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Il Pego do Inferno è la cascata nascosta dell’Algarve che custodisce una leggenda inquietante

27 octobre 2026 à 16:00

La parola Algarve va spesso a braccetto con spiagge dorate e infinite, ma la verità è che esiste anche un volto di questa regione del Portogallo che spesso sfugge alle tipiche immagini da cartolina. Allontanandosi un pochino dalla costa, infatti, si incontra un paesaggio completamente diverso, fatto di piccoli corsi d’acqua, vallate scavate nella roccia e una vegetazione che cresce rigogliosa attorno alle sorgenti. Ed è tra le campagne della cittadina Tavira che si nasconde una delle meraviglie naturali più particolari della regione: Pego do Inferno, una pozza verde oliva alimentata da una piccola cascata.

Alberi, arbusti e canneti avvolgono le sponde, mentre la luce del sole attraversa il fogliame e disegna riflessi mutevoli sulla superficie. Persino il colore sembra cambiare durante la giornata, passando dal verde intenso a tonalità più chiare, influenzate dalla profondità e dalla vegetazione circostante.

La Cascata do Pego do Inferno, conosciuta anche attraverso la traduzione italiana di Cascata del Pozzo dell’Inferno, raggiunge appena 3 metri d’altezza. Una misura modesta, direte voi, ma vi possiamo assicurare che è sufficiente a dar vita a uno scenario dalla personalità sorprendente.

Origine, formazione e leggende del Pego do Inferno

Il Pego do Inferno appartiene a un sistema naturale formato da tre salti d’acqua lungo la ribeira da Asseca, un torrente che attraversa questa porzione dell‘Algarve. Gli altri due sono la Cascata do Pomarinho, conosciuta anche con il suggestivo nome di Pego do Amor, e la Cascata da Torre.

Si tratta di un insieme geologico particolarmente interessante, sviluppato lungo un tratto fluviale di circa 1,5 chilometri. Ciò che accomuna queste formazioni è la presenza del tufo calcareo, una roccia sedimentaria prodotta dall’accumulo di carbonato di calcio trasportato dall’acqua.

Quando l’acqua ricca di minerali libera parte dell’anidride carbonica disciolta, il carbonato di calcio può depositarsi sulle superfici, incorporando frammenti vegetali e contribuendo alla crescita di barriere naturali. Con il passare del tempo, tali accumuli modificano il profilo del torrente, creando dislivelli e piccoli bacini.

Quando ci si ritrova lì davanti, risulta davvero affascinante pensare che il piccolo salto visibile oggi rappresenti il risultato di trasformazioni durate millenni. Accanto alla spiegazione scientifica (come è possibile intuire anche dal nome) sopravvive una leggenda decisamente più oscura.

Stando al racconto popolare, molti anni fa un carro trainato da animali precipitò nella pozza, trascinando con sé gli occupanti. Le persone accorse sul posto tentarono di recuperare i corpi e il veicolo, ma le ricerche risultarono vane. La storia prosegue con l’arrivo di alcuni sommozzatori, incapaci, secondo la tradizione, persino di individuare il fondo.

Da quell’episodio sarebbe nata la convinzione che il bacino fosse collegato direttamente all’Inferno. Un abisso apparentemente senza fine, pronto a inghiottire qualunque cosa precipitasse nelle sue acque. Altre versioni della leggenda parlano addirittura di passaggi sotterranei collegati ai fiumi Guadiana e Gilão.

La visita al Pego do Inferno

La pozza del Pego do Inferno si presenta con un profilo arrotondato, delimitato da rocce irregolari e vegetazione. Le tonalità olivastre derivano dall’interazione tra profondità, caratteristiche del terreno, organismi acquatici e riflessi delle piante circostanti. Durante le giornate luminose il contrasto tra le pareti più chiare e l’acqua scura diventa particolarmente evidente e assolutamente piacevole da osservare.

Consigliamo di dedicare attenzione anche le superfici del tufo calcareo: le loro forme irregolari conservano tracce dei processi di deposizione minerale che hanno costruito il salto, come piccole cavità, incrostazioni e sporgenze. Nel corso dell’anno, chiaramente, l’aspetto della cascata muta sensibilmente.

Tra la fine dell’inverno e la primavera, soprattutto dopo periodi piovosi, il torrente presenta generalmente una portata maggiore. È proprio quella che sta per arrivare, quindi, la stagione più indicata per apprezzare la caduta d’acqua e osservare la vegetazione in una delle sue fasi più rigogliose.

Cascata del Pozzo dell'Inferno, Algarve
iStock
La Cascata del Pozzo dell’Inferno in piena

Durante l‘estate, invece, il paesaggio può assumere caratteristiche differenti: le precipitazioni diminuiscono e il flusso talvolta si riduce a un sottile rivolo. Negli anni particolarmente siccitosi il salto può persino rimanere asciutto, lasciando emergere soprattutto la struttura rocciosa.

Un aspetto fondamentale riguarda però la possibilità di accedere al sito. Fino al 2012 il Pego do Inferno disponeva di infrastrutture destinate ai visitatori, tra cui passerelle, una scalinata di legno, un ponte e attrezzature per la fruizione dell’area balneare. Un incendio divampato nel luglio di quell’anno distrusse buona parte delle strutture e danneggiò la vegetazione circostante. Per questo motivo, il Comune di Tavira dispose la chiusura dello spazio e il percorso attrezzato rimase inutilizzabile.

Negli anni successivi la natura ha progressivamente riconquistato l’area, mentre la realizzazione di nuovi accessi ha incontrato diversi ostacoli. Tra questi, per esempio, la presenza di terreni privati, le condizioni del corso d’acqua e le difficoltà legate alla siccità.

Il Pego do Inferno risulta ancora privo di un accesso pubblico ufficialmente riaperto. Il Comune ha inserito tra i propri obiettivi il recupero del sito e la sua valorizzazione paesaggistica. Inoltre, le analisi delle acque citate dall’amministrazione indicano condizioni inadatte alla balneazione.

Sebbene alcune persone continuino a raggiungere spontaneamente la conca, la frequentazione informale va distinta dalla disponibilità di un percorso autorizzato e sicuro. In attesa di una riapertura, è necessario rispettare eventuali divieti, proprietà private e limitazioni di accesso.

Dove si trova e come arrivare

La Cascata do Pego do Inferno si trova nella freguesia di Santo Estêvão, nel territorio comunale di Tavira, a circa 10 chilometri a nord-ovest del centro cittadino. Siamo nel Sotavento Algarvio, la parte orientale dell’Algarve, in una fascia rurale intermedia tra la costa atlantica e i rilievi dell’entroterra.

Tavira rappresenta senza dubbio il principale punto di riferimento per raggiungere la zona. Dal centro si procede in direzione nord-occidentale, verso l’area di Santo Estêvão e della ribeira da Asseca. La cascata è segnalata sulle principali applicazioni cartografiche, ma la presenza di un’indicazione digitale va distinta dall’effettiva accessibilità del sito.

Prima di organizzare uno spostamento specifico in questo angolo di Portogallo è quindi opportuno consultare gli aggiornamenti del Comune di Tavira, verificare l’eventuale riapertura di un itinerario autorizzato e considerare le condizioni meteorologiche. Le piogge intense possono rendere instabili i terreni vicini al torrente, mentre i periodi di siccità incidono direttamente sulla presenza della cascata.

Qui puoi navigare sul lago sotterraneo più grande d’Europa: Seegrotte, un segreto nelle viscere d’Austria

25 octobre 2026 à 12:00

Sul piano stradale la vita segue i suoi ritmi abituali: ci sono i boschi che impreziosiscono i dintorni di Vienna, persone che ogni giorno vanno a lavorare e la quotidianità, fatta di gioie ma anche di difficoltà. Sotto, a ben 60 metri di profondità, si sviluppa un mondo diverso, un lago dalle acque immobili tra possenti pareti rocciose e attraversato da piccole imbarcazioni. E qui il tempo pare scorrere diversamente, poiché scandito dal suono dell’acqua e dalle luci che illuminano le antiche gallerie minerarie.

È la Seegrotte di Hinterbrühl, considerata il più grande lago sotterraneo d’Europa, con una superficie di circa 6.200 metri quadrati. Un primato che, però, è dovuto a un passato per alcuni aspetti sorprendente: il tutto nacque da un incidente industriale avvenuto nel 1912. La Seegrotte sfoggia perciò un paesaggio modellato dal lavoro umano e, solo successivamente, trasformato dall’acqua.

Oggi il complesso costituisce una delle attrazioni più particolari nei dintorni della Capitale austriaca, anche perché consente di navigare sotto terra in uno scenario che conserva ancora le tracce del proprio passato.

Origine e storia della Seegrotte

Tantissimi anni fa le colline attorno a Hinterbrühl erano conosciute per i loro giacimenti di gesso, un minerale impiegato in diversi settori, dall’edilizia all’agricoltura. Erano famose già nel XVIII secolo, ma mai come nel 1848, quando durante lo scavo di un pozzo un mugnaio individuò uno strato di gesso a circa 5 metri di profondità. La scoperta favorì l’avvio delle attività estrattive, inizialmente destinate soprattutto alla produzione di materiale utilizzato per migliorare i terreni agricoli.

Nel giro di pochi anni prese forma un articolato sistema minerario, dove i lavoratori estraevano il minerale dalle pareti al punto da ampliare progressivamente gli spazi e realizzare ambienti destinati al trasporto del materiale. Tutto cambiò improvvisamente nel 1912: durante un’operazione di brillamento, una detonazione provocò l’ingresso di un’enorme quantità d’acqua nelle cavità sotterranee.

Circa 20 milioni di litri invasero gli ambienti estrattivi, rendendo impossibile proseguire il lavoro. Fu proprio da quell’episodio che nacque il grande lago che oggi costituisce l’attrazione principale della Seegrotte. Il fatto particolarmente curioso è che pur apparendo completamente isolato dal mondo esterno, il suo equilibrio richiede un intervento costante. In assenza di uno scarico naturale, durante la notte vengono pompati circa 50-60 metri cubi d’acqua verso il torrente Mödlingbach, mantenendo stabile il livello.

L’apertura ufficiale al pubblico arrivò nel 1932, con l’introduzione di un pontone militare riutilizzato e di un’imbarcazione elettrica per attraversare il lago. Il successo fu piuttosto rapido: già tra il 1937-1938 questo angolo d’Austria accoglieva circa 50.000 visitatori all’anno.

La storia travagliata della Seegrotte non è però finita qui e, anzi, nasconde persino una pagina dolorosa della storia europea. Nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale, le autorità naziste requisirono il complesso per trasferirvi parte della produzione aeronautica della società Heinkel. Il lago fu prosciugato temporaneamente per sfruttare i locali sotterranei per produrre componenti e fusoliere del caccia a reazione Heinkel He 162.

Per queste lavorazioni furono impiegati prigionieri sottoposti a lavoro forzato, provenienti dal sistema concentrazionario di Mauthausen. Nei pressi della miniera sorse il sottocampo di Hinterbrühl, tristemente legato alle condizioni disumane imposte ai detenuti. Nell’aprile del 1945, durante l’evacuazione del campo, 52 prigionieri impossibilitati a partire furono assassinati. Altri morirono durante la marcia forzata verso Mauthausen.

Oggi i resti delle installazioni industriali e gli elementi commemorativi permettono di conoscere questa vicenda. Terminata la guerra, la Seegrotte tornò progressivamente alla sua funzione turistica.

Visitare la Seegrotte Hinterbrühl

Si accede alla Seegrotte attraverso un passaggio che conduce gradualmente lontano dalla luce naturale. La visita si svolge tramite un percorso guidato che ripercorre le principali fasi della storia mineraria, fino a raggiungere il lago. Nella parte superiore del complesso si attraversano gallerie scavate nel gesso, segnate dalle attività estrattive del XIX secolo.

Le pareti presentano superfici irregolari, nicchie e aperture laterali che testimoniano l’avanzamento dei lavori. Particolarmente interessante è la cappella di Santa Barbara, piccolo luogo di raccoglimento che ricorda il rapporto tra il pericolo del mestiere e la devozione religiosa. Santa Barbara, infatti, rappresentava la patrona dei minatori.

Il momento più atteso arriva, chiaramente, raggiungendo il livello inferiore, quando si apre un’ampia superficie d’acqua circondata dalla roccia e illuminata da luci che producono riflessi sulle pareti. Salendo sulle piccole imbarcazioni i visitatori hanno l’opportunità di fluttuare lentamente, ma sempre osservando da vicino le superfici rocciose e i giochi di luce creati sull’acqua.

Il silenzio è uno degli aspetti più caratteristici dell’esperienza: le voci si propagano negli ambienti sotterranei, mentre il movimento della barca permette di ammirare il complesso da una prospettiva completamente diversa rispetto ai passaggi percorsi a piedi.

Per completare il percorso guidato, compresa la navigazione, occorrono generalmente circa 45 minuti. La temperatura interna rimane costante durante le stagioni (più o meno 9 gradi), rendendo indispensabili una giacca e scarpe chiuse con una buona aderenza. La Seegrotte è visitabile durante l’anno, secondo il calendario di apertura, e i biglietti possono essere acquistati direttamente sul posto.

Dentro la Seegrotte di Hinterbrühl, Austria
iStock
Dentro la Seegrotte di Hinterbrühl, posto unico

Dove si trova e come arrivare

La Seegrotte si trova a Hinterbrühl, un comune della Bassa Austria situato nel distretto di Mödling, circa 15 chilometri a sud di Vienna. Il territorio appartiene alla fascia collinare del Wienerwald, il Bosco Viennese, una vasta area caratterizzata da foreste, piccoli centri abitati e antiche testimonianze storiche. L’indirizzo preciso è Grutschgasse 2a, 2371 Hinterbrühl.

In automobile si raggiunge il paese attraverso la rete stradale che collega Vienna alla zona di Mödling, utilizzando anche l’autostrada A21 in base al punto di partenza. Il viaggio dal settore meridionale della Capitale richiede generalmente 20-30 minuti, con variazioni legate al traffico.

Chi preferisce i mezzi pubblici, può valutare di raggiungere Mödling in treno da Vienna e proseguire con gli autobus locali diretti a Hinterbrühl. Prima della partenza è consigliabile verificare linee, fermate e coincidenze aggiornate. La posizione permette inoltre di abbinare l’escursione ad altre località della Bassa Austria, tra cui Mödling, Baden e Gumpoldskirchen, quest’ultima conosciuta per la tradizione vinicola.

Tra il soffio del vento e l’acqua sacra della Gola di Kourtaliotiko: il canyon sonoro che spacca in due Creta

22 octobre 2026 à 16:30

Tra le montagne dell’entroterra cretese c’è una profonda spaccatura nella roccia che interrompe improvvisamente il paesaggio. Da queste parti, infatti, si innalzano pareti calcaree altissime che lasciano appena intravedere il corso di un fiume, mentre il vento attraversa le fenditure producendo strani rumori (c’è chi è pronto a giurare che siano simili a battiti di mani). In fondo al canyon l’acqua sgorga dalla pietra e precipita in piscine naturali dalle sfumature turchesi, rendendo il tutto quasi fiabesco: è la Gola di Kourtaliotiko, uno degli ambienti naturali più spettacolari di Creta.

Situata nella parte meridionale della regione di Rethymno, attraversa un territorio montuoso ancora profondamente legato all’identità dell’isola. Per circa 3 chilometri, enormi bastioni rocciosi accompagnano il fiume Kourtaliotis verso sud, fino alla zona di Preveli e al Mar Libico.

Chiamata anche Gola di Asomatos, regala un’atmosfera ancor più particolare grazie alla presenza di una minuscola chiesa dedicata a San Nicola, protagonista di una leggenda tramandata dagli abitanti della zona.

Origine, formazione e leggende della Gola di Kourtaliotiko

Questo spettacolo della natura greco non è certo nato da un giorno all’altro e, anzi, è il frutto di una lunghissima evoluzione geologica. Il canyon si sviluppa tra i rilievi del Kouroupa e dello Xiron Oros, nel settore meridionale di Creta, attraverso imponenti masse di roccia calcarea plasmate dall’acqua e dai movimenti della crosta terrestre.

Nel corso del tempo, l’azione erosiva del fiume ha approfondito le fratture preesistenti, contribuendo alla creazione di uno stretto passaggio naturale. Le pareti raggiungono altezze considerevoli e presentano superfici irregolari, cavità e strati rocciosi ben distinguibili.

Osservandolo dall’alto, il fondovalle appare quasi schiacciato tra due gigantesche muraglie di pietra, una visione che per alcuni aspetti ha anche del surreale. Le rocce assumono tonalità grigie, ocra e rossastre, mentre la vegetazione si concentra nelle fessure e nei punti raggiunti dall’umidità.

Un elemento essenziale di questo ambiente è rappresentato dalle sorgenti di San Nicola, alimentate dalle acque sotterranee che attraversano le formazioni geologiche della zona. Grazie a questi apporti, il sistema fluviale conserva acqua anche durante i mesi estivi, una caratteristica particolarmente preziosa nel clima mediterraneo dell’isola.

Oltre alla geologia però, c’è anche la parte più curiosa: il nome Kourtaliotiko è strettamente legato a un fenomeno acustico che ha alimentato racconti popolari per generazioni. La parola greca kourtala richiama infatti il rumore delle mani battute tra loro. Stando alla tradizione, quando il vento attraversa le aperture (che in alcuni punti sono davvero strettissime) produce suoni secchi e ripetuti, talvolta simili ad applausi.

Ancora più affascinante è la leggenda delle cinque sorgenti di San Nicola, legate alla piccola (ma particolarmente graziosa) chiesa costruita ai piedi della parete occidentale. Il racconto narra che il santo colpì la roccia con le cinque dita della mano, da cui sgorgò miracolosamente l’acqua, dando origine alle sorgenti che ancora oggi alimentano le cascate.

Visitare la Gola di Kourtaliotiko

La prima emozione che regala questa gola della Grecia si avverte già dalla strada panoramica da cui è attraversata. L’asfalto, infatti, segue le curve della montagna, mentre tutt’intorno si alzano enormi pareti rocciose. Per raggiungere le attrazioni principali occorre però scendere lungo il percorso pedonale attrezzato, caratterizzato da gradini in pietra, tratti rocciosi e superfici che possono diventare scivolose.

Il tragitto centrale consigliato per la visita misura circa 2 chilometri, tra andata e ritorno, e conduce verso la cappella di San Nicola e l’area delle cascate. L’accesso alla parte organizzata della gola è regolamentato, con un sistema di bigliettazione e personale addetto alla sorveglianza.

Scendendo tra le rocce, il fastidioso rumore del traffico (soprattutto in alta stagione) si attenua e lascia spazio allo scroscio dell’acqua, che passo dopo passo si fa sempre più intenso. Poi si intravede subito la cappella di Agios Nikolaos, inserita in un ambiente dominato dalla pietra calcarea, con le sue forme semplici che contrastano con la grandiosità delle pareti circostanti.

Cappella di Agios Nikolaos, Creta
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La cappella di Agios Nikolaos dentro al canyon

Poco distante si trovano le celebri sorgenti e le cascate di Kourtaliotiko, tra le immagini più riconoscibili della Creta meridionale. L’acqua emerge dalle rocce, precipita lungo le pareti e si raccoglie in conche naturali di straordinaria trasparenza. Attenzione però, perché le temperature dell’acqua sono piuttosto fredde anche in estate: si aggirarano intorno ai 14 °C.

Chi ama la fauna scoprirà che queste mura di roccia fungono pur da rifugio per numerosi uccelli rapaci, tra cui il grifone, l’aquila reale, l’aquila del Bonelli e il rarissimo gipeto, riconoscibile per la particolare sagoma e la lunga coda a forma di cuneo. Alzando lo sguardo (soprattutto nelle ore favorevoli alle correnti ascensionali) è possibile osservare grandi uccelli che sorvolano lentamente le montagne.

Anche la vegetazione racconta le particolarità del canyon: sui versanti più asciutti crescono arbusti mediterranei ed erbe aromatiche, mentre lungo il fiume trovano spazio piante legate agli ambienti umidi. L’acqua prosegue poi verso la celebre foresta di palme di Preveli, uno degli ecosistemi più particolari dell’isola.

Se si desidera prolungare l’esperienza ci si può dedicare alla vicina spiaggia di Preveli, celebre per il suo paesaggio tropicale che sorprende nel vero senso della parola: il fiume attraversa una valle ricca di palme e raggiunge il Mar Libico formando una piccola laguna salmastra. Tra le attrazioni dei dintorni vale la pena prende in considerazione anche il Monastero di Preveli, importante complesso religioso legato alla resistenza contro il dominio ottomano e agli avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale.

Dove si trova e come arrivare

La Gola di Kourtaliotiko si trova nella parte centro-meridionale di Creta, nel territorio del comune di Agios Vasilios, tra i villaggi di Koxare e Asomatos. Ciò vuol dire che dista circa 25 chilometri dalla città di Rethymno e pochi chilometri dalla località costiera di Plakias. Per raggiungerla in automobile, partendo da Rethymno, bisogna seguire le indicazioni per Spili e Plakias, attraversando il villaggio di Koxare.

Il viaggio richiede generalmente 30-40 minuti e comprende alcuni tratti tortuosi, con splendide vedute sulle montagne e sulla campagna locale. L’accesso organizzato si trova lungo la strada provinciale Rethymno-Koxare-Plakias, in prossimità del 25° chilometro.

Per la visita sono consigliate scarpe con suola antiscivolo, acqua potabile, protezione solare e abbigliamento adatto a un ambiente roccioso.

L’autunno più magico ed emozionante d’Europa è qui: lo spettacolo irresistibile dei Laghi di Plitvice

19 octobre 2026 à 17:30

L’acqua ha un colore quasi finto, a tratti verde smeraldo, altrove azzurro intenso, mentre le foglie dei faggi e degli aceri tingono le rive di giallo, rame e rosso. C’è poi quell’aria fresca e pungente del mattino che viene accompagnata dal suono di alcune cascate, anche se a volte appena percettibile tra gli alberi, mentre altre così potente da coprire qualsiasi altro rumore. Se accade tutto questo vuol dire che si è arrivati ai Laghi di Plitvice, che durante l’autunno sono uno degli spettacoli naturali più affascinanti della Croazia (ma forse anche dell’Europa intera).

Situato nell’entroterra, lontano dalle località balneari dell’Adriatico, il Parco Nazionale dei Laghi di Plitvice custodisce un sistema di 16 laghi principali disposti a gradoni, collegati attraverso cascate, ruscelli e barriere naturali di roccia. Chi ci arriva quasi pensa di essere entrato in una dimensione fiabesca, ma nei fatti è il risultato di processi geologici tuttora attivi, che modificano lentamente il corso dell’acqua (sì, di Madre Natura).

Fondato nel 1949, è il parco nazionale più antico e più esteso del Paese. Nel 1979 è entrato nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO grazie alle caratteristiche straordinarie del suo sistema lacustre. Le sue bellezze cambiano durante l’anno, ma tra settembre e novembre acquistano un’intensità particolare, che ora scopriremo insieme.

Origine, formazione e leggende dei Laghi di Plitvice

Il territorio dei laghi appartiene alla regione carsica delle Alpi Dinariche, caratterizzata da calcari e dolomie, materiali che reagiscono in maniera differente al passaggio dei corsi d’acqua. Alla base del sistema lacustre si trovano i fiumi Bijela rijeka, il Fiume Bianco, e Crna rijeka, il Fiume Nero, che confluiscono dando origine al corso della Matica, diretto verso il lago Prošćansko. Le acque contengono carbonato di calcio disciolto, una sostanza fondamentale per la formazione delle cosiddette barriere di tufo calcareo, conosciuto anche con il termine travertino.

Muschi, alghe e microrganismi favoriscono il deposito dei minerali, contribuendo alla crescita di piccoli sbarramenti naturali. Con il passare dei millenni, queste strutture hanno trattenuto l’acqua, dando vita a bacini a quote differenti e spettacolari salti tra un livello e l’altro. La particolarità dei Laghi di Plitvice risiede proprio in questo equilibrio delicatissimo, perché il paesaggio è tuttora soggetto a trasformazioni.

Accanto alle spiegazioni scientifiche sopravvive però una leggenda legata alla Regina Nera, figura misteriosa della tradizione locale. Si racconta che, durante una terribile siccità, gli abitanti della regione implorarono il suo aiuto. La regina, commossa, fece tornare la pioggia e dalle sue lacrime nacquero il Fiume Bianco e il Fiume Nero. Stando alla tradizione, anche il nome del lago Prošćansko sarebbe legato alle preghiere rivolte alla sovrana.

Visitare i Laghi di Plitvice in autunno

Durante l’autunno, il terreno di questo incantevole angolo di Croazia si ricopre di foglie, mentre tutt’intorno l’aria profuma di legno umido. Camminando sulle pittoresche passerelle ci si rende conto che tra i rami (e improvvisamente) compaiono distese d’acqua dalle sfumature sorprendenti. A rendere la visita più speciale che mai, infatti, è il continuo alternarsi di ambienti diversi, dai laghi dalle rive alberate ai canyon calcarei attraversati da fragorose cascate.

Il parco si sviluppa su circa 296 chilometri quadrati, ma la zona dei laghi occupa meno dell’1% della superficie complessiva. I bacini principali sono suddivisi in 2 gruppi, con caratteristiche geologiche e paesaggistiche differenti. I Laghi Superiori, chiamati Gornja jezera, comprendono 12 bacini adagiati su rocce dolomitiche, circondati da foreste fitte e rive dalle forme irregolari.

Prošćansko è situato nella parte più alta del sistema ed è quello che introduce verso un paesaggio ampio e tranquillo. Più avanti, il susseguirsi di piccoli specchi d’acqua conduce verso Galovac, una delle zone particolarmente scenografiche per la presenza di cascate e vegetazione rigogliosa. Tra le attrazioni catturano l’attenzione Veliki Prštavac e Mali Prštavac, cascate che precipitano lungo pareti ricoperte di muschio.

Poi c’è il lago Kozjak, ovvero il più esteso del parco: può essere attraversato a bordo di battelli elettrici, un’esperienza grazie a cui ammirare le rive boscose da una prospettiva assolutamente diversa. L’atmosfera cambia sensibilmente nei Laghi Inferiori, Donja jezera, formati da quattro bacini incastonati in un canyon di roccia calcarea.

Milanovac, Gavanovac, Kaluđerovac e Novakovića Brod si susseguono lungo un percorso scandito da ponticelli, gradini e punti panoramici. Osservando i laghi dall’alto, si distinguono le sfumature che cambiano secondo la profondità, la luce e le caratteristiche del fondale. Il momento più spettacolare arriva però davanti alla Veliki Slap, la Grande Cascata, con un salto di circa 78 metri.

Alla sua base gli spruzzi creano una nebbiolina sottile e la vegetazione autunnale incornicia l’imponente parete rocciosa. Poco distante, le cascate Sastavci segnano la parte conclusiva del sistema lacustre, in prossimità della nascita del fiume Korana.

Per esplorare Plitvice sono disponibili itinerari segnalati con lettere, differenti per lunghezza, durata e zone attraversate. I due ingressi principali consentono di iniziare da settori diversi, mentre battelli elettrici e veicoli panoramici facilitano gli spostamenti all’interno dell’area visitabile.

Il percorso A è lungo circa 3,5 chilometri e richiede indicativamente 2-3 ore. Conduce verso i Laghi Inferiori e la Grande Cascata. Il percorso C, di quasi 8 chilometri, attraversa invece entrambe le sezioni e richiede 4-5 ore. Chi desidera dedicare più tempo all’esplorazione può scegliere itinerari più lunghi, fino a 6-8 ore. Oltre ai laghi, vale la pena prestare attenzione alle foreste, habitat di numerose specie animali, tra cui cervi, lupi e orsi bruni.

Dove si trovano e come arrivare

Il Parco Nazionale dei Laghi di Plitvice si trova nella Croazia centrale, nella regione montuosa della Lika, a una quota compresa approssimativamente tra 370 e 1.280 metri sul livello del mare. La posizione, nell’entroterra compreso tra Zagabria e Zara, consente di raggiungerlo sia dalla capitale croata sia dalla costa dalmata. Da Zagabria la distanza stradale è di circa 140 chilometri, mentre da Zara è di quasi 130 chilometri.

In automobile si utilizzano principalmente la strada statale D429, che conduce ai 2 ingressi principali, oppure la D52 per chi arriva dalla zona di Otočac. Tutti e due gli accessi dispongono di parcheggi a pagamento. Sono disponibili, inoltre, collegamenti in autobus da Zagabria, Karlovac, Zara e altre città croate, con frequenze variabili secondo la stagione.

Laghi di Plitvice, Croazia
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Laghi di Plitvice durante l’autunno

Per godere appieno dei magnifici colori autunnali conviene arrivare al mattino, quando la luce è ancora morbida e la nebbia può trattenersi sopra le acque. Il parco rimane comunque aperto durante tutto l’anno, sebbene orari e accessibilità dei sentieri dipendano dalle condizioni stagionali.

Un labirinto di pietra a forma di formaggio: le Grotte di Soprasasso sono un tesoro dell’Appennino bolognese

17 octobre 2026 à 14:00

Sembra quasi che qualcuno si sia divertito a scavare centinaia di piccoli crateri nella pietra, scegliendo con estrema cura la profondità e la forma di ciascuno. Alcuni di questi “buchi”, infatti, sono perfettamente circolari, mentre altri si allungano, si incontrano e si sovrappongono, fino a trasformare intere pareti rocciose in una sorta di alveare gigantesco (o pure un colossale formaggio). Sì, stiamo parlando di uno spettacolo talmente bizzarro da apparire come il frutto di una follia umana, quando invece è il risultato di una storia geologica lunga milioni di anni.

Le Grotte di Soprasasso, nell’Appennino bolognese, sono una delle curiosità naturali più sorprendenti dell’Emilia-Romagna. Si trovano nel territorio di Vergato, tra boschi, antichi nuclei rurali e rilievi, a circa 50 chilometri da Bologna. In totale sono tre cavità naturali modellate nell’arenaria, con superfici talmente tanto elaborate da ricordare un paesaggio lunare, una spugna pietrificata oppure il fondale di un mare scomparso (insomma, chi più ne ha più ne metta).

Origine e formazione delle Grotte di Soprasasso

Queste meraviglie dell’Emilia-Romagna affondano le proprie radici in un passato remotissimo: circa 27 milioni di anni fa, durante l’Oligocene. In quel periodo i sedimenti trasportati dalle correnti si accumulavano in profondità, formando progressivamente degli strati destinati a diventare le arenarie visibili oggi.

Le rocce appartengono al Membro di Anconella della Formazione di Antognola, una successione geologica costituita, in questo settore, da potenti banchi di arenaria ricchi di granuli di quarzo e feldspato. Con i movimenti della crosta terrestre e la formazione della catena appenninica, quegli antichi depositi marini furono sollevati, deformati ed esposti agli agenti atmosferici.

A rendere il tutto ancor più emozionante è soprattutto il fenomeno dei tafoni, termine geologico utilizzato per indicare particolari cavità prodotte dall’alterazione e dalla disgregazione delle superfici rocciose. L’acqua, l’umidità e gli agenti atmosferici agiscono sulla struttura granulare dell’arenaria, favorendo il distacco progressivo di piccoli frammenti.

Alcune superfici sembrano ricoperte da bolle, altre mostrano nicchie concentriche, bordi arrotondati e sottili separazioni rocciose. La luce radente accentua le ombre all’interno dei fori, facendo apparire il rilievo ancora più articolato. I tafoni sono spesso associati a paesaggi costieri, desertici e ambienti aridi. Ritrovarli tra le montagne bolognesi rende Soprasasso particolarmente interessante.

La Regione Emilia-Romagna ha riconosciuto quest’area quale geosito di rilevanza locale, e il territorio rientra anche nel sito della rete Natura 2000 denominato Soprasasso, Montecavalloro, esteso per circa 279 ettari (rilevante anche dal punto di vista della biodiversità vegetale e faunistica).

Grotte di Soprasasso, vicino Bologna
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Dettagli delle Grotte di Soprasasso

Visitare le Grotte di Soprasasso

Chiaramente per raggiungerle occorre indossare scarpe comode e intraprendere un’escursione, tramite cui ammirare un progressivo cambiamento del paesaggio. L’itinerario attraversa un ambiente appenninico ancora legato alla sua storia rurale, con vecchi edifici in pietra, tracce di coltivazioni e sentieri utilizzati per collegare gli insediamenti sparsi sui versanti.

Le protagoniste della visita sono tre formazioni, ciascuna contraddistinta da una propria fisionomia. La prima si chiama proprio Grotta di Soprasasso, ed è un’ampia rientranza che forma una specie di riparo naturale. Colpisce per le dimensioni della parete e per una curiosa conformazione della pietra alla sua base: l’erosione ha infatti modellato una sorta di seduta, spesso paragonata a un trono.

Alzando lo sguardo si distinguono strati sovrapposti, sporgenze e piccoli incavi, mentre la diversa inclinazione della luce valorizza le sfumature dell’arenaria, dal beige al giallo ocra. Poi c’è la Grotta dei Piatti che è forse la più curiosa. Vi basti pensare che il suo nome deriva dalle cavità circolari che caratterizzano le pareti, con incavi dal fondo relativamente piatto e profili arrotondati, simili proprio a piatti di pietra.

Dalla conformazione grossomodo triangolare e uno sviluppo interno limitato, permette di osservare da vicino l’eccezionale concentrazione di tafoni. La roccia appare infatti punteggiata da decine di piccole ombre. La terza meraviglia è la Grotta Buia, che già con il suo nome ci introduce un’atmosfera differente: rispetto alle altre cavità presenta uno sviluppo maggiormente simile a un cunicolo, con uno spazio interno più profondo e meno illuminato.

L’ingresso conduce verso una zona in cui la luce naturale diminuisce e le pareti assumono tonalità più scure. Il contrasto con l’apertura esterna crea un effetto particolarmente scenografico, soprattutto nelle giornate luminose. Per apprezzarne i dettagli può essere utile portare una torcia, tenendo presente che il breve accesso presenta un tratto ripido, con terreno sabbioso e potenzialmente scivoloso.

Le grotte rappresentano certamente il momento centrale dell’escursione, ma anche il paesaggio circostante non è da meno. Dalle balze arenacee lo sguardo segue il corso della valle del Reno, riconosce i rilievi dell’Appennino bolognese e, nelle giornate limpide, raggiunge il massiccio del Corno alle Scale, una delle principali montagne della zona.

Lungo alcuni itinerari si incontra anche la vecchia chiesa di San Giorgio di Montecavalloro, testimonianza religiosa legata agli insediamenti storici di questo territorio.

Dove si trovano e come arrivare

Le Grotte di Soprasasso si trovano nel comune di Vergato, in provincia di Bologna, sulle alture che dominano l’abitato di Riola e la valle del Reno. Da Bologna si raggiunge Riola percorrendo la strada statale 64 Porrettana, mentre chi preferisce il treno può utilizzare la linea ferroviaria Bologna-Porretta Terme, scendendo alla stazione di Riola.

Per l’escursione è possibile partire dalla località di Montecavalloro, seguendo il percorso panoramico segnalato che attraversa l’area delle grotte. L’ufficio turistico dell’Appennino bolognese indica un anello percorribile in circa 2 ore, alle quali aggiungere le soste. Gli itinerari più articolati presentano invece distanze differenti, generalmente comprese tra 6 e 8 chilometri.

La difficoltà è escursionistica, quindi con tratti ripidi, gradini ricavati nella roccia e passaggi esposti che richiedono passo sicuro. Scarpe da trekking con buona aderenza, acqua e una torcia sono una parte dell’equipaggiamento caldamente consigliato. Prima della partenza è opportuno verificare lo stato dei sentieri e scegliere la traccia adatta alla propria preparazione.

Per chi desidera prolungare la giornata, nei dintorni si trovano anche le Grotte di Labante, celebri per le particolari formazioni calcaree associate all’acqua, e la Rocchetta Mattei, singolare costruzione ottocentesca caratterizzata da elementi architettonici medievaleggianti e moreschi.

Lo specchio d’acqua delle Alpi che sembra dipinto a mano: l’affascinante Lago di Lunz

15 octobre 2026 à 17:30

Chi vive in zona, per la precisione nel piccolissimo villaggio di Lunz am See, lo chiama affettuosamente Meer der Lunzer, ovvero il loro mare. La realtà, però, è ben diversa: per attraversarlo da una sponda all’altra basterebbero appena 500 metri. Siamo nella Bassa Austria, ai piedi del massiccio del Dürrenstein, in un angolo delle Alpi dell’Ybbstal. E proprio qui il Lago di Lunz (Lunzer See in lingua locale) incanta con la sua presenza tanto imponente quanto silenziosa.

Del resto, questo è l’unico lago naturale balneabile della regione, uno specchio d’acqua di 68 ettari incastonato tra rilievi ricoperti di boschi.
Con l’arrivo dell’autunno, sono soprattutto i faggi a cambiare il volto delle sue rive. Le chiome assumono sfumature ramate, il sottobosco si riempie di foglie e il verde scuro delle conifere risalta tra i versanti ormai dorati. Nelle mattine più fredde, una leggera foschia può trattenersi sulla superficie, mentre dalla sponda meridionale il sentiero attraversa tratti di foresta che lasciano intravedere l’acqua soltanto attraverso aperture nella vegetazione.

Origine e formazione del Lago di Lunz

Sì, il Lago di Lunz è un vero e proprio gioiello dell’Austria, e questo è dovuto anche al fatto che la sua storia è iniziata migliaia di anni fa, ovvero quando le glaciazioni interessavano ampie porzioni delle Alpi. C’erano delle enormi masse di ghiaccio che avanzavano lentamente attraverso le vallate, esercitarono una pressione considerevole sulle rocce.

Il bacino del Lunzer See è quindi il risultato dell’erosione glaciale. Il lago appartiene inoltre a un sistema idrografico formato da tre bacini collegati tra loro: il più elevato è l’Obersee, situato a 1.113 metri, seguito dal Mittersee, a circa 766 metri, e infine dal Lunzer See, chiamato anche Untersee, ossia lago inferiore.

L’acqua scende dai bacini montani attraverso il Seebach, un corso d’acqua che alimenta il lago principale e prosegue verso il fiume Ybbs. Siamo perciò al cospetto di un continuo ricambio idrico che contribuisce alle caratteristiche del suo ecosistema, che non a caso è anche oggetto di studi scientifici da oltre 100 anni.

Già nel 1905, infatti, Lunz divenne un importante centro di ricerca limnologica, la disciplina dedicata allo studio delle acque interne. Oggi questa tradizione prosegue attraverso il WasserCluster Lunz, un istituto scientifico che approfondisce laghi, fiumi e ambienti acquatici.

Visitare il Lago di Lunz

Il Lago di Lunz è adatto anche a una gita di mezza giornata, in quanto si si presta perfettamente per un’escursione di poche ore. Ciò non toglie che dedicargli più tempo faccia sì che si possano apprezzare anche le sue particolarità meno evidenti. Il punto di partenza più pratico è la sponda occidentale, nei pressi del lungolago, tra parcheggi, piccoli locali e servizi turistici.

Durante l’autunno il movimento dei mesi estivi lascia spazio a un’atmosfera più in intima. Sulle sue rive sono infatti presenti delle panchine che, in questa stagione, si rivelano punti privilegiati per osservare il paesaggio, mentre le temperature fresche invitano a esplorare i sentieri che attraversano il bosco.

A disposizione dei visitatori c’è un percorso circolare che misura circa 4,8 chilometri. È assolutamente fattibile poiché presenta un dislivello di appena 33 metri. Partendo dalla sponda occidentale in senso antiorario, il tracciato sale leggermente lungo una stradina asfaltata, per poi trasformarsi in un sentiero di ghiaia. Poco dopo, la vegetazione diventa più fitta e il bosco sembra avvolgere il percorso.

Va detto che questo è probabilmente il tratto più affascinante durante l’autunno, con le foglie che ricoprono il terreno e i rami che formano una sorta di galleria naturale. Non mancano deviazioni che conducono direttamente alla riva, mentre ci si può prendere qualche minuto per fermarsi a osservare davanti ai propri occhi lo spettacolo (emozionante) delle montagne.

Proseguendo, il tracciato attraversa un ponte e raggiunge l’altra sponda. Da questo punto il paesaggio si apre maggiormente, regalando vedute panoramiche in grado di emozionare. Il ritorno segue in parte la strada che costeggia il lago, con scorci particolarmente belli nelle giornate soleggiate.

Tra le particolarità architettoniche del Lunzer See vale la pena citare la Seebühne. Si tratta di una struttura multifunzionale inaugurata nel 2004 e progettata dall’artista austriaco Hans Kupelwieser, con la collaborazione dello studio werkraum Wien. Ma perché è così particolare? La risposta è molto interessante: durante il giorno, parte della struttura funziona da piattaforma per prendere il sole e accedere all’acqua; in occasione degli spettacoli, invece, si trasforma in un teatro all’aperto, con una platea coperta e un palcoscenico galleggiante.

Possiede infatti un sistema meccanico che consente alla copertura di sollevarsi, mentre la piattaforma scenica può essere abbassata sotto la superficie durante l’inverno per proteggerla dalla pressione del ghiaccio. La Seebühne ospita anche il festival musicale wellenklänge, durante il quale le esibizioni si svolgono davanti allo scenario naturale delle montagne e del lago.

Per chi desidera prolungare l’esplorazione, dal Lunz parte l’itinerario dei tre laghi, un percorso di quasi 19 chilometri che richiede più o meno 6 ore e raggiunge anche il Mittersee, che si trova in un ambiente boschivo particolarmente suggestivo, e l’Obersee, uno specchio d’acqua verde intenso circondato da rilievi rocciosi.

Va però specificato che nel pieno dell’autunno le giornate più corte e le possibili nevicate in quota richiedono maggiore prudenza. Durante l’estate, invece, il lago si trasforma in una vera e propria meta balneare, con tanto di lido attrezzato dotato di 4.000 m² di prato, trampolino per i tuffi e servizi per le famiglie.

Tra maggio e giugno, inoltre, nei prati della regione fioriscono migliaia di narcisi bianchi, mentre in inverno il paesaggio assume tonalità completamente diverse: la sua superficie può ghiacciare durante le ondate di freddo più intense. Merita una visita anche il vicino abitato di Lunz am See, un paese alpino legato storicamente alla lavorazione del ferro e alla cultura montana del Mostviertel.

Dove si trova e come arrivare

L’incantevole Lago di Lunz (che in autunno pare davvero dipinto a mano) si trova a Lunz am See, nella parte sud-occidentale della Bassa Austria, nel distretto di Scheibbs. Per raggiungerlo in automobile da Vienna, Linz o Salisburgo si può percorrere l’autostrada A1, uscendo a Ybbs an der Donau e proseguendo lungo la strada B25 in direzione di Lunz am See.

Lunzer See, Austria
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Il Lunzer See visto dall’alto

Chi preferisce utilizzare i mezzi pubblici può raggiungere in treno Scheibbs oppure Waidhofen an der Ybbs, proseguendo successivamente in autobus verso Lunz am See. È opportuno verificare gli orari delle coincidenze, soprattutto nei fine settimana e durante la bassa stagione.

Palcoda e Tamar, alla scoperta dei borghi abbandonati friulani della Val Tramontina

11 octobre 2026 à 15:00

Vildisora. Vildisot. Vil di miec. Ovvero Tramonti di Sopra, Tramonti di Sotto e Tramonti di Mezzo, le tre località che, insieme a Meduno, compongono la Val Tramontina, una vallata che è uno scrigno montano nascosto tra le vette della parte occidentale del Friuli. Un angolo d’Italia impreziosito da notevoli bellezze naturalistiche, come le celebri Pozze Smeraldine del fiume Meduna o le cime delle Dolomiti Friulane, ma con tanti percorsi, escursioni ed esperienze che rimangono ancora fuori dai circuiti del grande turismo e che quindi permettono di esplorare i boschi, le valli, i passi e i rilievi con il silenzio, la calma e l’attenzione che rendono più completo e soddisfacente il viaggio.

La Val Tramontina è una terra che, peraltro, si è svuotata con il passare del tempo. Il paese di Tramonti di Sotto contava più di tremila abitanti all’inizio del Novecento, oggi sono poco più di 300. Una montagna che si è progressivamente svuotata man mano che dal nostro mondo sono andati a ridursi le attività di agricoltura e allevamento nelle aree interne e le campagne si sono fatte sempre più disabitate. Un processo storico che, come ogni altro, lascia delle testimonianze palpabili: è quello che è accaduto a Palcoda e Tamar, due manciate di case di pietra sospese nel cuore delle Prealpi Carniche, che la natura ha lentamente reclamato nell’ultimo secolo. Piccoli borghi fantasma di montagna, restituiti oggi parzialmente a nuovo splendore come rifugi, bivacchi e aree per godere al meglio di un contesto montano splendido, collegati tra loro da un bel sentiero ad anello che permette di attraversare una natura incontaminata e bellissima.

Val Tramontina: dov’è e come si arriva

La Val Tramontina si trova nella zona occidentale del Friuli, in provincia di Pordenone, incuneata tra le Prealpi Carniche e interamente compresa nel Parco Naturale delle Dolomiti Friulane. Il suo nome, si suppone, deriva dal latino intra montes, “tra i monti”, appunto. Un toponimo che ben descrive la natura di vallata isolata, chiusa tra rilievi che per secoli l’hanno tenuta ai margini delle grandi vie di comunicazione.

I due comuni principali sono Tramonti di Sopra e Tramonti di Sotto. Nella parte inferiore della valle si trova il specchio del Lago di Tramonti, o Lago di Redona: un bacino artificiale nato nel 1952 dallo sbarramento del torrente Meduna, che allora sommerse anche l’antico borgo di Movada, i cui resti riemergono ancora nei periodi di secca, come l’estate appena passata.

Per raggiungere la valle da Pordenone e dalla pianura friulana si percorre la Strada regionale 552, attraversando Spilimbergo, Sequals e Meduno fino a Tramonti di Sotto. Chi arriva invece dalla Carnia può scegliere la strada più scenografica, quella che valica il Passo Rest, un tornante dopo l’altro tra boschi e pareti rocciose, amato anche dai motociclisti.

È una valle che ha conosciuto, come buona parte dell’arco alpino, un lungo e progressivo abbandono: si contano oltre 150 tra borgate, nuclei e case sparse disseminate nei suoi valloni, molte delle quali oggi ridotte a ruderi o del tutto scomparse sotto la vegetazione. Un tempo la sussistenza si reggeva su pascolo, alpeggio e lavorazioni artigianali; oggi resta un territorio di grande valore naturalistico, frequentato soprattutto da escursionisti, e gastronomicamente noto per la pitina, salume affumicato a base di carne ovina e caprina, che ha ottenuto il marchio IGP proprio in quest’area.

L’escursione verso Palcoda

Il punto di partenza per raggiungere i due borghi abbandonati di Palcoda e Tamar è l’abitato di Tramonti di Sotto. Dal centro del paese si imbocca via Manzoni e, in auto, ci si porta in località Comesta. Qui un divieto di transito segna l’inizio effettivo del cammino a piedi, e si può lasciare la macchina in corrispondenza di uno spiazzo con un murale che ricorda la Resistenza tra queste cime.

Dopo pochi metri il sentiero attraversa il torrente Tarcenò e prende effettivamente il via l’escursione: al bivio si imbocca il segnavia CAI 831A verso Palcoda, mentre l’altro sentiero sarà quello da cui si giungerà al termine dell’anello. La prima parte del sentiero è quella più impegnativa, inerpicandosi tra tratti di boschi di faggio e altri più aperti, dai quali si scorge la valle di Tramonti e si ha una bella panoramica sulle vette delle Dolomiti Friulane. Il paesaggio, mano a mano che si guadagna quota, si apre su scorci che spaziano fino al Col Nudo e al Monte Cavallo, mentre il torrente Tarcenò regala lungo il percorso piccole cascate e marmitte scavate nella roccia calcarea nel corso dei millenni.

Superata una forcella, termina la salita. Il sentiero scende quindi verso la valle del torrente Chiarzò, e il primo abitato ad apparire, percorrendo l’itinerario che corre proprio a fianco del letto del corso d’acqua, è Palcoda.

Oggi dell’antico borgo rimane sostanzialmente soltanto la chiesetta di San Giacomo, restaurata nel 2011: il suo campanile bianco si staglia in mezzo ai boschi, visibile da lunga distanza. Quando si arriva nell’ampia radura, ombreggiata da alberi di noce, si può avvicinarsi al suo campanile e tirare la cordicella per suonare la campana. All’interno della chiesa alcuni pannelli informativi raccontano la storia della ristrutturazione dell’edificio. Fuori, a fianco, un bivacco messo in piedi da alcuni volontari è uno splendido esempio dello spirito di cooperazione e condivisione che si trova in montagna. Il resto dell’antico borgo sono ruderi di case in pietra ingoiate dai rovi, dagli alberi e dalla natura.

Un edificio in rovina a Palcoda
Lorenzo Calamai
La natura ha rapidamente inghiottito i resti di Palcoda

Tuttavia, la storia di Palcoda è lunga: le prime tracce di frequentazione risalgono al Quattrocento, quando la zona era battuta da pastori di passaggio; a partire dal Seicento Palcoda diventa un insediamento stabile, grazie soprattutto alle famiglie Moruzzi e Masutti, che vi si stabiliscono per prime e saranno le costanti protagoniste della vita paesana. Nel periodo di massimo splendore, nel corso del XVII secolo, il paese arrivò a contare circa 150 abitanti, un mulino, una fornace, e un’economia che si reggeva in parte sulla lavorazione dei cappelli, esportati fuori dalla Val Tramontina.

Il declino iniziò nei primi decenni del Novecento, quando lo spopolamento verso la pianura e le città svuotò progressivamente le case. Durante la Seconda guerra mondiale Palcoda tornò per un breve periodo a essere abitata, o meglio, frequentata: divenne infatti un rifugio per i partigiani della Resistenza, e proprio tra le sue case, nel dicembre del 1944, tre giovani partigiani furono catturati e fucilati. Una targa vicino alla chiesa li ricorda.

La grande cascata del Chiarzò e Tamar

Da Palcoda si raggiunge Tamar, per poi far ritorno al punto di partenza tramite il sentiero CAI 832, che ripassa dal Guado Tarcenò chiudendo l’anello.

Nel farlo, però, è doverosa una piccola deviazione verso la cascata Pisulat, un vero e proprio monumento naturale: un salto maestoso del torrente Chiarzò, estremamente scenografico, e d’estate peraltro particolarmente gradevole per la possibilità di tuffarsi e fare il bagno nella grande polla cristallina che si forma ai piedi della cascata.

La Cascata Pisulat, vicino Palcoda e Tamar, in Friuli
Lorenzo Calamai
Lo spettacolare salto della Cascata Pisulat

Per raggiungere questo splendido luogo, si deve deviare verso nord in corrispondenza dell’attraversamento del Chiarzò, sul sentiero che da Palcoda porta verso Tamar. La deviazione è breve, bastano appena una decina di minuti per portarsi al cospetto di questa cascata meravigliosa. Si torna poi sui propri passi per riprendere la marcia verso Tamar.

Borgo gemello di Palcoda per storia e destino, Tamar ha avuto una parabola di abbandono più lenta. Qui l’ultima abitante, una donna ormai anziana, lasciò il paese solo negli anni Cinquanta del Novecento, decretandone la fine come comunità stabile. Oggi Tamar è una struttura recuperata e pienamente fruibile, con un bivacco e un piccolo rifugio ben attrezzato a disposizione dei viandanti. Un luogo ideale per una sosta, in una radura verde con alberi frondosi e prati morbidi.

Da Tamar, quindi, si affronta la discesa finale per tornare al punto di partenza, calando lungo una serie di tornanti in uno splendido bosco tra querce, faggi e betulle.

Nel complesso, l’escursione è lunga circa 10 chilometri, con un dislivello attorno ai 500 metri. È adatta a tutti i livelli di esperienza, ma è comunque impegnativa, richiede condizioni fisiche discrete. Il tempo di percorrenza complessivo si aggira sulle quattro ore.

Tra riflessi di luce e leggende d’argento c’è un Piccolo Canada: il magnifico Lago dell’Orceyrette

11 octobre 2026 à 13:00

In autunno, sulle Alpi francesi, accade qualcosa di straordinario: i boschi cambiano colore, le giornate si accorciano e le montagne acquistano sfumature calde. Ed è proprio intorno al Lago dell’Orceyrette, a circa 1.927 metri di altitudine, che questo spettacolo assume proporzioni particolarmente suggestive. Da queste parti, infatti, i larici si tingono di giallo intenso, i pini cembri conservano il loro verde scuro e l’acqua restituisce un riflesso che sembra appartenere a un paesaggio del Canada.

Del resto, il paragone con i grandi laghi nordamericani ricorre spesso nelle descrizioni di questo angolo poco conosciuto della Francia.
Siamo nel dipartimento delle Alte Alpi, nella regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra, a breve distanza dalla cittadina fortificata di Briançon e dal confine italiano. A renderlo speciale è anche il contrasto fra le sue dimensioni raccolte e la grandiosità dell’ambiente di cui fa parte.

Nel periodo autunnale il paesaggio cambia persino nel corso della giornata. Al mattino, con l’aria immobile, le chiome dorate si riflettono nitidamente sulla superficie. Nel pomeriggio, invece, la luce più inclinata accentua i contrasti tra le rocce grigie, i prati ingialliti e le conifere. Un piccolo universo montano che ha conquistato anche il mondo della televisione, tanto da essere scelto fra le location della serie poliziesca francese Alex Hugo, ambientata sulle Alpi.

Origine e formazione del Lago dell’Orceyrette

Dietro l’aspetto apparentemente selvaggio del Lago dell’Orceyrette si nasconde una storia geologica sorprendente, alla quale si aggiunge un intervento umano relativamente recente. In origine, questo bacino era un lago residuale di formazione glaciale, eredità delle trasformazioni che interessarono le vallate alpine durante le glaciazioni. Il progressivo ritiro dei ghiacci aveva lasciato una depressione naturale destinata a raccogliere l’acqua proveniente dai versanti.

Con il trascorrere dei secoli, il bacino subì profonde modificazioni, fino a scomparire. Nel 1950 venne realizzato uno sbarramento che consentì all’acqua di accumularsi nuovamente, restituendo al paesaggio lo specchio lacustre ammirato attualmente. La sua storia, tuttavia, comincia molto prima dell’arrivo dei ghiacciai: le rocce presenti sulle montagne circostanti, comprese quelle del Rocher Roux, custodiscono tracce dell’antico oceano ligure-piemontese, che oltre 150 milioni di anni fa separava porzioni di crosta continentale destinate a essere coinvolte nella formazione della catena alpina.

Anche il nome racconta qualcosa del territorio: Orceyrette deriva infatti dal torrente e dagli antichi chalet dell’Orcière, costruzioni legate alle attività agro-pastorali praticate per generazioni negli alpeggi della zona.

Visitare il Lago dell’Orceyrette

Raggiungere il Lago dell’Orceyrette a piedi è un’esperienza alla portata anche degli escursionisti meno allenati, ma scegliendo l’itinerario breve con partenza da Plan Peyron. Il percorso ufficiale misura 4,2 km complessivi, presenta circa 100 metri di dislivello positivo e richiede mediamente 1 ora e 45 minuti (soste escluse).

Dal parcheggio sterrato si attraversa il torrente Orceyrette, nei pressi di un pannello che segnala l’ingresso nella riserva. Il tracciato procede lungo il margine del bosco, risalendo dolcemente il corso d’acqua per circa 2 km. Durante l’autunno, questo tratto regala già buona parte dello spettacolo, con gli aghi dei larici che ricoprono il terreno, il rumore del torrente accompagna il percorso e, fra gli alberi, le montagne che si fanno scovare.

Il vero protagonista della stagione, infatti, è il Bois des Ayes, un ambiente forestale di straordinario valore naturalistico, considerato fra le più belle foreste di pino cembro delle Alpi francesi. Alcuni esemplari raggiungono un’età compresa fra 400 e 600 anni, al punto che hanno attraversato secoli di inverni rigidi, nevicate abbondanti e cambiamenti climatici, sviluppando tronchi robusti e forme modellate dalle difficili condizioni d’alta quota.

Larici del Lago dell'Orceyrette
iStock
I bei larici del Lago dell’Orceyrette

Il pino cembro, chiamato anche arolla, cresce insieme ai larici nelle fasce inferiori del bosco. Oltre i 2.100 metri diventa invece dominante, fino a formare popolamenti forestali pressoché puri. Proprio la convivenza fra queste due conifere rende l’autunno estremamente interessante.

Raggiunto lo sfioratore, il lago si presenta quasi all’improvviso. Sulla sponda si trovano tavoli da picnic e un pontile per la pesca accessibile anche alle persone con mobilità ridotta. Per pescare occorre rispettare le autorizzazioni e la regolamentazione vigente. Proseguendo sulla sinistra si può effettuare il giro dello specchio d’acqua, attraversando ambienti differenti. Verso l’estremità superiore, il sentiero aggira una zona umida e raggiunge una pista forestale, da dove si rientra verso lo sbarramento, per poi ripercorrere il tratto iniziale fino a Plan Peyron.

Chi desidera prolungare l’escursione può considerare anche gli alpeggi superiori, con gli chalet dell’Orceyrette e dell’Alp, testimonianze della tradizionale architettura rurale alpina, caratterizzata da edifici funzionali alla vita stagionale in montagna.

La visita è gratuita, ma richiede rispetto delle norme ambientali. I cani sono ammessi al guinzaglio sui percorsi consentiti, mentre è necessario rimanere sui sentieri segnalati e tenere le distanze dagli animali selvatici. Sono vietati i fuochi, il campeggio e la balneazione.

Il periodo ufficiale di apertura dell’itinerario va dal 15 maggio al 15 novembre, condizioni meteorologiche permettendo. Per ammirare il foliage, il momento generalmente più interessante coincide con ottobre, pur variando l’intensità della colorazione in base all’andamento stagionale.

Dove si trova e come arrivare

Il Lago dell’Orceyrette si trova nella valle degli Ayes, nel Briançonnais, sulle Alpi sudoccidentali francesi. La cittadina di riferimento è Briançon, celebre per le fortificazioni progettate da Vauban, riconosciute dall’UNESCO. Dall’Italia si può raggiungere Briançon attraverso il Colle del Monginevro, partendo dalla zona di Cesana Torinese, oppure attraverso il Colle della Scala, provenendo da Bardonecchia, quando il valico è aperto al traffico.

Una volta raggiunta Briançon, si prosegue verso Villar-Saint-Pancrace e si seguono le indicazioni per il Centre Montagne e Les Ayes. La strada sale fra boschi e piccoli nuclei di baite fino al settore di Plan Peyron, punto di partenza dell’escursione breve. Durante luglio e agosto sono previste limitazioni alla circolazione, comprese restrizioni orarie fra il villaggio degli Ayes e il lago. Il Comune invita a privilegiare gli accessi a piedi o in bicicletta, anche attraverso i percorsi che partono dal Centre Montagne.

In autunno, invece, è essenziale verificare le condizioni della strada forestale prima della partenza, soprattutto dopo nevicate precoci, gelate o precipitazioni intense. Conviene, inoltre, partire al mattino, portare scarpe con una buona aderenza, abbigliamento caldo e uno strato impermeabile.

Bocas del Toro, scoprire la bioluminescenza nelle isole tesoro di Panama

7 octobre 2026 à 16:00

Panama, per tutto il mondo, significa Canale: la piccola repubblica centroamericana, quattro milioni di abitanti, custodisce infatti la via più veloce di transito per le navi commerciali tra l’Oceano Atlantico e quello Pacifico, grazie agli 82 chilometri di scavi, chiuse e dighe che costituiscono il passaggio. Tuttavia, c’è molto di più da scoprire e visitare in questo angolo di Caraibi che non limitarsi alla pur interessante scoperta di questa opera dell’ingegno umano.

Una delle destinazioni da non perdere, ad esempio, è l’arcipelago di Bocas del Toro, non lontano dal confine con il Costa Rica: oltre 250 tra isole, isolette, isolotti e cayos di vario genere nel nordovest del paese, oggetto di un variegato ma mai eccessivo flusso turistico interessato soprattutto a godere della straordinaria natura celata tra le spiagge e i boschi di mangrovie. Una delle principali attrattive è costituita dalla bioluminescenza, un’esperienza rara di cui poter godere dopo il tramonto a bordo di una barca: i dinoflagellati, minuscoli organismi monocellulari, emettono un lampo di luce blu quando avvertono un movimento nell’acqua e producono questo spettacolo naturale, da godere nelle notti senza luna.

Panama come destinazione turistica

Per molto tempo Panama è stata considerata soprattutto una terra di passaggio. Stretto lembo di terra che unisce le due Americhe e separa Atlantico e Pacifico, è noto in tutto il mondo per il suo Canale, come detto.

Le cose, tuttavia, sembrano in rapido mutamento e un crescente flusso turistico, interessato non solo al passaggio da un lato all’altro del continente americano, sta incominciando ad arrivare nel paese. L’attrattiva per i turisti esteri è la varietà di esperienze di cui si può godere, pur visitando un paese relativamente piccolo. A Ciudad de Panama, la moderna capitale del paese, si fondono un’anima contemporanea, con i grattacieli affacciati sul Pacifico, e lo storico quartiere di Casco Viejo, riconosciuto come patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

Nell’entroterra occidentale si trovano le montagne fresche di Boquete e della provincia di Chiriquí. Nella parte nordorientale ci sono le spiagge di Guna Yala, terra abitata dal popolo indigeno Guna. Due coste, due oceani, un entroterra ricco di corsi d’acqua e foreste, e una quantità di isole e isolotti completano il quadro, con l’arcipelago di Bocas del Toro come punta di diamante.

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Sergi Reboredo/VW PICS/Universal Images Group via Getty Images
Le spiagge caraibiche delle isole di Bocas del Toro

Dove si trova l’arcipelago di Bocas del Toro e come arrivare

L’arcipelago di Bocas del Toro si trova nel nordovest di Panama, sulla costa caraibica, vicino al confine con il Costa Rica. Le principali isole che lo compongono sono Isla Colón, dove sorge il capoluogo Bocas Town, Carenero, Solarte, Bastimentos, San Cristóbal, Isla Popa e Cayo Agua. Inoltre centinaia di isolotti e altre piccole isole tempestano quest’area di Oceano Atlantico. Fu a queste coste che approdò Cristoforo Colombo nel 1502, durante il quarto e ultimo viaggio verso il Nuovo Mondo, e a Bastimentos diede un nome che in spagnolo significa provviste, perché l’isola servì a rifornire la sua flotta.

Il modo più rapido per arrivare a Bocas del Toro è l’aereo. Isla Colón, la più grande e la più turistica dell’arcipelago, possiede un piccolo aeroporto a circa un’ora di volo da Ciudad de Panama. Isla Colón è collegata anche ad Almirante, piccola città sulla costa di fronte all’arcipelago, attraverso il cosiddetto water taxi, un collegamento marittimo di circa mezz’ora con partenze frequenti durante il giorno.

Una volta raggiunte le isole ci si sposta tra l’una e l’altra esclusivamente in barca.

Sebbene il clima tropicale mantenga caldo per tutto l’anno, i mesi migliori per visitare le isole sono quelli di settembre e ottobre. Si tratta del momento relativamente più asciutto e con un mare tendenzialmente più calmo, anche se è difficile che la pioggia stia a lungo lontana dai cieli panamensi.

Cosa fare e cosa vedere a Bocas del Toro

Il cuore dell’esperienza a Bocas del Toro è l’escursione notturna in barca per essere testimoni dell’incredibile fenomeno della bioluminescenza. Per poter essere abbastanza fortunati da vederla, si devono sfruttare le notti senza luna nel cielo, e pertanto pianificare il proprio viaggio secondo il ciclo lunare.

Attraverso visite guidate, si esce in barca in gruppi ridotti per raggiungere alcune piccole baie riparate, dove ogni movimento dell’acqua funziona come un interruttore per accendere tante piccole luci azzurre e blu, come uno sciame di lucciole che si illuminano all’unisono, o come una polvere di stelle azzurra che si scioglie tra le onde. L’esperienza comprende nuotare con maschera e boccaglio in queste aree, mentre l’acqua si accende ad ogni movimento. Si tratta di un’esperienza davvero magica, dalla spiegazione scientifica meno romantica di quanto non lo sia lo spettacolare effetto esteriore: la luminescenza è prodotta da un particolare tipo di fitoplancton, i dinoflagellati; si tratta di organismi monocellulari che, quando ricevono un impulso meccanico o un movimento dell’acqua, innescano un enzima chiamato luciferasi, il quale agisce sulla luciferina, una piccola molecola capace di trasformare l’energia chimica in luce visibile. Questo bagliore, a livello naturale, si ritiene che serva come meccanismo di difesa per spaventare o confondere i predatori, ma nelle notti scure nel cuore dei Caraibi, tra isole selvagge coperte di mangrovie e il calmo mare interno all’arcipelago, regala momenti di bellezza ultraterrena.

Tra le altre attrattive dell’arcipelago c’è il Parco Nazionale Marino di Bastimentos, istituito nel 1988 e indicato come il primo parco marino del paese. Protegge circa 13mila ettari tra foresta, mangrovie e barriera corallina, con quasi ottanta specie di coralli. Ne fanno parte i Cayos Zapatilla, due isolotti disabitati di sabbia chiara e palme, tra le mete più visitate dell’area e ideali per lo snorkeling.

bocas del toro panama
Lorenzo Calamai
Spiagge bianche e selvagge, mare blu e un orizzonte magico

Sul lato caraibico di Bastimentos, invece, si trovano spiagge stereotipicamente caraibiche come Wizard Beach e Red Frog Beach, con quest’ultima che deve il nome alle minuscole rane velenose rosse che vivono nella foresta vicina. Tra le mangrovie di Salt Creek, all’estrema punta orientale dell’isola, si possono invece avvistare bradipi e scimmie.

I bradipi sono un animale particolarmente numeroso in alcune aree dell’arcipelago. Se ne trovano molti a Bastimentos, ma anche a Isla Popa, anche se le probabilità più alte di avvistare questo timido e appartato animale arroccato sulle cime degli alberi è a Isla de los Perezosos, chiamata proprio Sloth Island, un piccolo isolotto vicino Isla Colón destinazione di diversi tour guidati.

bradipo panama
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Il bradipo tridattilo è il più diffuso a Bocas del Toro

Sulla grande Isla Colón, inoltre, ci sono diverse spiagge degne di nota: Playa Estrella, sulla costa nordoccidentale, è caratterizzata dalle stelle marine che riposano sui fondali bassi e trasparenti; anche Dolphin Bay è un nomen omen, trattandosi di una baia circondata da mangrovie dove vivono numerosi delfini per buona parte dell’anno.

Valgono assolutamente la pena tutte le escursioni giornaliere organizzate dagli operatori locali per raggiungere altre isole dell’arcipelago come Isla Solarte e Coral Cay, due delle destinazioni più gettonate per uno snorkeling memorabile, tra banchi di pesci coloratissimi e coralli dalle forme ardite.

Infine, tra un’escursione e l’altra non è da trascurare la visita della città di Bocas del Toro, comunemente chiamata Bocas Town o semplicemente Bocas, la città di riferimento dell’arcipelago, al margine meridionale di Isla Colón. Qui si incontrano eredità caraibiche e tracce delle comunità indigene delle isole, oltre a essere sostanzialmente l’unico vero abitato delle isole, con strutture ricettive, ristoranti, bar e una vera e propria vita cittadina.

Quasi 100 metri di tuono bianco: la Cascata della Froda è uno dei gioielli più autentici della Svizzera

6 octobre 2026 à 17:30

Il borghetto di Sonogno si fa amare all’istante per le sue strade acciottolate, le abitazioni in sasso, i piccoli giardini stretti fra muri antichi e i tetti robusti che lo compongono. È l’ultimo nucleo abitato della Val Verzasca, nel Canton Ticino, a ben 918 metri di quota. Qui la strada termina poco oltre il paese e questa geografia da capolinea si percepisce subito, anche perché arriva un forte suono.

Prima un brontolio distante, coperto a tratti dal vento e dagli alberi, poi un rumore pieno, continuo e profondo. Quello è il “benvenuto” della Cascata della Froda (o Cascata La Froda) che appare bianca contro una parete scura, con un salto di circa 100 metri che in molti definiscono il più spettacolare della valle.

Il punto inferiore si trova attorno ai 990 metri di quota e l’acqua piomba in una conca rocciosa verde, sollevando una nube finissima nelle giornate di maggiore portata. La sua forza cambia parecchio durante l’anno: primavera e inizio estate regalano in genere la scena più vigorosa, grazie alla fusione della neve accumulata alle quote superiori; in inverno la stessa parete assume un carattere severo, con neve e ghiaccio lungo i versanti; tra fine estate e periodi asciutti la portata può invece ridursi. Ma in fondo è proprio questa variabilità a renderla interessante.

Origine e formazione della Cascata della Froda

Il paesaggio della Val Verzasca porta i segni delle grandi masse glaciali che durante le fasi fredde del Quaternario occuparono le Alpi e contribuirono a scavare valli, levigare rocce e accentuare bruschi dislivelli. Ritirandosi, i ghiacciai lasciarono una morfologia fatta di conche, soglie e pareti ripide. I corsi d’acqua presero possesso di quei gradini naturali e, nei punti di maggiore differenza altimetrica, nacquero salti spettacolari.

La Froda appartiene a questa geografia: l’acqua arriva dal sistema idrico della Val Redorta, laterale rispetto all’asse principale della Verzasca, e perde quota in maniera repentina presso Sonogno. La parete obbliga il flusso a precipitare quasi verticalmente prima di raccogliersi nel bacino inferiore. Durante le giornate luminose, le gocce nebulizzate possono creare piccoli archi iridescenti sopra la conca.

Il granito e gli gneiss tipici del territorio ticinese contribuiscono all’aspetto severo del luogo. Superfici grigie, fenditure, blocchi coperti di muschio e vegetazione fitta formano un anfiteatro naturale che amplifica il rumore. A pochi metri dal flusso  la temperatura percepita scende e l’umidità aumenta; sulle pietre vicine resta spesso una patina bagnata, elemento da considerare quando ci si avvicina al bacino.

La visita tra Sonogno, il torrente e la conca ai piedi del salto

Non serve molto tempo per visitare la roboante Cascata della Froda e nemmeno tanto impegno fisico, quantomeno lungo l’itinerario più diretto: dal paese si seguono le indicazioni verso il salto e la Val Redorta. Il percorso procede su strada asfaltata oppure lungo un sentiero pianeggiante e porta al cospetto di questa meraviglia della Svizzera in circa 25 minuti.

Superate le ultime case, il selciato lascia spazio alla vegetazione, il torrente accompagna il tragitto e la parete di Froda entra progressivamente nel campo visivo. Ponticelli in legno e tratti fra rocce e alberi aggiungono varietà a un percorso breve, mentre nella parte finale alcuni passaggi possono risultare umidi e scivolosi. Per questo motivo, scarpe con buona aderenza sono una scelta sensata, soprattutto dopo la pioggia o nei periodi di maggiore portata.

Giunti nei pressi del ponte, il salto si vede frontalmente. Da lì si può proseguire verso la conca inferiore e avvicinarsi al punto in cui l’acqua esplode sulle rocce. Questo è il momento in cui il rumore copre quasi le voci, l’aria diventa fredda e minuscole gocce raggiungono viso e vestiti. Più che l’altezza letta su una guida, impressiona la scala tra la parete e le persone ferme alla base.

Cascata La Froda, Svizzera
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I colori della Cascata La Froda

Chi desidera allungare l’escursione può inserirla nell’anello Sonogno–Corte–Sonogno. Il tracciato ufficiale misura 5,7 km, richiede circa 1 ora e 40 minuti e presenta 194 metri di salita complessiva. Dopo Froda si prosegue lungo la Val Redorta fino a Corte, quindi si rientra su una strada secondaria. Il percorso è classificato T2 e consente di osservare una porzione più ampia del paesaggio alpino attorno al paese.

Rientrati nel nucleo storico di Sonogno, meritano tempo il Museo della Val Verzasca e la Casa della Lana. Il primo conserva testimonianze legate alla vita quotidiana e alle tradizioni della valle; la seconda mantiene vivo il rapporto fra il borgo e una lavorazione tessile radicata nella cultura locale. Per le famiglie c’è inoltre il BoBosco, percorso ludico con piste in legno per biglie che si sviluppa nella valle e comprende alcune stazioni nei pressi dell’area giochi del paese.

Dove si trova e come arrivare

Sonogno occupa l’estremità settentrionale della Val Verzasca, nel Canton Ticino, poco sopra i 900 metri di altitudine. Da Locarno si risale la valle superando Tenero, Vogorno, Lavertezzo, Brione e Frasco fino al termine della strada carrozzabile. Il viaggio vale già parte della giornata, perché segue un territorio stretto fra versanti ripidi, nuclei in pietra e il corso turchese della Verzasca.

In auto si arriva fino all’ingresso di Sonogno, ma bisogna tenere a mente che il centro storico è chiuso al traffico ordinario. Ci sono però aree di sosta esterne, quindi l’ultimo tratto va percorso a piedi. Nei mesi estivi i parcheggi possono riempirsi presto e il trasporto pubblico rappresenta spesso la soluzione più pratica.

Da Locarno parte il PostBus 321 diretto verso Sonogno, con collegamenti che attraversano l’intera Val Verzasca. Una volta scesi al capolinea, bastano il passaggio nel borgo e circa 25 minuti lungo la Val Redorta per raggiungere Froda.

Conviene mettere in conto più tempo rispetto alla sola visita della cascata: Sonogno ha una misura minuta, eppure invita a restare. Una facciata di pietra scurita dagli anni, un balcone carico di gerani, il torrente che corre dietro le case, poi quel rombo che torna appena ci si avvicina alla valle laterale.

Lo straordinario canyon che divide due regioni: Gole di Bicaz, un capolavoro rumeno

4 octobre 2026 à 12:00

Tra le montagne della Romania orientale, la strada può trasformarsi in un’esperienza paesaggistica vera e propria, di quelle in grado di emozionare. Succede lungo le Gole di Bicaz, una spettacolare incisione nella roccia attraversata dalla DN12C, la strada nazionale che collega la Transilvania alla Moldavia. Il fiume Bicaz scorre sul fondo della gola, mentre ai lati le pareti calcaree si alzano verticali per centinaia di metri, restringendo progressivamente il passaggio fino a lasciare appena lo spazio per la carreggiata, l’acqua e qualche spicchio di cielo.

Siamo nei Carpazi Orientali, all’interno del Parco Nazionale delle Gole di Bicaz-Hășmaș, dove curve, gallerie ricavate nella montagna, pareti strapiombanti, sorgenti e cascate accompagnano il percorso per diversi chilometri. In alcuni tratti la carrozzabile passa sotto sporgenze calcaree, mentre il Bicaz corre a pochi metri di distanza. Più avanti la valle si stringe ancora e compare il tratto più celebre, chiamato Gola dell’Inferno, oppure Gola del Diavolo, dal romeno Gâtul Iadului.

Poco più in là (e quasi incredibilmente) il paesaggio muta per l’ennesima volta: la montagna cede il passo al Lago Rosso, nato da una grande frana, mentre sentieri e punti panoramici permettono di guardare le gole dall’alto.

Origine e formazione delle Gole di Bicaz

Le pareti di questo gioiello della Romania sono formate da calcari giurassici, modellati per milioni di anni dall’azione erosiva del fiume Bicaz e dei suoi affluenti. L’acqua ha scavato progressivamente la montagna, incidendo un passaggio sempre più profondo nella massa calcarea dei Monti Hășmaș.

Oggi quel che il visitatore si trova ad attraversare è un canyon dalle dimensioni imponenti, con pareti rocciose che raggiungono oltre 300 metri di altezza in alcuni settori e assumono forme diverse lungo il percorso. Tra i rilievi più riconoscibili c’è Piatra Altarului, chiamata anche Altar Stone, una grande formazione rocciosa che raggiunge quasi 1120 metri.

Anche l’acqua racconta la lunga trasformazione del territorio: il Bicaz nasce dal Lago Rosso e attraversa l’intero sistema delle gole, ricevendo numerosi corsi secondari. Il Cupaș forma le Gole di Cupaș, il Lapoș quelle di Lapoș, il Bicăjel attraversa le Gole di Bicăjel e lo Șugău alimenta le Gole di Șugău. In alcuni tratti ci sono cascate e rapide, mentre sorgenti carsiche sgorgano direttamente dalla parete.

Canyon di Bicaz, Romania
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Dentro il Canyon di Bicaz

Nel settore più stretto, presso la Gola dell’Inferno, l’acqua accelera e forma vortici e rapide. La forza erosiva del fiume appare anche nelle cavità scavate nella roccia dal continuo movimento dell’acqua. Una storia geologica altrettanto interessante riguarda il vicino Lago Rosso, situato presso l’estremità occidentale delle gole: una grande frana sbarrò la valle nel 1837 e l’acqua rimase così raccolta formando il lago, sulla cui superficie spuntano ancora tronchi degli alberi rimasti sommersi.

La visita alle Gole di Bicaz tra strada, rocce e sentieri

Il modo più immediato per conoscere le gole consiste nel percorrere la DN12C, interamente asfaltata e aperta al traffico. La strada attraversa il canyon con curve strette, tornanti e brevi gallerie, mantenendo spesso la roccia da un lato e il corso del Bicaz dall’altro.

Il viaggio cambia ritmo a seconda dell’ampiezza della valle: nei tratti più larghi si trovano spazi per fermarsi e osservare le pareti, mentre nei passaggi più angusti la sensazione è quella di entrare dentro la montagna. La Gola dell’Inferno rappresenta il punto più spettacolare del tragitto, con le pareti verticali che arrivano a poche decine di metri l’una dall’altra e, in alcuni settori, fanno emergere solo pochi metri di spazio.

Le rocce attirano anche gli appassionati di arrampicata. Le pareti, infatti, ospitano diversi itinerari attrezzati e durante la stagione favorevole è possibile incontrare arrampicatori impegnati sui versanti calcarei. Per osservare il canyon da una prospettiva diversa si può seguire il sentiero verso Suhardul Mic, un percorso accessibile e lungo circa 3 km, con un punto panoramico rivolto verso le gole e le montagne circostanti.

Altri itinerari attraversano le Gole di Bicăjelului e raggiungono zone più appartate del parco, mentre il percorso verso Piatra Altarului presenta caratteristiche più tecniche. Il territorio custodisce inoltre una fauna particolarmente legata agli ambienti montani e rocciosi. Tra gli animali segnalati figurano orso bruno, lince, cervo e lupo.

Non mancano specie di uccelli tipiche degli ambienti rupestri, tra cui il picchio muraiolo e il rondone maggiore. Tra gli avvistamenti possibili ci sono persino aquila reale, sordone, gallo cedrone, picchio tridattilo, picchio nero, nocciolaia e merlo acquaiolo. La zona ospita inoltre la rara farfalla Apollo.

Una sosta al Lago Rosso completa bene la visita: il bacino si trova a pochi chilometri dalle gole e conserva ancora i tronchi degli alberi rimasti intrappolati dopo la frana che ne provocò la formazione. Attorno partono alcuni sentieri e sono disponibili attività in acqua, creando un contrasto netto con l’ambiente roccioso del canyon.

Lungo la strada si incontrano pure bancarelle di artigiani locali, in particolare di ceramiche lavorate a mano, oggetti in legno, tessuti ricamati, formaggi di pecora e conserve di frutti selvatici. La presenza di queste piccole attività, manco a dirlo, aggiunge una dimensione umana a un paesaggio dominato dalla pietra.

Dove si trovano e come arrivare

Le Gole di Bicaz si trovano nella Romania nord-orientale, tra le contee di Neamț e Harghita, nei Carpazi Orientali. Il tratto attraversato dalla DN12C collega l’area di Gheorgheni, in Transilvania, con Bicaz, nella regione storica della Moldavia rumena. La strada costituisce proprio uno degli elementi più interessanti della visita. Da Gheorgheni si percorre la DN12C in direzione di Piatra Neamț, passando dal Lago Rosso prima di entrare nel settore delle gole. Da Piatra Neamț si raggiunge Bicaz attraverso la DN15, poi si prosegue sulla DN12C verso Gheorgheni.

L’automobile è inevitabilmente la soluzione più pratica per esplorare il territorio, soprattutto per combinare canyon, Lago Rosso e sentieri del parco. Il percorso presenta 12 tornanti e diversi tratti molto stretti, con traffico più intenso durante l’alta stagione. Per questo la strada va affrontata con particolare attenzione, soprattutto nei periodi affollati.

Le Gole di Bicaz funzionano anche come passaggio naturale tra due grandi aree storiche della Romania: da una parte la Transilvania, dall’altra la Moldavia. La strada, difatti, attraversa il confine geografico tra questi territori seguendo una valle che per milioni di anni è stata scavata dall’acqua.

Viaggio a piedi e nel tempo sulle rive del Lago Gosau, specchio d’acqua che sembra l’Occhio di Dio

29 septembre 2026 à 15:00

Tra le pieghe del Salzkammergut, una regione alpina incastonata nella parte centro-settentrionale dell’Austria, c’è una distesa d’acqua limpida incorniciata dal Gosaukamm e dalle grandi montagne del Dachstein. Quello è il Lago Gosau, una delle immagini più riconoscibili di questa vasta regione fatta di laghi, foreste e rilievi alpini.

La scena possiede però una storia molto più articolata rispetto alla sua fama da cartolina: il lago è stato innalzato artificialmente di circa 12 metri attraverso uno sbarramento, destinato a migliorare la disponibilità d’acqua e la produzione di energia, che ancora oggi viene utilizzata con una quantità sufficiente a rifornire circa 2.200 abitazioni all’anno.

Fu proprio davanti a questo scenario che il naturalista e viaggiatore Alexander von Humboldt rimase colpito dalla particolare bellezza del paesaggio. A lui viene attribuito il soprannome “Occhio di Dio“, legato alla forma e alla posizione del lago ai piedi delle montagne del Dachstein.

Origine, formazione e leggende del Lago Gosau

Il Gosausee (questo il nome in lingua locale) appartiene a un sistema formato da 3 laghi alpini: il Vorderer Gosausee è quello raggiungibile in automobile e rappresenta il primo grande specchio d’acqua della valle: più avanti, accessibili soltanto a piedi, compaiono il Gosaulacke e l’Hinterer Gosausee, rispettivamente il lago intermedio e quello posteriore.

L’Hinterer Gosausee alimenta normalmente il Gosaubach attraverso sorgenti sotterranee. Solo durante lo scioglimento della neve oppure dopo precipitazioni abbondanti l’acqua supera il livello del lago superiore, raggiunge il Gosaulacke e da lì prosegue verso il Vorderer Gosausee.

Il Gosaulacke rappresenta quindi un fenomeno stagionale. In alcuni periodi può apparire quasi vuoto, mentre dopo piogge intense o durante il disgelo si riempie e diventa il collegamento visibile fra i due laghi principali. Il paesaggio cambia così anche nel corso dell’anno, seguendo il ritmo delle precipitazioni e della neve sulle montagne.

L’ambiente possiede inoltre caratteristiche particolarmente favorevoli alla fauna acquatica. Le acque del Vorderer Gosausee sono cristalline e di qualità potabile. Tra i pesci presenti figurano trote locali, trote iridee, persici, lucci, salmerini e anguille. Una specie autoctona, il cosiddetto black rider, si è invece estinta circa 50 anni fa in seguito all’introduzione della trota.

Attorno al lago la geologia alpina diventa parte integrante del panorama. Il Dachstein domina lo scenario con le sue rocce e i ghiacciai, mentre il Gosaukamm forma una successione di pareti e cime sul lato opposto. La sensazione è quella di trovarsi dentro una grande conca naturale, con l’acqua al centro e la montagna a chiudere progressivamente l’orizzonte.

Cosa vedere e cosa fare al Lago Gosau

Il primo appuntamento è naturalmente il Vorderer Gosausee. Un sentiero ad anello lungo circa 4,5 km permette di seguire le rive e osservare il paesaggio da prospettive diverse. Il percorso è abbastanza facile e adatto anche alle famiglie, pure se il terreno presenta comunque alcuni tratti in salita.

Al mattino la luce risulta particolarmente favorevole per ammirare il riflesso del Dachstein: all’alba le prime tonalità raggiungono lentamente le pareti del Gosaukamm e trasformano la superficie dell’acqua: in autunno il contrasto fra il bosco colorato, le rocce e le cime innevate rende il panorama ancora più marcato.

Per chi vuole proseguire, il sentiero verso l’Hinterer Gosausee segue una strada forestale. Dal primo lago si passa accanto al Gosaulacke e poi si affronta un’altra salita di circa 20 minuti prima di raggiungere il bosco di aceri e infine il lago posteriore. Il tragitto fino alla Holzmeister Alm, situata presso la parte meridionale dell’Hinterer Gosausee, richiede circa 1 ora e 30 minuti. L’andata e ritorno misura quasi 12,6 km, con un dislivello complessivo di più o meno 261 metri.

Il secondo lago appare più raccolto e appartato. La presenza del Dachstein sullo sfondo cambia ancora una volta la prospettiva, mentre il bosco attenua i rumori provenienti dalla valle. In autunno, il Gosaulacke rappresenta uno dei passaggi più interessanti proprio per la sua natura intermittente.

Il Gosaukamm permette invece di alzare parecchio il livello dell’esperienza alpina. Dalla zona del lago parte la cabinovia Gosaukammbahn, situata accanto al Vorderer Gosausee, con arrivo nell’area della Zwieselalm. In estate l’impianto consente di raggiungere rapidamente sentieri e pascoli alpini, mentre il comprensorio Dachstein West è legato agli sport invernali.

Gli appassionati di vie ferrate hanno a disposizione il Laserer Alpin Klettersteig, un percorso di circa 1 ora classificato con difficoltà C, realizzato sopra il lago. Un’altra possibilità è l’Intersport Klettersteig Donnerkogel, classificata C/D.

L’acqua stessa diventa parte dell’esperienza durante la stagione più calda: il Gosausee permette balneazione, immersioni, stand-up paddle ed escursioni in pedalò o imbarcazioni elettriche. La trasparenza dell’acqua consente ai subacquei di osservare anche il paesaggio sommerso del lago.

Chi preferisce salire verso l’alpe può invece raggiungere la Zwieselalm, con rifugi e sentieri tra prati e boschi. La cabinovia riduce l’ascesa iniziale, mentre gli escursionisti più allenati possono affrontare il percorso a piedi.

Dove si trova e come arrivare

Il Lago Gosau si trova nell’omonimo comune, nell’Alta Austria, nella regione del Salzkammergut, a circa 25 minuti in automobile da Hallstatt. L’indirizzo preciso è Vorderer Gosausee, 4824 Gosau, Austria. L’automobile rappresenta la soluzione più semplice per raggiungerlo. Presso la strada Gosauseestrasse e nell’area Parkplatz Vorderer Gosausee sono disponibili parcheggi a pagamento. La fermata dell’autobus più vicina è Hintertal b.Gosau Vorderer Gosausee, indicata anche con il riferimento Gosaukammbahn.

Chi arriva con i mezzi pubblici può utilizzare il collegamento diretto fra Bad Ischl e Gosausee tramite la linea 541. Da Salisburgo il percorso prevede invece il bus 150 fino a Bad Ischl Bahnhof e il successivo cambio sulla linea 541. Dal paese di Gosau si può raggiungere il lago anche attraverso percorsi escursionistici collegati alla rete del Dachstein Rundwanderweg.

Il contesto invita a fermarsi più a lungo rispetto alla classica escursione fotografica. Il Gosausee può infatti rappresentare soltanto l’inizio della visita, con il Gosaulacke, l’Hinterer Gosausee, la Zwieselalm e gli itinerari del Gosaukamm a costruire una giornata molto più ampia.

Gosausee, Austria
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Il Gosausee visto dall’alto

Va però considerata la stagionalità dei percorsi: il sentiero attorno al Vorderer Gosausee viene chiuso durante l’inverno per il rischio di caduta massi e valanghe. Il periodo per la visita va indicativamente da maggio-giugno fino a ottobre, mentre la situazione effettiva dei sentieri dipende dalle condizioni meteorologiche.

Trekking sui vulcani italiani: un viaggio suggestivo tra Etna, Eolie e Vesuvio

26 septembre 2026 à 16:00

Sono pochi i Paesi in Europa con un maggior numero di vulcani attivi rispetto all’Italia, che ne vanta un’alta concentrazione, in particolare nelle Regioni meridionali. Un privilegio geologico, questo, che si traduce nella possibilità per i viaggiatori di intraprendere alcune delle esperienze di trekking più uniche e sorprendenti che si possano vivere nel continente.

L’escursionismo è una delle principali attività turistiche sulle pendici dell’Etna, il grande vulcano che domina con la sua silhouette la Sicilia orientale, mentre sono meno celebri ma altrettanto scenografici i cammini che si inerpicano lungo i coni perfetti di Vulcano e Stromboli, le due isole delle Eolie che ospitano vulcani attivi, o sulle morbide pendenze del Vesuvio, con la vista che si perde sul Golfo di Napoli.

Trekking sull’Etna

L’Etna è il vulcano attivo più alto d’Europa e uno dei più studiati al mondo. Il suo cono imponente, spesso sormontato da un pennacchio di fumo chiaro, si intravede praticamente da ogni angolo della costa ionica siciliana, quella orientata a est. Questo per via del suo svettare nettamente oltre i tremila metri di quota: anche se a tratti può divenire inquietante e minaccioso, il vulcano siciliano offre un’ampia possibilità di esperienze di trekking adatte a tutti i livelli e accomunate dalla sorprendente scoperta di un ambiente naturalistico unico.

Chi cerca un’escursione semplice può fermarsi ai Crateri Silvestri, poco sotto i 2.000 metri, raggiungibili anche senza guida e comunque estremamente affascinanti per la loro conformazione, per la terra nera che li caratterizza e per il contrasto con la vegetazione che, resistente, ha saputo farsi strada anche in questo ambiente. Un’altra opportunità è salire in funivia da Rifugio Sapienza fino a circa 2.500 metri di quota, da dove partono sentieri panoramici con un dislivello medio-basso, alla portata dei più.

trekking sui vulcani italiani: l'etna
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Trekking ai Crateri Silvestri

Chi invece vuole spingersi verso i crateri sommitali, che si trovano tra i 2.900 e i 3.300 metri, deve necessariamente affidarsi a una guida vulcanologica autorizzata. A maggiore fatica corrisponde maggiore premio: attorno alla vetta il paesaggio si fa davvero lunare, si incontrano fumarole attive, campi di lava recente e un panorama che, nelle giornate limpide, abbraccia l’intera Sicilia orientale fino allo Stretto di Messina.

Il versante nord dell’Etna, quello di Piano Provenzana, offre un’alternativa più selvaggia e meno battuta dai flussi turistici: qui i sentieri si snodano tra colate laviche recenti, come quella del 2002, e alcune faggete, in un contrasto continuo tra la vita rigogliosa del bosco e la roccia nera.

Trekking sul Vesuvio

Vero e proprio simbolo della Campania e di Napoli, il Vesuvio è il vulcano che più di ogni altro ha segnato la storia dell’umanità in Italia: fu la sua eruzione del 79 d.C. a seppellire Pompei ed Ercolano sotto una coltre di cenere e lapilli, restituendoci oggi due delle testimonianze archeologiche più straordinarie al mondo.

Oggi è un vulcano quiescente: è attivo, ma la sua ultima eruzione risale al 1944, e il suo imprevedibile futuro è materia di studio costante da parte dei vulcanologi.

Il suo grande fascino lo si può scoprire anche avventurandosi sulle sue pendici a piedi. Il trekking più celebre del Parco Nazionale del Vesuvio, nato nel 1995 per valorizzare e difendere l’ecosistema del vulcano, è quello che porta al Gran Cono, il sentiero che dal piazzale di Ercolano sale fino al bordo del cratere, a 1.281 metri sul livello del mare.

Si tratta di un percorso non lungo né particolarmente impegnativo, eppure capace di regalare una vista spettacolare sul Golfo di Napoli, con la possibilità di vedere anche le sagome di Capri, Ischia e Procida emergere sul piano del mare. Una volta in cima, ci si affaccia su una voragine di circa 700 metri di diametro e oltre 300 di profondità, dove può capitare di osservare fumarole attive, e certamente si potranno individuare minerali colorati e una vegetazione che si è adattata con sorprendente tenacia a un terreno tanto ostile.

Vulcano, trekking alle Eolie

Tra le sette isole che compongono l’arcipelago delle Eolie, Vulcano è la più vicina alla costa siciliana e, come suggerisce il nome, deve la sua fama al Gran Cratere della Fossa, che con i suoi circa 390 metri di altitudine domina l’intera isola.

Secondo la mitologia romana, era proprio qui che si trovavano le fucine del dio del fuoco e della metallurgia, per l’appunto chiamato dai latini Vulcano (Efesto, nel pantheon greco). Una fantasia che ancora oggi si risveglia quando si intravedono le fumarole che testimoniano lo stato di quiescenza del vulcano, mai del tutto spento anche se non si registra un’eruzione dal 1890.

trekking sui vulcani italiani: le Eolie
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Panorama sulle isole Eolie

Il sentiero che conduce al cratere parte nei pressi del porto e sale fino alla sommità in circa 3 ore di cammino. È un’esperienza intensa: il dislivello è piuttosto concentrato e anche se il percorso è adatto a chiunque abbia un minimo di allenamento, non si affronta senza fatica; si cammina tra piccole rocce e sabbia di origine vulcanica, in un paesaggio arido ma dai colori intensi; si percepisce l’attività vulcanica anche per l’odore di zolfo che si fa penetrante, di quando in quando; infine, si è colpiti da un panorama eccezionale, con la vista che spazia su tutto l’arcipelago delle Eolie.

Una escursione alternativa è quella che attraversa la Valle Roja, una gola incisa nella roccia vulcanica dove l’ambiente selvaggio si apre al contrasto tra pareti laviche caratterizzate da colori decisi e la vegetazione che tenta di attecchire tutt’attorno. Molto bella, breve e alla portata di tutti anche l’escursione a Vulcanello, com’è chiamata la piccola penisola collegata al resto dell’isola solo da un sottile istmo sabbioso, formatasi grazie ad alcune eruzioni relativamente recenti, che consente di ottenere un punto di vista scenografico e diverso su Vulcano, il Gran Cratere e la vicina Lipari.

Trekking a Stromboli

Stromboli si staglia nel bel mezzo del Mar Tirreno, un’isola-vulcano dall’aspetto stereotipico, ergendosi per ben 924 metri dalle acque. È uno dei vulcani più attivi del mondo, con esplosioni brevi e frequenti. Da una parte questo porta a una sorta di spettacolo pirotecnico naturale pressoché ininterrotto, dall’altra ovviamente a una minaccia per la presenza umana sull’isola, che si divide tra i paesi di Stromboli e Ginostra.

Trekking sui vulcani italiani: Stromboli
La silhouette dell’isola di Stromboli

Per quanto riguarda il turismo, e in particolare l’escursionismo, salire sul vulcano di Stromboli non è possibile in autonomia oltre i 400 metri di quota: superata questa soglia, il percorso verso i crateri sommitali è aperto esclusivamente ai gruppi accompagnati da guide vulcanologiche autorizzate, e nei momenti in cui è consentito dall’attività del vulcano.

In ogni caso, arrivati al punto panoramico di quota 400 metri, lo spettacolo che si apre davanti agli occhi è già tra i più suggestivi che l’Italia vulcanica possa offrire, da ammirare in particolare al calar della sera: il cielo che si tinge di rosso al tramonto, la grande lingua nera della Sciara del Fuoco che precipita verso il mare e, con il calare della notte, i bagliori regolari delle esplosioni che illuminano il buio. Il ritorno avviene poi con le pile frontali, lungo la vecchia mulattiera, in un’atmosfera quasi spirituale.

Vertigine pura nel canyon da record mondiale: Gola di Vikos, uno spettacolo della natura in Grecia

21 septembre 2026 à 16:30

Si respira a pieni polmoni l’aria frizzante dell’alba montana, mentre qualche passo oltre il margine del bosco svela uno squarcio verticale impressionante impresso nella crosta terrestre. Una fenditura enorme, incassata tra le montagne del Pindo, che prende il nome di Gola di Vikos e che senza dubbio è uno dei paesaggi più spettacolari della Grecia continentale.

Attorno si estende Zagori, territorio montano famoso per i suoi 46 villaggi tradizionali, costruiti soprattutto in pietra locale, che dal 2023 è inserito nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO per il suo paesaggio culturale e la tradizione architettonica. Il canyon rappresenta invece la parte più selvaggia: si sviluppa lungo il versante meridionale del monte Tymfi, all’interno del Parco nazionale Vikos-Aoos, in un paesaggio che alterna pareti calcaree vertiginose, boschi, gole laterali, sorgenti e il corso del Voidomatis, considerato tra i fiumi più limpidi d’Europa.

La fama internazionale di Vikos, però, deriva soprattutto da una caratteristica speciale: il Guinness World Records la indica quale gola più profonda al mondo in rapporto alla propria larghezza. Del resto, le pareti raggiungono oltre 900 metri di profondità in alcuni settori, mentre la distanza tra i due versanti cambia sensibilmente lungo il percorso.

La meraviglia di 44 metri che precipita tra rocce di travertino: Cascata di Sillans, il salto della Provenza

20 septembre 2026 à 17:00

Sillans-la-Cascade è un piccolo villaggio del Var meridionale, ai margini del territorio del Verdon, ed è un posto che deve la sua fama soprattutto dalla natura. Poco oltre le case, il fiume Bresque precipita per 44 metri da una parete di travertino e si raccoglie in una vasca dalle sfumature turchesi, uno di quei colori che in fotografia sembrano ritoccati e dal vivo acquistano ancora più intensità.

Il colpo d’occhio arriva dopo un breve percorso nella frescura del bosco. Il rumore dell’acqua cresce gradualmente, mentre tra i tronchi si intravedono le pareti rosate ricoperte di muschi, vegetazione e radici. Poi la cascata appare all’improvviso, incorniciata dalla foresta. La Bresque scende con un salto bianco e impetuoso verso il bacino sottostante, creando un contrasto quasi finto tra la roccia calda della Provenza e il blu-verde dell’acqua.

Il borgo di Sillans-la-Cascade riunisce così due attrazioni molto diverse: da una parte il paese, con le sue fortificazioni, le stradine e gli edifici storici; dall’altra un ambiente naturale fragile, protetto per il valore delle sue formazioni geologiche.

Origine e formazione della Cascata di Sillans

La cascata nasce lungo il corso della Bresque, un fiume del Var che attraversa un territorio caratterizzato da rocce calcaree. Il suo elemento più spettacolare è la parete di travertino, una roccia sedimentaria particolare che si forma grazie all’azione dell’acqua ricca di carbonato di calcio.

Il processo è lento, ma lascia tracce molto riconoscibili. L’acqua scorre sulle superfici calcaree, deposita progressivamente minerali e costruisce incrostazioni che, nel tempo, diventano vere pareti rocciose. Il travertino del salto presenta tonalità rosate e superfici irregolari, modellate dall’erosione e dalla presenza costante dell’acqua. Contemporaneamente, muschi, felci, piccoli arbusti e radici si aggrappano alle pareti, accentuando l’aspetto selvaggio del salto.

La vasca sottostante appare così intensa proprio grazie alla combinazione tra profondità, riflessi e trasparenza. Il colore può variare in base alla luce, alla stagione e alla portata della Bresque, ma le tonalità azzurro-verdi sono il tratto più riconoscibile del paesaggio. Il paragone con il Verdon nasce spontaneo, anche per via della vicinanza geografica con il celebre territorio delle gole e del Lago di Sainte-Croix.

Il sito è classificato come Espace Naturel Sensible e rientra inoltre nella rete Natura 2000, strumenti di tutela dedicati alla conservazione degli ambienti naturali di particolare valore. Le pareti di travertino sono fragili e friabili, con il rischio di caduta di pietre. Proprio per questo l’accesso alla vasca principale è vietato, così pure la balneazione. L’interdizione protegge sia i visitatori sia un ecosistema delicato, sottoposto a una forte pressione durante la stagione estiva.

La visita alla Cascata di Sillans

Dopo diversi mesi di lavori, il belvedere sulla cascata e il percorso della riva sinistra di questa meraviglia della Provenza sono stati riaperti l’8 maggio 2026. La visita si svolge lungo un itinerario nel bosco, con indicazioni sul posto e un tracciato di circa 800 metri fino al punto panoramico. Il tempo effettivo può variare in base al passo e alle condizioni del sentiero, ma si tratta di una breve escursione adatta a una gita familiare.

La temperatura cambia rispetto al borgo, il fruscio delle foglie accompagna il percorso e il suono della Bresque diventa progressivamente più vicino. Al termine, il belvedere regala una vista ampia sulla cascata e sulla vasca turchese, con la parete di travertino in primo piano e la vegetazione che si arrampica sui bordi della gola.

Il tragitto presenta però alcune difficoltà da considerare: l’accesso è privo di barriere architettoniche e inadatto alle persone con mobilità ridotta o ai passeggini. Sono consigliate scarpe da ginnastica o calzature con una buona aderenza. In estate è utile portare acqua, soprattutto per il rientro, quando il caldo può farsi sentire anche dopo una passeggiata breve. I cani sono ammessi, purché tenuti al guinzaglio, e occorre restare sui tracciati segnalati.

La stagione più piacevole per osservare la cascata è la primavera, quando la vegetazione torna rigogliosa e il muschio sulle pareti appare particolarmente verde e folto. Anche la fine dello stesso periodo è indicato per la fotografia, grazie alla luce e alla ricchezza del paesaggio. In estate, invece, è indispensabile verificare le condizioni di accesso legate al rischio incendi.

La visita merita di proseguire nel centro abitato di Sillans-la-Cascade, villaggio fortificato di impronta medievale, con mura, torri difensive e scorci che conservano il carattere dei piccoli borghi provenzali. Una passeggiata attorno ai bastioni permette di riconoscere le strutture difensive risalenti all’XI secolo, tra pietra, merlature e torri che raccontano una fase in cui la protezione dell’abitato aveva un ruolo centrale.

Sillans-la-Cascade, Provenza
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Tra le strade di Sillans-la-Cascade

Dove si trova e come arrivare

Sillans-la-Cascade si trova nel dipartimento del Var, nella regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra, a circa 9 chilometri da Aups e ai margini del territorio del Parco Naturale Regionale del Verdon. Il villaggio dista inoltre circa 20 minuti in auto dal Lago di Sainte-Croix, uno dei paesaggi più conosciuti dell’area del Verdon.

Per raggiungere la cascata occorre prima arrivare al paese, poi seguire le indicazioni per il sito naturale e per il parcheggio. Il percorso pedonale conduce dal punto di partenza al belvedere attraverso la foresta. L’accesso è libero, ma il parcheggio è a pagamento in alcuni periodi dell’anno: è prevista una prima mezz’ora gratuita, seguita da una tariffa di 1 euro ogni 15 minuti.

Prima della partenza è opportuno consultare la mappa del rischio incendi del Var, soprattutto nei mesi più caldi. Le condizioni di accesso possono variare in base al livello di pericolo e alle disposizioni comunali. Anche le regole relative ai sentieri e alla balneazione vanno rispettate con attenzione, perché la cascata si trova in un ambiente protetto, fragile e molto frequentato.

Il borgo racconta la Provenza attraverso mura e architetture, mentre la Bresque ricorda quanto la natura sappia costruire scenari spettacolari senza bisogno di artifici.

Un labirinto di roccia rossa e ponti di legno dove il tempo si è fermato: Canyon del Turia, spettacolo spagnolo

20 septembre 2026 à 15:00

L’entroterra della Comunità Valenciana nasconde segreti geologici in grado di ribaltare del tutto l’immagine stereotipata delle spiagge affollate e dei litorali sabbiosi della Spagna orientale. A circa 50 chilometri dalla costa, infatti, il paesaggio cede il passo a imponenti formazioni calcaree strappate alla terra da millenni di erosione fluviale. Qui il Turia ha inciso per secoli una profonda gola calcarea, una successione di pareti verticali, anse strette, boschi e terrazze naturali.

Poi arriva il momento di entrare nel canyon: la Ruta de los Pantaneros (o Ruta de los Puentes Colgantes) non è nata come sentiero turistico. Per circa 5,05 chilometri, infatti, ricalca il vecchio cammino che, negli anni ’50, gli operai di Chulilla percorrevano ogni giorno per raggiungere il cantiere dell’Embalse de Loriguilla. Il percorso si snoda all’interno del Paraje Natural Municipal Los Calderones, un’area protetta di poco più di 500 ettari dominata da queste strette gole.

Il momento più indimenticabile arriva quando compaiono i ponti sospesi. Prima, però, bisogna osservare la gola. Perché sono proprio le sue pareti, modellate dall’acqua, a dare senso a tutto il percorso.

Il Lago Nero tra le montagne e gli abeti rossi di una valle slovena: lo straordinario Črno jezero

19 septembre 2026 à 17:00

La superficie scura del Črno jezero emerge tra gli abeti del Pohorje, grande massiccio montuoso della Slovenia nord-orientale, e ricorda una pozza d’inchiostro incastonata nel bosco. Ma la verità è che, sotto quella tonalità quasi nera, l’acqua è cristallina: l’effetto nasce da una particolare combinazione di natura, tempo e storia, con una spessa coltre di materiale organico depositata sul fondo a dare al lago il suo aspetto più enigmatico.

Črno jezero si trova a circa 1.200 metri di altitudine, in un ambiente paludoso dominato da abeti rossi, muschi di torba e vegetazione tipica delle alte torbiere. Il terreno umido, attraversato da passerelle di legno, rende l’escursione diversa dal consueto itinerario alpino. Sotto le suole si avverte infatti la presenza di un ecosistema delicato, mentre lo sguardo passa dall’acqua scura ai tronchi verticali e alle radure silenziose.

Origine e formazione di Črno jezero

Malgrado l’aspetto selvaggio e la posizione in mezzo alla torbiera, Črno jezero è un bacino di origine artificiale. La sua conca venne sbarrata circa 150 anni fa per creare un accumulo d’acqua utile al trasporto del legname verso valle. L’intervento viene attribuito al conte Windischgraetz, proprietario di una parte consistente delle foreste del Pohorje.

All’epoca, l’economia della montagna ruotava in larga misura intorno allo sfruttamento dei boschi: i tronchi dovevano essere trasferiti dalle aree forestali alle vallate e, per facilitare questa operazione, l’acqua veniva impiegata nei sistemi di trasporto del legname. La diga sul torrente Črnava trasformò così una depressione umida in un piccolo invaso destinato a un uso pratico.

Il volto attuale del bacino, però, è il risultato di processi naturali molto più lenti. Sul fondo si sono accumulati per decenni i resti di piante e animali, formando uno strato spesso di limo scuro. È proprio questo deposito a dar vita alla caratteristica colorazione nera percepita dalla riva, anche se l’acqua resta particolarmente limpida (soprattutto nelle giornate luminose).

Il Črno jezero si estende per circa 50 ettari ed è considerato il lago più grande del Pohorje. Attorno si sviluppa una torbiera alta, un ambiente umido alimentato soprattutto dalle precipitazioni e caratterizzato dalla presenza di muschi in grado di trattenere grandi quantità d’acqua. Il paesaggio non è dunque soltanto una distesa forestale con uno specchio d’acqua, ma un mosaico ecologico particolarmente prezioso.

L’intero complesso è infatti protetto come riserva naturale e monumento naturale, con particolare attenzione all’ecosistema della torbiera e alla fauna che vive nelle zone umide.

La visita al lago, il percorso sulle passerelle e cosa vedere

L’itinerario più semplice parte dal Dom na Osankarici, rifugio situato a circa 1.192 metri di altitudine. Da lì, il sentiero segnalato procede verso ovest e raggiunge Črno jezero in circa 25-30 minuti, per una distanza di poco inferiore a 1 km. Il percorso è classificato facile, con un dislivello contenuto, e si presta a un’escursione breve anche per chi desidera trascorrere soltanto qualche ora in questo angolo di Slovenia.

All’inizio il tracciato si snoda nel bosco e supera alcuni tratti attrezzati con gradini di legno. Poi il terreno diventa più umido e il paesaggio assume un carattere quasi fiabesco. Le passerelle sovrastano la zona paludosa, consentendo di raggiungere il lago senza affrontare direttamente il suolo impregnato d’acqua.

La riva è il punto ideale per una sosta: alcune panchine permettono di osservare la superficie scura e i riflessi della vegetazione. In condizioni di bel tempo, il lago restituisce l’immagine delle chiome e del cielo, creando un effetto quasi speculare. L’esperienza può poi proseguire lungo i sentieri segnalati che collegano il lago ad altri punti del Pohorje.

Una possibilità conduce verso Trije kralji, località nota soprattutto per le attività escursionistiche e sciistiche. Il percorso si inerpica nel bosco e passa nei pressi della croce di Urška, prima di raggiungere l’area del comprensorio. Da lì si può arrivare alla chiesa dei Santi Re Magi, costruzione semplice all’esterno ma impreziosita da tre altari interni, dedicati ai Santi Re Magi, a San Francesco Saverio e a Santa Lucia.

Un’altra direzione porta verso la cascata Šumik, una delle attrazioni naturali del Pohorje. In questo caso l’attività diventa più lunga e richiede una pianificazione adeguata, soprattutto in presenza di terreno bagnato o condizioni meteorologiche variabili.

Nei pressi del Dom na Osankarici si trova anche un piccolo museo dedicato ai caduti del Battaglione del Pohorje, formazione partigiana che combatté durante la Seconda Guerra mondiale. A circa 30 minuti dal rifugio, nel bosco, c’è il luogo della battaglia presso i cosiddetti “3 chiodi”, legato allo scontro finale dell’inverno 1943.

Per le famiglie, il tratto tra Osankarica e Črno jezero comprende anche un percorso didattico nel bosco, con pannelli e punti informativi dedicati alla flora, alla fauna e agli ambienti naturali della zona.

Dove si trova e come arrivare

Črno jezero si trova nel Pohorje, massiccio boscoso della Slovenia nord-orientale, tra Osankarica e Veliki vrh, a circa 1.200 metri di altitudine. Il punto di accesso più comodo per la visita breve è il Dom na Osankarici, raggiungibile in auto da più direzioni. Da Maribor si può seguire il percorso verso Hoče e Areh, passando nei pressi della Ruška koča.

Da quel punto la strada prosegue su fondo sterrato e, dopo circa 6 km, si imbocca la deviazione segnalata per Osankarica. Il tragitto complessivo è di quasi 38 km. Un’alternativa da Maribor passa per Selnica ob Dravi, Ruše e Smolnik. In questo caso la strada sale attraverso il paesaggio forestale e raggiunge un bivio vicino al parcheggio per la cascata Šumik. Proseguendo e seguendo le indicazioni, si arriva a Osankarica dopo circa 5 km. La distanza complessiva è di più o meno 37 km.

Da Slovenska Bistrica, invece, il tragitto conduce verso il comprensorio di Trije kralji e poi al Dom na Osankarici, per una distanza di circa 22 km. Un’altra opzione parte direttamente da Trije kralji, con un itinerario a piedi di circa 4 km, della durata indicativa di 1 ora e con un dislivello più significativo rispetto al breve accesso da Osankarica.

Per chi desidera raggiungere il lago da Oplotnica, esiste anche un itinerario escursionistico più lungo, indicato in circa 9,2 km e 3 ore di percorrenza, con un dislivello vicino ai 954 metri. È una soluzione adatta a chi vuole trasformare la visita in una vera escursione nel paesaggio del Pohorje, anziché limitarsi alla passeggiata dalla struttura di Osankarica.

Laghi turchesi, miniere abbandonate e storie inquietanti: Velká Amerika, il Grand Canyon ceco

16 septembre 2026 à 16:00

A pochi chilometri da Praga, la campagna della Boemia nasconde una fenditura monumentale nella roccia, un’enorme cavità dalle pareti chiare, sul cui fondo brillano acque di un blu quasi esagerato. Sembra un angolo di canyon americano trasportato nel paesaggio dell’Europa centrale, ma la storia di Velká Amerika è molto meno selvaggia di quanto suggerisca il panorama.

Il soprannome “Grand Canyon ceco” nasce proprio dalla sua imponenza. Velká Amerika, che in lingua locale significa “Grande America”, è la maggiore delle grandi cave di calcare della zona di Mořina. Il bacino misura circa 800 metri in lunghezza, 200 in larghezza e raggiunge una profondità di quasi 100 metri. Numeri che, osservati dall’alto, acquistano un peso enorme.

Da una parte, dunque, c’è il fascino di un paesaggio restituito dalla natura, dall’altra la memoria di un’intensa attività estrattiva e di un periodo storico doloroso. Le cave della zona furono infatti associate anche ai campi di lavoro per prigionieri politici durante il regime comunista. Oggi la vegetazione ha riconquistato parte dei pendii, ma il passato industriale affiora ancora nella conformazione del terreno e nella rete di gallerie che attraversa il sottosuolo.

Origine, formazione e leggende di Velká Amerika

La storia di Velká Amerika comincia con il calcare, una roccia sedimentaria formatasi in tempi geologici antichissimi e particolarmente diffusa nel Carso boemo. La regione attorno a Mořina è ricca di formazioni carsiche, con cavità, gole e sistemi sotterranei modellati dall’acqua e dalla struttura della roccia. A partire dall’inizio del XX secolo, l’area venne sfruttata per l’estrazione del calcare, attività che modificò profondamente il paesaggio.

Velká Amerika divenne la cava più grande del complesso, affiancata da altre voragini note con nomi altrettanto curiosi, tra cui Malá Amerika, la “Piccola America”, e Mexiko, il “Messico”. I diversi bacini sono collegati da gallerie sotterranee e il sistema comprende passaggi disposti su 6 livelli orizzontali, scavati per consentire il lavoro dei minatori e il trasporto del materiale. In alcuni tratti sono ancora visibili i binari utilizzati in passato. L’acqua ha poi invaso parte delle cavità, formando laghi dal colore limpido e intenso. Sul fondo di Velká Amerika si trovano 2 specchi d’acqua collegati tra loro, mentre anche Malá Amerika è caratterizzata dalla presenza di un lago.

L’estrazione cessò negli anni ’60 e in seguito l’acqua si raccolse nella grande depressione, mentre alberi e vegetazione tornarono a occupare i fianchi della cava. Quella che un tempo era una ferita industriale nel paesaggio, oggi appare come una scenografia naturale di grande forza.

Il passato più cupo riguarda l’utilizzo delle cave come luoghi di lavoro forzato per prigionieri politici tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50. La memoria di quel periodo contribuisce alla particolare atmosfera di Velká Amerika. Le pareti calcaree, le gallerie e la profondità del bacino possono evocare un luogo di isolamento e fatica, molto distante dall’immagine romantica suggerita dal lago.

Attorno alla cava sono nate anche diverse leggende. La più famosa è legata a Hans Hagen, figura misteriosa che la tradizione popolare descrive come un soldato tedesco in uniforme delle SS. Secondo i racconti, il suo fantasma apparirebbe improvvisamente dalle gallerie per poi svanire senza lasciare traccia. A lui vengono attribuite, nelle storie locali, morti e sparizioni mai chiarite.

Anche la quercia nota con il nome di Dub Sedmi bratří, la Quercia dei 7 fratelli, lungo il percorso escursionistico della zona, possiede una propria storia leggendaria: l’albero avrebbe dato il nome a una vicenda secondo cui 7 fratelli dediti ai furti si ritrovavano ai suoi piedi per dividere equamente il bottino.

La visita a Velká Amerika, tra panorami, sentieri e cinema

L’accesso diretto al fondo della cava è vietato. Velká Amerika appartiene alla società Lomy Mořina s.r.o. e il divieto è legato soprattutto alla sicurezza: le pareti sono ripide, il terreno presenta rischi e la presenza di acqua profonda rende particolarmente pericolosa la discesa. Non esiste quindi un biglietto d’ingresso tradizionale, né un orario di apertura da consultare. Il modo corretto di visitare il sito consiste nell’osservarlo dall’alto, lungo i punti panoramici e i sentieri autorizzati.

Canyon Velká Amerika
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Velká Amerika visto dall’alto

Il belvedere principale si trova nei pressi del parcheggio e permette di ammirare la vastità della cava senza avvicinarsi ai tratti più rischiosi. Da questa prospettiva si distinguono le pareti verticali, il lago e la vegetazione che ricopre alcuni pendii. Dal 2008, lungo il margine settentrionale della cava, passa un sentiero escursionistico segnato in giallo, con alcune piattaforme panoramiche.

Il percorso consente di osservare questo angolo di Repubblica Ceca da punti diversi e prosegue verso la cava Mexiko e poi in direzione del castello di Karlštejn. La camminata complessiva attorno al perimetro richiede circa 1 ora, mentre l’itinerario verso Karlštejn permette di trasformare la visita in una gita più ampia attraverso boschi e campagne della Boemia.

Una delle possibilità più interessanti riguarda il sottosuolo, ma le gallerie di Velká Amerika possono essere visitate soltanto attraverso iniziative autorizzate. Un’altra occasione è rappresentata dalla manifestazione annuale Giornata europea delle aree protette, durante la quale possono essere proposti un percorso didattico, un’escursione e l’attraversamento di una galleria tra Dub Sedmi bratří e Malá Amerika.

Il fascino di Velká Amerika, poi, ha conquistato anche il cinema. Il paesaggio è apparso in produzioni ceche e internazionali, tra cui il western Limonádový Joe aneb Konská opera, conosciuto in italiano come Limonata Joe, e l’adattamento della fiaba di Andersen La sirenetta, con Libuše Šafránková. In tempi più recenti, la cava è stata utilizzata come ambientazione per produzioni internazionali quali The Wheel of Time, Carnival Row, Hanna, Britannia, Army of Thieves e Jan Žižka. Tra i titoli più noti figura anche Nosferatu, con Bill Skarsgård, Willem Dafoe e Lily-Rose Depp.

Dove si trova e come arrivare

Velká Amerika si trova nei pressi del villaggio di Mořina, nella Boemia centrale, a circa 8 chilometri da Karlštejn e a quasi 30 da Praga. La distanza dal centro della capitale in automobile è di circa 45 minuti, anche se il traffico può modificare sensibilmente i tempi.

In auto, il riferimento utile per il navigatore è Lom Velká Amerika, Mořina, 267 17 Mořina. Da Praga si può raggiungere la zona attraverso la viabilità locale passando per Chýnice e Mořina, oppure utilizzando percorsi alternativi attraverso Radlická e l’autostrada D5/E50, in base al punto di partenza.

Chi preferisce i mezzi pubblici può prendere l’autobus 311 dal terminal di Zličín, a Praga, fino alla fermata Mořina. Il viaggio dura circa 50 minuti e attraversa campi e piccoli centri abitati. Un’alternativa suggestiva consiste nel raggiungere Karlštejn in treno dalla stazione principale di Praga, Praha hlavní nádraží, e proseguire a piedi verso Velká Amerika.

La strada rossa delle Alpi Marittime tra canyon, tunnel e paesaggi selvaggi: le Gole del Cians

11 septembre 2026 à 17:00

Il paesaggio della Costa Azzurra è fatto di luce mediterranea e orizzonti aperti, ma c’è un punto in cui quasi sembra di intraprendere un viaggio completamente diverso. Da queste parti, infatti, la strada D28 prende quota verso l’interno e, poco alla volta, il panorama si stringe, la vegetazione lascia spazio alla roccia, mentre il cielo si incastra tra pareti sempre più alte. Sono le Gole del Cians, uno degli scenari più particolari dell’entroterra di Nizza, nel territorio delle Alpi Marittime.

Il loro elemento distintivo salta subito agli occhi: la roccia assume tonalità rosso intenso, bruno e ramato, creando un contrasto quasi finto con il verde della montagna e con il cielo limpido. A scavare questo spettacolare corridoio naturale è stato il Cians, piccolo torrente alpino che percorre circa 25 km prima di gettarsi nel fiume Var.

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