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L’UNESCO mette in salvo uno dei tesori più antichi del Mediterraneo: la città di Tiro

Par : elenausai10
24 juillet 2026 à 11:10

C’è una notizia che arriva dal sud del Libano e tocca il cuore di chi guarda al Mediterraneo come a una culla di civiltà e bellezza: l’antica città di Tiro è stata ufficialmente iscritta dall’UNESCO tra i patrimoni dell’umanità in pericolo.

L’annuncio è giunto da Busan, in Corea del Sud, durante la 48ª sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale. La decisione, sollecitata dalle autorità libanesi, arriva dopo che il sito ha subito impatti e danni diretti, alimentando forte preoccupazione per la tutela dei suoi tesori millenari.

La città di Tiro tra i patrimoni in pericolo

Distante appena venti chilometri dal confine con Israele, lungo la costa meridionale del Libano, Tiro rappresenta una delle tappe più affascinanti della memoria mediterranea. Meta imprescindibile per chi ama l’archeologia e la stratificazione delle antiche civiltà, la città custodisce due aree protette dall’UNESCO, celebri per le vestigia d’epoca romana come il grande arco di trionfo e l’ippodromo del II secolo.

Un’eredità straordinaria che oggi si ritrova al centro delle ostilità: dall’inizio delle operazioni contro Hezbollah a marzo, la città è stata scossa da una continua serie di raid, culminata a giugno con il danneggiamento diretto di uno dei complessi monumentali e lo spopolamento quasi totale dei suoi quartieri. Come ha dichiarato l’UNESCO, “Il suo stato di conservazione suscita crescenti inquietudini, in particolare dinanzi alla possibilità di nuovi impatti”.

Tiro, purtroppo, non è un caso isolato nel Medio Oriente: da mesi le tensioni mettono a dura prova l’inestimabile patrimonio dell’area, come nel caso dei 29 siti UNESCO a rischio in Iran.

Veduta panoramica delle rovine storiche di Tiro
iStock
Le rovine romane e bizantine di Tiro affacciate sul Mediterraneo

Cosa custodisce il sito archeologico di Tiro

Iscritta nel Patrimonio Mondiale dell’UNESCO dal 1984, Tiro rappresenta un luogo simbolo della storia dell’umanità. Fondata secondo la tradizione nel 2750 a.C., questa leggendaria metropoli fenicia dominò a lungo i commerci marittimi del Mediterraneo, arrivando a fondare colonie celebrate come Cadice e Cartagine. È qui che, secondo il mito, venne scoperta la preziosa porpora, il pigmento regale estratto dai molluschi che rese celebre la città in tutto il mondo antico, così come da qui partirono i maestri artigiani inviati dal re Hiram per erigere il Tempio di Salomone a Gerusalemme.

In origine costruita su un’isola considerata inespugnabile, prima che Alessandro Magno la collegasse alla terraferma con un imponente rilevato per conquistarla, Tiro si è trasformata nei secoli in una città prima greca e poi romana, fino a vedere declinare il suo ruolo storico alla fine delle Crociate.

Oggi, il sito si divide in due grandi settori: la zona marittima sulla penisola e la spettacolare area archeologica di El Bass. Tra la terra e le acque che custodiscono parte dei resti sommersi, affiorano i resti delle terme romane, la cattedrale veneziana del XII secolo, la strada colonnata e il monumentale arco di trionfo del II secolo d.C. Poco distante si stende l‘ippodromo romano, uno dei più grandi dell’antichità: un capolavoro di pietra che racconta la grandezza di una città che ha plasmato l’identità del Mediterraneo e che oggi è a rischio.

I Venerdì di Ercolano: tornano le visite serali tra spettacoli, luci e domus dell’antica città

Par : losiangelica
16 juillet 2026 à 13:00

Il Parco Archeologico di Ercolano, da anni ogni estate, propone un programma ricco di appuntamenti. I vicoli dell’antica città sepolta dal Vesuvio si spengono al buio naturale e si riaccendono di luce artificiale, musica dal vivo e teatro. Venerdì 17 luglio torna il nuovo appuntamento della nona edizione de I Venerdì di Ercolano, la rassegna che negli anni è diventata uno degli eventi più attesi dell’estate campana.

Visite serali di venerdì a Ercolano

Non è una semplice visita guidata notturna, anche se l’idea di base è quella di aprire un sito UNESCO dopo il tramonto e lasciare che lo si possa scoprire senza il caldo e la folla delle ore diurne.

Camminare tra le domus illuminate ad arte, con la luce calda che sostituisce quella accecante del giorno, cambia completamente la percezione del sito. Per il 2026 il filo conduttore è Amore e Guerra, tema che attraversa sette spettacoli site-specific sparsi tra domus e insulae. Il pubblico può muoversi liberamente, incontrare le performance nei punti in cui si svolgono, tornare indietro se ne ha persa una. Ogni spettacolo si ripete più volte nel corso della serata; quindi, non serve arrivare all’orario esatto per non perdersi nulla.

Federica Colaiacomo, direttrice del Parco Archeologico di Ercolano, ha descritto l’iniziativa come un modo per tenere il patrimonio archeologico in dialogo con i linguaggi contemporanei, un luogo dove memoria e creatività si incontrano invece di restare separate. L’iniziativa ha già le carte in regola per regalare soddisfazioni e dopotutto già il mese di giugno si è chiuso con un +5% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Il parco Ercolano tra ville vesuviane e scavi archeologici è uno dei luoghi più visitati dai turisti in viaggio nella zona di Napoli. Patrimonio UNESCO dal 1997 è passata alla storia per essere stata sepolta da una colata di fango nel 79 d.C.

Oltre alle domus rumane con mosaici consigliamo di non perdere l’antica spiaggia e la terrazza meridionale oltre alla casa dei Cervi e al percorso del decumano Massimo dove si trovavano le antiche botteghe.

Visitare il parco archeologico di Ercolano di sera
Anna Abet
I Venerdì di Ercolano per l’estate 2026 propongono un ricco programma

Le prossime date

Dopo l’appuntamento di venerdì 17 luglio, ci saranno altre date:

  • 24 e 31 luglio;
  • 7 agosto
  • 26 settembre: chiude l’evento in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio con un’apertura notturna speciale.

Info utili

Chi è curioso di partecipare deve sapere che ci sono 2 fasce d’ingresso, una alle 20 e una alle 22 ciascuna con un turno di un’ora e trenta minuti. Gli ingressi sono attivi su due varchi, quello di corso Resina 187 e quello di via dei Papiri Ercolanesi 19.

Quanto costa?

  • Il biglietto intero ha il prezzo di 10 euro;
  • Il ridotto per cittadini dell’UE tra i 18 e i 25 anni è a 5 euro;
  • Ingresso gratuito per minorenni e persone con disabilità insieme a un accompagnatore.

Per acquistare i biglietti basta andare sul sito ufficiale di CooCulture oppure attraverso il call center che resta attivo dal lunedì al venerdì negli orari di ufficio; attenzione perché ogni data ha una capienza limitata e i turni tendono a esaurirsi in fretta come abbiamo già visto nelle passate edizioni.

Venerdì di Ercolano, la rassegna artistica e musicale
Anna Abet
Eventi e performance durante i Venerdì di Ercolano

Il giardino di pietra della Corsica tra sculture naturali, mare turchese e falesie color fuoco: i Calanchi di Piana

7 juillet 2026 à 13:30

Lungo la costa occidentale della Corsica, nella parte meridionale del Golfo di Porto, c’è un punto in cui la roccia assume sfumature che passano dal rosso intenso al rame, fino all’arancio dorato. Inutile dirlo, ma il contrasto che si crea con il blu profondo del Mar Mediterraneo è di quelli in grado emozionare, anche perché l’effetto cambia durante la giornata. Fra i paesaggi capaci di imprimersi nella memoria al primo sguardo, quindi, i Calanchi di Piana occupano un posto speciale, tanto che questo straordinario complesso naturale rientra nel sito UNESCO del Golfo di Porto e rappresenta uno dei simboli dell’isola francese.

Chi percorre la strada D81 attraversa un vero Giardino di Pietra, appellativo nato dalla straordinaria quantità di pinnacoli, torrioni, falesie, anfratti e massi scolpiti dall’erosione. Alcune pareti raggiungono circa 400 metri d’altezza e sembrano precipitare direttamente nel mare, regalando una sensazione di grandezza pressoché infinita.

Basta volgere lo sguardo verso le pareti rocciose perché l’immaginazione inizi a lavorare: paiono emergere profili umani, animali, cuori, volti e figure fantastiche fra le pieghe della pietra. Eppure, niente di tutto ciò è stato realizzata dall’uomo, perché sono opere magistrali del vento, della pioggia, della salsedine e delle variazioni di temperatura. Sì, ci sono voluti milioni di anni, ma oggi quel che il visitatore può ammirare è una delle meraviglie geologiche più affascinanti del Mediterraneo.

Origine, formazione e leggende dei Calanchi di Piana

L’origine dei Calanchi di Piana affonda le radici nella storia geologica della Corsica. Gran parte delle pareti è costituita da granito porfirico rosso, una roccia magmatica molto resistente caratterizzata dalla presenza di grandi cristalli immersi in una pasta più fine. Proprio la durezza del materiale ha favorito la formazione di pareti verticali, guglie sottili e profonde fratture, invece di rilievi morbidi.

Nel corso di milioni di anni gli agenti atmosferici hanno inciso lentamente la superficie. L’acqua piovana ha sfruttato le linee di frattura, il vento ha levigato gli spigoli e la salsedine ha contribuito al continuo processo di alterazione. Il risultato appare sorprendente, con blocchi giganteschi che sembrano impilati uno sull’altro, mentre archi naturali, cavità e pinnacoli conferiscono al paesaggio un aspetto marziano.

Il riconoscimento UNESCO arrivò nel 1983 insieme al Golfo di Porto, alla Riserva di Scandola e al Golfo di Girolata. L’intera area rappresenta uno dei migliori esempi di interazione fra fenomeni geologici e ambiente marino del Mediterraneo occidentale, con un patrimonio naturalistico di valore eccezionale.

Attorno ai Calanchi, tra le altre cose, si sono sviluppati racconti popolari tramandati dagli abitanti della zona. Più che vere leggende, si tratta di interpretazioni nate osservando le rocce. L’immaginazione umana, infatti, trova facilmente un cane seduto, un cammello, il profilo di un vescovo con la mitra, una brocca, una testa indiana e persino un cuore, conosciuto da molti con il nome di “cuore degli amanti pietrificati”. Diventa quasi un gioco lasciarsi guidare dallo sguardo, confrontando le proprie impressioni con quelle di chi ha attraversato questo tratto di costa nei secoli passati.

Fra tutte, la formazione più celebre resta la Tête de Chien, la Testa di Cane. Appare poco dopo l’ingresso nell’area dei Calanchi e senza dubbio è uno dei punti più fotografati dell’intero itinerario: risulta sorprendente grazie alla fedeltà del profilo scolpito dalla natura.

Cosa fare e vedere ai Calanchi di Piana

Gran parte della visita ruota attorno alla strada D81, considerata fra le più spettacolari della Corsica. L’asfalto segue fedelmente il profilo della montagna attraverso circa 12 km ricchi di curve, terrazze naturali e scorci sempre diversi. Procedendo lentamente si colgono dettagli che sfuggirebbero a velocità sostenuta, come la roccia che cambia colore e il mare che compare all’improvviso fra due pareti.

Diversi slarghi permettono una sosta dedicata all’osservazione del panorama. Conviene arrivare durante le prime ore della giornata oppure nel tardo pomeriggio, fasce orarie caratterizzate da una luce più morbida e da una presenza inferiore di visitatori rispetto al pieno dell’estate.

Un’altra prospettiva magica arriva dal mare: le escursioni in barca salpano soprattutto dal porto di Porto e costeggiano le alte falesie fino a Capo Rosso. Soltanto dalla superficie dell’acqua si percepiscono realmente le dimensioni delle pareti, incise da profonde fenditure e grotte marine raggiungibili esclusivamente con piccole imbarcazioni.

Molti itinerari proseguono verso la Riserva di Scandola e il villaggio di Girolata, aggiungendo alla giornata altri paesaggi fra i più celebri della Corsica occidentale. Le moderne barche ibride rappresentano una soluzione particolarmente apprezzata grazie al ridotto impatto ambientale e alla navigazione silenziosa.

Chi preferisce osservare la natura da vicino trova vari sentieri adatti a differenti livelli di preparazione. Il percorso più famoso conduce verso Château Fort: in circa 1 ora e 30 minuti attraversa boschi profumati, grandi blocchi di granito e terrazze panoramiche affacciate sul Golfo di Porto. La parte finale regala una vista ampia sulle falesie rosse, con prospettive impossibili da cogliere dalla strada.

Molto apprezzato risulta anche il percorso diretto a Capo Rosso. In questo caso servono circa 4 ore fra andata e ritorno, ma l’itinerario termina presso una torre genovese del XVI secolo, costruita durante il periodo della dominazione della Repubblica di Genova per sorvegliare la costa e segnalare eventuali incursioni via mare.

Dove si trovano e come arrivare

I Calanchi di Piana occupano la costa centro-occidentale della Corsica, fra i centri di Piana e Porto, lungo il versante meridionale del Golfo di Porto. L’accesso principale avviene tramite la strada dipartimentale D81, arteria panoramica che collega Ajaccio e Calvi seguendo fedelmente la costa. Il tragitto richiede approssimativamente 1 ora e 45 minuti partendo da Ajaccio, circa 2 ore e 15 minuti da Calvi e quasi 3 ore e 30 minuti da Bastia. L’ultimo tratto presenta carreggiata stretta e numerose curve, elementi che contribuiscono al fascino dell’itinerario ma che richiedono una guida prudente.

Strada D81, Corsica
iStock
Percorrendo la strada D81

Chi desidera ammirare le falesie dal mare può raggiungere Porto, punto di partenza della maggior parte delle escursioni in barca dedicate ai Calanchi, a Capo Rosso e alla Riserva di Scandola. Vale la pena dedicare diverse ore a questa zona, perché i Calanchi di Piana cambiano volto con la luce, raccontano milioni di anni di storia geologica e trasformano semplici rocce in figure sorprendenti.

Tra castelli, giardini e segreti di corte, tornano gli itinerari alla scoperta delle Residenze Sabaude

26 juin 2026 à 12:30

Tra castelli, giardini e segreti di corte, tornano gli itinerari alla scoperta delle Residenze Sabaude: un nuovo programma di visite guidate che dal 27 giugno 2026 a dicembre 2027 invita a vivere il patrimonio delle Residenze Reali Sabaude UNESCO come esperienza immersiva.

Nell’ambito del progetto Italian Royal Experience prende forma “Storie a Corte”, curato da Somewhere Tours & Events, con 40 itinerari tra palazzi, castelli, ville, parchi e giardini. I percorsi di mezza o intera giornata intrecciano storia, paesaggio, arte, gusto e cinema, offrendo un racconto contemporaneo della “Corona di Delizie” sabauda, pensato per visitatori italiani e internazionali.

Per conoscere prezzi, orari e giorni degli eventi, consultare il sito ufficiale dell’evento.

Itinerario Giardini e Parchi

Il filone Giardini e Parchi delle Residenze Reali Sabaude accompagna i visitatori in un viaggio tra natura, storia e paesaggio, seguendo il ritmo delle stagioni e delle fioriture. Sono previsti 5 itinerari tematici per 10 appuntamenti complessivi, dedicati ai giardini come spazi di rappresentanza e sperimentazione botanica.

I percorsi attraversano luoghi iconici come Reggia di Venaria, parchi di Racconigi e Agliè, paesaggi di Govone e Pollenzo e giardini urbani di Torino tra Palazzo Madama, Villa della Regina, Giardini Reali e Parco del Valentino.

Gli itinerari includono “Fioriture di primavera”, “Le rose: regine di maggio”, “Architetture verdi del Seicento e Settecento”, “Parchi romantici dell’Ottocento” e “Atmosfere autunnali: foliage reale”, per un’esperienza immersiva tra colori e memoria.

Italian Royal Experience alla scoperta delle Residenze Reali Sabaude
Ufficio Stampa
Castello del Valentino a Torino

Itinerario Potere al Femminile

Il filone Potere al Femminile delle Residenze Reali Sabaude racconta le donne che hanno segnato la storia della dinastia sabauda, tra politica, cultura e arte di corte. Due itinerari guidati, per un totale di 10 date, restituiscono voce a regine, duchesse, principesse e favorite che hanno influenzato la vita del Piemonte e dell’Italia.

Tra le protagoniste emergono Maria Cristina di Borbone-Francia, Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, Anna Maria d’Orléans, Rosa Vercellana, Maria Clotilde di Savoia, la Regina Margherita ed Elena del Montenegro.

I percorsi “Donne di Corte e di Potere” e “Regine, Favorite e Principesse” attraversano palazzi, castelli, ville e parchi, offrendo una lettura emozionale e contemporanea della storia sabauda.

Itinerario A Tavola

Il filone A Tavola delle Residenze Reali Sabaude racconta il Piemonte attraverso il gusto, intrecciando storia, paesaggio e cultura gastronomica tra corte e territorio. Gli itinerari partono dai vini e dalle vigne reali, con “Vino e Vigne”, da Villa della Regina ai paesaggi di Langhe, Roero e Monferrato fino a Pollenzo, simbolo di innovazione agricola e visione moderna.

Si prosegue nelle cucine delle Residenze, con “Cucine e Ricette Reali”, dai Musei Reali di Torino al Castello di Racconigi e al Castello di Agliè, dove la tavola racconta vita di corte tra etichetta e grandi eventi. Un capitolo speciale è dedicato al cioccolato, simbolo di Torino e del gusto sabaudo, con “Il Cioccolato dei Savoia” e l’esperienza della Merenda Reale® tra cioccolata calda, bicerin e pasticceria storica.

Storie a Corte: gli itinerari alla scoperta delle Residenze Reali Sabaude
Ufficio Stampa
Il Castello di Racconigi

Itinerario Ciak, si gira!

Il filone Ciak, si gira! delle Residenze Reali Sabaude propone un itinerario dedicato ai luoghi del cinema, del teatro e dello spettacolo, dove storia e immaginario si incontrano. Torino apre il racconto con la sua tradizione scenica e cinematografica, dal Teatro Regio alle origini del cinema italiano, fino ai grandi eventi culturali contemporanei.

Il percorso si estende alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, alla Reggia di Venaria e al Castello di Agliè, luoghi simbolo anche di produzioni cinematografiche e televisive internazionali. L’itinerario offre un viaggio tra set cinematografici, architetture reali e memorie teatrali, raccontando Torino e il Piemonte come un grande palcoscenico della cultura.

Le Residenze Reali Sabaude del Piemonte
Consorzio delle Residenze Reali Sabaude
La Reggia Venaria con il suo Giardino e la Fontana Ercole

Le nuove biosfere UNESCO nel 2026: 14 paradisi naturali tutti da scoprire (con consapevolezza)

Par : elenausai10
15 juin 2026 à 11:58

L’UNESCO ha appena tracciato nuove, affascinanti rotte per l’ecoturismo mondiale. In occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente del 5 giugno 2026, l’organizzazione ha infatti annunciato l’inclusione di 14 nuove riserve della biosfera.

Questa rete globale, nata nel 1971, tocca oggi la straordinaria quota di 797 siti distribuiti in 145 Paesi. Nuove destinazioni per chi è alla ricerca di un viaggio consapevole e di un contatto profondo con la natura e con le culture locali.

Che cosa è una riserva della biosfera UNESCO

Le riserve della biosfera inserite in questa lista si distinguono per il loro valore ecologico straordinario. L’UNESCO le definisce come dei laboratori viventi, ossia spazi in cui la tutela della biodiversità e le attività umane non si scontrano, ma camminano di pari passo.

In questi luoghi si sperimentano soluzioni concrete per arginare i cambiamenti climatici e frenare la perdita di biodiversità. Viaggiare in una biosfera significa scoprire territori dove l’armonia tra uomo e natura è tangibile, sostenendo economie circolari e stili di vita che proteggono gli ecosistemi terrestri e marini per le generazioni future.

Cavalli nel Grande Caucaso nell'Azerbaigian
UNESCO
I paesaggi del Grande Caucaso in Azerbaigian fanno parte delle biosfere UNESCO

Le nuove biosfere UNESCO

Le nuove nomine del 2026 scardinano l’idea che una riserva debba per forza essere un luogo remoto e impenetrabile. Quest’anno, ad esempio, l’intera isola di Aruba, perla del Mar dei Caraibi meridionali, è entrata nella rete. Nota per il suo clima arido che evoca paesaggi desertici a ridosso di acque cristalline, l’isola rappresenta una novità assoluta nel panorama della conservazione globale.

Sul fronte opposto, a dimostrazione che natura e urbanizzazione possono coesistere, la città canadese di Québec è stata eletta a riserva della biosfera. Questo riconoscimento, che per la prima volta coinvolge un’intera area metropolitana di questo tipo, sottolinea l’importanza delle città nel supportare attivamente lo sviluppo sostenibile e la varietà biologica, offrendo un nuovo modello di turismo urbano.

Cascate di Montmorency
UNESCO
Le Cascate di Montmorency, a circa 12 chilometri dal centro storico di Old Québec

Se ci spostiamo nel Triangolo dei Coralli, il Timor-Leste festeggia la sua prima riserva: un paradiso subacqueo che custodisce oltre il 75% delle specie di coralli del pianeta e racchiude al suo interno l’ultima grande foresta primaria del Paese.

Nel cuore dell’America del Sud, invece, il Paraguay vede tutelata una porzione della Foresta Atlantica del Paraná, una delle aree più ricche di specie viventi, ma anche tra le più minacciate della Terra.

A nord, invece, tra le distese selvagge della Mongolia, sorge la riserva di Tost Toson Bumbiin Nuruu. Questa imponente catena montuosa situata nel deserto del Gobi è un santuario vitale per il leopardo delle nevi, uno dei felini più rari e affascinanti del pianeta.

Ecco l’elenco completo dei siti proclamati dall’UNESCO da inserire nei prossimi itinerari di viaggio:

  • Lago di Scutari, Albania;
  • Theniet El Had, Algeria;
  • Isola di Aruba, Aruba;
  • Grande Caucaso, Azerbaigian;
  • Takamanda, Camerun;
  • Québec (area urbana e naturale), Canada;
  • Dalankuh-Qamishlou, Iran;
  • Tost Toson Bumbiin Nuruu, Mongolia;
  • Bacino del Lago di Scutari, Montenegro;
  • Sur del Alto Paraná, Paraguay;
  • Matibay na Bayan ng Sablayan, Filippine;
  • Serra da Estrela, Portogallo;
  • Nino Konis Santana, Timor-Leste;
  • Phong Nha-Ke Bang, Vietnam.

Il nastro di smeraldo lungo il fiume: Valle del Wachau, il tratto più poetico del Danubio

7 juin 2026 à 14:00

Il Danubio compie una curva magistrale circa un’ora a ovest di Vienna, insinuandosi in una gola profonda quasi 40 chilometri che racchiude l’essenza stessa della storia mitteleuropea. Questa frattura geografica prende il nome di Valle del Wachau, un fazzoletto di terra miracolato da un microclima unico e generato dall’incontro tra le correnti fredde boscose del Waldviertel e il respiro caldo proveniente dalle pianure pannoniche a oriente.

La Wachau, quindi, è uno di quei territori che conquista grazie a un equilibrio raro tra natura, storia e vita quotidiana. Situata nella Bassa Austria, si sviluppa tra Melk e Krems e nel 2000 l’UNESCO l’ha inserita tra i Patrimoni dell’Umanità riconoscendone il valore culturale e paesaggistico. Una decisione legata alla straordinaria armonia tra attività umana e ambiente naturale, frutto di secoli di coltivazione, commercio e architettura.

Del resto, la presenza dell’uomo in quest’area affonda le radici in epoche remotissime: gli archeologi hanno rinvenuto testimonianze risalenti a circa 30.000 anni fa. Vi basti pensare che nei pressi di Willendorf venne scoperta la celebre Venere di Willendorf, una delle più importanti statuette preistoriche mai ritrovate. Oggi la Wachau mantiene intatta quella capacità di raccontare il passato senza rinunciare alla propria anima agricola.

Le Grandi Città Termali d’Europa festeggiano i 5 anni UNESCO con eventi imperdibili

Par : elenausai10
3 juin 2026 à 11:30

Se nei vostri piani di viaggio amate unire momenti di puro relax a un tuffo nella storia e nella cultura, il 2026 si prospetta come l’anno ideale per esplorare l’Europa. Ricorre infatti il quinto anniversario dell’iscrizione delle Grandi Città Termali d’Europa nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, avvenuta nel luglio del 2021.

Questo riconoscimento unisce undici storiche mete dislocate in sette diverse nazioni (Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Repubblica Ceca) che incarnano il celebre fenomeno termale europeo fiorito tra il XVIII e XX secolo. Al tempo, questi venivano considerati veri e propri avamposti del turismo del benessere, capaci di innescare rivoluzioni nell’architettura, nella società e nelle arti.

Oggi come allora, queste destinazioni mantengono viva la loro identità profonda, offrendo riposo e stimoli culturali attraverso la socialità e l’intrattenimento dal vivo. Per tutta l’estate, infatti, un ricco calendario di mostre itineranti, festival e suggestive installazioni luminose trasformerà i parchi storici e i padiglioni termali in palcoscenici a cielo aperto.

Le foreste di faggio più belle d’Italia da attraversare in primavera

30 mai 2026 à 14:00

Fagus sylvatica: il nome scientifico della pianta più comunemente nota come faggio. Fusto dritto, corteccia scura, foglie ovali, ondulate e verdi. Foglie che in autunno bruniscono e poi cadono, dando vita a un morbido tappeto nel sottobosco. Le medesime foglie che, poi, tornano a spuntare sui rami dell’albero in primavera, dando vita a quell’atmosfera unica che avvolge le foreste di faggio in primavera, con i fusti dritti e lucidi che si spingono verso il cielo e sono poi avvolti dal verde chiaro delle loro chiome, brillante alla luce del sole.

L’Italia, dal punto di vista delle foreste di faggio, è uno dei paesi più ricchi d’Europa e vi si trovano i faggi più vecchi del continente. Le faggete si trovano disseminate lungo tutta la dorsale appenninica, dall’Emilia Romagna alla Calabria, e sulle Prealpi, in altitudini variabili e con caratteristiche spesso radicalmente diverse tra loro. Un piccolo spettacolo che, insomma, accomuna lo Stivale da nord a sud. Alcune di queste foreste sono state tutelate per secoli, prima dai signori locali e poi dallo Stato. Altre si sono conservate dallo sfruttamento dell’uomo grazie alla loro scarsa accessibilità. Altre ancora beneficiano oggi dello status di Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

Foreste Casentinesi

Incastonato tra la Toscana e l’Emilia Romagna, il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna è uno dei polmoni verdi più importanti dell’Italia centrale. Le sue faggete, che si estendono su oltre 36mila ettari di territorio protetto, sono tra le più vaste e meglio conservate della penisola e una delle cifre distintive di questa porzione di Appennino.

Camminare tra i boschi di faggio del Parco in primavera è infatti una delle esperienze migliori che offre. Il verde brillante delle nuove chiome scintilla contro la luce del sole, mentre i tronchi lisci fanno da sentinelle ai trekkers che attraversano il bosco e le foglie cadute durante le stagione invernale affollano i sentieri.

foresta faggio primavera italia
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In primavera il verde torna a decorare le chiome dei faggi

La presenza nel Parco di luoghi eremitici e spirituali come la Verna, celebre santuario francescano, o l’Eremo di Camaldoli, corrobora l’atmosfera tipica delle foreste di faggio, immerse nel loro tipico silenzio, interrotto soltanto dai passi di chi le attraversa e dallo stormire delle foglie schiaffeggiate dal vento.

Nel cuore del Parco sorge la Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, oggi Patrimonio UNESCO assieme a un’ampia area circostante. È la più vecchia riserva naturale integrale italiana, istituita alla fine degli Anni Cinquanta, collocata sul versante nord della dorsale appenninica che si affaccia sulla Romagna, non lontano dal bel balcone naturale di Poggio Scali.

Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise

Istituito nel 1923, il Parco Nazionale d’Abruzzo è uno dei parchi nazionali più antichi d’Italia. L’orso marsicano, una sottospecie dell’orso bruno presente soltanto in quest’area e in nessun altro posto al mondo, è il simbolo di quest’area protetta, che lo ha molto probabilmente salvato dall’estinzione.

foresta faggio primavera italia
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Panorama del Parco Naziondale d’Abruzzo, Lazio e Molise

Le faggete del parco, distinte in cinque aree (Val Fondillo, Coppo del Principe, Moricento, Val Cervara, Coppo del Morto), hanno un aspetto antico. I faggi qui raggiungono dimensioni imponenti, a testimonianza della loro vetustà. Questo tipo di alberi, infatti, è noto per la sua longevità e per la possibilità di rimanere in vita per secoli.

Sono innumerevoli i sentieri e i percorsi che attraversano le foreste di faggio del Parco, che non comprende solo territori abruzzesi, ma si espande anche oltre i confini con Lazio e Molise. Il trekking è l’attività principale all’interno dell’area protetta e la rete sentieristica è estesa, varia e adatta a tutti i livelli. In più nel Parco è facile entrare in contatto con la ricca fauna, soprattutto in primavera, tra camosci, cervi e avvistamenti della rarissima lince.

Il sentiero che collega Pescasseroli a Opi, passando per il Valico di Monte Tranquillo, è uno dei più belli e accessibili dell’intero parco e passa per una delle foreste di faggio più belle del Parco.

Foresta Umbra

Potrebbe sorprendere trovarsi in mezzo a una fitta foresta di faggio, con le foglie che stormiscono a interrompere un silenzio assoluto, nel pieno meridione d’Italia, a poche decine di chilometri da alcune delle spiagge più belle d’Italia.

Accade in Puglia, nel Parco Nazionale del Gargano, dove si trova la Foresta Umbra, un fitto bosco (umbra dalla parola latina per ombra) che si estende al centro dell’area protetta per oltre 10mila ettari ed è caratterizzata principalmente dalla presenza di antichi faggi, con grandi fusti che spiccano fino a decine di metri di altezza, affiancati da cerri, tassi, aceri e carpini.

foresta faggio primavera italia
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Faggio secolare

Le faggete vetuste della Foresta Umbra sono Patrimonio dell’Umanità UNESCO dal 2017, all’interno del sito transnazionale delle Antiche faggete primordiali dei Carpazi e di altre regioni d’Europa, riconoscimento che sottolinea il loro eccezionale valore sotto il punto di vista naturale e storico.

Dal Centro Visitatori della Foresta Umbra, dove si trova anche un piccolo museo, partono quattordici sentieri segnalati che permettono di esplorare il bosco a piedi, intraprendendo sia brevi passeggiate di mezz’ora o lunghe escursioni di più ore.

Foresta del Cansiglio

Situata tra le province di Belluno, Treviso e Pordenone, nell’area delle Prealpi orientali, la Foresta del Cansiglio si sviluppa su un altopiano a forma di conca a una altitudine compresa fra i 900 e i 1.200 metri sul livello del mare. Qui, si trovano oltre 7mila ettari di bosco pressoché senza soluzione di continuità, rendendola la seconda foresta più grande d’Italia per estensione.

La sua storia è affascinante: quando nel 1420 l’altopiano entrò tra i possedimenti della Repubblica di Venezia, il Cansiglio divenne una risorsa strategica di primaria importanza per i Dogi della Serenissima: il gran bosco da remi, come era noto, forniva il legname di faggio necessario per costruire i remi, appunto, delle navi della flotta lagunare.

La gestione forestale veneziana fu rigida e meticolosa: ogni albero era censito, ogni taglio regolamentato, tanto che ancora oggi la foresta porta il segno di quella cura secolare nella sua struttura innaturalmente ordinata. Una cura che ha peraltro anche aiutato a preservare la foresta stessa. Fu poi con l’Unità d’Italia che il Cansiglio divenne foresta demaniale.

I faggi non sono l’unico albero presente nella foresta, caratterizzata anche da molto abete rosso, ma in primavera il verde brillante delle nuove foglie sfavilla sotto la luce del sole, in un contesto montano unico e particolare come quello dell’altopiano, dove il bosco e le praterie si alternano davanti agli occhi dei visitatori.

Parco Nazionale del Pollino

Il Parco Nazionale del Pollino è il parco nazionale più grande d’Italia per superficie e si estende tra la Calabria e la Basilicata lungo una catena montuosa che separa il Tirreno dallo Ionio con una barriera di cime che in diversi punti supera i 2mila metri.

La caratteristica più nota del Pollino dal punto di vista naturalistico è la presenza del pino loricato (Pinus leucodermis), un albero raro e longevo simbolo del parco e della regione. Tuttavia lungo i crinali e i fianchi del massiccio si trovano ampie foreste di faggio che in primavera diventano protagoniste grazie alla loro vistosa rinascita dopo la stagione invernale.

Sono due le principali foreste di faggio del Parco del Pollino: la Faggeta di Cozzo Ferriero, nel comune di Rotonda in Basilicata, ha un’estensione di circa 70 ettari e vi si possono trovare esemplari monumentali dell’albero di età superiore ai quattro secoli; la Faggeta del Pollinello, nel comune di Castrovillari e non lontano dalla cima del Monte Pollino, ospita alberi che l’Università della Tuscia ha datato come più vecchi di seicento anni.

Monferrato, la Provenza d’Italia, si tinge di lilla: dove ammirare i campi di lavanda

28 mai 2026 à 07:30

È tornato quel momento dell’anno in cui i profumatissimi fiori di lavanda tingono tutto di viola trasformando i luoghi che li accolgono in paesaggi che sembrano uscire dalle pennellate di un pittore impressionista.

Succede anche in quella che viene chiamata “Provenza d’Italia“: tra le colline verdeggianti e i vigneti che germogliano, il Monferrato accoglie così la fioritura della lavanda, che fino a luglio trasforma questo meraviglioso territorio tutelato dall’UNESCO nell’itinerario perfetto per una gita fuori porta all’insegna dell’incanto.

Gole di Samaria a Creta, il canyon sacro tra pareti vertiginose, villaggi fantasma e mare libico

27 mai 2026 à 18:00

La straordinaria Isola di Creta, in Grecia, è nota in tutto il mondo per le sue spiagge “immacolate”, porticcioli veneziani, ulivi piegati dal vento e villaggi dipinti di bianco. Questo è davvero risaputo ovunque, ma poi arriva un qualcosa che lascia praticamente a bocca aperta. Parliamo di roccia, acqua gelida, pini profumati e pareti gigantesche. Sono le Gole di Samaria, che tagliano il settore sud-occidentale dell’isola, dentro il massiccio delle Lefká Óri, le Montagne Bianche.

E no, non è un posto da sottovalutare perché rappresenta uno dei canyon più spettacolari del Mediterraneo, dichiarato Parco Nazionale nel 1962 e inserito nella rete UNESCO delle Riserve della Biosfera nel 1981. Numeri impressionanti accompagnano il percorso: lunghezza pari a 16 km, ingresso settentrionale a 1.250 metri di quota e pareti in grado di salire fino a 500 metri sopra il letto del torrente.

Samaria porta addosso pure un’anima storica fortissima. Per secoli, infatti, rappresentò un rifugio strategico durante invasioni straniere e rivolte cretesi. Famiglie intere trovarono protezione tra queste “mura” naturali durante l’occupazione ottomana e sotto il controllo tedesco nella Seconda Guerra Mondiale. Lungo il tragitto, infatti, riaffiorano tracce di vite passate come piccole cappelle bizantine, resti di abitazioni in pietra e sentieri battuti da pastori e mercanti.

Origine e formazione delle Gole di Samaria

Samaria nacque grazie all’azione continua di un piccolo fiume sceso per millenni tra il Monte Volakias e le Lefká Óri. Acqua, vento e terremoti scolpirono una fenditura gigantesca dentro la montagna cretese. Il tratto simbolo porta il nome di Sideroporta, tradotto spesso “Porte di Ferro”, e qui la distanza tra le pareti scende fino a 3 metri, mentre la roccia sale verticale verso il cielo.

L’intera area custodisce oltre 450 specie vegetali e animali. Tante risultano endemiche di Creta, ma la regina assoluta è la kri kri, la rara capra selvatica locale. Agile, diffidente ed elegantissima, talvolta appare sopra uno sperone roccioso per pochi secondi, per poi sparire tra ginepri e cipressi.

Pure il nome (Samaria) possiede radici antiche: deriva dalla chiesa bizantina di Óssia María, edificata nel 1379. Attorno alla piccola struttura religiosa nacque l’omonimo villaggio, abitato fino alla creazione del parco nazionale. Gli ultimi residenti lasciarono le proprie case negli anni ’60, al punto che oggi restano edifici vuoti, muretti consumati e qualche fico selvatico.

Tra le storie tramandate dagli abitanti della regione è curiosa la leggenda di Chrisomalousa, giovane aristocratica dai capelli dorati entrata nella memoria popolare. Racconti locali parlano di un amore tragico, vendette veneziane e una vita trascorsa tra le mura della chiesa di Óssia María.

Presso Agia Roumeli, tra le altre cose, sorgeva l’antica città di Tarra, importante centro ellenistico e romano. Scavi archeologici hanno riportato alla luce monete, resti di templi e testimonianze bizantine.

Come visitare le Gole di Samaria e cosa vedere

Fin dai primi passi appare chiaro il motivo della fama mondiale di questo luogo della Grecia: Xyloskalo, il punto iniziale, spalanca una scalinata naturale scavata dentro una montagna severa. Questo rappresenta uno dei tratti più impegnativi per ginocchia e caviglie a causa del pietrisco, gradoni irregolari e lunghe discese che richiedono scarpe serie.

Dopo circa 2 km il canyon inizia a stringersi, mentre torrente, oleandri, platani giganteschi e pini creano un paesaggio quasi balcanico. Persino dell’acqua potabile sgorga da varie fontane lungo il percorso, elemento prezioso durante le (numerose) giornate torride. Il cuore emotivo della gola, però, arriva presso il villaggio abbandonato di Samaria con le sue case in pietra chiara, finestre vuote e sentieri silenziosi.

I guardiani del parco utilizzano alcuni edifici, mentre il resto appare fermo nel tempo. Accanto alle abitazioni spunta la chiesa di Óssia María con affreschi consumati e un campanile minuscolo. Più avanti emergono pareti gigantesche che stringono il passaggio fino alle celebri Porte di Ferro. I turisti abbassano spontaneamente la voce davanti a quella fenditura titanica, tanto che a rimbalzare sulle rocce è solo il rumore dell’acqua e delle rondini che sfrecciano sopra la testa.

La primavera rappresenta il periodo più affascinante per via della presenza di fiori selvatici che colorano il sentiero. Poi ci sono i torrenti che scorrono pieni e le temperature che restano gradevoli. L’estate porta invece il caldo feroce tipico della zona, insieme a una luce accecante sulle pietre bianche.

L’intero tragitto richiede mediamente tra le 5 e le 7 ore. Gli ultimi 2 km risultano pianeggianti e conducono verso Agia Roumeli, piccolo villaggio affacciato sul Mar Libico. Infine l’arrivo, che regala una soddisfazione fisica che sale sulla pelle e sulle gambe pesanti, ma sempre con un mare blu intenso davanti agli occhi.

Agia Roumeli vive senza automobili e possiede un’atmosfera semplice. Taverne familiari servono pesce fresco, feta, pomodori dolcissimi e birra ghiacciata. Pochi minuti servono per raggiungere la spiaggia di ciottoli e, dopo ore tra rocce e polvere, l’acqua trasparente del Mar Libico sembra una ricompensa perfetta.

Agia Roumeli, Creta
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La bellissima Agia Roumeli a Creta

Dove si trova e come arrivare

Le Gole di Samaria occupano il settore sud-occidentale di Creta, nella regione di Chania. L’aeroporto più vicino è proprio quello di Chania, collegato con Atene e varie città europee durante la stagione turistica. Anche la base migliore per l’escursione coincide quasi sempre con Chania, da dove partono autobus KTEL diretti a Omalos nelle prime ore del mattino (il tragitto necessita di circa 1 ora e attraversa villaggi montani, curve strettissime e boschi profumati).

L’ingresso al Parco Nazionale è attivo tra maggio e ottobre, salvo chiusure temporanee legate a piogge intense oppure rischio frane. Raggiunto il termine della gola, sono disponibili dei traghetti che collegano Agia Roumeli con Sougia, Hora Sfakion e Paleochora e, se dobbiamo essere onesti, il battello pomeridiano rappresenta parte integrante dell’esperienza: mare scurissimo, coste verticali e minuscole baie raggiungibili soltanto via acqua.

Parecchi visitatori scelgono pure il noleggio auto. Si tratta di una soluzione pratica, anche se richiede una certa organizzazione logistica. La vettura resta infatti sul lato nord della gola, mentre l’arrivo avviene sul mare. Per tale ragione autobus e traghetti costituiscono l’opzione più semplice.

Samaria lascia addosso stanchezza autentica, polvere sulle caviglie e una strana forma di gratitudine: qui la Creta turistica resta lontana anni luce.

Siti UNESCO in Italia: nasce la Carta per salvare i territori

24 mai 2026 à 13:00

La tutela dei territori che ospitano Patrimoni UNESCO entra in una nuova fase con la definizione di un equilibrio complessivo tra turismo, sviluppo economico, qualità della vita delle comunità residenti e salvaguardia dell’identità dei luoghi: nasce, così, la prima Carta Nazionale della Sostenibilità delle Destinazioni che ospitano un sito UNESCO, presentata a Treviso durante l’incontro “Quando la sostenibilità incontra il patrimonio. I beni UNESCO e lo sviluppo turistico a misura di territorio”.

L’iniziativa è stata organizzata dalla Camera di commercio di Treviso-Belluno insieme a Isnart, l’Istituto Nazionale Ricerche Turistiche e Culturali, nell’ambito delle attività del Progetto Speciale Mirabilia 2025/2026, promosso da 22 Camere di Commercio italiane in collaborazione con Unioncamere.

Il boom del turismo culturale

Secondo i dati Isnart e dell’Osservatorio sull’Economia del Turismo delle Camere di Commercio, la cultura rappresenta ormai, per il quarto anno consecutivo, la principale motivazione di viaggio degli stranieri che scelgono l’Italia, generando da sola il 45% dei turisti internazionali. I siti UNESCO hanno registrato un aumento dei visitatori del 14,87% nel 2024 rispetto all’anno precedente, secondo le rilevazioni di Unitelma Sapienza di Roma.

Una crescita che, se da un lato conferma il valore internazionale del patrimonio culturale italiano, dall’altro apre interrogativi sempre più urgenti sulla sostenibilità dei flussi turistici: sempre più spesso anche borghi, aree interne ed entroterra entrano nei circuiti turistici nazionali e internazionali come nuove destinazioni attrattive.

Il tema non è più soltanto proteggere il bene UNESCO in sé, ma salvaguardare il contesto che lo accoglie e che contribuisce a definirne il valore.

Una Carta nazionale per guidare lo sviluppo sostenibile

La nuova Carta Nazionale della Sostenibilità delle Destinazioni che ospitano un sito UNESCO nasce proprio con l’obiettivo di offrire uno strumento operativo alle amministrazioni locali, alle Camere di Commercio e agli operatori economici chiamati a governare tali processi.

Il documento, elaborato da Isnart, si propone come un framework di coordinamento capace di allineare le politiche territoriali ai principi UNESCO, fornendo criteri comuni per analizzare, monitorare e migliorare la sostenibilità delle destinazioni turistiche.

L’approccio adottato si basa sulle tre dimensioni tradizionali della sostenibilità (ambientale, economica e sociale) alle quali viene aggiunta una quarta dimensione, quella culturale, considerata essenziale nei territori che ospitano patrimoni riconosciuti dall’UNESCO: proprio quest’ultima diventa il punto di raccordo tra tutela del bene, identità delle comunità e prospettive di sviluppo turistico.

La Carta introduce inoltre un sistema di governance territoriale integrata fondato sull’utilizzo di indicatori specifici per monitorare elementi come la pressione turistica, la qualità ambientale, il consumo di suolo, l’occupazione, la vitalità delle imprese culturali, l’accessibilità dei territori, il livello di inclusione sociale e la percezione dei visitatori.

Palazzo Reale di Genova, Patrimonio UNESCO
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Sfarzoso Palazzo Reale di Genova, Patrimonio UNESCO

Il ruolo del progetto Mirabilia

La rete Mirabilia rappresenta uno dei pilastri del progetto: l’iniziativa coinvolge infatti quasi 600 Comuni e 24 siti UNESCO che, pur rappresentando circa il 7% dei Comuni italiani, generano il 19% delle presenze turistiche nazionali, secondo i dati del Centro Studi Tagliacarne.

In un simile contesto, le Camere di Commercio assumono un ruolo strategico nel coordinamento territoriale. L’obiettivo è favorire il dialogo tra istituzioni, imprese e operatori del settore turistico e culturale, per un modello condiviso capace di coniugare sviluppo economico e tutela del patrimonio.

La Carta viene descritta come una vera e propria “cassetta degli attrezzi” a disposizione dei territori, un percorso di miglioramento progressivo costruito sulla condivisione di dati, buone pratiche e strumenti di monitoraggio.

Le parole di Istituzione e territori

Nel corso dell’incontro a Treviso è emersa con forza la necessità di costruire un nuovo modello di gestione dei territori UNESCO.

Il presidente della Camera di Commercio di Treviso-Belluno Dolomiti, Mario Pozza, ha ricordato il percorso che ha portato alla nascita della Carta Nazionale della Sostenibilità, sottolineando come l’esperienza della Carta della Sostenibilità di Cison di Valmarino, presentata nel 2022, abbia rappresentato il punto di partenza di un progetto poi sviluppato all’interno della rete Mirabilia.

Sul tema della distribuzione dei flussi turistici è intervenuto anche il vicepresidente della Regione Veneto, Lucas Pavanetto, che ha evidenziato come l’80% delle presenze turistiche regionali si concentri oggi in appena 20 località. Un dato che rende necessario promuovere un modello di turismo più diffuso, capace di valorizzare anche borghi, aree interne e territori meno conosciuti ma ricchi di identità culturale e paesaggistica.

La presidente di Isnart, Loretta Credaro, ha invece posto l’attenzione sulla necessità di monitorare costantemente l’evoluzione dei fenomeni turistici e ha spiegato che la Carta nasce da un lavoro costruito insieme ai territori e alle Camere di Commercio del network Mirabilia, con l’obiettivo di dotare le destinazioni UNESCO di strumenti concreti per misurare la capacità di carico turistica secondo criteri di sostenibilità.

Notte Europea dei Musei: aperture speciali in Italia il 23 maggio 2026

23 mai 2026 à 07:30

Sabato 23 maggio 2026 torna la Notte Europea dei Musei, l’iniziativa internazionale promossa dal Ministero della Cultura francese e patrocinata dall’UNESCO, dal Consiglio d’Europa e dall’ICOM, che coinvolgerà centinaia di città europee con aperture straordinarie serali di musei, siti archeologici e luoghi della cultura.

Anche quest’anno il Ministero della Cultura aderisce con un programma diffuso di aperture speciali al costo simbolico di un euro, salvo le gratuità previste dalla normativa vigente: l’edizione 2026 si conferma ricca, con iniziative in tutta Italia che coinvolgono istituzioni museali statali, fondazioni, università e spazi culturali di diversa natura.

Dalle grandi capitali dell’arte ai complessi archeologici meno conosciuti, una selezione da non perdere.

Torino: GAM, MAO e Palazzo Madama

Tra gli appuntamenti più attesi figura il programma speciale della Fondazione Torino Musei, che per la Notte Europea dei Musei propone l’apertura straordinaria di tre importanti istituzioni cittadine: GAM Torino, MAO Museo d’Arte Orientale e Palazzo Madama, accessibili dalle 18 alle 22, con ultimo ingresso alle 21.

Alla GAM il pubblico potrà visitare numerosi percorsi espositivi dedicati al Novecento e all’arte contemporanea tra cui “Un altro Novecento. Opere su carta dalle Collezioni della GAM”, la mostra “Vincenzo Agnetti. Oggi è un secolo” e il progetto “L’INTRUSO. Pesce Khete”. Saranno inoltre incluse le esposizioni dedicate a Lisetta Carmi e Giorgio Griffa, quest’ultimo celebrato con un omaggio per i suoi novant’anni.

Il MAO partecipa con “Chiharu Shiota: The Soul Trembles”, dedicata all’artista giapponese Chiharu Shiota, insieme al progetto “Declinazioni Temporanee #3”. A Palazzo Madama, invece, il percorso serale comprenderà la mostra “MonumenTO, Torino Capitale”, l’esposizione “Vermeer. Donna in blu che legge una lettera”, “Il castello ritrovato” e “Monumenta Italia”.

Il Museo Ferroviario di Pietrarsa

In Campania aderisce alla manifestazione anche il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, che per la serata di sabato 23 maggio propone un’apertura straordinaria notturna organizzata dalla Fondazione FS Italiane. Il museo sarà visitabile fino alle 19 con le consuete modalità di accesso, mentre dalle 19.30 all’1.00 il pubblico potrà entrare con il biglietto simbolico di un euro.(ultimo ingresso entro le 23.30).

La serata permetterà di esplorare la storica collezione dei rotabili ferroviari custoditi nello scenografico complesso borbonico affacciato sul Golfo di Napoli. L’esperienza sarà accompagnata da momenti musicali distribuiti in varie aree dell’esposizione, con installazioni sonore e performance, e resteranno attivi i servizi di ristorazione, compresi il bistrot, la pizzeria delle Terrazze Pietrarsa e il Caffè Bayard, operativi fino a mezzanotte.

La notte diffusa della Capitale

Roma si conferma una delle protagoniste assolute della Notte Europea dei Musei 2026: dalle 20 di sabato 23 maggio fino alle 2 di domenica 24 maggio saranno circa 70 i luoghi della cultura aperti, con oltre 150 eventi tra concerti, visite guidate, performance, proiezioni e attività laboratoriali.

Alle Terme di Caracalla sarà possibile visitare non solo il complesso monumentale ma anche i sotterranei, di solito non accessibili nella loro interezza, con un percorso che attraversa le antiche gallerie di servizio delle terme imperiali. Nel quartiere Trastevere sarà eccezionalmente aperto il Santuario Siriaco insieme al nuovo antiquarium realizzato grazie ai fondi del PNRR.

Da vedere anche il Mausoleo di Sant’Elena e il suo Antiquarium, il Drugstore Museum, che ospita la mostra “Gianpistone. Arte come partecipazione sociale”, l’Arco di Malborghetto con la mostra dedicata ai pellegrini e ai giubilei lungo la via Flaminia, e la Fonte di Anna Perenna.

I Musei Civici di Roma Capitale (tra cui i Musei Capitolini, la Centrale Montemartini, i Mercati di Traiano, il Museo dell’Ara Pacis, il Museo di Roma in Trastevere e i Musei di Villa Torlonia) saranno aperti dalle 20 alle 2 con ultimo ingresso all’una.

Tra le adesioni speciali spicca anche quella del Senato della Repubblica, che aprirà Palazzo Madama dalle 20 alle 24 con visite guidate gratuite e accesso alla mostra “Il volto delle donne”.

Sapienza Cultura: musei universitari aperti

Sempre a Roma, il Polo Museale – Sapienza Cultura partecipa con il programma “Maggio Museale”, che prenderà il via alle 15 all’interno della città universitaria della Sapienza.

La nona edizione coincide con la presentazione al pubblico del nuovo centro Polo Museale – Sapienza Cultura, struttura che unisce musei, orto botanico, teatro, musica e cinema in un unico sistema culturale integrato.

Dalle 20 l’apertura serale sarà inaugurata dal concerto dell’Ensemble MuSa Blues diretto dal maestro Stefano Ciuffi nella Sala Odeion del Museo dell’Arte Classica. Per tutta la giornata saranno organizzate mostre, seminari, visite guidate e laboratori rivolti a famiglie, bambini e studenti, con attività gratuite fino a mezzanotte.

L’edizione 2026 coinvolgerà 17 musei universitari, insieme al Laboratorio Eurotales – Museo delle Lingue d’Europa.

Musei Nazionali della Campania

La Direzione regionale Musei nazionali Campania partecipa alla ventiduesima edizione della Notte Europea dei Musei con un ampio programma di aperture straordinarie distribuite sull’intero territorio regionale, tutte al costo simbolico di un euro.

A Napoli sarà visitabile il Parco delle Tombe di Virgilio e Leopardi, mentre in provincia di Caserta aderiranno l’Anfiteatro Campano, il Museo Archeologico Nazionale dell’Antica Allifae, il Museo Archeologico Nazionale di Teanum Sidicinum e il Museo Archeologico Nazionale di Sessa Aurunca.

Nel Salernitano saranno aperti il Museo archeologico nazionale di Eboli, il Museo archeologico nazionale di Pontecagnano, il Museo archeologico nazionale della Valle del Sarno e la Certosa di San Lorenzo.

Veduta aerea della Certosa di San Lorenzo a Padula, Campania
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Veduta panoramica della Certosa di San Lorenzo a Padula

Il programma coinvolgerà inoltre il Parco Archeologico di Aeclanum, il Palazzo della Dogana dei Grani e l’Area archeologica dell’Antica Abellinum in Irpinia, oltre al Teatro Romano di Benevento.

Le aperture serali di Palermo e Monreale

A Palermo il Museo archeologico regionale Antonino Salinas aprirà dalle 19 alle 22, il Palazzo Chiaramonte Steri dalle 20 alle 24 con possibilità di visitare il “Percorso Scarpa” e “La Vucciria” di Renato Guttuso, presentata in un allestimento immersivo.

Il Museo Riso prolungherà l’apertura fino a mezzanotte con un percorso dedicato a oltre sessant’anni di arte contemporanea e particolare attenzione sarà riservata al ciclo “Percorsi di Memoria”, nucleo identitario della collezione.

Partecipa infine anche il Chiostro dei Benedettini di Monreale, aperto dalle 19 alle 22 con visite didattiche dedicate alla storia del complesso monastico benedettino voluto da Guglielmo II di Sicilia.

Lo scrigno di pietra dell’Erzegovina: risalire i secoli tra i profumi di melograno a Počitelj

13 mai 2026 à 19:00

In Bosnia-Erzegovina c’è una parete rocciosa che sembra tagliata con precisione naturale sopra il fiume Neretva sui cui si poggia un nucleo abitato che si raccoglie attorno a una forma urbana compatta, quasi compressa tra pietra e cielo. Il suo nome è Počitelj, e colpisce all’istante perché i suoi edifici (che risalgono a epoche diverse) si sovrappongono senza uniformarsi mai del tutto.

Vi basti pensare che il borgo è persino nella Lista Indicativa UNESCO e soprattutto è protetto come Monumento Nazionale per il valore culturale del suo complesso urbano. Il villaggio appare oggi come un museo a cielo aperto, ma con una vitalità discontinua fatta di restauri, abbandoni parziali e ritorni sporadici di abitanti.

Molti lo chiamano “La Città di Pietra“, anche se per i locali resta semplicemente la sentinella silenziosa sulla riva sinistra di quella lingua d’acqua verde che attraversa la zona meridionale del Paese. I visitatori, dal canto loro, respirano una pace irreale, ostruita solo dal grido lontano di un rapace o dal fruscio delle foglie di vite. Ah, è stato recentemente inserito anche tra i posti più belli d’Europa per il 2026 dalla rivista britannica TimeOut.

Cosa vedere a Počitelj

Più che un insieme ordinato di monumenti, questo borgo della Bosnia-Erzegovina è una sequenza verticale di spazi che si rincorrono lungo la collina. Ogni edificio appartiene a un periodo differente e conserva un ruolo preciso nella memoria del villaggio.

Torre dell’Orologio Sahat Kula

La svettante Torre dell’Orologio Sahat Kula è una struttura in pietra che segna il punto più riconoscibile del profilo urbano. Si tratta di una costruzione ottomana con funzione di controllo del tempo e segnale visivo per la comunità. Il viaggiatore si trova perciò al cospetto di aperture strette e scala interna che conduce verso una sommità panoramica.

Da lassù si osserva l’intero sistema urbano, il corso del Neretva e la valle che si apre verso sud.

Moschea Hajji Alija

Esempio di architettura religiosa del XVI secolo, la Moschea Hajji Alija si caratterizza per i suoi elementi essenziali, il minareto sottile e la sala di preghiera coperta da una cupola semplice. Anche l’interno è sobrio e con decorazioni ridotte, ma è possibile percepire l’influenza ottomana nella regione e la funzione spirituale del villaggio.

Casa Gavrankapetanović

Vale la pena fare un salto anche alla Casa Gavrankapetanović, residenza storica legata alle famiglie locali di rango amministrativo. È una costruzione su più livelli, con ambienti organizzati secondo la tradizione domestica ottomana. Pavimenti in pietra, soffitti in legno e cortili interni raccontano una vita privata articolata tra funzione abitativa e rappresentanza sociale.

Hammam pubblico

Poi ancora l’Hammam pubblico, edificio dedicato ai bagni comunitari e anche elemento fondamentale della cultura ottomana. Al suoi interno gli spazi sono separati per le diverse fasi del rito di pulizia, con ambienti coperti e sistemi di riscaldamento ancora visibili. Oggi è ancora un posto di incontro e socialità (oltre a mantenere una funzione igienica).

Fortezza Kula

Infine (ma non per importanza e bellezza) la Fortezza Kula, un complesso difensivo posto nel punto più alto del nucleo antico. Massiccia e in posizione di controllo lungo la valle del Neretva, sfoggia resti delle mura e percorsi interni irregolari che testimoniano il ruolo militare del sito. È anche il punto panoramico privilegiato per comprendere la posizione strategica dell’intero insediamento.

Fortezza Kula, Počitelj
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La bellissima Fortezza Kula e Počitelj

Cosa fare a Počitelj

Vivere Počitelj significa anche rallentare il battito del cuore, sintonizzandosi sulle frequenze di una natura che ha (quasi) inglobato l’opera umana ma senza distruggerla. Molti passano velocemente, perdendo l’occasione di scoprire i dettagli minimi che rendono questo posto magico. Tra le esperienze più belle da fare ci sono:

  • salita verso la fortezza superiore: per avere una vista completa sulla valle e, contemporaneamente, poter fare una lettura geografica del territorio tra fiume e pareti rocciose;
  • esplorazione delle vie interne: tra passaggi stretti e cortili che mostrano la struttura sociale del villaggio storico;
  • sosta nei piccoli punti di ristoro locali: con prodotti tipici come fichi secchi e succhi di melograno legati alla produzione agricola della zona;
  • osservazione delle tecniche di restauro: utili per comprendere il delicato equilibrio tra conservazione e trasformazione del patrimonio;
  • attività fotografica tra luce e pietra: con forte contrasto tra superfici chiare e ombre profonde create dalla conformazione urbana;
  • esplorare i sentieri meno battuti: allontanarsi dalla via principale permette di scovare case abbandonate in cui la vegetazione rampicante avvolge i resti di antichi camini, creando atmosfere (per alcuni) quasi spettrali.

Dove si trova e come arrivare

Počitelj si colloca nella parte meridionale della Bosnia-Erzegovina, lungo la valle del fiume Neretva, a circa 30 chilometri a sud di Mostar. La sua è quindi una posizione strategica tra interno balcanico e area costiera adriatica, con collegamenti verso la Croazia relativamente vicini. L’accesso principale avviene tramite strada regionale che connete Mostar a Čapljina.

Sono disponibili anche mezzi pubblici con fermate (però) non sempre ufficialmente segnalate, quindi è necessaria attenzione durante il tragitto. L’alternativa frequente è quella di affidarsi a tour organizzati che includono pure altre destinazioni del Paese come Blagaj e le cascate di Kravice.

Quel che è certo, è che il trasporto privato è la soluzione più semplice per gestire tempi e soste. I periodi migliori per la visita, invece, sono primavera e inizio autunno, quando la luce valorizza le superfici in pietra e il flusso turistico resta contenuto.

Il borgo di Počitelj è un posto costruito su stratificazioni storiche visibili senza mediazioni. Architettura medievale e ottomana convivono con segni di distruzione recente e interventi di recupero. Allo stesso tempo, paesaggio naturale e intervento umano si fondono in una composizione verticale che segue la roccia fino al fiume: è davvero un piccolo nucleo urbano che mantiene forte identità visiva e culturale, con un carattere che si impone più per la forma che per la dimensione.

Alle Cinque Terre arriva il Sentiero Uno: un itinerario meraviglioso per combattere l’overtourism

Par : losiangelica
6 mai 2026 à 07:30

Le Cinque Terre sono un luogo meraviglioso e forse uno dei simboli più conosciuti della Liguria, anche all’estero. Oltre alle gite in barca e all’esplorazione dei borghi, però, c’è un modo di scoprire il territorio attraverso il trekking. Il Sito UNESCO sta provando a cambiare proponendo una soluzione contro l’overtourism a ritmo lento con il nuovo Sentiero Uno. L’obiettivo? Allontanare dai centri dei borghi e dal mare andando verso l’alto, attraverso un percorso che collega l’intero territorio da crinale a crinale.

Ufficialmente finanziato dal ministero del Turismo, è una delle novità del 2026.

L’UNESCO nomina 12 nuovi Geoparchi Globali: meraviglie da visitare nel 2026

Par : losiangelica
4 mai 2026 à 13:00

L’UNESCO ha annunciato 12 nuovi Geoparchi Globali. Andiamo oltre le riserve naturali; i territori dove la geologia è eccezionale meritano un riconoscimento per la loro straordinarietà.

Tra i 12 nuovi siti ci sono luoghi in Cina, Francia, Grecia, Irlanda, Giappone, Malaysia, Portogallo, Russia, Uruguay.

E la Tunisia, che entra per la prima volta con il suo Dahar, diventando il terzo paese africano nella rete. Ecco i luoghi da scoprire.

I 12 nuovi geoparchi UNESCO

Ecco l’elenco dei 12 nuovi geoparchi UNESCO dal 2026.

Terres d'Hérault, visto dall'alto
Département de l’Hérault
Terres d’Hérault è entrato nei Geoparchi UNESCO
  1. Changshan, Cina. Un miliardo di anni di storia geologica, fossili stratigrafici di rilevanza mondiale, e una tradizione letteraria risalente alla dinastia Song. Il suolo produce cedro e camelia da olio. Vivono qui persone di nove gruppi etnici diversi;
  2. Mt. Siguniang, Cina. Sull’Altopiano Qinghai-Tibet, cime oltre i 5.000 metri e pieghe tettoniche che raccontano la nascita dell’Himalaya. Le comunità tibetane Jiarong celebrano ogni anno il festival in cui quattro sorelle, secondo la leggenda, si trasformarono nelle vette del monte;
  3. Terres d’Hérault, Francia. Canyon profondi, il Lago di Salagou con le sue rocce rosse di 250 milioni di anni, la lingua occitana ancora parlata. 540 milioni di anni di geologia nel sud della Francia;
  4. Nisyros, Grecia. Un’isola vulcanica nel Dodecaneso con una caldera tra le meglio conservate dell’Egeo. Il cratere di Stefanos si percorre a piedi. Villaggi di pietra vulcanica, festival, gastronomia viva;
  5. Joyce Country and Western Lakes, Irlanda. L’unico fiordo irlandese, sistemi carsici con sorgenti tra le più rapide al mondo, e il gaelico ancora lingua quotidiana. La parola “drumlin”, usata ovunque in glaciologia, viene dall’irlandese;
  6. Miné-Akiyoshidai, Giappone. Un altopiano carsico con grotte enormi e praterie mantenute da secoli di fuochi controllati. Il rame estratto qui finì nel Grande Buddha di Nara, patrimonio UNESCO dal 1998;
  7. Lenggong, Malesia. Un meteorite caduto 1,8 milioni di anni fa, le ceneri del supervulcano Toba, e una valle già Patrimonio Mondiale per i suoi insediamenti preistorici. Un motivo in più per visitarlo? La presenza delle tigri malesi;
  8. Sarawak Delta, Malesia. Nel Borneo, dove due continenti si scontrarono 200 milioni di anni fa. Kuching è già Città UNESCO della Gastronomia. Danze Bidayuh, cibo di strada, un delta fluviale di biodiversità eccezionale;
  9. Algarvensis, Portogallo. I depositi del tsunami del 1755 sono ancora visibili. La miniera di sale di Loulé è il punto più profondo del Portogallo aperto al pubblico. L’entroterra si svuota d’inverno: il geoparco cerca di invertire la tendenza;
  10. Toratau, Russia. Negli Urali del sud, tre montagne che sono i resti di una barriera corallina di 300 milioni di anni. Grotte, cascate, rovine di antichi insediamenti. Il geoparco ha creato lavoro formando guide geologiche locali;
  11. Dahar, Tunisia. Primo geoparco della Tunisia, terzo africano. Nel Sahara settentrionale, dove 200 milioni di anni fa si aprì il rift che separò Pangea. I ksour berberi e le abitazioni troglodite raccontano secoli di adattamento al deserto;
  12. Manantiales Serranos, Uruguay. Il nome fu scelto dalla comunità. Le sorgenti del Rio Santa Lucía, che fornisce acqua al 60% degli uruguaiani, nascono qui. Il primo geoparco UNESCO dell’Uruguay è un gioiello da scoprire.
Dahar, il geoparco riconosciuto da UNESCO
DAHAR UNESCO Global Geopark
Dahar e il suo geoparco UNESCO dal 2026

Quanti geoparchi UNESCO ci sono in Italia

La rete sale a 241 siti in 51 Paesi, per una superficie totale che supera gli 882.000 chilometri quadrati.  Ma in Italia quanti sono?

Nonostante non ci siano nuove nomine per il 2026, l’Italia conta 12 geoparchi UNESCO:

  1. MurGEopark, Alta Murgia, Puglia;
  2. Majella, Abruzzo;
  3. Aspromonte, Calabria;
  4. Pollino, Basilicata/Calabria;
  5. Sesia Val Grande, Piemonte;
  6. Alpi Apuane, Toscana;
  7. Parco Minerario Toscano (Tuscan Mining Park), Toscana;
  8. Cilento, Vallo di Diano e Alburni, Campania;
  9. Rocca di Cerere, Madonie, Sicilia;
  10. Beigua, Liguria;
  11. Adamello-Brenta, Trentino;
  12. Valsesia, Piemonte.

I tesori della Sardegna da scoprire durante Monumenti Aperti nel weekend 1-3 maggio

Par : elenausai10
1 mai 2026 à 10:00

Per chi vuole scoprire la Sardegna oltre il mare, Monumenti Aperti rappresenta l’occasione perfetta per esplorare luoghi poco conosciuti dell’isola, molti dei quali aperti esclusivamente in queste occasioni. Il calendario del 2026 accompagnerà i visitatori in diverse zone, da nord a sud, dove verranno accolti da volontari e studenti che racconteranno i luoghi attraverso storie, curiosità e memorie locali.

Il weekend del 1° maggio vedrà protagonisti Lunamatrona e Sanluri (solo domenica 3) e Sassari, capoluogo del nord Sardegna che, per quest’edizione, riserva tante interessanti novità. Dall’apertura delle ville liberty nel quartiere Cappuccini all’esperienza digitale che permetterà di immergersi in modo interattivo nella tradizionale Discesa dei Candelieri, Patrimonio UNESCO, prevista come ogni anno il 14 agosto.

Monumenti aperti a Sassari

Sassari, cuore pulsante del Nord-Ovest della Sardegna, è una città dalla storia millenaria dov’è possibile, camminando tra le sue strade, attraversare diverse epoche. Con Monumenti Aperti potrete scoprirla attraverso i suoi luoghi più belli: nel centro storico troverete la maestosa Cattedrale di San Nicola, capolavoro barocco, o Palazzo di Città, dove al suo interno è custodito lo splendido Teatro Civico. Dentro le mura spicca la Fontana del Rosello, capolavoro tardo-rinascimentale di particolare bellezza e simbolo della città, mentre oltre le mura potrete visitare le ville liberty del quartiere Cappuccini.

Come anticipato, quest’anno a Sassari ci sono delle grandi novità. La più interessante riguarda i Candelieri, Patrimonio culturale immateriale UNESCO che, per Monumenti Aperti, diventano digitali. Presso l’Archivio Comunale Enrico Costa e a Palazzo di Città, i visitatori potranno indossare visori XR e interagire con i modelli tridimensionali dei Candelieri.

Anche al Museo Nazionale Archeologico ed Etnografico Sanna c’è una novità perché apre il nuovo Padiglione Marcialis con tre sale dedicate all’età nuragica, fenicio punica e romana e ai ritrovamenti nel santuario di Monte d’Accoddi, l’unica ziqqurat del Mediterraneo.

Gli eventi a Lunamatrona e Sanluri

Spostiamoci nella zona collinare della Marmilla, dove troviamo il centro abitato di Lunamatrona. Qui, domenica 3 maggio, potrete visitare interessanti siti archeologici come la tomba dei giganti Su Cuaddu ‘e Nixias, un raro esempio di tomba di giganti con stele centinata nel centro-sud dell’isola. Questa era probabilmente la tomba collettiva degli abitanti di uno dei due protonuraghi vicini di Trobas o di Pitzu Cummu. Quest’ultimo, anch’esso visitabile, è un complesso nuragico posto su una collina isolata circondata da un ripido pendio. Il nuraghe è costruito con filari di pietra basaltica e venne edificato nell’età del Bronzo.

A Sanluri, invece, potrete visitare il castello, l’unico maniero medievale ancora intatto e abitabile in Sardegna. La data esatta della sua costruzione è nota grazie a un libro-mastro dell’Archivio della Corona d’Aragona, che documenta i lavori svolti dal 10 al 27 luglio 1355 per volontà di Pietro IV. Sono tante anche le chiese visitabili con guida come quelle di San Francesco, San Sebastiano e San Rocco.

Il colosso dorato che domina il Danubio: tutta la bellezza dell’Abbazia di Melk

20 avril 2026 à 16:00

Appena la sagoma gialla ocra emerge all’orizzonte contro il cielo terso, il cuore (di molti) accelera per l’emozione. Siamo a Melk, cittadina della Bassa Austria affacciata sul Danubio dove è impossibile che lo sguardo non salga subito verso l’alto. Su uno sperone roccioso, infatti, si impone una massa monumentale color miele, lunga centinaia di metri e con torri, cortili, cupole e facciate che sembrano nate per impressionare chiunque passi lungo il fiume. È l’Abbazia di Melk, spesso indicata tra i massimi capolavori barocchi d’Europa, che si impone all’ingresso occidentale della Wachau con una presenza che lascia senza parole.

La Wachau, tratto danubiano inserito tra i siti UNESCO, alterna vigneti terrazzati, borghi antichi, frutteti, boschi e anse d’acqua che riflettono il cielo austriaco. In mezzo a questo scenario, il monastero appare come una corona posata sulla roccia. Chi osserva dal basso coglie la forza scenografica del complesso, mentre chi entra scopre un luogo vivo, abitato ininterrottamente da monaci benedettini dal 1089.

Molti grandi monasteri del nostro continente sono rimasti memoria del passato, musei magnifici privi di vita quotidiana. Qui, invece, la tradizione continua con preghiera, studio, scuola, eventi culturali, celebrazioni religiose e accoglienza. Chi arriva pensando a una semplice attrazione turistica cambia idea in fretta, perché Melk è un organismo complesso, un’opera totale fatta di pietra, luce, libri, fede e paesaggio.

Breve storia dell’Abbazia di Melk

La storia di questo posto sorprendente precede il monastero barocco attuale. La rupe di Melk aveva già valore strategico in epoca medievale e divenne residenza dei Babenberg, dinastia che guidò i territori da cui nacque l’Austria storica. In seguito il sito passò ai benedettini, comunità monastica che segue la Regola di San Benedetto, spesso associata al principio ora et labora, al quale qui si affiancò anche lo studio.

Nel 1089 il margravio Leopoldo II affidò il complesso ai monaci. Da allora la comunità religiosa ha attraversato secoli di guerre, crisi politiche, riforme ecclesiastiche e trasformazioni sociali ma restando sempre attiva. Questo dato, spesso citato con orgoglio, spiega perché Melk venga percepita come molto più di un edificio monumentale.

L’aspetto attuale nacque tra inizio ‘700 e 1739, nel pieno dell’età barocca. L’abate Berthold Dietmayr promosse una ricostruzione grandiosa, affidata all’architetto Jakob Prandtauer. Il progetto superò l’idea iniziale di un semplice rinnovamento e diede forma a un insieme coerente, pensato per esprimere prestigio spirituale, cultura e forza istituzionale.

Artisti di primo piano decorarono interni e chiesa tramite affreschi, stucchi, marmi policromi, dorature, illusioni prospettiche e sculture che trasformarono sale e navate in una celebrazione della luce. Per questo Melk viene spesso definita un Gesamtkunstwerk, termine tedesco che indica un’opera d’arte totale, nella quale architettura, pittura, paesaggio e arredo parlano la stessa lingua.

Cosa vedere e cosa fare all’Abbazia di Melk

Come si può intuire da quanto scritto precedentemente, la visita dell’Abbazia di Melk comincia già dall’esterno. Facciata principale, ali laterali e torri introducono dentro un complesso vastissimo, al punto che entrando si percepisce all’istante la dimensione imperiale del monastero, con cortili solenni e prospettive calibrate per stupire.

Lo scalone monumentale rappresenta uno dei primi colpi di scena. Gradini larghi, altezze generose e pareti decorate accompagnano verso gli ambienti di rappresentanza. Tra le stanze interne merita una menzione la Sala dei Marmi, cuore cerimoniale del complesso che, come preannuncia il nome, è ricca di marmi veri e dipinti, stucchi e soffitti affrescati.

Dalle terrazze vicine si apre una vista magnifica sul Danubio e sui tetti di Melk. Poi arriva uno degli angoli più celebri dell’intera Austria: la Biblioteca. Qui migliaia di volumi antichi sono custoditi in scaffalature lignee, globi, dorature e soffitti dipinti che trasmettono l’idea della conoscenza come ricchezza spirituale.

Il culmine emotivo per molti visitatori resta però la chiesa abbaziale. Si presenta con una navata luminosa, un altare maggiore monumentale, una cupola e marmi colorati e oro che danno vita a un insieme di forte intensità visiva. Le decorazioni, affidate a maestri come Rottmayr e Troger, amplificano il senso di slancio verso l’alto.

Tra le possenti mura riposano figure legate alle origini austriache e San Colomanno, antico patrono del paese prima del ‘600. Molto piacevole è pure la parte verde del complesso, spesso trascurata da chi ha fretta. Il parco abbaziale unisce geometrie barocche e gusto paesaggistico successivo di matrice inglese. Viali, prati, terrazze e punti panoramici accompagnano verso il Padiglione del Giardino, elegante edificio chiaro decorato con affreschi esotici.

Durante la bella stagione compaiono persino installazioni artistiche contemporanee, rose in fiore e una luce morbida che rende la visita ancora più intensa. Fermarsi su una panchina, guardare la valle e ascoltare il vento tra gli alberi vale quasi quanto gli interni. Chi ama la musica, infine, dovrebbe informarsi sul calendario annuale che spesso si riempie di concerti e appuntamenti culturali volti a proseguire una tradizione viva che rende Melk molto distante dall’idea di monumento statico.

Dove si trova e come arrivare

L’Abbazia di Melk si trova nella cittadina omonima, in Bassa Austria, circa 85 chilometri a ovest di Vienna. Siamo nel tratto più celebre della Wachau, valle scavata dal Danubio tra Melk e Krems, rinomata per vigneti, albicocchi, villaggi storici e castelli. Dalla Capitale il modo più semplice prevede il treno diretto verso la cittadina, un viaggio che richiede all’incirca un’ora (talvolta poco più secondo la linea scelta). Dalla stazione ferroviaria bastano pochi minuti a piedi per raggiungere il centro e iniziare la salita verso il monastero.

In auto si arriva facilmente tramite l’autostrada A1, che tra l’altro è la soluzione più pratica per chi desidera esplorare l’intera Wachau, fermandosi tra borghi come Dürnstein o Spitz. Molto suggestiva anche la navigazione sul Danubio nei mesi più miti. Vedere Melk apparire dal fiume regala una prospettiva affascinante: il gigante barocco cresce all’orizzonte, finché la rupe intera sembra trasformarsi in architettura.

Melk, Austria
iStock
Veduta panoramica di Melk

Conviene dedicare almeno mezza giornata al complesso, meglio ancora una giornata intera abbinando visita al monastero, parco e centro storico cittadino. Mattino presto o tardo pomeriggio offrono luce splendida e atmosfere più quiete.

Melk lascia senza dubbio addosso una sensazione di grandezza e bellezza, ma ciò che sorprende fino a emozionare è la continuità: quasi mille anni condensati in un luogo che seguita a vivere, studiare, pregare e accogliere. Ed è proprio questa vitalità a renderla unica tra i grandi monumenti d’Europa.

Cosa vedere a Hollókő, il borgo UNESCO senza tempo

18 avril 2026 à 13:30

Immaginiamo un piccolo villaggio dell’Ungheria settentrionale, abitato da appena poche centinaia di persone (circa 470), dove si arriva per entrare in una dimensione che custodisce memorie e tradizioni che non sono mai scomparse.

Il nome stesso, Hollókő che significa “Pietra del Corvo”, è un simbolo che accoglie già all’ingresso del borgo, dove la statua di un corvo nero si staglia su una grande roccia, come a segnare il confine tra il presente e un tempo più antico.

Proprio per la capacità di rimanere fedele a sé stesso senza cedere al cambiamento, Hollókő è stato riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità e basta passeggiare tra le sue stradine per capire il perché.

Cosa vedere a Hollókő

La gente visita il tradizionale villaggio di Hollókő in Ungheria
iStock
Scorcio del tradizionale villaggio di Hollókő

Il villaggio è raccolto e si scopre a piedi, passo dopo passo, poiché le auto restano fuori.

Le case basse, bianche con i tetti scuri, si susseguono lungo le due sole strade principali che si aprono davanti all’unica chiesa: ogni dettaglio racconta la cultura palóc, un gruppo etnico ungherese che ha mantenuto intatte le proprie tradizioni nei secoli.

Costruite in legno e paglia, hanno attraversato una storia difficile, segnata anche da incendi devastanti: l’ultimo, all’inizio del Novecento, portò a una ricostruzione completa del villaggio, conclusa nel 1911. Ed è questa versione che oggi possiamo ammirare, fedele e capace di restituire l’atmosfera di un tempo lontano.

Passeggiando tra le vie incontriamo piccoli musei diffusi. La Casa dei Giochi è spesso la prima tappa, ma non è che l’inizio di un percorso più ampio: la scuola, la Guzsalyas, il laboratorio artigianale, la Casa della Musica. Non mancano un Museo delle arti e dei mestieri, l’antico edificio della posta, e la già citata piccola chiesa cattolica dedicata a San Martino, discreta proprio come il villaggio che la ospita.

Non è raro, soprattutto nei giorni di festa, incontrare gli abitanti vestiti con abiti tradizionali. Quelli femminili, in particolare, sono un’esplosione di colori e dettagli: scialli con lunghe frange, gonne stratificate, tessuti che raccontano un’identità ancora viva.

E poi c’è il castello che si raggiunge percorrendo un breve sentiero che si arrampica sulla collina: edificato nel XIII secolo dopo l’invasione mongola, ospita un museo che ne racconta la storia, ma è soprattutto il panorama a lasciare senza parole: colline verdeggianti, vallate silenziose e piccoli insediamenti che sembrano scomparire nel paesaggio.

Si racconta che un potente signore rapì una giovane donna e la rinchiuse nel suo castello ma la sua tata, una strega, per salvarla strinse un patto con il diavolo. Una notte, i suoi aiutanti (trasformati in corvi) rubarono le pietre del maniero e le portarono in cima alla collina. La fanciulla fu liberata e nacque così il castello di Hollókő: da qui deriverebbe il nome Pietra del Corvo.

Veduta del Castello di Hollókő sulla rupe, Ungheria
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Il maestoso Castello di Hollókő sulla rupe

Dove si trova e come arrivare

Hollókő si trova nel nord dell’Ungheria, in una zona collinare lontana dal caos delle grandi città.

In auto da Budapest, il viaggio dura poco più di un’ora: si percorre l’autostrada M3 fino a Hatvan, per poi proseguire verso Pásztó e infine seguire la strada che conduce al borgo. All’ingresso del centro storico è presente un parcheggio, da cui si prosegue a piedi.

Se preferite i mezzi pubblici potete optare per l’autobus, con partenza dalla stazione Stadion autóbusz-pályaudvar di Budapest. Le corse non sono molto frequenti e il viaggio dura circa un paio d’ore. In alternativa, potete combinare treno e autobus: da Budapest-Keleti si raggiungono Hatvan o Pásztó in circa un’ora, per poi proseguire con un bus locale fino a Hollókő.

Viaggio nell’Alto Cilento, alla scoperta dei borghi e dei luoghi più belli

8 avril 2026 à 15:25

C’è un luogo in Italia che è un po’ terra e un po’ mare. Un luogo fatto di campi agricoli di vigneti e uliveti che arrivano fino al mare e di borghi, ma anche di spiagge, palazzi storici e siti archeologici. Un’Italia in miniatura, insomma, che gli stranieri non hanno ancora scoperto. Una zona nota, ma non troppo. Che ha ancora tanto da svelare. Stiamo parlando dell’Alto Cilento, un territorio che raccoglie 12 Comuni, uno completamente diverso dall’altro. Agropoli, Albanella, Capaccio Paestum, Cicerale, Giungano, Laureana Cilento, Lustra, Ogliastro Cilento, Perdifumo, Prignano Cilento, Rutino, Torchiara, sono un incanto e sono tutti da scoprire.

Fanno parte di un territorio unico per le valenze che lo contraddistinguono, sintesi irripetibile di patrimonio storico-culturale, paesaggistico ed enogastronomico italiano, con ben tre presìdi riconosciuti dall’UNESCO Patrimonio mondiale dell’umanità: il Parco Archeologico di Paestum-Velia, il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni e la Dieta mediterranea, Bene immateriale dell’umanità.

Il racconto dell’antica terra dell’Alto Cilento passa attraverso le testimonianze della storia che convivono con una natura generosa e con le comunità locali semplici ed autentiche.

Cosa vedere nell’Alto Cilento

Gli imponenti templi di Paestum e l’affascinante Castello Angioino-Aragonese di Agropoli a picco sul mare aprono le porte per proseguire verso i borghi più interni, immersi in una natura incontaminata, con i loro centri storici di impianto medievale, dal Palazzo Baronale De Conciliis di Torchiara al Castello Vichiano di Vatolla-Perdifumo, dimora di Giambattista Vico. E ancora, il grandioso Castello di Rocca Cilento che si erge sui Comuni dell’Unione regalando allo sguardo un indimenticabile panorama.

Chiese e conventi, palazzi gentilizi, manufatti monumentali che documentano la storia millenaria di accoglienza e di radici di questa terra ancora poco esplorata. Il Mediterraneo fa da trait-d’union tra tutti questi Comuni, depositario e conduttore dei valori che ancora oggi è possibile ritrovare nelle tradizioni, nei dialetti e nella cucina della gente. Come la Dieta mediterranea, Bene immateriale dell’Umanità, di cui il Cilento è terra emblematica di uno stile di vita che rende speciale vivere nei borghi, di terra e di mare.

Agropoli: porta d’accesso del Cilento

Con il suo castello e il borgo marinaro, Agropoli è la perla dell’Alto Cilento. Nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, la bellissima cittadina di Agropoli evoca bellezza. Il nome significa “città alta” e, non a caso, è proprio così che si mostra questo affascinante borgo del Cilento, con il suo centro antico posto su una zona montuosa, che a sua volta sembra tuffarsi nel limpido mare del Golfo di Salerno. Agropoli è una meta molto amata per il turismo balneare, ma in realtà è così bella e ricca di storia che vale la pena visitarla durante tutto l’anno. Anzi, forse in bassa stagione è ancora meglio, perché è più facile comprendere la sua anima colorata e capirne l’autenticità. Tra le attrazioni da non perdere c’è senza ombra di dubbio il Castello di Agropoli che svetta nei cieli dal punto più alto della città. Dalla pianta triangolare e con tre torri circolari, tra le sue mura protegge diversi edifici e una piazza che oggi si trasforma nella sede di interessanti esibizioni teatrali.

Paestum e Capaccio

Nota per i templi greci e per l’area archeologica, gioielli dell’antichità che raccontano la storia millenaria della Magna Grecia nel cuore del Cilento, Paestum è una delle più monumentali porte d’ingresso del Sud d’Italia, dove storia e paesaggio si fondono in un equilibrio che incanta da secoli. Ci troviamo davanti a un luogo che custodisce tre grandi civiltà: quella greca, che la fondò con il nome di Poseidonia, quella lucana, che la conquistò, e, infine, quella romana. Passeggiare tra le sue rovine significa ammirare i secoli come fossero stanze di uno stesso palazzo, cogliendo la potenza sacra e terrena di un mondo perduto. Tre sono i templi che ancora oggi sfidano il tempo con la loro imponenza: il più antico è il tempio di Hera, una costruzione che risale al 560 a.C., uno dei primi esempi di architettura dorica in pietra; il tempio di Atena, unico tra i tre a svelare con certezza il nome della divinità a cui era consacrato. Ma è il tempio di Nettuno a lasciare davvero senza fiato: immenso, maestoso, ancora intatto, venne eretto verso la metà del V secolo a.C. ed è considerato uno degli esempi meglio conservati di tempio dorico in assoluto.

Particolare del Tempio di Hera a Paestum
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Il magnifico Tempio di Hera a Paestum

I borghi dell’entroterra

Laureana Cilento, Lustra, Perdifumo, Rutino, Torchiara, Cicerale sono solo alcuni dei borghi che fanno parte di questo meraviglioso territorio, ciascuno con una propria storia e una propria autenticità. Quest’ultimo, per esempio, è noto come “il borgo dei ceci” in quanto ospita un rinomato presidio Slow Food, il Cece di Cicerale. Torchiara è un incantevole borgo medievale nel Parco Nazionale del Cilento, ed è famoso per la vista panoramica sul golfo di Agropoli e per le dimore storiche di pietra. Laureana Cilento, Lustra, Perdifumo e Rutino sono tutti piccoli borghi che contano all’incirca un migliaio di abitanti – chi più, chi meno – sviluppati sulle colline del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni ma a pochi chilometri dalla costa, dove non manca mai una torre medievale, un palazzo storico o un prodotto tipico.

Perdifumo
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Il borgo di Perdifumo

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