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Hier — 25 juillet 2026SiViaggia

Toscana, un castello nascosto e una spiaggia segreta: l’escursione sulle rive del fiume Merse

25 juillet 2026 à 12:00

Chiusdino, Monticiano, Sovicille. Nomi che ai più possono dire poco: sono piccoli borghi che punteggiano la Val di Merse, un bell’angolo della provincia di Siena, nel sud della Toscana. Morbide colline, fitti boschi e alcuni corsi d’acqua che scorrono, sinuosi e silenziosi, tra una curva e l’altra del territorio.

Qui, tra le bellezze di Siena, le Colline Metallifere e le prime propaggini della Maremma, il fiume Merse, piccolo affluente dell’Ombrone, è lo scenario di una bella e poco frequentata escursione, un cammino nel verde che porta prima a un antico castello dimenticato, con un nome che è già di per sé un racconto, e poi, sulla via del ritorno, a una spiaggia d’acqua dolce che d’estate diventa una meravigliosa oasi di frescura assolutamente da non perdere.

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Grecia, Monte Olimpo: sulla cima della montagna del mito

22 juillet 2026 à 17:06

Sono passati quasi tremila anni, eppure certe cose non passano mai di moda. Sarà per quello che ci insegnano a scuola, sarà perché è la culla della nostra cultura, sarà perché, in fondo, è una saga fantasy pazzesca, ma la mitologia greca ha ancora e avrà sempre una presa fortissima sull’immaginario collettivo italiano e non solo. Una presa che si riflette anche sulle nostre vite, sulle nostre vacanze e sui nostri viaggi, vista anche la viralità raggiunta sui social dai contenuti dedicati al Monte Olimpo, la montagna sacra agli dei omerici.

Col suo costante cappello di nembi bianchi, il grande rilievo ha rappresentato la soglia oltre la quale, per gli antichi, cominciava il regno degli dei. Oggi quel regno è la meta e l’ambizione degli escursionisti che si avventurano nel paradisiaco Parco del Monte Olimpo, che si alza dalla pianura della Macedonia fino a superare i 2900 metri di quota. Non serve essere un semidio per raggiungerne la cima, anzi le cime, visto che sono tre. Bastano, infatti, gambe allenate, scarponi robusti e la voglia di scoprire una natura selvaggia e incontaminata.

Monte Olimpo: lontano dal mito, le caratteristiche geografiche

Al netto delle leggende, il Monte Olimpo è, prima di tutto, un massiccio imponente, che si staglia sullo sfondo del Golfo Termaico, a poca distanza dalla costa sul mar Egeo, nel nord della Grecia contemporanea. Questa vicinanza al mare è parte del suo fascino: in meno di due ore, sui suoi sentieri, si passa dal profumo salmastro dell’Egeo al freddo pungente delle quote più alte, dove la neve può resistere fino a tarda primavera.

Con i suoi 2918 metri, la vetta di Mytikas è il punto più alto non solo della montagna, ma di tutta la Grecia. Non è però un rilievo isolato: l’Olimpo è un massiccio che comprende oltre cinquanta punte sopra i duemila metri, profonde gole e una grande biodiversità. Tra le vette più note, oltre a Mytikas, ci sono Skolio (2911 metri di altitudine), Skala (2882) e Stefani (2909), quest’ultima conosciuta anche come Trono di Zeus per la sua forma particolare, la quale ricorda, in effetti, un seggio naturale scolpito nella roccia.

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La roccia nuda delle vette più alte dell’Olimpo

A tutelare questo contesto più unico che raro, tra punte aguzze, valli, depressioni, fiumi e cascate è il Parco Nazionale del Monte Olimpo: nel 1938 è stato il primo parco nazionale istituito in Grecia, un riconoscimento arrivato per proteggere i boschi di pino nero, le faggete secolari e una fauna che include camosci, volpi, ma anche numerose specie rapaci, tra le quali l’eccezionale aquila reale. Non stupisce che l’UNESCO lo abbia inserito tra le riserve della biosfera già nel 1981, a simboleggiare ancora una volta quanto sia prezioso questo ecosistema tanto ricco quanto fragile, dove la macchia mediterranea delle quote più basse lascia gradualmente spazio a una vegetazione alpina, fino alla roccia nuda delle vette.

Il punto di partenza più utilizzato per esplorare la montagna è Litochoro, un grazioso paese ai piedi del massiccio: da qui si dipartono la maggior parte dei sentieri che risalgono verso le cime.

I sentieri per arrivare sulle tre cime del Monte Olimpo

Chi sogna di mettere piede sulla vetta più alta della Grecia deve mettere in conto un’escursione di almeno due giorni, con pernottamento in uno dei rifugi di montagna. Il percorso più classico, e anche il più frequentato, segue le tracce del sentiero E4, ovvero l’European Long Distance Path 4, il grande cammino che unisce Tarifa, in Spagna, a Cipro, e che qui sale per l’appunto fino alle vette dell’Olimpo.

Lo si può affrontare partendo come detto da Litochoro. È però raccomandabile, per accorciare i tempi, partire dalla località di Prionia, raggiungibile in auto lungo una strada sterrata, guadagnando così già circa 800 metri di elevazione e risparmiando circa 9 chilometri di percorso.

Prionia è l’ultima località raggiungibile in auto ai piedi dell’Olimpo ed è sostanzialmente il campo base da cui partono le escursioni sul monte. Da qui il sentiero si inoltra tra faggi, pini neri e maestosi esemplari di pino bosniaco, alberi capaci di attecchire anche nelle condizioni più estreme di alta quota.

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Le vette più alte dell’Olimpo sono spesso circondate da nubi

L’obiettivo è raggiungere, dopo tre o quattro ore di dura ascesa, il rifugio Spilios Agapitos, a 2100 metri di altitudine. Si tratta del punto d’appoggio più popolare per salire verso le cime della montagna, un’ampia struttura con oltre 100 posti letto che si trova su uno spuntone di roccia tra grandi conifere, soprannominato il Balcone. La prima tappa, nel suo complesso, misura solo quattro chilometri e mezzo, ma si sale un dislivello di circa 1000 metri che la rende tosta.

Il secondo giorno di escursione regala l’esperienza più emozionante, ma altrettanto impegnativa. Dal rifugio, il sentiero risale rapidamente sopra il limite della vegetazione, aprendosi su panorami che spaziano fino all’orizzonte azzurro del mare. In un paio d’ore di salita si raggiunge la prima delle tre cime più celebri, Skala, a 2882 metri di quota. Si prosegue, dunque, lungo una cresta stretta fino a Skolio, la cima a 2911 metri, la seconda vetta più alta del massiccio.

Mytikas, invece, la più alta, si raggiunge deviando dal sentiero E4 lungo un impervio tratto che si imbocca da Skala. È un percorso difficile, con alcuni passaggi di arrampicata semplice ma esposta, che richiede piede fermo e una certa esperienza. Serve circa un’altra ora per raggiungerla.

È questa, in ogni caso, la via della prima, mitica ascesa documentata, nel 1913, compiuta da Christos Kakalos, alpinista di Litochoro, insieme agli svizzeri Frédéric Boissonnas e Daniel Baud-Bovy. Kakalos diventò poi la prima guida alpina ufficiale della montagna, continuando a scalarla fino a novant’anni.

Dalla vetta di Mytikas si può proseguire fino a raggiungere il rifugio Giosos Apostolidis e da qui ridiscendere verso Prionia. Chi invece prosegue lungo il sentiero E4 può trovare un punto d’appoggio al bivacco Christakis, 500 metri più in basso, al cospetto dell’omonima cima (2707 metri).

Altre escursioni sul Monte Olimpo

Non tutti i sentieri dell’Olimpo puntano necessariamente a raggiungere le vette più alte: la montagna degli dei è un tesoro multiforme, come l’ingegno di Odisseo. Pertanto, offre tante altre escursioni nelle quali impegnarsi per scoprire luoghi meno frequentati, ma altrettanto meritevoli.

Un esempio è quello del sentiero che dal bivio di Gortsia, poco fuori Litochoro, conduce al rifugio Petrostrouga, attraverso un sentiero ben segnalato che attraversa splendide faggete e passa accanto ad alcuni tra gli esemplari più imponenti di pino bosniaco dell’intero massiccio. È un percorso ideale per chi vuole assaporare l’atmosfera della montagna e al contempo godersi bei colpi d’occhio sul mar Egeo. Il percorso è lungo circa cinque chilometri, con un dislivello impegnativo (circa 950 metri) e un tempo di percorrenza intorno alle 3 ore.

Se avete tempo e gambe, l’escursione può proseguire fino allo splendido Altopiano delle Muse, un pianoro roccioso con una vista pazzesca sulle cime circostanti. Circondato da pareti rocciose e attraversato da sentieri che si intrecciano tra le diverse cime del massiccio, regala uno dei colpi d’occhio più suggestivi di tutto l’Olimpo, con vista sulla imponente sagoma di Mytikas che domina l’orizzonte. La salita all’altopiano può terminare ai rifugi Christos Kakalos, a quota 2650 metri, o al Giosos Apostolidis, che con i suoi 2700 metri rappresenta la struttura all’altitudine più elevata dell’intera Grecia. Ci si trova sul versante opposto delle vette più alte dell’Olimpo rispetto al sentiero E4, ma anche da questi rifugi è possibile salire fino alla cima di Mytikas. Peraltro lo si fa passando dalla vetta Stefani, il Trono di Zeus.

Una bella escursione, più semplice e alla portata di tutti, è quella che da Prionia porta alla Grotta di San Dionisio. Ci si lascia alle spalle Prionia camminando nella direzione opposta alle vette del Monte Olimpo, percorrendo un sentiero che costeggia il torrente Enipeas. Si incontrano per prime le magnifiche Cascate di Enipeas, con delle belle polle di acqua cristallina che invitano a farsi un tuffo.

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Cascata sul torrente Enipeas

Il sentiero prosegue arrivando all’antico Monastero di San Dionisio, un luogo spirituale eccezionale, pittoresco, dove la pietra dell’Olimpo diventa un elemento architettonico perfetto. Costruito nel Cinquecento, è stato più volte danneggiato, in modo più grave durante la Seconda Guerra Mondiale.

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La Grotta Sacra di San Dionisio

Si arriva infine alla Grotta, il luogo di eremitaggio di San Dionisio, santo della chiesa ortodossa greca, che qui si segregava nel XVI secolo. La grande cavità naturale contiene un piccolo edificio votivo. È un luogo suggestivo dal quale ammirare il lato orientale del Monte Olimpo, con una sorgente vicina. Questo percorso fa parte del sentiero E4, nel tratto che collega Litochoro a Prionia.

I laghi alpini più belli d’Italia da raggiungere a piedi in estate: 5 specchi d’acqua oltre i 2000 metri

19 juillet 2026 à 10:00

Le Alpi italiane, nella loro fascia più alta, custodiscono una costellazione di laghi glaciali, figli delle nevi e dei ghiacci che ancora resistono al cambiamento climatico. Sono piccole meraviglie d’acqua dolce, bacini dai mille colori: il verde, il turchese, lo smeraldo, ma qualche volta anche un blu scuro e misterioso, che non lascia intravedere niente sotto la superficie.

Nessuna strada asfaltata li sfiora: sono un tesoro da scoprire soltanto a piedi, d’estate, spingendosi oltre le quote normali a cui siamo abituati, zaino in spalla e tanta voglia di scoprire la montagna. Mete perfette per coloro che amano il trekking, ma che al tempo stesso vogliono che la loro fatica sia ripagata da qualcosa di meraviglioso, per ammirare panorami che restano impressi nella memoria.

Lago di Antermoia

Val di Fassa, massiccio del Catinaccio. Ai piedi della vetta più alta del gruppo, il Catinaccio d’Antermoia, sorge l’omonimo lago. Altitudine: 2.495 metri sul livello del mare, uno dei laghi più alti delle dolomiti. È alimentato dalle sorgenti sotterranee del Rio Antermoia, e pertanto mantiene l’acqua anche nei mesi più caldi, a differenza di molti altri laghi glaciali che tendono a prosciugarsi in estate.

Legato a un’antica leggenda ladina, secondo la quale sarebbe nato dalle lacrime di una ninfa, lo splendido Lago di Antermoia è raggiungibile esclusivamente a piedi. Ci sono diversi percorsi che permettono di raggiungerlo, partendo da diverse località della Val di Fassa: Pera, Mazzin, Campitello, Fontanazzo. Convergono tutti, dopo tre o quattro ore di salita, nella conca che ospita il lago e il vicino Rifugio Antermoia.

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Arrivo al Lago di Antermoia

Il tragitto più panoramico sale da Pera di Fassa. Da qui ci si avvicina all’attacco del sentiero con due tratti di seggiovia fino a Pian dei Pecei. Attraverso la Val di Vajolet, l’itinerario tocca il Rifugio Passo Principe e supera il Passo Antermoia prima di scendere al lago.  È una escursione splendida, senza difficoltà tecniche ma resa complessa dalla lunghezza, che si avvicina ai 20 chilometri, e dal dislivello in salita di circa 1000 metri.

Una leggenda ladina racconta che il lago sia nato dal pianto di una ninfa, Antermoia appunto, trasformata in acqua dopo che il suo amore la chiamò per nome, infrangendo un incantesimo che lo vietava. Una storia un po’ sinistra come tante di quelle delle terre fredde, ma non si fatica a credere a una qualche forma di magia quando ci si trova davanti allo spettacolo unico di questo lago spettacolare.

Laghi della Val Viola

Tra Bormio e Livigno, in Alta Valtellina, si trova la Val Viola, una vallata montana particolarmente soleggiata, dettaglio che la rende percorribile con soddisfazione anche a inizio e fine stagione, oltre che in piena estate.

Praticamente al confine con la Svizzera sorge il Lago di Val Viola, un bel bacino dai colori intensi nel bel mezzo di una conca verde circondata da cime pietrose. Vi giunge una escursione semplice che parte da Altumeira, poco oltre i duemila metri di altitudine, località il cui accesso è regolamentato con un pedaggio durante la stagione estiva. Da qui si raggiunge in circa tre chilometri di percorso il lago di origine glaciale, a 2267 metri.

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Panorama sul Lago di Val Viola

Poco più avanti, attorno al Rifugio Viola, ci sono altri due laghetti, nelle cui acque si specchiano le cime circostanti, come il Corno Dosdè, con i suoi 3232 metri di altitudine. Dal rifugio si può raggiungere il Passo di Val Viola, a 2460 metri, che segna il confine con la vicina Svizzera.

Laghi del Nivolet

Il Colle del Nivolet è uno dei valichi alpini più celebri d’Italia: un passo posto oltre i 2600 metri nel cuore del Parco Nazionale del Gran Paradiso, al confine tra Piemonte e Valle d’Aosta.

Salendo da Ceresole Reale lungo la strada che, nei weekend estivi, viene chiusa al traffico privato a favore di una navetta, si incontrano per primi il Lago Serrù e il Lago Agnel, due bacini di origine glaciale ampliati poi dall’uomo. Si tratta di due scenografici specchi d’acqua dalle tinte azzurre intense.

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Vista sui laghi del Pian del Nivolet

Per chi non si accontenta di arrivarci in auto, un bel sentiero è quello che parte dalla fermata dell’autobus di Chiapili di Sopra, attraversa il torrente Orco e si impenna per quattro chilometri di intensa salita fino al Lago Serrù.

Inoltre, dal Colle del Nivolet, un sentiero in salita di circa tre chilometri porta gli escursionisti a inoltrarsi tra altri piccoli laghetti dell’altopiano, come il Lago Rosset, riconoscibile per il suo isolotto a forma di cappello, e il vicino Lago Leità. I più intrepidi possono proseguire fino a raggiungere il vicino Col Rosset, percorrendo altri due chilometri. Da qui la vista sui piccoli bacini sottostanti è impagabile.

Giro dei Cinque Laghi

Nei pressi di Madonna di Campiglio, in Trentino, si trova un celebre percorso escursionistico, il Giro dei Cinque Laghi. È un percorso impegnativo, lungo quasi 15 chilometri per circa sei ore totali di percorrenza tra le cime del Gruppo della Presanella.

Si parte dai 2064 metri di Baita Natalia, destinazione di un impianto di risalita che parte da Madonna di Campiglio. Si imbocca quindi il sentiero 232 del CAI e ci si avventura alla scoperta di cinque specchi d’acqua alpini: il Lago Ritorto, il Lago Lambin, il Lago Serodoli, il Lago Gelato e il Lago Nero. Tutti si trovano oltre i duemila metri di altitudine.

Il Lago Serodoli è forse il più scenografico del quintetto. Sul versante meridionale del lago sorge un piccolo bivacco in muratura, punto d’appoggio per chi vuole spingersi oltre, fino, magari, alla cima Serodoli, a 2708 metri, che domina l’intera conca. Vicino, con un costone di roccia in mezzo, si apre il Lago Gelato, in uno scenario d’altura con creste rocciose e una splendida vista su tutte le vette vicine.

Dopo aver visitato questi due bacini l’escursione torna sui propri passi, ma si procede a scendere da un altro versante per raggiungere il piccolo Lago Nero.

Lago di Crespeina

Adagiato a 2374 metri, in una conca di roccia dall’aspetto brullo e selvaggio, sorge il Lago di Crespeina, spettacolare specchio smeraldino nel Parco Naturale Puez-Odle.

Il sentiero per raggiungere questo luogo parte dal Passo Gardena, poco oltre la soglia dei 2100 metri. È contrassegnato dal numero 2, lungo l’Alta Via delle Dolomiti. Si parte salendo per trecento metri di dislivello in salita fino a raggiungere il Passo Crespeina, una forcella dal panorama spettacolare dopo una salita altrettanto suggestiva tra guglie e capitelli. Da qui la discesa al Lago, lungo un sentiero con numerosi saliscendi, è breve.

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Il piccolo e meraviglioso Lago di Crespeina

Si devia quindi dal sentiero quando si vede lo specchio d’acqua cristallino poche decine di metri più in basso: distesi sui prati lungo le sue sponde si ammira un panorama di cime dolomitiche davvero sensazionale, in particolare sul vicino Col Turond.

Cala di Forno, il trekking marittimo nel Parco della Maremma verso una spiaggia spettacolare

16 juillet 2026 à 14:00

Una spiaggia speciale: non ci arriva nessuna strada, non c’è un solo ombrellone, non esiste un bar dove fermarsi per un caffè. Per raggiungerla bisogna rimboccarsi le maniche e sudare, camminando lungo uno splendido quanto impegnativo sentiero che si dipana tra pinete, macchia mediterranea e panorami sul mar Tirreno e l’Arcipelago toscano.

La spiaggia in questione si chiama Cala di Forno, forse la spiaggia più selvaggia e unica della Toscana. Si trova nel cuore del Parco della Maremma, tra i Monti dell’Uccellina, protagonista di uno dei trekking marittimi più suggestivi della regione, se non di tutta Italia.

Parco della Maremma, dove si trova e come arrivare

Il Parco Regionale della Maremma, conosciuto anche come Parco dell’Uccellina dalla catena montuosa che lo caratterizza e che fa da contrafforte al mare, si estende lungo la costa meridionale della Toscana, in provincia di Grosseto. È uno dei parchi costieri più antichi e importanti d’Italia, istituito nel 1975 per proteggere un tratto di litorale rimasto praticamente intatto, selvaggio: dune, pinete, paludi, macchia mediterranea e un affascinante promontorio panoramico, quello dei Monti dell’Uccellina, appunto.

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Vista panoramica del Parco della Maremma, con la Torre di Collelungo che svetta sul mare

Il punto di riferimento per chi vuole visitare il parco è il Centro Visite di Alberese, un piccolo paese non lontano dal mare. È qui che si acquistano i biglietti d’ingresso e si ricevono tutte le informazioni aggiornate su sentieri aperti, orari e modalità di accesso.

In auto, il mezzo più comodo per raggiungere il Parco, si raggiunge Alberese percorrendo la via Aurelia, strada statale 1, e seguendo le indicazioni per il parco poco dopo Grosseto: la strada attraversa la campagna maremmana, tra i grandi prati dove pascolano le vacche maremmane e i boschi che coprono i dolci rilievi.

Il Parco della Maremma offre anche diversi itinerari per biciclette e mountain bikes.

Cala di Forno, la spiaggia unica del Parco della Maremma

È una piccola mezzaluna dorata, Cala di Forno, che si apre ai margini di un promontorio boscoso. Non è raggiungibile in auto, non ha stabilimenti balneari, non ha punti ristoro: è, semplicemente, una spiaggia rimasta come dev’essere stata da sempre, protetta da un accesso regolamentato che ne preserva l’integrità e raggiungibile solo a piedi, attraverso un itinerario dedicato.

La testimonianza del passaggio dell’uomo, però, è presente. Sulla piccola baia, infatti, si affaccia ancora oggi l’edificio dell’antica dogana, settecentesco. Cala di Forno è stata prima, nel Medioevo, il porto dell’abbazia di San Rabano, i cui resti sono ancora visitabili tramite un altro itinerario nel Parco della Maremma, ed è poi rimasta un approdo importante fino ai primi anni dell’Ottocento, poiché si trovava sul confine tra il Granducato di Toscana e il misconosciuto Stato dei Presidi spagnoli, un piccolo governatorato nel sud dell’attuale regione. Come tale era quindi un punto di passaggio controllato e tassato.

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L’antica dogana si intravede dietro Cala di Forno

Nei secoli precedenti, invece, le incursioni dei pirati saraceni avevano reso necessaria la costruzione delle torri di avvistamento che ancora oggi punteggiano la costa, tra le quali una delle meglio conservate si trova poco sopra Cala di Forno.

Oggi è un luogo molto meno movimentato, o quantomeno destinato soprattutto al passaggio di animali non umani: a popolare la zona ci sono daini e volpi che passeggiano sulla sabbia, ma anche qualche cinghiale.

Il fascino di Cala di Forno sta proprio in questo contrasto: da un lato la difficoltà di raggiungere un luogo remoto, dall’altro la magia di un luogo unico, selvaggio, custodito ormai da tempo soltanto dalla natura. E ad aumentarne il valore paesaggistico un mare cristallino, tra i più belli dell’intera costa toscana.

Trekking a Cala di Forno, tutti i dettagli sull’escursione

Chi decide di affrontare il cammino verso Cala di Forno deve mettere in conto un’escursione impegnativa, ma capace di ripagare ogni sforzo. Per arrivare a destinazione si deve seguire il sentiero A4, che prende le mosse dalla pineta granducale, a Marina di Alberese.

Dalla cosiddetta Casetta Pinottolai il sentiero si addentra nel maestoso e ordinato filare di pini marittimi, per poi salire tra ginestre, cisti, rosmarini e ginepri, fino a raggiungere l’antica Torre di Collelungo e addentrarsi nell’omonimo oliveto, dove alberi secolari somigliano a sentinelle senza tempo. Da qui la strada sale fino a raggiungere i 70 metri di altitudine sul livello del mare, offrendo colpi d’occhio panoramici sulla costa in direzione settentrionale, dove si trova la lunga, dorata distesa di sabbia della Spiaggia di Collelungo, e meridionale, caratterizzata invece da falesie e scogliere.

Dopo circa 8 chilometri di scarpinata, si arriva all’ultima discesa verso Cala di Forno, attraversando un bosco di ginepri. La spiaggia appare, lì in basso, come una vera e propria visione, con la risacca cristallina che pigra si ritira e poi torna sul bagnasciuga. È il momento di godersi il risultato della propria fatica, godendosi questo spazio paradisiaco, nella speranza anche di qualche incontro con la fauna selvatica del Parco.

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Arrivo a Cala di Forno

Cala di Forno è un luogo unico, da preservare e conservare il più possibile. È pertanto doveroso minimizzare l’impatto della propria presenza, rispettando l’ambiente e gli eventuali animali con cui si entra in contatto.

Quando sarà giunta l’ora di fare dietrofront, si fa ritorno al punto di partenza per il medesimo percorso. L’intero tragitto di andata e ritorno misura 17 chilometri e mezzo. Il dislivello positivo è limitato, appena 200 metri, ma la lunghezza del percorso e la lunga esposizione al sole battente durante l’estate lo rendono una sfida da non sottovalutare. Il tempo di percorrenza è da valutare tra le 5 ore e le 5 ore e mezza, rendendo necessaria una adeguata pianificazione dell’escursione. Non ci sono fonti di acqua dolce lungo il tracciato, pertanto bisogna partire con tutto quanto serva per alimentarsi e idratarsi adeguatamente sul percorso.

Prima di partire è necessario acquistare il biglietto d’ingresso al Centro Visite di Alberese. L’accesso al sentiero è regolamentato e, soprattutto nei mesi estivi, può essere soggetto a chiusure per rischio incendi o motivi di conservazione ambientale: in alcuni periodi è obbligatorio partecipare a una escursione guidata con prenotazione.

Le cascate più belle d’Italia da raggiungere a piedi in estate

6 juillet 2026 à 18:00

Definizione di cascata: il precipitare di una massa d’acqua, di fiumi o torrenti, per un dislivello di varia altezza. Suona quasi terrificante, questa successione di parole, ma tutti e tutte sappiamo quanto, invece di incutere timore, le cascate siano una visione paradisiaca e invitante nei mesi più caldi dell’estate, alla stregua della stereotipica oasi per chi si è perduto nel deserto. Uno spettacolo naturale, quello dei grandi salti d’acqua, capace di unire il fascino della camminata nella natura al fresco e al fragore dell’acqua che precipita tra le rocce, in un contrasto che d’estate diventa ancora più suggestivo.

L‘Italia, dalle Alpi all’Appennino e non solo, custodisce cascate fantastiche. Le più belle sono quelle da raggiungere solo a piedi, percorrendo sentieri nella natura che portano al cospetto di queste meraviglie naturali, come forzieri da rintracciare seguendo la mappa del tesoro.

Cascate dei Capelli di Venere

A pochi minuti dalla cittadina di Casaletto Spartano, milleduecento abitanti in provincia di Salerno, in Campania, sorge l’Oasi dei Capelli di Venere, una delle principali attrazioni naturali del territorio. Il nome richiama una suggestiva leggenda secondo cui la dea Venere avrebbe lasciato qui una ciocca dei suoi capelli, ma deriva anche dalla delicata felce Capelvenere che cresce rigogliosa sulle rocce umide, creando l’effetto di una chioma verde attraversata dall’acqua.

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Lo scenario unico nell’Oasi Capelli di Venere

L’area dove sorge la cascata prende questo nome dalla delicata felce capelvenere, pianta che ricopre le rocce bagnate dal salto d’acqua e che così crea l’effetto di una grande chioma verdeggiante, rendendo il colpo d’occhio raro e inconsueto. Le acque del Rio Bussentino, gelide anche in piena estate, formano piccole piscine naturali dai riflessi turchesi, incorniciate da un antico mulino e dai resti di un ponte di origine normanna.

Attorno al torrente, un anello di circa tre chilometri percorribile in poco più di un’ora si snoda tra passerelle di legno e ponticelli. Un sentiero adatto a tutti, indicato per famiglie con bambini, in un ambiente ombroso e fresco che regala sollievo anche nelle giornate più torride.

Cascate di Lillaz

Nel cuore della Valle d’Aosta, a pochi passi dall’abitato di Cogne e all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso, sorgono le Cascate di Lillaz.

Le acque del torrente Urtier compiono qui tre salti spumeggianti, per un’altezza complessiva di circa 150 metri, in un contesto di prati alpini e boschi di larici che rendono la passeggiata piacevole in ogni suo tratto. Ai piedi delle cascate si forma una bellissima polla di acqua cristallina.

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Ai piedi delle Cascate di Lillaz

Il punto di partenza dell’escursione fino alle cascate è il parcheggio all’ingresso della frazione di Lillaz, da cui in circa dieci minuti di cammino, lungo un sentiero quasi pianeggiante che costeggia il torrente, si raggiunge la base del primo e più celebre salto. Chi vuole ammirare anche gli altri due può proseguire lungo un percorso un po’ più ripido, con scalini e passaggi più esposti, che in totale richiede poco più di un’ora tra andata e ritorno.

Cascata del Varone

La Cascata del Varone è una vera e propria bizzarria della natura, di quelle che vanno viste almeno una volta nella vita. Si trova vicino a Riva del Garda, nel comune di Tenno: qui le acque del torrente Magnone si gettano per quasi 100 metri in una forra di roccia calcarea scavata da circa 20mila anni di erosione, creando un canyon spettacolare che si può ammirare attraverso un parco naturale privato, che permette la visita da oltre un secolo. Le prime infrastrutture per permette di visitare il luogo risalgono infatti al 1874.

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L’affascinante Cascata del Varone, nelle viscere della terra

Dall’ingresso, ospitato in un edificio storico progettato dall’architetto Giancarlo Maroni (lo stesso del Vittoriale degli Italiani), si percorre un sentiero che raggiunge la cosiddetta grotta inferiore, dove si osserva la parte finale della cascata. Poi, attraverso un centinaio di gradini, si passa alla grotta superiore. È qui che si coglie in pieno l’imponenza del salto, tra il fragore dell’acqua e la nebbiolina che rinfresca l’aria anche nelle giornate più calde.

La Cascata del Varone è stata visitata da personaggi illustri come Thomas Mann (si dice che un passo de La montagna incantata possa essere frutto dell’ispirazione donatagli dal salto), Gabriele d’Annunzio, Franz Kafka, l’imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo.

Cascata del Toce

Val Formazza, estremo confine settentrionale del Piemonte. Qui la Cascata del Toce, con i suoi 143 metri di salto, rappresenta una delle cascate più spettacolari delle Alpi.

Oggi la sua portata dipende dal rilascio controllato delle acque del lago artificiale di Morasco: per questo si mostra in tutta la sua forza solo in determinate fasce orarie tra giugno e settembre, con orari da verificare prima della visita. Tuttavia il bel percorso per raggiungerla rimane in ogni caso un piacevole itinerario.

Sebbene infatti la Cascata del Toce sia facilmente raggiungibile con un brevissimo percorso di appena 10 minuti dalla più vicina strada carrabile, merita percorrere il bel sentiero che ricalca l’antico tracciato della Via Francisca, antico collegamento fra Lombardia, Svizzera e Francia. Lungo gli undici chilometri in cui si dipana l’itinerario si attraversano i paesini Walser (minoranza alpina di origine germanica con peculiari tradizioni) di Ponte, Brendo, Grovella, Canza, Sotto Frua e infine Frua, il più vicino alla cascata, tanto che a volte vi si fa riferimento come Cascata di Frua.

In quest’ultima frazione si trova ancora oggi l’Albergo Cascata, che fu caratterizzato da un forte afflusso turistico nel primo novecento, brillando durante la belle epoque. Lo spettacolo del salto della Cascata del Toce è veramente maestoso e roboante, con la grande massa d’acqua che si spande in mille rivoli lungo la vertiginosa parete rocciosa della montagna.

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L’antico albergo domina la Cascata del Toce

Cascata dell’Acquacheta

Si parte da San Benedetto in Alpe, al confine tre Toscana ed Emilia Romagna, nel cuore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, e si percorre un bel sentiero lungo il torrente Acquacheta, tra splendidi boschi di quercia, castagno e faggio e scorci appenninici. Infine, dopo quasi due ore di cammino, si affronta un ultimo strappo in salita che porta a un balcone naturale privilegiato su di lei: la Cascata dell’Acquacheta, un mirabile salto di 70 metri tra rocce oblique capace di ispirare a Dante Alighieri un paragone con il Flegetonte, il roboante fiume del XVI canto dell’Inferno.

Nei pressi, lungo il sentiero, poco più avanti del balcone panoramico, sorge anche un’altra bella e potente cascata, la Cascata del Lavane, con una bella e profonda polla di acqua fresca, ideale per un tuffo rigenerante in una pausa dell’escursione, prima di affrontare il percorso di ritorno.

Cascate del Dardagna

Il Parco Regionale del Corno alle Scale è un’area protetta tra le cime dell’Appennino tosco-emiliano. Qui, il torrente Dardagna scorre vorticoso, formando sette salti consecutivi, ognuno con un proprio punto di osservazione lungo il bel sentiero che le esplora.

Il più alto dei salti supera i 30 metri, gli altri si aggirano sui 15, in una sequenza di spruzzi e vapori che rende il trekking particolarmente scenografico soprattutto nelle giornate estive più calde.

Il punto di partenza più comodo è la cosiddetta Madonna dell’Acero, da cui parte il sentiero CAI 331, il quale conduce in circa un’ora al primo e più imponente salto. Per completare la visita agli altri sei si imbocca quindi il sentiero CAI 333, che si arrampica nel bosco di faggi con qualche tratto più ripido, aiutato da gradini e corrimano, fino a chiudere l’anello passando per il laghetto del Cavone.

Le Cascate del Dardagna sono un vero e proprio concerto di salti d’acqua che interrompono il silenzio di un bosco maestoso, dove anche la giornata più soffocante si trasforma in una piacevole esplorazione della natura.

Cascate del Rio Verde

Le Cascate del Rio Verde sono le più alte dell’Appennino italiano. Si trovano in Abruzzo, tra le montagne della Val di Sangro, protette da una dedicata Riserva Naturale. Le acque del torrente Verde precipitano complessivamente per oltre 200 metri, suddivisi in tre balzi da 40, 90 e 30 metri, prima di confluire nel fiume Sangro.

Dal centro visite della Riserva Naturale Cascate del Verde, nel piccolo borgo di Borrello, si imbocca un sentiero nella natura che in una manciata di minuti conduce a un primo punto panoramico, da cui si domina l’intera vallata. Per raggiungere il vero cuore dello spettacolo, però, occorre affrontare una più ardimentosa scalinata di circa 250 gradini, che scende fino a un affaccio ravvicinato sulla cascata. La vegetazione del bosco è ricchissima, e lo spettacolo di questo filo d’acqua che scende gettandosi nel vuoto da una parete di roccia verticale è davvero monumentale e stupefacente.

L’intera escursione richiede poco più di un’ora, l’accesso alla riserva prevede un piccolo contributo d’ingresso.

Cascata del Marmarico

La Cascata del Marmarico è la più alta della Calabria e dell’intero Appennino meridionale, con un salto complessivo di 114 metri lungo l’alto corso della fiumara Stilaro. Il nome, di origine dialettale, significa “lento” o “pesante”, proprio a indicare l’illusione ottica per cui l’acqua, pur cadendo senza sosta, sembra quasi immobile agli occhi di chi la osserva.

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Cascate del Marmarico

Si trova nel Parco Regionale delle Serre, nel territorio di Bivongi, in provincia di Reggio Calabria, e dalla cittadina parte proprio il percorso più praticato per raggiungere questo potente e spettacolare tesoro d’acqua dolce.

Si parte dai Bagni di Guida, nei pressi di una vecchia centrale idroelettrica. Si risale lungo una strada sterrata ma carrabile per il primo chilometro, quindi si imbocca una strada forestale che di quando in quando regala spettacolari scorci sulla natura circostante (la strada viene percorsa in fuoristrada da visite guidate alla cascata), dove si alternano cime boscosi e valloni. Dopo circa cinque chilometri di cammino si raggiunge il Vallone Folea, procedendo sull’ultimo tratto in leggera salita lungo uno stretto sentiero. Si arriva a destinazione nel giro di altri 15 minuti di cammino circa, e al cospetto della cascata è possibile tuffarsi nella bella polla ai piedi del salto.

Trekking nei parchi nazionali dell’Appennino in estate: 5 itinerari lontani dalla folla

4 juillet 2026 à 17:00

C’è chi va in montagna per sentire i suoni della natura, per trovare un contatto diverso col mondo, per percepire prima di tutto il suono del proprio passo. Niente contro chi preferisce i luoghi più frequentati, ama circondarsi di persone e prende energia dal brulicante caos della folla. Semplicemente, c’è un posto per tutti. Per chi ama il trekking e preferisce gli itinerari lontani dalla folla, poco frequentati e meno conosciuti, l’Appennino è una delle destinazioni inevitabilmente preferite dell’estate.

La spina dorsale d’Italia corre da nord a sud del Paese, permettendo di immergersi in faggete centenarie, percorrere crinali estremamente panoramici, scoprire eremi sperduti e giungere al cospetto di cascate che Dante si è preso la briga di immortalare nei versi della Divina Commedia.

Dal Lago Paduli al Rifugio Città di Sarzana

Il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano si estende per più di 26mila ettari tra l’Emilia e la Toscana. All’intersezione delle province di Reggio Emilia, Parma e Massa-Carrara si trova il Passo del Lagastrello, una conca che ospita il Lago Paduli, a 1180 metri di quota: un invaso artificiale che in primavera e in estate, quando è al suo livello massimo, regala scenari di notevole suggestione.

Attorno al lago si conservano ancora residui di pascoli antichi, lungo l’antico confine tra il Ducato di Parma e il Granducato di Toscana, che passava proprio da qui. Dal piazzale della diga che crea l’invaso, si imbocca il sentiero CAI 659, che si inerpica nel bosco e sale con decisione il fianco del Monte Acuto.

La salita è impegnativa, ma non lunghissima. Dopo meno di quattro chilometri si giunge in prossimità del Rifugio Città di Sarzana, a 1580 metri sul livello del mare. La bella struttura in legno sorge nei pressi del Lago di Monte Acuto, incassato tra le fronde del bosco: un luogo di riposo, pace e ristoro nel cuore dell’Appennino.

Per completare un anello, l’escursione può proseguire seguendo il sentiero 657 fino alla Sella di Monte Acuto, oltre la soglia dei 1700 metri di altitudine. Da qui si percorre il sentiero di crinale tosco-emiliano (il CAI 00) fino all’incrocio con il sentiero 109, che plana di nuovo verso lo specchio d’acqua del Lago Paduli al Passo del Lagastrello.

È una bella escursione, impegnativa ma alla portata di chi ha un minimo di abitudine al trekking. Nel complesso è lunga circa otto chilometri, con un dislivello in salita di 500 metri complessivi. Si prevede un tempo di percorrenza, pause escluse, intorno alle quattro ore.

Il Sentiero delle Prigioni

È solo un Parco Regionale, quello del Monte Cucco in Umbria, ma non ha niente da invidiare alle aree protette di maggior scala lungo la dorsale appenninica. Il nome evoca qualcosa di austero, di chiuso, di un po’ minaccioso. E in effetti la Valle delle Prigioni, scenario di questo itinerario, non è un posto accomodante: è scavata da un torrente tra pareti calcaree a strapiombo, all’ombra del Monte Cucco. Una bellezza naturale ruvida e selvaggia, come se ne trovano poche.

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Il massiccio del Monte Cucco

Il percorso ad anello parte dal piccolo borgo di Coldipeccio, vicino a Pascelupo, in provincia di Perugia. Qui si lascia l’auto alla fine della strada prima di imboccare il sentiero CAI 232. Il tracciato si dipana a mezza costa sopra la valle scavata dal Rio delle Prigioni. Il nome deriva dal fatto che, nel corso dei secoli, numerosi eremiti hanno abitato la gola, una prigione del corpo dove cercare l’innalzamento dell’animo.

Dopo una parte iniziale di ascesa, si raggiungono le praterie del cosiddetto Giardino, una zona disboscata coltivata dai valligiani fino a qualche decennio fa e oggi teatro di splendide fioriture in primavera.

Deviando verso il sentiero CAI 279 e poi sul 231, ci si immerge nella vera e propria Valle delle Prigioni, costeggiando il torrente in destra orografica e attraversando la parte più acquatica e più scenografica dell’itinerario. Il punto saliente è il passaggio sotto la Scarpa del Diavolo, un masso di calcare gigantesco che incombe su chi passa. Poco dopo l’enorme pietra, si deve oltrepassare un tunnel di circa 30 metri costruito per l’acquedotto, un tratto angusto e buio che si può aggirare con una piccola deviazione.

L’anello si chiude prendendo il sentiero 296, risalendo attraverso il borgo di Pascelupo e tornando a Coldipeccio per la strada asfaltata. Il percorso totale misura 9 chilometri e mezzo, per un dislivello di circa 400 metri e un tempo di percorrenza intorno alle sei ore.

Il Sentiero dello Spirito

Il Sentiero dello Spirito è uno dei grandi trekking del Parco Nazionale della Maiella, in Abruzzo. Si tratta di un cammino in quattro tappe che tocca tutti i luoghi di culto eremitici della zona, ripercorrendo i passi di Pietro del Morrone, futuro Papa Celestino V, colui che fece per viltade il gran rifiuto, come scrive Dante Alighieri.

Il cammino prende le mosse dalla Badia di Sulmona e arriva a Serramonacesca, la prima in provincia de L’Aquila, la seconda di Pescara. Il cammino, in totale, è lungo 70 chilometri, ed è affascinante percorrerlo tutto, ma anche scegliere una delle quattro tappe da affrontare singolarmente. Tutte si addentrano in una natura particolare, tra acqua, roccia e boschi. La più indicata è probabilmente l’ultima, da Roccamorice all’Abbazia di San Liberatore a Majella, a Serramonacesca, come detto.

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L’Abbazia di San Liberatore a Majella

Il sentiero parte dalla località Macchie di Coco, affronta una prima salita e una pari discesa per scendere nel Vallone di Sant’Angelo e giungere a un primo luogo di culto, la Grotta Sant’Angelo, con la vicina Fonte del Garzillo, sorgente il cui sgorgare è attribuito a un intervento del santo.

Dal vallone si risale fino a toccare la strada provinciale che congiunge Lettomanoppello a Passo Lanciano, si incontra l’area attrezzata in corrispondenza della Fonte Pirella, quindi si prosegue in salita fino a un crocevia con le indicazioni per l’Eremo di Sant’Onofrio. Qui si concludono le ascese di giornata: fino alla conclusione non ci sarà che una lunga discesa per raggiungere l’Abbazia di San Liberatore a Majella.

Faggete, boschi, rivoli, fonti e strette vallate sono gli ingredienti di questo trekking, ideale per il periodo estivo e per entrare in contatto con la particolare natura appenninica abruzzese. La lunghezza della tappa in oggetto è di 14 chilometri.

Cascata dell’Acquacheta, un itinerario alternativo

La Cascata dell’Acquacheta è una assai nota destinazione di una facile escursione nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, sul confine tosco-romagnolo. Cantata da Dante nel XVI canto dell’Inferno, il poeta ne descrive il rombo poderoso per rendere l’idea del fragore del Flegetonte, il fiume di fuoco che separa il settimo dall’ottavo cerchio.

Il percorso classico, con partenza da San Benedetto in Alpe, è molto frequentato nel periodo estivo. Chi cerca un approccio più solitario e panoramico può scegliere però di partire dal Passo della Peschiera, un valico sulla strada tra San Benedetto in Alpe (FC) e Marradi (FI).

Dal valico si imbocca una strada sterrata seguendo il segnavia CAI 555, si imbocca poco dopo il sentiero CAI 429 e si raggiunge il Poggio dell’Inferno, poco oltre i mille metri di altitudine. Si percorre un lungo crinale con panorami naturali che si affacciano su entrambe le vallate. La discesa verso Pian Baruzzoli è abbastanza ripida e porta fino al punto panoramico sulla Cascata dell’Acquacheta: da qui il salto è visibile in tutta la sua altezza, oltre 70 metri, incassato tra i boschi, accompagnato dal rumore incessante dell’acqua che si frantuma sulle rocce sottostanti.

Superata la cascata, la Piana dei Romiti offre una delle aree di sosta più belle del percorso, con il torrente Acquacheta che la attraversa dolcemente. La risalita verso il Monte Lavane completa la seconda parte dell’anello, attraversando le cosiddette Balze di Cornacchiaia e riportando al sentiero 555 per ricongiungersi al punto di partenza.

Si tratta di un percorso senza sostanziali difficoltà, ma lungo e impegnativo: oltre 1000 metri di dislivello in salita e circa 7 ore di percorrenza.

Pizzo di Sevo

Rispetto al più quotato e gettonato Gran Sasso, i Monti della Laga vengono trascurati dalla maggior parte degli escursionisti, ma offrono altrettanto spettacolo all’interno del Parco Nazionale che comprende entrambi i massicci, tra Marche, Lazio e Abruzzo.

Il Pizzo di Sevo a 2419 metri di quota è una cima dalla sagoma triangolare, ben riconoscibile da Amatrice: una forma elegante del gruppo della Laga, con un panorama dalla vetta che abbraccia il Gran Sasso, i Sibillini, il Terminillo, il Lago di Campotosto e, nelle giornate più limpide, la costa adriatica.

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La sagoma del Pizzo di Sevo

La base di partenza è il pianoro di Macchie Piane, 900 metri più in basso. Si tratta di un vero e proprio balcone naturale sulla conca di Amatrice, con in estate un ovile attivo e le vacche al pascolo che guardano i passanti con placida indifferenza.

L’ascesa è verticale: in circa 5 chilometri si compie tutto il dislivello tra il pianoro e la vetta, in un ambiente prativo senza alcun albero che permette di godere di una vista sensazionale su tutto il circondario. Il ritorno è per lo stesso tragitto dell’andata.

I canyon e le gole più incantevoli d’Italia da visitare in estate: la guida completa

2 juillet 2026 à 19:00

Dicono che i fiumi italiani, geologicamente parlando, siano tra i più giovani d’Europa. Il Tevere, per dirne uno dei più conosciuti ed importanti, ha un’età stimata in appena un paio di milioni di anni. In ognuno di questi 730 milioni di giorni le sue acque hanno attraversato l’Italia scolpendone il volto ora dopo ora, minuto dopo minuto, fino a darle l’aspetto che ci piace imparare a conoscere oggi, esplorandone ogni nicchia.

Tra le Alpi e gli Appennini, lungo i corsi di fiumi e torrenti che si sono fatti strada nella roccia calcarea, l’Italia custodisce un patrimonio di canyon, forre, gole e altre particolarità del territorio figlie dello scorrere senza tempo dell’acqua. Questi angoli di natura così spettacolari e ruvidi, chiusi da pareti che si stringono fino a sfiorarsi, lasciando passare solo un filo di cielo sopra le teste, e che nascondono corsi d’acqua trasparente incastonati nella roccia, sono una meta fantastica per le avventure di un’estate.

Gole del Raganello, Calabria

Nel cuore del Parco Nazionale del Pollino, al confine tra Calabria e Basilicata, sorge un piccolo borgo affascinante. È Civita, insediamento di origine albanese (arbëreshë), i cui lembi del territorio sono toccati dal torrente Raganello.  Il corso d’acqua, nel corso del tempo, ha inciso un solco lungo diversi chilometri tra le ruvide pareti calcaree, creando uno scenario di rara potenza.

Le Gole del Raganello, divise in due tratti, possono essere esplorate con una escursione di canyoning guidata, lunga e impegnativa ma anche spettacolare e adrenalinica. Attraversa l’intero canyon partendo dal cosiddetto Ponte del Diavolo nei pressi di Civita, fino a raggiungere il Ponte di Barile, più a monte.

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Esplorando le Gole del Raganello

Le Gole sono comunque un ambiente splendido e scenografico anche per chi si limita a un rinfrescante bagno tra i bassi meandri del torrente nei pressi del borgo, ma anche per chi esplora i sentieri escursionistici sulla sommità delle pareti del canyon, per ammirare la bellezza selvaggia delle Gole, tra pozze smeraldine e pareti a strapiombo che hanno reso questo luogo uno dei simboli del Parco del Pollino.

Stretti di Giaredo, Toscana

Nell’entroterra della Lunigiana, lingua stretta tra Toscana, Emilia e Liguria, il torrente Gordana ha scavato nel corso dei millenni una delle forre più scenografiche dell’Appennino settentrionale: gli Stretti di Giaredo.

Si tratta di un canyon naturale dalle pareti altissime e ravvicinate, dove la luce filtra appena e l’acqua scorre limpida tra massi levigati e piccole cascate. Gli Stretti si visitano in proprio o tramite visite guidate in piccoli gruppi: per addentrarsi nel canyon occorrono scarpe, un caschetto per evitare rischi di sassi in caduta e, volendo, una muta come quelle che si utilizzano per il surf e altri sport acquatici, visto che l’acqua del torrente è fredda e all’interno del canyon non arriva la luce diretta del sole.

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Lorenzo Calamai
L’ingresso degli Stretti di Giaredo

Lo spettacolo all’interno della gola è splendido: si procede nell’alveo del torrente, tra zone dove l’acqua arriva alla caviglia e altre dove è necessario nuotare per brevi tratti. La roccia delle pareti è ora nera come il petrolio, ora rossa come se provenisse dal cuore stesso della terra. In alto, il blu del cielo e il verde di qualche albero in cima alle ciclopiche pareti rocciose domina la scena.

L’ingresso degli Stretti è poco lontano da Pontremoli, bella cittadina della Lunigiana, lungo la strada che porta verso la valle di Zeri.

Gola di Frasassi, Marche

Nelle Marche, tra le colline dell’entroterra anconetano, il fiume Sentino ha scavato la Gola di Frasassi, una spettacolare incisione nella roccia che da secoli rappresenta una delle attrazioni naturalistiche più note della regione. La gola, stretta e profonda, è celebre soprattutto per ospitare il complesso delle Grotte di Frasassi, uno dei sistemi carsici più grandi d’Europa, ricco di stalattiti, stalagmiti e ambienti sotterranei spettacolari, che attirano tanti turisti ogni anno.

Anche la superficie, tuttavia, merita attenzione: il lavoro millenario del Sentino ha portato a un ambiente naturale unico, con pareti altissime, scenografiche, con tanta vegetazione, una ricca fauna (in particolare avicola) e tante piccole spiaggette lungo il corso del torrente, dove fermarsi a fare il bagno. C’è spazio anche per l’esplorazione culturale: l’eremo di Santa Maria Infra Saxa, incastonato nella roccia, e il piccolo Tempio del Valadier, costruito proprio all’imboccatura di una grotta per volontà di Papa Pio VII sono due attrazioni facilmente raggiungibili attraverso sentieri affascinanti.

Gole dell’Alcantara, Sicilia

Le Gole dell’Alcantara sono apparse al cinema, sono un’attrazione molto fotografata e decisamente molto visitata. La ragione è presto detta: sono un luogo davvero straordinario.

Si trovano in Sicilia, alle pendici dell’Etna, dove il fiume Alcantara ha creato un canyon profondo e vertiginoso. Le pareti, alte fino a cinquanta metri, sono costituite da basalto colonnare, una formazione geologica che nasce dal rapido raffreddamento della lava a contatto con l’acqua. Ciò ha dato origine a delle figure geometriche sulle pareti, strutture prismatiche che ricordano le canne di un organo, dall’aspetto quasi scultoreo. Un vero e proprio spettacolo di pietra.

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Risalendo le Gole dell’Alcantara: le rocce basaltiche assumono forme imprevedibili

Il sito principale è attrezzato per l’accesso turistico, con un ascensore che conduce al livello del fiume e percorsi pedonali che permettono di ammirare le formazioni rocciose senza necessariamente entrare in acqua. I più avventurosi, però, possono addentrarsi direttamente nel canyon, risalendo il corso del fiume sfidando la non banale corrente e, soprattutto, l’acqua gelida che scende dalle pendici del vulcano, anche in piena estate. Le Gole dell’Alcantara fanno parte di un Parco Fluviale che si estende per diversi chilometri lungo il corso del fiume, offrendo numerosi punti di accesso e percorsi di diversa difficoltà.

Orrido di Bellano, Lombardia

L’Orrido di Bellano è una destinazione ideale per coloro che cercano una escursione breve, senza difficoltà, eppure immersa in una natura dal volto diverso: un’occasione ideale per far conoscere le meraviglie geologiche di un canyon anche ai più giovani.

L’Orrido sorge sulle sponde del Lago di Como. Qui il torrente Pioverna, dopo un percorso impetuoso tra le montagne della Valsassina, si getta nel lago attraversando una forra stretta e profonda, scavata nella roccia nel corso di millenni.

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All’interno dell’Orrido di Bellano scorre un torrente cristallino

Per permettere la visita di questo angolo di ardita architettura naturale è stato approntato un bel percorso attrezzato, in parte costituito da passerelle sospese sull’acqua e ponti panoramici. Permette di osservare da vicino la potenza del torrente, le cascate e le marmitte dei giganti scavate nella roccia, in un contesto di grande fascino. Da non perdere la visita alla Ca’ del Diavol, una misteriosa torretta a strapiombo sul torrente Pioverna, situata all’imbocco dell’Orrido: un edificio ottocentesco caratterizzato da diavoli dipinti sulla facciata dell’ultimo piano, oggi trasformata in un percorso museale dedicato al luogo in cui si trova.

Gole del Sagittario, Abruzzo

Il fiume Sagittario, che nasce dal Lago di Scanno, tra i Monti Marsicani, e scorre fino a gettarsi nel fiume Aterno, ha inciso una delle gole più spettacolari dell’Appennino centrale, a cui peraltro dona anche il nome.

Le Gole del Sagittario, infatti, si estendono per circa sei chilometri nel territorio comunale di Anversa degli Abruzzi, Cocullo e Villalago, in un susseguirsi scenografico di pareti a strapiombo, boschi rigogliosi e scorci che si aprono improvvisamente sul fiume.

Oltre a una spettacolare strada che costeggia le Gole, regalando bellissimi scorci panoramici quando la si percorre, l’area è attraversata anche da numerosi sentieri che consentono di addentrarsi nel canyon fino ad arrivare in riva al Sagittario, al riparo di un bosco fitto, fra Anversa degli Abruzzi e la frazione di Castrovalva, peraltro antico borgo medievale che merita una visita. Un luogo ideale da visitare nei giorni più caldi dell’estate, al riparo dalla calura e dal sole, al fianco di un corso d’acqua fresco e pieno di vita.

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Castrovalva domina le Gole del Sagittario

Brent de l’Art, Veneto

A Belluno, nei pressi della località montana di Sant’Antonio Tortal, non lontano dal Passo San Boldo, il torrente Ardo sembra un innocente corso d’acqua montano dal breve corso. Invece, attraverso i millenni, ha saputo scavare la roccia dolomitica per creare una serie di forre strette e profonde, note come Brent de l’Art.

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Lo spettacolo geologico dei Brent de l’Art

L’itinerario che porta ad ammirare da vicino i Brent è caratterizzato da un comodo sentiero che, malgrado un po’ di pendenza, per scendere e risalire nel vallone, è alla portata di tutti. Una serie di percorsi si snodano lungo i diversi rami del canyon, costeggiando il corso d’acqua e permettendo di osservare da vicino le pareti levigate dall’erosione, le piccole cascate e le pozze color smeraldo che si formano lungo il tragitto.

Nei mesi estivi, la frescura garantita dall’ombra delle pareti e dalla vicinanza dell’acqua rende la visita particolarmente piacevole anche nelle giornate più calde, e non manca la possibilità di calarsi fin sul letto del torrente, in alcuni tratti, per poter mettere i piedi a bagno.

Il Parco dell’Etna in estate, trekking suggestivo sul vulcano attivo più alto d’Europa

30 juin 2026 à 17:30

Nei suoi quasi ottant’anni di vita, Dominique Vivant Denon è stato un uomo abituato alla bellezza e alla grandiosità. Diplomatico, scrittore, incisore, fu il primo direttore del Museo del Louvre. Eppure anche lui, davanti all’Etna, aveva dovuto arrendersi all’evidenza: “Tutto ciò che la natura ha di grande, – ha scritto nel suo Voyage en Sicilie, nel 1785 – tutto ciò che ha di piacevole, tutto ciò che ha di terribile, si può paragonare all’Etna e l’Etna non si può paragonare a nulla”.

Ed eccolo qua l’Etna, un gigante in perenne movimento, un vulcano capace di trasformare in pochi giorni il paesaggio attorno a sé, con una portata minacciosa sempre presente e al tempo stesso una rara bellezza. Il simbolo della Sicilia orientale è percorso da sentieri che attraversano foreste di pino laricio, distese di lava solidificata, grotte sotterranee e crateri ormai spenti. Ogni stagione ha la sua magia, ma l’estate è tra queste un momento assai particolare, dove il vulcano è capace di risplendere contro l’azzurro potente del cielo terso della Trinacria.

Il Parco dell’Etna: come arrivare

Il Parco dell’Etna, istituito nel 1987 per volontà della Regione Siciliana, si estende sulla costa orientale dell’isola, nel territorio della città metropolitana di Catania. Con una superficie di circa 58mila ettari complessivi e un perimetro di base di circa 135 chilometri è uno dei parchi regionali più grandi d’Italia.

Il vulcano, che ne costituisce il cuore, raggiunge oggi i 3.329 metri di altitudine. La notazione cronologica è data dal fatto che la quota varia nel tempo, poiché le eruzioni possono modificare l’altezza del cono sommitale. Sono venti i comuni che ricadono all’interno dell’area protetta, da Randazzo a Zafferana Etnea, da Bronte a Linguaglossa, con una popolazione residente di circa 250mila abitanti che vive fino a una quota massima di 950 metri.

Parco Etna trekking estate
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Panorama dell’Etna

La città di Catania è nella maggior parte dei casi la base da cui si parte per esplorare il Parco dell’Etna. Qui si trova infatti l’aeroporto più vicino, Catania Fontanarossa. Da Catania si raggiunge il Rifugio Sapienza, sul versante sud del vulcano, base di tante escursioni, in circa un’ora e mezza di auto, percorrendo la strada che sale da Nicolosi. Il versante nord, invece, con base a Piano Provenzana, si raggiunge da Linguaglossa, in circa due ore da Catania. Per chi non dispone di un’auto privata, dal capoluogo etneo parte un servizio di autobus dell’AST fino al Rifugio Sapienza, operativo anche d’estate.

L’Etna patrimonio dell’umanità

Il 21 giugno 2013, durante la XXXVII sessione del Comitato UNESCO riunita a Phnom Penh, in Cambogia, l’Etna è stato inserito nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Il sito riconosciuto comprende oltre 19 mila ettari della zona A del Parco, corrispondente alla porzione più elevata del vulcano, quella priva di insediamenti permanenti. Il criterio adottato dall’UNESCO per inserire l’Etna nella lista è stato quello riservato ai luoghi che rappresentano straordinari esempi di processi geologici e formazioni naturali di eccezionale valore. L’Etna, si legge nella motivazione, è uno dei vulcani più iconici e attivi del mondo, con una documentazione continua dell’attività eruttiva che risale ad almeno 2700 anni fa.

Alcune statistiche aiutano a capire perché l’Etna sia così importante e unico: è il vulcano attivo più alto d’Europa e il più grande vulcano basaltico composito presente sulla placca euroasiatica. La sua struttura attuale è il risultato di una storia eruttiva complessa, che affonda le radici in oltre 500mila anni di storia, con un’alternanza di eruzioni effusive ed esplosive che hanno modellato il paesaggio e creato ambienti geologici unici.

Tra questi spicca la Valle del Bove, una gigantesca depressione che si trova sul versante est, con pareti che si alzano fino a 1.000 metri: si tratta di quanto rimane del vulcano primordiale Trifoglietto, crollato su se stesso decine di migliaia di anni fa.

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L’atmosfera misteriosa della Valle del Bove

Oltre a ciò, il Parco dell’Etna custodisce una biodiversità sorprendente. Nelle aree boschive, che si estendono fino a circa 2mila metri di altitudine, vivono querceti, castagneti e boschi di betulla dell’Etna (Betula aetnensis), una specie endemica che cresce solo sulle pendici di questo vulcano. Salendo di quota la vegetazione si fa più rada, quasi assente ad eccezione di rare specie particolare che si sono adattate ai suoli lavici e quasi lunari della zona più alta. Dal punto di vista della fauna si trovano nel Parco il gatto selvatico, la martora, l’istrice e la volpe, il falco pellegrino e l’aquila reale.

Trekking: le escursioni più belle nel Parco dell’Etna

L’offerta escursionistica del Parco dell’Etna è straordinariamente varia, adatta a tutti i livelli di preparazione e a tutte le aspirazioni di esplorazione.

Esiste, però, una regola fondamentale da conoscere: oltre i 2.750 metri di quota l’accesso è consentito esclusivamente in compagnia di una guida autorizzata. Una norma di sicurezza necessaria, non una limitazione: il vulcano è attivo e le condizioni possono cambiare rapidamente.

Una passeggiata molto semplice, adatta alle famiglie con bambini piccoli è quella ai Crateri Silvestri. Situati sul versante sud, a breve distanza dal Rifugio Sapienza, questi due coni vulcanici si sono formati durante l’eruzione del 1892, durata sei mesi. Il sentiero che li percorre è breve, circa un chilometro e mezzo, con un dislivello minimo e un fondo agevole. Dal percorso, nelle giornate limpide, lo sguardo spazia fino al golfo di Catania e al Mar Ionio.

Per un livello leggermente più impegnativo ma comunque alla portata dei più, il percorso consigliato è il sentiero panoramico chiamato Schiena dell’Asino, uno dei più belli del versante sud. Si segue il sentiero 737 a partire dal bordo della Valle del Bove. A questo punto, si risale ammirando il paesaggio brullo e lavico, caratterizzato da una sabbia grigio-nera. Il sentiero sale in maniera piuttosto decisa fino alla cima de La Montagnola a 2.648 metri sul livello del mare: si tratta di un enorme cratere creatosi nel 1763, dal quale è possibile godere di una meravigliosa vista. La lunghezza dell’itinerario 737 è di 2 chilometri e mezzo sola andata per un dislivello di quasi 600 metri, ma si potrebbe dover aggiungere un percorso di avvicinamento.

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Il panorama sulla Valle del Bove

Per i più audaci c’è il trekking ai Crateri sommitali del vulcano, un’escursione da affrontare con uno dei numerosi servizi di guida dedicati. Solitamente, si cammina solo a partire dai 2.900 metri di quota, raggiunti con una combinazione di funivia e fuoristrada. Da qui si raggiungono effettivamente i crateri, che si trovano circa 400 metri più in alto.

Il percorso a piedi, sempre in compagnia della guida, dura tra le cinque e le sei ore e offre panorami che nelle giornate più limpide abbracciano contemporaneamente il Mar Ionio a est e il Mar Tirreno a ovest, la Calabria, le Isole Eolie e tutta la costa della Sicilia orientale.

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Un cratere sull’Etna

Per gli escursionisti più allenati e con esperienza, la sfida definitiva è la cosiddetta Traversata dell’Etna, dal versante sud a quello nord. È considerata l’escursione più completa e spettacolare dell’intero vulcano, con una lunghezza di circa 14 chilometri, quasi tutti in altitudine e per questo doppiamente impegnativi. Anche in questo caso è necessario l’accompagnamento di una guida. In ogni caso, è un’avventura che attraversa entrambe le anime dell’Etna, da nord a sud, passando per il tetto dell’Europa meridionale, per ricordare ancora le parole di Vivant Denon: tutto si può paragonare all’Etna e l’Etna non si può paragonare a nulla.

Il Parco Nazionale del Gran Paradiso in estate: escursioni tra ghiacciai e fauna alpina

24 juin 2026 à 16:30

Era una riserva di caccia della famiglia reale, oggi è diventato uno dei luoghi più straordinari dell’intero arco alpino per chi ama la montagna, la fauna selvatica e le grandi escursioni: è il Parco Nazionale del Gran Paradiso, il più antico d’Italia, istituito il 3 dicembre 1922. Un angolo d’Italia unico, dai panorami immensi su alcune delle vette più scenografiche dell’arco alpino, con un cielo il cui blu non teme paragoni e con una rete di sentieri fitta e variegata, adatta a ogni escursionista.

L’estate è la stagione in assoluto più generosa per chi sceglie di visitare il Gran Paradiso, visto il verde che copre i pascoli d’alta quota, punteggiati di fiori. I sentieri sono percorribili in tutta la loro estensione, senza particolari impedimenti naturali. Non serve necessariamente essere alpinisti esperti: il Parco è pronto a ospitare chiunque voglia immergersi nel suo contesto naturale unico, e magari essere così fortunato da avvistare qualcuno degli splendidi animali caratteristici della fauna alpina: stambecchi, marmotte, camosci.

Dove si trova il Parco Nazionale del Gran Paradiso

Il Parco Nazionale del Gran Paradiso si trova a cavallo tra due regioni: la Valle d’Aosta (che ne comprende poco più della metà) e il Piemonte. Con una superficie di oltre 70mila ettari distribuiti su tredici diversi comuni, è uno dei parchi alpini più grandi e meglio conservati d’Europa.

Sul versante francese confina con il Parco Nazionale della Vanoise, con cui forma un’area protetta transfrontaliera di circa 120mila ettari: uno dei santuari naturali più importanti del continente.

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Prati in fiore nel Parco del Gran Paradiso

Il territorio si sviluppa intorno al massiccio del Gran Paradiso, nelle Alpi Graie, articolandosi in cinque valli principali: sul versante valdostano si trovano la Val di Cogne, la Valsavarenche e la Val di Rhêmes; su quello piemontese la Valle dell’Orco e la Val Soana. Le quote variano dagli 800 metri dei fondovalle fino ai 4.061 metri della vetta del Gran Paradiso, l’unica tra le cime alpine oltre i 4.000 metri ad essere interamente in territorio italiano.

A dominare il paesaggio di alta quota sono i ben 59 ghiacciai che caratterizzano il Parco, più estesi sul versante valdostano. Il limite delle nevi perenni si attesta intorno ai 3mila metri, mentre a quote inferiori la montagna si ammanta di boschi di larici, abeti rossi e pini cembri. La flora dei prati alpini è punteggiata di genziane, stelle alpine e rododendri.

Cosa fare in estate nel Parco Nazionale del Gran Paradiso

L’estate è il momento migliore per visitare il Gran Paradiso. Con il bel tempo e i sentieri liberi dalla neve, la fitta rete sentieristica del Parco si trasforma nell’attrazione principale per tutti gli amanti del trekking alpino.

Camminando sui numerosi percorsi disponibili, non è raro imbattersi nella tipica fauna presente nel Parco, dato che, peraltro, esso ospita una delle popolazioni di stambecchi alpini più consistenti d’Europa: si stima una presenza tra i 2500 e i 3500 esemplari. Camosci e marmotte sono altrettanto numerosi: difficile percorrere qualsiasi sentiero senza imbattersi nel loro fischio caratteristico o scorgerle ritte sulle rocce di guardia alla tana.

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Una marmotta dalla tana pittoresca

Oltre alle escursioni a piedi, il parco offre numerose possibilità per il cicloturismo su percorsi sia asfaltati che sterrati, adatti a livelli diversi di allenamento.

Una tappa imperdibile per chi visita il Parco con la famiglia, poi, è il Giardino Botanico Alpino Paradisia, situato a Valnontey, nella Valle di Cogne, a 1.700 metri di quota. Fondato nel 1955, ospita oltre 1500 specie di piante locali e importate; il periodo di maggior fioritura cade tra giugno e luglio, quando il giardino diventa uno spettacolo di colori e profumi.

Tre escursioni da non perdere nel Parco Nazionale del Gran Paradiso

Come detto, l’attività principale nel Parco Nazionale del Gran Paradiso è il trekking. Soprattutto sul versante valdostano, l’area protetta rappresenta una sorta di università dell’escursionismo alpino: sebbene esistano percorsi adatti a tutti i livelli di allenamento, molti itinerari prevedono salite impegnative che portano a quote importanti, dove l’aria si fa più rarefatta, il cielo più azzurro e i panorami di cui si gode durante la salita e all’arrivo sempre più preziosi.

Da Valnontey al Rifugio Sella

Uno dei classici del Parco del Gran Paradiso. Si parte da Valnontey, nella Valle di Cogne, a circa 1.700 metri di quota, e si risale il vallone fino al Rifugio Vittorio Sella (2.584 metri), percorrendo un sentiero ben tracciato che attraversa prima i boschi di larici e poi si apre sulle ampie, spettacolari praterie d’alta quota.

La lunghezza complessiva è di circa 8 chilometri per un dislivello positivo di circa 900 metri, con un tempo di percorrenza di circa tre ore in salita. È un’escursione tosta, ma non impossibile: basta un minimo di preparazione per poterla affrontare.

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Il Lago del Lauson

Ciò che rende questa escursione speciale è prima di tutto il paesaggio, con lo sguardo sui ghiacciai in testa alla valle. Le probabilità di imbattersi in stambecchi, marmotte e camosci sono piuttosto alte, specie nelle vicinanze del Lago del Lauson, un piccolo ma affascinante specchio d’acqua non lontano dal rifugio, incastonato in uno scenario incredibile, con diversi ghiacciai visibili tutto attorno e, solitamente, una incipiente fioritura di genziane, viole e primule sulle sue sponde.

Dal Piano del Nivolet al Lago Rosset

Raggiungibile sia a piedi che con le navette gratuite del Parco, il Piano del Nivolet rappresenta uno degli altopiani più affascinanti di questo angolo dell’arco alpino. Si sviluppa per oltre sei chilometri, a circa 2.500 metri di altitudine, nel cuore del versante piemontese del parco, lungo la Valle dell’Orco.

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Un angolo del Piano del Nivolet

L’ambiente è quello tipico delle zone in quota: vi si trovano laghi alpini alimentati da nevaietti e ghiacciai, il piccolo e impetuoso torrente chiamato Dora del Nivolet, prati umidi dove proliferano specie di piante adattate agli ambienti estremi. Una traversata panoramica consente di percorrere l’intero altopiano con una balconata continua sulla Valle Orco: un itinerario adatto anche a escursionisti senza esperienza, con dislivelli contenuti e scorci di rara bellezza.

Per chi invece non si accontenta della passeggiata lungo il piano, si può affrontare la breve salita al Lago Rosset, circa 500 metri più in alto, percorrendo un sentiero impegnativo in salita lungo poco più di due chilometri. Si arriva così in un luogo speciale, più appartato, un ulteriore balcone con una vista privilegiata sulle cime tutt’attorno, con al centro un piccolo e affascinante specchio d’acqua.

I più allenati possono anche proseguire per ulteriori tre chilometri fino a raggiungere il Col Rosset, dove passa il confine tra Piemonte e Valle d’Aosta, a 3.023 metri di altitudine.

Le Cascate di Lillaz

Per chi cerca un’escursione accessibile, adatta anche ai bambini, il percorso ad anello delle Cascate di Lillaz, in Val di Cogne, è l’itinerario ideale.

Si parte dal piccolo villaggio di Lillaz, a pochi chilometri da Cogne, e ci si incammina lungo un sentiero che risale il corso del torrente Urtier, accompagnati dal fragore dell’acqua che scende a balzi spettacolari, per oltre 150 metri complessivi di salti.

Il percorso è breve, circa 4 chilometri lungo un anello, ed è alla portata di tutti. Dal parcheggio ci vogliono appena una decina di minuti per raggiungere la cascata inferiore, poi da qui inizia la salita che porta in breve tempo a visitare gli altri due bei salti del corso d’acqua. L’ambiente naturale è veramente unico e le acque fredde del torrente contribuiscono ad abbassare la temperatura nelle circostanze, regalando una piacevole frescura, ideale nei momenti più caldi dell’estate.

Dove fare il bagno in Lombardia: le più belle piscine naturali d’acqua dolce

21 juin 2026 à 13:00

Arriva, puntuale, il grande caldo estivo. Già alle prime avvisaglie, l’esperto abitante delle aree urbane sa che deve fare armi e bagagli e, non appena possibile, fuggire verso la natura alla ricerca dei luoghi più refrigeranti del proprio territorio. È il momento in cui ci si ricorda delle spiagge d’acqua dolce, un turismo di prossimità che ci rammenta che a meno di due ore di macchina esistono posti dove l’acqua scorre fredda tra le rocce, gli alberi fanno ombra senza bisogno di ombrelloni e il silenzio non è interrotto da nessun altoparlante. La Lombardia non ha il mare, è vero, ma d’estate risveglia un’altra forza: una rete di torrenti, valli e piscine naturali che fa concorrenza a qualsiasi altra area d’Italia.

La regione è, non a caso, quella con la maggiore estensione fluviale del Paese: una fitta trama di corsi d’acqua che scende dalle Alpi e dalle Prealpi attraverso valli spesso poco frequentate, scavando polle cristalline, generando fragorose cascate, mentre piccole spiagge di sassolini bianchi si formano a corredo di queste meraviglie acquatiche.

Il Parco del Pollino in estate: cosa fare sul tetto dell’Italia meridionale, tra pini loricati e canyon

20 juin 2026 à 12:00

Pinus heldreichii, ovvero pino di Heldreich: uno dei nomi con cui è conosciuto il pino loricato, il simbolo del Parco Nazionale del Pollino. Un albero unico, spettacolare, con un fusto magro, serio, da cui partono rami sghembi, fitti di aghi verde scuro. Il termine loricato, con cui lo si identifica comunemente, deriva proprio dall’aspetto della corteccia adulta, che forma placche grigie simili alla lorica, la corazza dei legionari romani. È una pianta estremamente resistente, una delle poche che riesce a vivere sui fianchi delle montagne di questo angolo dell’Italia meridionale aspro e bellissimo. Nel 2018 una indagine al radiocarbonio ha individuato in un pino loricato del Parco del Pollino l’albero più antico d’Europa, dandogli un’età di 1230 anni.

Esplorare queste montagne, tra gole, praterie e la rada ombra dei pini loricati è un vero e proprio regalo da concedersi in estate. Il Parco ha un territorio vasto, aspro, con angoli coperti da faggi centenari ed è percorso da tortuosi torrenti. Ci sono vette sopra i duemila metri, lunghi sentieri e grandi panorami. Un vero e proprio paradiso per chi ha scelto il trekking tra montagne poco frequentate come obiettivo della propria estate.

Il Parco del Pollino: storia, dove si trova e come arrivare

Grazie ai suoi 192.565 ettari di estensione, il Parco Nazionale del Pollino è il parco nazionale più grande d’Italia. Si estende a cavallo tra due regioni, la Basilicata e la Calabria, abbracciando le province di Potenza, Matera e Cosenza e includendo ben 56 comuni all’interno del suo perimetro. Il territorio si organizza attorno a diversi sistemi montuosi, parte dell’Appennino meridionale: il Massiccio del Pollino, che dà il nome all’area protetta, i Monti di Orsomarso in Calabria e il Monte Alpi in Basilicata. Le vette più alte si trovano sul Pollino, dove Serra Dolcedorme rappresenta la cima alla quota più elevata, a 2267 metri di altitudine.

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Panorama del Parco del Pollino al tramonto

La sede dell’Ente Parco si trova a Rotonda, in Basilicata. La storia del parco è relativamente recente: fu istituito come Parco Nazionale nel 1988, sebbene gli organi di gestione abbiano iniziato a operare concretamente solo tra il 1993 e il 1994. Nel 2015 il riconoscimento internazionale è arrivato con l’inserimento nella lista globale dei Geoparchi UNESCO, un titolo che sottolinea il valore eccezionale della sua geologia: inghiottitoi, doline, grandi sorgenti e canyon di origine carsica disegnano un paesaggio sotterraneo tanto affascinante quanto quello in superficie.

Nel 2017 la Faggeta Vetusta di Cozzo Ferriero è entrata nella lista del Patrimonio dell’Umanità UNESCO, riconoscimento esteso nel 2021 alla Faggeta del Pollinello, nel sito diffuso Antiche faggete primordiali dei Carpazi e di altre regioni d’Europa.

Raggiungere il Parco del Pollino richiede un po’ di pianificazione, soprattutto perché il territorio è vasto e le zone di maggiore interesse non sono necessariamente adiacenti. L’auto è la soluzione più comoda per arrivare: dall’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria si esce a Laino Borgo per il versante calabrese, oppure a Morano Calabro; per il versante lucano il riferimento è l’uscita di Lauria. Il paese di Civita, punto di accesso privilegiato alle Gole del Raganello, si raggiunge da Castrovillari in circa mezz’ora. In treno, le stazioni più vicine sono quelle di Castrovillari e di Lagonegro, da cui è necessario proseguire in auto o con il trasporto pubblico locale.

Cosa fare in estate nel Parco del Pollino

L’estate è la stagione in cui il Parco del Pollino offre il ventaglio più ampio di attività da intraprendere nel suo territorio. Il trekking è senza dubbio un modo privilegiato di scoprire questo territorio, grazie a una rete sentieristica fitta che offre itinerari adatti a ogni livello e a ogni obiettivo. I Piani di Ruggio e il Colle dell’Impiso, nel comune di Viggianello, sono i punti di partenza classici per le escursioni in alta quota, ben segnalati e raggiungibili in auto.

Per chi ama l’acqua dolce, inoltre, il Pollino non delude. Il canyon del Raganello, scavato dal torrente omonimo tra pareti calcaree che in alcuni punti superano i 400 metri di altezza, è uno dei luoghi più spettacolari del parco ed è percorribile sia con escursioni a piedi, che si svolgono lungo il bordo della gola, sia con attività di canyoning direttamente nel letto del corso d’acqua, sempre accompagnati da guide esperte. Anche il Fiume Lao è un protagonista dell’estate al Pollino, con i suoi tratti navigabili in kayak e le possibilità di rafting nelle rapide. Le acque di entrambi i fiumi sono cristalline e fresche, un sollievo insostituibile nelle giornate più calde.

Oltre alle attività outdoor legate alla grande offerta naturale, il Parco offre anche una grande ricchezza culturale e antropologica, troppo spesso sottovalutata. Al suo interno, ad esempio, vivono ancora alcune delle più importanti comunità arbëreshë d’Italia, ovvero le comunità di origine albanese che si insediarono in queste terre tra il Quattrocento e il Settecento per sfuggire all’avanzata ottomana.

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Il borgo di Civita

In paesi come Civita, San Paolo Albanese, San Costantino Albanese e altri si conservano ancora oggi la lingua arbëreshë, il rito greco-cattolico, i costumi tradizionali e una cucina propria.

Da non perdere, infine, il Ponte Tibetano di Castelsaraceno, che con i suoi 586 metri di lunghezza è il più lungo del mondo e collega il Parco del Pollino con il Parco dell’Appennino Lucano.

Escursioni da non perdere nel Parco del Pollino

La più bella escursione a piedi da effettuare nel Parco del Pollino è considerata dai più l’ascesa a Serra di Crispo. Si parte dal Colle dell’Impiso, a 1573 metri nel comune di Viggianello, raggiungibile in auto. Si segue quindi il sentiero IPV4 che scende verso i Piani Vacquarro costeggiando il torrente Frido. Il percorso sale poi verso la Serra di Crispo, a 2054 metri di quota, un crinale dove crescono alcuni degli esemplari di pino loricato più antichi, contorti e spettacolari dell’intero parco. Questo luogo è soprannominato il Giardino degli Dei: i tronchi giganteschi dalla corteccia bianca brillano alla luce del sole tra le rocce nude, in un paesaggio che ha qualcosa di primordiale e commovente. Il dislivello è impegnativo ma il percorso è ben segnalato. In piena estate è consigliata la partenza nelle prime ore del mattino, per non essere sorpresi dal solleone mentre si cammina.

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Serra di Crispo, il Giardino degli Dei

Lo stupendo borgo di Civita, il cui nome in arbëreshë significa “nido d’aquila”, racconta solo con questo fatto la sua posizione: è sospeso, difatti, sull’orlo di una gola vertiginosa, con una vista sulle Gole del Raganello che lascia letteralmente senza fiato. Da qui parte uno dei percorsi più scenografici del parco: si attraversa il paese, si raggiunge il belvedere dal quale si domina l’intera gola, poi si scende lungo il sentiero verso il cosiddetto Ponte del Diavolo, un antico ponte in pietra che si trova circa 50 metri sopra il greto del torrente Raganello. La discesa è ripida ma breve. Il ritorno al paese, con la gola alle spalle e i profili del massiccio davanti agli occhi, è un vero spettacolo. Il giro attorno al piccolo borgo e ai suoi sorprendenti dintorni naturali non è particolarmente impegnativo: è una camminata di quasi 7 chilometri con meno di 400 metri di dislivello in salita.

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Le Gole del Raganello

Se Civita e Serra di Crispo rappresentano due ambienti naturali aspri e scarsamente popolati di vegetazione, per sfuggire alla canicola ci si può rifugiare in una escursione alla scoperta della Faggeta Vetusta di Cozzo Ferriero, come detto uno dei siti inseriti dall’UNESCO nella lista del Patrimonio dell’Umanità nel 2017.

Si tratta di una foresta primaria di faggi, con esemplari che superano i 400 anni di vita: dei veri e propri giganti del bosco. È attraversata da un sentiero che porta al Cozzo Ferriero da cui prende il nome, una cima a 1790 metri di quota. Per affrontare l’escursione si parte dal Rifugio Fasanelli e si sale al Cozzo in circa cinque chilometri, con un’ascesa graduale ma sempre in salita. Camminare tra gli alberi risulta sempre piacevole, ma non sono da sottovalutare i numerosi panorami splendidi sui versanti lucano e calabrese del Parco di cui si gode nei luoghi in cui il bosco si interrompe, lasciando spaziare la vista.

Le Alpi Marittime in estate: trekking e fauna selvatica nel parco meno conosciuto d’Italia

14 juin 2026 à 12:00

John Muir, il naturalista scozzese che dedicò la vita a percorrere le montagne nordamericane, scrisse: the mountains are calling, and I must go, le montagne mi chiamano e io debbo andare. Difficile dargli torto quando ci si trova nel cuore delle Alpi Marittime: non sono le vette della California che raccontava, ma qui, nella provincia di Cuneo, dove le Alpi finiscono e il Mediterraneo comincia a farsi sentire nell’aria, il richiamo della roccia, dei boschi e delle vette si fa sentire. Non serve una vetta a tremila metri per percepirlo, basta fermarsi su un pianoro d’alta quota ad ammirare lo straordinario panorama, lasciandosi sorprendere dal fatto di non essere soli: prima o dopo si coglierà la sagoma di un rapace in volo, cerchio dopo cerchio, o il saltellare potente ed elegante di uno stambecco, a ricordare che in certi posti l’uomo è ancora l’ospite.

Il Parco Naturale delle Alpi Marittime è un’area protetta di quasi 28mila ettari in Piemonte, incastonata tra le ultime propaggini alpine, prima che la pianura lasci il posto alla Liguria e, poco oltre, al mare. È un luogo non particolarmente gettonato, anche in estate: il Parco del Gran Paradiso cattura più attenzione, le Dolomiti più fotografie, le Alpi valdostane più visitatori. Le Alpi Marittime restano per lo più ai margini delle conversazioni sul trekking estivo, frequentate da appassionati della montagna e da chi ci è già stato una volta e ci torna perché sa cosa aspettarsi: sentieri che si immergono nella natura pur conservando la memoria di una storia secolare, fra strade militari e vie del sale; fauna selvatica non difficile da avvistare; laghi glaciali in quota perfetti per la foto ricordo delle vacanze.

Il Parco Naturale delle Alpi Marittime: storia, dove si trova e come arrivare

La storia del Parco Naturale delle Alpi Marittime affonda le radici nell’Ottocento, più precisamente nel 1857, quando re Vittorio Emanuele II istituì qui la Riserva Reale di Caccia di Valdieri ed Entracque. I Savoia frequentarono queste valli per decenni, lasciando in eredità un patrimonio fatto di palazzine di caccia, una fitta rete di mulattiere e, soprattutto, la reintroduzione dello stambecco, proveniente dal Gran Paradiso, che ha contribuito in modo determinante alla biodiversità che oggi caratterizza il parco. Il territorio venne poi tutelato nel 1980 come Parco Naturale dell’Argentera e assunse il nome attuale nel 1995.

Il parco si estende nell’alta Valle Gesso, nella Valle Gesso della Valletta e nei Valloni della Valletta e del Reduc in Valle Stura di Demonte, abbracciando i comuni di Aisone, Entracque, Roaschia, Valdieri e Vernante, tutti in provincia di Cuneo. Al suo interno si trovano numerose cime oltre i 3mila metri, con la vetta più alta rappresentata dal Monte Argentera a quota 3297 metri. Sul versante opposto del crinale, lungo un confine comune di 35 chilometri, si estende il Parc National du Mercantour francese: i due parchi sono gemellati dal 1987 e insieme formano un’area protetta di oltre centomila ettari, una delle più grandi d’Europa.

Per raggiungerlo da Cuneo si percorre la strada statale 20 fino a Borgo San Dalmazzo, da dove si risalgono le valli verso i principali centri visitatori del parco: Entracque, Terme di Valdieri e Vernante. Chi proviene da Genova o dalla Liguria può seguire la strada statale 28 da Imperia, attraverso il Colle di Nava. Da Torino, il tragitto in auto fino a Entracque è di circa un’ora e mezza.

Cosa fare in estate nel Parco Naturale delle Alpi Marittime

L’estate trasforma il Parco delle Alpi Marittime in un palcoscenico naturale di rara bellezza: i pascoli di alta quota si animano di fioriture vivaci, che punteggiano il verde acceso dei prati, mentre i diversi laghi di origine glaciale del territorio creano uno splendido contrasto con le loro acque turchesi e cristalline.

La bella stagione, peraltro, è quella in cui i camosci, la specie più diffusa del parco con una popolazione di oltre 4mila esemplari, si spostano liberamente sui versanti erbosi, spesso a quote accessibili anche agli escursionisti non esperti. Lo stambecco, che i Savoia contribuirono a reintrodurre e che oggi conta circa 500 esemplari nell’area protetta, si avvista con più facilità in quota, lungo i canaloni e le creste rocciose. Non è raro imbattersi anche in cervi, caprioli e, nelle zone boscose, in qualche traccia del lupo, tornato a popolare queste valli alla fine degli anni Novanta.

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Una coppia di stambecchi

L’attività principale è naturalmente il trekking: con 400 chilometri di sentieri segnalati, undici rifugi alpinistici, sei rifugi escursionistici e undici bivacchi, il parco offre percorsi per tutti i livelli di preparazione fisica. Si cammina spesso e volentieri lungo percorsi che hanno una lunga storia alle spalle: ci sono mulattiere storiche che un tempo venivano percorse dai cacciatori della casa reale e ancor più antiche vie del sale, tracciati di collegamento tra i versanti piemontesi alla costa nizzarda dedicati al commercio dell’essenziale materia. Non mancano, pure, strade militari lastricate, risalenti alla Prima e alla Seconda Guerra Mondiale. Il tutto contornato da un ambiente dove fitti boschi di conifere si alternano a ampie praterie o aspre pietraie.

La mountain bike è un’altra possibilità concreta in estate, soprattutto sulle strade sterrate che attraversano i fondovalle e risalgono verso i rifugi. L’arrampicata sportiva trova il suo terreno d’elezione intorno al massiccio dell’Argentera, dove le pareti rocciose offrono vie di ogni difficoltà.

Tre escursioni da non perdere nel Parco delle Alpi Marittime

Come detto, il trekking è l’attività principale per l’estate tra le cime delle Alpi Marittime. Il Parco offre una grande varietà di escursioni adatte a tutti i livelli e a tutte le esigenze, dai camminatori del weekend fino agli escursionisti più esperti e preparati.

Da Terme di Valdieri al Pian del Valasco

Escursione facile e adatta a ogni gamba, è un classico per tutti e tutte che coniuga la semplicità della camminata al fascino immediato del Parco delle Alpi Marittime. Il percorso è lungo sette chilometri e mezzo con un dislivello di circa 400 metri.

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Panorama del Parco delle Alpi Marittime

Si parte dal parcheggio nei pressi della chiesetta di Terme di Valdieri, si segue il sentiero che costeggia il fiume Valasco risalendo il fondovalle tra larici e rododendri e si arriva al Rifugio Valasco a oltre 1700 metri di quota, ospitato nella storica Real Casa di Caccia dei Savoia, recentemente restaurata.

Il percorso è adatto a famiglie con bambini e a chi non ha particolare allenamento alpinistico e passa sulla vecchia strada militare costruita negli Anni Trenta, oggi una strada sterrata che in pochi tornanti permette di salire di quota con una splendida cornice naturale da ammirare per tutto il percorso.

I Laghi di Fremamorta

Uno dei panorami simbolo del parco, raggiungibile da Terme di Valdieri attraverso un itinerario di media difficoltà: i quattro Laghi di Fremamorta, con le loro acque limpide e pure, riflettono le pareti dell’Argentera. Si trovano sull’omonimo altipiano a oltre 2600 metri di altitudine, in un contesto naturale unico, circondato da una corona di vette spettacolare.

Il percorso attraversa ambienti diversissimi, tra boschi, morene glaciali e verdi praterie d’alta quota. Raggiunge quindi il Rifugio Emilio Questa a 2386 metri, per poi spingersi fino alla conca dei laghi di Fremamorta, disposti a catena in un catino dove, in estate, fiorisce la viola argenteria, piccolo fiore endemico che caratterizza il panorama.

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Uno dei Laghi di Fremamorta

È un’escursione che richiede una buona preparazione fisica e attrezzatura adeguata, ma che ripaga con panorami e opportunità di avvistamento faunistico di assoluto rilievo.

Da Sant’Anna di Valdieri al Rifugio Livio Bianco

Partendo da Sant’Anna di Valdieri, questo itinerario risale il selvaggio vallone della Meris, seguendo una ripida mulattiera storica, fino al Rifugio Livio Bianco, che sorge sulle sponde del Lago Sottano della Sella ai piedi del Monte Matto.

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Salita al Rifugio Livio Bianco

È un angolo del parco frequentato prevalentemente da escursionisti abituali, lontano dai percorsi più battuti, con un’atmosfera solitaria e aspra che ne costituisce il fascino principale.

Larici e rododendri caratterizzano il panorama, al termine di una salita ripida e adatta soprattutto ai più allenati. Dai 1100 metri di altitudine di Sant’Anna, infatti, si sale fino ai 1910 del rifugio. Ci vogliono circa 3 ore per completare la salita.

Per i più intraprendenti, il rifugio è il punto di partenza per la salita ad alcune tra le cime più alte del Parco, come il Monte Matto, a 3097 metri di quota, la Rocca di Valmiana (3006) o la Rocca della Paur (2972).

Wild swimming in Italia, i fiumi e le piscine naturali più belle dove nuotare d’estate

8 juin 2026 à 17:00

Una volta fare il bagno al fiume era l’attività popolare preferita delle estati dei giovani che non si potevano permettere la villeggiatura al mare. Poi è diventata solo una cosa estemporanea, rara, residuale. Ma negli ultimi anni la riscoperta del turismo fluviale avanza a tutta forza: il wild swimming si sta prendendo un posto importante nelle estati di tantissime persone, sempre di più.

Vivere in Italia aiuta. Con oltre 1.200 fiumi e torrenti che corrono lungo lo Stivale, tante aree collinari e montane con una antropizzazione limitata e un patrimonio di bellezza naturale tra i più stupefacenti del globo, il Belpaese è una destinazione fantastica per tutte quelle persone che amano un tuffo in acque cristalline, circondate dalla natura, senza folla e in sintonia con l’ambiente circostante. Dai purissimi torrenti alpini alle piscine naturali nascoste tra i boschi dell’Appennino, fino alle sottovalutate meraviglie d’acqua dolce della Sicilia, l’Italia è uno scrigno del tesoro per tutti gli amanti dell’acqua dolce.

Toscana tra primavera ed estate: le escursioni più belle nel Parco della Maremma

2 juin 2026 à 12:00

Difficilmente apparirà amara, questa Maremma. Non come la voleva la canzone tradizionale, Maremma Maremma, ispirata all’opera di bonifica di questo ampio territorio a sud della Toscana, una vasta area pianeggiante sul litorale, un tempo caratterizzata da paludi, miseria, malaria: Tutti mi dicono maremma maremma/Ma a me mi sembra una maremma amara/L’uccello che ci va perde la penna/Io c’ho perduto una persona cara.

Oggi è il luogo di incontro di mare e collina: grazie al Parco Regionale della Maremma si può vivere in prima persona un ambiente in cui è possibile camminare lungo la costa per chilometri, tra una profumata vegetazione mediterranea, in mezzo a sparute tracce dell’antichità e una fauna ricchissima: cinghiali, daini e uccelli marini che pattugliano il litorale.

Tra la fine della primavera e i primi mesi dell’estate il clima si fa ideale per esplorare il Parco. Le numerose passeggiate ed escursioni della rete sentieristica che lo attraversano consentono di esplorare angoli di natura selvaggia tra fiori colorati, il verde argentato degli ulivi, il blu del Mar Tirreno. Il Parco propone itinerari adatti a ogni livello di allenamento e a ogni tipo di curiosità, dal birdwatcher appassionato all’escursionista che cerca semplicemente un spiaggia solitaria sul mare da raggiungere a piedi.

Il Parco della Maremma: cos’è, dove si trova e come arrivare

Il Parco Regionale della Maremma si estende lungo la costa tirrenica della Toscana, nel territorio della provincia di Grosseto. Il suo perimetro abbraccia una striscia di litorale che va dalla foce del fiume Ombrone, secondo corso d’acqua più lungo della regione, fino alla cittadina di Talamone, che sorge su un promontorio roccioso a dominare l’omonima baia.

Al suo interno si trova la catena dei Monti dell’Uccellina, punteggiata dai ruderi delle antiche torri di avvistamento che per secoli hanno sorvegliato questa costa. Spesso, peraltro, ci si riferisce comunemente al Parco come al Parco dell’Uccellina, appunto.

Il punto di riferimento per chi vuole visitare il Parco è il Centro Visite di Alberese, dove è possibile acquistare i biglietti di ingresso, ritirare le mappe e, per alcuni itinerari, prenotare le visite guidate.

L’ingresso al parco è sempre a pagamento, con un prezzo diverso a seconda del percorso che si desidera intraprendere. Solo la spiaggia di Marina di Alberese è considerata di libero accesso per la balneazione.

Cala di Forno

Cala di Forno è una destinazione simbolo per il Parco della Maremma. Un percorso di difficoltà medio-alta, lungo circa 17 chilometri totali, con un tempo di percorrenza indicativo di quattro ore, che conduce a una spiaggia dal fascino selvaggio e unico, spesso luogo ideale per l’insolito avvistamento di animali del bosco sulla sabbia e in riva al mare, come volpi, daini e cinghiali.

Il cammino attraversa dapprima la pineta granducale, uno dei boschi artificiali più suggestivi della Toscana, voluto dai Lorena nel Settecento per proteggere le aree interne dai venti marini. Costeggiando il canale dello Scoglietto si raggiunge l’uliveto monumentale di Collelungo, che ha un’età stimata oltre i quattrocento anni. Da qui, superato un piccolo cancello di legno, il sentiero entra nella zona di riserva integrale del Parco e si immerge nel versante meridionale delle colline dell’Uccellina, il più soleggiato e profumato, battuto dal sole per quasi tutta la giornata tra grandi cespugli di cisto e rosmarino.

L’escursione procede con il mare costantemente in vista, dominando dall’alto una striscia di spiaggia sabbiosa lunga e integra, senza una costruzione. L’arrivo alla piccola insenatura di Cala di Forno è un piccolo spettacolo dopo il lungo cammino: una caletta raccolta, frequentata oggi principalmente da daini e cinghiali, le cui tracce si notano comunemente sulla sabbia.

Alle spalle della spiaggia si trova il lungo edificio della dogana del Granducato di Toscana, costruito alla fine del Settecento, a testimoniare un passato in cui questa cala era il porto dell’abbazia medievale di San Rabano e un approdo di rilevanza commerciale, segnalato dalle principali carte nautiche italiane già dal Rinascimento.

Salto del Cervo

L’itinerario C1 del Parco è denominato Salto del Cervo, dal nome della stretta e spettacolare cala a cui conduce.  È un percorso tosto, di circa 11 chilometri, che non lesina un paio di dure salite e che attraversa la catena dell’Uccellina dalla pianura fino a una spiaggetta solitaria sul mare, con vista sull’isola del Giglio.

Il sentiero C1 inizia salendo dolcemente tra ordinatissimi filari di ulivo, prima di superare la rete di protezione delle coltivazioni dagli animali selvatici e immergersi nel bosco. Si raggiunge rapidamente la Torre Bassa, costruita nell’anno 1100 dagli Aldobrandeschi come parte del sistema difensivo del Castello di Collecchio, oggi scomparso.

Da qui ci si inerpica lungo un vallone coperto da una bella lecceta, incontrando a metà percorso le rovine di un piccolo insediamento medievale abitato tra il Mille e la fine del Trecento: si riconoscono i resti di una piccola chiesa romanica, di un’abitazione con cortile, e persino di un forno da pane in pietra costruito dai carbonai dell’Amiata che trascorrevano qui i mesi invernali.

Cala Salto del Cervo nel Parco della Maremma Toscana
Lorenzo Calamai
L’arrivo al Salto del Cervo

La salita più impegnativa è ricompensata dall’arrivo al Poggio delle Sugherine, dove un’altana in legno offre un panorama a 360 gradi: verso l’interno fino al Monte Amiata, verso il mare fino alla lontana Corsica. Si affronta poi la discesa finale verso il mare, con la macchia mediterranea bassa attorno ai camminatori in uno scenario vagamente lunare.

La cala è stretta tra la scogliera, con una piccola striscia di sabbia, grandi tronchi sbiancati dal mare e scogli bassi che entrano in acqua: un luogo solitario e magico dove godere della fatica fatta per raggiungerlo.

Bocca d’Ombrone

Per chi preferisce un’escursione meno impegnativa ma di grande suggestione paesaggistica, la passeggiata A7 a Bocca d’Ombrone è la scelta perfetta. Un itinerario di circa cinque chilometri, tutto pianeggiante e senza difficoltà, che può essere percorso anche in bicicletta e che regala uno dei panorami più potenti di tutto il Parco.

Il percorso parte dalla strada per Marina di Alberese e si apre subito in un tratto rettilineo che contrappone un mare impetuoso che si infrange sugli scogli alla grande pianura maremmana, con una vegetazione peculiare, uccelli di ogni tipo e le mandrie di bovini storicamente allevati qui.

bocca d'ombrone nel parco della maremma
Lorenzo Calamai
Il panorama naturale unico nei pressi di Bocca d’Ombrone, nel Parco della Maremma

L’arrivo alla foce dell’Ombrone, il secondo fiume più lungo di Toscana, è suggestivo. Qui il fiume e il mare si incontrano, si assiste a un duello geologico che dura da migliaia di anni tra l’acqua limacciosa del fiume che si allunga nel Tirreno, distribuendo i sedimenti sulle spiagge attraverso le correnti costiere, e il mare che lentamente si riprende lo spazio ceduto dalla pianura.

Dietro il Casello idraulico, un antico edificio di controllo delle acque, un breve sentiero porta a un capanno per il birdwatching. La zona salmastra dove si incontrano le acque è infatti un paradiso per gli uccelli migratori, che la popolano ben felici.

Cannelle

Meno conosciuto e frequentato degli itinerari precedenti è il percorso Le Cannelle, nella parte meridionale del Parco, non lontano da Talamone: quasi nove chilometri con alcune asperità altimetriche, percorribile esclusivamente con guida e su prenotazione contattando il Centro Visite di Alberese.

Il cammino inizia dalle rovine di due grandi cisterne romane e sale lungo un antico percorso doganale tra una macchia alta di lecci, raggiungendo il Semaforo, un ex punto di avvistamento militare da cui si apre un primo magnifico panorama sulla costa rocciosa del Parco, dalla Torre di Capo d’Uomo fino a nord.

Il sentiero prosegue poi sulla cresta, con vedute che si aprono contemporaneamente sul mare e sull’entroterra, fino a Punta del Corvo, secondo punto panoramico da cui lo sguardo spazia su Tirreno, Argentario, Elba, Giglio e, nelle giornate più limpide, fino a Montecristo e alla Corsica.

Toscana, Parco della Maremma: il sentiero per la Cala Salto del Cervo con vista sul Monte Argentario e Arcipelago Toscano
Veduta sull’Argentario e l’Isola del Giglio dal Parco della Maremma

Da qui la discesa verso il mare è quasi continua, su un comodo sentiero. L’arrivo alla baia delle Cannelle avviene su quello che potrebbe essere un antico approdo etrusco: sullo scoglio piatto che si protende nel mare si trovano ancora tracce di un forno per la fusione dei minerali ferrosi provenienti dall’isola d’Elba, a testimoniare una storia lunghissima di frequentazione umana di questa costa.

Le foreste di faggio più belle d’Italia da attraversare in primavera

30 mai 2026 à 14:00

Fagus sylvatica: il nome scientifico della pianta più comunemente nota come faggio. Fusto dritto, corteccia scura, foglie ovali, ondulate e verdi. Foglie che in autunno bruniscono e poi cadono, dando vita a un morbido tappeto nel sottobosco. Le medesime foglie che, poi, tornano a spuntare sui rami dell’albero in primavera, dando vita a quell’atmosfera unica che avvolge le foreste di faggio in primavera, con i fusti dritti e lucidi che si spingono verso il cielo e sono poi avvolti dal verde chiaro delle loro chiome, brillante alla luce del sole.

L’Italia, dal punto di vista delle foreste di faggio, è uno dei paesi più ricchi d’Europa e vi si trovano i faggi più vecchi del continente. Le faggete si trovano disseminate lungo tutta la dorsale appenninica, dall’Emilia Romagna alla Calabria, e sulle Prealpi, in altitudini variabili e con caratteristiche spesso radicalmente diverse tra loro. Un piccolo spettacolo che, insomma, accomuna lo Stivale da nord a sud. Alcune di queste foreste sono state tutelate per secoli, prima dai signori locali e poi dallo Stato. Altre si sono conservate dallo sfruttamento dell’uomo grazie alla loro scarsa accessibilità. Altre ancora beneficiano oggi dello status di Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

Foreste Casentinesi

Incastonato tra la Toscana e l’Emilia Romagna, il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna è uno dei polmoni verdi più importanti dell’Italia centrale. Le sue faggete, che si estendono su oltre 36mila ettari di territorio protetto, sono tra le più vaste e meglio conservate della penisola e una delle cifre distintive di questa porzione di Appennino.

Camminare tra i boschi di faggio del Parco in primavera è infatti una delle esperienze migliori che offre. Il verde brillante delle nuove chiome scintilla contro la luce del sole, mentre i tronchi lisci fanno da sentinelle ai trekkers che attraversano il bosco e le foglie cadute durante le stagione invernale affollano i sentieri.

foresta faggio primavera italia
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In primavera il verde torna a decorare le chiome dei faggi

La presenza nel Parco di luoghi eremitici e spirituali come la Verna, celebre santuario francescano, o l’Eremo di Camaldoli, corrobora l’atmosfera tipica delle foreste di faggio, immerse nel loro tipico silenzio, interrotto soltanto dai passi di chi le attraversa e dallo stormire delle foglie schiaffeggiate dal vento.

Nel cuore del Parco sorge la Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, oggi Patrimonio UNESCO assieme a un’ampia area circostante. È la più vecchia riserva naturale integrale italiana, istituita alla fine degli Anni Cinquanta, collocata sul versante nord della dorsale appenninica che si affaccia sulla Romagna, non lontano dal bel balcone naturale di Poggio Scali.

Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise

Istituito nel 1923, il Parco Nazionale d’Abruzzo è uno dei parchi nazionali più antichi d’Italia. L’orso marsicano, una sottospecie dell’orso bruno presente soltanto in quest’area e in nessun altro posto al mondo, è il simbolo di quest’area protetta, che lo ha molto probabilmente salvato dall’estinzione.

foresta faggio primavera italia
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Panorama del Parco Naziondale d’Abruzzo, Lazio e Molise

Le faggete del parco, distinte in cinque aree (Val Fondillo, Coppo del Principe, Moricento, Val Cervara, Coppo del Morto), hanno un aspetto antico. I faggi qui raggiungono dimensioni imponenti, a testimonianza della loro vetustà. Questo tipo di alberi, infatti, è noto per la sua longevità e per la possibilità di rimanere in vita per secoli.

Sono innumerevoli i sentieri e i percorsi che attraversano le foreste di faggio del Parco, che non comprende solo territori abruzzesi, ma si espande anche oltre i confini con Lazio e Molise. Il trekking è l’attività principale all’interno dell’area protetta e la rete sentieristica è estesa, varia e adatta a tutti i livelli. In più nel Parco è facile entrare in contatto con la ricca fauna, soprattutto in primavera, tra camosci, cervi e avvistamenti della rarissima lince.

Il sentiero che collega Pescasseroli a Opi, passando per il Valico di Monte Tranquillo, è uno dei più belli e accessibili dell’intero parco e passa per una delle foreste di faggio più belle del Parco.

Foresta Umbra

Potrebbe sorprendere trovarsi in mezzo a una fitta foresta di faggio, con le foglie che stormiscono a interrompere un silenzio assoluto, nel pieno meridione d’Italia, a poche decine di chilometri da alcune delle spiagge più belle d’Italia.

Accade in Puglia, nel Parco Nazionale del Gargano, dove si trova la Foresta Umbra, un fitto bosco (umbra dalla parola latina per ombra) che si estende al centro dell’area protetta per oltre 10mila ettari ed è caratterizzata principalmente dalla presenza di antichi faggi, con grandi fusti che spiccano fino a decine di metri di altezza, affiancati da cerri, tassi, aceri e carpini.

foresta faggio primavera italia
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Faggio secolare

Le faggete vetuste della Foresta Umbra sono Patrimonio dell’Umanità UNESCO dal 2017, all’interno del sito transnazionale delle Antiche faggete primordiali dei Carpazi e di altre regioni d’Europa, riconoscimento che sottolinea il loro eccezionale valore sotto il punto di vista naturale e storico.

Dal Centro Visitatori della Foresta Umbra, dove si trova anche un piccolo museo, partono quattordici sentieri segnalati che permettono di esplorare il bosco a piedi, intraprendendo sia brevi passeggiate di mezz’ora o lunghe escursioni di più ore.

Foresta del Cansiglio

Situata tra le province di Belluno, Treviso e Pordenone, nell’area delle Prealpi orientali, la Foresta del Cansiglio si sviluppa su un altopiano a forma di conca a una altitudine compresa fra i 900 e i 1.200 metri sul livello del mare. Qui, si trovano oltre 7mila ettari di bosco pressoché senza soluzione di continuità, rendendola la seconda foresta più grande d’Italia per estensione.

La sua storia è affascinante: quando nel 1420 l’altopiano entrò tra i possedimenti della Repubblica di Venezia, il Cansiglio divenne una risorsa strategica di primaria importanza per i Dogi della Serenissima: il gran bosco da remi, come era noto, forniva il legname di faggio necessario per costruire i remi, appunto, delle navi della flotta lagunare.

La gestione forestale veneziana fu rigida e meticolosa: ogni albero era censito, ogni taglio regolamentato, tanto che ancora oggi la foresta porta il segno di quella cura secolare nella sua struttura innaturalmente ordinata. Una cura che ha peraltro anche aiutato a preservare la foresta stessa. Fu poi con l’Unità d’Italia che il Cansiglio divenne foresta demaniale.

I faggi non sono l’unico albero presente nella foresta, caratterizzata anche da molto abete rosso, ma in primavera il verde brillante delle nuove foglie sfavilla sotto la luce del sole, in un contesto montano unico e particolare come quello dell’altopiano, dove il bosco e le praterie si alternano davanti agli occhi dei visitatori.

Parco Nazionale del Pollino

Il Parco Nazionale del Pollino è il parco nazionale più grande d’Italia per superficie e si estende tra la Calabria e la Basilicata lungo una catena montuosa che separa il Tirreno dallo Ionio con una barriera di cime che in diversi punti supera i 2mila metri.

La caratteristica più nota del Pollino dal punto di vista naturalistico è la presenza del pino loricato (Pinus leucodermis), un albero raro e longevo simbolo del parco e della regione. Tuttavia lungo i crinali e i fianchi del massiccio si trovano ampie foreste di faggio che in primavera diventano protagoniste grazie alla loro vistosa rinascita dopo la stagione invernale.

Sono due le principali foreste di faggio del Parco del Pollino: la Faggeta di Cozzo Ferriero, nel comune di Rotonda in Basilicata, ha un’estensione di circa 70 ettari e vi si possono trovare esemplari monumentali dell’albero di età superiore ai quattro secoli; la Faggeta del Pollinello, nel comune di Castrovillari e non lontano dalla cima del Monte Pollino, ospita alberi che l’Università della Tuscia ha datato come più vecchi di seicento anni.

Sila: la fioritura unica nella Terra dei Laghi della Calabria

19 mai 2026 à 18:00

Tra maggio e giugno, nel pieno della primavera, l’altopiano della Sila, nel cuore della Calabria, esplode di colore: narcisi, primule, asfodeli, orchidee selvatiche punteggiano i prati e i boschi del vasto Parco Nazionale, il più vecchio della Calabria.

Qui si trova la Terra dei Laghi: il versante cosentino della Sila è caratterizzato dalla presenza di un gran numero di specchi d’acqua, come il Lago Arvo, il Lago Cecita, il Lago Ariamacina e il Lago di Tarsia; sul versante catanzarese ecco il Lago Ampollino, località turistica nota e caratteristica.

Montagna, acqua e la ricchezza della natura in primavera sono gli ingredienti di un viaggio nel Parco Nazionale della Sila, che resta una destinazione lontana dai grandi circuiti del turismo di massa, anche nei mesi di punta. La primavera, però, è un periodo speciale, con il non ultimo motivo di poter andare a caccia di un fiore raro e unico, che cresce soltanto qui: la soldanella calabrese, assurta a simbolo di questa sottovalutata quanto splendida regione d’Italia.

Il Parco Nazionale della Sila in primavera

Istituito nella sua forma attuale nel 2002, ma esistente dal lontano 1968, il Parco Nazionale della Sila si estende per oltre 73mila ettari sulle province di Cosenza, Catanzaro e Crotone, abbracciando tutte e tre le grandi aree dell’altopiano: la Sila Greca, la Sila Grande e la Sila Piccola.

È uno dei parchi nazionali più vasti dell’Italia meridionale, e vanta una ricchissima flora, che conta oltre 900 specie, alcune delle quali non esistono da nessun’altra parte al mondo.

In primavera il parco si trasforma: le fitte foreste di pino laricio, albero simbolo della Calabria, tornano a pulsare di un verde intenso, mentre le chiome dei faggi mettono le prime foglie di un verde brillante; i vasti pianori d’alta quota si ricoprono di fiori a perdita d’occhio, in una vera e propria esplosione di colori.

Parco Nazionale Sila Calabria Primavera fioritura Laghi
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Pini larici secolari sulla Sila

I numerosi laghi che caratterizzano il territorio sono, parimenti, protagonisti silenziosi di questo scenario naturale. L’Arvo, il Cecita, l’Ampollino e l’Ariamacina sono tutti bacini artificiali costruiti tra gli anni Venti e Cinquanta del Novecento per la produzione idroelettrica, ma nel tempo si sono trasformati in luoghi totalmente integrati nel paesaggio naturale da esserne diventati elementi simbiotici e armonici con il contesto.

Dopo il lungo inverno, che sulla Sila può essere assai rigido, non solo i boschi tornano a vivere: i piccoli borghi come Camigliatello Silano e Lorica si animano giorno dopo giorno, in attesa che arrivi la più vivace stagione estiva.

La soldanella calabrese, un fiore unico

Se c’è un simbolo botanico della Sila, specie in primavera, è senza dubbio la Soldanella calabrella Kress, nome scientifico della più comunemente nota soldanella calabrese.

Erba endemica che produce uno splendido fiore dai toni azzurri e violetti, è presente allo stato spontaneo soltanto in Calabria, tra le montagne della Sila e dell’Aspromonte. Non la si trova da nessun’altra parte al mondo.

Vive ad altitudini comprese tra i 900 e i 1500 metri di quota, in particolare lungo pareti ombreggiate e umide, specie vicino ai corsi d’acqua o alle sponde dei laghi. Assieme ai narcisi, alle orchidee selvatiche e agli altri fiori dell’altopiano è una delle piccole meraviglie della primavera silana, da cercare, trovare, ammirare e rispettare: la fioritura avviene tra maggio e giugno.

Il suo valore simbolico è riconosciuto a livello istituzionale. Nel 2018 la Società Botanica Italiana, attraverso un sondaggio che ha coinvolto oltre 500 esperti e appassionati da tutta Italia, ha infatti eletto la soldanella calabrese effettivamente pianta simbolo della Calabria.

La soldanella non è l’unica rarità della flora silana. L’altopiano ospita anche la Luzula calabra, un’altra specie esclusiva dei rilievi calabresi, oltre a una straordinaria varietà di orchidee selvatiche del genere Dactylorhiza, asfodeli, narcisi e crochi che a primavera colorano i prati con un’abbondanza spettacolare.

Parco Nazionale Sila Calabria Primavera fioritura Laghi
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Una fioritura di narcisi selvatici in una prateria della Sila

Tre escursioni sulla Sila per ammirare splendide fioriture

Con oltre 600 chilometri di sentieri e diverse decine di percorsi catalogati, il Parco Nazionale della Sila offre molte opzioni per chi vuole esplorare la Terra dei Laghi e il resto del territorio dell’altopiano calabrese nella stagione delle fioriture.

Tre itinerari in particolare valgono una visita appositamente organizzata.

Il Sentiero Italia da Lorica a Monte Botte Donato

Questo percorso parte dal borgo lacustre di Lorica, affacciato sulle sponde del Lago Arvo, a oltre 1300 metri di quota, e sale fino alla vetta del Monte Botte Donato, a 1928 metri, la cima più alta dell’intera Sila.

Parco Nazionale Sila Calabria Primavera fioritura Laghi
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Fioritura primaverile sulle sponde del Lago Arvo

È forse il percorso più spettacolare del Parco Nazionale in questa stagione: man mano che si sale attraverso boschi di faggi e pini larici, gli occasionali prati che si aprono lungo l’itinerario si scoprono ricoperti di fiori dai mille colori. Dalla vetta del Botte Donato, nelle giornate più limpide, la vista spazia sull’intera Sila fino a scorgere il mare. Nei pressi della cima si trova anche l’omonimo, piccolo rifugio in legno.

Il percorso è di media difficoltà, adatto ad escursionisti con un minimo di esperienza e preparazione. Fa parte del Sentiero Italia, il tracciato di lunga percorrenza che attraversa tutto il Paese. La tappa, per come è disegnata, è lunga circa 15 chilometri, ma ha un dislivello leggero, inferiore ai 500 metri in salita. Il ritorno a Lorica può avvenire raggiungendo il rifugio e percorrendo la Strada delle Vette, lingua d’asfalto che scende tra i faggi fino a Lorica (circa 13 chilometri), oppure sfruttando, dopo averne controllato debitamente gli orari, la Funivia Lorica, che accorcia il percorso di rientro della metà.

I sentieri di Fallistro e i pianori di Macchia Sacra

Itinerario particolarmente indicato per chi ama andare alla scoperta di meravigliose fioriture, parte da Croce di Magara, piccola frazione di Spezzano della Sila, a 1420 metri di quota. Ci si trova a pochi passi dal bosco monumentale dei Giganti della Sila, ovvero grandi pini larici secolari, che qui raggiungono dimensioni straordinarie.

I cosiddetti sentieri di Fallistro attraversano il sottobosco, aprendosi poi su grandi radure: sono i pianori di Macchia Sacra e Macchione, dove in maggio e giugno narcisi, violette, asfodeli e orchidee selvatiche colorano i prati in modo spettacolare, e chissà che non ci si possa imbattere nella tanto decantata soldanella calabrese.

L’itinerario tocca la vetta di Monte Curcio, sopra i 1700 metri sul livello del mare. È una piacevole e lunga passeggiata dalle difficoltà escursionistiche minime: circa 12 chilometri con un dislivello positivo di 400 metri e un tempo di percorrenza intorno alle quattro ore.

L’Anello di Monte Gariglione in Sila Piccola

Boschi di faggi e pini larici nascondono un corso d’acqua impetuoso e cristallino, il fiume Tacina. Questo sentiero si trova nella Sila Piccola, sul versante catanzarese del massiccio.

Le gorgoglianti acque del rio accompagnano il cammino, le praterie che si aprono lungo il percorso sono costellate di fiori selvatici dai mille colori e le rive umide dei ruscelli sono tra i luoghi più accessibili e indicati per avvistare la soldanella calabrese, dato il suo habitat naturale.

Il percorso parte dallo chalet in stile alpino che è la Caserma Forestale del Gariglione, poco sotto alla cima del monte. Si raggiungono quindi subito i 1765 della vetta, per poi scendere nella valle del Tacina e seguirne il corso fino a una bella cascata, che in maggio e in giugno beneficia dei momenti di massima portata durante la primavera e l’estate. Si affronta quindi una tosta risalita fino al punto di partenza, con un bel dislivello da affrontare al termine di questa lunga escursione.

I Laghi di Fusine in primavera: i due laghi gemelli delle Alpi Giulie da scoprire

16 mai 2026 à 16:00

L’altitudine è limitata, ma la bellezza è tanta: a meno di mille metri sul livello del mare i Laghi di Fusine sono una delle tante meraviglie naturali delle Alpi Giulie, all’estremo lembo nordorientale del Friuli-Venezia Giulia. A pochissimi chilometri dal confine sloveno, questi due cristallini specchi d’acqua di origine glaciale, il Lago Inferiore e il Lago Superiore, sono due bacini separati ma uniti, in modo quasi misterioso nelle viscere della terra, da un sistema di acque sotterranee che li rende inseparabili gemelli: il Lago Superiore, a quota 929 metri sul livello del mare, alimenta infatti quello Inferiore, collocato cinque metri di altitudine più in basso, in una sorta di abbraccio invisibile.

I laghi si trovano immersi in un contesto naturale spettacolare, una sorta di anfiteatro naturale di rara potenza scenografica: gli specchi d’acqua e i boschi che li circondano si stagliano contro le pareti rocciose del Mangart, cima da oltre 2600 metri che domina il panorama, del Picco di Mezzodì (2063 metri), della Stugova e del Veunza. Una corona di montagna eleganti che fanno da cornice a un luogo di rara bellezza. La vallata, inserita nel Parco Naturale dei Laghi di Fusine fin dal 1971 e immersa nella più vasta Foresta dei Tre Confini, che copre di vegetazione 24mila ettari di territorio tra Italia, Austria e Slovenia.

Laghi di Fusine: dove sono e come arrivare

I Laghi di Fusine si trovano a Tarvisio, comune di soli tremila abitanti a fronte del territorio più esteso fra i municipi del Friuli-Venezia Giulia, all’estremo orientale della regione, sulle Alpi Giulie. Il confine con la Slovenia è a un passo, ma anche l’Austria si trova nelle immediate vicinanze.

La località più vicina ai laghi è Fusine in Valromana, che si raggiunge facilmente in auto dalla strada statale 54, non lontana dall’uscita autostradale di Tarvisio, lungo la A23. L’accesso alla parte finale della strada che porta ai laghi, e quindi al parcheggio più prossimo, è a pagamento. Chi preferisce non pagare, o semplicemente vuole allungare la passeggiata, può lasciare la propria auto prima della cassa e raggiungere il primo lago a piedi in circa venti minuti a piedi lungo il pittoresco Sentiero del Rio del Lago, che costeggia il torrente omonimo tra larici e abeti rossi.

Un modo alternativo per raggiungere i Laghi di Fusine è in bici, noleggiandola a Tarvisio o portandola con sé in treno: la cittadina è collegata alla linea Venezia-Vienna.

Cosa fare ai Laghi di Fusine in primavera

La primavera è certamente un momento speciale per visitare i Laghi di Fusine, e non soltanto perché li si trova meno affollati rispetto ai mesi estivi. La cornice naturale in cui si trovano incastonate queste due piccole gemme acquatiche è spettacolare in tutte le stagioni, ma quando arrivano i mesi di aprile, maggio, giugno si assiste davvero al proverbiale risveglio primaverile.

La neve si scioglie sulle cime del Mangart e delle Ponze, alimentando i laghi con acque fresche e limpidissime. La vegetazione ricomincia a coprire i sentieri di un verde tenero e luminoso e lungo i bordi dei percorsi compaiono le prime genziane, con i loro petali blu, poi i rododendri e pure, più in alto e più tardi, qualche stella alpina. Anche la fauna si risveglia, come testimoniato dai rapaci che volano in grandi cerchi, stagliandosi contro il cielo blu.

Laghi Fusine primavera Alpi Giulie
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I Laghi di Fusine dalla cima del Mangart in un giorno di primavera

Visto il contesto montano, l’attività principale da fare ai Laghi di Fusine è camminare. Camminare e guardare, godendosi lo spettacolo della natura in purezza.

La passeggiata principale è il giro dei Laghi, da affrontare seguendo il percorso ad anello dedicato, lungo circa quattro chilometri e con un dislivello minimo da superare. Si tratta di una camminata accessibile a tutti, pensata anche per le famiglie con bambini, e si percorre in circa due ore senza fretta. Si parte dal Lago Inferiore, che ha un aspetto più dolce, caratterizzato dalle sue sfumature blu e verdi, e si risale dolcemente fino al Lago Superiore, che invece è più selvaggio e aperto, con un grande prato che si estende lungo le sponde in direzione delle montagne.

Il sentiero corre tra radici di abete, massi muschiati e tratti più aperti da cui si gode di scorci memorabili. Attorno a entrambi i laghi ci sono aree attrezzate con tavoli e panchine in legno, posizionate in punti strategici per godere del panorama.

Laghi Fusine primavera Alpi Giulie
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L’acqua cristallina del Lago Superiore

È importante ricordare che i laghi non sono balneabili: è vietato tuffarsi e fare il bagno, una norma pensata per preservare l’ecosistema di questo ambiente protetto. Non mancano però i punti di ristoro: a primavera cominciano ad aprire i battenti le diverse strutture ricettive che si trovano nelle vicinanze di entrambi i laghi, offrendo i piatti tipici della cucina friulana, qui sottoposta all’influenza della vicina Slovenia.

Tre escursioni attorno ai Laghi di Fusine ideali per la primavera

La rete di sentieri che si dirama attorno ai laghi offre itinerari per tutte e tutti, e le già citate meraviglie della primavera alpina invitano a tirar su le maniche della camicia e avventurarsi sui sentieri.

Il già menzionato Giro dei Laghi, a cui aggiungere una deviazione ai cosiddetti Laghi Piccoli è la proposta perfetta per una passeggiata semplice, senza vere difficoltà escursionistiche. Il classico percorso ad anello che collega il Lago Inferiore e il Lago Superiore, lungo circa 4 chilometri, si arricchisce di una breve visita a due piccoli specchi d’acqua adiacenti al Lago Inferiore, spesso trascurati dai visitatori frettolosi. In primavera il silenzio in questo angolo del parco è quasi assoluto, interrotto solo dal fruscio degli alberi e dal placido muoversi del pelo dell’acqua.

Il Rifugio Zacchi è una destinazione ideale per ogni tipo di esperienza escursionistica: lo si può raggiungere con una facile passeggiata, o anche in mountain bike o e-bike, attraverso una ampia carrareccia che sale dai Laghi di Fusine alla struttura. Il sentiero classico per raggiungerlo però è quello contrassegnato dal segnavia 512 del CAI, che si inerpica nel sottobosco con pendenza sostenuta. Questo percorso misura poco meno di tre chilometri sola andata, con un dislivello di 450 metri, e richiede circa un’ora e mezza di cammino. Una terza via, più ampia, per camminatori più allenati, è quella che percorre il sentiero 514 fino alla malga Alpe del Lago e poi il 513 fino al Rifugio. Quest’ultima alternativa richiede poco più di due ore di cammino per raggiungere la destinazione.

Laghi Fusine primavera Alpi Giulie
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Veduta aerea dei Laghi di Fusine

Il Rifugio Zacchi, a 1380 metri di quota, si trova ai piedi delle pareti rocciose delle Ponze, del Veunza e del Mangart, le statuarie cime già in vista dai Laghi di Fusine. È noto per la sua cucina, per la collocazione in un contesto speciale e perché punto di partenza per ulteriori e più ambiziose escursioni in quota.

Infine, una bella escursione è quella che dai Laghi di Fusine porta a Sella Colrotondo, perfetta per gli escursionisti che vogliono scoprire prospettive diverse sulla vallata. Il percorso risale dal fondovalle lungo le sponde dei laghi, poi svolta verso l’Alpe del Lago e sale fino alla panoramica Sella Colrotondo, per poi ridiscendere nella foresta e ricongiungersi con i sentieri dei laghi. Si attraversano ambienti molto diversi tra loro: dalla foresta di conifere che circonda gli specchi d’acqua, alla faggeta verso Colrotondo, alle radure aperte con vista sulle pareti rocciose del Mangart.

Le 5 passeggiate più belle da fare in primavera in Toscana tra fiori e colline

10 mai 2026 à 14:00

“La Toscana è tra le regioni del mondo più famose per la loro bellezza – ha scritto Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia – È un luogo comune parlare della dolcezza e della grazia del suo paesaggio. Le valli intorno a Firenze, nel Pistoiese, in Lucchesia e altrove, con i loro giochi d’olivi chiari e di cipressi scuri, hanno una veste incantevole che sa di pittura e di prospettiva artistica.”

Un luogo comune, c’è da dirlo, che è però meritevole di essere vissuto in prima persona, di essere visto con i propri occhi ed esplorato con i propri mezzi, primo fra tutti il più antico e democratico: i piedi. E la primavera è la stagione giusta per farlo, prima che il caldo estivo prenda il sopravvento e quando la natura brilla di colori senza pari, coprendo di vegetazione i morbidi fianchi delle dolci colline toscane. Non c’è niente di meglio, nel mezzo della primavera, della possibilità di una gita fuori porta e la prospettiva di una passeggiata semplice eppure straordinaria in mezzo al verde della regione.

L’anello di Vitaleta a San Quirico d’Orcia

Negli ultimi anni la Cappella della Madonna di Vitaleta, che sorge su una morbida, solitaria collina tra San Quirico d’Orcia e Pienza, incorniciata da due filari di cipressi, in cima a una strada sterrata, è diventata un’icona della Val d’Orcia e della Toscana, nonché uno dei luoghi più fotografati della regione.

Le prime menzioni storiche documentate del piccolo edificio risalgono al 1590, ma la tradizione popolare la collega a un’apparizione mariana a una pastorella locale. L’aspetto attuale è frutto di un restauro ottocentesco, che le conferì la semplicità che la rende oggi così simbolica, essenziale.

passeggiate toscana primavera
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La Cappella di Vitaleta, con il sentiero che gli passa di fianco

La cappella si trova non lontano da una trafficata strada di campagna che collega le principali località della valle, ma il modo più bello per raggiungerla è a piedi, percorrendo l’Anello di Vitaleta, una facile passeggiata di circa 9 chilometri su strade bianche che parte dal centro storico di San Quirico d’Orcia, raggiunge la cappella e compie poi un ampio giro sulle colline vicine prima di rientrare al borgo.

È Toscana in quintessenza: le strade bianche si snodano tra dolci saliscendi, i prati rigogliosi le fiancheggiano, la vista spazia sui profili inconfondibili delle colline senesi, con i cipressi che si stagliano contro l’orizzonte, a fare da vedette immobili, e i papaveri rossi che danno un tocco di colore in più.

Sulla cima di Monte Giovi

A pochi chilometri da Firenze, tra il Mugello e la Valdisieve, il Monte Giovi è un massiccio che culmina a 992 metri e che, a dispetto della quota non elevatissima, offre un paesaggio di carattere decisamente montano: fitti boschi di castagni, faggi e querce ne coprono i fianchi, mentre sulla sua sommità si trova una radura verde con un panorama eccezionale sulle colline limitrofe e sulla valle del fiume Sieve.

Luogo carico di storia e memoria per aver ospitato alcune delle formazioni partigiane più importanti della Resistenza toscana, oggi il Monte Giovi ospita il Parco Culturale della Memoria, che custodisce questa eredità attraverso una rete di sentieri intitolati ai protagonisti e alle protagoniste di quel periodo. Pannelli didattici, monumenti e la piramide commemorativa delle Brigate partigiane punteggiano il cammino, accompagnando l’escursione nella natura con il ricordo di una fase storica decisiva per la nascita dell’odierna Repubblica.

Un sentiero ad anello semplice e alla portata di tutti è quello che da Tamburino, un gruppo di case coloniche alle pendici del Monte Giovi, porta prima alla sorgente chiamata Fonte alla Capra, poi, in un paio di chilometri, a salire sulla sommità della montagna, dove si gode di una grande vista panoramica.

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Lorenzo Calamai
La scenografica panchina sulla vetta del Monte Giovi

L’anello torna al punto di partenza con un giro lungo altri cinque chilometri in leggero falsopiano in discesa, che porta a godere senza affanno della natura. In primavera, i boschi di castagni e faggi si tingono di un verde fresco e brillante che rende il paesaggio vivo e attraente.

Il Sentiero dell’Acqua Zolfina alle Balze del Valdarno

Chi non conosce le Balze del Valdarno fatica a credere che esistano davvero: guglie, pareti scoscese e pinnacoli di argilla e sabbia che si innalzano come cattedrali naturali su un pianoro coltivato a vigne e olivi, in provincia di Arezzo.

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L’imponente muraglia delle Balze del Valdarno

Leonardo da Vinci, che da queste parti cresceva, le osservò, le studiò e, si dice, le usò come sfondo per alcuni dei suoi dipinti. Ne scrisse anche nei manoscritti del Codice Leicester.

Per esplorarle da vicino c’è un itinerario molto semplice, il Sentiero dell’Acqua Zolfina. Si tratta di un anello di circa 7 chilometri con un dislivello di appena 200 metri, percorribile in circa due ore, senza difficoltà di sorta.

La partenza è dall’esterno delle mura di Castelfranco di Sopra, vicino alla medievale Badia a Soffena: un piccolo tabernacolo in legno illustra l’itinerario. Il sentiero è ben segnalato con i caratteristici segni bianco-rossi del Club Alpino Italiano sugli alberi.

Il percorso è in realtà composto da due tratti: quello delle Fossate, che attraversa la zona più spettacolare delle Balze, e quello dell’Acqua Zolfina vero e proprio, che prende il nome dalla sorgente di acqua sulfurea che emerge dalle argille e si riconosce, già a distanza, per il caratteristico odore di zolfo. La passeggiata si chiude nei pressi di Piantravigne, borgo arroccato che offre un eccezionale panorama sulle Balze, con le pareti ocra che si innalzano tra le colline verdi, creando un contrasto di rara bellezza.

Crete Senesi: le Biancane di Leonina

Le cosiddette Crete Senesi si trovano nei dintorni del borgo di Asciano, a poca distanza, per l’appunto, da Siena. Sono argille di età pliocenica, risalenti a circa 4 milioni di anni fa, quando quest’area era ancora il fondale del Mar Tirreno: tutt’oggi il terreno conserva tracce di salgemma. Nel tempo, l’erosione dell’acqua e del vento e l’azione dell’uomo, attraverso il disboscamento e l’allevamento, ha modellato queste argille, trasformandole in formazioni uniche, dette biancane, per via delle loro cupolette biancastre, lucide e prive di vegetazione.

In primavera questi terreni erosivi di colore bianco brillano sotto la luce del sole, in pieno contrasto con il verde iper-saturo dei campi coltivati, dei cipressi e dei pascoli che li circondano, dando vita a uno degli spettacoli naturali più belli e caratteristici della Toscana.

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Panorama delle Crete Senesi

L’itinerario consigliato per godersi una piacevole passeggiata alla scoperta di questo territorio unico è l’anello delle Biancane di Leonina, inaugurato nel 2021 con pannelli informativi sulla flora, la fauna e la geologia del geosito. Si tratta di un percorso comodo, lungo poco più di sei chilometri, che si dipana su strade bianche e mulattiere.

Lungo il cammino si incontra il Site Transitoire, l’installazione in pietra realizzata nel 1993 dall’artista francese Jean-Paul Philippe, una sorta di finestra monumentale che incornicia il paesaggio e concentra la luce solare durante il solstizio d’estate: un punto di osservazione senza eguali.

La casa natale di Leonardo a Vinci

Passeggiata semplicissima ma che dona grande soddisfazione è il sentiero pedonale di circa 2 chilometri che collega il borgo medievale di Vinci alla casa natale di Leonardo da Vinci, che si trova nella piccola frazione di Anchiano.

È chiamata la Strada Verde di Vinci: parte dalla parte settentrionale del piccolo e curato borgo, vicino al Mulino della Doccia, e sale nella campagna circostante, attraverso vigne e oliveti, offrendo scorci magnifici sul territorio circostante. La primavera dona particolare bellezza a queste colline, punteggiate di vecchie case coloniche e minuscole borgate, con il verde che impera dovunque l’occhio si posi.

L’antico complesso rurale di Anchiano, attestato già nel 1427 come proprietà della famiglia da Vinci, è oggi un museo. All’interno, vengono raccontato i primi anni di vita di Leonardo. Il paesaggio che si ammira dal sentiero, scandito da terrazze coltivate a vigna e ulivo sul declivio del Montalbano, è rimasto molto simile a quello che il piccolo Leonardo vedeva dai campi di Anchiano nel 1452, una bellezza immutabile di cui bearsi a ogni passo.

Ciclovia dell’Adige in primavera, da Resia al Lago di Garda tra vigneti e Alpi

2 mai 2026 à 14:00

L’Adige è il secondo fiume più lungo d’Italia, con oltre 400 chilometri di corso. Nasce, per l’appunto, in Alto Adige, nei pressi del Passo di Resia. Poi, scende verso il mare Adriatico attraversando la Val Venosta, Merano e Bolzano, il Trentino, Verona, fino alla foce nei pressi di Rosolina Mare, in provincia di Rovigo.

Da alcuni anni la prima parte del suo corso è affiancata da una scenografica e curata pista ciclabile lunga quasi 300 chilometri: la Ciclovia dell’Adige, che dal Passo di Resia al Lago di Garda accompagna i visitatori a scoprire un territorio sensazionale. La pista rientra nel grande progetto europeo EuroVelo 7, noto anche come Ciclopista del Sole, e propone un percorso in gran parte asfaltato, ben segnalato e quasi interamente in discesa, che lo rende adatto anche a ciclisti non allenati o a famiglie con bambini grandi. Maggio è il momento ideale per affrontare l’itinerario: le temperature sono miti, le folle estive ancora lontane e il paesaggio è letteralmente in fiore.

La Ciclovia dell’Adige: itinerario e caratteristiche

Il percorso completo della Ciclovia dell’Adige da Resia al Lago di Garda misura 280 chilometri ed è percorribile in cinque o sei giorni a ritmo tranquillo, con tappe tra i 45 e i 60 chilometri al giorno.

In ogni caso, si tratta di un itinerario flessibile e adattabile alle proprie esigenze: chi ama soprattutto la parte sportiva dell’esperienza può puntare a completarla in tre tappe, mentre chi ama i ritmi lenti potrà prendersi ogni sosta possibile.

Inoltre, la presenza capillare della rete ferroviaria lungo tutto il tracciato permette di iniziare o concludere il viaggio in qualsiasi punto. I treni regionali consentono il trasporto delle biciclette, anche se nei mesi di maggiore affluenza è consigliabile verificare la disponibilità in anticipo.

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La ciclovia costeggia il fiume e i frutteti altoatesini

Ulteriore punto a favore della flessibilità è la possibilità di trovare lungo tutto il percorso numerosi punti di noleggio bici, comprese le e-bikes, spesso situati vicino alle stazioni ferroviarie.

Infine, caratteristica cruciale della Ciclovia dell’Adige è la presenza dei cosiddetti bicigrill, gli autogrill dei ciclisti. Strutture di ristoro per rifocillarsi, rinfrescarsi e recuperare le energie prima di rimettersi in sella e affrontare il tratto successivo.

Primo parte: Alto Adige

Il punto di partenza della Ciclovia dell’Adige è fissato al Passo di Resia, oltre 1500 metri di quota, al confine italiano con l’Austria e la Svizzera, dove il fiume nasce. Praticamente appena saliti in sella si costeggia una delle attrazioni più note e scenografiche dell’avventura ciclistica: il Lago di Resia, con il campanile del sommerso paese di Curon che emerge solitario dalle acque chiare.

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Il campanile di Curon emerge dal Lago di Resia

La storia che si cela sotto quella superficie è tutt’altro che romantica. Tra il 1947 e il 1950, la costruzione di una grande diga idroelettrica da parte della Montecatini unificò i due laghi naturali preesistenti e sommerse completamente il borgo di Curon Vecchia: 163 case, 523 ettari di terreno coltivato, l’intera vita di una comunità. Gli abitanti furono evacuati e i paesi di Curon e Resia ricostruiti più in alto. Dell’antico villaggio rimase visibile soltanto la torre campanaria della chiesa romanica di Santa Caterina d’Alessandria, risalente al 1357. È lì ancora oggi, a 1498 metri di quota, che svetta dall’acqua.

Questa prima parte del percorso, nota anche come percorso a sé stante con il nome di Ciclovia della Val Venosta, è in sostanziale discesa. Per arrivare fino a Merano si coprono circa 80 chilometri con un dislivello negativo di quasi mille metri.

La Val Venosta, stretta tra le montagne e che si giova di un clima particolarmente secco, è storicamente una terra di frutteti. In primavera, i meleti in fiore che costeggiano il percorso offrono uno spettacolo bianco e rosa, che ben si accosta alle cime ancora innevate delle Alpi sullo sfondo.

Tra le tappe da non perdere in questo tratto c’è Glorenza (Glurns in tedesco), una delle città murate meglio conservate dell’Alto Adige, con le sue torri medievali e i vicoli caratteristici.

ciclovia adige primaveraIl centro di Glorenza

La parte altoatesina della Ciclovia dell’Adige prosegue poi toccando Merano e Bolzano. La prima delle due città, adagiata nel suo bacino coronato dalle montagne, ha un microclima talmente mite da permettere la fioritura di palme e cipressi. Merano è stata per secoli la meta prediletta dell’aristocrazia asburgica in cerca di cura e riposo. Le terme di Merano portano avanti tale tradizione: per il ciclista che ha le gambe stanche, un pomeriggio tra le acque termali è il modo perfetto per ricaricarsi prima di ripartire verso Bolzano.

Il tratto tra Merano e Bolzano è lungo una trentina di chilometri, quasi pianeggiante, immerso in una distesa continua di meleti e vigneti. Bolzano, con i suoi castelli e i campanili delle sue chiese, è la città bilingue per eccellenza, dove l’anima italiana e quella tirolese convivono.

Seconda parte: Trentino

Superato il confine con il Trentino, il paesaggio cambia ancora. Scenari aperti riempiono lo sguardo, mentre i tanti castelli punteggiano le alture circostanti, dominando il territorio, come fanno, a titolo di esempio, il Castello del Buonconsiglio a Trento o Castel Sabbionara ad Avio. Di fianco alla pista ciclabile il placido corso del fiume si adagia in un letto più ampio, rallentando la sua corsa.

Il tratto trentino del percorso è lungo un centinaio di chilometri, passando più volte da una sponda all’altra dell’Adige.

La città di Trento merita di prendersi una pausa. Il centro storico, con il Duomo e la Fontana del Nettuno, è uno dei meglio conservati del nordest italiano. Il MUSE, il museo delle scienze progettato da Renzo Piano e inaugurato nel 2013, è una tappa imperdibile e particolarmente raccomandato per chi viaggia con bambini.

Da Trento, il percorso scende verso Rovereto, la città che ospita il MART, il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, uno dei più visitati d’Italia.

Arrivo: il Lago di Garda e le altre destinazioni

Da Rovereto si possono compiere diverse scelte. Per chi ha l’obiettivo di arrivare sulle sponde del Lago di Garda, si piega verso ovest, imboccando la via ciclabile Adige-Garda che connette la città del MART a Riva del Garda, all’estremo settentrionale del lago.

Gli ultimi chilometri prima di Riva del Garda sono tra i più scenografici. La ciclabile scende dalla diga di Mori e si inerpica lungo il percorso di una ex ferrovia, attraverso la Vallagarina, con le prime vedute sul lago che compaiono improvvisamente tra le fronde degli alberi. Quando finalmente il Lago di Garda si apre davanti agli occhi, è difficile non fermarsi per scattare una foto ricordo.

Tanti cicloturisti, invece, preferiscono dirigersi verso sud e oltrepassare Ala e Avio, entrare in Veneto e proseguire fino a raggiungere Verona, individuata come meta ultima. Vi si arriva dalla frazione di Chievo, attraversando un’ultima volta l’Adige sull’affascinante ponte-diga che lì si trova.

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Il ponte diga del Chievo, alle porte di Verona

Un’ultima possibilità, per chi vuole aggiungere ancora un bel numero di chilometri in sella all’itinerario, è quello di proseguire fino alla foce dell’Adige, a Rosolina, in provincia di Rovigo. Si passa così da Cologna Veneta a Legnago, quindi si attraversano Badia Polesine, Rovigo, Cavarzere. Si tratta di una lunga, piacevole conclusione pianeggiante, passando in mezzo a campi coltivati e campagna agricola, uno scenario completamente diverso dai picchi alpini da cui si era partiti, ma altrettanto affascinante.

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