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Il grande lago tra montagne che raccontano secoli di storia: Loch Lomond, il re delle Highlands scozzesi

29 juin 2026 à 18:00

Quello di cui vi stiamo per parlare può essere considerato tante cose diverse tranne che un semplice lago. Il Loch Lomond, nelle Highlands scozzesi, pare allungarsi senza fine, se non fosse per le decine di isole, boschi rigogliosi e montagne dalle forme morbide che lo interrompono, mentre il Ben Lomond, una delle cime più celebri della Scozia, si riflette sulla sua superficie.

Cuore del Parco Nazionale di Loch Lomond e dei Trossachs, misura circa 39 chilometri di lunghezza e conquista un primato nazionale grazie alla maggiore superficie lacustre dell’intero Regno Unito. Un’estensione che, volente o nolente, regala prospettive sempre differenti: nella parte meridionale prevalgono rive ampie e accessibili, ideali per gite in famiglia o uscite in barca; verso nord, il paesaggio assume un volto più selvaggio, con impervie vette che stringono il bacino.

Celebri risultano anche le sue isole, così come i piccoli centri ricchi di fascino che punteggiano le sue rive. Sappiate, inoltre, che larga parte della sua popolarità deriva anche dalla celebre ballata “The Bonnie Banks o’ Loch Lomond”, canzone tradizionale entrata stabilmente nell’immaginario collettivo. L’aggettivo bonnie, traducibile con “splendido” oppure “incantevole”, accompagna ancora oggi il lago in moltissime pubblicazioni turistiche, quasi fosse un secondo nome.

Origine, formazione e leggende di Loch Lomond

La storia del Loch Lomond affonda le radici in un passato remotissimo, assai precedente alla comparsa dell’uomo. Durante l’ultima glaciazione enormi masse di ghiaccio avanzarono lentamente attraverso questa parte della Scozia, scavando profonde depressioni nella roccia. Con il progressivo ritiro dei ghiacciai, avvenuto circa 10.000 anni fa, l’acqua occupò tali cavità fino a dar vita al grande bacino attuale.

Proprio sotto il lago passa infatti la Highland Boundary Fault, una vasta faglia che separa idealmente Highlands e Lowlands. Basta osservare il paesaggio per cogliere tale trasformazione.  Anche diverse isole custodiscono pagine importanti della storia scozzese. Ne è un esempio Inchcailloch, il cui nome significa “isola delle anziane”, che accolse nel Medioevo un piccolo convento femminile dedicato a Santa Kentigerna.

Inchmurrin, la maggiore isola lacustre d’acqua dolce della Gran Bretagna, protegge invece i resti di un castello appartenuto ai Conti di Lennox. Tra gli episodi più affascinanti compare anche quello legato a Wallace’s Isle. Secondo una tradizione popolare, il patriota William Wallace avrebbe trovato rifugio su questo piccolo isolotto ricoperto da ontani durante le guerre d’indipendenza scozzesi. Alcuni studiosi ritengono più plausibile una diversa origine del nome, attribuita a un antico proprietario.

Peculiare risulta pure la vicenda di Inchlonaig, letteralmente “isola dei tassi”. La tradizione racconta che il re Robert the Bruce ordinò la piantumazione di numerosi alberi di tasso destinati alla produzione degli archi utilizzati dall’esercito scozzese. Fra storia documentata e memoria popolare, il Loch Lomond continua così a custodire racconti in grado di rendere ancora più suggestivo un paesaggio già di per sé straordinario.

Cosa fare e vedere al Loch Lomond

Un soggiorno sulle rive del Loch Lomond offre esperienze molto diverse tra loro. Ognuna, però, in grado di soddisfare interessi differenti. Gran parte dei visitatori sceglie di salire a bordo di una delle imbarcazioni turistiche, soluzione ideale per cogliere le dimensioni reali del lago. Le partenze avvengono soprattutto da Balloch, Luss, Tarbet, Balmaha e Inveruglas, con itinerari che attraversano il settore meridionale oppure raggiungono le aree più spettacolari verso settentrione. Alcune crociere prevedono soste su varie isole, regalando scorci impossibili da apprezzare dalla riva.

Durante la navigazione emergono dettagli che spesso sfuggono da terra, tra cui piccoli promontori ricoperti di pini scozzesi, antichi ruderi medievali, boschi di betulle e querce, canneti frequentati dagli uccelli acquatici e profili montuosi riflessi nell’acqua. Luss rappresenta invece una tappa quasi obbligata: è un villaggio che mantiene un impianto tradizionale con abitazioni in pietra chiara, tetti in ardesia, vicoli ordinati e aiuole curate con attenzione.

Luss, Scozia
iStock
Il villaggio di Luss sul Loch Lomond

Poi c’è Tarbet che sfoggia un’anima legata ai collegamenti via acqua. Fin dal Medioevo questo piccolo centro svolgeva un ruolo strategico grazie alla vicinanza tra Loch Lomond e Loch Long. Arrochar accoglie i visitatori ai piedi delle celebri Arrochar Alps, rilievi che, malgrado quote modeste rispetto ai grandi sistemi montuosi europei, presentano pendii ripidi e profili spettacolari.

Ben Lomond domina l’orizzonte orientale con i suoi 974 metri. La montagna rientra nella categoria dei Munro, vetta superiore ai 914 metri secondo la classificazione ideata da Sir Hugh Munro alla fine del XIX secolo. Dalla cima lo sguardo abbraccia gran parte del lago, numerose isole e, nelle giornate più limpide, vaste porzioni delle Highlands.

Grande successo riscuotono anche le attività sull’acqua. Kayak, canoa, paddleboard, sci nautico e uscite in motoscafo permettono di vivere il lago da prospettive differenti. Acque limpide invitano anche al nuoto, purché affrontato con prudenza: la temperatura rimane molto bassa durante gran parte dell’anno, mentre il fondale presenta improvvisi cambi di profondità già a breve distanza dalla riva.

Chi preferisce un ritmo più tranquillo trova numerosi itinerari ciclabili, aree boschive, punti panoramici e sentieri storici. Tra i più celebri c’è la West Highland Way, tragitto escursionistico lungo 154 chilometri che collega la periferia di Glasgow a Fort William. Un tratto costeggia proprio il Loch Lomond, regalando panorami tra i più spettacolari dell’intero percorso.

Balloch costituisce uno dei poli principali dedicati ai servizi turistici. Qui sorgono il complesso di Loch Lomond Shores, negozi, ristoranti, aree verdi e il SEA LIFE Aquarium, struttura dedicata agli ambienti marini e d’acqua dolce, famosa anche per la ricca collezione di squali.

Dove si trova e come arrivare

Loch Lomond si trova in una posizione privilegiata nella Scozia centrale, all’interno del Parco Nazionale di Loch Lomond e dei Trossachs. Glasgow dista poco più di 35 minuti in automobile, fattore che rende il lago una delle mete naturalistiche più accessibili dell’intero Paese. Stirling richiede circa 45 minuti di viaggio, mentre Edimburgo si raggiunge in più o meno 90 minuti.

Balloch rappresenta il punto d’accesso più semplice grazie ai collegamenti ferroviari diretti con Glasgow. La stazione sorge a breve distanza dal lago e dagli imbarchi turistici, dettaglio particolarmente apprezzato da chi preferisce lasciare l’automobile in città. La rete stradale permette inoltre di arrivare facilmente a Luss, Tarbet, Balmaha, Arrochar e gli altri centri distribuiti lungo le rive. Gran parte delle aree dedicate ai visitatori dispone di parcheggi, punti informativi, moli d’imbarco e servizi utili per organizzare l’intera giornata.

Un consiglio rende l’esperienza ancora più piacevole: vale la pena dedicare almeno 2 giorni alla scoperta del territorio. Fra montagne antiche, isole ricche di storie, villaggi senza tempo e silenzi interrotti soltanto dal vento, questo angolo delle Highlands continua a lasciare un ricordo destinato a durare molto più del viaggio stesso.

La distesa d’acqua color smeraldo che riflette i ghiacciai: il Lago di Gaube, tesoro dei Pirenei

18 juin 2026 à 13:39

All’improvviso, tra boschi di pino e vallate modellate dal ghiaccio, appare una visione in grado di fermare lo sguardo per diversi minuti. Di primo impatto sembra una semplice distesa d’acqua, ma osservando con attenzione si nota che questa assume sfumature che oscillano tra il turchese e lo smeraldo, mentre all’orizzonte la montagna più elevata dei Pirenei francesi, il Vignemale, si eleva con i suoi 3.298 metri.

Ci si trova nel cuore del Parco Nazionale dei Pirenei, una vasta area protetta lungo la frontiera franco-spagnola, angolo del nostro continente in cui la natura conserva un carattere autentico, plasmato da ghiacciai, torrenti impetuosi, foreste d’alta quota e pareti granitiche. Ed è proprio lui, il Lago di Gaube, a essere uno dei simboli più celebri dell’intera catena montuosa.

Molti lo considerano uno dei laghi più belli di queste affascinanti vette e, forse, è proprio così. Quel che però possiamo affermare con estrema certezza è che il suo è un fascino magnetico, al punto che scrittori celebri come Victor Hugo e George Sand raggiunsero queste sponde per trovare ispirazione, descrivendo il sito nei loro diari privati.

Origini e formazione del Lago di Gaube

La storia di questo lago di Francia affonda le proprie radici in un passato remotissimo, quando enormi masse glaciali dominavano questi rilievi. Durante le grandi glaciazioni quaternarie, il lento movimento del ghiaccio scavò la valle, erose la roccia e modellò un bacino naturale destinato a riempirsi d’acqua una volta terminato il ritiro dei ghiacciai.

Ancora oggi il paesaggio conserva numerose tracce di quell’antica attività: pendii levigati, conche glaciali e vallate a profilo arrotondato raccontano un processo geologico sviluppatosi nell’arco di migliaia di anni. Il lago occupa una quota di 1.725 metri e presenta una forma ovale piuttosto regolare. La superficie raggiunge circa 19 ettari, mentre la profondità tocca i 40 metri.

L’alimentazione idrica proviene principalmente dal Gave de Gaube, corso d’acqua che raccoglie le acque provenienti dalle zone superiori della valle e dalle aree glaciali del massiccio del Vignemale. Proprio dal termine locale “gave”, utilizzato nei Pirenei per indicare i torrenti montani, deriva parte della nomenclatura geografica della zona.

Attorno a esso si elevano diverse montagne che superano abbondantemente i 2.000 metri. Tra queste meritano una menzione il Pic de Gaube, il Grand Pic des Paloumères e il Mayouret. Sullo sfondo domina però il Vignemale, gigante minerale che conferisce al posto una dimensione quasi monumentale.

L’insieme forma un grande anfiteatro naturale nel quale acqua, foresta e roccia dialogano in perfetto equilibrio. Proprio tale combinazione ha trasformato il lago in una delle immagini più simboliche dei Pirenei francesi.

Come visitare e cosa vedere al Lago di Gaube

Il punto di partenza più comune coincide con il Pont d’Espagne, sito naturalistico situato sopra la località termale di Cauterets. E, prima ancora di dirigersi verso il lago, vale la pena dedicare qualche minuto a questo luogo storico. Costruito nel 1886, deve il proprio nome al ruolo svolto lungo gli antichi collegamenti commerciali tra Francia e Spagna. Per secoli mercanti, allevatori e viaggiatori attraversarono questi passaggi montani trasportando merci e bestiame tra i due versanti della catena pirenaica.

La zona colpisce subito per la presenza di cascate spettacolari e torrenti impetuosi che precipitano tra le rocce con una forza impressionante. Acqua e granito costruiscono un paesaggio energico e selvaggio che introduce perfettamente all’ambiente d’alta quota. Da qui partono due possibilità:

  • sentiero escursionistico tradizionale: lungo circa 4,9 chilometri tra andata e ritorno, con un dislivello positivo di 259 metri. Si tratta di un itinerario che attraversa una valle glaciale conservata in condizioni eccellenti che passa accanto al Gave de Gaube e penetra in una foresta di pini uncinati, specie perfettamente adattata alle condizioni climatiche montane;
  • utilizzo della funivia Puntas e della successiva seggiovia di Gaube: soluzione che riduce notevolmente il tragitto a piedi e consente di arrivare al lago tramite una breve passeggiata di circa 15 o 20 minuti.

Lungo il percorso lo sguardo viene continuamente attirato dal paesaggio circostante. Marmotte, camosci pirenaici e grandi rapaci figurano tra gli abitanti più caratteristici della zona. Con un po’ di fortuna si possono osservare anche i gipeti, avvoltoi di grandi dimensioni considerati tra gli uccelli più affascinanti d’Europa.

Una volta arrivati sulle rive del Lago di Gaube, la tentazione principale è quella di fermarsi perché le acque trasparenti riflettono il profilo delle montagne e cambiano tonalità a seconda della luce, mentre piccoli movimenti del vento trasformano continuamente la superficie.

La riva occidentale intercetta il celebre GR10, il grande itinerario escursionistico che attraversa l’intera catena dei Pirenei dall’Atlantico al Mediterraneo. Gli escursionisti più allenati proseguono spesso verso la Valle delle Oulettes de Gaube e il relativo rifugio montano, punto privilegiato per ammirare ghiacciai e pareti del Vignemale da distanza ravvicinata.

Chi preferisce una giornata tranquilla trova invece lungo le sponde del lago uno scenario ideale per una pausa contemplativa. Tra riflessi, silenzi e profili montani, il tempo sembra assumere un ritmo differente.

Dove si trova e come arrivare

Il Lago di Gaube si trova nel dipartimento degli Alti Pirenei, nella regione francese dell’Occitania, all’interno del Parco Nazionale dei Pirenei. L’area appartiene al territorio comunale di Cauterets, rinomata località termale e montana situata vicino al confine spagnolo. Da Lourdes il tragitto in automobile richiede circa 45 minuti e, una volta raggiunto il parcheggio del Pont d’Espagne, si può scegliere tra il percorso escursionistico oppure gli impianti di risalita.

Cauterets dista appena 15 minuti di guida dal Pont d’Espagne lungo la strada D920. Durante la stagione turistica sono disponibili anche collegamenti tramite navette che connettono il paese con il parcheggio principale. Primavera, estate e inizio autunno rappresentano i periodi migliori per la visita. Nei mesi più freddi, invece, la presenza di neve e il rischio di valanghe rendono l’accesso molto più delicato.

Lac de Gaube, Francia
iStock
Il bellissimo Lago di Gaube visto dall’alto

Davanti al Lago di Gaube si comprende rapidamente il motivo della sua fama: non sono affatto molti i luoghi che riescono a concentrare in uno spazio relativamente contenuto tanta bellezza naturale. Acqua smeraldo, foreste profumate, cascate fragorose e la presenza maestosa del Vignemale costruiscono una scena che resta impressa molto tempo dopo il ritorno a valle.

Gole di Samaria a Creta, il canyon sacro tra pareti vertiginose, villaggi fantasma e mare libico

27 mai 2026 à 18:00

La straordinaria Isola di Creta, in Grecia, è nota in tutto il mondo per le sue spiagge “immacolate”, porticcioli veneziani, ulivi piegati dal vento e villaggi dipinti di bianco. Questo è davvero risaputo ovunque, ma poi arriva un qualcosa che lascia praticamente a bocca aperta. Parliamo di roccia, acqua gelida, pini profumati e pareti gigantesche. Sono le Gole di Samaria, che tagliano il settore sud-occidentale dell’isola, dentro il massiccio delle Lefká Óri, le Montagne Bianche.

E no, non è un posto da sottovalutare perché rappresenta uno dei canyon più spettacolari del Mediterraneo, dichiarato Parco Nazionale nel 1962 e inserito nella rete UNESCO delle Riserve della Biosfera nel 1981. Numeri impressionanti accompagnano il percorso: lunghezza pari a 16 km, ingresso settentrionale a 1.250 metri di quota e pareti in grado di salire fino a 500 metri sopra il letto del torrente.

Samaria porta addosso pure un’anima storica fortissima. Per secoli, infatti, rappresentò un rifugio strategico durante invasioni straniere e rivolte cretesi. Famiglie intere trovarono protezione tra queste “mura” naturali durante l’occupazione ottomana e sotto il controllo tedesco nella Seconda Guerra Mondiale. Lungo il tragitto, infatti, riaffiorano tracce di vite passate come piccole cappelle bizantine, resti di abitazioni in pietra e sentieri battuti da pastori e mercanti.

Origine e formazione delle Gole di Samaria

Samaria nacque grazie all’azione continua di un piccolo fiume sceso per millenni tra il Monte Volakias e le Lefká Óri. Acqua, vento e terremoti scolpirono una fenditura gigantesca dentro la montagna cretese. Il tratto simbolo porta il nome di Sideroporta, tradotto spesso “Porte di Ferro”, e qui la distanza tra le pareti scende fino a 3 metri, mentre la roccia sale verticale verso il cielo.

L’intera area custodisce oltre 450 specie vegetali e animali. Tante risultano endemiche di Creta, ma la regina assoluta è la kri kri, la rara capra selvatica locale. Agile, diffidente ed elegantissima, talvolta appare sopra uno sperone roccioso per pochi secondi, per poi sparire tra ginepri e cipressi.

Pure il nome (Samaria) possiede radici antiche: deriva dalla chiesa bizantina di Óssia María, edificata nel 1379. Attorno alla piccola struttura religiosa nacque l’omonimo villaggio, abitato fino alla creazione del parco nazionale. Gli ultimi residenti lasciarono le proprie case negli anni ’60, al punto che oggi restano edifici vuoti, muretti consumati e qualche fico selvatico.

Tra le storie tramandate dagli abitanti della regione è curiosa la leggenda di Chrisomalousa, giovane aristocratica dai capelli dorati entrata nella memoria popolare. Racconti locali parlano di un amore tragico, vendette veneziane e una vita trascorsa tra le mura della chiesa di Óssia María.

Presso Agia Roumeli, tra le altre cose, sorgeva l’antica città di Tarra, importante centro ellenistico e romano. Scavi archeologici hanno riportato alla luce monete, resti di templi e testimonianze bizantine.

Come visitare le Gole di Samaria e cosa vedere

Fin dai primi passi appare chiaro il motivo della fama mondiale di questo luogo della Grecia: Xyloskalo, il punto iniziale, spalanca una scalinata naturale scavata dentro una montagna severa. Questo rappresenta uno dei tratti più impegnativi per ginocchia e caviglie a causa del pietrisco, gradoni irregolari e lunghe discese che richiedono scarpe serie.

Dopo circa 2 km il canyon inizia a stringersi, mentre torrente, oleandri, platani giganteschi e pini creano un paesaggio quasi balcanico. Persino dell’acqua potabile sgorga da varie fontane lungo il percorso, elemento prezioso durante le (numerose) giornate torride. Il cuore emotivo della gola, però, arriva presso il villaggio abbandonato di Samaria con le sue case in pietra chiara, finestre vuote e sentieri silenziosi.

I guardiani del parco utilizzano alcuni edifici, mentre il resto appare fermo nel tempo. Accanto alle abitazioni spunta la chiesa di Óssia María con affreschi consumati e un campanile minuscolo. Più avanti emergono pareti gigantesche che stringono il passaggio fino alle celebri Porte di Ferro. I turisti abbassano spontaneamente la voce davanti a quella fenditura titanica, tanto che a rimbalzare sulle rocce è solo il rumore dell’acqua e delle rondini che sfrecciano sopra la testa.

La primavera rappresenta il periodo più affascinante per via della presenza di fiori selvatici che colorano il sentiero. Poi ci sono i torrenti che scorrono pieni e le temperature che restano gradevoli. L’estate porta invece il caldo feroce tipico della zona, insieme a una luce accecante sulle pietre bianche.

L’intero tragitto richiede mediamente tra le 5 e le 7 ore. Gli ultimi 2 km risultano pianeggianti e conducono verso Agia Roumeli, piccolo villaggio affacciato sul Mar Libico. Infine l’arrivo, che regala una soddisfazione fisica che sale sulla pelle e sulle gambe pesanti, ma sempre con un mare blu intenso davanti agli occhi.

Agia Roumeli vive senza automobili e possiede un’atmosfera semplice. Taverne familiari servono pesce fresco, feta, pomodori dolcissimi e birra ghiacciata. Pochi minuti servono per raggiungere la spiaggia di ciottoli e, dopo ore tra rocce e polvere, l’acqua trasparente del Mar Libico sembra una ricompensa perfetta.

Agia Roumeli, Creta
iStock
La bellissima Agia Roumeli a Creta

Dove si trova e come arrivare

Le Gole di Samaria occupano il settore sud-occidentale di Creta, nella regione di Chania. L’aeroporto più vicino è proprio quello di Chania, collegato con Atene e varie città europee durante la stagione turistica. Anche la base migliore per l’escursione coincide quasi sempre con Chania, da dove partono autobus KTEL diretti a Omalos nelle prime ore del mattino (il tragitto necessita di circa 1 ora e attraversa villaggi montani, curve strettissime e boschi profumati).

L’ingresso al Parco Nazionale è attivo tra maggio e ottobre, salvo chiusure temporanee legate a piogge intense oppure rischio frane. Raggiunto il termine della gola, sono disponibili dei traghetti che collegano Agia Roumeli con Sougia, Hora Sfakion e Paleochora e, se dobbiamo essere onesti, il battello pomeridiano rappresenta parte integrante dell’esperienza: mare scurissimo, coste verticali e minuscole baie raggiungibili soltanto via acqua.

Parecchi visitatori scelgono pure il noleggio auto. Si tratta di una soluzione pratica, anche se richiede una certa organizzazione logistica. La vettura resta infatti sul lato nord della gola, mentre l’arrivo avviene sul mare. Per tale ragione autobus e traghetti costituiscono l’opzione più semplice.

Samaria lascia addosso stanchezza autentica, polvere sulle caviglie e una strana forma di gratitudine: qui la Creta turistica resta lontana anni luce.

Il Kilimangiaro è più vicino all’Italia: perché raggiungere ora la cima più alta dell’Africa

Par : elenausai10
23 mai 2026 à 09:00

Dal 1977, anno della sua apertura ufficiale, il Parco Nazionale del Monte Kilimangiaro è diventato una delle mete più visitate della Tanzania. Alcuni arrivano qui semplicemente per contemplare con meraviglia questa vetta innevata che, con i suoi 5896 metri, rappresenta la montagna più alta dell’Africa, altri per scalarla e vivere appieno uno degli scenari più straordinari dell’intero continente.

Chi c’è stato, racconta che scalare il Kilimangiaro è come attraversare a piedi tanti ecosistemi diversi: dalle coltivazioni alla foresta pluviale lussureggiante e umida, fino alle brughiere. Di notte, l’unico suono è quello del vento che corre lungo il pendio.

Un’avventura di quelle che difficilmente si dimenticano e che, da luglio, anche i viaggiatori italiani potranno pianificare con più serenità grazie alla nuova tratta in partenza da Milano Malpensa.

I nuovi voli da Milano Malpensa al Kilimangiaro

Dal 14 luglio al 20 ottobre, la compagnia aerea Neos lancerà una rotta stagionale esclusiva con frequenza monosettimanale. Il volo collegherà direttamente l’aeroporto di Milano Malpensa con il Kilimangiaro, per poi proseguire la sua tratta verso le spiagge di Zanzibar.

Con Neos potrete raggiungere comodamente la vera porta d’ingresso a questo mondo: l’aeroporto internazionale del Kilimangiaro (JRO), uno scalo strategico e perfettamente collegato a Moshi e Arusha, i principali punti di partenza per i trekking sulla vetta e per i safari nei parchi del nord.

Una soluzione ideale per i viaggiatori che cercano il massimo del comfort, riducendo i tempi di viaggio per immergersi fin da subito nella magia della savana e nei racconti di vita sulla montagna.

Cosa fare e come visitare il Kilimangiaro

Se siete viaggiatori appassionati con sete di avventura, questa è sicuramente un’opportunità da non perdere, anche per chi viaggia in solitaria.

Il Parco Nazionale del Kilimangiaro non è una meta riservata unicamente a chi punta alla vetta, ma una destinazione versatile che offre esperienze straordinarie a diversi livelli di avventura. Per gli amanti del trekking, l’ascesa ai 5.895 metri di Uhuru Peak rappresenta un viaggio indimenticabile attraverso cinque zone ecologiche distinte. Non servono competenze alpinistiche tecniche, ma un buon acclimatamento e una solida preparazione fisica sono fondamentali per gestire l’altitudine.

Per chi invece preferisce un ritmo più rilassato o non vuole affrontare la fatica della scalata, i dintorni della montagna regalano safari e camminate a quote più basse altrettanto spettacolari. Ai piedi dello stratovulcano e nelle prime fasce protette del parco, è possibile avvistare una ricca fauna selvatica, tra cui elefanti, leopardi, bufali e diverse specie di primati come i colobi bianchi e neri, che popolano la foresta pluviale.

Molti tour operator organizzano escursioni giornaliere sui sentieri inferiori o safari fotografici che uniscono l’avvistamento degli animali alla vista mozzafiato della cima innevata che svetta sopra l’orizzonte. Il periodo migliore per entrambe le esperienze coincide con i mesi più secchi, da giugno a ottobre…proprio quando sarà attiva la nuova rotta aerea. Di conseguenza, non vi resta che acquistare il biglietto e realizzare il vostro sogno!

Sila: la fioritura unica nella Terra dei Laghi della Calabria

19 mai 2026 à 18:00

Tra maggio e giugno, nel pieno della primavera, l’altopiano della Sila, nel cuore della Calabria, esplode di colore: narcisi, primule, asfodeli, orchidee selvatiche punteggiano i prati e i boschi del vasto Parco Nazionale, il più vecchio della Calabria.

Qui si trova la Terra dei Laghi: il versante cosentino della Sila è caratterizzato dalla presenza di un gran numero di specchi d’acqua, come il Lago Arvo, il Lago Cecita, il Lago Ariamacina e il Lago di Tarsia; sul versante catanzarese ecco il Lago Ampollino, località turistica nota e caratteristica.

Montagna, acqua e la ricchezza della natura in primavera sono gli ingredienti di un viaggio nel Parco Nazionale della Sila, che resta una destinazione lontana dai grandi circuiti del turismo di massa, anche nei mesi di punta. La primavera, però, è un periodo speciale, con il non ultimo motivo di poter andare a caccia di un fiore raro e unico, che cresce soltanto qui: la soldanella calabrese, assurta a simbolo di questa sottovalutata quanto splendida regione d’Italia.

Il Parco Nazionale della Sila in primavera

Istituito nella sua forma attuale nel 2002, ma esistente dal lontano 1968, il Parco Nazionale della Sila si estende per oltre 73mila ettari sulle province di Cosenza, Catanzaro e Crotone, abbracciando tutte e tre le grandi aree dell’altopiano: la Sila Greca, la Sila Grande e la Sila Piccola.

È uno dei parchi nazionali più vasti dell’Italia meridionale, e vanta una ricchissima flora, che conta oltre 900 specie, alcune delle quali non esistono da nessun’altra parte al mondo.

In primavera il parco si trasforma: le fitte foreste di pino laricio, albero simbolo della Calabria, tornano a pulsare di un verde intenso, mentre le chiome dei faggi mettono le prime foglie di un verde brillante; i vasti pianori d’alta quota si ricoprono di fiori a perdita d’occhio, in una vera e propria esplosione di colori.

Parco Nazionale Sila Calabria Primavera fioritura Laghi
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Pini larici secolari sulla Sila

I numerosi laghi che caratterizzano il territorio sono, parimenti, protagonisti silenziosi di questo scenario naturale. L’Arvo, il Cecita, l’Ampollino e l’Ariamacina sono tutti bacini artificiali costruiti tra gli anni Venti e Cinquanta del Novecento per la produzione idroelettrica, ma nel tempo si sono trasformati in luoghi totalmente integrati nel paesaggio naturale da esserne diventati elementi simbiotici e armonici con il contesto.

Dopo il lungo inverno, che sulla Sila può essere assai rigido, non solo i boschi tornano a vivere: i piccoli borghi come Camigliatello Silano e Lorica si animano giorno dopo giorno, in attesa che arrivi la più vivace stagione estiva.

La soldanella calabrese, un fiore unico

Se c’è un simbolo botanico della Sila, specie in primavera, è senza dubbio la Soldanella calabrella Kress, nome scientifico della più comunemente nota soldanella calabrese.

Erba endemica che produce uno splendido fiore dai toni azzurri e violetti, è presente allo stato spontaneo soltanto in Calabria, tra le montagne della Sila e dell’Aspromonte. Non la si trova da nessun’altra parte al mondo.

Vive ad altitudini comprese tra i 900 e i 1500 metri di quota, in particolare lungo pareti ombreggiate e umide, specie vicino ai corsi d’acqua o alle sponde dei laghi. Assieme ai narcisi, alle orchidee selvatiche e agli altri fiori dell’altopiano è una delle piccole meraviglie della primavera silana, da cercare, trovare, ammirare e rispettare: la fioritura avviene tra maggio e giugno.

Il suo valore simbolico è riconosciuto a livello istituzionale. Nel 2018 la Società Botanica Italiana, attraverso un sondaggio che ha coinvolto oltre 500 esperti e appassionati da tutta Italia, ha infatti eletto la soldanella calabrese effettivamente pianta simbolo della Calabria.

La soldanella non è l’unica rarità della flora silana. L’altopiano ospita anche la Luzula calabra, un’altra specie esclusiva dei rilievi calabresi, oltre a una straordinaria varietà di orchidee selvatiche del genere Dactylorhiza, asfodeli, narcisi e crochi che a primavera colorano i prati con un’abbondanza spettacolare.

Parco Nazionale Sila Calabria Primavera fioritura Laghi
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Una fioritura di narcisi selvatici in una prateria della Sila

Tre escursioni sulla Sila per ammirare splendide fioriture

Con oltre 600 chilometri di sentieri e diverse decine di percorsi catalogati, il Parco Nazionale della Sila offre molte opzioni per chi vuole esplorare la Terra dei Laghi e il resto del territorio dell’altopiano calabrese nella stagione delle fioriture.

Tre itinerari in particolare valgono una visita appositamente organizzata.

Il Sentiero Italia da Lorica a Monte Botte Donato

Questo percorso parte dal borgo lacustre di Lorica, affacciato sulle sponde del Lago Arvo, a oltre 1300 metri di quota, e sale fino alla vetta del Monte Botte Donato, a 1928 metri, la cima più alta dell’intera Sila.

Parco Nazionale Sila Calabria Primavera fioritura Laghi
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Fioritura primaverile sulle sponde del Lago Arvo

È forse il percorso più spettacolare del Parco Nazionale in questa stagione: man mano che si sale attraverso boschi di faggi e pini larici, gli occasionali prati che si aprono lungo l’itinerario si scoprono ricoperti di fiori dai mille colori. Dalla vetta del Botte Donato, nelle giornate più limpide, la vista spazia sull’intera Sila fino a scorgere il mare. Nei pressi della cima si trova anche l’omonimo, piccolo rifugio in legno.

Il percorso è di media difficoltà, adatto ad escursionisti con un minimo di esperienza e preparazione. Fa parte del Sentiero Italia, il tracciato di lunga percorrenza che attraversa tutto il Paese. La tappa, per come è disegnata, è lunga circa 15 chilometri, ma ha un dislivello leggero, inferiore ai 500 metri in salita. Il ritorno a Lorica può avvenire raggiungendo il rifugio e percorrendo la Strada delle Vette, lingua d’asfalto che scende tra i faggi fino a Lorica (circa 13 chilometri), oppure sfruttando, dopo averne controllato debitamente gli orari, la Funivia Lorica, che accorcia il percorso di rientro della metà.

I sentieri di Fallistro e i pianori di Macchia Sacra

Itinerario particolarmente indicato per chi ama andare alla scoperta di meravigliose fioriture, parte da Croce di Magara, piccola frazione di Spezzano della Sila, a 1420 metri di quota. Ci si trova a pochi passi dal bosco monumentale dei Giganti della Sila, ovvero grandi pini larici secolari, che qui raggiungono dimensioni straordinarie.

I cosiddetti sentieri di Fallistro attraversano il sottobosco, aprendosi poi su grandi radure: sono i pianori di Macchia Sacra e Macchione, dove in maggio e giugno narcisi, violette, asfodeli e orchidee selvatiche colorano i prati in modo spettacolare, e chissà che non ci si possa imbattere nella tanto decantata soldanella calabrese.

L’itinerario tocca la vetta di Monte Curcio, sopra i 1700 metri sul livello del mare. È una piacevole e lunga passeggiata dalle difficoltà escursionistiche minime: circa 12 chilometri con un dislivello positivo di 400 metri e un tempo di percorrenza intorno alle quattro ore.

L’Anello di Monte Gariglione in Sila Piccola

Boschi di faggi e pini larici nascondono un corso d’acqua impetuoso e cristallino, il fiume Tacina. Questo sentiero si trova nella Sila Piccola, sul versante catanzarese del massiccio.

Le gorgoglianti acque del rio accompagnano il cammino, le praterie che si aprono lungo il percorso sono costellate di fiori selvatici dai mille colori e le rive umide dei ruscelli sono tra i luoghi più accessibili e indicati per avvistare la soldanella calabrese, dato il suo habitat naturale.

Il percorso parte dallo chalet in stile alpino che è la Caserma Forestale del Gariglione, poco sotto alla cima del monte. Si raggiungono quindi subito i 1765 della vetta, per poi scendere nella valle del Tacina e seguirne il corso fino a una bella cascata, che in maggio e in giugno beneficia dei momenti di massima portata durante la primavera e l’estate. Si affronta quindi una tosta risalita fino al punto di partenza, con un bel dislivello da affrontare al termine di questa lunga escursione.

Castelluccio di Norcia si trasforma in un dipinto: la fioritura 2026

10 mai 2026 à 07:30

Ogni anno, tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate, Castelluccio di Norcia si trasforma in uno dei paesaggi più spettacolari d’Italia: l’altopiano ai piedi del borgo si accende infatti di colori intensi e mutevoli, e dà vita alla celebre fioritura che richiama visitatori, fotografi ed escursionisti da tutta Europa.

La “fiorita”, come viene chiamata dagli abitanti locali, interessa l’ampia distesa carsica che abbraccia Castelluccio, piccolo paese in provincia di Perugia immerso nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini: tra panorami montani sconfinati e silenzi che amplificano la bellezza del paesaggio, il borgo continua ancora oggi a portare i segni del terremoto del 2016 e del 2017, ma conserva intatto il fascino autentico di uno dei luoghi più suggestivi dell’Appennino centrale.

I Calanchi di Marsiglia, mare turchese e silenzi antichi nel parco più sorprendente di Francia

24 avril 2026 à 15:30

Rumorosa, intensa, piena di traffico, mercati, traghetti, vento e voci: così si presenta Marsiglia, una delle città più vivaci e autentiche della Provenza. Poi basta voltarsi verso sud per notare che questa pittoresca località lascia spazio a un labirinto minerale fatto di falesie candide, promontori taglienti, profumo di pino d’Aleppo e baie strette scavate nella roccia. È proprio qui, infatti, che iniziano i Calanchi (in francese Calanques), una serie di profonde insenature nate nel calcare e che toccano anche Cassis e La Ciotat.

Parliamo di uno dei paesaggi più singolari del Mediterraneo, tanto che dal 2012 è Parco Nazionale. Ma (e va decisamente sottolineato) con una doppia anima, perché qui convivono terra aspra e mare protetto nello stesso perimetro, insieme a isole, fondali, sentieri e quartieri urbani a breve distanza. In Europa rappresenta un caso rarissimo, in quanto unisce ambiente terrestre, marino e periurbano nello stesso sistema.

Chi vi arriva gode di un colpo d’occhio emozionante osservando pareti bianche che cadono verso acque turchesi, poi ancora grotte marine che aprono fenditure scure mentre il sole rimbalza sulla pietra con riflessi quasi accecanti. Oggi visitare i Calanchi permette di entrare in una Provenza diversa dalla classica immagine dei campi di lavanda, perché qua c’è davvero molto di più.

I Calanchi di Marsiglia: cosa vedere

I Calanchi di Marsiglia sono numerosi e ciascuno possiede un carattere proprio. Simili a dei fiordi ma geologicamente differenti, alcuni accolgono famiglie, altri richiedono fatica e scarpe serie, altri ancora si rivelano soltanto dal mare. Scegliere bene cambia l’intera giornata, ma qualunque sia la decisione l’entusiasmo è assicurato.

En-Vau, la Perla delle Calanques

Tra tutti, En-Vau gode di una fama quasi leggendaria e il soprannome, La Perle des Calanques (La Perla dei Calanchi), rende benissimo l’idea. Si tratta di una gola stretta che conduce verso una piccola spiaggia di ciottoli chiusa tra pareti altissime.

I colori sono sorprendenti, perché passano dal grigio chiaro della pietra all’indaco e al verde del mare. Fotografie celebri del parco arrivano spesso da questa zona, anche se il sentiero per arrivarci richiede energia (specialmente al ritorno).

Sormiou, la più ampia e luminosa

Sormiou è tra le baie più grandi del massiccio, tanto da offrire un tratto di spiaggia, acqua trasparente e una scenografia vasta. Sul bordo compaiono i cabanons, piccole case nate a inizio ‘900 per custodire barche e reti. Col tempo divennero rifugi estivi amatissimi dai marsigliesi.

Morgiou, porto minuto e memoria storica

Morgiou unisce porto minuscolo, case basse e un’insenatura profonda, il top per chi ama il blu intenso. Durante la visita di Luigi XIII furono scavati gradini nella roccia per facilitare lo sbarco reale. Poco distante si lega il nome della Grotta Cosquer, tesoro archeologico di valore enorme.

Sugiton, balcone naturale sul Mediterraneo

Poi ancora Sugiton, adorato per l’accesso relativamente diretto e per i belvedere spettacolari. Dall’alto la costa appare frastagliata, severa ma pure luminosa. Nei mesi più affollati l’ingresso può essere regolato tramite prenotazione per proteggere il sito dall’erosione causata dal sovrafflusso.

Port-Pin, il volto gentile del massiccio

Decisamente affascinante è anche Port-Pin, il quale prende il nome dai pini d’Aleppo che creano ombra (piuttosto rara in quest’area). Il sentiero per raggiungerlo è breve e si mostra come una spiaggia mista sabbia e ciottoli spesso lambita da acqua calma. Ideale per chi desidera una prima esperienza nei Calanchi senza itinerari troppo lunghi.

Callelongue, sapore di villaggio marinaro

All’estremo sud di Marsiglia, Callelongue conserva aria di fine del mondo. Porticciolo, barche, facciate semplici, sentieri che partono verso le creste. Manca una vera spiaggia, però conquista lo stesso per personalità e luce del tramonto.

Figuerolles, la sorpresa di La Ciotat

Fuori dal nucleo più celebre del parco, presso La Ciotat, Figuerolles sfoggia rocce color ocra e forme quasi fantastiche. Non è un caso che nel corso degli anni pittori e registi l’abbiano amata molto.

Cosa fare presso i Calanchi di Marsiglia

Tra questi rilievi nessuno resta semplice spettatore. In tale angolo di Francia, infatti, il paesaggio invita al movimento, alla curiosità e a un contatto diretto con gli elementi primari. Tra le attività da non perdere ci sono:

  • Trekking panoramico: sono presenti sentieri segnati che percorrono creste, valloni e discese verso il mare. Il GR98-51 collega vari punti simbolo del massiccio.
  • Bagno in acque limpide: molte cale permettono tuffi memorabili. Maschera e boccaglio regalano subito dettagli sorprendenti dei fondali.
  • Kayak lungo la costa: pagaiando si colgono anfratti invisibili da terra, archi naturali, grotte basse e pareti gigantesche viste dal livello dell’acqua.
  • Snorkeling tra posidonie e pesci: le praterie marine ospitano salpe, saraghi, ricci, piccoli branchi argentei e una biodiversità preziosa.
  • Fotografia di paesaggio: prime ore del mattino e tardo pomeriggio sono i momenti migliori con le loro ombre lunghe, i contrasti eleganti e una pietra meno abbagliante.
  • Osservazione naturalistica: tra le rupi vivono numerose specie protette. In cielo compaiono gabbiani reali e rapaci, tra gli arbusti si muovono rettili mediterranei.
  • Gita in barca verso il Castello d’If e Frioul: dal Vieux-Port di Marsiglia partono collegamenti marittimi verso l’arcipelago e la fortezza legata al mito di Montecristo.

Dove si trova e come arrivare

Gli affascinanti Calanchi si estendono lungo circa 20 km di costa tra Marsiglia, Cassis e La Ciotat, nella regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra, sud della Francia. Per arrivare:

  • Da Marsiglia: si raggiungono vari accessi tramite autobus urbani, taxi o auto privata fino ai quartieri meridionali. Punti frequenti di partenza sono Luminy, Les Baumettes, La Cayolle e Callelongue.
  • Da Cassis: si entra soprattutto verso Port-Miou, Port-Pin ed En-Vau. Ottima base per chi preferisce atmosfera più raccolta rispetto a Marsiglia.
  • Da La Ciotat: si esplora il settore orientale con Figuerolles e Cap Canaille, una delle scogliere marittime più alte del Paese.

In estate conviene controllare le regole giornaliere del parco. Rischio incendi, vento forte o tutela ambientale possono limitare accessi stradali e sentieri. Sono inoltre consigliate scarpe robuste, acqua abbondante e partenza presto al mattino (tutti e tre gli elementi fanno la differenza).

Calanque de Port-Miou, Francia
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La straordinaria bellezza del Calanque de Port-Miou

Chi arriva qui capisce subito una cosa: Marsiglia possiede un tesoro ruvido, luminoso e indomabile. I Calanchi restano addosso per il sale sulla pelle e per quella sensazione rara di avere visto qualcosa di antico e vivo nello stesso momento.

Pacentro, il borgo d’Abruzzo, culla delle celebrity (come Madonna)

21 avril 2026 à 15:30

Ha dato i natali ai nonni di Madonna e a moltissimi altri emigrati italiani negli Stati Uniti, Pacentro, il minuscolo borgo medievale abruzzese, divenuto famosissimo anche grazie a loro. Forse in America addirittura più che in Italia.

Poco più di mille abitanti, in provincia del L’Aquila, immerso nel Parco nazionale della Majella, è uno dei Borghi più belli d’Italia. Arroccato sulle medie colline, a circa 700 metri di altitudine sulle pendici delle Montagne del Morrone, questo villaggio pittoresco è di fatto un borgo montano dove si sta bene tutto l’anno: non fa mai troppo caldo d’estate e neppure troppo freddo d’inverno. Perfetto per trascorrervi le vacanze, anche senza che i nonni vi siano nati.

Cosa vedere a Pacentro

A guardia dell’ingresso della Valle Peligna, su cui s’affaccia Pacentro, c’è il Castello Caldora, con le sue tre torri quadrate del XIV secolo e i tre torrioni rotondi del XV secolo, circondate dal tipico fossato. Faceva parte, insieme ai castelli di Pettorano, Introdacqua, Anversa, Bugnara, Popoli e Roccacasale, del sistema difensivo della Valle Peligna. Ma non sono le uniche torri del borgo: ce ne sono molte altre, alcune mozzate, altre diroccate, ma che tutte assieme formano un selva.

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Sotto le mura del castello a Pacentro

I vicoli acciottolati si inerpicano su per il paese come un serpente di pietra in un intreccio di vie, archi, scale, camminamenti e porticati che collegano fra loro le piccole case. Una passeggiata per il borgo permette di scoprire alcuni luoghi interessanti. Come il “canaje”, l’antico lavatoio pubblico, oppure la “Preta tonna” (pietra dello scandalo), una grossa pietra incavata utilizzata come antica unità di misura del grano, sulla quale i debitori insolventi erano obbligati a sedere nudi davanti ai passanti, come forma di pubblica umiliazione.

Tra le chiese di Pacentro, merita una visita la cinquecentesca Chiesa Madre. L’imponente facciata, ornata da un cornicione lavorato, è arricchita da una graziosa meridiana. La volta della chiesa è tutta ricoperta di stucchi. All’esterno, il bel campanile è secondo, per altezza, nella valle, solo a quello dell’Annunziata di Sulmona. Di fronte alla chiesa si trova una bellissima fontana. Quella di San Marcello, fondata nel 1047, però, è la più antica chiesa del borgo. Ospita interessanti affreschi e ha un portale di legno intagliato da artigiani locali.

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Il centro storico di Pacentro

Nei dintorni fanno bella mostra di sé diversi palazzi signorili dagli splendidi portali, come Palazzo Tonno, del ’600, Palazzo La Rocca, che oggi ospita il municipio, Palazzo Avolio, Palazzo Massa, Palazzo Granata, con portale monumentale, Palazzo Simone e altri ancora da scoprire passeggiando.

Girovagando per il centro storico, è tutto un susseguirsi di scorci affascinanti, come quelli di via del Castello, di via di Sotto, di Porta della Rapa. Di notte, poi, assume una dimensione magica.

Non si può, infine, lasciare Pacentro senza aver visto le pitture rupestri. Nella grotta di Colle Nusca, poco distante dal paese, uomini delle caverne hanno tracciato con l’ocra rossa i graffiti raffiguranti otto uomini armati di archi e frecce, scene di caccia di parecchie migliaia d’anni fa.

Pacentro con la neve
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Pacentro, la grande bellezza d’Abruzzo, sotto la neve

Gli eventi a Pacentro

Oltre alle feste comandate, vale la pena visitare il borgo in occasione di qualche sagra o ricostruzione storica. La Sagra della Polta, che si svolge all’inizio di agosto, è dedicata alla specialità locale, la “polta”, appunto, un piatto contadino a base di verdure bollite ripassate in padella con aglio e peperoncino. A metà agosto, invece, si celebra l’Arrolamento della Gente d’Arme, una rievocazione storica in costume che ricostruisce l’arruolamento e l’investitura dei cavalieri da parte del signore di Pacentro nell’Anno Domini 1450. Il corteo parte dal castello e si snoda attraverso i suggestivi vicoli del borgo antico.

Infine, la prima domenica di settembre, l’appuntamento imperdibile è con la Festa della Madonna di Loreto e la Corsa degli Zingari, una sorta di palio dei tempi poveri, in cui sacro e profano si mescolano. Un gruppo di giovani deve correre a piedi nudi attraverso il borgo e, il vincitore, viene premiato con un taglio di stoffa, dal quale un tempo si ricavava un abito.

L’isola di Budelli e la spiaggia rosa: come arrivare e cosa vedere

5 avril 2026 à 13:30

Nel tratto più settentrionale della Sardegna, là dove il mare si stringe nello spettacolare scenario dello stretto di Bonifacio, emerge un piccolo capolavoro della natura: l’isola di Budelli. Minuscolo lembo di terra, con una superficie di poco superiore a 1,6 chilometri quadrati, appartiene al suggestivo Arcipelago della Maddalena ed è parte integrante del suo Parco nazionale, un’area protetta tra le più affascinanti d’Italia.

Nonostante le dimensioni ridotte, Budelli vanta una costa che si estende per oltre 12 chilometri, un susseguirsi di scorci da sogno, dove il mare si insinua tra rocce scolpite dal vento e piccole calette: è proprio una simile varietà paesaggistica, unita alla purezza delle acque, ad aver consacrato l’isola come una delle più belle del Mediterraneo.

Cosa vedere: la Spiaggia Rosa e la magnifica costa

Tra le tappe più incantevoli dell’isola spicca senza dubbio la celebre Spiaggia Rosa, nella località di Cala di Roto, nella parte sud-orientale, una distesa di sabbia dalle sfumature rosate che variano dal tenue al più intenso a seconda della luce del sole.

Questo colore straordinario non è frutto dell’immaginazione ma di un fenomeno naturale: la sabbia è composta da minuscoli frammenti di organismi marini, tra cui coralli e conchiglie microscopiche come la Miriapora truncata e la Miniacina miniacea. Trasportati dal mare e accumulati nel tempo lungo la riva, i residui creano un effetto cromatico delicato e irripetibile, che rende la spiaggia una vera rarità a livello mondiale.

Proprio la sua unicità, tuttavia, ne ha decretato anche la fragilità: negli anni, il comportamento irresponsabile di alcuni visitatori (che hanno sottratto la sabbia come souvenir) ha compromesso l’equilibrio ambientale. Per preservare ciò che resta, il Parco Nazionale dell’Arcipelago della Maddalena ha introdotto restrizioni molto severe.

Oggi non è consentito avvicinarsi liberamente alla Spiaggia Rosa: il transito, l’ancoraggio e la sosta delle imbarcazioni sono vietati nelle sue vicinanze, così come la pesca e qualsiasi attività subacquea. Anche il bagno è proibito nell’area delimitata dalle boe, e soprattutto non è possibile accedere alla spiaggia: si può soltanto ammirarla da lontano, rispettando il silenzio e la distanza che un luogo così delicato richiede.

Vista della meravigliosa Spiaggia Rosa in Costa Smeralda, Sardegna
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Vista della meravigliosa Spiaggia Rosa

Ma limitarsi alla Spiaggia Rosa sarebbe riduttivo, perché Budelli è un tripudio di bellezze che merita di essere esplorato nel suo insieme: lungo la costa si alternano calette appartate, scogliere modellate dal vento e piccole baie dove il mare assume tonalità incredibili, dal turchese più luminoso al blu profondo.

Cala Piatto, Cala Cisternone, Cala di Trana e Cala del Cavaliere sono solo alcune delle insenature che regalano panorami spettacolari: il contatto con il mare diventa ancora più diretto e permette di apprezzare la purezza dell’ambiente senza comprometterne l’equilibrio.

Le acque che abbracciano Budelli sono un vero paradiso per gli amanti dello snorkeling e delle immersioni: i fondali, ricchi di vita, ospitano una grande varietà di pesci e crostacei, oltre a scenari sottomarini di rara bellezza. Tuttavia, anche qui è fondamentale mantenere un comportamento rispettoso: ogni gesto può avere un impatto su un ecosistema tanto affascinante quanto vulnerabile.

Come raggiungere l’Isola di Budelli

Non è difficile arrivare all’isola di Budelli: il trasferimento via mare è possibile solo dalle località della vicina Costa Smeralda, vediamo quali.

Con i traghetti organizzati

Ci sono diverse compagnie (pubbliche e private) che gestiscono i tour di tutto l’arcipelago che prevedono tappa a Budelli, o che si dirigono direttamente sull’Isola di Budelli. I porti da cui partono i traghetti diretti a Budelli sono quello di Porto Palau, vicino a Olbia, quelli della Costa Smeralda e quello della Maddalena, l’isola più grande e meglio collegata dell’arcipelago. Sempre da questi porti potrete scegliere tra i numerosi servizi di tour giornalieri delle isole più belle dell’Arcipelago della Maddalena.

Le gite organizzate si fermano nei punti migliori per vedere – seppure da lontano – i luoghi di interesse e permettere ai turisti di immergersi nelle acque più cristalline e meravigliose della Sardegna.

Con la propria imbarcazione

Se si vuole raggiungere l’Isola di Budelli con la propria imbarcazione o con una piccola barca affittata, è obbligatorio prima richiedere i permessi necessari da parte dell’Amministrazione del Parco della Maddalena. Il rischio sono sanzioni molto salate! Inoltre, bisogna ricordare che l’accesso è permesso solo in alcune zone dell’isola e bisogna rispettare i limiti di balneazione e navigazione.

Il Parco nazionale delle Cinque Terre è tra i più popolari al mondo: l’unico italiano in top 10

3 avril 2026 à 07:30

Non è il Grand Canyon, né lo Yosemite National Park, e non si trova nemmeno dall’altra parte del mondo, tra le spettacolari cascate dell’Iguazú. Eppure, tra i parchi nazionali più amati e recensiti del pianeta, c’è anche un angolo d’Italia che si è fatto spazio tra i giganti della natura: è il Parco nazionale delle Cinque Terre, che secondo una recente classifica è riuscito a entrare nella top 10 globale dei parchi nazionali patrimonio UNESCO più popolari al mondo. Un risultato che non parla solo di bellezza, ma di un modo unico di vivere il territorio, capace di conquistare i viaggiatori da ogni parte del mondo.

L’eremo di Camaldoli e le sue foreste sono diventati set di una nuova serie Tv Netflix

11 mars 2026 à 07:30

Nel cuore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, tra antichi abeti bianchi, faggete vetuste e silenzi che raccontano mille anni di storia, il monastero di Camaldoli sta vivendo un momento d’eccezione: le sue vallate e i sentieri verdi sono stati scelti come location per le riprese di una nuova serie targata Netflix.

Questa produzione internazionale, ispirata alla serie di videogiochi Assassin’s Creed, ha trasformato una delle aree più suggestive dell’Appennino toscano in un set dal forte impatto visivo, attirando l’attenzione dei fan degli scenari storici e avventurosi.

Le riprese di Assassin’s Creed proprio in questo luogo

Le riprese della serie Assassin’s Creed sono attualmente in corso nei boschi circostanti il monastero e l’Eremo di Camaldoli e nelle aree più suggestive del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, trasformando sentieri, radure e faggete in veri e propri set cinematografici. La scelta di questa location non è casuale. Il progetto live-action sviluppato da Ubisoft vede le ambientazioni storiche di Firenze come centrali e quindi le foreste toscane sono un’estensione naturale per questa produzione.

La produzione ha infatti voluto coniugare la trama ricca di mistero e avventura con paesaggi naturali capaci di evocare atmosfere antiche e suggestive.

Secondo le prime informazioni ufficiali, la troupe lavorerà intensamente per diverse settimane, impegnando maestranze e comparse locali in un progetto che promette di coniugare la grande produzione internazionale con lo spirito e l’identità del territorio casentinese.

Nonostante il riserbo su cast e dettagli narrative, tra le indiscrezioni circola il nome dell’attore australiano Toby Wallace, mentre il debutto della serie è ipotizzato tra la seconda metà del 2026 e il 2027.

La scelta del Parco Casentinese e dell’Eremo di Camaldoli è inoltre un grande riconoscimento per la qualità ambientale e paesaggistica di questi luoghi: scenari boschivi incontaminati, ampi spazi e la forte connessione tra uomo e natura hanno reso questa zona perfetta per un progetto che parla di storia, conflitti antichi e luoghi ricchi di simbolismo.

La serie Assassin’s Creed è girata in Toscana: Camaldoli come location
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Il monastero di Camaldoli in Toscana

Dove si trova e come raggiungerlo

Il monastero di Camaldoli si trova in provincia di Arezzo, nel comune di Poppi (Toscana), a circa 815 metri di quota immerso nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna. Questo complesso monastico fu fondato all’inizio del XI secolo da San Romualdo di Ravenna e nel corso dei secoli ha mantenuto la sua vocazione spirituale diventando meta di pellegrinaggi ma anche di escursioni e visite culturali.

Per raggiungere il monastero è possibile utilizzare l’auto. Da Arezzo – lontana circa 50 chilometri – si prosegue per Bibbiena/Casentino e dopo aver superato Bibbiena si andrà avanti finché non si troverà la deviazione a sinistra per Camaldoli.

Partendo dal Monastero di Camaldoli, un sentiero CAI percorribile in circa 1 ora e mezza conduce all’Eremo di Camaldoli, regalando scorci naturalistici unici in mezzo al verde. L’eremo si trova anche sulla via di svariati cammini spirituali come quello di San Romualdo che parte da Sant’Apollinare in Classe (Ravenna). In alternativa l’eremo si può anche raggiungere in auto.

Il fascino di questo luogo, ora amplificato dalla presenza di una produzione cinematografica di richiamo internazionale, offre un motivo in più per visitare uno degli angoli più incredibili della Toscana, dove storia e natura si incontrano.

Camaldoli e il Parco delle Foreste Casentinesi come location di Assassin’s Creed
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Vista panoramica delle Foreste Casentinesi

Tornano i tour speciali a Pianosa, l’isola toscana disabitata che solo pochi possono visitare

28 février 2026 à 07:30

C’è un’isola nell’Arcipelago Toscano dove il silenzio invade ogni spazio e il tempo sembra rallentare: è l’isola di Pianosa. Un lembo di terra strappato al mare circondato da acque trasparenti che sfumano dal turchese al blu profondo. Appare all’orizzonte come una linea sottile sospesa tra cielo e acqua, dove per secoli è rimasto attivo il carcere di massima sicurezza: oggi è un paradiso protetto dentro il Parco Nazionale Arcipelago Toscano, visitabile solo a numero chiuso.

Con l’avvicinarsi della primavera torna un’occasione speciale per raggiungere quest’isola lontana dalla frenesia della vita quotidiana ed esplorarne le meraviglie nascoste: le visite guidate speciali con partenza in nave da Piombino, prenotabili online a partire dal 2 marzo 2026.

L’isola sarda di Budelli torna alla natura, sarà abbattuta Casa Morandi, l’ultima traccia dell’uomo

27 février 2026 à 07:30

Tra le isole più affascinanti e incontaminate dell’Arcipelago di La Maddalena, Budelli è da sempre un simbolo di bellezza selvaggia. La sua Spiaggia Rosa, d’altronde, l’ha resa celebre in tutto il mondo e le ha conferito un’aura quasi magica. Per decenni, un uomo solo ha incarnato lo spirito di quell’isola: Mauro Morandi, il “Robinson Crusoe” italiano, che nel 1964 si trasferì in un rudere militare a ridosso della spiaggia, trasformandolo in una dimora spartana per vivere a contatto con la natura. La sua presenza ha intrecciato la storia dell’isola con racconti di solitudine, amore per la natura e l’ambiente del luogo e resistenza ai tempi moderni.

Con il passaggio dell’isola al Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena nel 2016, però, dopo lunghe vicende giudiziarie che annullarono la vendita a un imprenditore neozelandese, è iniziata una nuova fase per Budelli. La casa di Morandi, pur intrisa di storia, non rispondeva più ai requisiti di abitabilità stabiliti dall’ente pubblico. Dopo la sua uscita, il Parco aveva inizialmente ipotizzato interventi di bonifica e la creazione di un piccolo infopoint, ma l’area, classificata di massima tutela ambientale, non avrebbe potuto ospitare alcuna struttura senza danneggiare irreversibilmente l’ecosistema. La decisione definitiva è ora chiara e netta: restituire l’isola alla natura, cancellando ogni traccia della presenza umana e riportando Budelli al suo stato originario.

Il Lago di Pilato in inverno e la leggenda del “lago con gli occhiali” tra i Monti Sibillini

17 janvier 2026 à 14:30

Inverno: stagione di leggende, di miti. Il freddo, la neve, i boschi frondosi che non fanno passare la tenue luce del sole, la nebbia che al mattino occlude la vista: tutti ingredienti che nel corso dei secoli hanno portato al consolidarsi di un corpus di storie popolari per nutrire l’immaginazione, in particolar in quei luoghi in cui la natura ha una forma particolare, come tra le montagne aguzze dei Monti Sibillini. Quando l’inverno li investe, il già particolare paesaggio si trasforma: le vette e i crinali si caricano di neve e ghiaccio, i boschi si tingono di bruno e si spogliano delle loro chiome. In questo scenario, nel cuore dell’Appennino centrale, è custodito il Lago di Pilato.

Situato nel cuore del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, il Lago di Pilato si trova a 1.941 metri di altitudine, sotto la maestosa ombra del Monte Vettore, la cui cima raggiunge i 2.476 metri, la più alta della catena. È l’unico lago naturale di origine glaciale nelle Marche e uno dei pochi bacini di alta quota dell’intero Appennino centrale. In inverno, la visione del lago, quando è raggiungibile, è ben diversa da quella estiva: spesso è immerso nella neve e le sue acque possono essere completamente coperte di ghiaccio. La neve in questo caso non è solo un elemento scenografico, ma è parte integrante del ciclo vitale del lago, che si forma e resiste durante l’anno proprio grazie allo scioglimento delle nevi accumulate nei mesi freddi.

Lago di Pilato: un luogo unico e fragile

Il Lago di Pilato è una vera e propria gemma incastonata tra le maggiori vette dei Monti Sibillini: il Monte Vettore, la Cima del Redentore, la Cima del Lago e il Pizzo del Diavolo, tutti ben oltre quota 2.000 metri, gli fanno da corona. Ma oltre a essere un luogo speciale dal punto di vista paesaggistico è anche un piccolo santuario di biodiversità: le sue acque ospitano, infatti, il Chirocefalo del Marchesoni (Chirocephalus marchesonii), un minuscolo crostaceo endemico che vive solo qui in tutto il mondo, in questo piccolo specchio d’acqua gelida dall’estensione intermittente.

La presenza del rarissimo invertebrato ha reso il Lago di Pilato oggetto di una normativa speciale, che vieta di avvicinarsi alle sponde o fare il bagno. Durante la bella stagione, infatti, il Chirocefalo deposita le uova in prossimità dei margini del bacino: le uova, capaci di resistere anche fuori dall’acqua, necessitano quindi di particolare protezione.

Lago di Pilato Monti Sibillini inverno neve
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Veduta sul Lago di Pilato in primavera

Dal punto di vista geologico, il lago è il residuo di un circo glaciale formato da detriti morenici antichi: la sua presenza è una testimonianza dell’ultima era glaciale sull’Appennino. Il lago ha peraltro una forma singolare, con due conche interconnesse nei periodi di maggiore abbondanza d’acqua, e pertanto viene anche chiamato il lago con gli occhiali. Nei periodi di siccità, invece, l’acqua si ritrae e i due specchi diventano più piccoli e separati.

Visitare il lago in inverno non è facile, poiché il percorso è piuttosto accidentato anche nella bella stagione. L’arrivo di freddo, ghiaccio e neve rende l’itinerario appannaggio solo dei più esperti e debitamente attrezzati: da Foce di Montemonaco si attraversano boschi innevati e pendii candidi con l’aiuto di ciaspole, bastoncini e ramponi, fino ad arrivare alla conca morenica dove si trova il lago.

Le leggende del Lago di Pilato

Le incombenti vette, la posizione remota, l’aspetto mutevole del Lago di Pilato sono tutti ingredienti che hanno contribuito alla leggenda che circonda il misterioso specchio d’acqua. Vuole infatti la tradizione popolare che il nome attribuitogli derivi dalla figura di Ponzio Pilato, il governatore romano responsabile della condanna a morte di Gesù Cristo.

La leggenda narra che Pilato chiese di essere sepolto in un luogo remoto e solitario. Il suo corpo, trascinato su un carro trainato da due bufali impazziti, avrebbe percorso migliaia di chilometri fino alle pendici dei Monti Sibillini, gettandosi nelle acque profonde del lago.

Il mito è riportato in un vecchio tomo, Le Paradis de la reine Sibylle, scritto nel 1420 da Antoine de la Sale, uomo d’arme e letterato francese che in quell’anno visitò l’Italia centro-meridionale al seguito del re Luigi III d’Angiò. Tra le sue peregrinazioni marchigiane, de la Sale racconta di aver visitato il Lago di Pilato e riporta le varie leggende che gli abitanti di Montemonaco, l’abitato più vicino, erano soliti raccontare circa le vette e le particolari meraviglie naturali del loro territorio. Si raccontava che al lago venissero consacrati libri di magia nera e che vi si evocassero spiriti maligni, e pertanto de la Sale dovette addirittura richiedere a Norcia un salvacondotto che gli permettesse di effettuare la visita al Lago.

Anche se oggi il lago è visitato da escursionisti e amanti della natura, l’aura di mistero non è del tutto svanita: camminando sulla neve verso la conca glaciale, è facile lasciarsi affascinare dall’eco di storie antiche e leggende senza tempo.

Cosa fare sui Monti Sibillini in inverno

L’inverno sui Monti Sibillini, in ogni caso, offre tante opportunità oltre al Lago di Pilato per incontrare meravigliosi panorami innevati e impegnarsi in attività all’aria aperta alla portata di tutti.

Una delle esperienze più amate è l’escursionismo con le ciaspole, un’attività sempre più diffusa e perfetta per esplorare altopiani, boschi e vallate senza affrontare difficoltà tecniche eccessive, ma godendosi la neve e quello che il suo manto candido dona al paesaggio.

Lago di Pilato Monti Sibillini inverno neve
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In inverno le cime dei Sibillini hanno un’aura misteriosa

Itinerari come quelli nei dintorni di Castelluccio di Norcia, delle Piane di Santa Scolastica o lungo i versanti meno esposti del Monte Vettore permettono di immergersi in panorami innevati spettacolari, spesso accompagnati solo dal rumore dei propri passi sulla neve. Per godersi l’esperienza fino in fondo, le uscite guidate sono una valida opzione per chi desidera muoversi in sicurezza e conoscere meglio il territorio, in particolare per chi arriva da fuori regione.

Anche gli appassionati di sci possono trovare sui Monti Sibillini pane per i loro denti, quando l’innevamento lo consente. Le principali stazioni sciistiche si trovano a Bolognola, nelle vicinanze di Sarnano, e a Frontignano di Ussita, e offrono sia piste da discesa che alcuni tracciati per lo sci di fondo.

L’inverno, inoltre, è anche un ottimo momento per scoprire paesaggi naturali e cittadini: la succitata Sarnano, Montemonaco, Visso o Ussita sono tutte ottime opzioni per scoprire borghi e abitati di grande fascino, immersi nelle strette vallate tra i rilievi dei Sibillini. In una stagione dove il turismo è poco, si può davvero respirare l’atmosfera vera di questa zona d’Italia troppo spesso sottovalutata, cogliendone ogni aspetto culturale e di vita.

Lago di Pilato Monti Sibillini inverno neve
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Castelluccio di Norcia sotto la neve

Parco delle Foreste Casentinesi in inverno: trekking fra boschi, eremi e silenzio

1 décembre 2025 à 16:30

Il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna è un’ampia distesa di boschi che coprono i rilievi, ora dolci ora più aspri, della dorsale dell’Appennino fra la Toscana e la Romagna. Un universo naturale in miniatura, lontano dalla frenesia urbana, pronto ad accogliere sul suo vasto territorio i tanti visitatori che ne percorrono i sentieri, ne scalano le vette, ne esplorano i luoghi d’interesse legati alla storia e alla spiritualità in tutte le stagioni.

Questo ampio territorio che abbraccia l’Appennino tosco-romagnolo mostra in ogni caso il suo volto più autentico nei mesi freddi: i boschi delle Foreste Casentinesi, caratterizzati soprattutto dalla silenziosa quanto maestosa presenza di ampie faggete, si spogliano delle proprie chiome multicolori; spesso la neve spolvera le cime e i passi della dorsale appenninica, mentre con la minore presenza antropica cervi e caprioli, tassi, donnole, istrici e cinghiali tornano padroni del territorio. Sebbene l’inverno renda alcuni percorsi certamente più impegnativi, è questo il periodo in cui si può camminare tra faggi secolari, raggiungere antichi eremi nascosti al riparo dei boschi, avventurarsi lungo itinerari immersi nella neve.

L’inverno nel Parco: clima e consigli pratici

Chi sceglie di visitare il Parco delle Foreste Casentinesi in inverno deve prepararsi a vivere condizioni molto diverse dal resto dell’anno. Malgrado una altitudine che non è paragonabile ai rilievi e alle vallate alpine, le temperature sono decisamente più rigide rispetto ai territori più antropizzati. La neve cade con regolarità, soprattutto al di sopra dei 900 metri di altitudine, trasformando completamente il paesaggio e rendendo alcuni tratti dei sentieri più difficili da individuare.

Foreste Casentinesi inverno
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Esplorare le Foreste Casentinesi sotto la neve è un’esperienza unica

Il consiglio è sempre quello di informarsi sullo stato dei percorsi, consultare i bollettini meteo e contattare eventualmente i Centri Visita del Parco di Bagno di Romagna, Badia Prataglia e Santa Sofia. Camminare utilizzando un navigatore con GPS, una traccia digitale precedentemente scaricata e una cartina aggiornata rimane una buona pratica, anche per sentieri apparentemente semplici.

L’inverno, però, dona anche esperienze che non si trovano in altri periodi dell’anno: la luce che attraversa gli alberi spogli è più nitida; il bosco si riempie di suoni ovattati, tra i quali spicca lo scrocchiare della neve sotto gli scarponi; il cielo limpido e il candore della neve regalano un contrasto scenografico.

Quattro escursioni d’inverno nel Parco delle Foreste Casentinesi

Gli oltre 368 chilometri quadrati di territorio del Parco delle Foreste Casentinesi sono coperti all’80% da boschi. Sotto le chiome degli abeti, delle querce e dei faggi, però, si scopre una varietà di scenari enorme: vette oltre i 1500 metri di altitudine; sorgenti di fiumi grandi e piccoli, che scorrono verso la Toscana e verso la Romagna; laghi, laghetti e cascate mastodontiche; emergenze geologiche come rupi calcaree, marne e cavità naturali; centri abitati piccoli ma ricchi di tradizioni e di una storia antica e preziosa; edifici religiosi dalle radici profonde immersi nel silenzio.

Avventurarsi in un trekking d’inverno nel Parco delle Foreste Casentinesi significa esplorare tutti questi contesti, arricchiti dalle peculiarità della stagione fredda, magari dopo che una fitta nevicata ha regalato un manto bianco a tutto quello che circonda chi cammina.

Dall’Eremo di Camaldoli al Passo dei Fangacci

L’Eremo di Camaldoli, splendido e antico complesso religioso fondato da San Romualdo nell’undicesimo secolo, è uno dei luoghi più evocativi di tutto il Parco, oltre che uno dei più noti. Se si ha la fortuna di visitarlo dopo una nevicata, il colpo d’occhio assume un’ulteriore magia: gli edifici dal profilo austero, consuetamente silenziosi, assumono ancor più carattere sotto un velo bianco.

Partendo dal monastero, si sale attraverso un bosco fitto di alti abeti e faggi monumentali: i primi mantengono la loro chioma scura per tutta la stagione e regalano un profumo caratteristico al sottobosco, i secondi si spogliano del loro manto, che giace ora ai loro piedi. La salita è dolce e graduale, adatta anche a chi non ha grande esperienza, purché equipaggiato con calzature adatte e, in caso di neve, con ciaspole. Da notare che, peraltro, questo percorso è segnalato sulla cartellonistica del Parco come sentiero per sci di fondo, alternativa praticabile per affrontarlo in caso di abbondante nevicata: sciare sotto i rami innevati dei faggi, che si innalzano come le pareti di una cattedrale attorno all’ampio sentiero, è una emozione unica.

Il percorso termina al Passo dei Fangacci, dove si trova un rifugio generalmente aperto. L’escursione è semplice e non molto lunga: sono circa tre chilometri e mezzo per il tragitto di andata. Se non c’è neve l’itinerario, comunque suggestivo grazie alla splendida faggeta, può essere percorso in poco più di un’ora, mentre quando c’è la neve diventa un po’ più impegnativo ma comunque adatto a tutti, indipendentemente dall’utilizzo di ciaspole o sci di fondo.

Un pezzo del Sentiero delle Foreste Sacre

Il Sentiero delle Foreste Sacre è uno dei tanti itinerari del Parco delle Foreste Casentinesi. È un cammino organizzato su più tappe che collega alcuni dei luoghi spirituali più importanti del territorio, come Camaldoli e il Santuario della Verna. In inverno si può scegliere di percorrerne solo un tratto, selezionando la sezione più panoramica e aperta del crinale.

Foreste Casentinesi inverno
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L’atmosfera unica del Santuario della Verna nella nebbia

Una delle opzioni migliori è quella di partire dal Passo della Calla, che solitamente si incontra all’inizio della tappa 4, e dirigersi verso l’Eremo di Camaldoli. Si percorre così tutta la dorsale che guarda la Romagna: il sentiero attraversa faggete imponenti, ma ha anche splendidi balconi panoramici sul territorio tutt’attorno.

Il più suggestivo è Poggio Scali, dove nei giorni più limpidi si aprono viste sull’Appennino innevato che tolgono il fiato. Si tratta di un’escursione di media difficoltà: il dislivello non è elevato, ma si è spesso esposti alle intemperie e con la neve o il ghiaccio alcuni tratti di discesa diventano impervi.

Il Lago di Ponte e la magia della galaverna

Per chi cerca un percorso più tranquillo e adatto a tutti, l’anello che si dipana attorno al Lago di Ponte, vicino a Tredozio, è una scelta perfetta. Il sentiero parte dal Passo del Tramazzo, scende fino ad incontrare il corso dell’omonimo torrente, fino ad arrivare al piccolo specchio d’acqua artificiale, circondato dal bosco e a poca distanza da un rifugio.

In inverno spesso le rocce che circondano il torrente si ricoprono di cristalli di ghiaccio, creando scenari fiabeschi. Dato il surplus di umidità della zona, non è difficile assistere al fenomeno della galaverna: la nebbia e l’umidità dell’aria gelano attorno ai rami spogli degli alberi, ricoprendoli di una sottile patina di ghiaccio. Una circostanza affascinante che regala un tocco romantico in più al paesaggio.

Quella al Lago di Ponte è una camminata semplice ma suggestiva, perfetta per chi desidera vivere l’atmosfera invernale del Parco senza affrontare dislivelli importanti. Dal rifugio si torna al punto di partenza passando per l’altro lato del lago e un sentiero per buona parte diverso da quello dell’andata.

L’escursione al Monte Falterona, dove nasce l’Arno

L’escursione a Capo d’Arno, alle pendici del Monte Falterona, è un grande classico del Parco delle Foreste Casentinesi. Un itinerario facile che d’inverno assume qualche connotato di difficoltà in più, ma anche di fascino.

Foreste Casentinesi inverno
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Verso il Monte Falterona nella neve

Il percorso parte generalmente dal versante toscano, salendo in auto da Castagno d’Andrea alla Fonte del Borbotto. Passando per una silenziosa faggeta ammantata nelle tinte invernali si arriva a Capo d’Arno, la sorgente del principale fiume toscano. In inverno la fonte si presenta come una piccola conca ghiacciata circondata da faggi spogli.

Solo per i più esperti da qui si può affrontare la salita verso la vetta del Monte Falterona, una delle cime più elevate del Parco, da cui godere di panorami stupendi, specie se dopo una nevicata.

Alla scoperta dell’Alta Murgia tra paesaggi aspri e colori inaspettati

21 septembre 2025 à 12:30

C’è una Puglia che sfugge ai cliché da cartolina, che non si affaccia sul mare, ma sulle infinite onde di una terra antica, aspra e assolutamente vera: è l’Alta Murgia, un altopiano calcareo che si estende tra le province di Bari e Barletta-Andria-Trani, dove la natura si manifesta nella sua forma più essenziale, modellata dal tempo, dal vento e da millenni di presenza umana.

Dal 2004 questa vasta area (circa 68.000 ettari) è protetta come Parco Nazionale dell’Alta Murgia, un tesoro di biodiversità che custodisce specie rare come il falco grillaio e una flora mediterranea che profuma di timo, rosmarino e libertà. Il paesaggio, segnato da formazioni carsiche, doline, lame e gravine, è un “inno alla geologia”, tanto da essere stato inserito, dal settembre 2024, nel sistema mondiale dei Geoparchi UNESCO.

Cosa vedere: le meraviglie del Parco dell’Alta Murgia

Visitare l’Alta Murgia significa lasciarsi guidare dalla curiosità, poiché ogni scorcio racconta una storia differente. Al centro di tutto, svetta Castel del Monte, capolavoro di architettura medievale voluto da Federico II. La sua forma ottagonale, perfetta e misteriosa, domina l’altopiano con una presenza quasi metafisica. Patrimonio dell’Umanità UNESCO dal 1996, è il simbolo indiscusso non solo della Murgia ma di tutta la Puglia.

Ma siamo appena all’inizio. A Spinazzola, le miniere di bauxite in località Murgetta colorano il paesaggio con tonalità rosso fuoco e danno vita a uno scenario lunare che sorprende e incanta. A Gravina in Puglia, il maestoso Castello Svevo racconta la potenza di un passato che ha lasciato segni profondi, mentre poco distante il Parco archeologico di Botromagno e del Padre Eterno riporta alla luce l’importante passato del territorio.

E se la natura è il cuore del parco, la scienza lo illumina. A Ruvo di Puglia, il Museo Erbario raccoglie la memoria verde della Murgia, con esemplari che svelano l’intelligenza delle piante nel loro adattarsi a condizioni spesso estreme. E nel sottosuolo si nascondono altri segreti: nella Grotta di Lamalunga, ad Altamura, è stato ritrovato lo scheletro dell’Uomo di Altamura, fossile umano tra i più completi e antichi d’Europa, rimasto intrappolato nella roccia calcarea per oltre 130.000 anni.

Per chi ama i paesaggi lunari, il Pulo di Altamura e il Pulicchio di Gravina offrono il fascino delle grandi doline carsiche, mentre la Cava dei Dinosauri, sempre ad Altamura, conserva impronte fossili che risalgono a oltre 80 milioni di anni fa. A Corato, la Necropoli di San Magno apre una finestra sulla civiltà peuceta, tra sepolture monumentali e resti millenari.

Non mancano le oasi verdi come la Foresta Mercadante, che si estende tra Altamura e Cassano delle Murge, o il Bosco Mesola e la Pineta Galietti, dove il silenzio è rotto soltanto dal fruscio del vento e dal canto degli uccelli. A completare il quadro, ci sono i borghi storici, con Altamura e Gravina in Puglia che incantano con il loro patrimonio culturale, le chiese rupestri, i ponti storici e le piazze in pietra bianca che riflettono la luce come specchi.

La dolina chiamata Pulo nel Parco Nazionale dell'Alta Murgia, Puglia
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Lo spettacolare Pulo di Altamura

I sentieri dell’anima: escursioni nell’Alta Murgia

L’Alta Murgia si conosce senza fretta, lasciando che siano le pietre, il vento e la luce a raccontare. Il Sentiero del Pulo di Altamura, ad esempio, conduce all’interno di una delle doline più spettacolari d’Europa, tra grotte e pareti scoscese.

Un altro itinerario da seguire è il Castel del Monte Trail, che si snoda tra colline ondulate e tratti di macchia mediterranea. Il castello, visibile da lontano, sembra avvicinarsi ad ogni passo, come una visione che guida e ispira. È un percorso di media difficoltà, ma la fatica è ripagata dal paesaggio, che cambia colore con le stagioni.

Per chi cerca relax e contatto con la natura, la Foresta Mercadante è la scelta ideale: i sentieri attraversano pinete fitte e fresche, ideali per il birdwatching e le passeggiate in famiglia. Anche nei mesi estivi, la temperatura rimane gradevole, regalando ristoro e bellezza.

Più selvaggio è il cammino lungo la Gravina di Botromagno, tra canyon naturali, antiche masserie e punti panoramici: qui si percepisce la forza geologica della terra, che ha inciso solchi profondi nella roccia e creato habitat straordinari per flora e fauna.

Infine, le vie di Castel del Monte propongono un percorso ad anello al cospetto di lame, boschi e antiche costruzioni rurali. Si incontrano jazzi, ovili in pietra, e masserie fortificate che parlano della vita contadina, del duro lavoro nei campi, del legame indissolubile tra uomo e terra.

Paesaggio della campagna con le antiche case rupestri a Gravina in Puglia
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Il suggestivo panorama a Gravina di Puglia

Cala Brigantina, la spiaggia nascosta di Caprera dove il tempo si ferma e la natura respira

14 juillet 2025 à 16:12

Immersa nel cuore dell’Isola di Caprera, all’interno del Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena, Cala Brigantina è una delle spiagge più selvagge e suggestive della Sardegna.

Questo piccolo gioiello, incastonato tra rocce granitiche e profumata macchia mediterranea, è il posto ideale per chi cerca natura incontaminata, acque cristalline e tranquillità assoluta, lontano dai circuiti turistici più affollati.

Raggiungibile solo a piedi o via mare, Cala Brigantina rappresenta una tappa imperdibile per gli amanti del trekking, dello snorkeling e del kayak. L’accesso al sentiero escursonistico, però, è consentito solo se accompagnati da una guida ambientale autorizzata, poiché l’area è soggetta a tutela integrale da parte del Parco.

Tesori verdi e sapori autentici: la BBC esalta i parchi nazionali italiani

Par : elenausai10
10 juillet 2025 à 09:58

I turisti stranieri amano l’Italia: dalle spiagge sulla costa alle città d’arte. Ma soprattutto amano il cibo, così diverso e peculiare che contraddistingue ognuna delle nostre regioni. Eppure, molto spesso, non sanno che le avventure gastronomiche più interessanti possono essere trovate nei luoghi più inaspettati: quelli naturali. A parlarne è la BBC che, in un articolo, racconta quanto possano essere speciali i parchi nazionali per chi è alla ricerca di natura e ottimo cibo.

L’Italia vanta ben 26 parchi nazionali che si estendono dalle Alpi a nord fino alle sue coste frastagliate al sud, abbracciando catene montuose, cascate, foreste secolari, borghi pittoreschi e città fantasma. Oltre a provvedere a un’infinità di attività all’aria aperta, offrono anche paesaggi ricchi di biodiversità dove fattorie, vigneti e frutteti, tramandati di generazione in generazione, propongono le loro prelibatezze.

Avventure gastronomiche tra i parchi nazionali italiani

In Italia, molti prodotti agroalimentari di eccellenza provengono da territori inclusi nei parchi nazionali. A differenza delle aree protette negli Stati Uniti, per esempio, dove a dominare è la natura selvaggia, in quelle italiane non è inusuale incontrare la presenza umana sotto forma di attività agricole, pastori e viticoltori. Ecco che, quindi, durante un’escursione in montagna, potreste tornare con molto più che qualche foto: dai formaggi, prodotti con il latte delle mucche che vedete pascolare all’aperto, alle esperienze culinarie definite “dal parco alla tavola”.

Come ha dichiarato una guida ambientale ai giornalisti della BBC: “In Italia, le persone e la natura vanno di pari passo. Non sono due cose separate. È proprio un’idea filosofica“. Di conseguenza, la ricca biodiversità italiana, combinata con l’antica impronta pastorale, ha dato vita a un’enorme varietà di prodotti enogastronomici, coltivati nel corso dei secoli e tuttora venerati.

Qui, è facile trovare molti prodotti a chilometro zero, dai formaggi alla carne, fino alle verdure autoctone. Chi vuole mangiare cibo autentico, tipico e genuino, è nei parchi nazionali che dovrebbe organizzare la propria vacanza. Anche se non succede molto spesso. Il motivo? Gli esperti del settore affermano che la narrativa del turismo italiano all’estero è ancora troppo focalizzata sulle città d’arte e sulle destinazioni iconiche, mentre i parchi sono visti solo come riserve naturali, non come luoghi di cultura gastronomica.

I parchi nazionali consigliati dalla BBC

All’interno del suo articolo, la BBC consiglia ai lettori alcuni parchi nazionali italiani da visitare durante i loro viaggi. Tra questi, viene citato il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi dove, dopo aver ammirato il Lago degli Idoli, un lago sacro agli antichi Etruschi, si va ad assaporare formaggi freschi come il raviggiolo o la ricotta, il prosciutto del Casentino, castagne, marmellate di frutti di bosco e miele.

A chi visita Roma, invece, viene consigliata una tappa al Parco Nazionale del Circeo, sulla Riviera di Ulisse, dove provare i kiwi di Latina, i pinoli di Sabaudia e i bufali d’acqua pontini, il cui latte è usato per produrre deliziosi prodotti caseari.

Nella lista non manca il Parco Nazionale del Pollino, la più grande area selvaggia protetta d’Italia dove, tra i prodotti più famosi, spiccano il fagiolo poverello bianco di Mormanno, le cipolle bianche di Castrovillari, il caciocavallo della Sila e i peperoni di Senise.

Infine, vengono citati anche il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, con i suoi agriturismi, e il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, tra formaggi, polenta e miele.

Peyto, il lago a forma di lupo che brilla d’azzurro glaciale

30 juin 2025 à 14:56

Tra i fantastici gioielli naturali del Canada, nel cuore delle maestose Montagne Rocciose, si nasconde una meraviglia dal fascino selvaggio e incontaminato: il Lago Peyto, alimentato dai ghiacciai. Questo bacino glaciale, famoso per la sua forma che ricorda la testa di un lupo e per le sue acque dal colore turchese brillante, attira ogni anno migliaia di visitatori, turisti e fotografi da tutto il mondo.

Situato nel Parco Nazionale di Banff (il primo parco canadese istituito nel 1885), in Alberta, rappresenta uno dei paesaggi più iconici e spettacolari del Nord America. Chi lo visita ne resta incantato, non solo per la sua bellezza, ma anche per l’atmosfera di silenzio e solennità che avvolge l’intera area naturale.

Dove si trova il Lago Peyto: un angolo di paradiso tra le vette canadesi

Il Lago Peyto si trova lungo la celebre Icefields Parkway – Highway 93 – considerata una delle strade panoramiche più suggestive al mondo, a circa 40 chilometri a nord del noto Lago Louise. Immerso nella catena montuosa Waputik, a circa 1880 metri di altezza, questo lago glaciale è circondato da alte vette, foreste alpine e ghiacciai secolari.

Deve il suo nome a Bill Peyto, una delle prime guide escursionistiche e cacciatori di pellicce della zona di Banff, figura leggendaria della storia canadese. La sua posizione remota e sopraelevata regala viste mozzafiato e un senso di immersione totale nella natura più autentica, rendendolo una tappa imperdibile per ogni viaggiatore.

Il colore e la forma: un lupo scolpito nell’acqua

Ciò che rende davvero unico il Lago Peyto è il colore straordinario delle sue acque, che variano tra il turchese e l’azzurro glaciale a seconda della luce e della stagione. Questo fenomeno è causato dalla presenza delle polveri rocciose, finissime particelle minerali trasportate dai ghiacciai, che rifrangono la luce solare creando tonalità quasi irreali.

Osservato dall’alto, il lago assume una forma sorprendentemente simile alla sagoma di un lupo col muso e le orecchie dritte, un dettaglio che ha ispirato racconti e interpretazioni artistiche.

Punto panoramico Bow Summit
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Punto panoramico a Bow Summit

Il punto panoramico Peyto Lake Viewpoint a Bow Summit, facilmente raggiungibile con un breve sentiero asfaltato offre la vista migliore per cogliere questa straordinaria somiglianza. Da qui si può godere del paesaggio a 360°: cime innevate, valli, boschi e ovviamente il lago. In alta stagione è consigliato giungere qui la mattina presto o nel tardo pomeriggio.

Quando visitarlo e cosa fare nei dintorni

Il momento ideale per visitare il Lago Peyto in Canada è durante l’estate, da giugno a settembre, quando le temperature sono più miti e le acque del lago mostrano tutta la loro intensità cromatica. In autunno, il paesaggio si arricchisce di colori caldi grazie ai larici che si tingono d’oro, regalando un’atmosfera ancora più suggestiva. In inverno, invece, il lago gela e il territorio intorno è coperto da una fitta coperta di neve, come nelle favole.

quando andare al Lago Peyto
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Lago Peyto ghiacciato

Oltre al famoso punto panoramico, gli escursionisti possono cimentarsi in diversi sentieri immersi nella natura selvaggia, come il Bow Summit Lookout Trail, che regala viste ancora più ampie e tranquille.

La zona è anche perfetta per gli amanti della fotografia naturalistica e del birdwatching, con la possibilità di avvistare marmotte, stambecchi, aquile e persino orsi. Inoltre, le recenti migliorie infrastrutturali hanno reso l’area più accessibile anche per chi ha mobilità ridotta, rendendo l’esperienza ancora più inclusiva e appagante per tutti.

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