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Anfiteatri scavati nel tufo, miti etruschi e la strada dei pellegrini: è Sutri, l’antichissima città della Tuscia

16 juillet 2026 à 17:00

Smarrito tra le pieghe della provincia viterbese, sorge un borgo che sembra scaturire direttamente dalle viscere della terra. Parliamo di Sutri, che si adagia su un maestoso sperone di tufo da dove domina dall’alto la Via Cassia, l’antico asse viario che da millenni collega Roma al nord della penisola. Ci troviamo, quindi, tra le falde dei Monti Cimini e quelle dei Monti Sabatini, in una posizione che ne ha fatto la fortuna: prima territorio falisco, poi area contesa tra Etruschi e Romani, la città fu conquistata da Roma nel 383 a.C. e divenne una vera testa di ponte verso l’Etruria interna e l’Agro Falisco.

Se le tracce più antiche di Sutri risalgono all’Età del Bronzo, intorno al X secolo a.C., le origini si perdono anche nel mito: una leggenda lega il paese a Saturno, il dio romano della fertilità, raffigurato nello stemma cittadino a cavallo con un fascio di spighe. Un’altra storia porta fin qui Orlando, il paladino della Chanson de Roland e dell’Orlando Furioso, che secondo il racconto sarebbe nato in una tomba etrusca mentre sua madre Berta era in viaggio verso Roma.

Il soprannome più celebre è però “l’Antichissima Città“, appellativo attribuito da papa Innocenzo III sul finire del XII secolo. E basta osservare la parete dell’anfiteatro, o scendere nella cripta del Duomo, per capire quanto sia difficile trovare un nome più azzeccato. Dal 2019, inoltre, Sutri fa parte dei Borghi più belli d’Italia e ha ricevuto la Bandiera Arancione del Touring Club Italiano.

Cosa vedere a Sutri

La visita di questo borgo della Tuscia parte dalla roccia, ma presto si trasforma in un viaggio attraverso civiltà diverse. La particolarità di Sutri sta proprio nella stratificazione: un luogo pagano diventa cristiano, una strada romana continua a guidare pellegrini, mentre una torre medievale resta a guardia di una storia quasi scomparsa.

L’Anfiteatro romano scavato nel tufo

Il simbolo di Sutri si mostra quasi all’improvviso ed è un anfiteatro ricavato interamente in un banco di tufo, senza sostegni in muratura. La forma segue il profilo naturale della roccia e misura circa 49,60 per 40,80 metri. La sua costruzione viene collocata tra gli ultimi decenni del I secolo a.C. e i primi anni del I secolo d.C. La semplicità dell’impianto rende ancora più impressionante il risultato: arena, podio, corridoi e gradinate sono stati ottenuti lavorando direttamente la pietra.

La cavea era divisa in 3 ordini di gradinate. Le praecinctiones, cioè i corridoi di passaggio, separavano i diversi settori del pubblico. Nella parte più bassa si trovava anche un palco d’onore. La struttura poteva accogliere migliaia di spettatori, una cifra enorme se si pensa alle dimensioni attuali del borgo. In estate, tra le altre cose, l’anfiteatro ospita spettacoli e concerti.

La necropoli rupestre lungo la Via Cassia

A pochi passi dall’anfiteatro, la parete di tufo cambia aspetto perché per circa 180 metri è un susseguirsi di decine di tombe scavate direttamente nel costone roccioso. Si riconoscono camere singole, ambienti doppi, nicchie rettangolari e tombe con ingressi ad arco. La necropoli fu utilizzata tra il I secolo a.C. e il III-IV secolo d.C., anche se il passaggio dei secoli ha modificato parecchio l’aspetto originario degli ambienti.

Il dettaglio più suggestivo è la vicinanza con la Via Cassia, antica arteria romana e poi tratto della Via Francigena: qui il viaggio passa davvero accanto ai morti.

Il Mitreo diventato Chiesa della Madonna del Parto

Entrare nella Chiesa della Madonna del Parto significa attraversare una soglia scavata nella roccia che ha avuto almeno 2 vite religiose. Prima fu un Mitreo, cioè un ambiente dedicato a Mitra, divinità di origine indoiranica il cui culto si diffuse nell’Impero romano a partire dal I secolo d.C.

In seguito fu trasformato in luogo cristiano e il suo piccolo vestibolo accoglie affreschi medievali dedicati alla Madonna, a San Cristoforo e alla leggenda di San Michele del Gargano.

Villa Savorelli e il Bosco Sacro

Uscendo dal Mitreo, il paesaggio si apre verso Villa Savorelli, raffinata residenza del XVIII secolo appartenuta a diverse famiglie patrizie. Il giardino all’italiana è disegnato da siepi di alloro e geometrie ordinate. Più avanti, il Bosco Sacro porta con sé un nome quasi fiabesco. Lecci secolari crescono su quote differenti e il termine fa riferimento a un’antica visione pagana della natura, popolata da ninfe, fauni e folletti. La parte più bella arriva affacciandosi dall’alto: l’anfiteatro appare in una prospettiva diversa, incastonato nel paesaggio.

Il Duomo e la Cripta di Santa Maria Assunta

La Cattedrale di Santa Maria Assunta in Cielo si presenta con una facciata dai caratteri barocchi, mentre il campanile romanico resta una delle tracce più evidenti della struttura antica. All’interno, il pavimento cosmatesco cattura subito lo sguardo, anche perché i Cosmati furono famiglie di marmorari romani specializzate in decorazioni geometriche realizzate con tessere di marmo colorato. Ma è la cripta il vero colpo di scena: più navate sono scandite da colonne e volte a crociera in tufo.

Cripta di Santa Maria Assunta, Sutri
iStock
La straordinaria Cripta di Santa Maria Assunta

Palazzo Doebbing e il Museo del Patrimonium

Palazzo Doebbing occupa l’antica sede vescovile e prende il nome da Joseph Bernard Doebbing, vescovo di Sutri dal 1900 al 1916. Recuperato e trasformato in museo nel 2018, si riconosce per la mole merlata che domina lo skyline del borgo. I 4 piani ospitano arte antica, arte sacra e mostre temporanee. Il Museo del Patrimonium, invece, raccoglie tele provenienti dalla Chiesa di San Francesco, affreschi medievali recuperati dalla Chiesa di Santa Fortunata e reperti lapidei.

Cosa fare a Sutri

La città offre parecchio anche quando si chiude la guida. La sua parte più autentica vive tra vicoli, botteghe e tradizioni che arrivano dalla comunità contadina.

  • Seguire il filo della Via Francigena: Sutri è una tappa del percorso medievale che collegava Canterbury a Roma.
  • Raggiungere l’antico lavatoio: la struttura si trova lungo Via Giovanni Andrea dell’Anguillara e in estate diventa anche sede di eventi musicali.
  • Assaggiare il fagiolo della Regina: la specialità locale è legata a una leggenda secondo cui avrebbe alleviato i dolori della gotta di Carlo Magno. Durante la Sagra del Fagiolo viene servito in ciotole di terracotta. Da provare anche i fagioli della Regina, i ditalini alla militare e i tozzetti alla nocciola.
  • Scegliere una festa popolare: il Presepe Vivente trasforma la necropoli in un percorso illuminato da fiaccole romane. La festa di Sant’Antonio Abate porta in strada cavallerie e confraternite, mentre il Carnevale termina con la cremazione di Re Carnevale in Piazza del Comune. A settembre la festa patronale di Santa Dolcissima si conclude con uno spettacolo nell’anfiteatro illuminato dalle fiaccole.

Dove si trova e come arrivare

Sutri si trova in provincia di Viterbo, a circa 45 km da Roma e a più o meno 30 da Viterbo.  In automobile da Roma si segue il Grande Raccordo Anulare e poi la Cassia Veientana in direzione Viterbo. Da Viterbo si può scegliere la Via Cassia oppure la Cassia Cimina. Chi arriva dall’autostrada A1 trova le uscite di Magliano Sabina da nord e Ponzano Romano-Soratte da sud. I collegamenti in autobus fanno capo alle linee COTRAL sulla tratta Roma-Viterbo. Per il treno la stazione di riferimento è Capranica-Sutri, a circa 5 km dal paese.

Castiglione in Teverina è il borgo del bere bene: qui c’è il museo del vino più grande d’Europa

4 juillet 2026 à 15:30

Il profilo della Tuscia viterbese si delinea attraverso una successione di creste argillose, vallate improvvise e speroni tufacei. Castiglione in Teverina sorge su uno di questi rilievi, dominando la valle del fiume Tevere. Ma chi arriva scorge anche filari di vite che seguono l’andamento delle colline, perché il paese racchiude tradizioni tramandate per secoli, cantine storiche e una cultura che accompagna la vita quotidiana.

La roccia vulcanica della zona, infatti, dona al terreno minerali preziosi che sono in grado di conferire ai vini locali note aromatiche uniche.  Il centro storico, ovvero la “Città del Vino“, si svela lentamente, mostrando un impianto urbanistico medievale perfettamente conservato, fatto di vicoli stretti, piazzette silenziose e palazzi nobiliari in pietra scura.

Le antiche abitazioni costruite una accanto all’altra seguono il profilo della rupe, mentre piazzette raccolte aprono panorami inattesi persino sui campanili che emergono tra i tetti in pietra.

È il più corto d’Italia, ma ricco di tesori antichissimi: il Cammino dei Tre Villaggi nella Tuscia etrusca

21 juin 2026 à 15:00

Se siete stanchi delle solite avventure e siete alla ricerca di qualcosa di profondo e particolare, dovete prepararvi per affrontare il Cammino dei Tre Villaggi. Spesso indicato con l’acronimo C3V, racchiude una delle esperienze più particolari del Lazio anche se, nei fatti, conta solo circa 20 km. Sì, possono sembrare pochi rispetto ai grandi itinerari italiani, eppure questo percorso ad anello riesce a condensare una quantità impressionante di testimonianze storiche, ambienti naturali e scorci che cambiano continuamente volto.

Nato nel 2021 grazie all’impegno dell’associazione Freedom APS, viene spesso definito “Il cammino più corto d’Italia“, un soprannome che incuriosisce fin dal primo incontro e che contribuisce alla sua crescente notorietà. L’itinerario parte e termina a Villa San Giovanni in Tuscia, attraversando anche Barbarano Romano e Blera, affascinante territorio che conserva una delle più alte concentrazioni di siti archeologici dell’Italia centrale.

Lungo il tragitto, infatti, compaiono necropoli rupestri, vie cave scavate dagli Etruschi, ponti di epoca romana, antiche fonti, mulini, torrenti e cascate che emergono tra la vegetazione. Gran parte del fascino deriva dal Parco Regionale Marturanum, area protetta con vallate strette e incise nel tufo che si sono formate grazie all’azione dei corsi d’acqua nel corso dei millenni.

Dove si trova ed etimologia del cammino

Il Cammino dei Tre Villaggi si trova nella provincia di Viterbo, all’interno della Tuscia, territorio che coincide con una parte dell’antica Etruria. Il nome dell’itinerario nasce dai 3 borghi collegati dall’anello escursionistico, Villa San Giovanni in Tuscia, Barbarano Romano e Blera e ciascun centro racconta una fase diversa della storia locale: Villa San Giovanni in Tuscia conserva tracce romane ed etrusche accanto all’abitato sviluppatosi dal XIV secolo; Barbarano Romano domina le forre del Parco Marturanum da un pianoro tufaceo; Blera, tra i più antichi insediamenti della zona, raggiunse grande importanza già in epoca etrusca e successivamente grazie alla Via Clodia romana.

L’area, infatti, occupa una posizione strategica tra due importanti direttrici storiche, la Via Cassia e la Via Clodia, che per secoli hanno favorito commerci, spostamenti militari e contatti culturali tra Roma e l’entroterra etrusco, al punto che ancora oggi il paesaggio è la casa di numerose tracce di quel passato.

Lunghezza e difficoltà: le tappe

Il C3V misura approssimativamente 20 km e può essere completato in una sola giornata. Il tempo medio necessario, infatti, varia tra 8 e 9 ore considerando soste fotografiche, visite ai punti d’interesse e pause nei borghi. Il dislivello positivo raggiunge 440 m nella variante classica e circa 500 m nella variante panoramica. Sebbene la distanza risulti contenuta, il percorso richiede un buon livello di attenzione: la classificazione CAI oscilla infatti tra E ed EE.

La difficoltà maggiore si concentra lungo alcuni segmenti del sentiero CAI 105, nella valle del torrente Biedano. Qui compaiono passaggi esposti, rocce lisce, radici affioranti e tratti che possono diventare particolarmente insidiosi in presenza di umidità. Il fondo alterna mulattiere, sentieri boschivi, tracciati su macco, guadi, sterrati e brevi sezioni asfaltate che rappresentano circa il 5% dell’intero sviluppo.

Prima di entrare nel dettaglio delle tappe vale la pena sottolineare un aspetto peculiare: lungo un tragitto relativamente breve si attraversano ambienti molto diversi tra loro. Tavolati tufacei, valloni incisi dall’acqua, aree archeologiche, pascoli e centri storici si susseguono senza soluzione di continuità, regalando una costante sensazione di scoperta.

Villa San Giovanni in Tuscia – Barbarano Romano (7 km, 180 m D+, 2h 30min)

La partenza avviene da Villa San Giovanni in Tuscia, piccolo comune sorto nel XIV secolo tra la Via Cassia e la Via Clodia. Passeggiando tra le strade del borgo emergono testimonianze che raccontano una lunga frequentazione del territorio, dall’età etrusca fino al periodo romano. Tra i principali punti d’interesse figurano la Chiesa Sancta Maria ad Nives, i resti di una villa romana databile tra il III e il VI secolo d.C. e le necropoli di Ponton Graziolo e Martarello.

Lasciato il centro abitato, il sentiero attraversa prati e aree rurali che introducono gradualmente verso il paesaggio del Marturanum. L’arrivo a Barbarano Romano regala uno degli ingressi più scenografici dell’intero itinerario grazie alla monumentale Porta Romana, aperta all’interno di un torrione cilindrico quattrocentesco.

Barbarano Romano – Blera (8 km, 170 m D+, 3h)

Questo segmento rappresenta probabilmente il tratto più spettacolare del cammino. Barbarano Romano sorge su un pianoro tufaceo delimitato da corsi d’acqua che hanno modellato il territorio creando profonde incisioni naturali. Prima della partenza merita una visita la Chiesa di Santa Maria Assunta, risalente all’XI secolo, insieme al Museo Archeologico delle Necropoli Rupestri e al Museo Naturalistico Francesco Spallone.

Il sentiero entra quindi nel cuore del Parco Regionale Marturanum, pieno di pareti di tufo, antiche tombe e boschi ombrosi. Proprio in questo misterioso contesto compaiono alcune delle emergenze archeologiche più affascinanti della Tuscia, come vie cave etrusche, bassorilievi, antiche fonti e resti di strutture rurali accompagnano il percorso.

Particolarmente suggestivo risulta il tratto lungo la forra del torrente Biedano. Acqua, vegetazione e roccia danno vita a uno scenario che cambia continuamente prospettiva. Poco prima dell’arrivo a Blera non si può non posare lo sguardo su scorci panoramici che permettono di apprezzare la conformazione vulcanica del territorio.

Parco Regionale Marturanum, Lazio
iStock
Il torrente Biedano nel Parco Regionale Marturanum

Blera – Villa San Giovanni in Tuscia (5 km, 90 m D+, 2h)

Blera occupa un piccolo rilievo tufaceo circondato da boschi e macchia mediterranea. Durante il periodo etrusco raggiunse una notevole importanza, mentre la costruzione della Via Clodia favorì ulteriormente sviluppo economico e collegamenti con Roma. Tra i luoghi più interessanti si fanno notare il centro storico, la Chiesa di Santa Maria Assunta, il Museo Civico Archeologico Gustavo VI Adolfo di Svezia e il Museo Il Cavallo e l’Uomo.

L’ultima parte dell’anello attraversa ambienti rurali punteggiati da corsi d’acqua, sorgenti e testimonianze archeologiche meno conosciute. Il ritmo rallenta naturalmente, quasi a prolungare l’esperienza prima del ritorno a Villa San Giovanni in Tuscia.

Come prepararsi al cammino

Una preparazione adeguata permette di affrontare il percorso con maggiore sicurezza e tranquillità. Gli scarponi da trekking rappresentano l’equipaggiamento più importante, soprattutto nei tratti caratterizzati da rocce umide e terreno irregolare. Anche i bastoncini risultano particolarmente utili lungo le discese delle forre e negli attraversamenti più tecnici.

Conviene portare almeno 1,5 litri d’acqua, una scorta energetica leggera e un guscio impermeabile in caso di improvvisi cambiamenti meteorologici. Durante l’estate le temperature possono superare facilmente i 30°C, rendendo preferibili partenze nelle prime ore del mattino.

Le stagioni più indicate coincidono generalmente con il periodo compreso tra marzo e metà giugno e quello tra settembre e metà dicembre. In queste settimane il clima favorisce la percorrenza e la vegetazione offre colori particolarmente intensi. Grande attenzione va riservata alle condizioni del terreno: dopo precipitazioni abbondanti alcuni passaggi della Valle del Biedano possono diventare molto scivolosi.

Chi desidera approfondire il patrimonio culturale del territorio può valutare una suddivisione dell’itinerario in 2 giornate, scelta che permette di visitare con calma musei, necropoli e centri storici, trasformando il Cammino dei Tre Villaggi in un vero viaggio attraverso una delle anime più autentiche della Tuscia etrusca.

La Tuscia svela un tesoro millenario: scoperta una tomba etrusca intatta a Barbarano Romano

Par : losiangelica
17 juin 2026 à 11:00

Le scoperte archeologiche non smettono di stupire e nel territorio della Tuscia è appena stato rivelato un vero e proprio tesoro. La necropoli di San Giuliano ha fatto emergere un unico nel suo genere, una tomba rimasta inviolata per oltre 26 secoli e che all’interno custodisce un autentico tesoro.

Nel mese di giugno del 2026 gli archeologi della Baylor University hanno rimosso la lastra di pietra rimasta immobile rivelando una camera funeraria etrusca perfettamente intatta. Al suo interno cosa hanno trovato? I resti dei due individui e tutto il loro corredo funebre. Secondo le prime indagini, si tratta di una tomba datata VII secolo A.C. custodita nell’area di Caiolo in provincia di Viterbo. La zona è già stata studiata dagli esperti perché proprio qui qualche anno fa erano stati rinvenuti resti di una necropoli. Ma cosa rende la scoperta così speciale?

La tomba scoperta nella Tuscia

A rendere particolarmente speciale la tomba ritrovata è lo stato di conservazione; la grande lastra di pietra che sigillava l’ingresso non era mai stata spostata e questo ha permesso agli archeologi di studiare un ambiente pressoché identico al momento della sepoltura.

Quando il sepolcro è stato aperto lo stupore non è mancato: l’immagine rara dei resti di due individui e un corredo funerario rimasto intatto nella posizione originaria hanno emozionato gli studiosi che stanno ancora analizzando tutti i materiali recuperati.

Tra i reperti emersi durante lo scavo figura una punta di lancia in metallo, che potrebbe suggerire la presenza di un uomo tra i due defunti. Accanto ai resti ossei sono stati rinvenuti diversi recipienti utilizzati durante i rituali funerari. Ci sono olle, calici in bucchero e almeno un aryballos, piccolo contenitore destinato a profumi e unguenti.

Molti degli oggetti si trovavano ancora esattamente dove erano stati deposti oltre 2.600 anni fa. Una circostanza sempre più rara nei siti dell’Etruria meridionale, spesso segnati in passato dall’attività dei tombaroli e dagli scavi clandestini che hanno compromesso numerosi contesti archeologici.

La nuova scoperta arriva a poca distanza da un’altra tomba integra individuata nella stessa area nel 2025. Due sepolture inviolate trovate nello stesso settore della necropoli nel giro di un anno rappresentano un evento decisamente insolito e destinato ad attirare l’attenzione della comunità scientifica.

L’importanza del ritrovamento

Per gli archeologi il valore del ritrovamento va ben oltre il singolo reperto. Quando una tomba etrusca viene saccheggiata, infatti, non spariscono soltanto gli oggetti più preziosi. Si perde anche una parte fondamentale delle informazioni che permettono di interpretare il contesto funerario.

La disposizione degli elementi, in questo caso, è rimasta immutata e quindi gli studiosi hanno avuto il privilegio di poter osservare la loro collocazione all’interno della camera e altri dettagli sulla sepoltura.

Gli studi continueranno nei prossimi mesi con un obiettivo chiaro: quello di ricostruire l’identità delle persone sepolte e capire meglio la relazione tra le diverse tombe dell’area del Caiolo in provincia di Viterbo. Il focus sarà poi rivolto al corredo funerario comprendendo meglio anche i motivi della disposizione. Questo fa sì che la necropoli di San Giuliano sia confermata tra le più rilevanti della Tuscia.

Parco dei Mostri di Bomarzo, viaggio nel Sacro Bosco che sfida la logica con architetture impossibili

2 juin 2026 à 14:30

Non sono molti i luoghi che riescono a generare stupore fin dal primo passo quanto il Parco dei Mostri di Bomarzo. Ci troviamo nel Lazio settentrionale, in provincia di Viterbo, e proprio qui, ai piedi del borgo di Bomarzo, la terra si spacca rivelando un universo parallelo fatto di roccia vulcanica e muschio. Il Sacro Bosco (nome ufficiale), rappresenta quasi un unicum mondiale, una deviazione bizzarra rispetto ai canoni ordinati dei giardini rinascimentali italiani.

Da una parte c’è il bosco, con alberi secolari, sentieri ombreggiati e grandi massi di peperino affioranti dal terreno. Dall’altra compaiono figure gigantesche, bocche spalancate, animali fantastici e costruzioni che sembrano nate da un sogno inquieto. La Tuscia viterbese, del resto, è un territorio di origine vulcanica che alterna vallate, boschi e borghi medievali, tanto che da molti studiosi questo angolo è considerato il più antico parco di sculture del mondo moderno.

Fin dall’ingresso ci si rende conto che i riferimenti classici del Rinascimento lasciano spazio a qualcosa di diverso, ovvero a un linguaggio libero, imprevedibile e quasi provocatorio. Più che un giardino, il Sacro Bosco assomiglia a una pagina di pietra disseminata di enigmi.

Breve storia del Sacro Bosco di Bomarzo

La nascita del Parco dei Mostri risale alla metà del ‘500 con ideatore e committente Pier Francesco Orsini, detto Vicino, signore di Bomarzo, nato nel 1523 e protagonista di una delle vicende più affascinanti del Rinascimento italiano. I lavori iniziarono nel 1552 all’interno della tenuta di famiglia.

Vicino Orsini apparteneva a una delle casate più influenti dell’Italia centrale e coltivava interessi letterari, artistici e filosofici. Per dare forma alla sua visione si affidò a personalità di primo piano della cultura rinascimentale. Tra i nomi più spesso associati al progetto figura Pirro Ligorio, architetto, antiquario e studioso che avrebbe completato la Basilica di San Pietro dopo la morte di Michelangelo.

Secondo una tradizione consolidata, il parco venne concepito anche come risposta al dolore provocato dalla scomparsa della moglie Giulia Farnese. Un’iscrizione celebre riassume il senso dell’opera attraverso poche parole destinate a diventare leggendarie: “Sol per sfogare il core”.

Orsini scelse di trasformare il terreno boschivo in un sorprendente teatro simbolico. I massi di peperino già presenti sul posto, infatti, vennero scolpiti direttamente nella roccia. Nacquero in questo modo draghi, orchi, elefanti da guerra, divinità, creature fantastiche e figure tratte dalla tradizione classica.

Alla morte del principe, avvenuta nel 1585, il complesso entrò in una lunga fase di declino. Vegetazione spontanea, incuria e passaggio del tempo finirono per nascondere gran parte delle opere. Secoli dopo, intellettuali e viaggiatori tornarono a interessarsi di questo angolo enigmatico, al punto che durante il ‘900 arrivò la rinascita definitiva grazie agli interventi di recupero promossi dalla famiglia Bettini, proprietaria del parco dal 1960.

Oggi il Sacro Bosco rappresenta uno dei massimi esempi del Manierismo italiano: è un’opera unica, lontanissima dai canoni tradizionali dei giardini rinascimentali.

Cosa vedere al Parco dei Mostri

Visitando il Parco dei Mostri si ha la vibrante sensazione di entrare con il proprio corpo in un racconto disseminato tra alberi, rocce e sentieri. La durata media della scoperta si aggira attorno alle 2 ore, un tempo sufficiente per lasciarsi sorprendere da decine di opere monumentali.

Tra le presenze più celebri c’è senza dubbio l’Orco, autentico simbolo del parco. Si tratta di una gigantesca testa scolpita nella pietra che mostra una bocca spalancata che funge da ambiente visitabile. Sulla sommità compare una frase destinata a restare impressa nella memoria: “Ogni pensiero vola”. Davanti a quella roccia di peperino scolpito risulta facile comprendere il motivo della fama mondiale del Sacro Bosco.

Poco distante c’è il Drago, raffigurato nel pieno di uno scontro con altre creature. Muscoli, artigli e tensione narrativa trasformano il blocco roccioso in una scena dinamica. Altrettanto spettacolare risulta l’Elefante, una delle immagini più sorprendenti dell’intero percorso. La figura sostiene un guerriero e richiama suggestioni esotiche insolite per il contesto italiano del XVI secolo.

Grande curiosità suscita la Casa Pendente: vista dall’esterno sembra una normale abitazione rinascimentale, eppure l’inclinazione dell’edificio altera immediatamente la percezione dello spazio. Una volta entrati, equilibrio e orientamento vengono messi alla prova da un effetto ottico sorprendente.

Casa Pendente, Bomarzo
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La Casa Pendente nel Parco dei Mostri

Tra le tappe principali meritano attenzione anche la Sfinge, il Pegaso, Cerbero, Nettuno, Proserpina, la Ninfa, il Teatro e il Ninfeo. A differenza dei giardini rinascimentali tradizionali, nessuna regola prospettica collega queste opere in una sequenza rigorosa. L’impressione generale ricorda quella di una caccia al tesoro culturale disseminata nel bosco.

Il Tempio rappresenta un caso particolare, perché costituisce l’elemento più vicino all’architettura classica dell’intero complesso viste le sue linee armoniose e l’impostazione regolare, caratteristiche che contrastano con il carattere visionario delle altre installazioni. Iscrizioni incise nella pietra accompagnano il percorso: alcune richiamano Ariosto e Petrarca, altre sembrano costruite appositamente per alimentare dubbi e interpretazioni.

Dove si trova e come arrivare

Il Parco dei Mostri si trova a Bomarzo, in provincia di Viterbo, all’interno della Tuscia laziale. L’area occupa una posizione strategica tra Lazio e Umbria, immersa in un paesaggio caratterizzato da colline, boschi e antichi insediamenti. L’indirizzo preciso per raggiungerlo è Località Giardino, 01020 Bomarzo.

Per chi viaggia in automobile, il collegamento più rapido passa attraverso l’Autostrada A1. Provenendo da sud risulta comoda l’uscita di Attigliano, distante appena 4 chilometri. Da nord si può utilizzare l’uscita di Orte seguendo poi le indicazioni per Bomarzo. Chi arriva da Viterbo può percorrere la superstrada Viterbo-Orte e utilizzare l’uscita dedicata. Roma dista circa 105 chilometri, Viterbo 21, Orvieto 41 e Terni 50: una collocazione che lo rende il top anche per una gita giornaliera.

In treno il riferimento principale è invece la stazione di Orte Scalo, da dove si raggiunge Bomarzo tramite collegamenti locali oppure servizio taxi. Appena oltre l’ingresso, tra alberi, ombre e figure scolpite, l’emozione che si avverte è quella di aver oltrepassato una soglia invisibile.

Il Sacro Bosco continua a custodire il suo mistero da quasi 500 anni e forse nessuno riuscirà mai a interpretarlo completamente. Oppure, il suo segreto consiste proprio in questo: lasciare spazio alla meraviglia.

Le feste della lavanda più belle del 2026: i paesaggi viola da non perdere in Italia

2 juin 2026 à 07:30

Tra fine giugno e inizio luglio l’Italia si tinge di viola grazie alla suggestiva fioritura della lavanda. Dalle colline dell’Oltrepò Pavese alla Tuscia, passando per Umbria, Toscana e Piemonte, è uno dei momenti più profumati dell’anno e l’occasione perfetta per andare alla scoperta di borghi e campagne che sembrano sospesi nel tempo.

Campi in fiore, mercatini, degustazioni, laboratori e attività all’aria aperta, ma anche speciali picnic, musica dal vivo e atmosfere rilassate trasformano le gite fuori porta estive in vere e proprie immersioni nel territorio. Ecco una selezione delle migliori feste della lavanda del 2026, organizzate tra i meravigliosi luoghi del Belpaese che non hanno nulla da invidiare alle distese dalle sfumature lilla della Provenza.

Festival della Lavanda a Tuscania (VT)

Con visite guidate ai campi di lavanda in piena fioritura, mercatini artigianali, attività outdoor e degustazioni, il 4 e 5 luglio 2026 Tuscania torna a tingersi di lilla con la 15ª edizione del Festival della Lavanda: per un intero weekend, il suggestivo borgo medievale in provincia di Viterbo e i campi che lo circondano diventano il palcoscenico di un evento imperdibile che si è affermato come uno dei più attesi dell’estate della Tuscia.

I visitatori possono inoltre conoscere da vicino le aziende agricole locali, scoprire i processi di coltivazione e distillazione dell’olio essenziale e acquistare prodotti a base di lavanda, dai cosmetici alle specialità gastronomiche. È l’occasione perfetta per immergersi nei profumi e nelle tradizioni rurali dell’Alto Lazio.

Lavandissima 2026 a Godiasco Salice Terme (PV)

Non serve arrivare fino in Provenza per immergersi nel profumo della lavanda: a poco più di un’ora da Milano, tra le dolci colline dell’Oltrepò Pavese, c’è un luogo che in estate si colora di viola e regala atmosfere sorprendenti. È qui che anche quest’anno torna “Lavandissima“: dal 19 al 21 giugno l’appuntamento è a Cascina Costanza, una piccola realtà agricola di Godiasco Salice Terme che ha trasformato la passione per la lavanda in una delle esperienze più suggestive dell’inizio estate lombardo.

Il cuore dell’evento è il campo (accessibile liberamente) coltivato con oltre 5.000 piante di lavanda officinale, curate direttamente dalla proprietaria, che negli anni ha riportato in vita la storica azienda agricola di famiglia. Tra filari in fiore, tramonti sulle colline e profumi che ricordano il Sud della Francia, i visitatori possono passeggiare liberamente nel campo, rilassarsi sull’erba, partecipare a serate con musica dal vivo e DJ set e assaporare i prodotti del territorio nei punti ristoro dedicati e godere di una vista suggestiva dalla terrazza.

Festa della Lavanda al Lavandeto di Assisi (PG)

Tra le colline umbre, con il profilo di Assisi sullo sfondo, sorge uno dei luoghi più iconici d’Italia per ammirare la fioritura della lavanda. È il Lavandeto di Assisi, un grande giardino botanico dedicato alle piante aromatiche che ogni estate si trasforma in un mare di sfumature viola e accoglie una delle manifestazioni più amate dagli appassionati di natura e fotografia: la Festa della Lavanda 2026 a Castelnuovo di Assisi, giunta alla 17ª edizione.

Segnatevi queste date: 13–14, 20–21, 27–28 giugno e 4–5 luglio 2026. Dalle 10:00 alle 19:00, si possono visitare il giardino e i campi in fiore (per accedervi è richiesto l’acquisto di un mazzetto di lavanda, mentre i bambini fino a 10 anni entrano gratuitamente), ma non solo. Se passeggiare tra i filari profumati è già un’esperienza speciale, il Lavandeto di Assisi offre qualcosa in più: visite guidate, dimostrazioni di distillazione della lavanda, laboratori artigianali e percorsi tra piante aromatiche e officinali. Durante la festa non mancano mercatini con prodotti a base di lavanda, mentre nei fine settimana l’atmosfera si arricchisce con picnic tra i campi e serate di musica dal vivo.

I Giorni della Lavanda a Santa Luce (PI)

Tra le dolci colline della provincia di Pisa, dove vigneti, borghi e campi coltivati disegnano uno dei paesaggi più affascinanti della Toscana, torna l’evento “I Giorni della Lavanda“, che celebra la fioritura nei Colli Pisani. Più che un singolo festival, si tratta di un percorso esperienziale che coinvolge Santa Luce, Castellina Marittima, Orciano Pisano e altri piccoli centri del territorio.

Lavanda in fiore nei pressi di Santa Luce, Toscana
Lavanda in fiore nei pressi di Santa Luce, Toscana

Per oltre un mese, dal 6 giugno al 12 luglio 2026, i visitatori possono passeggiare tra i campi in fiore, partecipare a degustazioni di prodotti tipici e biologici, concedersi picnic e aperitivi tra le distese viola oppure esplorare il territorio con trekking, passeggiate guidate ed escursioni in e-bike. Non mancano eventi musicali, attività dedicate al benessere e iniziative che coinvolgono i borghi, decorati a tema per celebrare uno dei momenti più suggestivi dell’anno.

A rendere speciale l’esperienza è il coinvolgimento delle aziende agricole, degli agriturismi e dei produttori locali, che aprono le proprie attività al pubblico offrendo un’immersione autentica tra i profumi della lavanda e i sapori delle colline pisane.

Fioritura della lavanda a Sale San Giovanni (CN)

Tra le colline dell’Alta Langa, Sale San Giovanni è pronto a trasformarsi ancora una volta in una piccola “Provenza piemontese”, proprio come nel territorio del Monferrato. L’edizione 2026 della fioritura della lavanda si svolge dal 20 giugno al 12 luglio, quando il borgo e i suoi dintorni offrono uno dei paesaggi più scenografici del Piemonte.

Il territorio ospita coltivazioni biologiche di lavanda ed erbe aromatiche come salvia, camomilla, issopo e altre officinali, distribuite su circa 25 ettari. I campi sono visitabili tramite una rete di sentieri segnalati e percorribili liberamente tutti i giorni, a piedi o in bicicletta, con itinerari adatti sia alle famiglie sia agli escursionisti.

Nei weekend è previsto un piccolo contributo volontario, che include un braccialetto e l’accesso alle visite guidate del borgo e delle sue chiese storiche. Tra gli appuntamenti principali spicca la fiera “Non Solo Erbe”, in programma il 27 e 28 giugno, dedicata alle piante officinali e ai prodotti locali.

Franciacorta in Fiore 2026, il borgo di Bornato si trasforma ancora una volta in un giardino diffuso

14 mai 2026 à 16:00

Nel cuore della primavera lombarda, tra vigneti ordinati, castelli antichi e profumo di rose appena sbocciate, torna uno degli appuntamenti più affascinanti della stagione: Franciacorta in Fiore 2026. Dal 15 al 17 maggio 2026, il Borgo Antico di Bornato accoglierà la 27esima edizione della storica rassegna florovivaistica dedicata a fiori, natura, cultura e bellezza del territorio.

Il tema scelto per quest’anno, “Sole che splende, fiore che sorprende”, racconta perfettamente l’atmosfera della manifestazione: luminosa, poetica e immersiva. Passeggiare tra le corti storiche di Bornato durante Franciacorta in Fiore vorrà dire per i visitatori entrare in un piccolo mondo sospeso, dove ogni angolo viene trasformato da installazioni botaniche, profumi di erbe aromatiche, artigianato creativo e degustazioni che celebrano il meglio della Franciacorta.

Cosa vedere a Franciacorta in Fiore 2026

Il cuore della manifestazione sarà ancora una volta il suggestivo Castello Orlando, antica dimora immersa tra i vigneti della Franciacorta che, durante la fiera, si trasformerà in una scenografia floreale aperta al pubblico. Qui sarà possibile partecipare a visite guidate e degustazioni di Franciacorta, in un’esperienza che unisce storia, paesaggio ed eccellenze enogastronomiche del territorio. L’ingresso alla mostra potrà infatti essere abbinato proprio alla visita del castello con degustazione inclusa.

Attorno al castello, l’intero Borgo Antico di Bornato diventerà un percorso espositivo diffuso tra cortili, cascine storiche e palazzi d’epoca come Palazzo Ambrosini, Cascina Orlando e l’Antica Pieve San Bartolomeo. Una formula che rende Franciacorta in Fiore diversa dalle classiche fiere florovivaistiche, tanto che qui non si visita semplicemente un’esposizione, ma si attraversa un borgo vivo, trasformato in un giardino che “parla”.

Tra gli appuntamenti più attesi dell’edizione 2026 ci saranno gli incontri con gli influencer green Le Grassocce di Osky e Le Georgiche, protagonisti di laboratori, passeggiate e momenti dedicati agli appassionati di botanica e giardinaggio.

Venerdì sera spazio anche alla “Silent Flower Party 4.0”, evento diventato ormai simbolo della manifestazione: una silent disco tra i vigneti del ristorante La Dama Bianca, tra cuffie wireless, musica e atmosfera notturna immersa nella campagna franciacortina. Molto scenografico anche il ritorno del “Palio della Rosa di Franciacorta”, con il mercato medievale di arti e mestieri ospitato nel fossato del castello. Arcieri, antiche lavorazioni artigianali e dimostrazioni dal vivo trasformeranno Bornato in un piccolo borgo fuori dal tempo.

Il programma sarà arricchito anche da laboratori dedicati alle api, all’uncinetto floreale, ai profumi botanici e ai bambini, oltre a degustazioni tematiche su miele, agrumi, rose e oli extravergine. Non mancheranno concerti, spettacoli teatrali, incontri culturali e l’area food truck in Piazza Don Piero Verzeletti, aperta fino a tarda sera.

Date, info utili e biglietti

Franciacorta in Fiore 2026 si svolgerà dal 15 al 17 maggio 2026 nel Borgo Antico di Bornato, frazione di Cazzago San Martino, in provincia di Brescia. Durante i tre giorni sarà possibile visitare la mostra-mercato florovivaistica, partecipare agli eventi in calendario e prenotare esperienze speciali come la visita guidata al castello con degustazione di Franciacorta.

Alcune attività saranno gratuite, mentre per altre sarà richiesta prenotazione o biglietto dedicato. Gli organizzatori consigliano di acquistare online l’ingresso in anticipo, soprattutto per gli eventi più richiesti come la Silent Flower Party e le visite guidate con degustazione. La manifestazione sarà aperta indicativamente dalle 9 o 11 del mattino fino alla sera, con l’area food attiva fino alle 22:30.

Riaprono i giardini di Castello Quistini, un gioiello che profuma di rose in Franciacorta

17 avril 2026 à 07:30

Anche in Franciacorta, territorio bresciano in cui si producono gli ottimi vini chiamati “bollicine” che competono con lo Champagne d’Oltralpe, la primavera è un tripudio di colori e profumi tra fiori che sbocciano e la natura che torna a vivere rigogliosa dopo l’inverno, tra le distese di vigne e i giardini più incantevoli.

Tra questi spiccano quelli del Castello Quistini di Rovato: oltre mille varietà di rose antiche, moderne e inglesi riempiono il grande giardino della tenuta che negli anni si è affermata come punto di riferimento nazionale per appassionati di botanica, fotografia, paesaggio e architettura del verde.

Le visite al roseto del Castello Quistini

La collezione di rose del Castello Quistini è qualcosa di realmente unico: grazie a un’accurata ricerca e selezione durata diversi anni, il roseto presenta delle chicche botaniche difficilmente reperibili nei circuiti commerciali tradizionali, come le rose inglesi di David Austin, dalla forma romantica e dalla straordinaria capacità di adattamento al clima italiano. Molte rose sono disponibili anche in vendita per collezionisti e appassionati.

Il roseto del Castello Quistini, in Franciacorta
Ufficio Stampa
L’elegante roseto del Castello Quistini, in Franciacorta

Il cuore dell’esperienza è la visita guidata “Tra Rose, Storia e Leggenda”, un percorso storico-botanico della durata di circa un’ora condotto dal proprietario del castello e progettista dei giardini Marco Mazza. Durante la visita non si segue soltanto un itinerario floreale, ma si entra direttamente in un racconto che intreccia la storia architettonica del palazzo, le scelte paesaggistiche, la cultura delle rose e il lavoro di ricerca che ha portato alla creazione di una delle collezioni più ricche del Nord Italia.

Con l’inizio di giugno, poi, il giardino si arricchisce con la fioritura delle ortensie, che donano nuovi tocchi di colore al contesto con varietà selezionate per forma, dimensione e tonalità. Ma il percorso di visita non finisce qui, perché oltre ai fiori sono presenti anche diverse collezioni botaniche uniche, piante rare e un’importante raccolta di antiche varietà da frutto, conservate anche a scopo didattico.

Appuntamenti da non perdere

Oltre alle visite, questo splendido castello in Franciacorta propone anche un ricco calendario di laboratori creativi, corsi dedicati alla coltivazione delle rose, workshop legati ad arte, artigianato, botanica e design e incontri culturali immersi nel verde: appuntamenti interessanti che rafforzano la funzione culturale di questo splendido luogo.

Le luci della sera nel roseto di Castello Quistini
Ufficio Stampa
Le luci serali nel roseto di Castello Quistini

Quando riaprono e biglietti

I cancelli dello storico giardino del Castello Quistini riaprono il 1° maggio 2026 e resteranno fruibili fino a metà giugno, nei fine settimana. Il calendario ufficiale delle date è disponibile sul sito ufficiale del castello dove è necessario prenotare online.

L’ingresso ha un costo di 12 euro.

Dove si trova e come raggiungerlo

Il Castello Quistini si trova a Rovato, in provincia di Brescia (Lombardia), nel cuore della Franciacorta, una delle aree vitivinicole più rinomate d’Italia.

Raggiungerlo è piuttosto semplice: in auto si arriva comodamente tramite l’autostrada A4 Milano-Venezia, uscendo al casello di Rovato e proseguendo per pochi minuti verso il centro del paese. Per chi viaggia in treno, la stazione di Rovato è ben collegata con Brescia e Milano, mentre l’aeroporto più vicino è quello di Bergamo Orio al Serio. Dalla stazione si può prendere un autobus di linea che ferma proprio di fronte al castello oppure, in alternativa, si può fare una camminata attraversando il centro del paese per poco più di 2 km.

Il castello Quistini è un ottimo punto di partenza per andare alla scoperta delle cantine e dei paesaggi collinari della Franciacorta, che durante la primavera diventano mete molto frequentate dagli amanti dell’enoturismo.

Lubriano è il borgo silenzioso della Tuscia con panorami epici sulla Valle dei Calanchi

4 avril 2026 à 14:00

Avete presente Civita di Bagnoregio, la “Città che Muore”? Immaginiamo di sì perché è uno dei borghi italiani più conosciuti anche all’estero. Bene, ciò che in molti non sanno, però, è che di fronte a esso sorge un altro bellissimo paesino, che per alcuni aspetti è anche molto, ma molto simile. Il suo nome è Lubriano e si trova affacciato sulla Valle dei Calanchi, una distesa di creste argillose che si rincorrono fino all’orizzonte.

Siamo nella Tuscia viterbese, forse in una delle sue zone più selvagge, e Lubriano prende vita proprio lì, su una lingua di terra che quasi pare dover crollare da un attimo all’altro (anche se, e va detto, è assolutamente più stabile della vicina Civita). Conta meno di 1.ooo abitanti, ma nonostante ciò racchiude una stratificazione storica che parte dagli Etruschi, passa per i Romani e attraversa invasioni, guerre, dominazioni longobarde e potere papale. Il suo nome antico, Vicus Cimiliano, racconta già una lunga trasformazione.

Qui il tempo si percepisce nei dettagli: il basalto scuro sotto i piedi estratto dalle cave vicine; le case in tufo che trattengono il caldo del giorno e rilasciano lentamente l’odore della terra; le aperture tra le mura che regalano scorci improvvisi su un paesaggio che sembra disegnato a mano.

Cosa vedere a Lubriano

Questo silenzioso e affascinante borgo del Lazio invita a esplorare il suo tessuto urbano e i suoi punti di osservazione con attenzione ai dettagli architettonici, i quali riflettono le diverse stratificazioni storiche e il contesto geologico che, contemporaneamente, modella ogni visuale.

Piazza San Giovanni Battista

Il cuore di Lubriano si apre in una piazza ampia e luminosa che funziona da punto di incontro tra vita quotidiana e storia. Dedicata a San Giovanni Battista, vi si affacciano gli edifici più importanti e fa sì che lo sguardo corra subito oltre le case, quindi verso la valle.

Al centro si trova la Fontana della Pucciotta, realizzata all’inizio del ‘900 per celebrare l’arrivo dell’acqua. La vasca quadrata in basalto sostiene una figura in bronzo, un putto che stringe un cigno dal cui becco sgorga un getto continuo.

Chiesa di San Giovanni Battista

A pochi passi dalla fontana sorge la Chiesa di San Giovanni Battista legata a una storia che affonda nel periodo longobardo. L’edificio attuale mostra un volto barocco ed è risultato di ricostruzioni successive (soprattutto dopo il terremoto del’600 che colpì duramente tutta l’area).

L’interno è raccolto, con una sola navata scandita da arcate ampie. Tra le opere conservate si trovano affreschi, pale e lapidi incastonate nelle pareti e, tra le altre cose, anche le reliquie di San Procolo, figura molto cara alla comunità locale.

Palazzo Monaldeschi

Poco distante si incontra uno degli edifici più rappresentativi del borgo. Il Palazzo Monaldeschi ha una storia lunga e stratificata: prima dell’anno 1.000 ospitava un convento, attorno al quale si sviluppò il primo nucleo abitato. In seguito passò alla potente famiglia Monaldeschi, che ne fece una residenza signorile.

Nel ‘600 subì una trasformazione radicale in stile barocco e ancora oggi si riconoscono i grandi saloni, le decorazioni eleganti e i giardini pensili con geometrie curate.

Torre Monaldeschi

Nel quartiere dell’Ortale si alza la torre che per secoli ha avuto funzione di controllo e difesa. La struttura originale della Torre Monaldeschi raggiungeva circa 35 metri di altezza, ma anche in questo caso il terremoto del 1695 ne causò il crollo parziale.

Attualmente resta un punto di riferimento visivo per il paese e salire fino in cima, quando possibile, regala una vista che si estende in tutte le direzioni: si distinguono i profili dei Monti Amerini, la Valle del Tevere e i centri abitati sparsi tra Lazio e Umbria.

Museo Naturalistico di Lubriano

Per capire davvero il territorio serve entrare in questo spazio dedicato alla geologia e alla biodiversità locale. Il museo racconta la formazione dei calanchi, nati dall’erosione di argille e sabbie su un substrato vulcanico.

Propone anche percorsi legati alle tradizioni rurali, con particolare attenzione alle erbe spontanee, ai frutti locali e alle antiche pratiche di raccolta. Le visite guidate portano spesso fuori dalle sale, direttamente nei sentieri che circondano il borgo.

Santuario della Madonna del Poggio

Appena fuori dal centro si trova il Santuario della Madonna del Poggio risalente al ‘500, poi ampliato in epoca barocca dopo i danni causati dal terremoto. L’interno custodisce una pala seicentesca con la Madonna in trono.

La posizione, leggermente isolata rispetto al paese, contribuisce a creare un’atmosfera raccolta. Durante la festa dell’Ascensione, invece, diventa il fulcro di una celebrazione molto sentita.

Cosa fare a Lubriano

In questo borgo della Tuscia è possibile lasciarsi andare ad attività semplici, connesse al territorio e alle tradizioni. Anzi, a essere del tutto onesti qui si viene soprattutto per osservare, assaggiare e partecipare. Ta le esperienze migliori:

  • Affacciarsi sulla Valle dei Calanchi: i belvedere disseminati lungo il paese permettono di posare gli occhi su prospettive sempre diverse. Basta spostarsi di pochi metri per vedere cambiare completamente il disegno delle creste argillose.
  • Salire sulla Torre Monaldeschi: quando l’accesso è consentito, la salita vale lo sforzo. Dall’alto si percepisce la conformazione del territorio in modo molto più chiaro.
  • Partecipare alle feste locali: in estate il borgo si anima con la Festa del vino della Valle dei Calanchi e la Sagra della Bistecca Chianina. Profumi intensi, tavoli all’aperto e una convivialità diretta e piacevole.
  • Assistere all’Infiorata dell’Ascensione: le strade si riempiono di tappeti floreali realizzati a mano, con colori accesi, disegni curati e una partecipazione collettiva che coinvolge tutto il paese.
  • Visitare il Museo Naturalistico con guida: le escursioni organizzate consento di entrare davvero nel paesaggio, tra sentieri e osservazioni sul campo.
  • Scoprire le cantine e i prodotti locali: tra enoteche e piccoli negozi si trovano vini della Teverina, salumi e carne chianina.

Come arrivare

Lubriano si estende nella provincia di Viterbo, a circa 120 chilometri da Roma, su un crinale che segna il passaggio verso l’Umbria. Il riferimento più semplice è Bagnoregio, distante solo pochi minuti di auto. Chi arriva in macchina percorre strade scorrevoli per gran parte del tragitto, anche se gli ultimi chilometri richiedono un po’ di attenzione perché la segnaletica tende a ridursi e il paese appare all’improvviso.

All’ingresso si incontra uno dei punti panoramici più noti, posto a circa 470 metri di altitudine. Da lì parte una discesa lieve che conduce verso il centro abitato. Un ponte costruito nel secondo dopoguerra collega l’area con la rete stradale umbra e facilita gli spostamenti verso il casello autostradale più vicino.

Arrivando a Lubriano, Tuscia
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Arrivando nel bel borgo di Lubriano

Il paese di Lubriano resta fuori dai circuiti più affollati (per il momento), ed è proprio questo il suo punto di forza. Arrivarci richiede un minimo di attenzione in più, ma la ricompensa è immediata: una vista che resta impressa e un silenzio che raramente si trova altrove.

L’incanto dei Grandi Giardini Italiani: 5 nuove meraviglie entrano nella Guida 2026

5 mars 2026 à 07:30

Con l’arrivo della primavera, torna la Guida Grandi Giardini Italiani, impresa culturale nata nel 1997 che da ventotto anni accompagna gli appassionati di botanica, arte e paesaggio nella scoperta dei più bei giardini d’Italia. L’edizione 2026 non solo aggiorna le informazioni su circa 150 giardini distribuiti in dodici regioni, ma accoglie anche cinque nuove location verdi, ampliando un network che valorizza luoghi spesso nascosti in piccoli centri e contesti rurali.

Dalla Franciacorta alla Sicilia, passando per Toscana, Marche e Lago di Garda, ogni nuovo giardino sposa perfettamente la filosofia del network e racconta storie di architettura, natura e arte, trasformando la visita in un’esperienza culturale unica e immersiva.

Cinque nuovi giardini entrano nel network

L’edizione 2026 della Guida Giardini Italiani segna un momento importante: cinque nuovi giardini italiani entrano ufficialmente nel prestigioso network e la guida viene ampliata con una sezione completamente dedicata all’ospitalità. Ecco quali sono:

  • Ca’ del Bosco: a Erbusco, nel cuore della Franciacorta, si trova questa rinomata proprietà vitivinicola dove le vigne dialogano con tante opere d’arte ambientale e architetture contemporanee, offrendo un percorso esperienziale unico tra arte e natura. Alcune delle opere presenti includono il Cancello Solare di Arnaldo Pomodoro, le sculture di Igor Mitoraj, il Ludoscopio di Paolo Scirpa e i Blue Guardians di Cracking Art;
  • La Limonaia del Castèl: a Limone sul Garda, sul Lago di Garda, la tenuta testimonia la tradizione delle limonaie gardesane, con terrazzamenti e complessi storici che uniscono coltivazione e architettura;
  • Castiglion del Bosco: a Montalcino, in Toscana, questa vasta tenuta è immersa nel paradisiaco scenario della Val d’Orcia, dove giardini, vigneti e patrimonio rurale si fondono armoniosamente con il paesaggio naturale;
  • Villa La Quiete: a Treia, nelle Marche, questa dimora storica è immersa in un paesaggio collinare e offre un parco storico con alberature mature e spazi verdi tipici delle residenze di campagna;
  • Parco Trevelyan: a Taormina, in Sicilia, il giardino pubblico ottocentesco – noto anche come Villa Comunale – stupisce per la sua posizione panoramica sul mare, le essenze esotiche e le architetture ornamentali che arricchiscono i percorsi di visita.

Questi nuovi ingressi rafforzano la filosofia del network: rendere accessibile un patrimonio culturale spesso poco conosciuto, valorizzando la connessione tra natura, arte e territorio.

I 5 nuovi giardini della Guida Grandi Giardini Italiani 2026
Massimo Listri
A Ca del Bosco l’opera “Eroi di Luce” di Igor Mitoraj

Arte, ospitalità e innovazione digitale

Oltre all’ampliamento del network, l’edizione 2026 introduce una sezione dedicata all’ospitalità, permettendo ai visitatori di programmare soggiorni all’interno delle proprietà, un’esperienza immersiva che unisce relax e cultura.

La copertina della Guida 2026 celebra l’opera 0121-1110=115075 (2015) dell’artista Jaehyo Lee, installata presso Arte Sella sull’altopiano della Valsugana in Trentino, sottolineando il legame tra giardino, arte contemporanea e paesaggio.

Anche il sito ufficiale, completamente rinnovato, facilita l’organizzazione delle visite: da grandigiardini.it è possibile acquistare biglietti d’ingresso, consultare eventi e seguire le principali fioriture stagionali. La Guida Grandi Giardini Italiani 2026 è disponibile sul sito ufficiale, negli shop dei giardini che aderiscono all’iniziativa o tramite prenotazione telefonica.

Grazie a queste novità, Grandi Giardini Italiani consolida il proprio ruolo di punto di riferimento per chi desidera scoprire il patrimonio verde italiano in maniera autentica e curata, combinando la bellezza naturale dei giardini con esperienze culturali di alto livello.

Con questa edizione, il network si conferma non solo custode della tradizione botanica e paesaggistica, ma anche innovatore nell’ospitalità e nella promozione digitale, rendendo la visita a ogni giardino un viaggio tra storia, arte e natura che emoziona e ispira.

La Guida Grandi Giardini Italiani 2026
Comune di Limone sul Garda
Limonaia del Castel a Limone sul Garda

Giornate dei castelli, palazzi e borghi medievali: i tesori nascosti

28 février 2026 à 11:00

Domenica 1° marzo 2026 torna uno degli appuntamenti più attesi per chi ama il patrimonio storico diffuso e le atmosfere d’altri tempi: con la nuova edizione delle “Giornate dei Castelli, Palazzi e Borghi medievali” riprendono le aperture congiunte che coinvolgono 23 località della media pianura lombarda, distribuite tra le province di Bergamo, Brescia, Cremona e Milano.

L’iniziativa si sviluppa in 11 giornate, concentrate nelle prime domeniche del mese e nelle principali festività primaverili ed estive, con un calendario che accompagna fino all’autunno inoltrato: si tratta, insomma, di un vero e proprio circuito coordinato che mette in rete realtà pubbliche e private, spesso chiuse al pubblico, e trasforma, per un giorno, borghi e dimore storiche in luoghi animati e accessibili.

23 località e oltre 20 mila visitatori

I numeri raccontano la solidità di un progetto giunto al dodicesimo anno consecutivo: ogni stagione sono circa 20 mila i visitatori che scelgono di esplorare l’itinerario diffuso e decidono il proprio percorso tra rocche, manieri, palazzi e centri storici. La formula è semplice ma efficace: in ciascuna data prevista, le località aderenti aprono in contemporanea, in modo da consentire visite multiple nell’arco della stessa giornata o di tornare più volte nel corso dell’anno per completare l’esperienza.

L’edizione 2026 si apre domenica 1° marzo e prosegue con una serie di appuntamenti che comprendono lunedì 6 aprile (Pasquetta), sabato 25 aprile, venerdì 1° maggio, domenica 3 maggio, martedì 2 giugno, domenica 7 giugno, sabato 4 luglio con un’edizione serale, domenica 6 settembre, domenica 4 ottobre e domenica 1° novembre.

Scorcio del Castello Visconteo di Trezzo sull'Adda, Lombardia
Ufficio Stampa Pianura da scoprire
Incantevole scorcio del Castello Visconteo di Trezzo sull’Adda

Tra rievocazioni, laboratori e mercatini

Durante le Giornate, i portoni si aprono e i ponti levatoi tornano a scricchiolare, e restituiscono vita a mete che per secoli hanno segnato la storia della pianura lombarda. Non mancano rievocazioni in costume, laboratori didattici per bambini, mercatini di antiquariato e prodotti tipici, eventi culturali e visite guidate.

La possibilità di personalizzare l’itinerario è, senza dubbio, uno degli elementi distintivi dell’iniziativa: i partecipanti possono decidere quali e quante località raggiungere in base alle aperture previste e il sito dell’Associazione Pianura da scoprire è il principale punto di riferimento informativo: sempre aggiornato, offre indicazioni su orari, costi, modalità di prenotazione, oltre a consigli sulla ristorazione e su percorsi tematici, paesaggistici e bike friendly.

Il “Passaporto” e le nuove sinergie

Tra gli strumenti più apprezzati spicca il “Passaporto”, un libretto che raccoglie immagini e descrizioni dei luoghi aderenti. In ogni località è possibile apporre un timbro per una sorta di “viaggio a tappe” che invita a tornare per completare la collezione. Per il 2026, accanto al Passaporto, debuttano anche nuove shopper in tela dedicate e si rinnova la collaborazione con il circuito Ville Aperte in Brianza, che in due periodi dell’anno (tra fine aprile e metà settembre) consente l’accesso a residenze storiche di solito non visitabili.

La parola alle istituzioni

Le dichiarazioni dei promotori sottolineano la valenza strategica dell’iniziativa. Debora Massari, assessore regionale al Turismo, evidenzia come la capacità di fare rete trasformi singole eccellenze in un circuito strutturato, in grado di generare attrattività e valore reale per le economie locali: la logica delle aperture coordinate diventa così uno strumento di marketing territoriale capace di intercettare nuovi flussi e di valorizzare anche le realtà meno conosciute.

Giuseppe Togni, presidente dell’Associazione Pianura da scoprire, richiama la continuità dei risultati raggiunti in dodici anni di lavoro e la collaborazione tra Comuni, associazioni, professionisti e volontari, che rappresenta l’ossatura organizzativa del progetto. La dimensione partecipativa è centrale anche nelle parole di Federica Bruletti, segretario generale della Fondazione della Comunità Bergamasca, che sostiene il circuito mediante il Bando Cultura, riconoscendone il valore come esempio di cultura diffusa e accessibile.

Infine, il ruolo delle infrastrutture emerge nell’intervento di Matteo Milanesi, direttore generale di A35 Brebemi Aleatica, main sponsor dell’evento. La crescita del traffico registrata nel 2025, pari al +3%, conferma come l’arteria sia sempre più utilizzata anche per il tempo libero e faciliti la scoperta dei territori lungo la direttrice Milano–Nord Est.

Il Castello di Uchisar, il punto più alto della Cappadocia, un’affascinante fortezza con secoli di storia

26 février 2026 à 18:00

La Cappadocia è un luogo che sembra uscito da un sogno e che affascina i viaggiatori proprio per questa dimensione fiabesca e surreale, con le sue vallate scavate nella roccia, i Camini delle Fate che punteggiano il paesaggio e un cielo attraversato dalle mongolfiere all’alba. In questo scenario magico si erge il Castello di Uchisar, la fortezza più alta della regione, un autentico gioiello scolpito nella roccia vulcanica a 1.270 metri sul livello del mare.

Osservarlo da lontano è come ammirare una città sospesa tra terra e cielo, un punto di riferimento che domina le valli circostanti con una maestosità senza tempo. Entrare nel castello significa d’altro canto camminare attraverso secoli di storia, scoprire corridoi nascosti, camere segrete e panorami che tolgono il respiro, rendendo ogni passo un viaggio tra passato e presente.

Cosa vedere e cosa sapere sul Castello di Uchisar

Il Castello di Uchisar non è solo una fortezza, ma un labirinto di tunnel e stanze scavate nella roccia, testimone di civiltà che si sono succedute per millenni in Cappadocia.

Le prime tracce di insediamenti in questa zona della Turchia risalgono all’VIII secolo, quando i coloni bizantini sfruttarono la morbidezza del tufo per creare rifugi e abitazioni. Successivamente, durante il VII secolo, i bizantini trasformarono l’area in una zona strategica di difesa contro le incursioni, utilizzando la conformazione naturale del terreno per proteggere popolazione e rifornimenti.

Castello di Uchisar, Turchia
iStock
Vista ravvicinata del Castello di Uchisar

Prima ancora, gli Ittiti avevano lasciato la loro impronta, facendo di questa posizione elevata un punto di controllo sulle antiche rotte commerciali, inclusa la leggendaria Via della Seta.

Nel corso dei secoli, dunque, la fortezza ha ospitato fino a mille abitanti, diventando un piccolo villaggio verticale, con stanze abitative, magazzini, laboratori, chiese e persino colombaie, il cui guano era prezioso fertilizzante per i campi sottostanti. La struttura selgiuchide aggiunse caravanserragli e piccoli centri abitati, mentre successive dominazioni, dai Persiani ai Romani, hanno lasciato tracce indelebili. Anche se gli ultimi residenti lasciarono il castello negli anni Cinquanta del Novecento, la sua essenza rimane intatta, con i tunnel e le stanze che raccontano storie di comunità, difesa e ingegno umano, qui nel cuore della Cappadocia.

Per salire fino alla terrazza principale bisogna percorrere 275 gradini, un piccolo impegno fisico ampiamente ripagato dalla vista a 360 gradi sulle vallate circostanti, tra cui la Valle dei Piccioni e la Valle dell’Amore, e, nelle giornate più limpide, persino le cime innevate del Monte Erciyes in lontananza.

Castello di Uchisar, Cappadocia
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Il secolare Castello di Uchisar in Cappadocia

Dove si trova e come raggiungerlo

Il Castello di Uchisar si trova nel cuore della Cappadocia, nella provincia di Nevşehir, a pochi chilometri da Göreme, uno dei centri principali della regione. Raggiungerlo è semplice, con diverse opzioni a disposizione. Chi preferisce l’auto può percorrere strade panoramiche dalla vicina città di Nevşehir o da Göreme, usufruendo del parcheggio comunale situato a breve distanza dall’ingresso del castello.

Per chi viaggia in autobus, collegamenti frequenti da Göreme e Nevşehir permettono di arrivare in circa 15 minuti, con un costo contenuto.

Un’alternativa più suggestiva è il percorso a piedi attraverso la Valle dei Piccioni, un cammino di circa 90 minuti che regala panorami incredibili e la possibilità di immergersi completamente nelle atmosfere rupestri della Cappadocia. La salita, moderatamente impegnativa, è accessibile anche ai bambini e a chi ha una forma fisica nella media, con numerosi punti di sosta dove ammirare la valle dall’alto.

Si consiglia di visitare il castello nelle prime ore del mattino o nel tardo pomeriggio, per godere della luce migliore e dei colori caldi che illuminano la roccia vulcanica. Accanto al castello si trovano caffè e ristoranti dove riposarsi e assaporare la cucina locale, mentre all’interno della fortezza l’attenzione è tutta rivolta alla storia e al panorama.

I sentieri scavati nel tufo della Valle dei Piccioni, per riscoprire il legame ancestrale tra l’uomo e i volatili

17 février 2026 à 18:30

Nel cuore pulsante della Turchia, in quel triangolo magico chiamato Cappadocia, si apre una fenditura lunga oltre 4 chilometri che i locali identificano come Güverçinlik Vadisi. Con il nome Valle dei Piccioni in italiano, è un paesaggio piuttosto surreale che nasce da un’antica violenza geologica: le eruzioni dei vulcani anatolici, tra cui l’Erciyes, hanno depositato strati di ignimbrite e cenere compressa. Il tempo, poi, ha fatto il resto scavando un canyon profondo quasi 100 metri, con pareti friabili che l’uomo ha imparato a modellare.

Una gola che unisce Uçhisar alla vivace Göreme e che rappresenta un museo a cielo aperto di ingegneria rurale ma, alle volte, sottovalutata dai viaggiatori. Mentre i turisti solitamente osservano i Camini delle Fate dall’alto dei cesti di vimini delle mongolfiere, non si rendono conto che il vero spirito della regione risiede nel fango secco dei sentieri che solcano il fondovalle che risulta bucherellato da centinai di finestrelle rettangolari, lì a testimoniare un’alleanza millenaria tra gli agricoltori e i pennuti.

Questo particolare nome si deve proprio da una pratica iniziata almeno nel IX secolo e legata agli stessi volatili. Gli abitanti, tra cui comunità cristiane rifugiate in questa zona per sfuggire alle persecuzioni, scavarono nicchie regolari nelle pareti per attirarli. Il guano, raccolto con cura, veniva sparso nei vigneti. Su questo suolo vulcanico povero di azoto, quel fertilizzante naturale trasformò campi aridi in filari produttivi e i loro escrementi, mescolati a pigmenti e leganti, contribuivano anche a intensificare i colori degli affreschi nelle chiese scavate nella roccia.

Cosa vedere e fare nella Valle dei Piccioni

Si abbandona il rumore dei pullman per ritrovare il silenzio, per poi essere al cospetto di una valle che si presenta tortuosa e ricca di vegetazione spontanea, sfidando l’aridità circostante. Limitarsi a scattare una fotografia dal punto panoramico è un spreco, perché dedicandosi al sentiero si scopre una trama più complessa, piena di architettura rurale, resti di rifugi sotterranei e dettagli che testimoniano secoli di vita.

Le colombaie rupestri

Tantissime piccole finestre quadrate o ovali, allineate con una precisione sorprendente, impreziosiscono le pareti del canyon. Sono decorate con motivi geometrici bianchi e rossi e per un motivo alquanto utile: servivano ad attirare gli uccelli verso i nidi artificiali.

Allo stesso tempo, alcuni ingressi delle cavità mostrano residui di intonaco lucido, una tecnica studiata per impedire ai predatori, specialmente alle volpi e ai rettili, di arrampicarsi all’interno (sì, proprio per proteggere le migliaia di volatili).

Il sentiero tra Uçhisar e Göreme

Ci vuole all’incirca un’oretta a passo lento. Partendo da Uçhisar si procede in lieve discesa sul letto di un torrente stagionale che costeggia orti, vigneti e alberi di fico.

A metà strada affiora un piccolo rifugio sotterraneo, noto come Tığraz Underground Refuge. Non è esteso quanto le celebri città ipogee della Cappadocia, ma riesce comunque a testimoniare la necessità di protezione in epoche instabili. Poco distante si distinguono i resti di un mulino per il bulgur, memoria di un’economia contadina basata su cereali e trasformazioni manuali.

Il belvedere e l’Albero del Malocchio

Sul margine della strada che scende da Uçhisar verso Göreme, risiede un punto panoramico che attira gruppi e venditori di souvenir. Ma del resto qui sorge un albero carico di amuleti blu contro il malocchio, chiamati nazar. La tradizione di appendere strisce di tessuto ai rami risale alle comunità greche presenti prima dello scambio di popolazioni del 1924 tra Grecia e Turchia. Dopo quell’anno, nuovi abitanti continuarono il gesto.

Le perline turchesi riflettono la luce e mettono in scena un contrasto acceso con il beige delle ignimbriti. Sullo sfondo, il castello di Uçhisar domina la scena con la sua straordinaria architettura antica.

Albero del Malocchio, Cappadocia
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L’Albero del Malocchio e sullo sfondo Uçhisar

La chiese sotterranee della Valle dei Piccioni

Lungo le pareti laterali, e osservando con notevole attenzione, non è difficile incontrare piccole cavità scavate nella roccia, alcune delle quali possiedono semplici croci incise o tracce di pittura ormai sbiadita.

Le grandi chiese rupestri come quelle del Museo all’Aperto di Göreme sono tutta un’altra cosa, ma questi ambienti essenziali hanno comunque un enorme fascino e soprattutto sono la traccia tangibile della presenza monastica diffusa nella regione tra epoca tardoantica e bizantina.

Uçhisar e la sua architettura scavata

Prima o dopo l’escursione vale la pena esplorare Uçhisar, posto in cui le case tradizionali si integrano nella roccia, con facciate in pietra calcarea e interni scavati. Molte dimore sono state restaurate e trasformate in boutique hotel, segno di un turismo che investe capitale e modifica il tessuto urbano.

Salire fino alla sommità del castello aiuta a leggere la geografia circostante. Da lassù, tra le altre cose, si distinguono le Valli Rosa e Rossa verso est e l’ampio altopiano che circonda Göreme.

Come arrivare e quando andare

L’affascinante Valle dei Piccioni si trova in Anatolia e questo vuol dire che per raggiungerla è necessario un volo verso l’aeroporto di Kayseri o quello di Nevşehir, seguiti da un breve trasferimento su strada. La zona presenta due accessi principali: uno situato ai piedi del castello di Uçhisar e l’altro nei pressi del centro abitato di Göreme. Il percorso è prevalentemente in discesa partendo da Uçhisar, rendendo la traversata meno faticosa e permettendo di godere della prospettiva migliore sui rilievi.

Il calendario ideale per questa esperienza coincide con i mesi di maggio e settembre. Durante la primavera, la vegetazione esplode in un verde smeraldo che contrasta col giallo della pietra, mentre l’autunno si distingue per le sue temperature miti e cieli di un blu cobalto profondissimo.

Valle dei Piccioni, Cappadocia
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Formazioni rocciose della Valle dei Piccioni

L’inverno trasforma il paesaggio in un quadro monocromatico ricoperto di neve, offrendo un silenzio spettrale ma rendendo i sentieri scivolosi e difficili da interpretare. L’estate, al contrario, colpisce con un calore secco che impone di iniziare il cammino alle prime luci dell’alba, quando le ombre sono ancora lunghe e i turisti dormono nelle loro stanze sotterranee.

Portare con sé scarpe con suola scolpita aiuta a gestire i tratti di sabbia vulcanica che rendono il terreno instabile, mentre una bella borraccia d’acqua fresca rimane il miglior alleato contro l’arsura dell’altopiano.

L’arcobaleno sulla Terra: viaggio tra le montagne segrete di Nallıhan, in Turchia

14 janvier 2026 à 16:00

Quando si pensa alla Turchia, la mente corre immediatamente ai camini delle fate della Cappadocia o al caos magnetico di Istanbul. Quando si pensa ad Ankara, invece, affiorano immagini istituzionali, viali severi, architetture funzionali e un ritmo urbano legato al ruolo amministrativo della Capitale. Eppure, nel cuore dell’Anatolia Centrale esiste un posto che sembra essere sfuggito alla tavolozza di un pittore distratto, delle Montagne Arcobaleno che ci ricordano che, per fortuna, tale meraviglia non si trova solo in Perù: Nallıhan Gökkuşağı Tepeleri.

Questa formazioni rocciose rappresentano una frattura visiva e concettuale rispetto alla narrazione dominante della regione: colline policrome che appaiono dipinte a mano e distese ondulate attraversate da tonalità terrose che mutano con la luce e con le stagioni. Le Gökkuşağı Tepeleri, letteralmente Colline Arcobaleno, ricevono il nome dall’alternanza di rosso, ocra, giallo, grigio, verde pallido e marrone. Dei colori magnetici, che derivano dalla composizione minerale dei sedimenti e dalla storia chimica dei materiali depositati in un antico bacino lacustre.

Il risultato si mostra oggi come una tela naturale di dimensioni monumentali, paragonata spesso ad aree celebri dell’America o dell’Asia orientale (pur mantenendo una forte identità anatolica).

Come si sono formate le Montagne Arcobaleno della Turchia

Le Nallıhan Gökkuşağı Tepeleri affondano le proprie radici nel Miocene superiore, ovvero circa 10 milioni di anni fa. In quel periodo l’area era occupata da un lago interno e ciò faceva sì che dei sedimenti fini venissero trasportati da corsi d’acqua, per poi depositarsi sul fondo. Un processo che, con calma e pazienza, creava strati successivi di argille, limi e sabbie. Con il passare del tempo questi materiali hanno subito una sorta di trasformazione chiamata diagenesi, grazie alla quale sono divenuti rocce sedimentarie compatte.

La varietà cromatica che colpisce chiunque la osservi deriva invece dalla presenza di elementi chimici differenti: le tonalità rosse e marroni indicano un’elevata concentrazione di ferro ossidato; il livelli grigio scuro e neri suggeriscono ambienti poveri di ossigeno, ricchi di materia organica preservata; le sfumature gialle e verdastre riflettono condizioni chimiche variabili durante la deposizione e la successiva trasformazione dei sedimenti.

Contemporaneamente, i movimenti tettonici hanno sollevato e inclinato gli strati, mentre processi erosivi legati ad acqua e vento hanno scolpito le forme attuali. Quel che al giorno d’oggi ci lascia a bocca aperta è quindi una sezione totalmente naturale, che permette agli studiosi di ricostruire antichi climi, vegetazione passata e dinamiche ambientali. Per questo motivo l’area attira geologi e ricercatori provenienti da vari Paesi del mondo.

Cosa e fare e vedere

Il territorio di Nallıhan (distretto della provincia di Ankara, situato nel cuore della Turchia) mette a disposizione esperienze che intrecciano osservazione, contemplazione e conoscenza. Le attrazioni si distribuiscono tra rilievi colorati, zone umide e punti di osservazione studiati per valorizzare il patrimonio naturale.

Visitare le Gökkuşağı Tepeleri

L’apice dell’esperienza risiede, inevitabilmente, nelle colline stesse. Le superfici presentano linee curve e piani inclinati, la cui percezione varia nell’arco della giornata: al mattino i toni appaiono più freddi, mentre nel pomeriggio emergono sfumature calde e profonde. La vista dall’area prospiciente il lago artificiale permette di cogliere l’intera sequenza cromatica, con il contrasto tra acqua, cielo e terra stratificata.

Gökkuşağı Tepeleri, Turchia
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I colori arcobaleno delle Gökkuşağı Tepeleri

Kız Tepesi Tabiat Anıtı

Questa altura, chiamata Kız Tepesi Tabiat Anıtı, è riconosciuta ufficialmente come monumento naturale e rappresenta uno dei punti più emblematici del complesso. La tutela istituita nel 2019 copre oltre 500 ettari e garantisce la conservazione del paesaggio. Kız Tepesi consente di poter avere una lettura chiara delle dinamiche geologiche che hanno modellato la zona, grazie a sezioni naturali visibili a distanza ravvicinata.

Nallıhan Kuş Cenneti

Ai piedi delle colline si estende una zona umida di rilevanza internazionale: Nallıhan Kuş Cenneti. Il bacino creato dalla diga di Sarıyar, insieme a canneti, saliceti, pioppeti e campi agricoli, sostiene una biodiversità elevata. Oltre ben 200 specie di uccelli frequentano l’area nel corso dell’anno, con cicogne nere, rapaci, aironi e anatre che trovano rifugio e nutrimento lungo le sponde. A disposizione dei visitatori c’è una torre di osservazione grazie a cui si ha l’opportunità di seguire i movimenti avifaunistici senza (e giustamente) interferire con l’ambiente.

Fotografia di paesaggio e naturalistica

La varietà cromatica e la presenza faunistica rendono il sito un riferimento per fotografi specializzati. Le superfici stratificate rispondono in modo netto alla variazione della luce, mentre la vicinanza di acqua e cielo amplia le possibilità compositive. Anche la fotografia scientifica trova qui un laboratorio a cielo aperto.

Juliopolis

A breve distanza resiste alle intemperie Juliopolis, un’antica città romana con necropoli che aggiunge un tocco di mistero storico al viaggio. E se avete tempo, non dimenticate di fermarvi nelle locande locali per assaggiare il cibo anatolico genuino: il tè servito nei tipici bicchieri a clessidra e i piatti a base di prodotti della terra vi faranno sentire parte di questa cultura millenaria.

Come arrivare a Nallıhan Gökkuşağı Tepeleri

Il distretto di Nallıhan si trova a circa 130 chilometri dal centro di Ankara. Il percorso più pratico segue l’asse Ayaş e Beypazarı, attraversando un paesaggio rurale che anticipa la varietà naturale della zona. Superato il centro abitato di Nallıhan, il visitatore può approfittare delle indicazioni stradali che conducono verso il Kuş Cenneti. Ed è proprio a quel punto che le colline colorate emergono sul versante opposto.

Da Istanbul il tragitto richiede circa 4 ore attraverso l’Anatolia nord-occidentale, mentre da Bursa il tempo di percorrenza si aggira intorno alle 3 ore. Il trasporto pubblico, invece, offre possibilità limitate, rendendo il mezzo privato la scelta più efficace per raggiungere l’area e muoversi con autonomia.

Una volta arrivati, l’assenza di strutture commerciali impone una preparazione adeguata. Ciò vuol dire che acqua, protezione solare e calzature adatte al terreno devono essere con noi in quanto risultano essenziali. Il valore del sito risiede anche nella sua integrità: il rispetto per l’ambiente garantisce che questo archivio naturale continui a raccontare la propria storia senza interferenze.

Le Nallıhan Gökkuşağı Tepeleri dimostrano che l‘Anatolia Centrale custodisce scenari capaci di ribaltare percezioni consolidate. Qui la Terra espone le proprie stratificazioni con una chiarezza disarmante, regalando un’esperienza che unisce bellezza, scienza e silenzio vitale.

Le più belle mostre del 2026 da non perdere da Nord a Sud Italia

2 janvier 2026 à 17:55

Il 2026 si prospetta un anno straordinario per gli amanti dell’arte in Italia, con esposizioni che spaziano dai grandi maestri del passato alle avanguardie contemporanee. Da Brescia a Venezia, passando per Milano, Roma, Firenze, Perugia, Genova e Rovigo, le città italiane ospiteranno mostre imperdibili che permetteranno di scoprire capolavori di pittura, scultura, grafica, fotografia e arti applicate.

In questo articolo vi proponiamo una guida alle dodici mostre più interessanti, selezionate per la loro qualità artistica e l’unicità dei contenuti.

Liberty. L’arte dell’Italia moderna a Brescia

Dal 24 gennaio al 14 giugno 2026, Palazzo Martinengo a Brescia ospita la mostra “Liberty. L’arte dell’Italia moderna”, curata da Manuel Carrera, Davide Dotti e Anna Villari. L’esposizione racconta i primi quindici anni del Novecento, quando l’Italia si aprì a nuovi linguaggi artistici, influenzando pittura, scultura, architettura, moda, grafica e fotografia.

Con oltre 100 capolavori tra dipinti, sculture, ceramiche, fotografie e spezzoni cinematografici, la mostra esplora lo stile Liberty in tutte le sue sfaccettature, dalle forme sinuose della grafica alle eleganti linee dei vestiti femminili dell’epoca. Tra gli artisti presenti figurano Vittorio Matteo Corcos, Gaetano Previati, Plinio Nomellini, Edoardo Rubino e Galileo Chini.

Maggiori informazioni e biglietti in vendita sul sito Mostraliberty.com.

Macchiaioli a Milano

A Milano, dal 3 febbraio al 14 giugno, Palazzo Reale ospita la mostra dedicata ai Macchiaioli, il movimento artistico che anticipò l’Impressionismo in Italia. Con più di 90 opere di Silvestro Lega, Giovanni Fattori, Telemaco Signorini e Raffaello Sernesi, la rassegna è organizzata in nove sezioni che raccontano il legame tra arte e ideali risorgimentali, il Positivismo francese e il desiderio di una pittura “nazionale”.

I visitatori potranno immergersi nel mondo dei pittori che rivoluzionarono la luce e il colore in chiave moderna. La mostra include anche dettagli sul contesto sociale e culturale del periodo, permettendo di comprendere come i Macchiaioli abbiano contribuito a creare una nuova identità artistica italiana.

Maggiori informazioni e biglietti in vendita sul sito Palazzorealemilano.it.

Bernini e i Barberini a Roma

Dal 12 febbraio al 14 giugno, Palazzo Barberini a Roma accoglie “Bernini e i Barberini”, una mostra che esplora il rapporto creativo tra Gian Lorenzo Bernini e il suo principale committente, Maffeo Barberini, poi papa Urbano VIII.

L’esposizione permette di ripercorrere la carriera del grande scultore napoletano attraverso opere come Le Quattro Stagioni e San Sebastiano, provenienti da importanti collezioni europee e italiane, illustrando la profonda sinergia tra arte e mecenatismo nel Seicento.

Sul sito ufficiale delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini si possono trovare maggiori info e biglietti.

Rothko a Firenze

Dal 14 marzo al 23 agosto 2026, Palazzo Strozzi a Firenze ospita “Rothko a Firenze”, un’esposizione che ripercorre l’intera carriera di Mark Rothko. Dalle prime opere figurative degli anni Trenta e Quaranta fino alle tele astratte degli anni Cinquanta e Sessanta, la mostra permette di comprendere l’evoluzione di uno degli artisti più influenti del Novecento, capace di trasformare il colore in emozione pura.

Sono previste anche visite guidate e approfondimenti tematici per entrare nel pensiero filosofico e nella poetica cromatica dell’artista. Su Palazzostrozzi.org tutte le informazioni necessarie per programmare la visita.

Kiefer. Le Alchimiste a Milano

Sempre a Milano, dal 7 febbraio al 27 settembre 2026, Palazzo Reale presenta “Kiefer. Le Alchimiste”, una mostra che rende omaggio alle donne alchimiste e al loro ruolo nella nascita della scienza moderna. Con 38 teleri monumentali, Anselm Kiefer esplora simboli, miti e rituali alchemici, proponendo un viaggio tra storia, esoterismo e arte contemporanea.

L’esposizione è visitabile solo previa prenotazione sul sito Palazzorealemilano.it e offre un’esperienza immersiva tra pittura e riflessione concettuale.

Magnifico 1492 a Firenze

Nell’autunno 2026, le Gallerie degli Uffizi di Firenze presentano “Magnifico 1492”, dedicata a Lorenzo de’ Medici e alla sua straordinaria collezione d’arte. Oltre 100 opere provenienti da tutto il mondo ricostruiscono per la prima volta il patrimonio artistico del celebre mecenate rinascimentale, mostrando come Firenze sia stata centro di cultura e innovazione, non solo in pittura e scultura, ma anche in arti decorative e manifatture.

La mostra offrirà anche attività didattiche e percorsi interattivi per studenti e appassionati. Controllare il sito degli Uffizi per aggiornamenti in tempo reale.

Transforming Energy a Venezia

Dal 6 maggio al 19 ottobre, le Gallerie dell’Accademia di Venezia ospitano “Transforming Energy” di Marina Abramović, in occasione della 61ª Biennale. L’artista, che compirà 80 anni, propone un percorso tra opere storiche, performance iconiche e nuove creazioni realizzate appositamente per la mostra, offrendo un’esperienza intensa che unisce corpo, energia e partecipazione dello spettatore. Per tutte le informazioni visitare il sito Gallerieaccademia.it.

Gianfranco Frattini 100 a Milano

Il 2026 segna il centenario della nascita di Gianfranco Frattini (15 maggio 1926 – 6 aprile 2004), uno dei designer e architetti più raffinati del secondo Novecento italiano.

Milano celebrerà l’anniversario con un programma che comprende mostre, eventi, installazioni e nuove pubblicazioni, curate dallo Studio/Archivio Gianfranco Frattini dei figli Emanuela e Marco Frattini. Frattini ha attraversato con naturalezza architettura, interni, design di mobili e lighting design, fondendo industria e artigianato in progetti sempre riconoscibili per misura, precisione e modernità.

La mostra e gli eventi dedicati al centenario offrono uno sguardo completo sulla sua carriera, dai primi collaborazioni con Gio Ponti agli arredi per hotel e ville, fino ai mobili e oggetti di illuminazione firmati per aziende storiche come Artemide, Cassina e Knoll. In primavera sarà pubblicato “Gianfranco Frattini Designer”, catalogo ragionato che restituisce una lettura critica aggiornata dell’opera del maestro, sottolineando l’equilibrio tra sobrietà, innovazione e rispetto per la tradizione artigianale.

L’anno del centenario invita così a riscoprire un autore che continua a parlare al presente, illuminando con discrezione lo spazio e la forma. Per info visitare il sito Gianfrancofrattini.com.

Le mostre 2026 in Italia
Studio-Archivio Gianfranco Frattini
Ritratto dell’artista Frattini, in Giappone

Van Dyck l’Europeo a Genova

Dal 20 marzo al 19 luglio 2026, il Palazzo Ducale di Genova ospita “Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra”, la più grande retrospettiva sul maestro fiammingo degli ultimi venticinque anni. Con 58 opere suddivise in dieci sezioni tematiche, la mostra presenta capolavori provenienti da istituzioni internazionali come Louvre, Prado, Uffizi e National Gallery di Londra.

L’esposizione esplora i tre momenti fondamentali della carriera di van Dyck. Non solo ritratti, ma anche opere sacre e grandi tele teatrali, tra cui il Matrimonio mistico di Santa Caterina e la Crocefissione, permettono di apprezzare la maestria e la capacità del pittore di dialogare con contesti sociali e culturali diversi.

Il percorso, arricchito da prestiti eccezionali e da un allestimento suggestivo negli spazi del Palazzo Ducale (Appartamento e Cappella del Doge) offre ai visitatori un’esperienza immersiva tra bellezza, pathos e storia dell’arte europea.

Tutte le mostre 2026 in Italia
Ufficio Stampa
Anton van Dyck, Le quattro età dell’uomo, © Vicenza, Museo Civico di Palazzo Chiericati

Zandomeneghi e Degas a Rovigo

Dal 27 febbraio al 28 giugno 2026, il Palazzo Roverella di Rovigo ospita “Zandomeneghi e Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi”, una mostra che mette per la prima volta in dialogo in modo organico due protagonisti dell’arte europea: Federico Zandomeneghi e Edgar Degas. Curata dalla storica dell’arte Francesca Dini, l’esposizione ripercorre l’intensa amicizia e collaborazione tra i due artisti, evidenziando affinità stilistiche, convergenze e influenze reciproche.

Il percorso esplora i primi anni a Firenze e la formazione dei due pittori, per poi seguire la maturazione artistica di Zandomeneghi a Parigi e il suo coinvolgimento nel movimento impressionista.

Prestiti eccezionali da musei nazionali e internazionali, tra cui La famiglia Bellelli del museo Ordrupgaard di Copenaghen e ritratti del Musée d’Orsay, permettono confronti diretti tra le opere dei due maestri. Dalla fase italiana di Zandò fino ai capolavori impressionisti, la mostra racconta il contributo italiano alla modernità europea, restituendo al pubblico un quadro vivo della relazione creativa tra Venezia e Parigi nel XIX secolo. Per maggiori informazioni visitare il sito Palazzoroverella.com.

Italia: tutte le mostre d'arte del 2026
Ufficio Stampa
Federico Zandomeneghi, Il tè, collezione privata

Giotto e San Francesco a Perugia

Dal 14 marzo al 14 giugno 2026, la Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia celebra l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi con la mostra “Giotto e San Francesco. Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento”, a cura di Veruska Picchiarelli ed Emanuele Zappasodi. L’esposizione esplora il momento in cui il genio di Giotto incontra il carisma di Francesco, dando vita a quella che è considerata la nascita dell’arte moderna italiana.

Il percorso, articolato in quattro sezioni principali, presenta oltre 60 opere di Giotto, Simone Martini, Pietro Lorenzetti e altri maestri attivi ad Assisi, documentando il passaggio dalla tradizione bizantina a una rappresentazione più realistica e emotivamente coinvolgente della realtà.

Affreschi, tavole, polittici e manoscritti illustrano l’impatto duraturo del cantiere francescano sull’arte locale e la diffusione del nuovo linguaggio figurativo in Umbria. La mostra offre un’occasione unica per scoprire opere di straordinaria rilevanza storica e artistica, molte delle quali mai esposte al pubblico, valorizzando il patrimonio culturale della regione. Per maggiori informazioni visitare i profili social di Galleria Umbria Perugia.

Andy Warhol. Ladies and Gentlemen a Ferrara

Nella primavera 2026, Ferrara rende omaggio a Andy Warhol con la riedizione della storica mostra Ladies and Gentleman (1975-76) presso il Palazzo dei Diamanti, in programma dal 14 marzo al 19 luglio 2026. L’esposizione celebra il cinquantesimo anniversario di uno degli eventi più iconici della pop art, presentando oltre 150 ritratti tra acrilici, disegni, serigrafie e Polaroid.

La rassegna mette al centro la rivoluzionaria attenzione di Warhol all’identità individuale e alla cultura glam-queer, rinnovando il concetto di ritratto tradizionale attraverso il linguaggio della comunicazione di massa, la fotografia, il cinema e la Polaroid.

Accanto alla serie Ladies and Gentlemen, vengono esposti anche autoritratti e ritratti di celebri icone pop, tra cui Marilyn Monroe e Mick Jagger, che mostrano la capacità dell’artista di anticipare tendenze estetiche e sociali del XXI secolo. La mostra offre al pubblico un’immersione totale nel mondo di Warhol, tra colori vividi, provocazioni e il fascino senza tempo della pop art. I biglietti si trovano sul sito Palazzodiamanti.it.

Arriva Santa Lucia con eventi, tradizioni e sorprese in meravigliose località italiane

11 décembre 2025 à 07:30

Nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, come ogni anno, torna la magica tradizione di Santa Lucia, che in alcune zone d’Italia porta proprio come Babbo Natale i doni ai bambini “buoni”. Una ricorrenza imperdibile e molto sentita, celebrata secondo tradizioni diverse lungo lo Stivale.

Vissuta tra III e IV secolo, Santa Lucia è la protettrice della vista e il simbolo della luce che vince il buio. Nel tempo la sua figura è diventata protagonista di tradizioni amatissime dai bambini, soprattutto nel Nord Italia, dove la notte dei doni è un rito attesissimo. Dalle province di Bergamo e Brescia a Trento, dalla sua città natale Siracusa fino alla Sardegna, la devozione per Santa Lucia unisce territori diversi con storie, usanze, tradizioni culturali e tanta meraviglia.

Santa Lucia a Brescia

A Brescia (insieme a Bergamo) Santa Lucia è la tradizione natalizia più amata. Nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, la Santa arriva con il suo asinello portando dolci e piccoli doni ai bambini buoni… e un po’ di carbone a chi è stato monello. In molte zone del bresciano si lascia sull’uscio latte, fieno e biscotti: un ringraziamento per il lungo viaggio notturno della Santa.

La mattina successiva è pura magia: i bimbi trovano sotto l’albero proprio i regali che avevano chiesto nella loro letterina a Santa Lucia, una sorta di Babbo Natale “al femminile” tutta locale.

Nei giorni che precedono la notte più attesa, molti borghi si animano con la misteriosa Santa Lucia itinerante, che passa con il suo carretto, suona la campanella e distribuisce caramelle ai bambini accorsi in strada. Non mancano poi gli eventi in tutta la provincia: a Brescia il Museo di Santa Giulia propone laboratori per famiglie (12 dicembre, ore 16:30), mentre nei diversi paesi si susseguono spettacoli, cortei e momenti di festa. A Rodengo Saiano, in Franciacorta, ad esempio, i bambini consegnano la letterina tra zucchero filato e bevande calde, mentre sul lago di Garda, a Desenzano, la magia continua con teatro, merenda e corteo.

Santa Lucia a Bergamo

Anche a Bergamo, quella tra il 12 e il 13 dicembre, è sempre la notte più attesa dai bambini: Santa Lucia, riempie la città e la provincia di appuntamenti pensati per famiglie, tra emozioni, storie e tradizioni che si tramandano da generazioni. Quest’anno, fino al 14 dicembre, la Santa “viaggia” attraverso quattro percorsi tematici – tra musei, teatro, cinema e città – trasformando quartieri e spazi culturali in luoghi dove scoprire la natura, l’arte, la scienza e la narrazione attraverso laboratori creativi, spettacoli, letture e proiezioni.

Tappa fissa anche nella chiesetta di via XX Settembre dove, dopo aver consegnato la letterina alla santa più amata dai bambini, molti approfittano per una passeggiata sul Sentierone, il cuore pulsante di Bergamo Bassa dove negli stessi giorni ci sono le ormai celebri bancarelle di Santa Lucia.

Letterine lasciate dai bambini a Santa Lucia
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Letterine lasciate dai bambini a Santa Lucia a Bergamo

Sempre in città, il cuore pulsante della festa è il suggestivo Luna Park delle Meraviglie, allestito nel Monastero del Carmine: un percorso immersivo che invita piccoli e grandi a riscoprire stupore e immaginazione.

Ma la festa corre anche in tutta la bergamasca. Venerdì 12 dicembre, sul sagrato della Chiesa Parrocchiale di Presezzo, una speciale lettura dedicata a una giovane ballerina farà da preludio all’arrivo di Santa Lucia, che distribuirà dolci, caramelle e bevande calde a bambini e famiglie. Anche lo splendido borgo di Lovere (affacciato sul lago d’Iseo) dedica un pomeriggio speciale ai bambini, che devono aiutare l’asinello a tornare da Santa Lucia all’Oratorio (alle ore 17:30). Anche in questo caso, potrete trovare appuntamenti per tutta la famiglia in moltissimi borghi della provincia bergamasca.

Santa Lucia a Trento

Anche a Trento Santa Lucia è molto sentita, amata persino più di Babbo Natale. La notte del 12 dicembre, la santa dal volto velato (simbolo di cecità) passa nelle case dei bambini accompagnata dal suo inseparabile asinello, portando dolci e piccoli doni.

La tradizione più attesa? Le “strozegade”: cortei rumorosi in cui i bambini trascinano per le strade barattoli e lattine legati a un filo, chiamando a gran voce la Santa. Mentre i piccoli ricevono dolcetti e il classico pane a forma di asinello, gli adulti si scaldano con tè fumante o vin brulè. Prima di dormire, ogni bambino lascia un piattino con sale, farina gialla e carota per l’asinello e latte e biscotti per Santa Lucia. Un gesto semplice che conserva tutta la magia dell’attesa.

Nei giorni in cui si celebra la santa, inoltre, Trento si accende di magia: dalla Fiera di Santa Lucia, con oltre 350 bancarelle nel weekend del 13 e 14 dicembre per le vie del centro storico, passando per il parco divertimenti con giostre e attrazioni in piazzale Sanseverino, attivo fino al 6 gennaio, con iniziative rivolte ai bambini e alle famiglie, fino ai giochi tradizionali e i punti ristoro di piazza Fiera.

Santa Lucia a Siracusa

Anche in Sicilia Santa Lucia è molto sentita e in particolare è Siracusa a celebrarla in grande come patrona della città. “Fidem Servavi” è il filo conduttore della Festa di Santa Lucia 2025, che in città torna a sorprendere con uno dei momenti più attesi dell’anno. Le celebrazioni, iniziate il 29 novembre con la tredicina, hanno il 12 dicembre come giorno della tradizionale traslazione, mentre il 13 dicembre, alle 10.30, la solenne celebrazione eucaristica sarà presieduta dal cardinale Baldassare Reina.

In città si respira un’atmosfera vibrante: luminarie, mercatini, musica e iniziative culturali animano il centro storico, insieme ad attività dedicate anche ai più piccoli. Una festa che unisce fede, tradizione e partecipazione popolare, diventando ogni anno un’occasione per riscoprire le radici siracusane e condividere la magia della Santa della luce.

Piazza Duomo a Siracusa
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Piazza Duomo a Siracusa nel periodo natalizio

Le Notti di Santa Lucia a Nurachi (Sardegna)

Sono tre giorni di fuoco, tradizioni e magia, quelle che animano il borgo di Nurachi (provincia di Oristano): dal 12 al 14 dicembre, le Notti di Santa Lucia accendono una festa che trasforma il paese in un mix irresistibile di tradizioni antiche, street food, arte e spettacoli di fuoco. Il grande falò è il cuore degli eventi: un rito che affonda nei secoli e che oggi vive grazie ai ragazzi del paese, protagonisti di un passaggio simbolico ricco di storia e significato.

Le Notti di Santa Lucia a Nurachi (Sardegna)
Ufficio Stampa
Le Notti di Santa Lucia a Nurachi (Sardegna)

Tra laboratori di ceramica aperti a tutti, mostre d’autore dedicate alla sartoria sarda, musica, balli tradizionali, cantine in festa e giochi in legno per grandi e bambini, il borgo si anima come un vero palcoscenico a cielo aperto. E ogni sera, tra profumi di castagne, vini del territorio e spettacoli di luce, Nurachi si trasforma in un luogo sospeso nel tempo, perfetto da vivere in famiglia o con gli amici.

Tra le chiese più mozzafiato secondo The Guardian ci sono due “italiane” (ma una è in Scozia)

7 décembre 2025 à 07:30

Una meraviglia italiana lascia senza fiato e, secondo la stampa estera, meriterebbe già un posto tra le chiese più belle del pianeta. È una delle “cattedrali più mozzafiato del mondo” eletta da The Guardian tra le chiese europee più belle, ed è un gioiello di incredibile valore che ancora pochi conoscono, situato nel centro storico della città di Brescia, in Lombardia.

Ciò che sorprende ancora di più è che a contendersi l’attenzione internazionale non c’è solo questo capolavoro: a migliaia di chilometri di distanza, sferzata dal vento del Nord, si erge un’altra chiesa incredibile che racconta un pezzo di storia tutta italiana.

Il Duomo Vecchio di Brescia

Brescia, la Leonessa d’Italia patria delle Mille Miglia, custodisce un importante capolavoro architettonico romanico elogiato da The Guardian: il Duomo Vecchio. Una splendida struttura a pianta circolare risalente al XII secolo, con cripta sotterranea, che ospita opere d’arte di eccezionale valore, tra cui spicca l’Assunzione della Vergine del Moretto, considerato un capolavoro giovanile e un modello per la pittura bresciana, insieme a tele del Romanino e il famoso organo di Giangiacomo Antegnati.

Il Duomo Vecchio si affaccia nella meravigliosa piazza Duomo, nel cuore pulsante della città, ma non è il solo gioiello qui presente: accanto a lui si erge imponente il Duomo Nuovo, risalente al XVII secolo. “Un perfetto esempio di chiesa italiana, con marmi magnifici e cupole imponenti“, viene così descritto dalla stampa estera, che aggiunge: “Le cattedrali di Brescia sono un microcosmo dell’evoluzione architettonica italiana”.

Un evento molto sentito, che riguarda entrambe le chiese, è l’esposizione del tesoro della Santa Croce: solo due volte all’anno (l’ultimo venerdì di Quaresima e il 14 settembre), un gruppo di beni di altissimo valore storico, artistico e religioso normalmente chiuso in una cassaforte del Duomo Vecchio, nella cappella delle Sante Croci, viene esposto al pubblico. In queste rare occasioni, i fedeli assistono al rito guidato dal Vescovo, per poi attraversare delle scale nascoste (chiuse solitamente al pubblico) che conducono direttamente all’interno del Duomo Nuovo, dove le croci vengono esposte per poter essere ammirate da tutti, ma solo per un breve periodo prima di essere rimesse in sicurezza.

La Cappella Italiana (ma in Scozia)

No, non si trova geograficamente in Italia, ma questa chiesa ha una storia che la lega indissolubilmente al Belpaese, tanto da darle questo nome: la Cappella Italiana (in inglese Italian Chapel).

Si tratta di una chiesetta bianca che spicca nel verde infinito delle isole Orcadi (Orkney), un affascinante arcipelago al largo della punta settentrionale della Scozia che conserva tante testimonianze neolitiche come Skara Brae, uno dei villaggi meglio conservati d’Europa, più antico di Stonehenge e delle Piramidi di Giza.

La Cappella Italiana elogiata da The Guardian è conosciuta anche come il Miracolo del campo 60 (Miracle Of Camp 60), un appellativo legato alla sua storia: questo piccolo edificio di culto sull’isoletta di Lamb Holm, è stato costruito dai prigionieri di guerra italiani catturati in Nordafrica durante la Seconda Guerra mondiale e deportati su questo lembo di terra tra il 1943 e il 1945.

La chiesetta venne poi restaurata tra gli Anni ’60 e ’90 e rappresenta oggi un capolavoro architettonico che dimostra come anche con pochi materiali e tanto ingegno si possa costruire qualcosa di magnifico e indistruttibile nel tempo: venne realizzata infatti con materiali di fortuna e unendo due baracche Nissen trasformate grazie a cartongesso, cemento e tanta creatività. La sua struttura, infatti, è insolita rispetto alle classiche chiese.

L’anima artistica fu Domenico Chiocchetti, trentino, che decorò l’interno e dipinse la splendida Madonna col Bambino dell’abside. Attorno, altri prigionieri realizzarono dettagli incredibili: la cancellata in ferro battuto, lampade nate da barattoli di carne e persino un fonte battesimale ricavato da una vecchia automobile. Un capolavoro di ingegno e devozione accarezzato dal vento del Nord.

La Cappella Italiana dalla storia che conduce al Belpaese
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La Cappella Italiana dalla storia che conduce al Belpaese

Learning Cities UNESCO, due splendide città italiane entrano nella lista

5 décembre 2025 à 11:13

Il 4 dicembre 2025 l’UNESCO ha ufficializzato l’ingresso di 72 nuove città nella Rete Globale delle Learning Cities, una rete internazionale dedicata alla promozione dell’apprendimento permanente per tutte le età.

Il network, nato nel 2013, raggiunge così 425 città in 91 Paesi, coinvolgendo quasi 500 milioni di persone in iniziative che valorizzano l’educazione come motore di coesione sociale, innovazione e sviluppo sostenibile. Tra le nuove realtà selezionate spiccano due città italiane: Brescia e Cividale del Friuli. Entrambe si distinguono per politiche inclusive, progettualità solide e una visione culturale orientata alla crescita condivisa.

Brescia, la Leonessa d’Italia

Brescia, seconda città più popolosa della Lombardia, unisce vocazione industriale, apertura internazionale e un patrimonio culturale di grande rilievo. Il suo ingresso nella rete UNESCO è motivato dalla capacità di costruire un ecosistema educativo diffuso, capace di coinvolgere istituzioni, quartieri, scuole, associazioni e mondo produttivo.

La città considera l’apprendimento continuo un asset strategico per la crescita e ha sviluppato un modello di governance partecipata attraverso consigli di quartiere, hub di comunità e tavoli intersettoriali che integrano l’educazione nelle politiche urbane.

Tra gli obiettivi di medio e lungo periodo figurano l’accesso universale alla scuola dell’infanzia, l’uso dell’intelligenza artificiale per favorire la partecipazione civica, la valorizzazione del ruolo attivo dei giovani e una mobilità più sostenibile.

Le motivazioni che hanno portato Brescia dentro alla rete includono il forte impegno in tre ambiti chiave:

  • sostenibilità e salute, grazie a piani ambientali avanzati, riqualificazione energetica delle scuole e creazione di “isole ambientali” che rendono i quartieri più sicuri,
  • inclusione sociale, con percorsi co-progettati per donne, rifugiati e gruppi vulnerabili, oltre a servizi culturali accessibili e iniziative mirate,
  • lavoro dignitoso e competenze, sostenute da collaborazioni con enti formativi, progetti anti-dispersione e programmi di riqualificazione per disoccupati.

Tra le buone pratiche più rilevanti figurano la strategia “La scuola al centro del futuro”, che unisce edilizia scolastica innovativa e servizi comunitari, il progetto “Città amica della demenza”, focalizzato sulla sensibilizzazione e il supporto sanitario, e la “Rete Territoriale per la Salute e il Benessere”, che integra prevenzione, ricerca e partecipazione dei cittadini.

Learning Cities UNESCO: entrano in lista due nuove città italiane
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Il meraviglioso Duomo di Brescia

Cividale del Friuli, Patrimonio UNESCO

Cividale del Friuli, gioiello storico e culturale già riconosciuto come Patrimonio Mondiale UNESCO, entra nella Rete delle Learning Cities per la sua capacità di trasformare il proprio ricchissimo patrimonio in un laboratorio di apprendimento intergenerazionale. La città unisce tradizione, innovazione e partecipazione civica in un modello esemplare per realtà di piccole dimensioni.

La visione educativa di Cividale è integrata nella pianificazione strategica comunale e mira alla creazione di una piattaforma multi-stakeholder e di un sistema di monitoraggio basato sui dati. L’obiettivo a lungo termine è costruire un ecosistema di apprendimento integrato, capace di attrarre cooperazioni internazionali e nuovi investimenti.

Le motivazioni del riconoscimento riguardano tre dimensioni centrali:

  • sostenibilità e salute, con progetti come Agenda 2030 Art Cividale, il Cubo della Sostenibilità e programmi di promozione del benessere nelle aree periferiche,
  • inclusione, sostenuta da biblioteche accessibili, servizi per zone isolate, percorsi museali per l’invecchiamento attivo e iniziative per rifugiati e persone vulnerabili,
  • lavoro e formazione, sviluppati grazie alla collaborazione con Civiform, ai tirocini professionali e ai programmi regionali dedicati all’empowerment giovanile.

Tra le buone pratiche più significative si distinguono l’utilizzo del Tempio Longobardo e del Monastero di Santa Maria in Valle come spazi educativi aperti, il Palio di San Donato come piattaforma di apprendimento civico e le Masterclass Internazionali di Musica, che trasformano la città in un vero campus culturale.

Viaggio a Olimpia, la culla sacra che accende lo spirito eterno dei Giochi

26 novembre 2025 à 11:40

Il 26 novembre 2025, il sole si è posato sulla Valle dell’Elide e, fra colonne silenziose e resti millenari, la fiamma olimpica ha iniziato un importante viaggio. Da questo angolo remoto della Grecia, il fuoco è partito per l’Italia, pronto a illuminare Milano e Cortina durante i Giochi del 2026.

Olimpia, punto di partenza di una tradizione che unisce sport, storia e mito, appare oggi come un teatro senza tempo: le rovine raccontano oltre 3.000 anni di corse, lanci e sfide, ma anche di devozione, politica e rivalità fra città-stato.

Breve storia di Olimpia

L’antica Olimpia è bagnata dai fiumi Alfeo e Cladeo e risulta essere stata abitata già in epoche antichissime. Gli scavi archeologici condotti nel corso degli anni, infatti, hanno rilevato tracce di insediamenti secolari, evidenziando una frequentazione dell’area già in epoche molto remote.

Olimpia, Grecia
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Alcune delle rovine di Olimpia

Dal VII secolo a.C. (per la precisione del 776 a.C.), la città ospitò le prime Olimpiadi storicamente accertate, competizioni quadriennali dedicate a Zeus, che richiamavano atleti da tutta la Grecia. Le vittorie degli sportivi segnavano non solo il prestigio personale, ma anche quello della città egemone che ospitava i Giochi.

Sotto i Romani, i Giochi continuarono ad attrarre concorrenti e spettatori, e Olimpia prosperò grazie a nuovi templi e a ricostruzioni di edifici monumentali. Con il passare del tempo, calamità naturali e incursioni la portarono all’oblio, fino alla riscoperta nel XVIII secolo.

Furono però le spedizioni francesi e tedesche, tra il 1829 e il XIX secolo, a far riemergere dalla terra statue, altari e l’assetto urbano di una città che ha plasmato l’idea stessa di competizione e celebrazione sportiva, al punto che tale meraviglia viene celebrata ancora oggi.

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La cerimonia di accensione della torcia olimpica a Olimpia

Cosa vedere a Olimpia

L’affascinante complesso archeologico di Olimpia si estende attorno all’Altis, recinto sacro che custodiva i principali templi e gli edifici amministrativi. Ogni struttura è testimone di una storia, un episodio della vita pubblica e religiosa. Non è un caso, che queste narrazioni sembrino rimbombare ancora adesso tra le sue rovine.

Tempio di Zeus

Costruito nel V secolo a.C. in stile dorico, il Tempio di Zeus era la culla di una statua crisoelefantina del dio realizzata da Fidia, considerata una delle sette meraviglie del mondo antico. In epoca attuale quel che rimane sono i resti di colonne e basi marmoree, che però restituiscono l’imponenza di un edificio che dominava la valle.

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Il Tempio di Zeus a Olimpia

Heraion

Heraion era il più antico tempio dorico del sito, dedicato a Era, e custodiva le corone di alloro dei vincitori. Attualmente è possibile ammirare alcune delle colonne che sono ancora in piedi, le quali aiutano a percepire la solennità degli antichi rituali olimpici.

Stadio

Oltre 120 metri di pista tracciata nella terra battuta e gradinate in pietra per ben (stando ad alcune stime storiche) 40.000 spettatori: lo Stadio di Olimpia era davvero enorme. Da queste parti si svolgevano corse, lanci e gare equestri, ma la verità è che oggi dei fasti originali rimangono soprattutto i contorni della pista, i segni delle linee di partenza e i resti dei sedili per i giudici. Ciò non toglie che questi dettagli bastino ancora a evocare lo spettacolo e la tensione delle competizioni che hanno definito un’epoca.

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L’ingresso allo stadio di Olimpia

Leonidaion

C’è poi il Leonidaion, che era l’alloggio destinato ai dignitari e agli ospiti di rilievo, una struttura solenne che testimonia quanto le Olimpiadi erano sì una festa sportiva, ma anche (e soprattutto) un momento di grande importanza politica. I suoi portici e le robuste costruzioni in pietra raccontano di un’organizzazione attenta all’accoglienza, pensata per ospitare atleti, funzionari e spettatori provenienti da ogni angolo della Grecia. Lo scopo, dunque, era quello di dare loro un soggiorno all’altezza della magnificenza dell’evento.

Palestra e Ginnasio

Come preannuncia il loro nome, la Palestra e il Ginnasio erano il cuore della preparazione fisica e mentale degli atleti. I corridoi e le aule, parzialmente restaurati, lasciano intuire la disciplina e la dedizione necessarie per gareggiare ai massimi livelli, mentre le strutture riflettono un’organizzazione precisa, studiata per affinare forza, agilità e tecnica.

Philippeion

Il Philippeion, edificio circolare voluto da Filippo II di Macedonia, è il simbolo tangibile dell’influenza politica e militare che i Giochi avevano anche oltre i confini greci. All’interno erano collocate le statue di Filippo e della sua famiglia, simboli di prestigio e potere, a ricordare che Olimpia era uno spazio in cui sport e diplomazia si intrecciavano.

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Il Philippeion a Olimpia, dedicato a Filippo II di Macedonia, eroe delle corse con la biga

Ninfeo di Erode Attico

Costruito nel II secolo d.C., questo ninfeo semicircolare combina eleganza architettonica e funzionalità. Colonne e statue arricchivano lo spazio (e in parte lo fanno anche adesso), mentre la grande vasca d’acqua garantiva approvvigionamento alla città. In poche parole, questo angolo di Olimpia dimostra come i mecenati Romani sapessero coniugare estetica e utilità in opere monumentali.

Tesori

Dodici piccoli templi votivi che proteggevano i tesori delle città-stato partecipanti. Ogni struttura, in fila lungo la strada principale, narra la devozione dei popoli greci e l’orgoglio per la propria partecipazione ai Giochi.

Museo Archeologico di Olimpia

Infine il museo che raccoglie reperti straordinari: frammenti di statue, ex voto, bronzi e oggetti votivi, inclusi pezzi legati al laboratorio di Fidia. Tutti elementi che ricostruiscono la vita quotidiana degli atleti, dei sacerdoti e dei cittadini. Qualsiasi sala restituisce la dimensione culturale e spirituale delle Olimpiadi antiche, immergendo chi le visita in secoli di tradizione e creatività.

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Kirsty Coventry, Presidente del Comitato olimpico internazionale al Museo Archeologico di Olimpia durante la cerimonia di accensione della torcia per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026

La città moderna

A pochi minuti dal sito, la cittadina moderna di Olimpia si snoda lungo strade tranquille, con caffè all’aperto e negozi che mantengono l’autenticità dell’entroterra del Paese. Le strutture ricettive sono poche ma confortevoli, ideali per chi desidera riposare tra una visita e l’altra. Il fiume Kladeos segna la soglia tra il presente e il passato, e il contrasto tra la vita quotidiana e le rovine antiche amplifica la percezione del tempo sospeso.

Come arrivare

Olimpia si raggiunge facilmente da Atene, con un viaggio in auto di circa 3 ore e mezza lungo l’autostrada verso sud-ovest, o in autobus tramite Pyrgos. I porti di Katakolon e Kyllini collegano la terraferma alle isole vicine, offrendo percorsi alternativi per chi viaggia via mare. Per chi predilige il treno, è possibile raggiungere il sito da Katakolo con la linea Katakolo–Pyrgos–Olimpia, anche se il servizio risulta piuttosto limitato.

Sito archeologico dell'antica Olimpia, Grecia
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Il sito archeologico dell’antica Olimpia

L’antica città dispone di biglietteria all’ingresso e di musei per i quali è necessaria almeno mezza giornata di visita. Vi consigliamo di raggiungere Olimpia durante le mattinate, ovvero quando la luce illumina le colonne doriche e i dettagli delle strutture: è il modo migliore per percepire la monumentalità e la storia racchiusa in ogni pietra.

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