha affascinato di questo ruolo sospeso tra azione, commedia e sentimento, perché Hotel Costiera è molto più di una semplice serie ambientata in un luogo da cartolina, e come è stato lavorare tanti mesi in Italia.
Ufficio stampa Prime VideoJesse Williams
Parlaci un po’ del tuo personaggio in Hotel Costiera.
Daniel De Luca è uno “scugnizzo”, nato a Napoli e cresciuto tra i vicoli della città italiana. Dopo l’infanzia si trasferisce in America dove cresce e diventa un uomo che si arruola nei Marines. Vent’anni dopo torna nel luogo in cui è nato e la sua vita cambia.
Trova un lavoro come “risolutore di problemi” dei ricchi clienti di un hotel di lusso a Positano. È bravo ad aiutare gli altri, ma in fondo è un’anima persa.
Come è stato per te girare questa serie in Italia? Cosa ti ha colpito di più?
Mi sono innamorato di questo posto molto rapidamente, negli ultimi tre mesi mi è capitato di venire circa 4-5 volte in varie parti dell’Italia e sono rimasto profondamente colpito dall’importanza che voi date alla famiglia. In Italia i legami familiari sono molto stretti, mentre in America non vediamo l’ora di lasciare il nido e allontanarci.
Non ci prendiamo cura degli anziani, li mettiamo in una casa di riposo. Lavorando a questa serie invece è stato bello notare come la famiglia qui sia un collante per gli adulti, una tradizione da rappresentare e onorare. Mi ha trasmesso un forte senso di stabilità.
La grinta, la diversità, il blu, la natura di Napoli mi hanno conquistato, mi sono sentito a casa, come se mi trovassi nei posti da cui provengo negli Stati Uniti. La Costiera poi è bellissima, un posto magnifico dove passare del tempo.
Ufficio stampa Prime VideoJesse Williams e Maria Chiara Giannetta in Hotel Costiera
Quali differenze hai notato tra il set americano e quello italiano?
In America si lavora 14 ore al giorno, fino alle due di notte, è estenuante. Qui si presta attenzione alla qualità della vita. Ricordo che sul set qualcuno si assicurava sempre che avessimo mangiato, che avessimo preso il caffè, e poi arrivava sempre altra pizza. Io dicevo: “Ma l’abbiamo già mangiata!” e mi rispondevano: “Sì, ma questa è un altro tipo”. Ho imparato che esistono decine di tipi di pizza.
In questa serie il dramma si mescola con la commedia e c’è equilibrio, come avete pensato a questa formula?
Fin dall’inizio abbiamo parlato con Adam della storia e di come trovare il giusto bilanciamento dei tempi comici con il dramma. Penso che i problemi di Daniel, della sua vecchia vita, gli provochino problemi nel presente. Lui si ritrova solo, risolve i problemi degli altri ma sembra non riuscire a risolvere i suoi.
A un certo punto arriviamo ad affrontare i suoi problemi personali, ma non posso fare spoiler, però questo è di sicuro uno degli aspetti che più mi ha affascinato della storia. Daniel è un personaggio che sbaglia, ma cerca di migliorarsi, soprattutto nel rapporto con le donne.
Attraverso il tuo personaggio nella serie viene presentato un nuovo tipo di mascolinità…
Il modo in cui la figura maschile e l’elemento della mascolinità vengono affrontati in questa serie, sono aspetti che mi hanno molto attirato. Ho cercato di portare sullo schermo un personaggio con delle fragilità, non completo, che avesse difetti.
Lui è alla ricerca costante di rapporti veri con le persone, anche con le donne. Cerca la collaborazione, non solo sesso o i classici meccanismi che si vedono solitamente nei film e nelle serie tv.
Alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 ha aperto la sezione Orizzonti il film Mother della regista macedone Teona Strugar Mitevska, un ritratto inedito e moderno di Madre Teresa di Calcutta, interpretata da una magnetica Noomi Rapace. Le riprese sono state fatte in gran parte proprio in India dove “alcuni posti non sono mai cambiati” come ha sottolineato l’attrice.
Agosto 1948, Calcutta, India. Teresa, madre superiora delle Suore di Loreto, attende con il cuore in tumulto la lettera che le aprirà la strada per lasciare il convento e fondare un nuovo ordine, rispondendo a un profondo richiamo divino. Ma proprio quando tutto sembra pronto, si trova davanti a una scelta che mette alla prova la sua fede e i suoi sogni, segnando un momento decisivo che cambierà per sempre il corso della sua vita.
Abbiamo avuto l’occasione di incontrare l’attrice Noomi Rapace insieme alla regista, per una conversazione sincera e interessante sul processo creativo, le sfide della lavorazione e il significato profondo del film che non è un classico biopic e si concentra su una settimana della vita di Madre Teresa, quando aveva appena 37 anni. “Il film ripercorre sette giorni della sua vita, presento questa Madre quasi come l’amministratrice delegata di una multinazionale, instancabile e ambiziosa”, ha detto la regista.
Ufficio stampa Biennale VeneziaNoomi Rapace in Mother
La Madre Teresa di questo film appare molto dura, lontano dall’immagine che abbiamo di lei nel mondo da tanto tempo?
Noomi Rapace: Quando ho iniziato a fare ricerca per interpretare questo ruolo ho scoperto il suo dubbio profondo e il suo dolore interiore. Mi sono resa conto di quanto stesse soffocando e soffrendo lei stessa in quei giorni. Lei una volta ha detto: ‘Se mai diventerò una santa, sarò una santa dell’oscurità’.
Questo è stato abbastanza scioccante per me, ho letto molte delle sue lettere e credo che la sua forza era per lottare, uscire da qualcosa e fare qualcosa che non era mai stato fatto prima. Si sentiva spesso sola e ha portato da sola il peso di questa battaglia, ma penso che fosse molto dura con se stessa. Quello che vedete nel film non è la verità, ma una nostra versione della verità.
Ho letto che sono circa 25 anni che voleva fare questo film, da dove è nata l’idea e come mai lo voleva fare così tanto?
Mitevska: Il film è basato su un documentario e delle interviste che ho fatto a Madre Teresa di Calcutta 15 anni fa. Penso che il messaggio che volevo sottolineare della sua storia e della sua persona è che dobbiamo essere soldati della fede e del bene, anche sacrificando molte cose, per funzionare meglio e aiutare meglio e di più.
Se uno analizza quello che lei è riuscita a fare – tenendo conto che parliamo di 90-100 anni fa – ha ottenuto il diritto di creare la propria congregazione e il suo ordine ancora oggi è gigante.
iStockVista dall’alto della Nakhoda Masjid, Calcutta
Quanto è importante aver raccontato questa storia con uno sguardo femminile con una regista donna al timone?
Mitevska: Penso che anche un regista uomo avrebbe potuto farlo, per esempio Aleksandr Sokurov. Quando analizzi il suo Moloch ok è un film su Hitler, ma è anche un film su Eva Brown ed è abbastanza femminista nel modo in cui presenta il personaggio. Ne parla in un tempo condensato, mostrando davvero il personaggio dietro il mito.
Tuttavia questo film è importante per le donne perché abbiamo bisogno di più spazio. Naturalmente ci sono tante storie fatte da donne, ma c’è un modo maschile, uno sguardo maschile e uno sguardo femminile per raccontarle. Questo film è molto femminile, forse il più femminile della mia filmografia perché ho il coraggio finalmente di essere libera e fare ciò che voglio nel modo in cui voglio farlo. Quindi se qualcosa è strano o troppo femminile qui non significa che sia sbagliato, ma solo che non lo abbiamo mai visto prima ed è arrivato il momento di dare più spazio a un modo femminile di raccontare storie.
Quali nuove sfide hai affrontato per Mother, rispetto ai tuoi ruoli precedenti?
Noomi Rapace: Ogni volta che entro in un personaggio che è conosciuto, che sia un personaggio di fantasia con cui le persone hanno un legame, come poteva essere il mio personaggio della serie Millenium che conoscevano in tutto il mondo, o di qualcuno che è vissuto davvero che è una grande icona o una santa come Madre Teresa, c’è sempre un punto di rottura in cui è come se dovessi renderlo mio in qualche modo.
Ed è spaventoso perché ti addentri in qualcosa su cui le persone hanno molte opinioni, quindi puoi fare tante ricerche, puoi indagare e scavare sempre più a fondo, ma a un certo punto devi lasciar andare tutto e creare una specie di tunnel per te stesso dove proteggerti e permettere al personaggio di uscire.
Di solito ho questa sensazione quando lavoro, che sono in macchina e, mentre nella vita normale io guido e ho la situazione sotto controllo, quando recito il personaggio inizia a guidare e io sono seduta accanto, e penso: ‘Ok sei tu al comando ora e io sono accanto a te, spero di essere al sicuro e che non ci schianteremo’.
Ufficio stampa Biennale VeneziaIl film su Madre Teresa di Calcutta
E come è andata con Madre Teresa?
Noomi Rapace: Questo film racconta un piccolo capitolo della sua vita, quando aveva 37 anni e avevo paura che non sarebbe stata lei l’autista a prendere il controllo. Ma un giorno in cui ero davvero giù intorno alla seconda settimana di riprese, sono arrivata al monastero e mi sentivo male, non mi guardavo da giorni allo specchio ed ero insicura, una sensazione molto strana.
La truccatrice mi ha chiesto come stavo e le ho detto “bene”. Sono una maniaca del controllo e faccio fatica a lasciarmi andare, ma in quel momento all’improvviso mi sono accorta che qualcosa è scattato e ho iniziato ad andare avanti, come se qualcosa avesse fatto irruzione e preso il comando.
Il film è ambientato nel 1948, ma non è un film storico che si preoccupa di mostrare la Calcutta di quell’epoca. È un ritratto intimo attraverso gli occhi di Madre Teresa.
Mitevska: Teresa è estremamente moderna nella sua idea di creare un esercito di donne dedicate a servire gli altri. Mi piace la sua ambizione e non volevo fare un film storico. La sua lotta contro la povertà è ancora rilevante oggi come sempre. Niente è cambiato molto oggi, quando vai a Calcutta, o anche altrove.
Fin dall’inizio, la gente mi ha chiesto se è un film biografico, e ho detto di no. Abbiamo concepito il film come un flusso di coscienza; siamo dentro la testa di Teresa, vediamo il mondo attraverso i suoi occhi. Quindi, un colpo di Calcutta, come dici tu, ci farebbe uscire da quello. Lei non ne ha bisogno!
iStockLe vie di Calcutta
Quanto è stato importante girare a Calcutta, in quei posti per te? Ti ha aiutato a costruire meglio il personaggio?
Noomi Rapace: Quando abbiamo girato a Calcutta, in India, in quei posti che negli anni non sono mai cambiati, ci ha molto disturbati vedere quella realtà e mi sono sentita più vicina a lei. Ho capito anche quello che intendeva quando parlava di voler aiutare e lavorare nei posti più oscuri del mondo. Lei ha iniziato il suo movimento in strada, dormiva per strada e viveva per strada, nei bassifondi, in mezzo ai senzatetto.
Stiamo vivendo tempi orribili di guerra e dolore oggi e avremo davvero bisogno di questo tipo di approccio, questo senso di urgenza che la Chiesa potrebbe avere anche oggi. Ho letto che nel 1982 Madre Teresa andò a Beirut dove c’era un ospedale con dei bambini intrappolati e parlò con entrambe le parti convincendoli a cessare il fuoco. Ha salvato 37 bambini disabili portandoli via da quella zona e mi sono chiesta cosa farebbe oggi se fosse ancora con noi. Lei sicuramente sarebbe in Palestina ora.
In un film come questo le location sono anche un’ispirazione?
La missione di Madre Teresa era andare in quei posti dove nessuno voleva andare, guardare e toccare le persone da vicino. Noi abbiamo girato in quei luoghi, con gente realmente malata di lebbra e, come essere umano, quando vedi queste cose il tuo primo impulso è di volerti proteggere.
Ho combattuto con me stessa pensando di dover interagire con loro, guardarli, avevo bisogno di sentirmi loro pari. Siamo tutti esseri umani, ma noi viviamo in un mondo occidentale in cui siamo protetti, stiamo seduti nelle nostre belle case e siamo lontano dalla disperazione. Il mondo è pazzo e saper trattare ogni essere umano in modo uguale è una qualità molto importante.
Girando in quei luoghi abbiamo notato che c’era così tanta gratitudine e tanta umanità in quella interazione. Io stessa avevo delle idee preconcette su Madre Teresa ma facendo questo film sono cadute, è come se avessi riscoperto la donna oltre l’icona.
Sofia Coppola e Milena Canonero hanno tenuto una interessante masterclass durante la Mostra del cinema di Venezia 2025. La regista americana e la celebre costumista italiana – premiata con quattro Oscar per Barry Lyndon, Momenti di gloria, Marie Antoinette e Grand Budapest Hotel – hanno incantato il pubblico, ripercorrendo la loro collaborazione e la nascita di un legame che, oltre ai set, ha attraversato luoghi iconici della storia del cinema.
Il legame speciale tra Sofia Coppola e Milena Canonero
Tutto iniziò sul set di The Cotton Club (1984), quando Francis Ford Coppola prese in mano la regia. Canonero era già parte del progetto e accolse con entusiasmo la decisione del regista di mantenere la squadra di lavoro. “Ho incontrato Milena quando avevo 11 o 12 anni, sul film di mio padre The Cotton Club”, ha ricordato Sofia. “Amavo andare agli studi dopo la scuola e vedere cosa stavano creando. Passavo molto tempo nel reparto costumi perché era sempre magico. Milena aveva un atelier e realizzava abiti incredibili. È un film bellissimo e conservo quel ricordo con grande affetto”.
Canonero, sorridendo, ha aggiunto che anche i fratelli di Sofia si affacciavano spesso nel suo laboratorio, ma fu con lei che nacque un legame speciale: “Voleva vedere tutto ed era spesso presente durante le riprese… ci siamo capite subito. Ho lavorato ancora con Francis e poi ho avuto il piacere di vestire Sofia in Il Padrino III. Infine, sono stata estremamente toccata quando mi ha chiesto di realizzare i costumi per Marie Antoinette”.
Ufficio stampa Biennale Venezia/ASACSofia Coppola a Venezia 82
Marie Antoinette: costumi, colori
Il rapporto tra la regista e la costumista si è consolidato proprio grazie a film che hanno fatto delle location un elemento narrativo fondamentale. Il giardino delle vergini suicide catturava l’atmosfera sospesa dei sobborghi americani; Lost in Translation era un omaggio al disorientamento metropolitano vissuto tra le luci di Tokyo; mentre Marie Antoinette, girato tra gli sfarzi di Versailles, si è trasformato in un viaggio sensoriale nella vita della regina più discussa di Francia.
Per il film in costume del 2006, Sofia Coppola cercava qualcosa di più di una semplice ricostruzione storica. “Il suo stile è inconfondibile”, ha spiegato. “Io volevo che questo film storico fosse vivo e fresco, non un pezzo accademico. Sapevo che Milena avrebbe dato nuova linfa a quello che avevo in mente”.
La costumista ha raccontato un dettaglio curioso sulla scelta dei colori di Marie Antoinette. L’ispirazione arrivò da una collezione di Marc Jacobs e da una scatola di macaron che Sofia portò in laboratorio a Roma. “In modo molto delicato, non disse che quella sarebbe stata la palette, ma piuttosto: mi piacciono molto questi colori”, ha ricordato Canonero. “Così ho usato quella gamma per tutto il film, dai pastelli chiari al cioccolato scuro fino al nero. È stata un’idea brillante”.
iStockLa Tokyo di Lost in Translation di Sofia Coppola
Il ruolo delle location nei suoi film
Il dialogo a Venezia si è arricchito con l’omaggio a Barry Lyndon, capolavoro di Stanley Kubrick, da cui è stata mostrata una scena che Sofia ha poi citato in Priscilla. Quando è stato chiesto a Canonero di scegliere un’opera preferita della regista, la costumista non ha avuto dubbi: Il giardino delle vergini suicide. Il film è ambientato in un sobborgo suburbano americano negli anni ’70, e la maggior parte delle riprese è stata realizzata nel Michigan, in particolare nelle zone di Ferndale, Birmingham e Bloomfield Hills.
“Non solo perché è il suo primo film, ma perché è eccellente, di altissimo livello. Porta sullo schermo il mistero della crescita e la fragilità della giovinezza… è un classico intramontabile. Insieme a Lost in Translation, che affronta un tema sottilissimo con una sensibilità che pochi registi possiedono”. Lost In Translation l’ha portata in Oriente, lontano da casa, ma anche dalla sua cultura: “Tokyo è così diversa da qualsiasi altro posto in cui sia mai stata… Volevo fare qualcosa ambientato in quel mondo”.
In fondo, il dialogo tra Coppola e Canonero non è solo un racconto di costumi e collaborazioni artistiche, ma anche di luoghi. Dai corridoi di Versailles agli skyline di Tokyo, passando per le atmosfere suburbane americane, i film di Sofia Coppola trasformano ogni location in un personaggio vivo, e con l’aiuto di Canonero, in un’opera d’arte da indossare.
Parlando del film Somewhere la regista ha detto: “Gli hotel sono sempre un piccolo mondo a sé … È divertente vedere chi ci soggiorna. E in questa storia sembrava semplicemente il posto giusto. L’hotel diventa più di un semplice set, è uno spazio vivo e transitorio che riflette lo stato interiore dei personaggi”.
Al Giffoni Film Festival, dove i sogni dei ragazzi si incontrano con il grande cinema, Giovanni Esposito si è raccontato con l’entusiasmo e l’ironia che lo contraddistinguono presentando Nero, film di cui firma anche la regia. L’artista napoletano, volto noto attivo a teatro, in televisione e al cinema, ha emozionato il pubblico con una storia intensa girata lungo il litorale Domizio, tra luoghi bellissimi e feriti.
Di cosa parla Nero
Nero racconta la storia di un uomo di mezza età che sopravvive ai margini della legalità, arrangiandosi come può per prendersi cura della sorella Imma, fragile e affetta da disturbi mentali, interpretata da Susy Del Giudice.
La sua esistenza prende una svolta drammatica quando, durante una rapina andata storta, uccide accidentalmente un benzinaio. Da quel momento scopre di possedere un dono misterioso: la capacità di guarire chi soffre. Ma ogni guarigione ha un prezzo altissimo, perché a ogni miracolo Nero perde uno dei suoi cinque sensi.
Ambientato tra le strade ferite di Mondragone e Castel Volturno, il film scava con delicatezza tra le pieghe di un’umanità dolente, mettendo in scena il peso del sacrificio, l’intensità del legame tra fratelli e la possibilità di redenzione anche nei luoghi più dimenticati. Una favola nera, sospesa tra realismo e simbolismo, che racconta quanto si possa amare anche quando tutto sembra perduto.
Ufficio stampaIntervista a Giovanni Esposito
Intervista esclusiva a Giovanni Esposito
In questa intervista, Esposito ci parla del suo legame con le location cinematografiche, dei set che gli sono rimasti nel cuore, del viaggio che lo ha cambiato e anche di quell’esperienza internazionale in cui — sì, è successo — ha fatto ridere persino George Clooney e Adam Sandler.
Dove hai girato il film Nero?
Il film è girato lungo tutto il litorale Domizio, partendo da Licola arrivando a Mondragone, passando per Baia Verde e Castel Volturno, luoghi che potrebbero essere i più belli del mondo, ma in questo momento sono intrisi di dolore e umanità. Luoghi bellissimi bagnati da un mare che non fa più miracoli.
In particolare l’ultima sequenza nel verde con la ripresa che si alza, immagino con l’utilizzo di un drone?
L’ultima sequenza invece è girata nel bosco degli Astroni, dove il drone va a scoprire una vegetazione unica in una riserva naturale presidio WWF. Ci serviva un luogo completamente diverso che desse la sensazione di trovarsi altrove, in contatto totale con la natura.
Quanto sono importanti secondo te le location per raccontare una storia sul grande schermo?
Le location sono fondamentali, diventano personaggi del film con cui interagire e da cui farsi ispirare.
Hai fatto tantissimi film. Ci sono dei luoghi dove hai girato che ti sono rimasti nel cuore per qualche motivo?
Ce ne sono tanti di luoghi in cui ho girato negli anni, sicuramente Ravello e Scala con il Fiordo di Furore dove ho girato in film di Alessandro Siani, sono luoghi che conosco bene e che amo. E altri due luoghi dove ho lasciato il cuore sono stati la penisola di San Giovanni di Sinis e Cabras in Sardegna dove ho girato il film di Rocco PapaleoUna piccola impresa meridionale. Poi la Sicilia, in particolare Favignana e Siracusa dove ho girato con Ricky TognazziL’isola dei segreti.
Ufficio stampaGiovanni Esposito al Giffoni Film Festival
Hai fatto un viaggio “trasformativo” che in qualche modo ti ha cambiato?
I viaggi ti cambiano sempre un po’, ma quello fatto in Thailandia mi ha regalato qualcosa in più.
Preferisci i viaggi improvvisati od organizzati?
Preferisco sempre viaggi organizzati, dentro i quali poi trovo il modo per potermi perdere.
Un libro che porti in viaggio o una canzone “da viaggio” che ami ascoltare?
I libri che porto in viaggio sono sempre nuovi, ma certamente romanzi. Così anche le canzoni, spaziano sempre in diversi generi.
Un posto che vuoi vedere, ma ancora non hai avuto modo di andarci?
Sicuramente un posto che vorrei visitare è il Giappone, mi piacerebbe tantissimo, mi piace la loro cultura. Prima o poi lo farò.
Cosa non manca mai nella tua valigia?
I sogni, quelli ce li metto sempre anche se vado vicinissimo, perché mi sembra si non smettere mai di viaggiare.
Una curiosità: hai girato Jay Kelly che sarà alla Mostra del Cinema di Venezia 2025. Cosa puoi dirci di questa esperienza internazionale? E soprattutto sei riuscito a far ridere anche George Clooney e Adam Sandler sul set?
Beh girare Jay Kelly è stato meraviglioso, perché il regista Noah Baumbach è un genio, un regista attento e delicato, e perché lavorare con due mostri sacri di quella portata è un privilegio che non capita sempre. Beh sì qualche risata ce la siamo fatta con entrambi.
Attore rivelazione grazie a Mare Fuori, visto di recente nella produzione internazionale Il Conte di Montecristo, Nicolas Maupas viaggia molto per lavoro ma anche per piacere. Ogni set, ogni città, ogni incontro con una cultura diversa lo ha aiutato a costruire un personaggio, a scoprire qualcosa di nuovo su di sé. Lo abbiamo incontrato al Giffoni Film Festival 2025 dove è stato ospite per parlare della sua carriera con il giovane pubblico del festival dedicato al cinema per ragazzi giunto alla sua 55° edizione.
Molto posato e disponibile ha condiviso con noi il suo legame con il viaggio, le sue esperienze in Italia e nel mondo, e ci ha svelato quali paesi vorrebbe visitare nel prossimo futuro. In questa intervista ci racconta quanto contano i luoghi nel suo percorso artistico, le mete che più lo hanno colpito – dal Giappone alla Danimarca – e il suo modo di viaggiare: leggero, curioso, sempre affamato di esperienze (e anche di nuovi sapori).
Nicolas Maupas si racconta
Come attore quanto pensi sia importante una location per raccontare una storia, recitare in un posto che ti trasmette qualcosa ti aiuta a costruire un personaggio?
Mi sono reso conto che in alcune occasioni una location aiuta molto a empatizzare con una storia o con un periodo storico. Ad esempio quando ho girato Il Conte di Montecristo le riprese a Parigi, in particolare al Teatro dell’Opera, è stato suggestivo e di conseguenza sicuramente mi ha aiutato a entrare nel personaggio e nella vita di quell’epoca. Penso che aiuti tanto e che bisogna lasciarsi accompagnare dai luoghi e trovare il proprio posto.
Ufficio stampaNicolas Maupas incontra i fan
C’è un posto che hai scoperto proprio grazie a un progetto che hai fatto?
Molti in realtà, a partire da Napoli con Mare Fuori, gran parte dell’Italia devo ammettere che la sto scoprendo grazie al mio lavoro. Sono arrivato in Francia tramite il mio lavoro, quindi sì, ogni volta è una scoperta. Anche Torino per esempio era un’ora di treno da casa mia dove vivevo prima ma non l’avevo mai girata a fondo.
Immagino che viaggi spesso con il tuo lavoro, cosa non manca mai nella tua valigia?
Mi capita di portarmi dei libri che però spesso non apro mai. Di solito viaggio molto leggero, non ho mai valigioni molto grandi quindi cerco di muovermi con il minimo indispensabile anche per essere più comodo possibile.
Ho letto che hai una passione per la cucina che consideri sempre legata al viaggio. Quindi immagino che quando viaggi sperimenti il cibo locale e non mangi italiano?
Sì, penso che non bisogna mai cercare l’Italia all’estero perchè poi si mangia in Italia. Ma recentemente sono stato in Giappone e gran parte del viaggio era basato su tappe culinarie e cose da provare, ora non ricordo i nomi di quello che ho mangiato perchè sono davvero complicati però ho provato di tutto. Sono stato in Danimarca e ho mangiato il pesce cucinato in una maniera diversa, e trovo interessante vedere come la stessa materia prima viene poi reinventata e riutilizzata a seconda del paese.
C’è un piatto strano che hai assaggiato e ti è rimasto impresso?
Non mi viene in mente un piatto in particolare, ma forse lo smørrebrød danese che è praticamente il pane nero di Copenaghen con topping di vario tipo come le acciughe.
Ufficio stampaIntervista Nicolas Maupas al Giffoni Film Festival 2025
C’è un posto dove ti sei sentito a casa anche se era la prima volta che lo visitavi e uno dove invece ti senti sempre un ospite?
I paesi nordici come l’Olanda, la Danimarca sono paesi dove mi sono sentito subito a casa anche perchè hanno un’architettura che mi ricorda la Francia e quindi qualcosa che riconosco. Il Giappone, nonostante sia una cultura molto lontana dalla nostra, riesce ad accoglierti in particolare modo, ma mi sentivo l’europeo che visitava un paese nuovo e ho provato un po’ più di distacco come turista.
Un posto che sogni di visitare che ancora non hai mai visto?
Il Giappone è stata una grande conquista per me però adesso mi interessa l’India, il Vietnam e anche luoghi del Nord Europa che ancora mi mancano.
In occasione della 55ª edizione del Giffoni Film Festival, Jenny De Nucci ha presentato un progetto personale e intenso: Ti Respiro, il nuovo cortometraggio diretto dal duo JAB (Giuliano Giacomelli e Lorenzo Giovenga), presentato in anteprima come evento speciale. Protagonista assoluta, De Nucci interpreta Mila, un’attrice e influencer alle prese con un lutto devastante e una misteriosa serie di messaggi anonimi nascosti nelle scatole della pizza. Un thriller psicologico che indaga il dolore, l’isolamento e la linea sottile tra realtà e paranoia, girato in una sola location e ispirato a un’esperienza realmente vissuta dall’attrice.
Reduce dal recente successo della commedia Pensati sexy di Michela Andreozzi e del thriller Phobia di Antonio Abbate, Jenny De Nucci conferma il suo percorso artistico tra cinema e serie tv, che l’ha già vista protagonista in diversi titoli di successo come Odio il Natale e Don Matteo. Anche se il suo esordio è legato alla prima edizione del programma Il Collegio a cui ha partecipato nel 2017. In questa intervista realizzata proprio a Giffoni, ci ha raccontato il lato più personale del suo viaggio creativo: dal desiderio di andare in India con sua madre alla scelta di mostrarsi sui social senza filtri, passando per l’amore per il cibo orientale, i viaggi in solitaria e le ispirazioni che nascono da ogni luogo visitato.
Ufficio stampaJenny De Nucci
“Ti Respiro” si svolge interamente in una sola location. Quali sfide e opportunità ha comportato questa scelta narrativa?
Una sfida è stato il coordinatore del condominio che non ci voleva far girare. Lo abbiamo dovuto implorare per poter girare e ci ha detto che potevamo farlo. Un’altra sfida il fatto che avessi due gatti in casa e ho dovuto mettergli il tira graffi nel bagno. Poi non mi è mai capitato di legare il luogo nel quale vivo con quello in cui sto lavorando. Andavo a dormire con tutte le attrezzature a casa e pensavo ‘oddio un po’ ansiogena come cosa’. Dico sempre che questo cortometraggio mi ha fatto perdere 25 anni. Però è stata un’esperienza incredibile e la farei altre mille volte.
Ho letto che vorresti andare in India ma ancora non lo hai fatto, e pensi che ti cambierà la vitacome esperienza. Perchè? Cosa ti immagini di provare?
Vorrei tanto andare in India perché mia mamma ci va ogni anno da quasi 15 anni. L’ho sempre vissuta tramite i suoi racconti. Mamma fa la terapista olistica e la maestra di yoga. Andarci mi farebbe avvicinare ancora di più a lei, vorrei farmi guidare da lei in una terra che conosce alla perfezione.
Tre cose che non mancano mai nella tua valigia?
Non manca mai la settimana enigmistica, un paio di Birkenstock e il mio taccuino.
Il viaggio sempre in compagnia o anche da sola?
Ho viaggiato per la prima volta da sola quest’anno, per la prima di un mio film a NYC. Potevo scegliere di partire con qualcuno ma alla fine ho fatto le valigie e sono andata. Ha influito tantissimo il fatto che conoscessi già abbastanza bene la città, ho avuto la fortuna di andarci molte volte. È stato decisivo per sbloccarmi per i miei prossimi viaggi in solitaria. Prima di febbraio per me i viaggi esistevano solo per viverli in compagnia.
Sui social ho visto che ti piace condividere momenti dei vari viaggi quasi come scatti rubati e realistici, non foto patinate “da influencer”. Come mai questa scelta?
Penso che sia perché il nostro lavoro non ci definisce come persone. Spesso mi sono sentita a disagio perché quando in alcune conversazioni veniva fuori che lavorassi anche sui social le persone mi guardavano in modo diverso. Io faccio parte di un gruppo di persone che lavorano online che non stanno così tanto dietro all’estetica del profilo social. Sul mio profilo mi vedi truccata per un evento e struccata con i brufoli perché quella è la realtà. Paradossalmente ho amiche con 2000 follower che hanno un profilo molto più curato del mio. Non mi faccio vedere patinata perché non credo di esserlo; mentirei a me stessa.
Non manca mai una foto di un cibo. Nei viaggi ti piace sperimentare le specialità locali o resti nella comfort zone?
Io sono una grandissima amante del cibo e delle culture straniere, ma soprattutto del cibo orientale. Il mio sogno culinario è girare Giappone, Cina e Corea. Quando vado a Nyc, dove non c’è proprio una cultura in ambito culinario, posso tranquillamente mangiare orientale per una settimana.
Ufficio stampaTi Respiro presentato al Giffoni 2025
In quale città o Paese ti sei sentita più “ospite” e per quale motivo? E dove invece ti sei sentita come una persona del posto pur essendo la prima volta?
Mi sono quasi sempre sentita a mio agio in tutti i paesi che ho visitato, forse mi sono sentita più ospite quando sono andata in Marocco (che mi è piaciuto tantissimo) per una questione di grande differenza culturale, avevo sempre paura di sbagliare qualcosa soprattutto a livello di indumenti. Non vorrei mai passare come la turista arrogante. Un posto dove mi sono sentita subito a casa è sempre NYC.
Preferisci i viaggi lenti, alla scoperta dei luoghi, o quelli più dinamici e avventurosi?
Mi piacciono sia i viaggi che le vacanze, forse quello che c’è in mezzo è l’ideale.
Qual è stato il viaggio più improvvisato che hai fatto finora e come è andata?
Un viaggio improvvisato dal nulla che mi è piaciuto parecchio è stato quello a Lisbona con la mia amica Blu. Vivevamo nello stesso palazzo, spesso veniva a bersi una cosa da me. Bevendo questa camomilla scegliamo di partire due giorni dopo. Ci siamo divertite tanto.
“Nel 2024 abbiamo acquistato il camper con l’idea di farne qualcosa di bello – raccontano – e pochi mesi dopo ci siamo ritrovate nel progetto Uppennino. È stato come se gli astri si fossero allineati: una cultura nomade, gentile, che ascolta e si lascia attraversare“. Nato all’interno dell’iniziativa UPPENNINO feat. ARCIPELAGO, il CineCamper è una vera e propria sala cinematografica mobile allestita in un Safariways del 1991, restaurato con passione da Francesca Manfredi e Giuliana Giacomino, due ragazze lucane con il sogno di viaggiare e condividere storie.
Portare il cinema dove non arriva più. Questo è l’obiettivo – e il cuore – di UPPENNINO CineCamper, il primo festival cinematografico itinerante che sta attraversando i piccoli comuni dell’Appennino con proiezioni sotto le stelle e laboratori partecipativi. Un progetto che parla di comunità, lentezza, ascolto. Ma anche di sogni, coraggio e strade secondarie.
Cinema sotto le stelle, sulle strade dell’Appennino
Ogni sera, dopo i laboratori, arriva il momento delle proiezioni: un cinema en plein air che porta sugli schermi cortometraggi realizzati proprio nei territori attraversati dal camper, durante le precedenti edizioni del CinemAbruzzo Campus.
Una scelta pensata per rafforzare il legame tra arte e territorio, con titoli come Angelina, Ascesa, Il serparo, Terramara, Tra gli alberi, Un bel nulla, e Davide Where Are You? – prodotti indipendenti distribuiti da Red Couch Pictures, giovane realtà nata in Abruzzo. “Da un mese viviamo nel CineCamper e attraversiamo la Marsica – raccontano Francesca e Giuliana – portando il cinema nei piccoli paesi dell’Appennino. Lo facciamo con passione, e anche con fatica, ma ogni sera, ogni proiezione, ogni chiacchierata ci restituisce qualcosa di più grande: la partecipazione calorosa del pubblico, l’emozione dei racconti condivisi, il bisogno palpabile di comunità“.
Ufficio stampaUppennino CineCamper 2025
Parlano le ideatrici
Abbiamo avuto il piacere di intervistare Francesca e Giuliana che ci hanno raccontato cosa significa viaggiare con un cinema itinerante, perché oggi fare cultura nei piccoli centri è importante. Quando le immagini incontrano davvero le persone.
Come avete scoperto il progetto UPPENNINO e cosa ha spinto due ragazze lucane a trasformare un Safariways del ’91 in un CineCamper?
Abbiamo scoperto il progetto Uppennino per caso, ma al momento giusto. Era giugno 2024, avevamo appena preso un vecchio camper Safariways del ’91 — il nostro primo — senza sapere esattamente dove ci avrebbe portato. Poi l’incontro con CinemAbruzzo e con l’idea del cinecamper: è stato come se tutto si allineasse. Era la direzione che già stavamo cercando, solo che ancora non aveva un nome. Da lì, abbiamo deciso di partire davvero.
Com’è vivere quotidianamente nel CineCamper? Quali sono le sfide e le bellezze di questo stile di vita nomade e culturale?
È bello e difficile, insieme. Gli spazi sono stretti, i ritmi lenti, le giornate piene. Le sfide sono pratiche – acqua, elettricità, infrastrutture per il carico e lo scarico delle acque, connessione – ma anche relazionali e organizzative. La bellezza sta negli incontri quotidiani, nel senso di libertà, nella lentezza e nella possibilità di costruire qualcosa di significativo insieme alle comunità.
Vi conoscete da tanto? Questo progetto prevede tanto tempo trascorso insieme, fila sempre tutto liscio o vi scontrate a volte su qualcosa?
Ci conosciamo da 16 anni, ci siamo incontrate il primo anno di scuola superiore, poi ci siamo perse per un po’ di anni e alla fine ci siamo ritrovate da circa quattro anni. Il tempo insieme è tanto e denso, quindi sì, ci sono scontri, soprattutto quando siamo stanche. Ma abbiamo imparato a canalizzare le differenze, a non evitarle. È anche da questa unione di mondi
diversi che nasce la forza del progetto.
Dopo l’Abruzzo prevedete di espandere i vostri orizzonti e portare il CineCamper altrove?
Assolutamente sì. L’Abruzzo è il punto di partenza. Il nostro sogno è attraversare tutta la dorsale appenninica, e chissà forse un giorno scendere ancora più a sud o arrivare fino in Val d’Aosta. L’Italia è piena di borghi che meritano di essere visti, vissuti e ascoltati.
Qual è stata la reazione più significativa che avete ricevuto da parte degli abitanti dei posti finora attraversati?
Le reazioni più significative non sono state parole, ma piccoli gesti di fiducia e gentilezza. Una signora che ci aiuta a ricucire il telo su cui proiettiamo che si era improvvisamente strappato, un gruppo di donne che inizia spontaneamente ad allestire la “sala” insieme a noi, associazioni che ci hanno offerto una presa di corrente dopo una giornata uggiosa in cui il pannello solare non aveva potuto caricare la batteria del camper. Ogni volta, qualcuno si mette a disposizione, senza esitare, come se il progetto fosse anche un po’ suo.
…e la reazione più strana?
Un signore ci ha chiesto se proiettavamo anche il telegiornale, perché era curioso di “vedere il mondo sul grande schermo”. Alla fine è rimasto fino ai titoli di coda del film che abbiamo scelto — e ha detto che gli era piaciuto più del TG.
Come scegliete i titoli da proiettare nelle varie tappe?
I film sono scelti da CinemAbruzzo, si tratta di cortometraggi e documentari davvero molto intensi che raccontano storie di resistenza, marginalità, di sogni, radici e comunità. Queste opere sono nate durante le precedenti edizioni di CinemAbruzzo Campus, una residenza artistica dedicata a giovani registi emergenti, e vengono proiettati grazie alla collaborazione con Red Couch Pictures, una distribuzione cinematografica nata in Abruzzo per valorizzare film indipendenti.
Come mai avete scelto Luglio come periodo dell’iniziativa?
Abbiamo scelto Luglio perché è il periodo in cui le comunità dei piccoli borghi sono più presenti e disponibili a partecipare. Le giornate più lunghe e il clima favorevole permettono di organizzare proiezioni all’aperto, creando un’occasione accessibile a tutti per vivere il cinema come momento di incontro e socialità.
Ufficio stampaCinema Abruzzo
Parlando di cinema: c’è un film on the road che vi ha ispirato e vi è rimasto nel cuore?
Sicuramente Into the Wild, per il desiderio di scoperta e verità, ma anche Nomadland, che racconta con delicatezza il vivere ai margini, in movimento. Entrambi i film parlano di indipendenza, ricerca di sé e di comunità, temi che sentiamo molto vicini.
Durante i laboratori di comunità, che tipo di riflessioni emergono dai cittadini sul proprio territorio? C’è un tema ricorrente?
Emergono storie di abbandono e di attaccamento, spesso nella stessa frase. La nostalgia è un tema forte, ma anche la voglia di tornare protagonisti. Molti parlano della perdita di spazi condivisi e della solitudine, ma anche del desiderio di rimettersi in rete, di essere ascoltati.
Qual è il ruolo delle istituzioni locali e quanto è importante il loro coinvolgimento durante le tappe del tour?
È fondamentale. Quando le istituzioni sono presenti in modo partecipe, il progetto si radica, diventa qualcosa che può lasciare un segno. In altri casi ci sono state più difficoltà, ma anche quello è un dato da ascoltare.
Che tipo di impatto vi augurate abbia il progetto UPPENNINO CineCamper a lungo termine, sia sulle comunità che sulla visione della cultura nei piccoli centri?
Speriamo che il nostro passaggio non sia solo un evento, ma l’inizio di un processo. Vorremmo che le persone si riappropriassero del loro spazio culturale, e che il cinema tornasse a essere uno strumento vivo, non solo di intrattenimento ma di trasformazione.
Dopo questa esperienza, immaginate di continuare a vivere e lavorare “on the road” o vedete altre evoluzioni per il CineCamper?
L’idea è proprio quella di vivere e lavorare viaggiando, la strada resta una componente essenziale: ci ha insegnato troppo per essere abbandonata. Per questo speriamo che Uppennino possa risuonare e intraprendere un cammino lungo e duraturo. Le evoluzioni arriveranno, ma saranno coerenti con ciò che siamo: due persone che credono nella cultura come strumento di relazione e nel viaggio come strumento per imparare e trasmettere.
Qualche professionista della settima arte ha notato la vostra iniziativa e vi ha detto qualcosa?
Diversi professionisti sono rimasti colpiti dall’idea e dal nostro approccio. In una delle tappe un attore molto famoso è venuto a partecipare e rimanendo molto colpito è rimasto con noi tutto il giorno, è stato un bel momento di scambio.
Il cinema e il viaggio spesso si incontrano: c’è un film che vi ha colpito soprattutto per dove è ambientato, per le location?
Non ce ne sono in particolare, ma è certo che i film che proiettiamo colpiscono molto anche per i paesaggi e le location, che non sono più sfondo ma diventano personaggi. I territori che attraversiamo ce lo ricordano continuamente: l’Abruzzo sa essere ruvido e poetico, silenzioso e potente.
Le tappe del CineCamper
Dopo le prime tappe nei comuni di Canistro, Sante Marie, Santa Jona e Fagnano Alto, UPPENNINO CineCamper continua a muoversi. Sempre con lentezza, sempre con cura, con la convinzione che ogni fermata possa essere un momento di incontro autentico, dove sentirsi un po’ meno soli e ricucire legami tra persone, territorio e cultura. Si può seguire il tour sui canali social di CinemAbruzzo .
Ecco le tappe del tour:
Pescasseroli (AQ) – 3 luglio 2025
Lecce nei Marsi (AQ) – 4 luglio 2025
Pescina (AQ) – 5 luglio 2025
Ovindoli (AQ) – 6 luglio 2025
Scanno (AQ) – 11 luglio 2025
Capestrano (AQ) – 13 luglio 2025
La Lombardia è tra le mete preferite d’Europa. Prima Regione d’Italia per lo shopping tourism, è Milano, sì, ma non solo. Lago di Como, ma non solo. Ci sono, infatti, tantissimi itinerari fuori rotta da percorrere, borghi poco noti da esplorare e anche diversi laghi minori che meritano un viaggio. Ne abbiamo parlato con Barbara Mazzali, Assessore al Turismo, Marketing territoriale e Moda della Regione Lombardia
Quale strategia sta applicando Regione Lombardia per la promozione turistica e in quali aree si sta concentrando?
Autenticità, stagionalità e bellezza diffusa. Se dovessi sintetizzare in tre parole la nostra nuova visione del turismo in Lombardia, sceglierei proprio queste. Stiamo cambiando prospettiva: oggi vogliamo raccontare una Lombardia che va oltre i soliti itinerari, una terra sorprendente fatta di cammini, ciclovie, sport d’acqua, piccoli borghi e campeggi glamour. Vogliamo parlare a chi cerca esperienze, benessere, qualità della vita. Il nostro lavoro punta molto sulla destagionalizzazione: portare turisti durante tutto l’anno, distribuendo i flussi e valorizzando anche le aree interne, quelle spesso fuori dai radar ma ricchissime di fascino.
È in quest’ottica che abbiamo lanciato il bando ‘Lombardia Style’ – Progetti di promozione unitaria per l’attrattività territoriale: 2,3 milioni di euro per sostenere alleanze tra Comuni e creare calendari condivisi di eventi. Una Lombardia che si racconta in modo corale, che punta a generare nuovi flussi e sostenere le economie locali. E lo fa anche pensando al turista esigente, con proposte d’eccellenza come il glamping e le mobile homes: il lusso che abbraccia la natura.
Fonte: @Varese TurismoEscursionisti in visita al borgo dipinto di Arcumeggia in provincia di Varese
Cosa si intende esattamente per ‘Lombardia Style’?
È il nostro marchio di fabbrica, il segno distintivo che abbiamo scelto per presentare al mondo il meglio della Lombardia. ‘Lombardia Style’ è molto più di un logo: è un concetto, una visione. Nasce dall’equilibrio tutto lombardo tra creatività e rigore, tra bellezza e capacità produttiva. È lo stile che accomuna i nostri designer, i nostri chef, le aziende manifatturiere, le botteghe e gli atelier. Con ‘Lombardia Style’ vogliamo dare un’identità forte e coerente a tutto ciò che rende unica questa Regione: cultura, moda, design, paesaggi, enogastronomia. È il nostro modo di raccontare che qui si vive bene, si crea, si innova, si sogna. Non siamo solo una destinazione da visitare: siamo un’esperienza da vivere tutto l’anno.
Il cineturismo è un fenomeno in crescita. Come lo sta sostenendo la Regione?
Il cinema è una chiave meravigliosa per raccontare i territori. E la Lombardia, con la sua varietà straordinaria di scenari – laghi, città d’arte, montagne, borghi – è sempre più protagonista sullo schermo. Da Visconti a Hitchcock, da George Lucas a Pollack: qui sono state girate più di mille pellicole. Basti pensare a Ocean’s Twelve sul Lago di Como, Quantum of Solace sul Garda o Cento Chiodi sul Po. Senza dimenticare i videoclip musicali e le produzioni moda, come la recente scelta di Chanel che ha lanciato la sua collezione di alta gioielleria ispirata al profumo N°5 proprio sul Lago di Garda. Stiamo sostenendo produzioni, come quella tra la società Univela di Tremosine e Circus, che porteranno nuove opere creative ambientate nei nostri paesaggi. È una vera ‘carriera cinematografica’ per la Lombardia, che oggi non è solo sfondo, ma protagonista glamour e affascinante, capace di far sognare.
Turismo locale vs visitatori internazionali: come state lavorando su questi due fronti?
Il 2024 è stato un anno straordinario: oltre 53 milioni di pernottamenti, di cui il 67% da stranieri. Una crescita del 10% che ci conferma tra le mete preferite in Europa. Noi lavoriamo con attenzione su entrambi i fronti, costruendo un turismo sostenibile, intelligente, di qualità. Un turismo che arricchisce, davvero, le comunità locali. Il dato più interessante? Un aumento del 44% nelle transazioni tax free, grazie all’abbassamento della soglia d’acquisto per i turisti extraeuropei introdotta dal governo Meloni. Risultato: la Lombardia è oggi la prima Regione italiana per lo shopping tourism. E questo è solo uno dei segnali di quanto il turismo stia diventando una leva economica strategica per tutto il territorio.
Fonte: 123RFLe vetrine di lusso della Galleria Vittorio Emanuele a Milano
Come si sta preparando la Lombardia alle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026?
Le Olimpiadi non saranno solo un grande evento sportivo: saranno un vero e proprio cambio di passo per il nostro territorio. L’impatto previsto parla chiaro: +15% a +60% di flussi turistici dopo i Giochi. Ci stiamo preparando con investimenti strutturali importanti – oltre 434 milioni di euro tra strade, ferrovie e impianti sportivi – ma anche con progetti che parlano al cuore, come ‘Cuori Olimpici’.
È un viaggio simbolico e fisico attraverso le 12 province lombarde, con eventi e installazioni che coinvolgono le comunità e raccontano l’identità profonda della nostra terra. Saranno 3.500 atleti da 93 Paesi, 1,3 miliardi di spettatori. Milano sarà la porta d’ingresso, la Valtellina il cuore pulsante delle competizioni. Ma tutta la Lombardia sarà protagonista, mostrando il suo volto più autentico e innovativo, fatto di moda, design, natura e accoglienza.
Fonte: Ufficio stampaLa Valtellina è pronta per le Olimpiadi (Valfurva, Colle delle Pale Rosse)
Ci sono novità turistiche in vista per i prossimi mesi?
Assolutamente sì! Stiamo lavorando a tantissimi eventi che anticipano le Olimpiadi, nell’ambito di ‘Cuori Olimpici’. Poi c’è un altro progetto affascinante e carico di spiritualità: gli itinerari delle 69 chiese giubilari lombarde. A fine settembre ospiteremo a Bellano il Festival nazionale dei Borghi più belli d’Italia, un’occasione straordinaria per mettere sotto i riflettori le nostre perle nascoste. Tutto l’anno i nostri territori offrono la vivacità di sagre, festival dedicati a musica, enogastronomia, artigianato, mostre e iniziative culturali: ciascuno è un viaggio nel cuore pulsante delle nostre tradizioni, tra storie di famiglia, mani sapienti e prodotti che parlano di territori. Eventi che uniscono cultura, turismo e identità. In una parola? Emozione.
Fonte: Ufficio stampaBarbara Mazzali, Assessore al Turismo, Marketing territoriale e Moda di Regione Lombardia
“Cosa resta di un sapere antico quando rischia di scomparire?” è la domanda da cui prende forma In Perpetuo, il documentario diretto da Federico Barassi apprezzare lo scorso novembre al Festival dei Popoli e proiettato il 6 giugno al Cinema Farnese di Roma, il 10 giugno a Torino e il 16 giugno a Bari. Si tratta di un viaggio poetico e profondo tra i trabucchi del Gargano, macchine da pesca secolari sospese tra mare e cielo, memoria e materia.
Le origini dei trabucchi
Secondo alcune fonti storiche, questa straordinaria macchina da pesca potrebbe essere stata introdotta nel Gargano dai Fenici, anche se la prima attestazione documentata risale al XVIII secolo. In quel periodo i pescatori della zona furono costretti a trovare un metodo di pesca stabile e affidabile, capace di resistere al tempo e al mare.
Così nacquero i trabucchi: architetture ingegnose interamente in legno — pino d’Aleppo, quercia, cercolo, castagno — costruite a picco sul mare e saldamente ancorate alle rocce costiere. Ogni elemento è scolpito e fissato con estrema precisione, in una danza millenaria tra natura e tecnica. Come palafitte sospese tra cielo e acqua, i pali vengono incastrati in cavità scavate nella roccia, sorreggendo una piattaforma su cui si svolge l’intera attività di pesca.
Fonte: Ufficio stampaTrabucco nel Gargano
Intervista al regista Federico Barassi
In questa intervista il giovane regista del documentario In Perpetuo ci racconta la genesi del progetto, il legame personale che lo ha guidato, e l’intenso rapporto costruito con i “custodi del tempo”: i trabucchisti. Un racconto che è anche riflessione sul tempo che passa, sulle radici che resistono, e sull’urgenza di fermarsi ad ascoltare ciò che la natura e la tradizione ancora hanno da dirci.
Da dove nasce l’idea di raccontare i trabucchi del Gargano? C’è stato un momento preciso che ti ha spinto a iniziare questo progetto?
L’idea di In Perpetuo nasce intorno al 2017, quando iniziai una ricerca su alcuni mestieri tradizionali e antichi imprescindibilmente legati agli elementi naturali che rischiavano di scomparire. Il primo script comprendeva più mestieri messi insieme in un unico lungometraggio, e all’interno di questi mestieri antichi c’era anche la realtà dei trabucchi garganici. Nello stesso anno venne a mancare mio padre Paolo e la ricerca si focalizzò in maniera naturale sui trabucchi che in qualche modo me lo ricordarono perché racchiudono le sue due più grandi passioni: lavorare il legno e la pesca. Successivamente, approfondendo ulteriormente la ricerca, mi resi conto che concentrandomi solo sulla realtà dei trabucchi garganici avrei potuto rafforzare il messaggio che avevo in mente inizialmente, ovvero: cosa rimane di un vissuto – in questo caso secoli – quando scompare, che tracce rimangono nella memoria e nella società.
Il Gargano è spesso narrato in chiave turistica. In Perpetuo, invece, ne rivela un volto intimo, quasi nascosto. Era questo il tuo intento fin dall’inizio?
Si, ho scelto di fare le riprese nei mesi invernali, autunnali e primaverili proprio per questo. In queste stagioni il turismo è raro e la vita scorre più lenta. Il mio intento fin dall’inizio era quello di racchiudere in immagini, in quadri di vita quotidiana, quel forte legame che dall’alba dei tempi unisce l’uomo alla natura e che oggi stiamo lentamente perdendo.
Come hai selezionato i luoghi specifici del Gargano — come Vieste e Peschici — da includere nel film? C’erano luoghi simbolici che non potevano mancare?
Vieste e Peschici sono i luoghi dove ancora oggi possiamo vedere questi complicati macchinari in funzione e trovare gli ultimi custodi di questa tradizione. In questo piccolo tratto di costa si concentrano la maggior parte dei trabucchi pescanti e non abbandonati del Gargano, quindi la scelta è stata dettata dell’esigenza di vedere i trabucchi in funzione e i trabucchisti intenti nella pesca così come si faceva secoli e secoli fa.
Fonte: Ufficio stampaDue trabucchisti del Gargano
Quanto tempo hai trascorso sul campo, tra Peschici e Vieste, e com’è stato il rapporto con i protagonisti del documentario?
Le riprese sono iniziate nel 2022 e in totale abbiamo fatto due settimane di riprese in sessioni alterne più i sopralluoghi. Il rapporto con loro è stato molto coinvolgente. Per realizzare questo tipo di documentario una delle cose più importanti è avere la fiducia dei protagonisti che vuoi riprendere, e quindi ho cercato di trascorrere più tempo possibile con loro, chiacchierando, pescando, mangiando pesce. Ho cercato di immedesimarmi nella loro quotidianità per ridonare allo spettatore il modo di intendere e percepire la vita sul trabucco nella maniera più reale e autentica possibile.
La luce, il vento, il rumore del mare… nel documentario tutto concorre a evocare l’anima del luogo. Che ruolo ha avuto il Gargano nella tua regia visiva e sonora?
Il Gargano è un territorio antico, quasi mistico. Ci sono tracce di popolazioni primitive, dell’epoca del bronzo e romane. Si può trovare una stratificazione di epoche straordinaria e questo quando sei lì lo percepisci. Ho cercato di evocare questi passati lontani. La colonna sonora che nel documentario è minimale vuole proprio essere quasi una voce degli avi che risuona dell’orizzonte del mare e ci chiama, ricordandoci chi eravamo, chi siamo e chi saremo. Una delle scelte che ho fatto fin da subito è stata quella di limitare le riprese unicamente nelle zone dei trabucchi perché volevo che questo macchinario diventasse il palcoscenico dove tutto avveniva, nonché il perno della narrazione. Ho scelto di posizionare la telecamera sempre sul treppiede con inquadrature fisse, per evocare la solidità del trabucco che resiste ai capricci della natura, ancorato a quegli scogli da secoli.
Il trabucco è protagonista silenzioso ma centrale del tuo documentario. Cosa ti ha affascinato maggiormente della sua storia e del suo significato?
Volevo che il trabucco diventasse un personaggio, forse il personaggio principale di In Perpetuo, quasi un organismo vivente e dunque bisognoso di cure. Tutto ruota intorno a questo macchinario che nel documentario – insieme agli elementi che lo compongono – è l’unico artefatto umano che possiamo vedere. Poi da subito l’ho visto come un opera d’arte e i trabucchisti gli artisti che lo creano. Quello che mi ha maggiormente affascinato è stato come i viestani e i peschiciani intendono il trabucco. Fin da piccoli lo hanno sempre visto lì, a piombo sul mare, ancorato a quegli scogli. Chi vive in queste zone infatti dice che non puoi dire di essere a Vieste o a Peschici se non vedi un trabucco in lontananza. È un simbolo che li rassicura e li fa sentire a casa.
Nel film emerge chiaramente il trabucco come simbolo di un sapere antico. Quanto è stato difficile ricostruire le sue origini e il suo ruolo nella cultura garganica?
I trabucchisti, tramandando il loro sapere di generazione in generazione e vivendo il trabucco da sempre, lo hanno dentro, nelle viscere. Non è stato difficile ricostruire le sue origini perché mi hanno guidato loro avvolgendomi nel loro mondo e nelle loro storie. Io sono diventato un testimone di quello che accadeva davanti ai miei occhi, mettendomi nella posizione dell’allievo che cerca di imparare dal maestro.
Fonte: Ufficio stampaTrabucco originale
Durante le riprese, hai scoperto qualche dettaglio o aneddoto inaspettato sulla storia dei trabucchi che ti ha particolarmente colpito?
Mi ha colpito maggiormente la sapienza e la difficoltà della costruzione. Per esempio come scavavano con un palo di ferro i buchi nei duri scogli per fissare i tronchi di sostegno, e come decidevano le posizioni dove effettuare questi buchi. Davvero un lavoro duro e di calcolo impressionante. Sono rimasto colpito da racconti di abbondanti pescate, quintali di pesce che oggi sono sempre più rare per colpa della pesca industriale, dell’inquinamento e della presenza di specie alloctone come il granchio blu che rendono sempre più difficile la pesca con il trabucco.
Nel tuo racconto il trabucco sembra vivere, respirare con chi lo abita. Hai scelto di dargli quasi una voce narrativa implicita. È stata una scelta consapevole?
Il trabucco in In Perpetuo è un personaggio del racconto. La sua voce sono i suoni che emette: gli scricchiolii del legno, le vibrazioni dei cavi di ferro tesi che emettono un suono quasi musicale e i rumori delle cime che sollevano la grande rete. Ho cercato di dargli una vita e farlo respirare insieme ai protagonisti.
Nel documentario si respira una profonda connessione tra uomo, natura e tempo. Come hai lavorato per tradurre visivamente questa dimensione poetica e quasi sospesa?
Sicuramente registrando i suoni della natura con l’utilizzo di microfoni stereofonici, questo ha aiutato a ampliare la sensazione di immersione negli elementi naturali, e poi lavorando al montaggio con il tempo, dilatando e sottraendo.
Hai parlato del rischio di perdita della memoria legata a questo mestiere antico. Cosa pensi che il pubblico possa imparare oggi dai mastri trabucchisti?
Io penso che il nostro passato possa insegnarci tanto sul nostro presente. La nostra società è una stratificazione di eredità che accumula saperi per evolverli. I trabucchisti in questo senso possono aiutare lo spettatore contemporaneo, abituato a ritmi frenetici e informazioni frastagliate, a fermarsi per riflettere su una vita semplice, concreta, fatta di attese e contemplazione. Penso che soprattutto al giorno d’oggi ne abbiamo sempre più bisogno.
Qual è stata la reazione dei trabucchisti dopo aver visto il film finito? Ti hanno dato qualche riscontro particolare che ti ha colpito?
Sono rimasti felici, mi hanno detto che sono riuscito a cogliere l’autenticità della vita sul trabucco.
Il film è stato selezionato da festival prestigiosi, come il CinemAmbiente di Torino e il Festival dei Popoli e sarà proiettato a partire dal 6 Giugno in varie zona d’Italia. Cosa rappresentano per te questi riconoscimenti e cosa ti aspetti per il futuro da questa opera?
Sono contento di queste selezioni, è stata la prima volta che presentavo un mio lavoro a un Festival cinematografico e devo dire che è stata una bella esperienza. Spero che il lungo viaggio di In Perpetuo continui verso la strada più giusta.