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Scoperta straordinaria: un tunnel potrebbe condurre alla tomba di Cleopatra

Par : losiangelica
18 juillet 2025 à 07:30

La storia non smette di stupire e gli archeologi continuano a studiare incessantemente per poter portare alla luce nuove scoperte. Una delle più interessanti ci fa volare in Egitto, dove è stato scoperto un tunnel sotterraneo che, secondo gli esperti, potrebbe condurre proprio alla tomba di Cleopatra.

Il ritrovamento, preziosissimo, riscriverebbe la storia collegata all’ultima regina d’Egitto: un volto che fece tremare imperatori e battere il cuore di altrettanti uomini politicamente rilevanti.

Scoperto il tunnel che si collegherebbe alla tomba di Cleopatra

A Taposiris Magna, città che già nel nome sembra custodire misteri, un team guidato dall’archeologa dominicana Kathleen Martinez ha riportato alla luce un tunnel che è stato subito ribattezzato “miracolo geometrico”. Il paesaggio scolpito nella pietra calcarea si trova 13 metri sotto terra e si estende per oltre 1.300 metri. Due metri di altezza, perfettamente scavato, come se gli antichi sapessero che un giorno qualcuno sarebbe tornato a cercare.

Una vera e propria meraviglia ingegneristica che sfida il tempo, che si posiziona proprio sotto un tempio dedicato a Osiride e Iside, divinità che Cleopatra venerava con fervore tanto da associarsi in vita alla figura della dea.

Nei pressi del tempio sono stati trovati monete con il volto della regina, figurine sacre, blocchi di pietra decorati, frammenti di ceramica; tutti segni di un culto, di una presenza regale, di un cammino interrotto che potrebbe riprendere proprio da lì.

Kathleen Martinez , insieme al suo team, dal 2004 cerca la tomba della regina egizia con la dedizione che la contraddistingue; per lei, questa scoperta è il segno che qualcosa sta per accadere. E tutti noi appassionati di storia osserviamo con il fiato sospeso.

Il tempio di Taposiris Magna
Getty
Il sito archeologico di Taposiris Magna

L’importanza della scoperta che ci avvicina alla tomba di Cleopatra

Perché importa così tanto dove si trovi la tomba di Cleopatra? La regina d’Egitto è un simbolo, ha incantato appassionati di storia e non, ha sedotto i grandi condottieri dell’impero di Roma e ha lasciato l’impronta restando, a tutti gli effetti, una delle donne più potenti di sempre.

Ritrovare la sua tomba significherebbe approfondire la sua vita, sapere come voleva essere ricordata. Come fu davvero, oltre i racconti dei vincitori e oltre le versioni maschili, imperiali, coloniali. Restituirebbe l’identità completa a una delle figure femminili più influenti di tutti i tempi.

Per Martinez, che ha lasciato una carriera legale per seguire questa passione, sarebbe la fine di una ricerca durata decenni e il coronamento di un sogno archeologico che unisce precisione scientifica e cuore poetico.

La scoperta porterebbe una nuova luce sull’intera epoca tolemaica, sull’incontro tra Oriente e Occidente, su un Egitto che era già crocevia di culture, lingue, amori e potere.

La vera curiosità, però, è che alcune sezioni del tempio potrebbero trovarsi sott’acqua, inghiottite da antichi terremoti e oggi sommerse nel Mediterraneo; è proprio lì che potrebbe nascondersi la parte mancante del puzzle. Insomma, una storia d’avventura in cui Indiana Jones incontra Jacques Cousteau, ma con una vera regina come protagonista. Mentre attendiamo di capire se questo tunnel conduce davvero alla tomba di Cleopatra restiamo incantati dalle bellezze storiche che l’archeologia ci sta regalando.

Una scoperta archeologica in Portogallo riscrive la storia dei Neanderthal

Par : elenausai10
16 juillet 2025 à 07:30

È in un tratto incontaminato della costa sud-occidentale del Portogallo che un team internazionale composto da scienziati e archeologi ha svelato un segreto millenario. Tra le dune di Monte Clérigo e Praia do Telheiro sono state individuate le prime impronte di Neanderthal mai scoperte nella regione, tracce che risalirebbero a circa 82.000-78.000 anni fa.

Camminavano sulla sabbia umida, cacciavano, si spostavano in gruppo: quelle impronte, impresse nella pietra, raccontano una storia straordinaria di vita preistorica in riva all’oceano.

La scoperta delle impronte di Neanderthal

In base a quanto riferito nello studio pubblicato su Scientific Reports, il team ha scoperto le impronte nei siti a Monte Clérigo e Praia do Telheiro, in Portogallo, conservate sull’arenaria fossilizzata. In particolare, presso il sito di Monte Clérigo, sono state trovate le impronte di un adulto, di un bambino tra i sette e i nove anni e di un bambino piccolo sotto i due anni.

L’impronta lasciata dal bambino ha rivelato dettagli sorprendenti: il piede non era ancora completamente sviluppato e mancava dell’arco plantare tipico dell’uomo moderno, una caratteristica che conferma quanto già noto sull’evoluzione del piede nei Neanderthal durante l’infanzia. Ma non solo: la presenza di un bambino così piccolo insieme agli adulti suggerisce che questi antichi umani vivevano in piccoli gruppi familiari, in cui anche i più giovani partecipavano attivamente alla vita quotidiana.

Accompagnavano i genitori nei loro spostamenti, osservavano, imparavano e iniziavano fin da piccoli ad acquisire le abilità necessarie per sopravvivere in un ambiente spesso ostile. Si tratta di una scoperta eccezionale anche perché mette in evidenza un nuovo dato sui Neanderthal: le impronte fossilizzate nelle antiche arenarie mostrano come questi antichi umani esplorassero il paesaggio costiero, probabilmente pianificando spostamenti e battute di caccia tra le dune.

Cosa ci svela questa scoperta

Le impronte trovate dal team di scienziati e archeologi dimostrano che i Neanderthal vivevano vicino al mare e sfruttavano le risorse offerte dall’ambiente costiero. Tuttavia, dalle analisi eseguite sui resti faunistici trovati nei siti lungo la costa della Penisola Iberica utilizzando un metodo chiamato “network analysis”, si evidenzia un dato interessante sulla loro dieta, incentrata soprattutto su grandi erbivori come cervi, cavalli e uri (una specie di bovino oggi estinta), oltre che su lepri.

La costante presenza di questi mammiferi suggerisce che rappresentassero una fonte di cibo affidabile, indipendentemente dai diversi ambienti in cui i Neanderthal si insediavano, come sottolinea lo studio. Allo stesso tempo, non disdegnavano animali marini provenienti dagli habitat circostanti, come molluschi e pesci, segno di una strategia alimentare flessibile e ben adattata alle risorse locali.

Inoltre, le impronte indicano che le dune venivano sfruttate come terreno di caccia: grazie alla loro vegetazione rada e ai rilievi irregolari, erano considerati luoghi ideali per avvicinarsi alle prede senza essere visti. Una dinamica che trova conferma anche in altri siti come Matalascañas, in Spagna, dove sono state scoperte impronte di Neanderthal accanto a strumenti in pietra e resti di animali cacciati.

Questa ricerca aggiunge nuovi tasselli alla conoscenza della vita dei Neanderthal e rafforza l’idea che si trattasse di un’umanità molto più adattabile di quanto si sia pensato in passato, capace di sfruttare al meglio le risorse costiere e di modulare la propria dieta in base alla disponibilità alimentare.

Scoperte piramidi in Polonia: un viaggio magico tra i segreti di 5.500 anni fa

15 juillet 2025 à 07:30

Nel cuore della Polonia, una scoperta archeologica di grande rilievo ha recentemente catturato l’attenzione di studiosi e appassionati di storia antica. Sono state rinvenute due imponenti strutture megalitiche, comunemente denominate “piramidi polacche”, risalenti a oltre 5.500 anni fa.

Questi monumenti funerari neolitici sono stati scoperti nel Parco Paesaggistico General Dezydery Chlapowski, situato nel villaggio di Wyskoc, nella regione di Wielkopolska. Questo straordinario ritrovamento fornisce nuove e preziose informazioni sulla complessità sociale, religiosa e architettonica dell’Europa del IV millennio a.C., arricchendo il bagaglio di conoscenze sulle antiche civiltà del continente.

La scoperta è di particolare interesse anche perché queste strutture sono contemporanee a siti famosi come Stonehenge e addirittura precedono le piramidi egizie, sfidando alcune delle idee tradizionali sulle origini delle grandi costruzioni preistoriche.

Ludus Magnus, al via il restauro milionario della palestra dei gladiatori a Roma

14 juillet 2025 à 15:05

A pochi metri dal Colosseo, tra via Merulana e via di San Giovanni in Laterano, si nasconde un tesoro dell’antica Roma troppo spesso ignorato da residenti e turisti: il Ludus Magnus.

Questa era la principale palestra dei gladiatori della città eterna. Oggi il sito si presenta trascurato, con erba secca, resti archeologici poco valorizzati e numerosi “lucchetti dell’amore” attaccati alle ringhiere che ne oscurano la vista.

Ma presto tutto questo cambierà: è stato avviato un intervento di restauro e valorizzazione da oltre 3,5 milioni di euro, promosso dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. L’obiettivo è restituire dignità e visibilità a questo straordinario spazio, rendendolo finalmente accessibile e immersivo per tutti.

Cos’è il Ludus Magnus e cosa si può visitare

Il Ludus Magnus fu la più grande delle palestre gladiatorie dell’antica Roma. Costruito dall’imperatore Domiziano (81-96 d.C.), venne poi ristrutturato. I resti oggi visibili appartengono alla seconda fase quella attribuita all’imperatore Traiano (98-117) dove il piano del Ludus venne rialzato di circa un metro e mezzo.

Sorgeva proprio accanto all’Anfiteatro Flavio, oggi noto come Colosseo, ed era collegato ad esso tramite un passaggio sotterraneo, una galleria, che permetteva ai gladiatori di entrare direttamente nell’arena.

La struttura originale comprendeva un edificio rettangolare – di almeno due piani – con un cortile porticato al centro intorno al quale si aprivano delle celle (14 sono state conservate ed è stata restaurata anche una delle originarie quattro piccole fontane triangolari all’angolo nord-occidentale del quadriportico – le celle fungevano da alloggi e servizi per gli spettatori).

Ludus Magnus verrà restaurata
iStock
I resti del Ludus Magnus a Roma

Una piccola arena centrale poi serviva per l’addestramento dei gladiatori. Questa era circondata da gradinate per ospitare un numero limitato di spettatori.

Fino ad oggi l’ingresso al monumento era consentito solo su prenotazione a gruppi – massimo 30 persone per visita – con una guida propria. Inoltre erano possibili anche visite, sempre su prenotazione, per singoli visitatori.

Un grande progetto di restauro e valorizzazione

Il restauro del Ludus Magnus, che terminerà a marzo 2026, rientra nel programma Caput Mundi e prevede una serie di interventi profondi e strutturati, non solo estetici.

Il progetto include indagini archeologiche e geognostiche volte a migliorare la conoscenza del sito e nuove campagne di scavo, in particolare nella cosiddetta domus repubblicana presente nell’arena.

Parallelamente, verranno ripuliti i resti antichi, riorganizzati gli spazi e predisposti nuovi allestimenti per la fruizione turistica. L’illuminazione giocherà un ruolo centrale: una nuova luce architettonica metterà in evidenza i dettagli strutturali e decorativi delle rovine, creando un’atmosfera evocativa che sottolineerà il valore storico del sito.

Particolare attenzione è stata poi riservata all’accessibilità, con l’introduzione di percorsi senza barriere, informazioni digitali e supporti tecnologici per permettere a tutti, comprese le persone con disabilità, di vivere pienamente la visita.

Infine, i residenti auspicano anche la rimozione definitiva dei lucchetti che deturpano le ringhiere: un gesto simbolico, ma importante, per restituire bellezza e visibilità a un sito unico nel suo genere.

Il Ludus Magnus è pronto a riemergere dal degrado e a diventare una nuova tappa imprescindibile del turismo culturale romano.
Con il nuovo progetto di riqualificazione, l’area sarà aperta in modo regolare al pubblico, grazie alla realizzazione di passerelle, punti di osservazione sicuri e un percorso inclusivo.

Inoltre, sarà installata una biglietteria vetrata all’ingresso e saranno adottate soluzioni tecnologiche per offrire un’esperienza multimediale e immersiva, capace di raccontare la storia del Ludus e dei suoi protagonisti: i gladiatori.

Le borse porta-bebè del Neolitico: la scoperta straordinaria della necropoli di Krauschwitz

12 juillet 2025 à 07:30

Altro che zainetti ergonomici e fasce in mussola bio: nel Neolitico, le mamme più alla moda portavano i loro neonati in borse decorate con centinaia di denti di cane e lupo, cuciti uno ad uno come perline sacre. Una scoperta che ha dell’incredibile e arriva dritta da Krauschwitz, in Germania, dove recenti scavi archeologici hanno riportato alla luce una necropoli risalente a oltre 5.000 anni fa.

Queste “baby-carrying bags”, come le chiamano gli archeologi, erano tutt’altro che oggetti comuni: simbolo di status, maternità e appartenenza sociale, venivano sepolte con giovani donne, spesso in gravidanza o appena diventate madri, e indicano che già nel III millennio a.C. esisteva un modo profondo e rituale per dire “questo bambino è mio”.

Una necropoli neolitica svela il lato intimo della maternità

Il ritrovamento è avvenuto lungo il percorso della futura linea elettrica ad alta capacità SuedOstLink, nella regione tedesca della Sassonia-Anhalt in Germania. Prima di costruire, come da prassi, sono partiti gli scavi archeologici. E sotto quello che oggi sembra un semplice campo, si è rivelato un antico paesaggio rituale: una vera necropoli preistorica con tumuli, “case dei morti” e oltre 30 sepolture, di cui 15 appartenenti alla cultura della ceramica a cordicella.

In particolare, tre tombe femminili contenevano oggetti mai visti prima: borse trapezoidali scomparse nel tempo, ma il cui ricamo era sopravvissuto. Come? Grazie ai denti di cane forati e cuciti sul tessuto, rimasti intatti per millenni. Alcune borse contenevano anche ossa di neonati o feti, suggerendo che potessero essere primitive fasce porta-bebè.

Necropoli di Krauschwitz, scoperta
Klaus Bentele / State Office for Heritage Management and Archaeology Saxony-Anhalt
La scoperta archeologica nella Necropoli di Krauschwitz

La disposizione delle borse tra i corpi, sempre davanti, in corrispondenza dell’addome, rafforza questa interpretazione. Non si trattava di borse qualunque: per realizzarne una, servivano fino a 350 denti di cane, cuciti in stile “a tegola”, a strati sovrapposti. I cani? Una razza media simile all’odierno Münsterländer, probabilmente allevata appositamente e sacrificata da cucciola per ottenere i denti migliori.

Moda sacra, maternità e status anche nel Neolitico

Queste borse non erano solo funzionali. Erano simboli culturali forti, riservati a donne d’élite, giovani, fertili, probabilmente con un ruolo sociale importante. Il fatto che molte contenessero resti di bambini e che non venissero passate ad altri (nessuna è stata trovata riutilizzata) fa pensare a beni personali, profondamente legati alla maternità e all’identità.

Alcune erano ornate anche con denti di lupo cuciti sulle cinture, forse per protezione o status. Un vero mix di moda, rituale e spiritualità. C’erano anche elementi decorativi che suggeriscono ricami complessi, stoffe preziose e cura artigianale, persino paillettes fatte con molari di cane. Insomma, una borsa del genere doveva far girare molte teste (letteralmente).

Uno dei casi più toccanti è quello scoperto nella vicina Nessa, a meno di 2 km da Krauschwitz: una donna giovane, appartenente all’alta società, è stata trovata con una di queste borse contenente le ossa di un neonato, probabilmente suo figlio. Una scena congelata nel tempo, che parla di amore, lutto e identità.

Tesoro Maya torna alla luce: scoperta la tomba del primo re di Caracol

Par : losiangelica
11 juillet 2025 à 07:30

Decenni di duro lavoro sul campo hanno dato i loro frutti: gli archeologi dell’università di Houston, guidati da Arlen e Diane Chase, hanno riscritto la storia dei Maya individuando la tomba del primo re di Caracol: Te K’ab Chaak.

Scoperta la tomba del primo re di Caracol

L’università di Houston ha guidato i propri archeologi in una missione importante che ha permesso il ritrovamento della tomba di Te K’ab Chaak, il primo sovrano conosciuto dell’antica città di Caracol. Sono serviti circa quarant’anni di ricerche per individuarla e portarla alla luce.

Te K’ab Chaak, salito al potere nel 331 d.C., è stato sepolto con un ricco corredo funerario che includeva undici vasi ceramici, gioielli in giada, maschere funerarie, conchiglie spondylus provenienti dal Pacifico, ossa scolpite e altri materiali deperibili. Tra i reperti spiccano rappresentazioni di divinità, figure reali armate e persino motivi con prigionieri legati, tutti elementi che sottolineano l’importanza rituale e politica di questo primo re di Caracol.

La tomba è stata rinvenuta alla base di un santuario familiare reale, nel complesso nord-est dell’acropoli di Caracol. È il primo sepolcro di un sovrano identificabile scoperto nel sito in oltre quattro decenni di scavi, e getta nuova luce sulle origini del potere dinastico in una delle più influenti città maya dell’epoca classica.

Le analisi hanno dato modo di scoprire maggiori informazioni sul re: era alto circa 170 centimetri, era in età avanzata al momento della sepoltura ed era privo di denti. Nella tomba il corpo era ccompagnato da elementi culturali e rituali provenienti dalla lontana città di Teotihuacan, oggi appartenente al territorio del Messico.

Questa nuova scoperta si inserisce in una rete più ampia di ritrovamenti datati attorno al 350 d.C., tra cui una cremazione rituale contenente ossidiana verde di Pachuca e oggetti cerimoniali di evidente origine centro-messicana. Anche un’altra sepoltura, quella di una donna coperta di ematite e accompagnata da conchiglie e specchi, conferma la ricchezza e la varietà culturale presente nel sito già in questo periodo precoce.

L’importanza della scoperta

Il ritrovamento della tomba di Te K’ab Chaak è un successo archeologico che dà modo di riscrivere la storia Maya. Gli archeologi  e coniugi Chase hanno commentato il ritrovamento spiegandone l’importanza. La tomba mette in discussione le teorie secondo cui l’influenza di Teotihuacan nell’area maya fosse un fenomeno tardivo o limitato a invasioni o guerre; al contrario, sembra emergere un quadro più complesso di scambi culturali e rituali tra élite.

La scoperta rafforza la visione, sostenuta da anni dagli stessi Chase, di Caracol come una città straordinariamente avanzata, con una struttura urbana complessa, sistemi stradali estesi e una società meno gerarchica di quanto si pensasse. Grazie all’uso pionieristico della tecnologia LiDAR, i Chase hanno rivelato l’esistenza di un’intera rete di terrazze agricole, bacini idrici e strade interconnesse, dimostrando che Caracol era un centro urbano integrato e dinamico.

La tomba di Te K’ab Chaak, con la sua ricchezza materiale e il suo significato simbolico, sancisce il ruolo di questo re non solo per Caracol ma per la civiltà maya nel suo insieme. La sua dinastia sarebbe durata per oltre quattro secoli, lasciando un’impronta indelebile nella storia politica e militare della regione.

Il prossimo passo sarà l’analisi genetica e isotopica dei resti, così come la ricostruzione della maschera funeraria in giada. I risultati della campagna 2025 saranno presentati ad agosto in occasione di un’importante conferenza sulla relazione tra i Maya e Teotihuacan, organizzata dal Maya Working Group presso il Santa Fe Institute.

Meroe, la città delle piramidi dimenticate nel cuore del deserto sudanese

9 juillet 2025 à 16:38

Nel cuore del deserto nubiano, a circa 150/200 km a nord di Khartoum, si trova uno dei tesori archeologici più affascinanti e meno conosciuti del continente africano: la necropoli reale di Meroe.

Un tempo capitale del potente Regno di Kush, questa antica città custodisce decine di piramidi che punteggiano il paesaggio desertico, testimoni silenziosi di una civiltà raffinata e misteriosa.

Meroe, immersa in un’atmosfera quasi surreale che si accende di magia al tramonto, e i siti archeologici che la circondano, sono testimonianza di una civiltà avanzata, raffinata e ancora oggi in parte avvolta dal mistero.

Il fascino delle sue piramidi, il mix di influenze culturali e l’atmosfera incontaminata che si respira tra le dune sudanesi, rendono questo luogo un’esperienza unica per chi desidera scoprire un lato meno noto ma altrettanto affascinante dell’Africa antica. Un viaggio a Meroe non è solo un tuffo nella storia, ma anche un ritorno al senso più autentico dell’esplorazione.

Musawwarat es-Sufra: spiritualità, mistero e arte rupestre

Prima di raggiungere Meroe, vale la pena fermarsi a Musawwarat es-Sufra, un enigmatico complesso archeologico incastonato tra le colline rocciose. Il sito, ancora oggi avvolto nel mistero, sembra essere stato un importante centro spirituale durante il periodo meroitico.

Probabilmente commissionato da un re della regione, Musawwarat venne utilizzato anche per l’allevamento degli elefanti, come testimoniato dai numerosi graffiti e bassorilievi presenti in loco.

Tra le sue rovine si distinguono i resti di un tempio dedicato ad Amon, divinità egizia, riconoscibile nelle sculture granitiche a forma di ariete che marcano il viale di accesso, e un tempio dedicato al dio Leone, divinità autoctona, detta Apademak. decorato con motivi zoomorfi e antropomorfi.

Le mura del sito sono inoltre coperte da incisioni, iscrizioni e disegni di ogni tipo, da scene erotiche a rappresentazioni profane, e rendono il complesso una sorta di gigantesco archivio a cielo aperto della vita quotidiana e spirituale dell’epoca.

Naqa: un sorprendente intreccio di culture

Non lontano da Musawwarat si trova Naqa, un altro straordinario esempio della ricchezza culturale del Regno di Kush. Qui, in un contesto paesaggistico particolarmente suggestivo, si erge un tempio ben conservato dedicato ad Amon – I secolo.

Tuttavia, ciò che rende Naqa davvero speciale è la mescolanza di stili architettonici e influenze culturali: accanto al tempio egizio si trova infatti un santuario dedicato ad Apademak e un chiosco con colonne che richiamano l’arte greco-romana.

La statua del dio Apademak, rappresentato con tre teste e quattro braccia, sembra quasi evocare una divinità indiana, suggerendo un sorprendente dialogo tra civiltà lontane.

Naqa è il simbolo perfetto della capacità del regno meroitico di assimilare e reinterpretare elementi culturali diversi, creando un’identità artistica e religiosa profondamente originale.

Meroe: il fascino senza tempo delle piramidi nubiane

Il culmine del viaggio nel Sudan archeologico è Meroe, antica capitale del regno e sede delle celebri piramidi del Sudan. Un tempo se ne contavano circa 200, oggi ne restano decine, più piccole e appuntite rispetto a quelle egiziane, ma non meno imponenti. Queste piramidi erano le tombe dei re e delle regine madri di Meroe, le celebri “Candace“, e risalgono fino al III o IV secolo a.C..

Ciò che rende Meroe unica è l’atmosfera che vi si respira: nessun biglietto d’ingresso, nessun venditore ambulante, solo il silenzio del deserto e la maestosità delle strutture, molte delle quali restaurate con antiche tecniche tradizionali.

Meroe, antica città del Sudan, e le sue piramidi
iStock
Piramidi di Meroe

Le piramidi, con anticamere simili a cappelle orientate a est, sono il simbolo di un rituale funebre sofisticato. Al tramonto, il complesso si tinge di colori caldi e intensi, regalando uno spettacolo indimenticabile.

È proprio in questo sito che venne scoperto il tesoro della regina Amanishakheto, il più prezioso lascito della civiltà meroitica, sebbene il ritrovamento abbia comportato la profanazione della sua tomba.

Scoperto in Spagna il più antico altare greco in marmo del Mediterraneo occidentale

Par : elenausai10
9 juillet 2025 à 07:30

Una scoperta incredibile in terra spagnola sta trasformando il sito archeologico di Casas del Turuñuelo, nella località extremeña di Guareña (Badajoz), in uno dei principali epicentri dell’archeologia della Penisola Iberica. Alle già celebri rappresentazioni umane della cultura tartessica e all’incisione di scene belliche su una lastra di ardesia, si aggiungono ora ritrovamenti straordinari riportati alla luce da un team di archeologi dell’Istituto di Archeologia di Mérida.

Tra coppe attiche, ceramiche e una ruota da vasaio in bronzo, spicca il più antico altare greco in marmo mai rinvenuto nel Mediterraneo occidentale, la cui base e fusto, analizzati da Anna Gutiérrez dell’Istituto Catalano di Archeologia Classica (ICAC), rivelano un’origine nelle cave dell’isola di Marmara (Asia Minore), allora parte del mondo greco.

Un tassello che potrebbe riscrivere la storia dei commerci e delle influenze culturali tra Oriente e Occidente nell’antichità.

La scoperta dell’antico altare greco

Durante la campagna di scavo nella località extremeña di Guareña, in Spagna, il team di archeologi ha portato alla luce quello che, basandosi su altri ritrovamenti simili noti nel Mediterraneo, apparirebbe come un altare. Tuttavia, i ricercatori chiariscono che la localizzazione esatta della cava da cui è stato estratto il marmo sarà completamente certificata dopo l’esecuzione di analisi archeometriche, attualmente in corso.

Ciò che è evidente, e che rende straordinaria questa scoperta è che, “sebbene siano conosciuti altri pezzi con caratteristiche simili nel Mediterraneo, come quelli rinvenuti nell’area della colonia greca di Empúries (Girona), l’esempio di Casas del Turuñuelo è l’unico realizzato con marmo proveniente dall’Asia Minore“, come hanno sottolineato Esther Rodríguez González e Sebastián Celestino Pérez.

L’importanza di questa scoperta

Dopo questa scoperta, la domanda che si pongono gli archeologi è: cosa ci faceva un altare con queste caratteristiche a Casas del Turuñuelo?

Seppur scavi precedenti abbiano già documentato materiali esotici come il vetro macedone o i piedi di una scultura in marmo pentelico proveniente da Atene, la colonna greca aggiunge un nuovo livello di complessità alla sua storia. I ricercatori suggeriscono che la presenza di questo frammento di marmo nel sito confermerebbe l’importanza di questo luogo nelle antiche rotte commerciali del Mediterraneo.

“Questi ritrovamenti evidenziano l’importanza politica ed economica di un sito in cui il rito e la religione svolgevano un ruolo fondamentale”, spiega Celestino Pérez, riferendosi ai sacrifici animali di massa scoperti nel 2017 e al misterioso “ammortamento” (abbandono rituale) dell’edificio.

Durante gli scavi, inoltre, condotti nelle aree orientali e settentrionali del sito, sono state portate alla luce sei nuove stanze, di cui tre esterne e collegate ad attività produttive. Tra forni, pesi da telaio, macine e ceramiche per lo stoccaggio, spicca una ruota del vasaio in bronzo, testimonianza di una lavorazione artigianale specializzata.

Tuttavia, la scoperta più significativa dal punto di vista tecnico è una struttura idraulica alta quasi un metro, realizzata con grandi pietre e progettata prima della costruzione dell’edificio principale. Questa struttura dimostra la conoscenza avanzata dei suoi costruttori.

In Perù riemerge un’antica città: con lei nuove rivelazioni sulla civiltà Caral delle Americhe

Par : elenausai10
7 juillet 2025 à 10:58

Un team di archeologi, durante una campagna di scavo portata avanti nella provincia settentrionale di Barranca, in Perù, ha scoperto un’antica città. Chiamata Peñico e risalente a 3.500 anni fa, si ritiene fosse un importante snodo commerciale che collegava le prime comunità della costa pacifica con quelle delle Ande e della foresta amazzonica.

Situata 200 chilometri a nord di Lima, a un’altitudine di circa 600 metri sul livello del mare, i ricercatori presumono che sia stata fondata tra il 1800 e il 1500 a.C., nello stesso periodo in cui fiorivano le prime civiltà in Medio Oriente e in Asia.

Una scoperta sorprendente che getta nuova luce sul destino della più antica civiltà delle Americhe: quella di Caral.

La scoperta dell’antica città in Perù

Dopo ben otto anni di ricerche, gli archeologi operativi nella Zona Archeologica di Caral, in Perù, hanno identificato fino a 18 strutture connesse all’antica città di Peñico, tra cui templi cerimoniali, complessi residenziali e murali decorati.

A spiccare sono soprattutto le pareti di una piazza centrale, arricchite da rilievi scultorei e raffigurazioni del pututu, una tromba ricavata da una conchiglia marina utilizzata nei rituali religiosi, il cui suono si propaga su lunghe distanze. Si ritiene che questi strumenti fossero simboli di potere e autorità nella società di Peñico.

In altri edifici, invece, sono stati rinvenuti resti umani, sculture in argilla raffiguranti figure umane e animali, oggetti cerimoniali e collane realizzate con perline e conchiglie marine. L’insieme dei reperti rinvenuti nel sito mostra influenze provenienti dalla costa, dalle montagne e dalla foresta amazzonica, portando gli archeologi a concludere che la città fosse un importante crocevia commerciale della regione.

Yoshio Cano, portavoce della Zona Archeologica di Caral, ha dichiarato ai media locali: “Sono state trovate prove di un intenso scambio commerciale non solo nella Valle di Supe, ma anche con la Valle di Huaura, grazie alla posizione strategica di Peñico nella Valle di Supe. Inoltre, sono emerse evidenze di integrazione anche con le aree montane e amazzoniche, su lunghe distanze”.

Perché si tratta di una scoperta importante

La scoperta dell’antica città di Peñico è molto importante perché consente di approfondire la storia e il destino di un’altra importante città a lei vicina: Caral.

Sorta circa 5.000 anni fa, Caral è considerata una civiltà contemporanea a quelle dell’Egitto, dell’India, della Sumeria e della Cina. Tuttavia, a differenza di queste, si sviluppò in completa isolamento, secondo i ricercatori. Le due piazze circolari incassate di Caral erano probabilmente utilizzate come spazi cerimoniali per riunioni e rituali.

Ruth Shady, l’archeologa che ha guidato sia le ricerche su Peñico che gli scavi di Caral negli anni ’90, ha dichiarato che la città appena portata alla luce è particolarmente importante per comprendere cosa accadde alla civiltà di Caral dopo i cambiamenti ambientali che la colpirono, spiegando che entrambe “si trovavano in una posizione strategica per il commercio e lo scambio con le società della costa, delle Ande e della foresta amazzonica”.

Marco Machacuay, archeologo e ricercatore presso il Ministero della Cultura del Perù, ha aggiunto che l’importanza di Peñico risiede nel fatto che rappresenta la continuazione della società di Caral, la quale entrò in declino intorno al 1800 a.C., probabilmente a causa di siccità e inondazioni.

Carbonia, viaggio nel cuore minerario e archeologico sardo

6 juillet 2025 à 15:55

Carbonia è una città nata dal carbone, ma cresciuta come simbolo di rinascita, memoria e cultura. Un luogo che oggi affascina per la sua ricchezza archeologica, per l’eredità architettonica del Novecento e per l’atmosfera sospesa tra passato e presente, in bilico tra la pianura del Campidano e la luce abbagliante delle coste del Sud Sardegna.

Carbonia è il cuore pulsante del Sulcis-Iglesiente, la sua città più importante, costruita in tempi recenti, ma saldamente ancorata a una storia millenaria. Nata ufficialmente nel 1938 per ospitare i minatori impiegati nell’estrazione del carbone, ha saputo trasformarsi nel tempo in un museo a cielo aperto, in cui convivono archeologia industriale, urbana, storica e preistorica.

Si tratta di una meta che va oltre la memoria e la fatica del lavoro in miniera: è un località da vivere con lentezza, tra percorsi culturali, trekking nella natura, itinerari enogastronomici e spazi urbani che invitano alla riflessione.

Cosa vedere: una città-museo tra archeologia e architettura

Passeggiare per Carbonia significa entrare in un racconto visivo che si svela tra le strade, gli edifici e i monumenti disseminati nel centro abitato. Il tessuto urbano, così particolare, è il riflesso della sua origine e della sua identità: ogni angolo vibra di storia e significato. Non a caso, la città fa parte della rotta ATRIUM, un progetto europeo che unisce svariate località tramite l’eredità architettonica dei regimi totalitari del XX secolo. Un itinerario culturale che, partendo dalle geometrie severe e razionali dell’urbanistica carboniese, apre una finestra sulla memoria collettiva europea.

Basta immergersi nel cuore del centro cittadino per sentirne il respiro. Piazza Roma è l’anima simbolica di Carbonia, il punto di riferimento sin dalla fondazione. È qui che si avverte ancora oggi l’impronta del passato, ma è anche il luogo del presente, dove la vita scorre tra eventi, incontri e momenti di quotidianità. Intorno alla piazza si staglia il complesso del Dopolavoro Cine-Teatro, edificio che un tempo ospitava attività ricreative e culturali per i lavoratori delle miniere, e che oggi è stato riconvertito in centro servizi e spazio polifunzionale. Poco distante, il Centro Intermodale Stazione e i Portici delle Poste completano l’itinerario urbano disegnato da architetture dal forte valore storico e sociale.

A colpire, lungo le vie principali, sono anche i cosiddetti “grandi totem“, strutture in ferro che richiamano i materiali utilizzati nelle miniere. Non sono semplici installazioni, ma veri e propri punti narrativi che raccontano (come segni incisi nel tempo) la costruzione della città, le sue trasformazioni, il lavoro di migliaia di uomini e donne.

Ma la vera ricchezza di Carbonia si svela anche nella sua straordinaria offerta museale. Il SiMuC – Sistema Museale di Carbonia è un’importante rete di luoghi della cultura che comprende il Museo Archeologico Villa Sulcis, il Parco Archeologico di Monte Sirai, il Parco Urbano di Cannas di Sotto e il Museo dei Paleoambienti Sulcitani: si tratta di un sistema che non si limita a custodire e conservare, ma valorizza l’intero territorio con un’attività che parte dalla ricerca e dallo scavo, fino alla divulgazione e alla fruizione pubblica. È il caso del Nuraghe Sirai, dove il Comune di Carbonia conduce direttamente le campagne di scavo, così da rendere ancora più forte il legame tra città e patrimonio archeologico.

La visita può poi proseguire con la Chiesa di Santa Maria degli Angeli, che sorge come un faro spirituale nel cuore urbano, oppure grazie agli eventi culturali che animano Carbonia durante tutto l’anno: concerti, mostre, celebrazioni religiose, esposizioni d’arte e manifestazioni che coinvolgono in maniera attiva la comunità.

Accanto a tanta vitalità culturale, non manca il fascino della tradizione: negozi di artigianato locale, laboratori artistici e botteghe creative disegnano un tessuto urbano che non dimentica le sue radici. Carbonia è una città da esplorare con calma, lasciandosi guidare dalle suggestioni e dai racconti che emergono da ogni pietra, ogni tracciato urbano, ogni testimonianza del tempo.

Le spiagge dei dintorni: mare cristallino a pochi passi

Spiaggia di Tuerredda in Sardegna
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La suggestiva Spiaggia di Tuerredda

Uno degli aspetti più sorprendenti di Carbonia è poi la sua vicinanza ad alcune delle spiagge più belle e selvagge della Sardegna: siamo nel cuore del Sulcis-Iglesiente, una zona che custodisce l’anima più incantevole dell’isola, ricca di paesaggi incontaminati, natura potente e un mare che non smette mai di stupire.

Da qui, in pochi minuti d’auto, si possono raggiungere lidi sabbiosi e calette incastonate tra le rocce, tutte differenti tra loro ma accomunate da una bellezza che non teme concorrenza: le spiagge di Porto Pino e Porto Paglietto, ad esempio, affascinano per la sabbia chiara e sottile che si fonde con l’azzurro dell’acqua, mentre poco più a sud Sa Punta de s’Arena e la celebre Tuerredda svelano scorci paradisiaci, con fondali trasparenti e orizzonti infiniti.

È un susseguirsi di baie segrete, insenature protette, scogliere scolpite dal vento e dalla salsedine, mete ideali per chi ama perdersi lontano dal frastuono quotidiano, tra nuotate rigeneranti, passeggiate sulla sabbia e tramonti infuocati. E il bello è che tutto questo convive con l’anima storica e culturale di Carbonia, in un equilibrio perfetto tra il mare e la memoria, tra il presente e il passato.

Come arrivare: una città al centro della Sardegna del sud

Carbonia, con la sua posizione baricentrica, rappresenta una base perfetta per chi desidera esplorare il sud-ovest della Sardegna. Facilmente raggiungibile da Cagliari, dista circa un’ora d’auto dalla città metropolitana ed è ben collegata sia via strada che via ferrovia.

Chi arriva in aereo può contare sull’aeroporto di Cagliari-Elmas, distante circa settanta chilometri. Una volta atterrati, si può proseguire in auto lungo le principali arterie stradali, come la SS 130 e la SS 131, che conducono a Carbonia attraversando paesaggi che cambiano a ogni curva.

Anche per chi viaggia via mare, le possibilità sono numerose. I traghetti provenienti da Livorno, Piombino, Civitavecchia, Napoli, Palermo e persino Barcellona attraccano nei principali porti sardi, in primis quello di Cagliari, da cui è facile spostarsi verso l’entroterra.

E per chi sceglie il treno, la città è servita dalla linea ferroviaria Cagliari-Decimomannu-Carbonia/Iglesias, con collegamenti frequenti che permettono di muoversi in modo sostenibile e senza stress.

La Venere di Kołobrzeg: la statuetta del Neolitico riscrive la storia della Polonia

4 juillet 2025 à 10:30

Una statuetta di appena 12 centimetri potrebbe rivoluzionare l’archeologia europea. È la Venere di Kołobrzeg, un’effige neolitica senza occhi, naso o bocca, scolpita in calcare oltre 6.000 anni fa e scoperta in un villaggio della Pomerania. Oggi è stata definita dagli esperti “la scoperta del secolo” in Polonia, paragonabile a quella delle celebri Veneri paleolitiche di Willendorf e Hohle Fels. 

La sua semplicità e il suo mistero affascinano gli studiosi e potrebbero aprire un nuovo filone di ricerca sul culto della fertilità e le popolazioni preistoriche dell’Europa centro-orientale.

Una scoperta che non riguarda solo il mondo accademico, ma che potrebbe risvegliare anche l’interesse dei viaggiatori curiosi verso un lato della Polonia ancora poco noto: quello delle sue radici antichissime, dei villaggi rurali e delle terre fertili che si affacciano sul Baltico.

Lungo il Parsęta è nata la leggenda della Venere di Kołobrzeg

Tutto comincia nel 2002, in un luogo che sembra uscito da una favola baltica: il villaggio di Obroty, immerso nel verde della Pomerania occidentale, a poca distanza dal fiume Parsęta. Qui, un contadino si imbatte per caso in una statuetta di pietra calcarea durante lavori nei campi. L’oggetto passa di mano in mano, fino a giungere al Gruppo di esplorazione della Parsęta in Polonia, grazie a Waldemar Sadowski, membro della Società degli amici del Museo delle Armi Polacche di Kołobrzeg.

Ma è solo nel 2023 che l’archeologo Marcin Krzepkowski, insieme alla Fondazione Relicta, sottopone la statuetta ad approfondite analisi. Risultato? Un manufatto neolitico di oltre 6.000 anni, mai visto prima in territorio polacco.

Gli archeologi la descrivono come una Venere senza volto, ma con chiare fattezze femminili. Il calcare, materiale poco comune per queste opere, solitamente modellate in argilla, rende il reperto ancora più raro. Potrebbe trattarsi di un oggetto rituale legato alla fertilità, forse creato dai primi agricoltori della zona, stanziatisi lungo le sponde del Parsęta.

Questo fiume, oggi meta tranquilla per escursioni e gite naturalistiche, custodiva dunque già migliaia di anni fa tracce della vita umana, in una regione della Polonia che merita di essere esplorata con occhi nuovi, tra archeologia e natura.

Perché la Venere di Kołobrzeg è così importante

La Venere di Kołobrzeg non è soltanto un reperto archeologico affascinante. Secondo gli esperti, il suo ritrovamento potrebbe cambiare la mappa preistorica dell’Europa centrale. “È un pezzo unico per la storia della Polonia e di tutta l’Europa centro-orientale”, ha dichiarato Aleksander Ostasz, direttore del Museo delle Armi Polacche. Ed è proprio qui che la statuetta verrà presto esposta, in una nuova sezione permanente dedicata alle scoperte preistoriche.

Sebbene l’Europa conosca già celebri “Veneri” preistoriche, questa scoperta spicca per il contesto geografico, finora privo di reperti simili, e per l’inconsueto materiale usato. Non è un caso che Krzepkowski e il suo team abbiano avviato uno studio interdisciplinare per analizzare nel dettaglio la composizione, le tecniche di realizzazione e il possibile significato simbolico dell’opera.

La speranza degli studiosi è che il ritrovamento possa fare da catalizzatore per nuove campagne di scavo in Pomerania e portare alla luce altri oggetti rituali dell’epoca neolitica. Intanto, la Venere di Kołobrzeg affascina il grande pubblico: muta, essenziale, ma capace di raccontare storie millenarie che ancora oggi ci interrogano.

E chissà che questa piccola statuetta, venuta dal passato, non riesca anche ad attrarre nuovi viaggiatori interessati alla storia antica della Polonia: un Paese dove ogni foresta, ogni fiume e ogni campo può ancora nascondere misteri pronti a emergere.

Svelati i misteri dell’antica Babilonia grazie all’IA: decifrato un inno di 3000 anni

Par : elenausai10
3 juillet 2025 à 14:54

Babilonia era una città splendida, situata in Mesopotamia, tra le acque dell’Eufrate e del Tigri, circa 100 chilometri a sud di Baghdad. A differenza di molte altre città che caddero e scomparvero, Babilonia fu resiliente, risorgendo più volte dalle proprie ceneri e imprimendo un’eco profonda nella cultura giudeo-cristiana per secoli. Basti pensare ai libri dell’Antico Testamento, che raccontano l’esilio degli ebrei a Babilonia dopo l’assedio di Gerusalemme. Un fascino che conquistò anche scrittori greci e romani, che contribuirono ad arricchire l’insieme di leggende giunte fino a noi.

Leggende che, oggi, trovano un fondo di verità grazie a un’incredibile scoperta fatta grazie all’utilizzo dell’intelligenza artificiale dalla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco (LMU) e dall’Università di Baghdad. Il team, composto da archeologi ed esperti dell’IA, ha riportato alla luce un inno di 3000 anni fa che celebra la grandezza di Babilonia, rivelando preziose informazioni sulla società urbana dell’epoca, sull’istruzione e sui ruoli di genere.

La scoperta: l’inno di 3000 anni fa decifrato con l’IA

C’è chi è pro e chi è contro, ma una cosa è certa: l’IA ci permette non solo di fare molte cose, ma di farle anche più velocemente. Senza l’intelligenza artificiale, ci sarebbero voluti decenni per decifrare il testo inciso su un’antica tavoletta proveniente da Babilonia, in Mesopotamia, quella che fu un tempo la città più grande del mondo nel 2000 a.C.

I testi babilonesi venivano scritti in cuneiforme, la forma di scrittura più antica, su tavolette di argilla. Questi, giunti in frammenti, sono stati raccolti e analizzati utilizzando la piattaforma digitale Electronic Babylonian Library. Impiegando l’IA, è stato possibile abbinare frammenti di tavolette d’argilla provenienti da biblioteche e collezioni di tutto il mondo e, ciò che un tempo avrebbe richiesto decenni, è stato completato in brevissimo.

“Grazie alla nostra piattaforma supportata dall’IA, siamo riusciti a identificare altri 30 manoscritti appartenenti all’inno riscoperto”, ha dichiarato il professor Jiménez, professore di Letterature del Vicino Oriente Antico presso l’Istituto di Assiriologia dell’Università Ludwig Maximilian (LMU). Il team è così riuscito a ricostruire la maggior parte delle 250 righe dell’inno, un risultato notevole, considerando la natura frammentaria dei testi cuneiformi.

Cosa racconta il testo decifrato nell’inno

Come ha dichiarato il professor Jiménez, si tratta di un inno affascinante che descrive Babilonia in tutta la sua maestosità e offre uno sguardo sulla vita dei suoi abitanti, uomini e donne. In particolare, loda l’architettura della città, i santuari religiosi e le acque vitali del fiume Eufrate, che fertilizzavano i campi circostanti.

Inoltre, l’inno rivela anche nuovi dettagli sulla vita delle donne a Babilonia: qui svolgevano il ruolo di sacerdotesse, descritte come particolarmente virtuose ed elogiate per la loro devozione e discrezione.

L’inno offre anche spunti sull’integrazione di diverse culture nella società urbana primitiva, dove gli abitanti vengono descritti come rispettosi verso gli stranieri.

Questa una parte del testo tradotto:

L’Eufrate è il suo fiume – stabilito dal saggio signore Nudimmud –
Disseta il prato, impregna la canna palustre,
Riversa le sue acque in laguna e mare,
I suoi campi rigogliosi di erbe e fiori,
I suoi prati, in splendida fioritura, producono orzo,
Dal quale, raccolte, si ammucchiano le covoni,
Greggi e mandrie riposano su verdi pascoli,
Ricchezza e splendore – ciò che conviene all’umanità –
Sono donati, moltiplicati e regali concessi.

Ad Arles è stato scoperto un acquedotto romano che racconta duemila anni di storia

Par : losiangelica
3 juillet 2025 à 07:30

Se pensiamo di essere la civiltà più evoluta mai esistita… forse è il momento di ricrederci. Ogni giorno, l’archeologia risveglia dal passato storie che sembrano fantascienza: tecnologie raffinatissime, ingegni straordinari e infrastrutture nate per migliorare davvero la vita delle persone. Una delle ultime meraviglie emerse dalla polvere del tempo ci porta in Provenza, nei pressi di Arles. Qui, come un segreto custodito sotto le pietre, è tornata alla luce un’antica rete idrica romana.

Un gruppo di ricercatori internazionali ha intrapreso un viaggio nel tempo analizzando i depositi calcarei formatisi all’interno delle vecchie condutture. Questi frammenti, simili a impronte minerali, hanno permesso di decifrare la geniale architettura del sistema idrico e raccontare, con la precisione di una cronaca millenaria, la storia di uno dei più avanzati esempi di ingegneria idraulica dell’antichità.

La scoperta della rete idrica di Arles

Un team di archeologi ha dato modo di portare alla luce l’antica rete idrica di Arles studiando attentamente i sedimenti minerali ritrovati all’interno delle condutture della cittadina della Provenza. Grazie alle tecnologie più moderne e avanzate, gli studiosi delle università di Mainz, Oxford e Innsbruck hanno ricostruito in modo preciso il ciclo vitale del sistema idrico di Arles in Francia, studiando la costruzione datata I secolo a.C. e utilizzata fino al V secolo d.C.

L’acquedotto originale, costruito intorno al 3 a.C., attingeva alle sorgenti sul versante meridionale delle colline dell’Alpilles. Dopo quasi un secolo, una seconda struttura idrica venne aggiunta dal versante settentrionale, fondendosi con la rete già esistente attraverso una vasca di decantazione. Il bacino aveva il compito di purificare l’acqua, depositando sabbia e particelle sospese.

Ma il destino della struttura cambiò: con l’arrivo della nuova fonte settentrionale, il primo acquedotto venne deviato per alimentare un complesso sistema di mulini ad acqua a Barbegal, una delle fabbriche più avanzate del mondo romano.

La scoperta archeologica della rete idrica di Arles
Johannes Gutenberg-Universität Mainz
Scoperto il funzionamento dell’acquedotto romano di Arles

La vera svolta è arrivata però grazie a un’osservazione sorprendente: all’interno delle volte crollate delle Terme di Costantino, i ricercatori hanno identificato frammenti di calcare provenienti dal vecchio acquedotto settentrionale. Questo indica che, nel IV secolo, il sistema fu restaurato e il materiale “scrostato” dalle condutture fu riutilizzato come inerte da costruzione per i tetti degli edifici termali. È la prova concreta che l’acquedotto era ancora in funzione all’epoca dell’imperatore Costantino.

L’analisi delle grandi tubature di piombo scoperte nel XIX secolo sul letto del Rodano ha chiarito un altro mistero: grazie alla corrispondenza isotopica con i depositi calcarei delle condutture, è stato possibile confermare che queste pipe trasportavano acqua verso il quartiere di Trinquetaille, al di là del fiume, tramite un ingegnoso sifone rovesciato.

L’importanza della scoperta

La portata della scoperta non è soltanto archeologica, ma anche concettuale. L’acquedotto di Arles non era una semplice infrastruttura idrica, ma un organismo dinamico, capace di adattarsi ai bisogni della città in evoluzione. Le analisi isotopiche hanno permesso di seguire nel tempo le fasi di costruzione, modifica e restauro, disegnando una mappa “climatica” e tecnica dell’antica rete idrica.

Ciò che rende straordinaria questa ricerca è il modo in cui i resti minerali, invisibili a occhio nudo, diventano testimoni affidabili di decisioni ingegneristiche prese duemila anni fa. Il sistema romano non solo ha garantito l’approvvigionamento idrico per secoli, ma è stato anche riadattato, riconvertito e mantenuto in modo sostenibile, con una logica di economia circolare che sorprende per modernità.

La scoperta ci ricorda quanto, già duemila anni fa, l’idea di progresso avesse radici profonde.

La Puerta del Sol è una porta misteriosa che nasconde i segreti degli dei

Par : losiangelica
2 juillet 2025 à 16:52

Tra le rocce scolpite degli altopiani boliviani, c’è un portale che da secoli sfida la logica, la storia e il tempo. Conosciuta come “Puerta del Sol”, la Porta del Sole è uno dei simboli del complesso archeologico di Tiahuanaco. La civiltà misteriosa, che è ancora di grande interesse per storici e archeologi, ha lasciato tracce in questa antica città dove viene custodito un simbolo enigmatico inciso nella pietra.

La misteriosa Porta del Sole di Tiahuanaco

Maestosa e silenziosa, la Porta del Sole, scolpita in un unico blocco di andesite dal peso di circa dieci tonnellate, non è solo una reliquia del passato: è un’opera sospesa tra mito e astronomia. Per gli antichi Tiahuanacoti, non era semplicemente un varco, ma un collegamento sacro con le sfere divine.

Alta 3 metri, larga 4, con un’apertura centrale di 1,4 metri, questa porta si erge come una sentinella nel tempio di Kalasasaya, quasi a custodire un segreto celato tra le stelle. Al centro, la figura solenne del dio Viracocha (occhi profondi, lacrime scolpite, scettri in mano) domina la scena con la sua aura enigmatica.

Attorno a lui, 48 creature alate disposte su tre file sembrano danzare in una coreografia cosmica. C’è chi ci vede un antico calendario solare, altri una mappa celeste, altri ancora un invito a decifrare un sapere dimenticato. Era solo un simbolo sacro? O forse un portale verso un’altra dimensione della conoscenza?

Scoperta nel 1549 dal cronista spagnolo Pedro Cieza de León, la porta fu rinvenuta spezzata sul terreno, come abbattuta da un evento oscuro. E fu solo nei secoli seguenti che studiosi come Alcide d’Orbigny e Max Uhle cominciarono a esplorarne i misteri, senza però riuscire a svelarli del tutto.

Era un osservatorio? Un luogo di iniziazione? Un portale capace di mettere in comunicazione il mondo terreno con quello degli dei? Le risposte ancora sfuggono. Ma ciò che è certo è che la Porta del Sole ha incantato generazioni di viaggiatori, scienziati e sognatori, e continua a farlo, custodita tra le meraviglie Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

In Bolivia il sito archeologico di Tiahuanaco custodisce la porta del sole
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La misteriosa porta del sole di Tiahuanaco in Bolivia

Dove si trova la Porta del Sole di Tiahuanaco e come raggiungerla

La Porta del Sole di Tiahuanaco si trova sull’altopiano della Bolivia, a circa 70 chilometri da La Paz e non lontano dalle sponde del lago Titicaca. Circondata da tre catene montuose che fanno da protezione per questo luogo, si raggiunge oggi piuttosto facilmente dalla capitale boliviana tramite escursioni organizzate o un bus turistico.

Il viaggio è breve ma la strada impervia; sembra quasi che ci si arampichi verso il cielo. Ad un certo punto gli occhi vengono invasi dalla meraviglia del complesso archeologico che si apre come un grande libro di pietra: la piramide di Akapana, il piccolo tempio seminterrato con le sue teste scolpite, i monoliti antropomorfi e la Porta del Sole.

Oggi molti visitatori appassionati di storia antica vanno a visitare Tiahuanaco e la Porta del Sole che risulta tra i Patrimoni dell’Umanità UNESCO e incanta giorno dopo giorno turisti e curiosi che affrontano il viaggio per scoprire questo luogo ancora avvolto di misteri.

Viaggio a Perperikon, il Machu Picchu d’Europa

Par : losiangelica
1 juillet 2025 à 16:26

Tra le pieghe più silenziose delle montagne dei Rodopi, dove il tempo non ha mai davvero avuto il coraggio di passare, si fa notare una collina che vibra di mistero e racconti antichi, dove la pietra custodisce segreti che l’umanità ha quasi dimenticato. Non servono portali magici per arrivarci, solo il desiderio di toccare con mano ciò che le leggende sussurrano da millenni: Perperikon, conosciuto come il Machu Picchu d’Europa è pronto a incantare. Il sito archeologico, considerato una porta su civiltà che hanno lasciato un’impronta nel passato, è una vera e propria città scolpita nella roccia persino più antica della celebre Machu Picchu e ancor più avvolta dal mistero.

Perperikon, il sito archeologico soprannominato il Machu Picchu d’Europa

Tra le fronde fitte e i silenzi sospesi della Bulgaria meridionale, Perperikon ha dormito per secoli, nascosta agli occhi del mondo. Nessuno sapeva cosa si celasse sotto quel mantello di boschi e rocce, fino a quando, meno di un secolo fa, gli archeologi non cominciarono a scavare. Pensavano di trovare una fortezza medievale, ma scoprirono qualcosa di immensamente più antico e potente: le rovine di una città tracia.

I Traci, popolo tanto affascinante quanto poco conosciuto, consideravano Perperikon il centro del loro universo spirituale. Ma non furono soli: nel corso dei millenni anche Romani, Bizantini e Ottomani lasciarono la loro impronta su questa “città santa”. Ogni pietra, ogni scala scolpita nella roccia, sembra raccontare un’epoca diversa.

E poi c’è l’energia. Chiunque ci sia stato ne parla: Perperikon emana una forza inspiegabile. Gli antichi celebravano qui rituali del fuoco, sacrifici animali e, in alcuni casi, umani. Ma per i Traci la morte era un dono, un passaggio gioioso.

L'antica città di Perperikon in Bulgaria
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Visitare il sito archeologico di Perperikon, l’antica città considerata il Machu Picchu d’Europa

Una curiosità? L’incredibile sito archeologico è stato scavato solo in piccola parte; si stima solo una percentuale attorno al 10%. Secondo gli esperti, continuando il suo studio, potrà rivelare autentici tesori che ancora non ci immaginiamo nemmeno. Sapevi che il nome “Perperikon” deriva probabilmente dalla parola bizantina perpera, una moneta d’oro? Questo perché la zona era celebre per le sue miniere di metalli preziosi, come oro e argento, sfruttate fin dall’antichità. Grazie alla ricchezza ha attirato nel tempo diversi conquistatori, tra i più prestigiosi lo zar Ivan Alexander che nel XIV secolo lo ha reso un centro strategico.

Devi sapere che la sua estensione è molto vasta e sfrutta la verticalità: il percorso lastricato tra rovine è impervio, bisogna fare attenzione perché il sentiero può portare a scivolare. Esiste una via più facile e tranquilla nella foresta ma meno scenografica.

Dove si trova Perperikon e come raggiungerlo

Perperikon si trova nella regione dei Rodopi orientali, nel sud della Bulgaria. È raggiungibile in circa tre ore di auto da Sofia o meno di due da Plovdiv. La cittadina più vicina è Kardzhali, a circa mezz’ora. Le strade sono in buone condizioni e l’area offre hotel, ristoranti e laghi pittoreschi per chi volesse esplorare ancora. Il sito è aperto da maggio a ottobre (07:30–20:00), con biglietto d’ingresso e possibilità di tour guidati forniti dal Museo di Storia di Kardzhali. Consigliatissimo prenotare in anticipo una guida in lingua.

Le antiche mura nel deserto: un viaggio tra le civiltà perdute dell’Arabia di 4.000 anni fa

1 juillet 2025 à 09:50

Nel cuore del deserto nord-occidentale dell’Arabia Saudita, un team di archeologi ha portato alla luce un sistema murario risalente a circa 4.000 anni fa. Queste strutture, parte di un vasto complesso di oasi fortificate, offrono nuove e affascinanti informazioni sulla vita e sull’organizzazione delle comunità dell’età del bronzo nella penisola arabica.

Lo studio è stato guidato da Guillaume Charloux del CNRS – Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica – francese ed è stato pubblicato sulla rivista Antiquity.

La scoperta del complesso dell’Oasi Murata: un modello di vita antico

Le mura appena scoperte appartengono a quello che gli archeologi chiamano il “Complesso dell’Oasi Murata“, un sistema architettonico che proteggeva non solo abitazioni, ma anche fonti d’acqua, campi agricoli e bestiame.

Datate tra il 2250 e il 1950 a.C., queste strutture non avevano solo una funzione difensiva: rappresentavano il potere e il controllo sociale delle élite locali. La loro costruzione richiedeva sforzi collettivi e manutenzione costante, a conferma della loro importanza strategica.

Sebbene alcune oasi murate fossero già note, come Tayma e Qurayyah, l’utilizzo di tecnologie satellitari moderne – come Bing e Google Earth – ha permesso di identificare nuovi siti: Dumat al-Jandal, Hait, Huwayyit e Khaybar.

Queste località, successivamente confermate con indagini sul campo, mostrano tutte segni evidenti di fortificazioni antiche. In particolare, Khaybar ha restituito mura risalenti a circa il 2000 a.C., insieme a ceramiche e strutture simili a quelle trovate in siti limitrofi come al-Ayn e al-Tibq.

Le dimensioni di alcune mura sono davvero impressionanti: a Shayb Suways si stima una lunghezza di 8 chilometri, mentre le mura di al-Tibq raggiungono i due chilometri con uno spessore di circa due metri. A Dumat al-Jandal, le fotografie aeree del 1964 hanno rivelato un muro in mattoni di fango lungo due chilometri, confermando che anche questo sito era fortificato sin dall’antichità.

I ritrovamenti archeologici

Le oasi fortificate non furono un fenomeno isolato o limitato nel tempo. Gli archeologi ritengono che il modello sia nato agli inizi del III millennio a.C., diffondendosi progressivamente in tutta la regione. La sua influenza si è estesa per secoli, con esempi successivi come Thaj, nell’Arabia orientale, datato al III secolo a.C. Anche nei secoli recenti, durante il XIX e XX secolo, villaggi fortificati continuarono ad essere costruiti, dimostrando la longevità di questa tradizione.

Secondo il team di ricerca, queste mura avevano un ruolo chiave nell’organizzazione politica e sociale delle comunità. Non erano semplici difese passive, ma strumenti di governo, progettati e costruiti da autorità centrali. La presenza di queste fortificazioni ha favorito la nascita di regni carovanieri e ha protetto gli insediamenti da incursioni tribali per millenni. In molti casi, le mura furono restaurate e riutilizzate, diventando parte integrante della vita delle popolazioni locali.

Nonostante alcune incertezze legate alla datazione e alle tecniche costruttive, ogni nuova scoperta contribuisce a ricostruire il mosaico della vita nel deserto arabico antico. Le mura dell’età del bronzo testimoniano l’ingegno e la capacità di adattamento delle prime civiltà dell’Arabia, che seppero organizzarsi e prosperare anche in ambienti estremi. Le ricerche future saranno fondamentali per comprendere meglio queste società e il loro rapporto con il territorio.

Cosa vedere in Turchia in 7 giorni per un viaggio da sogno

30 juin 2025 à 19:31

La Turchia è un paese diviso tra due continenti, l’Europa da una parte e l’Asia dall’altra. Per la sua posizione geografica, la lunga storia e la cultura millenaria questo è un paese che affascina e conquista moltissimi visitatori. Quando si pensa ad un viaggio in Turchia bisogna, quindi, sapere che le città e le cose da vedere sono moltre ma un viaggio di sette giorni permette di avere un buon assaggio delle città. In una settimana, quindi, è possibile visitare alcune delle sue meraviglie più iconiche, esplorando non solo le città principali ma anche siti archeologici, dalle tranquille e i paesaggi lunari della Cappadocia.

Giorno 1: Istanbul, il cuore storico

Nonostante non sia la capitale del paese, per molti la scoperta della Turchia comincia proprio da Istanbul, una città dalla storia millenaria con un territorio che si estende tra Europa e Asia. Esplorare tutta la città in pochi giorni è davvero difficile dati i numerosi siti di interesse e anche il traffico di Istanbul che può essere davvero terribile. Ci sono alcune tappe, però, che non bisogna assolutamente mancare.

Sultanahmet, la zona da non perdere

La prima giornata può essere dedicata alla scoperta del quartiere di Sultanahmet, il cuore più antico della città. Qui si trovano la maestosa Basilica di Santa Sofia, un tempo chiesa bizantina e poi moschea, e la Moschea Blu, celebre per le sue 20.00o piastrelle di ceramica blu di İznik. Nella zona sorge anche l’Ippodromo, che al tempo dei romani ha ospitato spettacoli e corse con i cavalli ma poi è diventato anche luogo significativo per rivolte e sommosse che hanno fatto la storia della città. Non lontano, il Palazzo Topkapi è stato per secoli la residenza dei sultani ottomani e conserva ancora moltissime testimonianze di quel periodo. Da non perdere anche una sosta alla Basilica Cisterna, luogo che nonostante il nome non è un edificio religioso ma un museo. Questo spazio, infatti, è stato usato dai romani come sito dove immagazzinare l’acqua che poi veniva usata dai regnanti che vivevano nel Grande Palazzo.

Istanbul, Sultanahmet
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Il quartiere Sultanahmet è il cuore storico di Istanbul

Gran Bazar di Istanbul

Da Sultanahmet è possibile raggiungere a piedi il Gran Bazar, uno dei mercati coperti più grandi al mondo dove è impossibile non perdersi tra numerose bancarelle e negozi. Costruito per la prima volta a metà del XV secolo e poi più volte ampliato, il Grande Bazar ospita oggi non solo commercianti ma anche bar, ristoranti e due moschee. Con un’altra breve camminata dal Grande Bazar si può raggiungere la Moschea di Suleymaniye costruita a metà Cinquecento per uno trai i più famosi sovrani dell’Impero Ottomano, Solimano il Magnifico.

Giorno 2: Istanbul europea e crociera sul Bosforo

Il secondo giorno può essere dedicato a scoprire anche la zona europea di Istanbul in particolare il quartiere di Beyoğlu, che nei secoli è stato territorio sia della Repubblica di Genova sia di quella di Venezia. La giornata, poi, non può dirsi conclusa senza aver fatto una crociera sul Bosforo, ammirando gli splendidi palazzi e le moschee che si affacciano sullo stretto.

Beyoğlu e Corso Indipendenza

La zona di Beyoğlu durante il dominio ottomano è stata a lungo sede di ambasciate europee, uffici diplomatici e importanti aziende straniere. Anche per questo l’influenza europea si nota molto in quest’area della città. Il suo cuore è İstiklal Caddesi (ovvero Corso Indipendenza), una via pedonale lunga quasi 1,5 km che collega Piazza Taksim con Piazza Tünel. È una delle strade più famose della città, ricca di negozi, caffè e gallerie d’arte ed è percorsa anche da un tipico tram rosso.

Torre di Galata

Costruita nel 1348 dai Genovesi come torre di guardia, la Torre di Galata domina ancora oggi il quartiere con i suoi 67 metri di altezza. Nel corso dei secoli ha avuto diverse funzioni: prigione, osservatorio astronomico e torre di segnalazione. Il momento migliore per salire sino alla cima è sicuramente quello del tramonto dato che dalla sua terrazza panoramica si gode una vista spettacolare sulla città, sul Bosforo e sul Corno d’Oro. Dalla Torre di Galata è possibile camminare fino al famoso Ponte di Galata, un’opera di ingegneria straordinaria che collega la zona europea di Istanbul con quella ottomana.

Torre Galata
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La Torre Galata, costruita dai genovesi, domina il profilo della città

Giorno 3: Ankara, la capitale

Il terzo giorno può essere dedicato ad Ankara, capitale della Turchia, che si è da poco candidata nella Lista Propositiva dell’Unesco. Da Istanbul il modo più semplice per raggiungere la città è l’aereo.

Mausoleo di Atatürk e Museo delle Civiltà Anatoliche

Qui la prima tappa della giornata è il Mausoleo di Atatürk (o Anıtkabir), dedicato a Mustafa Kemal Atatürk (1881-1938) primo Presidente e fondatore della Repubblica Turca. Situato su una collina panoramica, l’Anıtkabir colpisce per la sua architettura monumentale e l’importanza che ricopre per i cittadini turchi.

Poco distante si trova il Museo delle Civiltà Anatoliche, che ospita una vasta collezione di reperti dell’Età del Bronzo, ma anche dei periodi romano, bizantino e di altre epoche che raccontano molto sulla storia del paese.

 Cittadella di Ankara
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L’antica Cittadella (Ankara Kalesi), domina la città di Ankara dall’alto

L’antica Ankara

Proseguendo verso il centro storico si incontrano la suggestiva Moschea di Hacı Bayram, costruita tra il XVI e il XVII secolo, e il Tempio di Augusto, un antico tempio romano edificato tra il 25 ed il 20 a.C. in seguito alla conquista romana dell’Anatolia. Parti del famoso testo “Res gestae divi Augusti” ovvero “Le imprese del divino Augusto” sono state incise nelle sue pareti e si possono ancora oggi leggere. A pochi passi si possono ammirare anche i resti delle Terme di Caracalla risalenti al IV secolo.

Infine, vale assolutamente una visita la Cittadella di Ankara (Ankara Kalesi), una fortezza edificata nel periodo romano ma poi ricostruita diverse volte. Innalzata sulla cima di una collina da lassù è possibile ammirare una splendida vista sulla città.

Giorno 4: Cappadocia e i paesaggi lunari

Raggiungi la Cappadocia, una regione unica al mondo per le sue formazioni rocciose scolpite nel corso del tempo dal vento e dall’acqua che sono noti come “Camini delle Fate” per la loro forma conica. I paesaggi naturali di questa zona sono davvero surreali tanto che qui vengono anche organizzati voli in mongolfiera all’alba per ammirare tutto il loro fascino.

Museo all’aperto di Göreme

La Cappadocia è particolarmente celebre per il suo Museo all’aperto di Göreme, un complesso di chiese rupestri, monasteri e edifici scavati nella roccia che conservano ancora affreschi e decorazioni realizzati tra il X e il XII secolo. Per il suo fascino e l’importanza storica il Parco di Göreme è stato dichiarato Patrimonio UNESCO. Qui molte delle formazioni rocciose, di origine vulcanica, sono state per secoli nascondiglio per eremiti o per martiri cristiani. Le chiese più famose sono la Chiesa Oscura (Karanlık Kilise), nota per gli splendidi affreschi, la Chiesa della Mela, la Chiesa di Santa Barbara e la cappella funeraria di San Basilio.

Città sotterranee

Un’esperienza immancabile è la visita a una delle città sotterranee, come Derinkuyu o Kaymakli: veri e propri labirinti di tunnel, stanze e cunicoli scavati fino a 80 metri di profondità durante le invasioni. La popolazione cristiana della zona, infatti, è stata a più riprese (tra il V e il X) oggetto di persecuzioni e proprio per sfuggire alle vessazioni sono state costruite delle vere e proprie città sotterranee. La più famosa di queste è Kaymakli che si dice sia la più grande di tutta la Cappadocia dato che si sviluppa su otto livelli, ma solo quattro di questi sono aperti alle visite. Passeggiare al suo interno è come entrare in un vero labirinto sotterraneo: strette gallerie conducono a stanze comuni, cucine, magazzini, chiese e persino stalle per gli animali.

Museo di Zelve

Il Museo all’aperto di Zelve è uno dei siti più suggestivi e meno affollati della Cappadocia. Situato a circa 10 chilometri da Göreme, Zelve è stato un villaggio abitato fino alla metà degli anni Cinquanta. Nato come centro monastico e luogo di rifugio, Zelve ospita speciali formazioni rocciose che rendono il paesaggio davvero surreale. Il complesso ospita chiese scavate nella roccia risalenti al IX-XIII secolo, ma anche una splendida moschea a testimonianza di come nel tempo questa zona fosse abitata sia da cristiani sia da musulmani.

Giorno 5: Volo in mongolfiera e il castello di Uçhisar

Una volta in Cappadocia una delle attività più emozionanti da fare è sicuramente il volo in mongolfiera all’alba, per ammirare dall’alto i paesaggi della zona. È un’esperienza che rimane davvero impressa. Successivamente, prima di partire alla volta della prossima tappa, si può visitare il castello di Uçhisar, una fortezza scavata nella roccia.

volo mongolfiera Cappadocia
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Il volo in mongolfiera all’alba in Cappadocia

Volo in mongolfiera sui cieli della Cappadocia

Nonostante non sia un’attività particolarmente economica, il volo in mongolfiera sui cieli della Cappadocia è un’attività assolutamente da mettere in programma. Dall’alto, infatti, il paesaggio della Cappadocia si svela in tutta la sua bellezza. Le valli scolpite dal vento, i villaggi antichi e le numerose formazioni in pietra cambiano colore con le prime luci del sole, creando un panorama che toglie il fiato. Guardare il sole sorgere da lassù con questo territorio fantastico ai piedi è davvero un’esperienza unica.

Castello di Uçhisar

Situato nel villaggio di Uçhisar, questo imponente castello di roccia vulcanica sorge nel punto più alto della Cappadocia e da lassù domina le valli circostanti con la sua forma maestosa. In realtà è un grande pinnacolo di tufo scavato su più livelli, che nel corso dei secoli ha svolto sia il ruolo di fortezza che di rifugio.

Giorno 6: Pamukkale e le terrazze di travertino

Pamukkale e Hierapolis formano uno dei siti più affascinanti della Turchia, dove natura e storia si intrecciano in un paesaggio unico.

Pamukkale
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Pamukkale e le sue splendide terrazze di travertino

Pamukkale

Il nome Pamukkale significa “castello di cotone” perché è questo che sembra vedere quando si ammira questo luogo unico al mondo, celebre per le sue spettacolari terrazze bianche di travertino. Qui l’acqua termale, ricca di calcio, scorre da millenni creando vasche naturali che assumono il colore bianco assomigliando a del cotone. L’acqua che sgorga ad alta temperatura viene sfruttata da tempo per le sue proprietà curative.

Hierapolis

Hierapolis sorge proprio sopra le terrazze di Pamukkale ed è una delle città antiche più affascinanti della Turchia. Fondata nel II secolo a.C. dai re di Pergamo, durante la dominazione romana è diventata un importante centro termale. Oggi si può passeggiare lungo la via dell’antica città e ammirare i resti ben conservati di diversi siti di epoca romana. Tra le prime testimonianze si incontra il teatro che poteva ospitare fino a 15.000 spettatori, poi le terme, i templi e soprattutto la necropoli che è una delle più vaste dell’Asia Minore, con moltissimi sarcofagi e monumenti funerari.

Giorno 7: Efeso, l’antica città romana

Per un bel viaggio indietro nel tempo, si può concludere il tour con una visita a Efeso, una delle città romane meglio conservate di tutto il Mediterraneo.

Biblioteca di Celso
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La Biblioteca di Celso, tra le testimonianze più belle ad Efeso

Sito di Efeso

Considerato uno dei siti archeologici più imponenti e meglio conservati del Mediterraneo, Efeso ha come simbolo la Biblioteca di Celso, costruita nel II secolo d.C. in onore del governatore romano Celso Polemeano. Accanto si trova il Grande Teatro, che poteva ospitare fino a 25.000 persone e oggi è ancora usato per concerti ed eventi. Non lontano si possono visitare i resti del Tempio di Artemide, una delle Sette Meraviglie del Mondo Antico.

Visitare la Turchia: tutti i consigli utili

Per i cittadini italiani non è richiesto il visto per soggiorni turistici fino a 90 giorni. È sufficiente il passaporto ma si può viaggiare anche con la carta d’identità valida per l’espatrio. I periodi migliori per un viaggio sono Primavera (aprile-giugno) e autunno (settembre-ottobre).

La Turchia è un Paese laico ma la maggioranza della popolazione è musulmana. Nelle grandi città non ci sono particolari restrizioni all’abbigliamento, mentre nei villaggi o aree rurali è preferibile vestirsi in modo più sobrio. Per entrare nelle moschee uomini e donne devono coprire gambe e spalle, inoltre, le donne devono indossare un foulard per coprire il capo.

Ritrovata in Italia un’antica tomba etrusca perfettamente conservata: la scoperta

Par : elenausai10
30 juin 2025 à 10:07

Gli etruschi rappresentavano un popolo unico nella penisola italica, diversi da tutti gli altri per lingua, costumi e cultura. In Italia, di insediamenti etruschi ne abbiamo diversi, in particolare in Umbria, Toscana e Lazio. Ed è proprio in quest’ultima regione che sono stati fatti ritrovamenti eccezionali durante gli scavi condotti nella necropoli di Caiolo, situata nell’area archeologica di San Giuliano a Barbarano Romano, in provincia di Viterbo.

Qui, davanti allo stupore del team di archeologi e ricercatori, è emersa una tomba ancora intatta, databile alla fase finale dell’epoca orientalizzante, alla fine del VII secolo a.C.

La scoperta della tomba etrusca completamente intatta

Tra le antiche culture che hanno abitato nel Mediterraneo, quella etrusca è sicuramente una delle più affascinanti ed enigmatiche. Nel nostro Paese vantiamo tanti luoghi dov’è possibile scoprirla e, uno di questi, è la Necropoli di Caiolo, tra i cimiteri etruschi più significativi dell’Italia centrale. Qui, tra le sue tombe, tra le quali spicca la più grande “Tomba della Regina” risalente al V secolo a.C., ne è emersa una completamente intatta che rappresenta una scoperta eccezionale.

Durante la campagna di scavo condotta dalla Baylor University, in collaborazione con un consorzio italiano composto da diversi ministeri della cultura, insieme ad autorità locali e funzionari del parco, è stata portata alla luce una camera funeraria intatta, contenente vasi ceramici finemente decorati nello stile etrusco-geometrico. La tomba contiene anche un letto funerario, una bacinella e diversi oggetti funerari in bronzo.

Secondo gli archeologi, la tomba risale alla fine del VII secolo a.C. e sta offrendo nuove informazioni sulle usanze funerarie e sulla struttura sociale degli Etruschi. Come ha dichiarato Barbara Barbaro, funzionaria archeologa della Soprintendenza: “È molto raro trovare una tomba intatta. Da qui la natura eccezionale di questa scoperta. Un contesto intatto non è solo fondamentale per la conservazione, ma anche perché ci offre una visione completa della vita attraverso il rituale della morte”.

L’importanza della Necropoli di Caiolo

Quella di Caiolo è una necropoli importantissima per conoscere la cultura etrusca in Italia, un sito archeologico che riserva sempre incredibili sorprese. Nel 2024, infatti, si sono concluse le operazioni di scavo e restauro presso la “Tomba della Salamandra”, la quale ha restituito un monile di pregio: uno scarabeo in corniola rossa, inciso con la figura di un guerriero a cavallo armato di lancia, databile al IV secolo a.C.

La Necropoli di Caiolo prende il nome dal colle su cui si estende e rappresenta una delle testimonianze più ricche e articolate della civiltà etrusca. Qui, oltre alla già citata Tomba della Regina, ci sono altre strutture interessanti come la Tomba del Cervo, la Tomba dei Letti, con quattro letti funebri destinati a due adulti e due bambini, e la Tomba della Cuccumella.

Si tratta di un patrimonio archeologico di pregio, dove gli scavi e le indagini vengono condotte dalla Baylor University of Texas su concessione del Ministero della Cultura sotto la direzione di Davide Zori e in stretta collaborazione con la Soprintendenza.

Una scoperta nel cuore delle Ande: il tempio perduto dei Tiwanaku torna alla luce in Bolivia

28 juin 2025 à 07:30

C’è un altopiano ventoso nel cuore della Bolivia dove il silenzio sembra custodire segreti antichi quanto il tempo. Siamo nel dipartimento di Oruro, a oltre 3.800 metri di quota e tra le curve di terra rossa e i pascoli di lama è emersa una scoperta che fa sognare archeologi e viaggiatori: un tempio cerimoniale mai identificato prima, risalente all’epoca della civiltà Tiwanaku, è stato portato alla luce sulla collina di Palaspata, nei pressi di Caracollo.

E se il nome Tiwanaku vi suona familiare, è perché parliamo di una delle civiltà più complesse e influenti dell’America precolombiana, vissuta secoli prima degli Inca sulle sponde del lago Titicaca. Una civiltà che ha lasciato tracce monumentali e rituali di straordinaria bellezza ma che ora, con questo nuovo sito, mostra un volto inedito, tutto da esplorare.

Palaspata: lama, valli fertili e antiche rotte commerciali

Il tempio di Palaspata si trova in una posizione da togliere il fiato – e non solo per l’altitudine. Siamo nel punto in cui convergono tre ecosistemi fondamentali: l’area del lago Titicaca con le sue risorse acquatiche, l’Altiplano arido, perfetto per l’allevamento di lama e le valli agricole di Cochabamba, un tempo grandi produttrici di mais. Una combinazione perfetta per farne un crocevia commerciale, ma anche un centro rituale pulsante di vita spirituale.

L’intero complesso misura quanto un isolato urbano: 15 recinti rettangolari disposti attorno a un grande cortile centrale, probabilmente allineato con il sole degli equinozi, a conferma della connessione tra agricoltura e cosmologia. Un tempio che, secondo gli studiosi, era usato per cerimonie collettive, scambi commerciali e qualche bicchiere di chicha rituale, una bevanda fermentata a base di mais, il cui arrivo qui a questa altitudine è già di per sé un piccolo mistero (o un segno della vivace rete commerciale tiwanakota).

Per i viaggiatori più curiosi, visitare Palaspata in Bolivia non è solo un tuffo nella storia: è un’immersione nei paesaggi mozzafiato dell’altopiano boliviano, tra colline silenziose, cieli immensi e comunità indigene che ancora oggi vivono in simbiosi con la terra.

Tiwanaku, ora c’è un nuovo motivo per viaggiare in Bolivia

Fino a oggi, chi voleva conoscere i Tiwanaku si spingeva fino al sito omonimo vicino al lago Titicaca, Patrimonio Unesco e tappa obbligata per gli amanti dell’archeologia andina. Ma da oggi, la scoperta del tempio di Palaspata cambia le carte in tavola, offrendo una nuova destinazione ancora fuori dai radar turistici, dove storia, spiritualità e natura si fondono in modo autentico e potente.

In più, il comune di Caracollo ha già avviato collaborazioni con gli archeologi per sviluppare percorsi di visita responsabili, che possano valorizzare il sito senza danneggiarlo, coinvolgendo le comunità locali. Un’opportunità unica per vivere l’archeologia come esperienza di viaggio, tra riti ancestrali, tramonti infuocati e la possibilità di vedere dal vivo un tempio sacro riemerso dal passato.

Che siate viaggiatori zaino in spalla o appassionati di civiltà antiche, la Bolivia vi aspetta con una nuova gemma tutta da scoprire. E chissà, forse tra le pietre millenarie di Palaspata, troverete anche voi una connessione spirituale che attraversa il tempo.

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