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Aujourd’hui — 23 septembre 2026SiViaggia

Il borgo in pietra che sfida le leggi di gravità e il trascorrere dei secoli: Peillon, perla della Costa Azzurra

23 septembre 2026 à 17:00

A più o meno 13 chilometri da Nizza, lontano dalla Riviera delle grandi passeggiate sul mare, la strada sale verso un gruppo di montagne raccolte attorno alla valle del Paillon. A un certo punto, tra la vegetazione, compare una massa compatta di pietra aggrappata alla roccia, e quello è Peillon, uno dei borghi abbarbicati più caratteristici delle Alpi Marittime.

Costruito a 376 metri di altitudine sopra uno sperone che domina il paesaggio, pare più una fortezza naturale perché le abitazioni sembrano stringersi l’una all’altra lungo il pendio, formando una sorta di spirale di muri, scale e archi. La posizione ha infatti dato origine al soprannome di “nido d’aquila“, particolarmente adatto alla sagoma del paese vista dalla valle.

Oggi la roccia, le case e gli edifici religiosi compongono un insieme assai omogeneo. Il Comune, tuttavia, comprende anche diverse frazioni, tra cui Borghéas, Châteauvieux, Les Mazues, Sainte-Thècle, Les Moulins e Les Novaines.

Cosa vedere a Peillon

La parte più interessante arriva dopo l’ingresso a questo borgo della Costa Azzurra: la strada lascia spazio alla pietra e il paesaggio cambia notevolmente scala.

La fontana di Place Arnulf

Place Arnulf rappresenta uno dei primi punti da raggiungere entrando nel vecchio villaggio. Al centro si trova la fontana risalente al 1800, iscritta nell’inventario dei Monumenti storici dal 1941.

Il manufatto conserva anche un dettaglio legato alla storia della fortificazione: parte delle pietre utilizzate per il suo basamento proviene infatti dall’antico portale del villaggio. Poco oltre si riconoscono ancora tracce della vecchia porta d’ingresso alla fortezza, con resti degli stipiti e dei cardini in ferro.

I vicoli medievali e i passaggi voltati

Il vero patrimonio di Peillon si trova, forse, nella trama urbana. Le case in pietra sono addossate lungo il pendio e lasciano spazio a una successione di scale, strette calades, arcate e passaggi coperti.

La conformazione racconta la necessità di sfruttare una superficie ridotta su uno sperone roccioso. Basta seguire la salita e osservare la continuità delle abitazioni, le aperture minuscole, gli archi costruiti tra una casa e l’altra e gli scorci improvvisi sulla valle per innamorarsene.

La chiesa della Trasfigurazione

In cima al paese si trova la chiesa parrocchiale di Saint-Sauveur, conosciuta anche come chiesa della Trasfigurazione. Sotto l’edificio attuale si conservano le tracce della precedente struttura fortificata.

Il particolare più curioso riguarda il mastio quadrato del castello, trasformato in campanile a partire dal XII secolo. La piccola chiesa originaria venne poi ampliata in più fasi, fino a diventare la struttura barocca attuale.

La cappella dei Penitenti Bianchi

Scendendo sotto il borgo si raggiunge uno dei tesori artistici più importanti di Peillon: la cappella Notre-Dame des Sept Douleurs, conosciuta anche quale cappella dei Penitenti Bianchi, risale alla metà del XV secolo.

Cappella Notre-Dame des Sept Douleurs, Peillon
iStock
Veduta della Cappella Notre-Dame des Sept Douleurs

All’interno vi è esposto un ciclo di affreschi realizzato da Giovanni Canavesio tra il 1485 e il 1490. Il pittore piemontese rappresentò scene della Passione di Cristo, creando un insieme sorprendentemente ricco per un edificio di dimensioni contenute. Dal 2000, tra le altre cose, è classificata come Monumento storico.

L’antica scuola e “Lux in tenebris”

Una pagina molto più recente della storia locale si trova nell’antica scuola di Peillon, sulla place de la Gleià. L’edificio conserva “Lux in tenebris”, affresco realizzato nel 1952 dal pittore peillonnais Charles Rocher de Gérigné. La scuola rimase attiva fino al 1956.

I ponti, le cappelle e gli oratori

Attorno al nucleo medievale sopravvive un patrimonio più discreto, formato da oratori, calvari e piccole cappelle. Tra queste figura la cappella di Saint-Roch, risalente al 1580 e restaurata nel 2004. Un antico ponte genovese accompagna inoltre il percorso verso Peille, nel vallone del Galambert.

Cosa fare a Peillon

La visita al vecchio borgo può diventare il punto di partenza per scoprire un territorio costruito intorno all’acqua, agli antichi percorsi e alla montagna. La parte più interessante, infatti, sta proprio oltre le facciate medievali.

  • Seguire i sentieri intorno al villaggio: per osservare Peillon da angolazioni diverse, con la sua massa di pietra raccolta sulla sommità dello sperone.
  • Percorrere il sentiero della Lourquière: significa affrontare un itinerario di circa 11 chilometri con partenza e arrivo alla stazione di La Grave-de-Peille. Il tracciato attraversa zone boscose e raggiunge il borgo prima di rientrare lungo un percorso panoramico.
  • Scoprire il patrimonio dell’acqua: porta verso gli antichi canali di irrigazione, le sorgenti di Sainte-Thècle e i vecchi mulini idraulici destinati alla produzione di olio e farina.
  • Visitare il museo ferroviario Flaminius Raiberti: bisogna spostarsi nella frazione di Sainte-Thècle, presso l’antica stazione. Il museo racconta la linea ferroviaria Nice-Coni attraverso documenti e oggetti legati alla vita dei ferrovieri. La visita è disponibile su appuntamento.
  • Provare l’arrampicata: aggiunge una prospettiva completamente diversa sul borgo. I settori attrezzati si sviluppano sul calcare della zona, con itinerari di difficoltà differenti e lunghezze comprese.

Dove si trova e come arrivare

Peillon si trova nel dipartimento delle Alpi Marittime, nella regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra, a circa 13 chilometri da Nizza. Il vecchio borgo occupa la parte alta del territorio comunale, mentre Sainte-Thècle si trova nella valle ed è il capoluogo amministrativo. In auto da Nizza si raggiunge la zona attraverso la valle del Paillon e la viabilità locale che sale verso il villaggio.

La parte medievale ha una struttura raccolta e va esplorata a piedi una volta lasciata l’auto nelle aree disponibili all’ingresso. Per chi preferisce il treno, la stazione di Peillon-Sainte-Thècle si trova nella valle, lungo la linea Nice-Breil-Tende. La ferrovia rappresenta anche un modo particolarmente interessante per comprendere la geografia del territorio, visto il forte dislivello tra la stazione e il vecchio borgo.

La salita verso Peillon lascia progressivamente alle spalle la dimensione moderna della Riviera. Le case di Sainte-Thècle restano nella valle, mentre più in alto ricompare quella compatta geometria di pietra che rende il paese riconoscibile da lontano. Una volta dentro, la Costa Azzurra sembra appartenere a un altro pianeta.

Nascosto tra le Alpi c’è un gioiello barocco che custodisce leggende e antiche ricette: l’Abbazia di Ettal

23 septembre 2026 à 16:00

Nel paesaggio delle Alpi bavaresi, tra le montagne dell’Ammergau, l’Abbazia di Ettal si staglia nel cielo con le sue torri massicce e una grande cupola che domina il piccolo paese omonimo. Se già dalla strada, per la precisione dalla B23, è possibile avere una prima vista dell’imponente architettura monastica, è solo entrando nel recinto abbaziale che l’emozione diventa tangibile.

Un giardino leggermente inclinato conduce verso gli edifici, mentre la basilica occupa il centro della scena con una facciata monumentale e due campanili dalle forme differenti. Ettal appartiene ancora alla comunità benedettina e accanto alla vita religiosa ospita attività legate alla produzione della birra e dei liquori, una scuola superiore, un negozio monastico e altre realtà nate attorno di essa.

Breve storia e leggende dell’Abbazia di Ettal

La storia di questa abbazia della Germania inizia nell’aprile del 1330 con Ludovico IV di Baviera, conosciuto anche come Ludovico il Bavaro. Il sovrano fondò il monastero dopo il ritorno dalla campagna militare in Italia e legò la fondazione a un voto. L’idea di base aveva anche finalità pratiche, legate allo sviluppo del territorio, alla sicurezza delle vie di comunicazione e alla creazione di una fondazione destinata ai cavalieri e alle loro mogli.

Attorno alla fondazione è nata una leggenda strettamente legata alla statua della Madonna: secondo il racconto tramandato, un angelo avrebbe indicato a Ludovico un‘immagine sacra e gli avrebbe affidato il compito di fondare un monastero. La tradizione racconta inoltre che la statuetta arrivò dall’’Italia e che Ludovico la ricevette dalla città di Pisa.

La scultura in marmo bianco raffigura Maria con Gesù Bambino tra le braccia. In origine aveva una decorazione pittorica, mentre durante il periodo barocco venne rivestita con abiti preziosi. La venerazione cominciò già dopo la fondazione e trasformò Ettal in una meta di pellegrinaggio.

La prima chiesa venne completata nel 1370, dopo circa 40 anni di lavori. Nel 1710 l’abbazia ospitava anche un’accademia cavalleresca, considerata una delle istituzioni di istruzione superiore più importanti del periodo. Il momento più drammatico fu nel 1744, quando un incendio distrusse l’edificio religioso e gran parte del monastero.

La ricostruzione trasformò profondamente l’aspetto del complesso, con e Enrico Zucalli e Joseph Schmuzer che furono tra i principali artefici della nuova architettura, insieme agli artisti attivi nella decorazione degli interni. Una parte essenziale di questa stagione artistica porta la firma di Johann Baptist Zimmermann, Johann Georg Üblherr e Johann Jakob Zeiller, i quali hanno dato vita a una delle espressioni più spettacolari del barocco bavarese, con una straordinaria concentrazione di stucchi, pitture e sculture.

La storia religiosa subì poi una brusca interruzione con la secolarizzazione, che portò alla soppressione dell’abbazia. I benedettini tornarono all’inizio del XX secolo, riportando vita alla comunità monastica.

La visita tra la basilica, il chiostro e le antiche attività monastiche

La basilica merita tempo soprattutto per la quantità di dettagli racchiusi nella sua struttura centrale. Ben 11 finestre contribuiscono alla luminosità dell’interno, mentre lo sguardo sale verso la grande cupola affrescata da Johann Jakob Zeiller. La scena raffigura una moltitudine di santi riuniti sotto la Trinità e crea l’effetto di un cielo aperto sopra la navata.

Cupola Abbazia di Ettal, Germania
iStock
La bellissima Cupola dell’Abbazia di Ettal

Al centro del presbiterio si trova il monumentale altare maggiore, completato nel 1790 dopo la ricostruzione successiva all’incendio. La Madonna di Ettal occupa il punto più prezioso dell’altare, all’interno di un ricco baldacchino ornato da intagli dorati, colonne e pietre preziose. La piccola scultura appare così inserita in una cornice molto più grande delle sue dimensioni, quasi fosse un gioiello custodito all’interno della basilica.

La pala dell’altare maggiore raffigura l’Assunzione di Maria ed è opera di Martin Knoller. La scena completa la composizione del presbiterio insieme alla statua venerata e alle decorazioni circostanti. Ai lati della navata si susseguono sei altari laterali realizzati nella metà del ‘700. Le opere scultoree appartengono a Johann Baptist Straub e tra i soggetti raffigurati ci sono la Sacra Famiglia e Cristo risorto con gli Apostoli.

Merita attenzione anche il pulpito del 1759-1760, impreziosito dal rilievo dorato della Natività di Gesù, anch’esso legato alla produzione di Straub. Poco distante si trova il busto di Padre Rudolph Mayer, collocato in ricordo del suo esilio forzato durante il regime nazista. L’organo barocco risale invece al 1763 circa e fu costruito da Johann Georg Hörterich di Dirlewang, presso Mindelheim.

Poi c’è la sacrestia che rappresenta un altro gioiello del complesso: qui l’ambiente rococò conserva decorazioni e arredi di grande pregio ed è considerato una delle più belle sacrestie rococò della Germania meridionale. Dal corpo principale della basilica si raggiunge anche il Kreuzgang, il chiostro dell’abbazia, con le tombe dei monaci sepolti nel corso dei secoli.

La visita può poi proseguire attraverso le attività produttive legate al monastero. Ne è un esempio il birrificio abbaziale che risale al 1609 e che mantiene una tradizione di produzione della birra bavarese. Accanto alla birreria opera il liquorificio, legato a ricette tramandate da circa 400 anni. L’esperienza può continuare anche con una visita a un caseificio locale, ovvero dove si producono formaggi e latticini della regione, oppure presso un laboratorio di intaglio del legno.

Infine all’esterno, vicino all’ingresso occidentale, si trova anche la Schwedensäule, la Colonna degli Svedesi, monumento legato alla Guerra dei Trent’anni.

Dove si trova e come arrivare

L’abbazia prende vita nel piccolo paese di Ettal, nella regione alpina dell’Ammergau, lungo la B23. La posizione colloca il monastero tra Garmisch-Partenkirchen e Oberammergau, in uno scenario dominato dalle montagne dell’Ammergebirge. Garmisch-Partenkirchen dista circa 12 km verso sud, mentre Oberammergau si trova a circa 5 km verso nord.

Per chi arriva dall’Italia, il confine del Brennero è a circa 115 km passando per Garmisch-Partenkirchen e Innsbruck. La basilica dispone di percorsi e rampe accessibili anche alle persone con mobilità ridotta.

Ettal fa capire che questo è un luogo in grado di tenere insieme epoche molto diverse senza trasformarsi in un semplice monumento. La Madonna arrivata dall’Italia nel 1330 continua a occupare il centro della devozione, la cupola settecentesca racconta la magnificenza del barocco, le campane scandiscono ancora la vita religiosa e il birrificio prosegue una tradizione iniziata oltre 400 anni fa.

Inizia l’autunno e torna la stagione del foliage: 5 esperienze da vivere tra boschi e colori

Par : losiangelica
23 septembre 2026 à 11:00

L’autunno è arrivato. Quello astronomico, per la precisione, è iniziato mercoledì 23 settembre 2026 alle 2.05, con l’equinozio che ha chiuso ufficialmente l’estate nell’emisfero boreale. Fuori dalle definizioni astronomiche, però, la nuova stagione si riconosce in modo molto più semplice. Basta guardare cosa succede intorno. Le giornate perdono qualche minuto di luce, le mattine diventano più fresche. Nei boschi compaiono i primi gialli e sulle montagne le trasformazioni iniziano prima, mentre a quote più basse bisognerà aspettare ancora un po’. Poi arriveranno i rossi, il rame, le sfumature quasi viola di certe vigne, le foglie che si accumulano sui sentieri.

È l’inizio della stagione del foliage, che non si esaurisce nella classica passeggiata nel bosco con macchina fotografica al collo. Nel 2026 si può aspettare il cambio di colore seduti accanto al finestrino di un treno, seguire una guida dentro una faggeta, pedalare tra vigne ormai vendemmiate. Oppure andare a caccia del riflesso perfetto sulle acque di un lago e scoprire giardini botanici dove l’autunno convive ancora, per qualche settimana, con le ultime fioriture.

Ecco 5 modi diversi per godersi l’autunno e la stagione del foliage con esperienze imperdibili.

Guardare il foliage dal finestrino di un treno

Tra gli appuntamenti ormai classici c’è il Treno del Foliage sulla ferrovia Vigezzina-Centovalli, che nel 2026 torna dal 10 ottobre al 15 novembre lungo i 52 chilometri fra Domodossola e Locarno. Il percorso attraversa la Valle Vigezzo e le Centovalli svizzere, infilando boschi, piccoli centri, ponti e vallate che nel pieno dell’autunno cambiano completamente tono. Il biglietto speciale comprende andata e ritorno e permette anche una fermata intermedia.

Panoramico in valle Vigezzo
Ufficio Stampa
Il paesaggio autunnale visto dal Treno del Foliage

Domodossola è anche il punto di partenza di un altro viaggio adatto alla stagione, il Trenino Verde delle Alpi, diretto verso Berna lungo la linea del Lötschberg. Qui il viaggio può essere spezzato: si scende e si riparte, magari per raggiungere Thun, Kandersteg o Frutigen. La carta giornaliera 2026 costa 77 euro per gli adulti e 25 euro per i ragazzi e comprende anche la navigazione sul Lago di Thun.

Poi c’è la Toscana, con tutt’altra atmosfera e uno dei treni del foliage più interessanti di quest’autunno. Il Treno Natura rimette sui binari locomotive a vapore e vecchie carrozze, accompagnando l’autunno nelle Crete Senesi e in Val d’Orcia. Il calendario parte il 10 ottobre con il viaggio da Siena verso Abbadia San Salvatore per la Festa d’Autunno, seguito l’11 ottobre dalla corsa verso Vivo d’Orcia dedicata ai sapori e ai profumi dei boschi dell’Amiata.

Partecipare a una gita nei parchi naturali

Il cambio ora autunnale è alle porte e mentre c’è chi ama godersi un’ora di riposo in più c’è anche chi vuole sfruttare le ore di luce disponibili per una gita fuori porta. Foglie secche sotto gli scarponi, acqua nei torrenti, qualche ramo che cade. E spesso il foliage è soltanto una parte di quello che succede nei parchi in queste settimane. Le Foreste Casentinesi, tra Toscana ed Emilia-Romagna, hanno costruito intorno alla stagione un vero calendario. Autunno Slow 2026 prosegue da settembre a novembre con escursioni, appuntamenti naturalistici, attività legate al bramito del cervo, fotografia, prodotti dell’Appennino e iniziative dedicate alle famiglie. Imperdibile anche il Festival del Fall Foliage che coinvolge territori come San Godenzo e Bagno di Romagna oltre a Santa Sofia e Badia Prataglia dove, proprio in quest’ultima, dal 24 al 25 ottobre è attesa la tradizionale Festa della Castagna.

Passeggiata nelle Foreste Casentinesi in autunno
iStock
Il foliage nelle Foreste Casentinesi in Toscana

Poco più a nord, anche il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano segue il cambio di stagione. Nel programma 2026 compare l’escursione “Foliage in Riserva” dell’11 ottobre a Corniglio, seguita il 17 ottobre da un’uscita nella faggeta dedicata proprio alla “fioritura autunnale” della foresta. Il 24 ottobre si torna invece nell’area del Rifugio Lagdei per una camminata serale.

Un’altra opportunità? Quella dei Boschi di Carrega, in provincia di Parma: con una tavolozza di colori unica e frizzante, nelle giornate più limpide regalano scorci particolarmente suggestivi. Tra foglie e silenzio, regalano una piacevole sensazione di relax.

Boschi di Carrega vista panoramica
Davide Bianchi
Il foliage nei Boschi di Carrega

Il bosco d’autunno cambia ancora scendendo verso l’Abruzzo. Nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise il calendario di ottobre comprende trekking tra i colori autunnali, escursioni con gli asini, uscite dedicate ai cervi e, dal 23 al 25 ottobre, anche un workshop fotografico sulla stagione. Ci sono appuntamenti nelle zone di Pescasseroli, Civitella Alfedena, Villetta Barrea e Lecce nei Marsi.

Pedalare tra i vigneti in autunno

In Monferrato, tra fine settembre e novembre, il paesaggio vitato diventa uno dei modi più semplici per vedere l’autunno senza entrare davvero in un bosco. Le colline possono essere attraversate a piedi, in auto oppure in bicicletta, passando da un paese all’altro. Alexala propone per il 2026 anche un’esperienza fotografica nel Monferrato UNESCO, disponibile dal 30 settembre al 30 novembre, con tappe tra borghi, colline e Sacro Monte di Crea.

Panorama del Monferrato in autunno
Carlo Stoppato
Godersi il foliage del Monferrato

Per chi sceglie la bici, una delle zone da tenere d’occhio è quella intorno a Vignale Monferrato, dove le strade si muovono tra filari, piccoli borghi e gli infernot, le cantine sotterranee scavate nella pietra che caratterizzano questo territorio. In autunno i vigneti smettono di essere uno sfondo verde uniforme: ogni appezzamento sembra prendere una direzione diversa, dal giallo al mattone, dal rosso al bruno.

Un ottimo itinerario in bici è anche quello che riguarda le Langhe e il Roero, si trovano splendidi percorsi da affrontare su due ruote (anche in e-bike) per sfiorare vigne variopinte, borghi e castelli.

Qualcosa di simile succede sui Colli Piacentini. A Vernasca, la Cantina Visconti ha in calendario nel 2026 il “Sabato nel Foliage”: ogni sabato di ottobre, il 3, 10, 17, 24 e 31, si scende nei vigneti nel pomeriggio, tra i colori della Valle dello Stirone e i profumi dei mosti che stanno lavorando in cantina.

Imperdibile anche un bell’itinerario tra le colline del Prosecco: degustazioni, borghi e castelli possono essere esplorati anche con il noleggio di e-bike per non fare troppa fatica e godersi lo splendido panorama.

Cercare i colori riflessi nei laghi

Il foliage sul lago raddoppia. Alberi sopra, alberi sotto. Almeno quando il vento concede qualche minuto di tregua. È uno dei motivi per cui i laghi di montagna diventano particolarmente scenografici tra ottobre e novembre. In Abruzzo c’è il Lago di Barrea, circondato dai rilievi del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise: da Villetta Barrea e dai sentieri vicini si passa in poco spazio dall’acqua al bosco, con le montagne che fanno da quinta. Proprio quest’area ricorre in numerose escursioni autunnali organizzate nel Parco durante ottobre.

Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise - L'autunno con fogliame
iStock
La magia del foliage nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise

Sulle Alpi il gioco dei riflessi cambia ancora. Viaggiando sulla direttrice del Trenino Verde delle Alpi si possono combinare ferrovia e acqua: il biglietto giornaliero comprende la navigazione sul Lago di Thun, mentre lungo l’itinerario si aprono deviazioni verso scenari alpini come Kandersteg e il lago di Oeschinen.

Entrare nei giardini dove il foliage incontra le fioriture

Non tutti i colori dell’autunno vengono dalle foglie. Nei grandi giardini botanici settembre e ottobre sono settimane strane, sospese: alcune fioriture resistono, mentre alberi e arbusti hanno già cominciato a cambiare veste. Al Parco Giardino Sigurtà, a Valeggio sul Mincio, il Festival d’Autunno 2026 comincia proprio il 23 settembre e prosegue fino al 15 novembre, ultimo giorno di apertura della stagione. A fare la parte principale sono gli oltre 500 aceri giapponesi, insieme a ginkgo biloba, liquidambar, metasequoie, querce, carpini e liriodendri. Il risultato cambia settimana dopo settimana.

Nel calendario entrano anche appuntamenti che sfruttano il giardino in modo meno tradizionale: giornate dedicate agli artisti il 26 settembre e il 17 ottobre, eventi per bambini, Halloween e, il 18 ottobre, un’iniziativa che comprende anche una mongolfiera con volo vincolato per una parte dei partecipanti.

Sul Lago Maggiore, i Giardini Botanici di Villa Taranto giocano invece su due stagioni contemporaneamente. Da ottobre comincia ufficialmente il periodo del fall foliage, con aceri, castagni e grandi querce che cambiano colore. Ma nello stesso momento non è ancora finita la stagione dei fiori: la fioritura delle dalie prosegue fino alla fine di ottobre e il giardino ne ospita oltre 1.300 piante, appartenenti a circa 170 cultivar.

Scoperta la Tomba della Camera di pietra: “Un nuovo importante tassello nella ricostruzione della storia archeologica di Vulci”

23 septembre 2026 à 10:53

“La Tomba della Camera di pietra rappresenta un nuovo importante tassello nella ricostruzione della storia archeologica di Vulci”, afferma Carlo Casi, direttore del Parco naturalistico archeologico di Vulci in provincia di Viterbo.

La monumentale tomba etrusca appena riemersa dalla campagna di scavo in corso nel sito archeologico, che coincide con la ex metropoli dell’Etruria marittima, racconta l’élite di 2600 anni fa. Dentro la Tomba della Camera di pietra, nella necropoli della Polledrara, sono stati ritrovati raffinati tesori e reperti ancora intatti. Tra questi, un servizio da banchetto, una rara calzatura femminile, alcune armi, delle ceramiche greche e persino dell’oro.

La nuova scoperta a Vulci

“La conservazione di parte delle deposizioni in situ, la varietà e la qualità dei materiali e la possibilità di confrontare il complesso con contesti vulcenti già noti, ma spesso privi della documentazione archeologica originaria, offrono nuove prospettive per lo studio della società, dei rituali funerari e delle relazioni mediterranee di Vulci alla fine del VII secolo a.C.”, ha spiegato Casi.

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@Carlo Casi
Il sito archeologico del Parco di Vulci

Il grande ambiente funerario, chiamato Tomba della Camera di pietra, svela le abitudini dell’aristocrazia vulcente della fine del VII secolo a.C., uno dei momenti di maggiore prosperità della città e di più intensa apertura verso il Mediterraneo.

Gli archeologi hanno potuto esplorare integralmente le tre camere funerarie della tomba. Nonostante le manomissioni subite nel corso dei secoli, numerosi materiali sono rimasti protetti grazie al crollo delle coperture e delle pareti, costruite in grandi blocchi di nenfro inseriti nei depositi naturali di sabbia, ghiaia e argilla legati all’antico corso del fiume Fiora, consentendo di recuperare materiale di eccezionale interesse.

Il materiale recuperato comprende ceramiche greche di produzione attica e corinzia, raffinati vasi locali in impasto decorato e bucchero, armi, elementi facenti parte di un carro, monete, lamine d’oro e di bronzo, elementi di osso e avorio lavorati e numerosi oggetti di ornamento e di abbigliamento personale, tra cui una rara calzatura femminile.

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@Carlo Casi
Gli ultimi scavi effettuati a Vulci

Di particolare importanza sono alcuni elementi rimasti intatti nelle camere laterali. “Tra questi un tripode in bronzo associato a una lucerna in gesso alabastrino, probabilmente proveniente dall’area di Naucrati o di Rodi”, si legge su Viterbo Today “e un eccezionale servizio da banchetto nella rara classe locale della Polledrara Ware, composto da phialai, olpai, hydriai e dinoi con decorazioni policrome, alcuni ancora conservati nelle loro posizioni originarie, insieme a vasi in bucchero, una grattugia per la preparazione del vino e una rara grande coppa policroma del cosiddetto Wild goat style (“stile delle capre selvatiche”, così denominato per via dell’animale più comunemente rappresentato) ionico”.

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@Carlo Casi
Il team di ricerca degli archeologi di Vulci

Le ricerche, realizzate nell’ambito del progetto internazionale “Ritorno a Vulci“, partito nel 2023 e che riunisce École française de Rome, Sapienza Università di Roma e British Museum, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale, la Direzione regionale Musei nazionali Lazio e la Fondazione Vulci, hanno permesso di identificare il recinto circolare del cosiddetto Tumulo Gsell, già scoperto dall’École française de Rome nel 1889, ma mai completamente scavato, e di riportare alla luce la grande tomba monumentale all’interno del complesso funerario.

“La nuova scoperta conferma così l’importanza della ricerca archeologica come strumento non solo per riportare alla luce nuovi reperti, ma anche per ricomporre frammenti di una storia dispersa, restituendo a Vulci e al suo patrimonio una dimensione internazionale e una nuova possibilità di lettura scientifica”, ha commentato Casi.

 

L’Italia domina gli Oscar delle spa: è la migliore destinazione al mondo per il benessere

23 septembre 2026 à 07:30

L’Italia è la nuova regina mondiale del benessere. A incoronarla sono stati i World Spa Awards 2026, tra i riconoscimenti internazionali più importanti dedicati all’eccellenza nel settore spa e wellness, giunti quest’anno alla loro dodicesima edizione.

Il Belpaese è stato nominato migliore destinazione spa al mondo, interrompendo il dominio di Dubai che è stata vincitrice della categoria nelle quattro edizioni precedenti. Ma il successo italiano non finisce qui: tra le strutture premiate a livello mondiale figurano anche altre eccellenze. Dalle Dolomiti alle colline del Lazio, passando per il Lago di Como, Bergamo e il Chianti, la selezione disegna una vera e propria mappa del benessere italiano, tra trattamenti innovativi, paesaggi spettacolari e percorsi pensati per rigenerare corpo e mente.

L’Italia è la migliore destinazione spa al mondo

Il riconoscimento più importante è quello assegnato all’Italia, incoronata migliore destinazione spa al mondo nel 2026. Un risultato che premia un’offerta particolarmente varia, capace di unire la tradizione termale a strutture contemporanee, medical spa, retreat immersi nella natura e resort di lusso.

A rafforzare il primato sono due eccellenze italiane che hanno conquistato altrettanti premi mondiali: Lefay SPA World at Lefay Resort & SPA Dolomiti, a Pinzolo, in Trentino, è stata nominata migliore resort spa al mondo. Un centro benessere che si estende su 5.000 metri quadrati e comprende piscine, saune, aree relax e spazi dedicati al fitness, in un ambiente che combina pratiche occidentali e discipline orientali.

Palazzo Fiuggi, nel Lazio, ha invece ottenuto il titolo di migliore wellness retreat al mondo. La struttura dispone di circa 6.000 metri quadrati dedicati al benessere e alla medical spa e propone programmi personalizzati orientati, tra gli altri, alla longevità, alla rigenerazione, al detox e al raggiungimento del peso ottimale.

Le migliori spa al mondo

I World Spa Awards 2026 svelano le migliori spa globali in diversi ambiti, dalle spa d’hotel a quelle nel deserto, dalle spa nelle lounge portuali alle eco-spa. Tra i riconoscimenti internazionali più importanti figurano:

  • Migliore resort spa al mondo: Lefay SPA World at Lefay Resort & SPA Dolomiti (Italia);
  • Migliore wellness retreat al mondo: Palazzo Fiuggi (Italia);
  • Migliore spa d’hotel al mondo: Guerlain Wellness Spa at Waldorf Astoria New York (Stati Uniti);
  • Migliore destinazione spa al mondo: Italia;
  • Migliore spa termale e minerale al mondo: SPA 3000 at AQUA DOME – Tirol Therme Längenfeld (Austria);
  • Migliore destinazione wellness al mondo: Svizzera;
  • Migliore spa nel deserto al mondo: Six Senses Spa at Six Senses Southern Dunes, The Red Sea (Arabia Saudita);
  • Migliore spa su un’isola privata al mondo: Waldorf Astoria Spa Maldives Ithaafushi (Maldive);
  • Migliore spa in una lounge aeroportuale al mondo: Air France by Sisley;
  • Migliore eco-spa al mondo: Spa L’Occitane en Provence at Le Couvent des Minimes (Francia);
  • Migliore spa femminile al mondo: Kintsugi Space (Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti);
  • Migliore nuova resort spa al mondo: Asaya Spa at Rosewood Mandarina (Messico);
  • Migliore nuova spa d’hotel al mondo: Guerlain Wellness Spa at Waldorf Astoria New York (Stati Uniti);
  • Migliore city resort spa al mondo: Guerlain Spa at One&Only Aesthesis (Grecia);
  • Migliore spa al mondo per il design: The Spa at Desert Rock (Arabia Saudita).

Le migliori spa d’Europa

Il dominio italiano prosegue anche nella classifica europea. L’Italia è stata infatti nominata migliore destinazione spa d’Europa, mentre Lefay SPA World e Palazzo Fiuggi hanno confermato il loro primato anche a livello continentale, rispettivamente come migliore resort spa e miglior wellness retreat.

Il premio per la migliore spa d’hotel d’Europa è andato alla Guerlain Spa at Raffles London at The OWO, ospitata in uno degli indirizzi più prestigiosi della capitale britannica. Sempre in Inghilterra si trova The Langley Spa, vincitrice nella categoria riservata alle spa dei country house hotel.

Le migliori spa d’Italia

Sono 5 le strutture italiane che si sono aggiudicate i principali premi nazionali dei World Spa Awards 2026.

Il titolo di migliore spa d’hotel d’Italia è stato assegnato a The Spa at Mandarin Oriental, Lago di Como, affacciata sulle acque del Lario. La struttura comprende sei sale per i trattamenti, due Spa Suite private, un giardino zen e una zona umida con vista sul lago, dotata di idromassaggio, piscina di ghiaccio, sauna finlandese, bagno turco e docce sensoriali.

Palazzo Fiuggi ha conquistato il riconoscimento di migliore wellness retreat d’Italia, mentre Lefay SPA World at Lefay Resort & SPA Dolomiti è stata eletta migliore resort spa del Paese. Per entrambe le strutture, il premio nazionale si aggiunge ai riconoscimenti ottenuti a livello europeo e mondiale.

A Bergamo si trova invece ChorusLife Immersive SPA, nominata migliore day spa d’Italia. Il centro propone un’esperienza contemporanea e immersiva, articolata in ambienti ispirati a culture e rituali differenti, con spazi che si estendono anche all’aperto e regalano viste panoramiche sulla città.

Completa il quadro COMO Shambhala Castello Del Nero, eletta migliore spa italiana in un country house hotel. Immersa tra le colline del Chianti e raggiungibile sia da Firenze sia da Siena, dispone di suite termali, studio di yoga e Pilates, palestra, piscina e sette sale per i trattamenti.

Minerva – La scuola, le location del teen drama sono perle del patrimonio storico-artistico campano

22 septembre 2026 à 18:00

Il back to school di Netflix ha un sapore tutto d’altri tempi: dal 22 settembre 2026 infatti arriva sulla piattaforma Minerva – La scuola, la nuova serie di Ivan Silvestrini (che i più ricorderanno per la regia delle prime stagioni di Mare Fuori) ambientata in un rigido liceo militare napoletano dove la sveglia è l’alba, smartphone e abiti civili sono banditi e persino innamorarsi è sconsigliabile per gli studenti.

Ecco le location, vere chicche storiche della Campania, dov’è girato il nuovo school drama che ha nel cast tra gli altri Massimiliano Gallo, Cristiana Capotondi, Irene Maiorino e Raiz.

Di cosa parla

Il Minerva è un prestigioso liceo militare. Qui si ritrovano al primo anno i tre protagonisti della nuova serie Netflix: Vincenzo (Biagio Venditti), un ragazzo che sogna di fare la stessa carriera militare del padre; Camilla (Margherita Buoncristiani) che viene dal nord da una famiglia ricca che l’ha viziata e che, ora, iscrivendola a una scuola militare prova a rimetterla in riga e Salvo (Ciro Minnopoli), un ragazzo cresciuto in una casa famiglia della periferia napoletana che si è iscritto al Minerva solo per cercare di capire cosa sia successo davvero l’anno prima all’amico Francesco mentre frequentava la scuola.

"Minerva - La scuola": il nuovo teen drama di Ivan Silvestrini ambientato in un liceo militare napoletano
Ufficio stampa Netflix
Il cast della serie “Minerva – La scuola”

Accanto a loro si muovono i grandi: Achille Giordano, il severissimo (almeno all’apparenza) direttore della scuola interpretato da Massimiliano Gallo; una giovane professoressa di storia e filosofia interpretata da Cristiana Capotondi che è l’unica a mettere in discussione le rigide regole della scuola e a spingere gli alunni a porsi domande; la maggiore Teresa Bonaiuto, personaggio a cui dà il volto Irene Maiorino e in cui rigore ed empatia si incontrano.

"Minerva - La scuola": di cosa parla il nuovo teen drama Netflix
Ufficio stampa Netflix
Una scena di “Minerva – La scuola”

Dov’è stata girata la serie

Tutto nella serie Minerva – La scuola gira, insomma, attorno al liceo: anche visivamente e ciò non può non avere influito nella scelta delle location.

La Reggia di Portici

Per rimarcare l’aura di prestigio che avvolge la scuola a interpretare sullo schermo la Minerva è stata scelta, anche grazie al supporto della Film Commission Regione Campania, la Reggia di Portici.

Costruita nel 1738 per volere del re di Napoli Carlo di Borbone e della moglie Maria Amalia di Sassonia in una zona già ben frequentata dalle famiglie aristocratiche del tempo, è rimasta per tempo a uso della corte borbonica prima di diventare, com’è oggi, sede tra l’altro della Facoltà di Agraria dell’Università Federico II.

La magnificenza degli spazi, che ricordano quelli di altre residenze borboniche come soprattutto la più famosa Reggia di Caserta, si deve ad architetti come Luigi Vanvitelli coinvolti nella progettazione. L’arredamento “alla francese”, ispirato allo sfarzo della corte di Luigi XIV, si deve al soggiorno di Gioacchino Murat.

All’interno della Reggia di Portici tra i luoghi dov’è stata girata Minerva – La scuola è facile riconoscere la biblioteca con le storiche scaffalature che conservano un corpus importante di opere del Settecento e dell’Ottocento, molte in edizione originale.

La Sala Pompeiana, chiamata così per la presenza di affreschi che ricordano nei colori e negli elementi decorativi quelli delle ville romane di Pompei, è stata trasformata nella serie nell’ufficio del comandante.

La sala professori è invece la Sala del Consiglio, riconoscibile dalle pareti tappezzate di una speciale seta gialla prodotta a San Leucio – frazione di Caserta che Ferdinando VI provò a trasformare in una comunità utopica in grado di sopravvivere autonomamente grazie all’arte manufatturiera – unica tappezzeria originale sopravvissuta nella Reggia.

Molte scene delle nuova serie Netflix "Minerva - La scuola" sono girate alla Reggia di Portici
Ufficio stampa Netflix
La spettacolare sala professori della Minerva

Il test di ingresso e la cerimonia dello spadino, due momenti clou per il percorso degli studenti all’interno della Minerva, si svolgono nei locali della Sala delle Guardie: uno spazio antistante all’appartamento reale, facile da riconoscere per l’affresco sul soffitto che celebra il buon governo dei Borbone.

Il rito dell’alzabandiera che segna l’inizio di ogni nuova giornata alla scuola viene eseguito nell’iconico cortile posteriore della Reggia: di forma a esedra, tagliato in due da quella che un tempo era la strada delle Calabrie, è affacciato sul mare e sui giardini del parco inferiore e ospita – tra le attrazioni più curiose della Reggia – un orologio analemmatico solare.

La Reggia di Portici è stata trasformata da Netflix nel liceo militare dov'è ambientata "Minerva - La scuola"
Ufficio stampa Netflix
Una scena dell’alzabandiera in “Minerva – La scuola”

Villa Campolieto

Man mano che negli otto episodi della serie la vicenda misteriosa di Francesco viene a galla c’è un ambiente, quello dei sotterranei della scuola, che assume tanta importanza quanta ne hanno quelli ufficiali delle aule, delle sale professori, degli uffici e degli spazi comuni. Le scene all’interno dei sotterranei della Minerva sono state girate in una location non meno prestigiosa dal punto di vista storico e architettonico: Villa Campolieto.

Si tratta di una residenza aristocratica collocata lungo quello che è conosciuto come Miglio d’Oro: un tratto di statale – ancora la vecchia strada regia per le Calabrie – tra Ercolano e Torre del Greco punteggiato da residenze nobiliari borboniche. Oggi di proprietà della Fondazione Ville Vesuviane e aperta al pubblico, Villa Campolieto fu commissionata a metà Settecento dal Principe Luzio De Sangro, Duca di Casacalenda, all’architetto Mario Gioffredo, poi sostituito in corsa da Luigi Vanvitelli.

Tra gli elementi più caratteristici della villa, chiaramente riconoscibili in molte scene del nuovo school drama di Netflix, ci sono la facciata posteriore con il colonnato ellittico che si affaccia sul mare e l’ampio scalone ispirato a quello della Reggia di Caserta con una rampa centrale e due laterali, arricchito da un mascherone, una grottesca e un vestibolo a nicchie occupate da statue con soggetti mitologici.

C'è anche Villa Campolieto, a Ercolano, tra le location di "Minerva - La scuola"
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L’imponente scalone di Villa Campolieto

All’interno uno degli ambienti più prestigiosi è la sala da pranzo con il soffitto affrescato da figure allegoriche e la riproduzione di un fondo coltivato a vigne dove la famiglia amava intrattenersi con gli ospiti.

Tra i luoghi dov'è stata girata la serie "Minerva - La scuola" c'è Villa Campolieto a Ercolano
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I magnifici affreschi di Villa Campolieto

Dal terrazzo di Villa Campolieto si gode di una vista unica sul Golfo di Napoli con Capri, la Penisola Sorrentina, Ischia e Posillipo sullo sfondo.

Gli assolati panorami che in questi anni hanno fatto di Napoli e dintorni set molto apprezzati dalle produzioni internazionali per il piccolo e per il grande schermo fanno da contrappunto, nella serie, alle vicende a tratti oscure che animano la comunità scolastica: anche le location di Minerva – La scuola riflettono, in altre parole, il dualismo teso tra ciò che avviene alla luce del giorno e ciò che si muove dietro le quinte del prestigioso liceo militare.

"Minerva - La scuola": i luoghi dov'è girata la serie Netflix in Campania
Ufficio stampa Netflix
Il Golfo di Napoli in una scena di “Minerva – La scuola”

Hier — 22 septembre 2026SiViaggia

Nel borgo della fine del mondo: El Tablado, il villaggio tra due grandi gole di La Palma

22 septembre 2026 à 17:00

Isolato dal resto del mondo da due giganteschi tagli nella terra, El Tablado è un piccolo nucleo rurale che sorge nell’estremo nord-ovest dell’Isola di La Palma. Il borgo, infatti, resiste allo scorrere del tempo tra due gole, circondato da un paesaggio nel quale natura e agricoltura convivono da secoli.

Inserito nell’omonimo Paesaggio Protetto, la sua è una superficie particolare: 221,9 ettari che però salgono dai 220 ai 1030 metri di altitudine. A prima vista colpisce il silenzio, poi arrivano i dettagli come le terrazze agricole che seguono i pendii, gli orti che occupano piccoli appezzamenti e la vegetazione che risale lungo i versanti.

In passato l’insediamento raggiunse quasi 400 abitanti e conobbe una fase di prosperità legata soprattutto all’agricoltura e alla gestione delle risorse forestali. L’emigrazione e i cambiamenti socio-economici del XX secolo hanno modificato profondamente questo equilibrio, fino a ridurre la popolazione a poco più di 40 residenti. Eppure, la magia rimane: questa è la fine del mondo, ma fatta di montagne, oceano e silenzio.

Cosa vedere a El Tablado

La parte più interessante della visita sta nel rapporto fra il piccolo abitato e il paesaggio circostante. Le attrazioni hanno dimensioni modeste, ma acquistano carattere grazie alla posizione.

Il Barranco de Los Hombres

Sul lato di El Tablado si apre il Barranco de Los Hombres, una delle grandi gole che racchiudono l’abitato. I barrancos di La Palma sono profonde incisioni del terreno originate dall’azione combinata della storia geologica dell’isola e dell’erosione. La loro presenza ha influenzato per secoli anche gli spostamenti e l’organizzazione degli insediamenti rurali.

Dal paese la gola contribuisce a dar vita a quella sensazione di isolamento che accompagna la visita.

Il Barranco de Fagundo

Sul versante opposto si trova il Barranco de Fagundo, altra grande incisione del territorio di Garafía. Insieme al Barranco de Los Hombres definisce la particolare posizione geografica di El Tablado.

La conformazione del territorio diventa particolarmente evidente lungo i percorsi escursionistici. Salite e discese seguono la morfologia dei versanti, con scorci verso l’oceano e una vegetazione che cambia in base all’altitudine.

Le terrazze agricole

Le terrazze sono fra gli elementi più caratteristici del paesaggio umano di El Tablado. I pendii sono stati modellati con interventi successivi per ricavare superfici coltivabili, creando una trama di piccoli appezzamenti che segue la conformazione naturale della montagna.

Gli orti sono destinati soprattutto all’autoconsumo e conservano una dimensione agricola lontana dalle grandi coltivazioni. Mais, orzo e patate fanno parte delle colture tradizionali, mentre alberi da frutto e altre produzioni contribuiscono al mosaico verde che circonda le abitazioni.

Il paesaggio forestale

Salendo dai terreni agricoli, la vegetazione assume un carattere più selvatico. Il Paesaggio Protetto di El Tablado comprende formazioni di laurisilva e fayal-brezal, associazioni vegetali legate soprattutto alle condizioni umide delle zone settentrionali delle Canarie.

La laurisilva è una delle grandi peculiarità naturalistiche dell’arcipelago: è una vegetazione relitta legata a un clima umido e caratterizzata da alberi e arbusti sempreverdi. Tra le specie vegetali segnalate nell’area compare anche il drago, albero simbolo dell’arcipelago spagnolo.

Le scogliere sull’Atlantico

Il paesaggio di El Tablado muta ancora guardando verso il mare. La costa settentrionale di La Palma presenta alte pareti rocciose e profondi dislivelli, risultato della particolare conformazione vulcanica dell’isola.

Dall’alto l’Atlantico appare molto lontano rispetto alle quote dell’abitato. Le scogliere accentuano la sensazione di verticalità e restituiscono una prospettiva diversa rispetto alle località costiere più accessibili dell’isola.

Cosa fare a El Tablado

Il paese ha una dimensione raccolta e invita soprattutto a osservare il territorio con lentezza. Le attività più interessanti nascono dal paesaggio stesso, dalla rete dei sentieri storici e dalla possibilità di seguire le trasformazioni della vegetazione lungo i versanti.

  • Percorrere il GR-130: il celebre Camino Real attraversa El Tablado e collega l’abitato con Santo Domingo de Garafía lungo un itinerario di circa 9 chilometri, fra antichi tracciati rurali e panorami sulla costa settentrionale.
  • Seguire i sentieri fra le gole: permettono di leggere da vicino la struttura dei Barrancos de Los Hombres e de Fagundo, alternando zone agricole, vegetazione umida e scorci sulle scogliere.
  • Cercare la fauna del bosco: la zona rappresenta un ambiente significativo per alcune specie di uccelli, fra cui il piccione turqué e il piccione rabiche.
  • Raggiungere il vicino Parco Culturale La Zarza: l ‘area circostante offre ulteriori motivi di interesse naturalistico e culturale, ampliando la visita oltre il piccolo nucleo di El Tablado.

Dove si trova e come arrivare

El Tablado appartiene al comune di Garafía, nel nord di La Palma, nelle Isole Canarie. La sua posizione fra il Barranco de Los Hombres e il Barranco de Fagundo contribuisce alla particolare conformazione del territorio e alla sensazione di isolamento che caratterizza il paese.

L’accesso può avvenire in automobile lungo la strada tortuosa che si dirama fra La Mata e Roque del Faro. La guida richiede attenzione, soprattutto sui tratti più sinuosi, ma permette di entrare gradualmente nel paesaggio rurale di Garafía. Un’alternativa per chi arriva a piedi è rappresentata dal GR-130, il Camino Real che attraversa El Tablado e collega il paese con Santo Domingo de Garafía.

El Tablado, Canarie
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La straordinaria posizione di El Tablado

Il tragitto segue antichi tracciati utilizzati storicamente dagli abitanti e permette di raggiungere il villaggio attraverso un ambiente molto più vicino alla sua dimensione originaria. La vera particolarità di El Tablado emerge proprio lungo l’avvicinamento: la piccola comunità appare dopo una successione di curve, mentre le gole iniziano a definire il profilo della montagna.

Fuso nell’arenaria: il Castello di Larochette è la fortezza lussemburghese trasformata in una città di nobili

22 septembre 2026 à 16:00

Una parete di arenaria si alza sopra Larochette, borgo del Lussemburgo, mentre sulla sua sommità affiorano muri, finestre spezzate, torri e grandi blocchi di pietra. Quello è il Castello di Larochette, chiamato anche Burg Fels in tedesco e Buerg Fiels in lussemburghese, e di primo impatto pare una fortezza medievale ridotta a uno scheletro. Avvicinandosi, però, la sua storia prende una forma molto più complessa.

La rocca occupa uno sperone del Grès de Luxembourg, l’arenaria tipica di questa parte del Granducato, e domina la valle dell’Ernz Blanche. Se inizialmente si presenta come una rovina, nella calma emergono i dettagli: un fossato profondo divide il complesso in due parti, la cinta muraria segue il margine della rupe e, nella zona più avanzata dello sperone, ci sono i resti di 5 dimore signorili.

Oltre a essere una fortezza pensata per la difesa, quindi, Larochette divenne anche una residenza aristocratica suddivisa tra diversi signori, con edifici separati e architetture di rappresentanza. Il risultato è un castello intimamente legato al paesaggio, costruito sulla roccia anziché semplicemente appoggiato sopra di essa.

Breve storia e leggende del Castello di Larochette

Le origini della fortificazione sono anteriori alla costruzione delle grandi dimore aristocratiche. Le fonti comunali collocano le prime costruzioni del sito nell’XI secolo, mentre il materiale storico segnala tracce di occupazione ancora precedenti e una prima fortezza in pietra sviluppata nel XII secolo.

Alla fine del XII secolo compaiono i signori di Larochette, appartenenti alla famiglia Fels e legati alla Casa di Lussemburgo. Nel 1176 è attestato Arnoldus de Rupe, il primo signore noto associato al sito. Il nome richiama direttamente la roccia, elemento tanto importante da entrare nella denominazione della famiglia e del castello.

Nei secoli successivi il casato acquisì una posizione rilevante nella nobiltà regionale. La storia della rocca, però, prese una direzione particolare attraverso matrimoni, successioni e divisioni patrimoniali. Verso la fine del Trecento, all’interno delle mura convivevano 5 diverse famiglie nobili. La dimora degli Homburg sorse intorno al 1350 grazie al matrimonio dei fratelli Federico e Corrado di Homburg con le sorelle Irmgard e Matilde di Larochette. Una trentina di panni dopo, verso il 1385, fu costruita anche la Casa di Créhange.

Le nuove residenze modificarono progressivamente il carattere della fortezza, aggiungendo spazi destinati alla vita aristocratica accanto alle strutture difensive.

Il castello perse gradualmente la propria funzione militare e venne progressivamente abbandonato. Poi arrivò il momento decisivo: nel 1565 un grande incendio devastò il tutto, lasciandolo allo stato di rovina. Ai resti sono legate anche alcune leggende. La più suggestiva riguarda il pozzo della Casa di Créhange.

Secondo il racconto tramandato localmente, durante un attacco la signora del castello si sarebbe gettata nel pozzo insieme al figlio. Dopo il salvataggio, il castellano sarebbe stato accusato di tradimento e gettato nello stesso luogo. La tradizione vuole che il suo spirito ritorni ogni Venerdì Santo sotto forma di drago.

Un’altra storia riguarda la torre chiamata Verlorenkost, letteralmente “cibo perduto”. Stando alla leggenda, una cuoca avrebbe inciampato mentre trasportava pentole piene di cibo, facendo cadere tutto il contenuto. Il nome della torre sarebbe rimasto legato a quell’episodio.

La visita tra fossati, dimore signorili e mura bruciate

Si arriva al castello attraversando un’ampia corte esterna difesa da un terrapieno. Un fossato piuttosto profondo, in parte scavato nella roccia stessa, separa il complesso in due settori distinti.

È proprio il fossato a essere uno degli elementi più evidenti: la sua profondità e la posizione lungo lo sperone permettono di capire il rapporto fra difesa artificiale e conformazione naturale. Una parte del fossato sfrutta infatti la stessa morfologia della roccia, trasformando il terreno in una barriera.

Proseguendo verso l’estremità dello sperone appare la parte più particolare dell’intero complesso, ovvero i resti delle 5 dimore signorili che raccontano una fortezza trasformata in residenza aristocratica. Gli edifici avevano caratteri più rappresentativi rispetto alle strutture puramente militari e testimoniano il prestigio raggiunto dai proprietari.

La Casa di Homburg, costruita intorno al 1350, conserva le tracce di questa trasformazione. La Casa di Créhange, risalente a circa il 1385, è invece l’edificio meglio recuperato. Il restauro è stato eseguito tra il 1983 e il 1987, mentre la Casa di Homburg è stata consolidata e restaurata tra il 1987 e il 1988.

Il recupero della Casa di Créhange permette di leggere con maggiore chiarezza la qualità architettonica raggiunta dal complesso. Le aperture, le murature e gli ambienti superstiti restituiscono l’immagine di una residenza destinata a una nobiltà interessata tanto alla protezione quanto alla rappresentanza.

Un particolare permette di osservare ancora meglio il legame fra castello e territorio: la costruzione utilizza arenaria del Lussemburgo, una pietra dalle tonalità comprese fra il bianco e il beige, molto diffusa nell’architettura monumentale del Granducato. Nel castello alcune parti della pietra originaria, comprese strutture attorno a camini e aperture, conservano ancora la tonalità naturale del materiale.

La visita acquista quindi valore anche attraverso i dettagli. Una porzione di muro racconta la difesa, una grande apertura rivela la presenza di una residenza, il fossato ricorda la necessità di proteggere il complesso e le dimore signorili mostrano la ricchezza raggiunta dai proprietari.

Le rovine ospitano inoltre mostre temporanee e concerti occasionali, mantenendo vivo un luogo che per secoli ha avuto una funzione completamente diversa.

Dove si trova e come arrivare

Il Castello di Larochette si trova nel Granducato di Lussemburgo, nel centro del Paese, sulla rupe di arenaria che domina la valle dell’Ernz Blanche. Il sito appartiene alla regione naturale della Mëllerdall, conosciuta anche con il nome di Piccola Svizzera lussemburghese, caratterizzata da boschi, rilievi ondulati e affioramenti rocciosi.

L’indirizzo è Montée du Château, L-7622 Larochette. Un parcheggio si trova direttamente presso l’ingresso del sito. Per chi utilizza i trasporti pubblici, la fermata più vicina è Larochette, Spuerkeess, a circa 300 metri dall’accesso.

Buerg Fiels, Lussemburgo
iStock
Il Castello di Larochette visto da vicino

Salendo verso la fortezza, la sensazione più forte arriva proprio dal rapporto fra roccia e architettura: le mura sembrano proseguire naturalmente nello sperone, mentre il vuoto del fossato separa le parti del complesso. Poi compaiono le grandi dimore, inattese in una struttura che dall’esterno sembra soltanto una rovina militare.

Carlo Coronati svela nella sua guida una “Roma periferica, a volte ribelle, ma più spesso gentile e accogliente”

22 septembre 2026 à 15:00

Scoprire Roma un passo dopo l’altro. E non tanto, o non solo, la Roma dei Fori Imperiali, del Colosseo e delle tante attrazioni già così note, raccontate, viste e fotografate. Piuttosto, una Roma periferica, verde e affascinante, vissuta dai romani in primo luogo e che fa affermare loro di vivere nella città più bella del mondo.

È l’obiettivo centrato da Roma, Guida Errante nella Bellezza Nascosta, il nuovo volume di Carlo Coronati, autore esperto di escursionismo e montagna che si è dedicato a raccontare la Capitale attraverso itinerari di trekking urbano.

Nella sua Guida, Coronati ha selezionato 13 percorsi attraverso i parchi, i quartieri, le scalinate, gli edifici e l’arte di strada della città. Più in periferia, come nel caso dell’itinerario che va da Fidene al Nuovo Salario, o più centrali, come l’affascinante Anello delle Mura Aureliane. Tutti accomunati, in ogni caso, dalla volontà di scoprire un volto diverso della Capitale, come ha raccontato a SiViaggia dalla viva voce dello stesso autore.

Hai deciso di raccontare Roma, la tua città, da un’angolatura diversa. Com’è nata questa idea?

Roma è la mia città, ma ormai io vivo in Valle d’Aosta per una larga parte dell’anno. Però nel 2012, a seguito di una frattura rimediata in montagna, cominciai a scrivere di percorsi romani: erano quelli che facevo a piedi, ovviamente nel corso della riabilitazione, sempre animato dalla curiosità che ho sempre avuto di uscire fuori dal proprio quartiere e scoprire la città. Ne nacque un libro, anche grazie alla spinta di un amico libraio che oggi non c’è più, Bruno Boschin, della Libreria del Viaggiatore di Roma. Questa Guida è il quarto volume di percorsi di trekking urbano, animato come i precedenti da questa grande passione di andare a scoprire angoli di Roma periferici e verdi, percorrere le scalinate della città e creare dei lunghi percorsi, perché si tratta sempre di almeno una quindicina di chilometri, con uno spirito montano: esattamente come vado in montagna e creo i miei percorsi, allo stesso modo li creo così a Roma, cercando di connettere una serie di tematiche che danno corpo e genius loci all’itinerario.

Che Roma hai scoperto attraverso questi percorsi? Una città diversa da quella a cui siamo abituati?

Molto diversa. Non sono itinerari che passano per il centro di Roma. Sono lontani dall’overtourism e dalle rotelle dei trolley. Si viaggia dentro una Roma essenzialmente verde, che rivendica il titolo di città più verde d’Europa attraverso i suoi parchi, che sono estremamente belli, anche se selvaggi. Selvaggi, si intende, nel senso buono del termine: in parchi e aree verdi come il Pineto, la Caffarella o l’Insugherata, o la parte di Villa Ada verso i Parioli, veramente si ha la sensazione di perdersi perché non si ha più nessun riferimento di monumento, di palazzi, di quartieri. Si scopre quindi una Roma periferica, a volte ribelle, ma più spesso gentile e accogliente.

Pini nel Parco di Villa Ada a Roma
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I pini del Parco di Villa Ada a Roma

C’è un luogo, tra quelli che hai incluso nella tua Guida, che ti ha particolarmente sorpreso?

In un precedente libro avevo inserito un percorso che si chiamava Scale e scalette di Monteverde. Stavolta invece mi sono avventurato in scale e scalette di Monte Sacro, un quartiere affascinante, un po’ isolato. Tutti passano per le grandi arterie stradali che lo circondano, senza scoprirlo, ma è molto bello.

C’è un quartiere di Roma sottovalutato che merita di essere riscoperto attraverso uno dei tuoi itinerari?

C’è un percorso molto bello nella zona Sud-Ovest della città, dove si arriva alla stazione di Villa Bonello con il treno e si risale la collina del Trullo. Il Trullo è una realtà incredibile, ancora molto autentica e identitaria, dove ci sono tantissimi murales e, soprattutto, c’è la Torre Righetti, dove fu girato il film Uccellacci e uccellini di Pier Paolo Pasolini. Un punto panoramico che fa peraltro da copertina alla Guida, con lo sfondo imbiancato del Terminillo. Dal Trullo, attraverso stradine, connessioni e aree condominiali, il percorso passa per il cosiddetto serpentone di Corviale (dove è stato girato il film Scusate se esisto con Paola Cortellesi e Raoul Bova, ndr), un complesso residenziale di 990 metri, un sogno irrealizzato che, dopo anni di grandi difficoltà, si sta riscattando.

Il Trullo, in effetti, è un luogo pieno di murales affascinanti. Nella tua Guida hai dedicato uno spazio specifico proprio alla street art. Perché?

La street art mi affascina per questo suo reinterpretare il paesaggio urbano, spesso con storie che appartengono a quel luogo. È un’arte oppositiva, ribelle e identitaria, ma molto condivisa da chi ci vive, perché gli artisti ascoltano le persone e le storie del quartiere prima di realizzare le opere. Al Trullo, ad esempio, i murales sono nati successivamente all’arte dei Poeti del Trullo, che scrivevano poesie sui muri e sulle facciate dei palazzi. Gli artisti hanno interpretato quelle poesie arricchendone la validità letteraria. L’arte urbana è liquida, scompare e si logora nel tempo, con il sole e la pioggia, ma si rinnova. Sento un forte legame con la street art perché è una rivendicazione e una voglia di abbellire zone che forse sono meno gradevoli all’occhio, come avviene a Tor Marancia, dove c’è una grande isola di murales in un condominio che spinge le persone a scoprire la periferia superando l’idea che sia per forza brutta.

Murales al Trullo a Roma
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Gigi Proietti e Alberto Sordi ritratti nei murales al Trullo

E uno dei modi per scoprirla è anche camminandoci in mezzo. Uno degli stereotipi principali legati a Roma è quello del grande traffico, mentre tu proponi l’idea di camminare o andare in bicicletta. In che modo questo è uno dei modi migliori per scoprire la città?

Gli itinerari sono pensati per camminare con lo spirito del flâneur, del girovago. A piedi hai tutto il tempo per fermarti, guardare, deviare e, anche e soprattutto, uscire dai percorsi. Ricevo infatti messaggi da lettori che mi dicono: se in quella strada tu fossi andato fino in fondo e deviato a destra avresti visto quell’antica bottega. Così si scoprono cose, ed è un atteggiamento fondamentale per restituire un vero respiro alla città. Inoltre, muoversi a piedi, in bici e con i mezzi pubblici per raggiungere la partenza e l’arrivo evita di essere vincolati all’automobile, permettendo di partire da un posto e arrivare in un altro senza dover rifare l’itinerario al contrario.

Parco di Villa Pamphili a Roma
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Trekking urbano a Roma: un modo per scoprire i grandi parchi della città

Mettiamo che arrivi a Roma un viaggiatore. Visita il Colosseo, San Pietro, la Fontana di Trevi e gli altri luoghi da cartolina. Il giorno dopo dove lo porteresti per fargli scoprire la Roma autentica?

La Garbatella. Girare per i lotti della Garbatella è un sogno a occhi aperti. È un luogo che lascia a bocca aperta: propongo spesso di partire dalla stazione metro B Garbatella per fare un anello in questo quartiere costruito tra il 1920 e il 1930, dove ogni comignolo di ogni casa rappresentava la firma dell’architetto. Anche alla Garbatella ci sono molti murales sparsi, un motivo in più per esplorarla, e magari poi spingersi fino a Tor Marancia per vedere i grandi murales di quella zona.

Tre mete dove volare in autunno a partire da 9 euro con Ryanair

22 septembre 2026 à 14:01

Fare un viaggio nei prossimi mesi può costare meno del previsto grazie a una nuova promozione Ryanair, che propone uno sconto di 20 euro sui voli di andata e ritorno su alcune rotte selezionate. L’offerta è dedicata ai viaggi da effettuare tra il 23 settembre e il 31 dicembre 2026 e può diventare un’occasione interessante per organizzare una breve fuga autunnale o un viaggio sotto le feste. La prenotazione deve essere effettuata entro il 23 settembre 2026, mentre i posti alle tariffe promozionali sono limitati e dipendono dalla disponibilità.

Ecco tre idee da prendere al volo.

Espresso Natale: in treno da Roma ad Arezzo per cinque domeniche di magia natalizia

Par : elenausai10
22 septembre 2026 à 13:00

Niente traffico, ricerca del parcheggio o stress da coda in autostrada: da ormai qualche anno, il Natale si raggiunge facilmente in treno.

Anche nel 2026 torna l’Espresso Natale che, partendo da Roma Termini, vi porterà ad Arezzo, dove l’arrivo dell’Avvento accende l’intero centro storico trasformandolo in uno scenario fiabesco. La Città del Natale, arrivata alla sua undicesima edizione, è una delle mete più amate in questo periodo proprio grazie all’atmosfera garantita da un grande evento diffuso che unisce mercatini tradizionali, spettacoli di luce e attrazioni per tutte le età.

A bordo si viaggia in relax, con lo staff che accompagna i passeggeri lungo tutto il tragitto e una carrozza ristorante dove concedersi uno spuntino o qualcosa di caldo da bere.

Espresso Natale da Roma ad Arezzo

Il percorso unisce Roma Termini ad Arezzo, andata e ritorno, con un collegamento diretto che taglia i territori della Tuscia e dell’antica Etruria. Un tragitto che diventa già parte dell’esperienza, tra colline e borghi che scorrono dal finestrino. La partenza da Roma è fissata in mattinata, tra le 8:00 e le 8:30, mentre il rientro avviene in serata, tra le 20:45 e le 21:30.

Dalla stazione di Arezzo, pochi passi separano dal centro pulsante delle festività. Dal 14 novembre 2026 al 6 gennaio 2027, a Piazza Grande prende forma un ampio villaggio in stile tirolese, con casette di legno che ospitano artigiani ed espositori provenienti dall’area alpina, dall’Austria e dalla Germania, tra decorazioni, sapori tipici e prodotti da scoprire passeggiando.

Qui potrete visitare anche la Brick House Art, ossia tre piani dove verranno esposte opere d’arte e laboratori che utilizzano un totale di 2 milioni di mattoncini. Un percorso unico dove artisti di grande richiamo nazionale esporranno le loro creazioni.

A poca distanza, dentro le mura della Fortezza Medicea, uno dei punti più panoramici della città, trova spazio la casa del protagonista assoluto delle feste. Qui viene allestito un villaggio di oltre 10.000 metri quadrati dove prendono vita spettacolari coreografie, giochi di luce e diverse attrazioni natalizie.

Non mancheranno una pista di pattinaggio, il mercatino delle arti dove acquistare regali unici perché realizzati a mano e l’Arezzo Christmas Bus Tour dove, accompagnati da un’audioguida, potrete scoprire i segreti della città.

Date, info e prezzi

L’Espresso Natale sarà disponibile per cinque appuntamenti domenicali: 29 novembre, 6, 13, 20 e 27 dicembre. Le prenotazioni sono partite il 9 settembre, sul sito ufficiale troverete anche una pagina dedicata per ciascuna data.

Per quanto riguarda le tariffe, gli adulti (dai 14 anni in su) pagano 79 euro, mentre i bambini (6-14 anni non compiuti) 49 euro. I più piccoli (0-6 anni non compiuti) potranno viaggiare gratuitamente senza posto assegnato.

Se salirete sul treno, oltre ai mercatini, consigliamo di andare alla scoperta della città. Arezzo, infatti, è anche arte e storia medievale, dal Crocifisso di Cimabue custodito nella Basilica di San Domenico alla leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca, situata presso la Basilica di San Francesco, uno dei cicli pittorici rinascimentali più famosi e conosciuti in tutto il mondo.

Damiano David e Dove Cameron si sposano in Italia: la location scelta è meravigliosa

Par : elenausai10
22 septembre 2026 à 11:30

C’è un angolo di Toscana che nei prossimi giorni si troverà al centro della scena pop internazionale: la Val d’Orcia, Patrimonio UNESCO tra i più fotografati al mondo, il 25 settembre farà da cornice al matrimonio di Damiano David e Dove Cameron.

L’ex frontman dei Måneskin, oggi impegnato a tempo pieno nella sua carriera solista, si è tenuto piuttosto alla larga dai social nelle ultime settimane, ma a raccontare la loro storia ci ha pensato lei, tra foto di vacanze italiane condivise in due e un brano dal sapore autobiografico (When in Rome) uscito proprio a ridosso delle nozze.

Della cerimonia, ormai imminente, si sa già tutto tranne una cosa: i dettagli del grande giorno restano top secret. Quello che è certo, invece, è il luogo scelto per dire sì.

Dove si sposano Damiano David e Dove Cameron

Dopo Dua Lipa, che ha scelto la Sicilia per festeggiare le sue nozze con Callum Turner, tocca a un’altra coppia amatissima dire sì in Italia. La scelta di Damiano e Dove è ricaduta su Castiglion del Bosco, tenuta esclusiva che oggi ospita un hotel a cinque stelle firmato Rosewood, incastonata tra le colline coltivate a vigneto e punteggiate di cipressi.

Non si tratta di una semplice struttura ricettiva, ma di un vero borgo, con tanto di chiesa e architetture in pietra risalenti al Medioevo, racchiuso all’interno di una proprietà che si estende per oltre duemila ettari. Gli edifici storici sono stati sapientemente restaurati per accogliere gli ospiti con tutti i comfort di un hotel di lusso, senza però intaccarne l’anima autentica: pietra a vista, travi originali e un’atmosfera che profuma di storia convivono con un livello di raffinatezza contemporanea.

Suite, ville private e piscine

A rendere Castiglion del Bosco una meta ambita in Toscana da chi cerca un soggiorno fuori dal comune sono le sue 42 suite, arredate seguendo la stessa filosofia che ha guidato il recupero del borgo: mobili d’epoca, materiali naturali e travi a vista si sposano con dotazioni moderne pensate per garantire il massimo comfort.

Per chi desidera ancora più riservatezza, la tenuta mette a disposizione undici ville ricavate da antichi casali toscani del Seicento e Settecento, ciascuna con giardino privato, ampie terrazze affacciate sulle colline e piscine a sfioro riscaldate, l’ideale per godersi il panorama della Val d’Orcia in totale intimità.

Chi soggiorna nelle ville ha inoltre in dotazione un Land Rover Defender (o un mezzo 4×4 equivalente), pensato per esplorare i duemila ettari della proprietà tra vigneti, uliveti e boschi. Non stupisce, quindi, che due star internazionali come Damiano David e Dove Cameron abbiano scelto proprio questo luogo per il loro matrimonio: un rifugio dove esclusività e autenticità toscana convivono senza compromessi, lontano da occhi indiscreti, ma a due passi da alcuni dei borghi più belli d’Italia.

Qualità della vita, le 30 città europee dove si vive meglio secondo il Global Cities Index 2026

22 septembre 2026 à 09:30

Quando si pensa a un’alta qualità della vita spesso si va molto lontani con l’immaginazione, eppure qual è davvero la città europea in cui la vita quotidiana sembra funzionare meglio? A rispondere è il Global Cities Index 2026 di Oxford Economics, che quest’anno ha messo a confronto 1.000 grandi città del mondo attraverso cinque grandi dimensioni: economia, capitale umano, qualità della vita, ambiente e governance.

À partir d’avant-hierSiViaggia

Per silenzio e vento, le location straordinarie del film documentario sulla montagna

21 septembre 2026 à 17:30

Da un film documentario sull’alpinismo e su cosa significa oggi andare per vette non ci si può che aspettare ambientazioni spettacolari e le location di Per silenzio e vento, l’ultimo lavoro di Marco Zuin in arrivo nelle sale dal 21 settembre 2026, non lasciano certo delusi: mentre studiosi, alpinisti, contadini, abitanti parlano del proprio rapporto con le montagne sullo schermo scorrono immagini emozionanti delle Dolomiti.

Scopriamo dov’è stato girato il film che, proprio per la capacità di raccontare in maniera non scontata il patrimonio montano, ha ricevuto il supporto di Trentino Film Commission, Veneto Film Commission, Montura, CAI Nazionale e Fondazione Dolomiti Unesco.

Di cosa parla

Uno scrittore, Matteo Righetto, si ritrova in una piccola baita di montagna a leggere gli appunti per il suo prossimo libro. Le sue riflessioni sulla scrittura, sul valore del tempo, su una quotidianità spesso segnata dalla fretta e che spinge a dimenticarsi delle cose che contano veramente fanno da filo rosso per tutta la durata del film. Mentre incontra alpinisti di diverse generazioni, una giovane climber, una leggenda degli 8.000 metri, diversi studiosi e persone che hanno deciso di restare a vivere in alta quota lo scrittore – e, insieme a lui, lo spettatore – si rende conto infatti di come le montagne siano spesso le prime sentinelle di grandi crisi in atto: a cominciare da quella climatica per finire con quella socio-economica. Dalle vette arriva, però, anche la speranza di un cambiamento possibile.

Arriva nelle sale "Per silenzio e vento": il film documentario di Marco Zuin sulle Dolomiti
(c) Trentino Film Commission
Una scena di “Per silenzio e vento”

Dov’è stato girato il film

Come ha confermato lo stesso Matteo Righetto in un post su Instagram a fine riprese, i luoghi dov’è stato girato il film Per silenzio e vento si trovano per la maggior parte in Italia – tra Veneto, Trentino Alto Adige, Piemonte e Valle d’Aosta – ma con puntate anche in Svizzera. Vere e proprie co-protagoniste, più che semplici location, di Per silenzio e vento sono infatti come accennato le Dolomiti.

Il viaggio parte dalle Dolomiti bellunesi, luogo in cui lo scrittore ha scelto di vivere ed è conosciuto ormai da anni per l’impegno di attivista dell’ecologia e della montagna.

Le Dolomiti sono co-protagoniste del nuovo documentario di Marco Zuin con Matteo Righetto "Per silenzio e vento"
(c) Trentino Film Commission
Un’altra scena di “Per silenzio e Vento” con sullo sfondo le Dolomiti

Qui tra centri montani rinomati come soprattutto Cortina d’Ampezzo ma anche la stessa Belluno, considerata una sorta di “piccola Venezia” delle montagne, si è venuto a consolidare negli anni un certo stereotipo della montagna e di cosa significa andar per vette.

C’è una montagna completamente diversa, però, da quella immortalata negli scatti instagrammabili delle Tre Cime di Lavaredo, della Marmolada, delle Tofane che, pure, rimangono tra gli spettacoli più affascinanti da ammirare in zona, consigliate da National Geographic tra i Best of the World 2026 e sempre più spesso scelte come set dalle grandi produzioni cinematografiche.

È una montagna lontana dal turismo di massa, fatta di maestose pareti rocciose da scalare, boschi fitti in cui perdersi per potersi finalmente ritrovare davvero con se stessi, rifugi spartani in cui apprezzare la routine semplice e genuina di chi ha scelto di vivere in quota: Matto Righetto e Marco Zuin provano a raccontarla nel film con straordinarie riprese dal vivo e immagini d’archivio.

"Per silenzio e vento: dov'è girato il film documentario di Marco Zuin con Matteo Righetto
(c) Trentino Film Commission
Ancora una scena sulle Dolomiti di “Per silenzio e vento”

La vera chicca del documentario sono, infatti, ritagli di filmati provenienti dall’archivio di famiglia dello scrittore dove la bellezza straordinaria delle Dolomiti immortalata in Super8 rende vividamente l’idea del tempo che passa e delle cose che cambiano: anche in natura.

Vertigine pura nel canyon da record mondiale: Gola di Vikos, uno spettacolo della natura in Grecia

21 septembre 2026 à 16:30

Si respira a pieni polmoni l’aria frizzante dell’alba montana, mentre qualche passo oltre il margine del bosco svela uno squarcio verticale impressionante impresso nella crosta terrestre. Una fenditura enorme, incassata tra le montagne del Pindo, che prende il nome di Gola di Vikos e che senza dubbio è uno dei paesaggi più spettacolari della Grecia continentale.

Attorno si estende Zagori, territorio montano famoso per i suoi 46 villaggi tradizionali, costruiti soprattutto in pietra locale, che dal 2023 è inserito nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO per il suo paesaggio culturale e la tradizione architettonica. Il canyon rappresenta invece la parte più selvaggia: si sviluppa lungo il versante meridionale del monte Tymfi, all’interno del Parco nazionale Vikos-Aoos, in un paesaggio che alterna pareti calcaree vertiginose, boschi, gole laterali, sorgenti e il corso del Voidomatis, considerato tra i fiumi più limpidi d’Europa.

La fama internazionale di Vikos, però, deriva soprattutto da una caratteristica speciale: il Guinness World Records la indica quale gola più profonda al mondo in rapporto alla propria larghezza. Del resto, le pareti raggiungono oltre 900 metri di profondità in alcuni settori, mentre la distanza tra i due versanti cambia sensibilmente lungo il percorso.

Oltre 1.200 musei assurdi in un’unica mappa, i 10 da vedere almeno una volta

21 septembre 2026 à 15:29

E se il museo più interessante del prossimo viaggio non fosse quello che compare nelle guide turistiche? Una mappa online raccoglie oltre 1.200 musei strani, curiosi e di nicchia sparsi in tutto il mondo, da collezioni dedicate agli oggetti più improbabili a luoghi che trasformano fallimenti, relazioni finite, sbronze e mostri cinematografici in vere esposizioni.

A crearla è James Lees, fisico, divulgatore scientifico e consulente museale conosciuto online come James Visits Museums. Quello che era iniziato come un progetto personale è cresciuto grazie alle segnalazioni degli utenti, arrivando a raccogliere quasi 1.500 indirizzi secondo gli aggiornamenti più recenti. La mappa comprende musei talmente particolari da sembrare inventati: ci sono quelli dedicati alle patate, ai gabinetti, ai cani, alle sbronze e persino alle relazioni finite male. Sono i cosiddetti micromusei, piccoli spazi costruiti attorno a un oggetto, una passione o una storia molto precisa.

Abbiamo navigato la Weird Museum Map e scelto 10 dei musei più assurdi e particolari, tra Europa, Stati Uniti, Giappone e Italia. Alcuni fanno sorridere, altri lasciano decisamente perplessi e almeno uno è meglio lasciarlo per ultimo.

Museum of Broken Relationships, Croazia

Cosa rimane di una storia d’amore quando è finita? Un paio di scarpe, una lettera, un peluche, un oggetto apparentemente insignificante. A Zagabria questi frammenti di relazioni finite sono diventati una collezione museale. Il Museum of Broken Relationships nasce proprio dall’idea di raccogliere oggetti personali donati anonimamente da persone che hanno vissuto una separazione.

Il museo è nato in Croazia dall’idea degli artisti Olinka Vištica e Dražen Grubišić ed è diventato una vera istituzione internazionale. La collezione continua a crescere grazie alle donazioni e il museo espone soltanto una parte degli oggetti raccolti.

Museum of Bad Art, USA

Se siete abituati a entrare nei musei per ammirare capolavori, sappiate che invece qui la regola cambia completamente. Il Museum of Bad Art, conosciuto come MOBA, è dedicato alle opere che difficilmente troverebbero spazio in un museo d’arte tradizionale. Il progetto è nato nel 1994 con un’idea semplice e irresistibile: raccogliere, conservare ed esporre arte talmente “sbagliata” da diventare interessante proprio per questo. La collezione conta quasi 900 opere, anche se lo spazio disponibile consente di mostrarne soltanto una parte alla volta.

Secondo i criteri del museo, le opere non devono solo essere esteticamente “brutte”, bensì devono essere anche sincere e avere qualcosa che sia andato storto, producendo però un risultato capace di incuriosire. Oggi il MOBA ha una sede a Boston, all’interno della Dorchester Brewing Co. con ingresso gratuito, mentre il progetto comprende anche esposizioni itineranti e una galleria a Québec City.

Museum of Failure, Svezia

Il Museum of Failure nasce nel 2017 in Svezia da un’idea dello psicologo e ricercatore Samuel West e raccoglie esempi di innovazioni, prodotti e servizi che non hanno raggiunto il risultato sperato. Tra i suoi oggetti ci sono alcuni celebri flop commerciali e tecnologici, trasformati in occasioni per raccontare cosa succede quando un’idea apparentemente geniale non funziona.

La parte più curiosa è che oggi il Museum of Failure non è un museo permanente in Svezia: è una mostra itinerante che ha viaggiato in diversi Paesi. Il sito ufficiale segnala infatti sedi temporanee in città come Parigi, New York, Taipei, Budapest e San Francisco. Il concetto, però, resta quello originale: celebrare il fallimento come parte del processo di innovazione.

Museum of Hangovers, Croazia

Dalle relazioni finite male alle serate finite peggio, sempre a Zagabria si trova il Museum of Hangovers, un museo interamente dedicato a ciò che succede dopo una notte fuori. Il percorso racconta le storie vere di sbronze raccolte da persone di tutto il mondo e le trasforma in un’esperienza interattiva. Ci sono otto ambienti tematici, oggetti bizzarri, giochi, fotografie e persino un simulatore che permette di sperimentare come cambiano percezione e tempi di reazione sotto l’effetto dell’alcol.

Tra le attrazioni c’è anche il cosiddetto “drunk floor”, un pavimento inclinato da affrontare con speciali occhiali che simulano gli effetti dell’ubriachezza. La visita termina con un piccolo shot di rakija, riservato agli adulti. Il museo è aperto tutti i giorni dalle 9.00 alle 22.00 e il biglietto per adulti costa 10 euro acquistandolo online oppure 11 euro direttamente sul posto.

Godzilla Museum, Giappone

In Giappone poteva mancare un museo dedicato a Godzilla? Il Godzilla Museum si trova sull’isola di Awaji, all’interno del parco Nijigen no Mori, ed è descritto dagli organizzatori come il primo museo permanente al mondo dedicato al celebre kaiju. Qui si possono vedere materiali legati alla storia del personaggio, modellini, diorami, oggetti di scena e perfino il costume utilizzato per le riprese cinematografiche.

Ma la vera particolarità è ciò che si trova appena fuori dal museo: una gigantesca riproduzione di Godzilla lunga circa 120 metri, parte dell’attrazione Godzilla Interception Operation. Il percorso permette di entrare letteralmente nel mondo del mostro attraverso filmati, missioni, tiro al bersaglio e una zipline che passa attraverso la bocca di Godzilla.

Museo della Merda, Emilia-Romagna

Il nome non lascia molto spazio all’immaginazione: qui si parla proprio di quello, ma il progetto è decisamente più serio di quanto potrebbe suggerire il titolo. Il Museo della Merda è nato nel 2015 a Castelbosco, nel Piacentino, dall’iniziativa dell’imprenditore agricolo Gianantonio Locatelli e di un gruppo di artisti, progettisti e curatori. Il punto di partenza è lo sterco prodotto quotidianamente dall’allevamento dell’azienda agricola: anziché considerarlo soltanto uno scarto, il progetto lo trasforma in materia prima per produrre energia, concime, materiali e persino opere e oggetti.

Museo dei Cuchi, Veneto

Cosa può esserci di più innocuo di un piccolo fischietto di terracotta? Una collezione nata dalla passione di Gianfranco Valente, di ben 12.000 pezzi. Il Museo dei Cuchi di Cesuna raccoglie esemplari che arrivano da diverse parti del mondo e assumono forme, colori e significati completamente differenti. Il “cuco” è un oggetto molto più antico e interessante di quanto sembri: nel corso della storia è stato utilizzato per imitare il canto degli uccelli, come oggetto scaramantico, giocattolo e persino come pegno d’amore.

Museo delle Mummie, Umbria

Scendendo nella cripta della chiesa di Santo Stefano, nel borgo di Precetto, il viaggio prende una piega decisamente più gotica.
Il Museo delle Mummie di Ferentillo conserva i resti mummificati di persone sepolte nella cripta tra il XVI secolo e l’Ottocento. Quando, dopo l’editto napoleonico che vietava le sepolture all’interno dei centri abitati, i corpi furono riesumati, ci si accorse che alcuni si erano conservati naturalmente insieme a dettagli come capelli, denti, unghie e vestiti.

Börje’s Tie Museum, Svezia

Quasi 9.000 cravatte, una diversa dall’altra, si trovano al Börje’s Tie Museum, nascosto nella campagna svedese di Ramnaklev e nato dalla collezione privata di Börje Gustafsson. La passione è iniziata nel 2004, quando acquistò un grande quantitativo di cravatte durante una svendita. Da allora la collezione è cresciuta grazie ad altri acquisti e alle donazioni, fino a rendere necessario costruire nuovi spazi per conservarla. L’ingresso non prevede un prezzo fisso, ma viene incoraggiata una donazione in beneficenza, mentre gli orari possono variare e sono possibili visite su appuntamento.

Icelandic Phallological Museum, Islanda

Eccoci arrivati al museo che probabilmente nessuno avrebbe mai immaginato di trovare in una lista di musei. L’Icelandic Phallological Museum di Reykjavík è dedicato alla fallologia e ospita una collezione di esemplari appartenenti a diverse specie animali. La storia del museo è iniziata infatti con alcuni esemplari di balena donati al fondatore Sigurður Hjartarson e si è progressivamente ampliata grazie a donazioni provenienti da diverse parti del mondo.

Il museo si trova nel centro di Reykjavík, a Hafnartorg, ed è aperto tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.00.

Fiumi smeraldo e fienili antichi: benvenuti nel borgo nascosto sotto il Triglav, Stara Fužina

21 septembre 2026 à 14:30

Lasciandosi alle spalle il traffico delle località più frequentate della Valle di Bohinj, al cospetto degli occhi del visitatore si apre un paesaggio racchiuso dalle montagne, con prati verdi, boschi e grandi pareti calcaree. E a occupare il fondovalle c’è Stara Fužina, borgo accanto al fiume Mostnica e a poca distanza dal Lago di Bohinj, uno dei grandi specchi d’acqua delle Alpi Giulie slovene.

Mucche sui prati, fienili, trattori e antiche abitazioni agricole restituiscono l’immagine di una comunità che continua a vivere del territorio. E sì, il turismo è arrivato da tempo, ma il paese conserva una dimensione quotidiana tutta sua. Vi basti sapere che le case tradizionali hanno fondamenta in pietra e strutture in legno, balconi decorati e grandi tetti adatti al clima alpino.

Le facciate, dal canto loro, raccontano una società contadina abituata a sfruttare con attenzione gli spazi disponibili. Fienili e abitazioni formano un insieme architettonico più interessante proprio perché nato dalle esigenze della vita rurale.

Cosa vedere a Stara Fužina

La prima impressione può essere quella di un piccolo villaggio alpino attraversato da strade tranquille. Osservando meglio, però, compaiono tracce di attività antiche, edifici legati alla comunità e particolari che raccontano un passato molto più articolato.

Il Museo della Latteria Alpina

La storia di questo borgo della Slovenia passa anche dal formaggio. L’Alpine Dairy Museum occupa l’antica latteria del paese, costruita nel 1883 e utilizzata per la produzione casearia fino al 1967. All’interno si trovano le antiche attrezzature utilizzate per produrre il formaggio, comprese grandi caldaie in rame e utensili legati alla lavorazione del latte.

Fotografie in bianco e nero mostrano gli abitanti delle malghe e gli insediamenti rurali della zona, mentre la ricostruzione di una tipica baita pastorale permette di capire le condizioni di vita nelle alte quote. Durante la stagione estiva gli allevatori portavano il bestiame verso gli alpeggi, seguendo una tradizione che ha contribuito a modellare il paesaggio di Bohinj.

Le antiche case agricole

Stara Fužina merita una visita anche senza entrare in un museo. Basta osservare le abitazioni lungo le strade del paese per riconoscere la struttura tradizionale degli insediamenti alpini. Pietra alla base, legno nelle parti superiori, balconi e ampi tetti compongono un’architettura nata dal clima e dal lavoro nei campi.

Le abitazioni, infatti, erano spesso associate agli spazi necessari per conservare fieno, attrezzi e prodotti dell’allevamento.

La chiesa di San Paolo

Tra gli edifici storici si fa notare la chiesa di San Paolo, indicata localmente quale cerkev sv. Pavla. Il piccolo edificio religioso appartiene al patrimonio del villaggio e si inserisce nell’insieme delle sue architetture tradizionali.

Il Ponte del Diavolo e la gola della Mostnica

Uno dei luoghi più spettacolari nei dintorni è il Ponte del Diavolo, conosciuto in sloveno come Hudičev most. Sotto l’antico attraversamento scorre Mostnica, il torrente che ha scavato una profonda gola nella roccia calcarea.

Il ponte permette di osservare da vicino la forza dell’acqua e le forme modellate nel corso del tempo. Il tutto tra pareti rocciose, pozze e incavi modellati dalla corrente.

Zois Manor

La storia industriale della valle trova un altro riferimento nella Zois Manor, legata alla famiglia Zois e all’attività siderurgica sviluppata nell’area di Bohinj.

La posizione accanto alla Mostnica è significativa: l’acqua rappresentava una risorsa essenziale per mulini, segherie e strutture collegate alla lavorazione del ferro.

La Valle di Voje

Oltre la gola della Mostnica si apre la Valle di Voje, una conca glaciale situata a poco più di 700 metri di quota. La sua forma a U rivela l’origine glaciale del paesaggio, con il fondovalle modellato dai ghiacci e delimitato dalle montagne.

La parte meridionale è chiusa da una morena frontale, mentre l’abbondanza d’acqua alimenta corsi e cascate. Verso la parte terminale della valle si raggiunge la Cascata di Voje, una delle mete naturalistiche legate a Stara Fužina.

Cosa fare a Stara Fužina

Il bello di Stara Fužina emerge soprattutto all’aperto: il paese funziona da punto di partenza per itinerari molto diversi, dal semplice percorso verso il lago alle escursioni nella gola della Mostnica e verso gli alpeggi.

  • Raggiungere il Lago di Bohinj: per passare rapidamente dalle strade del villaggio alla riva del più grande lago naturale della Slovenia, con le montagne riflesse sulla superficie dell’acqua.
  • Salire verso Vogar: regala una prospettiva dall’alto sul lago di Bohinj e sulla conca alpina.
  • Raggiungere Studor: permette di conoscere un altro antico villaggio della valle e di osservare il paesaggio agricolo da una prospettiva diversa.
  • Seguire i percorsi dedicati alla tradizione casearia: significa entrare in contatto con gli alpeggi e con il mondo degli allevatori, legato alla produzione del Mohant.
  • Visitare il Centro del Parco nazionale del Triglav: aiuta a comprendere l’ambiente naturale delle Alpi Giulie, con esposizioni, informazioni sul territorio e iniziative organizzate durante l’anno.
  • Assaggiare la cucina locale: completa la visita con piatti della tradizione di Bohinj, spesso legati agli ingredienti prodotti nelle fattorie della valle.
Lago di Bohinj, Slovenia
iStock
Il Lago di Bohinj nei pressi di Stara Fužina

Dove si trova e come arrivare

Stara Fužina si trova nella parte orientale del Lago di Bohinj, nel nord-ovest della Slovenia, all’interno del territorio del Comune di Bohinj e nell’area delle Alpi Giulie. Il paese sorge lungo la strada principale che collega Srednja vas con il lago. La posizione consente di arrivare facilmente a Ribčev Laz, l’insediamento situato sulla sponda orientale del lago, e le altre località della valle.

Da Bohinjska Bistrica, principale centro della valle e sede di numerosi servizi, Stara Fužina si raggiunge seguendo la strada verso il lago. Bohinjska Bistrica dista circa 8 km e rappresenta anche il riferimento per una spesa più ampia e per diversi servizi. Chi arriva in auto trova quindi un accesso semplice al villaggio, mentre chi viaggia senza macchina può utilizzare i collegamenti locali della Valle di Bohinj.

La vera attrattiva di questo borgo sloveno non dipende da un singolo monumento spettacolare, ma dalla somma di elementi che appartengono alla stessa storia: le case raccontano l’agricoltura, la vecchia latteria parla di formaggio, la Mostnica ricorda l’antica industria del ferro, i pascoli conservano la tradizione degli alpeggi e le montagne racchiudono tutto in una grande conca glaciale.

I castelli più affascinanti della Svizzera aprono le porte, l’appuntamento è il 4 ottobre

21 septembre 2026 à 13:30

Non serve andare troppo lontano per immergersi in uno scenario da fiaba: anche la Svizzera ha i suoi castelli e sta per aprirli al pubblico per un’intera giornata! Un’occasione per entrare in castelli medievali, fortezze affacciate sui laghi e antiche residenze signorili, lasciandosi guidare da storie di viaggiatori, personaggi del passato e percorsi da scoprire.

L’appuntamento è per domenica 4 ottobre 2026 con la Giornata dei castelli svizzeri, evento quest’anno coinvolge 32 castelli distribuiti in tre regioni linguistiche della Svizzera. Il tema scelto per l’edizione 2026 è “Viaggiare”, un filo conduttore perfetto per esplorare luoghi dove, per secoli, sono passati eserciti, mercanti, nobili, pellegrini e semplici viaggiatori.

Quali castelli vedere nella Giornata dei Castelli svizzeri

La manifestazione si svolge ogni anno la prima domenica di ottobre ed è il principale appuntamento organizzato dall’Associazione dei castelli svizzeri insieme ai suoi castelli membri, allo scopo di trasformare, anche se per poche ore, il patrimonio storico in un’esperienza da vivere, con programmi pensati soprattutto per famiglie e appassionati di cultura.

Castello di Gruyères, Svizzera
iStock
Lo splendido Castello di Gruyères

Per l’edizione del 4 ottobre 2026, sono 32 le fortezze e residenze coinvolte, dal Canton Berna al Ticino, passando per la Svizzera francese e tedesca. Tra queste ci sono alcuni nomi particolarmente suggestivi: il Castello di Chillon, affacciato sul Lago di Ginevra (ma anche Morges, Nyon, Prangins, Grandson e Yverdon), la Fortezza di Bellinzona, il Castello di Gruyères, quello di Thun, il Castello di Lenzburg e il Castello di Rapperswil. L’elenco comprende anche castelli meno conosciuti, offrendo l’occasione per costruire un itinerario fuori dalle rotte più classiche.

I programmi cambiano da una struttura all’altra e sono tutti legati al tema del viaggio. È quindi possibile scegliere il proprio “programma di viaggio” in base al castello e alle attività proposte.

Il tema dell’anno e altre info

Il tema “Viaggiare” scelto per questa edizione permette di guardare i castelli da una prospettiva diversa, non unicamente come edifici storici da fotografare, ma piuttosto come luoghi attraverso cui rileggere gli spostamenti e gli incontri che hanno segnato la storia svizzera. La giornata invita dunque a immaginare le persone che hanno attraversato queste fortezze e i territori circostanti, seguendo le tracce lasciate da commerci, guerre, migrazioni e scambi culturali. In alcuni casi il viaggio diventa anche un percorso fisico all’interno degli stessi castelli, tra cortili, torri, sale storiche e ambienti normalmente meno accessibili.

Non c’è un biglietto unico valido per tutti i 32 castelli: orari, modalità di visita ed eventuali costi cambiano in base alla struttura scelta. I programmi ufficiali del 4 ottobre 2026 sono pubblicati online e permettono di verificare per ciascun castello gli appuntamenti previsti durante la giornata.

Per questo, prima di partire, è consigliabile consultare la scheda del castello scelto e controllare orari di apertura, prezzi d’ingresso ed eventuale prenotazione. Alcune strutture hanno già pubblicato anche le proprie tariffe ordinarie: per esempio, il Castello di Grandson applica in autunno un ingresso di 16 franchi per gli adulti e 8 franchi per bambini e ragazzi, mentre il Castello di Spiez prevede un biglietto ordinario di 12 franchi per gli adulti e 5 franchi per i bambini dai 6 ai 16 anni.

I migliori eventi e le sagre di ottobre in Sardegna

21 septembre 2026 à 09:02

Quando le giornate si accorciano e le prime brezze fresche invitano a ritrovarsi intorno a una tavola imbandita, borghi e paesi tornano a vivere nei loro riti collettivi più sentiti. È la stagione delle sagre di paese, delle feste patronali e delle piazze che profumano di piatti di stagione e vini del territorio. Famiglie, viaggiatori curiosi e comunità locali si incontrano per celebrare i sapori autentici dell’autunno, tra tradizioni religiose e momenti di convivialità. In Sardegna questo tempo diventa un invito a rallentare, assaggiare e scoprire angoli dell’isola spesso lontani dalle rotte estive.

Le sagre e gli eventi enogastronomici di ottobre 2026 in Sardegna offrono un viaggio tra coste e entroterra, dalle piazze dei piccoli centri ai borghi più noti. Tra gli appuntamenti di spicco spiccano la Festa Internazionale del Cous Cous a Carloforte, capace di raccontare l’incontro tra culture nel piatto, e la Sagra della Lumaca a Gesico, che richiama gli appassionati di sapori tipici. A completare il calendario non mancano momenti di grande richiamo come Autunno in Barbagia a Ortueri, per un autunno isolano ricco di gusto e tradizioni.

Eventi di ottobre in Sardegna, le sagre e le feste da vivere

  • Autunno in Barbagia – Ortueri (NU), dal 5 settembre al 13 dicembre 2026.
    Manifestazione diffusa che apre cortili e case storiche della Barbagia, proponendo percorsi enogastronomici e artistici per valorizzare le eccellenze produttive, le tradizioni e l’artigianato dell’interno della Sardegna.
  • Festa Internazionale del Cous Cous – Carloforte (SU), dal 2 al 4 ottobre 2026.
    A Carloforte la sagra del cus cus tabarchino diventa Festival Internazionale del Cous Cous, con cuochi da diversi Paesi, laboratori, scambi culturali, eventi enogastronomici ed esposizioni dedicate a questa specialità.
  • Festa Patronale 2026 ad Aggius – Aggius (SS), dal 3 al 6 ottobre 2026.
    La Festa Patronale di Aggius anima il borgo gallurese, noto per il centro storico in pietra e i suoi musei, aperti e visitabili per l’occasione.
  • Festeggiamenti in onore di Santa Vitalia – Villasor (SU), dal 3 al 13 ottobre 2026.
    Festeggiamenti religiosi e civili per Santa Vitalia a Villasor, con celebrazioni, spettacoli, musica e varie iniziative distribuite nei primi giorni di ottobre.
  • Beni benius – Decimoputzu (SU), il 4 ottobre 2026.
    Manifestazione a Decimoputzu dedicata alle tradizioni, alla cultura e all’enogastronomia locali, con antichi mestieri rivisitati, degustazioni di prodotti tipici, musica, arte e spettacoli lungo le vie del paese.
  • Festa di San Francesco – Sanluri (SU), il 4 ottobre 2026.
    Festa di San Francesco nel convento dei Cappuccini con manifestazioni religiose, attività sportive pomeridiane per tutte le età e spettacoli musicali serali nel piazzale del convento.
  • Sagra della Lumaca a Gesico – Gesico (SU), il 10 ottobre 2026.
    Sagra della Lumaca a Gesico, grande evento europeo dedicato alle lumache cucinate in molte varianti, con iniziative legate a cultura, ospitalità, solidarietà, storia, tradizione ed enogastronomia.
  • A Simaxis ritorna la Sagra del Riso – Simaxis (OR), dal 10 al 11 ottobre 2026.
    Giornata del Riso a Simaxis con convegno sulla risicoltura nel Campidano Maggiore, stand espositivi, degustazioni e intrattenimento musicale.
  • Festeggiamenti per la Madonna del Pilar – Villamassargia (SU), dal 10 al 18 ottobre 2026.
    Festa della Madonna del Pilar a Villamassargia con riti religiosi e pagani, solenne processione con cavalieri, banda, traccas e gruppi in costume, seguita da messa e musica dal vivo.
  • Sagra della Polenta di Arborea – Arborea (OR), dal 17 al 18 ottobre 2026.
    Ad Arborea la Sagra della Polenta propone vendita di farina locale fin dal mattino, eventi e degustazioni organizzati dalla Pro Loco.

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