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Laghi turchesi, miniere abbandonate e storie inquietanti: Velká Amerika, il Grand Canyon ceco

A pochi chilometri da Praga, la campagna della Boemia nasconde una fenditura monumentale nella roccia, un’enorme cavità dalle pareti chiare, sul cui fondo brillano acque di un blu quasi esagerato. Sembra un angolo di canyon americano trasportato nel paesaggio dell’Europa centrale, ma la storia di Velká Amerika è molto meno selvaggia di quanto suggerisca il panorama.

Il soprannome “Grand Canyon ceco” nasce proprio dalla sua imponenza. Velká Amerika, che in lingua locale significa “Grande America”, è la maggiore delle grandi cave di calcare della zona di Mořina. Il bacino misura circa 800 metri in lunghezza, 200 in larghezza e raggiunge una profondità di quasi 100 metri. Numeri che, osservati dall’alto, acquistano un peso enorme.

Da una parte, dunque, c’è il fascino di un paesaggio restituito dalla natura, dall’altra la memoria di un’intensa attività estrattiva e di un periodo storico doloroso. Le cave della zona furono infatti associate anche ai campi di lavoro per prigionieri politici durante il regime comunista. Oggi la vegetazione ha riconquistato parte dei pendii, ma il passato industriale affiora ancora nella conformazione del terreno e nella rete di gallerie che attraversa il sottosuolo.

Origine, formazione e leggende di Velká Amerika

La storia di Velká Amerika comincia con il calcare, una roccia sedimentaria formatasi in tempi geologici antichissimi e particolarmente diffusa nel Carso boemo. La regione attorno a Mořina è ricca di formazioni carsiche, con cavità, gole e sistemi sotterranei modellati dall’acqua e dalla struttura della roccia. A partire dall’inizio del XX secolo, l’area venne sfruttata per l’estrazione del calcare, attività che modificò profondamente il paesaggio.

Velká Amerika divenne la cava più grande del complesso, affiancata da altre voragini note con nomi altrettanto curiosi, tra cui Malá Amerika, la “Piccola America”, e Mexiko, il “Messico”. I diversi bacini sono collegati da gallerie sotterranee e il sistema comprende passaggi disposti su 6 livelli orizzontali, scavati per consentire il lavoro dei minatori e il trasporto del materiale. In alcuni tratti sono ancora visibili i binari utilizzati in passato. L’acqua ha poi invaso parte delle cavità, formando laghi dal colore limpido e intenso. Sul fondo di Velká Amerika si trovano 2 specchi d’acqua collegati tra loro, mentre anche Malá Amerika è caratterizzata dalla presenza di un lago.

L’estrazione cessò negli anni ’60 e in seguito l’acqua si raccolse nella grande depressione, mentre alberi e vegetazione tornarono a occupare i fianchi della cava. Quella che un tempo era una ferita industriale nel paesaggio, oggi appare come una scenografia naturale di grande forza.

Il passato più cupo riguarda l’utilizzo delle cave come luoghi di lavoro forzato per prigionieri politici tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50. La memoria di quel periodo contribuisce alla particolare atmosfera di Velká Amerika. Le pareti calcaree, le gallerie e la profondità del bacino possono evocare un luogo di isolamento e fatica, molto distante dall’immagine romantica suggerita dal lago.

Attorno alla cava sono nate anche diverse leggende. La più famosa è legata a Hans Hagen, figura misteriosa che la tradizione popolare descrive come un soldato tedesco in uniforme delle SS. Secondo i racconti, il suo fantasma apparirebbe improvvisamente dalle gallerie per poi svanire senza lasciare traccia. A lui vengono attribuite, nelle storie locali, morti e sparizioni mai chiarite.

Anche la quercia nota con il nome di Dub Sedmi bratří, la Quercia dei 7 fratelli, lungo il percorso escursionistico della zona, possiede una propria storia leggendaria: l’albero avrebbe dato il nome a una vicenda secondo cui 7 fratelli dediti ai furti si ritrovavano ai suoi piedi per dividere equamente il bottino.

La visita a Velká Amerika, tra panorami, sentieri e cinema

L’accesso diretto al fondo della cava è vietato. Velká Amerika appartiene alla società Lomy Mořina s.r.o. e il divieto è legato soprattutto alla sicurezza: le pareti sono ripide, il terreno presenta rischi e la presenza di acqua profonda rende particolarmente pericolosa la discesa. Non esiste quindi un biglietto d’ingresso tradizionale, né un orario di apertura da consultare. Il modo corretto di visitare il sito consiste nell’osservarlo dall’alto, lungo i punti panoramici e i sentieri autorizzati.

Canyon Velká Amerika
iStock
Velká Amerika visto dall’alto

Il belvedere principale si trova nei pressi del parcheggio e permette di ammirare la vastità della cava senza avvicinarsi ai tratti più rischiosi. Da questa prospettiva si distinguono le pareti verticali, il lago e la vegetazione che ricopre alcuni pendii. Dal 2008, lungo il margine settentrionale della cava, passa un sentiero escursionistico segnato in giallo, con alcune piattaforme panoramiche.

Il percorso consente di osservare questo angolo di Repubblica Ceca da punti diversi e prosegue verso la cava Mexiko e poi in direzione del castello di Karlštejn. La camminata complessiva attorno al perimetro richiede circa 1 ora, mentre l’itinerario verso Karlštejn permette di trasformare la visita in una gita più ampia attraverso boschi e campagne della Boemia.

Una delle possibilità più interessanti riguarda il sottosuolo, ma le gallerie di Velká Amerika possono essere visitate soltanto attraverso iniziative autorizzate. Un’altra occasione è rappresentata dalla manifestazione annuale Giornata europea delle aree protette, durante la quale possono essere proposti un percorso didattico, un’escursione e l’attraversamento di una galleria tra Dub Sedmi bratří e Malá Amerika.

Il fascino di Velká Amerika, poi, ha conquistato anche il cinema. Il paesaggio è apparso in produzioni ceche e internazionali, tra cui il western Limonádový Joe aneb Konská opera, conosciuto in italiano come Limonata Joe, e l’adattamento della fiaba di Andersen La sirenetta, con Libuše Šafránková. In tempi più recenti, la cava è stata utilizzata come ambientazione per produzioni internazionali quali The Wheel of Time, Carnival Row, Hanna, Britannia, Army of Thieves e Jan Žižka. Tra i titoli più noti figura anche Nosferatu, con Bill Skarsgård, Willem Dafoe e Lily-Rose Depp.

Dove si trova e come arrivare

Velká Amerika si trova nei pressi del villaggio di Mořina, nella Boemia centrale, a circa 8 chilometri da Karlštejn e a quasi 30 da Praga. La distanza dal centro della capitale in automobile è di circa 45 minuti, anche se il traffico può modificare sensibilmente i tempi.

In auto, il riferimento utile per il navigatore è Lom Velká Amerika, Mořina, 267 17 Mořina. Da Praga si può raggiungere la zona attraverso la viabilità locale passando per Chýnice e Mořina, oppure utilizzando percorsi alternativi attraverso Radlická e l’autostrada D5/E50, in base al punto di partenza.

Chi preferisce i mezzi pubblici può prendere l’autobus 311 dal terminal di Zličín, a Praga, fino alla fermata Mořina. Il viaggio dura circa 50 minuti e attraversa campi e piccoli centri abitati. Un’alternativa suggestiva consiste nel raggiungere Karlštejn in treno dalla stazione principale di Praga, Praha hlavní nádraží, e proseguire a piedi verso Velká Amerika.

La strada rossa delle Alpi Marittime tra canyon, tunnel e paesaggi selvaggi: le Gole del Cians

Il paesaggio della Costa Azzurra è fatto di luce mediterranea e orizzonti aperti, ma c’è un punto in cui quasi sembra di intraprendere un viaggio completamente diverso. Da queste parti, infatti, la strada D28 prende quota verso l’interno e, poco alla volta, il panorama si stringe, la vegetazione lascia spazio alla roccia, mentre il cielo si incastra tra pareti sempre più alte. Sono le Gole del Cians, uno degli scenari più particolari dell’entroterra di Nizza, nel territorio delle Alpi Marittime.

Il loro elemento distintivo salta subito agli occhi: la roccia assume tonalità rosso intenso, bruno e ramato, creando un contrasto quasi finto con il verde della montagna e con il cielo limpido. A scavare questo spettacolare corridoio naturale è stato il Cians, piccolo torrente alpino che percorre circa 25 km prima di gettarsi nel fiume Var.

Sospesi sull’abisso turchese: un’avventura primordiale nella Gola Sigmund Thun in Austria

Il primo ricordo che ci si porta a casa dalla Gola Sigmund Thun è spesso un suono. Sì, perché prima ancora di distinguere bene le pareti di roccia, arriva il fragore della Kapruner Ache, il torrente che l’attraversa con una forza impressionante. L’acqua scende dalle montagne e dai ghiacciai dell’alta valle di Kaprun, si infila tra le rocce e precipita in una successione di rapide, cascate, vortici e pozze.

Sigmund Thun Klamm è il nome tedesco di questa stretta forra alpina, una delle attrazioni naturali più particolari dei questa zona del Salisburghese. Un tratto lascia filtrare la luce tra gli alberi, quello successivo si stringe tra alte pareti rocciose. La Kapruner Ache appare a tratti come un nastro bianco e schiumoso, poi torna a raccogliersi in piccole conche verde-bluastre. In primavera il torrente aumenta la propria portata grazie alla fusione della neve sulle montagne e la sua azione sulla pietra diventa ancora più evidente.

La particolarità della Sigmund Thun sta proprio nella sua natura dinamica: l’acqua ha levigato superfici, approfondito cavità e modellato nuovi piccoli bacini. Parliamo perciò di un ambiente ancora sottoposto alla forza degli elementi.

Origine e formazione della Sigmund Thun Klamm

Migliaia di anni fa grandi masse glaciali ricoprivano la valle di Kaprun, in Austria. Il successivo ritiro dei ghiacci ha lasciato spazio all’azione dei corsi d’acqua, tra cui la Kapruner Ache, che ha continuato a incidere la roccia lungo il proprio percorso. Il risultato è una stretta incisione naturale lunga 320 metri, con pareti modellate dall’erosione e un dislivello che rende particolarmente spettacolare il passaggio dell’acqua.

La gola, però, custodisce anche una storia umana molto più antica del turismo alpino: il vicino Bürgkogel, altura situata nella parte terminale della valle di Kaprun, fu frequentato già circa 4.000 anni fa, durante l’età del Bronzo. La presenza di giacimenti di rame nella regione attirò le prime comunità, interessate alle risorse minerarie della zona.

Secoli più tardi il rilievo assunse anche una funzione difensiva. Sul Bürgkogel sono state infatti individuate strutture fortificate di epoca celtica e, successivamente, resti di fortificazioni tardoantiche. Nel Medioevo venne costruita una fortezza, considerata un precedente dell’attuale Castello di Kaprun.

Per centinaia d’anni il patrimonio forestale rappresentò una risorsa fondamentale e la Gola Sigmund Thun fu utilizzata per la fluitazione del legname. Alcuni segni incisi nella roccia e figure accompagnate da numerazioni annuali sono collegati proprio al lavoro degli uomini impegnati nel trasporto del legname.

Il turismo arrivò molto più tardi grazie a Nikolaus Gaßner, che ricevette l’incarico di realizzare una strada tra Zell am See e Mooserboden. La valle cominciò così a diventare una destinazione per viaggiatori attratti dall’ambiente alpino. Nel 1893 Gaßner fece costruire una passerella lignea all’interno della gola, rendendola accessibile ai visitatori. Il nome Sigmund Thun, invece, deriva da Sigmund Conte von Thun, governatore del Salisburghese dell’epoca, rimasto profondamente colpito dalla potenza del torrente durante una visita.

La gola fu dichiarata monumento naturale nel 1934. Quattro anni più tardi la passerella venne abbandonata a causa dei lavori legati allo sfruttamento idroelettrico della valle. La storia della Sigmund Thun Klamm sembrava destinata a interrompersi, ma la sua vocazione turistica sarebbe tornata qualche decennio dopo.

Nel 1991 l’associazione VSF-Kaprun decise di ricostruire il percorso lungo il tracciato storico. I lavori iniziarono nella primavera del 1992 e già nell’agosto dello stesso anno tornò ad accogliere i visitatori.

La visita alla gola tra passerelle, cascate e il Klammsee

La visita segue una passerella di legno appositamente costruita tra le pareti della forra. Scale e ponti permettono di avanzare sopra la Kapruner Ache, con punti panoramici molto ravvicinati al torrente. La lunghezza complessiva del tratto all’interno della gola è di circa 320 metri e il passaggio richiede indicativamente 20-30 minuti (soste non comprese).

Il terreno presenta gradini e passaggi in legno, quindi servono scarpe adatte. Il momento migliore della visita dipende molto dall’atmosfera che cercate: al mattino può offrire maggiore tranquillità e il contrasto tra la luce esterna e le zone più ombrose risulta particolarmente suggestivo. In estate vengono organizzate anche visite serali con illuminazione scenografica.

Sigmund Thun Klamm, Austria
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La Sigmund Thun Klamm illuminata

La gola resta invece chiusa durante l’inverno per motivi di sicurezza. Al termine della forra, la strettoia lascia spazio al Klammsee, un bacino dalle acque limpide situato nella parte superiore del canyon.

Una breve passeggiata permette di compiere il giro del Klammsee attraverso un itinerario con pannelli dedicati alla flora e alla fauna della zona. Per una pausa ci sono aree per sedersi e spazi dedicati alle famiglie.

Chi vuole proseguire oltre la gola può prendere in considerazione il Bürgkogelsteig, itinerario escursionistico che collega l’area della Sigmund Thun Klamm al Bürgkogel e al paesaggio della valle. Si tratta di un tragitto più impegnativo rispetto alla semplice visita della forra e necessita di scarpe da trekking e una certa esperienza in montagna.

Per aggiungere una componente storica alla giornata, merita attenzione anche il Kaprun Museum, allestito all’interno di una fattoria di circa 400 anni. La struttura permette di conoscere meglio la storia del paese e della valle, completando il racconto iniziato nella gola e sul Bürgkogel.

Dove si trova e come arrivare

La Sigmund Thun Klamm si trova a Kaprun, nel Land di Salisburgo, nell’Austria occidentale. La località appartiene alla regione del Pinzgau e sorge nei pressi dell’area montana degli Alti Tauri. In automobile, da Zell am See si segue la strada B168 in direzione Kaprun. Una volta raggiunto il paese, bisogna proseguire lungo la Kesselfallstraße.

Chi viaggia con i mezzi pubblici può utilizzare la linea regionale 660, che connette Zell am See e Kaprun. La fermata indicata per raggiungere la gola è Tauernplatz. Da lì occorrono circa 10-15 minuti a piedi per arrivare all’ingresso. Una visita alla Sigmund Thun Klamm richiede poco tempo, ma lascia una sensazione molto più lunga della durata effettiva del percorso: la gola concentra in appena 320 metri acqua, roccia, memoria storica e paesaggio alpino.

Nel bel mezzo della foresta, c’è un incredibile lago nero: è il Blindensee, in Germania

Il colpo d’occhio iniziale sul Blindensee arriva attraverso una distesa di vegetazione bassa, umida, molto diversa dall’immagine più consueta della Foresta Nera. Al posto di un semplice sentiero nel bosco, infatti, qui ci sono passerelle di legno, terreno acquitrinoso, pini dalle forme basse e irregolari e una vegetazione composta da specie tipiche degli ambienti di torbiera.

Al centro di questo scenario appare questo piccolo lago situato all’interno di una riserva naturale, con una forma quasi perfettamente circolare e soprattutto con un colore dell’acqua che attira immediatamente l’attenzione: la superficie è così scura da dare al bacino un aspetto quasi nero.

La particolarità più sorprendente, però,k emerge osservandone la struttura, perché Blindensee non possiede né un corso d’acqua in entrata né uno in uscita. Il suo fondale è completamente paludoso e già a 60 cm di profondità si intravede un primo strato di fango. Da quel punto in poi non si raggiunge un terreno solido.

Origine e formazione del Blindensee

Il Blindensee appartiene alla categoria dei laghi di alta torbiera. Intorno alla superficie d’acqua si sviluppa infatti una zona umida caratterizzata da terreno paludoso e da una flora specifica.

La vegetazione racconta molto del carattere dell’ambiente: tra le specie presenti si sono l’erioforo, i giunchi, le carici, il mirtillo rosso, il centaurio, l’erica e la drosera. Quest’ultima è una piccola pianta carnivora tipica di diversi ambienti umidi e rende ancora più particolare l’elenco delle specie presenti nella riserva.

Pini striscianti e altre forme vegetali basse completano il paesaggio. Il loro aspetto contribuisce a distinguere l’area del lago dal bosco circostante e crea una cornice molto particolare per la superficie scura del Blindensee.

Anche il rapporto tra acqua e terreno rappresenta una delle caratteristiche più insolite. La torbiera arriva direttamente fino alle acque del lago e il fondo mantiene la propria natura paludosa. A 60 cm compare già uno strato di fango, senza un successivo raggiungimento di terreno solido.

L’assenza di immissario ed emissario costituisce un’altra peculiarità del bacino. Nessun torrente alimenta visibilmente il lago e nessun corso d’acqua ne raccoglie le acque in uscita.

Questi elementi spiegano gran parte del fascino del Blindensee senza bisogno di ricorrere a storie leggendarie, poiché il suo carattere enigmatico nasce dalla combinazione fra acqua scurissima, torbiera, vegetazione rara e struttura del fondale.

La visita al Blindensee tra passerelle, natura e silenzio

Visitare Blindensee significa soprattutto entrare in contatto con un ambiente naturale delicato. Il lago si trova direttamente lungo il Westweg, uno dei percorsi escursionistici della Foresta Nera. In prossimità dello specchio d’acqua il tracciato attraversa la riserva naturale tramite passerelle in legno.

La passerella diventa parte integrante dell’esperienza: sotto le assi si trova la superficie umida della torbiera, mentre ai lati si apre la vegetazione tipica dell’area. Il lago appare progressivamente tra i pini e le piante della zona paludosa, fino a rivelare la sua caratteristica superficie quasi nera.

Panchine collocate lungo il percorso permettono di fermarsi per una pausa. Sono punti semplici, perfettamente coerenti con il carattere del luogo. Nessuna grande costruzione interrompe il paesaggio e l’attenzione resta concentrata sull’ambiente naturale.

Cosa vedere durante la visita

  • Il lago stesso: la forma quasi circolare e l’acqua scurissima rappresentano gli elementi più riconoscibili del Blindensee. La superficie appare particolarmente compatta e profonda alla vista, mentre la struttura reale del fondale è quella di una torbiera.
  • La torbiera: il terreno umido circonda il bacino e costituisce una componente fondamentale della riserva naturale. La sua presenza influenza direttamente la vegetazione e rende l’ambiente molto diverso da quello di un normale lago di montagna.
  • La flora rara: eriofori, giunchi, carici, mirtilli rossi, centauri, eriche e drosere fanno parte della vegetazione dell’area. Per chi ama la botanica, il lago offre quindi un interesse che va ben oltre il semplice panorama.
  • I pini striscianti: le formazioni di pino presenti nella zona umida contribuiscono all’aspetto particolare del paesaggio. La vegetazione bassa accompagna il percorso intorno all’acqua.
  • Le passerelle in legno: costituiscono il tratto più caratteristico del percorso vicino al lago. Permettono di attraversare la zona della torbiera senza entrare direttamente nel terreno paludoso.
  • Il Westweg: grande itinerario escursionistico che attraversa la riserva naturale e passa direttamente nell’area del Blindensee. Il lago rappresenta quindi una tappa inserita in un percorso più ampio attraverso gli altopiani della Foresta Nera. Sul versante di Schönwald è stato inoltre realizzato il Schönwälder Lieblingsplatz Blindensee, un nuovo punto pensato per la sosta e la contemplazione del paesaggio. La sua presenza aggiunge una possibilità in più per fermarsi vicino al lago e godere dell’ambiente circostante.

Dove si trova e come arrivare

Il misterioso Blindensee si trova nella Foresta Nera, in Germania, all’interno di una riserva naturale compresa tra Schönwald e Schonach, due comuni degli altopiani di questo misterioso bosco. Il riferimento principale per raggiungerlo è il Westweg, il percorso che attraversa la riserva naturale e passa direttamente nell’area del Blindensee. La visita al lago è quindi legata alla rete escursionistica della zona più che a un accesso stradale diretto sulla riva.

Alla fine della sua scoperta resta soprattutto un’immagine: una piccola superficie quasi circolare, scurissima, circondata da piante rare e da una torbiera attraversata da una passerella di legno. Intorno, la Foresta Nera assume un volto più silenzioso e selvatico.

Blindensee è piccolo, ma la sua particolarità sta proprio nella combinazione di elementi difficili da incontrare tutti insieme. Un lago senza immissario né emissario, un fondale che diventa fangoso già a 60 cm, una torbiera ricca di specie vegetali e un grande itinerario escursionistico che passa proprio attraverso la riserva.

Tra le rocce e le acquee di Mostnica, la gola della Slovenia che incanta (e intriga) i viaggiatori

Tra le affascinanti vette delle Alpi Giulie slovene, per la precisione poco sopra il Lago di Bohinj, l’acqua ha scritto una storia lunga migliaia di anni sulla pietra. Il risultato è la Gola di Mostnica, una stretta incisione calcarea lunga circa 2 km, inserita nel territorio del Parco nazionale del Triglav. Qui il fiume Mostnica scorre tra pareti chiare, rapide, piccole cascate e cavità perfettamente arrotondate, alcune profonde diversi metri. Nei passaggi più angusti la roccia lascia appena lo spazio per il sentiero e per il corso d’acqua.

La prima sorpresa arriva già a Stara Fužina, villaggio alpino tradizionale considerato uno degli insediamenti meglio conservati della Valle di Bohinj. Le case in pietra e legno, i fienili a doppia struttura (chiamati toplarji) e le tracce dell’antica cultura siderurgica raccontano una comunità abituata da secoli a vivere tra boschi, pascoli e montagne. Da questo scenario quotidiano parte un itinerario che cambia volto in pochi minuti.

Prima il paesaggio si stringe, poi il rumore dell’acqua diventa protagonista mentre la luce filtra tra gli alberi. E il Mostnica, dal canto suo, si mostra a tratti verde smeraldo, a tratti quasi turchese. Poi la gola si apre e lascia spazio alla Valle di Voje, un ampio anfiteatro glaciale circondato dalle montagne. In fondo attende una cascata alta circa 21 metri.

Origine, formazione e leggende della Gola di Mostnica

La forma attuale della valle nasce dall’incontro di fenomeni geologici molto diversi. La parte centrale del territorio fu interessata da movimenti tettonici, mentre successivamente il ghiacciaio di Bohinj contribuì ad approfondire il fondovalle. Durante le fasi di fusione glaciale, tra circa 15.000 e 10.000 anni fa, la quantità d’acqua aumentò enormemente. Il Mostnica acquistò così una forza erosiva sufficiente a incidere ulteriormente il substrato calcareo.

Il fiume ha avuto un alleato altrettanto importante, costituito dai frammenti di roccia trasportati dalla corrente. Sabbia, ghiaia e piccoli ciottoli vengono trascinati dall’acqua e, nei punti caratterizzati da vortici, ruotano sul fondo. Il movimento ripetuto ha scavato le caratteristiche korita, grandi conche circolari che ricordano vasche naturali.

Nel tratto più profondo, presso il Ponte del Diavolo, le pareti raggiungono circa 20 metri. In alcuni punti la gola si restringe fino ad approssimativamente 1 metro, creando uno dei passaggi più suggestivi dell’intero itinerario. Tra le forme più curiose compare lo Slonček, il “Piccolo Elefante”, una cavità naturale nella roccia che ricorda la testa e la proboscide di un elefante.

Anche il Ponte del Diavolo, o Hudičev most, appartiene alla storia locale. La struttura in pietra, caratterizzata da un’unica arcata, attraversa la gola sopra il punto più profondo. La sua funzione, però, era tutt’altro che ornamentale: il ponte permetteva di abbreviare il trasporto del minerale di ferro e del carbone di legna provenienti dalle zone montane verso gli impianti siderurgici della valle.

Il nome ha invece alimentato una leggenda molto più fantasiosa. Secondo il racconto popolare, gli abitanti tentavano inutilmente di costruire una struttura sul torrente, ma durante la notte il lavoro veniva distrutto. Qualcuno propose allora di affidare l’impresa al Diavolo, il quale accettò in cambio dell’anima della prima persona, o creatura, che avrebbe attraversato il ponte.

Un contadino escogitò un inganno: portò con sé il proprio cane e un grosso osso, poi gettò quest’ultimo oltre il ponte. L’animale corse a recuperarlo e il Diavolo si ritrovò con l’anima del cane invece di quella del padrone. Furioso, sempre stando alla tradizione, agitò la coda con tale violenza da abbattere parte della recinzione.

La visita alla gola e la valle di Voje

L’itinerario classico parte da Stara Fužina e raggiunge il Ponte del Diavolo. Da questo punto il sentiero entra nel bosco e segue il Mostnica verso monte. Il percorso nella gola richiede circa 1 ora all’andata, con tempi variabili in base alle soste, mentre per tornare al paese serve più o meno 1 ora e mezza.

Il sentiero alterna tratti boscosi, passaggi rocciosi, piccoli ponti e sezioni vicine al corso d’acqua. La presenza di ponticelli è significativa anche dal punto di vista storico, visto che proprio questi attraversamenti avrebbero dato origine al nome Mostnica, collegato al termine sloveno most, “ponte”.

La parte più spettacolare arriva nei pressi delle strettoie. Acqua limpida, pareti calcaree modellate dai vortici e pozze profonde formano un paesaggio emozionante, ma senza scenografie costruite dall’uomo. Lo Slonček è il dettaglio più curioso, mentre il Ponte del Diavolo offre la vista più vertiginosa sulla gola.

Superata l’incisione rocciosa, la Planina Voje si apre davanti al visitatore con prati alpini e pascoli a poco più di 700 metri di quota. La valle presenta il classico profilo a U prodotto dall’azione glaciale. Il terreno conserva inoltre importanti depositi di morena, materiale roccioso lasciato dal ghiacciaio durante il suo ritiro.

Presso la Koča na Vojah, rifugio alpino con terrazza estiva, si può fare una pausa prima di proseguire verso la cascata. Il percorso completo fino alla parte terminale della valle richiede maggiore resistenza, pur mantenendo una difficoltà tecnica generalmente moderata.

La meta finale è la Cascata di Mostnica, alta circa 21 metri e conosciuta anche con i nomi di Cascata di Voje o Cascata Šum. In primavera e dopo le precipitazioni la portata aumenta e il salto assume un aspetto particolarmente potente. L’itinerario completo può richiedere circa 3-4 ore, comprese le pause. Per la sola gola basta una mezza giornata molto più breve.

Cascata di Mostnica, Slovenia
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La bella Cascata di Mostnica

Il sentiero risulta adatto anche a famiglie con bambini abituati alle escursioni. Intorno ai 5 anni molti riescono a percorrere autonomamente il tratto della gola, mentre il raggiungimento della cascata richiede maggiore energia.

Dove si trova e come arrivare

La Gola di Mostnica si trova presso Stara Fužina, nella Valle di Bohinj, all’interno del Parco nazionale del Triglav, nel nord-ovest della Slovenia. Il Lago di Bohinj rappresenta il riferimento geografico più immediato. Da Ribčev Laz, il principale centro sulle rive del lago, Stara Fužina dista circa 5 minuti in automobile oppure quasi 45 minuti a piedi.

In auto conviene raggiungere Stara Fužina e utilizzare gli spazi di parcheggio indicati. Durante l’alta stagione i posti disponibili possono esaurirsi rapidamente, quindi una partenza mattutina rende la visita molto più semplice. Chi preferisce i mezzi pubblici può raggiungere la zona con gli autobus diretti verso Bohinj e Stara Fužina, verificando in anticipo gli orari di ritorno, soprattutto per il percorso completo nella Valle di Voje.

Dal paese i cartelli con l’indicazione Korita Mostnice conducono verso il Ponte del Diavolo. Un’altra possibilità parte dalla chiesa di San Paolo, mentre dal centro del villaggio si può passare nei pressi della tenuta Zois. Esiste inoltre una strada che raggiunge la Valle di Voje senza attraversare la gola e senza pagamento del biglietto, soluzione utile soltanto per chi vuole raggiungere la parte alta evitando il tratto più caratteristico.

Valle dei Sette Laghi, il grande anfiteatro d’acqua e roccia nel cuore delle Alpi Giulie

Il calcare bianco brilla sotto la luce del mattino, spezzato soltanto dalle chiazze d’erba dorata e dal blu profondo degli specchi d’acqua. La Valle dei Sette Laghi, chiamata in lingua locale Dolina Triglavskih Jezer oppure Valle dei Laghi del Triglav, incide il cuore carsico delle Alpi Giulie, in Slovenia.

Si sviluppa tra il lago di Bohinj, sul versante orientale, e la zona di Trenta, verso la valle dell’Isonzo, sotto le grandi montagne del massiccio del Triglav. Il nome, però, può trarre in inganno: i laghi permanenti sono 7, ma sono accompagnati da alcuni piccoli bacini che possono comparire o scomparire secondo le condizioni dell’acqua.

In basso ci sono boschi di abete rosso e larice, poi la roccia prende spazio fino a trasformare la valle in una successione di conche, lastre calcaree, ghiaioni e pareti. In mezzo a tutto questo, l’acqua assume tonalità diverse. Nero, verde, bruno, azzurro e acquamarina sono diventati parte della geografia stessa della valle.

Origine, formazione e leggende della Valle dei Sette Laghi

La forma attuale della valle nasce da una lunga storia geologica. Antichi ghiacciai hanno scavato le conche nelle rocce delle Alpi Giulie, lasciando depressioni successivamente occupate dall’acqua. Oggi abbiamo una sequenza di bacini distribuiti lungo un ambiente carsico d’alta montagna, con altitudini che salgono da circa 1.300 metri fino a oltre 2.000 metri.

L’acqua penetra facilmente nelle fratture del terreno e alimenta una rete sotterranea che rende particolarmente delicato l’equilibrio idrico della zona. Il paesaggio in superficie racconta quindi soltanto una parte della storia: sotto i piedi continua un sistema di circolazione tipico degli ambienti carsici.

Il lago più basso della sequenza è il Črno jezero, il Lago Nero, a circa 1.319 metri. Il colore scuro dipende dalla posizione del bacino e dall’ambiente boscoso che lo circonda. Più in alto compare il Dvojno jezero, il Lago Doppio, formato da due bacini vicini. Poi arriva il grande protagonista della valle, il Jezero v Ledvicah, conosciuto anche come Veliko jezero o Lago Grande. Ledvica significa rene in sloveno e il nome richiama la sua caratteristica forma allungata.

Jezero v Ledvicah, Slovenia
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Il meraviglioso Jezero v Ledvicah

Salendo ancora si incontrano lo Zeleno jezero, il Lago Verde, chiamato così per le intense tonalità verdastre dell’acqua, e il Rjavo jezero, il Lago Bruno. A quote maggiori si trovano il Jezero pod Vršacem, noto anche come Lago sotto Vršac, e altri piccoli bacini che completano il sistema.

Una particolarità riguarda proprio il Jezero pod Vršacem. Le sue acque appartengono al bacino idrografico dell’Isonzo, mentre altri laghi della valle alimentano sistemi legati al versante della Sava. Nel Parco nazionale del Triglav passa infatti una importante linea spartiacque europea.

La storia naturale si intreccia con quella fantastica: le Alpi Giulie sono il regno di Zlatorog, il Camoscio dalle Corna d’Oro della tradizione slovena. Secondo la leggenda, l’animale possedeva corna d’oro in grado di indicare la strada verso un immenso tesoro nascosto tra le montagne. Un giovane cacciatore della valle di Trenta, accecato dalla passione e dalla brama di ricchezza, gli sparò. Dal sangue di Zlatorog nacquero i fiori del Triglav, capaci di restituire forza all’animale.

La vicenda, però, termina in modo drammatico: Zlatorog si vendica del cacciatore e distrugge il proprio regno montano. Il tesoro resta nascosto tra le cime. Ancora oggi la leggenda appartiene profondamente all’identità delle Alpi Giulie e aggiunge alla Valle dei Sette Laghi una dimensione quasi fiabesca.

La visita tra laghi, rifugi e paesaggi d’alta quota

La Valle dei Sette Laghi richiede una vera escursione alpina. Il percorso classico parte dalla zona del lago di Bohinj e affronta la parete di Komarča, un tratto ripido che porta rapidamente verso quote superiori. Superata Komarča, il terreno diventa più aperto e la roccia assume forme irregolari. Piccole cavità, lastre calcaree e depressioni raccontano la presenza antica dei ghiacci.

Il primo grande appuntamento è il Črno jezero, con il contrasto tra l’acqua scura, il verde degli abeti e le pareti calcaree che rende questo lago particolarmente suggestivo. Il Dvojno jezero offre un’atmosfera diversa. La presenza del rifugio rende la zona un punto naturale di pausa per chi affronta un itinerario di più giorni.

Il Veliko jezero, o Ledvica, merita una sosta più lunga. La forma a rene è evidente soprattutto dall’alto e le sue acque possono riflettere le montagne circostanti nelle ore più calme. Salendo verso le quote maggiori, la vegetazione lascia spazio al paesaggio carsico. Il terreno diventa quasi lunare e il colore della pietra domina la scena. Zeleno jezero aggiunge una pennellata verde intenso, mentre i bacini superiori regalano un ambiente più austero.

Per una visita completa serve preparazione fisica: i percorsi presentano dislivelli importanti, tratti rocciosi e tempi di percorrenza da giornata intera. La stagione escursionistica più favorevole va indicativamente da luglio a settembre, mentre primavera e autunno richiedono maggiore attenzione alle condizioni del terreno e della neve.

I rifugi costituiscono una parte importante dell’esperienza. La Koča pri Triglavskih jezerih si trova accanto al Dvojno jezero, mentre la Zasavska koča na Prehodavcih sorge più in alto, presso la zona dei Prehodavci. La balneazione nei laghi alpini è vietata e il campeggio libero è escluso. Il Parco nazionale protegge inoltre sorgenti, laghi, corsi l’acqua e habitat particolarmente fragili.

L’attenzione verso l’ambiente si percepisce anche nel silenzio: basta fermarsi qualche minuto presso un lago per distinguere il vento tra gli alberi, il rumore dell’acqua e i richiami degli animali.

Dove si trova e come arrivare

L’incantevole Valle dei Sette Laghi si trova nella parte centrale del Parco nazionale del Triglav, tra il lago di Bohinj e la Val Trenta. Per chi visita la Slovenia, il riferimento più pratico sul versante orientale è Bohinj, raggiungibile da Bled e collegato alla rete di trasporto pubblico.

L’accesso classico parte dalla zona di Ukanc e sale verso Komarča. È un itinerario impegnativo, adatto a escursionisti allenati, con una salita ripida nella prima parte e un successivo sviluppo attraverso la valle. Un’alternativa parte da Planina Blato o dalla zona di Vogar, tramite un percorso che attraversa antichi pascoli alpini e offre un approccio più graduale alla zona dei laghi.

Un terzo accesso arriva dalla Val Trenta, attraverso i Prehodavci. Si tratta di un itinerario più alpino, adatto soprattutto a escursionisti esperti e a chi desidera inserire la Valle dei Sette Laghi in una traversata più lunga. Per chi arriva dall’Italia, il versante occidentale delle Alpi Giulie mette a disposizione un collegamento naturale con la Slovenia attraverso il territorio dell’Isonzo.

I canyon meno conosciuti dei Balcani per un suggestivo trekking di fine estate

A essere pignoli, quando si parla di Balcani ci si dovrebbe riferire a quella catena montuosa che divide Bulgaria e Serbia. Da tempo, però, la parola riguarda estensivamente la penisola che dalla Croazia scende giù fino alla Grecia e che ha per margine orientale la Bulgaria e la Turchia europea. È, quindi, una grande area che supera i 500mila chilometri quadrati, abitata da circa 55 milioni di abitanti e caratterizzata da un territorio ricco di storia, ma anche natura selvaggia, poco antropizzata, particolarmente legata al connubio tra rilievi montani e corsi d’acqua.

Dalla Bosnia all’Albania, passando per Montenegro, Croazia e Serbia, si sprecano i luoghi d’acqua dolce che punteggiano la regione, in particolare grandi gole e canyon rocciosi e spettacolari, scavati nel corso dei millenni da fiumi e torrenti. Molti di questi luoghi restano ancora sconosciuti al turismo di massa, e diventano una destinazione ideale per trekking ed escursioni di fine estate lontano dalla folla.

Canyon di Sutjeska, Bosnia

Il Parco Nazionale di Sutjeska è il più antico della Bosnia ed Erzegovina. Istituito a metà degli Anni Sessanta, conserva oggi la foresta di Perućica, una delle ultime foreste vergini d’Europa, con una miriade di alberi secolari, vecchi anche più di 300 anni. Ospita anche il monte Maglic, la vetta più alta del paese con i suoi 2386 metri. Nel parco, il fiume omonimo ha scavato nei secoli una gola vertiginosa: pareti rocciose si innalzano addirittura oltre mille metri sopra il corso d’acqua.

Luce di fine estate nel Parco nazionale Sutjeska in Bosnia
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Panorama del Parco della Sutjeska, solcato dal fiume omonimo

Il parco si raggiunge in circa due ore d’auto da Sarajevo e offre diverse possibilità di trekking, ma il percorso da non perdere per gli amanti delle gole e dell’acqua dolce è la camminata verso il punto panoramico di Ugljesin, da cui lo sguardo abbraccia l’intero canyon del fiume Sutjeska, incorniciato dalle montagne dello Zelengora, la spettacolare, selvaggia e poco frequentata catena montuosa al confine con il Montenegro.

Per chi cerca qualcosa di più adrenalinico, il vicino torrente Hrčavka si presta al canyoning tra pozze turchesi e piccole cascate. Il parco custodisce anche un pezzo di storia recente: qui si combatté nel 1943 una delle battaglie più cruente della Seconda guerra mondiale in territorio jugoslavo, ricordata da un monumento imponente a Tjentište, da dove parte anche un bel percorso escursionistico.

Gola dell’Osum, Albania

Dicono che sia il Grand Canyon d’Albania: la Gola dell’Osum si sviluppa per oltre 26 chilometri nei pressi della cittadina di Çorovodë, nel sud del paese. Qui pareti calcaree, che in alcuni tratti sfiorano gli 80 metri di altezza, racchiudono un fiume dalle acque limpidissime, punteggiato di grotte, marmitte e passaggi sotterranei.

È uno dei canyon più accessibili e insieme più spettacolari dei Balcani: se infatti durante la primavera spettacolari cascate d’acqua scendono dalla sommità delle pareti rocciose, in estate la minore portata rende la Gola un vero e proprio canyon da esplorare. Dai belvedere lungo il bordo si può ammirare l’intero sviluppo della gola, mentre chi preferisce un contatto più diretto può scendere fino al fiume per camminare lungo le rive o risalire una parte del suo letto, oppure anche affrontare un’escursione in gommone su rapide tanto belle quanto clementi, alla portata di chiunque, anche senza particolari esperienze di rafting.

Panorama della Gola dell'Osum in Albania
Veduta della Gola dell’Osum in Albania

La piccola cittadina di Çorovodë, con la sua atmosfera di paese di provincia, rappresenta la base ideale da cui muovere verso la Gola dell’Osum e nelle vicinanze, come la vicina Berat, città patrimonio UNESCO nota per le sue case ottomane affacciate sul fiume.

Canyon di Mrtvica, Montenegro

Circa 40 chilometri a nord di Podgorica e a 30 da Kolasin sorge uno degli angoli più selvaggi e spettacolari, eppure meno frequentati, del Montenegro: è il canyon di Mrtvica.

Il fiume che gli dà il nome, affluente della Morača, scorre per circa otto chilometri tra rapide, sorgenti e piccole cascate, in un ambiente di vegetazione fitta e acque cristalline.

Il trekking che attraversa il canyon è un percorso lungo di circa sette chilometri, da percorrere senza fretta per godere della bellezza del fiume, con le sue acque smeraldine e turbinanti, e del contesto naturale circostante. Si oltrepassa il Danilov Most, il ponte di Re Danilo, costruito nell’Ottocento in onore della madre del sovrano montenegrino, e si raggiunge poi la Kapija Želja, la Porta dei Desideri, un arco roccioso naturale legato a leggende popolari.

Ponte sul Canyon di Mrtvica, in Montenegro
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Il Ponte di Re Danilo nel Canyon di Mrtvica

Oltre la Porta, una serie di cascate spettacolari conclude in bellezza la parte più semplicemente visitabile del canyon, che poi si restringe sempre di più, fino a diventare inaccessibile.

Canyon di Holta, Albania

Meno noto rispetto all’Osum, il canyon di Holta si trova nell’Albania centrale, tra le colline di Gramsh, cittadina che secondo la tradizione sarebbe origine della famiglia di Antonio Gramsci.

Il fiume Holta ha scavato in questo tratto una gola stretta e profonda, lunga circa tre chilometri, dove le pareti si innalzano fino a un centinaio di metri sopra l’acqua. È un luogo ammaliante, affascinante ma al tempo stesso che conferisce un certo timore reverenziale, come quello che si deve avere a volte nei confronti dei luoghi naturali.

Ciò che rende speciale questo canyon è la combinazione tra acque fredde di origine alpina e alcune sorgenti termali che sgorgano lungo il percorso. Percorsi di trekking solcano la cima delle pareti rocciose che fanno da contorno alla gola, ma c’è anche la possibilità di praticare canyoning con una visita guidata che permette di esplorare il canyon camminando nel letto del fiume, tra pozze turchesi, formazioni rocciose e sorgenti termali.

Canyon del Krupa, Croazia

Il Canyon del Krupa è una spettacolare gola carsica che si trova nel nord della Dalmazia, in Croazia. È stata scavata nel corso dei millenni dal fiume Krupa, per l’appunto: un corso d’acqua verde smeraldo, principale affluente del fiume Zrmanja.

Lungo appena una ventina di chilometri, ha comunque generato nel tempo diciannove cascate, alcune delle quali ricordano, in scala ridotta, l’atmosfera del ben più celebre parco dei Laghi di Plitvice.

Cascate del fiume Krupa, in Croazia
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Il fiume Krupa e le sue cascate

Attorno alla gola si trovano una serie di percorsi escursionistici che permettono sia di ottenere una splendida vista panoramica su questo canyon particolarmente suggestivo, con lo sguardo che permette di abbracciare il corso del fiume e ammirare dall’alto le belle cascate, sia di raggiungere la riva, dove si può incontrare una piccola e divertente via ferrata, con chiodi utili a superare una strettoia del letto del fiume, ma anche lo scenografico ponte medievale di Kudin e le cosiddette Deveterci, una sequenza di piccole cascate paragonata a una collana di perle d’acqua.

Il fiume Krupa confluisce come detto nella Zrmanja, altro corso d’acqua di grande fascino, dando vita a una confluenza spettacolare tra due canyon.

Canyon della Temštica, Serbia

La Stara Planina, ovvero la montagna vecchia, è la più lunga catena montuosa della Serbia, situata nella regione sudorientale del paese, vicino alla Bulgaria. Qui scorre il fiume Temštica, capace di farsi strada nella roccia rossastra di questo territorio e scavare un canyon, diventato noto come Little Colorado.

Il fiume nasce dalla confluenza di tre diverse sorgenti che scendono dalle vette della Stara Planina, nei pressi del villaggio di Topli Do, un piccolo, silenzioso paese della Serbia rurale.

Canyon della Temstica, Serbia
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Il canyon della Temstica

Questa zona custodisce inoltre alcune delle cascate più alte della Serbia, come la Pilj, che precipita per oltre 65 metri in una cornice ancora sorprendentemente selvaggia, a quattro chilometri da Topli Do.

È un angolo di Balcani ancora estraneo ai grandi flussi turistici, ideale per chi cerca un trekking di fine estate in totale tranquillità, magari abbinandolo alla visita della vicina Pirot, città nota per la produzione artigianale dei kilim, i tappeti tessuti a mano protetti dall’UNESCO.

Un mare tra le vette: la magia selvaggia del Mondsee, il Lago della Luna in Austria

Acqua chiara, montagne verdi e una grande parete calcarea che sembra tuffarsi direttamente nel paesaggio. Sullo sfondo, invece, c’è Drachenwand, la “Parete del Drago”, una presenza rocciosa talmente scenografica da diventare il simbolo stesso di Mondsee. Del resto, la cima raggiunge 1.176 metri e sul versante rivolto verso il lago si innalza una parete quasi verticale alta circa 700 metri.

Mondsee appartiene al Salzkammergut, vasta regione lacustre dell’Austria settentrionale celebre per l’alternanza di specchi d’acqua, montagne, boschi e piccoli centri storici. Il lago occupa circa 14,2 km², raggiunge una profondità massima di 68 metri e si allunga per quasi 11 km, con una larghezza che arriva a più o meno 2 km. La sponda sud-occidentale segna anche il confine tra Alta Austria e Salisburghese.

Il lago è anche uno dei grandi paradisi austriaci per le attività acquatiche. Le sue acque raggiungono in estate temperature vicine ai 27 °C e permettono di dedicarsi a nuoto, vela, windsurf, stand up paddle, sci nautico, wakeboard e kitesurf. Per chi preferisce restare sulla terraferma, il territorio offre percorsi escursionistici e itinerari ciclabili tra le colline del Mondseeland. Il nome stesso, inoltre, significa letteralmente “Lago della Luna” e la tradizione locale lega questa denominazione alla luce lunare riflessa sulle acque.

Origine, formazione e leggende del Lago della Luna

La storia di Mondsee affonda molto più indietro rispetto alla nascita del moderno turismo lacustre. Il bacino appartiene al paesaggio modellato dalle grandi glaciazioni alpine. L’azione dei ghiacci ha scavato e approfondito numerose vallate del Salzkammergut, lasciando dopo il loro ritiro una successione di depressioni occupate dall’acqua. Mondsee rientra in questo grande sistema di origine glaciale, insieme a molti dei bacini che caratterizzano la regione.

La presenza umana sulle sue rive risale almeno al Neolitico. Nel XIX secolo furono individuate tracce di antichi insediamenti, dando origine agli studi sulla cultura di Mondsee, una delle più importanti realtà archeologiche preistoriche dell’Europa centrale. Questa cultura viene collocata generalmente tra il 3000 e il 2200 a.C. circa.

Il patrimonio archeologico legato al lago è particolarmente prezioso perché alcune condizioni ambientali hanno favorito la conservazione di materiali organici. Resti di abitazioni, utensili, ceramiche e oggetti legati alla vita quotidiana hanno permesso di ricostruire attività agricole, artigianali e alimentari delle comunità che vivevano sulle rive del bacino migliaia di anni fa.

I siti palafitticoli dell’area appartengono al grande patrimonio UNESCO delle Palafitte preistoriche dell’arco alpino, una rete transnazionale che comprende 111 località distribuite in 6 Paesi.

La leggenda legata al nome aggiunge un altro livello alla sua storia: secondo la tradizione, il duca bavarese Odilo si trovava nella zona durante una battuta di caccia quando fu sorpreso dalla notte. La luna piena avrebbe illuminato il lago e indicato al duca una via di salvezza. Da questo episodio sarebbe nata la decisione di fondare il monastero sulle rive del bacino nell’VIII secolo.

Una seconda leggenda riguarda direttamente la grande parete che domina il lago. Nella Drachenwand si apre il Drachenloch, una cavità naturale di circa 8 metri di diametro. La tradizione popolare attribuisce al diavolo la formazione del passaggio, immaginandolo mentre attraversava la montagna in volo dopo aver rapito la cuoca del parroco.

Cosa fare e vedere sul Lago Mondsee

Una gita in barca permette di apprezzare la conformazione del bacino e soprattutto di vedere la Drachenwand dalla prospettiva più spettacolare. Dalla superficie emerge con maggiore evidenza il rapporto tra la parete rocciosa e il lago, mentre il Drachenloch diventa riconoscibile nel profilo della montagna.

Le temperature estive, che possono raggiungere circa 27 °C, rendono Mondsee particolarmente adatto alla balneazione. Le rive ospitano stabilimenti e aree pubbliche attrezzate, con prati per prendere il sole, spazi per famiglie e servizi dedicati alle attività acquatiche.

La forma allungata del lago e le condizioni favorevoli hanno trasformato Mondsee in una destinazione apprezzata anche dai velisti. Le scuole nautiche locali propongono corsi e noleggio di imbarcazioni, permettendo anche ai principianti di provare la navigazione.

Lago Mondsee, Austria
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Sulle rive del Lago Mondsee

Non mancano le occasioni di svolgere attività acquatiche come il SUP, grazie a cui procedere in piedi su una tavola utilizzando una pagaia. Windsurf, wakeboard e sci nautico richiedono maggiore tecnica. Il kitesurf aggiunge una componente ancora più spettacolare, grazie all’azione del vento sull’aquilone che permette alla tavola di accelerare e compiere brevi salti sulla superficie.

Una gita sul lago permette di raggiungere il punto di osservazione più suggestivo della parete. Dal basso la montagna appare enorme e compatta, con il verde dei boschi interrotto dalle rocce calcaree. Il Drachenloch diventa particolarmente interessante da questa prospettiva.

Per chi preferisce una giornata lenta, Mondsee mette a disposizione prati, spiagge e aree balneari distribuite lungo il perimetro del bacino. Un asciugamano, un libro e qualche ora trascorsa davanti all’acqua bastano per apprezzare il paesaggio senza seguire un programma preciso.

Dove si trova e come arrivare

Il Lago Mondsee si trova in Alta Austria, nel Salzkammergut, a breve distanza dal confine con il Salisburghese. La posizione rende il bacino facilmente raggiungibile da Salisburgo, situata a circa 30 km, e rappresenta uno dei motivi della sua popolarità anche per soggiorni brevi.

In automobile, il riferimento principale è l‘autostrada A1, che collega Vienna, Linz e Salisburgo. L’uscita Mondsee porta direttamente verso il lago e verso il centro abitato situato sulla sponda settentrionale. Salisburgo rappresenta l’aeroporto più comodo per chi arriva in aereo. Dalla città si può proseguire in automobile oppure utilizzare i collegamenti regionali diretti verso Mondsee. La zona è servita anche dal trasporto pubblico, soluzione interessante per chi vuole raggiungere il lago senza utilizzare un’auto.

Una volta sulle rive, il paesaggio fa capire subito perché Mondsee abbia conquistato questo nome: acqua limpida, montagne, pareti calcaree e luce lunare compongono un ambiente nel quale la dimensione naturale resta protagonista.

Il Colorado delle Alpi è scolpito nella roccia rossa: le incantevole Gole del Daluis

In questa parte dell’entroterra di Nizza il verde delle Alpi Marittime lascia spazio a una lunga fenditura color rosso scuro. E proprio qui c’è una strada che si infila tra pareti altissime, attraversa gallerie scavate nella roccia, supera ponti e procede accanto a precipizi che raggiungono circa 300 metri. In basso scorre il Var, il fiume che ha inciso il canyon nel corso di milioni di anni.

È questo contrasto a rendere le Gole del Daluis una delle formazioni geologiche più sorprendenti della Francia meridionale. Il soprannome di “Colorado nizzardo”, oppure “Piccolo Colorado di Nizza”, appare subito comprensibile davanti alle pareti color vino, così lontane dall’immagine classica delle montagne provenzali.

La gola appartiene alla Riserva Naturale Regionale delle Gorges de Daluis, istituita nel 2012 e prima riserva naturale classificata nelle Alpi Marittime. Il territorio protetto supera i 1.000 ettari tra i comuni di Guillaumes e Daluis e conserva un patrimonio geologico, minerario, botanico e faunistico di grande interesse.

Origini, formazione e leggende

Circa 270 milioni di anni fa, alla fine dell’era primaria, la Provenza aveva un aspetto completamente diverso da quello attuale. I sedimenti che avrebbero formato le rocce chiamate pélite si depositarono all’interno di un enorme rift, una vasta zona sottoposta a fratture e movimenti della crosta terrestre, sotto un clima tropicale umido.

La pélite è una roccia sedimentaria relativamente friabile. Il suo caratteristico rosso bordeaux nasce dall’ossidazione del ferro presente al suo interno. Il risultato è una massa rocciosa dalle tonalità insolite, attraversata da fratture e incisioni che l’erosione ha progressivamente ampliato.

A dare forma all’attuale canyon è stato soprattutto il Var. Per milioni di anni il fiume ha scavato la pélite, sfruttandone la fragilità, fino a creare una gola stretta con pareti verticali e profondi strapiombi. Il risultato raggiunge dimensioni impressionanti, con una fenditura lunga oltre 900 metri e pareti che arrivano a circa 300 metri sopra il corso d’acqua.

La geologia della zona diventa ancora più interessante osservando i diversi colori delle rocce. Al rosso della pélite si contrappongono le formazioni calcaree sovrastanti e il bianco della quarzite del Triassico. Quest’ultima è una roccia molto dura, utilizzata anche nella costruzione di alcuni edifici e manufatti locali, compreso il ponte di Berthéou.

Sotto le pareti si nasconde inoltre una storia mineraria: la Riserva custodisce oltre 70 specie di minerali censite nelle diverse gallerie del territorio. Alcuni minerali, tra cui barrotite e gilmarite, sono stati identificati per la prima volta proprio in questa zona. Poi c’è il Pont de la Mariée, il Ponte della Sposa, forse il punto più famoso dell’intero itinerario.

Il ponte in quarzite attraversa un vuoto di circa 80 metri ed è legato a una vicenda tragica risalente al 30 luglio 1927. Secondo la storia tramandata, una giovane sposa in viaggio di nozze raggiunse la gola insieme al marito nelle ore serali. La donna precipitò dal ponte in circostanze rimaste avvolte dal dubbio. La versione dell’epoca attribuì la caduta a un errore provocato dall’oscurità, mentre la vicenda alimentò inevitabilmente interrogativi mai del tutto chiariti.

Poco più avanti compare un’altra presenza singolare: un blocco di pélite rosso che assume la forma di un volto femminile e viene chiamato “la Guardiana delle gole“. Contemporaneamente, specie alpine e mediterranee condividono questo ambiente, dai camosci al gallo forcello, dall’aquila reale alla lucertola ocellata.

La visita tra strada panoramica, belvedere e antiche gallerie

Il modo più immediato per conoscere la gola consiste nel percorrere la D2202, la strada che attraversa la Riserva e segue per circa 11 km il settore più spettacolare del canyon. L’asfalto rende il percorso accessibile in automobile e in moto, ma alcuni tratti sono stretti, tortuosi e affacciati sul vuoto. Le 17 gallerie aggiungono un elemento quasi cinematografico al viaggio. Alcune sono brevi, altre più profonde e prive di illuminazione, perciò è utile procedere lentamente e con attenzione.

Meglio concedersi tempo per le soste: la strada offre scorci continui sulle pareti rosse, sul Var e sulle strutture lasciate dall’antica linea tranviaria. Una delle fermate più suggestive è proprio il Pont de la Mariée, dal quale la profondità della gola appare in tutta la sua evidenza.

Per chi vuole conoscere il paesaggio a piedi, il Point Sublime rappresenta una delle esperienze più interessanti. Il sentiero interpretativo parte nei pressi del ponte di Berthéou e conduce a un belvedere affacciato sul canyon. L’escursione richiede circa 2 ore tra andata e ritorno. Dall’alto, il Var sembra molto più piccolo rispetto alle pareti che lo racchiudono e le antiche miniere di Roua diventano riconoscibili nel paesaggio.

Un’esperienza più impegnativa è il Circuit des Balcons des Gorges de Daluis, itinerario ad anello di 2 giorni con difficoltà media. Il percorso attraversa sentieri e piste, comprende una passerella sopra il Var, un tratto con scala a fianco della parete rocciosa, antichi abitati e numerosi punti panoramici. È previsto anche un bivacco presso Roua, con prenotazione obbligatoria.

Tunnel Gole del Daluis, Provenza
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Un tunnel nelle Gole del Daluis

La vegetazione sembra quasi aggrappata alla montagna: ginestra, bosso, timo e ginepro riescono a crescere su un substrato povero d’acqua e nutrienti. Tra le rocce compaiono specie adattate a condizioni difficili, mentre sulle superfici rosse possono essere individuati anche i piccoli molluschi simbolo della Riserva.

Essendo un’area naturale protetta, il territorio richiede particolare attenzione. È vietato raccogliere rocce, minerali e piante, disturbare la fauna e lasciare rifiuti; i cani devono restare al guinzaglio. La raccolta di campioni geologici è riservata agli studiosi autorizzati.

Dove si trovano e come arrivare

Le Gole del Daluis si trovano nell’entroterra delle Alpi Marittime, tra Daluis e Guillaumes, a nord-ovest di Nizza. La posizione le rende perfette per un itinerario più ampio attraverso l’alto entroterra nizzardo, soprattutto insieme a Entrevaux e alle vicine Gorges du Cians.

Da Entrevaux si segue la strada in direzione di Daluis e Guillaumes. La gola compare progressivamente davanti agli occhi, con il paesaggio che cambia fino alle grandi pareti rosse. Da Guillaumes la D2202 permette di attraversare il settore principale delle gole lungo la Route des Grandes Alpes.

Chi arriva in treno può utilizzare la stazione di Entrevaux, servita dal Train des Pignes, situata a circa 15 minuti dalla Riserva. Da Guillaumes è inoltre possibile raggiungere Valberg, importante località alpina dell’entroterra nizzardo, e proseguire verso le Gorges du Cians per costruire un itinerario dedicato ai canyon rossi delle Alpi Marittime.

Il viaggio può proseguire verso Puget-Rostang, con una deviazione all’Ecomusée de la Roudoule, oppure verso Entrevaux, borgo medievale fortificato che offre un interessante contrappunto storico alla natura selvaggia delle gole.

Sei isole minori italiane per un trekking di fine estate lontano dalla folla

Unire, in qualche modo, la montagna al mare è possibile. Con l’estate che si avvia verso la sua coda finale, con le temperature più clementi e la canicola meno battente, uno dei grandi piaceri a cui dedicarsi è il trekking. Ma non con escursioni qualsiasi, bensì alla scoperta delle isole minori italiane, piccoli ammassi di terra, roccia, scoglio e boschi seminati nel grande blu del Mediterraneo.

L’Italia vanta oltre 800 isole nel suo pur contenuto territorio, di cui meno di cento sono abitate. All’interno di questo insieme si trovano veri e propri tesori di natura selvaggia, panorami spettacolari e mare cristallino che sono rimaste tutto sommato fuori dai circuiti del turismo di massa e sono riuscite a conservare un volto immutato e intatto, da esplorare con gentilezza e cura, un passo dopo l’altro.

Alicudi

Meno di cento abitanti vivono ad Alicudi, la più occidentale delle isole Eolie. Nell’antichità questa collina che si erge improvvisa al di sopra del livello del mare era nota come Ericussa, che in greco antico significa ricca di erica. Tale erba cresce infatti copiosa sui fianchi del Filo dell’Arpa, come si chiama la vetta che domina l’isola.

Alicudi, in cima al Filo dell'Arpa
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Dall’alto di Alicudi si vedono tutte le Eolie

Pressoché circolare, è il frutto di un vulcano ormai spento da decine di migliaia di anni. I pochi residenti abitano il lato sud dell’isola, dove si trovano stretti appezzamenti di terreno che digradano il più dolcemente possibile verso il mare, in un luogo che per il resto vede la ripidità come proprio tratto distintivo.

Da Alicudi Porto si dipana una serie di mulattiere che raggiungono le contrade abbarbicate nella parte montana, caratterizzate da gradini, fichi d’India, muretti a secco. Bellissime passeggiate che regalano bei colpi d’occhio sul mare e sui pendii dell’isola.

L’escursione regina è quella che porta alla cima del Filo dell’Arpa: 675 metri sul livello del mare da scalare in poco più di due chilometri di impervio sentiero. La vista dalla cima è impagabile: abbraccia l’intero arcipelago delle Eolie. Chi vuole godere di un punto panoramico che dà sulla impraticabile area nord-occidentale di Alicudi, può deviare dal sentiero che porta alla cima, aggirandola e raggiungendo la cosiddetta Timpa delle Femmine.

Capraia

Capraia è una delle isole meno conosciute dell’Arcipelago Toscano, e forse la più adatta per gli amanti delle escursioni. Vulcanica, brulla, quasi priva di alberi ad alto fusto, mostra il suo paesaggio senza filtri: crinali scoscesi, strapiombi sul mare, grandi spazi aperti interrotti dall’emergere, nei pressi della linea costiera, dalla sagoma di antiche torri di avvistamento, rimaste a guardia di un orizzonte che oggi non fa più paura a nessuno.

Tra le isole toscane è quella più lontana dalla terra ferma, e si trova più vicina alla Corsica di quanto non lo sia alla costa tirrenica della Toscana.

Il profilo dell'isola di Capraia
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Il profilo dell’isola di Capraia

Diversi sentieri escursionistici percorrono l’isola in lungo e in largo, partendo da Capraia Paese e raggiungendo i principali rilievi e alcune punte. La camminata panoramica per eccellenza è quella che porta al Monte Castello, il punto più alto dell’isola a 445 metri, da cui lo sguardo spazia dalla Corsica all’Elba. Lo si raggiunge con un sentiero dal porto di poco più lungo di 5 chilometri.

Chi ha gambe e tempo può spingersi fino alla Torre dello Zenobito, all’estremità meridionale, lungo un percorso ad anello di circa 15 chilometri. La Torre, costruita nel Cinquecento dai genovesi che amministravano l’isola, sovrasta la magnifica Cala Rossa, una falesia dal distinto colore rossastro, ferroso, frutto del crollo di un cono vulcanico risalente a 4 milioni di anni fa.

Marettimo

Isole Egadi, Sicilia. Marettimo è la più occidentale del trittico, quella che ha conservato meglio la propria identità di isola-montagna rispetto a Favignana e Levanzo, e anche quella meno frequentata dal turismo, forse perché più lontana dalla costa, forse perché pressoché priva di spiagge di sabbia. Una vera e propria roccia che si staglia in mezzo al blu, percorsa da un reticolo di sentieri assolati.

Punto di snodo cruciale della rete sentieristica dell’isola sono le Case Romane, resti di un antico insediamento corredati da una chiesetta ancora consacrata. Sopraelevate rispetto al paese dove attraccano i traghetti con destinazione Marettimo, dalle Case Romane si gode già di una splendida vista panoramica.

Veduta sul Castello di Punta Troia a Marettimo
Lorenzo Calamai
Il Castello di Punta Troia

Tante le escursioni da non perdere, su e giù dal crinale che percorre da nord a sud l’isola. Raggiungere Pizzo Falcone, la vetta più alta di Marettimo a 686 metri, significa regalarsi un panorama a 360 gradi davvero impressionante, con la possibilità di ammirare il profilo delle altre Egadi all’orizzonte.

Il sentiero per il Castello di Punta Troia, la fortezza che i Borboni usarono come carcere per prigionieri politici, è il grande classico: un sentiero a mezza costa che offre vedute mozzafiato sul paese e sul fortilizio, seduto su un promontorio attaccato al resto dell’isola solo da un lembo di terra. La fortezza conserva però un dettaglio storico particolare: la grande cisterna scavata nella roccia, profonda circa 7 metri, fu trasformata in una prigione sotterranea senza luce, dove i detenuti venivano calati dall’alto.

Da non sottovalutare le escursioni che portano al lato occidentale dell’isola, dove lo sguardo si perde verso un orizzonte dove domina soltanto il mare, ma che a fine giornata regala tramonti incantati.

Linosa

È piccola, Linosa. Poco più di cinque chilometri quadrati in mezzo al Mediterraneo, a pari distanza dalla costa della Tunisia, a ovest, e da quella della Sicilia, a nord. La sua natura vulcanica è perfettamente apparente, con le sue rocce nere e i suoi rilievi conici. Piccole case colorate fanno da contrasto alla natura aspra, corredando il panorama.

Il sentiero più classico sale al Monte Vulcano, punto più alto dell’isola con appena 195 metri ma dal panorama spropositato rispetto alla quota: nelle giornate di libeccio si scorge persino Lampedusa, che si trova a più di quaranta chilometri.

Gli altri due rilievi vulcanici, Monte Rosso e Monte Nero, completano il quadro delle salite da affrontare. Entrambi devono il loro nome alla caratteristica ben evidente del rispettivo terreno: una terra rossa e ferrosa accompagna l’escursione in vetta ai 187 metri del Monte Rosso, mentre il Monte Nero è fatto della tipica roccia vulcanica e si affaccia direttamente sul mare, con il suo cratere parzialmente crollato al di sotto del livello dei flutti.

Montecristo

Montecristo è un caso a parte. E non tanto per il romanzo di Dumas, anzi, ma perché è l’isola più inaccessibile dell’Arcipelago Toscano. Infatti, è Riserva Naturale Statale Integrale dal 1971 e Riserva Naturale Biogenetica del Consiglio d’Europa. Per questo, l’isola non si raggiunge con un servizio di trasporto regolare e l’accesso è consentito esclusivamente tramite visite guidate autorizzate dal Reparto Carabinieri Biodiversità e dal Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.

Il numero di visitatori è, quindi, rigidamente contingentato (ci sono meno di duemila posti ogni anno), con prenotazioni da effettuare con largo anticipo. Una volta ottenuto un posto nella visita guidata, però, lo spettacolo è davvero formidabile.

Si approda a Cala Maestra, l’unico punto di sbarco consentito, una grande distesa di sabbia bianca bagnata da un mare cristallino, caraibico. Sull’isola sorgono una regale villa ottocentesca, un antico monastero e un piccolo museo naturalistico. L’isola è impervia e verde, con una flora condizionata dalla presenza di una popolazione di capre selvatiche, l’unica in Italia. Durante la visita, si percorre uno dei tre itinerari didattici, guidati dal personale forestale e con diversi gradi di difficoltà. Un quarto percorso, aperto eccezionalmente e riservato ad escursionisti esperti, porta fino alla vetta del Monte della Fortezza, il più alto rilievo di Montecristo, oltre i 600 metri di altitudine.

Palmaria

Palmaria è la più grande isola della Liguria, seppure abbia un’area totale di appena 1,89 chilometri quadrati. Si trova di fronte a Portovenere, separata dalla terraferma da poche centinaia di metri di mare. Fa parte, insieme a Portovenere, alle Cinque Terre e alle vicine isole del Tino e del Tinetto, del sito UNESCO del Golfo dei Poeti. Intraprenderne il periplo a piedi è una delle escursioni più amate della regione.

Palmaria
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Veduta dell’isola di Palmaria

Il sentiero ad anello, segnalato come 510, parte dall’approdo di Terrizzo e si sviluppa per circa sei chilometri, toccando il Forte Umberto I, il cosiddetto Pozzale all’estremo meridionale dell’isola e Punta Carlo Alberto. Il dislivello totale dell’escursione è intorno ai 450 metri, con la salita più tosta che arriva proprio per risalire a Punta Carlo Alberto, dalla quale però si ammira un bellissimo panorama su Portovenere e, in particolare, la Chiesa di San Pietro. Il tempo di percorrenza si aggira sulle tre ore.

Lungo il percorso, sulla punta sud di Palmaria, si incontrano anche i resti di una cava di marmo nero, un tempo tra i materiali più pregiati della zona.

Il prodigio di un fiume impetuoso: la spettacolare Cascata di Ézaro, che sfida le onde dell’oceano

La Galizia ha un rapporto viscerale con l’acqua: piove spesso, l’Atlantico detta il ritmo delle coste, mentre i fiumi scendono dalle montagne verso insenature profonde e piccoli villaggi marinari. Sulla Costa da Morte, tratto selvaggio della provincia di A Coruña famoso per promontori battuti dal vento e storie legate alla navigazione, il paesaggio raggiunge una delle sue espressioni più sorprendenti a Ézaro.

Davanti agli occhi, infatti, appare una scena difficile da associare a una normale cascata. Lo Xallas, dopo un percorso di circa 60 chilometri attraverso l’entroterra, arriva alle rocce della costa e precipita verso una grande pozza naturale. Pochi metri più avanti l’acqua raggiunge l’Atlantico, creando una continuità impressionante tra corso fluviale e mare aperto.

La Cascata di Ézaro, chiamata anche O Cadoiro, è considerata un fenomeno naturale unico nell’Europa continentale per la sua particolare configurazione. Il fiume scorre infatti direttamente verso il mare attraverso una spettacolare parete granitica alta quasi 40 metri. Attorno si apre un paesaggio aspro, modellato dall’acqua, dal vento e dalla vicinanza dell’oceano.

Origine, formazione e leggende

Per capire al meglio la cascata bisogna seguire idealmente lo Xallas a ritroso. Il fiume nasce sui versanti occidentali del Monte Castelo e attraversa inizialmente territori relativamente pianeggianti, situati a circa 300-400 metri di quota. Più avanti il terreno diventa accidentato e il corso d’acqua si restringe. Tra Ponte Olveira e Santa Uxía, il fiume attraversa una successione di laghi artificiali legati agli sbarramenti idroelettrici.

Avvicinandosi alla costa aumenta la pendenza: rapide e piccole cascate accompagnano il tratto finale, fino alla grande parete di granito che produce il salto di Ézaro. La conformazione geologica della zona rende il fenomeno particolarmente scenografico, perché la roccia nuda accompagna la discesa dell’acqua fino alla conca naturale sottostante.

La forza dello Xallas aveva già colpito i viaggiatori del passato. Nel 1745 Padre Sarmiento attraversò questa parte della Galizia durante il suo viaggio attraverso la regione. Per superare il fiume utilizzò la Barca dos Cregos, la Barca dei Chierici, che collegava le parrocchie di Santa Uxía e Arcos in assenza di un ponte. Il religioso raccontò di aver visto il fiume arrivare da grande altezza e precipitare verso il mare, descrivendo anche la profondità della pozza e la grande quantità di schiuma prodotta dalla caduta.

La cascata appartiene inoltre a un paesaggio ricco di racconti popolari. Poco sopra il salto si trova una cavità dalla particolare apertura rettangolare chiamata Ventá das Bruxas, la Finestra delle Streghe, che la tradizione locale collega a una storia di magia e incantesimi.

Secondo la leggenda, la grotta sarebbe l’ingresso di un passaggio sotterraneo diretto sotto la cascata. Il corridoio condurrebbe a una sala lussuosa abitata da una principessa incantata. Liberarla richiederebbe il superamento di una serie di prove e solo l’uomo capace di affrontarle con successo potrebbe spezzare l’incantesimo e sposarla.

Il racconto acquista ancora più fascino grazie alla presenza del Monte Pindo, la grande montagna che domina il paesaggio vicino alla foce. La sua fama affonda in tradizioni preistoriche, rituali magici e leggende popolari, tanto da aver alimentato nel tempo l’immagine di una montagna misteriosa, quasi separata dal resto del territorio.

La visita alla cascata e cosa vedere

La visita è semplice e adatta anche a una breve escursione durante un viaggio lungo la Costa da Morte. Una passerella conduce verso la zona della cascata e permette di avvicinarsi progressivamente al salto. La sensazione cambia a seconda della portata dello Xallas: nei periodi asciutti il corso appare più contenuto, mentre dopo abbondanti precipitazioni tutto diventa decisamente più potente.

Passerella per la Cascata di Ézaro
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Raggiungendo la Cascata di Ézaro

Il punto principale della visita resta naturalmente il salto. La parete di granito scende quasi verticalmente e l’acqua raggiunge la grande conca sottostante prima di proseguire verso l’Atlantico. Una breve permanenza permette di cogliere anche i particolari più piccoli, dalle increspature della pozza alle gocce trascinate dal vento.

Per una prospettiva completamente diversa conviene raggiungere il Mirador de Ézaro, situato più in alto rispetto alla cascata. La strada sale lungo il fianco della montagna attraverso numerose curve e conduce a una piattaforma panoramica. Da lassù il flusso appare inserito in un quadro molto più ampio. Lo sguardo segue la foce dello Xallas, raggiunge la costa, attraversa parte della ría di Corcubión e arriva fino al Monte Pindo.

La montagna merita una deviazione per chi desidera prolungare la giornata. Il Monte Pindo domina questa porzione di Costa da Morte con le sue forme granitiche e il carattere selvaggio. Un’altra prospettiva arriva dall’acqua: alcune attività permettono di raggiungere la zona in kayak e osservare la cascata dal basso, con il salto inserito nel paesaggio costiero. L’esperienza cambia completamente la percezione delle dimensioni, perché la parete rocciosa appare ancora più imponente vista dalla superficie della ría.

Nei dintorni si trovano inoltre spiagge tranquille, caratterizzate da sabbia chiara, oltre al piccolo nucleo costiero di Ézaro con porto e servizi. Per una pausa gastronomica si possono assaggiare specialità della cucina galiziana, soprattutto pesce, frutti di mare e vini della regione. Durante alcune serate estive la cascata viene persino illuminata, creando un’atmosfera particolare attorno alla parete rocciosa.

Dove si trova e come arrivare

La Cascata di Ézaro si trova nel comune di Dumbría, nella provincia di A Coruña, lungo la costa occidentale della Galizia (Spagna). Il territorio appartiene alla Costa da Morte, una delle aree più scenografiche della regione, caratterizzata da promontori rocciosi, insenature, villaggi marinari e una forte tradizione legata all’oceano.

Da Santiago de Compostela il viaggio in automobile richiede circa 1 ora e mezza, rendendo Ézaro una meta adatta anche a una gita di una giornata. La soluzione più comoda resta l’automobile, soprattutto per abbinare la cascata ad altre località della Costa da Morte.

Una volta raggiunta la zona, il parcheggio vicino alla cascata consente di proseguire verso l’area di visita. L’accesso è gratuito e una visita concentrata sul salto può richiedere circa 1 ora, mentre aggiungendo il belvedere, il Monte Pindo o le attività sul fiume conviene dedicare gran parte della giornata.

Per chi arriva senza automobile da Santiago, le escursioni organizzate rappresentano un’alternativa pratica, soprattutto se l’obiettivo comprende anche Finisterre, Muxía e altri luoghi della Costa da Morte.

Qui è dove la Terra restituisce il fiume (e la sorgente) più misterioso della Provenza: Fontaine-de-Vaucluse

A circa 30 chilometri da Avignone, alla fine di una valle stretta stretta tra pareti di calcare, Fontaine-de-Vaucluse sembra essersi fermata nel punto preciso in cui la Provenza cambia carattere. Le distese luminose, i vigneti, i filari di lavanda e i villaggi arroccati lasciano spazio a una gola profonda, fresca e ombrosa. In fondo, ai piedi di una falesia alta 230 metri, l’acqua affiora dal sottosuolo e dà vita alla Sorgue.

Tutto parte da lì: il villaggio si raccoglie lungo il corso del fiume appena nato, tra vecchie case in pietra, ponticelli, ruote idrauliche coperte di muschio e piccoli vicoli. La Sorgue attraversa Fontaine-de-Vaucluse con un colore che cambia sotto la luce, passando dal turchese intenso al verde smeraldo. Si tratta di un’acqua fredda, limpida e costantemente alimentata da un sistema sotterraneo gigantesco.

Ma non è finita qui, perché la sorgente ha una particolarità che rende questo luogo unico: davanti agli occhi appare una cavità apparentemente silenziosa, ma sotto quella superficie si apre un abisso esplorato soltanto in parte. Le ricerche hanno raggiunto circa 315 metri di profondità senza riuscire a chiarire completamente il percorso delle gallerie sotterranee. Fontaine-de-Vaucluse ha dato così il nome a un intero modello idrogeologico. Le grandi risorgive alimentate da reti carsiche sotterranee vengono infatti chiamate sorgenti vauclusiane.

Origine, formazione e leggende

La Fontaine-de-Vaucluse rappresenta la principale sorgente della Francia metropolitana e una delle più grandi risorgive del pianeta. Il suo funzionamento dipende da un enorme bacino sotterraneo alimentato dalle piogge e dallo scioglimento delle nevi provenienti dal Mont Ventoux, dai Monts de Vaucluse, dall’altopiano di Albion e dalla Montagne de Lure. L’area di raccolta supera i 1.200 chilometri quadrati.

L’acqua penetra lentamente nelle rocce calcaree, percorre una complessa rete sotterranea e riappare alla base della falesia. In media fuoriescono centinaia di milioni di metri cubi d’acqua all’anno. Durante i periodi più secchi la portata resta comunque elevata, mentre in primavera o dopo precipitazioni particolarmente intense il paesaggio muta radicalmente.

Il livello cresce, supera la soglia naturale e la sorgente si riversa lungo le rocce con una forza impressionante. La Sorgue possiede una temperatura particolarmente stabile, attorno ai 13 gradi, caratteristica che contribuisce alla limpidezza e alla presenza di un ecosistema ricco.

Nel corso dell’800 e del 900, numerose spedizioni hanno tentato di penetrare nel mistero dell’abisso. Nel 1878 il palombaro marsigliese Ottonelli raggiunse 23 metri. Nel 1946 arrivò anche il gruppo guidato da Jacques-Yves Cousteau. Le esplorazioni successive portarono i subacquei a quote sempre più profonde. Nel 1983 Claude Touloumdjan e Jochen Hasenmayer scesero fino a circa 205 metri, mentre i dispositivi robotici permisero di raggiungere oltre 300 metri.

La profondità conosciuta, però, rappresenta soltanto una parte del sistema: le indagini hanno individuato gallerie che proseguono oltre il punto raggiunto dalle esplorazioni. Per questa ragione la Fontaine-de-Vaucluse continua a conservare una parte del proprio mistero.

Accanto alla storia reale, Fontaine-de-Vaucluse custodisce anche una leggenda. La chiesa di Notre-Dame-et-Saint-Véran è legata alla figura di san Véran, al quale la tradizione attribuisce la liberazione della regione dalla Couloubre, un mostro simile a un drago che terrorizzava gli abitanti. Il santo avrebbe affrontato la creatura e l’avrebbe scacciata dalla valle, diventando una figura profondamente radicata nella memoria locale.

Anche Petrarca contribuì a costruire l’aura del posto. Il poeta visse a Fontaine-de-Vaucluse tra il 1337 e il 1353 e la natura della valle entrò nella sua immaginazione poetica. La Sorgue, la solitudine della gola e il paesaggio roccioso rappresentavano un rifugio lontano dalle corti e dalle grandi città. Laura, figura centrale della sua poesia, resta legata a questo periodo della sua vita e ha trasformato il villaggio in una tappa della geografia letteraria europea.

Visitare Fontaine-de-Vaucluse

Il centro storico è raccolto e la visita può richiedere poche ore, anche se vale la pena rallentare e dedicare tempo alle rive della Sorgue. Dal cuore del paese parte il Chemin de la Fontaine, il breve percorso che costeggia il fiume fino alla sua sorgente. La distanza è di circa 500 metri.

Alla fine della valle appare la grande parete calcarea. In basso, protetta da barriere di sicurezza, si apre la cavità dalla quale nasce il fiume. L’accesso diretto può essere soggetto a restrizioni per motivi di sicurezza, anche a causa del rischio di caduta di pietre dalla falesia. Vale quindi la pena rispettare la segnaletica e osservare la sorgente dai punti consentiti.

Una tappa fondamentale è il Moulin à Papier Vallis Clausa, testimonianza della lunga tradizione cartaria del villaggio. La prima cartiera risale al 1522 e l’industria della carta rappresentò per Fontaine-de-Vaucluse una risorsa economica fondamentale fino alla chiusura dell’ultima attività nel 1968. Oggi il mulino mostra le antiche tecniche di produzione della carta attraverso il movimento dell’acqua e la lavorazione degli stracci.

La grande ruota idraulica, con un diametro di circa 7 metri e 48 pale, resta una delle immagini più riconoscibili del villaggio. Vederla girare davanti all’edificio aiuta a comprendere il rapporto diretto tra la Sorgue e le attività artigianali locali.  Sul lato opposto della Sorgue si trova il Musée Pétrarque, dedicato alla permanenza del poeta italiano e alla fortuna della sua figura nei secoli successivi.

Ruota Fontaine-de-Vaucluse, Provenza
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La ruota idraulica di Fontaine-de-Vaucluse

Merita una sosta anche la chiesa di Notre-Dame-et-Saint-Véran, edificio di origine medievale costruito sui resti di un antico luogo di culto. Nel centro del paese, Place de la Colonne è dove si concentra la vita del villaggio. La colonna dedicata a Petrarca fu inaugurata il 20 luglio 1804, in occasione del 500° anniversario della sua nascita.

Alzando lo sguardo verso la montagna si scorgono i resti del castello dei vescovi di Cavaillon, costruito nel XIII secolo su uno sperone roccioso. Rimangono soprattutto strutture murarie, ma la posizione permette di comprendere il valore strategico della valle. Il castello controllava un territorio attraversato da pellegrini diretti verso il santuario di san Véran.

Dove si trova e come arrivare

Fontaine-de-Vaucluse si trova nel sud-est della Francia, in Provenza, nel dipartimento che porta il suo stesso nome. Avignone dista circa 30 chilometri, mentre L’Isle-sur-la-Sorgue si trova a circa 8 chilometri. L’automobile rappresenta il mezzo più pratico per raggiungere il villaggio, soprattutto per chi sta organizzando un itinerario attraverso la Provenza.

Da Avignone il tragitto richiede generalmente poco meno di 1 ora, in base al traffico e al percorso scelto. Fontaine-de-Vaucluse può essere inserita facilmente anche in una giornata dedicata all’abbazia di Sénanque, al Luberon oppure ai villaggi della valle della Sorgue. Dalla stazione ferroviaria di Avignone, i collegamenti richiedono generalmente una combinazione di treno e autobus oppure un trasferimento in auto.

Il lago con una foresta sommersa che emerge ancora dall’acqua: è il Lacul Roșu, in Romania

Dei tronchi spuntano dall’acqua scura, immobili, alcuni ancora sorprendentemente diritti, altri inclinati verso il cielo. Sembrano resti di una foresta pietrificata, ma sotto la superficie c’è una storia molto più recente. Ci troviamo al Lacul Roșu e, prima del lago stesso, qui tutto era occupato da un bosco. Poi la montagna si è spezzata, una massa enorme di detriti ha sbarrato il corso d’acqua e la conca si è riempita lentamente.

Il risultato è uno scenario quasi irreale, incastonato nei Carpazi Orientali, ai piedi del massiccio Hășmaș, a circa 983 metri di altitudine. Il lago si trova nel distretto di Harghita, nella Transilvania orientale, a breve distanza dalle celebri Gole del Bicaz. L’area appartiene al Parco Nazionale Cheile Bicazului-Hășmaș, territorio protetto caratterizzato da foreste, pareti calcaree, gole profonde e cime che superano i 1.500 metri.

Il nome può trarre in inganno. L’acqua di Lacul Roșu, infatti, non appare affatto rossa: le tonalità cambiano con la luce e possono assumere sfumature verdastre, giallastre o brune. La denominazione deriva dal Pârâul Roșu, il torrente che attraversa terreni ricchi di ossidi e idrossidi di ferro e trasporta sedimenti rossastri verso il bacino.

Origine, formazione e leggende

La nascita di Lacul Roșu risale al XIX secolo. Stando alle fonti locali, il 1837 sarebbe l’anno della sua formazione, mentre altre ricostruzioni collegano la frana al forte terremoto del 23 gennaio 1838, stimato intorno a magnitudo 6,9. La documentazione sul territorio segnala quindi una cronologia leggermente diversa, ma il meccanismo geologico è chiaro: un enorme movimento del versante del monte Ghilcoș sbarrò la valle del Bicaz e trasformò rapidamente il paesaggio.

L’acqua iniziò ad accumularsi dietro questo sbarramento naturale, sommergendo la vegetazione presente sul fondovalle. Gli alberi rimasero ancorati al terreno e i tronchi continuarono a emergere dalla superficie. Quasi 200 anni più tardi rappresentano ancora il dettaglio più riconoscibile del posto.

La zona circostante è costituita soprattutto da rocce calcaree, responsabili di molte delle forme spettacolari del paesaggio. La stessa natura geologica raggiunge la massima espressione nelle vicine Gole del Bicaz, scavate dall’azione dell’acqua attraverso imponenti pareti rocciose. Poi arriva la leggenda, in grado di rendere ancora più drammatica una vicenda geologica già impressionante.

La versione più conosciuta racconta di Estera, una giovane donna bellissima innamorata di un ragazzo partito per il servizio militare. Durante la sua assenza, un brigante l’avrebbe rapita per poi trascinarla tra le montagne. Estera avrebbe invocato l’aiuto della natura e una violenta tempesta avrebbe provocato il crollo delle rocce, seppellendo i protagonisti e la foresta della valle.

Un’altra tradizione parla invece di un pastore travolto insieme al proprio gregge. Da queste storie sarebbe nata l’idea di un lago colorato dal sangue delle vittime.

La visita al lago, tra barche, sentieri e gole di calcare

Una volta arrivati, la visita può iniziare direttamente dalla riva. La zona turistica si sviluppa attorno allo specchio d’acqua, con strutture ricettive, ristoranti e piccoli negozi. Basta allontanarsi dalle aree più frequentate per ritrovare un’atmosfera molto più raccolta, soprattutto lungo i tratti periferici del bacino.

Il modo più immediato per capire il tutto consiste nel seguirne il perimetro. Il Circuito del Lago Rosso, segnalato con una croce rossa, richiede circa 1 ora e 30 minuti. La prospettiva cambia continuamente e permette di osservare i tronchi da distanze diverse, con il profilo delle montagne a fare da quinta naturale.

Una gita in barca aggiunge un’altra dimensione alla visita: dal centro del bacino i tronchi sembrano ancora più numerosi e la particolare conformazione della valle diventa evidente. L’acqua può apparire molto diversa nell’arco della stessa giornata, soprattutto quando nuvole e sole modificano il riflesso delle montagne.

Il bagno è sconsigliato e generalmente vietato, specialmente per la presenza dei tronchi sommersi. La barca resta quindi la soluzione più adatta per vivere il lago dall’acqua. Chi arriva con scarponi e voglia di salire può scegliere tra diversi percorsi montani.

Vârful Suhardul Mic

Il sentiero verso il Suhardul Mic richiede circa 2-3 ore tra andata e ritorno e supera un dislivello di quasi 370 metri. Il percorso, segnalato con triangolo blu, conduce verso una delle migliori visuali panoramiche sul lago.

Vârful Ucigașu

Più impegnativo è il tragitto verso il Vârful Ucigașu: circa 3 ore complessive con 401 metri di dislivello. I segnavia sono costituiti da banda gialla e triangolo rosso. La cima conserva nel nome la memoria dell’antica denominazione del lago, legata alla parola ungherese gyilkos, cioè assassino.

Cheile Bicazului

A pochi chilometri dal lago, le Gole del Bicaz cambiano completamente scenario. La strada DN12C entra in una stretta valle racchiusa da gigantesche pareti calcaree. In alcuni punti la roccia sembra quasi incombere sulla carreggiata, creando uno dei passaggi stradali più scenografici della Romania.

Tra i settori più celebri compare il Gâtul Iadului, il “Collo dell’Inferno”, nome perfetto per descrivere il tratto particolarmente stretto della gola. La visita può essere effettuata in auto con diverse soste lungo il percorso, mentre i più allenati possono dedicare più tempo ai sentieri delle montagne circostanti.

Dove si trova Lacul Roșu e come arrivare

Lacul Roșu si trova nel distretto di Harghita, nella parte orientale della Transilvania (Romania), all’interno dei Carpazi Orientali. La località dista circa 26 chilometri da Gheorgheni e circa 10 chilometri da Bicaz-Chei, nel distretto di Neamț. Il collegamento principale è la DN12C, strada nazionale che unisce Gheorgheni a Bicaz.

Arrivando dalla Transilvania, il percorso attraversa progressivamente boschi e vallate montane fino a raggiungere la conca del lago. Dalla Moldavia romena, invece, il viaggio passa attraverso le Gole del Bicaz prima di raggiungere Lacul Roșu.

Lago Rosso, Romania
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Il Lago Rosso della Romania

Il Lacul Roșu, tra le altre cose, può essere visitato in qualsiasi stagione ma con caratteristiche molto diverse. L’estate offre temperature generalmente più fresche rispetto alle città della pianura e condizioni favorevoli per escursioni e gite in barca. L’autunno trasforma i boschi circostanti con tonalità intense, mentre l’inverno porta neve, ghiaccio e una dimensione decisamente più selvaggia al paesaggio. In quest’ultimo periodo occorre prestare particolare attenzione alle condizioni della strada e dei sentieri.

Cinque cascate nascoste nel cuore della Sicilia: il volto inaspettato dell’isola

Non si può dare torto a quei milioni di turisti che ogni anno frequentano le spiagge della Sicilia. L’isola all’estremo meridione d’Italia è un luogo favoloso, con un mare cristallino, una storia millenaria, borghi e cittadine affascinanti. La sua forza, poi, è certo nella sua varietà, tale da farla apparire quasi un continente, invece che un triangolo di terra emersa.

Proprio questa varietà suggerisce che non ci sia spazio soltanto per il turismo dedicato alla scoperta delle città o delle località di mare. L’entroterra siciliano, ad esempio, è un grande scrigno contenente un immenso tesoro naturale, tra colline, boschi e catene montuose. Fra queste si nascondono alcune bellissime cascate: nessuno si aspetterebbe di andare in Sicilia per scoprire dei luoghi d’acqua dolce, e invece non mancano i salti notevoli, peraltro spesso caratterizzati da un panorama naturalistico inconsueto, che li rende vere e proprie meraviglie da non perdere.

Cascate dell’Oxena

Nel 2025 Militello in Val di Catania è stato eletto Borgo dei Borghi. Una bella cittadina barocca, situata a sud della città etnea. Il suo territorio carezza le propaggini dei Monti Iblei, dove scorre il torrente Oxena, che ha saputo scavare il proprio letto, nel corso dei millenni, dentro un canyon di origine lavica.

Proprio non lontano da Militello si trova una splendida cascata (anche se sono conosciute come Cascate dell’Oxena, la cascata vera e propria è soltanto una, in un’area caratterizzata comunque da cascatelle e rapide), alimentata dalle numerose sorgenti che si aprono lungo le sponde del corso d’acqua, anche nei periodi di maggiore siccità.

Il paesaggio che la circonda è particolare. Si alternano zone verdi, dove pascolano mandrie di mucche, a aree brulle, dove emerge una terra rossastra su cui crescono olivastri, carrubi e fichi d’India.

Le Cascate dell’Oxena possono essere raggiunte con un’escursione a piedi o in bici da Militello in Val di Catania, da cui distano circa cinque chilometri. Più breve, invece, l’avvicinamento dall’ultimo luogo raggiungibile in auto: si raggiungono in circa 15 minuti a piedi da Contrada Bognanni, una stretta strada dalla quale si può godere di una prima vista dall’alto della cascata.

Le Cascate dell'Oxena in Sicilia
Lorenzo Calamai
Vista sulla cascata principale dell’Oxena

Due cascatelle anticipano la discesa al cospetto del salto principale, rombando tra la roccia basaltica, che emerge nera dal terreno attorno al torrente. Scendendo al livello inferiore, una bella spiaggetta all’ombra di oleandri e tamerici consente di godersi al massimo la contemplazione della cascata.

Cascata di San Nicola

A circa mezz’ora d’auto da Palermo, nel territorio del piccolo comune di Bolognetta, si nasconde una delle cascate meno conosciute della Sicilia occidentale: la Cascata di San Nicola. È opera del torrente Milicia, che nasce nella zona del Bosco della Ficuzza, nei pressi di Corleone, e sfocia nel Tirreno tra Casteldaccia e Altavilla Milicia.

Il periodo migliore per visitare la cascata va da ottobre a maggio, quando la portata d’acqua è più abbondante, ma in estate la Cascata di San Nicola solitamente si difende bene, e la bella polla smeraldina ai suoi piedi rimane un’oasi rinfrescante.

Il contesto attorno al salto è spettacolare: una ampia gola rocciosa, dove domina il color ocra e la maggior parte del verde è rappresentata dalle onnipresenti piante di fico d’India. Il torrente rappresenta una sorta di linfa vitale in un territorio altrimenti brullo. Il percorso per raggiungerla è lungo circa quindici minuti dalla strada asfaltata e attraversa tratti rocciosi e sentieri non segnalati, benché sia chiaro da dove passare grazie alle tracce ben battute.

Cascata del Vallone del Castello di Pietra

Il Vallone del Castello di Pietra è uno dei luoghi più nascosti e selvaggi della Sicilia. Si tratta di un piccolo canyon scavato da un torrente all’interno del quale si possono ammirare i resti di una fortificazione preistorica (il Castello di Pietra, appunto), un esemplare enorme di roverella secolare e una bella cascata immersa nel verde.

Non è il luogo più facile da raggiungere. Si trova a sud di Partanna, una cittadina non lontana da Castelvetrano, nella parte sud-occidentale dell’isola. Si deve raggiungere l’agriturismo Baglio Vecchio, isolato in mezzo a un’area di campi coltivati e campagna, e qui chiedere le chiavi per aprire il cancello che consente di accedere al Vallone.

Oltrepassato il cancello della riserva, una scalinata immersa nella vegetazione conduce sul fondo della gola. Qui un sentiero percorre tutto il canyon. Risalendolo in una direzione si arriva ad ammirare la cascata, dall’altra si arriva alla roverella secolare e al punto da cui si può individuare il castellare. Il contesto fatto di falesie scolpite dagli agenti atmosferici, combinato con una grande ricchezza di verde che cresce sulle rive del corso d’acqua, lo rende un ambiente più unico che raro per la Sicilia occidentale.

Cascata Angara dei Piristeri

Versante orientale della Sicilia, dove l’Etna domina il panorama: tra i Monti Peloritani e i Nebrodi, nel comune di Roccella Valdemone, un affluente del fiume Alcantara chiamato torrente Roccella dà vita a una delle cascate più alte di tutta la Sicilia, la Cascata Angara dei Piristeri, conosciuta anche come Cascata Palazzolo Angara. Misura circa venti metri il balzo che l’acqua fa a ridosso di una stupenda parete rocciosa, creando un’ampia polla ai suoi piedi circondata da un bosco fittissimo e una vegetazione esuberante.

La cascata è spettacolare, ma lo è altrettanto la bella escursione che serve per raggiungerla. Si parte infatti nei pressi delle pale eoliche di Pizzo Perino, inoltrandosi lungo un sentiero in discesa che offre viste panoramiche splendide, inizialmente sull’Etna, che rimane sullo sfondo, e poi sui contrafforti del vallone nel quale si sta scendendo.

cascata angara dei piristeri in Sicilia
Lorenzo Calamai
La spettacolare veduta scendendo sul sentiero verso la cascata

La discesa è lunga circa un’ora, con un dislivello da non sottovalutare, specie per la risalita al ritorno. Il contesto naturale, però, ripaga di ogni sforzo. Una volta giunti sulla parte pianeggiante in fondo alla gola, si trova intuitivamente la cascata risalendo il corso del torrente fino al maestoso salto.

Cascata del Catafurco

Andare alla Cascata del Catafurco è una vera e propria esperienza montana in Sicilia. Il salto si trova nascosto tra le pieghe, le cime e i fianchi dei Nebrodi, nel territorio del comune di Galati Mamertino. Qui il torrente San Basilio ha modellato nei secoli la roccia in modo tale che oggi affronta un salto di circa trenta metri, estremamente scenografico perché avviene all’interno di una sorta di camino, alla cui base si forma una bassa polla dove potersi godere una sorta di doccia naturale.

Cascata del Catafurco in Sicilia
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Cascata del Catafurco

Bellissimo il sentiero che conduce alla cascata. Quattro chilometri di percorso dalla frazione San Basilio di Galati Mamertino, su una comoda strada sterrata che poi si trasforma in sentiero, con staccionate e gradini, nella parte finale. Si oltrepassano piccoli allevamenti di capre, suini e asinelli della zona e lungo il percorso merita una sosta il borgo di Molisa, un villaggio rurale abbandonato costruito interamente in pietra a secco, con i tipici pagliai un tempo utilizzati come ricoveri dai pastori.

Il percorso, in gran parte esposto al sole, è comunque punteggiato da diverse fontane d’acqua fresca e consente allo sguardo di spaziare continuamente lungo una splendida, stretta vallata.

Le riserve marine italiane migliori per lo snorkeling: il mare qui nasconde un mondo paradisiaco

Maschera, boccaglio, pinne per i più hardcore. Poi un tuffo nel blu e si va alla scoperta del magico mondo subacqueo, tra praterie di posidonia che ospitano banchi di occhiate e saraghi e secche dove nuotano robuste cernie. E, con un po’ di fortuna, si possono anche incontrare animali acquatici diversi dai pesci, come qualche tartaruga caretta caretta di passaggio.

Lo snorkeling è una attività amatissima lungo le spiagge italiane, specie quelle più rocciose e selvagge, dove attorno agli scogli si trova una fauna ittica bellissima da incontrare. Naturalmente, ci sono zone marine protette dove questo tipo di esperienza naturalistica sale di livello, come ad esempio in alcune Aree Marine Protette, ovvero tratti di costa e di fondale sottoposti a tutela e regolamentati con diversi gradi di protezione, dove la pesca è limitata o vietata. Qui ci si può immergere in un vero e proprio universo parallelo alla superficie e scoprire il mondo sotto il pelo dell’acqua, sempre ricordando alcune norme basilari di comportamento per un’esperienza non invasiva: non toccare gli animali, non nutrirli, mantenere la distanza, non alterare il fondale.

Isole Tremiti, Puglia

San Domino, San Nicola, Capraia, Pianosa e il piccolo scoglio del Cretaccio compongono un mosaico di appena 3 chilometri quadrati di terra emersa: sono le Isole Tremiti, in Puglia, circondate da un’area protetta di quasi 1500 ettari e circa 20 chilometri di sviluppo costiero, istituita oltre 35 anni fa.

Le acque delle Tremiti sono tra le più trasparenti dell’Adriatico e custodiscono fondali di grande valore biologico, visto l’ambiente marino sorprendentemente vario per le dimensioni ridotte dell’arcipelago. In più è ideale per i principianti, grazie ad acque limitatamente profonde.

Snorkeling alle Isole Tremiti, tra i più belli in Italia
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Snorkeling alle Isole Tremiti

Alle Tremiti è possibile sia partire da alcune spiagge, come Cala Matano a San Domino, per esplorare le zone limitrofe e godersi la fauna subacquea, sia recarsi in alcuni luoghi speciali via mare, con un’imbarcazione, come allo Scoglio dell’Elefante o alla Grotta del Bue Marino, anch’essi a San Domino. Anche il tratto di mare intorno al Cretaccio, l’isolotto argilloso tra San Domino e San Nicola, è tra i più adatti allo snorkeling, con affascinanti distese di posidonia e rocce popolate da banchi di salpe e occhiate.

Isola di Bergeggi, Liguria

Nel 2007 l’Isola di Bergeggi, una roccia che si eleva per circa 50 metri sopra il livello del mare tra Spotorno e, appunto, Bergeggi, ha visto l’istituzione di un’Area Marina Protetta.

Oggi sull’isola non si può sbarcare, ma rimane comunque una delle mete più amate della Liguria per chi ama immersioni e snorkeling. Nuotando lungo il perimetro dell’isola, nelle zone consentite alla balneazione, si incrocia una grande varietà di fauna ittica, grazie a un fondale sia roccioso che sabbioso, vista la vicinanza con le spiagge del litorale ligure (l’Isola è appena a 260 metri dalla costa, di fronte a Punta del Maiolo).

l'isola di bergeggi è uno dei paradisi dello snorkeling in Italia
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Veduta dell’Isola di Bergeggi

Pesci, alghe dalle svariate forme e colori, crostacei e spugne, stelle marine, molluschi e pure qualche polpo sono i protagonisti dell’esplorazione ai piedi di questo roccioso angolo di Mar Ligure. Sull’Isola di Bergeggi, che ha una lunga storia, con resti antichissimi sulla sua superficie non è possibile mettere piedi, come detto, ma vengono organizzate escursioni guidate che, dal mare, raccontano tutti i segreti dell’affascinante scoglio.

Capo Rizzuto, Calabria

L’Area Marina Protetta di Capo Rizzuto, sulla costa della Calabria bagnata dal Mar Ionio, è la più grande d’Italia, e anche una delle maggiori in Europa. Conta, infatti, circa 15mila ettari di mare lungo un litorale di quaranta chilometri.

Nella zona di riserva parziale è consentita l’attività di snorkeling e qui i fondali custodiscono estese praterie di posidonia e specie rare, come il coloratissimo pesce pappagallo. È una delle poche aree in Italia dove questa specie così particolare, e per la verità quasi buffa, può essere avvistata.

La splendida Fortezza di Le Castella, che si trova proprio nel territorio di Isola di Capo Rizzuto, si staglia imponente su un piccolo isolotto all’estremità orientale del Golfo di Squillace. È collegata alla terra ferma solo da un sottile lembo di terra, e proprio nel tratto vicino si trova la zona più bella per esplorare il mare. Per chi vuole conoscere meglio l’ecosistema prima di tuffarsi, il Centro di Educazione Ambiente Marino di Capo Rizzuto ospita un piccolo acquario con le specie tipiche della riserva.

Riserva dello Zingaro, Sicilia

Meta amata e gettonata delle estati siciliane, la Riserva dello Zingaro sorge tra Scopello e San Vito Lo Capo, sulla costa nord-occidentale della Sicilia. Figlia di una gloriosa storia di battaglia popolare ambientalista capace di bloccare la costruzione di una strada litoranea che avrebbe trasfigurato l’aspetto di un vero e proprio paradiso naturale marittimo, oggi quest’area protetta racchiude quasi 1700 ettari di territorio accessibile solo a piedi, lungo sette chilometri di costa. Tale territorio è percorso da spettacolari sentieri che si affacciano su calette bianche e ciottolose, incastonate tra pareti rocciose a strapiombo e bagnate da un mare cristallino.

Snorkeling alla Riserva dello Zingaro, in Sicilia
Lorenzo Calamai
Snorkeling alla Riserva dello Zingaro, in Sicilia

Tra una spiaggia e l’altra la costa è interamente rocciosa, cosa che rende la Riserva dello Zingaro un piccolo paradiso per lo snorkeling. Sia le persone che raggiungono la Tonnarella dell’Uzzo, Cala Capreria, o Cala Marinella, tra le più belle dell’area protetta, sia coloro che ne raggiungono la zona costiera con le imbarcazioni, possono esplorare le insenature, le grotte e gli scogli che sono popolati da pesci di tutte le fogge, forme e dimensioni.

Capo Carbonara, Sardegna

L’Area Marina Protetta di Capo Carbonara si estende su oltre 86 chilometri quadrati di mare, dal promontorio di Capo Boi fino all’Isola di Serpentara, comprendendo anche la celebre Isola dei Cavoli. Istituita nel 1998 a tutela di un ambiente rimasto per lo più selvaggio, è oggi una delle mete più amate della Sardegna da chi pratica snorkeling.

Porto Giunco, Cala Caterina, Cala Pira, Punta Molentis: tutte zone ideali per immergersi con maschera e boccaglio e scoprire un ambiente più unico che raro, con saraghi, orate, cernie e barracuda che nuotano guizzanti tra splendidi fondali rocciosi e ampie distese di posidonia. Gli scenari subacquei sono qui notevoli in particolare per la caratteristica, candida roccia granitica, che si sviluppa anche sotto il pelo dell’acqua in vuoti e pieni come un’architettura naturale, tempestati di flora sottomarina. Da non perdere, in questo senso, la Secca di Cala Caterina.

Non guasta il fatto che, una volta riemersi in superficie e tolta la maschera, l’ambiente circostante sia davvero spettacolare: un mare cristallino bacia il granito bianco, mentre una ostinata vegetazione resiste al vento e alle particolari condizioni del terreno, dando ulteriore contrasto con il suo verde intenso.

Piscine naturali scavate nella roccia sul mare: dal Cilento alla Liguria

Quando si parla di piscine naturali si fa riferimento a polle di acqua dolce o salata che caratterizzano un determinato angolo di territorio: qui la corrente è poca, l’acqua pulita, il contesto circostante regala un bel colpo d’occhio. Sono luoghi ideali per l’estate, dove godere di momenti di infinito relax tra un tuffo e l’altro, quando si cerca refrigerio dal caldo nelle conche trasparenti.

La costa d’Italia bagnata dal Tirreno e dal Mar Ligure nasconde un patrimonio di queste piccole vasche, dove l’acqua marina rimane intrappolata tra gli scogli. Sono il prodotto di un’azione di cesello delle onde che è durata millenni. Sono luoghi che raramente si incontrano per caso: quasi sempre bisogna guadagnarseli con un sentiero, scendendo una scalinata scavata nella roccia o magari affrontando una discesa non sempre agevole, ma che ripagano abbondantemente lo sforzo con la bellezza delle loro acque fresche e cristalline e con meravigliosi panorami.

Piscine di Iscolelli

Nel Parco Nazionale del Cilento, lungo il celebre Sentiero degli Infreschi che si snoda da Marina di Camerota, si incontrano le piscine naturali di Iscolelli. Si tratta di vasche incastonate in una scogliera scura e frastagliata, che bagnano la riva di una piccola spiaggia di ciottoli bianchi, protetta e collegata al mare aperto solo da uno stretto passaggio che tiene alla larga le imbarcazioni.

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Le piscine naturali di Iscolelli

Per arrivarci conviene raggiungere in auto l’Oasi degli Infreschi, una struttura ricettiva da cui prende le mosse un breve sentiero che, nella bassa e profumata macchia mediterranea, conduce verso le piscine, non lontano dai resti dell’antica torre di avvistamento. Il sentiero non è segnalato con precisione, e proprio per questo le piscine di Iscolelli restano frequentate da pochi, ma il percorso di avvicinamento è una delle grandi bellezze del luogo.

Nelle piccole piscinette l’acqua è bassa, ma fresca e cristallina, un vero e proprio sogno di mezz’estate.

Batterie di Punta Rossa

Punta Rossa, capo marittimo all’ombra del Monte Circeo, nel cuore del Parco nazionale omonimo, è un luogo estremamente scenografico sulla costa del Mar Tirreno, nel suo tratto laziale.

Qui, infatti, la scogliera si apre in due calette naturali dalle acque smeraldine, perfette per lo snorkeling tra anfratti popolati da pesci e molluschi: sono le cosiddette Batterie di Punta Rossa, un tratto di costa frastagliata che deve il nome ai resti di un fortino di epoca napoleonica ancora visibile sulla sommità del promontorio.

Per raggiungerle si parcheggia in via del Faro, e si prosegue a piedi superando un cancello sempre aperto che introduce a una strada privata: da qui parte una discesa asfaltata, seguita da un breve sentiero tra la macchia mediterranea che conduce infine al mare. Il percorso complessivo richiede una decina di minuti di cammino, non impegnativo ma da affrontare con calzature adeguate.

Le Batterie sono meta storica dei laziali, che amano tuffarsi dagli scogli più alti della zona, ma offrono spazio anche a chi cerca semplicemente un bagno tranquillo lontano dagli stabilimenti balneari della costa.

Bagni della Regina Giovanna

Dicono che la sovrana angioina Giovanna II, regina di Napoli nella prima metà del Quattrocento, amasse ritirarsi in gran segreto in una determinata zona della costa sorrentina per fare il bagno insieme ai suoi giovani amanti. Oggi quei luoghi sono rimasti noti come Bagni della Regina Giovanna, una piccola laguna naturale, collegata al mare aperto attraverso un suggestivo arco di roccia scavato dall’erosione, che dà origine a una delle piscine naturali più belle e scenografiche della Campania.

Per raggiungere i Bagni della Regina Giovanna si parte da Capo di Sorrento, frazione raggiungibile in autobus o in auto da Sorrento, e si percorre un sentiero lungo poco più di mezzo chilometro, immerso nella vegetazione mediterranea, chiuso da una scalinata piuttosto ripida, che scende infine alla piccola baia.

piscine naturali mare cilento liguria tirreno
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Lo straordinario mare dei Bagni della Regina Giovanna

Al di là del mito della sovrana, ciò che resta visibile sulla scogliera sono le vestigia di Villa Pollio Felice, residenza marittima romana risalente al I secolo a.C., di cui parlarono già autori antichi come Stazio e Plinio il Giovane.

Piscine naturali di Sant’Andrea

Sul versante occidentale dell’Isola d’Elba, la più grande dell’Arcipelago toscano, si trova il comune di Marciana. Qui, la spiaggia di Sant’Andrea rappresenta il punto di partenza per raggiungere alcune delle piscine naturali più belle di tutto il Mar Tirreno. Superando le cosiddette Cote Piane, enormi lastre di granito levigate dal mare, e attraversando una fenditura nella roccia, si arriva infatti a incontrare le piscine naturali di Sant’Andrea, ideali per chi ama tuffarsi ed esplorare i fondali in maschera e pinne.

Il percorso costiero che collega la spiaggia principale a queste conche fa il giro di Capo Sant’Andrea, portando ad ammirare belle conformazioni rocciose erose da mare e venti. Si snoda in parte su passerelle di legno, in parte su tratti scavati a mano nella roccia.

Poco distante, verso est, si trova anche la spiaggia del Cotoncello, dove la coniugazione di rocce lisce e piccole insenature con l’acqua bassa creano una situazione da piscina naturale.

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Le particolari rocce levigate della spiaggia del Cotoncello

Bozi di Punta Pineda

Le pozze, o bozi, come vuole il dialetto spezzino, di Punta Pineda sono vasconi scavati nell’arenaria, protetti da una barriera di scogli che li ripara dal mare aperto e crea un autentico effetto piscina, ma tutto al naturale.

Punta Pineda si trova nelle Cinque Terre, nei pressi di Riomaggiore. Campi è l’abitato più vicino al capo, uno storico villaggio rurale aggrappato alla costa a picco sul mare. Da qui bisogna affrontare una scalinata, ripida ed esposta, che scende verso il mare. È una discesa scoscesa, lunga circa 30 minuti di cammino, ma che permette di raggiungere un tratto di costa selvaggio e praticamente intatto.

Le vasche, un tempo utilizzate dai contadini locali come piccole saline artigianali per ricavare sale dall’acqua marina fatta evaporare al sole, oggi accolgono chi cerca un bagno fuori dal comune, lontano dalla folla estiva che affolla le spiagge più celebri del Parco delle Cinque Terre.

Bandite di Scarlino: tre spiagge uniche in Toscana da raggiungere solo a piedi

Le Bandite di Scarlino sono una ampia riserva naturale che dalle alture dell’entroterra della zona settentrionale della Maremma, in Toscana, scende fino al Tirreno. Il territorio coinvolto, che tocca i comuni di Scarlino, Castiglione della Pescaia, Follonica e Gavorrano, custodisce una delle porzioni di costa più selvagge e integre di tutta la regione, un luogo fantastico per chi ama vivere il mare in modo vero e diretto.

Il nome un po’ curioso della riserva, che potrebbe far pensare a qualcosa di proibito, deriva a dire il vero dai bandi che, nei secoli passati, venivano indetti per la vendita di lotti di bosco. Le tracce della presenza umana in questo angolo di Maremma, in realtà, sono molto più antiche: la zona conserva testimonianze di insediamenti risalenti alla preistoria e all’epoca etrusca, come dimostrano i resti di una necropoli che si trova non lontano dai sentieri oggi percorsi da chi vuole raggiungere le dorate spiagge che adornano la costa. E in effetti proprio l’assenza di strade che conducano direttamente in riva al mare è ciò che ha permesso a questo tratto di litorale di conservare un aspetto autentico e incontaminato.

Le spiagge delle Bandite di Scarlino, infatti, si raggiungono solamente a piedi, in bicicletta o a cavallo, attraversando una fitta rete di sentieri che si snodano tra pinete e profumata macchia mediterranea. Tre sono le calette che meritano una visita, ognuna con un carattere diverso: Cala Violina, Cala Martina e Cala Civette.

Cala Violina

La spiaggia più celebre del trittico delle Bandite di Scarlino è senza dubbio Cala Violina, una piccola baia sabbiosa racchiusa tra due promontori che nel corso degli anni è diventata una delle destinazioni marittime simbolo di questo tratto di costa.

Cala Violina, una delle spiagge raggiungibili solo a piedi delle Bandite di Scarlino
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Veduta di Cala Violina

Il suo pittoresco nome nasce da una particolarità: la sua sabbia bianca e finissima è composta da minuscoli granelli di quarzo e, quando il silenzio sulla spiaggia è massimo, il rumore prodotto dai passi camminandoci sopra a piedi nudi produce un fruscio che ricorda vagamente il dolce vibrare delle corde di un violino.

Piccolo paradiso che abbina litorale chiaro e dorato a acque particolarmente limpide, più volte premiata da Legambiente come una delle undici spiagge più belle d’Italia, e perfetta per chi ama lo snorkeling, Cala Violina è oggi tutelata da un sistema ad accesso limitato per contingentare il numero dei visitatori in estate e preservarne l’ecosistema. Dall’inizio di giugno e fino a metà settembre è necessario prenotare il proprio ingresso, versando un piccolo contributo.

Cala Violina, nelle Bandite di Scarlino
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Panoramica su Cala Violina, la più celebre delle spiagge delle Bandite di Scarlino

Cala Violina si raggiunge percorrendo un breve sentiero, poco più corto di due chilometri a partire dal parcheggio a pagamento più vicino, a Val Martina. La camminata in questo angolo di Maremma è piacevole: si supera una breve salita per oltrepassare una bassa collina passeggiando all’ombra di una folta pineta, che occlude la vista sul mare anche per tutta la discesa, fino a quando non si sfocia sulla sabbia e la spiaggia non appare come una visione abbagliante, da sogno. Cala Violina è raggiungibile anche in bicicletta, con bici gravelmountain bikes.

Cala Martina

Poco più a nord di Cala Violina si incontra Cala Martina, una spiaggia di sassi rotondi e levigati dal mare, stretta e lunga, racchiusa tra Punta Francese a settentrione e l’omonima Punta Martina a meridione. Le sue acque sono limpide quanto quelle della spiaggia vicina, ma l’atmosfera che si respira qui è ancor più selvaggia e appartata, complice una minore notorietà e la particolare conformazione della caletta. In più l’acqua cristallina e il fondale sassoso la rendono ideale per utilizzare maschera e boccaglio ed esplorarne i dintorni.

Oltre alla sua bellezza naturale, fu proprio su questa spiaggia che, nel 1849, Giuseppe Garibaldi si imbarcò per fuggire verso Genova, braccato dalle truppe austriache e con il cuore ancora colmo di dolore per la perdita della compagna Anita, morta pochi giorni prima. Dopo aver attraversato l’Appennino e la Toscana, scortato da un gruppo di patrioti che di tappa in tappa lo accompagnarono da Firenze fino a Scarlino, l’eroe dei due mondi trovò proprio nei boschi della Bandita l’ultimo rifugio prima di lasciare la penisola insieme al fedele comandante Leggero. Ancora oggi, poco prima di arrivare alla cala, un piccolo monumento ricorda quell’episodio e i patrioti che aiutarono Garibaldi in quei giorni concitati.

Cala Martina si può raggiungere solo a piedi e in bicicletta. Il modo migliore per farlo è percorrere il sentiero che parte dal porto del Puntone di Scarlino, raggiunge Punta Francese, scende al monumento a Garibaldi e quindi conduce alla bella spiaggia sassosa. L’intero percorso misura circa tre chilometri di continui saliscendi in una zona costiera che alterna tratti immersi nel bosco a magnifici panorami sulla costa e verso occidente, peraltro con la possibilità di scorgere la sagoma dell’isola d’Elba all’orizzonte.

Cala Civette

Più a sud di Cala Violina, invece, sorge Cala Civette. È separata dalla spiaggia vicina dal promontorio di Punta Le Canne e delimitata a sud dalla foce del fiume Alma, poco prima che la costa lasci il posto alla lunga distesa sabbiosa che caratterizza Punta Ala. Su un tornito promontorio sopra la foce del fiume sorge Torre Civette, antico edificio a scopo di avvistamento oggi trasformato in dimora privata, ma che con la sua sagoma bianca domina la spiaggia in maniera scenografica.

Come Cala Martina, anche questa spiaggia è ad accesso libero, raggiungibile a piedi seguendo la rete sentieristica che collega le tre cale delle Costiere di Scarlino, la sotto-area protetta delle Bandite che si cura della conservazione del litorale. Per arrivare a Cala Civette si percorre in auto la strada vicinale di Pian d’Alma, la si lascia in un apposito, piccolo parcheggio a pagamento e si imbocca il sentiero che la raggiunge. Il percorso misura circa due chilometri e mezzo, con una buona dose di salita. La fatica viene ricompensata subito prima del breve, ripido tratto di discesa in spiaggia, quando ci si affaccia dal promontorio settentrionale che chiude la cala e la si può ammirare dall’alto in tutta la sua bellezza.

Cala Civette, la più meridionale delle spiagge delle Bandite di Scarlino
Lorenzo Calamai
Cala Civette, la più meridionale delle spiagge delle Bandite di Scarlino

Cala Civette è probabilmente la meno frequentata delle spiagge delle Bandite di Scarlino: una grande lingua di sabbia dorata alle cui spalle sorge una fitta pineta, chiusa da due promontori rocciosi. Il mare qui è spesso calmo, la risacca coccola con il suo rumore bianco chi vi si avventura, lo sguardo si perde verso l’orizzonte azzurro in cui mare e cielo si fondono in una cosa sola.

Incanto ad alta quota: viaggio straordinario al Lago Agnel, specchio selvaggio del Piemonte

A quota 2.300 metri, lungo la strada che sale verso il Colle del Nivolet, la Valle dell’Orco si stringe tra pendii severi, pietraie, pascoli d’alta quota e cime delle Alpi Graie. Nel frattempo, l’aria diventa più sottile e la vegetazione lascia progressivamente spazio a un ambiente d’alta montagna. Poi, quasi inaspettatamente, compare una distesa d’acqua dal colore intenso, come una pennellata blu incastonata nella roccia. È il Lago Agnel, uno dei luoghi più riconoscibili del territorio di Ceresole Reale.

Il suo fascino nasce da un chiaro contrasto: la presenza umana ha modificato un antico paesaggio alpino attraverso la costruzione della diga, mentre l’aspetto attuale conserva tutta la forza visiva di un bacino circondato dalle montagne. Il risultato ha qualcosa di scenografico, tanto da aver attirato persino il cinema. Nel 1969 Peter Collinson scelse infatti questa zona per le riprese della scena finale di Un colpo all’italiana (The Italian Job), trasformando per qualche minuto il paesaggio della Valle dell’Orco nello sfondo di una delle sequenze più celebri del film.

La posizione rende il Lago Agnel particolarmente interessante anche per chi ama leggere il territorio attraverso le sue trasformazioni. Accanto alla bellezza delle acque c’è una diga edificata per sfruttare la risorsa idrica delle montagne, parte di un sistema più ampio legato alla produzione di energia. La sensazione, davanti al bacino, è quella di essere arrivati in un posto remoto eppure profondamente segnato dall’ingegno umano.

Origine e storia del Lago Agnel

Il Lago Agnel è un bacino artificiale inserito nel Vallone Agnel in Piemonte, il settore più settentrionale del comprensorio. La sua storia appartiene alla grande stagione dello sviluppo idroelettrico alpino, quando le acque raccolte in quota iniziarono a diventare una risorsa strategica per alimentare gli impianti situati più in basso.

La diga fu realizzata in muratura di pietrame con malta di cemento. L’opera raggiunge un’altezza di circa 18 metri e presenta un coronamento lungo più o meno 130 metri. Il risultato è una costruzione tecnica tutt’altro che banale, soprattutto se osservata da vicino. La pietra riveste i paramenti a monte e a valle, mentre la forma della diga segue l’impostazione del terreno roccioso

Il massimo invaso raggiunge quota 2.435 metri. Il bacino ha una capacità di circa 2,34 milioni di metri cubi e dispone di sistemi destinati alla gestione delle acque, compresi uno scarico di superficie e uno scarico di fondo. Dietro il paesaggio apparentemente selvaggio si cela quindi una macchina idraulica progettata per governare una risorsa preziosa in un ambiente difficile.

Il Lago Agnel fa parte del sistema di bacini della Valle dell’Orco insieme al vicino Lago Serrù e ad altri invasi presenti nell’area. La funzione di questi specchi d’acqua riguarda la produzione idroelettrica, settore che ha lasciato una traccia importante nella storia delle vallate alpine piemontesi.

Ma qui una particolarità cattura subito lo sguardo: rispetto al vicino Lago Serrù, caratterizzato da tonalità più grigie e lattiginose, Agnel appare decisamente più blu. La differenza dipende dai torrenti che alimentano i due bacini e dalla quantità di sedimenti trasportati dalle acque. Nel caso dell’Agnel, la minore presenza di materiale in sospensione permette alla luce di penetrare in modo diverso, accentuando la limpidezza e la tonalità intensa della superficie.

La visita al Lago Agnel tra acqua blu, diga e fauna alpina

La strada verso il Colle del Nivolet offre già una sequenza di panorami notevole. Il Lago Agnel diventa una delle tappe più interessanti proprio perché consente di accostare natura, ingegneria e cinema nello stesso scenario. La prima cosa da osservare è il colore dell’acqua: in una giornata limpida il blu del bacino mette in scena un contrasto netto con le rocce e i pendii circostanti. La superficie può apparire quasi compatta da lontano, mentre avvicinandosi alla riva emergono sfumature diverse legate alla luce, al cielo e alla conformazione delle sponde.

La diga merita attenzione anche dal punto di vista architettonico e tecnico. Il suo profilo rettilineo segue il terreno con una lieve deviazione nella parte sinistra, scelta legata al migliore appoggio sulla roccia. Il coronamento raggiunge, invece, circa 130 metri. Sono dettagli difficili da intuire attraverso una semplice fotografia, ma rendono evidente la complessità di un’opera costruita in alta montagna.

Il panorama regala inoltre buone possibilità per una breve escursione nella zona del bacino e lungo la strada del Nivolet. Trekking, itinerari in mountain bike e percorsi a piedi permettono di osservare il lago da prospettive differenti. La quota richiede però un minimo di preparazione, soprattutto nelle giornate fresche o in presenza di cambiamenti meteorologici rapidi.

Tra i prati e le rocce possono comparire marmotte e camosci. Con maggiore fortuna si può distinguere nel cielo la sagoma di un’aquila oppure quella più rara del gipeto, grande avvoltoio delle montagne alpine tornato a popolare queste vallate grazie ai programmi di reintroduzione avviati nell’arco alpino.

Il momento migliore per fermarsi resta quello in cui il paesaggio concede qualche minuto di quiete. Basta guardare l’acqua, seguire il profilo della diga e alzare gli occhi verso le montagne per percepire la particolare posizione del bacino. Il Lago Agnel ha una bellezza più aspra rispetto a quella dei laghi alpini circondati da boschi e prati. La quota, la pietra e l’assenza di vegetazione arborea conferiscono al panorama un carattere quasi lunare.

Paesaggio del Lago Agnel, Piemonte
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Il bellissimo paesaggio del Lago Agnel

Dove si trova e come arrivare

Il Lago Agnel si trova in Piemonte, nella Valle dell’Orco, all’interno del territorio comunale di Ceresole Reale e nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. Il bacino sorge ai piedi del Colle del Nivolet, valico delle Alpi Graie situato a 2.612 metri di quota e uno dei punti panoramici più spettacolari raggiungibili nella zona.

Da Torino il percorso principale segue la SP 460 della Valle Orco fino a Ceresole Reale. Da questo centro montano si prosegue verso il Colle del Nivolet lungo la SP 50, strada alpina che sale progressivamente tra tornanti, pareti rocciose e panorami sempre più aperti. Il Lago Serrù precede il Lago Agnel lungo il percorso e rappresenta un utile riferimento per orientarsi.

La strada presenta una precisa stagionalità: durante l’inverno la SP 50 verso il Nivolet viene chiusa al traffico, con una stagione ordinaria indicata dal 15 ottobre al 15 maggio. Nei mesi estivi possono inoltre entrare in vigore limitazioni per il traffico privato negli ultimi 6 chilometri dell’itinerario (tratto dal Lago Serrù al Colle del Nivolet). Storicamente il progetto “A piedi tra le nuvole” prevedeva la chiusura della strada alle automobili private nelle domeniche di luglio e agosto e a Ferragosto, lasciando spazio a biciclette, spostamenti a piedi e navette. Negli ultimi anni il sistema è evoluto verso un accesso a numero chiuso (con prenotazione) in determinati periodi, affiancato da giornate di chiusura totale dedicate alla mobilità dolce.

Per chi arriva in auto, la piazzola presso la diga del Lago Serrù rappresenta uno dei punti di riferimento più utili per organizzare la salita nei periodi interessati dalle limitazioni. Le navette consentono di superare il tratto regolamentato senza rinunciare alla visita dell’alta valle.

Baia Santa Margherita, tante calette nascoste e mare selvaggio a San Vito Lo Capo

In Sicilia, la Riserva dello Zingaro è una delle destinazioni di mare più gettonate sul lato nord-occidentale dell’isola, una zona selvaggia e paradisiaca che unisce splendide spiagge a un’atmosfera selvaggia, con pochi servizi e una minima antropizzazione. Non altrettante persone sanno che dall’altro lato dello stesso promontorio, quello che si estende verso nord e ha per punta la cittadina di San Vito Lo Capo, c’è un’altra area di splendide calette, mare cristallino e selvaggio: è Baia Santa Margherita, che si apre tra il massiccio del Monte Cofano e Macari, a nord di Trapani.

Baia Santa Margherita consiste in un susseguirsi di calette, perlopiù sassose, qualche spiaggetta dorata, insenature e scogli, lungo un’area di un paio di chilometri lungo la costa. È un’alternativa ideale per chi ama il mare stupendo di questa zona della Sicilia e al contempo un contesto selvaggio, senza bisogno di troppi agi. In più, qui si può fare snorkeling vicino alla costa e si ha un ulteriore valore aggiunto: l’esposizione a ovest permette di godere di un tramonto sul mare spettacolare e infuocato. Rimanere fin oltre il calar del sole è praticamente un obbligo.

Dove si trova e come arrivarci

Baia Santa Margherita si trova nel comune di San Vito Lo Capo. Ci si arriva facilmente percorrendo la strada provinciale 16 nel tratto tra la cittadina e Castelluzzo. La strada, peraltro, è ad alto tasso di spettacolo: nei pressi di Baia Santa Margherita è un lungo rettilineo che permette di abbracciare con lo sguardo il mare cristallino, con il Monte Cofano che si erge sullo sfondo. Poi, vicino al paese di Macari, la strada si alza dal livello del mare e si aprono viste panoramiche ancor più belle.

baia santa margherita
Lorenzo Calamai
La strada nei pressi di Macari

Una volta arrivati, si può lasciare l’auto in uno dei due grandi parcheggi, quello di Macari e quello di Castelluzzo, che fungono da punto di partenza per l’esplorazione della costa, rigorosamente a piedi o, per chi volesse, con un trenino navetta turistico.

Chi non ha l’auto può contare sulla linea di autobus Trapani-San Vito Lo Capo, con fermata proprio a Macari, e poi affidarsi a una bella passeggiata lungo i sentieri che costeggiano le calette di Baia Santa Margherita. La zona di Baia Santa Margherita è anche molto gettonata dai ciclisti, sfruttando il percorso lungo la costa che collega la Riserva naturale del Monte Cofano a San Vito Lo Capo.

Le calette di Baia Santa Margherita

La zona di Baia Santa Margherita ha un carattere selvaggio e aspro. Qui la natura colpisce per la sua bellezza, ma è una bellezza brutale, quasi violenta. Non ci sono alberi in vista, il poco verde che si può individuare è sulle colline alle spalle del mare, in particolare verso il Monte Cofano. La lingua di pianura dove sorgono la baia e le sue cale, invece, è una terra riarsa, che in estate si tinge di giallo e di ocra, sia per la vegetazione che progressivamente si secca, sia per il colore tipico della roccia degli scogli sulla costa. Il paesaggio è nudo, svestito. Il sole cala a picco e esalta i colori, li satura all’estremo, aiutato dal contrasto fra terra e mare, qui cristallino a tratti e poi blu intenso.

baia santa margherita
Lorenzo Calamai
La vista verso il Monte Cofano

Parcheggiando dal lato di Macari, quello più vicino a San Vito Lo Capo, la prima spiaggia che si incontra è quella di Santa Margherita, che dà il nome a questo tratto di costa. È una vera e propria spiaggetta, con sabbia di un giallo intenso e fondali bassi, ideali anche per i più piccoli. In più è l’unica zona dove si trova anche un piccolo lido, con ombrelloni e servizi. Non manca però la possibilità di avventurarsi tra le rocce e trovare il proprio piccolo accesso al mare, ad esempio nei pressi del piccolo bunker, residuato bellico poco a nord della spiaggia, ai cui lati si aprono due splendide calette.

Proseguendo lungo il litorale verso sud, invece, si incontrano altri tratti decisamente rocciosi e selvaggi, dove la sabbia lascia spazio a scogli e piccole insenature quasi private. Le calette hanno nomi evocativi in dialetto siciliano come Scaru Brucia, ‘a Chianca, Scaru Zu Asparu e Cala Calazza, quest’ultima gettonata perché è una piccola lingua di sabbia bagnata da un mare basso e cristallino. Ma al di là di nomi e collocazioni tutto il tratto di Baia Santa Margherita merita di essere esplorato e battuto centimetro per centimetro per trovare il proprio angolo vicino al mare.

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Lorenzo Calamai
Baia Santa Margherita è piena di piccole calette

Chi ama camminare può spingersi oltre: poco a ovest si apre la Riserva Naturale di Monte Cofano, con sentieri che corrono a picco sul mare regalando scorci di bellezza stordente.

Cala Isolidda a Macari

A pochi minuti da Baia Santa Margherita, seguendo la linea della costa sotto il paese di Macari, si aprono altre piccole spiaggette che meritano una visita e che hanno il loro fascino aspro e selvaggio tanto quanto le prime. Tra queste spicca Cala Isolidda, ovvero isoletta in siciliano.

baia santa margherita
Lorenzo Calamai
Cala Isolidda e il suo mare cristallino

Il nome deriva dal caratteristico scoglio che emerge dalle acque proprio di fronte alla caletta. La piccola caletta è dominata dall’omonima Torre dell’Isolidda, costruzione cinquecentesca parte dell’antico sistema difensivo costiero contro le incursioni corsare. Una silhouette bianca che aggiunge un fascino ulteriore al paesaggio, così scarno. Un piccolo promontorio centrale separa due calette, entrambe rivolte verso l’isolotto.

La spiaggia è composta da sassi bianchi e piccoli, circondata dagli scogli. I resti di alcune costruzioni di pescatori permangono sulla spiaggia. Vicino si trova anche la cosiddetta Cala del Bue Marino, piccola spiaggia sassosa orientata verso il Monte Cofano, che abbellisce il panorama. Un sentiero accompagna chi ama camminare da Cala Isolidda al Bue Marino, proseguendo poi fino a Baia Santa Margherita. La zona è anche molto amata dai ciclisti, che possono pedalare senza pericoli su e giù lungo questa scenografica linea di costa.

baia santa margherita
Lorenzo Calamai
Segnavia CAI nei pressi di Cala Isolidda

In una Sicilia sempre più attrezzata, antropizzata e pervasa di comodità superflue, una zona selvaggia e tutto sommato intatta come quella di Baia Santa Margherita e di Cala Isolidda rappresenta un’isola felice per godere il mare in tutta la propria bellezza naturale. Una bellezza, peraltro, che si tinge di colori unici e panorami rari, come solo quest’angolo della Trinacria riesce a offrire.

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