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Alla scoperta di Hvar, l’isola tra yacht, mojito e tramonti mozzafiato

6 juin 2025 à 14:39

Tra tutte le isole della Croazia, probabilmente Hvar è quella che si fa notare di più. Non solo per il mare che sembra finto o per i campi di lavanda che profumano l’aria d’estate, ma perché qui il Mediterraneo si mostra in versione patinata, quasi impertinente. Da queste parti, infatti, l’atmosfera ha qualcosa di molto più internazionale: yacht ormeggiati al porto, beach club che sembrano usciti da Ibiza, e un centro storico di pietra chiara che al tramonto si trasforma in una passerella.

Non vi sorprenderà quindi sapere che Hvar, nel corso degli anni, si è trasformata nella meta prediletta di chi cerca il mix perfetto tra natura e lusso, tra aperitivi in terrazza e calette raggiungibili solo via mare.

Dove si trova e come arrivare a Hvar

La particolarissima Hvar sorge nel cuore della Dalmazia centrale, in Croazia. Affacciata sul mar Adriatico, a sud di Spalato, è una delle isole più famose e soleggiate del Paese. Qui non c’è alcun aeroporto, per questo l’unico modo per arrivarci è via mare. La rotta più comune è: volo fino a Spalato (Split), che ha uno scalo internazionale ben collegato con le principali città italiane ed europee. Da lì occorre prendere un bus o un taxi che in circa 30-40 minuti conduce al porto, da dove poi salire su un traghetto o catamarano per Hvar.

In alta stagione, le corse sono frequenti e i biglietti si esauriscono in fretta, quindi meglio prenotare con anticipo. In alternativa, ci sono anche collegamenti marittimi da Dubrovnik, Makarska e da altre isole vicine come Korčula e Brač.

Cosa fare e vedere a Hvar

Hvar è un’isola quasi magnetica, in grado di ammaliare con la sua acqua trasparente, i tramonti infuocati e una vita notturna che poche isole del Mediterraneo possono permettersi. Contemporaneamente, basta uscire dai soliti giri per scoprire un lato più autentico, fatto di borghi in pietra, strade di lavanda e vecchie taverne nascoste.

Hvar Town, Croazia
Fonte: iStock
Veduta di Hvar Town

Perdersi tra le vie di Hvar Town

Il punto di partenza, e in un certo senso anche quello d’arrivo, è sempre lei: Hvar Town. È il cuore elegante dell’isola, dove tutto è curato, lucido, un po’ teatrale ma ancora vero. Ricca di vie in pietra chiara che riflettono la luce in modo quasi abbagliante, è puntellata di palazzi che ricordano che i veneziani qui hanno messo radici secoli fa.

La piazza principale, Santo Stefano, è maestosa e aperta verso il mare, piena di bar e ristoranti con prezzi non proprio amichevoli, ma sedersi lì anche solo per un espresso è un piccolo rito. La città è la classica località in cui vale la pena infilarsi nei vicoli in salita, sbucare nei cortili nascosti e cercare botteghe che vendono ancora lavanda vera, olio di oliva fatto in casa, o ceramiche fatte a mano.

Quando il sole comincia a calare, è il momento migliore per salire sulla Fortezza Spagnola (Tvrdava Španjola), da dove ammirare il porto, la città vecchia e le isolette di fronte che sembrano un dipinto. Poi arriva la notte, e Hvar Town cambia pelle. I bar si riempiono, la musica si alza, le terrazze si accendono di luci e cocktail e le barche in porto si trasformano in palcoscenici galleggianti.

Esplorare le Pakleni Islands

Proprio di fronte a Hvar Town c’è un piccolo arcipelago che conquista tutti: le Pakleni otoci. Dal nome impronunciabile e che in croato significa “isole infernali”, sono una manciata di isolette selvagge, coperte da pini profumati, senza strade né auto, con calette nascoste e un mare che più limpido non si può.

Il modo più semplice per arrivarci è con un taxi boat: 5-10 euro a tratta, partono spesso dal porto di Hvar Town. Le tappe da non perdere, invece, sono:

  • Palmizana: la spiaggia più famosa, con bar, ristoranti e qualche beach club chic. In alta stagione è presa d’assalto da turisti e yacht;
  • Mlini: la caletta più indicata per chi cerca pace e silenzio. Più spartana, nessun locale elegante, solo il rumore del mare e l’ombra dei pini;
  • Ždrilca e Vlaka: due calette nascoste che pochi conoscono. Qui il tempo sembra fermarsi, e si è circondati solo dal verde e dal mare.

Meglio portare con sé sempre acqua fresca, un po’ di frutta e qualcosa da sgranocchiare. I ristoranti ci sono, ma sono pochi e i prezzi lievitano.

Borghi, lavanda e silenzi

Appena lasciata alle spalle la frenesia e il glamour di Hvar Town, l’isola è in grado di mostrare il suo volto più autentico e tranquillo. Le strade si fanno strette, si arrampicano tra colline aride e si perdono in campi infiniti di lavanda — che in giugno e luglio esplodono in un profumo e un colore difficili da dimenticare. Qui il ritmo rallenta, e i borghi diventano piccoli rifugi di pietra, dove il tempo sembra essersi fermato.

Brusje è uno di questi. Minuscolo, quasi nascosto, con una vista sul mare che toglie il fiato e un silenzio irreale. Poi c’è Velo Grablje, famoso soprattutto per il festival della lavanda che si tiene a luglio, ma affascinante in ogni stagione. Da queste parti si può camminare tra i campi viola e respirare un’atmosfera di festa contadina.

Infine Stari Grad, il porto più datato di tutta l’isola e uno dei più antichi d’Europa. Da queste parti l’atmosfera è più rilassata, meno turistica. Il lungomare è perfetto per una passeggiata al tramonto, e i ristorantini che si susseguono tra i profili della costa offrono pesce fresco senza i prezzi esagerati di Hvar Town.

La grotta di Grapčeva

Diverse soddisfazioni le possono avere anche gli amanti dell’archeologia presso la grotta di Grapčeva, che in qualche modo offre un lato meno “da cartolina” di Hvar. Situata nell’entroterra, un po’ nascosta tra le colline, è uno dei siti preistorici più importanti dell’isola. In questa zona sono stati trovati resti di antichi insediamenti risalenti a migliaia di anni fa, e arrivarci è come rivivere un pezzo di storia che fa sentire piccoli di fronte al tempo.

Tendenzialmente non ci sono folle di turisti e nemmeno grandi infrastrutture. Anzi, la grotta è piuttosto spartana e un po’ selvaggia, proprio come piace a chi desidera l’autenticità. Necessarie sono delle scarpe comode e magari una torcia se si sceglie di esplorare bene gli angoli più nascosti.

Le spiagge più belle di Hvar

Fino a questo momento, vi abbiamo parlato soprattutto del lato festaiolo di Hvar, con i suoi locali glamour e gli yacht da sogno. Ma la verità è che dietro l’immagine da star dell’Adriatico c’è un’isola che sa regalare angoli di pura natura, dove il mare è limpido come uno specchio e la tranquillità è quasi tangibile. Le sue spiagge, spesso nascoste e raggiungibili solo con un po’ di fatica, sono veri paradisi per chi ama l’acqua cristallina, i ciottoli bianchi e i panorami che tolgono il fiato.

Dubovica Beach

Dubovica Beach è una sorta di posto imperdibile per chi visita Hvar. Situata a pochi chilometri da Hvar Town, è raggiungibile con una breve passeggiata o in macchina, anche se l’ultimo tratto è un po’ ripido e richiede attenzione. Si presenta come una baia piccola, raccolta e protetta da scogli e colline ricoperte di pini. Il fondo è di ciottoli bianchi, e l’acqua è di quelle che fa venire voglia di tuffarti all’istante.

Dubovica Beach, Croazia
Fonte: iStock
Veduta di Dubovica Beach

È consigliato arrivare presto, soprattutto in alta stagione, per godersi la spiaggia e il mare ancora calmo. I servizi sono limitati, ma se si desidera fare una pausa c’è un piccolo bar-ristorante che prepara piatti semplici ma gustosi.

Baia di Milna

La Baia di Milna è l’ideale per coloro che hanno bisogno di staccare la spina. Si presenta come un’insenatura di ciottoli bianchi, circondata da pini profumati e rocce che scendono dolcemente verso un mare trasparente. Facile da raggiungere in auto con una breve strada panoramica, oppure in barca, non presenta locali alla moda né folla di turisti.

Anche in questo caso, consigliamo di avere tutto il necessario per la giornata, perché Milna è più spartana e i servizi sono pochi o assenti.

Zaraće

Per Zaraće si intendono due piccole insenature che sembrano un segreto ben custodito dell’isola. Si raggiungono con una breve camminata da una strada poco frequentata o, ancora meglio, in barca, così da godersi il panorama e arrivare direttamente al mare.

Dall’acqua cristallina come in poche altre zone dell’isola, è un vero paradiso per chi ama lo snorkeling. Niente sabbia, ma rocce levigate e piccoli ciottoli, perfetti per tuffarsi e scoprire la vita sottomarina. Anche qui si può fuggire dalla folla e in cambio immergersi in una natura ancora intatta, lontano da bar e rumori. Maschera e boccaglio sono un must, magari pure qualche snack e acqua perché i servizi sono praticamente inesistenti.

Baia Pokonji Dol

C’è poi la Baia Pokonji Dol, con la sua spiaggia di ciottoli a due passi da Hvar Town. L’atmosfera è tranquilla e autentica, ed è anche uno di quegli angoli del Paese molto amati dai locali, che la raggiungono quando vogliono un posto in cui rilassarsi senza la ressa dei turisti.

Qui c’è qualche bar dove prendere una birra fresca o un caffè, e soprattutto un accesso diretto al mare grazie a cui tuffarsi subito senza dover camminare. L’acqua è trasparente mentre l’aria ha quel profumo di pini e salsedine che fa sentire subito in vacanza.

Baia di Lučišća

La Baia di Lučišća è la spiaggia di Sveta Nedjelja, sulla costa sud dell’isola, e si presenta come uno di quei posti che conquista al primo sguardo. Composta da un mix di sassi e piccoli tratti di sabbia, vanta un mare limpido che invita subito a fare un bagno. Ma non solo: è il punto di partenza ideale per esplorare le calette vicine in barca, scoprendo angoli nascosti e baie incantevoli lontane dalla folla.

Dopo una giornata in acqua, vale la pena fermarsi in uno dei ristorantini locali che servono pesce freschissimo, con prezzi decisamente più abbordabili rispetto a quelli del centro di Hvar. Lučišća è quella località che permette di unire mare cristallino, natura e buona cucina senza la frenesia del turismo di massa.

La giungla del Guatemala sorprende ancora: scoperta un’antica città Maya

6 juin 2025 à 10:03

Nel cuore del dipartimento di Petén, nel nord del selvaggio Guatemala, gli archeologi hanno riportato alla luce un’antica città Maya risalente a quasi 3.000 anni fa. 

Il sito, chiamato Los Abuelos  (“i nonni” in spagnolo) sorge a poca distanza da Uaxactun, in un’area finora poco esplorata della giungla tropicale. Con le sue piramidi, i monumenti scolpiti e un sistema idraulico praticamente unico al mondo, questa scoperta non solo riscrive parte della storia della civiltà Maya, ma accende nuovi riflettori ancora oggi su una destinazione che affascina da sempre gli amanti dell’archeologia e dell’avventura. 

Un’occasione imperdibile, dunque, per i viaggiatori che sono costantemente alla ricerca di emozioni autentiche e di un passato ancora vivo nella pietra, secolo dopo secolo.

Una nuova spinta per il turismo in Guatemala

Los Abuelos, risalente al periodo Preclassico Medio (circa 800-500 a.C.), si estende per oltre 16 chilometri quadrati nel cuore verde del Petén, in realtà anche a breve distanza dal celebre sito di Tikal. Il ministero della cultura guatemalteco descrive la città come “uno dei più antichi e importanti centri cerimoniali” dell’intera civiltà Maya. L’architettura del sito in effetti impressiona al primo sguardo per la sua pianificazione, le sculture uniche e la presenza di una piramide alta ben 33 metri, decorata con murales del periodo Preclassico.

Per gli appassionati di viaggi culturali, questa scoperta rappresenta dunque la nascita di una nuova tappa obbligata. Visitare Los Abuelos, magari abbinandolo a un itinerario che include Uaxactun e Tikal, permette di vivere un viaggio immersivo nel passato, lontano dai circuiti turistici più battuti del Paese. È un’opportunità rara di ammirare i resti di un’antica metropoli cerimoniale ancora avvolta dal mistero della fitta giungla.

Los Abuelos e il “triangolo urbano perduto”

La scoperta di Los Abuelos, insieme ad altri due siti limitrofi, forma quello che gli studiosi hanno definito un triangolo urbano finora sconosciuto. 

Una configurazione che obbliga a riconsiderare l’organizzazione cerimoniale e politica del Petén preispanico. Al centro della città spiccano due enigmatiche sculture antropomorfe, un “vecchio” e una “vecchia”, che hanno dato il nome al sito e che, secondo gli esperti, potrebbero essere legate a culti ancestrali dedicati al culto dei defunti e degli spiriti guida.

Chi viaggia alla ricerca di significato e di cultura, oltre che di bellezza, troverà in questi ritrovamenti un invito irresistibile a esplorare non solo la geografia fisica del Guatemala, ma anche quella spirituale dei Maya. Un viaggio tra pietre millenarie, volti scolpiti e racconti dimenticati, in una terra dove ogni radice affonda nel mito. Un’avventura archeologica, certo, ma anche umana: fatta di memoria, di legami invisibili e di tracce lasciate da un popolo che continua a parlare (e a far parlare di sé, anche nel mondo cinematografico, ad esempio), silenziosamente, a chi sa ascoltare.

Le spiagge di Zara, il viaggio estivo in Croazia che il cuore non dimentica

Par : losiangelica
5 juin 2025 à 15:04

La si raggiunge con voli low cost anche in alta stagione e nel weekend: Zara è una delle località di mare della Croazia più apprezzate e con un centro storico di tutto rispetto. Ma quali sono le spiagge più belle di Zara da scoprire? In città sono poche, eppure spostandosi di pochi chilometri si trovano veri e propri gioielli, alcuni raggiungibili in auto o bus e altre in barca.

Dal relax sotto le pinete al divertimento tra beach bar e sport acquatici, ogni viaggiatore trova facilmente il suo angolo di paradiso. Se l’estate per te è sinonimo di libertà, luce e mare infinito, preparati a innamorarti di queste perle sulla costa.

Kolovare Beach

Cominciamo dalla più iconica, Kolovare beach. È la spiaggia di Zara che anche i local utilizzano per un tuffo ed è una delle più antiche. Si tratta di una distesa lunga di ciottoli con aree pavimentate e zone d’ombra tra pinete e parchi.

Ombreggiata ma anche soleggiata, dà accesso alla baia tramite scalette. L’acqua è davvero pulita e non mancano bar e ristoranti dove godersi un aperitivo. È l’opzione migliore per chi vuole fare un tuffo in città nelle ore più calde, facendo una pausa dai monumenti. Un motivo in più per sceglierla? È gratuita.

Spiagge di Zara: Kolovare Beach
Fonte: iStock
Tra le spiagge in città a Zara spicca Kolovare Beach

Borik Beach

A circa 4 km dal centro, nella zona nord di Zara, Borik conquista tutti per il suo carattere vivace e dinamico. Fa parte di un complesso alberghiero ma è accessibile al pubblico con un piccolo contributo. Mixa ciottoli, una baia sabbiosa e piattaforme in cemento per stendersi al sole. È assolutamente top per chi ama l’azione poiché propone sport acquatici, un parco acquatico e cocktail bar affacciati sul mare.

Vitrenjak Beach

Conosciuta anche come Uskok, Vitrenjak è un piccolo gioiello poco distante da Borik. Si posiziona a due passi dal club nautico locale, ha una distesa di ciottoli e acqua pulitissima. Viene scelta soprattutto dalle famiglie con bambini e dagli amanti della vela. Non mancano zone ombreggiate, bar e c’è persino un parco giochi. L’atmosfera è raccolta, intima ed è ideale per chi vuole allontanarsi dalla confusione.

Puntamika Beach

Un’altra perla della zona è Puntamika, molti l’hanno già vista immortalata in prossimità del faro. Anche qui ci sono i ciottoli ma è proprio grazie a loro che l’acqua è così calma e pulita. L’accesso al mare degrada dolcemente, risultando una scelta top per anziani e famiglie con bambini. in più è presente un beach bar decorato con bamboo che porta subito verso i tropici con la mente. Sono presenti diverse aree di gioco per bambini.

Punta Bajlo Beach

Punta Bajlo Beach sorge in una meravigliosa pineta a sud della città, e non possiamo che testimoniare il suo fascino rustico e autentico. Il parcheggio è gratuito e ombreggiato, ideale per chi arriva in auto. È rocciosa e perfetta per chi cerca pace e una connessione più intensa con la natura; il profumo dei pini si mescolano con la brezza marina per un’esperienza multisensoriale.

Queen’s Beach

Se hai sempre sognato le Maldive ma non vuoi volare lontano, Queen’s Beach a Nin fa al caso tuo. Otto chilometri di sabbia finissima, vista sulle montagne di Pag e acque basse e calde la rendono ideale per famiglie. Non solo: questa spiaggia ospita le famose terme naturali di fango curativo, note sin dall’epoca romana.

Zaton Beach

A pochi minuti dalla Queen’s beach, Zaton è una delle spiagge più amate della Croazia a due passi dal centro di Zara. La sua combinazione di sabbia, ciottoli e ombra naturale la rende perfetta per i bambini ma anche per chi vuole un po’ di riparo dai raggi diretti del sole. I servizi sono eccellenti: giochi d’acqua, noleggio attrezzature, bar e docce. Un piccolo paradiso che sa essere comodo e autentico al tempo stesso.

Pine Beach

Un mix irresistibile di natura selvaggia e charme rilassato: Pine Beach è un angolo da sogno con un chilometro di costa dorata, scogliere segrete e pontili in legno sospesi sul blu. Perfetta per chi ama l’avventura con stile. La vegetazione lussureggiante avvolge tutto, regalando l’atmosfera di un rifugio magico.

Punta Bajlo Beach

Alle porte di Bibinje, a due passi dalla Marina Dalmatia, Punta Bajlo è sinonimo di energia! Spiaggia di ciottoli, ristorantini, bar e campi da beach volley che diventano il cuore pulsante dell’estate. Ideale per chi vuole rilassarsi… ma anche divertirsi.

Sakarun Beach

Sull’incantevole isola di Dugi Otok, Sakarun è un sogno a occhi aperti: sabbia candida, mare cristallino e fondali bassi perfetti per lunghe nuotate. Lunga solo 800 metri, ma carica di meraviglia. Due hotel nei dintorni completano il quadro da cartolina. 

Veli Žal Beach

A nord di Dugi Otok, vicino al villaggio di Dragove, Veli Žal offre uno scenario che sembra dipinto: spiaggia di ciottoli con vista sull’isolotto Mežanj e un mare trasparente che invita allo snorkeling. Un angolo silenzioso e intatto, lontano dal mondo.

Velika Sabuša Beach

Sulla costa ovest di Ugljan, Velika Sabuša è il paradiso delle famiglie: fondali bassi e sabbiosi, pavimentazione comoda per passeggiare a piedi nudi e tanto sole. Un luogo rilassante e sicuro, anche per i meno esperti del nuoto.

Južna Luka Beach

Vicino alla località di Muline, sempre su Ugljan, Južna Luka offre una spiaggia sabbiosa davvero unica. Le rocce che emergono dal mare aggiungono un tocco scenografico e creano piscine naturali da esplorare. Un luogo fuori dal tempo, dove la natura detta il ritmo.

Mostir Beach

Nel cuore di Ugljan, Mostir è una baia sabbiosa dal fascino semplice. Tranquilla, accessibile e con tutti i servizi essenziali, è il posto giusto per chi cerca autenticità. Poca ombra, tanta pace: una perla per chi ama la quiete.

Chi organizza vacanze in Croazia a Zara deve sapere che le spiagge in città sono limitate ma nei dintorni si trovano autentiche meraviglie; il consiglio è di noleggiare un’auto o una moto per potersi muovere in autonomia agevolmente oppure di contattare i numerosi operatori che offrono tour in barca alla scoperta di isole nei dintorni di Zara e altre meraviglie naturalistiche via mare.

Gran Pajatén riemerge dalla giungla: oltre 100 strutture archeologiche svelano i misteri dei Chachapoya

5 juin 2025 à 07:30

Nel cuore del Parco Nazionale Río Abiseo, avvolto dalle nebbie perenni delle Ande nord-orientali, un segreto millenario è tornato alla luce. A Gran Pajatén, antico e misterioso sito della civiltà Chachapoya, sono state recentemente individuate più di 100 nuove strutture archeologiche. Questa scoperta epocale, la più significativa nella regione dagli anni ’80, sta rivoluzionando la comprensione di una delle culture precolombiane più affascinanti del Perù.

Immerso in una foresta tropicale dove l’accesso è ancora oggi rigidamente limitato per proteggere un ecosistema fragile e unico al mondo, Gran Pajatén è rimasto per secoli nascosto sotto una vegetazione fittissima, come sospeso nel tempo. Questo luogo leggendario, spesso definito “la città nella nebbia“, offre ora nuove risposte – e ancora più domande – sull’organizzazione sociale, l’architettura e la visione del mondo dei Chachapoya, il misterioso popolo che sfidò l’Impero Inca.

La scoperta: un tesoro invisibile nella foresta

Tra il 2022 e il 2024, un team del World Monuments Fund (WMF) ha condotto un’approfondita campagna di esplorazione e conservazione a Gran Pajatén, servendosi delle più moderne tecnologie di rilevamento. Grazie a strumenti avanzati come il LiDAR (laser scanner aereo e terrestre), fotogrammetria e analisi morfologiche del terreno, i ricercatori hanno mappato oltre 100 nuove strutture precedentemente nascoste dalla fitta vegetazione.

nuove strutture scoperte a Gran Pajatén
Fonte: ufficio stampa
Lavori di conservazione del basamento nord dell’Edificio 1 a Pajatén, Perù

Si tratta di un salto straordinario rispetto alle sole 26 strutture documentate negli anni ’80. Il sito, oggi Patrimonio dell’Umanità Unesco per la sua importanza culturale e ambientale, si rivela non più come un complesso isolato, ma come parte di una rete articolata e gerarchica di insediamenti preispanici. Gran Pajatén, scoperto originariamente negli anni ’60, è sempre stato un simbolo enigmatico della civiltà Chachapoya del Perù, con i suoi edifici circolari in pietra decorati da fregi geometrici e figure umane in rilievo. Ma questa nuova indagine ha ampliato drasticamente la sua portata, rivelando connessioni con altri siti della regione come La Playa, Papayas e Los Pinchudos, attraverso un’antica rete viaria in parte ancora visibile.

Perché questa scoperta è importante

Questa rivelazione ha implicazioni storiche, culturali e tecnologiche di grande rilievo. Innanzitutto, ridefinisce il ruolo di Gran Pajatén all’interno del mondo Chachapoya: non più un singolo centro cerimoniale, ma parte di un sistema più complesso, connesso e gerarchizzato. Le nuove strutture indicano una presenza umana che potrebbe risalire anche a prima del XIV secolo, suggerendo un utilizzo del territorio molto più esteso e articolato.

In secondo luogo, la scoperta è un esempio virtuoso di archeologia sostenibile. L’impiego di tecnologie non invasive ha permesso di esplorare e documentare il sito senza danneggiare l’ecosistema delicatissimo del parco. Gran parte del sito resta infatti inaccessibile ai turisti proprio per preservarne la biodiversità unica.
Infine, il progetto ha incluso anche importanti interventi di conservazione fisica, come il rinforzo delle strutture e il restauro parziale di alcuni muri perimetrali, utilizzando tecniche compatibili con i materiali originari.

Questo lavoro servirà da modello per futuri progetti di tutela in aree simili. Per i viaggiatori interessati al tema, è consigliato visitare una mostra gratuita al Museo de Arte de Lima (MALI) aperta fino al 18 giugno dove sono presentate le nuove scoperte attraverso ricostruzioni digitali immersive e materiali inediti sul popolo della “foresta nebulare“.

Un viaggio nel tempo: la straordinaria scoperta dei rotoli del Mar Morto

4 juin 2025 à 20:00

Negli aridi deserti del Medio Oriente, dove il tempo sembra essersi fermato e la sabbia conserva i segreti delle civiltà antiche, una nuova luce si è accesa sull’enigmatico universo dei rotoli del Mar Morto. Questi manoscritti, tra i più importanti ritrovamenti archeologici del XX secolo, tornano oggi al centro dell’attenzione mondiale grazie a una scoperta che promette di rivoluzionare ciò che si sapeva finora.

Una combinazione inedita di archeologia, scienza dei materiali e intelligenza artificiale ha permesso di analizzare e datare in modo più preciso questi testi millenari, svelando che alcuni potrebbero essere più antichi di quanto si fosse mai immaginato. La scoperta dei rotoli del Mar Morto non è solo una questione di storia, ma un affascinante viaggio nel tempo, una finestra aperta sul mondo di duemila anni fa. E oggi, grazie a strumenti digitali sempre più sofisticati, si possono osservare quei testi con occhi nuovi, penetrando i segreti della loro origine con una precisione mai raggiunta prima.

La Cueva de los Dones svela un tesoro nascosto: trovate oltre cento strutture preistoriche

Par : losiangelica
4 juin 2025 à 07:30

La storia non smette di stupire e grazie al lavoro minuzioso di team di archeologi abbiamo l’opportunità di scoprire di più su quello che è stato il passato. Nella provincia di Valencia presso la Cueva de los Dones è emerso un tesoro nascosto incredibile: oltre cento le strutture preistoriche che hanno rivelato un messaggio dimenticato e inciso non sull’argilla o sulla pietra ma nella forma stessa del paesaggio sotterraneo. Molto più di un dato storico, un vero e proprio viaggio nella mente simbolica dell’umanità tra stalagmiti spezzate e raggruppate intenzionalmente che raccontano molto su quelle che erano le abitudini di chi abitava queste terre.

La scoperta di oltre cento costruzioni preistoriche a la Cueva de los Dones

La campagna di scavi guidata dagli archeologi dell’Università di Alicante e di Saragozza a la Cueva de los Dones ha dato modo di scoprire un tesoro: sono stati rinvenute oltre cento strutture formate da stalagmiti intenzionalmente modificate da mani umane in epoca preistorica.

Prima fratturate, poi spostate e dunque riorganizzate con uno scopo preciso: le formazioni rappresentano una delle prove più concrete e affascinanti dell’occupazione pianificata del mondo sotterraneo. Secondo i ricercatori la presenza di calcite ricristallizzata su alcune fratture dà modo di datare le creazioni al Paleolitico ma serviranno indagini più profonde per confermarlo.

Si tratta di una scoperta importantissima, seconda solo alla caverna francese di Saint-Marcel. Insomma la Cueva de los Dones vicino a Valencia è diventata un tempio archeologico del mondo ipogeo. Non si tratta della prima scoperta simile nel mondo, basti pensare appunto alla grotta di Bruniquel, in Francia che aveva sorpreso per le creazioni realizzate dai Neandertal oltre 176.000 anni fa. Ora, anche la Spagna entra in questa mappa che racconta le origini umane.

Scoperta archeologica a la Cueva de los Dones
Fonte: Università di Alicante
La scoperta archeologica di Cueva de los Dones che cambia la storia

Perché la scoperta è così importante

Perché il ritrovamento di alcune stalagmiti rotte nel buio di una grotta risulta così importante? Quelle pietre hanno molto da raccontare, è quasi come se parlassero e quello che hanno da dire rappresenta una testimonianza spirituale e culturale di una coscienza antica.  L’uomo preistorico non si limitava a rifugiarsi in grotta: la trasformava, la abitava con ritualità, la riempiva di significato.

Le strutture ritrovate sono il segno che, anche nel buio delle grotte c’era un progetto chiaro che andava oltre il semplice trovare rifugio. Al momento gli studi sono ancora in corso ma sembrerebbe che il simbolismo o forse il legame religioso o sociale abbiano portato gli antichi popoli verso queste realizzazioni.

La Cueva de los Dones è un luogo incredibile dal punto di vista archeologico e questo è solo l’ultimo dei ritrovamenti. Nel 2023, infatti, erano stati ritrovati importanti esempi di arte rupestre paleolitica tanto da definire il luogo come il più grande complesso di tutta la costa mediterranea orientale della penisola iberica. Un vero e proprio “santuario antico” nascosto con strati su strati di cultura, fede, bellezza e mistero. La scoperta è pronta a riscrivere pezzi della nostra storia, spinge la scienza a continuare a cercare più in profondità e invita tutti a voler riscoprire il passato, l’evoluzione e non dare mai nulla per scontato.

Colombia, alle origini del Sud America: scoperta una civiltà perduta nel cuore dell’altopiano andino

3 juin 2025 à 09:44

La storia del Sud America è molto più complessa e affascinante di quanto si sia pensato finora. Recenti ricerche archeologiche e genetiche condotte nel cuore della Colombia hanno portato alla luce una scoperta straordinaria: l’esistenza di un’antica civiltà, finora sconosciuta, che popolava l’altopiano andino migliaia di anni fa.

Questo ritrovamento suggerisce che nel tempo intere popolazioni siano scomparse senza lasciare traccia tra i loro discendenti moderni. Il DNA ha permesso agli scienziati di viaggiare nel passato e ricostruire un capitolo dimenticato della preistoria sudamericana. La Colombia si conferma così un punto fondamentale per comprendere le origini delle civiltà americane. Un viaggio sorprendente che intreccia genetica, archeologia e storia. E che ci ricorda quanto ancora ci sia da scoprire sotto la superficie del nostro passato.

L’incredibile scoperta avvenuta in Colombia

Nel cuore dell’altopiano andino, nel territorio centrale della Colombia, i ricercatori hanno portato alla luce le tracce di un’antica popolazione umana fino ad ora sconosciuta. Questo affascinante ritrovamento non solo riscrive parte della storia del continente sudamericano, ma conferma anche il ruolo cruciale della Colombia come via di passaggio per le prime migrazioni dell’Homo sapiens da nord a sud, avvenute oltre 14.500 anni fa.

Uno studio condotto da un team internazionale ha analizzato il DNA di 21 resti umani rinvenuti in cinque siti archeologici situati sull’altiplano colombiano. Attraverso tecniche genetiche avanzate, gli scienziati sono riusciti a ricostruire una cronologia che copre ben 6.000 anni di storia. I risultati hanno rivelato l’esistenza di un’antica popolazione con un patrimonio genetico completamente distinto da quello dei moderni abitanti della regione.

Secondo l’antropologa Kim-Louise Krettek dell’Università di Tubinga, non è stato possibile rintracciare alcun legame genetico tra questi antichi abitanti e le attuali popolazioni colombiane. Questo suggerisce che la popolazione originaria scomparve del tutto, probabilmente a causa di conflitti, migrazioni o epidemie, lasciando spazio a nuovi gruppi umani. L’area attorno all’attuale Bogotá sembra dunque essere stata teatro di un completo ricambio demografico.

Perché si tratta di una scoperta importantissima

Circa 2.000 anni fa, una nuova popolazione, geneticamente diversa e con legami con i gruppi dell’America Centrale meridionale, si stabilì sull’altiplano. È probabile che parlassero lingue appartenenti alla famiglia chibchana e che portassero con sé tecnologie più avanzate come la ceramica e l’agricoltura. A differenza del gruppo precedente, questi nuovi arrivati rimasero nella regione fino all’arrivo degli europei nel XVI secolo.

scoperta fatta in colombia
Fonte: Science Advances
Affinità demografiche degli antichi colombiani con i vecchi sudamericani

Il DNA, che custodisce la memoria genetica delle generazioni passate, ha permesso di ricostruire questi straordinari capitoli della preistoria sudamericana. La genetista Andrea Casas-Vargas dell’Università Nazionale della Colombia sottolinea quanto sia raro che le tracce genetiche di un’intera popolazione scompaiano completamente, specialmente in un continente come il Sud America. Questo rende il caso colombiano ancora più unico e interessante da indagare.

La Colombia, situata sul ponte geografico che collega il Centro e il Sud America, si conferma un luogo strategico per lo studio delle migrazioni umane. Secondo l’antropologo Cosimo Posth, anche lui dell’Università di Tubinga, si tratta dei primi genomi antichi pubblicati provenienti dal territorio colombiano, aprendo la strada a nuove scoperte che potrebbero far luce su collegamenti genetici persino con regioni lontane come l’Australia.

Nuove domande e futuri sviluppi

Le cause della scomparsa della prima popolazione rimangono un mistero, ma questa scoperta solleva interrogativi fondamentali sulla storia umana nelle Americhe. È possibile che future ricerche riescano a svelare ulteriori dettagli su questi primi abitanti dimenticati, offrendo una visione ancora più profonda della complessa evoluzione delle popolazioni indigene del continente.

Riscoperto un tesoro: riapre al pubblico la Casa dell’Erma di bronzo

1 juin 2025 à 09:55

Dopo un lungo e attento intervento di restauro, il 2 giugno 2025 segnerà un nuovo capitolo nella storia di Ercolano: la Casa dell’Erma di bronzo, una delle domus più affascinanti dell’antica città vesuviana, torna finalmente accessibile al pubblico.

Non si tratta semplicemente della riapertura di un sito archeologico, ma del ritorno alla vita di uno spazio che porta con sé secoli di memoria e un recente passato di ferite e rinascita.

Dal vandalismo alla rinascita: il recupero di un patrimonio ferito

L’annuncio della riapertura arriva esattamente un anno dopo l’episodio che aveva suscitato indignazione e preoccupazione: un atto vandalico da parte di un turista, sorpreso mentre tracciava una scritta su un muro antico. L’azione tempestiva del personale del Parco aveva impedito danni irreversibili, ma ciò che è seguito ha richiesto competenza, tempo e un impegno congiunto di numerosi professionisti.

L’intervento di recupero, suddiviso in due fasi, ha avuto come primo obiettivo quello di eliminare ogni traccia del gesto vandalico. La rimozione dell’inchiostro indelebile dai dipinti murali è stata resa possibile grazie a uno studio preliminare meticoloso, volto a individuare tecniche sicure che permettessero di salvaguardare l’integrità dell’opera originale.

Una seconda fase, più ampia, è stata poi avviata nell’ambito del programma di manutenzione straordinaria che coinvolge l’intero sito di Ercolano, per garantire una conservazione efficace e duratura delle domus.

Equilibrio tra tutela e valorizzazione

I lavori si sono concentrati in particolare sulle superfici parietali dell’atrio della casa, le cui decorazioni pittoriche, realizzate secondo il raffinato gusto del cosiddetto III stile pompeiano, rischiavano di essere irrimediabilmente compromesse. Gli interventi hanno incluso il consolidamento della pellicola pittorica e degli strati preparatori, nonché il trattamento di vecchi intonaci moderni segnati da incisioni e graffiti, molti dei quali risalenti agli anni Novanta e Duemila.

Un ulteriore tassello importante è stato il riposizionamento di un frammento originale di intonaco crollato nel 2019, che era stato conservato con cura nei depositi del Parco.

Una casa di epoca sannitica che racconta storie antiche

La Casa dell’Erma di bronzo, conosciuta anche come III, 16, è una piccola ma elegante dimora costruita in epoca sannitica e portata alla luce tra il 1927 e il 1929 sotto la direzione di Amedeo Maiuri. Il nome deriva da una statua ritratto maschile, probabilmente il padrone di casa, collocata su un erma marmorea il cui originale è oggi custodito nei depositi del Parco.

L’abitazione si apre sulla strada principale tramite un corridoio stretto (fauces), ai cui lati si trovano una stanza di servizio, forse abitata dal portiere, e una camera da letto decorata con paesaggi dipinti. L’atrio centrale è impreziosito da decorazioni in III stile e da una vasca in tufo destinata a raccogliere l’acqua piovana. A fianco del tablino, l’antico studio o sala per ricevere gli ospiti, è stata collocata una copia della celebre testa in bronzo, simbolo e identità della domus.

Proseguendo verso il retro, si scopre un cortile trasformato in ambiente coperto e una sala da pranzo sobria ma armoniosa. Un corridoio laterale collega gli spazi e conduce a un’altra stanza di servizio, dove un tempo si trovava una scala per il piano superiore. Curiosa è anche la presenza di finestre che danno luce non solo alla casa, ma anche a quella vicina, detta “a Graticcio”, a suggerire un’antica connessione tra le due proprietà.

Il valore della continuità: conservazione e responsabilità condivisa

Dietro il progetto di recupero si cela un lavoro multidisciplinare coordinato dal Parco Archeologico di Ercolano, in collaborazione con il Packard Humanities Institute e restauratori esterni. Un approccio scientifico e integrato ha permesso non solo di restituire decoro e leggibilità agli spazi interni, ma anche di ripensare il senso della conservazione come pratica viva e partecipata. I fondi necessari sono stati reperiti con la bigliettazione, affiancati da risorse statali, grazie alla legge di stabilità del 2015.

Il direttore delegato del Parco, Francesco Sirano, ha sottolineato l’importanza simbolica di questa riapertura: un’occasione per i visitatori e un atto di responsabilità verso il passato e le generazioni future. La Casa dell’Erma di bronzo, ha dichiarato, smette di essere un luogo ferito e torna a parlare di cura, di identità e di riscatto.

A Luxor, tre tombe millenarie riaccendono la magia del Nuovo Regno d’Egitto

30 mai 2025 à 10:40

Sabbia dorata, vento caldo e mistero: sulle rive occidentali di Luxor, nell’area di Dra’ Abu El Naga, lo sguardo dell’archeologia mondiale si è appena acceso su una scoperta che vibra di storia e fascino e che racconta molto dell’Egitto di un tempo, non solo quello faraonico.

Tre sepolcri, addormentati da più di 3.000 anni sotto il sole dell’Alto Egitto, si sono rivelati ora al mondo grazie a una missione condotta interamente da esperti egiziani. I visitatori e i viaggiatori curiosi che pianificano un viaggio possono finalmente immaginare i profumi d’incenso, i canti templari e il fruscio dei papiri che accompagnavano la vita quotidiana dei tre protagonisti del Nuovo Regno: Amon-am-Ebt, Baki ed Es, tre uomini del governo, importantissimi pur non essendo di stirpe nobiliare.

La scoperta dei tre sepolcri a Dra’ Abu El Naga

Dra’ Abu El Nag, in Egitto, è un mosaico di necropoli prive di sfarzi regali ma dense di vita quotidiana. La notizia del ritrovamento, salutata come “significativa” dal Ministro del Turismo e delle Antichità Sherif Fathy, arricchisce ulteriormente il puzzle del Nuovo Regno (1539-1077 a.C.). Qui i sepolcri non vantano piramidi che svettano sul deserto, bensì corridoi, sale ipogee e pozzi scavati nella roccia che custodiscono storie di funzionari, artigiani e scribi: i veri motori dell’antico Egitto.

Le iscrizioni ritrovate nel sito archeologico hanno stavolta permesso di dare volto e titolo a ciascun proprietario: Amon-am-Ebt, funzionario del tempio di Amon durante l’epoca ramesside; Baki, supervisore di un granaio reale all’ombra dei faraoni della XVIII dinastia; Es, scriba e sindaco delle oasi settentrionali. Le loro tombe, sale collegate da cortili, pozzi funerari e pareti decorate da portatori di mobili, scene di banchetto e simboli sacerdotali, oggi offrono uno spaccato impareggiabile sulla macchina amministrativa che teneva in piedi l’impero del Nilo.

Perché è importante la scoperta di Dra’ Abu El Naga 

La scoperta delle tre tombe a Dra’ Abu El Naga risulta oggi importante non solo per il valore storico delle sepolture in sé, ma soprattutto per il contesto che restituiscono: quello di un Egitto antico fatto anche di volti non regali, ma fondamentali, pur nella loro “umiltà”.

Amon-am-Ebt, Baki ed Es non erano faraoni, ma uomini chiave della macchina amministrativa, del culto e dell’economia. Le loro tombe raccontano l’organizzazione del potere, la gestione delle risorse e il ruolo del culto religioso nella vita quotidiana.

Inoltre, la possibilità di identificarli con certezza grazie alle iscrizioni rafforza l’idea di un Egitto che, oltre a costruire piramidi, sapeva catalogare, scrivere, tramandare. Scoperte come questa ampliano la nostra conoscenza del Nuovo Regno da una prospettiva meno celebrata, quella lontana dagli sfarzi faraonici, ma molto più concreta, umana e operosa. In più, la missione interamente egiziana dell’equipe segna un passo significativo nell’archeologia contemporanea, sottolineando il valore della competenza locale e dell’identità culturale nella riscoperta delle proprie radici.

Scoperta affascinante in Spagna: un’impronta digitale riaccende il mistero dell’arte dei Neanderthal

Par : losiangelica
28 mai 2025 à 09:44

Le ricerche archeologiche stanno permettendo di fare vere e proprie scoperte. Una delle ultime è avvenuta in Spagna, dove una pietra sepolta da oltre 40.000 anni ha riportato alla luce un enigma antico quanto l’uomo stesso. All’interno di un rifugio roccioso in provincia di Segovia, un ciottolo ha acceso una scintilla sull’intelligenza simbolica dei Neanderthal. Non parliamo di un utensile o di un’arma, ma di un oggetto apparentemente poco utile decorato con un puntino rosso al centro. Si tratta della prima impronta digitale umana mai scoperta.

La scoperta della prima impronta digitale di epoca Neanderthal

In Spagna, all’interno del sito archeologico di San Lázaro nella provincia di Segovia, i ricercatori hanno riportato alla luce un ciottolo unico: tra i sedimenti di un rifugio roccioso abitato da gruppi neandertaliani, a un metro e mezzo di profondità, è stato rinvenuto un sasso con un singolo segno al centro, un punto rosso. Il ciottolo, non avendo alcuna funzione pratica, sembra invece rivestire un significato più profondo, forse artistico o rituale

Il colore non è affatto naturale e, secondo gli scienziati, potrebbe trattarsi di un pigmento ocra applicato sull’oggetto poi trasportato in modo intenzionale nella grotta. Questo rinvenimento è solo l’inizio: grazie a sofisticate analisi multispettrali e al supporto della polizia scientifica spagnola, è emersa una scoperta ancora più sensazionale, il punto era stato tracciato con un dito lasciando impressa un’impronta digitale chiaramente distinguibile.

Si tratterebbe, secondo l’analisi, di un maschio adulto, forse un artista preistorico ante litteram. La posizione “strategica” del puntino, al centro di un ciottolo le cui cavità ricordano un volto, rafforza l’idea di un gesto intenzionale e simbolico.

In Spagna l'impronta digitale di Neanderthal scoperta in una grotta cambia la storia
Fonte: @David Álvarez-Alonso
L’importanza dell’impronta digitale più antica d’Europa

A commentare la notizia è María de Andrés-Herrero, professoressa dell’Università Complutense di Madrid che ha spiegato come la pietra rappresenti una prova concreta delle capacità dei Neanderthal di pensare in modo simbolico e astratto.

La scoperta che riscrive la storia

La scoperta getta nuova luce su una delle questioni più dibattute in archeologia: i Neanderthal erano davvero capaci di creare arte? Per decenni, la risposta è stata incerta. Sebbene siano emersi indizi quali incisioni, oggetti decorati, pigmenti, la mancanza di prove chiare ha reso difficile una conclusione definitiva. Ora, però, questo semplice ciottolo potrebbe rappresentare la chiave di volta.

Il fatto che l’oggetto sia stato trovato in un contesto chiaramente non utilitaristico è fondamentale: indica che il gesto di tracciare il puntino rosso non aveva una funzione pratica, ma esprimeva forse un’intenzione estetica, simbolica o rituale.

In aggiunta, l’analisi del pigmento conferma che l’ocra non si trovava naturalmente nel sito: fu quindi raccolta e trasportata con un intento preciso. Secondo Gonzalo Santonja (rappresentate ufficiale della cultura in Spagna) è il più antico oggetto portatile dipinto mai scoperto in Europa ed è anche l’unico attribuito con certezza ai Neanderthal. Il piccolo frammento di pietra con la sua impronta umana impressa ricorda l’impulso di esprimere emozioni, simboli e visioni come parte intrinseca dell’animo umano ed evidenzia come l’attività sia ben più antica di quel che si pensava fino ad ora.

Svelato il mistero della sontuosa tomba senza nome a Luxor: dopo 50 anni, ora ha un nome

Par : losiangelica
27 mai 2025 à 07:30

Il sole dorato che accarezza Luxor ha accompagnato gli archeologi che stanno studiando la tomba Kampp 23 rimasta silenziosa e senza nome sin dalla sua scoperta negli anni Settanta. Finalmente, ora, si sa a chi apparteneva questo giaciglio presso la necropoli di Assasif, fornendo numerosi dettagli di potere, devozione e mistero.

A chi appartiene la tomba Kampp 23 a Luxor

Il nome di chi riposava nella tomba Kampp 23 a Luxor è quello di Amun-Mes. All’interno delle necropoli di Assasif si è finalmente svelato un mistero grazie alla collaborazione tra Canada ed Egitto; lo studio ha permesso di delineare maggiori informazioni su una figura importantissima del periodo di ramesside.

Per oltre 50 anni la tomba conosciuta come Kampp 23 è rimasta un enigma. L’antica città di Tebe (che oggi conosciamo come Luxor) ospitava la necropoli di Asasif dove sono state rinvenute numerose tombe celebri e di volti importanti. Grazie agli sforzi della missione guidata dal Consiglio Supremo delle Antichità egiziano e dall’Università dell’Ontario è possibile finalmente svelare il mistero.

Le recenti indagini hanno identificato il proprietario della tomba: Amun-Mes, sindaco di Tebe durante il periodo ramesside. Un nome già noto alla storia e ora finalmente associato al suo luogo di riposo eterno. Le pareti interne hanno restituito iscrizioni e titoli che delineano un uomo potente e rispettato: Consigliere del Re, Padre Divino di Amon, Esattore delle Tasse, e Sovrintendente alle Spedizioni alle Cave per il faraone Ramses IV.

Il complesso funerario stesso è una vera e propria opera d’arte scavata nella roccia, con un cortile aperto incorniciato da muri di mattoni crudi e decorato con un pilone orientale e nicchie gemelle ai lati dell’ingresso. All’interno un tradizionale impianto a T, statue scolpite nella pietra e decorazioni coperte da intonaci successivi. Secondo gli esperti, infatti, la tomba è stata realizzata in epoche posteriori.

L’importanza della scoperta

Dopo 50 anni di dubbi, insinuazioni e ricerche è stata una vera emozione poter restituire identità a chi l’ha persa nei secoli. La scoperta getta nuova luce sul funzionamento della società egiziana durante il Nuovo Regno portando l’attenzione verso la figura del sindaco di Tebe, al tempo una delle città più influenti del mondo antico. Il suo ruolo era di gestione dei rapporti tra il potere reale, il clero e il popolo. Amun-Mes è quindi il proprietario della tomba e a confermare il valore del ritrovamento sono gli studiosi stessi che l’hanno raccontata. La presenza di studiosi egiziani e canadesi, fianco a fianco nel deserto, racconta una storia moderna fatta di rispetto, ricerca e passione condivisa.

A tutto ciò si aggiunge la bellezza più profonda, quella di restituire voce a chi non ne aveva più, di ascoltare il silenzio delle pietre e dargli degna memoria. Ogni statuetta ushabti rinvenuta, ogni rilievo sbiadito, è un frammento di vita che riaffiora, una tessera che si ricompone nel mosaico della civiltà egizia.

La tomba Kampp 23, a lungo dimenticata, ora vive una seconda nascita. Amun-Mes, che forse guardava il Nilo dalle terrazze della sua città, torna a parlare attraverso il tempo. E noi, ascoltandolo, ci ricordiamo che ogni scoperta è anche un sogno che si realizza.

Nel cuore dell’Alto Egitto scoperto un santuario perduto: riemerge un tesoro copto con pareti affrescate

Par : losiangelica
26 mai 2025 à 17:38

Ci sono luoghi in cui sono custoditi tesori millenari che tendono a riaffiorare ad ogni scavo archeologico. È il caso dell’Egitto, dove per secoli la società ha costruito meraviglie, tombe, piramidi e tanto altro. Proprio durante uno scavo ad Asyut è stato ritrovato un edificio copto datato VI secolo.

L’edificio copto del VI secolo scoperto ad Asyut

Ad Asyut, nella località di Minqab una missione archeologica dell’Alto Egitto ha portato alla luce un edificio copto risalente al VI-VII secolo d.C. La costruzione, in mattoni crudi e rivestita di malta bianca, si articola su due livelli: quello superiore presenta tre sale parallele e due stanze, mentre quello inferiore, raggiungibile da una scala in discesa, si compone di tre celle disposte anch’esse in parallelo, seguite da due ambienti abitativi. La struttura sembra raccontare una vita monastica o comunitaria, dove il tempo veniva scandito da preghiera e contemplazione.

Nel livello inferiore, tra le reliquie ritrovate, spiccano vasi in terracotta di diverse forme e dimensioni, alcuni incisi con lettere copte, anfore e pietre scolpite. E poi un’epigrafe funeraria dedicata a un santo, il cui nome e data di morte sono riportati in un’elegante scrittura: un fregio decorato con un’antilope e un leone completa il quadro, portando con sé echi di un simbolismo antico.

Perché questa scoperta è importante

Dietro la bellezza evidente di questa scoperta, c’è una rilevanza storica e culturale profonda. Le strutture e i dipinti rinvenuti ad Asyut rappresentano una rara testimonianza della presenza cristiana copta in un periodo ancora poco documentato: il VI e VII secolo d.C., epoca di transizione tra l’Impero bizantino e l’arrivo dell’Islam in Egitto.

La scoperta si rivela un vero e proprio tesoro archeologico; il sito di Minqab, già noto negli anni ’60 si è rivelato un archivio di arte e spiritualità che non smette di stupire. In una nota ufficiale, il dottor Muhammad Ismail Khaled, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità, ha sottolineato come le caratteristiche architettoniche e i suoi affreschi siano da considerare un prezioso spaccato della vita spirituale e artistica copta. Infatti, ogni simbolo e ogni dettaglio altro non è che una traccia lasciata e che oggi arriva a noi pronta per essere studiata.

Il valore di questi ritrovamenti risiede anche nel contesto attuale: in un’epoca in cui le radici culturali rischiano di dissolversi, riscoprire le voci del passato significa rafforzare l’identità collettiva. Significa ricordare che l’Egitto va oltre piramidi e faraoni, ma che qui erano presenti monasteri nascosti, santi dimenticati e forme d’arte che sanno parlare ancora oggi con voce limpida.

La missione continua i suoi scavi, animata dal desiderio di restituire al mondo intero una storia silenziosa ma potente. Forse, tra le sabbie di Minqab, giacciono ancora affreschi non rivelati, reliquie che aspettano solo di essere toccate dalla luce.

E chissà, forse proprio lì, tra quelle celle spoglie e sacre, qualcuno un tempo alzava gli occhi al cielo e sussurrava una preghiera. Ora, grazie a questa scoperta, quella voce torna a farsi sentire. E nel suo sussurro, possiamo ritrovare un frammento della nostra umanità.

Un giorno a Bologna: ecco cosa vedere in 10 imperdibili tappe

26 mai 2025 à 11:20

Weekend libero e voglia di fare una gita fuori porta? Bologna è sicuramente un’ottima scelta! Una città che va vissuta attraverso tutti i sensi. Si ascolta nel delicato rimbombo dei passi sotto i portici, si ammira tenendo sempre il naso all’insù, si respira nel profumo di ragù che proviene da una finestra aperta e si tocca nelle texture ruvide dei suoi palazzi storici. Un giorno può bastare per innamorarsene, ma solo se sai dove guardare. Ecco cosa vedere a Bologna in un giorno: un itinerario in 10 tappe pensato per esplorare buona parte del centro storico, senza fretta, ma con un buon ritmo per non perderti i punti di interesse più iconici ed emozionanti.

Tappa 1: Piazza Maggiore, il cuore di Bologna

Il nostro itinerario in 10 tappe su cosa vedere a Bologna in un giorno, parte dal cuore della città: Piazza Maggiore. Un rettangolo in pietra chiara che unisce secoli di storia e che si presenta come un palco dove va in scena la vita dei bolognesi. Questa piazza, risalente al XII secolo, è circondata da edifici storici che raccontano la vita politica, economica e spirituale della città, tra cui:

  • Basilica di San Petronio: una delle chiese più grandi d’Europa, con una facciata incompiuta, dei dettagli al suo interno che fanno ancora discutere e una storia tutta da raccontare che testimonia le ambizioni e le vicissitudini della città.
  • Palazzo d’Accursio: sede storica del comune, al suo interno troviamo il Museo Morandi, dedicato al celebre pittore bolognese e una terrazza panoramica che offre una vista mozzafiato sulla piazza e sul centro storico.
  • Palazzo dei Banchi: un elegante edificio costruito a metà del 1500 per conferire alla piazza più uniformità e coprire le retrostanti vie del mercato. Il palazzo deve il suo nome ai “banchi” che esercitavano attività di cambiavalute.

Tappa 2: La fontana del Nettuno, tra storia e segreti

Sul lato di Piazza Maggiore, si apre Piazza del Nettuno, che prende il nome dalla celebre fontana del Nettuno, realizzata a metà 1500 dallo scultore Giambologna. Dal centro della fontana si erge maestoso il dio del mare, Nettuno, con un’altezza di 3,4 metri. Attorno al dio, putti e sirene che rappresentano i fiumi dei continenti di cui si era a conoscenza all’epoca: Danubio, Nilo, Gange e Rio delle Amazzoni. La fontana del Nettuno cela al suo interno uno dei famosi 7 segreti di Bologna. Per scovarlo, dovrai posizionarti su una specifica mattonella dietro il Nettuno (la più scura fra tutte) e, con un gioco ottico, noterai che il pollice della mano sinistra di Nettuno, sembra un’erezione. Questo effetto è stato voluto dallo scultore come segno di protesta nei confronti del clero che criticò l’eccessiva virilità della statua.

Tappa 3: Sala Borsa, un’affascinante sorpresa

Dopo esserti divertito con il segreto del Nettuno, voltati di 90°, ti troverai davanti a una delle sorprese più affascinanti di Bologna: la Sala Borsa. Quella che una volta era la Borsa Valori di Bologna, dove si svolgevano le contrattazioni finanziarie e commerciali della città, oggi è una biblioteca pubblica frequentata da studenti e lettori. Varcata la sua soglia verrai accolto dal salone principale e dal suo ampio pavimento in vetro sotto il quale si possono ammirare i resti archeologici della Bologna romana, con strade e fondazioni che risalgono a duemila anni fa.

Tappa 4: Il Palazzo dell’Archiginnasio, culla dell’Alma Mater Studiorum

Palazzo dell'Archiginnasio a Bologna
Fonte: iStock
La culla dell’università bolognese: l’Archiginnasio

Continuiamo a scoprire il carattere culturale della città – che le è valso il nomignolo di “Bologna la Dotta” – con un’immersione nella sua vita universitaria. A pochi passi da Piazza Maggiore, merita una visita il Palazzo dell’Archiginnasio, uno dei luoghi più simbolici della città, nonché culla della Bologna universitaria. Fu proprio questo edificio a diventare, nel XVI secolo, la prima sede unificata dell’Università di Bologna, l’Alma Mater Studiorum, la più antica del mondo occidentale. Il suo cortile interno è affollato da stemmi araldici che appartengono a professori e studenti illustri provenienti da tutto il mondo. Il ruolo dell’edificio oggi è quello di Biblioteca comunale dell’Archiginnasio, la quale custodisce milioni di volumi.

Tappa 5: Via delle Pescherie Vecchie, tra profumi e sapori

A questo punto della giornata ti sarà sicuramente venuto un certo languorino. Assecondalo passeggiando tra i profumi e i sapori di Via delle Pescherie Vecchie, un luogo dove Bologna si esprime in tutta la sua golosità tra botteghe storiche, piccole taverne, localini e banchi di frutta, salumi e formaggi. Una reminiscenza del vecchio mercato che brulicava di vita e che oggi non è da meno. Fermati per un aperitivo a base di tigelle, taglieri gustosi e un buon calice di vino.

Tappa 6: Le due torri, icone di Bologna

Dopo esserti riempito lo stomaco di delizie, prosegui la tua passeggiata fino alle celebri torri di Bologna. Simboli iconici della città, la Torre degli Asinelli e la Garisenda dominano il centro storico con la loro aria antica e sgangherata. Se vuoi provare l’esperienza di una vista mozzafiato sui tetti caldi e rossi di Bologna, puoi scalare la più alta delle due – la Torre degli Asinelli – affrontando 498 scalini in legno scricchiolanti. La vista ti toglierà il fiato ma, se non te la senti, non ti preoccupare, anche dai loro piedi le torri hanno un impatto davvero imponente.

Tappa 7: I portici di Bologna, patrimonio UNESCO

I portici di Piazza Santo Stefano a Bologna
Fonte: iStock
I meravigliosi portici bolognesi, patrimonio UNESCO

Non è un’attrazione che si concentra in un un punto preciso di Bologna ma si snoda per tutta la città, come un sistema circolatorio che la nutre di bellezza. Camminare sotto i portici bolognesi è una vera e propria esperienza. 60 chilometri di percorso coperto, 40 dei quali sono stati dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Tutti diversi, ma tutti magnifici. A nostro avviso, i più suggestivi sono:

  • Il porticato di Via Zamboni: in piena zona universitaria, ha un look vivace e fatiscente, da apprezzare per la sua autenticità.
  • Il porticato di Via Farini: l’opposto di quello di Via Zamboni, elegante e signorile, caratterizzato da raffinate boutique e negozietti.
  • Il porticato di Strada Maggiore: imponente e maestoso, sorretto da colonne robuste scultoree.
  • Il porticato della Basilica di Santa Maria dei Servi: sorprende per il suo soffitto completamente affrescato e per la sua lunghezza. Decisamente tra i più belli del centro.

Se ti trovi ancora nei pressi delle Torri, imbocca il porticato di Strada Maggiore per raggiungere la prossima tappa!

Tappa 8: Piazza Santo Stefano, dove il silenzio si fa mistico

Qualche metro sotto i portici di Strada Maggiore, e ti ritroverai presto in una delle piazze più belle della città: Piazza Santo Stefano. Un luogo in cui il tempo sembra sospeso, dove il brusio della città si affievolisce improvvisamente e tutto viene pervaso da un’atmosfera lenta e calma. La piazza di presenta con una forma irregolare e con un pavimento che pende leggermente. Al suo centro, si apre il complesso di Santo Stefano. Conosciuto come il complesso delle Sette Chiese, è un insieme di edifici religiosi che, un tempo, rappresentava un vero percorso spirituale. Oggi, quello che rimane di questo complesso sono quattro chiese comunicanti che si aprono tra cortili silenziosi, chiostri e cripte. Un luogo dove regna la pace e il silenzio, perfetto per prendersi una pausa dal trambusto della città. Qualsiasi la stagione, qualsiasi sia l’orario, questo è uno dei quei classici posti che ti fanno venire voglia di fermarti un po’ di più di quanto previsto.

Tappa 9: La piccola Venezia e la sua finestrella segreta

Il canale che si vede dalla finestrella di Via Piella, Bologna
Fonte: iStock
La piccola Venezia, nascosta dietro la finestrella di Via Piella a Bologna

Tra le cose da vedere a Bologna in un giorno, ce n’è una che spiazza per la sua delicatezza: la piccola Venezia. Per poterla vedere, dovrai andare in via Piella, cercare una piccola finestra segreta incassata nel muro e aprirla.  Davanti ai tuoi occhi, ti si aprirà uno scorcio da cartolina: il Canale delle Moline che scorre placido tra case dai colori caldi e balconcini fioriti. Quella che oggi sembra una scenetta romantica, un tempo faceva parte di una grande macchina ingegneristica: i canali servivano a portare forza e acqua ai mulini che foraggiavano le industrie tessili della città, rendendo Bologna una delle città più avanzate da un punto di vista tecnologico di tutto il medioevo. Pssst, ti sveliamo una cosa: la finestrella di Via Piella è uno dei 7 segreti di Bologna!

Tappa 10: Il mercato delle erbe, per una gustosa conclusione

Ultima tappa del nostro itinerario delle cose da vedere a Bologna in un giorno è il Mercato delle Erbe! Il luogo migliore per chiudere la giornata con gusto. Situato tra Via Ugo Bassi e Via Belvedere, questo mercato al coperto è uno dei luoghi preferiti dai locals per fare un aperitivo o un’apericena. Questo posto nasce come mercato ortofrutticolo nel 1910 oggi, invece, è uno spazio polifunzionale all’insegna dei sapori della tradizione. All’ingresso svolge ancora il ruolo per cui è nato presentando bancarelle di frutta, verdura, formaggi e salumi. Addentrandosi, invece, il mercato si trasforma e verrai accolto da moderni bistrot, wine bar e trattorie. La tappa perfetta per chiudere questo itinerario in bellezza!

Cosa vedere nei dintorni di Bologna

Se hai un po’ di tempo in più, ci sono alcuni luoghi incredibili a pochi minuti dal centro di Bologna, perfetti per una gita in stile emiliano e per assaporare appieno l’atmosfera della nostra splendida Italia. Ecco la nostra Top 3 (+1) di cose da vedere nei dintorni di Bologna:

  • Santuario di San Luca: puoi raggiungerlo a piedi partendo dal centro di Bologna con una camminata sotto il portico più lungo del mondo (o con il trenino turistico dedicato). Terminato il portico e scalati tutti i gradini, arriverai al santuario della Madonna di San Luca, il quale domina la città regalandoti una vista spettacolare suoi suoi tetti.
  • Dozza: un piccolo borgo medievale che si distingue per i murales che decorano le sue case. Una specie di atelier d’arte a cielo aperto che merita una passeggiata.
  • Rocchetta Mattei: se ti piacciono i castelli, ti consigliamo una visita a Rocchetta Mattei, un castello fiabesco e surreale che incanta per il suo mix di stili gotico e moresco. Questo luogo è un pelo più distante dal centro, ci vuole un’oretta abbondante di auto.
  • Vignola: a un’ora da Bologna, Vignola è la gita fuori porta ideale da fare in primavera, quando i ciliegi sono in fiore e l’atmosfera è delicata ed elegante.

Cosa vedere a Bologna se hai un giorno in più a disposizione

Infine, per concludere questa guida, ti lasciamo delle attrazioni extra da aggiungere al tuo itinerario qualora riuscissi a dedicare un giorno in più al tuo soggiorno bolognese. Ecco cosa vedere a Bologna in due giorni, oltre a quello che ti abbiamo già indicato:

  • Museo Internazionale e Biblioteca della Musica: collocato nel cuore di Strada Maggiore e all’interno di un elegante palazzo settecentesco, il Museo della Musica conserva spartiti originali, strumenti rari e scambi epistolari tra artisti e compositori che hanno fatto la storia della musica. Un luogo suggestivo che sottolinea l’importanza di questa disciplina per Bologna, la quale – non a caso – è stata denominata Città Creativa UNESCO per la Musica.
  • La Casa di Lucio Dalla: restiamo sempre in ambito musicale con una chicca pensata per gli amanti del cantautorato italiano. La casa di Lucio Dalla, in Via d’Azeglio è visitabile su prenotazione e rappresenta uno scrigno di ricordi, strumenti, opere d’arte e oggetti del celebre cantautore scomparso improvvisamente nel 2012. Un viaggio nella mente di un visionario.
  • Palazzo Poggi e i musei universitari: una tappa perfetta per gli amanti della scienza naturale e umana. Qui sono custodite le collezioni storiche dell’Università di Bologna, tra cui modelli in cera, strumenti anatomici, mappe e reperti di vario tipo.
  • Piazza San Francesco e il Pratello: ultimo luogo d’interesse da aggiungere alla lista di cose da vedere a Bologna in due giorni è Piazza San Francesco e la via del Pratello. La piazza è un luogo amatissimo dai bolognesi per la sua ampiezza silenziosa e l’atmosfera tranquilla che si respira soprattutto nelle ore diurne, ma è altrettanto amata dagli studenti che, alla sera, si ritrovano qui e si divertono a cantare e suonare la chitarra seduti per terra di fronte alla maestosa facciata della chiesa. La piazza si collega a Via del Pratello, un’arteria vivace che pulsa al ritmo di osterie vecchio stile, studenti che si ritrovano nei bar e musica live che proviene dei suoi locali.

Cosa vedere ad Albenga, gemma ligure tra storia, torri e mare

25 mai 2025 à 11:55

Affacciata sul blu intenso della Riviera di Ponente, Albenga è una graziosa cittadina balneare ricca di storia, fascino medievale e antiche suggestioni.

Poco distante dalla più mondana Alassio, a circa 48 chilometri a sud di Savona, vanta uno dei centri storici meglio conservati di tutta la Liguria occidentale: passeggiare tra le mura e le torri è come attraversare i secoli, tra palazzi nobiliari, chiese paleocristiane, echi longobardi e resti romani.

Albenga: 6 cose da vedere

La chiamano la “città delle cento torri”, e basta uno sguardo al suo skyline per capire perché: le torri svettano con fierezza fra i tetti rossi, testimoni di un nobile passato.

Ma Albenga è molto più di una cartolina medievale: è un meta da esplorare con calma, lasciandosi guidare dalla curiosità.

1. La Cattedrale di San Michele

Nel cuore del centro storico si erge maestosa la Cattedrale di San Michele, le cui origini risalgono tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, quando venne edificata sopra un sito paleocristiano. Oggi, ogni parte della struttura racconta un’epoca diversa: la base della facciata centrale è dell’XI secolo, mentre i portali laterali sono gotici, risalenti al XIII secolo; quello centrale, invece, fu aggiunto nel 1669. Il campanile, raffinato esempio di gotico tardivo, fu eretto alla fine del Trecento sulle rovine di una torre romanica più antica.

All’interno, le tre navate custodiscono meraviglie: un organo monumentale ottocentesco incastonato in una cassa seicentesca, un ex voto in marmo del 1456, un Crocifisso affrescato nell’abside centrale, e volte affrescate nel XIX secolo.

I restauri degli anni Sessanta hanno riportato alla luce un prezioso frammento: sotto il presbiterio, infatti, riaffiorano l’abside altomedievale e una cripta carolingia.

2. Il Battistero

Uscendo dalla Cattedrale e imboccando la loggia del Palazzo Comunale, una scala scende nel tempo: conduce, infatti, al livello originario della città del V secolo e al Battistero paleocristiano, raccolto, silenzioso, quasi intimo. Le finestre sono ornate da transenne in arenaria traforata, delicate come merletti, con motivi propri dell’arte longobarda.

Vi si trovano tombe con incisioni altomedievali, una vasca battesimale ancora integra e, soprattutto, una nicchia decorata da un mosaico risalente al V-VI secolo, con una rappresentazione della Trinità avvolta dagli Apostoli, raffigurati come colombe.

È un’immagine rara, preziosa, l’unico mosaico bizantino rimasto nell’Italia settentrionale, al di fuori di Ravenna.

3. I Palazzi del centro storico

Il centro storico di Albenga è un piccolo scrigno in cui ogni angolo rivela un palazzo, una torre, un dettaglio d’epoca che parla al presente. Su Piazza San Michele si affaccia il Palazzo Peloso Cepolla, che un tempo possedeva una torre poi trasformata in terrazza. Il Palazzo Vescovile, ristrutturato nel Cinquecento, vanta due eleganti facciate e poggiava su un loggiato trasformato in botteghe e magazzini. Più austero è il Palazzo Vecchio, antica sede comunale: da un lato mostra la Torre Civica e ospita la Sala dei Consoli e il Museo Civico; dall’altro, verso il Battistero, si apre una scalinata che porta al Salone del Podestà e ai piani superiori.

A pochi passi ecco il Palazzo Costa Del Carretto di Balestrino, oggi conosciuto come Palazzo Vescovado, con lo straordinario soffitto ligneo a cassettoni del XVI secolo. Infine, merita una menzione il seicentesco Palazzo Scotto Niccolari.

4. Le torri

Scorcio del centro storico di Albenga
Fonte: iStock
Scorcio dell’affascinante centro storico di Albenga

Non si può parlare di Albenga senza tornare alle sue torri. Alte, possenti, severe, alcune con pietre rosse, altre squadrate o smussate, non erano semplici strutture difensive. Dal Trecento in poi, venivano costruite accanto alle case delle famiglie nobili per mostrare il loro potere. Alcune si sono conservate intatte, altre sono state integrate negli edifici o trasformate nel tempo, ma tutte contribuiscono a delineare il volto verticale e orgoglioso della città.

Quelle che spiccano di più sono in Piazza San Michele, ma anche Torre Oddo, Torre della Paciotta, Torre Navone e la Torre del Municipio raccontano storie di ambizione, rivalità e identità.

5. La Chiesa di Santa Maria in Fontibus

Adiacente alla Cattedrale, la Chiesa di Santa Maria in Fontibus sorprende grazie alla struttura basilicale a tre navate. I pilastri robusti, le alte lesene e le arcate a tutto sesto conferiscono all’interno una solennità che si percepisce fin dal primo passo. La volta a botte della navata centrale si innalza fino al presbiterio, mentre quelle delle navate laterali si rincorrono in una successione di volte a crociera.

Nel tempo, la chiesa ha subito trasformazioni. All’inizio del Novecento, per rinnovare via Enrico d’Aste, fu arretrata di alcuni metri, con parziale demolizione della facciata. Tuttavia, il portale medievale è ancora lì.

All’interno, spiccano una statua della Vergine Maria in marmo del 1622, un crocifisso ligneo del 1638 e una tela della Madonna con i Santi Cosma e Damiano firmata da Orazio De Ferrari nel 1639.

6. L’Isola Gallinara

L'isola Gallinara lungo la costa di Albenga
Fonte: iStock
L’isola Gallinara a forma di tartaruga

Poco al largo della costa, l’Isola Gallinara, dalla curiosa forma che ricorda una tartaruga, emerge come un piccolo paradiso incontaminato, oggi riserva naturale. Il nome deriva dalle galline selvatiche che un tempo la abitavano, ma la sua storia è spirituale: nel IV secolo fu rifugio di San Martino di Tours e, in epoca longobarda, sede di un monastero che poi passò ai Benedettini. Dopo secoli, nel 1842, fu venduta a privati.

Nei fondali sono stati rinvenuti relitti risalenti fino al V secolo a.C., probabilmente provenienti da Marsiglia. Tra anfore e reperti, oggi conservati nel Museo Navale di Albenga, si racconta una storia di scambi, viaggi e civiltà.

L’isola è anche una meta per appassionati subacquei. Due sono i principali punti di immersione: Punta Falconara, dove nel 1998 è stata posata una statua del Cristo Redentore, e Punta Sciusciau, dove si possono ammirare cernie, murene, polpi, scorfani e spugne di grandi dimensioni. I fondali, ricchi di margherite di mare e nudibranchi, sono un giardino sommerso che lascia senza fiato.

Cosa fare ad Albenga: esperienze da vivere

Oltre all’affascinante centro storico e alle celebri torri, la città offre esperienze che coinvolgono tutti i sensi: dalla cultura al paesaggio, dal gusto alla natura, con percorsi che raccontano l’anima più autentica della Riviera di Ponente.

Visitare il Museo dell’Olio

Il Museo Sommariva “Civiltà dell’Olio”, voluto e curato con passione dalla Famiglia Sommariva, è una “dichiarazione d’amore” per una delle tradizioni più radicate della Liguria.

Raddoppiato negli spazi nel 2010, si estende su ben 400 metri quadrati, collegati da un tunnel sotterraneo che conduce al frantoio attivo, in un percorso fluido tra storia, cultura e sapere artigianale che mette in risalto antichi strumenti, macchinari storici e testimonianze delle tecniche che hanno reso l’olio extravergine ligure un’eccellenza.

Ma c’è di più. Le sale del museo si aprono anche all’arte contemporanea, e accolgono opere di pittura, scultura, fotografia. Artisti locali e non trovano spazio per esprimersi, mentre il museo diventa teatro di eventi, presentazioni letterarie, incontri con scrittori e realtà culturali del territorio.

Fare trekking lungo la Via Iulia Augusta

Per chi ama camminare (o pedalare) tra storia e natura, la Via Iulia Augusta (l’antica strada romana voluta dall’Imperatore Augusto che univa la pianura Padana alla Gallia e alla Spagna) oggi, in un tratto suggestivo, collega Albenga ad Alassio e regala scorci che sanno di Mediterraneo, profumi di macchia e memorie di pietra.

Lungo il percorso, si svelano resti dell’antico anfiteatro, piccole chiese campestri, ruderi romani immersi tra ulivi e ginestre. L’Isola Gallinara appare e scompare all’orizzonte come una sentinella discreta, mentre il sentiero segue il profilo dolce delle colline che degradano verso il mare.

L’itinerario si sviluppa per circa 10 chilometri tra andata e ritorno, con un dislivello modesto e una difficoltà adatta a tutti. È perfetto per escursioni a piedi, in mountain bike o con i bastoncini da nordic walking, e può essere affrontato in qualsiasi stagione.

Godersi la spiaggia

Scorcio della spiaggia di Albenga
Fonte: iStock
Il bellissimo mare di Albenga

Chi visita Albenga d’estate sa che non si tratta solo di storia e cultura: la cittadina custodisce anche un litorale che invita al relax, allo svago, e alla sensazione di “lasciarsi andare al ritmo lento delle onde”. Le spiagge si estendono per circa un chilometro e mezzo lungo una costa che guarda dritta verso l’Isola Gallinara, quasi fosse un miraggio all’orizzonte.

La sabbia è fine, mescolata a ghiaia, e l’accesso al mare è semplice e sicuro: perfetto per le famiglie con bambini, ma anche per chi ama camminare sul bagnasciuga al tramonto o godersi una giornata spensierata sotto l’ombrellone. Alcuni tratti sono liberi, altri, invece, sono attrezzati con ogni comfort (lettini, bar, docce) per un’esperienza di totale relax.

C’è spazio per tutti, anche per chi viaggia con il proprio cane: Albenga ospita una spiaggia dog-friendly ben organizzata, con servizi pensati su misura per accogliere al meglio anche gli amici a quattro zampe.

Albenga: come raggiungerla

Arrivare ad Albenga è semplice, sia che si viaggi in auto, in treno o in aereo. L’uscita dedicata sull’autostrada A10 Genova-Ventimiglia conduce verso il centro città o la costa, dove la vita si muove tra carruggi e stabilimenti balneari. La stazione ferroviaria è ben collegata con tutta la Riviera ligure con treni regionali e intercity verso Genova e Milano.

Per chi arriva da più lontano, l’aeroporto Cristoforo Colombo di Genova (a circa 85 chilometri) è lo scalo più comodo, servito anche da voli low cost.

Israele: rinvenute nel deserto 5 statuette dai tratti africani

24 mai 2025 à 15:55

Un ritrovamento straordinario sta riscrivendo alcuni capitoli della storia del Negev meridionale: in una necropoli nei pressi di Tel Malḥata, nella Valle di Arad, sono emerse statuette antropomorfe che offrono uno sguardo inedito sui contatti culturali avvenuti circa 1.500 anni fa in questa regione oggi parte dello Stato di Israele.

Tornate alla luce nell’ambito di una campagna di scavi condotta da un team internazionale di archeologi, presentano tratti estetici africani e sono state ritrovate in contesti funerari riconducibili a donne e bambini.

Tali scoperte, pubblicate nel numero 117 della rivista accademica ʼAtiqot dell’Israel Antiquities Authority, aprono nuove prospettive sull’identità delle comunità cristiane che abitavano l’area durante il periodo romano-bizantino. Si tratta di una testimonianza unica non solo per la rarità degli oggetti ritrovati, ma soprattutto per il valore culturale e simbolico che sembrano racchiudere.

Un crocevia multiculturale nel deserto israeliano

Il sito di Tel Malḥata era, nell’antichità, un punto di snodo per le rotte commerciali che collegavano la Penisola Arabica, il subcontinente indiano e l’Africa orientale con il bacino del Mediterraneo: una funzione strategica confermata dalla presenza di oggetti provenienti da regioni lontane, come vetri, pietre preziose, bracciali in bronzo e alabastro, ma è la scoperta delle statuette a colpire maggiormente per le implicazioni culturali che porta con sé.

Scolpite in materiali pregiati come osso e legno di ebano (quest’ultimo originario dell’India meridionale e dello Sri Lanka) raffigurano uomini e donne dai tratti somatici africani marcati. Alcuni esemplari mostrano fori praticati sulla sommità, a suggerire che fossero indossati come amuleti o pendenti, forse portati con sé durante il viaggio, o trasmessi all’interno di una famiglia come reliquie identitarie.

Tracce di memoria familiare in contesti cristiani

Non si tratta, secondo i ricercatori, di semplici oggetti ornamentali. Le statuette rinvenute nei sepolcri di Tel Malḥata sembrano essere state posizionate con cura accanto ai corpi, a testimonianza del loro significato affettivo e spirituale. Il contesto cristiano delle sepolture (datate tra il VI e il VII secolo d.C.) emerge con chiarezza dalle modalità rituali osservate nella disposizione delle tombe.

In particolare, due delle statuette sono state ritrovate in una doppia sepoltura, occupata da una donna e un bambino, forse madre e figlio. La scelta di accompagnare i defunti con oggetti così personali indica non solo una fede cristiana, ma anche il perdurare di usanze millenarie, che la conversione religiosa non era riuscita a cancellare del tutto.

Continuità culturale e identità nell’antico Negev

Gli archeologi coinvolti nello scavo, tra cui il Dr. Noé D. Michael dell’Israel Antiquities Authority e dell’Università di Colonia, insieme a Svetlana Tallis, Emil Aladjem e al bioarcheologo Dr. Yossi Nagar, sostengono che gli oggetti rappresentino una continuità culturale portata avanti anche dopo l’adozione del cristianesimo. Le statuette potrebbero aver incarnato la memoria di antenati o simboli identitari radicati in comunità di origine africana, giunte nel Negev come migranti, mercanti o membri di famiglie miste.

Non è escluso che tali persone avessero mantenuto, accanto ai nuovi riti religiosi, una connessione profonda con le proprie origini etniche. Le statuette possono quindi essere lette come manifestazioni tangibili di una doppia appartenenza: alla nuova comunità religiosa e alla tradizione ancestrale, fusa in un simbolismo personale che trascende le frontiere geografiche e culturali.

Un ritrovamento che parla al presente

Per Eli Escusido, Direttore dell’Israel Antiquities Authority, il valore del ritrovamento va oltre la dimensione storica: “Questi reperti sono toccanti non solo dal punto di vista archeologico, ma anche umano“, ha dichiarato. “Ci ricordano che la Terra d’Israele è da sempre una terra di passaggi e incontri. Qui popoli lontani si sono mescolati, hanno lasciato segni della loro presenza, delle loro credenze, delle loro memorie“.

Le statuette di Tel Malḥata, dunque, appaiono come voci silenziose di un’umanità antica che, pur lontana nel tempo, continua a raccontare storie di migrazione, integrazione e identità. In un’epoca in cui il tema delle radici culturali è più che mai attuale, invitano a riflettere sulla complessità e sulla ricchezza dei percorsi umani, anche nel cuore di un antico deserto.

A Gela si scava e si trova un tesoro: riemergono sei tombe arcaiche in un parco siciliano

Par : losiangelica
21 mai 2025 à 17:06

Quando in Italia partono lavori di ammodernamento e ristrutturazione è piuttosto comune che si faccia un tuffo inaspettato nella storia. È proprio quello che è accaduto in queste settimane a Gela, durante i lavori di riqualificazione dell’Orto Pasqualello. Gli interventi hanno riportato alla luce un sepolcro arcaico di grande rilevanza; al momento sono riemerse sei tombe, di cui quattro già attribuite rispettivamente a due adulti e due bambini. Gli studiosi hanno datato le tombe tra il V e il VI secolo a.C., segnalando come la grandiosa scoperta si inserisca in un’attività di archeologia preventiva coordinata dalla Soprintendenza ai beni culturali di Caltanissetta.

La scoperta di sei tombe arcaiche a Gela

A Gela, sotto l’attento lavoro della Soprintendenza ai beni culturali di Caltanissetta, è stata fatta un’incredibile scoperta. Nella città siciliana sono state rinvenute sei tombe di cui due appartenenti a individui adulti, due a bambini e altre due ancora in fase di studio. i reperti emersi spiccano per l’unicità della sepoltura: avevano un particolare elemento di copertura, un “kalypter egemon“: un frammento architettonico decorativo di probabile provenienza templare e poi riutilizzato come lastra tombale.

Ad attirare maggiormente l’interesse è la tomba 1, in cui gli archeologi hanno trovato due piccoli recipienti di ceramica destinati ai rituali funebri. Sorprendentemente, il corpo che vi era stato sepolto è stato rimosso già in passato, lasciando però intatto il corredo. Gli esperti ipotizzano che un evento naturale, tipo una colata di fango o argilla, abbia sigillato la sepoltura cristallizzando così la scena.

Analizzando nell’interezza il ritrovamento gli storici hanno ipotizzato che gli individui fossero legati tra loro, forse un nucleo familiare sepolto in un angolo della necropoli, ma serviranno ulteriori scavi per confermare l’ipotesi.

Non solo tombe: accanto all’area sepolcrale è affiorata una roccia tenera incisa artificialmente. Al suo interno sono stati ritrovati ulteriori oggetti, tra cui anfore e un cratere che indicano il fatto che l’area fosse frequentata per rituali, o forse si trattava semplicemente di un ambiente domestico. Dai corpi stessi agli oggetti in accompagnamento: quello che è emerso dalla storia racconta molto di un passato glorioso siciliano.

L’importanza del ritrovamento

Il progetto di riqualificazione urbana continuerà, ma con un’attenzione maggiore rivolta proprio ai beni archeologici emersi. Daniela Vullo, soprintendente, e Francesco Paolo Scarpinato, assessore ai Beni Culturali della Sicilia, hanno dichiarato in una nota ufficiale come l’attività continuerà nel rispetto del patrimonio storico in collaborazione con il comune di Gela per garantire tutela e valorizzazione dei reperti rinvenuti.

La scoperta rappresenta la conferma di quanto Gela avesse importanza e come la Sicilia fosse un’antica colonia greca dall’anima florida. Ogni ritrovamento diventa una sorta di tessera di un puzzle che ci permette di scoprire sempre di più le abitudini di un popolo che viveva sulle sponde del Mediterraneo oltre 2.500 anni fa.

Gli archeologi auspicano che le indagini in corso restituiscano una visione sempre più chiara del contesto culturale, sia del tessuto sociale dell’antica Gela sia della necropoli. L’esperienza del restauro dell’Orto Pasqualello dimostra come il futuro possa abbracciare la memoria storica.

Cosa vedere a Caserta, la più regale delle città campane

Par : mgwesteast
20 mai 2025 à 15:23

Situata nel cuore della Campania, a pochi chilometri da Napoli, Caserta è una destinazione che sorprende per la ricchezza del suo patrimonio storico, artistico e paesaggistico. Conosciuta principalmente per la sua favolosa Reggia, la città e i suoi dintorni offrono molto di più, tra borghi medievali, oasi naturali, opere d’ingegneria d’epoca borbonica, e persino un’antica colonia utopica. Visitare Caserta è un invito a compiere un viaggio nel tempo, lasciandosi affascinare da fasti barocchi, visioni illuministe e atmosfere medievali, il tutto immerso in uno scenario naturale di grande suggestione.

Cosa vedere a Caserta

La favolosa Reggia di Caserta

Cuore monumentale della città e tappa imperdibile per chi visita la Campania, la Reggia di Caserta è uno dei più grandiosi esempi di architettura barocca in Europa. Patrimonio dell’Umanità UNESCO dal 1997, fu voluta da Carlo di Borbone nel 1752 per dare vita a una nuova capitale del Regno di Napoli. L’ambizioso progetto fu affidato all’architetto Luigi Vanvitelli, che concepì un complesso ispirato al palazzo di Versailles, ma con un’impronta tutta italiana. Tuttavia, l’influenza della reggia francese è evidente nella struttura, nelle scenografie prospettiche e nell’uso dell’acqua come elemento decorativo, fornita da un acquedotto costruito appositamente per creare giochi d’acqua spettacolari.

Con i suoi oltre 1.200 ambienti, 1.742 finestre, 34 scaloni monumentali e un volume che supera i 2 milioni di metri cubi, la Reggia è uno dei palazzi reali più grandi del mondo. Oltre agli Appartamenti Reali, meravigliosamente affrescati e arredati, il complesso ospita anche un teatro di corte, una grande biblioteca, una cappella palatina e persino un’antica fabbrica della seta.
Molto più che una semplice residenza, è una vera “città nella città”, pensata per concentrare in un unico spazio le funzioni della corte, del governo e dei servizi. Un capolavoro del Settecento europeo, oggi visitabile in tutto il suo splendore.

Il meraviglioso Parco della Reggia

Alle spalle del palazzo si apre il Parco Reale, un giardino monumentale che si estende per oltre 120 ettari, anche questo frutto dell’ingegno dall’architetto Luigi Vanvitelli. Dalla facciata posteriore della Reggia, il parco si sviluppa seguendo un lungo asse prospettico, impreziosito da fontane scenografiche, cascate, vasche e scorci paesaggistici perfettamente studiati. Grazie all’effetto “a cannocchiale”, l’occhio del visitatore è guidato lungo un percorso che sembra non avere fine, con l’acqua come protagonista assoluta, il cui flusso è alimentato dall’Acquedotto Carolino, un’opera ingegneristica all’avanguardia per l’epoca.
In vari punti sono disseminate alcune delle fontane monumentali più spettacolari dell’arte barocca, come la Fontana di Diana e Atteone, la Fontana di Venere e Adone e quella dei Delfini, le cui statue ispirate alla mitologia classica furono realizzate nelle migliori botteghe artistiche napoletane.
Una vera perla all’interno del parco è il Giardino Inglese, commissionato dalla regina Maria Carolina nel 1785. Progettato da Carlo Vanvitelli con il botanico John Andrew Graefer, è uno dei primi giardini paesaggistici all’inglese realizzati in Europa continentale. Un tripudio di laghetti, rovine, serre e piante esotiche che creano un’atmosfera romantica e contemplativa.

Fontana nel parco della Reggia di Caserta
Fonte: istock
Fontana di Diana e Atteone nel parco della Reggia di Caserta

L’Acquedotto Carolino, capolavoro di ingegneria idraulica

Tra le meraviglie meno conosciute ma di straordinaria importanza storica nei dintorni di Caserta, l’Acquedotto Carolino è un’imponente opera idraulica settecentesca, realizzata per rifornire d’ acqua la Reggia di Caserta e il complesso di San Leucio. Ideato da Luigi Vanvitelli e costruito tra il 1753 e il 1762, è lungo 38 chilometri e sfrutta la forza di gravità partendo dalle sorgenti del Fizzo, ai piedi del Monte Taburno. Gran parte del tracciato è sotterraneo, con ben 67 torrini d’ispezione e tre ponti principali.
Il più spettacolare è il Ponte della Valle di Maddaloni, conosciuto anche come “I Ponti della Valle”: una maestosa struttura a tre ordini di archi in tufo, ispirata agli antichi acquedotti romani, lunga oltre 500 metri e alta 56 metri, che collega il monte Longano al monte Garzano. Ben visibile dalla strada provinciale, è una delle testimonianze più straordinarie della capacità ingegneristica del XVIII secolo, e non a caso è anch’essa parte del sito UNESCO della Reggia di Caserta.

L’utopia borbonica del Belvedere di San Leucio

A breve distanza dalla Reggia sorge il Complesso Monumentale del Belvedere di San Leucio, un progetto illuminista unico nel suo genere. In origine residenza di caccia dei Borbone, nel 1778 fu trasformato da re Ferdinando IV in un un innovativo centro di produzione serica, creando la Real Colonia di San Leucio: una comunità basata su uguaglianza, istruzione gratuita e lavoro specializzato nella produzione della seta. Un modello sociale all’avanguardia per l’epoca, dove le abitazioni erano dotate di servizi igienici e acqua corrente, uomini e donne avevano gli stessi diritti, e non esisteva proprietà privata. Oltre a esplorare il borgo, memoria dell’utopico spirito originario, oggi è possibile visitare il palazzo, il Museo della Seta e ammirare i telai originali utilizzati per produrre i tessuti diventati celebri in tutta Europa per qualità ed eleganza.

Il borgo medievale di Casertavecchia

A una decina di chilometri da Caserta, arroccato sui monti Tifatini, sorge Casertavecchia, il borgo medievale originario, che sembra sospeso nel tempo. Le sue origini risalgono almeno all’anno 861, ma conobbe il suo massimo splendore sotto i Normanni, che vi avviarono la costruzione della splendida Cattedrale di San Michele Arcangelo.
Oggi il borgo conserva intatte le sue stradine in pietra, l’antico castello, torri, archi e suggestivi panorami sulla pianura campana. Tra le strutture più imponenti spicca il grandioso mastio circolare, alto circa 30 metri e tra i più grandi in Europa. Casertavecchia è oggi una delle mete più popolari della Campania, anche grazie all’atmosfera intima e autentica che si respira passeggiando tra le sue viuzze.

La Cattedrale di San Michele Arcangelo

Gioiello architettonico di Casertavecchia, la Cattedrale di San Michele Arcangelo è una delle chiese più affascinanti della Regione, un’opera del XII secolo che fonde influenze siculo-arabe, romaniche pugliesi e benedettine. Il maestoso campanile, aggiunto nel 1234, domina il borgo con la sua elegante struttura ottagonale d’ispirazione gotica.
L’esterno si distingue per le decorazioni geometriche e simboliche, mentre l’interno presenta tre navate scandite da 18 colonne romane. Di particolare interesse è il pergamo seicentesco, impreziosito da mosaici e rilievi medievali. L’insieme trasmette una potente spiritualità che affascina ancora oggi ogni visitatore con la sua storia millenaria.

Cosa fare a Caserta

Un’escursione nel Bosco di San Silvestro

Tra le colline Montemaiulo e Montebriano che circondano la Reggia di Caserta, si estende il Bosco di San Silvestro, un’Oasi WWF di 76 ettari un tempo appartenente alle “Reali Delizie” dei Borbone. Dominata da una lecceta mediterranea, l’area naturale protetta è oggi un Sito di Interesse Comunitario e ospita numerose specie di fauna e flora autoctone.
Al centro dell’oasi si trova il Real Casino di San Silvestro, costruito alla fine del Settecento come centro operativo della “Fattoria del Re”, destinato alla lavorazione dei prodotti agricoli per la corte e come residenza reale durante le battute di caccia e le giornate di svago. Oggi è sede del Centro Visite dell’Oasi, punto di partenza di escursioni, laboratori e percorsi didattici. Il recente recupero del frutteto borbonico, con coltivazioni di agrumi, albicocchi e fichi, che un tempo rifornivano la tavola del Re, testimonia l’incontro tra natura, storia e agricoltura sostenibile.

Come arrivare a Caserta

In aereo

L’aeroporto più vicino è quello di Napoli Capodichino (35 km), che ha voli diretti dalle principali città italiane. Dallo scalo, proseguire per Caserta con i bus ATC.

In treno

Con i treni ad alta velocità fino alle stazioni di Napoli Centrale e Napoli Afragola, da cui si prosegue con le linee regionali per la stazione di Caserta, situata proprio di fronte alla Reggia.

In bus

Navetta Napoli-Reggia di Caserta della linea ATCBus con frequenti corse giornaliere in partenza dal porto con fermate in diversi punti della città.

In auto

Caserta dista circa 40 minuti in auto dal centro di Napoli, 2 ore da Roma e 3 da Bari.
Autostrada del Sole (A1) Roma-Napoli: per chi proviene da nord, uscita al casello di Caserta Nord; per chi proviene da sud, uscita al casello di Caserta Sud.
Autostrada A3 (Salerno-Reggio Calabria): prosecuzione per l’Autostrada A30 (Caserta-Salerno) e per l’A1 con uscita al casello Caserta Sud.

Padova svela i suoi segreti: scoperta un’antica necropoli con il mistero di un cavallo sepolto

Par : losiangelica
20 mai 2025 à 15:13

Mentre il rumore dei lavori di ristrutturazione risuonava tra le palazzine affacciate su via Campagnola, nessuno avrebbe potuto immaginare che, appena sotto i piedi degli operai, giaceva silenziosa una storia millenaria. Siamo a Padova e proprio qui si è fatto un tuffo nell’età protostorica, tra il VI e il V secolo a.C., gettando le basi per nuovi studi sull’origine della città veneta attraverso la scoperta di una necropoli antichissima.

Cosa vedere a Bari, l’affascinante città pugliese

20 mai 2025 à 11:19

C’è una parte d’Italia che sa di salsedine, di pietra calda al sole, di mani che impastano, di voci e storie che si rincorrono tra i vicoli delle città vecchie. Un’Italia in grado di accogliere con semplicità i suoi visitatori e lasciare il segno negli occhi e nel cuore.

Bari incarna tutto questo. Questa magnifica città, capoluogo della Puglia, si affaccia sul Mar Adriatico ed è un’antica città ricca di storia, dove ogni angolo si trasforma in una finestra sul passato. Passeggiando tra le vie ed i vicoli della città vecchia, ci si rende conto che Bari non si attraversa, ma è una città che si vive.

Ecco cosa vedere a Bari e rendere il prossimo viaggio in Puglia qualcosa di unico ed indimenticabile.

Bari Vecchia: il cuore vivo della città

Bari Vecchia non è solo il centro storico cittadino. È un vero e proprio mondo a parte, dove il tempo sembra essersi fermato e la vita scorre lenta e genuina. Appena varcata la soglia della città vecchia si viene subito avvolti da un’atmosfera autentica grazie alle strade strette e acciottolate, i panni stesi al sole ed il profumo della focaccia che arriva dai forni.

Un’atmosfera decisamente suggestiva, condita anche dal suono delle voci in dialetto tipico, che rendono unico questo luogo.

Via delle Orecchiette: tradizione viva

Tra le vie del centro storico, si trova anche Strada Arco Basso, una delle vie più caratteristiche di Bari Vecchia, conosciuta con il nome di Via delle Orecchiette. Una pasta tipica, fatta a mano dalle signore che animano le vie della città secondo le antiche tradizioni tramandate di generazione in generazione.

Osservare queste signore e vedere queste mani esperte dare forma alla pasta, con movimenti rapidi e precisi è un’esperienza affascinante. Perché non approfittare e comprare anche delle buone orecchiette come souvenir?

Via delle Orecchiette a Bari Vecchia, tra le cose da vedere a Bari
Fonte: iStock
Bari Vecchia e la Via delle Orecchiette

Basilica di San Nicola: un viaggio nella spiritualità mediterranea

Nel cuore di Bari Vecchia sorge la maestosa Basilica di San Nicola, costruita tra il 1087 e il 1197 per custodire le reliquie di San Nicola, trafugate da Myra.

Si tratta di un luogo sacro, amato non solo dai baresi. È, infatti, un simbolo di unione tra la fede cattolica e quella ortodossa, che attira ogni anno migliaia di pellegrini da tutto il mondo. È una struttura affascinante, caratterizzata da un’architettura in stile romanico ed in pietra bianca, in grado di lasciare a bocca aperta chiunque la visiti.

Poco distante, si trova anche la Cattedrale di San Sabino. Qui, ogni anno, durante il solstizio d’estate, un raggio di luce attraversa il rosone e illumina perfettamente il mosaico sul pavimento: uno spettacolo di architettura e spiritualità.

Il castello Normanno-Svevo: guardiano della città

Camminando verso il mare, è possibile osservare l’imponente Castello Normanno-Svevo, simbolo della città.

Venne costruito nel lontano 1132, e poi ricostruito il secolo seguente da Federico II, e da allora si erge a protezione della città di Bari. Una struttura che ha resistito ad invasioni, terremoti ed incendi e che oggi ospita esposizioni, mostre ed eventi culturali. Attività che accompagnano i visitatori non solo a riscoprire l’atmosfera tipica vissuta da cavalieri e regine, ma anche a godere di un panorama mozzafiato sul lungomare Nazario Sauro.

Lungomare e teatri di Bari al tramonto, tra le cose da fare e vedere a Bari
Fonte: iStock
Lungomare e vista sul teatro di Bari

Cosa fare a Bari? Luoghi ed esperienze da non perdere

Esperienza culturale nel cuore della Puglia: teatri e mostre d’arte

Ma Bari non è solo passato. È una città dall’animo vivace, moderna e ricca di cultura. Questo lo si percepisce dalla presenza di numerosi teatri in città.

Ad esempio, il Teatro Petruzzelli, ricostruito dopo un devastante incendio, che si trova nel cuore moderno di Bari, punto di riferimento per l’opera, il balletto e la musica sinfonica. Rappresenta un’eccellenza culturale della Puglia ed è anche il quarto teatro più grande d’Italia. tornando a essere un punto di riferimento per l’opera, il balletto e la musica sinfonica

C’è poi il Teatro Margherita, costruito su palafitte nel porto vecchio. Una struttura in stile liberty che oggi ospita mostre d’arte contemporanea, oltre che numerosi eventi culturali e spettacoli.

Inoltre, chi ama l’arte, non può perdersi la Pinacoteca Corrado Giaquinto. Queste opere si trovano nel Palazzo della Provincia sul lungomare. È possibile osservare numerosi dipinti di artisti pugliesi e napoletani, che accompagnano i visitatori in un viaggio attraverso secoli di creatività e bellezza.

Bari da gustare: un viaggio nei sapori

È impossibile parlare di Bari senza parlare di cibo e cedere al richiamo della gola. Qui si mangia bene, sempre e dovunque. Dalla focaccia barese, croccante fuori e morbida dentro, al famoso crudo di mare, freschissimo e profumato.

Un consiglio? Perdersi tra i vicoli di Bari Vecchia o le vie del centro città e assaporare i panzerotti bollenti, ripieni di mozzarella filante e salsa di pomodoro. Oppure, assaggiare le tipiche orecchiette con le cime di rapa, piatto simbolo della città e di un’identità così orgogliosa come quella barese.

Assaggiare i sapori locali vuol dire anche vivere un’atmosfera unica, fatta di convivialità, dove il sorriso con cui viene servito ogni piatto trasformerà un semplice pranzo o una semplice cena in un’esperienza davvero unica, a contatto con la popolazione locale.

Focaccia barese, piatto tipico da provare a Bari
Fonte: iStock
Tipica focaccia Barese

Relax e mare a Bari e dintorni

Per chi è alla ricerca di relax, Bari regala la possibilità di vivere e toccare con mano lo splendido Mar Adriatico. Famoso, come già accennato in precedenza, il Lungomare Nazario Sauro, uno dei lungomari più belli d’Italia. È il luogo ideale per una passeggiata al tramonto, tra palme, lampioni d’epoca e il profumo del mare.

Famosa è anche la spiaggia di Pane e Pomodoro: una vera e propria oasi di relax per cittadini e turisti, dove passare una giornata al mare gustando una buonissima focaccia barese ancora calda.

Invece, chi ha più giorni a disposizione, può esplorare i dintorni di Bari. Infatti, a poco più di mezz’ora si trovano le Grotte di Castellana, uno dei complessi carsici più affascinanti d’Europa. C’è poi la splendida ed iconica Polignano a Mare, con le sue case bianche a picco sul mare e le numerose poesie scritte su porte e muri. O, ancora, Alberobello, con i suoi antichi trulli, che sembrano usciti da un libro di fiabe.

Chi visita Bari se ne va con qualcosa in più. Forse è il mare, forse è la gente o forse è la sensazione di aver trovato un luogo che non pretende nulla, ma riesce a dare tutto: storia, cultura, bellezza e sapori unici. Questi sono i motivi per cui Bari è una città che va vissuta, non solo visitata.

 

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