A volte i luoghi più sorprendenti nascono da trasformazioni capaci di cambiare in toto il destino di uno spazio: è il caso di St Andrews Lakes, nel Kent, un grande lago artificiale immerso nella campagna inglese che oggi appare come una fuga perfetta dalla vita quotidiana, sospesa tra acqua azzurra, spiagge artificiali, sport outdoor, relax e avventura.
Siamo a Halling, nel nord del Kent, tra il fiume Medway e Pilgrims Way, in una zona comodamente raggiungibile anche da Londra: un’ex cava è stata trasformata in una destinazione per il tempo libero all’aria aperta, dove il paesaggio conserva ancora il carattere scenografico delle pareti rocciose ma lo rilegge come riserva d’acqua dolce con percorsi per famiglie e perfino lodge affacciati sul lago.
Cosa fare a St Andrews Lakes
Il cuore più vivace di St Andrews Lakes è senza dubbio il parco acquatico gonfiabile, considerato il più grande del Kent: l’esperienza è quella di un immenso parco giochi sull’acqua, ricco di ostacoli, scivoli, arrampicate, trampolini, monkey bars, passerelle e persino un’altalena gigante. Se amate muovervi con ritmi più tranquilli, potete scegliere paddleboard e kayak, anche con lezioni pensate per chi è alle prime armi.
Per un’esperienza ancora più scenografica, c’è la zip wire che permette di sorvolare il lago e osservare dall’alto l’acqua, la spiaggia e le attività in corso: il brivido c’è, ma resta accessibile e perfetto per chi vuole portarsi a casa un ricordo davvero spettacolare.
Se preferite restare sulla terraferma, sappiate che non mancano attività outdoor, dal climbing wall al tiro con l’arco, fino all’axe throwing: si può costruire una giornata su misura, alternando attività acquatiche e momenti di sport e pausa, energia e relax.
Il lato più rilassante del lago
Nonostante l’anima avventurosa, St Andrews Lakes non è pensato soltanto per correre, arrampicarsi o scivolare sull’acqua: la spiaggia artificiale e le rive sono l’ideale per prendere il sole, leggere, chiacchierare o osservare chi si diverte sull’acqua park.
Amate nuotare in contesti naturali? Allora l’open water swimming, con tutto il fascino delle acque libere e della natura intorno, aggiunge un’esperienza più essenziale e rigenerante, un modo di vivere il nuoto legato al paesaggio e alla sensazione di immergersi in uno spazio aperto.
Una delle proposte più interessanti è poi il Wellness Centre, spa outdoor di ispirazione nordica che si specchia nel lago, con vasca idromassaggio, sauna a legna e piscina nella laguna naturale: sono disponibili sessioni da 1 ora e mezza, da 3 ore o day pass, mentre il centro benessere è riservato agli adulti.
Per famiglie con bambini e ragazzi, St Andrews Lakes offre attività diversificate e pensate per tutte le età: oltre al grande aqua park principale, non manca infatti un kids aqua park dedicato ai più piccoli.
Durante le vacanze estive vengono poi organizzati anche Multi-Activity Days per ragazzi dagli 8 ai 16 anni, con attività outdoor supervisionate da istruttori qualificati: le giornate possono includere kayak, paddleboard, climbing, tiro con l’arco, vela e lancio dell’ascia, con programmi adattati al gruppo e alle condizioni meteo.
Allo stesso tempo, St Andrews Lakes è adatto anche ai gruppi di amici, alle feste, alle giornate aziendali o a chi vuole organizzare un’uscita fuori Londra all’insegna del divertimento.
Chiusdino, Monticiano, Sovicille. Nomi che ai più possono dire poco: sono piccoli borghi che punteggiano la Val di Merse, un bell’angolo della provincia di Siena, nel sud della Toscana. Morbide colline, fitti boschi e alcuni corsi d’acqua che scorrono, sinuosi e silenziosi, tra una curva e l’altra del territorio.
Qui, tra le bellezze di Siena, le Colline Metallifere e le prime propaggini della Maremma, il fiume Merse, piccolo affluente dell’Ombrone, è lo scenario di una bella e poco frequentata escursione, un cammino nel verde che porta prima a un antico castello dimenticato, con un nome che è già di per sé un racconto, e poi, sulla via del ritorno, a una spiaggia d’acqua dolce che d’estate diventa una meravigliosa oasi di frescura assolutamente da non perdere.
Superata la salita del passo del Brünig lungo l’itinerario che collega la regione dell’Oberland bernese alla Svizzera centrale, c’è un momento in cui la vista si spalanca su una conca dal colore indescrivibile. È la superficie del Lago di Lungern, che riflette sfumature che oscillano fra turchese, smeraldo e verde intenso, mentre le montagne disegnano una poetica cornice.
Siamo tra Lucerna e Interlaken, in una valle alpina modellata dai ghiacciai durante le grandi glaciazioni quaternarie. Il lago accompagna il piccolo villaggio di Lungern, caratterizzato da case tradizionali decorate con balconi fioriti, tetti spioventi, chiesa dal campanile slanciato e prati punteggiati di fienili in legno.
Ma, se dobbiamo essere del tutto onesti, è l’acqua a rappresentare il vero elemento protagonista: la qualità raggiunge livelli talmente elevati da risultare potabile (attenzione, è comunque sconsigliato berla), mentre in estate la temperatura può arrivare fino a 23 °C, valore decisamente insolito per un bacino alpino. Il livello del lago, tra le altre cose, varia nel corso dell’anno perché il bacino svolge anche una funzione idroelettrica. Ciò vuol dire che durante la primavera il volume risulta generalmente più basso, mentre nei mesi estivi aumenta grazie alla gestione della diga. Sì, è un paesaggio che si modifica continuamente.
Origine, formazione e leggende del Lago di Lungern
Il Lago di Lungern occupa una conca scavata dai grandi ghiacciai alpini migliaia di anni fa. Al termine dell’ultima glaciazione, il ritiro delle enormi masse di ghiaccio lasciò spazio a una depressione naturale che, nel tempo, si riempì grazie alle acque provenienti dai torrenti montani e dalle sorgenti della valle.
L’aspetto odierno, tuttavia, racconta anche una pagina significativa della storia svizzera del XX secolo: tra il 1921 e il 1922 venne realizzata una diga destinata alla produzione di energia idroelettrica. L’intervento comportò l’innalzamento del livello dell’acqua di circa 14 metri, trasformando profondamente l’antico paesaggio. Alcuni terreni agricoli finirono sotto il lago, mentre il paese dovette adattarsi a una nuova conformazione della riva.
Il colore così intenso deriva invece dalla combinazione di diversi fattori naturali. La straordinaria limpidezza dell’acqua, il fondale, la luce alpina e la presenza di minuscole particelle minerali riflettono tonalità che cambiano durante la giornata. Al mattino prevalgono sfumature verde chiaro, nelle ore centrali compaiono riflessi turchesi, verso sera il lago assume un aspetto più profondo.
iStockI colori del Lago di Lungern
Intorno a esso circolano anche racconti popolari tramandati dagli abitanti della valle. Antiche tradizioni parlano di spiriti legati alle sorgenti e ai torrenti montani, figure simboliche nate per spiegare la forza della natura, le improvvise piene e il fragore delle cascate. Pur appartenendo al patrimonio orale locale, queste storie contribuiscono ancora oggi ad alimentare il fascino del territorio.
Cosa fare e vedere durante la visita
Il modo migliore per apprezzare il Lago di Lungern consiste nel seguire il percorso ad anello che ne accompagna il perimetro. L’itinerario misura circa 9,5 km, presenta un dislivello contenuto e alterna tratti sterrati, passerelle, brevi segmenti asfaltati, prati, boschi e scorci aperti sulle montagne. L’intero tragitto richiede più o meno 2 ore e mezza, anche se molti preferiscono procedere con calma, fermandosi nei punti panoramici oppure nelle numerose aree picnic attrezzate con tavoli e postazioni barbecue.
Lungo il percorso compare uno degli angoli più suggestivi dell’intera valle: la Cascata Dundelbach, che precipita da circa 150 metri attraverso due salti successivi. Un breve sentiero conduce al punto di osservazione inferiore, mentre un tratto più ripido permette di raggiungere anche il salto superiore, dal quale si apre una splendida vista sul lago.
Chi ama la fotografia difficilmente rinuncia a una sosta presso il belvedere di Schönbüel. Da qui il Lago di Lungern rivela la sua forma sinuosa incastonata fra i rilievi dell’Obvaldo. Si tratta di uno dei panorami più celebri della Svizzera, spesso protagonista di calendari, cartoline e campagne promozionali dedicate alle Alpi.
Durante l’estate il lido di Lungern rappresenta uno dei punti più frequentati. La piccola spiaggia sabbiosa, piuttosto rara in ambiente alpino, accoglie famiglie, coppie e gruppi di amici. C’è persino uno scivolo acquatico lungo 56 metri, così come sono presenti piattaforme galleggianti, trampolino, giochi per bambini, prati curati, chiosco e servizi.
L’acqua invita anche a vivere il lago da una prospettiva diversa. Pedalò, barche a remi e tavole da stand up paddle consentono di allontanarsi dalla riva lentamente, mentre la presenza di venti regolari favorisce vela e windsurf. Una scuola nautica organizza lezioni dedicate sia ai principianti sia ai velisti più esperti.
Chi desidera ampliare l’escursione può salire sulla funivia Lungern-Turren. In pochi minuti la valle lascia spazio a pascoli alpini e sentieri panoramici che conducono verso quote più elevate, regalando una prospettiva ancora più ampia sul lago e sulle montagne circostanti.
Dove si trova e come arrivare
Il limpidissimo Lago di Lungern appartiene al Canton Obvaldo, nella Svizzera centrale, lungo l’asse che collega Lucerna a Interlaken. La posizione risulta particolarmente favorevole anche per chi programma un itinerario attraverso le Alpi svizzere, grazie ai collegamenti rapidi sia su strada sia su rotaia.
In automobile basta seguire l’autostrada A8 fino all’uscita dedicata a Lungern, dove sono presenti parcheggi pubblici che sorgono nei pressi del lido, del campeggio oppure vicino alla stazione ferroviaria. Chi preferisce il treno può utilizzare la Zentralbahn, linea panoramica che collega Lucerna a Interlaken attraversando vallate, boschi e passi alpini. Le fermate di Lungern e Kaiserstuhl sorgono a breve distanza dalle rive, caratteristica che permette di iniziare l’escursione pochi minuti dopo la discesa dal convoglio.
Fra montagne, acqua cristallina, prati, cascate e piccoli villaggi alpini, il Lago di Lungern racchiude gran parte dell’anima più autentica della Svizzera: è un luogo in grado di sorprendere senza artifici, grazie a una bellezza plasmata dal tempo, dalla geologia e dall’equilibrio tra uomo e natura.
Non la conosce quasi nessuno, anzi, potremmo definirla un tesoro “di nicchia” vero e proprio, eppure nel cuore dell’Appennino parmense esiste una valle sorprendente dove la natura sembra aver riscritto le proprie regole. Qui l’acqua non scorre soltanto tra boschi e rocce, ma lascia dietro di sé una traccia visibile del suo passaggio: piccole cascate, concrezioni minerali e spettacolari depositi di travertino che trasformano il paesaggio in un luogo quasi fiabesco.
È la Val Gelana, una piccola perla nascosta nel territorio di Bedonia, in provincia di Parma, un geosito di rilevanza locale ancora lontano dai grandi circuiti turistici, ma capace di sorprendere chi decide di esplorarlo. Una valle dove ogni dettaglio racconta il lento lavoro dell’acqua: dalle rocce modellate nel corso dei secoli fino ai particolari “drappi” di carbonato di calcio che ricoprono alcuni tratti del torrente, creando scenari insoliti per l’Appennino.
Val Gelana, dove le cascate si tramutano pietra
La caratteristica più affascinante della Val Gelana è legata proprio alle sue acque. Il torrente Gelana attraversa rocce particolarmente ricche di minerali e, durante il suo percorso, raccoglie grandi quantità di bicarbonato di calcio. Quando l’acqua raggiunge i salti delle cascate, il carbonato di calcio tende a depositarsi creando nel tempo vere e proprie sculture naturali: ammassi rocciosi, piccole vaschette in serie e spettacolari formazioni di travertino di cascata.
Ufficio StampaIl Ponte di Maria Luigia sul torrente Gelana
Il risultato è un paesaggio raro, dove il confine tra acqua e pietra sembra quasi scomparire. Le cascate non sono soltanto un elemento del panorama, ma diventano esse stesse protagoniste di un processo geologico ancora in corso.
Oltre alla sua particolarità geologica, la Val Gelana custodisce anche un patrimonio storico e paesaggistico tutto da scoprire. Il percorso escursionistico che attraversa la valle regala scorci panoramici già nella parte iniziale, tra Case Gelana e Caneso, dove emergono i segni dell’antico rapporto tra uomo e montagna: campi conquistati alla natura, prati coltivati e piccoli insediamenti che raccontano la vita delle comunità locali.
La valle conserva anche memorie legate al passato del territorio, tra cui i passaggi di Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma, e alcuni ponti in pietra costruiti durante il periodo del Ducato, ancora oggi percorribili.
Scendendo verso la forra del torrente, invece, la presenza umana lascia spazio completamente alla natura: il bosco diventa più fitto, l’acqua accompagna il cammino e compaiono i resti di antichi mulini abbandonati, testimonianza di un passato rurale ormai nascosto dal tempo.
Dove si trova la Val Gelana e come raggiungerla
Se vi abbiamo incuriosito e invogliato a intraprendere un’avventura nella natura più incontaminata, adesso vi spieghiamo come localizzare l’escursione. La Val Gelana si trova nell’Appennino parmense, nel territorio del comune di Bedonia, in provincia di Parma, all’interno di un’area caratterizzata da boschi, torrenti e piccoli borghi di montagna.
Per raggiungerla è possibile arrivare fino a Bedonia in auto e proseguire verso la località di Case Gelana, punto di partenza dei principali percorsi escursionistici della valle. Da qui si può iniziare l’esplorazione a piedi seguendo i sentieri che accompagnano il torrente Gelana tra cascate, formazioni di travertino e scorci naturali suggestivi. Il percorso richiede scarpe da trekking e un minimo di preparazione, soprattutto nei tratti più vicini alla forra del torrente.
C’è un angolo di Friuli-Venezia Giulia dove la natura sembra essersi divertita a creare piccoli miracoli geologici e paesaggi da favola.
Qui, all’ombra delle imponenti vette delle Alpi Giulie occidentali, si sviluppa un paradiso dell’outdoor che custodisce foreste di risonanza usate dai liutai di tutto il mondo, miniere che nascondono segreti curativi ed eccellenze gastronomiche, e corsi d’acqua spettacolari che viaggiano incredibilmente fino al Mar Nero.
Quello di Tarvisio e dei suoi dintorni è un territorio sorprendente e accessibile a tutti, dove i sentieri per il trekking più selvaggio si alternano a percorsi pensati per il puro relax delle famiglie, capace di trasformare ogni passeggiata in un’avventura indimenticabile tra terra, acqua e cielo.
Il Parco Geominerario di Raibl, viaggio nel cuore della Terra
Il cuore del Parco Geominerario di Raibl è la sua miniera, le cui pareti sono custodi di oltre 700 anni di attività a partire dall’epoca romana. Per secoli qui gli abitanti della zona (e non solo) hanno lavorato per estrarre zinco e piombo.
La struttura sotterranea della miniera ha dell’incredibile: ben 120 chilometri di gallerie disposte su 19 livelli, che scendevano fino a 520 metri di profondità. Camminando all’interno si nota subito una curiosa pendenza del 2 per mille, studiata appositamente in passato per non far fare troppa fatica ai muli che trasportavano il materiale estratto e per permettere all’acqua di drenare correttamente senza allagare i cunicoli.
Altra particolarità: per visitare la miniera dovrai coprirti molto bene! All’interno infatti c’è un’umidità del 98% e una temperatura costante di 6 gradi.
Entrando nel suggestivo Camerone Santa Barbara – che una volta era ben cinque volte più grande ed è il punto esatto in cui venne trovata la vena mineraria principale – si respira ancora la profonda devozione dei lavoratori alla Santa che li proteggeva. L’altare sotterraneo è dedicato proprio a Santa Barbara e ogni 4 dicembre vi si celebra una messa in due lingue.
Ma non finisce qui. Un altro luogo caratteristico della miniera è il Pozzo Layer, un ascensore utilizzato per trasportare il materiale estratto e i minatori. E come non citare poi il Tunnel o Galleria di Bretto che, con i suoi 5 chilometri, è stato il primo confine di Stato più profondo d’Europa.
@SiViaggia - Valentina ScillieriL’affinatura dei formaggi nella miniera
Nella miniera Raibl ci sono anche altre due sorprese. La prima è che in uno degli ambienti sotterranei si tengono due volte all’anno dei trattamenti di speleoterapia per ragazzi con problemi respiratori. La seconda è invece di natura enogastronomica: da qualche anno le gallerie ospitano zone di affinatura dei formaggi, che, grazie ai lieviti della miniera, rimangono morbidissimi all’interno. Una vera chicca unica in Europa!
Dal punto di vista umano, senso di comunità si percepisce ovunque: basti pensare che negli anni ’50 ci lavoravano ben 1200 persone e il paesino di Cave del Predil era un vero e proprio villaggio vibrante di 2500 abitanti, mentre oggi ne rimangono circa 200, dopo che nel 1991 la miniera è stata definitivamente chiusa. All’interno della miniera rimane, per fissare la memoria e l’attaccamento della popolazione a questo luogo, una scritta: “Gluck auf“, ovvero “Felice ritorno”, il tradizionale saluto dei minatori che esprimeva la speranza di tornare alla propria vita in superficie.
Sul set cinematografico dei Laghi di Fusine
Se c’è un luogo che sembra uscito direttamente da una fiaba o da una cartolina, quello è senza dubbio la conca dei Laghi di Fusine. Non a caso questo posto pazzesco è stato più volte scelto come set cinematografico e pubblicitario d’eccezione.
Questi due laghi di origine glaciale sono protetti dalle maestose Alpi Giulie occidentali, dominate dal profilo del monte Mangart con i suoi 2677 metri di altezza, un colossale blocco di calcare e dolomia.
@SiViaggia - Valentina ScillieriVista dai Laghi di Fusine
Camminando lungo le sponde, potrai ammirare i famosi massi erratici, giganteschi blocchi di roccia staccati in epoca remota dal ghiacciaio e trasportati fino a qui: i più famosi sono il masso Marinelli (alto circa 20 metri) e il masso Giulio Andrea Pirona.
I laghi sono due, situati a pochissima distanza l’uno dall’altro ma con sfumature uniche: il Lago Inferiore si trova a 924 metri di altitudine, mentre il Lago Superiore si trova a 929 metri. I due sono collegati da un sistema sotterraneo di acque, per cui è il Lago Superiore ad alimentare quello Inferiore. Una particolarità: il Lago Superiore è molto “umorale”, nel senso che essendo alimentato principalmente dall’acqua piovana, il suo livello cambia continuamente.
Per gli amanti della natura selvaggia, i boschi circostanti di abeti rossi e faggi sono un vero paradiso di biodiversità. Qui crescono i pregiati abeti rossi di risonanza, ricercati dai liutai di tutto il mondo perché il loro legno finissimo è perfetto per costruire strumenti musicali a corda di altissimo livello. Aguzzando la vista e l’udito tra i rami, potresti avvistare poi animali come il picchio verde e il picchio nero, cervi, caprioli, camosci, stambecchi e marmotte, ma anche lupi, orsi e linci.
Il Monte Lussari e il santuario tra le nuvole
Il Monte Lussari è un luogo magico intriso di spiritualità e fascino ad alta quota. Salendo quassù a piedi o con gli impianti, si raggiunge il celebre e pittoresco borgo dove nel 1313 nasce ufficialmente il santuario, una meta di pellegrinaggio antichissima e suggestiva che da secoli unisce popoli e lingue diverse.
@SiViaggia - Valentina ScillieriIl borgo di Monte Lussari
Una delle particolarità architettoniche più curiose della chiesa riguarda la forma del suo soffitto: fu infatti realizzato con le sembianze di una carena di nave rovesciata per il patriarca d’Aquileia, un dettaglio costruttivo davvero singolare che ti consiglio assolutamente di osservare alzando gli occhi al cielo una volta varcato il portale d’ingresso.
Tutto attorno il paesaggio si apre in una spettacolare vista sulle Alpi Giulie e lo sguardo si perde nella maestosità delle pareti di roccia del Jof di Montasio, del Jof Fuart e del Mangart. Questo luogo è l’ideale sia per gli amanti del trekking e della natura, con anche sentieri impegnativi come il Cammino Celeste, che per chi pratica sport invernali, con la suggestiva pista Di Prampero adatta agli sciatori più esperti.
@SiViaggia - Valentina ScillieriLe Alpi Giulie viste dal Monte Lussari
Il Monte Lussari è anche l’ambientazione della suggestiva e tradizionale fiaccolata del 1° gennaio: sciatori professionisti, vestiti con abiti invernali tipici, scendono lungo i pendii della montagna con le fiaccole in mano fino a Camporosso, dove tutta la comunità si ritrova per festeggiare con musica, vin brulè e fuochi d’artificio.
Le acque cristalline dell’Orrido dello Slizza
Se cerchi un’avventura a piedi che lasci a bocca aperta tutta la famiglia senza richiedere sforzi eccessivi o sentieri da alpinisti, l’Orrido dello Slizza è esattamente la scelta perfetta.
Si tratta di una forra molto stretta e profonda, scavata nel corso dei millenni dalla forza incessante dell’acqua dello Slizza, un torrente che nasce dall’unione di due corsi d’acqua della zona: il Rio Freddo e il Rio del Lago.
La camminata si sviluppa lungo un sentiero semplice e perfettamente attrezzato con scale e staccionate, ideale per una splendida gita con i bambini.
@SiViaggia - Valentina ScillieriL’Orrido dello Slizza
Oltre ad essere una meta rinomata e apprezzata per gli appassionati di pesca sportiva, questo torrente nasconde un fatto geografico davvero incredibile: a differenza della stragrande maggioranza dei fiumi italiani, l’acqua dello Slizza scorre verso Nord e va a finire dritta nel Mar Nero! Un piccolo miracolo della geografia che rende questo canyon un luogo ancora più affascinante da scoprire a passo lento.
Dalla Ciclovia Alpe Adria ai sentieri incontaminati
Le opportunità per vivere questo splendido territorio a stretto contatto con la natura non finiscono certo qui, perché la fitta rete di percorsi all’aria aperta offre infinite varianti per tutte le gambe e per tutte le età.
Per chi ama le due ruote, un’esperienza assolutamente imperdibile e rigenerante è quella di percorrere un tratto della celebre Ciclovia Alpe Adria, una delle piste ciclabili più spettacolari e premiate d’Europa che attraversa paesaggi mozzafiato ed è perfetta per le famiglie, grazie a pendenze dolci e tracciati sicuri ricavati spesso sul sedime di vecchie linee ferroviarie dismesse.
Se invece alle due ruote preferisci il trekking classico o le passeggiate rilassanti immerse nel verde, da non perdere è il “The Forest Sound Track” (il Sentiero degli Alberi di Risonanza in Val Saisera), un percorso facile di 5,5 km che conduce al cospetto dei maestosi abeti rossi usati dai liutai.
Un’idea perfetta da vivere con i bambini è la visita alle malghe del Passo Pramollo, una passeggiata molto agevole su strada forestale che conduce fino a Malga For, punto di sosta ideale tra i pascoli di montagna. Per chi ama camminare al fresco accompagnato dal mormorio dell’acqua c’è l’Anello del Rio Serai, un percorso rilassante e alla portata di tutti che attraversa il bosco superando il torrente su una suggestiva passerella pedonale.
Tarvisio e i suoi dintorni sono una destinazione immersa nella natura capace di mettere d’accordo proprio tutti. Che tu abbia voglia di infilare gli scarponi per un trekking tra i boschi, di scendere sottoterra al fresco di una miniera centenaria o semplicemente di goderti la vista sui laghi con tutta la famiglia, qui le cose da fare e da vedere non mancano mai.
Le Alpi italiane, nella loro fascia più alta, custodiscono una costellazione di laghi glaciali, figli delle nevi e dei ghiacci che ancora resistono al cambiamento climatico. Sono piccole meraviglie d’acqua dolce, bacini dai mille colori: il verde, il turchese, lo smeraldo, ma qualche volta anche un blu scuro e misterioso, che non lascia intravedere niente sotto la superficie.
Nessuna strada asfaltata li sfiora: sono un tesoro da scoprire soltanto a piedi, d’estate, spingendosi oltre le quote normali a cui siamo abituati, zaino in spalla e tanta voglia di scoprire la montagna. Mete perfette per coloro che amano il trekking, ma che al tempo stesso vogliono che la loro fatica sia ripagata da qualcosa di meraviglioso, per ammirare panorami che restano impressi nella memoria.
Lago di Antermoia
Val di Fassa, massiccio del Catinaccio. Ai piedi della vetta più alta del gruppo, il Catinaccio d’Antermoia, sorge l’omonimo lago. Altitudine: 2.495 metri sul livello del mare, uno dei laghi più alti delle dolomiti. È alimentato dalle sorgenti sotterranee del Rio Antermoia, e pertanto mantiene l’acqua anche nei mesi più caldi, a differenza di molti altri laghi glaciali che tendono a prosciugarsi in estate.
Legato a un’antica leggenda ladina, secondo la quale sarebbe nato dalle lacrime di una ninfa, lo splendido Lago di Antermoia è raggiungibile esclusivamente a piedi. Ci sono diversi percorsi che permettono di raggiungerlo, partendo da diverse località della Val di Fassa: Pera, Mazzin, Campitello, Fontanazzo. Convergono tutti, dopo tre o quattro ore di salita, nella conca che ospita il lago e il vicino Rifugio Antermoia.
iStockArrivo al Lago di Antermoia
Il tragitto più panoramico sale da Pera di Fassa. Da qui ci si avvicina all’attacco del sentiero con due tratti di seggiovia fino a Pian dei Pecei. Attraverso la Val di Vajolet, l’itinerario tocca il Rifugio Passo Principe e supera il Passo Antermoia prima di scendere al lago. È una escursione splendida, senza difficoltà tecniche ma resa complessa dalla lunghezza, che si avvicina ai 20 chilometri, e dal dislivello in salita di circa 1000 metri.
Una leggenda ladina racconta che il lago sia nato dal pianto di una ninfa, Antermoia appunto, trasformata in acqua dopo che il suo amore la chiamò per nome, infrangendo un incantesimo che lo vietava. Una storia un po’ sinistra come tante di quelle delle terre fredde, ma non si fatica a credere a una qualche forma di magia quando ci si trova davanti allo spettacolo unico di questo lago spettacolare.
Laghi della Val Viola
Tra Bormio e Livigno, in Alta Valtellina, si trova la Val Viola, una vallata montana particolarmente soleggiata, dettaglio che la rende percorribile con soddisfazione anche a inizio e fine stagione, oltre che in piena estate.
Praticamente al confine con la Svizzera sorge il Lago di Val Viola, un bel bacino dai colori intensi nel bel mezzo di una conca verde circondata da cime pietrose. Vi giunge una escursione semplice che parte da Altumeira, poco oltre i duemila metri di altitudine, località il cui accesso è regolamentato con un pedaggio durante la stagione estiva. Da qui si raggiunge in circa tre chilometri di percorso il lago di origine glaciale, a 2267 metri.
iStockPanorama sul Lago di Val Viola
Poco più avanti, attorno al Rifugio Viola, ci sono altri due laghetti, nelle cui acque si specchiano le cime circostanti, come il Corno Dosdè, con i suoi 3232 metri di altitudine. Dal rifugio si può raggiungere il Passo di Val Viola, a 2460 metri, che segna il confine con la vicina Svizzera.
Laghi del Nivolet
Il Colle del Nivolet è uno dei valichi alpini più celebri d’Italia: un passo posto oltre i 2600 metri nel cuore del Parco Nazionale del Gran Paradiso, al confine tra Piemonte e Valle d’Aosta.
Salendo da Ceresole Reale lungo la strada che, nei weekend estivi, viene chiusa al traffico privato a favore di una navetta, si incontrano per primi il Lago Serrù e il Lago Agnel, due bacini di origine glaciale ampliati poi dall’uomo. Si tratta di due scenografici specchi d’acqua dalle tinte azzurre intense.
iStockVista sui laghi del Pian del Nivolet
Per chi non si accontenta di arrivarci in auto, un bel sentiero è quello che parte dalla fermata dell’autobus di Chiapili di Sopra, attraversa il torrente Orco e si impenna per quattro chilometri di intensa salita fino al Lago Serrù.
Inoltre, dal Colle del Nivolet, un sentiero in salita di circa tre chilometri porta gli escursionisti a inoltrarsi tra altri piccoli laghetti dell’altopiano, come il Lago Rosset, riconoscibile per il suo isolotto a forma di cappello, e il vicino Lago Leità. I più intrepidi possono proseguire fino a raggiungere il vicino Col Rosset, percorrendo altri due chilometri. Da qui la vista sui piccoli bacini sottostanti è impagabile.
Giro dei Cinque Laghi
Nei pressi di Madonna di Campiglio, in Trentino, si trova un celebre percorso escursionistico, il Giro dei Cinque Laghi. È un percorso impegnativo, lungo quasi 15 chilometri per circa sei ore totali di percorrenza tra le cime del Gruppo della Presanella.
Si parte dai 2064 metri di Baita Natalia, destinazione di un impianto di risalita che parte da Madonna di Campiglio. Si imbocca quindi il sentiero 232 del CAI e ci si avventura alla scoperta di cinque specchi d’acqua alpini: il Lago Ritorto, il Lago Lambin, il Lago Serodoli, il Lago Gelato e il Lago Nero. Tutti si trovano oltre i duemila metri di altitudine.
Il Lago Serodoli è forse il più scenografico del quintetto. Sul versante meridionale del lago sorge un piccolo bivacco in muratura, punto d’appoggio per chi vuole spingersi oltre, fino, magari, alla cima Serodoli, a 2708 metri, che domina l’intera conca. Vicino, con un costone di roccia in mezzo, si apre il Lago Gelato, in uno scenario d’altura con creste rocciose e una splendida vista su tutte le vette vicine.
Dopo aver visitato questi due bacini l’escursione torna sui propri passi, ma si procede a scendere da un altro versante per raggiungere il piccolo Lago Nero.
Lago di Crespeina
Adagiato a 2374 metri, in una conca di roccia dall’aspetto brullo e selvaggio, sorge il Lago di Crespeina, spettacolare specchio smeraldino nel Parco Naturale Puez-Odle.
Il sentiero per raggiungere questo luogo parte dal Passo Gardena, poco oltre la soglia dei 2100 metri. È contrassegnato dal numero 2, lungo l’Alta Via delle Dolomiti. Si parte salendo per trecento metri di dislivello in salita fino a raggiungere il Passo Crespeina, una forcella dal panorama spettacolare dopo una salita altrettanto suggestiva tra guglie e capitelli. Da qui la discesa al Lago, lungo un sentiero con numerosi saliscendi, è breve.
iStockIl piccolo e meraviglioso Lago di Crespeina
Si devia quindi dal sentiero quando si vede lo specchio d’acqua cristallino poche decine di metri più in basso: distesi sui prati lungo le sue sponde si ammira un panorama di cime dolomitiche davvero sensazionale, in particolare sul vicino Col Turond.
Una distesa d’acqua lunga 12 chilometri, stretta tra le montagne del Salzkammergut, si apre davanti ai propri occhi. Il tutto mentre il Traunstein si alza sul lato orientale con una presenza così massiccia da sembrare il guardiano naturale del bacino. L’Austria dei laghi alpini spesso viene associata a paesaggi ordinati, prati perfetti e villaggi da cartolina. Qui c’è tutto questo, certo, ma il Traunsee possiede una personalità più ruvida, più profonda in senso letterale e figurato.
Con i suoi 191 metri di profondità massima è il lago più profondo del Paese. La superficie misura circa 25,6 chilometri quadrati e si trova a 422 metri sul livello del mare. Viene chiamato anche Lacus Felix, espressione latina traducibile con “Lago Fortunato”, un soprannome insolito, quasi beneaugurante, che contrasta con la sua natura severa.
Una spiaggia speciale: non ci arriva nessuna strada, non c’è un solo ombrellone, non esiste un bar dove fermarsi per un caffè. Per raggiungerla bisogna rimboccarsi le maniche e sudare, camminando lungo uno splendido quanto impegnativo sentiero che si dipana tra pinete, macchia mediterranea e panorami sul mar Tirreno e l’Arcipelago toscano.
La spiaggia in questione si chiama Cala di Forno, forse la spiaggia più selvaggia e unica della Toscana. Si trova nel cuore del Parco della Maremma, tra i Monti dell’Uccellina, protagonista di uno dei trekking marittimi più suggestivi della regione, se non di tutta Italia.
Parco della Maremma, dove si trova e come arrivare
Il Parco Regionale della Maremma, conosciuto anche come Parco dell’Uccellina dalla catena montuosa che lo caratterizza e che fa da contrafforte al mare, si estende lungo la costa meridionale della Toscana, in provincia di Grosseto. È uno dei parchi costieri più antichi e importanti d’Italia, istituito nel 1975 per proteggere un tratto di litorale rimasto praticamente intatto, selvaggio: dune, pinete, paludi, macchia mediterranea e un affascinante promontorio panoramico, quello dei Monti dell’Uccellina, appunto.
iStockVista panoramica del Parco della Maremma, con la Torre di Collelungo che svetta sul mare
Il punto di riferimento per chi vuole visitare il parco è il Centro Visite di Alberese, un piccolo paese non lontano dal mare. È qui che si acquistano i biglietti d’ingresso e si ricevono tutte le informazioni aggiornate su sentieri aperti, orari e modalità di accesso.
In auto, il mezzo più comodo per raggiungere il Parco, si raggiunge Alberese percorrendo la via Aurelia, strada statale 1, e seguendo le indicazioni per il parco poco dopo Grosseto: la strada attraversa la campagna maremmana, tra i grandi prati dove pascolano le vacche maremmane e i boschi che coprono i dolci rilievi.
Il Parco della Maremma offre anche diversi itinerari per biciclette e mountain bikes.
Cala di Forno, la spiaggia unica del Parco della Maremma
È una piccola mezzaluna dorata, Cala di Forno, che si apre ai margini di un promontorio boscoso. Non è raggiungibile in auto, non ha stabilimenti balneari, non ha punti ristoro: è, semplicemente, una spiaggia rimasta come dev’essere stata da sempre, protetta da un accesso regolamentato che ne preserva l’integrità e raggiungibile solo a piedi, attraverso un itinerario dedicato.
La testimonianza del passaggio dell’uomo, però, è presente. Sulla piccola baia, infatti, si affaccia ancora oggi l’edificio dell’antica dogana, settecentesco. Cala di Forno è stata prima, nel Medioevo, il porto dell’abbazia di San Rabano, i cui resti sono ancora visitabili tramite un altro itinerario nel Parco della Maremma, ed è poi rimasta un approdo importante fino ai primi anni dell’Ottocento, poiché si trovava sul confine tra il Granducato di Toscana e il misconosciuto Stato dei Presidi spagnoli, un piccolo governatorato nel sud dell’attuale regione. Come tale era quindi un punto di passaggio controllato e tassato.
Getty ImagesL’antica dogana si intravede dietro Cala di Forno
Nei secoli precedenti, invece, le incursioni dei pirati saraceni avevano reso necessaria la costruzione delle torri di avvistamento che ancora oggi punteggiano la costa, tra le quali una delle meglio conservate si trova poco sopra Cala di Forno.
Oggi è un luogo molto meno movimentato, o quantomeno destinato soprattutto al passaggio di animali non umani: a popolare la zona ci sono daini e volpi che passeggiano sulla sabbia, ma anche qualche cinghiale.
Il fascino di Cala di Forno sta proprio in questo contrasto: da un lato la difficoltà di raggiungere un luogo remoto, dall’altro la magia di un luogo unico, selvaggio, custodito ormai da tempo soltanto dalla natura. E ad aumentarne il valore paesaggistico un mare cristallino, tra i più belli dell’intera costa toscana.
Trekking a Cala di Forno, tutti i dettagli sull’escursione
Chi decide di affrontare il cammino verso Cala di Forno deve mettere in conto un’escursione impegnativa, ma capace di ripagare ogni sforzo. Per arrivare a destinazione si deve seguire il sentiero A4, che prende le mosse dalla pineta granducale, a Marina di Alberese.
Dalla cosiddetta Casetta Pinottolai il sentiero si addentra nel maestoso e ordinato filare di pini marittimi, per poi salire tra ginestre, cisti, rosmarini e ginepri, fino a raggiungere l’antica Torre di Collelungo e addentrarsi nell’omonimo oliveto, dove alberi secolari somigliano a sentinelle senza tempo. Da qui la strada sale fino a raggiungere i 70 metri di altitudine sul livello del mare, offrendo colpi d’occhio panoramici sulla costa in direzione settentrionale, dove si trova la lunga, dorata distesa di sabbia della Spiaggia di Collelungo, e meridionale, caratterizzata invece da falesie e scogliere.
Dopo circa 8 chilometri di scarpinata, si arriva all’ultima discesa verso Cala di Forno, attraversando un bosco di ginepri. La spiaggia appare, lì in basso, come una vera e propria visione, con la risacca cristallina che pigra si ritira e poi torna sul bagnasciuga. È il momento di godersi il risultato della propria fatica, godendosi questo spazio paradisiaco, nella speranza anche di qualche incontro con la fauna selvatica del Parco.
iStockArrivo a Cala di Forno
Cala di Forno è un luogo unico, da preservare e conservare il più possibile. È pertanto doveroso minimizzare l’impatto della propria presenza, rispettando l’ambiente e gli eventuali animali con cui si entra in contatto.
Quando sarà giunta l’ora di fare dietrofront, si fa ritorno al punto di partenza per il medesimo percorso. L’intero tragitto di andata e ritorno misura 17 chilometri e mezzo. Il dislivello positivo è limitato, appena 200 metri, ma la lunghezza del percorso e la lunga esposizione al sole battente durante l’estate lo rendono una sfida da non sottovalutare. Il tempo di percorrenza è da valutare tra le 5 ore e le 5 ore e mezza, rendendo necessaria una adeguata pianificazione dell’escursione. Non ci sono fonti di acqua dolce lungo il tracciato, pertanto bisogna partire con tutto quanto serva per alimentarsi e idratarsi adeguatamente sul percorso.
Prima di partire è necessario acquistare il biglietto d’ingresso al Centro Visite di Alberese. L’accesso al sentiero è regolamentato e, soprattutto nei mesi estivi, può essere soggetto a chiusure per rischio incendi o motivi di conservazione ambientale: in alcuni periodi è obbligatorio partecipare a una escursione guidata con prenotazione.
Negli ultimi anni il modo di vivere il campeggio è cambiato molto: se in passato era associato soprattutto alla ricerca del risparmio o al desiderio di trascorrere del tempo all’aria aperta, oggi rappresenta sempre più una scelta di stile di vita. Cresce, infatti, il numero di persone che desiderano viaggiare in modo più autonomo, riducendo il ricorso ai combustibili fossili e privilegiando un rapporto più lento e consapevole con i luoghi visitati.
L’innovazione interessa sia il mondo dei camper e delle caravan tradizionali sia quello, più recente, della mobilità su due ruote. Da un lato i veicoli ricreazionali diventano sempre più intelligenti e connessi, dall’altro prendono piede nuove formule come il bike camping, che sfruttano le potenzialità delle biciclette elettriche per offrire un modo differente di esplorare il territorio senza rinunciare a un riparo confortevole.
Il camper si fa smart, sicuro e senza fili
L’evoluzione del veicolo ricreazionale passa oggi soprattutto dagli accessori, i servizi e le tecnologie di bordo: oggi a fare la differenza sono le soluzioni pensate per aumentare autonomia, comfort e semplicità d’uso durante il viaggio.
Sempre più funzioni possono essere gestite dallo smartphone e il controllo dell’illuminazione è uno degli esempi più evidenti: regolare le luci da remoto consente di personalizzare gli ambienti in pochi istanti e di gestire meglio i consumi energetici. Anche il comfort climatico compie un salto in avanti grazie a climatizzatori progettati per funzionare senza il supporto di un generatore.
Grande attenzione viene riservata anche all’autonomia energetica. Le batterie di nuova generazione consentono di prolungare il tempo trascorso lontano dalle aree attrezzate e riducono la necessità di frequenti soste per la ricarica. In parallelo, crescono le soluzioni dedicate alla sicurezza, con sistemi antifurto connessi che, oltre a proteggere il veicolo, possono incidere anche sul costo dell’assicurazione.
L’innovazione riguarda anche gli spazi interni. Si diffondono materassi su misura in memory foam, progettati per adattarsi meglio alla forma del corpo e migliorare la qualità del riposo, mentre le soluzioni di arredo integrato puntano a sfruttare ogni centimetro disponibile senza sacrificare la funzionalità.
Anche il trasporto delle attrezzature sportive è diventato un elemento centrale nella progettazione dei nuovi accessori. La crescente diffusione delle biciclette elettriche, di solito più pesanti rispetto ai modelli tradizionali, ha trasformato la compatibilità con le e-bike in un requisito sempre più importante. Alcuni sistemi modulari sono in grado di trasportare fino a tre biciclette oppure due e-bike e possono essere configurati con moduli intercambiabili dedicati ad altre attività all’aria aperta, come porta-sci capaci di ospitare fino a quattro paia di sci o due snowboard, oppure supporti per tavole da surf e canoe lunghe fino a due metri e mezzo.
UFFICIO STAMPA Studio Eidos di Sabrina TalaricoIl futuro del campeggio è sempre più smart
La casa si aggancia alla bici
Se il camper evolve grazie alla tecnologia, il bike camping è invece una delle novità più interessanti degli ultimi anni. Per molto tempo il principale limite delle vacanze in bicicletta è stato il bagaglio: tenda, sacco a pelo e attrezzatura da campeggio dovevano trovare posto nelle tradizionali borse laterali, con inevitabili compromessi in termini di spazio e praticità.
La diffusione delle biciclette elettriche ha però modificato tale scenario: grazie all’assistenza alla pedalata è infatti possibile trainare carichi maggiori, aprendo la strada a una nuova categoria di micro roulotte progettate per essere agganciate alla bicicletta.
Tra gli esempi più rappresentativi c’è la Wide Path Camper, assemblata a mano a Glyngøre: mini caravan con guscio rigido, misura circa un metro e mezzo durante il trasporto e può essere aperta in circa tre minuti grazie a un sistema che ripiega la parte posteriore sopra quella anteriore, trasformandosi in uno spazio abitabile.
Una filosofia diversa è quella scelta dall’austriaca GentleTent con la B-Turtle. In questo caso, il rimorchio in alluminio lungo 110 centimetri ospita una tenda gonfiabile per due persone, suddivisa in un vestibolo e in un’area dedicata al riposo. Il peso complessivo si aggira intorno ai 30 chilogrammi, caratteristica che la rende una delle soluzioni più leggere della categoria.
Dalla Francia arriva invece la CapsulBike, prodotta da TinyVroum: la micro caravan adotta la classica forma aerodinamica a goccia, una configurazione ormai diventata un riferimento per questa tipologia di mezzi grazie al buon equilibrio tra dimensioni contenute e abitabilità.
Anche la Finlandia propone una propria interpretazione con la Hupi Trailer. Il rimorchio pesa circa 70 chilogrammi e integra una scrivania ricavata nella parete, pensata come piano d’appoggio o spazio di lavoro, mentre per il riposo è previsto un letto pieghevole che consente di sfruttare al meglio l’ambiente interno.
Tra i progetti più particolari spicca infine l’Alpencamper Eco Slide Out, sviluppato in Svizzera: la micro caravan pesa 52 chilogrammi a vuoto ed è caratterizzata da una struttura a goccia con pareti isolate e un modulo laterale scorrevole che amplia la larghezza della cabina una volta raggiunta la destinazione. Da chiusa mantiene un ingombro ridotto, sufficiente per seguire la bicicletta durante gli spostamenti, mentre da aperta offre uno spazio notte di circa 1,40 per 1,96 metri, una superficie paragonabile a quella di un letto matrimoniale compatto. Sotto il piano di riposo trova posto un vano di carico da 270 litri, utile per sistemare borse, abbigliamento, utensili, cibo e attrezzatura da campeggio. È previsto anche uno spazio dedicato a una toilette secca.
Il primo sguardo cade su una distesa d’acqua dalle sfumature verde smeraldo e turchese, talmente limpida da lasciare intravedere sassi, tronchi e riflessi del fondale. Alle spalle si alza la parete imponente della Zugspitze, la montagna più alta della Germania con i suoi 2.962 metri, protagonista assoluta dell’orizzonte. Sì, siamo di fronte a uno scenario spettacolare, che ha trasformato il Lago Eibsee in uno dei simboli paesaggistici più celebri della Baviera.
Il bacino si trova a circa 1.000 metri di altitudine, circondato da foreste di conifere, pareti rocciose e piccole baie che cambiano volto durante l’arco dell’anno. La luce del mattino rende l’acqua quasi trasparente, il pomeriggio accende tonalità più intense, mentre il tramonto colora la superficie di riflessi dorati. Pur rappresentando una delle mete naturalistiche più famose della Germania meridionale, il lago appartiene ancora oggi a una proprietà privata legata allo storico Hotel Eibsee, aperto alla fine del XIX secolo. L’accesso alle rive, però, resta libero, scelta che permette di vivere il posto senza particolari limitazioni.
Poi ci sono 8 isole. Alcune appaiono ricoperte da pini e abeti, altre mostrano semplici affioramenti rocciosi. Dalla riva sembrano galleggiare davanti alla grande parete della Zugspitze, regalando prospettive sempre diverse lungo tutto il percorso che abbraccia il lago. Un posto eccezionale che viene spesso soprannominato i Caraibi della Bavieraa causa di quei colori tropicali che destabilizzano la mente, abituata a tutt’altre tonalità quando pensa a un lago di montagna.
Origine, formazione e leggende del Lago Eibsee
La storia del Lago Eibsee comincia circa 3.600 anni fa, quando un enorme crollo interessò parte della parete settentrionale della Zugspitze. Migliaia di metri cubi di rocce precipitarono verso valle, modellando profondamente il territorio. I detriti bloccarono alcune depressioni già presenti, favorendo la nascita del bacino lacustre visibile ancora oggi.
Quell’antico evento geologico spiega anche la presenza delle 8 isole: molti rilievi rocciosi rimasti sopra il livello dell’acqua divennero piccoli isolotti ricoperti gradualmente dalla vegetazione alpina. Osservando il paesaggio risulta facile riconoscere la forza che plasmò questa parte del massiccio del Wetterstein.
Il lago occupa una superficie di circa 177 ettari, raggiunge una profondità massima vicina ai 34 metri, misura più o meno 2,45 chilometri nel punto più lungo e presenta uno sviluppo costiero di quasi 8,8 chilometri. Sì, sono numeri decisamente importanti. Poi c’è la straordinaria qualità dell’acqua, la quale rappresenta uno degli aspetti più apprezzati: filtrata naturalmente dalle rocce calcaree circostanti, mantiene una trasparenza straordinaria che permette di distinguere il fondale anche a diversi metri dalla riva.
Durante l’estate la temperatura diventa piacevole, caratteristica che lo rende una delle località balneari più amate della regione. Attorno al bacino prospera una fauna particolarmente interessante. Fra gli alberi trovano rifugio il picchio nero, la nocciolaia, il crociere comune, la civetta nana, varie specie di cince e persino rari picchi tridattili e picchi dorsobianco. Sulla superficie di questo lago della Germania compaiono regolarmente svassi maggiori e smerghi maggiori, tanto da essere una destinazione apprezzata anche dagli appassionati di birdwatching.
Fra racconti popolari tramandati nelle vallate alpine, qualcuno attribuisce alle acque dell’Eibsee un’aura quasi magica. Nebbie leggere, riflessi cangianti e il profilo severo della Zugspitze hanno alimentato nel tempo storie legate agli spiriti della montagna, pur senza una leggenda dominante conosciuta in tutta la Baviera.
Visita, attività e luoghi da scoprire
Il modo migliore per conoscere il Lago Eibsee passa dal sentiero ad anello che segue gran parte del perimetro. L’itinerario misura circa 7 chilometri e richiede mediamente 2 ore e mezza, alternando tratti nel bosco, punti panoramici, piccole spiagge di ciottoli e scorci sulle isole. Lungo il percorso cambia continuamente la prospettiva sulla Zugspitze: talvolta la montagna occupa l’intero sfondo, in altre circostanze compare fra gli alberi oppure si riflette perfettamente sull’acqua.
iStockZugspitze che si riflette nel Lago Eibsee
Nella stagione più mite Eibsee invita a trascorrere molte ore all’aria aperta. Le baie più tranquille regalano angoli ideali per una pausa, mentre le rive ghiaiose permettono un bagno rinfrescante in un’acqua sorprendentemente limpida. Grande successo accompagna anche il noleggio di stand up paddle, kayak, barche a remi e pedalò. Navigare lentamente fra le isole, infatti, consente di osservare dettagli invisibili dalla terraferma, fra tronchi sommersi, pareti rocciose e piccoli promontori ricoperti di vegetazione.
Un’esperienza dal sapore storico arriva con il battello “Reserl“, imbarcazione utilizzata per brevi escursioni panoramiche. La navigazione aiuta ad ammirare una prospettiva privilegiata sul profilo della Zugspitze e fa sì che si possa apprezzare pienamente l’armonia fra lago e montagne. Accanto alle attività sportive trovano spazio diversi servizi pensati per una giornata rilassante. Durante la bella stagione aprono infatti il ristorante, la birreria, un piccolo chiosco, il punto dedicato ai souvenir e le strutture collegate al noleggio delle imbarcazioni.
Pochi passi separano il lago dalla moderna funivia della Zugspitze. In circa 10 minuti la cabina supera quasi 2.000 metri di dislivello, regalando una vista straordinaria sulle Alpi bavaresi. L’impianto attraversa uno dei piloni in acciaio più alti al mondo, alto 127 metri, particolare tecnico che rende la salita ancora più affascinante.
Chi desidera prolungare la permanenza trova numerose opportunità nei dintorni. Garmisch-Partenkirchen dista appena 12 chilometri e conserva eleganti edifici decorati secondo la tradizione bavarese. Poco oltre attendono la spettacolare Gola della Partnach, i sentieri del massiccio del Wetterstein, il Castello di Linderhof voluto da Ludovico II e il caratteristico borgo di Mittenwald.
Dove si trova e come arrivare
Il Lago Eibsee appartiene al territorio comunale di Grainau, nell’Alta Baviera, a breve distanza da Garmisch-Partenkirchen. La posizione, proprio ai piedi della Zugspitze, lo rende una delle porte d’accesso principali verso la vetta più alta della Germania. Chi parte da Monaco di Baviera raggiunge Garmisch-Partenkirchen in circa 90 minuti di treno. Dalla stazione prosegue il collegamento garantito dalla Bayerische Zugspitzbahn, ferrovia a cremagliera che arriva fino alla fermata Eibsee, situata a brevissima distanza dalla riva. Un’alternativa arriva dalla linea autobus 9840.
In automobile l’accesso avviene attraverso la A95, con un tempo medio di percorrenza vicino a 1 ora e 30 minuti da Monaco. Nei pressi del lago sono disponibili parcheggi pubblici a pagamento. Durante l’alta stagione conviene raggiungere la destinazione nelle prime ore della giornata, scelta che facilita la ricerca di un posto auto e permette di apprezzare un’atmosfera decisamente più tranquilla.
L’acqua riflette sfumature che passano dal turchese allo zaffiro, mentre fitte foreste di pini ricoprono i versanti montuosi fino a sfiorare la riva. Intorno si alzano le cime della Sierra Nevada, una delle catene montuose più celebri degli Stati Uniti occidentali, spartiacque naturale tra California e Nevada. In questo scenario magnetico prende forma Lake Tahoe, il più grande lago alpino d’acqua dolce del Nord America e il secondo più profondo degli Stati Uniti (con oltre 500 metri di profondità).
L’altitudine di circa 1.897 metri regala un’aria limpida e una luce intensa che valorizza colori già straordinari. In molte zone, infatti, il fondale resta visibile anche a notevole distanza dalla riva. Secoli fa questa conca montana rappresentava un passaggio naturale attraversato dalle popolazioni native. In seguito arrivarono cercatori d’oro, boscaioli, imprenditori ferroviari e viaggiatori diretti verso la costa del Pacifico.
Piccoli centri abitati si distribuiscono lungo il suo perimetro, alternando edifici in legno, lodge alpini, moli, spiagge sabbiose e porticcioli. Ma il fatto più affascinante è che Lake Tahoe dona volti diversi nell’arco dell’anno: l’estate richiama appassionati di sport acquatici, spiagge e sentieri panoramici; l’autunno accende i boschi con tonalità dorate; l’inverno trasforma montagne e vallate in un grande comprensorio dedicato allo sci, mentre la primavera restituisce spazio ai prati alpini e alle cascate alimentate dallo scioglimento della neve.
Origine, formazione e leggende del Lake Tahoe
L’ampia conca in cui si trova questa perla americana iniziò a formarsi circa 2 milioni di anni fa attraverso movimenti della crosta terrestre. In epoche successive enormi ghiacciai modellarono il paesaggio, scavando vallate, levigando le pareti granitiche e contribuendo alla nascita dell’attuale bacino lacustre.
Il risultato di oggi è alquanto straordinario: le montagne lo circondano quasi interamente, dando vita a una cornice naturale che protegge acque tra le più limpide dell’intero continente. Gran parte della trasparenza deriva dall’elevata purezza dell’acqua e dal limitato apporto di sedimenti trasportati dai torrenti.
Molto prima dell’arrivo dei coloni europei, questo territorio apparteneva al popolo Washoe,presente nell’area da migliaia di anni. Per questa comunità Tahoe rappresentava una preziosa fonte di sostentamento grazie alla pesca, alla raccolta di piante spontanee e alla ricchezza della fauna presente nei boschi circostanti.
Durante il XIX secolo il bacino attirò l’interesse dell’industria del legname, fondamentale per sostenere la crescita delle città minerarie nate in seguito alla corsa all’argento del vicino giacimento di Comstock. Intere foreste alimentarono segherie e cantieri, lasciando poi spazio a un’importante opera di riforestazione che restituì progressivamente alla zona il suo aspetto attuale.
Tra i racconti popolari c’è una figura entrata ormai nell’immaginario collettivo. Si tratta di Tahoe Tessie, una misteriosa creatura descritta da vari testimoni nel corso del ‘900. Alcuni parlano di un lungo corpo serpentiforme, altri raccontano grandi ondulazioni sulla superficie prive di spiegazioni convincenti. Nessuna prova scientifica ha confermato la presenza dell’animale, eppure la leggenda continua ad alimentare curiosità.
Anche l’architettura racconta una parte significativa della storia di Lake Tahoe: sulle rive di Emerald Bay sorge Vikingsholm, una residenza completata nel 1929 che richiama le antiche dimore della Scandinavia. Poco distante, sulla piccola Fannette Island, resistono ancora i resti della Tea House voluta dalla proprietaria della villa.
Cosa fare e vedere al Lake Tahoe
Lake Tahoe è davvero grande e ricco di meraviglie, al punto che un itinerario completo richiede almeno 3 giorni. L’anello stradale misura circa 110 chilometri e permette di raggiungere gran parte delle località affacciate su di esso, con scorci sempre emozionanti e diversi. Una semplice traversata in automobile necessita di poche ore, mentre diverse soste consentono di cogliere la straordinaria varietà del territorio.
South Lake Tahoe rappresenta il centro più vivace dell’intero comprensorio. Gran parte delle strutture ricettive si concentra proprio lungo questa sponda, insieme a ristoranti, boutique, locali serali e casinò collocati appena oltre il confine statale del Nevada. Bastano pochi minuti per passare dal lungolago alle piste innevate di Heavenly Mountain Resort, uno dei comprensori sciistici più celebri degli Stati Uniti.
L’estate trasforma le rive meridionali in un susseguirsi di spiagge sabbiose: Pope Beach conquista famiglie e gruppi grazie al fondale dolce e agli ampi spazi, mentre Kiva Beach richiama visitatori in cerca di tranquillità tra pini e acqua cristallina. Zephyr Cove, sul versante del Nevada, aggiunge un’atmosfera ancora diversa con grandi arenili, imbarcazioni turistiche e battelli storici che attraversano il lago.
Tra tutte le meraviglie naturali, Emerald Bay ha un posto speciale. La baia, scavata dai ghiacciai migliaia di anni fa, racchiude colori sorprendenti che cambiano insieme alla luce della giornata. Inspiration Point mette invece a disposizione uno dei belvedere più celebri dell’Ovest americano, in grado di racchiudere in un solo sguardo l’intera insenatura, Fannette Island e le montagne riflesse nell’acqua.
Chi ama la natura trova una rete molto estesa di percorsi escursionistici. Rubicon Trail segue la costa regalando continui affacci sul lago, mentre Eagle Falls conduce verso una suggestiva cascata alimentata dalle acque alpine. L’area protetta di Desolation Wilderness custodisce laghetti montani, foreste silenziose e panorami destinati a restare impressi nella memoria.
La sponda orientale, dal canto suo, possiede un carattere più selvaggio. Logan Shoals Vista Point regala una prospettiva privilegiata sull’immenso specchio d’acqua, Cave Rock mostra una spettacolare parete granitica attraversata dalla strada principale, mentre Sand Harbor conquista con massi levigati, sabbia chiarissima e fondali trasparenti. Poco più a sud compare Bonsai Rock, uno degli angoli più fotografati grazie al piccolo albero cresciuto direttamente sulla roccia.
Verso nord l’atmosfera muta ancora con Tahoe City che mantiene il fascino di una cittadina alpina con negozi indipendenti, caffetterie e ristoranti affacciati sul lago. Truckee, sviluppatasi lungo la storica linea ferroviaria transcontinentale, conserva edifici ottocenteschi, insegne in legno e un’identità profondamente legata alla conquista dell’Ovest.
Palisades Tahoe, conosciuta per molti anni con il nome Squaw Valley, acquistò fama internazionale grazie ai Giochi Olimpici Invernali del 1960. Ancora oggi richiama sciatori provenienti da tutto il mondo grazie alla qualità delle piste e agli impianti moderni. Durante la bella stagione la stessa area propone percorsi ciclabili, telecabine panoramiche e attività dedicate alle famiglie.
L’acqua rappresenta il cuore pulsante dell’intera esperienza. Kayak, paddleboard, vela, sci nautico, wakeboard e crociere permettono di osservare il lago da prospettive sempre nuove. La limpidezza del fondale rende memorabile anche una semplice navigazione lungo costa.
iStockGli incredibili colori del Lake Tahoe
Quando arriva l’inverno, infine, oltre 15 stazioni sciistiche distribuite attorno al bacino offrono piste adatte sia ai principianti sia agli sportivi più esperti. Accanto allo sci alpino trovano spazio snowboard, sci di fondo, pattinaggio, ciaspolate, motoslitte e persino uscite dedicate alla pesca sul ghiaccio.
Dove si trova e come arrivare
Tahoe occupa una posizione strategica lungo il confine tra California e Nevada, nel cuore della Sierra Nevada. La quota elevata, pari a circa 1.897 metri sul livello del mare, contribuisce al clima alpino e alla straordinaria limpidezza dell’aria. Gran parte dei visitatori raggiunge il lago in automobile, scelta ideale per esplorare liberamente le diverse sponde e le numerose aree naturali.
L’aeroporto internazionale più vicino si trova a Reno, nel Nevada, distante circa 1 ora. Collegamenti stradali molto agevoli arrivano anche dagli aeroporti di Sacramento, San Francisco, San José, Los Angeles e Las Vegas.
La spina dorsale dell’Italia centrale è la culla di un segreto fatto di roccia calcarea, foreste fitte e acque impetuose. Parliamo della Valnerina, in Umbria (provincia di Terni), che prende il nome dal fiume Nera, un corso d’acqua che nei secoli ha scavato una valle stretta e profonda nell’Appennino, creando un ecosistema unico nel suo genere.
Fin dall’antichità, la conformazione della zona rese questa valle un territorio difficile da attraversare. Il Nera, trascinando detriti lungo il suo percorso, dava vita a frequenti sbarramenti naturali che favorivano la formazione di aree paludose. Proprio questa natura aspra contribuì a preservarne l’identità. Dal V secolo d.C. numerosi monaci siriaci trovarono rifugio tra sorgenti, cavità naturali e pareti rocciose, scegliendo la solitudine del luogo per dedicarsi alla preghiera e alla contemplazione. Prima ancora di diventare terra di santi, la Valnerina fu terra di asceti, in grado di custodire silenzio e spiritualità senza alterare il proprio equilibrio.
L’impressione che accompagna il viaggio nasce da un rapporto speciale tra ambiente e presenza umana: abbazie, eremi, fortificazioni e borghi medievali punteggiano il paesaggio con discrezione, come fossero elementi appartenuti da sempre alle montagne. Tutto, però, sembra seguire il ritmo imposto dal fiume, autentico protagonista di questa lunga valle
Il fiume Nera, l’anima verde della valle
Gran parte della storia della Valnerina ruota attorno al Nera. Nato tra le pendici dei Monti Sibillini, raccoglie lungo il tragitto sorgenti, torrenti e affluenti che alimentano acque limpide e ricche di ossigeno, habitat ideale per numerose specie ittiche, tra cui la trota fario, simbolo dei corsi d’acqua appenninici.
Le sue rive alternano tratti tranquilli ad altri caratterizzati da rapide e gole profonde. Pareti di roccia calcarea si alzano ai lati del fondovalle, mentre boschi di carpini, aceri, querce e faggi ricoprono i versanti. Rapaci quali poiane, gheppi e bianconi sfruttano le correnti ascensionali generate dalle montagne, regalando frequenti avvistamenti a chi alza lo sguardo verso il cielo.
La biodiversità rappresenta uno degli aspetti più preziosi della valle: alcune aree custodiscono specie vegetali rare, fra cui l’edera nebrodense, pianta relitta sopravvissuta dall’Era Terziaria. Nelle cavità naturali trovano rifugio migliaia di pipistrelli, mentre mammiferi schivi quali martore e gatti selvatici popolano le zone forestali meno frequentate.
Cascata delle Marmore, il dialogo millenario tra ingegno romano e forza della natura
La maestosa Cascata delle Marmore riesce a raccontare il rapporto fra uomo e ambiente con profonda efficacia. Alta 165 metri e articolata su 3 salti principali, rappresenta una delle cascate artificiali più elevate d’Europa. La sua origine risale al 271 a.C., quando il console romano Manio Curio Dentato promosse la realizzazione del Cavo Curiano per deviare le acque stagnanti del Velino verso il Nera. L’obiettivo consisteva nella bonifica della piana reatina, spesso soggetta a impaludamenti. Da quell’intervento di ingegneria idraulica nacque uno dei paesaggi più spettacolari dell’Italia centrale.
iStockVisitare la cascata delle Marmore è un vero spettacolo
Secolo dopo secolo furono necessari ulteriori lavori per regolare il flusso delle acque e limitare le piene. Il risultato visibile oggi racconta quasi 2.300 anni di trasformazioni, durante i quali tecnica e ambiente hanno trovato un equilibrio sorprendente. Quando viene aperto il rilascio dell’acqua, il fragore aumenta progressivamente fino a riempire l’intera gola.
Una nube di minuscole gocce avvolge la vegetazione, mentre il bianco della cascata contrasta con il verde intenso delle pareti ricoperte di muschi e felci. Il paesaggio cambia nel giro di pochi minuti, regalando uno spettacolo che riesce a coinvolgere vista, udito e olfatto.
L’area naturalistica circostante mette a disposizione numerosi itinerari che attraversano boschi, ponticelli e terrazze panoramiche. Lungo il percorso si alternano scorci differenti, ciascuno abile a mostrare una prospettiva nuova della cascata, sempre diversa a seconda della luce e della portata del fiume.
Il tratto compreso tra Terria e la Cascata delle Marmore appartiene al Parco Fluviale del Nera, spesso chiamato anche “Parco delle Acque”, un soprannome perfettamente coerente con l’identità del territorio. Torrenti, sorgenti, canali, rapide e specchi d’acqua costruiscono un ambiente ricchissimo sotto il profilo naturalistico.
L’area protetta comprende i territori di Terni, Arrone, Ferentillo, Montefranco e Polino. Borghi medievali costruiti in posizione dominante osservano la valle dall’alto, seguendo un’antica logica difensiva. La vegetazione qui alterna oliveti, boschi di latifoglie e pareti ricoperte da una ricca flora rupestre. L’acqua limpida del Nera permette la presenza di numerose specie ittiche, mentre le zone più appartate favoriscono la vita di mammiferi e uccelli rapaci.
Tra gli angoli più sorprendenti del territorio ci sono le Mole di Narni, una serie di laghetti color smeraldo alimentati dalle acque del Nera e circondati da una fitta vegetazione ripariale. Antichi canali, piccoli salti d’acqua e resti di strutture legate alle attività molitorie narrano il lungo rapporto tra il fiume e le comunità locali.
La luce filtra tra pioppi e salici creando riflessi cangianti sulla superficie dell’acqua, mentre il rumore della corrente accompagna la visita con una continuità quasi ipnotica. Non farci il bagno (anche se l’acqua è piuttosto fresca) è praticamente impossibile. A pochi chilometri dal centro storico di Narni, questo tratto del fiume offre un volto più raccolto e intimo della Valnerina.
iStockI colori delle Mole Di Narni
Greenway del Nera, un viaggio lento lungo la valle
Fra i progetti più significativi dedicati alla mobilità dolce c’è la Greenway del Nera, un itinerario di circa 180 km articolato in 16 tappe. Il percorso collega la Cascata delle Marmore ai territori più settentrionali della valle, attraversando paesaggi molto diversi tra loro. Vecchie mulattiere, strade rurali, tratti sterrati e antichi collegamenti utilizzati da pastori e mercanti permettono di leggere il territorio attraverso una prospettiva diversa rispetto alle normali arterie stradali.
Uno degli itinerari più piacevoli unisce Sant’Anatolia di Narco e Ceselli. Circa 6,5 km scorrono accanto al fiume tra boschi, prati e piccoli canali, con un dislivello molto contenuto che rende il percorso adatto anche a chi desidera una giornata tranquilla all’aria aperta.
La Greenway incrocia inoltre la Via di Francesco e diversi tratti della storica ferrovia Spoleto-Norcia, considerata uno dei maggiori capolavori dell’ingegneria ferroviaria italiana.
Il Pian Grande di Castelluccio, la tavolozza naturale dell’Appennino
Salendo verso le quote più elevate della Valnerina, il paesaggio cambia nuovamente volto. Alle gole fluviali subentrano vasti altipiani modellati dall’antica attività tettonica dei Monti Sibillini, fra i sistemi montuosi più affascinanti dell’Italia centrale. Qui prende forma uno degli spettacoli naturali più celebri del Paese: tra giugno e luglio il Pian Grande di Castelluccio si veste di colori straordinari grazie alla celebre Fioritura, un fenomeno naturale che richiama visitatori da tutto il mondo.
Papaveri, fiordalisi, margherite, narcisi, violette, genziane e decine di altre specie spontanee trasformano i campi in un mosaico variopinto che cambia sfumatura anche nell’arco della stessa giornata. All’origine di questo evento c’è una coltivazione antichissima, quella della lenticchia di Castelluccio, chiamata affettuosamente “Lénta” dagli abitanti del borgo. Per secoli gli agricoltori hanno mantenuto una pratica agricola rispettosa dell’ambiente, lasciando spazio alla crescita spontanea di numerose essenze erbacee. Proprio questa scelta, tramandata nel tempo, regala l’esplosione cromatica che ha reso celebre l’altopiano.
iStockLa spettacolare fioritura a Castelluccio di Norcia
Attorno all’altopiano, invece, si alzano le cime del Monte Vettore, del Monte Redentore e del Monte Argentella, montagne che incorniciano uno scenario ampio e luminoso.
Definizione di cascata: il precipitare di una massa d’acqua, di fiumi o torrenti, per un dislivello di varia altezza. Suona quasi terrificante, questa successione di parole, ma tutti e tutte sappiamo quanto, invece di incutere timore, le cascate siano una visione paradisiaca e invitante nei mesi più caldi dell’estate, alla stregua della stereotipica oasi per chi si è perduto nel deserto. Uno spettacolo naturale, quello dei grandi salti d’acqua, capace di unire il fascino della camminata nella natura al fresco e al fragore dell’acqua che precipita tra le rocce, in un contrasto che d’estate diventa ancora più suggestivo.
L‘Italia, dalle Alpi all’Appennino e non solo, custodisce cascate fantastiche. Le più belle sono quelle da raggiungere solo a piedi, percorrendo sentieri nella natura che portano al cospetto di queste meraviglie naturali, come forzieri da rintracciare seguendo la mappa del tesoro.
Cascate dei Capelli di Venere
A pochi minuti dalla cittadina di Casaletto Spartano, milleduecento abitanti in provincia di Salerno, in Campania, sorge l’Oasi dei Capelli di Venere, una delle principali attrazioni naturali del territorio. Il nome richiama una suggestiva leggenda secondo cui la dea Venere avrebbe lasciato qui una ciocca dei suoi capelli, ma deriva anche dalla delicata felce Capelvenere che cresce rigogliosa sulle rocce umide, creando l’effetto di una chioma verde attraversata dall’acqua.
iStockLo scenario unico nell’Oasi Capelli di Venere
L’area dove sorge la cascata prende questo nome dalla delicata felce capelvenere, pianta che ricopre le rocce bagnate dal salto d’acqua e che così crea l’effetto di una grande chioma verdeggiante, rendendo il colpo d’occhio raro e inconsueto. Le acque del Rio Bussentino, gelide anche in piena estate, formano piccole piscine naturali dai riflessi turchesi, incorniciate da un antico mulino e dai resti di un ponte di origine normanna.
Attorno al torrente, un anello di circa tre chilometri percorribile in poco più di un’ora si snoda tra passerelle di legno e ponticelli. Un sentiero adatto a tutti, indicato per famiglie con bambini, in un ambiente ombroso e fresco che regala sollievo anche nelle giornate più torride.
Cascate di Lillaz
Nel cuore della Valle d’Aosta, a pochi passi dall’abitato di Cogne e all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso, sorgono le Cascate di Lillaz.
Le acque del torrente Urtier compiono qui tre salti spumeggianti, per un’altezza complessiva di circa 150 metri, in un contesto di prati alpini e boschi di larici che rendono la passeggiata piacevole in ogni suo tratto. Ai piedi delle cascate si forma una bellissima polla di acqua cristallina.
Getty ImagesAi piedi delle Cascate di Lillaz
Il punto di partenza dell’escursione fino alle cascate è il parcheggio all’ingresso della frazione di Lillaz, da cui in circa dieci minuti di cammino, lungo un sentiero quasi pianeggiante che costeggia il torrente, si raggiunge la base del primo e più celebre salto. Chi vuole ammirare anche gli altri due può proseguire lungo un percorso un po’ più ripido, con scalini e passaggi più esposti, che in totale richiede poco più di un’ora tra andata e ritorno.
Cascata del Varone
La Cascata del Varone è una vera e propria bizzarria della natura, di quelle che vanno viste almeno una volta nella vita. Si trova vicino a Riva del Garda, nel comune di Tenno: qui le acque del torrente Magnone si gettano per quasi 100 metri in una forra di roccia calcarea scavata da circa 20mila anni di erosione, creando un canyon spettacolare che si può ammirare attraverso un parco naturale privato, che permette la visita da oltre un secolo. Le prime infrastrutture per permette di visitare il luogo risalgono infatti al 1874.
iStockL’affascinante Cascata del Varone, nelle viscere della terra
Dall’ingresso, ospitato in un edificio storico progettato dall’architetto Giancarlo Maroni (lo stesso del Vittoriale degli Italiani), si percorre un sentiero che raggiunge la cosiddetta grotta inferiore, dove si osserva la parte finale della cascata. Poi, attraverso un centinaio di gradini, si passa alla grotta superiore. È qui che si coglie in pieno l’imponenza del salto, tra il fragore dell’acqua e la nebbiolina che rinfresca l’aria anche nelle giornate più calde.
La Cascata del Varone è stata visitata da personaggi illustri come Thomas Mann (si dice che un passo de La montagna incantata possa essere frutto dell’ispirazione donatagli dal salto), Gabriele d’Annunzio, Franz Kafka, l’imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo.
Cascata del Toce
Val Formazza, estremo confine settentrionale del Piemonte. Qui la Cascata del Toce, con i suoi 143 metri di salto, rappresenta una delle cascate più spettacolari delle Alpi.
Oggi la sua portata dipende dal rilascio controllato delle acque del lago artificiale di Morasco: per questo si mostra in tutta la sua forza solo in determinate fasce orarie tra giugno e settembre, con orari da verificare prima della visita. Tuttavia il bel percorso per raggiungerla rimane in ogni caso un piacevole itinerario.
Sebbene infatti la Cascata del Toce sia facilmente raggiungibile con un brevissimo percorso di appena 10 minuti dalla più vicina strada carrabile, merita percorrere il bel sentiero che ricalca l’antico tracciato della Via Francisca, antico collegamento fra Lombardia, Svizzera e Francia. Lungo gli undici chilometri in cui si dipana l’itinerario si attraversano i paesini Walser (minoranza alpina di origine germanica con peculiari tradizioni) di Ponte, Brendo, Grovella, Canza, Sotto Frua e infine Frua, il più vicino alla cascata, tanto che a volte vi si fa riferimento come Cascata di Frua.
In quest’ultima frazione si trova ancora oggi l’Albergo Cascata, che fu caratterizzato da un forte afflusso turistico nel primo novecento, brillando durante la belle epoque. Lo spettacolo del salto della Cascata del Toce è veramente maestoso e roboante, con la grande massa d’acqua che si spande in mille rivoli lungo la vertiginosa parete rocciosa della montagna.
iStockL’antico albergo domina la Cascata del Toce
Cascata dell’Acquacheta
Si parte da San Benedetto in Alpe, al confine tre Toscana ed Emilia Romagna, nel cuore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, e si percorre un bel sentiero lungo il torrente Acquacheta, tra splendidi boschi di quercia, castagno e faggio e scorci appenninici. Infine, dopo quasi due ore di cammino, si affronta un ultimo strappo in salita che porta a un balcone naturale privilegiato su di lei: la Cascata dell’Acquacheta, un mirabile salto di 70 metri tra rocce oblique capace di ispirare a Dante Alighieri un paragone con il Flegetonte, il roboante fiume del XVI canto dell’Inferno.
Nei pressi, lungo il sentiero, poco più avanti del balcone panoramico, sorge anche un’altra bella e potente cascata, la Cascata del Lavane, con una bella e profonda polla di acqua fresca, ideale per un tuffo rigenerante in una pausa dell’escursione, prima di affrontare il percorso di ritorno.
Cascate del Dardagna
Il Parco Regionale del Corno alle Scale è un’area protetta tra le cime dell’Appennino tosco-emiliano. Qui, il torrente Dardagna scorre vorticoso, formando sette salti consecutivi, ognuno con un proprio punto di osservazione lungo il bel sentiero che le esplora.
Il più alto dei salti supera i 30 metri, gli altri si aggirano sui 15, in una sequenza di spruzzi e vapori che rende il trekking particolarmente scenografico soprattutto nelle giornate estive più calde.
Il punto di partenza più comodo è la cosiddetta Madonna dell’Acero, da cui parte il sentiero CAI 331, il quale conduce in circa un’ora al primo e più imponente salto. Per completare la visita agli altri sei si imbocca quindi il sentiero CAI 333, che si arrampica nel bosco di faggi con qualche tratto più ripido, aiutato da gradini e corrimano, fino a chiudere l’anello passando per il laghetto del Cavone.
Le Cascate del Dardagna sono un vero e proprio concerto di salti d’acqua che interrompono il silenzio di un bosco maestoso, dove anche la giornata più soffocante si trasforma in una piacevole esplorazione della natura.
Cascate del Rio Verde
Le Cascate del Rio Verde sono le più alte dell’Appennino italiano. Si trovano in Abruzzo, tra le montagne della Val di Sangro, protette da una dedicata Riserva Naturale. Le acque del torrente Verde precipitano complessivamente per oltre 200 metri, suddivisi in tre balzi da 40, 90 e 30 metri, prima di confluire nel fiume Sangro.
Dal centro visite della Riserva Naturale Cascate del Verde, nel piccolo borgo di Borrello, si imbocca un sentiero nella natura che in una manciata di minuti conduce a un primo punto panoramico, da cui si domina l’intera vallata. Per raggiungere il vero cuore dello spettacolo, però, occorre affrontare una più ardimentosa scalinata di circa 250 gradini, che scende fino a un affaccio ravvicinato sulla cascata. La vegetazione del bosco è ricchissima, e lo spettacolo di questo filo d’acqua che scende gettandosi nel vuoto da una parete di roccia verticale è davvero monumentale e stupefacente.
L’intera escursione richiede poco più di un’ora, l’accesso alla riserva prevede un piccolo contributo d’ingresso.
Cascata del Marmarico
La Cascata del Marmarico è la più alta della Calabria e dell’intero Appennino meridionale, con un salto complessivo di 114 metri lungo l’alto corso della fiumara Stilaro. Il nome, di origine dialettale, significa “lento” o “pesante”, proprio a indicare l’illusione ottica per cui l’acqua, pur cadendo senza sosta, sembra quasi immobile agli occhi di chi la osserva.
iStockCascate del Marmarico
Si trova nel Parco Regionale delle Serre, nel territorio di Bivongi, in provincia di Reggio Calabria, e dalla cittadina parte proprio il percorso più praticato per raggiungere questo potente e spettacolare tesoro d’acqua dolce.
Si parte dai Bagni di Guida, nei pressi di una vecchia centrale idroelettrica. Si risale lungo una strada sterrata ma carrabile per il primo chilometro, quindi si imbocca una strada forestale che di quando in quando regala spettacolari scorci sulla natura circostante (la strada viene percorsa in fuoristrada da visite guidate alla cascata), dove si alternano cime boscosi e valloni. Dopo circa cinque chilometri di cammino si raggiunge il Vallone Folea, procedendo sull’ultimo tratto in leggera salita lungo uno stretto sentiero. Si arriva a destinazione nel giro di altri 15 minuti di cammino circa, e al cospetto della cascata è possibile tuffarsi nella bella polla ai piedi del salto.
Lungo l’estremo nord-occidentale della Slovenia, a breve distanza dai confini italiano e austriaco, una radura ricoperta di vegetazione cela uno degli angoli più sorprendenti dell’intero arco alpino. Il suo nome è Zelenci, un laghetto che sin da subito colpisce per il colore dell’acqua: verde smeraldo, ma attraversato da riflessi turchesi e da trasparenze che lasciano distinguere perfino il fondale.
L’area segna la nascita della Sava Dolinka, uno dei due rami sorgentizi del fiume Sava, il corso d’acqua più lungo del Paese. Dopo l’unione con la Sava Bohinjka, il fiume attraversa vari Paesi balcanici fino a raggiungere il Danubio, entrando così in uno dei bacini idrografici più vasti del continente europeo. Pensare che un viaggio fluviale lungo centinaia di chilometri prenda avvio proprio da questo piccolo specchio d’acqua regala una prospettiva affascinante.
Attorno al lago si sviluppa una zona umida ricca di torbiere, piccoli canali naturali e vegetazione tipica degli ambienti acquitrinosi. Sullo sfondo si alzano le vette delle Alpi Giulie, mentre verso settentrione la catena delle Caravanche chiude l’orizzonte con un susseguirsi di pendii boscosi. Non vi sorprenderà sapere, quindi, che Sir Humphry Davy, celebre scienziato e chimico britannico del XIX secolo, rimase talmente colpito dalla zona della Valle della Sava da scrivere: There is nothing more beautiful in Europe than this (Non ho visto nulla di più bello di questo in Europa).
Origine e formazione del Lago Zelenci
La nascita di Zelenci affonda le proprie radici in una storia geologica iniziata migliaia di anni fa. Al termine dell’ultima glaciazione, enormi masse di ghiaccio modellarono l’intera valle lasciando depositi di ghiaia, sabbia e sedimenti. L’acqua proveniente dalle montagne iniziò a filtrare attraverso questi materiali fino a riaffiorare in superficie in diversi punti.
La sua particolarità, infatti, deriva proprio dal sistema di risorgive: dal fondale emergono polle che danno l’impressione di un’ebollizione continua. L’effetto visivo ricorda un’acqua in costante movimento, anche durante le giornate prive di vento. Nessuna attività vulcanica entra in gioco, ma solo la pressione naturale dell’acqua sotterranea che spinge il flusso verso l’alto, creando piccole colonne di sabbia che danzano senza sosta sul fondo.
Marne e sedimenti calcarei contribuiscono alla limpidezza e all’inconfondibile colorazione verde-azzurra. La trasparenza raggiunge livelli sorprendenti, tanto da lasciare distinguere dettagli minuti anche parecchi metri sotto la superficie. L’intera area misura circa 1200 metri in lunghezza, con una larghezza variabile fra 20 e 200 metri. All’interno della zona umida prosperano habitat delicatissimi, tutelati grazie all’istituzione della riserva naturale nel 1992. Successivamente Zelenci è entrato anche nella rete europea Natura 2000, riconoscimento destinato agli ambienti di maggiore valore ecologico.
Fra le specie botaniche più preziose compare la drosera, una piccola pianta carnivora che riesce a catturare insetti attraverso foglie ricoperte da minuscole gocce adesive. Torbiere e prati umidi ospitano inoltre anfibi, numerose specie di uccelli e pesci perfettamente adattati a un’acqua limpida e costantemente fredda.
Attorno alle sorgenti circolano pure racconti popolari tramandati dagli abitanti della valle. L’acqua, limpida fino all’inverosimile, veniva associata a una forza benefica capace di proteggere il territorio circostante. Antiche credenze parlavano di uno spirito legato alla sorgente, custode del delicato equilibrio fra montagne, boschi e corsi d’acqua, una figura simbolica nata dal profondo rispetto che le comunità locali hanno sempre riservato a questo ambiente straordinario.
Cosa fare e come visitare Zelenci
Raggiungere Zelenci significa concedersi un incontro ravvicinato con uno degli ambienti naturali più preziosi della Slovenia. L’accesso alla riserva avviene lungo un percorso semplice che attraversa un tratto boschivo e costeggia la zona umida senza alterarne il fragile equilibrio. Passerelle in legno accompagnano il tragitto fino al cuore dell’area protetta, permettendo di osservare il paesaggio da vicino nel pieno rispetto dell’ecosistema.
iStockTutta la bellezza del Lago Zelenci
Fin dal primo affaccio il lago conquista lo sguardo, anche perché bastano pochi passi lungo le piattaforme panoramiche per cogliere prospettive sempre nuove. Accanto a esso si alza una torre di osservazione costruita interamente in legno. Dall’alto l’intera riserva rivela la propria conformazione: canali sinuosi attraversano la torbiera, piccoli specchi d’acqua punteggiano la vegetazione e, sullo sfondo, le cime delle Alpi Giulie completano una scenografia naturale di rara armonia.
L’intero itinerario richiede poco tempo e presenta un dislivello minimo, caratteristica che rende Zelenci adatto anche alle famiglie. Parecchi viaggiatori scelgono di partire dal vicino villaggio di Rateče, raggiungendo la riserva lungo un piacevole percorso pianeggiante di circa 3,8 km tra andata e ritorno. Una soluzione che permette di apprezzare con maggiore gradualità l’ambiente alpino, evitando una semplice sosta di pochi minuti.
Mattino presto e tardo pomeriggio regalano l’atmosfera più suggestiva. Luce morbida, affluenza ridotta e aria fresca valorizzano ancora di più il paesaggio. Dopo una pioggia recente, invece, il verde dell’acqua appare ancora più intenso, mentre le passerelle richiedono maggiore attenzione a causa dell’umidità.
Zelenci rappresenta anche un’eccellente tappa all’interno di un itinerario dedicato alle Alpi Giulie slovene. Kranjska Gora, il lago Jasna, la valle di Tamar e numerosi sentieri escursionistici sorgono a breve distanza, permettendo di costruire una giornata ricca di soste spettacolari senza affrontare lunghi spostamenti.
Dove si trova e come arrivare
Zelenci prende vita nel nord-ovest della Slovenia, per la precisione al margine settentrionale del Parco Nazionale del Triglav. La riserva sorge fra Podkoren e Rateče, a pochi chilometri dalla celebre località alpina di Kranjska Gora e a brevissima distanza sia dal confine italiano sia da quello austriaco.
L’automobile rappresenta la soluzione più pratica. Provenendo dall’Italia, il tragitto attraversa Tarvisio e prosegue verso Kranjska Gora lungo la strada statale slovena. Rateče offre aree destinate alla sosta, punto di partenza ideale per raggiungere la riserva attraverso il sentiero pianeggiante.
Anche chi soggiorna a Kranjska Gora raggiunge Zelenci in pochi minuti. Bicicletta, mountain bike oppure una piacevole passeggiata consentono di attraversare la valle senza fretta, circondati da prati e boschi che anticipano la bellezza della sorgente. Poi ci sono i collegamenti pubblici, i quali raggiungono Kranjska Gora dalle principali città slovene. Da qui resta un breve trasferimento verso Rateče, seguito dal tratto finale lungo il percorso dedicato ai visitatori.
Dicono che i fiumi italiani, geologicamente parlando, siano tra i più giovani d’Europa. Il Tevere, per dirne uno dei più conosciuti ed importanti, ha un’età stimata in appena un paio di milioni di anni. In ognuno di questi 730 milioni di giorni le sue acque hanno attraversato l’Italia scolpendone il volto ora dopo ora, minuto dopo minuto, fino a darle l’aspetto che ci piace imparare a conoscere oggi, esplorandone ogni nicchia.
Tra le Alpi e gli Appennini, lungo i corsi di fiumi e torrenti che si sono fatti strada nella roccia calcarea, l’Italia custodisce un patrimonio di canyon, forre, gole e altre particolarità del territorio figlie dello scorrere senza tempo dell’acqua. Questi angoli di natura così spettacolari e ruvidi, chiusi da pareti che si stringono fino a sfiorarsi, lasciando passare solo un filo di cielo sopra le teste, e che nascondono corsi d’acqua trasparente incastonati nella roccia, sono una meta fantastica per le avventure di un’estate.
Gole del Raganello, Calabria
Nel cuore del Parco Nazionale del Pollino, al confine tra Calabria e Basilicata, sorge un piccolo borgo affascinante. È Civita, insediamento di origine albanese (arbëreshë), i cui lembi del territorio sono toccati dal torrente Raganello. Il corso d’acqua, nel corso del tempo, ha inciso un solco lungo diversi chilometri tra le ruvide pareti calcaree, creando uno scenario di rara potenza.
Le Gole del Raganello, divise in due tratti, possono essere esplorate con una escursione di canyoning guidata, lunga e impegnativa ma anche spettacolare e adrenalinica. Attraversa l’intero canyon partendo dal cosiddetto Ponte del Diavolo nei pressi di Civita, fino a raggiungere il Ponte di Barile, più a monte.
Getty ImagesEsplorando le Gole del Raganello
Le Gole sono comunque un ambiente splendido e scenografico anche per chi si limita a un rinfrescante bagno tra i bassi meandri del torrente nei pressi del borgo, ma anche per chi esplora i sentieri escursionistici sulla sommità delle pareti del canyon, per ammirare la bellezza selvaggia delle Gole, tra pozze smeraldine e pareti a strapiombo che hanno reso questo luogo uno dei simboli del Parco del Pollino.
Stretti di Giaredo, Toscana
Nell’entroterra della Lunigiana, lingua stretta tra Toscana, Emilia e Liguria, il torrente Gordana ha scavato nel corso dei millenni una delle forre più scenografiche dell’Appennino settentrionale: gli Stretti di Giaredo.
Si tratta di un canyon naturale dalle pareti altissime e ravvicinate, dove la luce filtra appena e l’acqua scorre limpida tra massi levigati e piccole cascate. Gli Stretti si visitano in proprio o tramite visite guidate in piccoli gruppi: per addentrarsi nel canyon occorrono scarpe, un caschetto per evitare rischi di sassi in caduta e, volendo, una muta come quelle che si utilizzano per il surf e altri sport acquatici, visto che l’acqua del torrente è fredda e all’interno del canyon non arriva la luce diretta del sole.
Lorenzo CalamaiL’ingresso degli Stretti di Giaredo
Lo spettacolo all’interno della gola è splendido: si procede nell’alveo del torrente, tra zone dove l’acqua arriva alla caviglia e altre dove è necessario nuotare per brevi tratti. La roccia delle pareti è ora nera come il petrolio, ora rossa come se provenisse dal cuore stesso della terra. In alto, il blu del cielo e il verde di qualche albero in cima alle ciclopiche pareti rocciose domina la scena.
L’ingresso degli Stretti è poco lontano da Pontremoli, bella cittadina della Lunigiana, lungo la strada che porta verso la valle di Zeri.
Gola di Frasassi, Marche
Nelle Marche, tra le colline dell’entroterra anconetano, il fiume Sentino ha scavato la Gola di Frasassi, una spettacolare incisione nella roccia che da secoli rappresenta una delle attrazioni naturalistiche più note della regione. La gola, stretta e profonda, è celebre soprattutto per ospitare il complesso delle Grotte di Frasassi, uno dei sistemi carsici più grandi d’Europa, ricco di stalattiti, stalagmiti e ambienti sotterranei spettacolari, che attirano tanti turisti ogni anno.
Anche la superficie, tuttavia, merita attenzione: il lavoro millenario del Sentino ha portato a un ambiente naturale unico, con pareti altissime, scenografiche, con tanta vegetazione, una ricca fauna (in particolare avicola) e tante piccole spiaggette lungo il corso del torrente, dove fermarsi a fare il bagno. C’è spazio anche per l’esplorazione culturale: l’eremo di Santa Maria Infra Saxa, incastonato nella roccia, e il piccolo Tempio del Valadier, costruito proprio all’imboccatura di una grotta per volontà di Papa Pio VII sono due attrazioni facilmente raggiungibili attraverso sentieri affascinanti.
Gole dell’Alcantara, Sicilia
Le Gole dell’Alcantara sono apparse al cinema, sono un’attrazione molto fotografata e decisamente molto visitata. La ragione è presto detta: sono un luogo davvero straordinario.
Si trovano in Sicilia, alle pendici dell’Etna, dove il fiume Alcantara ha creato un canyon profondo e vertiginoso. Le pareti, alte fino a cinquanta metri, sono costituite da basalto colonnare, una formazione geologica che nasce dal rapido raffreddamento della lava a contatto con l’acqua. Ciò ha dato origine a delle figure geometriche sulle pareti, strutture prismatiche che ricordano le canne di un organo, dall’aspetto quasi scultoreo. Un vero e proprio spettacolo di pietra.
iStockRisalendo le Gole dell’Alcantara: le rocce basaltiche assumono forme imprevedibili
Il sito principale è attrezzato per l’accesso turistico, con un ascensore che conduce al livello del fiume e percorsi pedonali che permettono di ammirare le formazioni rocciose senza necessariamente entrare in acqua. I più avventurosi, però, possono addentrarsi direttamente nel canyon, risalendo il corso del fiume sfidando la non banale corrente e, soprattutto, l’acqua gelida che scende dalle pendici del vulcano, anche in piena estate. Le Gole dell’Alcantara fanno parte di un Parco Fluviale che si estende per diversi chilometri lungo il corso del fiume, offrendo numerosi punti di accesso e percorsi di diversa difficoltà.
Orrido di Bellano, Lombardia
L’Orrido di Bellano è una destinazione ideale per coloro che cercano una escursione breve, senza difficoltà, eppure immersa in una natura dal volto diverso: un’occasione ideale per far conoscere le meraviglie geologiche di un canyon anche ai più giovani.
L’Orrido sorge sulle sponde del Lago di Como. Qui il torrente Pioverna, dopo un percorso impetuoso tra le montagne della Valsassina, si getta nel lago attraversando una forra stretta e profonda, scavata nella roccia nel corso di millenni.
iStockAll’interno dell’Orrido di Bellano scorre un torrente cristallino
Per permettere la visita di questo angolo di ardita architettura naturale è stato approntato un bel percorso attrezzato, in parte costituito da passerelle sospese sull’acqua e ponti panoramici. Permette di osservare da vicino la potenza del torrente, le cascate e le marmitte dei giganti scavate nella roccia, in un contesto di grande fascino. Da non perdere la visita alla Ca’ del Diavol, una misteriosa torretta a strapiombo sul torrente Pioverna, situata all’imbocco dell’Orrido: un edificio ottocentesco caratterizzato da diavoli dipinti sulla facciata dell’ultimo piano, oggi trasformata in un percorso museale dedicato al luogo in cui si trova.
Gole del Sagittario, Abruzzo
Il fiume Sagittario, che nasce dal Lago di Scanno, tra i Monti Marsicani, e scorre fino a gettarsi nel fiume Aterno, ha inciso una delle gole più spettacolari dell’Appennino centrale, a cui peraltro dona anche il nome.
Le Gole del Sagittario, infatti, si estendono per circa sei chilometri nel territorio comunale di Anversa degli Abruzzi, Cocullo e Villalago, in un susseguirsi scenografico di pareti a strapiombo, boschi rigogliosi e scorci che si aprono improvvisamente sul fiume.
Oltre a una spettacolare strada che costeggia le Gole, regalando bellissimi scorci panoramici quando la si percorre, l’area è attraversata anche da numerosi sentieri che consentono di addentrarsi nel canyon fino ad arrivare in riva al Sagittario, al riparo di un bosco fitto, fra Anversa degli Abruzzi e la frazione di Castrovalva, peraltro antico borgo medievale che merita una visita. Un luogo ideale da visitare nei giorni più caldi dell’estate, al riparo dalla calura e dal sole, al fianco di un corso d’acqua fresco e pieno di vita.
iStockCastrovalva domina le Gole del Sagittario
Brent de l’Art, Veneto
A Belluno, nei pressi della località montana di Sant’Antonio Tortal, non lontano dal Passo San Boldo, il torrente Ardo sembra un innocente corso d’acqua montano dal breve corso. Invece, attraverso i millenni, ha saputo scavare la roccia dolomitica per creare una serie di forre strette e profonde, note come Brent de l’Art.
iStockLo spettacolo geologico dei Brent de l’Art
L’itinerario che porta ad ammirare da vicino i Brent è caratterizzato da un comodo sentiero che, malgrado un po’ di pendenza, per scendere e risalire nel vallone, è alla portata di tutti. Una serie di percorsi si snodano lungo i diversi rami del canyon, costeggiando il corso d’acqua e permettendo di osservare da vicino le pareti levigate dall’erosione, le piccole cascate e le pozze color smeraldo che si formano lungo il tragitto.
Nei mesi estivi, la frescura garantita dall’ombra delle pareti e dalla vicinanza dell’acqua rende la visita particolarmente piacevole anche nelle giornate più calde, e non manca la possibilità di calarsi fin sul letto del torrente, in alcuni tratti, per poter mettere i piedi a bagno.
Nei suoi quasi ottant’anni di vita, Dominique Vivant Denon è stato un uomo abituato alla bellezza e alla grandiosità. Diplomatico, scrittore, incisore, fu il primo direttore del Museo del Louvre. Eppure anche lui, davanti all’Etna, aveva dovuto arrendersi all’evidenza: “Tutto ciò che la natura ha di grande, – ha scritto nel suo Voyage en Sicilie, nel 1785 – tutto ciò che ha di piacevole, tutto ciò che ha di terribile, si può paragonare all’Etna e l’Etna non si può paragonare a nulla”.
Ed eccolo qua l’Etna, un gigante in perenne movimento, un vulcano capace di trasformare in pochi giorni il paesaggio attorno a sé, con una portata minacciosa sempre presente e al tempo stesso una rara bellezza. Il simbolo della Sicilia orientale è percorso da sentieri che attraversano foreste di pino laricio, distese di lava solidificata, grotte sotterranee e crateri ormai spenti. Ogni stagione ha la sua magia, ma l’estate è tra queste un momento assai particolare, dove il vulcano è capace di risplendere contro l’azzurro potente del cielo terso della Trinacria.
Il Parco dell’Etna: come arrivare
Il Parco dell’Etna, istituito nel 1987 per volontà della Regione Siciliana, si estende sulla costa orientale dell’isola, nel territorio della città metropolitana di Catania. Con una superficie di circa 58mila ettari complessivi e un perimetro di base di circa 135 chilometri è uno dei parchi regionali più grandi d’Italia.
Il vulcano, che ne costituisce il cuore, raggiunge oggi i 3.329 metri di altitudine. La notazione cronologica è data dal fatto che la quota varia nel tempo, poiché le eruzioni possono modificare l’altezza del cono sommitale. Sono venti i comuni che ricadono all’interno dell’area protetta, da Randazzo a Zafferana Etnea, da Bronte a Linguaglossa, con una popolazione residente di circa 250mila abitanti che vive fino a una quota massima di 950 metri.
iStockPanorama dell’Etna
La città di Catania è nella maggior parte dei casi la base da cui si parte per esplorare il Parco dell’Etna. Qui si trova infatti l’aeroporto più vicino, Catania Fontanarossa. Da Catania si raggiunge il Rifugio Sapienza, sul versante sud del vulcano, base di tante escursioni, in circa un’ora e mezza di auto, percorrendo la strada che sale da Nicolosi. Il versante nord, invece, con base a Piano Provenzana, si raggiunge da Linguaglossa, in circa due ore da Catania. Per chi non dispone di un’auto privata, dal capoluogo etneo parte un servizio di autobus dell’AST fino al Rifugio Sapienza, operativo anche d’estate.
L’Etna patrimonio dell’umanità
Il 21 giugno 2013, durante la XXXVII sessione del Comitato UNESCO riunita a Phnom Penh, in Cambogia, l’Etna è stato inserito nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità.
Il sito riconosciuto comprende oltre 19 mila ettari della zona A del Parco, corrispondente alla porzione più elevata del vulcano, quella priva di insediamenti permanenti. Il criterio adottato dall’UNESCO per inserire l’Etna nella lista è stato quello riservato ai luoghi che rappresentano straordinari esempi di processi geologici e formazioni naturali di eccezionale valore. L’Etna, si legge nella motivazione, è uno dei vulcani più iconici e attivi del mondo, con una documentazione continua dell’attività eruttiva che risale ad almeno 2700 anni fa.
Alcune statistiche aiutano a capire perché l’Etna sia così importante e unico: è il vulcano attivo più alto d’Europa e il più grande vulcano basaltico composito presente sulla placca euroasiatica. La sua struttura attuale è il risultato di una storia eruttiva complessa, che affonda le radici in oltre 500mila anni di storia, con un’alternanza di eruzioni effusive ed esplosive che hanno modellato il paesaggio e creato ambienti geologici unici.
Tra questi spicca la Valle del Bove, una gigantesca depressione che si trova sul versante est, con pareti che si alzano fino a 1.000 metri: si tratta di quanto rimane del vulcano primordiale Trifoglietto, crollato su se stesso decine di migliaia di anni fa.
iStockL’atmosfera misteriosa della Valle del Bove
Oltre a ciò, il Parco dell’Etna custodisce una biodiversità sorprendente. Nelle aree boschive, che si estendono fino a circa 2mila metri di altitudine, vivono querceti, castagneti e boschi di betulla dell’Etna (Betula aetnensis), una specie endemica che cresce solo sulle pendici di questo vulcano. Salendo di quota la vegetazione si fa più rada, quasi assente ad eccezione di rare specie particolare che si sono adattate ai suoli lavici e quasi lunari della zona più alta. Dal punto di vista della fauna si trovano nel Parco il gatto selvatico, la martora, l’istrice e la volpe, il falco pellegrino e l’aquila reale.
Trekking: le escursioni più belle nel Parco dell’Etna
L’offerta escursionistica del Parco dell’Etna è straordinariamente varia, adatta a tutti i livelli di preparazione e a tutte le aspirazioni di esplorazione.
Esiste, però, una regola fondamentale da conoscere: oltre i 2.750 metri di quota l’accesso è consentito esclusivamente in compagnia di una guida autorizzata. Una norma di sicurezza necessaria, non una limitazione: il vulcano è attivo e le condizioni possono cambiare rapidamente.
Una passeggiata molto semplice, adatta alle famiglie con bambini piccoli è quella ai Crateri Silvestri. Situati sul versante sud, a breve distanza dal Rifugio Sapienza, questi due coni vulcanici si sono formati durante l’eruzione del 1892, durata sei mesi. Il sentiero che li percorre è breve, circa un chilometro e mezzo, con un dislivello minimo e un fondo agevole. Dal percorso, nelle giornate limpide, lo sguardo spazia fino al golfo di Catania e al Mar Ionio.
Per un livello leggermente più impegnativo ma comunque alla portata dei più, il percorso consigliato è il sentiero panoramico chiamato Schiena dell’Asino, uno dei più belli del versante sud. Si segue il sentiero 737 a partire dal bordo della Valle del Bove. A questo punto, si risale ammirando il paesaggio brullo e lavico, caratterizzato da una sabbia grigio-nera. Il sentiero sale in maniera piuttosto decisa fino alla cima de La Montagnola a 2.648 metri sul livello del mare: si tratta di un enorme cratere creatosi nel 1763, dal quale è possibile godere di una meravigliosa vista. La lunghezza dell’itinerario 737 è di 2 chilometri e mezzo sola andata per un dislivello di quasi 600 metri, ma si potrebbe dover aggiungere un percorso di avvicinamento.
Getty ImagesIl panorama sulla Valle del Bove
Per i più audaci c’è il trekking ai Crateri sommitali del vulcano, un’escursione da affrontare con uno dei numerosi servizi di guida dedicati. Solitamente, si cammina solo a partire dai 2.900 metri di quota, raggiunti con una combinazione di funivia e fuoristrada. Da qui si raggiungono effettivamente i crateri, che si trovano circa 400 metri più in alto.
Il percorso a piedi, sempre in compagnia della guida, dura tra le cinque e le sei ore e offre panorami che nelle giornate più limpide abbracciano contemporaneamente il Mar Ionio a est e il Mar Tirreno a ovest, la Calabria, le Isole Eolie e tutta la costa della Sicilia orientale.
iStockUn cratere sull’Etna
Per gli escursionisti più allenati e con esperienza, la sfida definitiva è la cosiddetta Traversata dell’Etna, dal versante sud a quello nord. È considerata l’escursione più completa e spettacolare dell’intero vulcano, con una lunghezza di circa 14 chilometri, quasi tutti in altitudine e per questo doppiamente impegnativi. Anche in questo caso è necessario l’accompagnamento di una guida. In ogni caso, è un’avventura che attraversa entrambe le anime dell’Etna, da nord a sud, passando per il tetto dell’Europa meridionale, per ricordare ancora le parole di Vivant Denon: tutto si può paragonare all’Etna e l’Etna non si può paragonare a nulla.
Quello di cui vi stiamo per parlare può essere considerato tante cose diverse tranne che un semplice lago. Il Loch Lomond, nelle Highlands scozzesi, pare allungarsi senza fine, se non fosse per le decine di isole, boschi rigogliosi e montagne dalle forme morbide che lo interrompono, mentre il Ben Lomond, una delle cime più celebri della Scozia, si riflette sulla sua superficie.
Cuore del Parco Nazionale di Loch Lomond e dei Trossachs, misura circa 39 chilometri di lunghezza e conquista un primato nazionale grazie alla maggiore superficie lacustre dell’intero Regno Unito. Un’estensione che, volente o nolente, regala prospettive sempre differenti: nella parte meridionale prevalgono rive ampie e accessibili, ideali per gite in famiglia o uscite in barca; verso nord, il paesaggio assume un volto più selvaggio, con impervie vette che stringono il bacino.
Celebri risultano anche le sue isole, così come i piccoli centri ricchi di fascino che punteggiano le sue rive. Sappiate, inoltre, che larga parte della sua popolarità deriva anche dalla celebre ballata “The Bonnie Banks o’ Loch Lomond”, canzone tradizionale entrata stabilmente nell’immaginario collettivo. L’aggettivo bonnie, traducibile con “splendido” oppure “incantevole”, accompagna ancora oggi il lago in moltissime pubblicazioni turistiche, quasi fosse un secondo nome.
Origine, formazione e leggende di Loch Lomond
La storia del Loch Lomond affonda le radici in un passato remotissimo, assai precedente alla comparsa dell’uomo. Durante l’ultima glaciazione enormi masse di ghiaccio avanzarono lentamente attraverso questa parte della Scozia, scavando profonde depressioni nella roccia. Con il progressivo ritiro dei ghiacciai, avvenuto circa 10.000 anni fa, l’acqua occupò tali cavità fino a dar vita al grande bacino attuale.
Proprio sotto il lago passa infatti la Highland Boundary Fault, una vasta faglia che separa idealmente Highlands e Lowlands. Basta osservare il paesaggio per cogliere tale trasformazione. Anche diverse isole custodiscono pagine importanti della storia scozzese. Ne è un esempio Inchcailloch, il cui nome significa “isola delle anziane”, che accolse nel Medioevo un piccolo convento femminile dedicato a Santa Kentigerna.
Inchmurrin, la maggiore isola lacustre d’acqua dolce della Gran Bretagna, protegge invece i resti di un castello appartenuto ai Conti di Lennox. Tra gli episodi più affascinanti compare anche quello legato a Wallace’s Isle. Secondo una tradizione popolare, il patriota William Wallace avrebbe trovato rifugio su questo piccolo isolotto ricoperto da ontani durante le guerre d’indipendenza scozzesi. Alcuni studiosi ritengono più plausibile una diversa origine del nome, attribuita a un antico proprietario.
Peculiare risulta pure la vicenda di Inchlonaig, letteralmente “isola dei tassi”. La tradizione racconta che il re Robert the Bruce ordinò la piantumazione di numerosi alberi di tasso destinati alla produzione degli archi utilizzati dall’esercito scozzese. Fra storia documentata e memoria popolare, il Loch Lomond continua così a custodire racconti in grado di rendere ancora più suggestivo un paesaggio già di per sé straordinario.
Un soggiorno sulle rive del Loch Lomond offre esperienze molto diverse tra loro. Ognuna, però, in grado di soddisfare interessi differenti. Gran parte dei visitatori sceglie di salire a bordo di una delle imbarcazioni turistiche, soluzione ideale per cogliere le dimensioni reali del lago. Le partenze avvengono soprattutto da Balloch, Luss, Tarbet, Balmaha e Inveruglas, con itinerari che attraversano il settore meridionale oppure raggiungono le aree più spettacolari verso settentrione. Alcune crociere prevedono soste su varie isole, regalando scorci impossibili da apprezzare dalla riva.
Durante la navigazione emergono dettagli che spesso sfuggono da terra, tra cui piccoli promontori ricoperti di pini scozzesi, antichi ruderi medievali, boschi di betulle e querce, canneti frequentati dagli uccelli acquatici e profili montuosi riflessi nell’acqua. Luss rappresenta invece una tappa quasi obbligata: è un villaggio che mantiene un impianto tradizionale con abitazioni in pietra chiara, tetti in ardesia, vicoli ordinati e aiuole curate con attenzione.
iStockIl villaggio di Luss sul Loch Lomond
Poi c’è Tarbet che sfoggia un’anima legata ai collegamenti via acqua. Fin dal Medioevo questo piccolo centro svolgeva un ruolo strategico grazie alla vicinanza tra Loch Lomond e Loch Long. Arrochar accoglie i visitatori ai piedi delle celebri Arrochar Alps, rilievi che, malgrado quote modeste rispetto ai grandi sistemi montuosi europei, presentano pendii ripidi e profili spettacolari.
Ben Lomond domina l’orizzonte orientale con i suoi 974 metri. La montagna rientra nella categoria dei Munro, vetta superiore ai 914 metri secondo la classificazione ideata da Sir Hugh Munro alla fine del XIX secolo. Dalla cima lo sguardo abbraccia gran parte del lago, numerose isole e, nelle giornate più limpide, vaste porzioni delle Highlands.
Grande successo riscuotono anche le attività sull’acqua. Kayak, canoa, paddleboard, sci nautico e uscite in motoscafo permettono di vivere il lago da prospettive differenti. Acque limpide invitano anche al nuoto, purché affrontato con prudenza: la temperatura rimane molto bassa durante gran parte dell’anno, mentre il fondale presenta improvvisi cambi di profondità già a breve distanza dalla riva.
Chi preferisce un ritmo più tranquillo trova numerosi itinerari ciclabili, aree boschive, punti panoramici e sentieri storici. Tra i più celebri c’è la West Highland Way, tragitto escursionistico lungo 154 chilometri che collega la periferia di Glasgow a Fort William. Un tratto costeggia proprio il Loch Lomond, regalando panorami tra i più spettacolari dell’intero percorso.
Balloch costituisce uno dei poli principali dedicati ai servizi turistici. Qui sorgono il complesso di Loch Lomond Shores, negozi, ristoranti, aree verdi e il SEA LIFE Aquarium, struttura dedicata agli ambienti marini e d’acqua dolce, famosa anche per la ricca collezione di squali.
Dove si trova e come arrivare
Loch Lomond si trova in una posizione privilegiata nella Scozia centrale, all’interno del Parco Nazionale di Loch Lomond e dei Trossachs. Glasgow dista poco più di 35 minuti in automobile, fattore che rende il lago una delle mete naturalistiche più accessibili dell’intero Paese. Stirling richiede circa 45 minuti di viaggio, mentre Edimburgo si raggiunge in più o meno 90 minuti.
Balloch rappresenta il punto d’accesso più semplice grazie ai collegamenti ferroviari diretti con Glasgow. La stazione sorge a breve distanza dal lago e dagli imbarchi turistici, dettaglio particolarmente apprezzato da chi preferisce lasciare l’automobile in città. La rete stradale permette inoltre di arrivare facilmente a Luss, Tarbet, Balmaha, Arrochar e gli altri centri distribuiti lungo le rive. Gran parte delle aree dedicate ai visitatori dispone di parcheggi, punti informativi, moli d’imbarco e servizi utili per organizzare l’intera giornata.
Un consiglio rende l’esperienza ancora più piacevole: vale la pena dedicare almeno 2 giorni alla scoperta del territorio. Fra montagne antiche, isole ricche di storie, villaggi senza tempo e silenzi interrotti soltanto dal vento, questo angolo delle Highlands continua a lasciare un ricordo destinato a durare molto più del viaggio stesso.
Era una riserva di caccia della famiglia reale, oggi è diventato uno dei luoghi più straordinari dell’intero arco alpino per chi ama la montagna, la fauna selvatica e le grandi escursioni: è il Parco Nazionale del Gran Paradiso, il più antico d’Italia, istituito il 3 dicembre 1922. Un angolo d’Italia unico, dai panorami immensi su alcune delle vette più scenografiche dell’arco alpino, con un cielo il cui blu non teme paragoni e con una rete di sentieri fitta e variegata, adatta a ogni escursionista.
L’estate è la stagione in assoluto più generosa per chi sceglie di visitare il Gran Paradiso, visto il verde che copre i pascoli d’alta quota, punteggiati di fiori. I sentieri sono percorribili in tutta la loro estensione, senza particolari impedimenti naturali. Non serve necessariamente essere alpinisti esperti: il Parco è pronto a ospitare chiunque voglia immergersi nel suo contesto naturale unico, e magari essere così fortunato da avvistare qualcuno degli splendidi animali caratteristici della fauna alpina: stambecchi, marmotte, camosci.
Dove si trova il Parco Nazionale del Gran Paradiso
Il Parco Nazionale del Gran Paradiso si trova a cavallo tra due regioni: la Valle d’Aosta (che ne comprende poco più della metà) e il Piemonte. Con una superficie di oltre 70mila ettari distribuiti su tredici diversi comuni, è uno dei parchi alpini più grandi e meglio conservati d’Europa.
Sul versante francese confina con il Parco Nazionale della Vanoise, con cui forma un’area protetta transfrontaliera di circa 120mila ettari: uno dei santuari naturali più importanti del continente.
iStockPrati in fiore nel Parco del Gran Paradiso
Il territorio si sviluppa intorno al massiccio del Gran Paradiso, nelle Alpi Graie, articolandosi in cinque valli principali: sul versante valdostano si trovano la Val di Cogne, la Valsavarenche e la Val di Rhêmes; su quello piemontese la Valle dell’Orco e la Val Soana. Le quote variano dagli 800 metri dei fondovalle fino ai 4.061 metri della vetta del Gran Paradiso, l’unica tra le cime alpine oltre i 4.000 metri ad essere interamente in territorio italiano.
A dominare il paesaggio di alta quota sono i ben 59 ghiacciai che caratterizzano il Parco, più estesi sul versante valdostano. Il limite delle nevi perenni si attesta intorno ai 3mila metri, mentre a quote inferiori la montagna si ammanta di boschi di larici, abeti rossi e pini cembri. La flora dei prati alpini è punteggiata di genziane, stelle alpine e rododendri.
Cosa fare in estate nel Parco Nazionale del Gran Paradiso
L’estate è il momento migliore per visitare il Gran Paradiso. Con il bel tempo e i sentieri liberi dalla neve, la fitta rete sentieristica del Parco si trasforma nell’attrazione principale per tutti gli amanti del trekking alpino.
Camminando sui numerosi percorsi disponibili, non è raro imbattersi nella tipica fauna presente nel Parco, dato che, peraltro, esso ospita una delle popolazioni di stambecchi alpini più consistenti d’Europa: si stima una presenza tra i 2500 e i 3500 esemplari. Camosci e marmotte sono altrettanto numerosi: difficile percorrere qualsiasi sentiero senza imbattersi nel loro fischio caratteristico o scorgerle ritte sulle rocce di guardia alla tana.
iStockUna marmotta dalla tana pittoresca
Oltre alle escursioni a piedi, il parco offre numerose possibilità per il cicloturismo su percorsi sia asfaltati che sterrati, adatti a livelli diversi di allenamento.
Una tappa imperdibile per chi visita il Parco con la famiglia, poi, è il Giardino Botanico Alpino Paradisia, situato a Valnontey, nella Valle di Cogne, a 1.700 metri di quota. Fondato nel 1955, ospita oltre 1500 specie di piante locali e importate; il periodo di maggior fioritura cade tra giugno e luglio, quando il giardino diventa uno spettacolo di colori e profumi.
Tre escursioni da non perdere nel Parco Nazionale del Gran Paradiso
Come detto, l’attività principale nel Parco Nazionale del Gran Paradiso è il trekking. Soprattutto sul versante valdostano, l’area protetta rappresenta una sorta di università dell’escursionismo alpino: sebbene esistano percorsi adatti a tutti i livelli di allenamento, molti itinerari prevedono salite impegnative che portano a quote importanti, dove l’aria si fa più rarefatta, il cielo più azzurro e i panorami di cui si gode durante la salita e all’arrivo sempre più preziosi.
Da Valnontey al Rifugio Sella
Uno dei classici del Parco del Gran Paradiso. Si parte da Valnontey, nella Valle di Cogne, a circa 1.700 metri di quota, e si risale il vallone fino al Rifugio Vittorio Sella (2.584 metri), percorrendo un sentiero ben tracciato che attraversa prima i boschi di larici e poi si apre sulle ampie, spettacolari praterie d’alta quota.
La lunghezza complessiva è di circa 8 chilometri per un dislivello positivo di circa 900 metri, con un tempo di percorrenza di circa tre ore in salita. È un’escursione tosta, ma non impossibile: basta un minimo di preparazione per poterla affrontare.
iStockIl Lago del Lauson
Ciò che rende questa escursione speciale è prima di tutto il paesaggio, con lo sguardo sui ghiacciai in testa alla valle. Le probabilità di imbattersi in stambecchi, marmotte e camosci sono piuttosto alte, specie nelle vicinanze del Lago del Lauson, un piccolo ma affascinante specchio d’acqua non lontano dal rifugio, incastonato in uno scenario incredibile, con diversi ghiacciai visibili tutto attorno e, solitamente, una incipiente fioritura di genziane, viole e primule sulle sue sponde.
Dal Piano del Nivolet al Lago Rosset
Raggiungibile sia a piedi che con le navette gratuite del Parco, il Piano del Nivolet rappresenta uno degli altopiani più affascinanti di questo angolo dell’arco alpino. Si sviluppa per oltre sei chilometri, a circa 2.500 metri di altitudine, nel cuore del versante piemontese del parco, lungo la Valle dell’Orco.
iStockUn angolo del Piano del Nivolet
L’ambiente è quello tipico delle zone in quota: vi si trovano laghi alpini alimentati da nevaietti e ghiacciai, il piccolo e impetuoso torrente chiamato Dora del Nivolet, prati umidi dove proliferano specie di piante adattate agli ambienti estremi. Una traversata panoramica consente di percorrere l’intero altopiano con una balconata continua sulla Valle Orco: un itinerario adatto anche a escursionisti senza esperienza, con dislivelli contenuti e scorci di rara bellezza.
Per chi invece non si accontenta della passeggiata lungo il piano, si può affrontare la breve salita al Lago Rosset, circa 500 metri più in alto, percorrendo un sentiero impegnativo in salita lungo poco più di due chilometri. Si arriva così in un luogo speciale, più appartato, un ulteriore balcone con una vista privilegiata sulle cime tutt’attorno, con al centro un piccolo e affascinante specchio d’acqua.
I più allenati possono anche proseguire per ulteriori tre chilometri fino a raggiungere il Col Rosset, dove passa il confine tra Piemonte e Valle d’Aosta, a 3.023 metri di altitudine.
Le Cascate di Lillaz
Per chi cerca un’escursione accessibile, adatta anche ai bambini, il percorso ad anello delle Cascate di Lillaz, in Val di Cogne, è l’itinerario ideale.
Si parte dal piccolo villaggio di Lillaz, a pochi chilometri da Cogne, e ci si incammina lungo un sentiero che risale il corso del torrente Urtier, accompagnati dal fragore dell’acqua che scende a balzi spettacolari, per oltre 150 metri complessivi di salti.
Il percorso è breve, circa 4 chilometri lungo un anello, ed è alla portata di tutti. Dal parcheggio ci vogliono appena una decina di minuti per raggiungere la cascata inferiore, poi da qui inizia la salita che porta in breve tempo a visitare gli altri due bei salti del corso d’acqua. L’ambiente naturale è veramente unico e le acque fredde del torrente contribuiscono ad abbassare la temperatura nelle circostanze, regalando una piacevole frescura, ideale nei momenti più caldi dell’estate.
Arriva, puntuale, il grande caldo estivo. Già alle prime avvisaglie, l’esperto abitante delle aree urbane sa che deve fare armi e bagagli e, non appena possibile, fuggire verso la natura alla ricerca dei luoghi più refrigeranti del proprio territorio. È il momento in cui ci si ricorda delle spiagge d’acqua dolce, un turismo di prossimità che ci rammenta che a meno di due ore di macchina esistono posti dove l’acqua scorre fredda tra le rocce, gli alberi fanno ombra senza bisogno di ombrelloni e il silenzio non è interrotto da nessun altoparlante. La Lombardia non ha il mare, è vero, ma d’estate risveglia un’altra forza: una rete di torrenti, valli e piscine naturali che fa concorrenza a qualsiasi altra area d’Italia.
La regione è, non a caso, quella con la maggiore estensione fluviale del Paese: una fitta trama di corsi d’acqua che scende dalle Alpi e dalle Prealpi attraverso valli spesso poco frequentate, scavando polle cristalline, generando fragorose cascate, mentre piccole spiagge di sassolini bianchi si formano a corredo di queste meraviglie acquatiche.