Sul versante meridionale di Brač, grande isola dalmata affacciata sull’Adriatico davanti alla costa di Spalato, una gola rocciosa scende dalle pendici di Vidova gora verso il mare. Il calcare chiaro affiora tra pini, lecci, olivi e macchia mediterranea, mentre le pareti della valle sembrano restringersi attorno a un gruppo di edifici dello stesso colore della montagna. Proprio lì compare l’Eremo di Blaca, e sembra quasi nato dalla roccia.
Il suo nome croato, Pustinja Blaca, richiama soprattutto un posto appartato destinato alla vita eremitica. L’immagine rende bene il carattere di questo complesso fondato nel XVI secolo, lontano dai centri abitati e raggiungibile ancora oggi soltanto affrontando un tratto a piedi. Dietro quella facciata di pietra, però, si nasconde molto più di un monastero: Blaca fu azienda agricola, scuola, biblioteca, centro economico, tipografia e persino osservatorio astronomico.
Proprio questa combinazione lo rende uno dei luoghi più singolari di Brač. La sua storia parte da una grotta scelta quale rifugio e termina, oltre 400 anni più tardi, davanti a un telescopio puntato verso il cielo.
Breve storia tra monaci, incendi e stelle
Le origini risalgono al 1551, periodo in cui l’espansione ottomana nei Balcani spingeva religiosi e popolazioni della costa dalmata a cercare riparo sulle isole dell’Adriatico. Due sacerdoti glagoliti provenienti dalla vicina regione di Poljica raggiunsero Brač e trovarono protezione nella grotta di Ljubitovica, incassata sul fianco della valle.
I glagoliti appartenevano a una particolare tradizione religiosa croata legata all’uso liturgico della lingua slava e dell’alfabeto glagolitico, uno dei più antichi sistemi di scrittura del mondo slavo. Da quel primo rifugio prese forma una comunità destinata a durare per secoli.
L’originaria cavità naturale divenne il nucleo dell’insediamento, mentre attorno sorsero progressivamente edifici residenziali, ambienti destinati al lavoro, cantine, depositi e spazi religiosi. Tra XVIII e XIX secolo Blaca raggiunse una notevole prosperità: i religiosi ampliarono le proprietà, dissodarono terreni, piantarono vigneti e oliveti e organizzarono una produzione agricola sorprendente considerando l’asprezza del territorio.
Alla fine del XIX secolo arrivò una nuova fase di trasformazione. Il complesso venne ingrandito con edifici in pietra a più piani, cantine e ambienti destinati alla comunità. Una poderosa cinta muraria contribuì a conferirgli l’aspetto di una piccola cittadella raccolta ai piedi della falesia.
L’ultimo capitolo appartiene a don Niko Miličević, sacerdote residente e figura forse più sorprendente della storia di Blaca. Astronomo appassionato, trasformò parte dell’eremo in osservatorio e acquistò strumenti scientifici di livello considerevole per l’epoca. I suoi studi vennero pubblicati anche su riviste europee e il grande telescopio conservato nel complesso racconta ancora quella inattesa stagione dedicata all’osservazione del cielo.
La visita tra stanze, libri e strumenti astronomici
Chi vi arriva scova tetti, muri e facciate che sembrano seguire l’andamento irregolare del terreno invece di contrastarlo. Blaca crebbe infatti per aggiunte successive, adattando gli edifici alla gola e collegando ambienti religiosi, abitazioni, depositi e locali produttivi. L’effetto cambia entrando negli interni: dopo l’austerità della valle compaiono mobili eleganti, quadri, libri, pendole, utensili e oggetti personali.
Le stanze conservano gran parte dell’arredo presente alla morte dell’ultimo sacerdote e trasmettono la sensazione di una casa lasciata improvvisamente. Uno dei nuclei più preziosi è la biblioteca, formata da circa 11.000 volumi. Qui una parte consistente risale a prima del 1800 ed è piena di libri religiosi, opere scientifiche e testi di varia natura.
Sorprende anche la raccolta di orologi, legata all’attenzione per la misurazione precisa del tempo. Accanto figurano strumenti scientifici e astronomici, fino al celebre telescopio utilizzato da Niko Miličević. Il passaggio dalle antiche celle alla strumentazione per lo studio degli astri sintetizza forse meglio di qualunque racconto l’identità dell’eremo.
Tra gli oggetti custoditi ci sono inoltre armi storiche, dipinti, arredi d’epoca e un pianoforte dal peso di circa 400 chilogrammi. Pensare al trasporto di un simile strumento attraverso un territorio privo di una normale strada moderna aiuta a comprendere la capacità organizzativa raggiunta dalla comunità.
La visita permette anche di leggere la struttura economica dell’eremo: cantine, spazi agricoli e costruzioni di servizio mostrano che i sacerdoti vivevano del lavoro dei terreni circostanti. Vigneti e oliveti occupavano le terrazze della valle, mentre i prodotti raggiungevano altri porti per via delle imbarcazioni legate alle proprietà monastiche.
Blaca compare dal 2007 nella Tentative List croata per una futura candidatura al Patrimonio Mondiale UNESCO. Il valore riconosciuto riguarda proprio l’eccezionale fusione tra paesaggio carsico, architettura, agricoltura, spiritualità e attività scientifica.
Una visita richiede scarpe adatte a un fondo irregolare e una buona scorta d’acqua, soprattutto durante i mesi caldi. L’accesso finale avviene a piedi e il percorso rappresenta parte integrante dell’esperienza. Conviene controllare in anticipo giorni e orari di apertura del museo, poiché possono variare nel corso della stagione.
Chi sceglie l’itinerario dal mare può abbinare l’escursione a una sosta nella baia di Blaca. Dopo il tratto tra pietra e vegetazione mediterranea, l’acqua trasparente della costa meridionale di Brač offre un incantevole cambio di scenario.
L’Eremo di Blaca occupa una valle carsica sul versante meridionale di Brač, sotto Vidova gora, la cima più alta delle isole dell’Adriatico con i suoi 780 metri. L’area si trova nel settore interno compreso grossomodo tra Bol e Milna, lontana dalle località balneari più frequentate e dalle principali strade dell’isola.
Due sono gli accessi tradizionalmente utilizzati: dal lato interno si raggiunge la zona di Dragovoda passando attraverso il territorio di Nerežišća. Il veicolo va lasciato prima del tratto conclusivo e da Vrh Blaca si prosegue lungo il sentiero che scende nella gola. Il percorso richiede indicativamente 40 minuti, con variazioni legate al punto preciso di partenza e al ritmo personale.
La seconda possibilità è l’arrivo via mare nella baia di Blaca. Dalla costa parte un sentiero in salita di circa 2 chilometri che conduce al monastero attraversando il paesaggio pietroso della valle. In questo caso è prudente prevedere circa 1 ora.
iStockL’impressionante Pustinja Blaca
Proprio l’assenza di un accesso automobilistico diretto ha contribuito a preservarne l’atmosfera: per secoli persone, merci, strumenti, libri e materiali da costruzione hanno dovuto affrontare lo stesso isolamento geografico. E, ancora oggi, l’eremo compare soltanto dopo aver percorso un tratto tra rocce e vegetazione, quasi nascosto fino agli ultimi minuti.
Lasciare Roma per una giornata e raggiungere gratuitamente alcuni dei borghi e dei luoghi più affascinanti del Lazio. Fino al 10 dicembre 2026 è possibile farlo grazie ai treni turistici gratuiti del progetto Antichi Cammini d’Italia, che collega la Capitale alla Tuscia e a Cassino lungo itinerari legati alla Via Francigena e agli antichi percorsi di pellegrinaggio.
Il programma prevede complessivamente 18 giornate di viaggio, divise tra sette collegamenti sulla direttrice Roma-Viterbo e undici sulla Roma-Cassino. Il biglietto è a costo zero, ma il posto deve essere prenotato in anticipo attraverso i normali canali Trenitalia. L’iniziativa rientra nel programma Caput Mundi ed è finanziata attraverso PNRR e NextGenerationEU, con il coinvolgimento del Ministero del Turismo, di FS Treni Turistici Italiani e Fondazione FS Italiane.
Da Roma alla Tuscia e a Montecassino con i treni turistici gratuiti
La prima direttrice parte da Roma Termini e raggiunge Viterbo attraversando alcuni dei territori più suggestivi della Tuscia. Il treno ferma anche a Monterotondo e Montefiascone, da dove partono collegamenti in autobus dedicati verso alcune località che non dispongono di una stazione ferroviaria.
iStockScorcio di Montefiascone
Tra le mete raggiungibili c’è Civita di Bagnoregio, il celebre borgo arroccato su uno sperone di tufo e circondato dalla Valle dei Calanchi, ma anche Bolsena, affacciata sull’omonimo lago e attraversata dalla Via Francigena. Da Monterotondo è inoltre previsto un collegamento verso Mandela e l’area di Vicovaro, utile per avvicinarsi al Cammino di San Benedetto.
La seconda direttrice parte invece da Roma Tiburtina e porta a Cassino, uno dei principali punti di accesso alla Via Francigena del Sud. Da qui si può proseguire alla scoperta della città e dei percorsi legati a Montecassino, dominati dalla celebre abbazia fondata da San Benedetto nel VI secolo. A differenza della tratta verso Viterbo, però, sulla Roma-Cassino non è prevista una navetta dedicata dalla stazione all’Abbazia di Montecassino: il viaggio gratuito permette di raggiungere Cassino, da cui è poi necessario organizzare autonomamente il trasferimento verso il monastero.
Come prenotare i treni gratis nel Lazio
Il viaggio è gratuito, ma non è possibile salire a bordo senza prenotazione. Ogni passeggero deve essere in possesso di un biglietto con posto riservato emesso al costo di 0 euro. La prenotazione può essere effettuata sul sito o sull’app Trenitalia, nelle biglietterie ferroviarie, tramite i distributori self-service delle stazioni oppure nelle agenzie di viaggio abilitate.
Per la tratta Roma-Viterbo le prossime corse sono previste l’11 e 18 ottobre e l’1, 15 e 22 novembre 2026. Il treno parte da Roma Termini alle 8.15 e arriva a Viterbo Porta Romana alle 10.35; il ritorno è previsto alle 15.09, con arrivo nella Capitale alle 17.30.
Sulla direttrice Roma-Cassino, invece, le date ancora disponibili nel calendario sono il 20 ottobre, il 5, 12, 19, 24 e 26 novembre e l’1, 3, 8 e 10 dicembre 2026. La partenza da Roma Tiburtina è prevista alle 7.43, con arrivo a Cassino alle 9.57, mentre il viaggio di ritorno parte alle 16.32 e termina nella Capitale alle 18.51. Sulla linea verso Viterbo il biglietto comprende anche gli autobus previsti dal programma, mentre tra i servizi inclusi nell’iniziativa ci sono accoglienza e assistenza durante il viaggio, informazioni sui cammini e la Box del Pellegrino. I posti sono limitati alla capienza dei treni, quindi è consigliabile prenotare con anticipo.
Affacciata sul piccolo fiume Gera, Erfurt ha il genere di centro storico che costringe a rallentare lo sguardo. La capitale della Turingia, infatti, riunisce piazze ampie, vicoli stretti, case a graticcio, torri religiose e antichi edifici borghesi, creando un paesaggio urbano rimasto fortemente legato al Medioevo
Ci troviamo al centro della Germania, lungo antiche direttrici commerciali che collegavano importanti territori europei, tanto da divenire nel corso dei secoli un rilevante centro religioso e commerciale. La presenza di oltre 20 chiese parrocchiali, cappelle e antichi complessi monastici, tra le altre cose, le ha procurato il soprannome di “Roma della Turingia“.
A settembre 2023 un altro capitolo della storia di Erfurt ha raggiunto una dimensione internazionale: il patrimonio ebraico medievale della città, formato dall’Antica Sinagoga, dal Mikveh medievale e dalla cosiddetta Stone House, è entrato nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO.
Cosa vedere a Erfurt
Il centro storico racconta Erfurt attraverso una successione di luoghi molto diversi tra loro. La parte più interessante emerge proprio nei passaggi tra una piazza e l’altra, quando la grande architettura religiosa lascia posare lo sguardo su botteghe, cortili, facciate colorate e piccole strade medievali.
La Domplatz è il grande spazio scenografico di questa località della Germania. Sul lato occidentale si innalza il complesso formato dal Duomo di Santa Maria e dalla Chiesa di San Severo, una presenza monumentale che domina tutto dall’alto della collina.
L’edificio attuale riunisce elementi di epoche diverse, con una torre romanica e un coro tardogotico di grande slancio verticale. All’interno attirano l’attenzione le vetrate del XIV secolo, le opere medievali, le sculture bronzee e l’altare rococò.
Krämerbrücke, il ponte abitato
Il Krämerbrücke, il Ponte dei Mercanti, rappresenta l’immagine più singolare di Erfurt: è in pietra, attraversa il Gera e sostiene una vera str ada fiancheggiata da edifici a graticcio su entrambi i lati.
iStockIl Krämerbrücke di Erfurt
Le abitazioni formano una sequenza continua di edifici destinati alla vita quotidiana e alle attività commerciali, trasformando il passaggio sul fiume in una piccola strada urbana. Botteghe artigiane, gioiellerie, ceramiche e cioccolaterie occupano gli edifici del ponte.
Fischmarkt e il Rathaus
La Fischmarkt introduce a una dimensione più monumentale, con antiche facciate borghesi e locande che circondano la piazza, mentre al centro si trova la statua di San Giorgio, conosciuta anche attraverso la tradizione della figura di Orlando.
Il Rathaus, costruito tra il 1870 e il 1875, presenta forme neogotiche e conserva importanti dipinti murali con scene che raffigurano episodi della storia cittadina, insieme a riferimenti a Martin Lutero e alle leggende di Tannhäuser e Faust.
Augustinerkloster
C’è poi il monastero agostiniano che risale al XIII secolo e comprende la chiesa, il chiostro e gli ambienti conventuali. Tra le sale sono conservati documenti e manoscritti di grande valore storico, mentre il chiostro restituisce una sensazione più raccolta.
Non è di certo da meno l’Anger che segue un’antica direttrice commerciale trasformata nel tempo in elegante strada cittadina. Le facciate testimoniano la prosperità raggiunta da Erfurt tra Medioevo ed età moderna, mentre alcuni edifici ricordano la presenza di importanti figure della cultura tedesca.
Al numero 37/38 si trova uno dei portali rinascimentali più interessanti della città: l’edificio fu frequentato da Goethe, Schiller e dai fratelli Humboldt durante il periodo legato a Karl Theodor von Dalberg.
L’Angermuseum, ospitato in un edificio barocco dei primi anni del XVIII secolo, è la casa di opere d’arte medievale, dipinti dal XVII secolo al XX secolo e ceramiche della Turingia.
Petersberg e la grande fortezza barocca
La collina di Petersberg domina Erfurt dall’alto ed è la culla di una delle fortificazioni più importanti. La Petersberg Citadel fu costruita sul sito di un antico monastero benedettino ed è una delle fortezze urbane barocche meglio conservate dell’Europa centrale.
Il sistema difensivo comprende bastioni, cortili, edifici militari e una rete di cunicoli sotterranei. Le visite guidate consentono di conoscere anche questa parte nascosta della struttura, attraverso percorsi dedicati alle fortificazioni e alla storia militare.
Erfurt conserva una testimonianza straordinaria della presenza ebraica medievale. L’Antica Sinagoga, il Mikveh del XII secolo e la Stone House, edificio civile risalente al XII e XIII secolo, costituiscono il complesso inserito nel Patrimonio Mondiale UNESCO nel 2023.
Il Mikveh è particolarmente interessante per la sua funzione rituale. La struttura sotterranea legata all’acqua permette di comprendere la vita religiosa della comunità ebraica medievale, mentre la Stone House documenta la dimensione civile di quella stessa presenza.
Egapark
A ovest del centro storico cambia completamente lo scenario con l’Egapark, sviluppato nell’area della storica Cyriaksburg, che occupa circa 90 ettari e racconta la vocazione di Erfurt quale città dei fiori e dell’orticoltura. Il parco ospita anche mostre, iniziative legate al giardinaggio e manifestazioni stagionali.
Cosa fare a Erfurt
La sua identità emerge nei dettagli quotidiani, nei locali del centro e nelle occasioni culturali che accompagnano il calendario cittadino.
Assaggiare le specialità della Turingia: per entrare nella tradizione gastronomica locale attraverso i Thüringer Klöße, gli gnocchi di patate, la celebre Thüringer Rostbratwurst e le birre della città.
Seguire le tracce di Lutero: serve a ricostruire una parte fondamentale della sua formazione tra università, monastero agostiniano e chiese cittadine.
Assistere agli eventi culturali: offre opportunità legate alla musica, al teatro e alle tradizioni locali. Tra gli appuntamenti più importanti figurano le Giornate Bach, il DomStufen-Festspiele, la Jazzmeile e il New Orleans Music Festival.
Erfurt si trova nella Germania centrale ed è la capitale della Turingia. La posizione geografica ha favorito per secoli i collegamenti commerciali e oggi la rende facilmente raggiungibile dalle principali aree urbane tedesche. Il treno rappresenta una soluzione particolarmente pratica per chi arriva da altre città della Germania. La stazione centrale è connessa alla rete ferroviaria ad alta velocità e consente di raggiungere il centro storico con un breve tragitto urbano.
In automobile, Erfurt è collegata alle autostrade A4, A9 e A71, che attraversano e collegano la Turingia con altre regioni tedesche. L’aeroporto di Erfurt-Weimar si trova a breve distanza dal centro e completa la rete dei collegamenti.
Il visitatore che vi arriva si trova davanti una località in grado di mostrare molti secoli della propria storia senza trasformarli in semplice scenografia: il ponte abitato, le torri, il monastero di Lutero, le fortificazioni e le testimonianze della comunità ebraica appartengono a epoche diverse, eppure compongono un unico paesaggio urbano.
Nei primi due weekend di ottobre torna in Emilia-Romagna uno degli appuntamenti più suggestivi per chi ama scoprire il territorio lentamente, entrando in luoghi normalmente poco accessibili e seguendo itinerari dove arte, storia e spiritualità si incontrano. Il 3-4 e il 10-11 ottobre 2026 va infatti in scena l’ottava edizione di Monasteri Aperti, con visite guidate, passeggiate, concerti, incontri e aperture straordinarie tra abbazie, conventi, pievi ed eremi della regione.
L’edizione di quest’anno assume un significato particolare perché è dedicata a San Francesco d’Assisi, nell’anno in cui ricorrono gli 800 anni dalla sua morte, avvenuta nel 1226. Il programma comprende esperienze lungo i Cammini dell’Emilia-Romagna, incontri con religiosi e monache di clausura, concerti di musica sacra e antica, degustazioni e perfino pranzi nei refettori monastici.
Uno sguardo su Monasteri Aperti 2026
Promosso da APT Servizi Emilia-Romagna in collaborazione con la Conferenza Episcopale della Regione Emilia-Romagna e con il circuito dei Cammini dell’Emilia-Romagna, Monasteri Aperti torna nel 2026 con un calendario diffuso che permette di scoprire alcuni dei luoghi religiosi più affascinanti della regione, in diversi casi eccezionalmente accessibili al pubblico.
Ph. Enrico RossiSguardo sui Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia
La filosofia dell’iniziativa resta legata a un modo di viaggiare lento e consapevole: si cammina tra antichi borghi e paesaggi appenninici, si entra in chiostri e abbazie millenarie e si ascoltano storie legate alla vita delle comunità religiose. Tra le proposte figurano anche degustazioni di ricette della tradizione monastica, incontri con esperti di storia dell’arte e appuntamenti musicali, oltre alle passeggiate lungo i 22 Cammini del circuito regionale.
Il programma del 3 e 4 ottobre 2026
Il filo conduttore dell’ottava edizione è San Francesco e il rapporto tra spiritualità, natura e cammino. Il primo weekend di Monasteri Aperti 2026 comincia sabato 3 ottobre con diverse esperienze tra Reggio Emilia e la provincia di Parma.
A Reggio Emilia l’appuntamento è con “Sul Cammino di Matilde”, una giornata che dalle 9 alle 16.30 circa unisce cultura e trekking lungo la Via Matildica del Volto Santo. Dopo le visite al Museo Diocesano e ai Chiostri di San Domenico, si parte per una passeggiata di circa 6,5 chilometri fino alla Reggia Ducale di Rivalta, con picnic nei giardini e visita al Palazzo e al Giardino Segreto.
Ufficio StampaVia Matildica del Volto Santo a Guastalla
Nel pomeriggio, alle 16.00, ci si sposta idealmente a Fidenza, l’antico Borgo San Donnino, con “Il Pane, la Pietra e la Stella”, un itinerario a piedi dedicato alle tracce di San Francesco in città. Il percorso attraversa quattro luoghi legati alla storia locale, tra affreschi trecenteschi, antichi oratori e conventi ormai scomparsi, per terminare con la degustazione di una pagnottaartigianale preparata secondo un’antica ricetta che richiama un miracolo della tradizione francescana. La partecipazione è gratuita ma richiede la prenotazione.
Sempre il 3 e 4 ottobre apre eccezionalmente anche il Monastero di Santa Maria Assunta a Castione Marchesi di Fidenza, abbazia millenaria situata lungo la Via Francigena. Con “Visite e InCANTI poetici in Abbazia” sarà possibile scoprire i mosaici policromi medievali e gli antichi ambienti delle dispense. Domenica 4 sono previste visite guidate su prenotazione dalle 14 e, alle 17.30, il concerto della Corale Collecchiese Mario Dellapina.
Tra gli appuntamenti più particolari di domenica 4 ottobre c’è anche il pranzo nel Refettorio della Badia di Torrechiara, nel Monastero Benedettino di Santa Maria della Neve. Prima di sedersi a tavola, alle 10 è prevista una visita al monastero, alla chiesa e al Belvedere affacciato sul torrente Parma; il pranzo nel refettorio inizia invece alle 12.30. L’esperienza viene proposta anche nelle altre domeniche di ottobre ed è necessario prenotare.
Numerosi anche gli appuntamenti nel Reggiano. Sabato 3 ottobre si può visitare la Pieve di Santa Maria Assunta di Pianzo, mentre a Guastalla apre la Chiesa di San Francesco, visitabile sabato alle 15.30 e domenica alle 15 e alle 16.30. A Campagnola Emilia, per tutto il weekend, è invece possibile ripercorrere la storia del monastero degli Agostiniani e dell’Abbazia della Santissima Trinità.
Domenica 4 ottobre il viaggio nell’Appennino reggiano prosegue tra la Chiesa di Sant’Andrea e il Castello delle Carpinete, la Chiesa del Castello di Rossena a Canossa, l’Oratorio di San Michele in Beleo, la Pieve di San Bartolomeo in Paullo e la Pieve di Santa Maria a Toano.
A Reggio Emilia, inoltre, domenica 4 il Cammino di Matilde cambia ritmo e si percorre in bicicletta. L’itinerario parte dalla città, attraversa la pianura fino a Guastalla e comprende una degustazione di Erbazzone Reggiano IGP, la visita ai Chiostri di San Pietro, il pranzo sulle rive del Po e l’ingresso alla Chiesa di San Francesco. Nello stesso pomeriggio, dalle 15.30 alle 17.30, è in programma anche l’itinerario “La fine del Manierismo e l’innovazione barocca a Reggio Emilia” tra la Basilica di San Prospero e quella della Beata Vergine della Ghiara.
Anche Piacenza partecipa al primo weekend con “Mirabili prospettive”, l’esperienza che permette di salire in quota in due dei luoghi simbolo del centro storico: la Cupola del Guercino nella Cattedrale di Santa Maria Assunta e la Cupola del Pordenone nella Basilica di Santa Maria di Campagna.
Domenica 4 ottobre 2026 tornerà la Caccia ai Tesori Arancioni, l’appuntamento organizzato dal Touring Club Italiano che invita a esplorare alcuni dei piccoli borghi più suggestivi d’Italia attraverso un’esperienza di gioco, storia e tradizioni. La settima edizione coinvolgerà oltre 100 borghi Bandiera Arancione, da nord a sud, pronti ad accogliere migliaia di partecipanti.
L’iniziativa è pensata per adulti e bambini e propone un modo originale per conoscere l’identità dei territori e delle comunità locali. Tra le novità del 2026 ci sono alcune visite dedicate a San Francesco d’Assisi, in occasione degli 800 anni dalla sua morte.
Come funziona la Caccia ai Tesori Arancioni
La Caccia ai Tesori Arancioni si svolgerà contemporaneamente in più di 100 borghi certificati con la Bandiera Arancione del Touring Club Italiano. In ciascuna località i partecipanti dovranno affrontare un percorso articolato in sei tappe, seguendo indizi e superando prove legate alla storia, alle tradizioni, alla cultura e alle peculiarità del territorio.
Non esiste un unico itinerario nazionale: ogni borgo ha infatti costruito la propria caccia al tesoro partendo dalle caratteristiche che lo rendono unico. I percorsi spaziano dalla gastronomia alla musica, dalla storia locale alle attività all’aria aperta, trasformando piazze, musei, sentieri e luoghi simbolo in vere e proprie tappe di gioco.
L’edizione 2026 introduce anche un passaporto della Caccia ai Tesori Arancioni, consegnato al termine del percorso e pensato per essere timbrato nelle diverse edizioni dell’evento. Alle squadre iscritte è inoltre riservata un’esclusiva sacca zaino.
Per partecipare è necessario formare una squadra e iscriversi sul sito Tesori Bandiere Arancioni dedicato all’iniziativa. I posti sono limitati ed è previsto un contributo di partecipazione destinato a sostenere i progetti del Touring Club Italiano per la valorizzazione dei piccoli centri e delle aree interne italiane.
Dai tesori di San Francesco ai sapori locali
Tra le proposte più particolari del 2026 ci sono quelle dedicate a San Francesco d’Assisi in occasione degli 800 anni dalla morte del Santo – che ricorreranno proprio domenica 4 ottobre.
A Taverna, in Calabria, l’intero itinerario sarà proprio a lui dedicato con la Caccia “Sulle orme di San Francesco a Taverna”, mentre a Sarnano, nelle Marche, il percorso toccherà luoghi e attività legati alla sua figura.
Grande attenzione sarà riservata anche ai più piccoli. A Gavoi, in Sardegna, è prevista anche una caccia junior negli spazi della Casa Museo Porcu Satta, sulle tracce di Donna Rosina. A Casale Marittimo, in Toscana, invece, i bambini potranno partecipare a laboratori esperienziali e a una lezione di acquerello dedicata al Principe Guerriero etrusco.
Per chi ama i sapori del territorio, a Dozza, nel Bolognese, il percorso sarà accompagnato da stand e laboratori dedicati alla pasta fresca, alla piadina e al vino Albana, mentre a Corigliano d’Otranto, in Puglia, non mancheranno gli assaggi di prodotti tipici.
Ci saranno poi itinerari dedicati alla musica, come quello di Portico e San Benedetto, in provincia di Forlì-Cesena, dedicato alla tradizione bandistica, con racconti e curiosità. A Frontone, nelle Marche, saranno invece previsti esercizi, meditazione e percorsi a piedi, mentre a Sasso di Castalda, in Basilicata, la caccia porterà alla scoperta di un sentiero nascosto.
Consultare il programma completo sul sito ufficiale dedicato all’evento.
È a tutti gli effetti un film sulla vita di un Santo, ma di un classico film sulla vita di un Santo non ha né l’intento agiografico e né le ambientazioni ufficiali e in pompa magna. Nel tv movie sulla vita di Carlo Acutis, “il primo Santo Millennial” come la stessa Chiesa lo ha definito spesso durante il processo di canonizzazione, la vera protagonista sembra essere l’influenza che la spiritualità di Carlo ha sempre avuto su chi gli stava accanto.
Anche le location di Il mio nome è Carlo sono, più che chiese e pulpiti, i luoghi che il giovane milanese appassionato di informatica frequentava ogni giorno. Scopriamo insieme dov’è stato girato il film Tv in onda in esclusiva su Canale 5 domenica 27 settembre in prima serata e in streaming su Mediaset Infinity.
Di cosa parla
Il mio nome è Carlo racconta di quando a sei anni Carlo Acutis (in queste scene interpretato da Nicolò Caruz Jaramillo) mostrava una spiritualità precoce per la sua età e capace, soprattutto, di contagiare tutti. Più tardi, a undici anni (a interpretarlo c’è ora Edoardo Vitalone), Carlo scopre una passione per il computer che lo accompagnerà per tutta la vita e che di fatto lo farà Santo: dalla sua cameretta intuisce, infatti, che la Rete può essere usata per raccontare la fede e avvicinare i più giovani a Cristo. Quando a quindici anni (col volto di Samuele Carrino, che i più ricorderanno per il ruolo da protagonista ne Il ragazzo dai pantaloni rosa) lo colpisce una forma acuta di leucemia Carlo non perde la speranza e continua soprattutto a regalarla a chi gli sta intorno: i genitori (interpretati nel film Mediaset da Lucia Mascino e Flavio Parenti), il domestico arrivato dalle Mauritius, i tanti medici degli ospedali milanesi in cui viene ricoverato.
Ufficio stampa CEIUna scena di “Il mio nome è Carlo”
Dov’è stato girato il film
Milano
La maggior parte delle location di Il mio nome è Carlo si trovano come accennato a Milano in un «quadrilatero», come lo ha definito al Corriere della Sera il produttore del film, in cui di fatto si è svolta l’intera esistenza del Santo.
Piazza Tommaseo e l’Istituto Marcelline
In una delle prime scene un Carlo bambino è appena uscito dallo storico Istituto delle Marcelline e attraversa una piazza Tommaseo colorata di rosa dall’iconica fioritura delle magnolie: una scena, quella di un bimbo che esce da scuola nella primavera meneghina, così comune da far apparire ancora più straordinaria la vicenda canonica di Acutis.
Piazza Vetra e le Colonne di San Lorenzo
Qualche inquadratura più tardi ritroviamo il ragazzo, ormai adolescente fatto, impegnato a distribuire coperte ai senzatetto di piazza Vetra: di passaggio tra le Colonne di San Lorenzo e il Parco delle Basiliche è molto frequentata ogni giorno da milanesi e non, cosa che non la mette a riparo oggi come in passato dal situazioni di disagio e precarietà.
iStockLa storica piazza Vetra a Milano
La Chiesa di Santa Maria Segreta
Uno dei principali luoghi dov’è stato girato Il mio nome è Carlo è la parrocchia abitualmente frequentata dalla famiglia Acutis: la Chiesa di Santa Maria Segreta, chiamata così perché dove oggi c’è la costruzione in stile neobarocco un tempo sorgeva un tempio pagano dedicato alla dea Demetra. Nell’oratorio della parrocchia sono girate le numerose scene in cui Carlo fa catechismo ai suoi coetanei con risultati decisamente più apprezzabili di quelli del prete.
Il liceo Leone XIII
Altra location del tv movie sulla vita di San Carlo Acutis è il Leone XIII: il liceo gesuita realmente frequentato dal ragazzo che compare sullo schermo in numerose scene in cui hanno fatto da comparse i suoi veri studenti.
Le abitazioni private, sia quella della famiglia Acutis e sia quella dove Carlo partecipa con i compagni a una festa durante la quale ha modo di pronunciare una delle sue frasi più famose (“Tutti nascono originali, ma molti muoiono come fotocopie e io non voglio”), non sono invece quelle originali: si tratta di appartamenti scelti comunque nel centro di Milano, tra le vie adiacenti alla Scala e Parco Sempione.
Milano del resto è una co-protagonista silenziosa ma affidabile della santità di Acutis e del film di Giacomo Campiotti che la racconta su Canale 5 a poco più di un anno dalla canonizzazione (avvenuta il 7 settembre 2025 a opera di Papa Leone XIV). Lo skyline e diversi panorami della città punteggiano le inquadrature: ancora secondo quanto riportato da Corriere della Sera, per rendere possibili delle riprese della città dall’alto, la Fabbrica avrebbe aperto in via eccezionale le terrazze del Duomo di Milano.
iStockLe magnifiche terrazze del Duomo di Milano
Tra le location di Il mio nome è Carlo segnalate dalla Regione Lombardia, che ha sostenuto la produzione del film, ci sono anche l’Acquario civico e il Museo di Storia Naturale di Milano.
L’ospedale in cui nel film Carlo trascorre le ultime ore di vita è l’Ospedale San Gerardo di Monza.
Nel Mar Egeo settentrionale esiste un’isola privata che sembra uscita da una favola: si chiama Argyronisos, conosciuta anche come Isola d’Argento, e oggi è in vendita. Si trova nel Golfo di Pteleos, al largo della punta settentrionale dell’isola di Eubea, e si estende per circa 24 ettari. La proprietà comprende spiagge e calette private, un antico uliveto, diverse abitazioni in pietra e persino una storica cappella.
L’isola, uno dei rifugi più incredibili lungo la costa europea, è passata all’attuale famiglia proprietaria nel 1961 e, per oltre sessant’anni, è stata preservata come residenza privata e azienda olivicola biologica. Oggi, per la prima volta dopo decenni, viene proposta sul mercato attraverso Engel & Völkers, con prezzo disponibile su richiesta.
Argyronisos, l’isola privata in vendita
Il nome Argyronisos significa “Isola d’Argento” e richiama il colore delle foglie degli ulivi quando vengono mosse dal vento. È proprio la vegetazione uno degli elementi che caratterizzano il paesaggio, insieme alle colline, alle calette appartate e alle acque del Golfo di Pteleos.
La proprietà dispone complessivamente di circa 937 metri quadrati di superficie edificata, distribuiti tra undici strutture in pietra ben conservate. Tra queste ci sono la residenza principale, una villa su due piani, diverse case indipendenti (foresterie), la residenza del custode e una cappella. Le costruzioni sono immerse nel paesaggio e mantengono un’architettura discreta, pensata per integrarsi con la natura.
Tra gli elementi più particolari spicca la cappella di Agioi Anargyroi, una piccola chiesa greco-ortodossa, situata nel cuore della tenuta. La tenuta conserva inoltre un uliveto biologico con alberi secolari, che da decenni produce olio destinato principalmente al consumo della famiglia proprietaria, un eliporto e un pontile per yacht.
Un’altra caratteristica particolare di Argyronisos è la sua autonomia energetica. L’isola, gestita seguendo i principi della sostenibilità, utilizza un impianto indipendente a energia solare, affiancato da un generatore di riserva per i periodi di maltempo, mentre l’acqua viene raccolta e conservata in appositi serbatoi. Un sistema pensato per permettere alla proprietà di funzionare senza dipendere dalle reti pubbliche.
Argyronisos comprende anche spiagge naturali dotate di privacy assoluta, mentre l’accesso alle acque profonde permette di raggiungere l’isola anche con imbarcazioni di grandi dimensioni. La posizione, inoltre, la colloca vicino alle Sporadi, con Skiathos, Skopelos e Alonissos raggiungibili via mare.
Louisa NikolaidouArgyronisos, l’isola privata in vendita
Come si raggiunge l’isola greca in vendita
Nonostante il carattere appartato, Argyronisos non è completamente isolata. Il collegamento con la terraferma avviene attraverso imbarcazioni private dai porti e dai moli turistici della zona. Dalla città di Atene il viaggio complessivo via terra e mare richiede circa tre ore e mezza.
Per chi preferisce un trasferimento più rapido, è possibile arrivare in elicottero privato dall’aeroporto internazionale di Atene, con un volo di circa 50 minuti. L’isola della Grecia dispone infatti di un’apposita area di atterraggio. I trasferimenti possono essere ancora più brevi partendo dalle vicine isole dotate di eliporto.
L’isola privata è attualmente proposta in vendita esclusiva da Engel & Völkers. Il prezzo non è stato reso pubblico ed è disponibile su richiesta, insieme alla documentazione completa della proprietà.
Louisa NikolaidouUna delle calette private di Argyronisos
Emilie (nome di fantasia) ogni anno viene sull’isola di Saint-Honorat, non per trascorrere le vacanze, ma per lavorare come volontaria alla reception dell’albergo monastico che ospita turisti in cerca di pace e tranquillità.
La particolarità è che l’Ile di Saint-Honorat, una delle due Iles de Lérins, al largo di Cannes, sulla Costa Azzurra, è una proprietà privata e appartiene alla Congregazione dei Cistercensi dell’Immacolata Concezione, gli unici abitanti dell’isoletta, in pratica, sono monaci.
La più piccola isola dell’arcipelago copre una superficie di soli 40 ettari (è lunga 1,5 km per 400 metri di larghezza, nel punto più ampio). Un piccolissimo paradiso naturalistico, dove il silenzio – a differenze della vicina Ile Sainte-Marguerite – regna sovrano, dove i monaci vivono secondo la regola di San Benedetto scandendo le ore della loro giornata tra preghiera e lavoro (s’incontrano sette volte al giorno più una di notte per pregare tutti assieme, anche con gli ospiti e i visitatori che lo desiderano).
@SiViaggia - Ilaria SantiL’Abbaye Notre Dame de Lérins a St Honorat
Si occupano degli 8,5 ettari di vigne, raccolgono le olive da 120 piante che hanno più di 800 anni – i cui prodotti, vino (35mila bottiglie l’anno tra rosso e bianco oltre alle 300 di un vino speciale chiamato “Le clos de la charité” che viene venduto ogni anno dall’ultimo sabato di settembre all’inizio di ottobre), olio (tra gli 800 e i 900 litri) e alcuni distillati come la Lérina Verte, un liquore alle erbe di colore verde prodotto dai monaci da cent’anni, la cui ricetta segreta è conosciuta solo da due monaci (si sa solo che è fatto con 44 erbe diverse), e il Lérincello, un liquore tipo limoncello ma a base di mandarino e anche un po’ di lavanda, vengono poi venduti nella boutique ufficiale – e per il resto del tempo fanno vita monastica.
Abbiamo preso il traghetto di Planaria – di proprietà dell’abbazia – al quai Laubeuf di Cannes, di fronte al Palais des Festivals e all’ufficio del turismo, e siamo andati sull’isola per capire cos’ha di così speciale questo luogo per cui qualcuno dovrebbe rinunciare alle proprie vacanze e venire a fare workation proprio qui.
“C’è un calendario”, spiega Emilie “che viene condiviso durante l’anno e noi volontari ci mettiamo d’accordo sulla settimana in cui venire in base alle nostre disponibilità. È già qualche anno che lo faccio e ne sono felice”.
In cambio della sua disponibilità, ogni volontario riceve vitto, nella mensa dove si consumano i tre pasti in comune – colazione, pranzo e cena – nel più completo silenzio per rispetto dei 23 monaci che vivono sull’isola tutto l’anno, e alloggio, che Emilie gentilmente mi mostra: la sua è una camera singola (ma ci sono anche camere doppie per le coppie, per un totale di 35 ospiti) con bagno privato, doccia e wc, un armadio a muro chiuso da un tendone, una piccola scrivania con sedia e zanzariere alle finestre (fondamentali perché a St Honorat la vegetazione è molto fitta). Niente fronzoli né amenity, del resto siamo in un monastero, ma non manca nulla. Ci sono anche stanze col bagno in comune nella vecchia ala del monastero, molto suggestiva, ricavate in quelle che un tempo erano le celle dei monaci, dove, a parte la mancanza del bagno, c’è comunque il necessario base. E c’è anche una camera adatta a persone con mobilità ridotta.
@SiViaggia - Ilaria SantiIl giardino riservato ali ospiti
Sono all’incirca 4000 le persone che vengono a soggiornarvi e a cercare un po’ di serenità ogni anno. Non è un ritiro spirituale. Chi vuole, può partecipare alle messe e pregare – c’è una piccola cappella aperta h24 – ma non è obbligatorio. C’è anche chi viene sull’isola in vacanza per approfittare delle piccole spiagge selvagge (in un angolo nascosto di uno dei due giardini dove crescono degli splendidi ulivi secolari c’à anche un “sechoir” dove fare asciugare il costume e il telo mare oltre ai vestiti che si vogliono lavare).
A disposizione degli ospiti ci sono i due giardini interni immersi nella vegetazione, nascosti dentro i chiostri – chi visita l’isola dalla mattina alla sera non li vede -, una biblioteca perlopiù con libri religiosi, ma non solo, chi vuole può lasciare il libro appena terminato e metterlo a disposizione della comunità, e la stanza delle pulizie. Sì, perché non esiste un servizio in camera come al grand hotel, qui ognuno si occupa della pulizia della propria stanza e deve lasciarla come l’ha trovata.
@SiViaggia - Ilaria SantiL’Abbazia di Saint-Honorat vista dalla Tour-Monastère
“Chiunque può soggiornare nell’hôtellerie dell’Abbaye Notre Dame de Lérins: cristiani, atei, musulmani, uomini, donne”, spiega il Père Abbé – Jean-Marie Gervais – che da un anno è tornato a St Honorat a dirigere l’abbazia dopo essere stato per 16 anni nell’Abbaye Notre-Dame de Sénanque, in Provenza, entrambe legate all’ordine cistercense. Come recita il sito dell’abbazia: “Nella sua Regula monachorum, San Benedetto da Norcia precisa che negli ospiti si accoglie anche Cristo”. Gli unici che non possono soggiornare sono i bambini sotto una certa età e i cani, per evitare il rumore che qui è bandito.
Come l’isola, anche i 30 alloggi dell’abbazia sono aperti tutto l’anno (tranne dalla prima domenica dopo Ognissanti fino a metà dicembre e la settimana che precede la Domenica delle Palme) e costano sempre lo stesso prezzo, non c’è né alta né bassa stagione insomma. I prezzi variano da un minimo di 47-57 euro a persona a notte a seconda del tipo di stanza, ma è a propria discrezione e ognuno può lasciare quanto può in base alle proprie disponibilità. Si parte da un minimo di tre notti a un massimo di sette. Si consiglia di portare le proprie lenzuola e i propri asciugamani.
@SiViaggia - Ilaria SantiLa biblioteca per gli ospiti nel monastero di St Honorat
Poiché la consuetudine prevede di condividere la vita della struttura di accoglienza, gli ospiti sono coinvolti in alcune mansioni, vissute con “semplicità e gioia”, recita il sito: lavare le stoviglie, apparecchiare, riordinare la propria camera e, se necessario, le aree comuni, prima della partenza. I pasti si consumano nel refettorio, in silenzio (accompagnati da musica o letture) e tutti assieme. La cucina è semplice e varia, per soddisfare i gusti della maggior parte delle persone.
Bisogna anche sapere che nell’edificio di accoglienza non c’è connessione Internet, ma solo Wi-Fi in un’area limitata e che i cellulari devono essere utilizzati all’esterno degli edifici. Per prenotare, ogni richiesta di ritiro deve essere indirizzata al Père Hôtelier per lettera o e-mail con tre mesi di anticipo rispetto al periodo desiderato.
@SiViaggia - Ilaria SantiIl chiostro interno che ospita le camere
La storia dell’Abbazia di Notre Dame de Lérins
La comunità dei monaci è presente sull’isola di Saint-Honorat da oltre sedici secoli. Era l’anno 410, infatti, quando vi approdò St Honorat e fondò un monastero ispirato al monachesimo orientale, un movimento spirituale cristiano nato a cavallo tra III e IV secolo come forma di distacco dal mondo attraverso la solitudine, l’ascesi e la preghiera. Secondo la leggenda, una volta arrivato sull’isola deserta e resa inabitabile dalla quantità incredibile di serpi, St Honorat fece un buco nella terra col proprio bastone e trovò l’acqua, cosa che permise di essere abitata.
Sempre con il bastone, il Santo riuscì a scacciare i serpenti che la popolavano dopo essersi messo in salvo su una palma (oggi la palma è simbolo dei martiri, simbolo dell’abbazia e anche della città di Cannes, da cui deriva la celebre Palma d’Oro con cui vengono premiati i migliori film durante il festival del cinema). Dopo aver dissodato il terreno, coltivato quel piccolo deserto, Honorat vi fondò una comunità. La storia del suo insediamento è ben documentata grazie alla “Vita di Onorato”, tramandata da Ilario di Arles.
I monaci vissero isolati ma tranquilli finché tra l’VIII e il X secolo non ci furono le prime invasioni che li spinsero a fuggire. Di fronte alle ripetute minacce provenienti dal mare, i monaci avvertirono progressivamente la necessità di proteggersi erigendo una torre fortificata, la Tour-Monastère, su uno sperone roccioso sul lato meridionale dell’isola. A poco a poco, questa costruzione eccezionale divenne il centro della vita sull’isola, tanto che i monaci vi si trasferirono a vivere trasformandola in un vero e proprio monastero.
Per questo motivo, la prima cosa che fu realizzata fu il chiostro (che si sviluppa su tre piani), e tutto è sviluppato in verticale anziché in orizzontale, compresa la cappella interna (che custodiva le reliquie di St Honorat, giunte all’abbazia nel 1392, in occasione della consacrazione della Chapelle Ste-Croix) e le celle destinate ai monaci. L’abbazia fu distrutta per ben tre volte nella sua storia prima di essere ricostruita definitivamente tra il 1874 e il ’78 in stile neoromanico. Conserva ancora buona parte dell’insieme monastico del XII secolo, tra cui la sala capitolare e il chiostro.
Ufficio stampaLa Tour-Monastère restaurata a Saint-Honorat
Dopo un periodo di abbandono alla fine del XVIII secolo e durante la prima metà del XIX secolo, nel 1859, il Vescovo di Frejus riuscì a ricomprare l’isola e a far tornare una comunità religiosa. Nel 1869 arrivarono i cistercensi dall’Abbazia di Sénanque, due abbazie che ancora oggi sono collegate.
Le reliquie, invece, furono inizialmente perdute durante la Rivoluzione francese, ma poi messe in salvo nella chiesa di Notre-Dame-d’Espérance nel Suquet di Cannes e, successivamente, distribuite in vari Comuni della diocesi per garantirne la protezione. Al ritorno dei monaci sull’isola nel 1869 (quando la Congregazione cistercense di Sénanque vi rifondò l’abbazia), una parte significativa delle reliquie di Saint-Honorat fu riportata sul luogo dagli stessi monaci. Oggi, le ossa scampate alla Rivoluzione sono nuovamente esposte e venerate non più nella Tour-Monastère, bensì nella chiesa abbaziale di Lérins, la chiesa principale del XIX secolo.
Ma la storia dell’isola è ancora più antica. Alcuni scavi archeologici effettuati negli anni passati hanno portato alla luce reperti molto precedenti all’arrivo del monaco, tra cui un coperchio in avorio molto probabilmente parte di un amuleto divino risalente all’epoca preromana. Lo stesso nome dell’arcipelago di Lérins deriva dal nome antico delle due isole, Lero e Lerina, citate da diversi autori a partire da Plinio il Vecchio nel I secolo d.C..
Cosa vedere a Saint-Honorat
Sull’isola monastica di Saint-Honorat solitamente si va per visitare il monastero fortificato di Lérins, costruito nel 1073, che comprende diversi chiostri e sette cappelle di epoche diverse che formano un circuito turistico e un pellegrinaggio religioso e l’Abbazia di Lérins. Il complesso, posizionato sul lato opposto rispetto al porticciolo di sbarco dei traghetti, è molto affascinante; l’ingresso avvolto da piante, fiori e palme è un incredibile contrasto rispetto al resto della vegetazione selvaggia dell’isola, eccezion fatta per i vigneti coltivati. Sembra proprio di entrare in Paradiso.
Tutt’intorno all’isola, lungo i pochi sentieri percorribili (il giro dell’isola è lungo 3,4 km), s’incontrano i diversi edifici religiosi, alcuni ricostruiti sui resti originali: appena sbarcati nel porticciolo dell’isola si viene accolti dalla statua della Vierge du Port e dall’Arc du Triomphe del XIX secolo; qui ci sono anche i resti dell’antica Chapelle St Michel, ma lungo i sentieri s’incontrano le alte: la Capelle Saint-Pierre, la Capelle Saint-Caprais (dedicata a colui che accompagnò St Honorat sull’isola), la Capelle Saint-Sauveur e la Capelle de la Trinité (queste ultime due sono le uniche rimaste ancora intatte dal Medioevo, e la prima risulta essere sorta sulle rovine di un edificio del V secolo).
Ufficio stampaIl chiostro nella Tour-Monastère sull’isola
Nei pressi dell’abbazia si trovano altre costruzioni: le vestigia spagnole del XVII secolo, la casamatta risalente alla Seconda Guerra Mondiale, i forni per le palle di cannone voluti da Napoleone Bonaparte nel 1794 (uno all’estremità Est e uno a quella Ovest), la boutique e la statua di Sant’Antonio da Padova. A parte il complesso religioso, altro edificio imponente sull’isola è la Tour-Monastère che è stata appena riaperta dopo sei anni di restauri.
A giugno 2026, l’Abbazia di Lérins, il primo dei Monument historique francesi voluti dallo scrittore e storico Prosper Mérimée, che fu anche ispettore generale dei monumenti storici di Francia, ha infatti inaugurato il restauro della Tour-Monastère, monumento simbolo dell’arcipelago di Lérins, durato sei anni e curato dall’architetto Michel Trubert. Dominando la costa dell’isola di Saint-Honorat, la torre-monastero del 1080 circa rappresenta una delle testimonianze principali della storia plurisecolare dell’abbazia. Luogo di difesa, di vita monastica e di memoria, incarna la storia eccezionale della comunità di monaci. Formata da tre edifici costruiti i tempi diversi, fu il rifugio dei monaci dalla fine del XIV secolo fino al 1788.
Ufficio stampaI restauri effettuati nella Torre sull’isola di Saint-Honorat
I lavori hanno riguardato in particolare la messa in sicurezza dell’edificio contro le infiltrazioni d’acqua, grazie alla realizzazione di due nuove coperture — una contemporanea e l’altra tradizionale —, il restauro delle murature e la posa o sostituzione di porte, grate e finestre. Hanno inoltre consentito l’installazione di un impianto di illuminazione volto a valorizzare gli spazi, il miglioramento delle condizioni di sicurezza e di accoglienza del pubblico, nonché l’allestimento liturgico della Chapelle Sainte-Croix, al primo piano della torre, concepito come progetto specifico. Quest’ultimo è stato affidato a fratel Charles Desjobert, domenicano e architetto specializzato nel patrimonio storico, e comprende la realizzazione di undici vetrate e di un arazzo su disegno dell’artista centenaria Vera Molnár, che venne a mancare non appena conclusa l’opera. Fino alla Rivoluzione francese, era questa la chiesa principale in quanto l’abbazia era stata distrutta.
Durante i lavori sono stati scoperti alcuni ambienti rimasti celati sotto le macerie per secoli, come le cantine per le botti, nella parte più vecchia della torre. L’edificio di pietra calcarea bianca è stato ampliato e fortificato nel corso dei secoli tanto che alla fine del XV secolo era diventato un edificio assai originale e privo di eguali: una torre-monastero che riuniva verticalmente tutte le funzioni della vita monastica, con un chiostro su due livelli, cappelle interne, refettorio e dormitorio per i monaci, la camera dell’abate, i depositi e una cisterna per l’acqua potabile.
@SiViaggia - Ilaria SantiLa vista mozzafiato da una delle terrazze della Torre
Oggi, dopo il restauro, la Tour-Monastère è diventata un bellissimo museo – per ora gratuito – con ampi ambienti, la cappella ammodernata (il 14 settembre 2026, a distanza di 634 anni, sarà anche consacrata), scalinate, passerelle e meravigliose terrazze a picco sul mare da cui si gode di una splendida vista dell’isola dall’alto e della costa fino a St Tropez.
A completare la torre, è arrivata anche una campana posizionata sulla cima, donata dal Principe Alberto di Monaco, un legame che risale alla fine del Medioevo, grazie a due membri della famiglia Grimaldi che guidarono l’Abbazia di Lérins in qualità di abati commendatari. Con questi nuovi lavori, l’isola monastica di Lérins – Isola di Saint-Honorat, si candida ufficialmente a divenire Patrimonio mondiale dell’UNESCO.
@SiViaggia - Ilaria SantiLa campana donata dal Principe Alberto II di Monaco per la nuova Torre
Per chi visita l’isola in giornata – ovvero la maggior parte dei 100mila turisti annui – sono a disposizione alcune aree pic-nic e un solo ristorante, che si consiglia di prenotare in alta stagione.
Parte dalla Basilica di San Giacomo di Caltagirone e arriva al Santuario di San Giacomo a Capizzi il Cammino di San Giacomo in Sicilia, un itinerario di circa 130 chilometri che attraversa dieci comuni e tre province e segue una geografia lontana dai percorsi turistici più conosciuti dell’isola. Il tracciato si sviluppa tra antiche ferrovie, regie trazzere, boschi, campi coltivati, strade secondarie, borghi e luoghi di culto, accompagnando il pellegrino dagli Iblei verso i Nebrodi.
Il progetto ha preso forma nel 2021 da un’idea di Totò Trumino, pellegrino e componente della Confraternita di San Jacopo di Compostella, e in cinque anni ha accolto oltre 5mila viaggiatori.
Il punto di partenza e quello di arrivo non sono casuali: Caltagirone e Capizzi sono, infatti, due comunità siciliane con una forte tradizione legata al culto di San Giacomo e custodiscono importanti testimonianze e reliquie dell’Apostolo.
Un cammino che mette al centro il territorio rurale
La novità del progetto promosso dall’assessorato regionale dell’Agricoltura, dello Sviluppo rurale e della Pesca mediterranea, guidato da Luca Sammartino, consiste soprattutto nello spostamento del baricentro verso il territorio rurale attraversato dal pellegrino.
Lungo il percorso è previsto il coinvolgimento di allevatori, agricoltori, produttori e artigiani, in un progetto che prova a collegare dimensioni spesso raccontate in maniera separata: il pellegrinaggio e l’agricoltura, la fede e il paesaggio, il lavoro e la storia, il borgo e la campagna.
“Il Cammino di San Giacomo può diventare uno straordinario racconto della Sicilia interna e della sua agricoltura“, ha sottolineato il vicepresidente della Regione Siciliana e assessore regionale Luca Sammartino. L’intenzione è fare sì che chi percorre questi territori possa conoscerli grazie ai paesaggi agricoli e alle produzioni che identificano le diverse comunità, dal grano al pane, dai formaggi alla frutta.
Dieci comuni e un paesaggio che cambia
Dalla partenza a Caltagirone, il percorso raggiunge San Michele di Ganzaria, Mirabella Imbaccari, Piazza Armerina, Aidone, Valguarnera Caropepe, Assoro, Nissoria, Nicosia e Capizzi.
Il territorio restituisce una fotografia della stessa economia rurale siciliana: si incontrano vallate dedicate ai cereali e al foraggio, uliveti e campi di fichidindia tra Nicosia e Nissoria, il paesaggio cerealicolo dell’Ennese e i frutteti della pesca settembrina nella Piana di Dittaino. Nell’area di Assoro compaiono inoltre i terrazzamenti un tempo destinati alla vite, mentre Nissoria porta con sé la tradizione del pane.
Proseguendo verso Capizzi, il paesaggio racconta invece la presenza di allevamenti e pascoli, fino ad arrivare ai prodotti caseari dell’area dei Nebrodi.
credits photo Carlo Arcidiacono - I PRESS, Sala Stampa e ComunicazioneIl Cammino di San Giacomo per scoprire la Sicilia più autentica
Una nuova segnaletica per rendere riconoscibile il percorso
Tra gli interventi più significativi realizzati dal Dipartimento Sviluppo Rurale rientra la nuova segnaletica dell’intero itinerario. Il sistema è stato concepito secondo il linguaggio visivo associato al grande cammino compostellano, gemellato con la Sicilia, con il blu e il giallo, le frecce e i riferimenti destinati ad accompagnare il pellegrino lungo il tragitto.
Il progetto tecnico prevede una rete capillare composta da 317 frecce di conforto, collocate nei passaggi e negli incroci più delicati, e 403 frecce di tappa, con indicazione chilometrica ogni 500 metri. A queste si aggiungono 115 cartelli stradali negli incroci principali e 26 pietre miliari, oltre ai cartelloni dedicati ai punti di sosta e ai luoghi di interesse.
Ogni cartello informativo sarà inoltre dotato di un QR Code con cui sarà possibile accedere a informazioni sul territorio, sui servizi e sull’ospitalità.
Il progetto presentato a Caltagirone
Il nuovo piano di valorizzazione del Cammino di San Giacomo in Sicilia sarà presentato mercoledì 9 settembre alle ore 11, nel Palazzo comunale di Caltagirone, nel Salone di rappresentanza Mario Scelba.
All’appuntamento, insieme all’assessore Luca Sammartino, interverranno il vescovo di Acireale e presidente della Conferenza Episcopale Siciliana, mons. Antonino Raspanti, e i vescovi delle quattro diocesi interessate dal progetto: mons. Calogero Peri per Caltagirone, mons. Rosario Gisana per Piazza Armerina, mons. Giuseppe Schillaci per Nicosia e mons. Guglielmo Giombanco per Patti. Saranno inoltre presenti i sindaci dei Comuni coinvolti.
Alle pendici dei Monti Făgăraș, la catena montuosa più alta della Romania, il verde degli alberi accompagna la strada, e piano piano compaiono i primi edifici di un complesso monastico che pare silenziare qualsiasi rumore. È il Monastero di Brâncoveanu, conosciuto anche con il nome di Monastero di Sâmbăta de Sus, uno dei luoghi più importanti dell’identità ortodossa romena.
Accanto alla vita monastica, però, qui vi fu una scuola, una tipografia e persino un laboratorio destinato alla pittura delle icone. Il fatto più sorprendente è che ancora oggi conserva questa vocazione: pochi monaci vivono all’interno del monastero, mentre la chiesa resta il cuore spirituale dell’insieme.
Contemporaneamente, il silenzio, la vicinanza della montagna e la cura quasi minuziosa dei giardini creano un’atmosfera particolare, più facile da percepire sul posto che da raccontare a parole.
Breve storia del Monastero di Brâncoveanu
La vicenda del monastero è segnata da una delle pagine più dure della storia religiosa della regione. Dopo la decapitazione di Constantin Brâncoveanu nel 1714, avvenuta a seguito del rifiuto di convertirsi all’Islam, arrivarono provvedimenti contro gli ordini monastici.
Nel 1785 la Corte di Vienna ordinò al generale Preiss di distruggere il complesso. Gli alloggi dei monaci furono demoliti e la chiesa venne lasciata in rovina. Per circa 140 anni questo posto rimase abbandonato, mentre le sue strutture attraversavano una lunga fase di decadenza.
La rinascita arrivò nel XX secolo. I lavori iniziarono nel 1926 e proseguirono tra il 1929 e il 1936. L’intervento gli restituì vita, preservando l’architettura e le pitture interne della chiesa. In questa fase furono restaurati anche il campanile e altri elementi architettonici, mentre vennero aggiunti i caratteristici colonnati in pietra.
Una particolare attenzione merita la sorgente di acqua corrente: la sua origine risale al XVI secolo e la fonte è stata restaurata nel corso del tempo. La tradizione religiosa le attribuisce proprietà miracolose e ancora oggi i visitatori possono raccogliere l’acqua santa dagli appositi recipienti.
La memoria di Brâncoveanu resta invece legata alla figura del principe fondatore, raffigurato in un affresco sulla parete occidentale del pronao. La sua immagine accompagna così la visita insieme alla memoria di un sovrano che sostenne la Chiesa ortodossa, l’istruzione e le arti.
Il 15 agosto, giorno della Dormizione della Madre di Dio, il monastero celebra la propria festa patronale. Per l’occasione arrivano pellegrini da diverse parti della Romania, dando vita a un’atmosfera molto diversa dal silenzio abituale del complesso.
La visita al monastero tra arte, fede e natura
La visita parte dalla chiesa, riconoscibile per l’architettura legata alla tradizione brâncovenescă. Il termine indica lo stile artistico sviluppatosi durante il periodo di Constantin Brâncoveanu, caratterizzato da una particolare fusione di elementi locali, influenze bizantine e suggestioni ottomane, arricchita da una decorazione ornamentale molto elaborata.
iStockInterno della chiesa del Monastero di Brâncoveanu
Colpiscono le colonne scolpite e il campanile, mentre all’interno attirano lo sguardo le pitture murali. La decorazione comprende anche scene di carattere apocalittico, particolarmente suggestive per il contrasto tra la ricchezza cromatica degli affreschi e la sobrietà degli spazi sacri.
Il campanile, dal canto suo, possiede una caratteristica architettonica curiosa: la struttura appare ottagonale all’esterno, mentre dentro assume una forma cilindrica. È uno di quei particolari che rischiano di passare inosservati durante una visita veloce, ma che aiutano a comprendere la complessità dell’edificio.
Il museo delle icone
Una tappa importante conduce al museo del complesso. La raccolta conserva icone realizzate su legno e vetro risalenti soprattutto ai secoli XVIII e XIX, insieme a libri antichi e oggetti utilizzati nella liturgia ortodossa.
La pittura su vetro rappresenta uno degli aspetti più caratteristici della tradizione artistica locale. Le immagini sacre, delicate e luminose, appartengono a una tecnica particolarmente legata alla cultura romena e costituiscono una delle testimonianze più interessanti custodite dal monastero.
Il laboratorio di pittura delle icone ha una lunga tradizione. La scuola artistica attiva a Sâmbăta de Sus produsse opere di pittura murale e su vetro ancora oggi apprezzate. L’attività è stata ripresa in epoca moderna e il laboratorio viene considerato tra i più importanti del Paese.
I giardini e la sorgente
Fuori dalla chiesa, sentieri e aree verdi attraversano giardini ricchi di fiori, frutteti e alberi. Rose, calendule e garofani dei poeti aggiungono colore agli spazi e contribuiscono alla sensazione di ordine che caratterizza l’intera area.
La sorgente del XVI secolo rappresenta un’altra tappa significativa. L’acqua scorre ancora oggi e viene considerata santa: per molti visitatori il gesto più naturale consiste nel riempire una bottiglia e portare con sé una piccola parte di questa tradizione.
Il rapporto con la natura raggiunge la sua espressione più particolare negli spazi destinati alle celebrazioni all’aperto. Il monastero viene infatti descritto anche quale una sorta di altare nel bosco,con funzioni religiose svolte in mezzo alla vegetazione.
All’interno ha sede inoltre la cosiddetta “Academy from Sambata“, centro dedicato alla spiritualità cristiana, all’arte, alla scienza e alla cultura. Conferenze, congressi e simposi di carattere teologico ampliano così la funzione del monastero oltre la dimensione strettamente religiosa.
Dove si trova e come arrivare
Il Monastero di Brâncoveanu si trova a Sâmbăta de Sus, in Romania, ai piedi dei Monti Făgăraș, nell’area storica legata alla Transilvania. La posizione regala al complesso uno sfondo naturale particolarmente scenografico, con le montagne che si alzano alle sue spalle e una distesa di verde attorno agli edifici.
Sâmbăta de Sus è collegata all’area di Brașov e al resto della regione attraverso la rete stradale locale. La visita può quindi diventare una tappa di un itinerario più ampio nella zona dei Monti Făgăraș, soprattutto per chi desidera alternare borghi, testimonianze storiche e paesaggi montani.
Nei dintorni si trova anche il Castello di Brâncoveanu, legato alla stessa famiglia principesca. Le vicende dei due complessi hanno seguito percorsi differenti, ma insieme aiutano a ricostruire la presenza della dinastia Brâncoveanu nella regione.
Il monastero resta però il luogo più intenso da vivere con calma: tra il profilo della montagna, la pietra scolpita, le pitture della chiesa, le icone sul vetro, il profumo dei fiori e l’acqua della sorgente, la storia appare meno distante.
La storia sta per cambiare con questa incredibile scoperta: ben prima di Stonehenge in Europa c’era un popolo che osservava il cielo: in Repubblica Ceca è stato scoperto un recinto preistorico di circa 6.500 anni fa che dimostra conoscenze astronomiche ben radicate. Vicino al villaggio di Chleby, gli archeologi hanno studiato la struttura monumentale quasi circolare che seguiva i monumenti di Sole e Luna.
Molti pensano al Ferragosto come quella data in cui è d’obbligo una grigliata tra amici e un tuffo di mezzanotte al mare, eppure il 15 agosto è anche una ricorrenza religiosa, ovvero il giorno in cui si celebra l’Assunzione della Madonna in cielo.
A festeggiare quest’anno c’è una nuova presenza monumentale entrata nel paesaggio della Polonia centrale: è la Madonna di Konotopie, una gigantesca statua della Vergine Maria alta 55,6 metri, inaugurata infatti proprio il 15 agosto 2026 in occasione della solennità della festa religiosa. Un’opera destinata a diventare un nuovo punto di riferimento per il turismo religioso e per chi attraversa questa parte della Polonia, grazie alle sue dimensioni che la rendono più alta sia del celebre Cristo Redentore di Rio de Janeiro sia del Cristo Re dell’Universo di Świebodzin.
Già alla cerimonia hanno preso parte centinaia di fedeli e autorità religiose, con la presenza dell’ex presidente polacco Lech Wałęsa. Il programma ha incluso la recita del rosario, una Messa presieduta dal vescovo di Włocławek Krzysztof Wętkowski e la successiva benedizione del monumento, con due elicotteri che hanno sorvolato la statua lasciando cadere nel cielo una pioggia di petali di rose rosse.
La nuova Madonna di Konotopie
Per aver superato in altezza e maestosità il Cristo Redentore brasiliano (circa 38 metri) la nuova Madonna della Misericordia deve avere misure sbalorditive: progettata dallo scultore Adam Jakub Matejkowski, in cemento armato e acciaio, la statua in sé supera i 40 metri ma si colloca anche sopra un basamento alto circa 15 metri, a forma di corona.
Getty ImagesVista frontale della Madonna di Konotopie
Il basamento, inoltre, ospita una terrazza panoramica, raggiungibile tramite scale o ascensore. Il monumento è stato voluto e finanziato dagli imprenditori polacchi Roman e Grażyna Karkosik, che lo hanno concepito come un personale voto di ringraziamento. La statua riprende simbolicamente la figura venerata nel vicino santuario della Madonna Addolorata: le braccia aperte e i palmi rivolti verso i visitatori rappresentano accoglienza, misericordia e apertura all’incontro spirituale.
Dal punto di vista turistico, l’opera punta quindi a essere qualcosa di più di un simbolo religioso per la Polonia. La possibilità di entrare nella struttura e salire fino alla terrazza trasforma infatti la gigantesca statua in una vera attrazione panoramica, inserita in un complesso che vuole accogliere sia pellegrini sia visitatori curiosi di vedere da vicino una delle opere monumentali più insolite del Paese.
Dove si trova la Madonna di Konotopie e come raggiungerla
La gigantesca statua si trova a Konotopie, un piccolo villaggio del comune di Kikół, nel distretto di Lipno, nel voivodato della Kujawsko-Pomorskie, nella Polonia centro-settentrionale. Il paese conta poco più di un centinaio di abitanti ed è situato non lontano da Torun, una delle città storiche più importanti della regione.
Getty ImagesLa Madonna di Konotopie immersa nel paesaggio
Il monumento sorge in una posizione particolarmente visibile, a ridosso della strada nazionale DK10, l’arteria che collega Varsavia e Szczecin attraversando anche l’area di Torun. Proprio per questo, la sagoma bianca della Madonna è riconoscibile anche a distanza durante il viaggio. Konotopie si trova inoltre lungo il collegamento stradale tra Torun e Lipno: lungo questo itinerario la DK10 attraversa località come Kikół e Konotopie prima di raggiungere Lipno.
La distanza stradale tra Torun e Lipno è di circa 51 chilometri e la posizione accanto al Santuario della Madonna Addolorata di Konotopie non è casuale. Il santuario è infatti presente da tempo nella località e rappresenta il nucleo spirituale attorno al quale è stato sviluppato il nuovo progetto monumentale, con l’ambizione di trasformare un piccolo villaggio della Polonia centrale in una nuova tappa per il turismo religioso e culturale.
Arrivando dal lago, la prima impressione che si ha è quella di una piccola isola solo verde apparsa quasi per caso tra le acque dolci della Croazia. In realtà quella è Visovac, un isolotto situato nel lago omonimo, all’interno del Parco nazionale della Krka. Il suo nome è legato soprattutto al monastero francescano di Nostra Signora della Misericordia e alla chiesa di Nostra Signora di Visovac, un complesso religioso che dal 1445 rappresenta uno dei luoghi più importanti della spiritualità francescana croata.
Natura, architettura, storia religiosa e memoria culturale convivono in uno spazio minuscolo. Poi ci sono i cipressi e giardini con una varietà botanica sorprendente per un isolotto di queste dimensioni. Vi basti pensare che sono state censite 195 specie vegetali, comprese diverse piante esotiche. Tra il verde possono comparire pavoni, cigni e tartarughe, mentre oltre gli alberi si apre il panorama del lago, incorniciato dalle rocce e dalle colline.
Visovac viene spesso descritta come un‘oasi di pace e come un’isola della preghiera, e tutto ciò acquista senso già durante la traversata per raggiungerla.
Breve storia di Visovac
Prima dell’arrivo dei francescani, quest’isolotto della Croazia ospitava gli eremiti dell’Ordine di Sant’Agostino. La fondazione del primo insediamento risale al XIV secolo, quando Visovac aveva dimensioni e strutture molto più modeste rispetto al complesso attuale. La svolta arrivò nel XV secolo, ovvero quando i francescani provenienti dalla Bosnia (costretti a lasciare la regione in seguito all’avanzata ottomana) vi si stabilirono.
Da quel momento la storia di Visovac si intrecciò profondamente con quella delle comunità locali. Il monastero diventò un luogo di preghiera, studio e conservazione della memoria, mentre l’isola assunse progressivamente il carattere di piccolo centro spirituale nel territorio della Krka.
I frati ampliarono il complesso e costruirono la chiesa di Nostra Signora di Visovac, aggiungendo poi il campanile e altri ambienti conventuali. Secoli travagliati portarono il monastero anche verso periodi di rovina. Nel XVIII secolo arrivò una nuova ricostruzione, mentre alcune parti più antiche del complesso conservarono tracce della struttura originaria.
La vicenda di Visovac è legata anche a una particolare immagine sacra, la Madonna di Visovac, venerata con il titolo di Nostra Signora delle Grazie. Il fascino di Visovac, però, nasce soprattutto dalla sua vicenda reale, dalla presenza secolare dei francescani e dalla sua capacità di attraversare invasioni, cambiamenti politici e periodi difficili mantenendo la propria funzione religiosa.
La visita tra monastero, museo, biblioteca e giardini
La visita inizia prima dello sbarco, in quanto la traversata offre una prospettiva insolita sul Parco nazionale della Krka, con l’isola che si avvicina lentamente tra acqua, pareti carsiche e vegetazione. Una volta arrivati, il primo elemento da osservare è il rapporto tra il complesso religioso e il giardino. I francescani hanno infatti trasformato un piccolo lembo roccioso in un‘oasi verde, coltivando nel tempo specie vegetali molto diverse.
Il monastero francescano
Il complesso conserva l’impronta della lunga presenza francescana. La chiesa di Nostra Signora di Visovac è il cuore religioso dell’isola, mentre il monastero raccoglie ambienti legati alla vita della comunità. La struttura attuale è il risultato di ampliamenti, ricostruzioni e trasformazioni avvenuti nel corso dei secoli.
iStockUl bellissimo Monastero di Visovac
Il museo e la collezione archeologica
Il museo del monastero merita particolare attenzione per la varietà dei materiali conservati. La raccolta comprende reperti archeologici, opere d’arte religiosa, paramenti, utensili liturgici e oggetti legati alla storia del complesso. Alcuni reperti risalgono persino all’epoca romana, con testimonianze datate al I secolo.
La biblioteca e gli incunaboli
Molto interessante è anche la biblioteca, che custodisce una delle parti più preziose del patrimonio di questa minuta terra emersa: tra i libri antichi compaiono gli incunaboli, termine usato per indicare i volumi stampati nei primi decenni della stampa a caratteri mobili, prima del 1500. Una delle rarità più note è una copia illustrata delle Favole di Esopo stampata nel 1487. Secondo alcune fonti, ne esistono soltanto 3 copie in tutto il mondo.
Tra i materiali più curiosi c’è pure un minuscolo libro con il Padre nostro tradotto in 7 lingue. Le sue dimensioni sono appena 3,5 x 3,5 millimetri. La raccolta conserva inoltre documenti di grande interesse storico, tra cui un firmano del sultano ottomano Mehmed IV datato 1674.
La spada del XVII secolo
Poi ancora una sciabola del XVII secolo appartenuta a un celebre capo militare croato, Vuk Mandušić. Accanto ai libri, ai documenti e agli oggetti liturgici, questo reperto racconta un’altra faccia della storia dell’area, segnata da conflitti e profonde trasformazioni politiche.
I giardini e il paesaggio
Fuori dagli ambienti del monastero, la visita prosegue nel verde. I 195 tipi di piante censiti costituiscono una piccola collezione botanica a cielo aperto. Pavoni, cigni e tartarughe aggiungono una presenza quasi domestica a un luogo nato invece per la preghiera e la vita conventuale.
Il panorama resta uno dei grandi motivi della visita: dal piccolo territorio lo sguardo raggiunge il lago Visovac e le pareti carsiche della Krka, con una sensazione di quiete difficile da associare alle mete più frequentate della Croazia.
Dove si trova e come arrivare
Visovac si trova nel territorio del Parco nazionale della Krka, nella contea di Šibenik-Knin, in Croazia. L’indirizzo indicato è 22324 Brištane. L’accesso avviene esclusivamente via acqua e l’assenza di strade rende la barca parte integrante dell’esperienza, al punto da impedire di raggiungere il monastero direttamente in automobile.
I collegamenti diretti partono dai punti di Stinice e Remetić. Il Parco nazionale della Krka organizza inoltre escursioni in barca con partenza da altre zone del parco, comprese Skradinski buk e Roški slap, inserendo Visovac all’interno di itinerari più ampi. Chi dispone di tempo può scegliere una gita combinata con le principali attrazioni del parco.
Visovac resta così una delle tappe più particolari della Krka e la sua forza sta proprio nella scala ridotta: un isolotto, un monastero, una chiesa, un giardino e una biblioteca raccolgono secoli di storia nel mezzo di un paesaggio carsico spettacolare.
A ridosso del punto in cui il fiume Nera taglia la roccia creando una spaccatura spettacolare nei pressi di Narni, la vegetazione si fa fitta, quasi gelosa dei propri tesori. E proprio in questo angolo di Umbria si cela un luogo in grado di stregare chiunque decida di risalire i sentieri del canyon. Abbarbicata sul Monte Santa Croce, e affacciata direttamente sulle acque smeraldine dell’alveo fluviale, vi è la meravigliosa Abbazia benedettina di San Cassiano, che fungeva sì da centro religioso, ma anche (e soprattutto) quale presidio strategico per controllare uno dei passaggi più importanti dell’Italia centrale.
L’edificio appare all’improvviso tra la vegetazione, protetto da mura merlate che ancora oggi trasmettono l’immagine di una piccola fortezza. Il silenzio domina il paesaggio, mentre l’atmosfera è di quelle che non si dimenticano. Del resto, San Cassiano rappresenta uno dei complessi monastici più insoliti della regione. Gran parte delle abbazie benedettine sorse infatti in territori agricoli fertili, facilmente raggiungibili e destinati al lavoro dei monaci. Qui accadde il contrario: il monastero occupa un versante ripido, affacciato sulla gola scavata dal Nera, in una posizione che privilegiava il controllo militare del territorio rispetto allo sfruttamento agricolo.
Anche il panorama contribuisce a rendere straordinaria la visita. Dalla terrazza naturale che circonda il complesso lo sguardo corre verso la conca ternana, segue il corso del fiume e raggiunge l’imponente arco superstite del Ponte di Augusto, capolavoro dell’ingegneria romana che per secoli garantì il collegamento lungo la Via Flaminia.
Breve storia e le ipotesi sulle origini dell’Abbazia benedettina di San Cassiano
Le prime testimonianze certe relative all’Abbazia di San Cassiano compaiono nel Chronicon Farfense, cronaca medievale che la cita nel 1081. Diversi elementi rinvenuti durante i restauri, però, raccontano una vicenda ancora più antica: una piccola iscrizione scolpita su un sarcofago romano ricorda infatti una donazione effettuata da Crescenzio di Teodorada al beato Orso, ritenuto il primo abate del monastero. Poiché Crescenzio morì nel 984, gli studiosi collocano la presenza dell’abbazia almeno nella seconda metà del X secolo.
Ma, se dobbiamo dirvela tutta, le radici del complesso potrebbero spingersi persino più indietro. Secondo una teoria condivisa da diversi storici, i Benedettini avrebbero riutilizzato un precedente monastero fortificato bizantino edificato nel VI secolo durante le guerre greco-gotiche. La tradizione attribuisce questa iniziativa al generale Belisario, impegnato nella difesa del cosiddetto Corridoio Bizantino, la fascia territoriale che collegava Roma a Ravenna attraversando l’Italia centrale.
In tale contesto le Gole del Nera assumevano un’importanza strategica enorme: chi controllava questo passaggio monitorava uno dei principali collegamenti tra il centro della penisola e la capitale dell’Impero d’Occidente. Nel 1091 San Cassiano passò sotto l’influenza della potente Abbazia di Farfa, entrando nella vasta rete monastica che caratterizzò il Medioevo italiano. Il monastero attraversò una fase prospera anche durante il XIV secolo, periodo al quale risalgono importanti interventi architettonici ancora leggibili.
Nel XVI secolo arrivò invece il sistema delle abbazie commendatarie. Gli abati ricevevano le rendite del monastero senza risiedervi stabilmente. La vita monastica diminuì progressivamente, fino all’abbandono definitivo. Arredi, documenti e materiali preziosi vennero dispersi nel tempo, lasciando il complesso in uno stato di forte degrado.
La rinascita iniziò soltanto negli Anni ’70 del ‘900 grazie a un importante intervento di recupero promosso anche dal senatore Giuseppe Ermini. Proprio durante quei lavori emersero iscrizioni fondamentali per ricostruire la storia del monastero e vennero riportati alla luce numerosi elementi dell’impianto originario.
Un curioso episodio lega inoltre San Cassiano al cinema italiano: nel 1970 l’abbazia diventò uno dei set di “Per grazia ricevuta“, film diretto e interpretato da Nino Manfredi, insieme ad altri posti simbolo del territorio narnese.
Cosa vedere e dettagli che rendono unica l’abbazia
Quando si arriva al cospetto di questo gioiello dell’Umbria è praticamente impossibile rimanere indifferenti, perché a colpire in maniera istantanea sono le mura merlate, il campanile cuspidato e gli edifici destinati in passato ai monaci. Poi c’è la facciata della chiesa, che sale sopra una scenografica gradinata, con un portale romanico che presenta una strombatura elegante, realizzata in pietra locale. Nella parte superiore a farsi notare è una raffinata trifora affiancata da tre piccoli oculi. Accanto alla chiesa svetta il campanile quadrangolare, ricostruito sopra una torre più antica e alleggerito da bifore sorrette da sottili colonnine.
L’interno rivela una storia ancora più complessa: i restauri hanno consentito di riconoscere chiaramente l’originaria pianta a croce greca, trasformata nel ‘300 in una chiesa basilicale articolata su tre navate. Archi a tutto sesto poggiano su colonne marmoree arricchite da capitelli eleganti, mentre alcuni particolari continuano a richiamare la cultura artistica bizantina.
Getty ImagesInterni dell’Abbazia di San Cassiano
Tra gli elementi più interessanti compare anche un arco a ferro di cavallo, soluzione architettonica tipica dell’Oriente mediterraneo e piuttosto rara in territorio umbro. Attorno alla chiesa si sviluppano gli antichi edifici conventuali, destinati nei secoli passati alla vita quotidiana della comunità monastica e all’accoglienza dei pellegrini. L’insieme conserva un equilibrio sorprendente tra architettura religiosa e struttura difensiva.
Gran parte del fascino nasce anche dal paesaggio circostante. Dal complesso si ammirano la Valle del Nera, la gola scavata dal fiume e i resti del Ponte di Augusto, uno dei ponti romani più grandiosi mai costruiti lungo la Via Flaminia. Questa prospettiva privilegiata trasformò San Cassiano in uno dei punti panoramici preferiti dai pittori del Grand Tour.
L’abbazia rientra inoltre nella 4ª tappa del Cammino dei Protomartiri Francescani, itinerario che collega Narni a San Gemini attraversando boschi, antichi santuari e testimonianze della spiritualità umbra. La struttura rimane generalmente chiusa e apre soltanto durante visite organizzate, iniziative culturali oppure giornate speciali, comprese alcune aperture del FAI. In tali occasioni guide esperte illustrano la storia del monastero e le trasformazioni architettoniche emerse grazie ai restauri.
Dove si trova e come arrivare
L’Abbazia di San Cassiano sorge nel territorio comunale di Narni, in provincia di Terni, sulle pendici del Monte Santa Croce, tra Narni Scalo e il piccolo borgo di Stifone. L’accesso avviene attraverso una strada che conduce nei pressi dell’area di parcheggio situata vicino ai resti del Ponte di Augusto. Da qui parte un sentiero sterrato in salita lungo circa 450 metri, percorribile in una decina di minuti. Scarpe con buona aderenza risultano la scelta più indicata, soprattutto dopo giornate piovose.
Chi desidera vivere un’esperienza ancora più coinvolgente può scegliere il trekking guidato che parte dal centro storico di Narni. Il percorso attraversa Piazza dei Priori, raggiunge il Ponte di Augusto, segue le Gole del Nera e risale il Monte Santa Croce fino al monastero. L’itinerario permette di comprendere pienamente il rapporto tra l’abbazia e il territorio che per secoli ha sorvegliato.
Al termine della salita arriva anche la risposta alla domanda che accompagna gran parte della visita. Per quale motivo un monastero venne costruito in un luogo tanto difficile da raggiungere? Il responso lo si ha volgendo lo sguardo verso la valle: da quell’altura il controllo del passaggio era totale.
Correnti turchesi tagliano gole calcaree profonde, mentre sentieri polverosi costeggiano l’affluente del Tevere accanto a ponti romani o torri d’avvistamento del 1200. Passo dopo passo si respira il profumo di muschio umido con l’acqua che resta accanto, il fondo che corre dolce tra borghi e vecchie infrastrutture; più avanti arrivano salite, boschi e altopiani. Stiamo parlando della Greenway del Nera, un anello verde che parte idealmente dal fragore della Cascata delle Marmore, attraversa la Valnerina e poi cambia totalmente.
Il progetto riunisce itinerari Benedettini, la Via Francigena di San Francesco e la ex ferrovia Spoleto-Norcia in un grande anello di circa 180 km. Sterrati, alzaie, strade rurali e tracciati ferroviari recuperati compongono un viaggio lento, a piedi, in bici o a cavallo. Ciò che però emoziona di più è il mutamento di scena: la Cascata delle Marmore, con il Velino che precipita nel Nera, lascia spazio al castello di Arrone e alle sue mura, poi ai borghi della Valnerina, alla Val Castoriana, a Norcia, Cascia, Monteleone e molto altro ancora.
Dove si trova ed etimologia del cammino
La Greenway del Nera si trova in Umbria, nel cuore della Valnerina, tra Terni, i Monti Sibillini e il confine laziale. “Greenway” significa via verde, espressione usata per indicare percorsi dedicati alla mobilità lenta. “Nera”, invece, richiama il fiume che accompagna la prima parte dell’anello e dà identità all’itinerario. Che poi, a dirla tutta, quel corso d’acqua è di un azzurro intenso e spessissimo trasparente.
Lunghezza e difficoltà: le tappe
Il tracciato è diviso in 16 tratte, dai 5 ai 22 km circa, con segnaletica numerata e colorata secondo la difficoltà. Il giro completo viene consigliato in senso orario per la distribuzione delle quote. Dalla Cascata a Triponzo prevale il fondovalle, con 46 km e pendenze generalmente contenute.
Da Preci in poi il carattere cambia. Le stime di D+ e durata indicate sotto sono indicative, utili per impostare le giornate a piedi; il dato reale varia in base a traccia scelta, fondo, soste e passo.
Cascata delle Marmore – Arrone (6,862 km, circa 100 m D+, 2h)
Dal belvedere inferiore il rombo della maestosa Cascata delle Marmore accompagna la partenza. Un ponte sul Nera introduce la sterrata verso Casteldilago, poi il Convento di San Francesco, fino a quando Arrone appare con il nucleo medievale di La Terra, torri e vicoli.
Arrone – Precetto (4,790 km, circa 80 m D+, 1h 30min)
Quello tra Arrone e Precetto è un tratto breve, raccolto nel fondovalle. Precetto appartiene a Ferentillo e porta il carattere severo della Valnerina, stretta tra pareti rocciose e piccoli nuclei storici.
iStockPrecetto e Ferentillo
Precetto – Ceselli (9,547 km, circa 150 m D+, 2h 45min)
Il Nera resta il compagno visivo della tratta, ma qui il fondo alterna sterrato e passaggi verdi fino a Ceselli, dominata dalla chiesa di San Michele Arcangelo, costruita con la torre del cassero trasformata in abside.
Ceselli – Scheggino (3,537 km, circa 60 m D+, 1h)
Pochi chilometri e, come per magia, arriva un vero e proprio cambio d’atmosfera. Scheggino si raggiunge seguendo il corso d’acqua, con il borgo e la chiesa di San Nicola a portata di deviazione.
iStockUn incantevole angolo di Scheggino
Scheggino – Sant’Anatolia di Narco (2,998 km, circa 100 m D+, 1h)
La distanza ridotta lascia spazio al meraviglioso paesaggio. Poi, a un certo punto, ecco le mura medievali di Sant’Anatolia di Narco, mentre la Valcasana aggiunge verde e acqua. Si consiglia una sosta al Museo della Canapa, il quale racconta la storia rurale della valle.
Sant’Anatolia di Narco – Piedipaterno (4,900 km, circa 120 m D+, 1h 30min)
La valle resta morbida e il percorso mantiene un ritmo tranquillo. Piedipaterno prepara l’ingresso nella parte della Greenway più legata alle vecchie infrastrutture ferroviarie.
Piedipaterno – Borgo Cerreto (8,082 km, circa 180 m D+, 2h 30min)
Acqua, campi e versanti costruiscono un paesaggio leggibile passo dopo passo, con Borgo Cerreto che segna l’avvicinamento al tracciato della ex Spoleto-Norcia.
Borgo Cerreto – Triponzo (5,531 km, circa 250 m D+, 2h)
Qui emerge l’anima ferroviaria del percorso: le gallerie della vecchia linea includono un tunnel lungo 800 m, per il quale serve una lampada adeguata. Poi la Balza Tagliata, antico passaggio nella roccia di epoca preromana, introduce la salita verso Triponzo.
Getty ImagesUn angolo di Borgo Cerreto
Triponzo – Preci (11,800 km, circa 400 m D+, 3h 30min)
Il fondovalle comincia a restare indietro. La strada punta verso Preci, paese di origine benedettina, con la Pieve di Santa Maria, edificata nel XIII secolo.
Preci – Norcia (16,669 km, circa 650 m D+, 5h 30min)
La Val Castoriana sale verso la Forca di Ancarano, poi il panorama si apre sulla piana di Santa Scolastica. Norcia arriva con la sua cerchia muraria, piazza San Benedetto e il paesaggio del Parco Nazionale dei Monti Sibillini.
Campi, boschi e dorsali accompagnano una delle tratte più lunghe, con Norcia che rimane alle spalle e il paesaggio che assume un respiro più montano, fino alla geografia di alture e vallate che circonda Cascia.
Cascia – Monteleone (18,418 km, circa 750 m D+, 6h 30min)
In questa tappa lunghezza e dislivello chiedono gambe allenate. Monteleone di Spoleto si fa intravedere in quota, tra pietra e paesaggi aperti. E la Greenway, dal canto suo, ha ormai lasciato il volto fluviale dell’inizio.
iStockIl borgo di Monteleone di Spoleto
Monteleone – Salto del Cieco (10,300 km, circa 450 m D+, 4h)
La sterrata entra nel bosco e sale sul Monte Aspra senza raggiungerne la cima. All’antica dogana il passato di frontiera torna leggibile nei simboli e nella posizione stessa del luogo.
Salto del Cieco – Piediluco (22,260 km, circa 800 m D+, 7h)
La tratta più lunga è anche una delle più dure, anche perché ci sono 2 rampe ripide che mettono alla prova le gambe. Poi arriva la discesa verso Colle Bertone e Piediluco compare tra i monti Luco e Caperno, con il lago stretto tra rilievi boscosi.
Piediluco – Prati di Stroncone (15,597 km, circa 600 m D+, 5h 30min)
Dal lago si torna a salire verso le quote dei Prati di Stroncone. Il paesaggio si apre progressivamente e la differenza rispetto alla prima parte dell’anello si sente tutta.
Prati di Stroncone – Marmore (15,597 km, circa 500 m D+, 5h)
L’ultima tratta parte in quota e scende verso Miranda e Marmore. Il belvedere superiore annuncia il ritorno, mentre un sentiero ripido ricco di tornanti conduce infine al belvedere inferiore e chiude l’anello.
Come prepararsi al cammino
La Greenway si adatta a più livelli, ma l’anello completo richiede preparazione. Per un viaggio a piedi conviene dividere le 16 tratte in più giornate, lasciando margine alle salite della seconda metà. Scarpe adatte allo sterrato, zaino leggero, acqua e lampada frontale sono fondamentali, soprattutto nelle gallerie della ex ferrovia.
Una mappa offline o una traccia GPX aiutano a seguire l’itinerario; la segnaletica GWN offre conferme lungo il percorso. Partire dalla Cascata delle Marmore è pratico grazie ai parcheggi e ai collegamenti con Terni. Poi basta seguire il Nera, ascoltare il paesaggio cambiare e lasciare che la Valnerina faccia il resto.
Bastano poche centinaia di metri di mare per lasciare la costa della Gallura alle spalle e ritrovarsi davanti a un luogo che sembra custodire un ritmo ancestrale. L’Isola dei Cappuccini affiora nel Golfo di Arzachena con il profilo morbido del granito modellato dal vento e dalla salsedine, circondata da un’acqua limpida che riflette sfumature turchesi e smeraldo.
Sulla sommità si distingue ancora l’antico convento dei Frati Cappuccini. O meglio, quel che rimane perché è un edificio ormai abbandonato che però continua a dominare il paesaggio. La costruzione rappresenta, infatti, il simbolo più riconoscibile dell’isola e racconta un passato fatto di raccoglimento, preghiera e vita lontana dai grandi centri abitati.
L’isola rientra nel delicato sistema naturalistico delle Bocche di Bonifacio, tratto di mare che separa la Sardegna dalla Corsica, al punto che gran parte del suo magnetismo nasce proprio dall’equilibrio fra ambiente selvaggio e presenza discreta dell’uomo. Un piccolo pontile consente l’approdo delle imbarcazioni, mentre alcuni bungalow circolari (perfettamente inseriti nel paesaggio) accolgono un numero ristretto di ospiti alla ricerca di tranquillità e riservatezza.
Breve storia e leggende dell’Isola dei Cappuccini
L’identità dell’Isola dei Cappuccini ruota attorno al convento fondato dai Frati Cappuccini nel XVIII secolo. La scelta di questo piccolo promontorio marino rispecchiava la tradizione dell’ordine religioso, orientata verso luoghi appartati, favorevoli alla meditazione e alla vita contemplativa. Circondati soltanto dal mare e dalla vegetazione spontanea, i religiosi trascorrevano le giornate pregando e facendo delle semplici attività quotidiane.
Con il passare del tempo il convento perse progressivamente la propria funzione, fino all’abbandono che persiste ancora oggi. Nonostante ciò, rimangono ancora le murature, parte della struttura originaria e un’atmosfera altamente spirituale. Attorno all’isola si sono sviluppati racconti popolari legati alla quiete del luogo. Il silenzio ha inevitabilmente alimentato nel tempo l’idea di uno spazio destinato alla riflessione, lontano dal frastuono della vita quotidiana.
Più che vere leggende, sono quindi suggestioni tramandate da pescatori e abitanti della Gallura, convinti che questo piccolo lembo di terra conservi ancora lo spirito raccolto dei suoi antichi abitanti. Nel corso del XX secolo l’isola ha mantenuto un carattere estremamente riservato. La presenza di proprietà private e di poche strutture ricettive ha limitato lo sviluppo turistico, contribuendo alla conservazione dell’ambiente naturale. E, a essere del tutto onesti, proprio tale discrezione rappresenta pure adesso uno degli aspetti più apprezzati.
Come funziona la visita e cosa vedere
Una visita in questa speciale isola della Sardegna consente di vivere un’esperienza diversa rispetto alle spiagge più frequentate della Costa Smeralda. Fin dal primo sguardo colpisce l’assenza di costruzioni invasive, “sostituite” da rocce granitiche levigate dal tempo, cespugli di mirto, ginepri e macchia mediterranea. L’interesse principale, dunque, risiede nel paesaggio, nella vegetazione spontanea e nei continui punti panoramici che permettono di osservare il Golfo di Arzachena e il profilo delle isole vicine.
Il piccolo porticciolo costituisce il primo contatto con l’isola. Da qui lo sguardo incontra subito le rocce granitiche, levigate nei secoli dagli agenti atmosferici, alternate ai profumi intensi del mirto, del lentisco e del ginepro. L’insieme restituisce l’immagine più autentica della Gallura costiera.
Salendo verso la parte alta compare il vecchio convento, protagonista assoluto del paesaggio. Pur privo della funzione originaria, mantiene un fascino particolare grazie alla posizione dominante e alla semplicità della sua architettura. L’acqua che circonda l’isola colpisce per trasparenza e luminosità e possiede fondali ricchi di vita marina che attirano appassionati di snorkeling e fotografia naturalistica. La navigazione lungo la costa, dal canto suo, permette di osservare piccole insenature, scogli modellati dal vento e giochi di luce creati dal sole sul granito.
La superficie dell’isola, del resto, è prevalentemente rocciosa, scoscesa e dominata da aspre scogliere granitiche, motivo per cui non ospita veri e propri arenili sabbiosi estesi o lidi attrezzati. Il perimetro frastagliato racchiude esclusivamente minuscole calette di ghiaia fine e tasche di sabbia racchiuse tra i massi, che mancano di nomi ufficiali cartografici proprio per via delle loro dimensioni ridotte.
Gran parte delle escursioni parte da Porto Cervo oppure da Cannigione e comprende il passaggio davanti all’isola durante itinerari dedicati alle Bocche di Bonifacio e all’Arcipelago della Maddalena. Alcune proposte consentono anche una breve sosta, utile per apprezzare il paesaggio da vicino. L’accesso resta comunque regolamentato in quanto l’isola comprende proprietà private e strutture riservate agli ospiti.
Dove si trova, come arrivare e info utili
L’Isola dei Cappuccini si trova nel Golfo di Arzachena, lungo la costa nord-orientale della Sardegna, a breve distanza dalla penisola che introduce alla Costa Smeralda. La separazione dalla terraferma misura appena poche centinaia di metri, particolare che la rende ben visibile già dal famosissimo e bellissimo litorale della regione.
Il punto di partenza più pratico coincide con Cannigione, collegata facilmente ad Arzachena attraverso la rete stradale della Gallura. Anche Porto Cervo rappresenta una base molto utilizzata durante la stagione turistica per via della presenza di numerosi servizi dedicati alla navigazione.
Le escursioni in barca costituiscono la soluzione più semplice per osservare questo piccolo paradiso. Molti itinerari attraversano il tratto di mare compreso fra la Costa Smeralda e l’Arcipelago della Maddalena, regalando una prospettiva privilegiata sul vecchio convento, sulle rocce granitiche e sulla vegetazione mediterranea che ricopre l’intera isola.
Soggiornarvi è possibile, ma essendo un’isola privata c’è un numero molto limitato di sistemazioni. I caratteristici 8 bungalow circolari sono destinati agli ospiti della struttura e puntano su privacy, tranquillità e contatto con la natura. L’ospitalità, quindi, resta estremamente esclusiva, motivo per cui la maggior parte dei visitatori sceglie di ammirare l’isolotto durante un’escursione in barca.
L’arrivo via mare, però, permette di cogliere il dettaglio più affascinante dell’Isola dei Cappuccini: soltanto un piccolo approdo, il profilo del convento che domina la collina e il rumore delle onde che accompagna lo sguardo verso uno degli angoli più riservati della Gallura. Proprio questa autenticità continua a renderla una meta speciale, lontana dalle rotte più battute e ancora in grado di trasmettere la sensazione di aver scoperto un luogo custodito con estrema discrezione.
Per raggiungere Herrenchiemsee è necessario lasciare la terraferma alle spalle e affidarsi alle acque del Chiemsee, il lago più grande della Baviera, chiamato spesso “Mare Bavarese” per i suoi circa 80 chilometri quadrati di superficie. Con i suoi 238 ettari, Herrenchiemsee rappresenta l’isola maggiore del lago.
Il nome significa “Isola degli uomini” e richiama la lunga presenza dei Canonici Agostiniani insediati in questo luogo per secoli. Poco distante si trova Fraueninsel, l'”Isola delle donne”, ancora oggi sede di un monastero benedettino. Due terre separate da pochi minuti di navigazione, unite da una storia religiosa che affonda le radici nell’Alto Medioevo.
L’aspetto attuale, però, porta soprattutto la firma di re Ludwig II di Baviera, ricordato anche con il soprannome di Re delle Fiabe. Nel 1873 acquistò l’intera Herrenchiemsee per 350.000 fiorini, salvando il patrimonio forestale da un progetto di disboscamento. Pochi anni più tardi prese forma il suo sogno più ambizioso: un palazzo destinato a celebrare Luigi XIV, il celebre Re Sole francese, figura che Ludwig ammirava profondamente anche per i legami dinastici fra le due famiglie reali.
La morte del sovrano, avvenuta nel 1886 nelle acque del lago di Starnberg in circostanze rimaste avvolte dal mistero, interruppe definitivamente il progetto. Del gigantesco complesso previsto venne completata soltanto la parte centrale, trasformando Herrenchiemsee in uno dei più affascinanti sogni incompiuti d’Europa.
Oltre al celebre palazzo reale, quest’isola della Germania custodisce testimonianze che attraversano oltre 1.300 anni di storia. Monasteri, giardini monumentali, sale riccamente decorate e scorci naturali regalano una visita sorprendentemente varia.
Castello di Herrenchiemsee
Fin dal primo sguardo appare evidente il richiamo alla Reggia di Versailles: la facciata riproduce fedelmente quella del capolavoro francese, mentre l’intero progetto celebra il prestigio della monarchia assoluta di Luigi XIV. Varcato l’ingresso, lo Scalone d’Onore introduce un susseguirsi di ambienti spettacolari.
Ludwig II volle reinterpretare la storica Scala degli Ambasciatori di Versailles attraverso una copertura vetrata ottocentesca in grado di amplificare la luce naturale e valorizzare stucchi, marmi policromi e decorazioni dorate. La Sala della Guardia apre il percorso cerimoniale con alabarde appartenute alla guardia reale, pareti impreziosite da raffinati rivestimenti e soffitti decorati con scene dedicate a Bacco e Cerere.
Seguono le anticamere ricche di dipinti raffiguranti Luigi XIV e membri della corte francese, insieme a statue equestri e arredi realizzati secondo la sofisticata tecnica Boulle, caratterizzata da intarsi in ottone, tartaruga e bronzo dorato. Fra tutti gli ambienti merita una menzione la Camera da Letto di Parata, autentico simbolo del potere monarchico. Tessuti, ricami, dorature e intagli raggiungono livelli straordinari, trasformando questa sala nel fulcro dell’intero edificio.
Il capolavoro assoluto resta però la Galleria degli Specchi: lunga ben 98 metri, supera perfino quella di Versailles, ferma a 73 metri. Ben 33 lampadari e 52 candelabri moltiplicano riflessi e bagliori lungo l’intera prospettiva, creando un effetto scenografico che lascia senza parole. Curiosa anche la Sala da Pranzo, impreziosita da un enorme lampadario in porcellana di Meissen. Qui trova posto il celebre tavolo meccanico “Tischlein-deck-dich”, collegato alle cucine attraverso un ingegnoso sistema utile a far salire e scendere la tavola apparecchiata.
iStockIl bellissimo Castello di Herrenchiemsee
Museo di Ludwig II
All’interno del palazzo trova spazio un museo inaugurato nel 1926 e ampliato nel corso dei decenni. Dodici sale raccontano la vita del sovrano attraverso fotografie, lettere, ritratti, oggetti personali, arredi originali e documenti legati alla famiglia reale bavarese. Il percorso permette di comprendere meglio la personalità di Ludwig II, divisa fra passione artistica, ricerca della bellezza e crescente isolamento negli ultimi anni di vita.
Antico monastero agostiniano
Molto prima dell’arrivo del re, Herrenchiemsee rappresentava un importante centro religioso. Un primo monastero sorse già nel VII secolo, mentre nel 1130 l’arcivescovo Corrado I di Salisburgo rifondò il complesso affidandolo ai Canonici Agostiniani. Nei secoli successivi l’abbazia acquisì prestigio politico, economico e culturale. La basilica romanica venne completata nel 1158, seguita nel XVII secolo da importanti ampliamenti barocchi.
Oggi il complesso conserva eleganti saloni storici, appartamenti utilizzati da Ludwig II durante i soggiorni sull’isola e alcune gallerie dedicate ai pittori del Chiemsee.
Giardini monumentali
Davanti al palazzo si apre un parco geometrico ispirato ai grandi giardini francesi. Fontane scenografiche, statue mitologiche, aiuole perfettamente simmetriche e lunghi canali prospettici accompagnano lo sguardo fino alle acque del lago. Fra maggio e inizio ottobre entrano in funzione anche i giochi d’acqua, ricostruiti fedelmente durante il XX secolo sulla base dei progetti originali.
Sentieri panoramici
Gran parte dell’isola rientra in un’area naturale protetta ricoperta da boschi misti molto antichi. Un itinerario ad anello di circa 7 chilometri attraversa radure, faggi secolari, antiche fortificazioni medievali e punti panoramici affacciati sul lago. Ottos Ruh regala una spettacolare visuale sulle montagne circostanti, mentre Pauls Ruh offre una tranquilla baia circondata dalla vegetazione.
L’isola alterna grandi opere architettoniche, natura rigogliosa e testimonianze storiche che riescono a trasformare una semplice visita in una giornata ricca di sfumature.
Salire sul traghetto da Prien: e godersi la traversata attraverso il Chiemsee con vista sulle Alpi del Chiemgau.
Scegliere la carrozza trainata da cavalli: durante la bella stagione, per raggiungere il palazzo lungo il viale alberato.
Partecipare alla visita guidata degli appartamenti reali: indispensabile per accedere agli ambienti principali.
Percorrere l’anello naturalistico: fra boschi, rive tranquille e belvedere affacciati sul lago.
Herrenchiemsee appartiene al lago Chiemsee, nell’Alta Baviera, fra Monaco di Baviera e Salisburgo. Il principale punto di partenza coincide con Prien am Chiemsee, collegata sia alla rete ferroviaria sia alle principali arterie stradali della Germania meridionale. Dal porto di Prien partono traghetti durante tutto l’anno, con una navigazione che richiede circa 20 minuti.
Una volta sbarcati, il palazzo si raggiunge attraverso un piacevole percorso nel verde della durata di circa 45 minuti oppure tramite carrozza trainata da cavalli durante la stagione estiva. Una visita completa dell’isola richiede almeno mezza giornata, mentre un’intera giornata permette di apprezzare palazzo, museo, abbazia, giardini e itinerari naturalistici con la giusta calma.
Tra i profili del Waldviertel, regione a nord-ovest di Vienna puntellata di boschi profondi e campi ondulati, è custodito un complesso monastico che sorprende già dal primo sguardo. È l’Abbazia di Altenburg, che si presenta come un’elegante costruzione barocca, armoniosa nelle proporzioni, luminosa nelle superfici chiare e quasi teatrale nella sua monumentalità. Bella, direte voi, ma la verità è che sotto quella facciata ordinata si nasconde una storia molto più ruvida, fatta di invasioni, incendi e rinascite ostinate.
Qui il tempo ha lavorato in verticale: sopra il trionfo del ‘700 con cupole dipinte e scalinate imperiali; sotto le “ossa” di un monastero medievale rimasto sepolto per secoli. Due mondi sovrapposti e due modi diversi di vivere la spiritualità, ma separati solo da pochi metri di terra.
E non è finita, perché attraversando il portale d’ingresso si ha la sensazione di aver varcato un confine temporale che diventa persino tangibile, con l’aria che profuma di incenso mentre i riverberi dorati sulle pareti raccontano storie di monaci che hanno trasformato la preghiera in arte monumentale.
Breve storia dell’Abbazia di Altenburg
Tutto ebbe inizio nell’ormai lontanissimo 1144, quando la contessa Hildeburg di Poigen-Rebgau decise di fondare un monastero benedettino affidandolo al vescovo di Passau. Ben 12 monaci arrivano dalla Stiria, portando con sé regole precise, ritmi scanditi e una visione chiara della vita religiosa.
iStockLa bellissima Abbazia di Altenburg
Il luogo scelto della donna non fu di certo casuale, perché l’attuale Abbazia di Altenburg sorge sulle rovine di un antico castello appartenente ai signori del Poigreich. Una sostituzione simbolica, dalla difesa armata alla ricerca spirituale. Nei secoli successivi, la struttura attraversò una sequenza quasi ininterrotta di devastazioni, con attacchi di nobili rivali, incursioni dei Cumani e saccheggi durante le guerre hussite.
Nel 1645 arrivarono invece gli svedesi, lasciando dietro di sé rovine fumanti nel contesto della Guerra dei Trent’anni. A quel punto una ricostruzione risultava inevitabile. E si scelse di farlo in grande: gli abati del XVII e XVIII secolo immaginarono qualcosa di completamente diverso dal monastero originario, una vera e propria dichiarazione artistica.
L’abate Placidus Much chiamò a raccolta architetti e artisti tra i migliori dell’epoca e il progetto prese forma grazie a Josef Munggenast per l’architettura e soprattutto a Paul Troger per la decorazione pittorica. Nacque così quello che oggi viene soprannominato il “Gioiello barocco del Waldviertel”, o anche “Trogerstift”, proprio in onore dell’artista che ne definì l’anima visiva.
Il ‘900 portò nuove e difficili prove, tra cui occupazioni, chiusure forzate durante il regime nazista e l’utilizzo militare da parte delle truppe sovietiche. Poi, ancora una volta, la ricostruzione. Dal dopoguerra il complesso tornò a vivere, aperto ai visitatori e radicato nella sua funzione originaria.
La superficie di questo angolo di Austria incanta, ma il vero stupore cresce man mano che si scende o si osserva con maggiore attenzione ogni suo spazio.
La chiesa abbaziale e la cupola affrescata
La chiesa si fa amare subito per la sua pianta ovale, scelta architettonica che rompe la rigidità delle strutture medievali. Lo sguardo viene attirato verso l’alto, fino alla grande cupola decorata da Paul Troger con figure divine e forze oscure che si affrontano in un intreccio di luce e movimento.
Ci sono angeli che scagliano fulmini e creature mostruose mentre si contorcono, che insieme vanno a creare un effetto quasi cinematografico. Sull’altare maggiore è molto interessante la rappresentazione dell’Assunzione di Maria che culmina con la Trinità.
Costruita intorno al 1740, la biblioteca rappresenta uno degli ambienti più impressionanti del complesso. Tre livelli di scaffalature si alzano lungo una sala lunga quasi 50 metri. Contemporaneamente, colonne corinzie dipinte di blu e dettagli in marmo rosso mettono in scena una contrapposizione elegante.
Sopra, ancora una volta, Troger intervenne con scene allegoriche. Tra queste, la Sapienza divina, la Luce della fede e il Giudizio di Salomone.
La scala imperiale
C’è anche una maestosa scala monumentale che collega i diversi livelli dell’abbazia, la quale si distingue per avere gradini ampi, proporzioni generose e affreschi che accompagnano su ogni scalino. Salirvi dona quasi l’emozione di compiere un passaggio simbolico tra piani diversi della conoscenza.
La cripta affrescata
Sotto la biblioteca si trova uno degli ambienti più sorprendenti, una cripta decorata con motivi vivaci, arabeschi ed elementi marini dai colori pastello. A prima vista l’insieme ricorda un qualcosa di festoso, ma poi emergono dettagli inquietanti: scheletri armati, allegorie della morte e figure mitologiche come Mercurio e Nettuno.
Nelle fondamenta dell’edificio barocco si estende un secondo monastero riportato alla luce dopo secoli (un caso rarissimo in Europa). Qui si possono osservare ambienti autentici del Medioevo, tra cui la sala capitolare, il chiostro e lo scriptorium. Sono spazi più bassi e austeri, privi di decorazioni eccessive, ma ciò che fa riflettere è che da una parte spicca la sobrietà medievale, dall’altra l’esuberanza barocca.
I giardini monastici
Poi una serie di giardini tematici completa l’esperienza. Il Giardino della Creazione propone una lettura simbolica della natura, il Farmaceutico richiama la tradizione erboristica dei monaci, mentre quello dedicato al Silenzio invita alla riflessione. Particolarmente interessante è il Giardino delle Religioni, organizzato in cinque sezioni dedicate alle principali fedi mondiali.
Infine vale la pena impegnare il proprio tempo alle raccolte meno conosciute (ma di grande valore) qui custodite. Ne è un esempio la Collezione Arnold, con opere barocche austriache e della Germania meridionale. Notevole è anche la Collezione Sainitzer, la quale esplora il mondo delle immagini devozionali con lavori di straordinaria finezza artigianale.
Dove si trova e come arrivare
L’Abbazia di Altenburg sorge nel piccolo e omonimo centro, nella Bassa Austria, a circa 90 chilometri a nord-ovest di Vienna, e il contesto geografico contribuisce molto al suo fascino: Waldviertel è infatti una regione poco urbanizzata, piena di foreste, altopiani granitici e villaggi sparsi.
In auto la soluzione più pratica parte dalla Capitale del Paese seguendo l’autostrada in direzione Krems e proseguendo verso Horn. Gli ultimi chilometri passano in strade secondarie immerse nel verde. Con i mezzi pubblici si può invece raggiungere Horn in treno o autobus, per poi proseguire con collegamenti locali.
Un viaggio a ritmo lento a bordo di un treno storico notturno attraversa lo Stivale per raggiungere uno dei luoghi più celebri per il pellegrinaggio in Europa: Lourdes. Adagiata ai piedi dei Pirenei francesi, questa meta si svela non solo come un importante luogo religioso, ma anche come una sorprendente porta d’accesso verso un territorio ricco di sentieri, percorsi naturalistici e grandi cammini storici.
Per raggiungerla in modo sostenibile (e altamente suggestivo) c’è una nuova opportunità dedicata agli amanti del trekking e delle camminate immerse nella natura: è il Treno dei Cammini, il viaggio notturno organizzato da Fondazione FS Treni Turistici che dall’Italia, con alcune tappe intermedie, conduce nel cuore di questa affascinante regione. La data da segnare è l’11 giugno 2026.
L’itinerario del Treno dei Cammini
Calabria, Campania, Lazio e Liguria sono le regioni in cui fa tappa il Treno dei Cammini 2026: la partenza è fissata l’11 giugno da Reggio Calabria fino a Lourdes, mentre il ritorno, in senso contrario da Lourdes verso Reggio Calabria, è organizzato per il 17 giugno (si può scegliere anche solo una tratta di andata o ritorno). Chi fa il viaggio completo ha tutto il tempo necessario per esplorare il territorio e percorrere alcuni degli itinerari più belli della regione.
Si può prendere il treno da diverse città italiane in cui fa tappa il treno storico con locomotiva elettrica e carrozze a cuccette rinnovate. Ecco tutte le fermate e gli orari previsti:
Reggio di Calabria Centrale – partenza ore 3:20;
Villa San Giovanni – partenza ore 3:41;
Gioia Tauro – partenza ore 4:15;
Vibo Valentia-Pizzo – partenza ore 4:56;
Lamezia Terme Centrale – partenza ore 5:28;
Paola – partenza ore 6:15;
Battipaglia – partenza ore 9:26;
Caserta – partenza ore 10:30;
Roma Ostiense – partenza ore 12:54;
Lourdes – arrivo ore 18:06.
I vagoni, inoltre, hanno spazi dedicati ai bagagli che consentono di trasportare comodamente zaini e attrezzatura da trekking, arrivando a destinazione pronti per mettersi in cammino.
Una volta arrivati a Lourdes, chi ama camminare ha solo l’imbarazzo della scelta su quali percorsi intraprendere. Tra gli itinerari più celebri c’è il GR78, il Cammino del Piémont Pirenaico, una delle storiche vie francesi che conducono verso Santiago de Compostela. Il percorso segue il versante settentrionale dei Pirenei attraversando villaggi, abbazie, santuari e paesaggi rurali fino a Saint-Jean-Pied-de-Port, punto di partenza del celebre Cammino Francese.
Lourdes è anche il centro del Chemin de Lourdes, una rete di percorsi storici che ripercorre le antiche strade dei pellegrini tra campagne, piccoli borghi e vallate, ideale per chi desidera un’esperienza piacevole e senza affrontare lunghi trekking in alta quota.
Per gli amanti della natura, la città rappresenta inoltre uno dei principali accessi al Parco Nazionale dei Pirenei, con sentieri che conducono a laghi alpini, vallate glaciali e rifugi di montagna, adatti sia a escursioni giornaliere sia a trekking di più giorni.
Tra le mete più spettacolari, per chi vuole intraprendere camminate di più giorni, spicca il Cirque de Gavarnie, patrimonio UNESCO: un gigantesco anfiteatro naturale modellato dai ghiacciai, circondato da pareti rocciose alte oltre 1.500 metri e attraversato da suggestive cascate. Gli escursionisti più esperti possono invece dirigersi verso il massicciodel Vignemale, la vetta più alta dei Pirenei francesi, esplorando un ambiente alpino fatto di ghiacciai, laghi d’altitudine e panorami che si spingono fino al confine con la Spagna.
Come prenotare il viaggio
I biglietti per il Treno dei Cammini possono essere acquistati attraverso tutti i canali Trenitalia, incluse le biglietterie in stazione, i self-service e le agenzie di viaggio abilitate. Le tariffe sono valide per una singola tratta, andata oppure ritorno, e variano in base alla stazione di partenza e alla tipologia di sistemazione scelta.
Per le partenze dal Sud Italia, il posto in cuccetta da 6 posti ha un costo di 209 euro, mentre la cuccetta da 4 posti è disponibile a partire da 239 euro. Chi desidera una maggiore privacy può prenotare l’intero scompartimento in uso esclusivo, con soluzioni dedicate a una, due, tre o quattro persone. Per le partenze dal Centro Italia, i prezzi partono da 179 euro per la cuccetta da 6 posti e da 209 euro per quella da 4 posti, con la possibilità di riservare anche in questo caso uno scompartimento a uso esclusivo.