Alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 ha aperto la sezione Orizzonti il film Mother della regista macedone Teona Strugar Mitevska, un ritratto inedito e moderno di Madre Teresa di Calcutta, interpretata da una magnetica Noomi Rapace. Le riprese sono state fatte in gran parte proprio in India dove “alcuni posti non sono mai cambiati” come ha sottolineato l’attrice.
Agosto 1948, Calcutta, India. Teresa, madre superiora delle Suore di Loreto, attende con il cuore in tumulto la lettera che le aprirà la strada per lasciare il convento e fondare un nuovo ordine, rispondendo a un profondo richiamo divino. Ma proprio quando tutto sembra pronto, si trova davanti a una scelta che mette alla prova la sua fede e i suoi sogni, segnando un momento decisivo che cambierà per sempre il corso della sua vita.
Abbiamo avuto l’occasione di incontrare l’attrice Noomi Rapace insieme alla regista, per una conversazione sincera e interessante sul processo creativo, le sfide della lavorazione e il significato profondo del film che non è un classico biopic e si concentra su una settimana della vita di Madre Teresa, quando aveva appena 37 anni. “Il film ripercorre sette giorni della sua vita, presento questa Madre quasi come l’amministratrice delegata di una multinazionale, instancabile e ambiziosa”, ha detto la regista.
Ufficio stampa Biennale VeneziaNoomi Rapace in Mother
La Madre Teresa di questo film appare molto dura, lontano dall’immagine che abbiamo di lei nel mondo da tanto tempo?
Noomi Rapace: Quando ho iniziato a fare ricerca per interpretare questo ruolo ho scoperto il suo dubbio profondo e il suo dolore interiore. Mi sono resa conto di quanto stesse soffocando e soffrendo lei stessa in quei giorni. Lei una volta ha detto: ‘Se mai diventerò una santa, sarò una santa dell’oscurità’.
Questo è stato abbastanza scioccante per me, ho letto molte delle sue lettere e credo che la sua forza era per lottare, uscire da qualcosa e fare qualcosa che non era mai stato fatto prima. Si sentiva spesso sola e ha portato da sola il peso di questa battaglia, ma penso che fosse molto dura con se stessa. Quello che vedete nel film non è la verità, ma una nostra versione della verità.
Ho letto che sono circa 25 anni che voleva fare questo film, da dove è nata l’idea e come mai lo voleva fare così tanto?
Mitevska: Il film è basato su un documentario e delle interviste che ho fatto a Madre Teresa di Calcutta 15 anni fa. Penso che il messaggio che volevo sottolineare della sua storia e della sua persona è che dobbiamo essere soldati della fede e del bene, anche sacrificando molte cose, per funzionare meglio e aiutare meglio e di più.
Se uno analizza quello che lei è riuscita a fare – tenendo conto che parliamo di 90-100 anni fa – ha ottenuto il diritto di creare la propria congregazione e il suo ordine ancora oggi è gigante.
iStockVista dall’alto della Nakhoda Masjid, Calcutta
Quanto è importante aver raccontato questa storia con uno sguardo femminile con una regista donna al timone?
Mitevska: Penso che anche un regista uomo avrebbe potuto farlo, per esempio Aleksandr Sokurov. Quando analizzi il suo Moloch ok è un film su Hitler, ma è anche un film su Eva Brown ed è abbastanza femminista nel modo in cui presenta il personaggio. Ne parla in un tempo condensato, mostrando davvero il personaggio dietro il mito.
Tuttavia questo film è importante per le donne perché abbiamo bisogno di più spazio. Naturalmente ci sono tante storie fatte da donne, ma c’è un modo maschile, uno sguardo maschile e uno sguardo femminile per raccontarle. Questo film è molto femminile, forse il più femminile della mia filmografia perché ho il coraggio finalmente di essere libera e fare ciò che voglio nel modo in cui voglio farlo. Quindi se qualcosa è strano o troppo femminile qui non significa che sia sbagliato, ma solo che non lo abbiamo mai visto prima ed è arrivato il momento di dare più spazio a un modo femminile di raccontare storie.
Quali nuove sfide hai affrontato per Mother, rispetto ai tuoi ruoli precedenti?
Noomi Rapace: Ogni volta che entro in un personaggio che è conosciuto, che sia un personaggio di fantasia con cui le persone hanno un legame, come poteva essere il mio personaggio della serie Millenium che conoscevano in tutto il mondo, o di qualcuno che è vissuto davvero che è una grande icona o una santa come Madre Teresa, c’è sempre un punto di rottura in cui è come se dovessi renderlo mio in qualche modo.
Ed è spaventoso perché ti addentri in qualcosa su cui le persone hanno molte opinioni, quindi puoi fare tante ricerche, puoi indagare e scavare sempre più a fondo, ma a un certo punto devi lasciar andare tutto e creare una specie di tunnel per te stesso dove proteggerti e permettere al personaggio di uscire.
Di solito ho questa sensazione quando lavoro, che sono in macchina e, mentre nella vita normale io guido e ho la situazione sotto controllo, quando recito il personaggio inizia a guidare e io sono seduta accanto, e penso: ‘Ok sei tu al comando ora e io sono accanto a te, spero di essere al sicuro e che non ci schianteremo’.
Ufficio stampa Biennale VeneziaIl film su Madre Teresa di Calcutta
E come è andata con Madre Teresa?
Noomi Rapace: Questo film racconta un piccolo capitolo della sua vita, quando aveva 37 anni e avevo paura che non sarebbe stata lei l’autista a prendere il controllo. Ma un giorno in cui ero davvero giù intorno alla seconda settimana di riprese, sono arrivata al monastero e mi sentivo male, non mi guardavo da giorni allo specchio ed ero insicura, una sensazione molto strana.
La truccatrice mi ha chiesto come stavo e le ho detto “bene”. Sono una maniaca del controllo e faccio fatica a lasciarmi andare, ma in quel momento all’improvviso mi sono accorta che qualcosa è scattato e ho iniziato ad andare avanti, come se qualcosa avesse fatto irruzione e preso il comando.
Il film è ambientato nel 1948, ma non è un film storico che si preoccupa di mostrare la Calcutta di quell’epoca. È un ritratto intimo attraverso gli occhi di Madre Teresa.
Mitevska: Teresa è estremamente moderna nella sua idea di creare un esercito di donne dedicate a servire gli altri. Mi piace la sua ambizione e non volevo fare un film storico. La sua lotta contro la povertà è ancora rilevante oggi come sempre. Niente è cambiato molto oggi, quando vai a Calcutta, o anche altrove.
Fin dall’inizio, la gente mi ha chiesto se è un film biografico, e ho detto di no. Abbiamo concepito il film come un flusso di coscienza; siamo dentro la testa di Teresa, vediamo il mondo attraverso i suoi occhi. Quindi, un colpo di Calcutta, come dici tu, ci farebbe uscire da quello. Lei non ne ha bisogno!
iStockLe vie di Calcutta
Quanto è stato importante girare a Calcutta, in quei posti per te? Ti ha aiutato a costruire meglio il personaggio?
Noomi Rapace: Quando abbiamo girato a Calcutta, in India, in quei posti che negli anni non sono mai cambiati, ci ha molto disturbati vedere quella realtà e mi sono sentita più vicina a lei. Ho capito anche quello che intendeva quando parlava di voler aiutare e lavorare nei posti più oscuri del mondo. Lei ha iniziato il suo movimento in strada, dormiva per strada e viveva per strada, nei bassifondi, in mezzo ai senzatetto.
Stiamo vivendo tempi orribili di guerra e dolore oggi e avremo davvero bisogno di questo tipo di approccio, questo senso di urgenza che la Chiesa potrebbe avere anche oggi. Ho letto che nel 1982 Madre Teresa andò a Beirut dove c’era un ospedale con dei bambini intrappolati e parlò con entrambe le parti convincendoli a cessare il fuoco. Ha salvato 37 bambini disabili portandoli via da quella zona e mi sono chiesta cosa farebbe oggi se fosse ancora con noi. Lei sicuramente sarebbe in Palestina ora.
In un film come questo le location sono anche un’ispirazione?
La missione di Madre Teresa era andare in quei posti dove nessuno voleva andare, guardare e toccare le persone da vicino. Noi abbiamo girato in quei luoghi, con gente realmente malata di lebbra e, come essere umano, quando vedi queste cose il tuo primo impulso è di volerti proteggere.
Ho combattuto con me stessa pensando di dover interagire con loro, guardarli, avevo bisogno di sentirmi loro pari. Siamo tutti esseri umani, ma noi viviamo in un mondo occidentale in cui siamo protetti, stiamo seduti nelle nostre belle case e siamo lontano dalla disperazione. Il mondo è pazzo e saper trattare ogni essere umano in modo uguale è una qualità molto importante.
Girando in quei luoghi abbiamo notato che c’era così tanta gratitudine e tanta umanità in quella interazione. Io stessa avevo delle idee preconcette su Madre Teresa ma facendo questo film sono cadute, è come se avessi riscoperto la donna oltre l’icona.
In un angolo incantato dell’India meridionale, tra le pieghe millenarie della spiritualità dravidica e le ombre dense della tradizione, sorge il Tempio di Vaithiswarankoil, una delle mete più affascinanti e cariche di mistero del Tamil Nadu. Dedicato a Shiva nella sua forma di Vaidyanathar (il “Dio guaritore”) oltre a essere un monumento religioso, è anche un crocevia tra mondi: tra fede e medicina, tra destino e libero arbitrio, tra storia e leggenda.
Infatti, il fascino di Vaithiswarankoil non risiede soltanto nell’architettura imponente o nella devozione che ogni giorno lo anima, ma nella possibilità di una guarigione profonda del corpo e dell’anima stessa: qui ogni rituale è un’eco di gesti ripetuti da secoli, e ogni passo verso la vasca sacra, dove i devoti si immergono in cerca di benedizioni, è un atto di fede che sfida la logica del mondo moderno.
L’eco degli antichi saggi: le Foglie del Destino e la saggezza dei Naadi
Tra le mura del tempio, dove l’incenso avvolge l’aria e i mantra si confondono con il fruscio del vento, si nasconde un segreto millenario: le pratiche astrologiche Naadi, un’antichissima forma di conoscenza che affonda le radici nella leggenda dei Sapta Rishi, i Sette Saggi dell’antichità (Agasthya, Bhrigu, Bohar, Kausika, Valmiki, Vasishtha e Vyasa) che si dice abbiano ricevuto la capacità divina di leggere le vite degli uomini, e di inciderle su foglie di palma affinché nulla andasse perduto.
Le “Foglie del Destino”, scritte in origine in sanscrito e poi tradotte in lingua tamil più di mille anni fa sotto il regno di Tanjore, sono oggi conservate nella biblioteca del tempio e custodite come reliquie viventi: ognuna di esse racchiude un destino, e chi giunge a Vaithiswarankoil con l’intento sincero di conoscere il proprio cammino, può accedere a un viaggio che non ha paragoni.
Un’esperienza spirituale fuori dal tempo: il rituale della lettura Naadi
La lettura Naadi è un rituale che non si improvvisa. Prima ancora che cominci, un senso di attesa riempie l’aria. Il consultante viene accolto in un’atmosfera di silenzio e rispetto, e il primo passo è l’identificazione dell’impronta del pollice (la destra per gli uomini, la sinistra per le donne) che viene analizzata e confrontata con le 108 categorie tradizionali.
Da quel momento in poi, inizia un processo lungo e affascinante: il lettore, un custode della tradizione secolare, inizia a scandagliare i testi ponendo domande in forma di cantilena, a cui si risponde con un semplice “sì” o “no”. Lentamente, una foglia si rivela ed è quella giusta. Da lì, comincia una narrazione dettagliata e intima dell’esistenza del consultante, suddivisa in capitoli (i Kandams) che parlano di famiglia, salute, lavoro, successi e ostacoli: il destino si svela come una guida che invita alla comprensione profonda di sé.
Una visita tra luce e ombra: cosa aspettarsi a Vaithiswarankoil
Vaithiswarankoil è un luogo che lascia un’impronta indelebile nel cuore di chi lo visita. Le sculture, molte delle quali risalenti al periodo Chola, raccontano storie tra le pietre scolpite, mentre le cerimonie che si susseguono nel corso della giornata mantengono viva una tradizione ininterrotta da secoli.
Tuttavia, non è tutto rose e fiori: il tempio può diventare davvero affollato, soprattutto durante i giorni festivi, e alcuni segnalano la presenza di mediatori poco trasparenti nei pressi dell’ingresso, pronti ad approfittare della buona fede dei pellegrini. Ma chi arriva con spirito vigile e cuore aperto, sa come distinguere il sacro dal superfluo.
Il Tempio di Vaithiswarankoil è un’esperienza da vivere, una soglia tra il visibile e l’invisibile, un ponte tra passato e futuro, un invito a credere, o a riscoprire, che esista qualcosa di più grande, all’opera in silenzio nella trama della vita.
In occasione della 55ª edizione del Giffoni Film Festival, Jenny De Nucci ha presentato un progetto personale e intenso: Ti Respiro, il nuovo cortometraggio diretto dal duo JAB (Giuliano Giacomelli e Lorenzo Giovenga), presentato in anteprima come evento speciale. Protagonista assoluta, De Nucci interpreta Mila, un’attrice e influencer alle prese con un lutto devastante e una misteriosa serie di messaggi anonimi nascosti nelle scatole della pizza. Un thriller psicologico che indaga il dolore, l’isolamento e la linea sottile tra realtà e paranoia, girato in una sola location e ispirato a un’esperienza realmente vissuta dall’attrice.
Reduce dal recente successo della commedia Pensati sexy di Michela Andreozzi e del thriller Phobia di Antonio Abbate, Jenny De Nucci conferma il suo percorso artistico tra cinema e serie tv, che l’ha già vista protagonista in diversi titoli di successo come Odio il Natale e Don Matteo. Anche se il suo esordio è legato alla prima edizione del programma Il Collegio a cui ha partecipato nel 2017. In questa intervista realizzata proprio a Giffoni, ci ha raccontato il lato più personale del suo viaggio creativo: dal desiderio di andare in India con sua madre alla scelta di mostrarsi sui social senza filtri, passando per l’amore per il cibo orientale, i viaggi in solitaria e le ispirazioni che nascono da ogni luogo visitato.
Ufficio stampaJenny De Nucci
“Ti Respiro” si svolge interamente in una sola location. Quali sfide e opportunità ha comportato questa scelta narrativa?
Una sfida è stato il coordinatore del condominio che non ci voleva far girare. Lo abbiamo dovuto implorare per poter girare e ci ha detto che potevamo farlo. Un’altra sfida il fatto che avessi due gatti in casa e ho dovuto mettergli il tira graffi nel bagno. Poi non mi è mai capitato di legare il luogo nel quale vivo con quello in cui sto lavorando. Andavo a dormire con tutte le attrezzature a casa e pensavo ‘oddio un po’ ansiogena come cosa’. Dico sempre che questo cortometraggio mi ha fatto perdere 25 anni. Però è stata un’esperienza incredibile e la farei altre mille volte.
Ho letto che vorresti andare in India ma ancora non lo hai fatto, e pensi che ti cambierà la vitacome esperienza. Perchè? Cosa ti immagini di provare?
Vorrei tanto andare in India perché mia mamma ci va ogni anno da quasi 15 anni. L’ho sempre vissuta tramite i suoi racconti. Mamma fa la terapista olistica e la maestra di yoga. Andarci mi farebbe avvicinare ancora di più a lei, vorrei farmi guidare da lei in una terra che conosce alla perfezione.
Tre cose che non mancano mai nella tua valigia?
Non manca mai la settimana enigmistica, un paio di Birkenstock e il mio taccuino.
Il viaggio sempre in compagnia o anche da sola?
Ho viaggiato per la prima volta da sola quest’anno, per la prima di un mio film a NYC. Potevo scegliere di partire con qualcuno ma alla fine ho fatto le valigie e sono andata. Ha influito tantissimo il fatto che conoscessi già abbastanza bene la città, ho avuto la fortuna di andarci molte volte. È stato decisivo per sbloccarmi per i miei prossimi viaggi in solitaria. Prima di febbraio per me i viaggi esistevano solo per viverli in compagnia.
Sui social ho visto che ti piace condividere momenti dei vari viaggi quasi come scatti rubati e realistici, non foto patinate “da influencer”. Come mai questa scelta?
Penso che sia perché il nostro lavoro non ci definisce come persone. Spesso mi sono sentita a disagio perché quando in alcune conversazioni veniva fuori che lavorassi anche sui social le persone mi guardavano in modo diverso. Io faccio parte di un gruppo di persone che lavorano online che non stanno così tanto dietro all’estetica del profilo social. Sul mio profilo mi vedi truccata per un evento e struccata con i brufoli perché quella è la realtà. Paradossalmente ho amiche con 2000 follower che hanno un profilo molto più curato del mio. Non mi faccio vedere patinata perché non credo di esserlo; mentirei a me stessa.
Non manca mai una foto di un cibo. Nei viaggi ti piace sperimentare le specialità locali o resti nella comfort zone?
Io sono una grandissima amante del cibo e delle culture straniere, ma soprattutto del cibo orientale. Il mio sogno culinario è girare Giappone, Cina e Corea. Quando vado a Nyc, dove non c’è proprio una cultura in ambito culinario, posso tranquillamente mangiare orientale per una settimana.
Ufficio stampaTi Respiro presentato al Giffoni 2025
In quale città o Paese ti sei sentita più “ospite” e per quale motivo? E dove invece ti sei sentita come una persona del posto pur essendo la prima volta?
Mi sono quasi sempre sentita a mio agio in tutti i paesi che ho visitato, forse mi sono sentita più ospite quando sono andata in Marocco (che mi è piaciuto tantissimo) per una questione di grande differenza culturale, avevo sempre paura di sbagliare qualcosa soprattutto a livello di indumenti. Non vorrei mai passare come la turista arrogante. Un posto dove mi sono sentita subito a casa è sempre NYC.
Preferisci i viaggi lenti, alla scoperta dei luoghi, o quelli più dinamici e avventurosi?
Mi piacciono sia i viaggi che le vacanze, forse quello che c’è in mezzo è l’ideale.
Qual è stato il viaggio più improvvisato che hai fatto finora e come è andata?
Un viaggio improvvisato dal nulla che mi è piaciuto parecchio è stato quello a Lisbona con la mia amica Blu. Vivevamo nello stesso palazzo, spesso veniva a bersi una cosa da me. Bevendo questa camomilla scegliamo di partire due giorni dopo. Ci siamo divertite tanto.
Se a Ostia qualcuno sceglie di rilassarsi al cancello n. 7, in India c’è una spiaggia identificata con lo stesso numero, ma con un significato decisamente più affascinante. La “spiaggia n. 7”, un nome che deriva da un antico sistema inglese per classificare i litorali in base al commercio del legname – è Radhanagar Beach, anch’essa a ingresso gratuito ma un vero paradiso terrestre.
Secondo la celebre rivista statunitense TIME, è una delle spiagge più belle del mondo, un luogo da non perdere assolutamente per chi ama il mare e la natura incontaminata. A un passo dalle coste più note, Radhanagar Beach, sull’isola di Havelock (Swaraj Dweep), regala emozioni autentiche grazie a una cornice di sabbia bianca finissima, acque turchesi e un’atmosfera quasi irreale di pace e silenzio. Immersa in una vegetazione rigogliosa, è un luogo dove sembra che il tempo si sia fermato, perfetto per chi cerca un rifugio naturale e rigenerante.
Le caratteristiche di Radhanagar Beach
Radhanagar Beach, situata sull’isola di Havelock, nell’arcipelago delle Andamane e Nicobare, è una delle spiagge più belle dell’Asia e del mondo. Tra tutte le spiagge che potete visitare durante un soggiorno nelle Andamane, in India, Radhanagar Beach è senza dubbio la più affascinante. Circondata da palme da cocco e incastonata tra tratti di giungla tropicale, regala un senso di immersione totale nella natura.
Nel 2021 ha ricevuto un importante riconoscimento internazionale: la Bandiera Blu, assegnata dalla Foundation for Environmental Education con sede in Danimarca. Questo prestigioso simbolo di qualità premia le spiagge che rispettano rigorosi criteri ambientali e gestionali, tra cui: monitoraggio costante della qualità dell’acqua, educazione e consapevolezza ambientale, presenza di bagnini e misure di sicurezza e promozione di un turismo sostenibile e responsabile.
iStockRadhanagar Beach in India
Appena si arriva sul posto, lo spettacolo è immediato: una distesa di sabbia bianca e morbida si apre davanti agli occhi, lambita da un mare color smeraldo che brilla sotto il sole. Il paesaggio, ampio e incontaminato, trasmette un senso profondo di pace e rinascita. Il cielo terso si fonde con l’orizzonte in una tavolozza di azzurri, mentre le acque calme e tiepide invitano a immergersi e lasciarsi cullare dal ritmo lento dell’isola. A prima vista, quando si raggiunge il sentiero che porta alla spiaggia, si intravedono solo alberi altissimi e una lieve traccia del mare in lontananza. Ma basta fare qualche passo in più per trovarsi davanti a una spiaggia bianca che sembra ricoperta di polvere di diamanti.
Il mare, calmo e trasparente, sfuma in un blu intenso e offre un habitat perfetto per pesci tropicali, tartarughe marine e, talvolta, persino delfini. Non sorprende quindi che Radhanagar sia una meta molto apprezzata anche dagli amanti delle immersioni e dello snorkeling: le barriere coralline nei dintorni sono tra le più belle dell’intero arcipelago. Tuttavia non sono consentiti sport acquatici per preservare la bellezza naturale di questa spiaggia. Meglio nuotare o prendere il sole.
Le meraviglie che si incontrano lungo il tragitto sono solo un assaggio dello spettacolo che Radhanagar Beach riserva ai suoi visitatori. Questo angolo di paradiso è un rifugio prezioso per le tartarughe marine, che qui scelgono di deporre le loro uova in tutta tranquillità. Ma non è tutto: a rendere ancora più speciale questa spiaggia c’è Rajan, il vecchio elefante che dal lontano ’70 si gode la sua pensione immergendosi indisturbato nelle acque cristalline. Un tempo instancabile trasportatore di legname, Rajan oggi si rilassa tra le onde, diventando quasi per caso un simbolo vivente dell’isola e una curiosa, amatissima attrazione per i turisti.
Quando vivere la magia di Radhanagar Beach
Uno dei momenti più magici da vivere a Radhanagar è senza dubbio il tramonto: il cielo si accende di sfumature rosa e arancio, e il sole cala lentamente sul mare, lasciando dietro di sé un senso profondo di pace. In quel momento, tutto sembra sospeso, e le preoccupazioni svaniscono. Lungo la spiaggia si trovano resort immersi nella natura, perfetti per soggiorni romantici o rilassanti. Dotati di tutti i comfort, offrono un’esperienza intima e rigenerante, a pochi passi dal mare.
Il periodo ideale per esplorare questo angolo di paradiso va da ottobre a maggio, quando il clima è secco, soleggiato e perfetto per attività balneari. Durante la stagione dei monsoni (da giugno a settembre), invece, le forti piogge possono limitare le escursioni e la balneazione. Considerata una delle spiagge più romantiche delle Isole Andamane, Radhanagar è spesso scelta da coppie in luna di miele, ma è amata anche da famiglie in vacanza e da chi cerca natura e tranquillità.
iStockRadhanagar Beach circondata dalla vegetazione
Come raggiungerla
Raggiungere Radhanagar Beach, incastonata lungo la costa nordoccidentale dell’isola, è un’avventura semplice e piacevole se sei già sull’isola di Havelock. Anche se protetta da una fitta e antica foresta di mahua, con alberi che svettano fino a 30 metri d’altezza, il percorso è tutt’altro che impegnativo. Basta salire a bordo dei vivaci tuk tuk — quei piccoli veicoli simili alle Ape italiane — e i circa 10 chilometri che separano la spiaggia dal molo dei traghetti e delle piroghe si trasformano in un’occasione perfetta per immergersi negli spettacolari paesaggi di Havelock. Se invece si arriva da fuori bisogna partire da Port Blair, capoluogo delle Andamane e da lì, si può prendere un catamarano Makruzz o, per un’esperienza più scenografica, un idrovolante che collega direttamente Havelock Island. Una volta sull’isola, la spiaggia si raggiunge facilmente con taxi o scooter a noleggio.
Milano torna protagonista sulla scena internazionale degli sport urbani con la ‘Hero Battle Cup 2025‘, uno degli appuntamenti più attesi del pattinaggioinline freestyle. Dopo il successo dello scorso anno, la città ospiterà, per la seconda volta consecutiva, la tappa italiana della Coppa del Mondo, giunta alla 17ª edizione.
Riconosciuta dalla Federazione Olimpica InternazionaleWorld Skate e sostenuta da Skate Italia – Federazione italiana sport rotellistici, la manifestazione è classificata come evento 3 stelle, il massimo livello nel ranking mondiale, e richiama i migliori talenti della scena internazionale. Per 20 giorni, Milano si trasformerà quindi in un palcoscenico a cielo aperto dove si incontrano sport,cultura urbana e innovazione.
Hero Battle Cup 2025, a Milano il pattinaggio inline freestyle
Il programma della manifestazione è stato illustrato a Palazzo Lombardia da Federica Picchi, sottosegretario alla Presidenza della Regione con delega a Sport e Giovani. Presenti, tra gli altri, anche Martina Riva, assessore allo Sport del Comune di Milano e Alessandro Cola, presidente Asd Conero Roller e organizzatore dell’evento.
Sport delle nuove generazioni
“Eventi come la ‘Hero Battle Cup’ – ha spiegato Federica Picchi – rappresentano lo sport delle nuove generazioni: dinamico e profondamente connesso con la valorizzazione del linguaggio urbano e giovanile. Regione Lombardia sostiene le manifestazioni che sanno unire spettacolo e partecipazione, promuovendo socialità, talento e innovazione. Milano, anche attraverso appuntamenti come questo, si conferma capitale sportiva capace di parlare al futuro”.
A fare da sfondo all’edizione 2025 sarà piazza Duca d’Aosta, quella della Stazione Centrale, uno degli spazi urbani più emblematici e sfidanti di Milano.
Non solo sport, spazio di incontro, vita e condivisione
“Milano accoglie per il secondo anno la Hero Battle Cup – ha sottolineato Martina Riva – e lo fa in uno dei luoghi più iconici e complessi della città: piazza Duca d’Aosta. Portare qui atlete e atleti da tutto il mondo non è solo sport è una scelta precisa. Vuol dire trasformare una piazza di passaggio in uno spazio di incontro, vita e condivisione, aprendo nuove prospettive su come possiamo vivere lo spazio pubblico”.
La ‘Hero Battle Cup 2025’ sarà anche un perfetto trampolino di lancio verso Milano Cortina 2026, poiché molte delle discipline a rotelle condividono origini e tecniche con quelle su ghiaccio che vedremo ai prossimi Giochi Olimpici.
Milano capitale dello sport e dell’innovazione
“Quest’anno – ha aggiunto Alessandro Cola – portiamo a Milano il meglio del pattinaggio mondiale e italiano: 5 campioni del mondo, 11 leader del ranking internazionale. Saranno 20 giorni di sport, spettacolo e passione, con eventi trasmessi per la prima volta in diretta sulle principali TV nazionali. Milano conferma il suo ruolo di capitale dello sport e dell’innovazione, pronta ad accogliere migliaia di giovani e appassionati in un grande evento internazionale che unisce energia, cultura e socialità”.
Competizione con oltre 800 atleti di 25 Nazioni
Durante la competizione si sfideranno oltre 800 atleti provenienti da 25 Nazioni tra cui Cina, India, Corea, Spagna, Francia, Polonia, Taiwan, Iran, Cile e Ucraina, in tutte le specialità dell’inlinefreestyle: dal classic, al battle, allo speed slalom, fino alla slide e al jump, un mix adrenalinico di tecnica, musica e spettacolarità. A rendere l’esperienza ancora più immersiva, un villaggio interamente dedicato agli sport urban, con strutture d’avanguardia, aree interattive, workshop e iniziative legate a sostenibilità, design e innovazione urbana.
Le date
La ‘Hero Battle Cup 2025′ prevede, in piazza Duca d’ Aosta a Milano, dal 3 al 7 luglio le qualificazioni; dal 9 al 12 luglio le finali internazionali e, dal 13 al 23 luglio i Campionati ‘Skate Italia‘.
L’India è una di quelle mete che sa stupire con i suoi contrasti e la forte spiritualità; una volta visitata Nuova Delhi o Mumbai, molti scelgono di scoprire alcuni luoghi imperdibili come le grotte di Ellora, un posto in cui la pietra diventa voce e la poesia risulta scolpita nel basalto raccontando ben 3 culture diverse: buddhista, induista e jainista.
Le Grotte di Ellora, dove si fonde l’arte buddhista, induista e jainista
Nello stato indiano del Maharashtra, le grotte di Ellora sono tra i siti archeologici più prestigiosi. La loro caratteristica? Rappresentano un coro di fedi mostrando come l’incontro tra culture diverse che si abbracciano sia assolutamente possibile. La scogliera dell’India, non lontana dalla catena dei Ghati occidentali, si apre come un libro e racconta storie di arte e spiritualità realizzate tra il VI e l’XI secolo. Sono 34 le grotte di Ellora, ognuna delle quali rappresenta un microcosmo. Ogni gruppo ha scolpito nella pietra le sue visioni, le sue divinità, le sue leggende.
Nella zona sud si trovano le grotte buddhiste con tanto di celle per la meditazione, saloni austeri e la rappresentazione di Buddha sereni e bodhisattva compassionevoli. Tra i luoghi da non perdere la grotta Visvakarma dove troneggia un grande Buddah seduto o la Tin Tal, la più elaborata che si innalza su tre livelli con 7 Buddah in meditazione.
Al centro del complesso si sviluppano invece le grotte induiste con un culmine nella numero 16 che coincide con il tempio di Kailasa. La montagna scavata crea il più grande monumento rupestre del mondo, una meraviglia impossibile da immaginare se non la si vede: colonne, cortili, statue, torri, tutto scolpito dall’alto verso il basso, come se gli scultori avessero liberato un sogno nascosto nella pietra.
Nell’area a nord si distinguono invece le grotte Jainiste: piccoli gioielli da scoprire. La Indra Sabha accoglie con i suoi tirthankara scolpiti con grazia, in sale che sembrano sospese tra terra e cielo. Sono templi del dettaglio, dove ogni colonna è una preghiera, ogni rilievo una meditazione.
iStockIl complesso delle Grotte di Ellora in India
Dove si trovano le grotte di Ellora e come raggiungerle
Le grotte di Ellora sono un sito archeologico che svela l’anima poliedrica e spirituale del popolo indiano. Sorgono nella zona del Maharashtra e dista 340 km da Mumbai. Per raggiungerla consigliamo di arrivare ad Aurangabad con collegamenti aerei o in treno, per poi dirigersi verso il sito archeologico con un’auto a noleggio, bus locali, taxi oppure con tour organizzati.
Chi le visita spesso, in combo, raggiunge anche le grotte di Ajanta diventate famose per le pitture murali buddhiste perfettamente conservate. Distano circa 100 km dalle altre ma vale la pena scoprirle se si ha un po’ di tempo a disposizione.
Per visitarle è possibile accedere al sito tutti i giorni dalle 6 alle 18, ad eccezione del martedì che risulta essere il giorno di chiusura. L’ingresso costa 500 rupie, circa 5 euro, e con un piccolo extra è possibile effettuare riprese video. Il consiglio in più? avere con sé una torcia o una lampada per poter osservare meglio gli interni che possono risultare poco illuminati.
È stato ufficialmente inaugurato in India il ponte ferroviario più alto del mondo: il ponte ad arco Chenab, una straordinaria opera di ingegneria che attraversa le spettacolari montagne del Kashmir. Con i suoi 359 metri di altezza, supera addirittura la Torre Eiffel e stabilisce un nuovo primato mondiale nel settore ferroviario.
Questo colosso in acciaio, lungo oltre 1.300 metri, è parte della linea Udhampur-Srinagar-Baramulla (USBRL), che collega la regione del Kashmir al resto dell’India, migliorando drasticamente l’accessibilità in un’area storicamente isolata e instabile. Inaugurato dal primo ministro indiano Narenda Modi, il ponte Chenab è un simbolo potente di sviluppo, unità nazionale e ambizione tecnica.
Il ponte Chenab: un record mondiale
Il ponte ferroviario Chenab si erge maestoso a 359 metri sopra l’omonimo fiume, superando di ben 29 metri la Torre Eiffel. Con una lunghezza di oltre 1.300 metri, è diventato il collegamento ferroviario più alto del pianeta. La sua costruzione, costata più di 160 milioni di dollari, è durata diversi decenni, ma oggi segna un punto di svolta storico e collega finalmente il Kashmir al resto dell’India tramite una rete ferroviaria continua.
Fonte: Getty ImagesParticolare del ponte ad arco Chenab
L’inaugurazione è avvenuta alla presenza del primo ministro indiano Narenda Modi, che ha visitato il Kashmir per la prima volta dopo il recente conflitto con il Pakistan, scatenato da un attacco contro turisti nella regione. L’evento arriva in un momento delicato, sottolineando l’intento del governo di rafforzare il controllo e la presenza dello Stato in un’area storicamente contesa.
Un’opera chiave per l’integrazione del Kashmir
Il ponte fa parte del più ampio progetto ferroviario Udhampur-Srinagar-Baramulla, volto a integrare maggiormente le principali città del Kashmir amministrato dall’India – regione a maggioranza musulmana – con il resto del Paese. Questa infrastruttura rappresenta una pietra miliare nella strategia del governo nazionalista indù di Modi. Nel 2019 Nuova Delhi ha revocato una disposizione costituzionale che conferiva al Kashmir, amministrato dall’India, l’autonomia di stabilire le proprie leggi.
Il Kashmir – regione himalayana – rimane una delle zone più militarizzate al mondo, rivendicata da India, Pakistan e Cina. In questo contesto, investimenti infrastrutturali come il ponte Chenab diventano strumenti di affermazione politica oltre che di sviluppo economico. La regione è stata teatro di violenti scontri, come quello avvenuto ad aprile, quando India e Pakistan, dotati di armi nucleari, si sono attaccati con missili, droni e bombardamenti per quattro giorni.
Dalla sua elezione nel 2014, Modi ha promosso massicci investimenti nelle infrastrutture, con l’obiettivo di trasformare l’India in una nazione sviluppata entro il 2047. Il ponte Chenab è solo uno dei tanti progetti: il governo ha spinto anche per la costruzione di tunnel e autostrade in tutto il territorio himalayano. Tuttavia, queste opere sono state criticate dagli ambientalisti per il loro forte impatto sulla fragile morfologia montana.
Nonostante le ambizioni, il programma infrastrutturale di Modi ha incontrato ostacoli significativi. Nel novembre 2023, il crollo di un tunnel in costruzione nello stato dell’Uttarakhand ha intrappolato decine di operai per diversi giorni con poca acqua e ossigeno. Pochi mesi prima, un ponte in costruzione nel Mizoram è collassato causando numerose vittime. Episodi simili si sono verificati anche nello stato orientale del Bihar, dove un ponte in cemento a quattro corsie è crollato due volte in poco più di un anno, alimentando forti dubbi sulla qualità dei materiali e dei progetti.
Un viaggio in India (o in altri Paesi dove l’induismo è praticato) non può prescindere dalla visita a un tempio induista: i colori chiamano, il profumo degli incensi e la folla devota che pratica rituali di grande fascino invitano a entrare. Ma sono luoghi sacri che richiedono rispetto e consapevolezza. I templi non sono attrazioni turistiche qualsiasi: sono spazi di preghiera, spiritualità e vita quotidiana per milioni di fedeli. Per questo motivo, è importante conoscere le norme di comportamento fondamentali da osservare.
Ecco una guida pratica per sapere cosa fare – e cosa evitare – quando si entra in un tempio induista.
Si può entrare con le scarpe?
No, le scarpe devono essere tolte all’ingresso. In quasi tutti i templi induisti è obbligatorio entrare scalzi o, in alcuni casi, con calzini. L’atto di togliersi le scarpe è un segno di rispetto e umiltà, per lasciare fuori simbolicamente lo sporco e le impurità, delle scarpe e dell’anima. Alcuni templi mettono a disposizione aree custodite per lasciarle, spesso a pagamento o a fronte di un’offerta.
È necessario coprire spalle e gambe?
In generale, sì: è importante indossare abiti decorosi e rispettosi, evitando pantaloncini, canottiere o vestiti attillati. Tuttavia, nei templi del sud dell’India, può essere richiesto agli uomini dientrare a dorso nudo, senza camicie e magliette. I locali indossano solo un mundu o un dhoti (tipico indumento tradizionale maschile), ma non è necessario per i turisti. Le donne, invece, dovrebbero coprire spalle, gambe e talvolta anche il capo con un foulard. Le regole possono variare da tempio a tempio, quindi è sempre consigliabile informarsi prima della visita o osservare il comportamento dei locali e copiare.
Fonte: ASDonne in India
Ci sono regole specifiche per le donne?
Sì, in alcuni templi l’accesso può essere vietato alle donne in periodo mestruale. È una regola basata su antiche credenze legate alla purezza rituale. In generale, anche alle donne è richiesto un abbigliamento decoroso e, talvolta, di coprirsi il capo. Le regole possono variare da tempio a tempio.
Si può fotografare all’interno del tempio?
Dipende dal tempio. In molti casi, le fotografie non sono permesse, soprattutto i selfie e specialmente nella zona del sancta sanctorum (il cuore del tempio dove si trova la statua della divinità). In altri luoghi, si possono fare foto solo in certe aree esterne. È sempre meglio chiedere il permesso prima di scattare, e guardare se ci sono cartelli di divieto.
Qual è il comportamento corretto durante la puja?
Durante una puja(cerimonia di preghiera), è fondamentale mantenere silenzio e rispetto. È bene osservare senza disturbare, senza intralciare il passaggio dei fedeli e senza toccare gli oggetti sacri. Spesso si può assistere anche da turisti, ma è importante non distrarre chi sta pregando.
Posso toccare le statue o gli oggetti sacri?
No. Le statue delle divinità e gli oggetti rituali non devono essere toccati dai visitatori. Solo i sacerdoti hanno il permesso di maneggiare questi simboli sacri. Toccarsi il capo con le mani a preghiera dopo aver ricevuto il prasad (cibo benedetto) o l’acqua sacra, invece, è spesso parte del rituale.
Devo seguire un percorso specifico all’interno del tempio?
Sì. In molti templi induisti si segue un percorso in senso orario, passando attorno al santuario principale. Questo gesto simboleggia il rispetto e l’adorazione verso la divinità. All’ingresso, può essere presente una campana da suonare: il suono ha la funzione di annunciare la propria presenza alla divinità, di risvegliare l’energia spirituale e di liberare la mente da distrazioni prima della preghiera. Come per il resto, è bene seguire cosa fanno i fedeli e, in caso di dubbio, seguire il flusso.
Si possono fare offerte?
Sì, è consuetudine fare offerte in denaro, fiori, frutta o incenso; di solito sono in vendita proprio davanti all’ingresso. I templi hanno aree dedicate per lasciare l’offerta, talvolta in appositi altarini, cesti o urne. Le offerte devono essere fatte con rispetto, senza ostentazione. Spesso è anche possibile ricevere una benedizione dal sacerdote.
Posso sedermi ovunque all’interno del tempio?
No, alcune aree sono riservate ai fedeli, e in certi casi l’ingresso è vietato ai non praticanti. Se ci si vuole sedere, meglio scegliere un angolo laterale o uno spazio dove non si intralcia il passaggio. Evitare di sedersi con i piedi rivolti verso la statua della divinità.
C’è un saluto tradizionale da usare?
Sì, il più comune è “Namasté”, accompagnato dal gesto delle mani giunte davanti al petto. È una forma di saluto rispettosa che va bene sia tra persone che verso la divinità. In alcuni templi si può vedere anche il gesto della prosternazione o del toccare terra con la fronte.
Posso entrare in tutti i templi, ovunque?
Non sempre. Alcuni templi sono riservati ai soli fedeli induisti, specialmente nel sud dell’India. Altri, invece, accolgono visitatori di ogni religione. È importante informarsi in anticipo e rispettare eventuali divieti di accesso. Forzare l’ingresso in questi casi è un grave segno di irriverenza.
Devo fare attenzione a ciò che dico o faccio nel tempio?
Assolutamente sì. I templi sono luoghi di massimo rispetto, e comportamenti inappropriati (ridere, commenti fuori luogo, gesti irrispettosi) sono mal tollerati. Anche il linguaggio corporeo conta: mai indicare con i piedi, né toccare qualcuno sulla testa.
Cosa significa ricevere una tilaka o un segno sulla fronte?
Spesso, all’uscita o durante la visita, il sacerdote può apporre un segno colorato sulla fronte dei visitatori. Questo è un gesto di benedizione e protezione. Il colore e la forma variano a seconda della divinità venerata e del tipo di tempio. La tilakao bindipuò essere fatta con varie sostanze: cenere sacra (vibhuti), polvere di sandalo, curcuma o kumkum (rosso vivo). Ogni sostanza ha un significato: ad esempio, il kumkum rappresenta l’energia femminile (shakti), la cenere sacra simboleggia la purificazione, mentre la polvere di sandalo raffredda la mente. Accettare con rispetto è un modo per condividere parte del rito.
Fonte: ASBambini davanti a una statua di Ganesh in India
I bambini possono entrare nei templi?
Sì, ma è consigliabile che siano tranquilli e accompagnati. Pianti o schiamazzi possono disturbare le preghiere. I genitori dovrebbero vigilare affinché non corrano o tocchino oggetti sacri. In generale, in un viaggio in India in famiglia la presenza dei bambini è ben accolta, ma sempre nel rispetto delle regole del luogo.
Cosa fare se non si conoscono le regole specifiche del tempio?
La cosa migliore è osservare con attenzione, seguire il comportamento dei fedeli e, se possibile, chiedere con gentilezza. In molti templi troverai cartelli con le regole principali, spesso anche in inglese. In caso di dubbio, meglio essere prudenti e rispettosi.
Il Great Himalaya Trail, noto anche con l’acronimo di GHT, è uno dei percorsi escursionistici più spettacolari al mondo, poiché attraversa la maestosa catena montuosa dell’Himalaya, il sogno degli alpinisti e dei trekker di tutto il mondo.
Con un’estensione di oltre 4.500 chilometri, questo cammino attraversa Nepal, Bhutan, India, Tibet e Pakistan, offrendo esperienze uniche di trekking ad alta quota, immersi in paesaggi mozzafiato e a contatto con una cultura antica, accogliente e unica.
Dove si trova il Cammino
Il Great Himalaya Trail si estende attraverso le regioni più remote e selvagge dell’Himalaya, principalmente in Nepal, con percorsi che raggiungono vette imponenti e attraversano valli nascoste.
Perché sceglierlo? Perché il GHT offre la possibilità di vivere un’esperienza che unisce il trekking ad alta quota con la scoperta di culture ancestrali, come quella degli Sherpa, le antiche popolazioni locali – attenzione, sherpa è il popolo, non l’attività di guida montana, come erroneamente pensiamo in Occidente – e l’incontro con una flora e fauna uniche, con l’opportunità di avvistare il leopardo delle nevi, i pacifici yak e il panda rosso.
E poi, la bellezza dei paesaggi che spaziano dalla giungla subtropicale alle fredde altitudini alpine è semplicemente impareggiabile!
Le tappe del Great Himalaya Trail
Il Great Himalaya Trail attraversa una vasta gamma di paesaggi, villaggi remoti e offre vette mozzafiato. Le tappe possono variare in base alla scelta del percorso – High Route o Low Route – ma tutte offrono esperienze uniche di trekking attraverso l’Himalaya.
Le tappe più popolari si concentrano sulla sezione nepalese, ma il percorso si estende anche in Bhutan e in altri Paesi limitrofi. Qui trovi una selezione delle principali tappe:
Il GHT è suddiviso in diverse sezioni, ognuna con caratteristiche specifiche in termini di distanza, dislivello, paesaggi, difficoltà e durata. Ecco una sintesi delle principali sezioni:
Kanchenjunga a Makalu tramite il passo Lumba Sumba: circa 28 giorni di trekking.
Dal Makalu all’Everest Region, attraverso tre colli: circa 26 giorni di trekking.
Everest – Tre Passi: circa 18 giorni di trekking.
Rolwaling a Everest tramite il passo Tashi Labsta: circa 20 giorni di trekking.
Dal Manaslu all’Annapurna: circa 27 giorni di trekking.
Dal Dolpo a Jomsom: circa 26 giorni di trekking.
Per quanto riguarda le distanze e i dislivelli specifici per tappa, queste possono variare significativamente a seconda dell’itinerario scelto e delle condizioni del sentiero, ma sono spesso di migliaia di metri.
Ovviamente, i percorsi vanno adattati alle condizioni del terreno, a seconda della stagione, e al livello di allenamento; si possono percorrere tratti con mezzi di trasporto come autobus o piccoli voli interni, come raccordo tra le sezioni.
In generale, il completamento dell’intero GHT richiede circa 150 giorni di cammino, attraversando passi che raggiungono altitudini fino a 6.146 metri. La difficoltà del cammino è molto elevata, con dislivelli significativi e condizioni climatiche variabili, oltre che con numerosi problemi che possono derivare dall’alta quota. Pertanto, è fondamentale una preparazione accurata e una buona condizione fisica per affrontare questo trekking impegnativo.
Si può dire che il Great Himalaya Trail è una summa di tanti altri itinerari possibili nella regione, ad esempio per un tratto in Nepal si sovrappone al celebre e tanto amato Everest Base Camp Trail, tra Lukla e il campo base dell’Everest, all’interno del Sagarmatha National Park.
La storia e i luoghi simbolo del cammino
L’idea del Great Himalaya Trail è nata negli anni ‘90, con il sogno di collegare i sentieri montani già esistenti in Nepal e nelle zone circostanti. Con il tempo, diversi esploratori e trekker pionieri hanno percorso tratti dell’Himalaya, contribuendo a realizzare questa ambiziosa visione. Nel 2008-2009, Robin Boustead è stato il primo a completare l’intero percorso, segnando una tappa fondamentale nella storia del neonato GHT.
Oltre alla natura lussureggiante, si possono osservare i simboli del buddhismo tibetano, come gli “stupa”, piccoli templi presenti in punti panoramici del cammino, con le loro classiche “bandiere di preghiera” colorate che volano nel vento, e i “muri mani”, muretti presenti in ogni villaggio, su cui sono incise come iscrizioni preghiere e mantra.
I luoghi simbolo lungo il GHT sono innumerevoli. Tra i più iconici troviamo:
Kanchenjunga, la terza montagna più alta del mondo;
Makalu Barun, famosa per la sua flora unica;
Regione dell’Everest (Khumbu), impareggiabile, con le sue vette maestose come l’Everest e l’Ama Dablam, tagliata a metà dallo scorrere del fiume Dud Khosi, con i suoi proverbiali “ponti tibetani”, sospesi su valli profondissime;
Rolwaling Himal, ricca di fauna selvatica;
Ruby Valley e Ganesh Himal, tra paesaggi incontaminati e accoglienza locale.
Fonte: 123RFPasso Larkya nel circuito di Manaslu
High Route e Low Route
La High Route e la Low Route della Great Himalaya Trail rappresentano due esperienze completamente diverse, pur seguendo entrambe l’asse della catena himalayana nepalese. La High Route è un percorso estremo, pensato per escursionisti esperti, che attraversa alcuni dei passi più alti del Nepal, spesso oltre i 5.000 metri di quota. Questa variante è immersa in ambienti selvaggi e remoti, dove l’autosufficienza, la capacità di orientamento e una buona preparazione all’alta quota sono essenziali. In compenso, regala panorami spettacolari e un’autenticità difficile da trovare altrove.
La Low Route, invece, si sviluppa a quote più basse, attraversando villaggi, colline coltivate e foreste subtropicali. È più accessibile in termini tecnici, ma altrettanto impegnativa dal punto di vista fisico per la sua lunghezza e la varietà di condizioni climatiche. È ideale per chi cerca un contatto più diretto con le comunità locali e non vuole affrontare i rischi dell’alta montagna.
Quando andare: stagioni e clima lungo il GHT
Scegliere il periodo giusto per affrontare la Great Himalaya Trail è fondamentale, soprattutto se si percorre la High Route, dove le condizioni meteorologiche possono rendere alcuni passi completamente impraticabili. Le stagioni ideali sono la primavera (marzo-maggio) e l’autunno (settembre-novembre). In primavera, le giornate si allungano, le temperature sono miti e i rododendri colorano i sentieri; tuttavia, la neve può ancora ostacolare i tratti più alti. L’autunno, invece, offre cieli limpidi e visibilità straordinaria, soprattutto dopo il monsone, ma le notti iniziano a farsi più fredde, specie sopra i 4.000 metri.
Durante il monsone (giugno-agosto) i sentieri della Low Route diventano scivolosi e soggetti a frane, mentre l’inverno (dicembre-febbraio) è adatto solo a brevi tratti a bassa quota, poiché neve e gelo bloccano gran parte della High Route. Chi sogna di completare l’intero percorso dovrà quindi pianificare attentamente, scegliendo di partire in primavera da est (Kanchenjunga) e cercando di arrivare a ovest (Humla) entro la fine dell’autunno.
Preparazione fisica
Affrontare la Great Himalaya Trail richiede una preparazione fisica accurata e costante nei mesi precedenti alla partenza. Questo trekking non è solo lungo: è fisicamente massacrante, spesso in quota, su terreni impervi e senza punti di appoggio nei tratti più isolati. È fondamentale abituarsi a camminare con uno zaino pesante (12-15 kg), su pendenze variabili e per molte ore consecutive. L’allenamento ideale combina escursioni settimanali in montagna, esercizi per rafforzare gambe, schiena e core, e sessioni cardio per migliorare resistenza e capacità polmonare.
Chi sceglie la High Route dovrà anche considerare una fase di acclimatazione progressiva, con trekking ad alta quota nei mesi precedenti, per ridurre il rischio di mal di montagna. La preparazione mentale è altrettanto cruciale: il GHT mette a dura prova non solo il corpo, ma anche la determinazione e la capacità di affrontare giorni di fatica, solitudine e condizioni meteo spesso imprevedibili.
Il Regolamento del Great Himalaya Trail
Dal 2018, il governo nepalese ha introdotto la normativa che richiede a tutti i trekker stranieri di registrarsi con un lasciapassare ad hoc, da richiedere nelle varie tappe del percorso – ad esempio, per il tratto nel Sagarmatha National Park, il lasciapassare si richiede all’ingresso del parco, nel minuscolo villaggio di Manju – ed essere accompagnati da una guida certificata per percorrere il GHT. Questa misura mira a garantire la sicurezza dei trekker e a promuovere un impatto positivo sulle comunità locali.
Inoltre, l’accesso ai sentieri potrebbe essere limitato in alcune aree remote per motivi di conservazione e di sicurezza, oltre ad essere proibiti durante la stagione dei monsoni.
Logistica e organizzazione
Organizzare un trekking lungo la Great Himalaya Trail significa prendere decisioni cruciali sul livello di autonomia, il tipo di supporto desiderato e la disponibilità di risorse lungo il cammino. Chi opta per la Low Route potrà contare su un discreto numero di teahouse (rifugi locali) nei villaggi principali, ideali per dormire e mangiare senza portare tenda e fornello. Tuttavia, anche in questo caso è importante prevedere alcuni giorni in autonomia, soprattutto nei tratti meno frequentati. Per chi sceglie la High Route, invece, l’autonomia è spesso obbligata: è necessario portare con sé tenda, sacco a pelo termico, fornello e scorte alimentari per diversi giorni.
Un’alternativa intermedia è affidarsi a guide locali e portatori, molto esperti e preziosi sia per la logistica che per l’interazione con le comunità. Alcune aree (come Manaslu, Dolpo e Kanchenjunga) richiedono obbligatoriamente la presenza di una guida autorizzata. È bene ricordare che non tutti i tratti del GHT sono segnalati, quindi una mappa topografica dettagliata e un buon sistema GPS (offline) sono strumenti imprescindibili per chi viaggia in indipendenza.
Sicurezza e salute
Il Great Himalaya Trail attraversa ambienti estremi, e garantire la propria sicurezza significa essere preparati, autonomi e previdenti. Il rischio più comune lungo la High Route è il mal di montagna (AMS), che può manifestarsi già dai 3.000 metri. Per evitarlo, è essenziale salire gradualmente, prevedere giornate di acclimatazione, idratarsi molto e conoscere i sintomi più pericolosi (mal di testa, nausea, confusione mentale).
In aree isolate, l’unico mezzo rapido di soccorso è l’elicottero, quindi è indispensabile avere un’assicurazione che copra il soccorso alpino e l’evacuazione in alta quota. Dal punto di vista sanitario, è importante proteggersi da infezioni intestinali: mai bere acqua non trattata, usare pastiglie purificanti o filtri, e mantenere buone abitudini igieniche, anche nei villaggi. Infine, ogni escursionista dovrebbe avere con sé una farmacia da campo completa, comprendente antibiotici, antidolorifici, cerotti, disinfettanti, crema solare ad alta protezione e un dispositivo di geolocalizzazione satellitare (tipo Garmin InReach) per comunicare in caso di emergenza anche dove non c’è rete.
Fonte: 123RFCircuito di trekking ad Annapurna, sull’Himalaya
Dove dormire
Lungo il GHT, ci sono diverse opzioni di alloggio, che vanno dalle tea house tradizionali alle sistemazioni in campeggio. Le tea house, dette anche lodge, sono gestite localmente dalla popolazione dei villaggi e offrono una sistemazione spartana ma accogliente, con letti di legno, servizi igienici e pasti caldi. Se scegli l’avventura, il campeggio può essere una buona alternativa, ma richiede attrezzatura adeguata e tanto spirito di adattamento.
Dove mangiare
La cucina locale lungo il GHT è semplice ma gustosa. Potrai gustare piatti tipici come il dal bhat (riso con lenticchie speziate), i momo (ravioli al vapore, simili ai gyoka), e il thukpa (zuppa di noodle). Ma si possono trovare anche cibi più “comuni”, come uova, verdure, patate – coltivate in quota, ad esempio nella zona di Portse – pancake e bibite confezionate.
È importante essere consapevoli dell’igiene alimentare, diversa dalla nostra, soprattutto nei villaggi più remoti: disinfetta sempre le mani prima di mangiare, se puoi usare le tue posate da campeggio, non bere mai l’acqua corrente ma solo da bottiglie chiuse, e porta con te integratori e fermenti lattici per supportare l’organismo nell’adattarsi alla situazione.
E non sprecare nulla: considera che ogni alimento o oggetto utile che arriva a queste altitudini è stato trasportato a mano – o sulla schiena – da un portatore, con tanta fatica e abnegazione.
Perché scegliere il Great Himalaya Trail
Il Great Himalaya Trail è una delle esperienze più affascinanti e immersive per chi cerca un’avventura fuori dal comune, dove sperimentare i propri limiti.
Non solo ti porterà vicino ad alcune delle vette più alte del mondo, ma ti farà anche entrare in contatto con culture affascinanti e con un modo di vivere del tutto diverso dal nostro. Se desideri unire sfida fisica, esplorazione e spiritualità, il GHT è la scelta perfetta!
È tra i più grandi edifici scavati nella roccia, ma non è questo l’unico motivo che rende il Tempio di di Kailasa uno dei luoghi più incredibili da visitare in Asia. Molti lo conoscono con il nome di Kailasanatha e attira ogni anno tantissimi visitatori per il suo interesse religioso e artistico. L’opera, tra le più straordinarie del mondo antico, si trova all’interno del complesso delle grotte di Ellora nella zona occidentale dell’India. La sua particolarità? È scavato in un unico blocco di roccia basaltica e rappresenta il sacro monte Kailash, dimora del dio Shiva secondo la tradizione induista.
Storia e struttura del Tempio di Kailasa
Durante il regno del sovrano Rashtrakuta Krishna I, il tempio Kailasa ha iniziato a prendere forma. Siamo nel VIII secolo e rappresenta una delle più complesse strutture monolitiche mai create.
Si trova presso la grotta numero 16 del vasto complesso delle grotte di Ellora, sito riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità in India. Il luogo sacro, inserito tra i must to see durante un viaggio in India, ha un’estensione senza paragoni: oltre 2 chilometri e comprende al suo interno 34 strutture rupestri di cui 17 induiste, 12 buddhiste e 5 giainiste. Ciascuna è in grado di testimoniare l’abilità artistica e la tolleranza religiosa che caratterizzano l’India fin dall’antichità. Il complesso è scavato interamente nel fianco di una collina, ma è importante sottolineare che tra le grotte di Ellora il tempio di Kailasa emerge tanto per la dimensione quanto per la perfezione nella realizzazione.
Cosa rende la costruzione così straordinaria? Sicuramente la tecnica costruttiva. Se negli edifici tradizionali si lavora a blocchi o mattoni, qui la struttura viene scolpita nella roccia. Gli artigiani hanno scavato dalla cima proseguendo poi verso il basso con la tecnica dello scavo verticale dando vita ad una struttura interamente monolitica con dettagli incredibilmente raffinati e una precisione geometrica sbalorditiva. Le stime parlano di circa 400.000 tonnellate di roccia rimosse nell’arco di meno di vent’anni, un’impresa che sfida ogni logica per l’epoca.
Fonte: iStockVisitare lo splendido Tempio di Kailasa, una struttura monolitica scavata nella roccia
La struttura del tempio dedicato a Shiva
Il Tempio di Kailasa fu concepito come un omaggio al dio Shiva, una delle divinità principali del pantheon induista. L’intera struttura simboleggia il Monte Kailash, considerato la dimora degli asceti e la sede spirituale di Shiva.
Il cortile del tempio, a forma di U, è circondato da un porticato a colonne disposto su tre livelli mentre al centro si trovano due elementi principali: il Mandapa (la sala esterna pilastrata) e il santuario centrale con il Linga, il simbolo fallico associato a Shiva. Di fronte al santuario è posizionata la statua di Nandi, il sacro toro cavalcato dalla divinità.
L’opera è gigantesca: si estende per circa 50 metri di lunghezza, 33 di larghezza e 30 di altezza. Alla base sono scolpiti elefanti in pietra che sembrano sorreggere la struttura regalandole un aspetto ancora più maestoso. Possiamo notare come l’architettura dravidica, tipica dell’India meridionale sia testimoniata dall’uso di torri a piramide, portoni decorati e bassorilievi complessi.
Dove si trova e come arrivare al tempio di Kalisasa
Il tempio di Kalisasa è situato all’interno del sito archeologico di Ellora e più precisamente presso la grotta numero 16. È una delle attrazioni più importanti del luogo ed è posto a circa 35 km da Aurangabad e 345 km da Mumbai. Dall’aeroporto di Aurangabad è possibile raggiungere il parco archeologico con un taxi privato, un autobus locale oppure aggregarsi ad un’escursione di gruppo con trasporto incluso.
Il tempio, considerato uno dei più alti del sud dell’India, è davvero suggestivo e non è difficile comprenderne il motivo guardando le foto. Visto dal vivo l’effetto wow è assicurato.
La Statua dell’Unità (“Statue of Unity”) è la statua più alta del mondo, un capolavoro d’ingegneria e un simbolo di unità nazionale per l’India. Situata nello stato del Gujarat, questa imponente struttura dedicata a Sardar Vallabhbhai Patel, uno dei leader più importanti nella storia dell’India indipendente, attira milioni di visitatori ogni anno. Con i suoi 182 metri di altezza, supera di gran lunga monumenti iconici come la Statua della Libertà e il Cristo Redentore.
Inaugurata il 31 ottobre 2018, in occasione del 143° anniversario della nascita di Patel, la statua è stata fortemente voluta dal primo ministro indiano Narendra Modi, allora capo del governo del Gujarat, come tributo al leader chiave nel processo di unificazione dell’India dopo l’indipendenza nel 1947. Ma cosa rende questa statua così straordinaria? Scopriamolo insieme.
La Storia dietro la Statua dell’Unità
Patel, noto come il “Bismarck dell’India“, fu determinante nell’unire oltre 560 stati principeschi, gettando le basi per l’attuale nazione. L’idea di costruire un monumento in suo onore è stata annunciata nel 2010, con la posa della prima pietra avvenuta nel 2013. Il progetto è stato completato in soli cinque anni, grazie all’impegno di oltre tremila lavoratori e 250 ingegneri. Da allora, la statua è diventata una delle principali attrazioni turistiche dell’India, anche se fuori dagli itinerari turistici più tradizionali.
Qualche dettaglio tecnico
Con un’altezza complessiva di 182 metri, che arriva a 240 considerando il basamento, la Statua dell’Unità domina il paesaggio circostante. Realizzata in bronzo, acciaio e cemento armato, pesa oltre 67.000 tonnellate. L’opera è stata progettata dall’architetto e scultore indiano Ram V. Sutar, con un costo complessivo di circa 420 milioni di dollari. La statua è orientata simbolicamente verso la diga di Sardar Sarovar, una delle più grandi dell’India, per sottolineare il progresso e lo sviluppo del Paese. L’espressione determinata del volto di Patel, unita alla posizione delle braccia lungo i fianchi, riflette la fermezza con cui guidò l’unificazione dell’India.
Fonte: iStockLa passeggiata per avvicinarsi alla statua
Cosa rende la Statua dell’Unità unica
Oltre a essere la statua più alta del mondo, questa meraviglia ingegneristica offre un’esperienza straordinaria ai visitatori. Al suo interno si trova un ascensore che conduce fino a 153 metri di altezza: qui una piattaforma panoramica regala una vista mozzafiato sulla valle del fiume Narmada. Alla base della statua, un museo interattivo racconta la vita e le imprese di Sardar Patel, arricchito da esposizioni multimediali e una galleria fotografica.
Tutta l’area circostante è stata trasformata in un moderno complesso turistico, con un centro di accoglienza, giardini curati, un parco per bambini e una zona dedicata a spettacoli di luci e suoni notturni.
Una curiosità dal punto di vista ingegneristico? La struttura è stata progettata per resistere a venti di oltre 180 km/h e a terremoti di magnitudo 6.5.
Come arrivare alla Statua dell’Unità
La Statua dell’Unità si trova nei pressi della città di Kevadia, nello stato del Gujarat, ed è facilmente raggiungibile dai principali centri urbani dell’India. L’aeroporto più vicino è quello di Vadodara, situato a circa 90 chilometri di distanza, da cui è possibile proseguire con taxi o autobus. Anche la stazione ferroviaria di Kevadia, inaugurata nel 2021, facilita gli spostamenti verso questa destinazione. Per chi viaggia in auto, la statua dista circa 200 chilometri da Ahmedabad e 150 da Surat, attraversando un suggestivo percorso panoramico tra colline e la diga di Sardar Sarovar.
Informazioni utili per la visita
La Statua dell’Unità è aperta tutti i giorni dalle 8 alle 18. Il costo del biglietto varia in base alle aree visitabili: il ticket base parte da 150 rupie (circa due euro), mentre per accedere alla piattaforma panoramica è necessario acquistare un biglietto da 380 rupie (circa quattro euro e mezzo). È bene verificare le informazioni di prezzi e aperture prima del viaggio. Il periodo migliore per visitarla va da ottobre a marzo; mentre da evitare se possibile la stagione monsonica, quando le abbondanti piogge e gli allagamenti rendono difficili gli spostamenti e le visite in tutto il Paese.
Un viaggio in India con i bambini spaventa moltissime famiglie, anche tra i viaggiatori più accaniti. Si ha paura dell’igiene; di una cultura così tanto diversa dalla nostra che senza problemi si relaziona con morte, spiritualità e povertà; del cibo sempre speziato a cui i bambini non sempre sono abituati. Eppure, un viaggio in India coi bambini si può fare! Ecco alcuni accorgimenti che possono essere decisivi sulla riuscita della vacanza.
Cosa vedere in India con i bambini e come scegliere la zona giusta
La prima cosa a cui pensare è la zona dell’India da visitare in versione family. L’India è un paese immenso e molto diverso tra Nord e Sud. Il Nord è infinitamente più caotico del Sud, con una quantità di gente che a tratti pare di stare in un videogioco (forse troppo se si viaggia con bambini). Il Sud, invece, volendo generalizzare un po’, è molto più arioso, di spiagge ampie e vegetazioni lussureggianti; sicuramente meno stressante.
Triangolo d’Oro: Delhi, Agra e Jaipur
Il Triangolo d’Oro include Delhi, Agra e Jaipur, ed è senza dubbio uno dei principali itinerari per chi viaggia in India. In realtà non è una zona particolarmente baby friendly perché iper caotica H24, con difficili spazi di tregua e silenzio. Per chi non ci vuole rinunciare, Delhi è una città dalle mille anime, dove induisti e musulmani convivono. Un ottimo punto di partenza per visitare Delhi è Chandni Chowk, uno dei mercati più antichi e affollati, vicino alla moschea Jama Masjid e al Red Fort, ex residenza imperiale moghul. Spostandosi in tuk tuk, si possono visitare il Raj Ghat, memoriale di Gandhi, e il Gurudwara Bangla Sahib, tempio sikh con una grande piscina sacra. L’India Gate è simbolo moderno della capitale, e la Tomba di Humayun un mausoleo moghul Patrimonio UNESCO. Fuori dal centro, meritano una visita il Tempio del Loto e il Qutb Minar. Per lo shopping e il pernottamento, il quartiere di Paharganj offre hotel economici, negozi di artigianato e ristoranti frequentati dai viaggiatori.
Fonte: ASDelhi, il Gurudwara Bangla Sahib, tempio sikh con una grande piscina sacra
Agra è sinonimo di Taj Mahal, un luogo iconico che colpisce anche i più piccoli con la sua storia d’amore (assolutamente da raccontare loro!). Nei dintorni, il Forte di Agra e Fatehpur Sikri sono un viaggio nel viaggio, tra cortili, mura e torri affascinanti.
Jaipur, capitale del Rajasthan, è nota come la “città rosa” per il colore dell’arenaria usata nelle costruzioni del centro storico. Tra i luoghi simbolo spicca l’Hawa Mahal, il Palazzo dei Venti, con la sua facciata a nido d’ape e le 953 finestre che permettevano alle donne di corte di osservare la città senza essere viste. Il City Palace, cuore storico e politico, ospita cortili, padiglioni e musei; mentre fuori città si trova l’Amber Fort, l’antica residenza dei maharaja, circondato da mura imponenti e patrimonio UNESCO. Un altro punto iconico è il Jal Mahal, il Palazzo dell’Acqua, che sembra galleggiare sul lago Man Sagar. Tra i templi più significativi, il Birla Mandir, in marmo bianco, e il Moti Dungri, dedicato a Ganesha. A mezz’ora da Jaipur, il Monkey Temple è immerso nella natura e abitato da numerose scimmie. Le sue vasche sacre, alimentate da una sorgente, vengono utilizzate per rituali di purificazione, regalando un’esperienza unica.
Fonte: ASIl forte di Jaipur
India Spirituale: il fascino di Varanasi, Allahabad e Vrindavan
Per un’esperienza nella spiritualità indiana, ci sono tre luoghi da cui non si può prescindere, ma assolutamente da evitare con bambini durante feste e pellegrinaggi, perché così tanto intasate da risultare quasi pericolose. Varanasi non ha bisogno di presentazioni, tra le città più affascinanti e essenziali dell’India. Da non perdere, il giro in barca sul Gange all’alba e le spettacolari cerimonie del Ganga Aarti sui ghat al tramonto. Ma Varanasi è da vivere perdendosi tra i vicoli, passeggiando lungo i ghat più remoti, per provare a vivere momenti ordinari, senza essere troppo invasivi. Le cremazioni sono esplicite, non ci sono dubbi, e nulla è lasciato all’immaginazione; ma gli indiani vivono il momento della morte e del saluto in modo così tanto naturale che anche i bambini possono assistere. Certamente, nel caso si decidesse di portarli, vanno accompagnati nella comprensione del rito, con la stessa serenità con cui la vivono loro. I bambini hanno molte meno infrastrutture mentali di noi adulti e riescono a vedere oltre, senza giudizio e traumi.
Fonte: ASBagni nel Gange a Varanasi
Ad Allahabad (Prayagraj), il Triveni Sangam è uno dei punti più sacri del paese, simbolico e potente, dove si incontrano Gange, Yamuna e Saraswati. È da evitare durante le feste e i pellegrinaggi perché viene letteralmente preso d’assalto.
Vrindavan, nello stato di Uttar Pradesh lungo le rive del fiume Yamuna, è una delle città più antiche e sacre dell’India, meta di pellegrinaggio per migliaia di fedeli, poiché qui Lord Krishna visse la sua infanzia. Oggi, l’antico villaggio è diventato una città grande e caotica, che ospita circa seimila templi e numerosi ashram per i pellegrini. Il lungo fiume è un luogo dalle sfumature incredibili, specialmente al tramonto durante la cerimonia dell’Aarti. Per chi desidera una pausa dal trambusto cittadino, è possibile prendere un tuk-tuk e attraversare il fiume per raggiungere i tranquilli villaggi di Belvan e Bhandirvan, con casette basse, templi silenziosi e tanti bambini che giocano per le strade sterrate.
India Centrale: natura, templi e tigri
Gwalior, Orchha e Khajuraho sono tre tappe nel Madhya Pradesh per un’esperienza di viaggio più tranquilla ma altrettanto autentica.
Gwalior è una città ricca di storia, famosa per il suo imponente forte, uno dei più grandi dell’India. Situato su una collina, il forte offre una vista spettacolare sulla città e ospita il Palazzo Man Singh, decorato con piastrelle smaltate blu e gialle. Ogni sera, lo spettacolo di luci e suoni racconta la storia di Gwalior. Scendendo dal forte, si incontrano le giganti statue monolitiche dei santi Jainisti nella Valle di Urwahi. Queste imponenti sculture, scolpite nella roccia, sono di una bellezza straordinaria, a testimonianza dell’importanza della religione jainista nella zona.
Fonte: ASLe giganti statue monolitiche dei santi Jainisti a Gwailor
Orchha, una città fondata nel XVI secolo, è famosa per la sua architettura medievale ben conservata. Il complesso fortificato comprende il Jahangir Mahal, un palazzo magnifico che simboleggia l’architettura islamica dell’epoca, e il Raja Mahal, con torri e dipinti murali. Tra i templi meritano una visita il Ram Raja Temple che un tempo era un palazzo; e il Chaturbhuj Temple, con una vista panoramica dalla sua cima. Lungo il fiume Betwa, si trovano i chhatris, cenotafi dei maharaja, che al tramonto si riflettono sull’acqua, creando un’atmosfera magica. Coi bambini c’è una tappa che vale più di altre: Orchha ospita uno dei tre baobab dell’India, un albero sacro dove i locali pregano. A qualunque ora del giorno c’è qualcuno che vende il filo rosso di cotone (Mouli o Kalawa) da legare intorno a tronco, in offerta per la divinità secondo l’usanza induista.
Fonte: ASIl baobab di Orchha
Infine, Khajuraho è un piccolo villaggio famoso per i suoi templi UNESCO, conosciuti anche come templi del Kamasutra, per le sculture erotiche che li decorano. Costruiti tra il X e l’XI secolo, i templi sono suddivisi in diversi gruppi (il più importante è il gruppo occidentale) e all’interno de parchi c’è molto spazio per passeggiare e correre. Oltre alla visita dei templi, vale la pena esplorare le cascate di Raneh.
Per chi cerca avventura e natura, i Parchi Nazionali di Kanha e Bandhavgarh sono tra i migliori luoghi per avvistare tigri e altri animali selvatici. I safari in jeep sono emozionanti e sicuri anche per le famiglie.
Sud dell’India: spiagge, templi e natura tropicale
Il Sud dell’India è una delle regioni più rilassanti e adatte a un viaggio con bambini. Il Kerala è in assoluto una meta ideale per le famiglie: le backwaters di Alleppey, una rete di canali, laghi e fiumi circondati da una lussureggiante vegetazione tropicale, sono esplorabili a bordo di una houseboat, le tradizionali imbarcazioni. Il Parco Nazionale di Periyar, nella zona montuosa del Kerala, è perfetto per avvistare elefanti, scimmie e una varietà di fauna selvatica; mentre le spiagge di Varkala e Kovalam sono ampie distese di sabbia dorata dove giocare.
A Nord del Kerala, il Karnataka ospita due destinazioni da vedere. Hampi, patrimonio dell’umanità UNESCO, è famosa per le sue rovine antiche, come il Tempio di Virupaksha e il Vittala Temple, che includono templi e palazzi immersi in un paesaggio roccioso surreale. Gokarna è una cittadina costiera meno affollata rispetto a Goa, con spiagge grandi e selvagge come Om Beach e Kudle Beach. La città è anche famosa per il tempio di Mahabaleshwar, uno dei luoghi sacri più importanti per gli induisti.
Goa, purtroppo ormai troppo turistica, continua a essere una meta amata dalle famiglie. Le spiagge di Palolem e Agonda, più tranquille rispetto ad altre, sono piacevoli per i bambini. Oltre a locali e scuole di yoga, ci sono molti mercati, negozi e le storiche chiese coloniali.
Infine, le isole Laccadive e Andamane si trovano rispettivamente al largo della costa del Kerala e del Bengala, e sono veri e propri paradisi tropicali. Le acque cristalline, i fondali ricchi di pesci colorati e le spiagge incontaminate rendono queste isole l’ideale per una fuga rilassante alla fine di un viaggio intenso, lontano dal caos delle città. Prima di prenotare è bene verificare le condizioni di accesso all’isola.
Tra le montagne dell’Himalaya Indiano
Chi cerca un’India più verde può dirigersi verso le montagne dell’Himalaya. Manali, una delle destinazioni più popolari, è la base perfetta per esplorare la regione. Immersa in un paesaggio montano mozzafiato, la cittadina è circondata da fiumi impetuosi e fitte foreste di conifere, ideali per passeggiate e piccole escursioni, per rafting, trekking e ciclismo, da adattare all’età. A Dharamshala, immerso in paesaggi montani spettacolari, si trova il monastero del Dalai Lama, un luogo sacro che offre l’opportunità di esplorare la spiritualità tibetana e la vita dei monaci
Più a est, sulla riva del fiume Gange, Rishikesh è famosa per il suo ambiente mistico e spirituale, con i ponti sospesi che attraversano il Gange, centri di yoga e meditazione per tutte le età. Infine, Nainital è una deliziosa cittadina collinare e il suo lago è navigabile con pedalò o barche a remi e circondato da panorami sbalorditivi.
Il periodo migliore per andare in India
Il periodo migliore per visitare l’India dipende molto dalla regione che si desidera esplorare. In generale, il clima del paese è caratterizzato da tre stagioni principali: l’estate, la stagione dei monsoni e la stagione invernale.
L’inverno (novembre – febbraio) è senza dubbio il momento ideale per viaggiare in gran parte dell’India. Le temperature sono più miti e piacevoli, soprattutto nelle regioni settentrionali e centrali. Anche il Rajasthan, Delhi, Agra, e le città lungo il Gange sono più godibili durante questo periodo, che però è di alta stagione turistica, quindi è consigliato prenotare con anticipo.
L’estate (marzo – giugno) è la stagione più calda in India, con temperature che possono superare i 40°C in molte zone, come nel Rajasthan, Gujarat e nelle pianure del nord. Questo è un buon momento per visitare le regioni montane come l’Himalaya e le spiagge del sud, dove la temperatura è più sopportabile e le acque sono tranquille.
Il periodo di monsoni (giugno – settembre) porta piogge abbondanti in gran parte del paese. Sebbene il paesaggio diventi lussureggiante e verde, i forti temporali possono portare ad importanti allagamenti e rendere difficili le escursioni e le visite ai siti turistici. Durante il periodo dei monsoni il livello del Gange si alza molto, fino a coprire la maggior parte dei ghat di Varanasi, impedendone la navigazione. Anche i trasporti sono più complicati durante questa stagione, proprio a causa degli allagamenti.
Coinvolgere i più piccoli
Il viaggio in India può essere più complicato di altre mete, ma il segreto è quello di coinvolgere i bambini e renderli esploratori attivi e protagonisti, senza timore. Questo significa che prima di partire si possono leggere libri illustrati sulla religione induista e sulle divinità, o guardare documentari adatti sulla vita in India. Durante le visite ai templi, i bambini possono copiare gli adulti nei loro riti, dalla posizione delle mani alle offerte, provando a partecipare in modo immersivo. Ai bambini va spiegato che si tolgono le scarpe prima di entrare nei templi, ma anche nei negozi e nelle case, per non portare dentro lo sporco e le impurità di fuori. Vedere mucche ovunque, persino davanti casa o in autostrada, può essere divertente; ma capire il motivo di tanto rispetto è importante.
Fonte: ASIl segreto per un viaggio in India con i bambini è coinvolgerli
Se le catene di hotel internazionali sono una garanzia rispetto a igiene e cibo, l’esperienza del dormire in una casa non ha valore: qui ci saranno quasi sicuramente altri bambini pronti a giocare e condividere. A Orchha, il progetto Homes of India ha aiutato alcune famiglie a sistemare una stanza della casa per metterla a disposizione dei turisti. Magari alternare le notti in casa e in hotel può essere una buona soluzione. Altro suggerimento è quello di cercare progetti sociali e di cooperazione per visitare realtà meno turistiche. A Vrindavan l’associazione Food For Life mette a disposizione alcune camere vicino alle due scuole finanziate dal progetto che ospitano oltre 1400 bambine e ragazze felici di presentarsi a chi arriva.
Fonte: ASLa scuola del progetto Food for life a Vrindavan
Consigli utili per un viaggio in India con i bambini
Nell’organizzazione del viaggio in India con bambini ci sono alcune cose da tenere in considerazione per facilitare la vacanza.
Concedersi un driver
A volte i viaggiatori rifiutano a priori l’idea del driver privato per girare, ma in India questo può svoltare l’itinerario, specialmente con i più piccoli e soprattutto in estate, quando bus e treni possono subire ritardi o cancellazioni a causa degli allagamenti. Avere un’auto con driver a disposizione consente di personalizzare l’itinerario o fare modifiche e tappe a seconda delle esigenze. Vuol dire togliersi dal caos delle stazioni e degli autobus, e godersi momenti di silenzio. Una sola raccomandazione: definire l’itinerario, contrattare il prezzo prima, e chiarire da subito di evitare negozi e ristoranti di amici e conoscenti.
Gli spostamenti interni
Un viaggio in treno in India è da fare! Meglio evitare le tratte brevi su treni regionali, che possono subire ritardi e de quali con difficoltà si riesce a capire la reale durata del viaggio. Per i tragitti lunghi, i treni notturni sono una valida alternativa. È consigliabile scegliere almeno la seconda classe con aria condizionata (2AC o 3AC), che garantisce posti letto con lenzuola pulite fornite alla partenza, maggiore sicurezza e un viaggio più tranquillo rispetto alle classi inferiori.
Un’opzione più comoda per coprire lunghe distanze è con voli interni: numerose compagnie low cost collegano le principali città indiane e prenotando in anticipo si possono trovare tariffe vantaggiose, spesso competitive rispetto ai treni.
Per muoversi tra le città e nei dintorni, ci sono anche gli autobus, sia quelli governativi più spartani che quelli privati con sedili reclinabili e aria condizionata. All’interno delle città, assolutamente i tuk-tuk (rickshaw a tre ruote) sono il mezzo più pratico e diffuso. È fondamentale contrattare il prezzo prima di salire. Nelle grandi città come Delhi e Mumbai (qui i rickshaw sono principalmente elettrici) lo spostamento in tuk-tuk tra mucche, biciclette e pedoni può sembrare adrenalinico come un videogioco!
Fonte: ASSpostamento in tuk-tuk
Prevedere qualche pausa
Viaggiare in India con i bambini significa adattare il ritmo alle loro esigenze. Meglio rinunciare a qualche tappa e prendersi il tempo per godersi ogni esperienza con calma, evitando stress e stanchezza. Le grandi città, in particolare, possono essere caotiche e affollate, quindi è utile pianificare pause regolari per riposarsi. Rientrare in hotel nel primo pomeriggio per una pausa, magari in una struttura con piscina, può essere un ottimo modo per ricaricarsi. Anche fermarsi in un ristorante tranquillo permette di spezzare la giornata senza sovraccaricare i più piccoli. In visita alle città più grandi può essere necessaria una pausa nei parchi pubblici o giardini; anche nei templi e nei palazzi, spesso ci sono cortili ombreggiati dove fermarsi un momento prima di riprendere la visita.
Cosa mangiare in India con i bambini
Il cibo indiano è ricco di spezie e sapori piuttosto intensi. Nel Nord prevalgono piatti a base di pane e curry più densi, mentre a Sud si trovano preparazioni a base di riso, come il dosa (una sorta di crêpe croccante) con verdure o il riso con latte di cocco. Il thali è il pasto più tipico: un vassoio con porzioni di riso, verdure, lenticchie e pane locale, come chapati o naan. Per i bambini può essere una buona soluzione, scegliendo le versioni meno speziate. È sempre utile specificare “no spicy, no pepper” quando si ordina, anche se un po’ di piccante sarà inevitabile. Nelle città sacre la cucina è prevalentemente vegetariana, mentre a Delhi e nelle aree musulmane si trovano piatti di carne. In ogni caso, è consigliabile fare scorta di pane locale (chapati), che è neutro e piace ai bambini. La frutta fresca e secca sono ottime per le merende. Per una pausa dalle spezie, i ristoranti di hotel internazionali propongono opzioni più semplici come pasta, uova o omelette.
Fonte: ASDormire in famiglia è un modo per conoscere altri bambini
Medicine, assicurazione e documenti
Non ci sono vaccinazioni obbligatorie per viaggiare in India, ma alcune sono raccomandate, specialmente per le aree rurali. Secondo le indicazioni di Viaggiare Sicuri, è consigliabile essere in regola con le vaccinazioni di routine (tetano, epatite A e B, febbre tifoide) e valutare la profilassi antimalarica per alcune zone. È sempre opportuno consultare un medico prima della partenza. Un’assicurazione sanitaria è altamente consigliata, poiché le strutture mediche pubbliche possono essere inadeguate e quelle private, di buon livello nelle grandi città, hanno costi elevati. In generale, conviene portare qualcosa per la diarrea, fermenti lattici e medicinali per il primo soccorso, oltre a detergenti per le mani (visto che non si usano posate). Per la frutta, scegliere solo quella con la buccia, come banane e mango, per evitare problemi intestinali. È fondamentale bere solo acqua in bottiglia e evitare ghiaccio e verdure crude. Occhio alle scimmie, perché sono davvero agguerrite e farebbero qualsiasi cosa per rubare del cibo.
Per entrare in India è necessario un visto turistico, che va richiesto online. L’e-Visa può essere richiesto non prima di 20 giorni dalla partenza: si riceve l’ETA (Electronic Travel Authorization), che permette, entro 30 giorni, di attivare il visto all’arrivo in aeroporto.
Nata come esperimento universale di unità, trasformazione della coscienza e sostenibilità nel sud dell’India, a pochi chilometri da Pondicherry, la città di Auroville è un progetto unico al mondo. Immaginata fin dagli anni ’30 del secolo scorso dalla “Madre” Mirra Alfassa, discepola di Sri Aurobindo, è stata fondata ufficialmente il 28 febbraio 1968 come un’iniziativa per promuovere la pace e l’armonia oltre confini, culture e religioni.
Circa 5.000 persone, rappresentanti 124 nazioni, hanno partecipato alla cerimonia di inaugurazione presso il grande albero di banyan al centro di quella che sarebbe divenuta Auroville. In quell’occasione, la Madre ha presentato la Carta di Auroville, che stabilisce i principi guida della città, che prevedono tra l’altro l’assenza di proprietà privata e la dedizione al miglioramento personale e collettivo. Anche l’Unesco ha riconosciuto l’importanza del progetto per il futuro dell’umanità, approvandolo come un esperimento che potrebbe rappresentare un modello per nuove comunità globali basate sull’unità e la sostenibilità.
Il Matrimandir, cuore spirituale di Auroville
Il Matrimandir, o “Tempio della Madre”, è il cuore spirituale e geografico di Auroville. Questa struttura sferica, dorata all’esterno e austera all’interno, ospita una grande sala meditativa di marmo bianco con un cristallo al centro, dove i visitatori sono invitati a trovare la propria coscienza. Costruito per essere un luogo di introspezione e di calma, il Matrimandir è alimentato da energia solare, simbolo dell’impegno di Auroville verso la sostenibilità. Le visite sono consentite solo con un permesso speciale e spesso richiedono alcuni giorni di attesa.
L’organizzazione della comunità
Auroville è divisa in quattro “zone” principali che si irradiano dal Matrimandir: la Zona Residenziale, dove risiedono gli abitanti; la Zona Industriale, dedicata a progetti sostenibili e piccole industrie; la Zona Culturale, dove si svolgono attività educative e artistiche; e la Zona Internazionale, che ospita progetti dedicati alla diversità culturale e al dialogo globale. L’area urbana è circondata da una “Cintura Verde”, una zona di ricerca ambientale e di risorse che comprende foreste, giardini botanici, fattorie biologiche, e raccolte di piante medicinali.
Auroville promuove anche attività agricole ed ecologiche, con oltre 14 fattorie biologiche che producono prodotti locali. Molte di queste fattorie accolgono volontari che possono sperimentare la vita della comunità, lavorando nei campi o prendendo parte a progetti di rigenerazione ambientale. Un esempio è la Kottakarai Organic Food Processing Unit, che produce biscotti e pasta da ingredienti locali e biologici, mentre Ganesh Bakery rappresenta un popolare punto di ritrovo per visitatori e residenti.
Oggi Auroville ospita circa 2.500 residenti da oltre 49 nazioni, con una popolazione in costante crescita, sebbene sia ancora ben lontano l’obiettivo di 50mila abitanti che si erano posti i fondatori. Circa un terzo dei residenti è indiano, mentre il resto proviene principalmente da Francia, Germania e Italia, appartenenti a ogni fascia d’età e background.
Ma sono migliaia i visitatori che ogni anno giungono ad Auroville, molti dei quali rimangono coinvolti nelle attività della comunità. Durante la stagione turistica, da dicembre a marzo, il calendario delle attività è particolarmente ricco, con corsi di yoga, tai-chi, guarigione alternativa e altre discipline olistiche. Auroville è diventata anche un polo per progetti sociali, economici, ambientali e culturali, spesso aperti alla partecipazione dei visitatori.
Un modello per il futuro
Oltre all’obiettivo della trasformazione interiore, Auroville ha abbracciato una missione di sostenibilità ambientale e autosufficienza. Ogni progetto è pensato per ridurre l’impatto ambientale e promuovere uno stile di vita equilibrato, sia attraverso l’agricoltura biologica che mediante l’uso di energia rinnovabile. Il modello di Auroville, in cui uomini e donne di tutto il mondo vivono in armonia, può ispirare altre comunità a ripensare il proprio approccio alla vita collettiva e alla protezione dell’ambiente.
Per chi desidera saperne di più su Auroville, è disponibile una guida ufficiale, l’Auroville Handbook, che contiene informazioni dettagliate sui principali luoghi di interesse, come il Centro Tibetano, la Sala del Municipio, la spiaggia privata di Auroville.
Puducherry o Pondicherry, definizione: nuovo villaggio o nuovo insediamento. All’interno del nome è racchiusa la sua storia più recente segnata dal dominio francese che, arrivato qui per le spezie e i tessuti, la occupò dal XVII secolo al 1954. Parliamo di storia recente perché l’anima della città, seppur contraddistinta dalle classiche architetture color pastello, eredità del periodo coloniale, ha origini molto più antiche. La zona in cui si trova, infatti, quella del Tamil Nadu, a Sud dell‘India, è la culla di una delle più grandi civiltà indiane che vanta oltre 2000 anni.
Affacciata sul Golfo del Bengala, ha molto da offrire ai viaggiatori che decidono di inserirla all’interno del loro itinerario indiano, creando così il mix perfetto di cultura, storia e spiritualità con un tocco di benessere europeo. Templi, chiese e centri spirituali, insieme al mare e alle spiagge che stanno contribuendo a riscriverne l’identità turistica agli occhi del mondo, le hanno valso anche un posto nel Best in Travel 2025 stilato da Lonely Planet.
Dopo aver consumato la colazione con una tazza di caffè fumante, andate alla scoperta di Pondicherry esplorando le diverse cose da vedere: qui di seguito trovate i nostri consigli.
Passeggiata nella storica White Town
La maggior parte dei visitatori parte dalla White Town ossia il quartiere francese situato a pochi passi dal lungomare. Potete partire anche voi da qui, soprattutto se avete ancora bisogno di entrare in confidenza con l’India: passeggiando tra queste strade il vostro approccio sarà familiare e delicato. Questo è garantito dall’atmosfera in cui è immerso il quartiere, tra antichi cortili residenziali, caffè, ristoranti con cucina francese, indiana e altre regioni dell’Asia meridionale e le architetture dai colori pastello.
L’eredità lasciata dai francesi è presente anche nelle diverse chiese, come Notre Dame des Anges o la Basilica del Sacro Cuore, esempio di architettura gotica riconosciuta come uno dei luoghi di pellegrinaggio più importanti per gli indiani cristiani. La loro presenza si può vedere anche nelle statue di Dupleix e Giovanna d’Arco o nelle insegne stradali di ceramica blu che portano nomi come Dumas e Romain Rolland. Se volete scoprire il quartiere francese in modo particolare, potete optare anche per un tuk tuk!
Fonte: iStockLa Basilica di Pondicherry in stile gotico
Il museo di Pondicherry
Il museo offre la possibilità di immergersi nel passato della città attraverso i periodi geologici, archeologici e storici. Si tratta di una tappa imperdibile da inserire nel vostro itinerario perché mette in evidenza i diversi aspetti del patrimonio artistico e culturale di Pondicherry mediante un percorso che accompagna i visitatori in diverse sale. C’è la sala dedicata al periodo del colonialismo francese, la sezione archeologica con reperti risalenti al Neolitico, quella dedicata ai veicoli e alle sculture induiste. Il museo è aperto dal martedì alla domenica, dalle 10:00 alle 17:00.
Viaggio ad Auroville
Negli anni ’60, Pondicherry era conosciuta come una città dove i viaggiatori solitari interessati alla spiritualità potevano trascorrere il loro tempo in modo pacifico dedicandosi semplicemente alla loro crescita interiore e alla lettura di libri filosofici. Qui hanno vissuto personaggi importanti per il movimento spirituale europeo del periodo, come Sri Aurobindo, filosofo indipendentista e guru indiano, e Mirra Alfassa, conosciuta anche come “la Madre”, devota collaboratrice spirituale di Aurobindo.
Fu proprio lei a fondare una città sperimentale chiamata Auroville, progettata dall’architetto Roger Anger in un modello a spirale galattica e per la quale è stata scritta una carta che dichiarava che il luogo non sarebbe appartenuto a nessuno in particolare, ma all’Umanità intera. Qui, dopo esservi rivolti al Centro Visitatori presente in loco, potete visitare la città e ammirare, per esempio, il Matrimandir, un tempio dorato non religioso dove i residenti vi si recano per meditare e per concentrarsi.
Fonte: iStockIl tempio d’oro ad Auroville
Il tempio Sri Manakula Vinayagar
Non solo chiese, a Pondicherry ci sono anche templi induisti, tra cui il più bello è sicuramente il tempio Sri Manakula Vinayagar. Dedicato a Ganesha, si ritiene che sia stato fondato cinque secoli fa. Il tempio attira un gran numero di devoti ogni giorno, specialmente il 18° giorno del festival di Brahmotsavam: si tratta di un evento annuale molto importante per gli abitanti di Pondicherry e non solo, dedicato a Varadaraja Perumal, un’incarnazione di Vishnu. La celebrazione ha un grande significato religioso poiché rappresenta il viaggio celeste della divinità per benedire e proteggere i suoi devoti. Solitamente viene organizzato ogni anno nel mese di agosto.
Spiagge e sport acquatici
Pondicherry attira sempre più l’attenzione dei viaggiatori anche per la sua atmosfera rilassata e per la possibilità di pianificare una vacanza che unisce cultura e relax. Qui, infatti, sono presenti diverse spiagge, tra cui le più famose sono Paradise Beach, Serenity Beach e Auro Beach. Se alla tintarella volete aggiungere un po’ di movimento, potete dedicarvi ad alcuni sport acquatici, in particolare le immersioni subacquee. La vita marina in questa zona dell’India è davvero unica e vanta pesci quali il pesce pappagallo, il pesce angelo, la manta, il kingfish e molte altre specie. Inoltre, se siete abbastanza fortunati, potreste persino avvistare squali balena, delfini e tartarughe.
Mamallapuram, Patrimonio UNESCO
A pochi chilometri da Pondicherry troverete la bellissima città di Mahabalipuram. L’incrocio tra passato e presente è visibile nella pittoresca cittadina conosciuta anche come Mamallapuram, famosa per i suoi monumenti storici, protetti dall’UNESCO come Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Qui troverete templi ed edifici Pallava particolarmente scolpiti, la maggior parte dei quali risalenti al VII secolo.
Se c’è una terra di straordinaria bellezza, dove immergersi in una cultura diversa ma arricchente dalla nostra, quella è l’India, dove i paesaggi che si susseguono ci lasciano senza parole. Una meta che non si può non visitare almeno una volta nella vita, per assaggiare lo street food nelle sue vie, per entrare a contatto con gli usi e i costumi del Paese, per scoprire monumenti sacri, o magari perdendosi per le strade delle sue metropoli caotiche, ma uniche. La domanda, però, è: come entrare in India? Quali sono le regole del visto turistico per l’India? Costi, durata, informazioni: ti diciamo tutto quello che c’è da sapere per preparare il bagaglio per il tuo prossimo viaggio!
Visto in India, i documenti per entrare nel Paese
Prima di scegliere i look e imparare le parole utili per il viaggio in India, è indispensabile essere in regola per entrare nel Paese. Sono due i documenti fondamentali da avere con sé, ovvero il passaporto e il visto per l’India. Naturalmente, parliamo pur sempre di un territorio vasto: se abbiamo organizzato la vacanza da soli e non con un’agenzia specializzata, è bene informarci prima di partire. La prima cosa da sapere è che ottenere il visto turistico per l’India non è complicato, ma naturalmente c’è un iter da rispettare. Soprattutto, lo diciamo per i tempi: la logica ci impone il buonsenso di non arrivare all’ultimo, perché c’è il rischio concreto di perderci il viaggio.
Visto turistico India 30 giorni
Per quanto riguarda il soggiorno, l’India consente ai cittadini italiani la possibilità di richiedere il visto in formato elettronico: quello che dura 30 giorni dal momento dell’ingresso nel Paese, oppure con due ingressi in India che però devono avvenire sempre nell’arco temporale di 30 giorni. Ed è possibile avviare la procedura online. Con questo visto, puoi viaggiare in India con un tour operator, oppure in modo del tutto indipendente, magari per visitare un amico o un parente. Non solo turismo, infatti: è persino possibile seguire un corso di yoga, molto in voga in India. O fare una crociera per le coste dell’India, ma devono essere previsti fino a un massimo di due scali.
L’avventura inizia: lasciati conquistare da palazzi dei Maharaja, ma ricorda di effettuare la domanda per il visto per l’India online, mediante il sito ufficiale del Governo Indiano (puoi raggiungerlo attraverso il sito dell’ambasciata indiana in Italia) oppure l’alternativa è richiederlo presso un’agenzia specializzata in visti. Naturalmente, hai bisogno di alcuni documenti e dati personali per compilare il modulo eVisa per l’India.
Quali sono i documenti per ottenere il visto turistico per l’India?
Come accade sempre, prima di ottenere il visto d’ingresso per l’India, devi presentare il modulo riempiendolo con tutti i dati necessari. E non solo.
Passaporto: deve essere valido per almeno 6 mesi dalla data di arrivo in India. Deve avere almeno due pagine bianche disponibili per i timbri di ingresso e uscita;
Fototessera: una fotografia recente (formato fototessera) a colori, su sfondo bianco, che rispetti i requisiti indicati. Per l’eVisa, potrebbe essere richiesto l’upload della foto in formato digitale;
Copia della prenotazione del biglietto aereo;
Copia della prenotazione alberghiera. In alternativa, se alloggiamo da un parente o amico, serve una lettera di invito o documento di identità dell’ospitante;
Modulo India eVisa compilato in ogni campo;
Se richiesta, una lettera d’incarico firmata.
Quando richiedere il visto per l’India da 30 giorni?
Il tempo è sovrano, lo diciamo sempre: mai arrivare all’ultimo minuto, soprattutto quando la partenza si sta per avvicinare. Anche perché potremmo ritrovarci nella pessima situazione di dover spostare il viaggio (o di doverlo addirittura cancellare). Di norma, il visto turistico da 30 giorni per l’india può essere richiesto da 30 giorni prima dell’ingresso fino a 5, ma consigliamo di farlo subito, appena possibile.
Certo, non mesi prima (anche perché non è fattibile), ma comunque a partire dal primo giorno in cui è consentito presentare la domanda. Facendo un esempio semplice: se dobbiamo partire il 30 ottobre, iniziamo a informarci il 2. Per l’eVisa, di solito, in ogni caso, i tempi di elaborazione sono di 72 ore. Assicurati di non attendere troppo, dunque, in modo tale da garantire che la domanda venga gestita nei tempi.
Quanto costa il visto turistico per l’India?
Naturalmente, la vacanza in India richiede un budget importante: devi organizzare l’aereo, l’alloggio, cosa mangiare, cosa acquistare, tra souvenir e ricordi di viaggio, oltre alle visite ai monumenti e agli spostamenti. Ma ricorda che il visto turistico ha comunque un prezzo, sebbene abbastanza contenuto, che varia in base alla stagione: il costo standard è di 15 euro, ma da luglio a marzo può costare fino a 30 euro, ovvero durante l’alta stagione. Consigliamo di affidarsi a un’agenzia per fare una stima precisa e trasparente dei costi.
Le principali tipologie di visto per l’India
Oltre al visto turistico, abbiamo visto che è importante avere con sé il passaporto con validità di 6 mesi residua per poter accedere in India, e dal 2017 è possibile ottenere il visto online. Sono due le tipologie principali: il visto turistico standard, oppure l’eVisa. Nel primo caso parliamo di un adesivo che viene apposto sul passaporto: sono previsti, per il turista, dei vantaggi aggiuntivi, come la possibilità di ingressi multipli, liberi da porti e aeroporti. Inoltre, permette di poter prendere parte alle crociere in India, di accedere alle aree ristrette e molto altro.
L’autorizzazione elettronica online, invece, come abbiamo visto, è richiesta principalmente per finalità turistiche, ma prevede, oltre a questo, ulteriori categorie, tra cui visto business, visto studenti, visto di lavoro, visto conferenza o visto medico.
Per quanto tempo è valido il visto turistico per l’India?
La durata del tipo di visto è strettamente legata alle nostre esigenze: esiste il visto turistico 30 giorni per l’India, così come per 60 giorni, 90 giorni o finoa 6 mesi dalla data di emissione (che consente, quindi, due ingressi). Sono, in ogni caso, disponibili dei visti turistici con validità da un anno fino a cinque anni, ma parliamo di visti più rari e che vengono richiesti in modo separato dalla vacanza classica. Tutto dipende da te: per quanto tempo hai bisogno di rimanere in questo magnifico Paese? L’India ti aspetta: scoprirai la bellezza delle Isole Laccadive o ti lascerai conquistare dal cuore spirituale di Mumbai?
A sud di Mumbai, in India, si trova un affascinante quartiere antico dove il tempo sembra essersi fermato. Edifici dallo stile coloniale, strade affollate, caffè che pullulano di vita e mercati con un grande viavai di persone; Colaba è l’esatta fotografia della vivacità e del brio che, da sempre, caratterizzano l’India e, in particolare, la sua capitale. Se hai letto Shantaram e ti ha tenuto incollato alle sue pagine, allora questo quartiere saprà conquistare il tuo cuore. In questa guida abbiamo raccolto tutte le informazioni che ti servono per conoscere meglio questa gemma di Mumbai e appuntarti nel tuo itinerario di viaggio cosa fare e cosa vedere a Colaba per vivere un’esperienza indimenticabile.
Colaba: un po’ di storia
Per scoprire l’essenza di questo splendido quartiere di Mumbai, è fondamentale fare un tuffo tra le pagine della sua storia. Nonostante le sue origini risalgano a epoche ben precedenti all’era coloniale britannica, le informazioni antecedenti al 1600 sono piuttosto vaghe e frammentarie. Grazie a qualche testimonianza scritta, sappiamo che l’intera regione era popolata da una comunità di pescatori – i Koli – che diedero il nome al quartiere. Colaba, infatti, deriva dal termine Kolabhat, il cui significato è proprio “terre dei Koli”. Le testimonianze più dettagliate sul vibrante quartiere della capitale dell’India provengono dall’epoca coloniale britannica, a partire dal XVII secolo. Durante questo periodo storico l’isola passò sotto il dominio degli inglesi che ne plasmarono l’identità trasformandola in un centro nevralgico della città, non solo per la sua importanza strategica e commerciale, ma anche per il suo sviluppo come zona residenziale di lusso. I coloni inglesi impreziosirono il quartiere costruendo splendidi edifici in stile coloniale, molti dei quali sono ancora visibili, e l’area divenne sede di importanti centri amministrativi e politici. Dall’800 il quartiere subì un veloce e importante sviluppo urbano che ne portò all’espansione. A testimoniare il florido periodo per il quartiere c’è il Gateway of India, edificato nel 1924 per celebrare la visita di Re Giorgio V e della Regina Maria. Oggi Colaba è una delle zone più belle di Mumbai e, ogni anno, attira milioni di visitatori che vogliono immergersi nella storia e nella cultura della città.
Cosa vedere e cosa fare a Colaba
Colaba è un quartiere che va visitato a piedi e con il naso all’insù. Perditi tra le sue stradine e scopri gli affascinanti contrasti che lo rendono un luogo così unico nel suo genere. Osserva come l’imponente architettura coloniale britannica – che puoi ritrovare nei suoi palazzi – viene addolcita dalla vivacità e dal brio dei suoi mercati. Mentre cammini per le sue strade, attiva tutti i sensi e lasciati trasportare in una passeggiata che difficilmente potrai scordare. In questa guida abbiamo raccolto una lista di cose che che devi assolutamente vedere in questa perla nascosta della meravigliosa Mumbai
Colaba Causeway
Il Colaba Causeway è una via commerciale famosa per essere uno dei mercati più vivaci e frequentati della capitale indiana. Un luogo ricco di vita, con un’atmosfera che difficilmente si può trovare altrove e che restituisce una fotografia ben precisa dell’anima caotica di Colaba. Punto d’incontro per i locali e meta imperdibile per i visitatori, qui puoi lasciarti incantare dalla quantità spropositata di oggetti, gioielli, abiti e tessuti che ogni piccola bottega ha da offrire. Non perdere l’occasione di osservare la pratica della contrattazione e, perché no, di metterti alla prova in questa vera e propria arte commerciale.
Gateway of India
Questo monumento è una delle attrazioni più iconiche di tutta Mumbai. Come hai letto prima, è stato costruito nel 1924 per commemorare la visita di Re Giorgio V e della sua consorte, la Regina Maria. Alto circa 26 metri, l’arco è stato un testimone silenzioso di grandi eventi storici; il più importante fra tutti? La partenza delle ultime truppe inglesi nel 1948 che sancì la fine del dominio britannico in India. Situato sul porto di Mumbai, da qui partono molte piccole escursioni in barca che ti porteranno a scoprire la zona portuale. Oggi questo luogo attira locali e visitatori offrendo delle splendide viste sul Mar Arabico.
Colaba Observatory
Fondato nel 1826, è uno dei primissimi osservatori meteorologici dell’India. Il Colaba Observatory veniva utilizzato per compiere studi climatici e geofisici. L’edificio non è aperto al pubblico, ma un passaggio di fronte a questo luogo di interesse è d’obbligo per tutti gli appassionati di scienza e storia.
Cowasji Jehangir Hall
Dopo una perla per chi ama la scienza, ecco una chicca per tutti gli appassionati d’arte: la Cowasji Jehangir Public Hall. Un edificio di grande bellezza e importanza storica costruito nel 1911 e utilizzato fino agli anni ‘50 come auditorium. Nel 1996 divenne sede della National Gallery of Modern Art di Mumbai e, oggi, ospita moltissime opere d’arte moderna indiana e internazionale. Se stai visitando Mumbai e vuoi fare due passi per Colaba, controlla il sito della galleria e scopri il suo fitto calendario di mostre ed eventi culturali.
Cattedrale del Santo Nome
Proseguendo la tua passeggiata per Colaba, nel cuore di Mumbai, fermati presso La Cattedrale del Santo Nome. Una chiesa cattolica risalente al 1905 e costruita in stile neogotico, una delle estetiche preferite dai coloni britannici. Le vetrate colorate, i grandi affreschi e le decorazioni che impreziosiscono la cattedrale ti toglieranno il fiato. Una tappa imperdibile se desideri scoprire il patrimonio religioso e culturale di Mumbai.
Prong’s Lighthouse
Situato sulla punta di Colaba, c’è questo magnifico faro inaugurato nel 1875. Il Prong’s Lighthouse gode del primato di uno dei fari più antichi dell’intera regione e, ancora oggi, svolge la sua funzione di punto di riferimento per le navi che entrano nel porto di Mumbai. Il faro non è aperto ai visitatori ma offre comunque un punto d’arrivo durante la tua passeggiata per Colaba, nonché un ottimo punto fotografico per immortalare la bellezza del porto della capitale dell’India.
I Sassoon Docks
Costruiti nel 1875 dalla famiglia Sassoon, i Sassoon docks sono una delle poche aree portuali di Mumbai aperte al pubblico. Qui potrai fare una passeggiata e scoprire la vita del porto, con le barche di pescatori che vanno e vengono e che mettono in atto le proprie attività commerciali, soprattutto ittiche. Fermati a osservare il viavai dei pescatori e lasciati incantare da queste pratiche che avvengono sullo splendido sfondo del porto di Mumbai.
David Sassoon Library
Sempre restando nel patrimonio culturale lasciato dalla famiglia Sassoon, a Colaba si trova anche la David Sassoon Library, una delle biblioteche più antiche di Mumbai, edificata nel 1870. Al suo interno ospita un’ampia collezione di manoscritti storici che, ogni anno, attirano appassionati e studiosi. Anche l’edificio merita una menzione, grazie alla sua meravigliosa architettura neogotica. La biblioteca è aperta al pubblico e i visitatori possono accedervi tutti i giorni dalle 8.00 alle 21.00.
Leopold Café
Un’ultima perla, prima di passare alle informazioni più tecniche per organizzare al meglio la tua visita è il Leopold Café. Situato nel cuore di Colaba è un locale iconico, fondato nel 1871. Crocevia di persone, è stato – ed è tuttora – un punto d’incontro per viandanti, expat e locals. Il caffè è diventato celebre grazie al romanzo di Gregory David Roberts, Shantaram, che lo ha utilizzato come una delle location centrali attorno alla quale si susseguono le vicende dei protagonisti del romanzo. Fortemente danneggiato durante gli attentati del 2008, è stato riportato al suo splendore originario e, oggi, resta un importante simbolo di forza e resilienza. Non perderti l’occasione di vivere una magica esperienza sedendoti in uno dei suoi tavolini e provando qualche pietanza della cucina tradizionale indiana.
Visitare Colaba: cosa sapere prima di partire
Fonte: iStockLa facciata decorata di un palazzo a Colaba, nel cuore di Mumbai
Prima di organizzare la tua visita a Colaba, è importante tenere a mente alcune informazioni. Da come raggiungerla a cosa portare con te, ecco tutte le nozioni di cui hai bisogno per organizzare al meglio la tua visita e non farti cogliere impreparato.
Quando visitare Colaba: Colaba è attiva tutto l’anno, ma i periodi migliori per visitarla sono da gennaio ad aprile. Da aprile a giugno, nella stagione calda, può essere sconveniente visitare le attrazioni all’aperto, così come durante la stagione dei monsoni a luglio e agosto.
Cosa portare con te: camminerai tanto quindi ricordati di portare con te crema solare, occhiali da sole e tanta, tanta acqua. Anche un paio di scarpe comode non è assolutamente da sottovalutare.
Come raggiungerla: Colaba si trova nella zona meridionale di Mumbai, puoi raggiungerla a piedi dal centro della capitale o utilizzando i mezzi pubblici. Qualora fosse il tuo punto di arrivo direttamente dall’aeroporto per raggiungerla ci vorrà un’ora di auto.
Per concludere, Colaba è un quartiere che conquista. Con la sua anima vivace e la sua miscela di storia, cultura e modernità è il quartiere perfetto per una passeggiata dalle molteplici sorprese. Passando dal Leopold Café al Gateway of India e soffermandosi nei suoi splendidi mercati e affascinanti gallerie d’arte, Colaba ha tanto da offrire a chiunque voglia immergersi nelle sue strade e, di fatto, nella sua anima.
Il Kerala è uno Stato della costa sud-occidentale dell’India, noto agli appassionati di viaggi soprattutto per la sua bellezza naturale, i paesaggi lussureggianti, le spiagge incontaminate, i caratteristici corsi d’acqua chiamati backwater, le piantagioni di tè e spezie e la sua ricca cultura e tradizioni.
Ma forse non tutti sanno che questo angolo di Eden in Terra, conosciuto anche come “La Terra degli Dei” per l’incredibile numero di templi, chiese e moschee che rispecchiano l’armoniosa convivenza di diverse comunità religiose, è anche circondato da diverse altre isole. Se amate il turismo eco-friendly e sostenibile, non dovreste perdere per nulla al mondo l’opportunità di scoprire la spiaggia perfetta, quella dei sogni: si trova alle Isole Laccadive.
Le Isole Laccadive, oasi di Madre Natura
Le isole Laccadive, si trovano nell’Oceano Indiano, al largo delle coste del Kerala: si tratta di un gioiello nascosto, un tripudio di bellezza che incanta i viaggiatori con la loro natura incontaminata e la tranquillità che pervade l’atmosfera circostante. Composte da circa una dozzina di atolli corallini, queste isole offrono paesaggi mozzafiato con spiagge di sabbia bianca, a dir poco “perfette”, acque cristalline e una ricca vita marina che attira gli amanti dello snorkeling e del diving da tutto il mondo.
Fonte: Getty ImagesIl mare cristallino delle Isole Laccadive
L’arcipelago delle Laccadive, parte quindi dell’India, è indubbiamente un vero e proprio paradiso per chi cerca pace e relax lontano dal caos della vita quotidiana. Le piccole comunità locali, la cucina deliziosa a base di pesce fresco e cocco, e le tradizioni culturali uniche delle isole contribuiscono a creare un’esperienza autentica e indimenticabile per i viaggiatori che scelgono di prendere un aereo alla ricerca della spiaggia perfetta.
Oltre alle attività acquatiche come lo snorkeling, il diving e il nuoto, le isole Laccadive offrono ai viaggiatori anche la possibilità di esplorare la ricca flora e fauna locale, fare escursioni tra le palme da cocco e le piantagioni di banane, o semplicemente rilassarsi al sole su spiagge deserte.
Ma qual è la città principale delle isole Laccadive? Si tratta di Kavaratti. Kavaratti è infatti la capitale dell’Unione dei Territori delle Laccadive, Minicoy e Amindivi, che costituiscono l’arcipelago di queste spettacolari isole indiane. La città di Karavatti è un importante centro amministrativo e culturale delle isole, nonché uno dei maggiori punti di accesso per i visitatori che desiderano esplorare questa splendida regione dell’Oceano Indiano. Con le sue spiagge incredibili, le acque incontaminate e la ricca vita marina, Kavaratti è una destinazione ambita sia dai turisti che dagli amanti del mare e degli sport acquatici. La città di Karavatti offre anche una serie di attrazioni culturali, tra cui moschee da visitare (alcune infatti aperte al pubblico), mercati locali dove scoprire lo street food e i prodotti tipici e luoghi storici che riflettono la ricca storia e la tradizione delle isole Laccadive.
Le Isole Laccadive (nel dialetto locale Lakshadweep, che significa “centomila isole“) sono conosciute per essere il luogo più esotico e incontaminato del mondo. Sono talmente sperdute e poco conosciute che quasi si fatica a individuarle sulla mappa. Scoperte da Vasco da Gama, le Isole Laccadive furono tappa anche per Marco Polo.
Per essere ancora più specifici nella descrizione di questo spettacolo di Madre Natura, dobbiamo dire che le Laccadive sono in totale 36 tra isole (12) e isolette coralline al largo del Mare Arabico, a circa 400 km dallo Stato indiano del Kerala, immerse in un mare verde smeraldo.
Le isole abitate però sono solamente dieci e soltanto cinque di queste sono aperte al turismo, ma non finisce qui: questa meta si conferma ancora più remota, esotica e soprattutto esclusiva perché di queste cinque isole solamente due sono accessibili ai cittadini non indiani: Bangaram e Agatti.
Le spiagge perfette di Bangaram e Agatti
A Bangaram esiste ancora oggi un unico resort, che può alloggiare 60 persone. Per il resto, l’isola è disabitata ed è il luogo ideale per chi vuole sentirsi fuori dal mondo civile. Chi desidera dimenticare la civiltà troverà qui il luogo dei propri sogni. Un’agenzia che organizza viaggi alle Laccadive avverte: “A Bangaram non ci sono televisione, radio, giornali e intrattenimenti serali. L’uso del telefono è previsto solo in caso di emergenza”. Basta saperlo.
Agatti, dove si trova l’aeroporto su cui atterrano i voli provenienti da Cochin, ha un unico resort, ancor più spartano di quello di Bangaram (che invece è simile ai resort sulla spiaggia presenti in destinazioni come le Maldive).
Le acque delle Laccadive su queste due isole sono un paradiso per i diver e per chi pratica snorkeling. La vita sotto il mare pullula di pesci e coralli coloratissimi. Le spiagge, ricche di conchiglie e costeggiate da palme, garantiscono frescura anche nei mesi più caldi, così da poter essere raggiungibili in qualunque periodo dell’anno.
Le isole sono un ecosistema molto fragile che deve essere conservato tale e quale. Ecco perché è vietato raccogliere conchiglie, coralli e noci di cocco. Un altro dettaglio da aggiungere circa il viaggio alle Isole Laccadive è che i turisti necessitano di un permesso per visitare le isole.
Quando andare alle isole Laccadive
Il periodo migliore per visitare le isole Laccadive è durante la stagione secca, che va da novembre a marzo. Durante questi mesi, infatti, le condizioni meteorologiche sono generalmente più stabili, con giornate soleggiate e piogge meno frequenti, il che rende l’esperienza complessiva più piacevole per chi desidera godersi le spiagge e le attività acquatiche.
Evitare il periodo tra giugno e settembre sarebbe più opportuno, perché questa infatti è la stagione delle piogge monsoniche, quando le isole possono essere soggette a forti piogge e temporali che potrebbero influenzare negativamente il vostro viaggio.
Tuttavia, è sempre consigliabile controllare le previsioni meteorologiche prima di pianificare il viaggio alle Isole Laccadive per assicurarsi di scegliere il momento migliore in base alle vostre preferenze e attività previste.
Come arrivare alle Isole Laccadive
Per raggiungere le isole Laccadive, è possibile prendere un volo per l’aeroporto più vicino, che solitamente è l’Aeroporto Internazionale di Kochi (Cochin) nel Kerala, in India. Da Kochi, si può prendere un volo nazionale per l’aeroporto di Agatti, l’isola principale delle Laccadive, che è servita da voli regolari operati dalla compagnia aerea nazionale indiana.
Una volta atterrati ad Agatti, è invece possibile spostarsi tra le altre isole dell’arcipelago utilizzando i servizi di traghetti o di piccoli aeroplani che collegano le diverse isole dell’arcipelago.
Si consiglia di verificare la disponibilità dei voli e dei trasporti tra le isole in anticipo, in quanto i servizi potrebbero essere limitati e soggetti a variazioni a seconda delle condizioni meteorologiche e della stagione, soprattutto in una destinazione così esclusiva come le Isole Laccadive.
Se siete dei viaggiatori appassionati e abituali, saprete già che una delle tecniche più efficaci per immergersi con successo nella cultura e nelle tradizioni di un luogo è quella di gettarsi a capofitto nella lingua. In India, però, l’impresa potrebbe rivelarsi un po’ più complicata che altrove, soprattutto per la difficoltà del dialetto, ma non bisogna scoraggiarsi. In questo articolo vi parleremo di quali sono le parole più importanti e utili da imparare prima di preparare le valige per l’India (e ammirare il Taj Mahal!).
Quale lingua si parla in India?
In linea di massima, si pensa che nel subcontinente si parli l’hindi, lingua ufficiale, ma non si potrebbe essere più lontani dalla realtà. Attualmente la Costituzione indiana prevede circa 22 lingue legalmente riconosciute, suddivise in ceppi che, a loro volta si suddividono ancora. In base al luogo in cui programmeremo il viaggio, dunque, ci possiamo aspettare di sentire uno dei 1600 dialetti che vengono quotidianamente parlati in giro per l’India. Di fatto, questo rende l’hindi una lingua minoritaria, parlata solo da un 20% della popolazione e dunque piuttosto difficile da individuare.
Fonte: iStockIl fiume a Varanasi
Fortunatamente per noi, anche l’inglese è riconosciuto come una delle lingue ufficiali del subcontinente, e svariati milioni di indiani lo parlano come lingua natale, anche se con un accento che richiede un po’ di pratica per essere compreso del tutto. Una volta superato il primo ostacolo di comprensione, però, vi piacerà talmente tanto che lo assimilerete quasi per caso, portandolo in Occidente per strappare qualche sorriso! Un suggerimento: guardate qualche film Made in Bollywood per abituarvi!
Se state programmando una full immersion in India è importante essere pronti a farsi capire in qualsiasi momento, ricorrendo all’inglese e alle parole in hindi che, con un po’ di fortuna, tutti riusciranno a comprendere per darvi una mano.
C’è un piccolo ma: tenete presente che gli indiani sono molto educati e, generalmente parlando, tendono a rispondere di “sì” anche quando non hanno capito quello che gli state dicendo. Quando un indiano fa segno di sì con la testa, la farà dondolare a destra e a sinistra velocemente. All’inizio, questo gesto potrebbe lasciarvi molto più che confusi se non sapete quello che state vedendo. Per loro, il “no” è un’affermazione maleducata – soprattutto se l’interlocutore è più vecchio o ispira rispetto – che eviteranno di pronunciare, anche nel caso in cui non abbiano capito ciò che gli viene detto. Cercate dunque di analizzare il loro sguardo e, soprattutto, di essere più chiari possibile!
Le frasi più importanti da sapere in India
Prima di fare un viaggio è importante acquistare un piccolo dizionario in cui sono presenti tutte le terminologie necessarie a farsi capire dai locali, tenendo presente che se anche riuscissimo a dire “Dove si trova la stazione dei treni?” in lingua perfettamente comprensibile, ci si può aspettare una risposta nella medesima lingua che non riusciamo a capire.
L’India è un paese magico e la lingua, melodiosa e musicale, sarà uno dei souvenir più belli che riuscirete a riportare a casa. Basterà ascoltare e buttarsi, sperimentando con i suoni di quel luogo lontano che ti rimane nell’anima. Ecco un elenco di parole che vi aiuteranno a integrarvi in maniera più consapevole durante il vostro magico viaggio nel subcontinente:
Namasté: il celebre saluto indiano si declina anche, in base a chi si ha davanti, in “namaskar” e “namaskaram”. Namasté è una locuzione che gli indiani usano per riconoscere la presenza di Dio all’interno della persona che hanno davanti, ed è un modo molto educato e rispettoso di salutare chi hanno davanti. Se desiderate omaggiare chi avete davanti, assicuratevi di salutare per primi: per gli indiani la posizione sociale è fondamentale, e un saluto tempestivo è un primo indice che provate rispetto per il vostro interlocutore. In Rajasthan ci si saluta anche con “Ram Ram saa”, dove Ram è uno dei nomi del Dio Vishnu. Nei contesti di venerazione del Dio Krishna, la gente si saluta con “Hare Krishna” o “Jay Shri Krishna”. Anche “Om shanti” è un saluto, di stampo religioso, utilizzato con frequenza. Salutando, è importante tenere conto del movimento della testa. Articolando un saluto mentre si scuote dolcemente il capo, esso assumerà un significato assai più amichevole e colloquiale. Assicuratevi di farlo solo quando conoscete chi avete davanti!
Ach-Ha!: questa esclamazione entusiasta significa “Bene!”, “Ok”, “Davvero?” e “Buono” o “Bello” in base al contesto in cui la si utilizza. Questa parolina è una chicca proprio perché indica positività in quello che state facendo o vendendo: il cibo è buono, l’oggetto che vedete (o il monumento) è bello, oppure semplicemente state bene e volete comunicarlo.
Ji /Naheen: rispettivamente “Sì” e “No”. In base al luogo dove vi trovate, queste locuzioni potrebbero cambiare leggermente. Ad esempio, il sì potrebbe trasformarsi in “Aa”. Per non sbagliare, quando volete dire “sì” potete usare l’infallibile tecnica di far oscillare la testa, proprio come menzionato di sopra. All’inizio sembrerà strano dire “sì” con lo stesso gesto con cui noi, in Europa, facciamo intendere “così così”, ma dopo qualche giorno diventerà un’abitudine che potreste non riuscire più a togliervi!
Dhanyavaad: (si pronuncia “daniavad”) è un’altro dei moltissimi modi per dire grazie in India.
Dove si trova il bagno? – “Bathroom kahan hai?” così non correrete il rischio di perdervi nella ricerca della toilette in nessun posto voi vi troviate.
Quanto costa? – “Yeh kitne ka hai?” frase utilissima per comprare i souvenir da portare con voi al rientro dal vostro viaggio.
Posso avere il conto, per favore? – “Bill la sakta hoon?” dovrete di certo pagare il ristorante dove avrete fatto scorpacciate di cheese naan e chicken biryani, giusto?
Dove posso trovare un taxi? – “Taxi kahan milega?” già all’arrivo in aeroporto in India, questa frase potrà esservi più che utile.
Mi può aiutare? – “Kya aap meri madad kar sakte hain?” un po’ di gentilezza altrui non fa mai male a nessuno.
Mi può portare all’hotel X? – “Kya aap mujhe X hotel tak le ja sakte hain?” utilissima frase da dire al tassista, ad esempio.
Mi può indicare la strada per X? – “Kya aap mujhe X ki taraf ka rasta bata sakte hain?” crediamo che queste parole vi saranno parecchio utili durante il vostro viaggio.
Ho bisogno di un’ambulanza. – “Mujhe ambulance ki zarurat hai.” speriamo che non ne abbiate mai bisogno, ma imparare queste parole non può mai nuocere.
Mi sono perso/a. – “Main kho gaya/gayi hoon.” anche stavolta ci auguriamo che voi non vi perdiate per il dedalo di stradine di Bombay, ma non si mai.
Mi scusi, non parlo bene l’inglese/hindi. – “Maaf kijiye, main angrezi/hindi achhe se nahi bolta/bolti.” restare umili anche quando non si conosce una lingua è sempre un’ottima cosa.
L’India può sopraffare con il caos di città quali New Delhi, il caldo talvolta opprimente e la quantità impressionante di persone per le strade. Viaggiare in India può essere difficile, ma allo stesso tempo gratificante e ricco di emozioni, soprattutto per chi va alla scoperta di zone bellissime e imperdibili come quella del Kerala. Situato nel punto sud occidentale dell’India, questo stato si affaccia nella porzione di Oceano Indiano chiamato Mar Arabico: seicento chilometri di litorale caratterizzati da immense spiagge sabbiose, promontori rocciosi e distese di palme da cocco.
Qui, la natura rigogliosa, il profumo delle spezie proveniente dai campi circostanti e le scintillanti backwaters, composte da laghi, canali e lagune, vi faranno dimenticare la frenesia delle altre regioni indiane, trasportandovi dentro atmosfere rilassate e paesaggi di una bellezza unica. Ma com’è il mare a Kerala e quali sono le spiagge migliori? Ve le raccontiamo nel dettaglio in questo articolo.
Kovalam
Quando pensate a Kovalam dovete immaginare spiagge lambite da palme e circondate da colline. È considerata la località balneare più famosa di tutto il Kerala grazie alla sua atmosfera di relax e alla bellezza del paesaggio. Se negli anni ’70 rappresentava il paradiso degli hippy grazie alla sua tranquillità tropicale, oggi il turismo ha modificato lo scenario, caratterizzato da un numero elevato di hotel e ristoranti. Le spiagge più importanti sono Lighthouse Beach, Hawah Beach e Samudra Beach che, insieme, vanno a formare la famosa mezzaluna della spiaggia di Kovalam. Oltre che per le sue spiagge, questa zona del Kerala è famosa anche per essere la patria dell’ayurveda, la medicina tradizionale indiana della quale potete fare esperienza presso hotel e centri benessere.
Varkala
Meta prediletta per chi viaggia zaino in spalla, Varkala vanta una posizione spettacolare al di sopra di una scogliera ricca di vegetazione rigogliosa, mentre ai suoi piedi si estende una striscia di sabbia dove non mancano bancarelle e venditori di abbigliamento e gioielli. La spiaggia più visitata è soprattutto Papanasam Beach, vicina al Tempio Janardhana Swamy, antico di oltre 2000 anni: questo, infatti, è considerato un luogo sacro dagli hindu i quali vengono qui a fare le proprie offerte ai defunti. Da non perdere in questa spiaggia? Il tramonto, ammirato ogni giorno da tantissimi turisti e abitanti del luogo.
Fonte: iStockLa spiaggia di Varkala a Kerala
Kannur
Chi è alla ricerca di un tratto di costa meno conosciuto deve dirigersi verso la zona settentrionale, quella che un tempo venne definita da Marco Polo come “il grande emporio delle spezie”. Qui non si trova un’unica spiaggia, bensì 5 piccole spiagge: Payyambalam Beach, Meenkunnu Beach, Adikadalayi Beach, Baby Beach e Thayyil Beach. Se visitate quest’area dell’India tra dicembre e febbraio non perdetevi le danze rituali theyyam. I danzatori incarnano divinità, eroi e spiriti ancestrali indossando costumi elaborati, maschere spettacolari e trucchi ipnotici. Un’esperienza unica che non potete assolutamente mancare.
Bekal
Gli amanti del lusso, del comfort e del relax devono segnare sulla mappa la spiaggia di Bekal, diventata famosa grazie alla presenza del Forte Bekal, la più grande fortezza del Kerala, risalente al XVII secolo, la quale domina il panorama con la sua imponenza. Le spiagge sono pulite, incontaminate e selvagge e sono circondate da resort lussuosi, ideali per chi è alla ricerca di un’esperienza esclusiva e per famiglie con bambini.
Backwaters
Per un’esperienza avventurosa, non rinunciate alla navigazione tra le lagune. Nel Kerala, infatti, avete l’opportunità di navigare lungo 900 km di canali che costeggiano il litorale e penetrano nell’entroterra. In passato, queste vie d’acqua erano le ‘strade’ del Kerala e, ancora oggi, sono numerosi gli abitanti dei villaggi che le percorrono sopra le loro canoe. L’escursione tra le backwaters vi trasporterà in un mondo dove il tempo sembra essersi fermato. Attraversando laghi orlati di palme e stretti canali, incontrerete anche villaggi isolati dove la quotidianità dei contadini non è cambiata da un secolo a questa parte.
Per vivere al meglio questa esperienza, consigliamo di noleggiare le tipiche houseboat, costruite in fibra di cocco, in passato usate per il trasporto del riso, ora vere e proprie case galleggianti. Potete noleggiare l’houseboat che preferite in base alle vostre esigenze: sono disponibili sia imbarcazioni per sole coppie che per gruppi numerosi, mentre il cibo è quasi sempre compreso nel prezzo del noleggio ed è preparato da un cuoco presente a bordo, come anche il conducente/capitano.
Fonte: iStockLa tipica houseboat per navigare tra le backwaters
Quando andare nel Kerala
Scegliere il periodo giusto per visitare il Kerala è fondamentale per assicurarvi un viaggio piacevole e senza preoccupazioni legate al tempo. I mesi perfetti sono quelli compresi tra dicembre e marzo, quando la stagione secca regala giornate calde e luminose, ideali per esplorare le backwaters, i campi di tè e le spiagge dorate. Dicembre, in particolare, vanta temperature piacevoli e un’atmosfera frizzante grazie alle tante feste organizzate.
Se invece siete appassionati di cultura e tradizioni, non perdetevi i festival che animano il Kerala durante tutto l’anno: in agosto o settembre si celebra a Onam il ritorno del re Mahabali con danze, giochi e banchetti a base di Sadhya, un ricco thali vegetariano. A Thrissur Pooram, ad aprile o maggio, potrete assistere alla processione degli elefanti riccamente addobbati, circondati dai suoni dei tamburi e immersi nell’atmosfera vivace offerta dai tanti fuochi d’artificio.