La Valle Camonica si presenta con una candidatura per poter diventare Capitale Italiana della Cultura; il progetto con il titolo “10.000 anni di futuro” viene lanciato in una data importante: proprio nel 2029 ricorrono i 50 anni dal riconoscimento dell’Arte Rupestre del territorio nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO.
La Valle Camonica si candida alla Capitale della Cultura 2029
La forza della proposta sta proprio nella dimensione territoriale. I protagonisti non sono uno o due Comuni chiamati a rappresentare gli altri, ma l’intera Valle Camonica. L’idea è costruire un programma nel quale musei, parchi archeologici, borghi, biblioteche, spazi culturali e luoghi meno conosciuti possano diventare parti dello stesso racconto.
Durante la presentazione a Milano, l’assessore regionale alla Cultura Francesca Caruso ha posto l’accento sul carattere identitario della candidatura e sul valore del cinquantesimo anniversario UNESCO. La sfida, nella prospettiva regionale, sarà fare in modo che il patrimonio storico non resti soltanto un elemento da conservare, ma diventi occasione di ricerca, progettazione e occupazione.
La candidatura arriva inoltre in un momento nel quale la valle può mettere insieme diversi anniversari e percorsi già avviati. Oltre ai 50 anni del sito UNESCO, il territorio può contare sull’esperienza della Riserva della Biosfera MAB UNESCO, sulla rete dei parchi archeologici, sui musei, sul Distretto Culturale, sulla Fondazione Valle dei Segni e sui rapporti con università e centri di ricerca.
E le incisioni rupestri, pur restando il riferimento più immediato, non esauriscono il patrimonio camuno. Ci sono le testimonianze romane, i castelli, le chiese, i borghi, l’arte sacra e le opere del Romanino. Poi c’è la produzione contemporanea, che nella candidatura dovrebbe diventare uno dei punti di contatto fra il passato e ciò che la Valle Camonica e il territorio in provincia di Bergamo vuole essere nei prossimi anni.
Il programma e perché la Valle Camonica si candida
“10.000 anni di futuro” è, prima ancora che uno slogan, la sintesi del posizionamento scelto per il dossier. La Valle Camonica vuole partire dai segni lasciati dall’uomo sulla roccia e usarli come chiave per parlare dei segni che una comunità può lasciare oggi: culturali, sociali, ambientali e tecnologici.
Il programma definitivo dovrà tradurre questa idea in progetti, eventi e interventi concreti. Tra i temi indicati nel percorso preparatorio compaiono la montagna, il carattere diffuso della candidatura, l’identità della Valle dei Segni, l’UNESCO, il turismo e l’ospitalità, il coinvolgimento dei soggetti privati e la costruzione di una governance in grado di gestire un progetto complesso.
Non mancherà il capitolo delle infrastrutture culturali ma la candidatura non si giocherà soltanto sulla quantità degli eventi o sulla capacità di riempire un calendario. Uno dei nodi sarà la partecipazione. Giovani, scuole, associazioni, cittadini e imprese dovranno essere coinvolti nella costruzione del programma, con attenzione anche all’accessibilità e all’inclusione.
Il progetto della Capitale italiana della Cultura richiama esplicitamente l’utilizzo di nuovi strumenti per ampliare l’accesso alla cultura e raggiungere pubblici più giovani con l’aiuto della tecnologia. Per la Valle Camonica può diventare anche un modo per raccontare il patrimonio archeologico attraverso linguaggi diversi da quelli tradizionali. Dopo il debutto istituzionale a Palazzo Pirelli, la candidatura sarà presentata ufficialmente in Valle Camonica sabato 19 settembre, al Museo Nazionale della Preistoria di Capo di Ponte. Non è l’unica in lizza, ovviamente: c’è anche Bassano del Grappa tra i candidati.
C’è un paesaggio, in Sicilia, disegnato da secoli di lavoro umano e dal vento che soffia dal Mediterraneo. Sono le saline che punteggiano la costa occidentale dell’isola, tra Trapani, Marsala, Misiliscemi e Paceco: quel mosaico di vasche colorate, mulini a vento e argini che oggi fa un passo verso un importante riconoscimento internazionale.
Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica ha dato il via libera alla candidatura delle Saline di Sicilia per l’iscrizione al Programma MaB (Man and the Biosphere) dell’UNESCO, come Riserva della Biosfera. La candidatura, promossa dalla Camera di Commercio di Trapani e portata avanti da un comitato dedicato, dovrà ora affrontare la valutazione finale a Parigi.
Se arrivasse l’approvazione, quest’area diventerebbe la prima zona umida costiera costruita dall’uomo a ricevere questo titolo.
Un paesaggio che l’uomo ha costruito insieme alla natura
Ciò che rende speciale le saline in Sicilia non è solo la loro bellezza, innegabile soprattutto quando travolte dai colori del tramonto, quando l’acqua si tinge di rosa e arancio per la concentrazione salina e i riflessi del cielo. È il fatto che questo paesaggio esista grazie a un equilibrio tra intervento umano e biodiversità.
Le vasche, scavate e regolate dall’uomo fin dall’epoca fenicia e perfezionate nei secoli, sono diventate nel tempo un habitat perfetto per specie che altrove faticano a trovare spazio: fenicotteri rosa, avocette, cavalieri d’Italia e decine di altre specie di uccelli migratori trovano qui cibo e riparo, attratti proprio dalla salinità che l’attività estrattiva mantiene viva.
È un caso raro in cui la produzione umana, anziché sottrarre spazio alla natura, ne ha creato di nuovi. Il riconoscimento come Riserva della Biosfera non premierebbe quindi un angolo di natura incontaminata, ma un modello di convivenza tra lavoro e ambiente che dura da centinaia di anni.
Cosa fare tra le saline di Trapani, Marsala, Misiliscemi e Paceco
Al di là del valore simbolico della candidatura, questo tratto di costa è già oggi una delle esperienze più originali che la Sicilia occidentale possa offrire e vale la pena viverlo prima ancora che arrivi il timbro UNESCO. Si può percorrere il sentiero tra le vasche a piedi o in bicicletta, tra i mulini a vento restaurati che un tempo servivano a movimentare l’acqua e a macinare il sale, oggi trasformati in punti panoramici e piccoli musei che raccontano la storia di questo mestiere.
Il momento migliore per andarci è il tardo pomeriggio, quando la luce accende i colori delle vasche e aumentano le probabilità di avvistare i fenicotteri che si nutrono lungo i bordi. Da qui, in barca, si raggiunge facilmente l’isola di Mozia, con le sue rovine fenicie affacciate direttamente sulla laguna, un altro pezzo di storia che si intreccia con quello del sale.
Chi vuole portarsi a casa qualcosa di autentico può fare tappa in una delle rivendite lungo la strada, dove si trova il fior di sale locale, raccolto ancora a mano secondo metodi tradizionali. E per chi ha qualche giorno in più, le isole Egadi sono a un passo, per unire alla visita delle saline anche il mare cristallino che ha reso famosa questa costa.
È un anno importante per Castel del Monte, che celebra i 30 anni dall’ingresso nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO con una settimana di appuntamenti. Dall’apertura del 5 e fino al 12 settembre sono previsti cinque incontri imperdibili che vogliono raccontare il monumento mettendolo in relazione con linguaggi e interpreti del presente.
30 anni di Unesco per Castel del Monte
Castel del Monte dal 1996 è inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO e oggi, a 30 anni di distanza, Andria sceglie di celebrarlo andando oltre la commemorazione per proporre un programma culturale ricco.
Il filo conduttore è l’armonia. Quella delle geometrie e delle proporzioni che caratterizzano l’edificio voluto da Federico II, ma anche quella che può nascere dal confronto tra epoche, discipline e sensibilità lontane; per gli appuntamenti sono stati coinvolti musicisti, registi, studiosi, artisti e coreografi.
L’obiettivo del Comune di Andria è molto chiaro: si vuole trasformare il trentennale in un momento di riflessione con lo sguardo puntato al futuro; la Sindaca Giovanna Bruno in una nota ufficiale ha dichiarato che il riconoscimento porta con sé la responsabilità di custodire e trovare nuove forme per raccontare un luogo coinvolgendo i più giovani. Il progetto nasce proprio dall’idea di affiancare alla tutela la produzione culturale, lasciando che storia e contemporaneità si incontrino all’interno del monumento.
Sulla stessa linea la direttrice del Castello Svevo di Bari della Direzione regionale Musei nazionali di Puglia, Anita Guarnieri. Il doppio anniversario, quello UNESCO e quello del Festival Castel dei Mondi, diventa secondo Guarnieri un’occasione per rinnovare l’attenzione verso un bene dal valore riconosciuto a livello internazionale. Non solo visite e conservazione, dunque: anche studio, confronto e interpretazioni nuove possono contribuire alla valorizzazione del sito.
iStockCastel del Monte festeggia 30 anni Unesco con tanti eventi
Il programma
L’attività è stata inaugurata il 5 settembre con Fulvio Delle Donne; lo storico e filologo del Medioevo attualmente nell’organico dell’Università Federico II di Napoli si è affiancato al docente di storia medievale Victor Rivera Magos per un approfondimento con al centro proprio la figura di Federico II toccando il contesto politico e culturale che portò alla nascita di Castel del Monte.
Il 7 settembre, il secondo appuntamento è in programma alle 11 con Maria Luisa Bafunno, regista e docente alla NABA di Milano, e il controtenore Nicolò Balducci. Il dialogo ruota attorno a Carlo Broschi, conosciuto come Farinelli, e affronta temi legati alla voce, al corpo, all’identità e alla memoria.
Giovedì 10 settembre a partire dalle 17 ci sarà il visual artist e docente dell’Accademia di Belle Arti di Roma Dario Agrimi a raccontare di pittura, scultura, fotografia e installazioni raccontando come l’armonia e la percezione siano spesso collegate al mondo delle arti visive.
Dalle 17 di venerdì 11 settembre andrà in scena l’intervento approfondito del coreografo Emiliano Pellisari; il fondatore della compagnia NoGravity parlerà del rapporto tra corpo e movimento, geometria e spazio.
L’appuntamento finale è atteso per sabato 12 settembre; dalle ore 17 la direttrice di Mittelfest di Cividale del Friuli Agata Tomšič e l’autore e regista Roberto Latini intervengono per portare una riflessione sul teatro contemporaneo.
Quattro masse di pietra affiorano dalla lunga cresta rocciosa della Montagna Nera, separate da gole profonde e ravvicinate abbastanza da sembrare parte di un’unica grande fortezza. In realtà sono quattro manieri distinti, Cabaret, Tour Régine, Surdespine e Quertinheux, ciascuno con una propria fisionomia e una funzione precisa all’interno del sistema difensivo. Parliamo dei Castelli di Lastours, che quest’anno hanno ricevuto il riconoscimento UNESCO entrando a far parte del sito seriale delle Forteresses royales capétiennes du Languedoc, insieme alla Cité de Carcassonne e ad altre 6 fortezze del territorio.
La visita parte dal belvedere, raggiungibile dal paese, e offre la prospettiva migliore per leggere il complesso nella sua interezza: questa quattro fortezze compaiono sulla cresta in successione, ciascuna con una silhouette diversa. Poi il percorso sale verso le rovine attraverso il paesaggio della Montagna Nera. Il sito comprende anche un’esposizione archeologica dedicata a 4.000 anni di storia, oltre a un itinerario dedicato a geologia, botanica e zoologia.
Da lontano sembrano quasi sentinelle della stessa famiglia. Avvicinandosi, invece, emergono differenze sorprendenti: Lastours resta impresso soprattutto per la sua concentrazione. In uno spazio relativamente ristretto convivono testimonianze archeologiche antichissime, un villaggio medievale, quattro fortificazioni, grotte, boschi e gole. Il soprannome “Citadelles du Vertige” (Cittadelle delle Vertigini) rende bene la sensazione che accompagna la visita.
Cabaret, la fortezza che dà il nome all’intero complesso
Il Castello di Cabaret è il più rappresentativo dei quattro e quello che ha dato il nome alla baronia medievale e al complesso attuale. Occupa una posizione dominante e conserva una struttura che rende leggibile la sua funzione militare. La pietra calcarea chiara conferisce alle murature una tonalità quasi luminosa sotto il sole dell’Aude, soprattutto nelle ore centrali, quando il contrasto fra le pareti e la vegetazione circostante diventa netto.
iStockLe rovine del Castello di Cabaret
Il mastio rappresentava il fulcro della fortificazione. La torre principale mantiene ancora aperture e dettagli architettonici in grado di restituire qualcosa dell’antica organizzazione degli spazi. Sul lato occidentale si apre una bella finestra, elemento quasi inatteso in un ambiente costruito soprattutto per la difesa. Da quella quota lo sguardo raggiunge la valle e segue la linea accidentata della Montagna Nera.
Cabaret possiede anche un valore simbolico particolare: prima della trasformazione voluta dalla monarchia francese, la baronia rappresentava una realtà signorile potente e autonoma. Il suo legame con il catarismo contribuì a trasformare il luogo in uno degli scenari della lunga guerra religiosa e politica che sconvolse il Linguadoca nel XIII secolo.
Alle sue pendici si trovava il Castrum de Cabaret, il villaggio medievale legato alla fortezza. Oggi rimangono tracce archeologiche di abitazioni e strutture che restituiscono l’immagine di una comunità molto più articolata rispetto alle sole mura ancora visibili sulla sommità.
Tour Régine, la torre della Corona francese
Tour Régine, dal canto suo, ha un aspetto diverso dagli altri castelli e racconta più di qualsiasi altro la volontà della monarchia di affermare il proprio dominio sul territorio. Il nome stesso, associato alla figura della regina, richiama il potere reale. La torre fu infatti aggiunta nel processo di riorganizzazione del sistema difensivo successivo alla crociata albigese. Il suo profilo circolare appare particolarmente elegante rispetto alle forme più irregolari delle altre fortificazioni.
Una scala interna conduce verso l’ingresso, collocato in posizione elevata. La scelta aveva una logica precisa: un accesso rialzato rendeva più complessa un’azione diretta contro la porta e obbligava eventuali aggressori a esporsi sulla parete rocciosa. La Tour Régine è anche un esempio efficace della nuova architettura militare promossa dai Capetingi nel sud della Francia.
La fortificazione doveva difendere, certo, ma anche mostrare il nuovo ordine politico. La pietra costruiva quindi una dichiarazione di potere rivolta tanto a eventuali nemici quanto alle popolazioni locali. Guardando verso gli altri tre castelli, si percepisce meglio la logica dell’intero sistema. Le fortificazioni occupano punti diversi della cresta e delle pendici, creando una rete visiva e difensiva adattata alla conformazione naturale.
Surdespine, la fortezza più alta della cresta
Poi c’è Surdespine che si erge in una posizione elevata e presenta una struttura raccolta, con elementi architettonici ancora facilmente riconoscibili. Prima della riorganizzazione di Cabaret, questo forte aveva un ruolo di primo piano all’interno del complesso. Il recinto racchiudeva un edificio principale collegato a una torre, mentre una cisterna garantiva una riserva d’acqua preziosa per una guarnigione insediata in quota.
Il dettaglio più curioso arriva dalle aperture dell’edificio residenziale: quattro finestre semicircolari, caratterizzate da conci in pietra calcarea, si affacciano verso est, sopra il burrone. In una struttura nata per la guerra, queste finestre raccontano la presenza di ambienti destinati anche alla vita quotidiana.
La cisterna merita attenzione per un altro motivo. L’acqua, infatti, rappresentava uno dei problemi principali per qualsiasi fortezza posta su una cresta rocciosa. Una posizione strategica poteva diventare inutile senza riserve sufficienti durante un assedio. A Lastours la gestione delle risorse era quindi parte integrante della difesa, accanto a mura, torri e porte.
Surdespine restituisce forse la sensazione più chiara di una fortezza costruita in dialogo con la montagna. Le superfici murarie seguono il terreno e la roccia affiora accanto alle strutture medievali, rendendo difficile stabilire con un solo sguardo il confine fra opera umana e rilievo naturale.
Quertinheux, il posto avanzato sopra il villaggio
Infine Quertinheux che occupa una quota inferiore rispetto agli altri tre castelli e svolgeva il ruolo di avamposto rivolto verso il paese e la valle. La sua posizione permette di comprendere una delle idee più interessanti dell’intero complesso: le fortificazioni di Lastours erano unite da rapporti visivi e funzionali. Quertinheux controllava il settore inferiore e sorvegliava l’accesso al territorio, mentre le altre dominavano le porzioni più alte della cresta.
La fortificazione riunisce una torre, un edificio principale, una cinta e strutture per la raccolta dell’acqua. La sua architettura presenta caratteristiche che richiamano Cabaret e Tour Régine, quasi fosse una sintesi delle soluzioni adottate negli altri settori. Accanto a Quertinheux si trova inoltre una delle cavità più note del sito, il Trou de la Cité, una grotta legata alla particolare natura carsica della montagna. Il sottosuolo aggiunge così un altro livello alla visita, perché la storia di Lastours riguarda anche la geologia del luogo.
Ci sono luoghi ed esperienze che sanno conquistare in un attimo il proprio posto nella lista dei viaggi da fare almeno una volta nella vita. Luglio ci ha portato alla scoperta di castelli arroccati su speroni di roccia diventati patrimonio UNESCO, borghi italiani dove si respirano ancora le tradizioni del passato e ponti sospesi tra montagne ad altezze mozzafiato. Abbiamo viaggiato anche con la fantasia, immaginando città galleggianti destinate a navigare intorno al mondo e alzando gli occhi al cielo in attesa della grande eclissi solare del 2026 che si terrà ad agosto.
Ecco alcuni dei luoghi, delle esperienze e delle storie che più hanno fatto sognare i lettori di SiViaggia nell’ultimo caldissimo mese e che hanno saputo ispirare tutti coloro che amano mettersi in cammino e guardare il mondo con occhi sempre curiosi e pronti a nuove emozioni.
Il bianco delle facciate e il blu intenso di porte e finestre ha fatto sì che uno dei luoghi più riconoscibili della Tunisia entrasse nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Sidi Bou Saïd è il decimo sito della nazione che ottiene questo importante riconoscimento.
Sidi Bou Saïd, il nuovo Patrimonio UNESCO della Tunisia
Sidi Bou Saïd punta al riconoscimento internazionale come centro culturale e spirituale del Mediterraneo. È questo il titolo scelto per la candidatura del borgo tunisino, avviata nel 2024 dal ministero degli Affari culturali e dall’Istituto nazionale del patrimonio, con il coinvolgimento delle autorità locali.
Sono tre i motivi principali che hanno portato all’elezione: il primo è sicuramente l’architettura unica del borgo con case bianche e azzurre affacciate sul mare; poi c’è il legame spirituale con il maestro sufi Sidi Abu Said e dunque il suo fortissimo spirito artistico. Da oltre un secolo proprio qui pittori, scrittori e creativi si incontrano scambiandosi idee e ispirazioni da tutto il mondo.
L’estetica per cui Sidi Bou Saïd è conosciuta oggi prese forma soprattutto nei primi anni del Novecento. Un ruolo decisivo lo ebbe il barone Rodolphe d’Erlanger, musicologo e studioso della cultura araba. Restaurò il palazzo Ennejma Ezzahra e si impegnò nella difesa dell’architettura tradizionale. Fu allora che le pareti bianche e gli infissi blu diventarono una regola. E, col tempo, il simbolo del paese.
Il riconoscimento UNESCO è prezioso ma porta con sé obblighi come quello di controllare lo sviluppo urbano e proteggere l’integrità delle abitazioni storiche gestendo al meglio l’aumento dei visitatori.
iStockL’incantevole cittadina di Sidi Bou Saïd
Gli altri patrimoni UNESCO della Tunisia
In elenco, oltre a Sidi Bou Saïd inserito nel 2026 ci sono:
Medina di Tunisi;
Sito archeologico di Cartagine;
Anfiteatro di El Jem;
Parco nazionale di Ichkeul;
Città punica di kerkouane e la sua necropoli;
Medina di Susa;
Al-Qayrawan;
Dougga;
Gerba.
Cosa vedere e cosa fare a Sidi Bou Saïd
Le vie principali salgono tra muri candidi, portoni decorati, grate in ferro battuto e balconi coperti da bouganville. Basta allontanarsi di pochi metri dai percorsi più frequentati per trovare cortili silenziosi e scorci sul Golfo di Tunisi.
Una delle tappe imperdibili è Dar El Annabi, una casa tradizionale oggi sede museale. Al suo interno si possono ammirare un patio e gli arredi tipici, oltre ad abiti e oggetti che raccontano la vita tunisina del passato. Nella stessa zona c’è anche Ennejma Ezzahra, il palazzo costruito da d’Erlanger al cui interno è ospitato il Centro delle musiche arabe e mediterranee.
Può bastare una giornata per visitarlo ma la cosa più interessante è che può essere inserito in un itinerario di più giorni della Tunisia comprendendo ad esempio Tunisi, il museo del Bardo e Cartagine.
iStockIl centro di Sidi Bou Saïd
Dove si trova Sidi Bou Saïd e come raggiungerlo
Per visitare Sidi Bou Saïd la cosa migliore è partire da Tunisi che dista circa 18 chilometri; in auto si è comodi e liberi da orari ma per chi viaggia con i mezzi pubblici è disponibile il treno che collega la capitale con La Goulette, Cartagine, Sidi Bou Saïd e La Marsa.
Il Wat Phra Mahathat Woramahawihan, nella provincia di Nakhon Si Thammarat, entra ufficialmente nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, diventando il primo Sito Patrimonio Culturale Mondiale della Thailandia del sud. Il riconoscimento, arrivato il 25 luglio 2026 durante la 48ª sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale riunito a Busan, in Corea del Sud, premia un luogo simbolo della spiritualità thailandese e una tradizione di fede che continua da oltre 1.250 anni.
Con questa iscrizione, il tempio rappresenta il sesto sito culturale thailandese riconosciuto dall’UNESCO e porta a nove il numero complessivo dei Patrimoni Mondiali della Thailandia, includendo siti culturali e naturali. Il Wat Phra Mahathat Woramahawihan diventa così una nuova meta di interesse internazionale per chi desidera scoprire un volto autentico del Paese, lontano dai percorsi più conosciuti, dove storia, religione e cultura locale convivono ancora oggi.
Il Grande Stupa delle Reliquie del sito
Esteso su una superficie di oltre 5 ettari, il Wat Phra Mahathat Woramahawihan è da più di un millennio un importante centro del buddismo thailandese. Il cuore del complesso è il Grande Stupa delle Reliquie, conosciuto come Phra Borommathat Chedi, una struttura dalla caratteristica forma a campana ispirata allo stile srilankese e considerata uno dei monumenti più iconici della Thailandia.
Lo stupa principale è impreziosito da una guglia dorata rivestita con oltre 725 chilogrammi d’oro, elemento che ne esalta la maestosità e il profondo significato spirituale. Attorno si trovano 153 stupa secondari, che contribuiscono a creare un insieme architettonico di straordinario valore storico e artistico.
Il riconoscimento UNESCO non riguarda però soltanto la bellezza delle strutture conservate all’interno del complesso. Il tempio custodisce infatti numerosi altri monumenti storici, ognuno legato a racconti e tradizioni che testimoniano l’evoluzione culturale e religiosa di Nakhon Si Thammarat nel corso dei secoli. Il sito rappresenta la continuità di una civiltà che ha saputo mantenere viva la propria identità attraverso l’arte, l’architettura e la pratica spirituale.
Ufficio StampaWat Phra Mahathat Woramahawihan
Un patrimonio culturale vivente
Uno degli aspetti che ha reso il Wat Phra Mahathat Woramahawihan meritevole dell’iscrizione UNESCO è il suo essere un patrimonio culturale ancora vissuto dalla comunità locale. Il tempio non è soltanto una testimonianza del passato, ma un luogo dove la devozione continua a manifestarsi attraverso celebrazioni e rituali tramandati da generazioni.
Tra le tradizioni più importanti c’è l’Hae Pha Khuen That, la Processione del Tessuto verso il Grande Stupa delle Reliquie, celebrata ogni anno durante Makha Bucha. Questa cerimonia sacra si svolge da quasi 800 anni e coinvolge migliaia di fedeli buddisti, che portano oltre 1.000 metri di tessuti Phra Bot e Phrathat per avvolgere lo stupa come gesto di venerazione e rispetto.
Proprio il legame costante tra il monumento e la popolazione locale ha avuto un ruolo fondamentale nel riconoscimento internazionale. L’UNESCO ha infatti valorizzato non solo la conservazione materiale del sito, ma anche la partecipazione della comunità, che continua a sostenere e trasmettere questo patrimonio spirituale.
Oggi il Wat Phra Mahathat Woramahawihan è l’unica destinazione della Thailandia del Sud presente nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. Dopo oltre dieci anni di candidatura, Nakhon Si Thammarat si afferma come un punto di riferimento per il turismo culturale, offrendo ai visitatori l’opportunità di conoscere un Paese autentico, dove fede, storia e tradizioni rimangono parte integrante della vita quotidiana.
A luglio 2026 le Fortezze reali della Linguadoca sono entrate a far parte del Patrimonio Mondiale UNESCO, ottenendo un riconoscimento internazionale per il loro valore storico, architettonico e paesaggistico.
Distribuite tra Aude e Ariège in Occitania (Francia), queste otto fortezze raccontano la nascita del potere reale francese nel sud del Paese dopo la Crociata contro gli Albigesi (XIII secolo). Costruite su rilievi spettacolari, rappresentano un sistema difensivo unico, dove mura e montagne sembrano fondersi in un unico paesaggio.
Sale a ferro di cavallo, palchi decorati, antichi velluti e macchine sceniche che raccontano storie di musica e spettacolo: sono i teatri condominiali all’italiana, dieci piccoli capolavori nascosti tra borghi e città storiche del Centro Italia che nel luglio 2026 hanno conquistato il riconoscimento UNESCO.
Il Comitato del Patrimonio Mondiale UNESCO, riunitosi a Busan in Corea del Sud, ha infatti riconosciuto il valore universale del “Sistema dei teatri condominiali all’italiana del XVIII e XIX secolo nell’Italia centrale”, portando a 62 il numero dei siti italiani iscritti nella prestigiosa lista.
Un riconoscimento che premia senz’altro la bellezza di queste sale teatrali, con palchi decorati e atmosfere da grande opera, ma anche la loro storia straordinaria: questi teatri sono nati infatti grazie alla partecipazione delle comunità locali, che a cavallo tra Settecento e Ottocento decisero di unirsi per costruire e gestire luoghi dedicati alla cultura e allo spettacolo. Ancora oggi questi teatri rappresentano il cuore pulsante di molti borghi italiani: ospitano spettacoli, concerti, festival e continuano a raccontare una tradizione in cui il teatro era intrattenimento sì, ma anche uno spazio di incontro e identità collettiva.
Vi suggeriamo dunque un itinerario, un percorso perfetto per chi ama il turismo culturale e vuole scoprire un’Italia meno conosciuta, dove piccoli centri intrecciano arte, storia e comunità e qui questi convivono ancora oggi.
Perché i teatri condominiali sono UNESCO
Il termine “condominiali” racconta già la loro caratteristica più originale. A differenza dei grandi teatri costruiti dalle corti aristocratiche, questi edifici nacquero grazie a un modello partecipativo: cittadini, famiglie locali e istituzioni contribuirono economicamente alla loro realizzazione diventandone proprietari. Tra XVIII e XIX secolo, nei piccoli centri dell’Italia centrale, il teatro diventò così un elemento fondamentale della vita sociale. Le sale a ferro di cavallo, con la platea e i palchetti disposti secondo il modello italiano, erano luoghi di spettacolo e punti di riferimento per la comunità.
Il valore riconosciuto dall’Unesco nasce proprio dall’unione di tre elementi: architettura, funzione culturale e partecipazione civica. Un modello innovativo che ha permesso per oltre due secoli di mantenere viva la tradizione dello spettacolo dal vivo anche lontano dalle grandi capitali culturali. Oggi questi teatri conservano ancora la loro funzione originaria e continuano a essere luoghi vivi, capaci di adattarsi ai nuovi linguaggi artistici senza perdere il fascino del passato.
Itinerario nei 10 teatri condominiali Unesco in Italia
Dalle colline del Montefeltro ai borghi marchigiani, fino all’Umbria del Festival dei Due Mondi: ecco le tappe del nuovo itinerario culturale Unesco.
Teatro Angelo Mariani di Sant’Agata Feltria (Emilia-Romagna)
Tra le colline del Montefeltro si nasconde uno dei teatri storici più affascinanti d’Italia. Il Teatro Angelo Mariani colpisce per le sue dimensioni raccolte e per la sua atmosfera elegante: una vera bomboniera interamente realizzata in legno, dove ogni dettaglio richiama il fascino del teatro d’opera ottocentesco. La sala all’italiana, con la caratteristica forma a ferro di cavallo e i palchetti decorati, regala ai visitatori un’esperienza immersiva, riportando chi lo ammira ancora oggi indietro nel tempo.
Nel cuore delle Marche, il Teatro Gentile di Fabriano racconta una storia di bellezza e resilienza. Danneggiato dal terremoto del 1997, è stato restituito alla città dopo un importante intervento di recupero, tornando a essere uno dei principali luoghi culturali del territorio. La sua elegante sala, impreziosita da decorazioni e palchi, rappresenta il legame profondo tra il teatro e la comunità che lo ha custodito nel tempo.
Il Teatro Pergolesi di Jesi è uno degli esempi più emblematici del modello condominiale. La sua costruzione fu resa possibile grazie a una società composta da 57 cittadini proprietari, che parteciparono direttamente alla nascita del teatro. Inaugurato nel 1798, ancora oggi è permeato dal fascino delle grandi sale italiane e ospita una ricca programmazione di opere, concerti e spettacoli.
Nel centro storico di Ascoli Piceno si trova uno dei teatri più eleganti delle Marche. Il Ventidio Basso conquista con la sua sala all’italiana, i tre ordini di palchi e le decorazioni ottocentesche che testimoniano il prestigio raggiunto dal teatro italiano. Una visita in questo antico gioiello permette di scoprire il lato più raffinato della città, tra architettura, musica e tradizione.
Teatro Serpente Aureo di Offida (Marche)
Nel borgo di Offida, considerato uno dei più belli delle Marche, il Teatro Serpente Aureo è un piccolo scrigno culturale. Il nome richiama lo stemma cittadino del serpente d’oro, mentre gli interni sorprendono con decorazioni, stucchi e dipinti allegorici. Una tappa perfetta per chi vuole unire cultura teatrale e viaggio nei borghi storici italiani.
Con i suoi 124 palchi distribuiti su cinque ordini, il Teatro dell’Aquila di Fermo è uno dei più spettacolari teatri storici italiani. La sua particolarità più affascinante è la presenza della macchina scenica ottocentesca ancora funzionante, una testimonianza unica della complessità degli spettacoli di un tempo, nonché un vero monumento alla tradizione teatrale italiana.
Teatro Lauro Rossi di Macerata (Marche)
Il Teatro Lauro Rossi rappresenta perfettamente lo spirito dei teatri condominiali. Nato come “Teatro dei Condomini”, fu costruito grazie alla partecipazione dei cittadini e ancora oggi mantiene il suo ruolo centrale nella vita culturale di Macerata. Le sue eleganti decorazioni e la sua storia lo rendono una delle tappe più importanti dell’itinerario Unesco.
Teatro Feronia di San Severino Marche (Marche)
Il Teatro Feronia custodisce una storia particolare: venne realizzato alla fine del Settecento all’interno degli spazi di una precedente chiesa. Questa trasformazione racconta il cambiamento della società dell’epoca, quando il teatro iniziò a diventare un luogo aperto e condiviso dalla comunità.
Nel borgo di Urbania, antica città del Ducato di Urbino, il Teatro Bramante sorprende per la sua atmosfera raccolta.
Costruito all’interno di un antico complesso conventuale, porta il nome di Donato Bramante e rappresenta il perfetto incontro tra architettura, storia e cultura.
Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti di Spoleto (Umbria)
Ultima tappa del viaggio è Spoleto, dove il Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti rappresenta il legame tra tradizione e innovazione. Il teatro è indissolubilmente legato al celebre Festival dei Due Mondi, una delle manifestazioni culturali più importanti d’Italia fondata proprio da Gian Carlo Menotti.
L’Italia conquista un nuovo riconoscimento UNESCO e, ancora una volta, a essere premiato è un patrimonio che non ha eguali nel mondo. Il Comitato del Patrimonio Mondiale, riunito a Busan(in Corea del Sud), ha iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale i teatri condominiali dell’Italia centrale, un patrimonio diffuso unico composto da 10 teatri storici distribuiti tra Marche, Emilia-Romagna e Umbria.
Non si tratta semplicemente di splendidi edifici storici, ma di un vero e proprio “sistema” nato tra Settecento e Ottocento in cui erano gli stessi cittadini a finanziare, costruire e condividere la proprietà del teatro, trasformandolo nel cuore della vita culturale della comunità. Ancora oggi questi gioielli architettonici custodiscono sale eleganti e palchi decorati che hanno visto secoli di spettacoli, musica e tradizioni, rappresentando una tappa imperdibile per chi ama scoprire luoghi ricchi di storia e di fascino.
Un nuovo emozionante riconoscimento che porta a 62 il numero dei siti italiani iscritti nella lista UNESCO.
Perché i teatri condominiali entrano nella lista UNESCO
I teatri condominiali rappresentano un fenomeno tutto italiano. Tra il Settecento e l’Ottocento, nei piccoli centri dell’Italia centrale, cittadini, nobili e amministratori locali decisero di unirsi per costruire spazi destinati agli spettacoli, diventandone comproprietari attraverso una sorta di “condominio” ante litteram.
In un’epoca in cui il teatro era spesso riservato alle corti aristocratiche, questi edifici permisero anche agli abitanti dei borghi di assistere all’opera, alla musica classica e ad altri spettacoli dal vivo. Le loro eleganti sale a palchi divennero così veri centri della vita comunitaria, contribuendo alla diffusione della cultura ben oltre le grandi città.
Ufficio StampaTeatro dell’Aquila è nuovo patrimonio UNESCO nel sistema di teatri condominiali
Più che semplici edifici storici, quindi, questi teatri raccontano una storia di partecipazione collettiva: furono infatti le comunità locali a investire nella loro costruzione e a mantenerli vivi nel corso dei secoli. È proprio questo modello, che unisce valore architettonico, funzione culturale e identità civica, ad aver convinto l’UNESCO a riconoscere il sito come patrimonio dell’umanità.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha definito i teatri condominiali “gioielli architettonici” e una “infrastruttura culturale italiana di eccellenza”, sottolineando come abbiano consentito per oltre due secoli anche agli abitanti dei piccoli centri di accedere all’opera, alla musica classica e agli spettacoli dal vivo.
Grande soddisfazione è stata espressa anche dal presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli, promotore della candidatura, che ha definito la decisione del Comitato UNESCO “un risultato storico per le Marche e per l’intero sistema teatrale e culturale regionale e nazionale”, sottolineando come il riconoscimento confermi “il valore universale di un patrimonio unico al mondo”.
Emozione anche da parte di Lucia Chiatti, direttrice generale della Fondazione Pergolesi Spontini, che gestisce il Teatro Pergolesi di Jesi. In un’intervista a La Repubblica ha raccontato di aver atteso “con trepidazione” l’esito di un percorso avviato nel 2020, definendolo una sfida impegnativa che ha permesso di riscoprire e valorizzare ancora di più il patrimonio rappresentato da questi teatri e il lavoro svolto ogni giorno per custodirlo.
I 10 teatri diventati patrimonio UNESCO
Sono 10 i teatri condominiali che entrano nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. Ecco quali sono:
Teatro Angelo Mariani, Sant’Agata Feltria (Emilia-Romagna);
Teatro Pergolesi, Jesi (Marche);
Teatro Ventidio Basso, Ascoli Piceno (Marche);
Teatro Serpente Aureo, Offida (Marche);
Teatro dell’Aquila, Fermo (Marche);
Teatro Lauro Rossi, Macerata (Marche);
Teatro Feronia, San Severino Marche (Marche);
Teatro Gentile, Fabriano (Marche);
Teatro Bramante, Urbania (Marche);
Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti, Spoleto (Umbria).
Il nuovo riconoscimento UNESCO è anche un invito a esplorare alcuni dei borghi più affascinanti dell’Italia centrale. Molti di questi teatri sono ancora oggi utilizzati per stagioni liriche, concerti, spettacoli di prosa e festival, permettendo ai visitatori di vivere non solo la bellezza delle loro architetture, ma anche la loro funzione originaria.
Gli altri siti nel mondo entrati nella lista UNESCO
Quella dei teatri condominiali non è stata l’unica novità annunciata durante la riunione del Comitato del Patrimonio Mondiale UNESCO a Busan. Tra i nuovi siti iscritti figurano anche alcuni luoghi di straordinario valore storico, culturale e naturale distribuiti in diversi continenti.
A entrare nella prestigiosa lista sono stati il Monte Olimpo, la vetta più alta della Grecia e simbolo della mitologia ellenica, e le spiagge dello sbarco in Normandia, in Francia, dove sono ancora conservate importanti testimonianze del D-Day del 1944.
Il riconoscimento è stato assegnato anche a 13 opere dell’architetto finlandese Alvar Aalto, considerate un esempio emblematico dell’architettura modernista del XX secolo, e al castello di Alamut, nel nord dell’Iran, una storica rete di fortezze costruita sui monti Alborz.
Completano il nuovo elenco il corridoio di migrazione terrestre degli animali Boma-Badingilo in Sud Sudan, le antiche capitali giapponesi di Asuka e Fujiwara, l’architettura modernista di Tashkent, in Uzbekistan, e le piantagioni agricole coloniali di São Tomé e Príncipe, ulteriore testimonianza della storia e dell’evoluzione del paesaggio culturale africano.
Anche il centro modernista della città di Gdynia, in Polonia, è entrato ufficialmente nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO il 27 luglio 2026.
C’è una notizia che arriva dal sud del Libano e tocca il cuore di chi guarda al Mediterraneo come a una culla di civiltà e bellezza: l’antica città di Tiro è stata ufficialmente iscritta dall’UNESCO tra i patrimoni dell’umanità in pericolo.
L’annuncio è giunto da Busan, in Corea del Sud, durante la 48ª sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale. La decisione, sollecitata dalle autorità libanesi, arriva dopo che il sito ha subito impatti e danni diretti, alimentando forte preoccupazione per la tutela dei suoi tesori millenari.
La città di Tiro tra i patrimoni in pericolo
Distante appena venti chilometri dal confine con Israele, lungo la costa meridionale del Libano, Tiro rappresenta una delle tappe più affascinanti della memoria mediterranea. Meta imprescindibile per chi ama l’archeologia e la stratificazione delle antiche civiltà, la città custodisce due aree protette dall’UNESCO, celebri per le vestigia d’epoca romana come il grande arco di trionfo e l’ippodromo del II secolo.
Un’eredità straordinaria che oggi si ritrova al centro delle ostilità: dall’inizio delle operazioni contro Hezbollah a marzo, la città è stata scossa da una continua serie di raid, culminata a giugno con il danneggiamento diretto di uno dei complessi monumentali e lo spopolamento quasi totale dei suoi quartieri. Come ha dichiarato l’UNESCO, “Il suo stato di conservazione suscita crescenti inquietudini, in particolare dinanzi alla possibilità di nuovi impatti”.
Tiro, purtroppo, non è un caso isolato nel Medio Oriente: da mesi le tensioni mettono a dura prova l’inestimabile patrimonio dell’area, come nel caso dei 29 siti UNESCO a rischio in Iran.
iStockLe rovine romane e bizantine di Tiro affacciate sul Mediterraneo
Cosa custodisce il sito archeologico di Tiro
Iscritta nel Patrimonio Mondiale dell’UNESCO dal 1984, Tiro rappresenta un luogo simbolo della storia dell’umanità. Fondata secondo la tradizione nel 2750 a.C., questa leggendaria metropoli fenicia dominò a lungo i commerci marittimi del Mediterraneo, arrivando a fondare colonie celebrate come Cadice e Cartagine. È qui che, secondo il mito, venne scoperta la preziosa porpora, il pigmento regale estratto dai molluschi che rese celebre la città in tutto il mondo antico, così come da qui partirono i maestri artigiani inviati dal re Hiram per erigere il Tempio di Salomone a Gerusalemme.
In origine costruita su un’isola considerata inespugnabile, prima che Alessandro Magno la collegasse alla terraferma con un imponente rilevato per conquistarla, Tiro si è trasformata nei secoli in una città prima greca e poi romana, fino a vedere declinare il suo ruolo storico alla fine delle Crociate.
Oggi, il sito si divide in due grandi settori: la zona marittima sulla penisola e la spettacolare area archeologica di El Bass. Tra la terra e le acque che custodiscono parte dei resti sommersi, affiorano i resti delle terme romane, la cattedrale veneziana del XII secolo, la strada colonnata e il monumentale arco di trionfo del II secolo d.C. Poco distante si stende l‘ippodromo romano, uno dei più grandi dell’antichità: un capolavoro di pietra che racconta la grandezza di una città che ha plasmato l’identità del Mediterraneo e che oggi è a rischio.
Il Parco Archeologico di Ercolano, da anni ogni estate, propone un programma ricco di appuntamenti. I vicoli dell’antica città sepolta dal Vesuvio si spengono al buio naturale e si riaccendono di luce artificiale, musica dal vivo e teatro. Venerdì 17 luglio torna il nuovo appuntamento della nona edizione de I Venerdì di Ercolano, la rassegna che negli anni è diventata uno degli eventi più attesi dell’estate campana.
Visite serali di venerdì a Ercolano
Non è una semplice visita guidata notturna, anche se l’idea di base è quella di aprire un sito UNESCO dopo il tramonto e lasciare che lo si possa scoprire senza il caldo e la folla delle ore diurne.
Camminare tra le domus illuminate ad arte, con la luce calda che sostituisce quella accecante del giorno, cambia completamente la percezione del sito. Per il 2026 il filo conduttore è Amore e Guerra, tema che attraversa sette spettacoli site-specific sparsi tra domus e insulae. Il pubblico può muoversi liberamente, incontrare le performance nei punti in cui si svolgono, tornare indietro se ne ha persa una. Ogni spettacolo si ripete più volte nel corso della serata; quindi, non serve arrivare all’orario esatto per non perdersi nulla.
Federica Colaiacomo, direttrice del Parco Archeologico di Ercolano, ha descritto l’iniziativa come un modo per tenere il patrimonio archeologico in dialogo con i linguaggi contemporanei, un luogo dove memoria e creatività si incontrano invece di restare separate. L’iniziativa ha già le carte in regola per regalare soddisfazioni e dopotutto già il mese di giugno si è chiuso con un +5% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
Il parco Ercolano tra ville vesuviane e scavi archeologici è uno dei luoghi più visitati dai turisti in viaggio nella zona di Napoli. Patrimonio UNESCO dal 1997 è passata alla storia per essere stata sepolta da una colata di fango nel 79 d.C.
Oltre alle domus rumane con mosaici consigliamo di non perdere l’antica spiaggia e la terrazza meridionale oltre alla casa dei Cervi e al percorso del decumano Massimo dove si trovavano le antiche botteghe.
Anna AbetI Venerdì di Ercolano per l’estate 2026 propongono un ricco programma
Le prossime date
Dopo l’appuntamento di venerdì 17 luglio, ci saranno altre date:
24 e 31 luglio;
7 agosto
26 settembre: chiude l’evento in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio con un’apertura notturna speciale.
Info utili
Chi è curioso di partecipare deve sapere che ci sono 2 fasce d’ingresso, una alle 20 e una alle 22 ciascuna con un turno di un’ora e trenta minuti. Gli ingressi sono attivi su due varchi, quello di corso Resina 187 e quello di via dei Papiri Ercolanesi 19.
Quanto costa?
Il biglietto intero ha il prezzo di 10 euro;
Il ridotto per cittadini dell’UE tra i 18 e i 25 anni è a 5 euro;
Ingresso gratuito per minorenni e persone con disabilità insieme a un accompagnatore.
Per acquistare i biglietti basta andare sul sito ufficiale di CooCulture oppure attraverso il call center che resta attivo dal lunedì al venerdì negli orari di ufficio; attenzione perché ogni data ha una capienza limitata e i turni tendono a esaurirsi in fretta come abbiamo già visto nelle passate edizioni.
Anna AbetEventi e performance durante i Venerdì di Ercolano
Lungo la costa occidentale della Corsica, nella parte meridionale del Golfo di Porto, c’è un punto in cui la roccia assume sfumature che passano dal rosso intenso al rame, fino all’arancio dorato. Inutile dirlo, ma il contrasto che si crea con il blu profondo del Mar Mediterraneo è di quelli in grado emozionare, anche perché l’effetto cambia durante la giornata. Fra i paesaggi capaci di imprimersi nella memoria al primo sguardo, quindi, i Calanchi di Piana occupano un posto speciale, tanto che questo straordinario complesso naturale rientra nel sito UNESCO del Golfo di Porto e rappresenta uno dei simboli dell’isola francese.
Chi percorre la strada D81 attraversa un vero Giardino di Pietra, appellativo nato dalla straordinaria quantità di pinnacoli, torrioni, falesie, anfratti e massi scolpiti dall’erosione. Alcune pareti raggiungono circa 400 metri d’altezza e sembrano precipitare direttamente nel mare, regalando una sensazione di grandezza pressoché infinita.
Basta volgere lo sguardo verso le pareti rocciose perché l’immaginazione inizi a lavorare: paiono emergere profili umani, animali, cuori, volti e figure fantastiche fra le pieghe della pietra. Eppure, niente di tutto ciò è stato realizzata dall’uomo, perché sono opere magistrali del vento, della pioggia, della salsedine e delle variazioni di temperatura. Sì, ci sono voluti milioni di anni, ma oggi quel che il visitatore può ammirare è una delle meraviglie geologiche più affascinanti del Mediterraneo.
Origine, formazione e leggende dei Calanchi di Piana
L’origine dei Calanchi di Piana affonda le radici nella storia geologica della Corsica. Gran parte delle pareti è costituita da granito porfirico rosso, una roccia magmatica molto resistente caratterizzata dalla presenza di grandi cristalli immersi in una pasta più fine. Proprio la durezza del materiale ha favorito la formazione di pareti verticali, guglie sottili e profonde fratture, invece di rilievi morbidi.
Nel corso di milioni di anni gli agenti atmosferici hanno inciso lentamente la superficie. L’acqua piovana ha sfruttato le linee di frattura, il vento ha levigato gli spigoli e la salsedine ha contribuito al continuo processo di alterazione. Il risultato appare sorprendente, con blocchi giganteschi che sembrano impilati uno sull’altro, mentre archi naturali, cavità e pinnacoli conferiscono al paesaggio un aspetto marziano.
Il riconoscimento UNESCO arrivò nel 1983 insieme al Golfo di Porto, alla Riserva di Scandola e al Golfo di Girolata. L’intera area rappresenta uno dei migliori esempi di interazione fra fenomeni geologici e ambiente marino del Mediterraneo occidentale, con un patrimonio naturalistico di valore eccezionale.
Attorno ai Calanchi, tra le altre cose, si sono sviluppati racconti popolari tramandati dagli abitanti della zona. Più che vere leggende, si tratta di interpretazioni nate osservando le rocce. L’immaginazione umana, infatti, trova facilmente un cane seduto, un cammello, il profilo di un vescovo con la mitra, una brocca, una testa indiana e persino un cuore, conosciuto da molti con il nome di “cuore degli amanti pietrificati”. Diventa quasi un gioco lasciarsi guidare dallo sguardo, confrontando le proprie impressioni con quelle di chi ha attraversato questo tratto di costa nei secoli passati.
Fra tutte, la formazione più celebre resta la Tête de Chien, la Testa di Cane. Appare poco dopo l’ingresso nell’area dei Calanchi e senza dubbio è uno dei punti più fotografati dell’intero itinerario: risulta sorprendente grazie alla fedeltà del profilo scolpito dalla natura.
Gran parte della visita ruota attorno alla strada D81, considerata fra le più spettacolari della Corsica. L’asfalto segue fedelmente il profilo della montagna attraverso circa 12 km ricchi di curve, terrazze naturali e scorci sempre diversi. Procedendo lentamente si colgono dettagli che sfuggirebbero a velocità sostenuta, come la roccia che cambia colore e il mare che compare all’improvviso fra due pareti.
Diversi slarghi permettono una sosta dedicata all’osservazione del panorama. Conviene arrivare durante le prime ore della giornata oppure nel tardo pomeriggio, fasce orarie caratterizzate da una luce più morbida e da una presenza inferiore di visitatori rispetto al pieno dell’estate.
Un’altra prospettiva magica arriva dal mare: le escursioni in barca salpano soprattutto dal porto di Porto e costeggiano le alte falesie fino a Capo Rosso. Soltanto dalla superficie dell’acqua si percepiscono realmente le dimensioni delle pareti, incise da profonde fenditure e grotte marine raggiungibili esclusivamente con piccole imbarcazioni.
Molti itinerari proseguono verso la Riserva di Scandola e il villaggio di Girolata, aggiungendo alla giornata altri paesaggi fra i più celebri della Corsica occidentale. Le moderne barche ibride rappresentano una soluzione particolarmente apprezzata grazie al ridotto impatto ambientale e alla navigazione silenziosa.
Chi preferisce osservare la natura da vicino trova vari sentieri adatti a differenti livelli di preparazione. Il percorso più famoso conduce verso Château Fort: in circa 1 ora e 30 minuti attraversa boschi profumati, grandi blocchi di granito e terrazze panoramiche affacciate sul Golfo di Porto. La parte finale regala una vista ampia sulle falesie rosse, con prospettive impossibili da cogliere dalla strada.
Molto apprezzato risulta anche il percorso diretto a Capo Rosso. In questo caso servono circa 4 ore fra andata e ritorno, ma l’itinerario termina presso una torre genovese del XVI secolo, costruita durante il periodo della dominazione della Repubblica di Genova per sorvegliare la costa e segnalare eventuali incursioni via mare.
Dove si trovano e come arrivare
I Calanchi di Piana occupano la costa centro-occidentale della Corsica, fra i centri di Piana e Porto, lungo il versante meridionale del Golfo di Porto. L’accesso principale avviene tramite la strada dipartimentale D81, arteria panoramica che collega Ajaccio e Calvi seguendo fedelmente la costa. Il tragitto richiede approssimativamente 1 ora e 45 minuti partendo da Ajaccio, circa 2 ore e 15 minuti da Calvi e quasi 3 ore e 30 minuti da Bastia. L’ultimo tratto presenta carreggiata stretta e numerose curve, elementi che contribuiscono al fascino dell’itinerario ma che richiedono una guida prudente.
iStockPercorrendo la strada D81
Chi desidera ammirare le falesie dal mare può raggiungere Porto, punto di partenza della maggior parte delle escursioni in barca dedicate ai Calanchi, a Capo Rosso e alla Riserva di Scandola. Vale la pena dedicare diverse ore a questa zona, perché i Calanchi di Piana cambiano volto con la luce, raccontano milioni di anni di storia geologica e trasformano semplici rocce in figure sorprendenti.
Tra castelli, giardini e segreti di corte, tornano gli itinerari alla scoperta delle Residenze Sabaude: un nuovo programma di visite guidate che dal 27 giugno 2026 a dicembre 2027 invita a vivere il patrimonio delle Residenze Reali Sabaude UNESCO come esperienza immersiva.
Nell’ambito del progetto Italian Royal Experience prende forma “Storie a Corte”, curato da Somewhere Tours & Events, con 40 itinerari tra palazzi, castelli, ville, parchi e giardini. I percorsi di mezza o intera giornata intrecciano storia, paesaggio, arte, gusto e cinema, offrendo un racconto contemporaneo della “Corona di Delizie” sabauda, pensato per visitatori italiani e internazionali.
Per conoscere prezzi, orari e giorni degli eventi, consultare il sito ufficiale dell’evento.
Itinerario Giardini e Parchi
Il filone Giardini e Parchi delle Residenze Reali Sabaude accompagna i visitatori in un viaggio tra natura, storia e paesaggio, seguendo il ritmo delle stagioni e delle fioriture. Sono previsti 5 itinerari tematici per 10 appuntamenti complessivi, dedicati ai giardini come spazi di rappresentanza e sperimentazione botanica.
I percorsi attraversano luoghi iconici come Reggia di Venaria, parchi di Racconigi e Agliè, paesaggi di Govone e Pollenzo e giardini urbani di Torino tra Palazzo Madama, Villa della Regina, Giardini Reali e Parco del Valentino.
Gli itinerari includono “Fioriture di primavera”, “Le rose: regine di maggio”, “Architetture verdi del Seicento e Settecento”, “Parchi romantici dell’Ottocento” e “Atmosfere autunnali: foliage reale”, per un’esperienza immersiva tra colori e memoria.
Ufficio StampaCastello del Valentino a Torino
Itinerario Potere al Femminile
Il filone Potere al Femminile delle Residenze Reali Sabaude racconta le donne che hanno segnato la storia della dinastia sabauda, tra politica, cultura e arte di corte. Due itinerari guidati, per un totale di 10 date, restituiscono voce a regine, duchesse, principesse e favorite che hanno influenzato la vita del Piemonte e dell’Italia.
Tra le protagoniste emergono Maria Cristina di Borbone-Francia, Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, Anna Maria d’Orléans, Rosa Vercellana, Maria Clotilde di Savoia, la Regina Margherita ed Elena del Montenegro.
I percorsi “Donne di Corte e di Potere” e “Regine, Favorite e Principesse” attraversano palazzi, castelli, ville e parchi, offrendo una lettura emozionale e contemporanea della storia sabauda.
Itinerario A Tavola
Il filone A Tavola delle Residenze Reali Sabaude racconta il Piemonte attraverso il gusto, intrecciando storia, paesaggio e cultura gastronomica tra corte e territorio. Gli itinerari partono dai vini e dalle vigne reali, con “Vino e Vigne”, da Villa della Regina ai paesaggi di Langhe, Roero e Monferrato fino a Pollenzo, simbolo di innovazione agricola e visione moderna.
Si prosegue nelle cucine delle Residenze, con “Cucine e Ricette Reali”, dai Musei Reali di Torino al Castello di Racconigi e al Castello di Agliè, dove la tavola racconta vita di corte tra etichetta e grandi eventi. Un capitolo speciale è dedicato al cioccolato, simbolo di Torino e del gusto sabaudo, con “Il Cioccolato dei Savoia” e l’esperienza della Merenda Reale® tra cioccolata calda, bicerin e pasticceria storica.
Ufficio StampaIl Castello di Racconigi
Itinerario Ciak, si gira!
Il filone Ciak, si gira! delle Residenze Reali Sabaude propone un itinerario dedicato ai luoghi del cinema, del teatro e dello spettacolo, dove storia e immaginario si incontrano. Torino apre il racconto con la sua tradizione scenica e cinematografica, dal Teatro Regio alle origini del cinema italiano, fino ai grandi eventi culturali contemporanei.
Il percorso si estende alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, alla Reggia di Venaria e al Castello di Agliè, luoghi simbolo anche di produzioni cinematografiche e televisive internazionali. L’itinerario offre un viaggio tra set cinematografici, architetture reali e memorie teatrali, raccontando Torino e il Piemonte come un grande palcoscenico della cultura.
Consorzio delle Residenze Reali SabaudeLa Reggia Venaria con il suo Giardino e la Fontana Ercole
L’UNESCO ha appena tracciato nuove, affascinanti rotte per l’ecoturismo mondiale. In occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente del 5 giugno 2026, l’organizzazione ha infatti annunciato l’inclusione di 14 nuove riserve della biosfera.
Questa rete globale, nata nel 1971, tocca oggi la straordinaria quota di 797 siti distribuiti in 145 Paesi. Nuove destinazioni per chi è alla ricerca di un viaggio consapevole e di un contatto profondo con la natura e con le culture locali.
Che cosa è una riserva della biosfera UNESCO
Le riserve della biosfera inserite in questa lista si distinguono per il loro valore ecologico straordinario. L’UNESCO le definisce come dei laboratori viventi, ossia spazi in cui la tutela della biodiversità e le attività umane non si scontrano, ma camminano di pari passo.
In questi luoghi si sperimentano soluzioni concrete per arginare i cambiamenti climatici e frenare la perdita di biodiversità. Viaggiare in una biosfera significa scoprire territori dove l’armonia tra uomo e natura è tangibile, sostenendo economie circolari e stili di vita che proteggono gli ecosistemi terrestri e marini per le generazioni future.
UNESCOI paesaggi del Grande Caucaso in Azerbaigian fanno parte delle biosfere UNESCO
Le nuove biosfere UNESCO
Le nuove nomine del 2026 scardinano l’idea che una riserva debba per forza essere un luogo remoto e impenetrabile. Quest’anno, ad esempio, l’intera isola di Aruba, perla del Mar dei Caraibi meridionali, è entrata nella rete. Nota per il suo clima arido che evoca paesaggi desertici a ridosso di acque cristalline, l’isola rappresenta una novità assoluta nel panorama della conservazione globale.
Sul fronte opposto, a dimostrazione che natura e urbanizzazione possono coesistere, la città canadese di Québec è stata eletta a riserva della biosfera. Questo riconoscimento, che per la prima volta coinvolge un’intera area metropolitana di questo tipo, sottolinea l’importanza delle città nel supportare attivamente lo sviluppo sostenibile e la varietà biologica, offrendo un nuovo modello di turismo urbano.
UNESCOLe Cascate di Montmorency, a circa 12 chilometri dal centro storico di Old Québec
Se ci spostiamo nel Triangolo dei Coralli, il Timor-Leste festeggia la sua prima riserva: un paradiso subacqueo che custodisce oltre il 75% delle specie di coralli del pianeta e racchiude al suo interno l’ultima grande foresta primaria del Paese.
Nel cuore dell’America del Sud, invece, il Paraguay vede tutelata una porzione della Foresta Atlantica del Paraná, una delle aree più ricche di specie viventi, ma anche tra le più minacciate della Terra.
A nord, invece, tra le distese selvagge della Mongolia, sorge la riserva di Tost Toson Bumbiin Nuruu. Questa imponente catena montuosa situata nel deserto del Gobi è un santuario vitale per il leopardo delle nevi, uno dei felini più rari e affascinanti del pianeta.
Ecco l’elenco completo dei siti proclamati dall’UNESCO da inserire nei prossimi itinerari di viaggio:
Il Danubio compie una curva magistrale circa un’ora a ovest di Vienna, insinuandosi in una gola profonda quasi 40 chilometri che racchiude l’essenza stessa della storia mitteleuropea. Questa frattura geografica prende il nome di Valle del Wachau, un fazzoletto di terra miracolato da un microclima unico e generato dall’incontro tra le correnti fredde boscose del Waldviertel e il respiro caldo proveniente dalle pianure pannoniche a oriente.
La Wachau, quindi, è uno di quei territori che conquista grazie a un equilibrio raro tra natura, storia e vita quotidiana. Situata nella Bassa Austria, si sviluppa tra Melk e Krems e nel 2000 l’UNESCO l’ha inserita tra i Patrimoni dell’Umanità riconoscendone il valore culturale e paesaggistico. Una decisione legata alla straordinaria armonia tra attività umana e ambiente naturale, frutto di secoli di coltivazione, commercio e architettura.
Del resto, la presenza dell’uomo in quest’area affonda le radici in epoche remotissime: gli archeologi hanno rinvenuto testimonianze risalenti a circa 30.000 anni fa. Vi basti pensare che nei pressi di Willendorf venne scoperta la celebre Venere di Willendorf, una delle più importanti statuette preistoriche mai ritrovate. Oggi la Wachau mantiene intatta quella capacità di raccontare il passato senza rinunciare alla propria anima agricola.
Se nei vostri piani di viaggio amate unire momenti di puro relax a un tuffo nella storia e nella cultura, il 2026 si prospetta come l’anno ideale per esplorare l’Europa. Ricorre infatti il quinto anniversario dell’iscrizione delle Grandi Città Termali d’Europa nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, avvenuta nel luglio del 2021.
Questo riconoscimento unisce undici storiche mete dislocate in sette diverse nazioni (Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Repubblica Ceca) che incarnano il celebre fenomeno termale europeo fiorito tra il XVIII e XX secolo. Al tempo, questi venivano considerati veri e propri avamposti del turismo del benessere, capaci di innescare rivoluzioni nell’architettura, nella società e nelle arti.
Oggi come allora, queste destinazioni mantengono viva la loro identità profonda, offrendo riposo e stimoli culturali attraverso la socialità e l’intrattenimento dal vivo. Per tutta l’estate, infatti, un ricco calendario di mostre itineranti, festival e suggestive installazioni luminose trasformerà i parchi storici e i padiglioni termali in palcoscenici a cielo aperto.
Fagus sylvatica: il nome scientifico della pianta più comunemente nota come faggio. Fusto dritto, corteccia scura, foglie ovali, ondulate e verdi. Foglie che in autunno bruniscono e poi cadono, dando vita a un morbido tappeto nel sottobosco. Le medesime foglie che, poi, tornano a spuntare sui rami dell’albero in primavera, dando vita a quell’atmosfera unica che avvolge le foreste di faggio in primavera, con i fusti dritti e lucidi che si spingono verso il cielo e sono poi avvolti dal verde chiaro delle loro chiome, brillante alla luce del sole.
L’Italia, dal punto di vista delle foreste di faggio, è uno dei paesi più ricchi d’Europa e vi si trovano i faggi più vecchi del continente. Le faggete si trovano disseminate lungo tutta la dorsale appenninica, dall’Emilia Romagna alla Calabria, e sulle Prealpi, in altitudini variabili e con caratteristiche spesso radicalmente diverse tra loro. Un piccolo spettacolo che, insomma, accomuna lo Stivale da nord a sud. Alcune di queste foreste sono state tutelate per secoli, prima dai signori locali e poi dallo Stato. Altre si sono conservate dallo sfruttamento dell’uomo grazie alla loro scarsa accessibilità. Altre ancora beneficiano oggi dello status di Patrimonio dell’Umanità UNESCO.
Foreste Casentinesi
Incastonato tra la Toscana e l’Emilia Romagna, il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna è uno dei polmoni verdi più importanti dell’Italia centrale. Le sue faggete, che si estendono su oltre 36mila ettari di territorio protetto, sono tra le più vaste e meglio conservate della penisola e una delle cifre distintive di questa porzione di Appennino.
Camminare tra i boschi di faggio del Parco in primavera è infatti una delle esperienze migliori che offre. Il verde brillante delle nuove chiome scintilla contro la luce del sole, mentre i tronchi lisci fanno da sentinelle ai trekkers che attraversano il bosco e le foglie cadute durante le stagione invernale affollano i sentieri.
iStockIn primavera il verde torna a decorare le chiome dei faggi
La presenza nel Parco di luoghi eremitici e spirituali come la Verna, celebre santuario francescano, o l’Eremo di Camaldoli, corrobora l’atmosfera tipica delle foreste di faggio, immerse nel loro tipico silenzio, interrotto soltanto dai passi di chi le attraversa e dallo stormire delle foglie schiaffeggiate dal vento.
Nel cuore del Parco sorge la Riserva Naturale Integrale di Sasso Fratino, oggi Patrimonio UNESCO assieme a un’ampia area circostante. È la più vecchia riserva naturale integrale italiana, istituita alla fine degli Anni Cinquanta, collocata sul versante nord della dorsale appenninica che si affaccia sulla Romagna, non lontano dal bel balcone naturale di Poggio Scali.
Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise
Istituito nel 1923, il Parco Nazionale d’Abruzzo è uno dei parchi nazionali più antichi d’Italia. L’orso marsicano, una sottospecie dell’orso bruno presente soltanto in quest’area e in nessun altro posto al mondo, è il simbolo di quest’area protetta, che lo ha molto probabilmente salvato dall’estinzione.
iStockPanorama del Parco Naziondale d’Abruzzo, Lazio e Molise
Le faggete del parco, distinte in cinque aree (Val Fondillo, Coppo del Principe, Moricento, Val Cervara, Coppo del Morto), hanno un aspetto antico. I faggi qui raggiungono dimensioni imponenti, a testimonianza della loro vetustà. Questo tipo di alberi, infatti, è noto per la sua longevità e per la possibilità di rimanere in vita per secoli.
Sono innumerevoli i sentieri e i percorsi che attraversano le foreste di faggio del Parco, che non comprende solo territori abruzzesi, ma si espande anche oltre i confini con Lazio e Molise. Il trekking è l’attività principale all’interno dell’area protetta e la rete sentieristica è estesa, varia e adatta a tutti i livelli. In più nel Parco è facile entrare in contatto con la ricca fauna, soprattutto in primavera, tra camosci, cervi e avvistamenti della rarissima lince.
Il sentiero che collega Pescasseroli a Opi, passando per il Valico di Monte Tranquillo, è uno dei più belli e accessibili dell’intero parco e passa per una delle foreste di faggio più belle del Parco.
Foresta Umbra
Potrebbe sorprendere trovarsi in mezzo a una fitta foresta di faggio, con le foglie che stormiscono a interrompere un silenzio assoluto, nel pieno meridione d’Italia, a poche decine di chilometri da alcune delle spiagge più belle d’Italia.
Accade in Puglia, nel Parco Nazionale del Gargano, dove si trova la Foresta Umbra, un fitto bosco (umbra dalla parola latina per ombra) che si estende al centro dell’area protetta per oltre 10mila ettari ed è caratterizzata principalmente dalla presenza di antichi faggi, con grandi fusti che spiccano fino a decine di metri di altezza, affiancati da cerri, tassi, aceri e carpini.
iStockFaggio secolare
Le faggete vetuste della Foresta Umbra sono Patrimonio dell’Umanità UNESCO dal 2017, all’interno del sito transnazionale delle Antiche faggete primordiali dei Carpazi e di altre regioni d’Europa, riconoscimento che sottolinea il loro eccezionale valore sotto il punto di vista naturale e storico.
Dal Centro Visitatori della Foresta Umbra, dove si trova anche un piccolo museo, partono quattordici sentieri segnalati che permettono di esplorare il bosco a piedi, intraprendendo sia brevi passeggiate di mezz’ora o lunghe escursioni di più ore.
Foresta del Cansiglio
Situata tra le province di Belluno, Treviso e Pordenone, nell’area delle Prealpi orientali, la Foresta del Cansiglio si sviluppa su un altopiano a forma di conca a una altitudine compresa fra i 900 e i 1.200 metri sul livello del mare. Qui, si trovano oltre 7mila ettari di bosco pressoché senza soluzione di continuità, rendendola la seconda foresta più grande d’Italia per estensione.
La sua storia è affascinante: quando nel 1420 l’altopiano entrò tra i possedimenti della Repubblica di Venezia, il Cansiglio divenne una risorsa strategica di primaria importanza per i Dogi della Serenissima: il gran bosco da remi, come era noto, forniva il legname di faggio necessario per costruire i remi, appunto, delle navi della flotta lagunare.
La gestione forestale veneziana fu rigida e meticolosa: ogni albero era censito, ogni taglio regolamentato, tanto che ancora oggi la foresta porta il segno di quella cura secolare nella sua struttura innaturalmente ordinata. Una cura che ha peraltro anche aiutato a preservare la foresta stessa. Fu poi con l’Unità d’Italia che il Cansiglio divenne foresta demaniale.
I faggi non sono l’unico albero presente nella foresta, caratterizzata anche da molto abete rosso, ma in primavera il verde brillante delle nuove foglie sfavilla sotto la luce del sole, in un contesto montano unico e particolare come quello dell’altopiano, dove il bosco e le praterie si alternano davanti agli occhi dei visitatori.
Parco Nazionale del Pollino
Il Parco Nazionale del Pollino è il parco nazionale più grande d’Italia per superficie e si estende tra la Calabria e la Basilicata lungo una catena montuosa che separa il Tirreno dallo Ionio con una barriera di cime che in diversi punti supera i 2mila metri.
La caratteristica più nota del Pollino dal punto di vista naturalistico è la presenza del pino loricato (Pinus leucodermis), un albero raro e longevo simbolo del parco e della regione. Tuttavia lungo i crinali e i fianchi del massiccio si trovano ampie foreste di faggio che in primavera diventano protagoniste grazie alla loro vistosa rinascita dopo la stagione invernale.
Sono due le principali foreste di faggio del Parco del Pollino: la Faggeta di Cozzo Ferriero, nel comune di Rotonda in Basilicata, ha un’estensione di circa 70 ettari e vi si possono trovare esemplari monumentali dell’albero di età superiore ai quattro secoli; la Faggeta del Pollinello, nel comune di Castrovillari e non lontano dalla cima del Monte Pollino, ospita alberi che l’Università della Tuscia ha datato come più vecchi di seicento anni.
È tornato quel momento dell’anno in cui i profumatissimi fiori di lavanda tingono tutto di viola trasformando i luoghi che li accolgono in paesaggi che sembrano uscire dalle pennellate di un pittore impressionista.
Succede anche in quella che viene chiamata “Provenza d’Italia“: tra le colline verdeggianti e i vigneti che germogliano, il Monferrato accoglie così la fioritura della lavanda, che fino a luglio trasforma questo meraviglioso territorio tutelato dall’UNESCO nell’itinerario perfetto per una gita fuori porta all’insegna dell’incanto.