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Tra i tetti in ardesia di Torla, il borgo dei camini delle streghe e dei giganti di roccia spagnoli

6 octobre 2026 à 16:30

A 1.032 metri di altitudine, nella provincia di Huesca, si trova Torla, un borgo stretto tra le cime dell’Alto Aragona e la valle glaciale scavata dal fiume Ara. Si adagia alla grande parete del massiccio del Mondarruego, la montagna dal caratteristico colore rossastro che al tramonto assume tonalità ancora più intense.

Il paese porta oggi il nome di Torla-Ordesa, adottato nel 2014, e rappresenta l’ultima località abitata prima della frontiera, pur senza una strada diretta verso la Francia. Parliamo quindi di un villaggio dalla dimensione raccolta, fatta di vicoli ripidi, pietra scura, ardesia e facciate che raccontano una società montana rimasta a lungo separata dai grandi centri urbani.

Eppure, basta semplicemente alzare gli occhi per scoprire dettagli curiosi sulle case, mentre oltre i tetti il paesaggio cambia completamente e lascia spazio alle grandi pareti del Parco Nazionale di Ordesa e Monte Perdido.

Cosa vedere a Torla

Il centro storico di questo borgo di Spagna colpisce più per i particolari delle abitazioni e delle strade che per i grandi monumenti. Tutto, in ogni caso, vale la pena di essere scoperto.

Chiesa di San Salvador

La torre della chiesa di San Salvador compare da quasi qualsiasi punto panoramico del paese e diventa un riferimento visivo insieme alla parete del Mondarruego. L’edificio risale al XVI secolo e presenta caratteristiche del tardo gotico aragonese.

All’interno si trova una preziosa croce in argento dorato del XVI secolo. Ma ciò che colpisce di più è la posizione: prende vita su uno sperone roccioso e accanto conserva i resti di un antico complesso difensivo.

Museo Etnologico e cripta di San Jorge

Gli spazi dell’antica fortificazione ospitano oggi il Museo Etnologico di Torla, con una raccolta legata alla vita quotidiana delle comunità montane. Attrezzi, oggetti domestici, testimonianze dell’allevamento e materiali legati allo sfruttamento del legname raccontano una società costruita intorno alle risorse delle alte valli pirenaiche.

Nelle cantine dell’antica casa parrocchiale si conservano inoltre pitture murali del XVI secolo. Ancora più particolare è la Cripta di San Jorge, dove sono stati recuperati preziosi dipinti medievali dedicati al santo.

Plaza Mayor e le case tradizionali

Il centro storico raggiunge il suo punto più rappresentativo nella Plaza Mayor, piccolo spazio dominato dal municipio e legato alla vita pubblica del paese almeno dal XIII secolo. Le strade che conducono alla piazza mostrano l’architettura tipica dell’Alto Aragona, con abitazioni in pietra e ardesia, finestre geminate, piccole aperture e portali ornati da elementi scolpiti.

Un dettaglio particolarmente curioso riguarda le tizoneras, strutture in pietra inserite nelle facciate per nascondere la posizione del focolare. Sui tetti compaiono invece le caratteristiche chamineras, camini coronati da pietre disposte in forma conica. Secondo la tradizione popolare, questi elementi avevano anche una funzione apotropaica e servivano a tenere lontane le streghe.

Camini di Torla, Spagna
iStock
I camini delle streghe di Torla

Le grandi dimore signorili conservano poi gli infanzones, stemmi in pietra concessi dal re alle famiglie nobili. Tra le abitazioni storiche vale la pena menzionare Casa Viu, una delle più importanti del borgo. Poi c’è anche Casa Rubla, l’unica grande dimora storica aperta al pubblico.

Ponte della Glera

Sul fiume Ara si incontra il Ponte della Glera, struttura di origine medievale oggi profondamente rinnovata. Il corso d’acqua accompagna la storia geografica di Torla e attraversa una valle glaciale nata dall’incontro delle valli di Bujaruelo e Ordesa.

L’Ara conserva inoltre una particolarità rara nel panorama spagnolo: per circa 70 chilometri, fino alla confluenza con il Cinca presso Aínsa, il suo corso è rimasto privo di sbarramenti artificiali.

Parco Nazionale di Ordesa e Monte Perdido

Torla è soprattutto la porta d’accesso al Parco Nazionale di Ordesa e Monte Perdido, area protetta di circa 15.000 ettari, Riserva della Biosfera dal 1988 e Patrimonio Mondiale UNESCO dal 1997.

Il paesaggio comprende profonde gole, boschi, cascate e grandi cime pirenaiche, con Monte Perdido che raggiunge 3.355 metri.

Cosa fare a Torla

La montagna detta il ritmo della giornata, ma il paese offre anche esperienze legate alla cultura locale, alla gastronomia e alle tradizioni.

  • Raggiungere Ordesa: conduce nel paesaggio glaciale del parco attraverso itinerari adatti a diversi livelli di preparazione, dalla passeggiata nella Pradera fino agli itinerari d’alta montagna verso Monte Perdido.
  • Scegliere San Nicolás de Bujaruelo: per scoprire una delle alternative più accessibili per una giornata nella natura, con percorsi adatti anche alle famiglie.
  • Seguire il sentiero verso Broto: offre una prospettiva diversa sulla valle dell’Ara e collega Torla a un altro borgo storico dei Pirenei aragonesi.
  • Assaggiare la cucina dell’Alto Aragona: si incontrano i sapori di montagna, con la carne bovina certificata della Valle di Broto fra le specialità più rappresentative.
  • Scoprire il folklore locale: permette di entrare in una tradizione ancora viva, dalle danze palotiau, jota e repatán del 12 ottobre fino al particolare Carnevale di Torla, il Carnabal, con il caratteristico processo al personaggio che rappresenta i difetti della comunità.
  • Seguire le antiche romerías: porta verso gli eremi legati alla devozione popolare, con celebrazioni conservate in diverse date dell’anno, fra San Antón, San Miguel, Santa Elena e Santa Lucía.

Dove si trova e come arrivare

Torla si trova nella provincia di Huesca, nell’Aragona settentrionale, all’interno della valle glaciale dell’Ara e a breve distanza dall’ingresso del Parco Nazionale di Ordesa e Monte Perdido. In automobile l’accesso principale passa dalla N-260, che collega il paese con Broto oppure con Biescas attraverso il passo di Cotefablo, situato a 1.423 metri. La A-135 attraversa Torla e prosegue verso la valle di Ordesa.

Durante il periodo estivo l’accesso alla Pradera de Ordesa con le automobili private viene limitato. Dal grande parcheggio situato presso il paese partono quindi i bus organizzati dal parco, soluzione abituale per raggiungere l’area naturale. Il collegamento ferroviario più vicino si trova a Sabiñánigo, mentre le connessioni in autobus comprendono servizi verso Torla da altri centri dei Pirenei aragonesi.

Prima di affrontare la montagna, vale la pena fermarsi al Centro Visitatori di Torla, con un’esposizione che prepara lo sguardo al paesaggio che attende oltre il paese. A Torla, del resto, la montagna arriva fin dentro le strade.

Dove il tempo profuma di cannella e miele: Radovljica, la dolce città medievale della Slovenia

5 octobre 2026 à 17:30

Non sono molti i chilometri che la separano da Bled, meta super frequentata dai turisti, ma nonostante questo Radovljica possiede l’abilità di avere scelto la discrezione come suo tratto distintivo. Sorge su un terrazzamento naturale sopra la valle della Sava, con il profilo delle Alpi Giulie a fare da sfondo alle case del centro antico.

Dimore borghesi del XVI e XVII secolo, edifici più recenti, palazzi barocchi e decorazioni pittoriche raccontano epoche differenti senza cancellarsi a vicenda. Radovljica appare così quasi come una piccola capsula del tempo, racchiusa tra le tracce della fortificazione medievale e il paesaggio alpino.

A questa identità storica si aggiunge una vocazione gastronomica particolare:  è conosciuta oggi con il soprannome di Dolce Radol’ca, legato alla tradizione dell’apicoltura e del miele, affiancata negli ultimi anni dalla cultura del cioccolato.

Cosa vedere a Radovljica

Dietro le facciate eleganti di questa cittadina della Slovenia si incontrano musei, botteghe, testimonianze artistiche e angoli legati a personaggi che hanno lasciato un’impronta profonda nella cultura del Paese.

Linhartov trg, la piazza della città vecchia

Il primo incontro con Radovljica passa dalla grande piazza rettangolare intitolata ad Anton Tomaž Linhart. Le facciate che la circondano appartengono soprattutto all’architettura borghese tra XVI e XIX secolo e conservano affreschi, decorazioni e strutture originarie.

Linhart fu drammaturgo e storico del XVIII secolo, considerato il primo autore di commedie in lingua slovena e la sua casa natale sorge proprio lungo la piazza. Una fontana dedicata a Josipina Hočevar aggiunge un altro elemento alla scenografia urbana, mentre le antiche abitazioni degli artigiani regalano a questo spazio il carattere commerciale delle epoche passate.

Šivčeva hiša

Tra le abitazioni storiche si fa notare la Šivčeva hiša, una casa tardo-gotica del XVI secolo considerata uno degli esempi più interessanti dell’architettura antica di Radovljica. Facciata e interni conservano elementi della struttura originaria e oggi l’edificio ospita una galleria.

Palazzo di Radovljica e Museo dell’apicoltura

La Radovljiška graščina domina Linhartov trg con la sua architettura barocca. Gli ambienti del primo piano sono stati rinnovati nel 2021 e ospitano il Museo dell’apicoltura e il Museo cittadino.

Il primo racconta una delle tradizioni più radicate della Slovenia attraverso la storia dell’allevamento delle api, la produzione del miele e la particolare arte decorativa delle panjske končnice, le tavolette dipinte applicate alle arnie tradizionali slovene.  Il palazzo conserva inoltre una Sala Barocca utilizzata per concerti, ricevimenti e altri eventi.

Casa Lectar e il museo vivente del pan di zenzero

Poco distante dal palazzo si incontra la Casa Lectar, legata alla tradizione dei lectarji, i caratteristici cuori di pan di zenzero. Nel laboratorio è ancora attiva la produzione artigianale, grazie a cui poter vedere da vicino una consuetudine dolciaria antica.

Chiesa di San Pietro

In fondo alla piazza emerge la chiesa parrocchiale di San Pietro, uno dei principali monumenti gotici della città. La costruzione presenta tre navate e, accanto al presbiterio, sfoggia un portico del XVI secolo.

Chiesa parrocchiale di San Pietro, Radovljica
iStock
La Chiesa parrocchiale di San Pietro a Radovljica

Particolarmente curiosa è la cosiddetta taverna gotica, un ambiente che in passato serviva alla vendita del vino da parte dei sacerdoti. Oggi la tradizione del luogo sopravvive in una forma artistica originale, con opere realizzate da Branko Čušin utilizzando proprio il vino rosso come materiale pittorico.

Le mura medievali e il fossato

Dietro la chiesa affiorano le tracce della fortificazione che un tempo proteggeva Radovljica. Il sistema difensivo comprende il fossato medievale meglio conservato tra quelli cittadini sloveni.

Dalle facciate della piazza, quindi, si passa a un ambiente più raccolto e legato alla funzione militare dell’antica città. Un tunnel ristrutturato permette inoltre di conoscere parte delle strutture sotterranee associate alle fortificazioni.

Le architetture di Ivan Vurnik

Radovljica mantiene anche una forte impronta dell’architettura slovena del XX secolo. Ivan Vurnik, nato proprio in città, è una delle figure più importanti del panorama architettonico nazionale.

La sua presenza si ritrova in diversi punti, tra abitazioni, ville e interventi urbani. Villa Savnik e il Grajski dvor appartengono a questo patrimonio, mentre la casa natale dell’architetto sorge nei pressi del fossato.

Ma non è finita, perché lungo Gorenjska cesta si incontrano ville legate all’ambiente della Secessione e dell’Art Nouveau, tra cui Šmajdova e Šarčeva, progettate da Danilo Fürst, allievo di Jože Plečnik.

Cosa fare a Radovljica

L’identità della città emerge soprattutto attraverso le tradizioni ancora riconoscibili nella gastronomia, nell’artigianato e nel paesaggio circostante.

  • Seguire la storia delle api: entrando nel Museo dell’apicoltura per poi raggiungere il laboratorio Lectar.
  • Esplorare i dintorni in bicicletta: offre un modo piacevole per raggiungere i paesaggi rurali, le valli e i punti panoramici della regione.
  • Raggiungere Kropa: un antico centro legato alla lavorazione del ferro. La tradizione della forgiatura sopravvive nel patrimonio urbano, nel museo e nelle decorazioni realizzate dai fabbri locali.
  • Salire verso i panorami della Gorenjska: da lì si può osservare il paesaggio alpino da prospettive diverse, tra boschi, corsi d’acqua e rilievi. Il monte Begunjščica domina il territorio presso Begunje, mentre il Jamnik regala uno dei panorami più caratteristici della zona.
  • Visitare Brezje: è un importante capitolo della cultura religiosa slovena. La Basilica di Maria Ausiliatrice è il santuario nazionale del Paese e accanto alla chiesa si trova anche un museo dedicato ai presepi.
  • Scoprire Begunje: per seguire una doppia traccia, quella medievale del castello di Kamen e quella musicale legata a Slavko Avsenik, figura centrale della musica popolare slovena.

Dove si trova e come arrivare

Radovljica si trova nella Gorenjska, nel nord-ovest della Slovenia, tra le Alpi Giulie e le Caravanche e a breve distanza dalla valle della Sava. La posizione la rende particolarmente interessante per chi desidera associare una visita culturale a escursioni nell’ambiente alpino. Da Trieste il percorso autostradale passa dal valico di Fernetti, prosegue verso Lubiana e poi in direzione di Kranj e Villach, fino all’uscita di Radovljica.

Da Gorizia si segue l’autostrada H4 verso Nanos, quindi la A1 in direzione di Lubiana e successivamente la direttrice verso Kranj e Villach. Da Udine si può raggiungere Tarvisio, proseguire verso Kranjska Gora e rientrare sulla rete autostradale slovena nei pressi di Jesenice, prima dell’uscita di Radovljica. Per la percorrenza delle autostrade slovene indicate serve la vignetta autostradale, il contrassegno digitale previsto per i veicoli soggetti al pagamento del pedaggio.

Tra lago e montagne, due spa italiane brillano nei World Spa & Wellness Awards 2026

5 octobre 2026 à 13:33

L’Italia del benessere conquista ancora una volta la scena internazionale. Dai panorami alpini delle Dolomiti alle sponde del Lago di Garda, due destinazioni italiane sono state premiate ai World Spa & Wellness Awards 2026, uno degli appuntamenti internazionali dedicati alle eccellenze del settore spa e wellness.

I vincitori sono stati annunciati durante una cerimonia tenutasi domenica 4 ottobre a The Brewery di Londra, che ha riunito professionisti e realtà provenienti da tutto il mondo. I riconoscimenti prendono in considerazione diversi aspetti dell’ospitalità legata al benessere, dall’esperienza degli ospiti alla formazione, fino alla sostenibilità e all’innovazione.

A distinguersi sono state due strutture della stessa realtà italiana, ma immerse in paesaggi completamente differenti: Lefay Resort & SPA Dolomiti e Lefay Resort & SPA Lago di Garda.

La spa italiana migliore d’Europa

Circondato dalle montagne del Trentino-Alto Adige, il Lefay Resort & SPA Dolomiti ha conquistato il titolo di Resort Spa of the Year – Western Europe & Scandinavia ai World Spa & Wellness Awards 2026, imponendosi in una categoria dedicata alle migliori spa inserite all’interno di resort dell’Europa occidentale e della Scandinavia.

La struttura si trova a Pinzolo, nel cuore delle Dolomiti e a poca distanza da Madonna di Campiglio, in un territorio particolarmente apprezzato sia dagli amanti degli sport invernali sia da chi cerca una vacanza immersa nella natura. Il fulcro dell’esperienza è Lefay SPA Dolomiti, un ampio universo dedicato al benessere nel quale la filosofia del brand combina approcci occidentali e principi della medicina tradizionale cinese. Piscine, saune, aree relax e percorsi dedicati al riequilibrio psicofisico trasformano così il soggiorno in montagna in qualcosa che va oltre la classica vacanza alpina.

Il migliore rifugio wellness del mondo

Dalle montagne lo scenario cambia completamente. A Gargnano, sulla sponda lombarda del Lago di Garda, si trova infatti Lefay Resort & SPA Lago di Garda, vincitore del premio Worldwide Health & Wellness Destination of the Year. Un riconoscimento di portata globale, assegnato alla struttura italiana nell’ambito dei World Spa & Wellness Awards 2026.

Il resort sorge sulle colline che dominano il lago ed è circondato da un parco di circa 11 ettari, con un’architettura progettata per integrarsi il più possibile nel paesaggio. Ampie vetrate, materiali naturali e spazi aperti verso l’esterno permettono al panorama gardesano di diventare parte integrante dell’esperienza di soggiorno. Cuore della struttura è la grande area spa, che si estende per circa 4.300 metri quadrati e propone percorsi e trattamenti ispirati a una concezione olistica del benessere.

Il borgo minuscolo che regala emozioni intense a chi cerca silenzio totale: La Roque-Alric, in Francia

4 octobre 2026 à 14:00

Tra le montagne del Vaucluse, in Provenza, La Roque-Alric è un borgo che conquista all’istante. Il merito è delle sue case che seguono il profilo di uno sperone roccioso e, contemporaneamente, sembrano stringersi attorno alla pietra che ha dato il nome al paese. Qui vivonono solo una cinquantina di abitanti, i quali custodiscono un luogo appartato, fatto di silenzio, vicoli stretti e scorci aperti sulla valle.

Tale conformazione singolare dona all’abitato un aspetto teatrale, magnificamente incorniciato dalle celebri Dentelles de Montmirail, una possente catena montuosa contraddistinta da picchi frastagliati risalenti a 200 milioni di anni fa. Queste formazioni geologiche, nate dai movimenti tettonici dell’era mesozoica, dominano l’orizzonte con le loro creste taglienti, simili a merletti di pietra lavorati da un gigante.

Cosa vedere a La Roque-Alric

La visita a questo grazioso villaggio di Francia richiede poco tempo sul piano delle distanze, ma il paese merita uno sguardo lento. La sua particolarità sta soprattutto nel rapporto tra architettura e roccia, mentre alcuni edifici raccontano episodi molto diversi della storia locale.

La chiesa di Saint-Pierre-ès-Liens

In cima all’abitato, sopra uno sperone roccioso, sorge la chiesa di Saint-Pierre-ès-Liens. Si tratta di un edificio che occupa il punto più alto del paese e che nasce come antico priorato.

Per raggiungerla occorre seguire le stradine in forte pendenza che attraversano il piccolo nucleo abitato. La salita accentua la sensazione di trovarsi dentro un insediamento costruito seguendo la conformazione della montagna, anziché imponendo alla roccia una geometria prestabilita.

Dal punto panoramico accanto alla chiesa lo sguardo si apre sulle Dentelles de Montmirail e sulla valle. Le montagne assumono un profilo frastagliato e riconoscibile, mentre i vigneti occupano parte del paesaggio sottostante.

Le rovine della cappella di Saint-Michel

Nel cimitero si trovano le rovine della cappella di Saint-Michel, edificio risalente all’XI secolo attualmente interessato da lavori di restauro.

La presenza di una costruzione così antica aggiunge un altro livello alla visita: la cappella appartiene infatti alla fase medievale del paese e conserva il legame con una storia religiosa sviluppatasi molto prima dell’attuale assetto del villaggio.

L’oratorio di Saint-Jean

Tra le testimonianze religiose locali vale la pena menzionare anche l‘oratorio di Saint-Jean, altra piccola presenza architettonica inserita nel tessuto del borgo.

Più che singoli monumenti monumentali, La Roque-Alric conserva una successione di tracce minute. Chiesa, cappella e oratorio accompagnano la lettura di un paese nato attorno alla roccia e cresciuto secondo le esigenze di una piccola comunità agricola.

Il quartiere Rouviol

Rouviol rappresenta il settore più popolato dell’abitato, rimanendo un quartiere che conserva ancora una dimensione artigianale legata alla tradizione locale.

Un ceramista lavora nella zona e presenta le proprie creazioni anche in un laboratorio situato nella vicina Beaumes-de-Venise. La presenza dell’artigianato aggiunge una nota contemporanea a un luogo rimasto fortemente legato alla propria storia rurale.

Le abitazioni trogloditiche e le facciate antiche

Alcune dimore storiche sfruttano intelligentemente le cavità naturali della montagna per integrare la rupe viva direttamente all’interno delle stanze da letto o delle cantine. Questa tecnica costruttiva primordiale, nota fin dalla preistoria, garantisce un isolamento termico eccezionale, in grado di mantenere gli ambienti interni meravigliosamente freschi in estate e tiepidi durante l’inverno rigido.

Osservare da vicino le porte spesse in legno massiccio, frequentemente dipinte con colori pastello ormai sbiaditi dal sole implacabile, svela l’abilità straordinaria degli artigiani locali.

Cosa fare a La Roque-Alric

Il carattere appartato di questo angolo di Provenza che pare incantato invita soprattutto a vivere il meraviglioso paesaggio. La Roque-Alric, infatti, può diventare una piccola base per attività all’aperto, con le montagne e i vigneti a fare da sfondo.

  • Seguire i sentieri delle Dentelles de Montmirail: permette di lasciare rapidamente il nucleo abitato e raggiungere un ambiente dominato da rocce calcaree, vigne e rilievi.
  • Pedalare lungo la strada ai piedi del borgo: regala una prospettiva particolare sullo sperone roccioso. Il tracciato è stretto e tortuoso, con aperture sul paesaggio circostante.
  • Esplorare i vigneti: per entrare in uno dei paesaggi agricoli più caratteristici del territorio, legato alle denominazioni Beaumes-de-Venise e Ventoux.
  • Scoprire la gastronomia del Vaucluse: in modo da conoscere una tradizione regionale strettamente legata alle produzioni agricole locali. I mercati dei paesi vicini, per esempio, sono un’occasione per incontrare produttori e assaggiare specialità del territorio.
  • Praticare attività outdoor nei dintorni: amplia le possibilità della visita, con itinerari dedicati anche a equitazione, parapendio e percorsi avventura tra gli alberi.

Dove si trova e come arrivare

La Roque-Alric si trova nel dipartimento del Vaucluse, nella Francia sud-orientale, a circa 16 km a nord di Carpentras. Il paese appartiene all’area storica del Comtat Venaissin, antico territorio legato per secoli allo Stato Pontificio e caratterizzato da paesaggi agricoli, vigneti e numerosi borghi storici.

La posizione tra le Dentelles de Montmirail e il Mont Ventoux rende il villaggio particolarmente interessante per chi viaggia attraverso l’entroterra provenzale alla ricerca di piccoli centri lontani dai percorsi più affollati.

In auto si raggiunge seguendo la viabilità locale verso lo sperone roccioso sul quale è costruito il borgo. L’ultimo tratto assume già il carattere della destinazione, con una strada stretta e sinuosa che passa ai piedi dell’abitato e lascia spazio a viste aperte sulla campagna.

Per chi arriva in bicicletta, proprio questo tratto rappresenta una delle caratteristiche più suggestive della zona. La strada segue il profilo della montagna e accompagna il passaggio sotto il paese, offrendo una vista insolita sulle case raccolte sulla rupe.

Villaggio di La Roque-Alric, Provenza
iStock
Il bel villaggio di La Roque-Alric

Il borgo di Roque-Alric conserva così una dimensione difficile da trovare nei centri più conosciuti della Provenza. La sua forza sta nella scala ridotta, nella posizione ardita e nel paesaggio che prende forma appena oltre le case. La roccia, in fondo, ha davvero preso il posto della piazza centrale. E forse è proprio questa la sua firma più originale.

Lo straordinario canyon che divide due regioni: Gole di Bicaz, un capolavoro rumeno

4 octobre 2026 à 12:00

Tra le montagne della Romania orientale, la strada può trasformarsi in un’esperienza paesaggistica vera e propria, di quelle in grado di emozionare. Succede lungo le Gole di Bicaz, una spettacolare incisione nella roccia attraversata dalla DN12C, la strada nazionale che collega la Transilvania alla Moldavia. Il fiume Bicaz scorre sul fondo della gola, mentre ai lati le pareti calcaree si alzano verticali per centinaia di metri, restringendo progressivamente il passaggio fino a lasciare appena lo spazio per la carreggiata, l’acqua e qualche spicchio di cielo.

Siamo nei Carpazi Orientali, all’interno del Parco Nazionale delle Gole di Bicaz-Hășmaș, dove curve, gallerie ricavate nella montagna, pareti strapiombanti, sorgenti e cascate accompagnano il percorso per diversi chilometri. In alcuni tratti la carrozzabile passa sotto sporgenze calcaree, mentre il Bicaz corre a pochi metri di distanza. Più avanti la valle si stringe ancora e compare il tratto più celebre, chiamato Gola dell’Inferno, oppure Gola del Diavolo, dal romeno Gâtul Iadului.

Poco più in là (e quasi incredibilmente) il paesaggio muta per l’ennesima volta: la montagna cede il passo al Lago Rosso, nato da una grande frana, mentre sentieri e punti panoramici permettono di guardare le gole dall’alto.

Origine e formazione delle Gole di Bicaz

Le pareti di questo gioiello della Romania sono formate da calcari giurassici, modellati per milioni di anni dall’azione erosiva del fiume Bicaz e dei suoi affluenti. L’acqua ha scavato progressivamente la montagna, incidendo un passaggio sempre più profondo nella massa calcarea dei Monti Hășmaș.

Oggi quel che il visitatore si trova ad attraversare è un canyon dalle dimensioni imponenti, con pareti rocciose che raggiungono oltre 300 metri di altezza in alcuni settori e assumono forme diverse lungo il percorso. Tra i rilievi più riconoscibili c’è Piatra Altarului, chiamata anche Altar Stone, una grande formazione rocciosa che raggiunge quasi 1120 metri.

Anche l’acqua racconta la lunga trasformazione del territorio: il Bicaz nasce dal Lago Rosso e attraversa l’intero sistema delle gole, ricevendo numerosi corsi secondari. Il Cupaș forma le Gole di Cupaș, il Lapoș quelle di Lapoș, il Bicăjel attraversa le Gole di Bicăjel e lo Șugău alimenta le Gole di Șugău. In alcuni tratti ci sono cascate e rapide, mentre sorgenti carsiche sgorgano direttamente dalla parete.

Canyon di Bicaz, Romania
iStock
Dentro il Canyon di Bicaz

Nel settore più stretto, presso la Gola dell’Inferno, l’acqua accelera e forma vortici e rapide. La forza erosiva del fiume appare anche nelle cavità scavate nella roccia dal continuo movimento dell’acqua. Una storia geologica altrettanto interessante riguarda il vicino Lago Rosso, situato presso l’estremità occidentale delle gole: una grande frana sbarrò la valle nel 1837 e l’acqua rimase così raccolta formando il lago, sulla cui superficie spuntano ancora tronchi degli alberi rimasti sommersi.

La visita alle Gole di Bicaz tra strada, rocce e sentieri

Il modo più immediato per conoscere le gole consiste nel percorrere la DN12C, interamente asfaltata e aperta al traffico. La strada attraversa il canyon con curve strette, tornanti e brevi gallerie, mantenendo spesso la roccia da un lato e il corso del Bicaz dall’altro.

Il viaggio cambia ritmo a seconda dell’ampiezza della valle: nei tratti più larghi si trovano spazi per fermarsi e osservare le pareti, mentre nei passaggi più angusti la sensazione è quella di entrare dentro la montagna. La Gola dell’Inferno rappresenta il punto più spettacolare del tragitto, con le pareti verticali che arrivano a poche decine di metri l’una dall’altra e, in alcuni settori, fanno emergere solo pochi metri di spazio.

Le rocce attirano anche gli appassionati di arrampicata. Le pareti, infatti, ospitano diversi itinerari attrezzati e durante la stagione favorevole è possibile incontrare arrampicatori impegnati sui versanti calcarei. Per osservare il canyon da una prospettiva diversa si può seguire il sentiero verso Suhardul Mic, un percorso accessibile e lungo circa 3 km, con un punto panoramico rivolto verso le gole e le montagne circostanti.

Altri itinerari attraversano le Gole di Bicăjelului e raggiungono zone più appartate del parco, mentre il percorso verso Piatra Altarului presenta caratteristiche più tecniche. Il territorio custodisce inoltre una fauna particolarmente legata agli ambienti montani e rocciosi. Tra gli animali segnalati figurano orso bruno, lince, cervo e lupo.

Non mancano specie di uccelli tipiche degli ambienti rupestri, tra cui il picchio muraiolo e il rondone maggiore. Tra gli avvistamenti possibili ci sono persino aquila reale, sordone, gallo cedrone, picchio tridattilo, picchio nero, nocciolaia e merlo acquaiolo. La zona ospita inoltre la rara farfalla Apollo.

Una sosta al Lago Rosso completa bene la visita: il bacino si trova a pochi chilometri dalle gole e conserva ancora i tronchi degli alberi rimasti intrappolati dopo la frana che ne provocò la formazione. Attorno partono alcuni sentieri e sono disponibili attività in acqua, creando un contrasto netto con l’ambiente roccioso del canyon.

Lungo la strada si incontrano pure bancarelle di artigiani locali, in particolare di ceramiche lavorate a mano, oggetti in legno, tessuti ricamati, formaggi di pecora e conserve di frutti selvatici. La presenza di queste piccole attività, manco a dirlo, aggiunge una dimensione umana a un paesaggio dominato dalla pietra.

Dove si trovano e come arrivare

Le Gole di Bicaz si trovano nella Romania nord-orientale, tra le contee di Neamț e Harghita, nei Carpazi Orientali. Il tratto attraversato dalla DN12C collega l’area di Gheorgheni, in Transilvania, con Bicaz, nella regione storica della Moldavia rumena. La strada costituisce proprio uno degli elementi più interessanti della visita. Da Gheorgheni si percorre la DN12C in direzione di Piatra Neamț, passando dal Lago Rosso prima di entrare nel settore delle gole. Da Piatra Neamț si raggiunge Bicaz attraverso la DN15, poi si prosegue sulla DN12C verso Gheorgheni.

L’automobile è inevitabilmente la soluzione più pratica per esplorare il territorio, soprattutto per combinare canyon, Lago Rosso e sentieri del parco. Il percorso presenta 12 tornanti e diversi tratti molto stretti, con traffico più intenso durante l’alta stagione. Per questo la strada va affrontata con particolare attenzione, soprattutto nei periodi affollati.

Le Gole di Bicaz funzionano anche come passaggio naturale tra due grandi aree storiche della Romania: da una parte la Transilvania, dall’altra la Moldavia. La strada, difatti, attraversa il confine geografico tra questi territori seguendo una valle che per milioni di anni è stata scavata dall’acqua.

Tra nuvole e rocce spigolose a dominare l’orizzonte c’è la Fortezza di Klis, il baluardo di pietra croato

26 septembre 2026 à 14:00

Scegliendo di lasciare la (meravigliosa) costa dalmata alle spalle, si imbocca una strada che raggiunge una stretta fascia montuosa che separa il massiccio del Kozjak da quello del Mosor. Proprio su questa soglia naturale sorge la Fortezza di Klis, costruita lungo una rupe calcarea che raggiunge i 385 metri di altitudine.

Da questa altura lo sguardo si spinge vero il profilo delle isole dell’Adriatico, anche perché per secoli il passaggio fra la costa e l’entroterra è stato uno snodo militare e commerciale di enorme importanza: la fortezza controllava infatti una delle principali vie di accesso verso la Dalmazia costiera.

I suoi muri seguono la forma della montagna e da lontano quasi si confondono con la roccia.

Breve storia della Fortezza di Klis

Le prime tracce di frequentazione di questa area della Croazia risalgono al Neolitico recente, fra il 6000 e il 4500 a.C., periodo associato alla cultura impressa. Gli abitanti più antichi conosciuti con precisione sono però i Dalmati, una popolazione appartenente al mondo illirico. Sulle alture costruivano insediamenti fortificati destinati al controllo dei passaggi e del territorio.

Con la conquista romana nacque un presidio militare destinato alla difesa di Salona. In epoca tardo-romana la struttura era conosciuta come Kleisa, ma, dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, il territorio passò sotto Bisanzio. Nel 614, secondo il racconto dell’imperatore e storico Costantino Porfirogenito, la fortezza cadde durante l’avanzata avaro-slava e Salona venne successivamente saccheggiata e distrutta.

Una carta dell’852 cita la fortezza fra i possedimenti del principe Trpimir. Nei secoli successivi divenne uno dei centri del potere croato e la sua posizione tornò decisiva durante l’invasione tatara del regno ungaro-croato. La tradizione storica lega infatti Klis al rifugio del re Béla IV davanti all’avanzata dell’Orda.

Dal XV secolo si trovò sulla linea di frizione fra Impero ottomano, Repubblica di Venezia e monarchia asburgica. In questa fase entrarono in scena gli Uscocchi, combattenti specializzati in incursioni rapide nei territori avversari. Il loro comandante più celebre fu Petar Kružić, che difese Klis per oltre 20 anni contro le forze ottomane.

Nel 1537 la resistenza terminò e la fortezza passò agli Ottomani. Poi, nel 1596, un gruppo di Croati riuscì a conquistarla con un attacco a sorpresa, ma nello stesso anno un contrattacco ottomano costrinse i difensori alla ritirata. La fase ottomana durò complessivamente 111 anni.

La svolta definitiva arrivò nel 1648, durante la guerra di Candia fra Venezia e Impero ottomano: Klis venne conquistata dalle forze veneziane e rimase sotto Venezia fino al 1797. Seguirono il dominio francese e quello asburgico.

Visitare la Fortezza di Klis tra porte, bastioni e la chiesa di San Vito

La visita segue la struttura stessa del complesso. Tre porte conducono progressivamente verso le sue parti più interne, con un percorso che permette di percepire il passaggio dalla funzione abitativa a quella puramente difensiva.

Ingresso Fortezza di Klis, Croazia
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Una delle porte della Fortezza di Klis

Il primo ingresso risale agli anni Venti del XIX secolo e venne costruito dagli Austriaci sul sito di una precedente porta veneziana. Superato questo punto, il percorso sale verso la seconda porta, legata alla fortezza medievale e successivamente rinnovata dagli Austriaci. La terza conserva invece origini medievali e venne modificata più volte dai Veneziani, con l’ultimo intervento datato 1763.

Nel settore interno si trova l’antico alloggio del provveditore, chiamato anche Casa del Principe. La costruzione risale alla metà del XVII secolo e poggia sulle fondamenta di edifici più antichi legati ai sovrani croati e ai successivi governatori di Klis. In epoca austriaca ospitò il comando della fortezza.

Una delle presenze più singolari è però la chiesa di San Vito, poiché la sua storia racchiude un ulteriore cambio di potere: dopo la conquista ottomana del 1537, l’edificio venne trasformato in moschea, con pianta quadrata, cupola emisferica e minareto. A seguito della conquista veneziana del 1648 fu riconvertito al culto cristiano e dedicato a San Vito. Sopra l’ingresso compare un’iscrizione latina del 1743.

Accanto alla chiesa si trova il bastione Bembo, il più grande spazio destinato all’artiglieria nel terzo sistema difensivo e nell’intera fortezza. La struttura attuale risale alla metà del XVII secolo e occupa il sito della precedente torre di Kružić.

Il piccolo museo raccoglie armi e oggetti legati alla lunga storia militare di Klis. Fra i pezzi esposti figurano spade, moschetti, armature e ricostruzioni dell’abbigliamento degli Uscocchi. I pannelli storici aiutano a seguire una vicenda complessa, fatta di successioni politiche e assedi.

Poi arriva il panorama: dalla parte più alta la fortezza si apre verso Split, la pianura e l’Adriatico. E dopo aver attraversato cortili, scale e passaggi in pietra, lo sguardo cambia completamente scala, con la città che appare in basso, mentre la fortezza rivela il motivo della propria fama di “Chiave della Dalmazia“, denominazione legata alla sua posizione strategica.

Klis ha conquistato anche un posto nell’immaginario televisivo, poiché è stata infatti utilizzata per le riprese di Game of Thrones e ha rappresentato Meereen nella quarta stagione. Una piccola esposizione dedicata alla serie conserva immagini e materiali delle riprese.

Dove si trova e come arrivare

Klis si trova a circa 11-13 km dal centro di Split, in posizione dominante sulla piana omonima. La fortezza sorge sul passaggio fra Kozjak e Mosor, a quasi 350 metri sul livello del mare, con il punto più alto del complesso a 385 metri. L’auto rappresenta la soluzione più semplice. Il percorso segue la vecchia strada proveniente da Solin e permette di raggiungere l’area della fortezza, con parcheggio gratuito presso la parte inferiore del complesso e vicino all’ingresso.

Da Split partono inoltre gli autobus locali 22 e 35 dal terminal di Sukoišan, con fermata vicino alla fortezza. Anche la bicicletta è una possibilità, grazie alla stazione NextBike presente a Klis. La salita è ripida, quindi una bici elettrica risulta particolarmente adatta.

La visita richiede indicativamente da 1 ora a 1 ora e 30 minuti. In estate il sole può essere intenso e le zone d’ombra sono limitate, mentre il terreno presenta dislivelli e gradini.

L’Italia domina gli Oscar delle spa: è la migliore destinazione al mondo per il benessere

23 septembre 2026 à 07:30

L’Italia è la nuova regina mondiale del benessere. A incoronarla sono stati i World Spa Awards 2026, tra i riconoscimenti internazionali più importanti dedicati all’eccellenza nel settore spa e wellness, giunti quest’anno alla loro dodicesima edizione.

Il Belpaese è stato nominato migliore destinazione spa al mondo, interrompendo il dominio di Dubai che è stata vincitrice della categoria nelle quattro edizioni precedenti. Ma il successo italiano non finisce qui: tra le strutture premiate a livello mondiale figurano anche altre eccellenze. Dalle Dolomiti alle colline del Lazio, passando per il Lago di Como, Bergamo e il Chianti, la selezione disegna una vera e propria mappa del benessere italiano, tra trattamenti innovativi, paesaggi spettacolari e percorsi pensati per rigenerare corpo e mente.

L’Italia è la migliore destinazione spa al mondo

Il riconoscimento più importante è quello assegnato all’Italia, incoronata migliore destinazione spa al mondo nel 2026. Un risultato che premia un’offerta particolarmente varia, capace di unire la tradizione termale a strutture contemporanee, medical spa, retreat immersi nella natura e resort di lusso.

A rafforzare il primato sono due eccellenze italiane che hanno conquistato altrettanti premi mondiali: Lefay SPA World at Lefay Resort & SPA Dolomiti, a Pinzolo, in Trentino, è stata nominata migliore resort spa al mondo. Un centro benessere che si estende su 5.000 metri quadrati e comprende piscine, saune, aree relax e spazi dedicati al fitness, in un ambiente che combina pratiche occidentali e discipline orientali.

Palazzo Fiuggi, nel Lazio, ha invece ottenuto il titolo di migliore wellness retreat al mondo. La struttura dispone di circa 6.000 metri quadrati dedicati al benessere e alla medical spa e propone programmi personalizzati orientati, tra gli altri, alla longevità, alla rigenerazione, al detox e al raggiungimento del peso ottimale.

Le migliori spa al mondo

I World Spa Awards 2026 svelano le migliori spa globali in diversi ambiti, dalle spa d’hotel a quelle nel deserto, dalle spa nelle lounge portuali alle eco-spa. Tra i riconoscimenti internazionali più importanti figurano:

  • Migliore resort spa al mondo: Lefay SPA World at Lefay Resort & SPA Dolomiti (Italia);
  • Migliore wellness retreat al mondo: Palazzo Fiuggi (Italia);
  • Migliore spa d’hotel al mondo: Guerlain Wellness Spa at Waldorf Astoria New York (Stati Uniti);
  • Migliore destinazione spa al mondo: Italia;
  • Migliore spa termale e minerale al mondo: SPA 3000 at AQUA DOME – Tirol Therme Längenfeld (Austria);
  • Migliore destinazione wellness al mondo: Svizzera;
  • Migliore spa nel deserto al mondo: Six Senses Spa at Six Senses Southern Dunes, The Red Sea (Arabia Saudita);
  • Migliore spa su un’isola privata al mondo: Waldorf Astoria Spa Maldives Ithaafushi (Maldive);
  • Migliore spa in una lounge aeroportuale al mondo: Air France by Sisley;
  • Migliore eco-spa al mondo: Spa L’Occitane en Provence at Le Couvent des Minimes (Francia);
  • Migliore spa femminile al mondo: Kintsugi Space (Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti);
  • Migliore nuova resort spa al mondo: Asaya Spa at Rosewood Mandarina (Messico);
  • Migliore nuova spa d’hotel al mondo: Guerlain Wellness Spa at Waldorf Astoria New York (Stati Uniti);
  • Migliore city resort spa al mondo: Guerlain Spa at One&Only Aesthesis (Grecia);
  • Migliore spa al mondo per il design: The Spa at Desert Rock (Arabia Saudita).

Le migliori spa d’Europa

Il dominio italiano prosegue anche nella classifica europea. L’Italia è stata infatti nominata migliore destinazione spa d’Europa, mentre Lefay SPA World e Palazzo Fiuggi hanno confermato il loro primato anche a livello continentale, rispettivamente come migliore resort spa e miglior wellness retreat.

Il premio per la migliore spa d’hotel d’Europa è andato alla Guerlain Spa at Raffles London at The OWO, ospitata in uno degli indirizzi più prestigiosi della capitale britannica. Sempre in Inghilterra si trova The Langley Spa, vincitrice nella categoria riservata alle spa dei country house hotel.

Le migliori spa d’Italia

Sono 5 le strutture italiane che si sono aggiudicate i principali premi nazionali dei World Spa Awards 2026.

Il titolo di migliore spa d’hotel d’Italia è stato assegnato a The Spa at Mandarin Oriental, Lago di Como, affacciata sulle acque del Lario. La struttura comprende sei sale per i trattamenti, due Spa Suite private, un giardino zen e una zona umida con vista sul lago, dotata di idromassaggio, piscina di ghiaccio, sauna finlandese, bagno turco e docce sensoriali.

Palazzo Fiuggi ha conquistato il riconoscimento di migliore wellness retreat d’Italia, mentre Lefay SPA World at Lefay Resort & SPA Dolomiti è stata eletta migliore resort spa del Paese. Per entrambe le strutture, il premio nazionale si aggiunge ai riconoscimenti ottenuti a livello europeo e mondiale.

A Bergamo si trova invece ChorusLife Immersive SPA, nominata migliore day spa d’Italia. Il centro propone un’esperienza contemporanea e immersiva, articolata in ambienti ispirati a culture e rituali differenti, con spazi che si estendono anche all’aperto e regalano viste panoramiche sulla città.

Completa il quadro COMO Shambhala Castello Del Nero, eletta migliore spa italiana in un country house hotel. Immersa tra le colline del Chianti e raggiungibile sia da Firenze sia da Siena, dispone di suite termali, studio di yoga e Pilates, palestra, piscina e sette sale per i trattamenti.

Carlo Coronati svela nella sua guida una “Roma periferica, a volte ribelle, ma più spesso gentile e accogliente”

22 septembre 2026 à 15:00

Scoprire Roma un passo dopo l’altro. E non tanto, o non solo, la Roma dei Fori Imperiali, del Colosseo e delle tante attrazioni già così note, raccontate, viste e fotografate. Piuttosto, una Roma periferica, verde e affascinante, vissuta dai romani in primo luogo e che fa affermare loro di vivere nella città più bella del mondo.

È l’obiettivo centrato da Roma, Guida Errante nella Bellezza Nascosta, il nuovo volume di Carlo Coronati, autore esperto di escursionismo e montagna che si è dedicato a raccontare la Capitale attraverso itinerari di trekking urbano.

Nella sua Guida, Coronati ha selezionato 13 percorsi attraverso i parchi, i quartieri, le scalinate, gli edifici e l’arte di strada della città. Più in periferia, come nel caso dell’itinerario che va da Fidene al Nuovo Salario, o più centrali, come l’affascinante Anello delle Mura Aureliane. Tutti accomunati, in ogni caso, dalla volontà di scoprire un volto diverso della Capitale, come ha raccontato a SiViaggia dalla viva voce dello stesso autore.

Hai deciso di raccontare Roma, la tua città, da un’angolatura diversa. Com’è nata questa idea?

Roma è la mia città, ma ormai io vivo in Valle d’Aosta per una larga parte dell’anno. Però nel 2012, a seguito di una frattura rimediata in montagna, cominciai a scrivere di percorsi romani: erano quelli che facevo a piedi, ovviamente nel corso della riabilitazione, sempre animato dalla curiosità che ho sempre avuto di uscire fuori dal proprio quartiere e scoprire la città. Ne nacque un libro, anche grazie alla spinta di un amico libraio che oggi non c’è più, Bruno Boschin, della Libreria del Viaggiatore di Roma. Questa Guida è il quarto volume di percorsi di trekking urbano, animato come i precedenti da questa grande passione di andare a scoprire angoli di Roma periferici e verdi, percorrere le scalinate della città e creare dei lunghi percorsi, perché si tratta sempre di almeno una quindicina di chilometri, con uno spirito montano: esattamente come vado in montagna e creo i miei percorsi, allo stesso modo li creo così a Roma, cercando di connettere una serie di tematiche che danno corpo e genius loci all’itinerario.

Che Roma hai scoperto attraverso questi percorsi? Una città diversa da quella a cui siamo abituati?

Molto diversa. Non sono itinerari che passano per il centro di Roma. Sono lontani dall’overtourism e dalle rotelle dei trolley. Si viaggia dentro una Roma essenzialmente verde, che rivendica il titolo di città più verde d’Europa attraverso i suoi parchi, che sono estremamente belli, anche se selvaggi. Selvaggi, si intende, nel senso buono del termine: in parchi e aree verdi come il Pineto, la Caffarella o l’Insugherata, o la parte di Villa Ada verso i Parioli, veramente si ha la sensazione di perdersi perché non si ha più nessun riferimento di monumento, di palazzi, di quartieri. Si scopre quindi una Roma periferica, a volte ribelle, ma più spesso gentile e accogliente.

Pini nel Parco di Villa Ada a Roma
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I pini del Parco di Villa Ada a Roma

C’è un luogo, tra quelli che hai incluso nella tua Guida, che ti ha particolarmente sorpreso?

In un precedente libro avevo inserito un percorso che si chiamava Scale e scalette di Monteverde. Stavolta invece mi sono avventurato in scale e scalette di Monte Sacro, un quartiere affascinante, un po’ isolato. Tutti passano per le grandi arterie stradali che lo circondano, senza scoprirlo, ma è molto bello.

C’è un quartiere di Roma sottovalutato che merita di essere riscoperto attraverso uno dei tuoi itinerari?

C’è un percorso molto bello nella zona Sud-Ovest della città, dove si arriva alla stazione di Villa Bonello con il treno e si risale la collina del Trullo. Il Trullo è una realtà incredibile, ancora molto autentica e identitaria, dove ci sono tantissimi murales e, soprattutto, c’è la Torre Righetti, dove fu girato il film Uccellacci e uccellini di Pier Paolo Pasolini. Un punto panoramico che fa peraltro da copertina alla Guida, con lo sfondo imbiancato del Terminillo. Dal Trullo, attraverso stradine, connessioni e aree condominiali, il percorso passa per il cosiddetto serpentone di Corviale (dove è stato girato il film Scusate se esisto con Paola Cortellesi e Raoul Bova, ndr), un complesso residenziale di 990 metri, un sogno irrealizzato che, dopo anni di grandi difficoltà, si sta riscattando.

Il Trullo, in effetti, è un luogo pieno di murales affascinanti. Nella tua Guida hai dedicato uno spazio specifico proprio alla street art. Perché?

La street art mi affascina per questo suo reinterpretare il paesaggio urbano, spesso con storie che appartengono a quel luogo. È un’arte oppositiva, ribelle e identitaria, ma molto condivisa da chi ci vive, perché gli artisti ascoltano le persone e le storie del quartiere prima di realizzare le opere. Al Trullo, ad esempio, i murales sono nati successivamente all’arte dei Poeti del Trullo, che scrivevano poesie sui muri e sulle facciate dei palazzi. Gli artisti hanno interpretato quelle poesie arricchendone la validità letteraria. L’arte urbana è liquida, scompare e si logora nel tempo, con il sole e la pioggia, ma si rinnova. Sento un forte legame con la street art perché è una rivendicazione e una voglia di abbellire zone che forse sono meno gradevoli all’occhio, come avviene a Tor Marancia, dove c’è una grande isola di murales in un condominio che spinge le persone a scoprire la periferia superando l’idea che sia per forza brutta.

Murales al Trullo a Roma
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Gigi Proietti e Alberto Sordi ritratti nei murales al Trullo

E uno dei modi per scoprirla è anche camminandoci in mezzo. Uno degli stereotipi principali legati a Roma è quello del grande traffico, mentre tu proponi l’idea di camminare o andare in bicicletta. In che modo questo è uno dei modi migliori per scoprire la città?

Gli itinerari sono pensati per camminare con lo spirito del flâneur, del girovago. A piedi hai tutto il tempo per fermarti, guardare, deviare e, anche e soprattutto, uscire dai percorsi. Ricevo infatti messaggi da lettori che mi dicono: se in quella strada tu fossi andato fino in fondo e deviato a destra avresti visto quell’antica bottega. Così si scoprono cose, ed è un atteggiamento fondamentale per restituire un vero respiro alla città. Inoltre, muoversi a piedi, in bici e con i mezzi pubblici per raggiungere la partenza e l’arrivo evita di essere vincolati all’automobile, permettendo di partire da un posto e arrivare in un altro senza dover rifare l’itinerario al contrario.

Parco di Villa Pamphili a Roma
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Trekking urbano a Roma: un modo per scoprire i grandi parchi della città

Mettiamo che arrivi a Roma un viaggiatore. Visita il Colosseo, San Pietro, la Fontana di Trevi e gli altri luoghi da cartolina. Il giorno dopo dove lo porteresti per fargli scoprire la Roma autentica?

La Garbatella. Girare per i lotti della Garbatella è un sogno a occhi aperti. È un luogo che lascia a bocca aperta: propongo spesso di partire dalla stazione metro B Garbatella per fare un anello in questo quartiere costruito tra il 1920 e il 1930, dove ogni comignolo di ogni casa rappresentava la firma dell’architetto. Anche alla Garbatella ci sono molti murales sparsi, un motivo in più per esplorarla, e magari poi spingersi fino a Tor Marancia per vedere i grandi murales di quella zona.

Per silenzio e vento, le location straordinarie del film documentario sulla montagna

21 septembre 2026 à 17:30

Da un film documentario sull’alpinismo e su cosa significa oggi andare per vette non ci si può che aspettare ambientazioni spettacolari e le location di Per silenzio e vento, l’ultimo lavoro di Marco Zuin in arrivo nelle sale il 12, 13 e 14 ottobre con Wanted Cinema, non lasciano certo delusi: mentre studiosi, alpinisti, contadini, abitanti parlano del proprio rapporto con le montagne sullo schermo scorrono immagini emozionanti delle Dolomiti.

Scopriamo dov’è stato girato il film che, proprio per la capacità di raccontare in maniera non scontata il patrimonio montano, ha ricevuto il supporto di Trentino Film Commission, Veneto Film Commission, Montura, CAI Nazionale e Fondazione Dolomiti Unesco.

Di cosa parla

Uno scrittore, Matteo Righetto, si ritrova in una piccola baita di montagna a leggere gli appunti per il suo prossimo libro. Le sue riflessioni sulla scrittura, sul valore del tempo, su una quotidianità spesso segnata dalla fretta e che spinge a dimenticarsi delle cose che contano veramente fanno da filo rosso per tutta la durata del film. Mentre incontra alpinisti di diverse generazioni, una giovane climber, una leggenda degli 8.000 metri, diversi studiosi e persone che hanno deciso di restare a vivere in alta quota lo scrittore – e, insieme a lui, lo spettatore – si rende conto infatti di come le montagne siano spesso le prime sentinelle di grandi crisi in atto: a cominciare da quella climatica per finire con quella socio-economica. Dalle vette arriva, però, anche la speranza di un cambiamento possibile.

Arriva nelle sale "Per silenzio e vento": il film documentario di Marco Zuin sulle Dolomiti
(c) Trentino Film Commission
Una scena di “Per silenzio e vento”

Dov’è stato girato il film

Come ha confermato lo stesso Matteo Righetto in un post su Instagram a fine riprese, i luoghi dov’è stato girato il film Per silenzio e vento si trovano per la maggior parte in Italia – tra Veneto, Trentino Alto Adige, Piemonte e Valle d’Aosta – ma con puntate anche in Svizzera. Vere e proprie co-protagoniste, più che semplici location, di Per silenzio e vento sono infatti come accennato le Dolomiti.

Il viaggio parte dalle Dolomiti bellunesi, luogo in cui lo scrittore ha scelto di vivere ed è conosciuto ormai da anni per l’impegno di attivista dell’ecologia e della montagna.

Le Dolomiti sono co-protagoniste del nuovo documentario di Marco Zuin con Matteo Righetto "Per silenzio e vento"
(c) Trentino Film Commission
Un’altra scena di “Per silenzio e Vento” con sullo sfondo le Dolomiti

Qui tra centri montani rinomati come soprattutto Cortina d’Ampezzo ma anche la stessa Belluno, considerata una sorta di “piccola Venezia” delle montagne, si è venuto a consolidare negli anni un certo stereotipo della montagna e di cosa significa andar per vette.

C’è una montagna completamente diversa, però, da quella immortalata negli scatti instagrammabili delle Tre Cime di Lavaredo, della Marmolada, delle Tofane che, pure, rimangono tra gli spettacoli più affascinanti da ammirare in zona, consigliate da National Geographic tra i Best of the World 2026 e sempre più spesso scelte come set dalle grandi produzioni cinematografiche.

È una montagna lontana dal turismo di massa, fatta di maestose pareti rocciose da scalare, boschi fitti in cui perdersi per potersi finalmente ritrovare davvero con se stessi, rifugi spartani in cui apprezzare la routine semplice e genuina di chi ha scelto di vivere in quota: Matto Righetto e Marco Zuin provano a raccontarla nel film con straordinarie riprese dal vivo e immagini d’archivio.

"Per silenzio e vento: dov'è girato il film documentario di Marco Zuin con Matteo Righetto
(c) Trentino Film Commission
Ancora una scena sulle Dolomiti di “Per silenzio e vento”

La vera chicca del documentario sono, infatti, ritagli di filmati provenienti dall’archivio di famiglia dello scrittore dove la bellezza straordinaria delle Dolomiti immortalata in Super8 rende vividamente l’idea del tempo che passa e delle cose che cambiano: anche in natura.

Vertigine pura nel canyon da record mondiale: Gola di Vikos, uno spettacolo della natura in Grecia

21 septembre 2026 à 16:30

Si respira a pieni polmoni l’aria frizzante dell’alba montana, mentre qualche passo oltre il margine del bosco svela uno squarcio verticale impressionante impresso nella crosta terrestre. Una fenditura enorme, incassata tra le montagne del Pindo, che prende il nome di Gola di Vikos e che senza dubbio è uno dei paesaggi più spettacolari della Grecia continentale.

Attorno si estende Zagori, territorio montano famoso per i suoi 46 villaggi tradizionali, costruiti soprattutto in pietra locale, che dal 2023 è inserito nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO per il suo paesaggio culturale e la tradizione architettonica. Il canyon rappresenta invece la parte più selvaggia: si sviluppa lungo il versante meridionale del monte Tymfi, all’interno del Parco nazionale Vikos-Aoos, in un paesaggio che alterna pareti calcaree vertiginose, boschi, gole laterali, sorgenti e il corso del Voidomatis, considerato tra i fiumi più limpidi d’Europa.

La fama internazionale di Vikos, però, deriva soprattutto da una caratteristica speciale: il Guinness World Records la indica quale gola più profonda al mondo in rapporto alla propria larghezza. Del resto, le pareti raggiungono oltre 900 metri di profondità in alcuni settori, mentre la distanza tra i due versanti cambia sensibilmente lungo il percorso.

Fiumi smeraldo e fienili antichi: benvenuti nel borgo nascosto sotto il Triglav, Stara Fužina

21 septembre 2026 à 14:30

Lasciandosi alle spalle il traffico delle località più frequentate della Valle di Bohinj, al cospetto degli occhi del visitatore si apre un paesaggio racchiuso dalle montagne, con prati verdi, boschi e grandi pareti calcaree. E a occupare il fondovalle c’è Stara Fužina, borgo accanto al fiume Mostnica e a poca distanza dal Lago di Bohinj, uno dei grandi specchi d’acqua delle Alpi Giulie slovene.

Mucche sui prati, fienili, trattori e antiche abitazioni agricole restituiscono l’immagine di una comunità che continua a vivere del territorio. E sì, il turismo è arrivato da tempo, ma il paese conserva una dimensione quotidiana tutta sua. Vi basti sapere che le case tradizionali hanno fondamenta in pietra e strutture in legno, balconi decorati e grandi tetti adatti al clima alpino.

Le facciate, dal canto loro, raccontano una società contadina abituata a sfruttare con attenzione gli spazi disponibili. Fienili e abitazioni formano un insieme architettonico più interessante proprio perché nato dalle esigenze della vita rurale.

Cosa vedere a Stara Fužina

La prima impressione può essere quella di un piccolo villaggio alpino attraversato da strade tranquille. Osservando meglio, però, compaiono tracce di attività antiche, edifici legati alla comunità e particolari che raccontano un passato molto più articolato.

Il Museo della Latteria Alpina

La storia di questo borgo della Slovenia passa anche dal formaggio. L’Alpine Dairy Museum occupa l’antica latteria del paese, costruita nel 1883 e utilizzata per la produzione casearia fino al 1967. All’interno si trovano le antiche attrezzature utilizzate per produrre il formaggio, comprese grandi caldaie in rame e utensili legati alla lavorazione del latte.

Fotografie in bianco e nero mostrano gli abitanti delle malghe e gli insediamenti rurali della zona, mentre la ricostruzione di una tipica baita pastorale permette di capire le condizioni di vita nelle alte quote. Durante la stagione estiva gli allevatori portavano il bestiame verso gli alpeggi, seguendo una tradizione che ha contribuito a modellare il paesaggio di Bohinj.

Le antiche case agricole

Stara Fužina merita una visita anche senza entrare in un museo. Basta osservare le abitazioni lungo le strade del paese per riconoscere la struttura tradizionale degli insediamenti alpini. Pietra alla base, legno nelle parti superiori, balconi e ampi tetti compongono un’architettura nata dal clima e dal lavoro nei campi.

Le abitazioni, infatti, erano spesso associate agli spazi necessari per conservare fieno, attrezzi e prodotti dell’allevamento.

La chiesa di San Paolo

Tra gli edifici storici si fa notare la chiesa di San Paolo, indicata localmente quale cerkev sv. Pavla. Il piccolo edificio religioso appartiene al patrimonio del villaggio e si inserisce nell’insieme delle sue architetture tradizionali.

Il Ponte del Diavolo e la gola della Mostnica

Uno dei luoghi più spettacolari nei dintorni è il Ponte del Diavolo, conosciuto in sloveno come Hudičev most. Sotto l’antico attraversamento scorre Mostnica, il torrente che ha scavato una profonda gola nella roccia calcarea.

Il ponte permette di osservare da vicino la forza dell’acqua e le forme modellate nel corso del tempo. Il tutto tra pareti rocciose, pozze e incavi modellati dalla corrente.

Zois Manor

La storia industriale della valle trova un altro riferimento nella Zois Manor, legata alla famiglia Zois e all’attività siderurgica sviluppata nell’area di Bohinj.

La posizione accanto alla Mostnica è significativa: l’acqua rappresentava una risorsa essenziale per mulini, segherie e strutture collegate alla lavorazione del ferro.

La Valle di Voje

Oltre la gola della Mostnica si apre la Valle di Voje, una conca glaciale situata a poco più di 700 metri di quota. La sua forma a U rivela l’origine glaciale del paesaggio, con il fondovalle modellato dai ghiacci e delimitato dalle montagne.

La parte meridionale è chiusa da una morena frontale, mentre l’abbondanza d’acqua alimenta corsi e cascate. Verso la parte terminale della valle si raggiunge la Cascata di Voje, una delle mete naturalistiche legate a Stara Fužina.

Cosa fare a Stara Fužina

Il bello di Stara Fužina emerge soprattutto all’aperto: il paese funziona da punto di partenza per itinerari molto diversi, dal semplice percorso verso il lago alle escursioni nella gola della Mostnica e verso gli alpeggi.

  • Raggiungere il Lago di Bohinj: per passare rapidamente dalle strade del villaggio alla riva del più grande lago naturale della Slovenia, con le montagne riflesse sulla superficie dell’acqua.
  • Salire verso Vogar: regala una prospettiva dall’alto sul lago di Bohinj e sulla conca alpina.
  • Raggiungere Studor: permette di conoscere un altro antico villaggio della valle e di osservare il paesaggio agricolo da una prospettiva diversa.
  • Seguire i percorsi dedicati alla tradizione casearia: significa entrare in contatto con gli alpeggi e con il mondo degli allevatori, legato alla produzione del Mohant.
  • Visitare il Centro del Parco nazionale del Triglav: aiuta a comprendere l’ambiente naturale delle Alpi Giulie, con esposizioni, informazioni sul territorio e iniziative organizzate durante l’anno.
  • Assaggiare la cucina locale: completa la visita con piatti della tradizione di Bohinj, spesso legati agli ingredienti prodotti nelle fattorie della valle.
Lago di Bohinj, Slovenia
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Il Lago di Bohinj nei pressi di Stara Fužina

Dove si trova e come arrivare

Stara Fužina si trova nella parte orientale del Lago di Bohinj, nel nord-ovest della Slovenia, all’interno del territorio del Comune di Bohinj e nell’area delle Alpi Giulie. Il paese sorge lungo la strada principale che collega Srednja vas con il lago. La posizione consente di arrivare facilmente a Ribčev Laz, l’insediamento situato sulla sponda orientale del lago, e le altre località della valle.

Da Bohinjska Bistrica, principale centro della valle e sede di numerosi servizi, Stara Fužina si raggiunge seguendo la strada verso il lago. Bohinjska Bistrica dista circa 8 km e rappresenta anche il riferimento per una spesa più ampia e per diversi servizi. Chi arriva in auto trova quindi un accesso semplice al villaggio, mentre chi viaggia senza macchina può utilizzare i collegamenti locali della Valle di Bohinj.

La vera attrattiva di questo borgo sloveno non dipende da un singolo monumento spettacolare, ma dalla somma di elementi che appartengono alla stessa storia: le case raccontano l’agricoltura, la vecchia latteria parla di formaggio, la Mostnica ricorda l’antica industria del ferro, i pascoli conservano la tradizione degli alpeggi e le montagne racchiudono tutto in una grande conca glaciale.

In questa città la pietra prende vita e le case raccontano antiche leggende dipinte a mano: Oberammergau

20 septembre 2026 à 13:00

A circa 840 metri di altitudine, tra i boschi e le montagne delle Alpi dell’Ammergau, Oberammergau si presenta con il tipico profilo ordinato dei villaggi bavaresi. Tuttavia, riserva una particolarità in grado di cambiare il volto della visita: le facciate delle abitazioni raccontano storie attraverso figure dipinte, cornici illusionistiche e scene religiose, mentre dalle botteghe affiorano crocifissi, presepi e sculture realizzati secondo un’antica tradizione artigianale.

Il paese si trova nell’Alta Baviera lungo la Deutsche Alpenstraße, la Strada tedesca delle Alpi, un itinerario panoramico che attraversa il territorio alpino meridionale fino al confine con l’Austria, anche se la sua notorietà internazionale nasce da una promessa. Nel 1633, durante la guerra dei Trent’anni, gli abitanti fecero voto di rappresentare la Passione di Cristo qualora fossero stati risparmiati dalla peste. La prima rappresentazione si tenne nel 1634 e da allora la tradizione è diventata parte dell’identità collettiva.

Accanto alla grande manifestazione religiosa, Oberammergau conserva un volto più quotidiano, fatto di case affrescate, laboratori del legno, piccole piazze e sentieri che si inoltrano verso il paesaggio alpino.

Il Trenino Verde delle Alpi ha una nuova tappa, perfetta per l’autunno

20 septembre 2026 à 11:00

Il viaggio a bordo del Trenino Verde delle Alpi si arricchisce di una nuova possibilità per chi vuole scoprire la Svizzera seguendo un incantevole itinerario al cospetto di montagne, laghi, panorami e piccoli centri alpini. La novità riguarda lo Stockhorn, nell’Oberland Bernese, una vetta che raggiunge quasi i 2.200 metri di quota e che diventa la meta da inserire nel percorso del celebre treno panoramico.

La proposta arriva proprio all’inizio della stagione autunnale, quando i paesaggi alpini assumono colori oltremodo suggestivi e il viaggio in treno si trasforma in un’occasione per alternare spostamenti, passeggiate e momenti dedicati alla scoperta di un territorio da fiaba.

Dal Trenino Verde delle Alpi allo Stockhorn

Per raggiungere lo Stockhorn partendo col Trenino Verde delle Alpi occorre scendere a Spiez, una delle fermate lungo il tragitto: da qui si prosegue con un treno regionale in direzione di Erlenbach im Simmental, da dove prende il via la salita verso la montagna. L’ultima parte dell’itinerario prevede, infatti, l’utilizzo della funivia, raggiungibile dopo un percorso a piedi in paese.

La nuova escursione è stata pensata per integrarsi con il viaggio sul Trenino Verde delle Alpi e dispone di un biglietto dedicato, acquistabile sul sito di BLS. Il titolo di viaggio per lo Stockhorn costa 49 franchi, circa 52 euro, ed è valido esclusivamente se abbinato alla carta giornaliera oppure alla carta di 2 giorni del Trenino Verde BLS.

Sono disponibili anche due formule combinate: la Carta giornaliera + Stockhorn costa 113 franchi, circa 121 euro, mentre la Carta 2 giorni + Stockhorn ha un prezzo di 121 franchi, circa 130 euro. Le combinazioni consentono di risparmiare fino a circa il 35% rispetto al prezzo del biglietto da Domodossola allo Stockhorn e ritorno.

Quasi 2.200 metri di quota tra panorami alpini e laghi

Lo Stockhorn è una tappa adatta a chi vuole vivere la montagna senza rinunciare alla possibilità di scegliere tra molteplici esperienze: a quasi 2.200 metri di quota, la vetta offre infatti la possibilità di dedicarsi a escursioni di ogni livello e a passeggiate panoramiche, immerse in un ambiente caratterizzato dal silenzio alpino.

Uno dei punti più spettacolari è la piattaforma panoramica sulla parete nord, da cui lo sguardo corre sul lago di Thun, sul massiccio del Giura e, in presenza di condizioni meteorologiche particolarmente favorevoli, può arrivare addirittura alla Foresta Nera.

Spostandosi sul versante sud, poco sotto la vetta, appare il lago di Hinterstocken, incastonato tra le rocce: da una parte l’ampiezza del panorama, dall’altra un ambiente più raccolto e suggestivo.

Lago Oberstockesee vicino alla vetta dello Stockhorn, Svizzera
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Tutto il fascino alpino del Lago Oberstockesee

Un viaggio panoramico da Domodossola a Berna

La proposta si inserisce all’interno di un itinerario ferroviario che consente di ammirare alcuni dei paesaggi più caratteristici della Svizzera.

Il viaggio a bordo del Trenino Verde delle Alpi parte infatti da Domodossola, con collegamenti ogni circa due ore, e segue un percorso lungo le storiche linee del Sempione e del Lötschberg, entrambe caratterizzate da una storia ferroviaria ormai ultracentenaria. Gli itinerari possibili includono Briga, Wiler-Goppestein, Kandersteg, Frutigen, Spiez, Thun e Berna: a seconda della fermata scelta, il viaggio può quindi assumere caratteristiche differenti, dalla montagna alle rive dei laghi, dalle passeggiate alla scoperta delle città fino alle esperienze dedicate al benessere.

Durante il tragitto, il treno si inoltra piano piano nell’ambiente alpino e dona, dalle ampie finestre, scorci sulle terrazze soleggiate del Vallese e sulle montagne dell’Oberland Bernese, passando anche per località come Kandersteg. Superato il versante settentrionale delle Alpi, il percorso prosegue in discesa verso il lago di Thun per arrivare a Berna in poco più di due ore.

Dalle Dolomiti al Monte Bianco, le “porte del paradiso” italiane elogiate dal Guardian

20 septembre 2026 à 09:00

Montagne che si specchiano nei laghi, sentieri sospesi sopra panorami spettacolari e rifugi dove fermarsi dopo ore di cammino riscoprendo i sapori più genuini: l’Italia regala esperienze ad alta quota che non passano inosservate neppure all’estero. A celebrarle questa volta è il Guardian, che ha raccolto i consigli dei suoi lettori sulle più belle vacanze in montagna da vivere in Europa.

Tra Svizzera, Pirenei, Austria, Irlanda e Balcani, l’Italia domina la lista comparendo ben tre volte. Dalle Dolomiti di Brenta alle montagne che dominano il Lago di Como, fino ai piedi del Monte Bianco, sono tre luoghi diversi tra loro, ma accomunati da panorami autenticamente spettacolari.

Le Dolomiti di Brenta, il lato più tranquillo delle Dolomiti

Il primo luogo italiano elogiato dal Guardian è quello delle Dolomiti di Brenta, raccontate come il volto più tranquillo delle Dolomiti, lontano dalle zone maggiormente prese d’assalto dai turisti e dagli “instagrammer”.

Il lettore che le ha segnalate racconta di aver scelto come base Pinzolo, per poi partire da Madonna di Campiglio per un trekking di tre giorni tra rifugi, vie ferrate e creste affilate. Il momento più bello del viaggio? L’arrivo al Rifugio Agostini, a 2.410 metri, nel cuore della Val d’Ambiez: un luogo apprezzato per l’accoglienza, il cibo di montagna e soprattutto per le cime frastagliate che riempiono il panorama dalle sue finestre. L’itinerario si conclude poi a Molveno, con un aperitivo sulle rive del lago.

Siamo in Trentino, nella parte più occidentale dell’area dolomitica: le Dolomiti di Brenta sono protette dal Parco Naturale Adamello Brenta e si distinguono per le imponenti pareti rocciose modellate in guglie e pinnacoli.

Lago Nambino, Dolomiti di Brenta
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Lago Nambino nelle Dolomiti di Brenta

La Via dei Monti Lariani sopra il Lago di Como

C’è poi un modo decisamente diverso di scoprire uno dei laghi italiani più famosi al mondo, ovvero guardarlo dall’alto. Il Guardian segnala la Via dei Monti Lariani, un lungo itinerario escursionistico che attraversa le montagne della sponda occidentale del Lago di Como.

Il percorso, lungo circa 125 chilometri, collega Cernobbio a Sorico, sfiorando il confine con il Canton Ticino. Si cammina tra pascoli di montagna, piccoli paesi legati anche alla storia del contrabbando di frontiera e panorami aperti verso le Alpi. A rendere speciale l’esperienza sono anche le soste nei rifugi e negli agriturismi, dove assaggiare piatti della tradizione come polenta “uncia” e pizzoccheri.

Il Rifugio Bertone con vista sul Monte Bianco

È però la Valle d’Aosta a conquistare il riconoscimento più importante della selezione: il Guardian sceglie come “winning tip” il consiglio dedicato al Rifugio Giorgio Bertone, sopra Courmayeur, a 2.000 metri di quota.

A colpire sono innanzitutto le incredibili viste sul Monte Bianco, ma il panorama è soltanto una parte dell’esperienza. Ci sono il cibo, l’atmosfera di un autentico rifugio alpino e soprattutto la Balconata della Val Ferret, considerato uno dei percorsi più belli nei dintorni. Il momento da non perdere arriva al tramonto, quando la luce cambia sui ghiacciai e, con il calare del buio, sopra il massiccio compare il cielo stellato.

Il Lago Nero tra le montagne e gli abeti rossi di una valle slovena: lo straordinario Črno jezero

19 septembre 2026 à 17:00

La superficie scura del Črno jezero emerge tra gli abeti del Pohorje, grande massiccio montuoso della Slovenia nord-orientale, e ricorda una pozza d’inchiostro incastonata nel bosco. Ma la verità è che, sotto quella tonalità quasi nera, l’acqua è cristallina: l’effetto nasce da una particolare combinazione di natura, tempo e storia, con una spessa coltre di materiale organico depositata sul fondo a dare al lago il suo aspetto più enigmatico.

Črno jezero si trova a circa 1.200 metri di altitudine, in un ambiente paludoso dominato da abeti rossi, muschi di torba e vegetazione tipica delle alte torbiere. Il terreno umido, attraversato da passerelle di legno, rende l’escursione diversa dal consueto itinerario alpino. Sotto le suole si avverte infatti la presenza di un ecosistema delicato, mentre lo sguardo passa dall’acqua scura ai tronchi verticali e alle radure silenziose.

Origine e formazione di Črno jezero

Malgrado l’aspetto selvaggio e la posizione in mezzo alla torbiera, Črno jezero è un bacino di origine artificiale. La sua conca venne sbarrata circa 150 anni fa per creare un accumulo d’acqua utile al trasporto del legname verso valle. L’intervento viene attribuito al conte Windischgraetz, proprietario di una parte consistente delle foreste del Pohorje.

All’epoca, l’economia della montagna ruotava in larga misura intorno allo sfruttamento dei boschi: i tronchi dovevano essere trasferiti dalle aree forestali alle vallate e, per facilitare questa operazione, l’acqua veniva impiegata nei sistemi di trasporto del legname. La diga sul torrente Črnava trasformò così una depressione umida in un piccolo invaso destinato a un uso pratico.

Il volto attuale del bacino, però, è il risultato di processi naturali molto più lenti. Sul fondo si sono accumulati per decenni i resti di piante e animali, formando uno strato spesso di limo scuro. È proprio questo deposito a dar vita alla caratteristica colorazione nera percepita dalla riva, anche se l’acqua resta particolarmente limpida (soprattutto nelle giornate luminose).

Il Črno jezero si estende per circa 50 ettari ed è considerato il lago più grande del Pohorje. Attorno si sviluppa una torbiera alta, un ambiente umido alimentato soprattutto dalle precipitazioni e caratterizzato dalla presenza di muschi in grado di trattenere grandi quantità d’acqua. Il paesaggio non è dunque soltanto una distesa forestale con uno specchio d’acqua, ma un mosaico ecologico particolarmente prezioso.

L’intero complesso è infatti protetto come riserva naturale e monumento naturale, con particolare attenzione all’ecosistema della torbiera e alla fauna che vive nelle zone umide.

La visita al lago, il percorso sulle passerelle e cosa vedere

L’itinerario più semplice parte dal Dom na Osankarici, rifugio situato a circa 1.192 metri di altitudine. Da lì, il sentiero segnalato procede verso ovest e raggiunge Črno jezero in circa 25-30 minuti, per una distanza di poco inferiore a 1 km. Il percorso è classificato facile, con un dislivello contenuto, e si presta a un’escursione breve anche per chi desidera trascorrere soltanto qualche ora in questo angolo di Slovenia.

All’inizio il tracciato si snoda nel bosco e supera alcuni tratti attrezzati con gradini di legno. Poi il terreno diventa più umido e il paesaggio assume un carattere quasi fiabesco. Le passerelle sovrastano la zona paludosa, consentendo di raggiungere il lago senza affrontare direttamente il suolo impregnato d’acqua.

La riva è il punto ideale per una sosta: alcune panchine permettono di osservare la superficie scura e i riflessi della vegetazione. In condizioni di bel tempo, il lago restituisce l’immagine delle chiome e del cielo, creando un effetto quasi speculare. L’esperienza può poi proseguire lungo i sentieri segnalati che collegano il lago ad altri punti del Pohorje.

Una possibilità conduce verso Trije kralji, località nota soprattutto per le attività escursionistiche e sciistiche. Il percorso si inerpica nel bosco e passa nei pressi della croce di Urška, prima di raggiungere l’area del comprensorio. Da lì si può arrivare alla chiesa dei Santi Re Magi, costruzione semplice all’esterno ma impreziosita da tre altari interni, dedicati ai Santi Re Magi, a San Francesco Saverio e a Santa Lucia.

Un’altra direzione porta verso la cascata Šumik, una delle attrazioni naturali del Pohorje. In questo caso l’attività diventa più lunga e richiede una pianificazione adeguata, soprattutto in presenza di terreno bagnato o condizioni meteorologiche variabili.

Nei pressi del Dom na Osankarici si trova anche un piccolo museo dedicato ai caduti del Battaglione del Pohorje, formazione partigiana che combatté durante la Seconda Guerra mondiale. A circa 30 minuti dal rifugio, nel bosco, c’è il luogo della battaglia presso i cosiddetti “3 chiodi”, legato allo scontro finale dell’inverno 1943.

Per le famiglie, il tratto tra Osankarica e Črno jezero comprende anche un percorso didattico nel bosco, con pannelli e punti informativi dedicati alla flora, alla fauna e agli ambienti naturali della zona.

Dove si trova e come arrivare

Črno jezero si trova nel Pohorje, massiccio boscoso della Slovenia nord-orientale, tra Osankarica e Veliki vrh, a circa 1.200 metri di altitudine. Il punto di accesso più comodo per la visita breve è il Dom na Osankarici, raggiungibile in auto da più direzioni. Da Maribor si può seguire il percorso verso Hoče e Areh, passando nei pressi della Ruška koča.

Da quel punto la strada prosegue su fondo sterrato e, dopo circa 6 km, si imbocca la deviazione segnalata per Osankarica. Il tragitto complessivo è di quasi 38 km. Un’alternativa da Maribor passa per Selnica ob Dravi, Ruše e Smolnik. In questo caso la strada sale attraverso il paesaggio forestale e raggiunge un bivio vicino al parcheggio per la cascata Šumik. Proseguendo e seguendo le indicazioni, si arriva a Osankarica dopo circa 5 km. La distanza complessiva è di più o meno 37 km.

Da Slovenska Bistrica, invece, il tragitto conduce verso il comprensorio di Trije kralji e poi al Dom na Osankarici, per una distanza di circa 22 km. Un’altra opzione parte direttamente da Trije kralji, con un itinerario a piedi di circa 4 km, della durata indicativa di 1 ora e con un dislivello più significativo rispetto al breve accesso da Osankarica.

Per chi desidera raggiungere il lago da Oplotnica, esiste anche un itinerario escursionistico più lungo, indicato in circa 9,2 km e 3 ore di percorrenza, con un dislivello vicino ai 954 metri. È una soluzione adatta a chi vuole trasformare la visita in una vera escursione nel paesaggio del Pohorje, anziché limitarsi alla passeggiata dalla struttura di Osankarica.

Il borgo dove le case sono in sasso: Sonogno, l’anima più antica del Ticino

18 septembre 2026 à 18:00

La Val Verzasca accoglie i viaggiatori lungo una strada scavata nel fianco della montagna, una sorta di serpente di asfalto. Ed è proprio alla fine di questa stretta vallata ticinese che sorge Sonogno, piccolo paese a 918 metri di altitudine e in cui vivono meno di un centinaio di anime. Case in pietra, piccoli orti fioriti, viuzze acciottolate e costruzioni rustiche disegnano un paesaggio molto diverso dai centri turistici più frequentati della zona.

Persino il silenzio sembra avere una consistenza particolare, perché viene disturbato soltanto dall’acqua, dai passi sulle pietre e dalle voci provenienti dalle poche attività del villaggio. Dietro questa quiete, però, si nasconde una storia fatta di fatica: per secoli gli abitanti vissero soprattutto di pastorizia e agricoltura, adattandosi a un ambiente montano poco generoso. Fin dal XIV secolo praticarono la transumanza, portando il bestiame verso il piano di Magadino durante l’inverno.

Cosa vedere a Sonogno

Il bello di questo paesino della Svizzera è che possiede degli elementi che raccontano episodi di vita quotidiana molto più lontani nel tempo rispetto all’aspetto ordinato dell’insediamento. Il nucleo storico merita quindi uno sguardo lento, con attenzione alle tracce meno evidenti.

Il nucleo in pietra

La parte più suggestiva del paese raccoglie case in sasso, rustici e strette viuzze acciottolate, con piccoli giardini che aggiungono macchie di colore alla severità della pietra. L’architettura riflette le condizioni della vita alpina, con edifici costruiti utilizzando i materiali disponibili sul territorio e spazi organizzati secondo le esigenze della comunità rurale.

La piazzetta rappresenta il punto più riconoscibile e tra gli edifici si fa notare la casa ex Genardini, una tipica abitazione locale oggi utilizzata dal Museo di Val Verzasca. Poco distante si trova l’antico forno del pane, ancora attivo. Salendo nella parte alta del nucleo compare anche un particolare sorprendente: sulla parete di una casa rustica è dipinto un Giudizio universale risalente al XVIII secolo, realizzato da un autore rimasto anonimo.

La chiesa di Santa Maria Lauretana

La chiesa parrocchiale dedicata a Santa Maria Lauretana è documentata già nel 1519, ma la struttura attuale risale alla ricostruzione del 1854. L’interno conserva dipinti di Cherubino Patà, pittore ticinese originario di Sonogno, figura legata alla storia artistica locale. La chiesa racconta anche la lunga evoluzione religiosa della comunità.

Chiesa di Santa Maria Lauretana, Svizzera
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La bellissima Chiesa di Santa Maria Lauretana

Il Museo di Val Verzasca

Entrare nel Museo di Val Verzasca, attivo a Sonogno dal 1974, permette di passare dalla bellezza del borgo alla vita concreta delle persone che lo hanno abitato. Gli oggetti di uso quotidiano sono i testimoni di un mondo fondato sull’agricoltura, sulla pastorizia, sulla transumanza e sull’emigrazione.

La sede principale comprende un edificio storico e una costruzione più recente, realizzata nel 2017. Un modello tridimensionale accompagna il racconto dell’evoluzione del paesaggio fino alla metà del XX secolo, periodo nel quale agricoltura e allevamento rappresentavano ancora una parte fondamentale dell’economia verzaschese.

L’esposizione affronta anche un capitolo più duro: quello della povertà e dell’emigrazione stagionale dei bambini spazzacamino della Verzasca. Gli oggetti del passato diventano così un punto di partenza per una riflessione sul lavoro minorile contemporaneo.

La rete museale comprende inoltre un mulino, una piccola centralina elettrica e il museo del fieno selvatico di Odro, insieme a 5 itinerari etnografici distribuiti sul territorio.

La Casa della Lana

Dal 1978 la lavorazione della lana rappresenta una delle attività artigianali più caratteristiche di Sonogno. Alla Casa della Lana le artigiane trasformano la lana di pecora in maglioni, giacche, sciarpe e altri manufatti. Vi basti pensare che davanti all’edificio possono comparire piccoli mucchi di lana appena tinta, lasciati ad asciugare al sole.

La Cascata della Froda

Poco fuori dal centro, la strada verso la Val Redorta conduce alla Cascata della Froda. Il percorso richiede circa 25 minuti a piedi oppure una decina di minuti in bicicletta.

L’acqua precipita tra le rocce in un ambiente boscoso che la rende particolarmente suggestiva nelle stagioni più fresche, quando il contrasto tra vegetazione, pietra e acqua diventa ancora più marcato.

Cosa fare a Sonogno

Il paese si presta a un’esperienza lenta, ma la sua posizione consente anche di allargare lo sguardo alla valle. Le attività più interessanti nascono proprio dall’incontro tra natura e memoria locale.

  • Cercare i prodotti locali al mercato: tra maggio e ottobre si possono incontrare bancarelle dedicate all’artigianato e alla gastronomia della valle nella piazza del paese.
  • Partire in bicicletta: consente di esplorare l’Alta Verzasca Bike. La bicicletta può essere trasportata sull’AutoPostale dalla stazione di Locarno fino a Brione Verzasca, Piee, punto di partenza del percorso, che segue in gran parte il corso della Verzasca.
  • Scoprire la valle attraverso i percorsi etnografici: aggiunge alla dimensione naturalistica manufatti, edifici e testimonianze legate alla storia delle comunità locali.
  • In inverno si può pattinare: sulla pista di ghiaccio del centro sportivo oppure dedicarsi allo sci di fondo lungo una pista di 8 km, trasformando il paesaggio estivo in uno scenario completamente diverso.

Dove si trova e come arrivare

Sonogno si trova all’estremità settentrionale della Valle Verzasca, nel Canton Ticino, a 918 metri di quota. Dal 2020 appartiene al Comune di Verzasca, nato dalla fusione dei precedenti comuni e territori della parte alta e centrale della valle. Per raggiungerlo con i mezzi pubblici, la soluzione più semplice parte da Locarno, importante centro del Ticino situato all’estremità settentrionale del Lago Maggiore.

Dalla stazione ferroviaria parte l’AutoPostale 321, che risale la Valle Verzasca fino a Sonogno. In alta stagione il trasporto pubblico rappresenta una scelta particolarmente pratica. La strada segue progressivamente il corso della valle e attraversa gli altri piccoli abitati verzaschesi prima di raggiungere l’ultimo villaggio. Il tragitto stesso diventa parte dell’esperienza, perché il paesaggio cambia gradualmente passando dal fondovalle agli ambienti più aspri dell’alta Verzasca.

Sonogno conserva così qualcosa di raro per una destinazione alpina diventata conosciuta: la sua attrattiva non dipende da un singolo monumento spettacolare, ma dalla somma di dettagli che appartengono ancora alla vita del paese.

In viaggio tra villaggi sommersi e tracce di vita antichissima: i Siti palafitticoli preistorici delle Alpi

18 septembre 2026 à 17:00

Prima ancora dei villaggi in pietra, delle strade lastricate e delle città fortificate, l’acqua rappresentava una risorsa attorno alla quale costruire la vita. Per questo importante motivo, lungo le rive dei laghi alpini, nelle zone umide e presso i corsi d’acqua, le comunità preistoriche trovavano un ambiente favorevole all’agricoltura, all’allevamento, alla pesca e agli scambi. Con lo scopo di adattarsi a un paesaggio soggetto a variazioni del livello dell’acqua, dunque, realizzarono abitazioni sostenute da pali, talvolta direttamente sopra il bacino, altre proprio sulle sue sponde stesse.

Oggi di quei villaggi restano soprattutto tracce nascoste sotto l’acqua o protette da strati di sedimenti. Eppure il loro valore è straordinario: i terreni saturi di liquido hanno infatti preservato materiali organici che, in condizioni ordinarie, sarebbero scomparsi da millenni. Legno, tessuti, resti vegetali e frammenti di utensili permettono di ricostruire aspetti concreti della vita quotidiana del passato, e con una precisione rara per la preistoria.

Il riconoscimento UNESCO del 2011 riunisce 111 siti archeologici distribuiti tra Svizzera, Austria, Francia, Germania, Italia e Slovenia, con cronologie comprese tra il 5000 e il 500 a.C.. Si tratta di una testimonianza condivisa di oltre 4 millenni di storia, in grado di raccontare l’evoluzione delle prime società agricole dell’Europa alpina. In Italia i siti sono 19, concentrati soprattutto attorno al Lago di Garda e al Lago di Varese, ma presenti anche in Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige.

Isolino Virginia, il più antico villaggio palafitticolo dell’arco alpino

Una piccola isola affiora dalle acque del Lago di Varese, circondata da un paesaggio lombardo fatto di rive tranquille, vegetazione e montagne sullo sfondo. È l’Isolino Virginia, nel territorio comunale di Biandronno, uno dei luoghi più importanti per comprendere gli insediamenti preistorici della zona.

Le sue origini risalgono al Neolitico, epoca in cui alcune comunità umane iniziarono a praticare l’agricoltura e l’allevamento in modo più stabile, trasformando progressivamente il rapporto con il territorio. Proprio sull’isolotto, infatti, sono state identificate le palafitte più antiche dell’area alpina, una peculiarità che rende il posto particolarmente significativo nel quadro UNESCO.

Le abitazioni erano costruite con pali di legno e travi, sostenute da una piattaforma orizzontale. La struttura poteva sorgere sull’acqua oppure in prossimità della riva, secondo le esigenze del villaggio e le caratteristiche dell’ambiente. Legno, canne e paglia costituivano materiali facilmente reperibili, ma richiedevano conoscenze tecniche importanti per realizzare pareti, coperture e superfici calpestabili.

Le variazioni del livello del lago imposero alle comunità di adattare le abitazioni, spostando o ricostruendo le dimore in aree differenti dell’isola. Il Museo archeologico dell’Isolino Virginia permette di approfondire questa storia attraverso reperti e ricostruzioni di abitazioni neolitiche.

Ledro, il viaggio nel tempo sul bacino trentino

L’aria fresca di montagna accoglie il viaggiatore sulla sponda orientale del Lago di Ledro, un catino cristallino posto a 655 metri di altitudine. Nel 1929 il suo livello o subì un forte abbassamento per i lavori della centrale idroelettrica di Riva del Garda, portando alla luce un campo di oltre 10.000 pali conficcati nel limo.

Lago di Ledro, Italia
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Le palafitte sul Lago di Ledro

L’area archeologica si mostra oggi affascinante, dominata dal museo locale e dalle fedeli ricostruzioni in scala reale delle abitazioni preistoriche. Tetti in canna palustre sovrastano pareti in graticcio intonacate di argilla, disposte lungo passerelle sospese sull’acqua.

Il percorso tra le capanne riprodotte permette di toccare con mano strumenti in selce, macine in pietra, resti di tessuti e persino pagnotte bruciate rimaste intatte per oltre trenta secoli. La vista del sole che cala dietro le vette circostanti, riflettendosi sulle strutture lignee, regala un’atmosfera sospesa, quasi magica.

Palù di Livenza, il paesaggio che si è trasformato insieme all’uomo

Tra i comuni di Caneva e Polcenigo, in provincia di Pordenone, il Palù di Livenza custodisce una storia particolare, legata tanto alle comunità preistoriche quanto alla continua trasformazione dell’ambiente. L’area è uno dei siti palafitticoli più antichi del nostro Paese, tanto da conservare testimonianze che risalgono principalmente al periodo compreso tra circa 4400/4300 e 3650/3600 a.C.

Nel corso dei millenni, il bacino attraversò diverse fasi, passando da lago a palude, poi a torbiera semi-asciutta e infine a un ambiente boschivo ricco di querce. Questa successione rende il luogo particolarmente interessante, perché mostra un paesaggio in continua evoluzione.

I pali infissi nel terreno e le travi orizzontali rinvenute durante le ricerche archeologiche testimoniano l’impiego di strutture lignee per realizzare abitazioni e piattaforme. La scelta dei materiali rispondeva alla disponibilità delle risorse locali, mentre la costruzione doveva tenere conto della consistenza del suolo e della presenza dell’acqua.

Palù di Livenza è importante anche per la sua lunga sequenza cronologica: i reperti permettono di seguire l’evoluzione degli insediamenti dall’antica età della pietra fino al Neolitico, osservando il rapporto tra cambiamenti ambientali, tecniche costruttive e organizzazione della vita quotidiana.

Unteruhldingen, la gemma tedesca del Lago di Costanza

Sulla sponda settentrionale del grande bacino di Costanza sorge il complesso di Unteruhldingen, la “Svevia lacustre”, uno dei musei all’aperto più antichi e vasti d’Europa dedicati alla preistoria. Ben 23 capanne ricostruite con rigore scientifico svettano su palafitte immerse nelle acque cristalline, collegate alla terraferma da pontili in legno ben strutturati.

Il colpo d’occhio risulta spettacolare: i tetti spioventi in paglia si stagliano contro l’orizzonte limpido, riflettendo le proprie forme sulla superficie dello specchio d’acqua. All’interno degli edifici, allestimenti curati nei minimi dettagli mostrano scenari di vita quotidiana, con focolari, telai per la tessitura, utensili in bronzo e stive piene di provviste.

Laténium, il gigante archeologico di Neuchâtel

Sulle rive dello svizzero Neuchâtel prende vita il Laténium, il più grande museo archeologico del paese elvetico, adagiato direttamente sulle sponde del lago. Il parco esterno ospita un percorso naturalistico e archeologico straordinario dove le antiche strutture lignee dialogano costantemente con l’acqua.

La regione ha dato il nome alla famosa cultura di La Tène, e la qualità dei reperti conservati nelle teche del museo lascia senza fiato: piroghe perfettamente intatte, gioielli in ambra, spade decorate, ruote in legno e persino semi di piante commestibili narrano le abitudini di comunità agricole altamente evolute.

Guardando verso le Alpi dalla riva neuchâteloise, il legame profondo tra l’uomo, la pietra, il legno e l’acqua appare in tutta la sua forza millenaria.

Si torna a sciare a settembre, in Val Senales la stagione sulla neve dura più a lungo

18 septembre 2026 à 14:00

Buone, anzi, ottime notizie per gli appassionati degli sport invernali. Qui, la neve arriva prima dell’inverno: ci troviamo in Val Senales dove la stagione sciistica è già pronta a ripartire. Sabato 19 settembre l’Alpin Arena Senales riapre infatti i primi tracciati sul ghiacciaio, dando il via a una delle stagioni sulla neve più lunghe dell’arco alpino in Alto Adige.

Tra allenamenti dei campioni, piste in quota e boschi accesi dai colori del foliage, l’autunno qui ha un volto decisamente insolito.

La stagione bianca riparte in Val Senales

Mentre a valle l’autunno comincia a tingere i boschi di giallo e arancio, sulle piste dell’Alpin Arena Senales è già tempo di sci. Il 19 settembre riaprono i primi tracciati in quota sul ghiacciaio dell’Alto Adige, che nelle prime settimane della stagione torna a essere una delle destinazioni di riferimento per la preparazione degli atleti.

Alpin Arena Senales
©wisthaler.com
La neve sulle piste dell’Alpin Arena Senales

Le condizioni di neve e la preparazione delle piste attirano infatti squadre nazionali, federazioni e sciatori professionisti in vista dell’inizio della stagione agonistica. A partire dai mesi successivi, l’offerta si amplia anche per chi vuole vivere la montagna sulla neve senza essere un atleta: il comprensorio torna progressivamente ad aprire nuove piste, con l’obiettivo di arrivare all’apertura dell’intera area il 28 novembre.

Tra le novità della stagione c’è la copertura completa dell’innevamento artificiale per le piste della zona Hintereis e per quelle di Teufelsegg, pensata per garantire maggiore continuità all’esperienza sciistica. Il periodo autunnale regala inoltre uno degli scenari più particolari della Val Senales: basta scendere di quota per passare dalle piste innevate ai boschi immersi nel foliage.

Cosa fare in Val Senales oltre lo sci

E per chi non sta sugli sci? Niente panico, ci sono molte altre attività con cui intrattenersi ad alta quota. L’inizio della stagione sarà accompagnato infatti anche da un weekend di eventi dedicati agli appassionati della neve. Dal 19 al 21 novembre, a Maso Corto, sono in programma appuntamenti musicali e feste après-ski: si parte il 19 novembre al Platzl Bar con DJ Toro, mentre il 20 novembre sarà la volta degli ABBA Stars, tribute band della Repubblica Ceca che porterà in piazza i grandi successi del gruppo svedese.

Il 21 novembre l’appuntamento si sposta in quota, all’Hotel Grawand, a 3.212 metri, per un Après-Ski Party dalle 15.00 fino al tramonto, con rientro a valle in funivia. Per chi alla discesa preferisce un po’ di relax, resta inoltre disponibile il biglietto combinato con le Terme di Naturno, che permette di abbinare una giornata sulla neve a qualche ora tra piscine, acque calde e saune.

E dopo lo sport arriva anche la parte più golosa del viaggio: nelle baite e nei ristoranti della Val Senales si possono assaggiare specialità della tradizione altoatesina, con prodotti locali e terrazze panoramiche sulle montagne. Un modo per trasformare una giornata sugli sci in una vera fuga d’autunno in quota.

La magia solitaria di Castel Wartenstein, un soffio di pietra tra le forteste alpine dell’Austria

17 septembre 2026 à 16:00

A circa 750 metri di altitudine tra i rilievi del Semmeringgebiet, nella Bassa Austria, si innalza una lunga formazione rocciosa che accoglie Castel Wartenstein. Parliamo di un’elegante fortezza che domina dall’alto il territorio dello Schwarzatal, al punto che più che un castello costruito per celebrare la ricchezza di una corte, pare una presenza nata da esigenze concrete di controllo e difesa.

Le sue origini risalgono al Medioevo, quando una piccola fortificazione proteggeva un’area di confine e sorvegliava i percorsi attraverso il paesaggio montano. Nel corso dei secoli, tuttavia, la struttura cambiò volto più volte. Oggi il complesso conserva una caratteristica che lo rende particolarmente interessante: accanto alle parti trasformate in epoche successive, sopravvivono elementi della fortezza originaria, tra cui il mastio romanico e il palazzo medievale.

Breve storia di Castel Wartenstein

I signori di Wartenstein erano ministeriali dei margravi di Stiria, cioè uomini legati al potere territoriale attraverso incarichi di servizio e amministrazione. Intorno al 1180 fecero costruire sul Raacher Berg una piccola rocca con una torre e un modesto edificio residenziale. La sua funzione primaria era la sicurezza del confine con l’Austria.

Quella prima costruzione aveva dimensioni contenute, ma occupava una posizione precisa nella geografia politica del tempo. La sua importanza strategica diminuì rapidamente dopo il 1192, anno della morte del duca Otakar IV, quando la Stiria passò sotto il dominio austriaco. Il confine che aveva giustificato la nascita della rocca perse così parte del suo significato.

Nel XIII secolo Wartenstein fu ampliato. Heinrich von Stubenberg estese il complesso verso nord e verso est, costruendo sulla punta dello sperone roccioso un possente mastio e una seconda torre quadrata accanto all’ngresso attuale. Durante il XIV e il XV secolo il castello appartenne al potere sovrano territoriale e fu spesso dato in pegno. La gestione veniva affidata a funzionari, chiamati Pfleger, incaricati di amministrare la signoria.

Negli anni ’70 del ‘400 l’imperatore Federico III assegnò Wartenstein all’Ordine di San Giorgio, da lui fondato. Il re d’Ungheria Mattia Corvino riuscì però a prenderne possesso senza combattimenti. Dopo la sua morte, nel 1490, gli Ungheresi furono allontanati e la fortezza tornò all’ordine.

Nel 1547 arrivò Christoph Urschenpeck, seguito dai suoi discendenti, che investirono somme considerevoli nel complesso. Il loro impegno permise infine di acquistare Wartenstein dal Collegio dei Gesuiti di Graz, successore giuridico dell’Ordine di San Giorgio. Fu allora che la fortezza iniziò a trasformarsi in una residenza più confortevole e, dal 1633, i proprietari furono i signori Petrowitsch, seguiti dal 1720 dai conti napoletani Stella e, in seguito, dalla famiglia Caracciolo.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, poi, il castello ospitò uffici statali e strutture della Wehrmacht, mentre nel 1945 subì gravi danni a causa dei combattimenti. Nel 1957 fu acquistato da una fondazione legata all’industriale svedese Axel Wenner-Gren, fondatore di Electrolux, e dopo un importante intervento di ristrutturazione divenne sede di un seminario di ricerca antropologica. In seguito tornò in mani private e viene utilizzato saltuariamente come residenza.

Visita e cosa vedere a Castel Wartenstein

La visita richiede una precisazione importante: l’accesso agli interni e la possibilità di visitare il complesso sono fortemente limitati, poiché il castello si trova in proprietà privata. Prima di organizzare un’escursione è quindi indispensabile verificare l’eventuale accessibilità. A livello architettonico, il complesso si sviluppa intorno a un cortile interno allungato, raggiungibile storicamente attraverso il portone principale o una piccola porta pedonale inserita nella torre d’ingresso.

Sul lato occidentale, sopra uno sperone roccioso alto circa 8 metri rispetto al cortile, si trovano le rovine dell’antica Hochburg, la parte più elevata e originaria dell’insediamento. Restano riconoscibili il mastio quadrangolare romanico e il palas, l’edificio destinato alla residenza del signore e alle funzioni amministrative. Il mastio, oltre a rappresentare il nucleo difensivo della rocca, permetteva di controllare il territorio dall’alto e costituiva un punto di rifugio in caso di pericolo.

Un altro elemento di grande interesse è la Cappella dei Re Magi, di origine gotica e restaurata nel 1871. Il piccolo ambiente conserva ancora caratteristiche romaniche, testimonianza delle fasi più antiche del complesso. Sulla parete esterna è visibile anche un capitello romanico, dettaglio minuto ma prezioso per comprendere la storia costruttiva del maniero. Una scala conduce al vicino corpo delle cucine, parte dell’organizzazione domestica della residenza.

Il lungo lato orientale del cortile è occupato dal corpo residenziale rimaneggiato dopo il 1957. La sua conformazione è curiosa, perché l’edificio risulta così stretto da consentire, all’interno, lo sviluppo di un solo ambiente per piano o per sezione. La struttura è delimitata da due grandi torri quadrangolari, secondo un modello riconducibile alle fortezze dei ministeriali dell’epoca degli Hohenstaufen.

La torre settentrionale presenta muri spessi quasi 3 metri, mentre quella meridionale ha dimensioni leggermente inferiori. Entrambe furono modificate nell’800, quando l’architetto Ignaz Banko intervenne sull’assetto del complesso. I piani superiori vennero dotati di strutture aggettanti, cioè parti che sporgono rispetto alla linea delle murature sottostanti. La torre meridionale, abbassata nel XVII secolo fino all’altezza del tetto, fu rialzata durante questi lavori.

Nel cortile è ancora visibile l’antica cisterna, protetta da una copertura in ferro battuto risalente al XVII secolo. Prima dell’arrivo di sistemi moderni di approvvigionamento, una riserva d’acqua rappresentava una necessità essenziale per gli abitanti e per la resistenza della fortezza durante un assedio.

Dove si trova e come arrivare

Castel Wartenstein si trova in Bassa Austria, nel territorio del Semmeringgebiet, una regione montuosa situata a sud di Vienna e caratterizzata da rilievi boscosi, vallate e percorsi storicamente importanti tra l’Austria orientale e la Stiria. La fortezza sorge nei pressi di Raach am Hochgebirge, a circa 4 chilometri a sud di Gloggnitz, nel distretto di Neunkirchen.

Il riferimento geografico più utile per raggiungere la zona è proprio Gloggnitz, cittadina situata nella valle dello Schwarzatal e collegata alla rete ferroviaria austriaca. Da Vienna è possibile dirigersi verso sud in treno, raggiungendo Gloggnitz, per poi proseguire verso Raach am Hochgebirge con un mezzo locale o un taxi. In automobile, l’area è raggiungibile attraverso la rete stradale del Semmering, con un percorso che attraversa il paesaggio collinare e montano della Bassa Austria.

Castello di Wartenstein, Austria
iStock@rusm
Veduta del Castello di Wartenstein

Il sito è soprattutto una testimonianza storica da osservare nel suo contesto territoriale, più che una destinazione organizzata per il turismo di massa. Prima di partire, è opportuno accertarsi della possibilità di avvicinarsi alla proprietà e delle condizioni di accesso, evitando di confondere la presenza delle rovine con la disponibilità automatica alla visita.

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