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Aujourd’hui — 24 août 2026it

Cinque cascate nascoste nel cuore della Sicilia: il volto inaspettato dell’isola

23 août 2026 à 18:21

Non si può dare torto a quei milioni di turisti che ogni anno frequentano le spiagge della Sicilia. L’isola all’estremo meridione d’Italia è un luogo favoloso, con un mare cristallino, una storia millenaria, borghi e cittadine affascinanti. La sua forza, poi, è certo nella sua varietà, tale da farla apparire quasi un continente, invece che un triangolo di terra emersa.

Proprio questa varietà suggerisce che non ci sia spazio soltanto per il turismo dedicato alla scoperta delle città o delle località di mare. L’entroterra siciliano, ad esempio, è un grande scrigno contenente un immenso tesoro naturale, tra colline, boschi e catene montuose. Fra queste si nascondono alcune bellissime cascate: nessuno si aspetterebbe di andare in Sicilia per scoprire dei luoghi d’acqua dolce, e invece non mancano i salti notevoli, peraltro spesso caratterizzati da un panorama naturalistico inconsueto, che li rende vere e proprie meraviglie da non perdere.

Cascate dell’Oxena

Nel 2025 Militello in Val di Catania è stato eletto Borgo dei Borghi. Una bella cittadina barocca, situata a sud della città etnea. Il suo territorio carezza le propaggini dei Monti Iblei, dove scorre il torrente Oxena, che ha saputo scavare il proprio letto, nel corso dei millenni, dentro un canyon di origine lavica.

Proprio non lontano da Militello si trova una splendida cascata (anche se sono conosciute come Cascate dell’Oxena, la cascata vera e propria è soltanto una, in un’area caratterizzata comunque da cascatelle e rapide), alimentata dalle numerose sorgenti che si aprono lungo le sponde del corso d’acqua, anche nei periodi di maggiore siccità.

Il paesaggio che la circonda è particolare. Si alternano zone verdi, dove pascolano mandrie di mucche, a aree brulle, dove emerge una terra rossastra su cui crescono olivastri, carrubi e fichi d’India.

Le Cascate dell’Oxena possono essere raggiunte con un’escursione a piedi o in bici da Militello in Val di Catania, da cui distano circa cinque chilometri. Più breve, invece, l’avvicinamento dall’ultimo luogo raggiungibile in auto: si raggiungono in circa 15 minuti a piedi da Contrada Bognanni, una stretta strada dalla quale si può godere di una prima vista dall’alto della cascata.

Le Cascate dell'Oxena in Sicilia
Lorenzo Calamai
Vista sulla cascata principale dell’Oxena

Due cascatelle anticipano la discesa al cospetto del salto principale, rombando tra la roccia basaltica, che emerge nera dal terreno attorno al torrente. Scendendo al livello inferiore, una bella spiaggetta all’ombra di oleandri e tamerici consente di godersi al massimo la contemplazione della cascata.

Cascata di San Nicola

A circa mezz’ora d’auto da Palermo, nel territorio del piccolo comune di Bolognetta, si nasconde una delle cascate meno conosciute della Sicilia occidentale: la Cascata di San Nicola. È opera del torrente Milicia, che nasce nella zona del Bosco della Ficuzza, nei pressi di Corleone, e sfocia nel Tirreno tra Casteldaccia e Altavilla Milicia.

Il periodo migliore per visitare la cascata va da ottobre a maggio, quando la portata d’acqua è più abbondante, ma in estate la Cascata di San Nicola solitamente si difende bene, e la bella polla smeraldina ai suoi piedi rimane un’oasi rinfrescante.

Il contesto attorno al salto è spettacolare: una ampia gola rocciosa, dove domina il color ocra e la maggior parte del verde è rappresentata dalle onnipresenti piante di fico d’India. Il torrente rappresenta una sorta di linfa vitale in un territorio altrimenti brullo. Il percorso per raggiungerla è lungo circa quindici minuti dalla strada asfaltata e attraversa tratti rocciosi e sentieri non segnalati, benché sia chiaro da dove passare grazie alle tracce ben battute.

Cascata del Vallone del Castello di Pietra

Il Vallone del Castello di Pietra è uno dei luoghi più nascosti e selvaggi della Sicilia. Si tratta di un piccolo canyon scavato da un torrente all’interno del quale si possono ammirare i resti di una fortificazione preistorica (il Castello di Pietra, appunto), un esemplare enorme di roverella secolare e una bella cascata immersa nel verde.

Non è il luogo più facile da raggiungere. Si trova a sud di Partanna, una cittadina non lontana da Castelvetrano, nella parte sud-occidentale dell’isola. Si deve raggiungere l’agriturismo Baglio Vecchio, isolato in mezzo a un’area di campi coltivati e campagna, e qui chiedere le chiavi per aprire il cancello che consente di accedere al Vallone.

Oltrepassato il cancello della riserva, una scalinata immersa nella vegetazione conduce sul fondo della gola. Qui un sentiero percorre tutto il canyon. Risalendolo in una direzione si arriva ad ammirare la cascata, dall’altra si arriva alla roverella secolare e al punto da cui si può individuare il castellare. Il contesto fatto di falesie scolpite dagli agenti atmosferici, combinato con una grande ricchezza di verde che cresce sulle rive del corso d’acqua, lo rende un ambiente più unico che raro per la Sicilia occidentale.

Cascata Angara dei Piristeri

Versante orientale della Sicilia, dove l’Etna domina il panorama: tra i Monti Peloritani e i Nebrodi, nel comune di Roccella Valdemone, un affluente del fiume Alcantara chiamato torrente Roccella dà vita a una delle cascate più alte di tutta la Sicilia, la Cascata Angara dei Piristeri, conosciuta anche come Cascata Palazzolo Angara. Misura circa venti metri il balzo che l’acqua fa a ridosso di una stupenda parete rocciosa, creando un’ampia polla ai suoi piedi circondata da un bosco fittissimo e una vegetazione esuberante.

La cascata è spettacolare, ma lo è altrettanto la bella escursione che serve per raggiungerla. Si parte infatti nei pressi delle pale eoliche di Pizzo Perino, inoltrandosi lungo un sentiero in discesa che offre viste panoramiche splendide, inizialmente sull’Etna, che rimane sullo sfondo, e poi sui contrafforti del vallone nel quale si sta scendendo.

cascata angara dei piristeri in Sicilia
Lorenzo Calamai
La spettacolare veduta scendendo sul sentiero verso la cascata

La discesa è lunga circa un’ora, con un dislivello da non sottovalutare, specie per la risalita al ritorno. Il contesto naturale, però, ripaga di ogni sforzo. Una volta giunti sulla parte pianeggiante in fondo alla gola, si trova intuitivamente la cascata risalendo il corso del torrente fino al maestoso salto.

Cascata del Catafurco

Andare alla Cascata del Catafurco è una vera e propria esperienza montana in Sicilia. Il salto si trova nascosto tra le pieghe, le cime e i fianchi dei Nebrodi, nel territorio del comune di Galati Mamertino. Qui il torrente San Basilio ha modellato nei secoli la roccia in modo tale che oggi affronta un salto di circa trenta metri, estremamente scenografico perché avviene all’interno di una sorta di camino, alla cui base si forma una bassa polla dove potersi godere una sorta di doccia naturale.

Cascata del Catafurco in Sicilia
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Cascata del Catafurco

Bellissimo il sentiero che conduce alla cascata. Quattro chilometri di percorso dalla frazione San Basilio di Galati Mamertino, su una comoda strada sterrata che poi si trasforma in sentiero, con staccionate e gradini, nella parte finale. Si oltrepassano piccoli allevamenti di capre, suini e asinelli della zona e lungo il percorso merita una sosta il borgo di Molisa, un villaggio rurale abbandonato costruito interamente in pietra a secco, con i tipici pagliai un tempo utilizzati come ricoveri dai pastori.

Il percorso, in gran parte esposto al sole, è comunque punteggiato da diverse fontane d’acqua fresca e consente allo sguardo di spaziare continuamente lungo una splendida, stretta vallata.

À partir d’avant-hierit

Le riserve marine italiane migliori per lo snorkeling: il mare qui nasconde un mondo paradisiaco

21 août 2026 à 17:00

Maschera, boccaglio, pinne per i più hardcore. Poi un tuffo nel blu e si va alla scoperta del magico mondo subacqueo, tra praterie di posidonia che ospitano banchi di occhiate e saraghi e secche dove nuotano robuste cernie. E, con un po’ di fortuna, si possono anche incontrare animali acquatici diversi dai pesci, come qualche tartaruga caretta caretta di passaggio.

Lo snorkeling è una attività amatissima lungo le spiagge italiane, specie quelle più rocciose e selvagge, dove attorno agli scogli si trova una fauna ittica bellissima da incontrare. Naturalmente, ci sono zone marine protette dove questo tipo di esperienza naturalistica sale di livello, come ad esempio in alcune Aree Marine Protette, ovvero tratti di costa e di fondale sottoposti a tutela e regolamentati con diversi gradi di protezione, dove la pesca è limitata o vietata. Qui ci si può immergere in un vero e proprio universo parallelo alla superficie e scoprire il mondo sotto il pelo dell’acqua, sempre ricordando alcune norme basilari di comportamento per un’esperienza non invasiva: non toccare gli animali, non nutrirli, mantenere la distanza, non alterare il fondale.

Isole Tremiti, Puglia

San Domino, San Nicola, Capraia, Pianosa e il piccolo scoglio del Cretaccio compongono un mosaico di appena 3 chilometri quadrati di terra emersa: sono le Isole Tremiti, in Puglia, circondate da un’area protetta di quasi 1500 ettari e circa 20 chilometri di sviluppo costiero, istituita oltre 35 anni fa.

Le acque delle Tremiti sono tra le più trasparenti dell’Adriatico e custodiscono fondali di grande valore biologico, visto l’ambiente marino sorprendentemente vario per le dimensioni ridotte dell’arcipelago. In più è ideale per i principianti, grazie ad acque limitatamente profonde.

Snorkeling alle Isole Tremiti, tra i più belli in Italia
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Snorkeling alle Isole Tremiti

Alle Tremiti è possibile sia partire da alcune spiagge, come Cala Matano a San Domino, per esplorare le zone limitrofe e godersi la fauna subacquea, sia recarsi in alcuni luoghi speciali via mare, con un’imbarcazione, come allo Scoglio dell’Elefante o alla Grotta del Bue Marino, anch’essi a San Domino. Anche il tratto di mare intorno al Cretaccio, l’isolotto argilloso tra San Domino e San Nicola, è tra i più adatti allo snorkeling, con affascinanti distese di posidonia e rocce popolate da banchi di salpe e occhiate.

Isola di Bergeggi, Liguria

Nel 2007 l’Isola di Bergeggi, una roccia che si eleva per circa 50 metri sopra il livello del mare tra Spotorno e, appunto, Bergeggi, ha visto l’istituzione di un’Area Marina Protetta.

Oggi sull’isola non si può sbarcare, ma rimane comunque una delle mete più amate della Liguria per chi ama immersioni e snorkeling. Nuotando lungo il perimetro dell’isola, nelle zone consentite alla balneazione, si incrocia una grande varietà di fauna ittica, grazie a un fondale sia roccioso che sabbioso, vista la vicinanza con le spiagge del litorale ligure (l’Isola è appena a 260 metri dalla costa, di fronte a Punta del Maiolo).

l'isola di bergeggi è uno dei paradisi dello snorkeling in Italia
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Veduta dell’Isola di Bergeggi

Pesci, alghe dalle svariate forme e colori, crostacei e spugne, stelle marine, molluschi e pure qualche polpo sono i protagonisti dell’esplorazione ai piedi di questo roccioso angolo di Mar Ligure. Sull’Isola di Bergeggi, che ha una lunga storia, con resti antichissimi sulla sua superficie non è possibile mettere piedi, come detto, ma vengono organizzate escursioni guidate che, dal mare, raccontano tutti i segreti dell’affascinante scoglio.

Capo Rizzuto, Calabria

L’Area Marina Protetta di Capo Rizzuto, sulla costa della Calabria bagnata dal Mar Ionio, è la più grande d’Italia, e anche una delle maggiori in Europa. Conta, infatti, circa 15mila ettari di mare lungo un litorale di quaranta chilometri.

Nella zona di riserva parziale è consentita l’attività di snorkeling e qui i fondali custodiscono estese praterie di posidonia e specie rare, come il coloratissimo pesce pappagallo. È una delle poche aree in Italia dove questa specie così particolare, e per la verità quasi buffa, può essere avvistata.

La splendida Fortezza di Le Castella, che si trova proprio nel territorio di Isola di Capo Rizzuto, si staglia imponente su un piccolo isolotto all’estremità orientale del Golfo di Squillace. È collegata alla terra ferma solo da un sottile lembo di terra, e proprio nel tratto vicino si trova la zona più bella per esplorare il mare. Per chi vuole conoscere meglio l’ecosistema prima di tuffarsi, il Centro di Educazione Ambiente Marino di Capo Rizzuto ospita un piccolo acquario con le specie tipiche della riserva.

Riserva dello Zingaro, Sicilia

Meta amata e gettonata delle estati siciliane, la Riserva dello Zingaro sorge tra Scopello e San Vito Lo Capo, sulla costa nord-occidentale della Sicilia. Figlia di una gloriosa storia di battaglia popolare ambientalista capace di bloccare la costruzione di una strada litoranea che avrebbe trasfigurato l’aspetto di un vero e proprio paradiso naturale marittimo, oggi quest’area protetta racchiude quasi 1700 ettari di territorio accessibile solo a piedi, lungo sette chilometri di costa. Tale territorio è percorso da spettacolari sentieri che si affacciano su calette bianche e ciottolose, incastonate tra pareti rocciose a strapiombo e bagnate da un mare cristallino.

Snorkeling alla Riserva dello Zingaro, in Sicilia
Lorenzo Calamai
Snorkeling alla Riserva dello Zingaro, in Sicilia

Tra una spiaggia e l’altra la costa è interamente rocciosa, cosa che rende la Riserva dello Zingaro un piccolo paradiso per lo snorkeling. Sia le persone che raggiungono la Tonnarella dell’Uzzo, Cala Capreria, o Cala Marinella, tra le più belle dell’area protetta, sia coloro che ne raggiungono la zona costiera con le imbarcazioni, possono esplorare le insenature, le grotte e gli scogli che sono popolati da pesci di tutte le fogge, forme e dimensioni.

Capo Carbonara, Sardegna

L’Area Marina Protetta di Capo Carbonara si estende su oltre 86 chilometri quadrati di mare, dal promontorio di Capo Boi fino all’Isola di Serpentara, comprendendo anche la celebre Isola dei Cavoli. Istituita nel 1998 a tutela di un ambiente rimasto per lo più selvaggio, è oggi una delle mete più amate della Sardegna da chi pratica snorkeling.

Porto Giunco, Cala Caterina, Cala Pira, Punta Molentis: tutte zone ideali per immergersi con maschera e boccaglio e scoprire un ambiente più unico che raro, con saraghi, orate, cernie e barracuda che nuotano guizzanti tra splendidi fondali rocciosi e ampie distese di posidonia. Gli scenari subacquei sono qui notevoli in particolare per la caratteristica, candida roccia granitica, che si sviluppa anche sotto il pelo dell’acqua in vuoti e pieni come un’architettura naturale, tempestati di flora sottomarina. Da non perdere, in questo senso, la Secca di Cala Caterina.

Non guasta il fatto che, una volta riemersi in superficie e tolta la maschera, l’ambiente circostante sia davvero spettacolare: un mare cristallino bacia il granito bianco, mentre una ostinata vegetazione resiste al vento e alle particolari condizioni del terreno, dando ulteriore contrasto con il suo verde intenso.

Piscine naturali scavate nella roccia sul mare: dal Cilento alla Liguria

20 août 2026 à 16:13

Quando si parla di piscine naturali si fa riferimento a polle di acqua dolce o salata che caratterizzano un determinato angolo di territorio: qui la corrente è poca, l’acqua pulita, il contesto circostante regala un bel colpo d’occhio. Sono luoghi ideali per l’estate, dove godere di momenti di infinito relax tra un tuffo e l’altro, quando si cerca refrigerio dal caldo nelle conche trasparenti.

La costa d’Italia bagnata dal Tirreno e dal Mar Ligure nasconde un patrimonio di queste piccole vasche, dove l’acqua marina rimane intrappolata tra gli scogli. Sono il prodotto di un’azione di cesello delle onde che è durata millenni. Sono luoghi che raramente si incontrano per caso: quasi sempre bisogna guadagnarseli con un sentiero, scendendo una scalinata scavata nella roccia o magari affrontando una discesa non sempre agevole, ma che ripagano abbondantemente lo sforzo con la bellezza delle loro acque fresche e cristalline e con meravigliosi panorami.

Piscine di Iscolelli

Nel Parco Nazionale del Cilento, lungo il celebre Sentiero degli Infreschi che si snoda da Marina di Camerota, si incontrano le piscine naturali di Iscolelli. Si tratta di vasche incastonate in una scogliera scura e frastagliata, che bagnano la riva di una piccola spiaggia di ciottoli bianchi, protetta e collegata al mare aperto solo da uno stretto passaggio che tiene alla larga le imbarcazioni.

piscine naturali mare cilento liguria tirreno
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Le piscine naturali di Iscolelli

Per arrivarci conviene raggiungere in auto l’Oasi degli Infreschi, una struttura ricettiva da cui prende le mosse un breve sentiero che, nella bassa e profumata macchia mediterranea, conduce verso le piscine, non lontano dai resti dell’antica torre di avvistamento. Il sentiero non è segnalato con precisione, e proprio per questo le piscine di Iscolelli restano frequentate da pochi, ma il percorso di avvicinamento è una delle grandi bellezze del luogo.

Nelle piccole piscinette l’acqua è bassa, ma fresca e cristallina, un vero e proprio sogno di mezz’estate.

Batterie di Punta Rossa

Punta Rossa, capo marittimo all’ombra del Monte Circeo, nel cuore del Parco nazionale omonimo, è un luogo estremamente scenografico sulla costa del Mar Tirreno, nel suo tratto laziale.

Qui, infatti, la scogliera si apre in due calette naturali dalle acque smeraldine, perfette per lo snorkeling tra anfratti popolati da pesci e molluschi: sono le cosiddette Batterie di Punta Rossa, un tratto di costa frastagliata che deve il nome ai resti di un fortino di epoca napoleonica ancora visibile sulla sommità del promontorio.

Per raggiungerle si parcheggia in via del Faro, e si prosegue a piedi superando un cancello sempre aperto che introduce a una strada privata: da qui parte una discesa asfaltata, seguita da un breve sentiero tra la macchia mediterranea che conduce infine al mare. Il percorso complessivo richiede una decina di minuti di cammino, non impegnativo ma da affrontare con calzature adeguate.

Le Batterie sono meta storica dei laziali, che amano tuffarsi dagli scogli più alti della zona, ma offrono spazio anche a chi cerca semplicemente un bagno tranquillo lontano dagli stabilimenti balneari della costa.

Bagni della Regina Giovanna

Dicono che la sovrana angioina Giovanna II, regina di Napoli nella prima metà del Quattrocento, amasse ritirarsi in gran segreto in una determinata zona della costa sorrentina per fare il bagno insieme ai suoi giovani amanti. Oggi quei luoghi sono rimasti noti come Bagni della Regina Giovanna, una piccola laguna naturale, collegata al mare aperto attraverso un suggestivo arco di roccia scavato dall’erosione, che dà origine a una delle piscine naturali più belle e scenografiche della Campania.

Per raggiungere i Bagni della Regina Giovanna si parte da Capo di Sorrento, frazione raggiungibile in autobus o in auto da Sorrento, e si percorre un sentiero lungo poco più di mezzo chilometro, immerso nella vegetazione mediterranea, chiuso da una scalinata piuttosto ripida, che scende infine alla piccola baia.

piscine naturali mare cilento liguria tirreno
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Lo straordinario mare dei Bagni della Regina Giovanna

Al di là del mito della sovrana, ciò che resta visibile sulla scogliera sono le vestigia di Villa Pollio Felice, residenza marittima romana risalente al I secolo a.C., di cui parlarono già autori antichi come Stazio e Plinio il Giovane.

Piscine naturali di Sant’Andrea

Sul versante occidentale dell’Isola d’Elba, la più grande dell’Arcipelago toscano, si trova il comune di Marciana. Qui, la spiaggia di Sant’Andrea rappresenta il punto di partenza per raggiungere alcune delle piscine naturali più belle di tutto il Mar Tirreno. Superando le cosiddette Cote Piane, enormi lastre di granito levigate dal mare, e attraversando una fenditura nella roccia, si arriva infatti a incontrare le piscine naturali di Sant’Andrea, ideali per chi ama tuffarsi ed esplorare i fondali in maschera e pinne.

Il percorso costiero che collega la spiaggia principale a queste conche fa il giro di Capo Sant’Andrea, portando ad ammirare belle conformazioni rocciose erose da mare e venti. Si snoda in parte su passerelle di legno, in parte su tratti scavati a mano nella roccia.

Poco distante, verso est, si trova anche la spiaggia del Cotoncello, dove la coniugazione di rocce lisce e piccole insenature con l’acqua bassa creano una situazione da piscina naturale.

piscine naturali mare cilento liguria tirreno
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Le particolari rocce levigate della spiaggia del Cotoncello

Bozi di Punta Pineda

Le pozze, o bozi, come vuole il dialetto spezzino, di Punta Pineda sono vasconi scavati nell’arenaria, protetti da una barriera di scogli che li ripara dal mare aperto e crea un autentico effetto piscina, ma tutto al naturale.

Punta Pineda si trova nelle Cinque Terre, nei pressi di Riomaggiore. Campi è l’abitato più vicino al capo, uno storico villaggio rurale aggrappato alla costa a picco sul mare. Da qui bisogna affrontare una scalinata, ripida ed esposta, che scende verso il mare. È una discesa scoscesa, lunga circa 30 minuti di cammino, ma che permette di raggiungere un tratto di costa selvaggio e praticamente intatto.

Le vasche, un tempo utilizzate dai contadini locali come piccole saline artigianali per ricavare sale dall’acqua marina fatta evaporare al sole, oggi accolgono chi cerca un bagno fuori dal comune, lontano dalla folla estiva che affolla le spiagge più celebri del Parco delle Cinque Terre.

Bandite di Scarlino: tre spiagge uniche in Toscana da raggiungere solo a piedi

17 août 2026 à 17:30

Le Bandite di Scarlino sono una ampia riserva naturale che dalle alture dell’entroterra della zona settentrionale della Maremma, in Toscana, scende fino al Tirreno. Il territorio coinvolto, che tocca i comuni di Scarlino, Castiglione della Pescaia, Follonica e Gavorrano, custodisce una delle porzioni di costa più selvagge e integre di tutta la regione, un luogo fantastico per chi ama vivere il mare in modo vero e diretto.

Il nome un po’ curioso della riserva, che potrebbe far pensare a qualcosa di proibito, deriva a dire il vero dai bandi che, nei secoli passati, venivano indetti per la vendita di lotti di bosco. Le tracce della presenza umana in questo angolo di Maremma, in realtà, sono molto più antiche: la zona conserva testimonianze di insediamenti risalenti alla preistoria e all’epoca etrusca, come dimostrano i resti di una necropoli che si trova non lontano dai sentieri oggi percorsi da chi vuole raggiungere le dorate spiagge che adornano la costa. E in effetti proprio l’assenza di strade che conducano direttamente in riva al mare è ciò che ha permesso a questo tratto di litorale di conservare un aspetto autentico e incontaminato.

Le spiagge delle Bandite di Scarlino, infatti, si raggiungono solamente a piedi, in bicicletta o a cavallo, attraversando una fitta rete di sentieri che si snodano tra pinete e profumata macchia mediterranea. Tre sono le calette che meritano una visita, ognuna con un carattere diverso: Cala Violina, Cala Martina e Cala Civette.

Cala Violina

La spiaggia più celebre del trittico delle Bandite di Scarlino è senza dubbio Cala Violina, una piccola baia sabbiosa racchiusa tra due promontori che nel corso degli anni è diventata una delle destinazioni marittime simbolo di questo tratto di costa.

Cala Violina, una delle spiagge raggiungibili solo a piedi delle Bandite di Scarlino
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Veduta di Cala Violina

Il suo pittoresco nome nasce da una particolarità: la sua sabbia bianca e finissima è composta da minuscoli granelli di quarzo e, quando il silenzio sulla spiaggia è massimo, il rumore prodotto dai passi camminandoci sopra a piedi nudi produce un fruscio che ricorda vagamente il dolce vibrare delle corde di un violino.

Piccolo paradiso che abbina litorale chiaro e dorato a acque particolarmente limpide, più volte premiata da Legambiente come una delle undici spiagge più belle d’Italia, e perfetta per chi ama lo snorkeling, Cala Violina è oggi tutelata da un sistema ad accesso limitato per contingentare il numero dei visitatori in estate e preservarne l’ecosistema. Dall’inizio di giugno e fino a metà settembre è necessario prenotare il proprio ingresso, versando un piccolo contributo.

Cala Violina, nelle Bandite di Scarlino
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Panoramica su Cala Violina, la più celebre delle spiagge delle Bandite di Scarlino

Cala Violina si raggiunge percorrendo un breve sentiero, poco più corto di due chilometri a partire dal parcheggio a pagamento più vicino, a Val Martina. La camminata in questo angolo di Maremma è piacevole: si supera una breve salita per oltrepassare una bassa collina passeggiando all’ombra di una folta pineta, che occlude la vista sul mare anche per tutta la discesa, fino a quando non si sfocia sulla sabbia e la spiaggia non appare come una visione abbagliante, da sogno. Cala Violina è raggiungibile anche in bicicletta, con bici gravelmountain bikes.

Cala Martina

Poco più a nord di Cala Violina si incontra Cala Martina, una spiaggia di sassi rotondi e levigati dal mare, stretta e lunga, racchiusa tra Punta Francese a settentrione e l’omonima Punta Martina a meridione. Le sue acque sono limpide quanto quelle della spiaggia vicina, ma l’atmosfera che si respira qui è ancor più selvaggia e appartata, complice una minore notorietà e la particolare conformazione della caletta. In più l’acqua cristallina e il fondale sassoso la rendono ideale per utilizzare maschera e boccaglio ed esplorarne i dintorni.

Oltre alla sua bellezza naturale, fu proprio su questa spiaggia che, nel 1849, Giuseppe Garibaldi si imbarcò per fuggire verso Genova, braccato dalle truppe austriache e con il cuore ancora colmo di dolore per la perdita della compagna Anita, morta pochi giorni prima. Dopo aver attraversato l’Appennino e la Toscana, scortato da un gruppo di patrioti che di tappa in tappa lo accompagnarono da Firenze fino a Scarlino, l’eroe dei due mondi trovò proprio nei boschi della Bandita l’ultimo rifugio prima di lasciare la penisola insieme al fedele comandante Leggero. Ancora oggi, poco prima di arrivare alla cala, un piccolo monumento ricorda quell’episodio e i patrioti che aiutarono Garibaldi in quei giorni concitati.

Cala Martina si può raggiungere solo a piedi e in bicicletta. Il modo migliore per farlo è percorrere il sentiero che parte dal porto del Puntone di Scarlino, raggiunge Punta Francese, scende al monumento a Garibaldi e quindi conduce alla bella spiaggia sassosa. L’intero percorso misura circa tre chilometri di continui saliscendi in una zona costiera che alterna tratti immersi nel bosco a magnifici panorami sulla costa e verso occidente, peraltro con la possibilità di scorgere la sagoma dell’isola d’Elba all’orizzonte.

Cala Civette

Più a sud di Cala Violina, invece, sorge Cala Civette. È separata dalla spiaggia vicina dal promontorio di Punta Le Canne e delimitata a sud dalla foce del fiume Alma, poco prima che la costa lasci il posto alla lunga distesa sabbiosa che caratterizza Punta Ala. Su un tornito promontorio sopra la foce del fiume sorge Torre Civette, antico edificio a scopo di avvistamento oggi trasformato in dimora privata, ma che con la sua sagoma bianca domina la spiaggia in maniera scenografica.

Come Cala Martina, anche questa spiaggia è ad accesso libero, raggiungibile a piedi seguendo la rete sentieristica che collega le tre cale delle Costiere di Scarlino, la sotto-area protetta delle Bandite che si cura della conservazione del litorale. Per arrivare a Cala Civette si percorre in auto la strada vicinale di Pian d’Alma, la si lascia in un apposito, piccolo parcheggio a pagamento e si imbocca il sentiero che la raggiunge. Il percorso misura circa due chilometri e mezzo, con una buona dose di salita. La fatica viene ricompensata subito prima del breve, ripido tratto di discesa in spiaggia, quando ci si affaccia dal promontorio settentrionale che chiude la cala e la si può ammirare dall’alto in tutta la sua bellezza.

Cala Civette, la più meridionale delle spiagge delle Bandite di Scarlino
Lorenzo Calamai
Cala Civette, la più meridionale delle spiagge delle Bandite di Scarlino

Cala Civette è probabilmente la meno frequentata delle spiagge delle Bandite di Scarlino: una grande lingua di sabbia dorata alle cui spalle sorge una fitta pineta, chiusa da due promontori rocciosi. Il mare qui è spesso calmo, la risacca coccola con il suo rumore bianco chi vi si avventura, lo sguardo si perde verso l’orizzonte azzurro in cui mare e cielo si fondono in una cosa sola.

Incanto ad alta quota: viaggio straordinario al Lago Agnel, specchio selvaggio del Piemonte

15 août 2026 à 16:00

A quota 2.300 metri, lungo la strada che sale verso il Colle del Nivolet, la Valle dell’Orco si stringe tra pendii severi, pietraie, pascoli d’alta quota e cime delle Alpi Graie. Nel frattempo, l’aria diventa più sottile e la vegetazione lascia progressivamente spazio a un ambiente d’alta montagna. Poi, quasi inaspettatamente, compare una distesa d’acqua dal colore intenso, come una pennellata blu incastonata nella roccia. È il Lago Agnel, uno dei luoghi più riconoscibili del territorio di Ceresole Reale.

Il suo fascino nasce da un chiaro contrasto: la presenza umana ha modificato un antico paesaggio alpino attraverso la costruzione della diga, mentre l’aspetto attuale conserva tutta la forza visiva di un bacino circondato dalle montagne. Il risultato ha qualcosa di scenografico, tanto da aver attirato persino il cinema. Nel 1969 Peter Collinson scelse infatti questa zona per le riprese della scena finale di Un colpo all’italiana (The Italian Job), trasformando per qualche minuto il paesaggio della Valle dell’Orco nello sfondo di una delle sequenze più celebri del film.

La posizione rende il Lago Agnel particolarmente interessante anche per chi ama leggere il territorio attraverso le sue trasformazioni. Accanto alla bellezza delle acque c’è una diga edificata per sfruttare la risorsa idrica delle montagne, parte di un sistema più ampio legato alla produzione di energia. La sensazione, davanti al bacino, è quella di essere arrivati in un posto remoto eppure profondamente segnato dall’ingegno umano.

Origine e storia del Lago Agnel

Il Lago Agnel è un bacino artificiale inserito nel Vallone Agnel in Piemonte, il settore più settentrionale del comprensorio. La sua storia appartiene alla grande stagione dello sviluppo idroelettrico alpino, quando le acque raccolte in quota iniziarono a diventare una risorsa strategica per alimentare gli impianti situati più in basso.

La diga fu realizzata in muratura di pietrame con malta di cemento. L’opera raggiunge un’altezza di circa 18 metri e presenta un coronamento lungo più o meno 130 metri. Il risultato è una costruzione tecnica tutt’altro che banale, soprattutto se osservata da vicino. La pietra riveste i paramenti a monte e a valle, mentre la forma della diga segue l’impostazione del terreno roccioso

Il massimo invaso raggiunge quota 2.435 metri. Il bacino ha una capacità di circa 2,34 milioni di metri cubi e dispone di sistemi destinati alla gestione delle acque, compresi uno scarico di superficie e uno scarico di fondo. Dietro il paesaggio apparentemente selvaggio si cela quindi una macchina idraulica progettata per governare una risorsa preziosa in un ambiente difficile.

Il Lago Agnel fa parte del sistema di bacini della Valle dell’Orco insieme al vicino Lago Serrù e ad altri invasi presenti nell’area. La funzione di questi specchi d’acqua riguarda la produzione idroelettrica, settore che ha lasciato una traccia importante nella storia delle vallate alpine piemontesi.

Ma qui una particolarità cattura subito lo sguardo: rispetto al vicino Lago Serrù, caratterizzato da tonalità più grigie e lattiginose, Agnel appare decisamente più blu. La differenza dipende dai torrenti che alimentano i due bacini e dalla quantità di sedimenti trasportati dalle acque. Nel caso dell’Agnel, la minore presenza di materiale in sospensione permette alla luce di penetrare in modo diverso, accentuando la limpidezza e la tonalità intensa della superficie.

La visita al Lago Agnel tra acqua blu, diga e fauna alpina

La strada verso il Colle del Nivolet offre già una sequenza di panorami notevole. Il Lago Agnel diventa una delle tappe più interessanti proprio perché consente di accostare natura, ingegneria e cinema nello stesso scenario. La prima cosa da osservare è il colore dell’acqua: in una giornata limpida il blu del bacino mette in scena un contrasto netto con le rocce e i pendii circostanti. La superficie può apparire quasi compatta da lontano, mentre avvicinandosi alla riva emergono sfumature diverse legate alla luce, al cielo e alla conformazione delle sponde.

La diga merita attenzione anche dal punto di vista architettonico e tecnico. Il suo profilo rettilineo segue il terreno con una lieve deviazione nella parte sinistra, scelta legata al migliore appoggio sulla roccia. Il coronamento raggiunge, invece, circa 130 metri. Sono dettagli difficili da intuire attraverso una semplice fotografia, ma rendono evidente la complessità di un’opera costruita in alta montagna.

Il panorama regala inoltre buone possibilità per una breve escursione nella zona del bacino e lungo la strada del Nivolet. Trekking, itinerari in mountain bike e percorsi a piedi permettono di osservare il lago da prospettive differenti. La quota richiede però un minimo di preparazione, soprattutto nelle giornate fresche o in presenza di cambiamenti meteorologici rapidi.

Tra i prati e le rocce possono comparire marmotte e camosci. Con maggiore fortuna si può distinguere nel cielo la sagoma di un’aquila oppure quella più rara del gipeto, grande avvoltoio delle montagne alpine tornato a popolare queste vallate grazie ai programmi di reintroduzione avviati nell’arco alpino.

Il momento migliore per fermarsi resta quello in cui il paesaggio concede qualche minuto di quiete. Basta guardare l’acqua, seguire il profilo della diga e alzare gli occhi verso le montagne per percepire la particolare posizione del bacino. Il Lago Agnel ha una bellezza più aspra rispetto a quella dei laghi alpini circondati da boschi e prati. La quota, la pietra e l’assenza di vegetazione arborea conferiscono al panorama un carattere quasi lunare.

Paesaggio del Lago Agnel, Piemonte
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Il bellissimo paesaggio del Lago Agnel

Dove si trova e come arrivare

Il Lago Agnel si trova in Piemonte, nella Valle dell’Orco, all’interno del territorio comunale di Ceresole Reale e nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. Il bacino sorge ai piedi del Colle del Nivolet, valico delle Alpi Graie situato a 2.612 metri di quota e uno dei punti panoramici più spettacolari raggiungibili nella zona.

Da Torino il percorso principale segue la SP 460 della Valle Orco fino a Ceresole Reale. Da questo centro montano si prosegue verso il Colle del Nivolet lungo la SP 50, strada alpina che sale progressivamente tra tornanti, pareti rocciose e panorami sempre più aperti. Il Lago Serrù precede il Lago Agnel lungo il percorso e rappresenta un utile riferimento per orientarsi.

La strada presenta una precisa stagionalità: durante l’inverno la SP 50 verso il Nivolet viene chiusa al traffico, con una stagione ordinaria indicata dal 15 ottobre al 15 maggio. Nei mesi estivi possono inoltre entrare in vigore limitazioni per il traffico privato negli ultimi 6 chilometri dell’itinerario (tratto dal Lago Serrù al Colle del Nivolet). Storicamente il progetto “A piedi tra le nuvole” prevedeva la chiusura della strada alle automobili private nelle domeniche di luglio e agosto e a Ferragosto, lasciando spazio a biciclette, spostamenti a piedi e navette. Negli ultimi anni il sistema è evoluto verso un accesso a numero chiuso (con prenotazione) in determinati periodi, affiancato da giornate di chiusura totale dedicate alla mobilità dolce.

Per chi arriva in auto, la piazzola presso la diga del Lago Serrù rappresenta uno dei punti di riferimento più utili per organizzare la salita nei periodi interessati dalle limitazioni. Le navette consentono di superare il tratto regolamentato senza rinunciare alla visita dell’alta valle.

Baia Santa Margherita, tante calette nascoste e mare selvaggio a San Vito Lo Capo

14 août 2026 à 15:18

In Sicilia, la Riserva dello Zingaro è una delle destinazioni di mare più gettonate sul lato nord-occidentale dell’isola, una zona selvaggia e paradisiaca che unisce splendide spiagge a un’atmosfera selvaggia, con pochi servizi e una minima antropizzazione. Non altrettante persone sanno che dall’altro lato dello stesso promontorio, quello che si estende verso nord e ha per punta la cittadina di San Vito Lo Capo, c’è un’altra area di splendide calette, mare cristallino e selvaggio: è Baia Santa Margherita, che si apre tra il massiccio del Monte Cofano e Macari, a nord di Trapani.

Baia Santa Margherita consiste in un susseguirsi di calette, perlopiù sassose, qualche spiaggetta dorata, insenature e scogli, lungo un’area di un paio di chilometri lungo la costa. È un’alternativa ideale per chi ama il mare stupendo di questa zona della Sicilia e al contempo un contesto selvaggio, senza bisogno di troppi agi. In più, qui si può fare snorkeling vicino alla costa e si ha un ulteriore valore aggiunto: l’esposizione a ovest permette di godere di un tramonto sul mare spettacolare e infuocato. Rimanere fin oltre il calar del sole è praticamente un obbligo.

Dove si trova e come arrivarci

Baia Santa Margherita si trova nel comune di San Vito Lo Capo. Ci si arriva facilmente percorrendo la strada provinciale 16 nel tratto tra la cittadina e Castelluzzo. La strada, peraltro, è ad alto tasso di spettacolo: nei pressi di Baia Santa Margherita è un lungo rettilineo che permette di abbracciare con lo sguardo il mare cristallino, con il Monte Cofano che si erge sullo sfondo. Poi, vicino al paese di Macari, la strada si alza dal livello del mare e si aprono viste panoramiche ancor più belle.

baia santa margherita
Lorenzo Calamai
La strada nei pressi di Macari

Una volta arrivati, si può lasciare l’auto in uno dei due grandi parcheggi, quello di Macari e quello di Castelluzzo, che fungono da punto di partenza per l’esplorazione della costa, rigorosamente a piedi o, per chi volesse, con un trenino navetta turistico.

Chi non ha l’auto può contare sulla linea di autobus Trapani-San Vito Lo Capo, con fermata proprio a Macari, e poi affidarsi a una bella passeggiata lungo i sentieri che costeggiano le calette di Baia Santa Margherita. La zona di Baia Santa Margherita è anche molto gettonata dai ciclisti, sfruttando il percorso lungo la costa che collega la Riserva naturale del Monte Cofano a San Vito Lo Capo.

Le calette di Baia Santa Margherita

La zona di Baia Santa Margherita ha un carattere selvaggio e aspro. Qui la natura colpisce per la sua bellezza, ma è una bellezza brutale, quasi violenta. Non ci sono alberi in vista, il poco verde che si può individuare è sulle colline alle spalle del mare, in particolare verso il Monte Cofano. La lingua di pianura dove sorgono la baia e le sue cale, invece, è una terra riarsa, che in estate si tinge di giallo e di ocra, sia per la vegetazione che progressivamente si secca, sia per il colore tipico della roccia degli scogli sulla costa. Il paesaggio è nudo, svestito. Il sole cala a picco e esalta i colori, li satura all’estremo, aiutato dal contrasto fra terra e mare, qui cristallino a tratti e poi blu intenso.

baia santa margherita
Lorenzo Calamai
La vista verso il Monte Cofano

Parcheggiando dal lato di Macari, quello più vicino a San Vito Lo Capo, la prima spiaggia che si incontra è quella di Santa Margherita, che dà il nome a questo tratto di costa. È una vera e propria spiaggetta, con sabbia di un giallo intenso e fondali bassi, ideali anche per i più piccoli. In più è l’unica zona dove si trova anche un piccolo lido, con ombrelloni e servizi. Non manca però la possibilità di avventurarsi tra le rocce e trovare il proprio piccolo accesso al mare, ad esempio nei pressi del piccolo bunker, residuato bellico poco a nord della spiaggia, ai cui lati si aprono due splendide calette.

Proseguendo lungo il litorale verso sud, invece, si incontrano altri tratti decisamente rocciosi e selvaggi, dove la sabbia lascia spazio a scogli e piccole insenature quasi private. Le calette hanno nomi evocativi in dialetto siciliano come Scaru Brucia, ‘a Chianca, Scaru Zu Asparu e Cala Calazza, quest’ultima gettonata perché è una piccola lingua di sabbia bagnata da un mare basso e cristallino. Ma al di là di nomi e collocazioni tutto il tratto di Baia Santa Margherita merita di essere esplorato e battuto centimetro per centimetro per trovare il proprio angolo vicino al mare.

baia santa margherita
Lorenzo Calamai
Baia Santa Margherita è piena di piccole calette

Chi ama camminare può spingersi oltre: poco a ovest si apre la Riserva Naturale di Monte Cofano, con sentieri che corrono a picco sul mare regalando scorci di bellezza stordente.

Cala Isolidda a Macari

A pochi minuti da Baia Santa Margherita, seguendo la linea della costa sotto il paese di Macari, si aprono altre piccole spiaggette che meritano una visita e che hanno il loro fascino aspro e selvaggio tanto quanto le prime. Tra queste spicca Cala Isolidda, ovvero isoletta in siciliano.

baia santa margherita
Lorenzo Calamai
Cala Isolidda e il suo mare cristallino

Il nome deriva dal caratteristico scoglio che emerge dalle acque proprio di fronte alla caletta. La piccola caletta è dominata dall’omonima Torre dell’Isolidda, costruzione cinquecentesca parte dell’antico sistema difensivo costiero contro le incursioni corsare. Una silhouette bianca che aggiunge un fascino ulteriore al paesaggio, così scarno. Un piccolo promontorio centrale separa due calette, entrambe rivolte verso l’isolotto.

La spiaggia è composta da sassi bianchi e piccoli, circondata dagli scogli. I resti di alcune costruzioni di pescatori permangono sulla spiaggia. Vicino si trova anche la cosiddetta Cala del Bue Marino, piccola spiaggia sassosa orientata verso il Monte Cofano, che abbellisce il panorama. Un sentiero accompagna chi ama camminare da Cala Isolidda al Bue Marino, proseguendo poi fino a Baia Santa Margherita. La zona è anche molto amata dai ciclisti, che possono pedalare senza pericoli su e giù lungo questa scenografica linea di costa.

baia santa margherita
Lorenzo Calamai
Segnavia CAI nei pressi di Cala Isolidda

In una Sicilia sempre più attrezzata, antropizzata e pervasa di comodità superflue, una zona selvaggia e tutto sommato intatta come quella di Baia Santa Margherita e di Cala Isolidda rappresenta un’isola felice per godere il mare in tutta la propria bellezza naturale. Una bellezza, peraltro, che si tinge di colori unici e panorami rari, come solo quest’angolo della Trinacria riesce a offrire.

Il lago-specchio delle Alpi, lì dove la roccia bacia il cielo: alla scoperta del fiabesco Bachalpsee

12 août 2026 à 16:00

A ben 2.265 metri sopra Grindelwald, che resta alle spalle con le sue case, gli alberghi e il profilo monumentale dell’Eiger, l’aria diventa sempre più fresca, mentre i prati prendono il posto delle strade. In questo contesto idilliaco, l’Oberland Bernese mostra una delle sue immagini più riconoscibili: il Bachalpsee, piccolo lago alpino la cui fama nasce soprattutto da un fenomeno semplice e spettacolare.

Nelle giornate limpide e prive di vento, infatti, la superficie dell’acqua diventa quasi uno specchio e restituisce il profilo delle montagne circostanti. Il Wetterhorn, lo Schreckhorn e il Finsteraarhorn compaiono così due volte, una nella roccia e nel ghiaccio delle Alpi Bernesi, l’altra nel blu del bacino.

Bachalpsee è conosciuto anche con il nome di Bachsee e porta un altro soprannome particolarmente evocativo, “Gioiello delle Alpi“, definizione che risulta perfettamente comprensibile una volta raggiunta la riva.

Origine e formazione del Bachalpsee

La forma attuale del Bachalpsee racconta una storia legata alla geologia delle Alpi. Il lago appartiene a un ambiente modellato dall’azione dei ghiacci e dai processi che hanno plasmato le vallate dell‘Oberland Bernese. L’acqua occupa una depressione naturale d’alta quota e il bacino presenta un piccolo argine naturale che lo divide in due parti, con uno dei due specchi d’acqua situato circa 6 metri più in basso rispetto all’altro.

Questa separazione rende Bachalpsee particolare anche dal punto di vista paesaggistico. A prima vista la superficie sembra appartenere a un unico lago, poi l’occhio riconosce la sottile divisione naturale che distingue i due bacini. Attorno si sviluppa una zona umida di grande interesse naturalistico.

Le torbiere alpine costituiscono un ambiente delicato, legato alla presenza costante dell’acqua e alle temperature tipiche delle quote elevate. L’area rientra tra le zone umide protette di rilevanza nazionale della Svizzera, anche grazie ai piccoli ruscelli che attraversano i prati e alimentano un mosaico di habitat nel quale trovano spazio diverse specie vegetali alpine.

La flora, dal canto suo, si fa particolarmente interessante durante la stagione calda: la neve lascia gradualmente spazio ai prati fioriti e il percorso verso il lago assume un aspetto molto diverso rispetto ai mesi invernali. Un sentiero naturalistico permette inoltre di conoscere meglio la vegetazione locale, con informazioni dedicate alle piante che hanno sviluppato strategie adatte alle condizioni dell’alta montagna.

La visita al Bachalpsee tra lago, prati alpini e grandi panorami

L’itinerario più conosciuto parte da First, stazione a monte della cabinovia Grindelwald-First. La salita in cabinovia da Grindelwald richiede circa 25 minuti e porta a 2.165 metri. Già dalla stazione si apre una vista notevole sull’Eiger e sulle montagne circostanti. Il tratto verso Bachalpsee misura poco meno di 6 km tra andata e ritorno, con circa 200 metri di dislivello complessivo.

Il tempo medio per l’escursione completa si aggira sulle 2 ore, considerando il percorso classico. La difficoltà resta contenuta e rende il lago accessibile anche a famiglie con bambini. Il primo tratto presenta la parte più impegnativa della salita: dal First si segue la strada alpina fino al Gummi-Hütte, situato a 2.262 metri. Superato questo passaggio, il terreno diventa più dolce e il sentiero attraversa prati d’alta quota punteggiati di fiori fino a che, dopo meno di un’ora, compare il Bachalpsee.

La riva offre numerose panchine, perfette per una pausa davanti alle montagne. Vale la pena fermarsi a lungo, soprattutto nelle prime ore del mattino oppure verso il tramonto. L’assenza di vento trasforma infatti la superficie dell’acqua in un enorme specchio naturale. Lo Schreckhorn appare allora riflesso con una nitidezza sorprendente, mentre le altre vette completano la composizione.

Riflesso nel Bachalpsee, Svizzera
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Lo straordiniario riflesso nel Bachalpsee

Una giornata limpida consente di distinguere bene anche i ghiacciai e le pareti rocciose dell’Oberland Bernese e il risultato si modifica continuamente in base alla luce: al mattino le montagne hanno un aspetto più netto, mentre verso sera le ombre accentuano creste e valloni.

Il lago offre anche la possibilità di pescare e di trascorrere qualche ora sulle sue rive. L’acqua resta fredda per gran parte dell’anno, quindi l’idea di un bagno appartiene più all’ambito dell’avventura personale che a quello della classica attività balneare. Chi desidera prolungare l’escursione può scegliere il percorso verso Waldspitz e Bort. Poco prima del lago parte il Blumenweg, letteralmente il sentiero dei fiori, che conduce verso Bachläger. Il tracciato passa in una zona ricca di piccoli ruscelli e mantiene il carattere dell’antica via utilizzata dai mulattieri.

Da Bachläger si raggiunge Waldspitz in circa 20 minuti. Successivamente il percorso entra nel bosco e scende con maggiore decisione verso Bort. L’intero itinerario da First attraverso Bachalpsee, Waldspitz e Bort misura circa 5 km e richiede quasi 2 ore, con una discesa di più o meno 750 metri. Da Bort si può poi rientrare verso Grindelwald con gli impianti oppure proseguire con attività dedicate alla discesa in mountain bike.

Prima o dopo l’escursione, First offre ulteriori attrazioni. Il First Cliff Walk permette di affacciarsi sul paesaggio alpino da una passerella panoramica, mentre il First Flyer aggiunge una componente decisamente più adrenalinica alla giornata.

Dove si trova e come arrivare

Bachalpsee si trova nell’Oberland Bernese, sopra Grindelwald, località alpina del Canton Berna celebre soprattutto per la posizione ai piedi dell’Eiger. Il punto di partenza abituale per l’escursione è First, raggiungibile dal centro di Grindelwald con la cabinovia Grindelwald-First.

La soluzione più semplice consiste nel raggiungere Grindelwald in treno oppure in automobile, quindi utilizzare la cabinovia fino alla stazione di First. Da 2.165 metri parte il sentiero per Bachalpsee, con un itinerario ben segnalato e adatto anche a chi desidera una prima esperienza d’alta montagna senza affrontare un trekking impegnativo.

La stagione più indicata va dall’inizio dell’estate all’autunno, in base alle condizioni della neve e alla praticabilità del percorso. A quota 2.265 metri il clima può cambiare rapidamente, quindi scarpe adatte alla montagna, una giacca impermeabile e qualche strato aggiuntivo risultano utili anche nelle giornate serene.

Il vero spettacolo arriva con il vento fermo: il Bachalpsee smette allora di essere soltanto un lago alpino e diventa una sorta di fotografia vivente delle Alpi Bernesi. L’acqua riproduce le cime, i prati arrivano fino alla riva, i ruscelli attraversano le torbiere e, alle spalle, il paesaggio sale verso alcune delle montagne più imponenti della Svizzera.

Le migliori mete italiane per ammirare le stelle cadenti ad agosto, lontano dalle luci

9 août 2026 à 12:00

Le stelle cadenti sono un fenomeno scientifico, con attorno un’aura di magia. La riassume bene quella citazione di Albert Camus, rispolverata ad ogni notte di San Lorenzo, tratta dal suo racconto Ritorno a Tipasa: “A volte, di notte, dormivo con gli occhi aperti sotto un cielo gocciolante di stelle. Vivevo, allora”. L’immagine del costante brillare di una scia luminosa nella volta celeste agostana è emozionante, ma al tempo stesso perfettamente calzante con la spiegazione astronomica: ogni anno, tra la metà di luglio e la fine di agosto, il pianeta Terra si trova ad attraversare lo sciame meteorico delle Perseidi, generato dai detriti della cometa Swift-Tuttle. Raggiunge il suo picco nella notte tra il 12 e il 13 agosto, quando il numero di meteore visibili può arrivare anche a novanta l’ora, a patto di trovarsi in un luogo privo di inquinamento luminoso.

Perché, alla fine, è proprio questo il punto: la magia delle stelle cadenti è tale soprattutto se la si gode lontano dall’inquinamento luminoso dei territori antropizzati, in quota o in territori che hanno scelto di proteggere il proprio buio come una risorsa. In Italia, per fortuna, non mancano luoghi ideali per approfittare di tali condizioni.

Nus, Valle d’Aosta

A oltre 1600 metri di quota, sopra il comune di Nus, il Vallone di Saint Barthelemy beneficia di una condizione di isolamento luminoso che lo contrappone alla valle centrale valdostana, regalando uno dei cieli più bui e limpidi d’Europa.

Non è un caso che qui sorga, dal 2003, l’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta, affiancato dal Planetario di Lignan: la struttura è stata la prima in Italia a ottenere la certificazione internazionale Starlight, riconoscimento assegnato dalla Fundacion Starlight, organizzazione spagnola legata all’Istituto di Astrofisica delle Canarie e riconosciuta dall’UNESCO, che premia i territori che tutelano la qualità del proprio cielo notturno.

Splendido luogo naturalistico, gettonato in estate per l’escursionismo e le uscite in mountain bike, il Vallone di Saint Barthelemy è l’ideale per chi va a caccia anche di esperienze notturne a contatto con la natura, ma anche seguendo le numerose iniziative di divulgazione scientifica tra planetario e osservatorio.

Campo Imperatore, Abruzzo

Lo chiamano il piccolo Tibet d’Abruzzo: l’altopiano di Campo Imperatore, il più esteso d’Italia, con uno dei cieli meno inquinati d’Europa.

Alla sua estremità sud-orientale, a circa 1600 metri di altitudine, si trova Fonte Vetica, una delle zone più amate dagli astrofili proprio per la pulizia del cielo e la possibilità di distinguere a occhio nudo stelle non percepibili altrove.

Fonte Vetica è oggi il punto di riferimento ideale per chi vuole osservare le Perseidi tra le cime del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Il grande pianoro alle pendici del Monte Camicia è infatti facilmente raggiungibile in auto, e da qui poi si può prendere le mosse per trovare il luogo più congeniale ai propri desideri. Molte associazioni locali, guide escursionistiche e gruppi turistici organizzano escursioni notturne guidate ed eventi di osservazione del cielo nel periodo delle stelle cadenti, ad agosto.

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Cielo d’agosto tra le vette del Gran Sasso

Isnello, Sicilia

Nel pieno delle Madonie, le montagne più alte della Sicilia dopo l’Etna, il piccolo borgo di Isnello ospita dal 2016 il GAL Hassin, Centro Internazionale per le Scienze Astronomiche, il cui nome unisce le prime lettere di galassia alla parola araba da cui deriva, secondo alcuni, il nome della cittadina, hassin, ovvero fiume freddo.

La stazione di osservazione del centro è, a 1865 metri sul livello del mare, la più alta d’Italia. Il centro, inoltre, è entrato a far parte della rete mondiale di osservatori riconosciuti dalla International Astronomical Union e ha ricevuto dal Minor Planet Center un codice identificativo assegnato solo ai centri più affidabili per lo studio dei corpi minori del Sistema Solare.

Attorno a Isnello, il Parco delle Madonie regala di giorno sentieri di trekking tra boschi incontaminati e affascinanti borghi in pietra. Come un supereroe dei fumetti, di notte si trasforma in un luogo ideale per ammirare le Perseidi. Questa caratteristica è valsa a Isnello e al Gal Hassin il riconoscimento di Parco stellare (Stellar park) della Fundacion Starlight.

Allai, Sardegna

Il piccolo abitato di Allai, in provincia di Oristano, è un affascinante borgo di appena trecento abitanti dell’entroterra sardo, che è stato capace di fare della propria marginalità geografica un punto di forza.

A giugno del 2026, infatti, è diventato il primo comune italiano a ricevere la certificazione internazionale di Starlight Village, rilasciata dalla Fundacion Starlight. La certificazione riconosce “le piccole cittadine che cercano di diversificare la propria economia attraverso lo sviluppo dell’astroturismo, con l’obiettivo di favorire una crescita economica sostenibile del territorio e prevenire lo spopolamento.”

Il percorso per ottenere il riconoscimento è durato quattro anni, durante i quali l’amministrazione ha ridisegnato l’illuminazione pubblica per limitare la dispersione della luce verso l’alto, senza rinunciare alla sicurezza. Nel paese, inoltre, sono stati allestiti punti di osservazione dedicati, con panchine e mappe del cielo a disposizione dei visitatori, mentre il CIMA, Civico Museo di Allai, organizza eventi, incontri divulgativi e osservazioni guidate.

Passo del Fargno, Marche

Mille e ottocentoventi metri di altitudine, aria fresca e pura, natura incontaminata. Gli ingredienti di una giornata al Passo del Fargno, tra le vette dei Monti Sibillini, nelle Marche. Una giornata che può concludersi con uno spettacolare cielo stellato pronto a donare emozioni a bizzeffe grazie al suo isolamento luminoso, perfetto per godersi le stelle cadenti d’agosto.

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Uno stellato spettacolare sopra i Monti Sibillini, nella zona di Castelluccio di Norcia

Qui si trova il Rifugio del Fargno che, tra i rifugi gestiti delle Marche, è quello posto più in alto, protetto dall’inquinamento luminoso della costa adriatica grazie alla sua posizione incassata tra le montagne. Presso la struttura vengono spesso organizzate escursioni guidate notturne ed eventi legati all’osservazione del cielo notturno estivo. La si può raggiungere con una bella escursione a piedi tra boschi, pascoli e splendidi panorami sulle cime verdi e brulle dei Sibillini.

Altopiano di Asiago, Veneto

Conosciuto anche come Altopiano dei Sette Comuni, l’Altopiano di Asiago ospita in località Pennar l’Osservatorio Astrofisico, fondato nel 1942 dall’Università di Padova per celebrare il terzo centenario della morte di Galileo Galilei.

Insieme alla sede distaccata di Cima Ekar, dove si trova il telescopio ottico più grande d’Italia, costituisce oggi il principale centro di ricerca astronomica ottica del Paese, scelto all’epoca proprio per la limpidezza del cielo di queste montagne.

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Si vedono più stelle cadenti lontano dalle luci e dall’inquinamento luminoso

Oltre a essere quindi un centro scientifico di primo livello e una destinazione turistica montana assai gettonata, da alcuni anni l’altopiano ha investito anche sull’astroturismo. Vi si possono trovare infatti piazzole attrezzate per l’osservazione del cielo e un Sentiero dei Pianeti, un percorso di otto chilometri che sale dal piazzale del palazzetto del ghiaccio di Asiago fino all’osservatorio di Pennar. Lungo il sentiero, percorribile in un paio d’ore e alla portata di tutti, si trova una fedele riproduzione dell’intero Sistema Solare, in scala 1:1.000.000.000. Ovvero, per riportare praticamente il dato, a ogni metro percorso a piedi equivale un milione di chilometri nello spazio profondo. Si incontrano sul sentiero anche i pianeti, posizionati rispettando la medesima scala.

Le grotte più belle d’Italia dove rifugiarsi dal caldo d’agosto

7 août 2026 à 16:00

L’estate italiana si dimostra impegnativa, tra caldo, afa e il ripetersi delle ondate di calore che portano i termometri a non abbassarsi neanche di notte. Ci sono molteplici modi per tentare di sfuggire alla canicola, ma uno dei più interessanti, sottovalutati e affascinanti è rappresentato dalla scoperta del mondo sotterraneo: sotto i nostri piedi, nascosto nella roccia di Appennini e Alpi, esiste infatti un universo alternativo fresco e silenzioso, dove la temperatura non cambia mai, che sia gennaio o il ferragosto più torrido. Una specie di Sottosopra che ricorda Stranger Things, ma senza mostri infernali, strane nubi e inquietanti lampi rossastri.

Anzi, nelle grotte turistiche italiane, cavità ipogee scavate in milioni di anni da acqua e tempo, ci si avventura in un mondo sì bizzarro, ma anche tremendamente attraente. Tra passerelle, illuminazione e guide esperte ci si avventura tra stalattiti, stalagmiti e saloni sotterranei che sembrano edifici progettati da architetti folli. Un’escursione in grotta, insomma, unisce un certo grado di sollievo climatico alla meraviglia geologica e naturale, oltre che, in alcuni casi, storica: molte di queste cavità custodiscono resti preistorici, laghi sotterranei e concrezioni che si sono formate goccia dopo goccia nel corso di ere geologiche.

Grotte di Frasassi

Senza dubbio, le Grotte di Frasassi sono il più famoso complesso presente in Italia. Il motivo è presto detto: sono considerate il più grande complesso ipogeo d’Europa, con oltre venti chilometri di cavità scoperte solo nel 1971. Si trovano nel comune di Genga, nelle Marche, tra i rilievi appenninici e la valle del fiume Sentino.

Ogni anno sono visitate da un gran numero di persone. Il percorso turistico classico, compiuto dalla maggior parte dei visitatori, è lungo circa un chilometro e mezzo e si percorre in poco più di un’ora, seguendo le spiegazioni e il racconto di una guida dedicata. Qui la temperatura è costante: 14 gradi, con un’umidità che sfiora il 100%.

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Lo spettacolo del sottosuolo alle Grotte di Frasassi

La visita si apre con la Sala Abisso Ancona, un ambiente talmente vasto da poter contenere, secondo le stime, il Duomo di Milano: 180 metri di lunghezza, 120 di larghezza e 200 di altezza, dominati dalle imponenti stalagmiti dette i Giganti. Si tratta di uno degli ambienti chiave del percorso, una vera e propria cattedrale sotterranea. Altri luoghi della visita sono la Sala 200, il Grand Canyon (una fossa solcata dalle acque del fiume Sentino), le sottili Canne d’Organo e la Sala delle Candeline, fino alla suggestiva Sala dell’Infinito, detta anche Sala dei Pagliai perché caratterizzata da grandi stalagmiti coniche, che ricordano quasi dei covoni di fieno.

Se si prenota in anticipo, si possono scegliere anche i percorsi più lunghi, chiamati Azzurro e Rosso, lunghi rispettivamente due e tre ore: una visita più impegnativa alle Grotte di Frasassi, ma che porta a una maggiore consapevolezza e a una scoperta più completa di questo sensazionale complesso.

Grotte di Castellana

Castellana, 40 chilometri da Bari, entroterra pugliese: quell’apertura nel terreno che era sempre stata utilizzata come una sorta di discarica naturale sarebbe diventata qualcosa di più a partire dal lontano 23 gennaio 1938. Lo speleologo Franco Anelli si calò nell’inghiottitoio, andando alla scoperta di quello che sarebbe poi divenuto noto come uno dei sistemi carsici più spettacolari d’Europa.

Oggi le Grotte di Castellana sono celebri e frequentate, una delle più gettonate attrazioni alternative al mare della Puglia. La loro grande bellezza ne è ovviamente la ragione, ma il fatto che la temperatura interna sia stabilmente tra i 14 e i 18 gradi, contro una superficie che in estate fa misurare costantemente temperature diurne superiori ai 30 gradi, sicuramente è un ulteriore incentivo.

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Una delle sale delle Grotte di Castellana

La visita del complesso parte sempre dalla Grave, la prima e più ampia caverna, alta una sessantina di metri e unico punto del percorso in cui filtra la luce naturale attraverso un’apertura sulla volta. Era questa la grotta in cui si calò Anelli alla fine degli Anni Trenta. Da qui, i visitatori possono scegliere tra un itinerario breve, lungo un chilometro e della durata di circa 50 minuti, oppure il percorso completo, che si estende per tre chilometri e impegna circa due ore, attraversando caverne dai nomi evocativi come la Civetta, il Precipizio e il Corridoio del Deserto. Il gran finale è la Grotta Bianca, l’ultima e più celebre cavità del sistema, ricoperta da concrezioni di alabastro talmente candide da essere definite tra le più splendenti al mondo.

Grotta Gigante

Nomen omen, dicevano gli antichi. E infatti non c’è nome più didascalico di Grotta Gigante per descrivere la grotta turistica con la sala naturale più grande al mondo. Una cavità enorme, posta al confine tra Italia e Slovenia, nel Carso triestino. Si trova, per l’esattezza, a Sgonico, poco a nord del capoluogo giuliano.

La caverna principale misura infatti 98,5 metri di altezza, 167,6 di lunghezza e 76,3 di larghezza, per un volume di circa 365mila metri cubi: abbastanza, secondo i calcoli, da contenere l’intera Basilica di San Pietro. Già dai primi del Novecento, la Grotta Gigante è stata oggetto di frequentazione turistica, mentre l’esplorazione risale addirittura al 1840.

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Le stalagmiti della Grotta Gigante raggiungono dimensioni enormi

Il percorso turistico odierno si snoda per 850 metri e si scende fino a circa 100 metri di profondità nel sottosuolo, lungo una impegnativa scalinata composta di 500 gradini protetti da ringhiere e superfici antiscivolo, per poi risalire attraverso il sentiero panoramico “Carlo Finocchiaro” fino a un belvedere sospeso a 95 metri di altezza sulla caverna principale. La temperatura interna resta fissa a 11 gradi tutto l’anno.

Eccezionali le formazioni stalagmitiche, che hanno raggiunto grandissime altezze, come nei casi della Colonna Ruggero e della Palma. D’altra parte, le origini del complesso ipogeo si fanno risalire a circa dieci milioni di anni fa. La grotta, oltre che essere meta turistica, è anche un laboratorio scientifico attivo: ospita infatti i pendoli geodetici più lunghi al mondo, utilizzati per monitorare i movimenti della crosta terrestre.

Grotte di Toirano

Quando si diceva, in apertura, che all’interno delle grotte si possono trovare tracce della storia e non solo della bellezza della natura, le Grotte di Toirano erano il riferimento principale dell’allusione. In questo complesso, tra il 1950 e gli anni successivi, sono stati ritrovati numerosi resti dell’orso delle caverne (Ursus spelaeus), che per millenni vi trovava rifugio durante il letargo, testimoniato da ossa, impronte di zampe e graffi sulle pareti. Ma non solo: nella grotta nota come Corridoio delle Impronte sono rimaste impresse nell’argilla le tracce lasciate dall’uomo preistorico circa 12mila anni fa: orme di piedi, mani e ginocchia che permettono di immaginare il passaggio dei nostri antenati in questi stessi cunicoli.

La Grotta delle Basura e il Corridoio delle Impronte sono le due sale più interessanti del percorso, ma l’itinerario turistico permette anche di esplorare il Cimitero degli Orsi, un vasto deposito di ossa risalenti fino a 27mila anni fa, e l’Antro di Cibele, unico al mondo per le sue concrezioni. L’intero percorso visitabile è lungo circa 1300 metri, si affronta in poco più di un’ora con una visita guidata. All’interno delle grotte la temperatura è costantemente a 16 gradi.

Le Grotte di Toirano si trovano nei pressi dell’omonima cittadina, nell’entroterra ligure, in Liguria, sui colli alle spalle di Loano e Borghetto Santo Spirito, in provincia di Savona.

Grotta del Vento

La Grotta del Vento si trova nei pressi di Fornovolasco, piccolo borgo montano della Garfagnana, nel nord della Toscana, all’ombra delle cime delle Alpi Apuane. Si chiama così per via delle forti correnti d’aria che la attraversano, generate dalla differenza di temperatura tra l’interno e l’esterno: un fenomeno che si può letteralmente sentire non appena varcata la porta d’ingresso, con raffiche che secondo le rilevazioni possono superare i 40 km/h.

All’interno la temperatura è piuttosto fredda, sotto gli 11 gradi (per la precisione, resta stabile sui 10,7 gradi tutto l’anno), ma al tempo stesso con un tasso di umidità che sfiora il 99%.

Comodità fondamentale della Grotta del Vento è la possibilità di scegliere tra tre itinerari guidati di lunghezza e durata crescente, da uno a tre ore, che permettono di calibrare la visita in base al tempo e alla curiosità di ciascuno. Il primo, più breve, attraversa corridoi stretti e laghetti cristallizzati ricchi di stalattiti e stalagmiti ancora in fase di crescita; il secondo scende nel Baratro dei Giganti fino a raggiungere un piccolo fiume sotterraneo e la suggestiva Sala delle Voci, dove l’acustica particolare crea effetti sorprendenti; il terzo, il più completo, si spinge fino ai tratti più profondi del sistema carsico, esplorato a partire dalla fine dell’Ottocento e ancora oggetto di studio da parte degli speleologi. Si visita, infatti, un profondo pozzo di 90 metri, perfettamente verticale, che viene quindi risalito fino a raggiungere un vasto salone caratterizzato da bellissime concrezioni e, immediatamente dopo, un breve canyon sotterraneo.

L’incredibile spaccatura di basalto nero custode della magia vulcanica siciliana: le Gole dell’Alcantara

6 août 2026 à 16:00

Oggi vi portiamo nella Sicilia orientale, in quella zona della regione in cui l’Etna è sempre (o quasi) sullo sfondo, perché qui, dove i rilievi dei Nebrodi e dei Peloritani impreziosiscono il paesaggio, è custodito un gioiello naturalistico che il mondo intero ci invidia. Ci troviamo, infatti, al cospetto di un imponente canyon naturale, un solco profondo inciso nel cuore della provincia di Messina. Il suo nome è Gole dell’Alcantara, anche se (e va detto) il tratto più spettacolare appartiene alle Gole di Larderia tra Castiglione di Sicilia e Motta Camastra.

Il canyon dei misteri alpini: esplorando le Gole del Taugl, dove aleggiano leggende antichissime

5 août 2026 à 14:30

A pochi chilometri dall’elegante città di Salisburgo, quindi proprio lì dove non te lo aspetti, l’acqua sembra avere preso il comando della scena. In zona, infatti, scorre il Taugl, un torrente di montagna che nasce nelle Osterhorngruppen ed entra nel Tauglboden, per poi attraversare una delle aree naturali più particolari del territorio di Bad Vigaun e Kuchl. Il suo corso alterna tratti aperti, banchi di ghiaia e rapide a una stretta forra calcarea, la Tauglklamm, un canyon selvaggio e poco addomesticato.

L’acqua si presenta trasparente, incredibilmente limpida nelle pozze scavate nella roccia, e con una temperatura decisamente alpina. D’estate la tentazione di entrarvi è forte, soprattutto presso la zona della Römerbrücke, ma bastano pochi secondi per capire la differenza tra un bagno in una piscina e una nuotata in un torrente alimentato dalle montagne.

La gola offre un volto ancora più emozionante: le pareti si stringono, la luce diminuisce e la roccia assume forme morbide. Alcuni punti sono adatti a un’escursione naturalistica, mentre la parte più stretta della Tauglklamm appartiene al territorio del canyoning e richiede esperienza, attrezzatura adeguata e condizioni idrologiche favorevoli. Da una parte, infatti, c’è la Tauglgries, area naturale ed europea protetta, con sentieri, punti panoramici e spazi per osservare la fauna; dall’altra una successione di roccia, acqua e passaggi stretti che restituisce una sensazione quasi primitiva.

Origine, formazione e leggende della Gola di Taugl

Ben prima che l’essere umano mettesse piede in questo magnifico pianeta, l’acqua ha inciso le rocce del suo letto, sfruttando fratture e punti più vulnerabili della massa calcarea. La pressione continua del torrente ha progressivamente approfondito il solco, modellando pareti, scivoli naturali e piccole vasche.

La Taugl alterna infatti due paesaggi molto diversi: nella parte più aperta il torrente si allarga e attraversa il Tauglgries, un ambiente dinamico fatto di ghiaia, vegetazione ripariale e superfici rocciose. Entrando nella forra il carattere cambia radicalmente, con il letto che si restringe e la roccia che assume un aspetto che pare lucidato dall’acqua.

La forza di questo torrente d’Austria resta evidente anche nella sua instabilità. Per chi pratica canyoning, una piena può modificare profondamente l’aspetto della forra. Tronchi, massi e sedimenti possono mutare la configurazione dei passaggi e delle rapide, rendendo una discesa diversa rispetto a quella affrontata in precedenza.

Un altro elemento sorprendente appartiene alla storia umana. Poco prima della Römerbrücke, il torrente forma una cascata e poi raggiunge il tratto storico del ponte, ma il nome può trarre in inganno. La struttura attuale risale infatti al 1613 e viene indicata dal turismo locale quale più antico ponte ancora esistente del SalzburgerLand.

Canyon del Taugl, Austria
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Il selvaggio Canyon del Taugl

Intorno alla costruzione del ponte è nata una leggenda decisamente più antica e inquietante: secondo il racconto popolare, una gola tanto profonda avrebbe richiesto l’intervento del Diavolo. Gli abitanti gli avrebbero chiesto aiuto per realizzare il passaggio sul torrente e in cambio il demonio avrebbe preteso il figlio di una mugnaia incinta, a patto che la costruzione fosse completata prima della nascita.

La donna riuscì a partorire poco prima della posa dell’ultima pietra. Furioso per l’inganno, il Diavolo stabilì allora che la prima creatura vivente passata sul ponte sarebbe appartenuta a lui. La mugnaia reagì con astuzia e fece attraversare la struttura a un gatto. La beffa mandò il demonio su tutte le furie e, secondo la tradizione, scagliò l’ultima pietra nella gola. Quella roccia porta ancora il nome di Teufelsstein, la Pietra del Diavolo. Nei periodi di magra può essere osservata dalla Römerbrücke, incastonata nel paesaggio del torrente.

La visita alla Taugl tra canyon, acqua gelida e natura protetta

La Taugl richiede prima di tutto una distinzione: la visita turistica del Tauglgries è adatta a un pubblico molto ampio, mentre la discesa della Tauglklamm è un’esperienza tecnica da canyoning. Confondere i due itinerari, quindi, potrebbe rivelarsi rischioso. Per una giornata nella natura, il punto di riferimento è il percorso tematico Lebensader Taugl, cioè “Lifeline Taugl”. Il sentiero attraversa il Tauglgries e presenta pannelli dedicati alla flora, alla fauna e agli equilibri dell’ecosistema fluviale. Lungo il tragitto sono presenti una piattaforma panoramica dotata di telescopio, aree di sosta e un parco naturalistico per bambini.

La piattaforma permette di osservare dall’alto il letto del torrente e le sue trasformazioni. Il Tauglgries ospita infatti specie rare, tra cui il corriere piccolo e il piro piro piccolo, uccelli che utilizzano le rive ghiaiose per la nidificazione.  Nei mesi caldi alcuni tratti della Taugl diventano apprezzati punti per il bagno. L’acqua resta gelida, ma il contrasto con le grandi lastre di roccia riscaldate dal sole rende l’esperienza particolare. La Römerbrücke offre inoltre un ottimo punto per osservare il torrente e raggiungere le zone balneabili vicine.

Per chi cerca un’esperienza più avventurosa arriva la Tauglklamm. L’ingresso alla forra prevede una discesa dal parcheggio fino al canyon e all’ingresso può essere presente una corda fissa (da verificare sempre sulle condizioni attuali). Successivamente il percorso entra nella sezione stretta della gola, con roccia levigata, pozze, piccoli salti e scivoli.

La parte più delicata riguarda la portata del torrente. In primavera e dopo piogge abbondanti il bacino può ricevere quantità d’acqua considerevoli. Una forra alpina cambia rapidamente con l’innalzamento del livello e la corrente può diventare pericolosa. La Tauglklamm va quindi affrontata con competenza specifica e attrezzatura da canyoning, preferibilmente con una guida qualificata per chi possiede poca esperienza.

Superato il tratto più stretto, il canyon si apre. Da quel punto una possibilità conduce verso l’uscita, mentre un itinerario più lungo prosegue lungo il corso del fiume fino alla Römerbrücke. La variante completa richiede organizzazione logistica e un’auto per il rientro, poiché l’escursione fluviale può raggiungere circa 7 km e 5 ore secondo le condizioni del percorso.

Dove si trova e come arrivare

La Taugl si trova nel SalzburgerLand, nella regione del Tennengau, a sud di Salisburgo, tra Bad Vigaun e Kuchl. Il territorio appartiene a una fascia alpina situata a breve distanza dalla città, caratterizzata da montagne, boschi, torrenti e paesaggi rurali. Bad Vigaun rappresenta il riferimento più pratico per visitare il Tauglgries e il percorso naturalistico.

Per raggiungere la zona della forra in automobile, l’accesso tecnico indicato per la Tauglklamm passa da Hallein verso Bad Vigaun e poi in direzione di St. Koloman / Tauglboden (Tauglbodenstraße). Presso l’ingresso alla gola è presente una piccola area di parcheggio con pochissimi posti. In alternativa si trovano aree di sosta più ampie nei dintorni, con distanze di alcune centinaia di metri o circa 1 km dall’ingresso.

Per una visita più rilassata al Tauglgries conviene invece partire dal centro di Bad Vigaun. Il percorso della Lebensader Taugl conduce verso la piana fluviale e attraversa l’area protetta fino alla Römerbrücke. La stessa zona può essere raggiunta anche in bicicletta oppure in automobile attraverso Unterlangenberg, in direzione Tauglgries.

Frescura smeraldo tra le rocce della Costa Blanca: viaggio nel regno segreto delle Fonts d’Algar

2 août 2026 à 14:00

La località di Benidorm richiama immagini di grattacieli affacciati sul Mediterraneo, spiagge animate e locali aperti fino a tarda sera. Quel che però in molti ignorano, è che a poca distanza è possibile ritrovarsi in un ambiente talmente tanto diverso da sembrare che appartenga a un’altra regione. In zona, infatti, ci sono le Fonts d’Algar, uno dei tesori naturali della provincia di Alicante, un susseguirsi di cascate, sorgenti e pozze naturali incastonate fra pareti di calcare modellate dall’acqua.

L’area si trova nel territorio di Callosa d’en Sarrià ed è tutelata dal 2002, anno in cui il governo valenciano l’ha dichiarata Zona Umida Protetta per l’elevato valore ecologico. Fin dal primo tratto del percorso il rumore delle cascate accompagna la visita, anche perché l’acqua filtra attraverso la montagna, riaffiora fra le rocce con una trasparenza sorprendente, per poi andare ad alimentare vasche naturali dalle sfumature turchesi.

Fuori dalla valle, quindi, dominano sole e pietra, mentre lungo il fiume l’aria diventa fresca, il profumo della terra umida si mescola alla menta selvatica e agli oleandri e il verde conquista spazio lungo entrambe le rive. Per secoli queste acque furono considerate una vera “Fonte della Salute“, soprannome valido ancora adesso per via della limpidezza delle sorgenti e della qualità dell’acqua che emerge dal sottosuolo.

Tra pini secolari e oscure acque glaciali c’è il Mummelsee, il leggendario Occhio della Foresta Nera

1 août 2026 à 17:00

Acqua scura, quasi uno specchio d’ossidiana, una corona di abeti che sale lungo i pendii e il profilo della Hornisgrinde a dominare l’orizzonte. Si presenta così il Mummelsee, misterioso (e leggendario) lago della Foresta Nera che riesce a unire natura, storia geologica e tradizioni popolari con la stessa intensità.

Situato a 1.036 metri di quota vicino al borgo di Seebach, lungo la celebre Schwarzwaldhochstraße, la Strada Panoramica della Foresta Nera che collega Baden-Baden e Freudenstadt attraverso alcuni dei paesaggi più spettacolari della Germania, è raggiunto da migliaia di visitatori attratti sì dalla bellezza del panorama, ma anche spinti dalle misteriose leggende che da secoli lo circondano.

Molti lo chiamano “L’Occhio della Foresta Nera“, soprannome che nasce dalla forma quasi perfettamente circolare e dalla superficie che riflette il bosco circostante con una nitidezza sorprendente. Nelle giornate prive di vento sembra davvero che la montagna osservi il cielo attraverso una pupilla di cristallo. Basta però una nuvola, un cambio di luce o una leggera brezza perché l’atmosfera si trasformi completamente, ma regalando comunque scorci che sembrano usciti da un antico racconto.

Origine, formazione e leggende del Mummelsee

Il Mummelsee appartiene ai laghi glaciali della Foresta Nera, chiamati in tedesco Karsee. Rappresenta il più grande dei 7 bacini glaciali ancora presenti nella regione, oltre a figurare tra i più alti. La sua origine risale a circa 10.000 anni fa, al termine dell’ultima era glaciale. Enormi masse di ghiaccio scavarono lentamente una conca quasi circolare nella montagna. Con il progressivo ritiro dei ghiacciai, quella depressione si riempì d’acqua fino a formare il lago attuale. Oggi occupa una superficie di 3,7 ettari, raggiunge circa 18 metri di profondità e presenta un perimetro vicino agli 800 metri.

Alle sue spalle si innalza la Hornisgrinde, che con i suoi 1.164 metri è la cima più elevata della Foresta Nera settentrionale. Sul lato occidentale compare invece il Katzenkopf, altra vetta ricoperta da fitte foreste di conifere. L’acqua defluisce nel torrente Seebächle, che prosegue verso la valle di Seebach prima di confluire nel fiume Acher. Proprio il lago e questo corso d’acqua hanno dato il nome al paese di Seebach.

L’origine del nome Mummelsee affonda le radici, invece, nella tradizione popolare: un tempo la superficie ospitava numerose ninfee bianche chiamate nel dialetto locale Mummeln, termine dal quale derivò, per l’appunto, il nome del lago. Col passare dei secoli quella semplice spiegazione botanica lasciò spazio a racconti molto più affascinanti.

Secondo una delle leggende più celebri, nelle sue profondità sorgerebbe un magnifico castello di cristallo abitato dalle Mümmlein, eleganti ninfe delle acque dalla straordinaria bellezza. Durante la notte salivano in superficie per danzare tra gli alberi oppure raggiungevano le fattorie della valle, aiutando contadini e boscaioli nelle attività quotidiane o accudendo i bambini. Prima dell’alba rientravano sempre nel loro regno sommerso, rispettando gli ordini del sovrano del lago.

Una storia romantica racconta invece dell’amore tra una ninfa e un giovane contadino di Seebach. La ragazza rimase troppo a lungo con il suo innamorato durante una festa del villaggio e rientrò oltre l’ora stabilita. Il re del Mummelsee punì severamente quella disobbedienza, mentre il giovane attendeva sulla riva un segno della sorte dell’amata. Poco dopo una piccola onda color cremisi emerse dalla superficie: era il simbolo del tragico destino della ninfa, sacrificata per avere seguito il proprio cuore.

Altri racconti parlano del Re del Mummelsee, di spiriti che abiterebbero gli abissi e persino di un passaggio diretto verso il centro della Terra. Storie tramandate per generazioni che continuano ancora oggi ad alimentare il fascino di questo angolo della Foresta Nera.

Cosa fare e vedere al Mummelsee

Il giro di questo lago della Germania rappresenta il modo migliore per apprezzare il paesaggio. Un sentiero ad anello, pianeggiante e accessibile anche ai passeggini e alle persone con mobilità ridotta, consente di completare l’intero percorso in circa 20 minuti. Punti panoramici, scorci sul bosco e riflessi sempre diversi accompagnano l’intero itinerario.

Lungo il tragitto compare una raffinata statua in bronzo dedicata alla ninfa del Mummelsee, omaggio alle antiche leggende che ancora caratterizzano questo luogo. Poco distante si sviluppa anche un percorso artistico all’aria aperta, con installazioni contemporanee realizzate con materiali naturali.

Durante la bella stagione il lago cambia prospettiva grazie al noleggio delle barche a pedali. Dall’acqua la foresta appare ancora più imponente e il silenzio dona una sensazione difficile da descrivere. Secondo la tradizione, osservando con molta attenzione il centro del lago si potrebbe persino scorgere il bagliore del castello del Re del Mummelsee.

Barce sul Mummelsee
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Navigare il Mummelsee

Famiglie con bambini trovano un grande parco giochi ispirato alle storie della zona, con strutture dedicate ai piccoli esploratori e una casetta del fantasma del Mummelsee che narra le antiche leggende locali. Accanto sorgono negozi specializzati nei prodotti tipici della Foresta Nera, tra cui orologi a cucù, oggetti d’artigianato, liquori, miele, marmellate e specialità gastronomiche. Durante l’estate il forno a legna prepara pane contadino secondo ricette tramandate nel tempo, mentre alcune dimostrazioni permettono di osservare da vicino le fasi della lavorazione.

Chi desidera panorami ancora più ampi può salire verso la Hornisgrinde. Il sentiero raggiunge la vetta in circa 1 ora tra prati d’altura e boschi. Dalla torre panoramica lo sguardo abbraccia gran parte della Foresta Nera, la Valle del Reno e, nelle giornate limpide, persino la catena dei Vosgi in territorio francese.

Il Mummelsee rappresenta inoltre un importante punto di passaggio del Westweg, il più celebre itinerario escursionistico della Foresta Nera, riconoscibile dal caratteristico rombo rosso che accompagna gli escursionisti da Pforzheim fino a Basilea.

Dove si trova e come arrivare

Il Mummelsee si trova nel Baden-Württemberg, nel cuore della Foresta Nera settentrionale, vicino al comune di Seebach. La sua posizione lungo la Schwarzwaldhochstraße lo rende facilmente raggiungibile in automobile. Partendo da Baden-Baden bastano circa 40 minuti di viaggio lungo una delle strade panoramiche più belle della Germania. Freudenstadt dista circa 35 chilometri, mentre Strasburgo si raggiunge in poco più di 1 ora attraversando il confine franco-tedesco.

Un ampio parcheggio accoglie i visitatori direttamente accanto al lago, soluzione particolarmente pratica anche per famiglie e viaggiatori con poco tempo a disposizione. Tra maggio e ottobre, durante i fine settimana, un autobus collega il Mummelsee con la torre panoramica della Hornisgrinde, agevolando la salita verso la vetta. Alba, tramonto e prime ore del mattino regalano l’atmosfera più suggestiva.

Il canyon smeraldo della Slovenia che custodisce il volto dell’Orso e il Ponte del Diavolo: le Gole di Tolmin

31 juillet 2026 à 16:00

Tra le fronde fitte della Valle dell’Isonzo il terreno improvvisamente sprofonda e l’aria cambia temperatura nel giro di pochi passi. Anzi, da queste parti il calore estivo lascia il posto a una corrente umida, carica del profumo di felci bagnate e muschio secolare. Sotto la superficie, del resto, la natura ha scavato una cicatrice spettacolare. Parliamo delle Gole di Tolmin, che rappresentano il punto d’accesso più basso dell’intero Parco Nazionale del Triglav, situato a circa 180 metri sul livello del mare.

Specie vegetali amanti del freddo alpino convivono a stretto contatto con piante mediterranee lungo pareti rocciose quasi verticali. Il torrente Tolminka scorre sul fondo del crepaccio maggiore, esibendo tonalità che variano dall’azzurro opaco al verde giada intenso. Un secondo corso d’acqua, la Zadlaščica, intaglia un canyon collaterale per poi fondersi con il primo torrente attraverso una confluenza emozionante. Il boato delle cascate rimbalza tra le pareti strette, mentre la nebbia (quasi) perenne avvolge i massi scivolosi e le passerelle ancorate alla roccia.

Origine, formazione e leggende delle Gole di Tolmin

Per migliaia di anni il Tolminka e lo Zadlaščica hanno inciso lentamente gli strati di calcare tipici delle Alpi Giulie, modellando pareti, cavità e stretti corridoi naturali. L’erosione è in corso ancora oggi, alimentata dalla forza dell’acqua che, piena dopo piena, modifica impercettibilmente il paesaggio.

La posizione, ad appena 180 metri sul livello del mare, favorisce una vegetazione estremamente ricca fatta di felci, muschi e alberi che qui trovano condizioni ideali grazie alla costante presenza di umidità e alle temperature più fresche rispetto ai territori circostanti. Fra gli elementi più celebri c’è la Testa dell’Orso, chiamata Medvedova glava, un enorme masso precipitato dalla parete della gola per incastrarsi tra le rocce, formando un ponte naturale. Col trascorrere dei secoli la superficie si è ricoperta di muschio fino ad assumere una forma che ricorda il profilo della testa di un grande orso.

Poco distante si sviluppa l’area chiamata Skakalce, letteralmente “piccoli salti”. Acqua e roccia dialogano attraverso una serie di cascatelle, vasche naturali e rapide che regalano continui giochi di luce. L’intenso colore smeraldo deriva dai minerali presenti nell’acqua e dalla particolare rifrazione della luce sulle rocce calcaree.

Cascata nelle Gole di Tolmin, Slovenia
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Tra le cascate nelle Gole di Tolmin

Un’altra presenza affascinante riguarda la sorgente termale nascosta ai piedi del Ponte del Diavolo. L’acqua sgorga da una piccola cavità mantenendo una temperatura stabile compresa tra 19 e 21 gradi. La sorgente appare soltanto quando il livello del Tolminka risulta abbastanza basso, dettaglio che rende questo fenomeno ancora più particolare.

Pochi luoghi raccolgono tante storie quanto queste gole. La più famosa conduce alla vicina Grotta di Dante, conosciuta anche come Zadlaška jama. Secondo una tradizione locale, Dante Alighieri avrebbe visitato questa cavità durante il XIV secolo, traendo ispirazione dagli ambienti oscuri e profondi per immaginare alcuni scenari dell’Inferno nella Divina Commedia. Nessuna prova storica conferma il racconto, ma la leggenda continua ad accompagnare chi raggiunge questo angolo della Slovenia.

Anche il Ponte del Diavolo porta con sé un nome evocativo: la struttura attraversa la gola a circa 60 metri d’altezza e collega Tolmin ai piccoli villaggi montani. Il primo attraversamento venne realizzato in legno durante i lavori della Ferrovia Transalpina. L’attuale ponte metallico risale invece al periodo della dominazione italiana tra le due guerre mondiali. Dall’alto lo sguardo abbraccia l’intero canyon scavato dal Tolminka.

Come funziona la visita e cosa vedere

L’accesso alle Gole di Tolmin avviene attraverso un percorso ad anello lungo circa 2 chilometri. L’intero itinerario richiede mediamente 1,5 ore e si sviluppa in un’unica direzione, scelta che permette di distribuire meglio i visitatori lungo il tragitto. Per preservare questo ambiente delicato gli ingressi risultano contingentati.

Per questo motivo è consigliato l’acquisto anticipato del biglietto, il quale consente pure di scegliere una fascia oraria precisa ed evitare lunghe attese nei periodi più frequentati.

Il sentiero alterna passerelle, ponticelli, scalinate e tratti scavati direttamente nella roccia. Circa 500 gradini accompagnano la discesa verso il fondo della gola e la successiva risalita. Ringhiere e protezioni rendono il tragitto sicuro, anche se gli scarponcini da trekking restano la scelta migliore, soprattutto dopo la pioggia, quando il fondo diventa particolarmente umido.

L’itinerario conduce dapprima verso la confluenza dei due torrenti, autentico cuore delle gole. Poco più avanti compare la Testa dell’Orso, seguita dalla zona delle piccole cascate dello Skakalce. Successivamente si raggiunge il Ponte del Diavolo, magnifico punto panoramico dal quale si percepisce la profondità del canyon scavato dal Tolminka.

Merita attenzione anche la fauna locale. Acque limpide e numerosi salti naturali hanno favorito la sopravvivenza della trota marmorata della Soča, specie autoctona rara che ha trovato rifugio proprio grazie alle caratteristiche geografiche delle gole. Vicino all’ingresso trova spazio anche un piccolo punto ristoro dedicato alla cucina tradizionale della valle. Tra le specialità c’è senza dubbio la frika, piatto sloveno preparato con formaggio fuso e patate, strettamente legato alla tradizione gastronomica delle comunità alpine.

Dove si trovano e come arrivare

Le Gole di Tolmin sorgono accanto all’omonima cittadina, nella Slovenia occidentale, all’interno della spettacolare Valle della Soča. Il confine italiano dista poco più di 30 minuti d’auto da Gorizia, fattore che rende questa destinazione perfetta anche per una gita di giornata. Chi raggiunge l’area in automobile trova diversi parcheggi organizzati: il parcheggio P1 si trova accanto all’ingresso ed è disponibile soprattutto per le auto; P2, gratuito, sorge poco fuori Tolmin e permette di arrivare alle gole attraverso un piacevole tragitto di circa 15 minuti; P3, anch’esso gratuito, richiede più o meno 30 minuti lungo il collegamento pedonale che attraversa la cittadina.

Durante l’estate un servizio navetta connette parcheggi, stazione degli autobus e ingresso del sito naturalistico. Anche il treno può rivelarsi un’opzione interessante. La stazione ferroviaria di Most na Soči, servita dalla storica Ferrovia Transalpina, collega questa parte della Slovenia con Nova Gorica e altre località della regione. Da lì autobus locali raggiungono facilmente Tolmin.

Fra canyon scolpiti dall’acqua, leggende medievali, ponti panoramici e torrenti dal colore irreale, le Gole di Tolmin raccontano la forza della natura attraverso dettagli che cambiano a ciascuna curva del sentiero. Un luogo in grado di sorprendere fin dal primo sguardo e destinato a non farsi dimenticare facilmente.

Il segreto nascosto tra i ghiacci: le incisioni rupestri più alte d’Europa si trovano a Bormio

30 juillet 2026 à 16:01

Il territorio di Bormio è noto per la sua splendida natura montana e persino per i soggiorni alle terme, eppure in pochi sanno che a quasi 3.000 metri di quota, dove oggi arrivano soltanto escursionisti esperti, il ghiaccio ha restituito anni fa una memoria rimasta nascosta per migliaia di anni. Tra i sentieri dell’Alta Val di Gavia, sul versante del Pizzo Tresero, si trova infatti uno dei siti archeologici più sorprendenti delle Alpi: le incisioni rupestri di Punta Segnale, considerate le più alte d’Europa.

Scoperte casualmente nel 2017 durante un’escursione nel territorio di Bormio, queste tredici figure scolpite nella roccia raccontano un capitolo lontanissimo della presenza umana sulle montagne. Realizzate tra l’Età del Rame e l’Età del Bronzo, oltre tremila anni fa, raffigurano simboli, figure antropomorfe e geometrie ancora oggi oggetto di studio, sebbene per secoli siano rimaste coperte dal ghiacciaio del Tresero. E indovinate un po’? C’è un trekking strutturato che vi permette di raggiungerle – anche se non per tutti.

Le incisioni rupestri di Punta Segnale

Le incisioni rupestri di Punta Segnale si trovano su superfici di micascisto levigate dal movimento millenario dei ghiacci, rocce lisce che il progressivo ritiro del ghiacciaio del Tresero ha lentamente riportato alla luce. Il sito comprende 13 petroglifi e tra le figure riconosciute dagli archeologi compaiono gli “oranti”, rappresentazioni umane con le braccia sollevate probabilmente legate a una dimensione rituale, una spirale destrogira, simboli geometrici e una possibile figura animale.

Incisioni rupestri Valtellina
Ufficio Stampa
Le incisioni rupestri trovate al Parco Stelvio

Ciò che rende questo luogo di particolare interesse, oltre alla sua quota da brividi e record, è il rapporto unico tra uomo e ambiente alpino. Punta Segnale rappresenta infatti uno dei pochi esempi in Europa di un complesso rupestre più volte nascosto e restituito dal ghiaccio nel corso dei millenni. Oggi, d’altronde, è uno dei siti di interesse nel territorio di Bormio che gli alpinisti stanno rivalutando sempre più.

Incisioni rupestri Bormio
Ufficio Stampa
Un gruppo di escursionisti visita il sito

Come raggiungere le incisioni rupestri del Tresero

Se siete appassionati di trekking, l’escursione che vi conduce alle incisioni rupestri di Punta Segnale è un’esperienza da non perdere, capace di regalare viste straordinarie del paesaggio alpino e un assaggio di archeologia. Il percorso parte dal Rifugio Berni, al Passo Gavia, situato a 2.621 metri di quota e conduce verso il ghiacciaio del Pizzo Tresero. Per raggiungere il punto di partenza è possibile arrivare al Passo Gavia in auto oppure utilizzare durante l’estate il servizio navetta Gavia Express da Santa Caterina Valfurva.

Punta Segnale, Bormio
Ufficio Stampa
Le vette di Punta Segnale

L’escursione è classificata di media difficoltà (T3) e richiede poco più di due ore di cammino. Il percorso misura circa 4,6 chilometri, con un dislivello positivo di circa 472 metri, fino a raggiungere quasi i 3.000 metri di altitudine. Dal rifugio si segue il sentiero in direzione della Punta Segnale, attraversando i paesaggi modellati dai ghiacci e i pendii morenici dell’Alta Val di Gavia. Poco prima della Capanna Bernasconi si raggiunge l’area dove sono visibili le incisioni direttamente sulle superfici rocciose.

Bisogna puntare la sveglia molto presto, perché il momento migliore per osservare i petroglifi è la mattina, idealmente entro le ore 10.00, quando la luce del sole crea il contrasto necessario per distinguere meglio i segni sulla pietra. L’area si trova all’interno del Parco Nazionale dello Stelvio, un territorio già ricchissimo di testimonianze storiche, dalle tracce delle comunità preistoriche agli itinerari della Prima Guerra Mondiale combattuta sulle Alpi, fino agli antichi sentieri oggi raccolti negli Stelvio Historical Trek.

Il canyon d’acqua che scolpisce la montagna tra pareti vertiginose e cascate fragorose: Partnach, in Baviera

29 juillet 2026 à 13:00

I passi rimbombano sulle passerelle di legno bagnate, mentre l’umidità della roccia sfiora le guance. Intorno, le pareti di calcare grigio salgono diritte verso una striscia sottile di cielo azzurro, quasi soffocata dagli alberi abbarbicati lassù. Il torrente Partnach scorre pochi metri più in basso, una massa impetuosa di acqua colore verde smeraldo che ruggisce, schiuma e infrange il silenzio dei boschi bavaresi. Questa spaccatura naturale prende il nome di Gola della Partnach, o Partnachklamm in lingua originale, e si trova nell’estremo sud della Germania, ai piedi della cima più alta del paese, il Zugspitze, nei pressi della cittadina alpina di Garmisch-Partenkirchen.

I due limpidi laghi alpini ricchi di storia imperiale, flora selvatica e sentieri unici: Langbathseen

28 juillet 2026 à 18:00

Tra le province di Alta Austria, Salisburgo e Stiria c’è una regione geografica, Salzkammergut, che racchiude un patrimonio naturale straordinario. Ne sono degli esempi i due limpidi laghi che si adagiano in una valle glaciale stretta, protetta dalle pareti rocciose del gruppo montuoso dell’Höllengebirge. Il complesso prende il nome di Langbathseen e comprende il Vorderer Langbathsee, il lago anteriore, e l’Hinterer Langbathsee, il lago posteriore.

Separati da appena poche centinaia di metri, formano uno dei paesaggi naturali più fotografati del Paese e una delle mete più amate dagli abitanti del Salzkammergut durante tutto l’anno. Ciò che colpisce fin dal primo sguardo è l‘incredibile trasparenza dell’acqua: nelle giornate limpide il fondale appare perfettamente visibile, mentre le pareti calcaree si riflettono sulla superficie mettendo in scena un effetto quasi speculare. Attorno si sviluppa una vasta foresta mista che alterna conifere e latifoglie, regalando sfumature completamente differenti tra primavera, estate e autunno.

L’atmosfera conserva ancora il carattere delle montagne austriache meno conosciute dal turismo internazionale. Questa, quindi, è una dimensione fatta di silenzio, profumo di resina e rumori prodotti soltanto dall’acqua e dal vento.

St Andrews Lakes è la meta outdoor più fresca del Kent

26 juillet 2026 à 10:30

A volte i luoghi più sorprendenti nascono da trasformazioni capaci di cambiare in toto il destino di uno spazio: è il caso di St Andrews Lakes, nel Kent, un grande lago artificiale immerso nella campagna inglese che oggi appare come una fuga perfetta dalla vita quotidiana, sospesa tra acqua azzurra, spiagge artificiali, sport outdoor, relax e avventura.

Siamo a Halling, nel nord del Kent, tra il fiume Medway e Pilgrims Way, in una zona comodamente raggiungibile anche da Londra: un’ex cava è stata trasformata in una destinazione per il tempo libero all’aria aperta, dove il paesaggio conserva ancora il carattere scenografico delle pareti rocciose ma lo rilegge come riserva d’acqua dolce con percorsi per famiglie e perfino lodge affacciati sul lago.

Cosa fare a St Andrews Lakes

Il cuore più vivace di St Andrews Lakes è senza dubbio il parco acquatico gonfiabile, considerato il più grande del Kent: l’esperienza è quella di un immenso parco giochi sull’acqua, ricco di ostacoli, scivoli, arrampicate, trampolini, monkey bars, passerelle e persino un’altalena gigante. Se amate muovervi con ritmi più tranquilli, potete scegliere paddleboard e kayak, anche con lezioni pensate per chi è alle prime armi.

Per un’esperienza ancora più scenografica, c’è la zip wire che permette di sorvolare il lago e osservare dall’alto l’acqua, la spiaggia e le attività in corso: il brivido c’è, ma resta accessibile e perfetto per chi vuole portarsi a casa un ricordo davvero spettacolare.

Se preferite restare sulla terraferma, sappiate che non mancano attività outdoor, dal climbing wall al tiro con l’arco, fino all’axe throwing: si può costruire una giornata su misura, alternando attività acquatiche e momenti di sport e pausa, energia e relax.

Il lato più rilassante del lago

Nonostante l’anima avventurosa, St Andrews Lakes non è pensato soltanto per correre, arrampicarsi o scivolare sull’acqua: la spiaggia artificiale e le rive sono l’ideale per prendere il sole, leggere, chiacchierare o osservare chi si diverte sull’acqua park.

Amate nuotare in contesti naturali? Allora l’open water swimming, con tutto il fascino delle acque libere e della natura intorno, aggiunge un’esperienza più essenziale e rigenerante, un modo di vivere il nuoto legato al paesaggio e alla sensazione di immergersi in uno spazio aperto.

Una delle proposte più interessanti è poi il Wellness Centre, spa outdoor di ispirazione nordica che si specchia nel lago, con vasca idromassaggio, sauna a legna e piscina nella laguna naturale: sono disponibili sessioni da 1 ora e mezza, da 3 ore o day pass, mentre il centro benessere è riservato agli adulti.

Una meta perfetta per tutti

Per famiglie con bambini e ragazzi, St Andrews Lakes offre attività diversificate e pensate per tutte le età: oltre al grande aqua park principale, non manca infatti un kids aqua park dedicato ai più piccoli.

Durante le vacanze estive vengono poi organizzati anche Multi-Activity Days per ragazzi dagli 8 ai 16 anni, con attività outdoor supervisionate da istruttori qualificati: le giornate possono includere kayak, paddleboard, climbing, tiro con l’arco, vela e lancio dell’ascia, con programmi adattati al gruppo e alle condizioni meteo.

Allo stesso tempo, St Andrews Lakes è adatto anche ai gruppi di amici, alle feste, alle giornate aziendali o a chi vuole organizzare un’uscita fuori Londra all’insegna del divertimento.

Toscana, un castello nascosto e una spiaggia segreta: l’escursione sulle rive del fiume Merse

25 juillet 2026 à 12:00

Chiusdino, Monticiano, Sovicille. Nomi che ai più possono dire poco: sono piccoli borghi che punteggiano la Val di Merse, un bell’angolo della provincia di Siena, nel sud della Toscana. Morbide colline, fitti boschi e alcuni corsi d’acqua che scorrono, sinuosi e silenziosi, tra una curva e l’altra del territorio.

Qui, tra le bellezze di Siena, le Colline Metallifere e le prime propaggini della Maremma, il fiume Merse, piccolo affluente dell’Ombrone, è lo scenario di una bella e poco frequentata escursione, un cammino nel verde che porta prima a un antico castello dimenticato, con un nome che è già di per sé un racconto, e poi, sulla via del ritorno, a una spiaggia d’acqua dolce che d’estate diventa una meravigliosa oasi di frescura assolutamente da non perdere.

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