Negli ultimi anni, l’idea di viaggiare non si limita più al semplice desiderio di evasione o di relax: infatti, sempre più persone scelgono di partire per lasciare un segno e contribuire al benessere delle comunità locali e alla tutela dell’ambiente. È il fenomeno del turismo di volontariato, noto anche come voluntourism, una forma di viaggio che unisce l’esperienza turistica al volontariato, e che sta conquistando una fetta sempre più ampia del mercato mondiale.
Da una vacanza in cui si ricostruisce un castello medievale in Europa, a un soggiorno in Ecuador per piantare alberi nelle foreste tropicali, fino alla collaborazione con biologi marini in Sri Lanka per monitorare la fauna selvatica: viaggiare diventa un atto di partecipazione, un modo per conoscere il mondo in modo autentico e restituire qualcosa ai luoghi visitati.
Un modo differente di viaggiare
Il turismo di volontariato è, nella sua essenza, un incontro tra culture e valori. Non si tratta soltanto di aiutare: è un’esperienza di scambio reciproco. Chi parte mette a disposizione tempo, competenze e curiosità mentre chi accoglie offre cultura, contatto umano e una nuova prospettiva sulla realtà.
I programmi possono durare pochi giorni o estendersi per mesi, adattandosi alle esigenze di studenti, professionisti e pensionati. Esistono progetti organizzati da enti pubblici, come il Corpo Europeo di Solidarietà, che ogni anno coinvolge migliaia di giovani in tirocini e attività di cooperazione, ma anche iniziative promosse da organizzazioni internazionali come i Volontari del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, che riuniscono partecipanti da tutto il mondo per preservare siti storici di inestimabile valore.
Allo stesso tempo, si moltiplicano le opportunità offerte da tour operator privati e ONG che permettono di unire l’esperienza del viaggio con quella del servizio. Si può scegliere di insegnare inglese in Asia, contribuire a un progetto di tutela ambientale in Africa o collaborare con una comunità agricola in America Latina. L’obiettivo è sempre lo stesso: generare un impatto positivo, anche se piccolo, nelle realtà locali.
Una tendenza in crescita costante
Il fenomeno del volontariato turistico non è nuovo, ma la sua evoluzione recente lo ha trasformato in una tendenza consolidata del turismo responsabile. Secondo le stime di Grand View Research, il settore valeva circa 725 milioni di euro nel 2023 e si prevede che continuerà a crescere a un ritmo superiore al 6% annuo fino al 2030. Solo in Europa, l’aumento stimato è del 4,6% all’anno.
La crescita è trainata soprattutto dal desiderio, sempre più diffuso, di dare un senso alle proprie esperienze. Dopo anni di turismo di massa e vacanze standardizzate, molti viaggiatori cercano oggi autenticità, contatto umano e sostenibilità. Invece di chiudersi nei resort, preferiscono attività che permettono di conoscere le realtà locali da vicino e di contribuire in modo concreto al loro sviluppo.
Giovani e senior: un nuovo equilibrio
A guidare la domanda restano i giovani. Gli studenti che si concedono un anno sabbatico o una pausa dagli studi continuano a rappresentare una parte importante dei circa 1,6 milioni di volontari che ogni anno partono per progetti all’estero. Per molti di loro, il turismo di volontariato è l’occasione per viaggiare con un obiettivo, acquisire competenze, migliorare la conoscenza delle lingue e vivere un’esperienza che arricchisce il curriculum e la persona.
Ma la vera sorpresa arriva da una fascia di età diversa. Sempre più viaggiatori over 50 hanno scoperto il valore del turismo responsabile: con più tempo libero e maggiore disponibilità economica, molti scelgono di impiegare le proprie vacanze per contribuire a cause sociali o ambientali. Secondo le previsioni, tale segmento crescerà di quasi l’8% all’anno fino al 2030.
Le agenzie di viaggio hanno colto il cambiamento e propongono pacchetti pensati appositamente per i volontari senior. Si va dal sostegno all’infanzia in Nepal alla protezione dei puma in Argentina, fino alla cura degli elefanti in Botswana.
Tra le meraviglie che le Ande custodiscono, ce n’è una che negli ultimi anni ha conquistato viaggiatori e fotografi di tutto il mondo: Pallay Punchu, la montagna arcobaleno che sembra tessuta dalla Terra stessa.
Situata a oltre 4.700 metri di altitudine nella regione di Cusco, questa vetta unica si distingue per i suoi strati di colori intensi e per le forme geometriche naturali che ricordano un poncho andino, il tipico abito tradizionale delle comunità locali da cui prende il nome.
Scoperta dal turismo internazionale solo di recente, Pallay Punchu è diventata simbolo di rinascita e speranza, offrendo un paesaggio che fonde natura, spiritualità e cultura. Oggi è considerata una delle destinazioni più sorprendenti del Perù, accanto alla più nota Vinicunca, la “prima” montagna arcobaleno.
Un paesaggio sacro che racconta le Ande
Per chi vive a queste altitudini, Pallay Punchu non è soltanto un luogo da ammirare, ma un vero e proprio paesaggio sacro. Ogni vetta viene interpretata come una trama intessuta, una preghiera rivolta agli apus, gli spiriti protettori delle vette andine.
ufficio stampaUna delle montagne arcobaleno del Perù: Pallay Punchu
L’esperienza della visita non si riduce quindi alla semplice contemplazione visiva. Camminando lungo i sentieri che portano alle cime, si respira un’atmosfera sospesa, fatta di silenzio e di armonia con l’ambiente circostante. È lo stesso silenzio che per secoli ha alimentato la cosmovisione andina, in cui natura e spiritualità sono strettamente intrecciate.
Molti viaggiatori raccontano di provare una profonda emozione quando raggiungono i punti panoramici più alti, come se l’immensità di Pallay Punchu ampliasse non solo lo sguardo, ma anche il cuore. Questa sensazione di connessione con la montagna rappresenta ciò che rende l’esperienza davvero unica: non si tratta di visitare un luogo, ma di vivere un incontro con la cultura e l’anima delle Ande.
La popolarità internazionale di Pallay Punchu è esplosa nel 2020, durante un periodo segnato da incertezze globali. Le sue immagini, diffuse rapidamente online, hanno affascinato milioni di persone, consacrando questa montagna come una delle scoperte naturali più sorprendenti degli ultimi anni.
Da allora, è entrata di diritto nell’itinerario di chi desidera conoscere un Perù autentico e spirituale.
Il cammino verso Pallay Punchu e la Laguna Langui Layo
Raggiungere Pallay Punchu richiede impegno fisico, ma il percorso stesso è parte integrante dell’esperienza. I sentieri si snodano tra paesaggi andini di rara bellezza, dove il tempo sembra scorrere più lentamente e ogni passo invita a rispettare il ritmo della montagna. È un invito a lasciarsi avvolgere dall’aria pura delle Ande e ad aprirsi a un contatto più profondo con la natura.
Non lontano dalla montagna si trova la Laguna Langui Layo, situata a quasi 4.000 metri di altitudine. Questo immenso specchio d’acqua completa l’itinerario, offrendo contrasti spettacolari. La combinazione tra le vette multicolori e le acque cristalline crea un connubio potente, simbolo della dualità andina tra terra e acqua, forza e delicatezza.
ufficio stampaLa Laguna Langui Layo vista da Pallay Punchu
Visitare Pallay Punchu significa quindi immergersi in un viaggio esperienziale che va oltre la fotografia. È un percorso che unisce scoperta naturale, eredità culturale e introspezione, lasciando un’impronta duratura nella memoria e nello spirito di chi lo affronta.
Ottobre è un mese che regala opportunità di viaggio uniche: da una parte i paesaggi autunnali, con le città americane e le foreste del New England che si tingono di rosso e oro, dall’altra la possibilità di scoprire luoghi meno affollati e più convenienti grazie alla cosiddetta bassa stagione intermedia. È quel momento dell’anno in cui il flusso turistico estivo si è ormai placato, ma le grandi ondate di vacanzieri invernali devono ancora iniziare.
Inoltre, per chi desidera cambiare prospettiva, basta guardare all’emisfero australe, dove ottobre coincide con la primavera: un invito a godersi il risveglio della natura in destinazioni come il Sudafrica o l’Argentina. Insomma, tra colori, clima favorevole e prezzi più accessibili, questo mese si rivela un’occasione ideale per partire e queste sono le migliori destinazionidove andare a ottobre.
Quando si parla di Perù, la mente corre subito al Machu Picchu, a Cusco, alle linee di Nazca e ai grandi simboli della civiltà andina. Eppure, lontano dai percorsi più conosciuti, esiste un luogo capace di togliere il fiato anche al viaggiatore più esperto: si tratta della Cascata di Gocta che, con gli oltre 770 metri di altezza, si erge silenziosa e maestosa nella regione Amazonas, non distante da Chachapoyas.
Ciò che sorprende innanzitutto è che, fino a vent’anni fa, il mondo sapeva ben poco dell’esistenza della Gocta. Le comunità locali la conoscevano da sempre, ma restava custodita dal silenzio delle montagne e dal timore delle leggende. È stato solo nel 2002 che l’esploratore tedesco Stefan Ziemendorff ha condotto studi e misurazioni, portandola finalmente alla ribalta internazionale: da quel momento, cotanto spettacolo naturalistico è entrato nell’immaginario come una delle cascate più imponenti e spettacolari del Sud America.
Ma prima di diventare una meta turistica, la cascata viveva soprattutto nelle storie raccontate di villaggio in villaggio. Si parlava di una sirena bionda che abitava le acque, capace di incantare chiunque si avvicinasse troppo, e di un enorme serpente guardiano pronto a punire gli intrusi.
Erano miti nati per spiegare i boati fragorosi che riecheggiavano durante la stagione delle piogge, o forse per proteggere un luogo considerato sacro. Ancora oggi, i racconti continuano ad avvolgere la Gocta in un alone di magia, che si aggiunge alla sua potenza.
Il regno della selva alta
La Cascata di Gocta spicca in un ambiente unico: la cosiddetta “selva alta”, una zona di transizione tra la cordigliera andina e l’Amazzonia, dove le montagne si vestono di una vegetazione fittissima, mentre l’umidità e i venti creano un clima in continuo mutamento.
Ogni stagione regala un volto diverso a tanta meraviglia: durante i mesi secchi, tra giugno e settembre, i sentieri sono agevolmente percorribili, il cielo è spesso terso e la cascata leggermente più contenuta. Al contrario, nella stagione delle piogge, da ottobre a maggio, l’acqua scroscia con una forza immensa, alimentata dalle precipitazioni, mentre la foresta esplode di vita: è in quel momento che la cascata sembra voler travolgere tutto e si trasforma in un muro d’acqua che appare infinito.
iStockTutto il fascino della Cascata di Gocta
Un cammino che è parte dell’esperienza
Raggiungere la Gocta non significa soltanto arrivare alla base della cascata: il viaggio stesso diventa parte integrante dell’avventura.
La partenza più comune è dal villaggio di Cocachimba, dove i viaggiatori si fermano spesso per una colazione semplice prima di iniziare il trekking. Da lì, il sentiero si snoda tra ruscelli, foreste e scorci panoramici che donano impareggiabili vedute sulla valle sottostante.
Camminando, si percepisce poco a poco il rombo in lontananza: è il richiamo della cascata che si fa sempre più forte. Dopo circa due ore di cammino, tra salite e tratti più comodi, la Gocta appare improvvisa e travolgente: due salti principali, collegati tra loro, formano un flusso imponente che si infrange nel cuore verde del canyon.
Consigli per vivere appieno la magia
Il percorso non richiede doti da alpinista, ma un minimo di preparazione è utile per godersi l’esperienza.
Scarpe da trekking, acqua e un k-way per ripararsi dai cambi di tempo sono indispensabili. Chi preferisce una camminata più leggera può affidarsi ai cavalli messi a disposizione dagli abitanti del villaggio, un modo tradizionale e suggestivo per vivere l’escursione.
Arrivati alla base della cascata, lo spettacolo è tale da ripagare ogni sforzo: il fragore dell’acqua, la freschezza degli spruzzi e la sensazione di trovarsi dinanzi a una delle meraviglie nascoste del pianeta creano un ricordo che rimane impresso per sempre.
Molto prima che l’impero Inca dominasse le Ande, il Perù fu la culla di un’altra civiltà straordinaria, oggi considerata la più antica di tutta l’America: Caral. La sua storia affonda le radici a oltre 5.000 anni fa (alcuni studi parlano di origini ancora più remote), sulle coste aride ma fertili della valle del fiume Supe. Per secoli dimenticata, è riemersa alla luce solo nel 1997 grazie alla scoperta dell’archeologa Ruth Shady Solís, che ha rivoluzionato il modo di interpretare le origini della civiltà nel Nuovo Mondo.
L’insediamento di Caral, esteso per 66 ettari, era una città complessa e organizzata, sorprendentemente sviluppata per la sua epoca. I suoi abitanti vivevano di agricoltura e pesca, coltivando cotone, fagioli, patate dolci, zucche e peperoncini, prodotti che ancora oggi fanno parte della cucina peruviana. Eppure, nonostante il loro avanzato sviluppo architettonico e sociale, non produssero mai ceramica, un dettaglio che ancora oggi incuriosisce gli studiosi.
iStockCaral rovine
Una società pacifica e gerarchica
A differenza di molte civiltà coeve, Caral non sembra aver avuto un esercito o fortificazioni: la sua economia si basava su scambi pacifici e contatti commerciali con popolazioni lontane, testimoniati dal ritrovamento di conchiglie spondylus provenienti dall’Ecuador e di manufatti amazzonici e andini.
La società era organizzata in modo gerarchico e guidata da un sistema teocratico-amministrativo. Due grandi gruppi, chiamati Saya, vivevano su opposte sponde del fiume e ciascuno era retto da un’autorità locale, gli Huari, che rispondevano a un sovrano supremo di Caral, l’Huno. Questa struttura si rifletteva anche nell’urbanistica: templi e abitazioni erano disposti in maniera ordinata e duale, con edifici più raffinati per le classi alte e strutture più semplici per il popolo.
Architettura antisismica ante litteram
Uno degli aspetti più sorprendenti di Caral è la sua ingegneria antisismica. I costruttori utilizzavano gli Shicra, sacchi di rete intrecciata riempiti di pietre, come base delle mura per costruire i templi. Questa tecnica, oltre a dare solidità alle strutture, permetteva di assorbire le vibrazioni dei terremoti, un’innovazione incredibile per l’epoca.
Il complesso archeologico ospita imponenti piramidi a gradoni, piazze circolari affondate e spazi cerimoniali con focolari centrali, dove si svolgevano riti religiosi legati al culto del fuoco.
iStockLa strada per la piramide di Caral
Musica e ruolo delle donne
Gli scavi hanno portato alla luce oltre 30 flauti ricavati da ossa di condor e pellicano, trombe, sonagli e altri strumenti decorati con figure di animali e divinità. La musica aveva un ruolo fondamentale sia nella vita quotidiana che nei rituali. Molti di questi flauti presentano figure antropomorfe e zoomorfe in rilievo, tra cui una scimmia ragno, il che suggerisce che la civiltà Caral avesse contatti con altre civiltà e che praticasse il baratto.
Infatti oltre questi sono stati rinvenuti anche spondylus provenienti dall’Ecuador e altri prodotti provenienti dall’Amazzonia e dalle Ande peruviane. A Caral, le donne avevano un ruolo importante nella vita politica e spirituale. Tra i ritrovamenti piccole statuette di argilla raffigurano sacerdotesse e governanti, suggerendo un equilibrio di genere nella leadership.
Come visitare la Città Sacra di Caral
Oggi Caral si trova nella provincia di Barranca, circa quattro ore a nord di Lima. È visitabile tutti i giorni dalle 9:00 alle 16:00 e può essere raggiunta percorrendo la Panamericana Norte, con due percorsi consigliati a seconda della stagione (per via delle piene del fiume).
Visitare Caral non significa solo ammirare rovine millenarie: è fare un salto indietro fino alle radici stesse della civiltà in America, in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato e dove il vento che soffia tra le piramidi porta ancora l’eco di un popolo antico e pacifico, maestro di ingegneria, musica e convivenza sociale.
Che ne pensi dell’idea di una vacanza al mare in Perù? Sembra sia la meta più gettonata del momento e anche senza alcun allenamento, i turisti sono attirati da Machu Picchu e ci vogliono andare a qualunque costo. Il celebre sito archeologico Inca, che nell’immaginario collettivo è visto come i resti di un’antica e fascinosa città perduta, è un Patrimonio dell’Unesco e una delle Sette meraviglie del mondo moderno, oltre a essere il terzo sito più visitato del mondo dopo Pompei e Ostia Antica.
Ma in Perù non c’è solo quello: pochi associano questa meta ad una vacanza sulle coste eppure parliamo di una superficie che si estende oltre 3.000 chilometri lungo la Panamerica. Dalla soffice sabbia bianca alle spiagge incontaminate, affacciate su un placido mare caldo o bagnate dalle imponenti onde dell’Oceano Pacifico: ecco le spiagge del Perù più belle per una vacanza al mare originale.
Le spiagge peruviane consentono sia vacanze all’insegna del sole e del realx sia vacanza attive per gli appassionati di surf o il kite. I litorali del Sud, circondati da panorami desertici, hanno acque più fredde poiché sono esposti alla corrente di Humboldt, mentre le coste del Nord sono più tropicali e sono bagnate da acque calde che beneficiano della corrente del Niño.
Pocitas
A Las Pocitas succede qualcosa di speciale: quando la marea si ritira, tra le rocce spuntano piccole piscine naturali che sembrano fatte apposta per un bagno privato. È una spiaggia raccolta, elegante nella sua semplicità, perfetta per chi ama i luoghi un po’ fuori dai radar.
Colán
Se ami le vibes rilassate da villaggio di pescatori, Colán è la tua spiaggia. Casette colorate, sabbia fine e tramonti che incendiano il cielo. Qui la parola d’ordine è lentezza: mangi bene, dormi meglio, e il mare fa il resto.
Spiagge di Punta Rocas
La storica città di Huanchaco, 600 km a Nord di Lima, è considerata la culla del surf e nel 2013 è stata nominata World Surfing Reserve. Mentre sulla spiaggia gigantesca di Punta Rocas, nel 1965, si tennero i primi Campionati Mondiali di Surf e proprio qui, ogni anno a febbraio, si svolgono delle competizioni internazionali. Il mare qui è potente e regolare, perfetto per i surfisti esperti in cerca di adrenalina.
Playa La Mina
Piccola ma potentissima, Playa La Mina è incastonata nel cuore della Riserva di Paracas. L’acqua è trasparente, la natura è selvaggia, e se sei fortunato potresti incontrare anche qualche pinguino. Un luogo da esplorare con rispetto e meraviglia.
iStockVacanze al mare in Perù: visitare Playa La Mina
Wakama
Wakama non è solo una spiaggia: è un’idea. Casette in legno, progetti eco e un’atmosfera da piccola comunità sostenibile rendono questa tappa speciale. Qui si surfa, si sogna e si vive slow. Ideale per chi ha il cuore green e l’anima da viaggiatore curioso.
Herradura
Sulle spiagge della regione di Lima, in particolare a Herradura, le onde possono raggiungere anche 4 metri di altezza. Per gli appassionati di sport acquatici alle prime “onde”, invece, è possibile cimentarsi sulla spiaggia di Cerro Azul, a Sud della Capitale. Mentre sulla rinomata spiaggia di Punta Hermosa a Lima, si formano onde che raggiungono anche gli 8 metri di altezza.
Spiagge di Paracas
La baia di Paracas spicca tra le spiagge della regione di Ica: con il suo ecosistema ricco, conquista gli amanti dello snorkeling, della pesca sportiva e della barca a vela. Con sabbia così bianca da risultare abbagliante, formacciose rocciose e la vicina riserva naturale sa incantare.
iStockSpiagge di Paracas, tra le più belle e tranquille del Perù
Playa Chicama
Risalendo lungo la Panamericana, a Nord di Trujillo, ci si imbatte in Playa Chicama conosciuta a livello internazionale grazie all’onda di sinistra più lunga e sinuosa al mondo ed è destinazione popolare sia tra i surfisti professionisti sia tra gli amatori. Anche chi non pratica sport acquatici resterà affascinato dalle onde che formano un tessuto d’acqua.
Spiaggia di Bayóvar
A breve distanza di trovano poi le spiagge di Bayóvar, caratterizzate da un mare limpido, da dune da cui affiorano rocce di granito bianco e dove è facile incontrare tartarughe e delfini.
Playa Roja
Sabbia rossa, rocce dorate e onde turchesi: Playa Roja è un’esplosione di colori che ti lascia senza fiato. Ogni passo è uno scatto perfetto, ogni angolo è una sorpresa. Un luogo da vedere almeno una volta nella vita, soprattutto se ami i paesaggi che sembrano usciti da un film.
Puerto Inka
Non è solo una spiaggia: è una pagina di storia viva. Puerto Inka è circondata da rovine antiche che raccontano l’epoca dell’Impero Inca. Qui, tra acque limpide e sentieri antichi, puoi sentire il respiro del passato mentre il Pacifico ti accarezza i piedi.
Spiaggia di Máncora
Nella regione di Piura si trova poi Mancora, un vivace paradiso tropicale dove i villeggianti possono dilettarsi tra surf, kitesurf, longboard, bodyboard o, più semplicemente, godersi la spiaggia sotto un ombrellone di paglia ammirando le acque blu cobalto dell’oceano.
Cabo Blanco
Nella zona nord est verso Tumbes nei mesi tra luglio e ottobre non si può perdere Cabo Blanco dove avviene la migrazione e l’accoppiamento delle megattere. A rendere celebre il luogo ci ha pensato Hemingway che lo ha scelto come luogo d’ispirazione per Il Vecchio e il Mare.
Punta Sal e Punta Camarón
Nella zona di Tumbes si trova anche Punta Sal, uno dei luoghi più affascinanti del Perù, caratterizzato da colline di carrubo, spiagge incontaminate e acque limpide. Sempre in questa regione è possibile visitare Punta Camarón, con la sua lunga spiaggia costeggiata da palme da cocco.
Zorittos
Nascosta all’estremo nord del Perù, Zorritos è la classica spiaggia da cartolina… ma senza turisti in massa. Qui l’acqua è calda tutto l’anno, la sabbia è chiara e il paesaggio sembra disegnato con filtri Instagram naturali. Se cerchi pace, amache e mare cristallino, hai trovato il tuo rifugio tropicale.
Punta Nunura
Selvaggia al punto giusto, Punta Nunura è un mix perfetto di avventura e contemplazione. Acqua tiepida, spiagge vaste, e una costa dove puoi incrociare delfini e tartarughe con una semplice nuotata. Difficile chiedere di più.
Playa Pimentel
Qui non trovi solo sabbia e mare, ma anche cultura viva. Playa Pimentel è famosa per i “caballitos de totora”, le curiose canoe usate dai pescatori locali. Il lungo pontile in legno ha più di un secolo di storie da raccontare, mentre il mare chiama a lunghe passeggiate tra le onde.
Playa Tuquillo
Tranquilla, pulita e decisamente adorata dalle tartarughe marine. Playa Tuquillo è la spiaggia giusta per chi ama prendere il sole lontano dal caos, con l’acqua che accarezza la riva e qualche creatura marina che sbuca a salutare.
In Perù è stata fatta una scoperta curiosa, accendendo i riflettori internazionali su un nuovo possibile record. Vicino a Cusco, una delle città più visitate del Paese, è stato trovato il vulcano più piccolo del mondo: misura solo 60 centimetri in altezza. Una nuova possibile attrazione turistica, soprattutto considerando che non rappresenta un pericolo né per le persone né per la fauna locale.
Siamo nel distretto di San Pablo, a circa due ore di auto da Cusco, nel cuore delle Ande peruviane. È proprio qui che è stata scoperta questa miniatura geologica che la stampa locale ha subito ribattezzato affettuosamente “volcancito”, diminutivo spagnolo che significa, appunto, “mini-vulcano”.
La scoperta del vulcano più piccolo del mondo in Perù
In realtà, c’è chi ha già trovato un nome più originale e suggestivo da conferire al vulcano più piccolo del mondo: “El Ojo de Águila”, ossia “L’occhio dell’aquila”. A ribattezzarlo con questo nome, secondo quanto riportato da Andina, l’agenzia di stampa statale del Perù, è stato un abitante del posto chiamato Arturo Mamani. Questo perché, se osservato dall’alto, il cono del “volcancito” ricorda proprio l’occhio penetrante di un’aquila calva. Un riferimento non casuale, soprattutto se consideriamo che aquile e condor sono ritenuti uccelli sacri per molte popolazioni indigene delle Ande.
IPAIl vulcano più piccolo del mondo scoperto in Perù
Ma com’è avvenuta la scoperta? A primo impatto, non tutti erano certi di trovarsi davanti a un vero vulcano: seppur il piccolo cono emettesse bolle di gas, alcuni abitanti sospettavano potesse trattarsi piuttosto di un geyser. Inoltre, l’eruzione è diversa perché non c’è lava, bensì quello che i locali descrivono come fango o argilla.
A trovare la risposta ci hanno pensato gli scienziati dell’Istituto Geofisico del Perù (IGP), giunti sul luogo qualche giorno dopo che la notizia aveva cominciato a fare il giro del mondo. Quali sono state le loro conclusioni?
Con gli scienziati arriva anche un colpo di scena: quello che molti hanno soprannominato “il vulcano più piccolo del mondo” non è, tecnicamente, un vulcano. Si tratterebbe, invece, di un fenomeno naturale noto come “vulcano di fango”: si tratta di formazioni generate dai gas sotterranei, come metano, anidride carbonica e altri, quando risalgono verso la superficie, trascinando con sé sedimenti argillosi mescolati ad acqua.
Il risultato è proprio un piccolo cono di fango o argilla, dotato di un’apertura centrale, che richiama la forma classica di un vulcano. Hernando Tavera, direttore dell’Istituto Geofísico del Perú (IGP), ha spiegato che: “Questo tipo di fenomeno si verifica quando i gas risalgono e trascinano con sé sedimenti argillosi mescolati all’acqua sotterranea. Ne nasce un rilievo con un’apertura centrale… che viene chiamato ‘vulcano’ per via della sua forma conica.”
IPAIl vulcano più piccolo al mondo trovato a Cusco, in Perù, è alto solo 60 cm
I vulcani di fango non sono una rarità del solo Perù, si trovano anche in altre parti del mondo: dagli Stati Uniti, dove sono presenti nel Parco Nazionale di Yellowstone e nel Copper River Basin in Alaska, alla Romania.
C’è una nuova meta per chi ama viaggiare nel tempo senza abbandonare il presente. Non si trova nella giungla amazzonica né tra i ghiacciai delle Ande, ma a poche ore da Lima, in un paesaggio che sembra scolpito dagli dei. Il Perù, patria di misteri millenari e civiltà dimenticate, apre ufficialmente le porte di Peñico, un sito archeologico di oltre 3.800 anni che promette di affiancare e forse stupire più di Machu Picchu.
Peñico non è solo un luogo, è un racconto in pietra di una società che seppe unire costa, sierra e selva amazzonica in una rete di scambi, cerimonie e vita quotidiana. Situato a 600 metri sul livello del mare, incastonato tra montagne e terrazzamenti lungo il fiume Supe, questo antico centro urbano fu punto nevralgico di commercio e spiritualità.
Oggi, grazie a otto anni di pazienti ricerche, Peñico si mostra in tutta la sua maestosità e lo fa con stile: servizi turistici, percorsi immersivi e persino un festival andino dedicato. Curiosi? Allacciate gli stivali da Indiana Jones, si parte.
Peñico, la nuova città sacra del Perù
Sorella meno famosa della celebre Caral, Peñico è stata definita la “Città dell’integrazione sociale” in Perù per una ragione precisa: qui si incontravano popoli della costa, delle Ande e persino della foresta amazzonica. La sua posizione strategica, su una terrazza geologica protetta, ma accessibile, favoriva gli scambi e la circolazione di beni rari, come la ematite rossa, pigmento sacro nella cosmologia andina.
Getty ImagesVeduta dall’alto del sito archeologico di Peñico in Perù
Il sito ospita 18 edifici, ma il cuore pulsante di Peñico è il Salón Ceremonial de los Pututus, un tempio decorato con bassorilievi che raffigurano i pututus, strumenti musicali andini ricavati da conchiglie marine, usati per cerimonie e annunci rituali. Qui si svolgevano i grandi eventi spirituali, le assemblee delle élite e i riti collettivi. Sono stati ritrovati anche collane conchigliate, sculture in argilla, strumenti di pietra e oggetti rituali che raccontano una cultura raffinata e simbolica, nonché una società altamente organizzata e connessa.
Peñico non è solo storia antica: è un invito alla riflessione sulla sostenibilità e il dialogo tra culture, come ha sottolineato la direttrice del progetto, Ruth Shady. Visitandolo, si entra in una narrazione viva, che unisce il passato all’oggi.
Come visitare Peñico: orari e info pratiche
Se state già pianificando il vostro prossimo viaggio in Perù, segnate questo nome in agenda. Peñico è raggiungibile da Limain circa 4 ore e mezza, lungo la stessa rotta della Ciudad Sagrada de Caral (desvio al valle de Supe, km 184 della Panamericana Norte). Da lì, altri 34 km di strada portano dritti nel cuore del sito.
Il sito è aperto tutti i giorni, festivi inclusi, dalle 9:00 alle 16:00. Dispone di servizi turistici essenziali: parcheggio, reception e soprattutto un moderno Centro di Interpretazione, con pannelli interattivi, plastici, ricostruzioni e tour guidati. È una visita perfetta anche per chi viaggia con bambini o vuole approcciarsi all’archeologia in modo semplice e coinvolgente.
Avete mai sentito parlare di Kuélap? Probabilmente no perché, come la maggior parte delle persone che visitano il Perù, l’attenzione è tutta concentrata su quel luogo incredibile che è Machu Picchu. Ma, non sapete cosa vi perdete a non inserire Kuélap nel vostro itinerario di viaggio: vi ritroverete letteralmente con la testa tra le nuvole. D’altronde, a costruirlo fu il popolo indigeno di Chachapoyas, che significa “Guerrieri delle Nuvole”.
Quella che avrete davanti è una fortezza murata immersa nella giungla di Kuélap, negli altopiani settentrionali del Perù, porta d’accesso alla regione dell’Amazonas. Un sito pre-inca esteso su oltre 6 ettari, il che lo rende una delle più grandi rovine in pietra delle Americhe. Comprende oltre 400 edifici circolari, molti dei quali ben conservati, affacciati sulla lussureggiante Valle di Utcubamba.
La storia di Kuélap
Ci vollero almeno 400 anni per portare a termine questo progetto grandioso chiamato Kuélap. Quello che il popolo Chachapoyas ottenne fu un complesso in pietra lungo quasi un miglio, diviso in tre sezioni e circondato da mura, alcune alte oltre 20 metri, e con tre stretti punti d’ingresso che avrebbero costretto gli intrusi a rallentare ed entrare in fila indiana.
Sono solo alcuni dei dettagli che testimoniano l’ingegnosità e il fiorire della cultura Chachapoyas: nel corso degli anni, Kuélap evolve diventando fortezza, rifugio, punto di difesa strategico e città d’alta quota. Un popolo che visse in pace per qualche centinaio di anni, fino a quando non arrivarono gli Inca: prove archeologiche dimostrano che i nuovi arrivati cacciarono i Chachapoyas dalla loro fortezza altissima verso la fine del XV secolo e costruirono alcune delle loro strutture sul posto.
Un secolo dopo, anche loro subirono la stessa sorte venendo sconfitti dagli spagnoli quando colonizzarono violentemente l’impero precolombiano.
Kuélap restò abbandonata per molti anni, fino a quando un giudice locale in visita sul campo si imbatté nel complesso di pietra negli anni ’40 dell’Ottocento. Solo nel 1979 il Ministero della Cultura peruviano prese nota e attuò piani per proteggere e conservare un pezzo della sua storia.
iStockRovine delle case a Kuélap
Perché visitare un posto incredibile come Kuélap
Visitare Kuélap significa immergersi in un luogo sospeso nel tempo, avvolto da mistero e bellezza, circondato dalle maestose Ande settentrionali del Perù. Questa imponente cittadella, spesso definita la “Machu Picchu del nord”, offre un’esperienza unica lontano dai percorsi più battuti e turistici.
Pensate che solo un terzo del sito è stato effettivamente scavato, ma non preoccupatevi: ciò che è visibile è davvero sorprendente. Quello che vedrete durante la vostra visita sono basse mura circolari, ossia ciò che rimane delle abitazioni che, un tempo, erano coperte da alti tetti di paglia. Ed è proprio il loro essere rotonde a renderle uniche perché la maggior parte delle antiche culture andine usava linee rette nei loro progetti e non circolari.
Nel sito sono presenti anche un tempio, dove gli archeologi hanno trovato una camera sotterranea che ospita i resti di sacrifici animali, e una torre, probabilmente utilizzata come postazione di avvistamento.
Raggiungere Kuélap è di per sé un’avventura! Rispetto a Machu Picchu, il sito risulta molto più isolato e lontano dai principali centri urbani.
Il modo ideale per arrivarci è volare da Lima a Jaén e, da qui, salire su un bus o un’auto a noleggio verso la città di Chachapoyas, distante 4 ore. Una volta arrivati, potete prendere un taxi o un bus locale verso Nuevo Tingo, distante 1 ora di viaggio, dove acquistare i biglietti della funivia che, con un giro panoramico di 20 minuti, vi porterà su fino a Kuélap. Una volta sbarcati, camminate per 30 minuti così da arrivare all’ingresso del sito.
In totale ci vogliono circa 8 ore per arrivare a Kuélap, tenendo in considerazione eventuali ritardi anche legati alla disponibilità di autobus o taxi e delle condizioni stradali. Se volete suddividere il viaggio, potete sfruttare le diverse locande e gli ostelli presenti a Chachapoyas, così da riposarvi prima di proseguire verso Nuevo Tingo.
I più avventurosi e appassionati di escursionismo, possono evitare la funivia e, da Tingo Viejo, intraprendere un’escursione lunga 9 chilometri attraverso la foresta pluviale lungo il Camino Herradura. Ci vogliono circa 3-4 ore per salire sulla montagna rocciosa e, sebbene i sentieri siano ben segnalati, consigliamo di affidarvi alle guide locali per vivere quest’esperienza in totale sicurezza.
Per quanto riguarda i biglietti, quelli di andata e ritorno per la funivia devono essere pagati in contanti con la moneta locale e costano intorno ai 6 euro a persona; l’ingresso alla fortezza, invece, costa intorno ai 4 euro.
Un team di archeologi, durante una campagna di scavo portata avanti nella provincia settentrionale di Barranca, in Perù, ha scoperto un’antica città. Chiamata Peñico e risalente a 3.500 anni fa, si ritiene fosse un importante snodo commerciale che collegava le prime comunità della costa pacifica con quelle delle Ande e della foresta amazzonica.
Situata 200 chilometri a nord di Lima, a un’altitudine di circa 600 metri sul livello del mare, i ricercatori presumono che sia stata fondata tra il 1800 e il 1500 a.C., nello stesso periodo in cui fiorivano le prime civiltà in Medio Oriente e in Asia.
Una scoperta sorprendente che getta nuova luce sul destino della più antica civiltà delle Americhe: quella di Caral.
La scoperta dell’antica città in Perù
Dopo ben otto anni di ricerche, gli archeologi operativi nella Zona Archeologica di Caral, in Perù, hanno identificato fino a 18 strutture connesse all’antica città di Peñico, tra cui templi cerimoniali, complessi residenziali e murali decorati.
A spiccare sono soprattutto le pareti di una piazza centrale, arricchite da rilievi scultorei e raffigurazioni del pututu, una tromba ricavata da una conchiglia marina utilizzata nei rituali religiosi, il cui suono si propaga su lunghe distanze. Si ritiene che questi strumenti fossero simboli di potere e autorità nella società di Peñico.
In altri edifici, invece, sono stati rinvenuti resti umani, sculture in argilla raffiguranti figure umane e animali, oggetti cerimoniali e collane realizzate con perline e conchiglie marine. L’insieme dei reperti rinvenuti nel sito mostra influenze provenienti dalla costa, dalle montagne e dalla foresta amazzonica, portando gli archeologi a concludere che la città fosse un importante crocevia commerciale della regione.
Yoshio Cano, portavoce della Zona Archeologica di Caral, ha dichiarato ai media locali: “Sono state trovate prove di un intenso scambio commerciale non solo nella Valle di Supe, ma anche con la Valle di Huaura, grazie alla posizione strategica di Peñico nella Valle di Supe. Inoltre, sono emerse evidenze di integrazione anche con le aree montane e amazzoniche, su lunghe distanze”.
La scoperta dell’antica città di Peñico è molto importante perché consente di approfondire la storia e il destino di un’altra importante città a lei vicina: Caral.
Sorta circa 5.000 anni fa, Caral è considerata una civiltà contemporanea a quelle dell’Egitto, dell’India, della Sumeria e della Cina. Tuttavia, a differenza di queste, si sviluppò in completa isolamento, secondo i ricercatori. Le due piazze circolari incassate di Caral erano probabilmente utilizzate come spazi cerimoniali per riunioni e rituali.
Ruth Shady, l’archeologa che ha guidato sia le ricerche su Peñico che gli scavi di Caral negli anni ’90, ha dichiarato che la città appena portata alla luce è particolarmente importante per comprendere cosa accadde alla civiltà di Caral dopo i cambiamenti ambientali che la colpirono, spiegando che entrambe “si trovavano in una posizione strategica per il commercio e lo scambio con le società della costa, delle Ande e della foresta amazzonica”.
Marco Machacuay, archeologo e ricercatore presso il Ministero della Cultura del Perù, ha aggiunto che l’importanza di Peñico risiede nel fatto che rappresenta la continuazione della società di Caral, la quale entrò in declino intorno al 1800 a.C., probabilmente a causa di siccità e inondazioni.
Nel cuore pulsante dello stato di Espírito Santo, in Brasile, tra vallate verdeggianti e panorami che lasciano senza parole, si staglia una montagna tanto affascinante quanto misteriosa: Pedra Azul, letteralmente “Pietra Azzurra”. Un nome che non è soltanto evocativo, ma che rivela uno dei tratti più sorprendenti di questo magnifico gigante roccioso.
Nel comune di Domingos Martins, all’interno del Parco Statale che porta il suo nome, si distingue per l’altitudine di 1.822 metri e soprattutto per il suo carisma naturale: non è un caso se, percorrendo l’autostrada BR-262, gli sguardi vengano catturati all’istante dal profilo inconfondibile della montagna, che svetta maestosa contro il cielo del sud-est del Brasile.
Una montagna che cambia volto con la luce
Pedra Azul è un’esperienza visiva in continua trasformazione: infatti, la sua superficie, composta in gran parte da gneiss, riflette la luce solare in modo così particolare da mutare colore fino a 31 volte in un solo giorno. Toni grigio-azzurri si alternano in un gioco di riflessi e trasformano la montagna in un vero spettacolo naturalistico che sembra vivere e respirare con il sole.
Osservarla all’alba o al tramonto è come assistere a un’opera d’arte in movimento, in cui la pietra si tinge di sfumature pastello, talvolta blu intenso, talvolta quasi argentee.
Un fenomeno così straordinario da rendere Pedra Azul una delle mete più amate dagli appassionati di fotografia naturalistica, che si ritrovano al cospetto di un soggetto dinamico, mai uguale a sé stesso.
Un santuario naturale per escursionisti e viaggiatori
Ma non è tutto: Pedra Azul è anche un paradiso per escursionisti e amanti della natura selvaggia. Il Parco Statale di Pedra Azul, che abbraccia l’intera area, è una riserva protetta ricca di sentieri panoramici e scorci indimenticabili. I percorsi si snodano tra foreste di atlanti e zone più aperte, e regalano viste spettacolari sia sulla montagna che sulla valle sottostante.
È una meta in cui il silenzio è rotto solo dai suoni della fauna locale, che include una grande varietà di specie, alcune anche poco comuni, come certi serpenti che si mimetizzano alla perfezione con il paesaggio.
Le escursioni possono variare da tranquille passeggiate a trekking più impegnativi, e proprio una tale versatilità attira sia famiglie in cerca di un contatto autentico con la natura, sia escursionisti esperti alla ricerca di nuove sfide. Tuttavia, è bene essere consapevoli che le condizioni meteorologiche possono influenzare l’accessibilità: i sentieri diventano scivolosi e insidiosi con la pioggia, e richiedono cautela e attrezzature adeguate.
Il fascino di un clima mutevole
Un altro aspetto che contribuisce a rendere unico questo angolo del Brasile è il contrasto climatico che lo caratterizza.
Durante il giorno, le temperature possono salire fino ai 30°C, ma scendono rapidamente con il calare del sole, raggiungendo anche i 10°C di notte: uno sbalzo termico che conferisce al paesaggio una bellezza più viva (con la nebbia del mattino che avvolge le cime e la luce calda che dipinge le rocce al tramonto) e rende anche ogni visita diversa dalla precedente.
Pedra Azul, insomma, non si concede mai del tutto a chi la osserva: occorre viverla, percorrerla, sentirne i profumi e il respiro del vento tra le foglie per apprezzarne davvero il fascino indiscusso.
Hai mai sentito parlare della Ciudad Perdida? È un’antica città nascosta nella giungla colombiana, conosciuta anche come Teyuna. Rimasta fuori dai radar per secoli, è stata riscoperta quasi per caso negli anni ’70, dopo essere stata inghiottita dalla foresta. Solo dal 2005 è possibile visitarla in sicurezza, ed è oggi uno dei luoghi più affascinanti e carichi di storia di tutta la Colombia
Curiosità sulla Ciudad Perdida della Colombia
Ti hanno sempre detto che Machu Picchu è il top delle antiche città andine? Beh, sappi che la Ciudad Perdida è più vecchia di circa 650 anni. Già nell’700 d.C. i Tayrona costruivano templi, strade e terrazze in cima alle montagne. E il bello è che circa il 40% del sito è ancora inesplorato. Chissà quali segreti sono ancora nascosti sotto la giungla!
Devi sapere che “Ciudad Perdida” è il nome che gli archeologi moderni le hanno dato, ma per le comunità indigene, Kogui, Arhuaco, Wiwa e Kankuamo, non è mai stata perduta. Loro l’hanno sempre chiamata Teyuna, il cuore spirituale della Sierra Nevada de Santa Marta. Ancora oggi ci vanno per cerimonie e rituali sacri. E no, non vogliono che diventi un’attrazione da selfie.
Altro che Indiana Jones: i primi a trovare Teyuna furono dei saccheggiatori locali, che si imbatterono in una scalinata nascosta nel verde e seguirono il sentiero fino alle rovine. Il risultato? Rubarono gioielli, statue e manufatti preziosi, vendendoli al mercato nero. Solo dopo che la voce cominciò a girare, il governo colombiano decise di intervenire e dichiarare il sito patrimonio archeologico.
A differenza di altri luoghi “colonizzati” dal turismo di massa, il viaggio verso la Ciudad Perdida è organizzato da operatori locali e guide indigene. I proventi vanno direttamente alle comunità della zona, che così riescono a preservare cultura, ambiente e tradizioni. Insomma, fai trekking e fai del bene.
iStockLa Ciudad Perdida in Colombia è un sito archeologico raggiungibile solo tramite un trekking di 50 chilometri circa
Dove si trova la Ciudad Perdida e come raggiungerla
Protetta dalla fitta vegetazione della Sierra Nevada de Santa Marta, la Ciudad Perdita è uno dei luoghi più suggestivi e ricchi di storia della Colombia. Non è raggiungibile in alcun modo se non tramite un trekking impegnativo di alcuni giorni e della durata di circa 50 chilometri.
Il punto di partenza ufficiale è il piccolo villaggio di El Mamey (detto anche Machete Pelao), a circa 2-3 ore di fuoristrada da Santa Marta. Da lì inizia il cammino vero e proprio, lungo circa 45 chilometri (solo andata). Si dorme in campi base rustici, si mangia cibo locale preparato sul momento, e ogni giorno si attraversano fiumi, montagne, villaggi indigeni e paesaggi mozzafiato.
La Ciudad Perdida è stata scoperta solo nel 1975, dopo secoli di oblio e non è certo un sito facilmente accessibile. Per arrivarci dovrai guadagnartela: quattro o cinque giorni di trekking, tra salite ripide, piogge improvvise, ponti traballanti e sentieri di fango. Un’esperienza tosta, certo, ma anche profondamente toccante.
Ti aspettano foreste pluviali, villaggi indigeni, cascate rinfrescanti e un silenzio assordante che ti obbliga a rallentare, a respirare e a osservare. E alla fine, quando penserai di non farcela più, ecco che apparirà lei: la Ciudad Perdida, sospesa tra cielo e terra, avvolta da un’aura mistica che ti farà dimenticare ogni fatica.
Tra le rocce scolpite degli altopiani boliviani, c’è un portale che da secoli sfida la logica, la storia e il tempo. Conosciuta come “Puerta del Sol”, la Porta del Sole è uno dei simboli del complesso archeologico di Tiahuanaco. La civiltà misteriosa, che è ancora di grande interesse per storici e archeologi, ha lasciato tracce in questa antica città dove viene custodito un simbolo enigmatico inciso nella pietra.
La misteriosa Porta del Sole di Tiahuanaco
Maestosa e silenziosa, la Porta del Sole, scolpita in un unico blocco di andesite dal peso di circa dieci tonnellate, non è solo una reliquia del passato: è un’opera sospesa tra mito e astronomia. Per gli antichi Tiahuanacoti, non era semplicemente un varco, ma un collegamento sacro con le sfere divine.
Alta 3 metri, larga 4, con un’apertura centrale di 1,4 metri, questa porta si erge come una sentinella nel tempio di Kalasasaya, quasi a custodire un segreto celato tra le stelle. Al centro, la figura solenne del dio Viracocha (occhi profondi, lacrime scolpite, scettri in mano) domina la scena con la sua aura enigmatica.
Attorno a lui, 48 creature alate disposte su tre file sembrano danzare in una coreografia cosmica. C’è chi ci vede un antico calendario solare, altri una mappa celeste, altri ancora un invito a decifrare un sapere dimenticato. Era solo un simbolo sacro? O forse un portale verso un’altra dimensione della conoscenza?
Scoperta nel 1549 dal cronista spagnolo Pedro Cieza de León, la porta fu rinvenuta spezzata sul terreno, come abbattuta da un evento oscuro. E fu solo nei secoli seguenti che studiosi come Alcide d’Orbigny e Max Uhle cominciarono a esplorarne i misteri, senza però riuscire a svelarli del tutto.
Era un osservatorio? Un luogo di iniziazione? Un portale capace di mettere in comunicazione il mondo terreno con quello degli dei? Le risposte ancora sfuggono. Ma ciò che è certo è che la Porta del Sole ha incantato generazioni di viaggiatori, scienziati e sognatori, e continua a farlo, custodita tra le meraviglie Patrimonio dell’Umanità UNESCO.
iStockLa misteriosa porta del sole di Tiahuanaco in Bolivia
Dove si trova la Porta del Sole di Tiahuanaco e come raggiungerla
La Porta del Sole di Tiahuanaco si trova sull’altopiano della Bolivia, a circa 70 chilometri da La Paz e non lontano dalle sponde del lago Titicaca. Circondata da tre catene montuose che fanno da protezione per questo luogo, si raggiunge oggi piuttosto facilmente dalla capitale boliviana tramite escursioni organizzate o un bus turistico.
Il viaggio è breve ma la strada impervia; sembra quasi che ci si arampichi verso il cielo. Ad un certo punto gli occhi vengono invasi dalla meraviglia del complesso archeologico che si apre come un grande libro di pietra: la piramide di Akapana, il piccolo tempio seminterrato con le sue teste scolpite, i monoliti antropomorfi e la Porta del Sole.
Oggi molti visitatori appassionati di storia antica vanno a visitare Tiahuanaco e la Porta del Sole che risulta tra i Patrimoni dell’Umanità UNESCO e incanta giorno dopo giorno turisti e curiosi che affrontano il viaggio per scoprire questo luogo ancora avvolto di misteri.
Leonardo DiCaprio torna a far parlare di sé non solo per il grande schermo, ma anche per il suo impegno concreto nella salvaguardia dell’ambiente. Recentemente, l’attore hollywoodiano ha confermato l’acquisto dell’isola di Guafo, una preziosa riserva naturale nel meraviglioso Cile meridionale.
Il suo importante obiettivo è quello di proteggerla dallo sfruttamento e dalle attività industriali che ne minacciano l’ecosistema. In questo articolo viene trattato perché questa iniziativa è così importante e cosa rende l’isola di Guafo un vero tesoro della biodiversità.
L’acquisto dell’isola di Guafo: un gesto per l’ambiente
L’isola di Guafo, situata nell’arcipelago di Chiloé nell’Oceano Pacifico, è stata acquistata da Leonardo DiCaprio attraverso la sua fondazione Rewild, in collaborazione con partner come la Rothschild Foundation.
L’operazione ha permesso di bloccare per sempre lo sfruttamento minerario, il disboscamento e altre attività distruttive che minacciavano questo territorio. Prima dell’acquisto, l’isola era in vendita da diversi anni sul sito Private Islands per circa 20 milioni di dollari.
Grazie a questo intervento privato, un’area fondamentale per la conservazione della biodiversità è ora al sicuro. DiCaprio ha sottolineato sui social quanto sia importante preservare Guafo per le future generazioni, facendo della tutela ambientale una sua priorità concreta.
Un ecosistema unico e una biodiversità insostituibile
L’isola di Guafo si estende su circa 197 chilometri quadrati e ospita numerose specie rare e a rischio di estinzione. Tra queste, la più importante è sicuramente la grande colonia riproduttiva di berte fuligginose, uccelli marini che compiono ogni anno migrazioni di oltre 64.000 chilometri dall’emisfero australe a quello settentrionale.
Non solo. Guafo è abitata anche da pinguini di Magellano, noti per il loro aspetto affascinante e per la loro importanza ecologica, e da lontre marine, specie particolarmente vulnerabile che necessita di habitat protetti per sopravvivere. Questi animali rendono l’isola un luogo di valore straordinario per la scienza e per la conservazione della fauna marina.
Il futuro di Guafo: verso un Parco Nazionale
Leonardo DiCaprio non si fermerà al solo acquisto privato. Il prossimo passo annunciato è quello di donare ufficialmente la proprietà al governo del Cile, affinché l’isola venga dichiarata Parco Nazionale. Questa mossa garantirebbe una tutela ancora più solida e duratura, assicurando che il territorio sia gestito in modo sostenibile e protetto dalle minacce umane.
La creazione di un Parco Nazionale su Guafo rappresenterebbe un importante traguardo per la conservazione ambientale in Cile, rafforzando l’impegno del Paese verso la salvaguardia degli ecosistemi più fragili e strategici.
Leonardo DiCaprio: un attore impegnato per la natura
Non è la prima volta che DiCaprio si impegna attivamente nella difesa del pianeta. L’attore, celebre per i suoi ruoli cinematografici ma anche per la sua attività di ambientalista, ha dedicato gran parte del suo tempo e delle sue risorse alla lotta contro il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità.
Attraverso la fondazione Rewild, promuove importanti progetti in tutto il mondo per proteggere habitat naturali e specie in pericolo.
L’acquisto dell’isola di Guafo si inserisce perfettamente in questo quadro, dimostrando come sia possibile usare la propria influenza e i propri mezzi per fare una grande differenza.
Tra fiumi che si specchiano nel cielo, ponti sospesi e basiliche che profumano di storia, Santa Fe è la sorpresa che non ti aspetti nel cuore dell’Argentina rurale. Meno conosciuta rispetto a Buenos Aires o Córdoba, questa città affacciata sul Paraná è un concentrato di architettura coloniale, tradizioni vive e tramonti che restano impressi nella memoria.
Fondata nel 1573 da Juan de Garay come base commerciale, fu costretta a spostarsi nel 1653 a causa delle frequenti alluvioni. Nel Novecento conobbe un forte sviluppo grazie alla nascita dell’Università della Tecnologia, diventando un polo industriale strategico tra Córdoba e Rosario.
Se sei in cerca di momenti autentici di spiritualità e tranquillità, ma anche di pulsazioni culturali, di passeggiate lungo il fiume o di angoli di bellezza fuori dalle classiche rotte turistiche, Santa Fe è la meta perfetta da raggiungere.
Dove si trova Santa Fe
Santa Fe de la Vera Cruz (questo è il suo nome completo) è la capitale della provincia di Santa Fe, situata nella regione centro‑orientale dell’Argentina. Sorge nella pianura della Pampa, sulla riva dei fiumi Paraná e Salado, circa 475 km a nord‑ovest di Buenos Aires, 147 km a nord di Rosario e 350 km da Córdoba. La sua è una posizione strategica per coloro che programmano di raggiungere anche il vicino Uruguay.
Per arrivare a Santa Fe è necessario prendere l’aereo (con uno o più scali poiché dall’Italia non ci sono voli diretti), atterrando all’aeroporto di Sauce Viejo, a 15 km dalla città. La connessione più comoda è quella con Buenos Aires (volo di circa 50 minuti).
Se ci si trova a Buenos Aires, si può raggiungere Santa Fe anche con una delle numerose linee di autobus che le collegano (con viaggi dalle 4 alle 9 ore ed economici). Se invece si noleggia l’auto si può percorrere l’Autopista Rosario–Santa Fe e le Rutas Nacionales 9/11/168 da Buenos Aires e da Rosario. L’alternativa è il treno regionale messo a disposizione di Trenes Argentinos.
Cosa vedere a Santa Fe
Santa Fe è un caleidoscopio di siti storici e culturali, di parchi verdeggianti, di chiese imponenti e musei che ne raccontano la lunga storia coloniale. Il suo centro è un grande reticolo di strade ortogonali, retaggio diretto della ricostruzione completa della città nel sito attuale dopo l’abbandono di quella originaria a causa delle devastanti alluvioni a cui era soggetta.
Ecco 8 cose imperdibili da vedere a Santa Fe de la Vera Cruz.
Il cuore di Santa Fe è l’elegante Plaza de 25 de Mayo, circondata da suggestivi edifici in stile coloniale spagnolo, come il Palazzo del Governo, attuale sede del Comune di Santa Fe, l’austero Santuario di Nostra Signora dei Miracoli (in spagnolo Nuestra Señora de los Milagros), che al suo interno nasconde meravigliose decorazioni barocche, e l’imponente facciata del Collegio Inmaculada Concepción.
La chiesa, in particolare, è una chicca da visitare: dichiarata monumento nazionale, ha una facciata completamente bianca arricchita da un unico portale, mentre le due navate laterali sono sormontate da tre cupolini ciascuna.
A pochi passi da Plaza de 25 de Mayo, si apre la splendida cornice di Plaza de las tres Culturas: un giardino pubblico elegante, con alberi sentieri e fontane, in cui fare piacevoli camminate e visitare anche il Museo Storico Provinciale e il Museo Etnografico e Coloniale di Juan de Garay.
Il Museo Storico Provinciale è un’interessante istituzione museale che raccoglie una ricchissima collezione di oggetti, documenti e fotografie che ripercorrono la storia di Santa Fe, dell’indipendenza dell’Argentina e di come sia diventata uno dei centri industriali più importanti del Paese.
Il Museo Etnograficoe Coloniale di Juan de Garay è, invece, il luogo perfetto dove scoprire la storia più antica di Santa Fe, a partire dalla misteriosa civiltà Guaranì, che abitò per millenni questa regione, per poi essere soggetta ai lunghi secoli della dominazione spagnola. Alcuni dei pezzi più interessanti della collezione sono i giochi da tavolo in pietra risalenti al Cinquecento, come le Tabulas, una sorta di backgammon importato dai conquistadores spagnoli.
Affacciato anch’esso alla Plaza de las tres Culturas, anche il Convento di San Francesco merita una visita. Un complesso religioso del XVII secolo che accoglie un chiostro e che abbonda di arte sacra.
Un’altra meta da non perdere a Santa Fe è quella che si affaccia alla splendida Plaza San Martin: il Museo Provincial de Ciencias Naturales Florentino Ameghino. Si tratta di una realtà museale legata all’università, che conserva una ricchissima collezione di animali, curiosità geologiche e fossili trovati sul territorio di Santa Fe. Il museo offre anche diverse attività didattiche che lo rendono una tappa perfetta da visitare con bambini e ragazzi.
Parco Archeologico de las Ruinas de Santa Fe
Santa Fe svela tesori preziosi anche fuori dal suo centro cittadino. Spostandovi per circa 60 km verso nord, lungo il fiume, potrete raggiungere una delle mete più interessanti: il Parque Arqueológico de las Ruinas de Santa Fe, nel villaggio di Cayasta. Chiamato anche “La Vieja”, che conserva i resti dell’antico centro storico di Santa Fe.
A tal proposito, è bene sapere che nel 1653, a causa delle continue esondazioni del fiume e i danni che ne derivavano, la città “vecchia” venne fatta evacuare e ricostruita più lontana dalle rive, nel luogo in cui sorge oggi.
Passeggiando per il parco archeologico si possono osservare le fondamenta degli edifici costruiti dagli spagnoli e visitare la Chiesa di San Francisco, l’unica struttura rimasta ancora in piedi dopo l’abbandono dell’antica città. Non mancano anche interessanti mostre che ripercorrono la storia del sito archeologico.
Cattedrale Metropolitana Todos los Santos
La Cattedrale di Ognissanti (in spagnolo Catedral Metropolitana Todos los Santos) è la principale chiesa cittadina edificata fra il XVII e XIX secolo. Proclamata monumento nazionale nel 1942, si tratta di un bellissimo esempio di architettura neoclassica, al cui interno si possono ammirare vetrate e altari ornamentali, e respirare un’atmosfera raccolta. Al suo interno custodisce anche una Vera Croce d’epoca coloniale (proprio da questa sembra che abbia preso il nome la città).
Basilica Nuestra Señora de Guadalupe
Spostandovi nella parte settentrionale della città di Santa Fe, potrete raggiungere un altro luogo di culto altamente suggestivo: la Basilica Nuestra Señora de Guadalupe, un punto di riferimento spirituale e architettonico per la comunità locale, con la sua facciata neogotica, gli interni neoclassici e le imponenti vetrate decorate. Venne costruita tra il 1904 e il 1910, su progetto dell’architetto italiano Juan Bautista Arnaldi, ed è stata elevata a basilica minore nel 1953.
Simbolo della città e importante testimonianza di ingegneria storica è il Puente Colgante: un ponte sospeso lungo circa 300 metri e composto da torri alte 30 metri, che attraversa la laguna Setúbal collegando la Costanera Ovest e la Costanera Est di Santa Fe. Progettato da Marcial Rafael Candioti e costruito tra il 1924 e il 1928, originariamente veniva utilizzato anche come acquedotto, mentre nel 2014 è stato dichiarato Monumento Storico Nazionale.
Vi consigliamo di raggiungerlo al tramonto, per realizzare scatti memorabili e decisamente romantici. Con l’avanzare del buio della sera poi, si trasforma in un meraviglioso spettacolo di tantissime luci.
Per fare un tuffo nella produzione agricola del passato, un luogo da visitare è l’antico Mulino Franchino, un ex complesso di mulini per la realizzazione della farina oggi riconvertito in polo culturale. Si trova nel cuore della città e organizza attività didattiche ed espositive, oltre a mostrare i processi di produzione e finitura di ogni prodotto creato. Qui potrete fare anche una pausa stimolante nel suo caffè letterario.
Cosa fare a Santa Fe
Oltre alla visita dei luoghi storici, culturali e religiosi di Santa Fe, si possono vivere tante altre esperienze autentiche e arricchenti in questa terra ancora poco conosciuta internazionalmente dal punto di vista turistico.
Una volta nel centro di Santa Fe, per esempio, non ci si può far sfuggire una visita alla Cervecería Santa Fe: uno stabilimento di produzione di birra tra i più famosi di tutta l’Argentina. Potrete prenotare tour guidati che permettono di scoprire tutte le fasi di produzione della birra e realizzare in prima persona le basi della fermentazione dei cereali.
Mentre si è in città non ci si può lasciar sfuggire anche l’occasione di assaggiare le prelibatezze della tradizione culinaria argentina e locale, come il delizioso asado preparato dai maestri della carne alla griglia, o le empanadas, uno dei piatti più celebri di tutta l’Argentina, sorseggiando l’immancabile mate (la celebre bevanda tradizionale preparata con le foglie essiccate e tritate della pianta di yerba mate). Da non perdere anche il sábalo a la parrilla (un pesce di lago tipico della zona cotto alla griglia) e il pato al escabeche (una ricetta a base di carne d’anatra, cotta lentamente in un brodo delizioso).
Ma le esperienze che regala Santa Fe non terminano qui. I più avventurosi, oltre a fare piacevoli passeggiate lungo il fiume, possono viaggiare sull’acqua a bordo dei kayak nella laguna di Setúbal, mentre chi cerca momenti romantici da condividere con la persona amata può attraversare il Puente Colgante (Ingeniero Marcial Candioti Bridge) accompagnati dalle luci infuocate del tramonto.
C’è un altopiano ventoso nel cuore della Bolivia dove il silenzio sembra custodire segreti antichi quanto il tempo. Siamo nel dipartimento di Oruro, a oltre 3.800 metri di quota e tra le curve di terra rossa e i pascoli di lama è emersa una scoperta che fa sognare archeologi e viaggiatori: un tempio cerimoniale mai identificato prima, risalente all’epoca della civiltàTiwanaku, è stato portato alla luce sulla collina di Palaspata, nei pressi di Caracollo.
E se il nome Tiwanaku vi suona familiare, è perché parliamo di una delle civiltà più complesse e influenti dell’America precolombiana, vissuta secoli prima degli Inca sulle sponde del lago Titicaca. Una civiltà che ha lasciato tracce monumentali e rituali di straordinaria bellezza ma che ora, con questo nuovo sito, mostra un volto inedito, tutto da esplorare.
Palaspata: lama, valli fertili e antiche rotte commerciali
Il tempio di Palaspata si trova in una posizione da togliere il fiato – e non solo per l’altitudine. Siamo nel punto in cui convergono tre ecosistemi fondamentali: l’area del lago Titicaca con le sue risorse acquatiche, l’Altiplano arido, perfetto per l’allevamento di lama e le valli agricole di Cochabamba, un tempo grandi produttrici di mais. Una combinazione perfetta per farne un crocevia commerciale, ma anche un centro rituale pulsante di vita spirituale.
L’intero complesso misura quanto un isolato urbano: 15 recinti rettangolari disposti attorno a un grande cortile centrale, probabilmente allineato con il sole degli equinozi, a conferma della connessione tra agricoltura e cosmologia. Un tempio che, secondo gli studiosi, era usato per cerimonie collettive, scambi commerciali e qualche bicchiere di chicha rituale, una bevanda fermentata a base di mais, il cui arrivo qui a questa altitudine è già di per sé un piccolo mistero (o un segno della vivace rete commerciale tiwanakota).
Per i viaggiatori più curiosi, visitare Palaspata in Bolivia non è solo un tuffo nella storia: è un’immersione nei paesaggi mozzafiato dell’altopiano boliviano, tra colline silenziose, cieli immensi e comunità indigene che ancora oggi vivono in simbiosi con la terra.
Tiwanaku, ora c’è un nuovo motivo per viaggiare in Bolivia
Fino a oggi, chi voleva conoscere i Tiwanaku si spingeva fino al sito omonimo vicino al lago Titicaca, Patrimonio Unesco e tappa obbligata per gli amanti dell’archeologia andina. Ma da oggi, la scoperta del tempio di Palaspata cambia le carte in tavola, offrendo una nuova destinazione ancora fuori dai radar turistici, dove storia, spiritualità e natura si fondono in modo autentico e potente.
In più, il comune di Caracollo ha già avviato collaborazioni con gli archeologi per sviluppare percorsi di visita responsabili, che possano valorizzare il sito senza danneggiarlo, coinvolgendo le comunità locali. Un’opportunità unica per vivere l’archeologia come esperienza di viaggio, tra riti ancestrali, tramonti infuocati e la possibilità di vedere dal vivo un tempio sacro riemerso dal passato.
Che siate viaggiatori zaino in spalla o appassionati di civiltà antiche, la Bolivia vi aspetta con una nuova gemma tutta da scoprire. E chissà, forse tra le pietre millenarie di Palaspata, troverete anche voi una connessione spirituale che attraversa il tempo.
La nuova edizione della classifica The World’s 50 Best Restaurants 2025 incorona il Perù come regno dell’alta cucina globale: è infatti il Maido di Lima, dello chef Mitsuharu ‘Micha’ Tsumura, a conquistare il titolo di miglior ristorante al mondo.
Un risultato che segna una svolta significativa nel panorama gastronomico internazionale, confermando una crescente attenzione verso le cucine sudamericane, capaci di coniugare sperimentazione, identità e sostenibilità.
La classifica, stilata ogni anno da un panel di oltre 1000 esperti tra chef, giornalisti e professionisti del settore, racconta molto più di una semplice lista: è uno specchio dei gusti contemporanei e delle nuove capitali del fine dining.
E mentre il podio cambia, l’Italia resta sì protagonista, con sei ristoranti nella Top 50, ma senza piazzare alcun locale tra i primi dieci.
Qual è il miglior ristorante al mondo 2025
Dopo anni ai vertici della classifica, Maido si prende finalmente il primo posto. Il ristorante di Lima, fondato dallo chef Micha Tsumura, è diventato simbolo dell’incontro tra la cucina peruviana e quella giapponese.
Un’unione che dà vita a una proposta gastronomica unica, fatta di nigiri con ingredienti amazzonici, brodi intensi e tecniche orientali applicate ai prodotti andini.
La vittoria di Maido non è un exploit improvviso, ma il coronamento di un percorso coerente e innovativo. Lo chef Tsumura, figura chiave della scena gastronomica peruviana, è riuscito a trasformare un’identità ibrida in una voce forte e riconoscibile a livello globale.
Quali sono gli altri ristoranti premiati
Alle spalle di Maido si piazza Asador Extebarri ad Atxondo, nei Paesi Baschi, storico tempio della brace e delle cotture essenziali.
Al terzo posto Quintonil di Città del Messico, che continua la sua scalata grazie alla cucina identitaria dello chef Jorge Vallejo.
Quarta posizione per DiverXO di Madrid, sempre più riconosciuto per il suo approccio visionario e teatrale, mentre al quinto posto troviamo Alchemist di Copenaghen, esperienza multisensoriale che mescola arte, scienza e gastronomia.
La sesta posizione è occupata da Gaggan a Bangkok, seguito da Sèzanne a Tokyo al settimo posto e da Table by Bruno Verjus a Parigi all’ottavo.
Chiudono la Top Ten Kjolle di Lima al nono e Don Julio di Buenos Aires al decimo posto.
Per quanto riguarda l’Italia, la migliore performance è quella di Lido 84, al sedicesimo posto, seguito da Reale (18°), Atelier Moessmer Norbert Niederkofler (20°), Le Calandre (31°), Piazza Duomo (32°) e Uliassi (42°).
Un piazzamento complessivamente positivo, che migliora il risultato del 2024, ma ancora una volta senza l’acuto necessario per entrare tra le prime dieci posizioni mondiali.
La classifica completa dei World’s 50 Best Restaurants 2025 – Top 50
Affacciata sulle acque incontaminate del Mar dei Caraibi, Cartagena de Indias è una delle città più affascinanti di tutto il Sud America. La località vanta un lungo e ricco passato, con la Ciudad Amurallada perfettamente conservata e il porto, punto nevralgico del commercio marittimo, che testimoniano secoli di dominio spagnolo e di rotte commerciali tra l’Europa e le Americhe. Con le sue strade lastricate e i balconi in legno, le piazze soleggiate e le chiese barocche, Cartagena racconta la sua anima con un mix armonioso di storia coloniale, arte urbana, ritmi caraibici e tradizioni che resistono nel tempo.
In quest’articolo scopriamo insieme cosa vedere a Cartagena de Indias, dai luoghi iconici del periodo coloniale ai quartieri più moderni e vibranti di energia. Una città da scoprire a passo lento, lasciandosi guidare dai suoi mille colori e dai ritmi caldi che la attraversano.
Dove si trova Cartagena de Indias
Cartagena de Indias si trova sulla costa settentrionale della Colombia. Capitale del dipartimento di Bolivar, una delle suddivisioni amministrative del Paese, è una città ricca di storia e di cultura, ma anche di belle spiagge e di una vivace vita notturna. Dal 1984 è inserita nella lista dei siti Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.
Per raggiungerla dall’Italia conviene prendere un volo con scalo – generalmente a Madrid o Amsterdam – per l’aeroporto internazionale Rafael Nuñez. Il viaggio dura in media dalle 14 alle 18 ore.
Cartagena de Indias: 11 cose da vedere
Il centro storico di Cartagena è un concentrato di piazze, chiese, architetture coloniali e scorci da fotografare: le sue dimensioni contenute lo rendono facile da esplorare a piedi e basta poco per entrare in sintonia con l’atmosfera della città. Ecco a voi 11 cose da vedere a Cartagena, dai luoghi più amati alle tappe meno battute che meritano comunque un posto nell’itinerario.
1. La Ciudad Amurallada
La Ciudad Amurallada è il centro storico di Cartagena: un intreccio di vicoli acciottolati, case in stile coloniale dai colori vivaci, piazze ombreggiate e architetture religiose barocche. Passeggiare tra le sue mura, costruite per difendersi dagli attacchi dei pirati, è il modo migliore per prendere confidenza con la città. Al suo interno si concentrano molte delle attrazioni più interessanti di Cartagena.
2. La Torre del Reloj
La Torre del Reloj (Torre dell’Orologio) è il simbolo per eccellenza di Cartagena: si trova accanto a Plaza de los Coches, dove un tempo si teneva il mercato degli schiavi, ed è l’ingresso principale alla città murata. Oggi la piazza è animata da bancarelle, artisti di strada e calessi che offrono giri turistici, mentre l’orologio segna idealmente il confine tra le due anime di Cartagena: quella antica e quella moderna.
3. Plaza de la Aduana
Plaza de la Aduana, dal nome dell’antica casa della dogana occupata oggi dal Municipio, è una piazza ampia ed elegante che oltre al Palazzo dell’Inquisizione, ospita una statua di Cristoforo Colombo raffigurato accanto a una donna indigena inginocchiata, emblema controverso del passato coloniale della città. Spesso sede di eventi culturali, è una delle cose da vedere a Cartagena de Indias.
4. Plaza Bolivar
Un altro luogo di rilievo della Ciudad Amurallada è Plaza Bolivar, dedicata all’eroe dell’indipendenza sudamericana Simón Bolivar. Circondata da edifici storici e ombreggiata da grandi alberi, ospita il Museo dell’Oro Zenú che espone una piccola ma interessante collezione di oggetti precolombiani realizzati dalle popolazioni indigene. É il posto ideale in cui fermarsi a sorseggiare un jugo natural e assaporare l’atmosfera rilassata della città.
5. Il Castello di San Felipe de Barajas
Edificato dagli spagnoli nel 1536, il Castello di San Felipe de Barajas è una delle fortificazioni coloniali meglio conservate di tutto il continente. Sorge su una collina che regala una vista stratosferica della città ed è visitabile all’interno, tra cunicoli, torri e bastioni. Uno dei luoghi più scenografici di Cartagena de Indias, da non perdere.
iStockIl Castello di San Felipe domina la città dall’alto di una collina
6. Il Convento de la Popa
Sito sulla collina più alta di Cartagena, da cui prende il nome, il Convento de la Popa domina la città e abbraccia con lo sguardo l’intera baia: sulla destra i grattacieli moderni di Bocagrande, sulla sinistra il profilo romantico della Ciudad Amurallada. Risalente al XVII secolo, il complesso ospita una chiesa dagli interni riccamente decorati e un bel chiostro fiorito, che invita alla contemplazione.
7. Getsemani
Getsemani è un quartiere molto pittoresco, situato appena fuori dalla Ciudad Amurallada. Un tempo zona popolare e marginale, oggi è tra le aree più autentiche e vivaci di Cartagena.
Cuore pulsante del quartiere è Plaza de la Trinidad, animata a tutte le ore da turisti e residenti. Intorno alla piazza si snoda un reticolo di viuzze ricoperte di murales e punteggiate di locali con musica dal vivo, ristoranti invitanti e spazi creativi. Da non perdere una passeggiata lungo Calle de San Juan y Callejón Angosto per cogliere l’essenza più genuina della città.
iStockTra le strade di Getsemani
8. Le mura e i bastioni
Tra gli elementi più caratteristici di Cartagena ci sono le antiche mura, costruite tra il XVI e il XVIII secolo per proteggere la città dagli attacchi via mare, sia da parte di eserciti nemici che di pirati.
9. Bocagrande
Bocagrande, la parte più moderna di Cartagena, si affaccia sul mare e con il suo susseguirsi di hotel di lusso, grattacieli, centri commerciali e spiagge urbane, ricorda le grandi città costiere degli Stati Uniti. Non ha il fascino del centro storico, ma una passeggiata sul lungomare è un modo piacevole per un punto di vista diverso sulla città.
iStockBocagrande, lo skyline di Cartagena de Indias
10. Il Museo dell’Inquisizione
Ospitato in un edificio coloniale ben conservato, il museo racconta la storia del tribunale dell’Inquisizione a Cartagena attraverso l’esposizione di strumenti di tortura e documenti storici. Una visita intensa, ma interessante, per chi vuole approfondire il lato più oscuro del periodo coloniale.
11. La Catedral de Santa Catalina de Alejandria
Imponente e luminosa, la Catedral de Santa Catalina de Alejandria è una delle più antiche di tutta l’America Latina, nonché uno degli edifici religiosi più importanti della Colombia. Risalente al XVI secolo, è tra i principali punti di riferimento di Cartagena: colpisce per la facciata austera e la cupola gialla che svetta tra i tetti del centro città.
Cosa fare a Cartagena de Indias
Oltre alla visita dei luoghi più emblematici, Cartagena si presta a una serie di esperienze che permettono di entrare in contatto con la vita locale, i sapori autoctoni e l’atmosfera caraibica.
Passeggiare al tramonto sulle mura
Le mura di Cartagena de Indias sono percorribili per lunghi tratti e regalano scorci spettacolari sul mare, sulla città e sul porto. Il momento migliore per una passeggiata sui bastioni è il tramonto, quando la luce calda accende le pietre e l’atmosfera si fa ancor più suggestiva.
Fare una gita in giornata alle isole del Rosario
A circa un’ora di barca da Cartagena si trovano le isole del Rosario, un piccolo arcipelago noto per le spiagge bianchissime, il mare cristallino e i fondali ideali per lo snorkeling. Le escursioni partono ogni giorno dal porto turistico della città.
iStockAcque turchesi e silenzio tropicale: le isole del Rosario a un’ora da Cartagena
Esplorare il mercato Bazurto
Fare un giro al mercato di Bazurto significa immergersi nella quotidianità locale. É un luogo affollato, vivace e decisamente caotico, dove si susseguono banchi di frutta esotica, pesce fresco, spezie, erbe medicinali e oggetti di uso comune. Un’esperienza intensa, consigliata a chi vuole scoprire la Cartagena più verace, lontana dalle rotte turistiche.
Fare un tour della Street Art a Getsemani
Le strade di Getsemani sono un museo a cielo aperto, con i murales che raccontano storie di resistenza, cultura e identità afrocolombiana. É possibile esplorarle in autonomia, lasciandosi condurre dai colori e dalle forme che animano le facciate delle case, ma partecipare a un tour guidato permette di cogliere significati e dettagli che altrimenti rischierebbero di sfuggire. Un’esperienza che merita di essere inserita tra le cose da fare a Cartagena.
Assaggiare la frutta esotica
La Colombia è il regno della frutta esotica e Cartagena non fa eccezione. Passion fruit, guanábana, lulo, tamarindo, granadilla, pitaya – giusto per citarne alcuni. In città non mancano i venditori ambulanti con i loro carrettini carichi di frutta tropicale. Vale la pena assaggiarla, anche solo per curiosità: sono sapori che difficilmente si trovano altrove.
Partecipare alla movida
Cartagena de Indias ha una vita notturna molto vivace, in particolare nei quartieri della Ciudad Amurallada e di Getsemani. Si può iniziare con un mojito in un bar con musica dal vivo e proseguire in uno dei tanti locali che animano le notti caraibiche. In Colombia la salsa è sempre protagonista, ma a Cartagena si balla davvero di tutto.
Degustare la gastronomia locale
Con il suo mix di sapori caraibici, influenze africane e tradizione creola, la cucina di Cartagena è una delle più saporite di tutta la Colombia. Tra i piatti della tradizione troviamo il pesce fritto servito con riso al cocco e patacones, il sancocho di pesce, le empanadase una varietà di pietanze a base di mais e frutti di mare. Il tutto accompagnato da salse piccanti, jugos naturales o una cerveza ben gelata. Dallo street food alle trattorie, locali fino ai ristoranti più raffinati, a Cartagena si mangia bene ovunque: l’importante è abbandonare i pregiudizi e provare anche quel che non si conosce.
iStockCentro storico di Cartagena de Indias
Cartagena sa sempre come sorprendervi, anche quando pensate di aver già visto tutto!
Ci sono Paesi che restano impressi nella memoria più di altri. Paesi che non si riducono a una lista di luoghi da vedere, ma che si esprimono in un intreccio di incontri, paesaggi ed esperienze da respirare, ascoltare e assaporare. Tra questi Paesi c’è la Colombia che negli ultimi anni ha riscritto la sua storia, passando da terra associata alla violenza a meta ambita – e amata – dai viaggiatori di tutto il mondo.
Dalla Cordigliera delle Ande alle piantagioni di caffè, passando per la foresta amazzonica e per il Mar dei Caraibi, tra le rovine di antiche civiltà scomparse e l’energia pulsante delle città coloniali, ogni giorno in Colombia regala un viaggio nell’anima del Paese che grazie all’ospitalità contagiosa della sua gente diventerà un ricordo indelebile.
Due settimane in Colombia: l’itinerario per rompere il ghiaccio
Vediamo insieme cosa fare in Colombia in due settimane con un itinerario ad hoc pensato per chi visita il Paese la prima volta. Con un’avvertenza: l’unico rischio che si corre in Colombia è quello di volerci restare!
Bogotá, il cuore andino della Colombia
Situata a 2.640 metri di altitudine, nel cuore della Cordigliera delle Ande, Bogotá accoglie il visitatore con la sua aria effervescente e l’anima in bilico tra passato e presente, caos urbano e scorci silenziosi. Tre giorni sono il minimo sindacale per scoprire la città e avere un assaggio della cultura andina che permea l’intera regione.
Cuore pulsante della capitale è La Candelaria con i suoi vicoli acciottolati, le case coloniali e le pareti adorne di murales colorati che raccontano storie di resistenza, cultura e identità. Qui si trovano alcune delle attrattive imperdibili di Bogotá, tra cui:
Plaza Bolivar e la Catedral Primada, che ospita all’interno la tomba di Gonzalo Jiménez de Quesada, fondatore della città;
il Museo Botero, dove l’arte si fa iconica e monumentale;
il Museo dell’Oro, custode di oltre 55.000 reperti di civiltà precolombiane.
Per una vista panoramica su Bogotá che abbraccia le Ande circostanti consigliamo di salire sul Cerro Monserrate, raggiungibile a piedi, in funicolare o in teleferica, mentre per una sferzata di colore e un’immersione nella vita quotidiana in Colombia vi suggeriamo di visitare il Mercado di Paloquemao dove rimarrete impressionati dalla varietà di frutta esposta sui bancali.
Tra le cose da fare in Colombia vi segnaliamo inoltre due luoghi intrisi di mito e spiritualità: la Cattedrale di Sale di Zipaquirá, scavata nel cuore di una montagna, e la Laguna di Guatavita, avvolta dall’aurea leggendaria dell’Eldorado. Possono essere visitati entrambi, nello stesso giorno, con una visita guidata da Bogotá.
iStockLa laguna di Guatavita, dove nasce il mito dell’Eldorado
Salento e l’Eje Cafetero
Dopo il primo assaggio di Colombia alle altitudini di Bogotá, con un volo interno spostatevi nella zona dell’Eje Cafetero. Potete scegliere di atterrare a Pereira, o ad Armenia, e da li raggiungere il villaggio più iconico del dipartimento del Quindío: Salento.
Accogliente, colorato, circondato da montagne ed estremamente piacevole, Salento è il punto di partenza privilegiato per esplorare la Valle del Cocora e ammirare la Ceroxylon quindiunse, nota anche come palma di cera, una specie in via di estinzione dichiarata albero nazionale e simbolo del Paese. Da non perdere la visita a una finca di caffè per apprendere il processo produttivo che parte dal chicco e porta alla tazza,
Tre giorni nella zona dell’Eje Cafetero vi consentiranno di assaporare il ritmo lento della regione e di scoprire una Colombia che profuma di terra, silenzio e pazienza. Un luogo che insegna a rallentare senza porsi troppe domande.
iStockLe palme di cera della Valle del Cocora
Medellín, la città dell’eterna primavera
Per raggiungere Medellín dall’Eje Cafetero, preventivate sei ore (circa) via terra che non andranno perdute perché vi regaleranno alcune pennellate di vita rurale; se invece avete l’animo cittadino e volete ottimizzare i tempi, un volo da Pereira dura meno di 45 minuti. Qualunque sia il mezzo di trasporto scelto, l’arrivo in città segnerà un taglio netto tra la lentezza tipica del Quindío e l’energia vibrante di Medellín.
Adagiata nella valle dell’Aburrá, con le montagne attorno che sembrano volerla abbracciare, Medellín è soprannominata la città dell’eterna primavera per il clima mite di cui gode tutto l’anno, ma anche perché al centro di una rinascita urbana fatta di cultura, creatività e orgoglio collettivo. Simbolo di questo cambiamento è la Comuna 13, fino a pochi anni fa segnata dalla violenza e oggi uno dei quartieri più vitali della città.
Tra le cose da vedere a Medellín, oltre alla Comuna 13, vi segnaliamo:
Plaza Botero, area pubblica che ospita 23 sculture del celebre artista colombiano;
il Museo di Antioquia, dove accanto a collezioni d’arte precolombiana e contemporanea, custodisce buona parte dell’opera pittorica di Fernando Botero;
il Parque Arví, area naturale protetta sita in città, nell’aria collinare, dove respirare un po’ d’aria buona senza uscire da Medellín;
il Jardín Botánico, piccolo paradiso urbano che ospita una gran varietà di piante tropicali e di farfalle, oltre a uno splendido orchidarium.
Tre giorni a Medellín sono sufficienti per coglierne l’anima in costante mutamento e includere la visita in giornata di Guatapé, piccolo gioiello coloniale, e dell’iconica Piedra del Peñol che dall’alto domina un ampio bacino artificiale punteggiato da isolette che invitano al riposo e alla contemplazione.
iStockIl villaggio colorato di Guatapé
Santa Marta tra giungla, mare e montagne
Lasciatevi alle spalle la frenesia di Medellín e preparatevi a rallentare ancora una volta, abbandonati al respiro calmo del nord: con un volo diretto potete raggiungere Santa Marta, cuore pulsante del dipartimento della Magdalena, che vi consigliamo di esplorare a passo lento, dedicando almeno tre giorni di tempo alla città e ai suoi immediati dintorni.
Affacciata sulle acque turchesi del Mar dei Caraibi, sotto l’ala protettrice della Sierra Nevada che ospita i due picchi più alti del paese (oltre i 5.700 metri di altezza), Santa Marta è una della città più antiche di tutto il Sud America e apre le porte a una Colombia diversa, dove l’equilibrio tra uomo e natura diventa parte dell’esperienza.
Trasandata e decadente a sprazzi, ben lontana dalla perfezione della vicina Cartagena, Santa Marta è una città viva, autentica, che non indossa veli o maschere e che si mostra in tutte le sue contraddizioni.
Tra le cose da fare in Colombia partendo da Santa Marta suggeriamo:
il Parque Nacional Tayrona, tappa obbligata per gli amanti del mare, offre spiagge da cartolina, sentieri nella giungla e la possibilità di entrare in contatto con gli indigeni che vivono in armonia con la natura;
Minca, piccolo villaggio di collina gettonato tra gli appassionati di ecoturismo, vi regalerà belle passeggiate in mezzo al verde tra cascate, sentieri e piantagioni di cacao.
iStockSpiaggia del Parque Nacional Tayrona
Cartagena de Indias, la perla del caribe colombiano
Last but not least, Cartagena de Indias su cui ogni parola risulterebbe superflua.
Con le sue mura coloniali perfettamente conservate, le piazze assolate, i balconi traboccanti di buganvillea e la luce caraibica che trasforma ogni scorcio in pura poesia, Cartagena è il luogo perfetto per concludere il vostro soggiorno in Colombia: tra i colori di Getsemani e una camminata lungo i bastioni al tramonto, Cupido scoccherà la sua freccia e la perla del Caribe vi conquisterà.
iStockCentro storico di Cartagena de Indias
Cosa fare in Colombia: le esperienze da non perdere
Un viaggio in Colombia non può dirsi completo se non diventa esperienza, quel momento che passa attraverso i sensi, le persone e le storie e che racconta più di qualsiasi fotografia. Tra le tante, ne abbiamo selezionate 5:
imparare a muoversi al ritmo di salsa che in Colombia è una vera e propria arte;
mangiare un mango condito con sale e limone comprato da un ambulante è un rito quotidiano che sa di strada, di sole e di convivialità;
dormire in un’amaca al Parque Tayrona, lasciandosi coccolare dal brusio del mare e del vento che dialogano sottovoce in attesa che l’alba filtri tra le palme;
fermarsi a guardare una partita a domino in una qualunque piazza del Paese, lasciandosi ipnotizzare dalle mani in movimento e dalle risate intorno che riempiono l’aria;
salire su un colectivo affollato, pagare passandosi le monete di mano in mano mentre i corpi ancheggiano al suono della cumbia che si diffonde dalla radio a tutto volume è il modo migliore per entrare nel quotidiano colombiano e vivere un’esperienza autentica, a tutto tondo.
Consigli utili per organizzare un viaggio in Colombia
Per viaggiare in Colombia è necessario il passaporto con una validità residua di almeno sei mesi, ma non è richiesto il visto d’ingresso per soggiorni turistici pari o inferiori a 90 giorni.
Non sono previste vaccinazioni obbligatorie, ma è vivamente consigliata quella contro la febbre gialla se si visitano zone amazzoniche o rurali.
La Colombia non è più ritenuta un Paese pericoloso, ma è sempre buona norma adottare comportamenti prudenti per cui evitare i quartieri periferici, non ostentare oggetti di valore e utilizzare taxi ufficiali, soprattutto se ci si sposta la sera nelle grandi città.