A circa 840 metri di altitudine, tra i boschi e le montagne delle Alpi dell’Ammergau, Oberammergau si presenta con il tipico profilo ordinato dei villaggi bavaresi. Tuttavia, riserva una particolarità in grado di cambiare il volto della visita: le facciate delle abitazioni raccontano storie attraverso figure dipinte, cornici illusionistiche e scene religiose, mentre dalle botteghe affiorano crocifissi, presepi e sculture realizzati secondo un’antica tradizione artigianale.
Il paese si trova nell’Alta Baviera lungo la Deutsche Alpenstraße, la Strada tedesca delle Alpi, un itinerario panoramico che attraversa il territorio alpino meridionale fino al confine con l’Austria, anche se la sua notorietà internazionale nasce da una promessa. Nel 1633, durante la guerra dei Trent’anni, gli abitanti fecero voto di rappresentare la Passione di Cristo qualora fossero stati risparmiati dalla peste. La prima rappresentazione si tenne nel 1634 e da allora la tradizione è diventata parte dell’identità collettiva.
Accanto alla grande manifestazione religiosa, Oberammergau conserva un volto più quotidiano, fatto di case affrescate, laboratori del legno, piccole piazze e sentieri che si inoltrano verso il paesaggio alpino.
C’è una nuova serie Netflix in cui niente è come sembra e persino quelle che potrebbero apparire ambientazioni scelte per l’unicità e la meraviglia dei paesaggi – spiagge sconfinate, dune bagnate dall’Oceano, villaggi immersi nei boschi – nascondono in realtà molto di più: le location di Il gusto amaro del tradimento sono senza dubbio tra le più sorprendenti del piccolo schermo, capaci di raccontare i Paesi Bassi da una prospettiva insolita e decisamente poco mainstream.
Di cosa parla
Tratta da De Eetclub, romanzo best seller di Saskia Noort, Il gusto amaro del tradimento (distribuita a livello internazionale con il titolo The Perfect Lie) ha per protagonista Karen van der Made: una donna che si è appena trasferita con la famiglia a Bergen e, qui, sta provando a costruire una nuova vita.
Entrare in un circolo di coppie benestanti che sono solite scambiarsi inviti a cene esclusive durante le quali si bevono vini pregiati, si assaggiano piatti di alta cucina e si intrattengono conversazioni altolocate sembra essere il modo più semplice per integrarsi nella nuova città. Almeno fino a quando, una sera, nella lussuosa villa dov’è riunito “il club” scoppia un incendio, il proprietario perde la vita e la moglie e il figlio riescono a salvarsi per un soffio. Karen si rende conto, così, che quelle che credeva amicizie sono in realtà relazioni fondate soltanto su bugie, manipolazioni, sospetti e amari tradimenti appunto.
Una scena de “Il gusto amaro del tradimento”
Dov’è stata girata la serie
Ambientata a Bergen – non il famoso centro norvegese, ma la più piccola omonima cittadina olandese – il nuovo thriller psicologico a puntate di Netflix è stato girato nei Paesi Bassi, principalmente nella zona settentrionale.
Bergen e Bergen aan Zee
La stessa Bergen compare tra le location di Il gusto amaro del tradimento: come nella serie, è una città vivace animata da musei, gallerie d’arte e altri luoghi di cultura ben frequentati da turisti e locali e nota, anche per via dello stile architettonico particolare di molti suoi edifici, come “il villaggio degli artisti”.
A pochi minuti dal centro di Bergen si trova Bergen aan Zee: altro luogo dov’è stata girata la serie Il gusto amaro del tradimento. Località marittima fondata nel XX secolo per dare uno sbocco sul mare e più appeal turistico a Bergen, oggi è frequentata sia dalla gente del posto per passeggiare o rilassarsi sulla spiaggia e sia dai turisti che qui ammirano soprattutto lo spettacolo di dune sull’Oceano tra le più alte di tutti i Paesi Bassi.
La popolare spiaggia di Bergen aan Zee
Schoorl
Alta oltre 50 metri, la Klimduin è una di queste: si trova tecnicamente nel territorio di Schoorl, altro centro del nord dei Paesi Bassi famoso per le riserve naturali e dov’è stata girata serie Netflix. Qui sono state effettuate soprattutto riprese di esterni e pacifiche vedute panoramiche che volutamente “cozzano” con i sentimenti di gelosia e vendetta che animano i personaggi.
iStockDune di sabbia sulla costa olandese: un paesaggio unico
Altre location
Altra location di Il gusto amaro del tradimento è IJmuiden, città portuale che almeno da metà degli Anni Quaranta del Novecento è al centro degli scambi economico-commerciali del Paese: il suo porto è uno dei più grandi in termini di traffico di merci tutti i Paesi Bassi.
Ufficio stampa NetflixUn’altra scena di “Il gusto amaro del tradimento”
La maggior parte di scene e sequenze con ambientazione urbana sono state girate però tra Amsterdam, L’Aia e Vooburg, spostandosi un po’ più a sud rispetto al cuore delle riprese.
Lage Vuursche
Nei dintorni di Utrecht, anche Lage Vuursche ha fatto da set alla nuova serie Netflix olandese: villaggio dall’atmosfera fiabesca, dove sopravvivono ancora le tradizionali costruzioni con i tetti di paglia, è famoso soprattutto per il Castello di Drakestein, residenza privata della principessa Beatrice, e per i boschi dove chiunque può concedersi lunghe camminate immersi nella brughiera tra alberi secolari e i caratteristici bovini delle Higland.
Torna nelle sale cinematografiche il 10 settembre 2026, a distanza di 28 anni, il secondo capitolo di Amori & Incantesimi, il film fantasy tratto dal romanzo “Practical Magic” (in lingua originale è anche il titolo del film) di Alice Hoffman, che vede protagoniste Sandra Bullock e Nicole Kidman. Il primo film era uscito nel 1998 e, oltre un quarto di secolo dopo, in Amori & Incantesimi 2, diretto da Susanne Bier, ritroviamo le due sorelle Owens, Sally (la Bullock) e Gillian (la Kidman), streghe come il resto della loro famiglia.
La trama del film
Se Sally cerca di condurre una vita normale, con due figlie grandi, Maria (interpretata da Ema Cavolli) e Hannah (Cassie Bradley), da crescere insieme alle zie Frances “Fran” Owens (l’attrice Stockard Channing, la famosa Rizzo di Grease) e zia Bridget “Jet” Owens (interpretata da Dianne Wiest, vincitrice di due premi Oscar), Gillian passa da una relazione all’altra, ma è molto legata alle due nipoti che tratta come fossero sue figlie. Quando un’antica maledizione minaccia ancora una volta il destino della famiglia Owens, le protagoniste Sally e Gillian dovranno affrontare nuove sfide in una storia che intreccia legami familiari, tradizioni e magia ancestrale.
@Photo Courtesy Warner Bros. PicturesDianne Wiest, Jet, Sandra Bullock, Sally Owens, Stockard Channing, Franny, e Nicole Kidman, Gillian Owens , in una scena del film
La loro famiglia è da sempre vittima di un’antica maledizione: ogni uomo che si innamora di una Owens è destinato a morire. Così è morta la madre delle due sorelle e così è morto il marito di Sally, Michael, padre delle due figlie protagoniste anche loro del secondo capitolo. Per risolvere un nuovo capitolo della loro storia dovranno recersi alle origini di tutto, in Inghilterra.
Dov’è ambientato il sequel
Il nuovo capitolo della saga con Sandra Bullock e Nicole Kidman porta sul grande schermo un’Inghilterra ricca di magia e mistero. Girato in parte nei Warner Bros. Studios Leavesden della casa di produzione del film, la metà delle riprese si sono svolte in esterni tra i villaggi pittoreschi di mattoni del Buckinghamshire, i boschi che avvolgono il villaggio di Thornfield (che nella realtà è Hambleden), passando per storici castelli e dimore d’epoca. Le zone delle riprese del film sono soprattutto nella Contea dell’Hertfordshire, nel vicino Buckinghamshire, ma anche in numerose altre location dell’Inghilterra.
Il pittoresco villaggio di Hambleden, nel Buckinghamshire, che nel film è appunto Thornfield, è celebre per le sue case storiche, le stradine acciottolate e l’atmosfera tipicamente inglese. Adagiato tra le Chiltern Hills, tra le cittadine di Henley e Marlow e a breve distanza dal Tamigi, questo villaggio è la quintessenza dell’Inghilterra, una vera e propria cartolina fatta di cottage di legno, mattoni e selce rimasti intatti e perfettamente integrati nel paesaggio in cui sono nati.
123RFIl pittoresco villaggio di Hambleden, nel Buckinghamshire
L’aspetto del villaggio non è cambiato molto nel corso dei secoli ed è proprio questo a renderlo così unico e una meta molto ambita dalle troupe cinematografiche. Qui sono state girate alcune scene di “La carica dei 101” del 1996, di “Il mistero di Sleepy Hollow” del ’99 e molti altri ancora.
Sempre nel Buckinghamshire, la Wormsley Estate è stata utilizzata come ambientazione del cottage di Tom Lockland (Solly McLeod). Si tratta di una splendida casa di campagna del XVIII secolo, immersa in mille ettari di parco nei pressi delle Chiltern Hills. È stata per un certo periodo di tempo la residenza di Paul Getty e appartiene ancora alla famiglia.
@Jaap Buitendijk - Warner Bros. PicturesLee Pace, Ian Wright, e Sandra Bullock, Sally Owens, in una scena di Amori e incantesimi 2
Per le scene dei boschi che circondano il villaggio la produzione si è spostata nel vicino Black Park Country Park, un bosco di 250 ettari di conifere che è stato usato spesse volte come set tra cui i film “Robin Hood”, “Star Wars: L’ascesa di Skywalker”, alcuni James Bond e la serie su Harry Potter.
Lo spettacolare Old Wardour Castle, nel Wiltshire, è stato utilizzato per rappresentare le rovine di un antico maniero dove era stata messa al rogo una lontana antenata delle Owens e dove anche Kylie (l’attrice Joey King) rischia di essere bruciata. Ci troviamo in un vero castello del XIV secolo ormai ridotto in rovina a pochi chilometri dalla cittadina di Salisbury. La pianta esagonale era molto in voga all’epoca e la costruzione si ispirò allo Château de Concressault in Francia.
123RFo spettacolare Old Wardour Castle, nel Wiltshire
Un altro edificio che è stato usato come set è la settecentesca Langleybury Mansion, nell’Hertfordshire, un edificio che si trova ad Abbots Langley dove sono state girate le scene di Harvard e degli alloggi degli studenti. In effetti, da casa che era a un certo punto è stata trasformata in una scuola secondaria, la Langleybury School, e lo è stata fino al 1996. Oggi è un condominio. Tra le altre location utilizzate figura la St. Mary and All Saints Church di Romford, trasformata in un cimitero del New England.
Tra le location da menzionare sicuramente c’è il celebre pub The Royal Standard of England, che vanta oltre nove secoli di storia ed è il pub più antico d’Inghilterra. Le sue origini risalgono al 1100, ma la prima testimonianza scritta del locale risale al 1213, quando era conosciuto come The Ship. La sua identità attuale risale al 1663, quando re Carlo II gli diede il titolo di The Royal Standard of England. Questo è il pub della famiglia di Ian Wright (l’attore Lee Pace) dove Sally e Gillian alloggiano appena arrivate in Inghilterra.
Nel film Compare il tardo vittoriano Bishopsgate Institute di Londra che è la biblioteca. Inoltre, alcune scene sono state girate nel quartiere di The Hamptons, a Worcester Park, un quartiere completamente riqualificato nel Sud della città, scelta per rappresentare la cittadina del New England in cui vive la famiglia Owens.
123RFIl Royal Chelsea Hospital a Chelsea
Infine, è stato utilizzato il Royal Chelsea Hospital di Chelsea per alcune scene ambientate in un mercato dei fiori e per gli esterni di Harvard. Questo è una casa di riposo e di cura per ex militari fondata come ospizio dal re Carlo II nel 1682 e può ospitare circa 300 veterani dell’esercito britannico.
@Photo Courtesy Warner Bros. PicturesNicole Kidman, Gillian Owens, e Joey King, e la nipote Kylie, in Amori e incantesimi 2
Un mistero ha fatto chiacchierare tutti in Canada: per qualche settimana, all’interno del lago Williston nella Columbia Britannica è comparsa un’isola coperta di alberi, sufficientemente grande per essere notata, ma con la stessa rapidità è anche scomparsa. La vicenda ha incuriosito viaggiatori, tecnici e residenti che hanno persino ipotizzato inizialmente che si trattasse di una fake news creata con intelligenza artificiale, ma le verifiche tramite satellite hanno confermato l’accaduto.
Ecco cosa sappiamo sull’isola misteriosa comparsa e scomparsa nel lago in Canada.
L’isola misteriosa comparsa nel lago in Canada
Non è questione di magia e neppure di Intelligenza Artificiale: il fenomeno ha già una spiegazione scientifica. L’insolita formazione è stata osservata nel Williston Reservoir, nell’entroterra della British Columbia, circa 100 chilometri a ovest della diga W.A.C. Bennett. Si tratta di un bacino dalle dimensioni impressionanti, circondato da foreste e territori scarsamente popolati, dove controllare ogni angolo della superficie è praticamente impossibile.
A rendere straordinario l’avvistamento erano soprattutto le dimensioni dell’“isola”. Le immagini satellitari del 21 luglio 2026 hanno permesso di stimare una lunghezza di circa 140 metri e una larghezza di circa 70 metri, per una superficie vicina ai 10mila metri quadrati. Quando nuove rilevazioni satellitari sono state effettuate il 5 agosto, però, dell’isola non c’era più traccia.
Come può nascere un’isola che galleggia?
Secondo gli esperti, la formazione potrebbe essere nata lentamente lungo le rive del bacino con una combinazione di tronchi, rami e altri materiali vegetali trasportati: con limo, sedimenti e materia organica si è creata progressivamente una superficie galleggiante. Con i semi trasportati da vento e acqua sono riuscite ad attecchire prima le piante piccole e quindi gli alberi e si sa che le radici contribuiscono a rendere le strutture più compatte e solide. Le voci autorevoli spiegano che la vegetazione già sviluppata è segno di come l’isola avesse iniziato il suo sviluppo ben prima dell’avvistamento.
Il distacco non ha nulla a che vedere con qualcosa di soprannaturale; il bacino non era così pieno da circa 14 anni e l’aumento del livello dell’acqua potrebbe aver favorito la salita della “zattera naturale”.
Dove è finita l’isola misteriosa?
Molte persone si concentrano incuriosite più sulla sparizione che sulla comparsa; dopotutto è facile capire come è nata, ma ora tutti si chiedono dove sia finita. L’assenza delle immagini del satellite non implica che sia sprofondata; una delle possibilità è che il vento l’abbia trascinata verso un’area più riparata del lago facendola avvicinare alla costa. Potrebbe anche essere stata disgregata durante lo spostamento.
Le isole galleggianti naturali non sono un fenomeno esclusivo del Canada: situazioni simili sono state documentate anche in altre parti del mondo. In Italia, per esempio, la vegetazione galleggiante del lago di Posta Fibreno nel Lazio è stata ribattezzata “La Rota”.
Quella comparsa nel cuore della Columbia Britannica, però, ha avuto qualcosa di particolarmente cinematografico: una foresta sconosciuta apparsa nel mezzo di un enorme lago, osservata per pochi giorni e poi inghiottita nuovamente dal paesaggio. Forse l’isola è ancora là fuori, nascosta in qualche insenatura del Williston Reservoir. E potrebbe bastare un nuovo cambio di vento perché torni improvvisamente a navigare.
L’arcobaleno ha un vantaggio su qualunque altro fenomeno atmosferico: si presenta quando nessuno se lo aspetta più. Il cielo ha appena finito di rovesciare acqua, la scena è grigia e piatta, poi in una manciata di secondi cambia tutto. Servono pochissime cose: in raggio che passa, gocce ancora sospese, e quei sette colori che chiunque sa elencare a memoria. Dura poco e resta sempre un passo più in là di dove ti trovi, per quanto si provi ad avvicinarcisi. Probabilmente è anche per questo che ci abbiamo costruito sopra leggende, bandiere, promesse di pentole d’oro e mezza mitologia mondiale. Il 28 agosto ricorre la Giornata Internazionale dell’Arcobaleno ed è l’occasione buona per andare a vedere in quali angoli del pianeta questo spettacolo si ripete con una frequenza maggiore.
Il 28 agosto si celebra la Giornata Internazionale dell’Arcobaleno, una ricorrenza dedicata a un fenomeno naturale di cui la fisica da spiegazione raccontando di come la luce solare, incontrando le gocce d’acqua sospese, crei un fenomeno di rifrazione. Il bianco si scompone in rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco e viola. Da millenni, però, l’arcobaleno viene raccontato come qualcosa che va oltre l’ottica.
Nella Genesi è il segno dell’alleanza tra Dio e l’umanità dopo il diluvio, una promessa messa nero su bianco in cielo. Altrove diventa una strada: nella mitologia norrena la percorrono gli dèi per scendere tra gli uomini, e ha pure un nome, Bifröst. Ogni cultura ci ha messo del suo. E oggi? Diventa un simbolo di pace, inclusione, diversità, speranza, rinascita.
Dove vedere gli arcobaleni più belli del mondo
Un arcobaleno può apparire praticamente ovunque ci siano contemporaneamente gocce d’acqua nell’aria e luce solare alle spalle dell’osservatore. Esistono però luoghi in cui clima, montagne, cascate e condizioni atmosferiche rendono questi incontri molto più frequenti.
Tra le destinazioni più spettacolari c’è Machu Picchu, in Perù. L’antica città Inca si trova tra la foresta amazzonica e le Ande, in una zona dove pioggia, umidità e schiarite possono alternarsi rapidamente. Le precipitazioni pomeridiane creano così le condizioni ideali perché un arco colorato compaia sopra le montagne e la Valle Sacra, aggiungendo ulteriore magia a un panorama già leggendario.
iStockIl magnifico spettacolo del doppio arcobaleno a Machu Picchu
Poi ci sono le Cascate dell’Iguazú, al confine tra Argentina e Brasile dove è l’acqua stessa a moltiplicare le possibilità: l’enorme quantità di minuscole gocce sollevate continuamente dalle cascate resta sospesa nell’aria e, quando viene attraversata dalla luce del Sole, può dare origine ad arcobaleni imponenti davanti alla Gola del Diavolo.
E dunque ci sono le Hawaii, considerate uno dei paradisi assoluti per chi sogna di inseguire arcobaleni. Nel Pacifico subtropicale, gli alisei portano frequenti acquazzoni alternati a improvvise aperture di sole, mentre il territorio montuoso favorisce la formazione delle nubi e delle precipitazioni. Il risultato è una combinazione quasi perfetta: arcobaleni che possono comparire al mattino, tra le montagne, vicino all’oceano e persino nelle ore del tramonto.
iStockVedere il doppio arcobaleno sulla spiaggia delle Hawaii
Alle Hawaii l’arcobaleno non è soltanto uno spettacolo atmosferico: è parte del paesaggio e dell’immaginario delle isole. Può comparire nella nebbiolina dell’oceano, sopra una cresta verde dopo un acquazzone o mentre il sole torna a illuminare il Pacifico. Ed è forse questo il suo fascino più grande: non si può prenotare, non si può programmare e non si può trattenere.
La storia sta per cambiare con questa incredibile scoperta: ben prima di Stonehenge in Europa c’era un popolo che osservava il cielo: in Repubblica Ceca è stato scoperto un recinto preistorico di circa 6.500 anni fa che dimostra conoscenze astronomiche ben radicate. Vicino al villaggio di Chleby, gli archeologi hanno studiato la struttura monumentale quasi circolare che seguiva i monumenti di Sole e Luna.
A pochi chilometri da Slunj, nell’entroterra della Croazia, si sviluppa una strada che attraversa colline verdi e piccoli abitati, fino a che il suono dell’acqua prende il posto del rumore traffico. Sotto le case scorre, infatti, la Slunjčica, un fiume lungo appena 6,5 chilometri che però ha prodotto uno dei paesaggi fluviali più sorprendenti del Paese.
Rastoke nasce infatti nel punto in cui la Slunjčica incontra la Korana. Prima di raggiungerla, l’acqua deve attraversare una barriera naturale di tufo calcareo, una roccia porosa formata nel corso dei millenni dalla deposizione del carbonato di calcio. Il risultato è una trama di cascate, rapide, piccoli laghi, isolotti e canali naturali. Le acque turchesi passano sotto ponti, accanto alle abitazioni e attraverso antichi mulini, dando vita a una scena nella quale la presenza umana sembra essere stata progettata insieme al corso del fiume.
Per questo Rastoke viene chiamata “Plitvice in miniatura“, parco che condivide con Rastoke la stessa matrice carsica, le formazioni tufacee e la particolare vegetazione legata all’abbondanza d’acqua. La differenza fondamentale, però, sta nella presenza del villaggio.
Cosa vedere a Rastoke
La visita a questo borgo della Croazia acquista fascino proprio nella successione di dettagli: una ruota di mulino appare tra gli alberi, una cascata passa sotto una casa e un balcone di legno guarda la corrente. Il paesaggio cambia continuamente a seconda della portata della Slunjčica, trasformando il villaggio in un piccolo mosaico di acqua, pietra e legno.
Sono il cuore di Rastoke: la Slunjčica produce circa 23 cascate, accompagnate da rapide e piccoli laghi disseminati tra le formazioni di travertino. Buk è una delle più note e offre una delle immagini più rappresentative del villaggio. L’acqua precipita con forza tra rocce ricoperte di vegetazione, creando una schiuma bianca che contrasta con le tonalità verde-azzurre del fiume.
Vilina Kosa, “Capelli della ninfa”, possiede invece un carattere più fiabesco e iil nome richiama il velo d’acqua argentato associato alle creature leggendarie di Rastoke.
iStockLe immense Cascate di Rastoke
I mulini ad acqua
La vera particolarità di Rastoke sta nei suoi mulini. L’insediamento iniziò a svilupparsi almeno nel XVII secolo, sfruttando la forza della Slunjčica per azionare le ruote idrauliche. Le ruote trasferivano il movimento agli ingranaggi interni e permettevano di trasformare i cereali in farina.
Gran parte dei mulini storici è stata preservata: alcuni edifici sono diventati abitazioni o attività ricettive, mentre altri conservano la loro funzione originaria. Il mulino della famiglia Jareb è un caso particolarmente interessante, poiché continua a produrre farine locali secondo un sistema basato sul principio utilizzato circa 300 anni fa.
Le case tradizionali di Rastoke
Le abitazioni appartengono a una tradizione architettonica rurale legata alle regioni dinariche e alla Posavina. Il legno ha un ruolo importante, affiancato dalla pietra utilizzata per le parti più esposte all’acqua e per le fondamenta.
Alcune abitazioni, inoltre, sorgono su piccole porzioni di terreno circondate dall’acqua, rendendo ancora più particolare la struttura dell’abitato.
La confluenza tra Slunjčica e Korana
Il punto d’incontro dei due fiumi aiuta a comprendere la ragione della fama di Rastoke. La Slunjčica arriva con acque fredde e limpide, attraversa il sistema di cascate e poi confluisce nella Korana.
Quest’ultima appartiene al sistema fluviale carsico della Croazia centrale e attraversa un territorio ricco di boschi, sorgenti e corsi d’acqua. Il suo passaggio offre anche aree per la balneazione estiva, kayak, canoa e pesca.
Le tracce storiche di Slunj
Una visita più ampia può proseguire verso Slunj, cittadina alla quale Rastoke appartiene. Il territorio ha avuto per secoli una funzione strategica come area di frontiera e qui il Castello dei Frankopan ricorda la presenza della potente famiglia nobiliare croata, mentre altre fortificazioni testimoniano il ruolo militare assunto dalla zona durante i conflitti con l’Impero ottomano.
Rastoke merita una visita lenta, soprattutto per apprezzare il rapporto tra abitato e ambiente. La sensazione più piacevole arriva nei momenti di pausa, seduti accanto all’acqua oppure davanti a un piatto locale.
Assaggiare la cucina dell’entroterra croato: per incontrare sapori legati alla tradizione rurale, con trota di fiume, formaggi locali, carni e preparazioni a base di cereali.
Acquistare farina locale presso il mulino Jareb: ricordo concreto della cultura molitoria di Rastoke.
Fare il bagno nella Korana: pausa rinfrescante durante l’estate. Nova Škrila dispone di una piattaforma per i tuffi, spazi per il beach volley, cabine e un piccolo parco giochi, mentre Stara Škrila presenta acque più basse e rive ombreggiate.
Raggiungere Kotlac: zona amata dagli abitanti di Slunj, caratterizzata da piccole piscine naturali e cascatelle con acqua relativamente bassa.
Seguire i percorsi lungo la Slunjčica: portano verso angoli più tranquilli del territorio, con possibilità di proseguire verso la vecchia centrale idroelettrica costruita all’inizio del XX secolo.
Partecipare agli eventi locali: può aggiungere una dimensione più autentica alla visita. Nel mese di agosto, durante i Giorni della città di Slunj, il centro ospita concerti e manifestazioni legate alla vita della comunità.
Cercare i prodotti del bosco: attività interessante nelle stagioni adatte. Castagne, funghi e rosa canina compaiono soprattutto in autunno, mentre fragoline selvatiche e more caratterizzano rispettivamente primavera ed estate.
Il villaggio di Rastoke si trova presso Slunj, nella contea di Karlovac, nella Croazia centrale. La località occupa una posizione strategica lungo la strada statale D1, una delle principali direttrici che collegano Zagabria con la Dalmazia. Da Karlovac il viaggio in automobile richiede circa 40 minuti, mentre da Zagabria occorre prevedere quasi 1 ora e 30 minuti, in base al traffico e al percorso scelto.
I laghi di Plitvice distano circa 33 chilometri, rendendo Rastoke una tappa particolarmente comoda per chi sta attraversando la Croazia verso il parco nazionale. L’automobile rappresenta la soluzione più semplice per raggiungere il villaggio e proseguire verso le altre attrazioni della zona. Slunj offre inoltre servizi, ristoranti e negozi utili per una permanenza più lunga.
Nel cuore della Valle Camonica, arroccato su una collina che domina il fondovalle, il Castello di Breno custodisce secoli di storia, ma anche racconti, misteri e leggende. Quello che oggi appare come un suggestivo maniero altomedievale è in realtà un complesso molto più articolato, nato dalla sovrapposizione di edifici, torri e fortificazioni costruiti in epoche diverse.
La storia del castello
Le origini del sito sono molto più antiche del castello stesso: gli scavi archeologici hanno restituito tracce di frequentazione umana risalenti alla preistoria, con testimonianze che arrivano fino al VIII sec a.C.
L’attuale complesso fortificato si sviluppò soprattutto tra il XII e il XIII secolo, nel periodo di Federico I Barbarossa, quando sul colle sorsero palazzi e torri. In seguito, durante il dominio della Repubblica di Venezia, il Castello di Breno venne trasformato e potenziato come roccaforte militare. Tra le sue mura passarono personaggi e condottieri legati alle guerre tra guelfi e ghibellini, tra cui il Conte di Carmagnola e Bartolomeo Colleoni.
Nel 1592 la Serenissima – la Repubblica di Venezia – vendette il complesso al Comune di Breno e, con il passare del tempo, la fortificazione perse la propria funzione strategica giungendo a un progressivo abbandono e a un parziale riutilizzo come cava di pietre.
La visita permette di leggere la storia direttamente nelle pietre. Si incontrano le mura merlate, l’antica casa-torre signorile e la torre grande, alta circa 20 metri e accessibile ai visitatori in occasione delle aperture previste. Particolarmente interessanti sono i resti della Chiesa di San Michele, di origine longobarda, considerata il più antico monumento portato alla luce a Breno.
Ma sono soprattutto le curiosità a rendere speciale il castello. Una leggenda della Valle Camonica racconta che il cavaliere Leutelmonte, dopo aver combattuto e vinto un duello per conto del signore di Breno, ricevette in premio una chioccia d’oro massiccio con dodici pulcini. Secondo alcune versioni, il tesoro per non essere rubato sarebbe stato nascosto nelle segrete di una torre medievale di Cividate Camuno; secondo altre, invece, sarebbe ancora sepolto in un tunnel segreto scavato nella roccia proprio nel Castello di Breno.
Si racconta inoltre dell’esistenza di antichi passaggi segreti: uno avrebbe collegato la rocca al fiume Oglio, un altro al convento dei Cappuccini. Non mancano poi le storie di assedi e personaggi leggendari, come la regina longobarda Rosmunda, protagonista di uno dei racconti tramandati intorno alla fortezza.
Il Castello di Breno dispone di un bar-ristorante all’interno delle mura ed è oggi anche sede di eventi musicali e manifestazioni di vario genere.
iStockVista sul castello
Dove si trova e come raggiungerlo
Il Castello di Breno si trova in Vicolo Orti, a Breno, in provincia di Brescia, nel cuore della Valle Camonica in Lombardia. Dal centro del paese si raggiunge con una breve passeggiata in salita.
In automobile si arriva percorrendo la SS42 in direzione Edolo, con uscita a Breno. Per chi viaggia in treno, la località è servita dalla linea Brescia-Iseo-Edolo di Trenord, con fermata a Breno.
Il parco del castello è ad accesso libero tutti i giorni dalle 9 alle 24 mentre la fortezza è aperta tutti i giorni d’estate e solo sabato/domenica nei mesi di aprile, maggio, settembre, ottobre.
Per informazioni su orari, visite guidate e aperture straordinarie, è consigliabile consultare il sito ufficiale della Pro Loco di Breno.
Il nuovo horror di Damian McCarthy, nelle sale italiane dal 5 agosto2026, è una storia che costringe a fare i conti con il passato e con i fantasmi familiari. Ad aggiungere tensione a una narrazione che non manca certo di suspence è la scelta di ambientazioni oscure e misteriose: scopriamo insieme le location di Hokum.
Di cosa parla
Il protagonista del film, interpretato da Adam Scott, è uno scrittore di horror. Dopo anni dalla morte dei genitori, nonostante il momento di difficoltà personale che sta vivendo, decide di andare a spargerne le ceneri in Irlanda vicino a una sequoia che compare in una vecchia foto di famiglia. Per farlo prenota in un inn, nella stessa suite in cui i genitori molti anni prima avevano trascorso la luna di miele.
Solo una volta arrivato si rende conto di essere l’unico ospite della struttura e viene a conoscenza di storie oscure che la riguardano, come quella di una vecchia strega che dimorerebbe proprio nella suite. Naturalmente non tardano a manifestarsi fenomeni inspiegabili e spaventosi.
IPA AgencyUna scena del fil “Hokum”
Dov’è stato girato il film
Nello scegliere le location di Hokum il regista irlandese ha giocato in casa, girando l’horror quasi per intero nel West Cork. La scena iniziale e quella finale, però, sono state girate negli Emirati Arabi Uniti.
Il deserto di Al Ain
Grazie al sostegno della Abu Dhabi Film Commission e della Creative Media Authority Abu Dhabi è stato possibile realizzare un set e delle riprese all’interno del deserto di Al Ain. Questa distesa di sabbia e dune a circa mezz’ora da Abu Dhabi è famosa per un’oasi con oltre 147mila palme da dattero percorsa dai tradizionali falaj (canali d’acqua) da tempo riconosciuta come patrimonio UNESCO e per un parco archeologico (il Jebel Hafit Desert Park) dove si trovano resti di tombe ad alveare risalenti a oltre cinquemila anni fa.
iStockUna vista suggestiva sul deserto di Al Ain
Il West Cork
Passando ai luoghi dov’è stato girato il film Hokum in Irlanda, la scelta del Cork occidentale non appare casuale: è una delle regioni più selvagge e per certi versi ancora rurale della nazione, con un paesaggio caratterizzato da spiagge deserte e distese brulle inframmezzate da piccoli villaggi isolati che rendono bene il senso di mistero e inquietudine che domina nel film.
iStockIl tipico paesaggio brullo del West Cork
Alcune delle scene chiave dell’horror sono state girate, per esempio, nei pressi del Caha Pass: un passo montuoso che, per quasi trenta chilometri e a oltre trecento metri di altitudine, taglia la cresta dell’omonima catena. La sua particolarità, oltre alle vedute senza pari sulle montagne e sulla Baia di Bantry in lontananza, è che è stato interamente scavato a mano.
iStockIl misterioso paesaggio delle Caha Mountains
Altra location di Hokum è la foresta di Castlefreke: un’area verde con vista su quel che resta dell’antico castello omonimo, molto amata dalle famiglie e da chi fa trekking dove immergersi nella natura e, un po’ come succede al protagonista del film, prendersi una pausa della realtà.
iStockLa suggestiva foresta di Castelfreke
Per le scene di interni Damian McCarthy si è avvalso del Liss Ard Estate: una storica proprietà – oggi affittabile per eventi privati o per le proprie vacanze – con interni lussuosi, diversi acri di terreno circostante, un lago privato e il giardino dove l’artista James Turrel era solito recarsi a dipingere a disposizione degli ospiti.
Anche Bantry House, una dimora storica affacciata sull’omonima baia e famosa per i diversi ettari di giardini all’italiana, è tra i luoghi dell’Irlanda più “inedita” dov’è stato girato il film: l’intento era realizzare scatti sontuosi e senza tempo che dessero universalità agli eventi misteriosi vissuti dallo scrittore protagonista.
A pochi chilometri dall’elegante città di Salisburgo, quindi proprio lì dove non te lo aspetti, l’acqua sembra avere preso il comando della scena. In zona, infatti, scorre il Taugl, un torrente di montagna che nasce nelle Osterhorngruppen ed entra nel Tauglboden, per poi attraversare una delle aree naturali più particolari del territorio di Bad Vigaun e Kuchl. Il suo corso alterna tratti aperti, banchi di ghiaia e rapide a una stretta forra calcarea, la Tauglklamm, un canyon selvaggio e poco addomesticato.
L’acqua si presenta trasparente, incredibilmente limpida nelle pozze scavate nella roccia, e con una temperatura decisamente alpina. D’estate la tentazione di entrarvi è forte, soprattutto presso la zona della Römerbrücke, ma bastano pochi secondi per capire la differenza tra un bagno in una piscina e una nuotata in un torrente alimentato dalle montagne.
La gola offre un volto ancora più emozionante: le pareti si stringono, la luce diminuisce e la roccia assume forme morbide. Alcuni punti sono adatti a un’escursione naturalistica, mentre la parte più stretta della Tauglklamm appartiene al territorio del canyoning e richiede esperienza, attrezzatura adeguata e condizioni idrologiche favorevoli. Da una parte, infatti, c’è la Tauglgries, area naturale ed europea protetta, con sentieri, punti panoramici e spazi per osservare la fauna; dall’altra una successione di roccia, acqua e passaggi stretti che restituisce una sensazione quasi primitiva.
Origine, formazione e leggende della Gola di Taugl
Ben prima che l’essere umano mettesse piede in questo magnifico pianeta, l’acqua ha inciso le rocce del suo letto, sfruttando fratture e punti più vulnerabili della massa calcarea. La pressione continua del torrente ha progressivamente approfondito il solco, modellando pareti, scivoli naturali e piccole vasche.
La Taugl alterna infatti due paesaggi molto diversi: nella parte più aperta il torrente si allarga e attraversa il Tauglgries, un ambiente dinamico fatto di ghiaia, vegetazione ripariale e superfici rocciose. Entrando nella forra il carattere cambia radicalmente, con il letto che si restringe e la roccia che assume un aspetto che pare lucidato dall’acqua.
La forza di questo torrente d’Austria resta evidente anche nella sua instabilità. Per chi pratica canyoning, una piena può modificare profondamente l’aspetto della forra. Tronchi, massi e sedimenti possono mutare la configurazione dei passaggi e delle rapide, rendendo una discesa diversa rispetto a quella affrontata in precedenza.
Un altro elemento sorprendente appartiene alla storia umana. Poco prima della Römerbrücke, il torrente forma una cascata e poi raggiunge il tratto storico del ponte, ma il nome può trarre in inganno. La struttura attuale risale infatti al 1613 e viene indicata dal turismo locale quale più antico ponte ancora esistente del SalzburgerLand.
iStockIl selvaggio Canyon del Taugl
Intorno alla costruzione del ponte è nata una leggenda decisamente più antica e inquietante: secondo il racconto popolare, una gola tanto profonda avrebbe richiesto l’intervento del Diavolo. Gli abitanti gli avrebbero chiesto aiuto per realizzare il passaggio sul torrente e in cambio il demonio avrebbe preteso il figlio di una mugnaia incinta, a patto che la costruzione fosse completata prima della nascita.
La donna riuscì a partorire poco prima della posa dell’ultima pietra. Furioso per l’inganno, il Diavolo stabilì allora che la prima creatura vivente passata sul ponte sarebbe appartenuta a lui. La mugnaia reagì con astuzia e fece attraversare la struttura a un gatto. La beffa mandò il demonio su tutte le furie e, secondo la tradizione, scagliò l’ultima pietra nella gola. Quella roccia porta ancora il nome di Teufelsstein, la Pietra del Diavolo. Nei periodi di magra può essere osservata dalla Römerbrücke, incastonata nel paesaggio del torrente.
La visita alla Taugl tra canyon, acqua gelida e natura protetta
La Taugl richiede prima di tutto una distinzione: la visita turistica del Tauglgries è adatta a un pubblico molto ampio, mentre la discesa della Tauglklamm è un’esperienza tecnica da canyoning. Confondere i due itinerari, quindi, potrebbe rivelarsi rischioso. Per una giornata nella natura, il punto di riferimento è il percorso tematico Lebensader Taugl, cioè “Lifeline Taugl”. Il sentiero attraversa il Tauglgries e presenta pannelli dedicati alla flora, alla fauna e agli equilibri dell’ecosistema fluviale. Lungo il tragitto sono presenti una piattaforma panoramica dotata di telescopio, aree di sosta e un parco naturalistico per bambini.
La piattaforma permette di osservare dall’alto il letto del torrente e le sue trasformazioni. Il Tauglgries ospita infatti specie rare, tra cui il corriere piccolo e il piro piro piccolo, uccelli che utilizzano le rive ghiaiose per la nidificazione. Nei mesi caldi alcuni tratti della Taugl diventano apprezzati punti per il bagno. L’acqua resta gelida, ma il contrasto con le grandi lastre di roccia riscaldate dal sole rende l’esperienza particolare. La Römerbrücke offre inoltre un ottimo punto per osservare il torrente e raggiungere le zone balneabili vicine.
Per chi cerca un’esperienza più avventurosa arriva la Tauglklamm. L’ingresso alla forra prevede una discesa dal parcheggio fino al canyon e all’ingresso può essere presente una corda fissa (da verificare sempre sulle condizioni attuali). Successivamente il percorso entra nella sezione stretta della gola, con roccia levigata, pozze, piccoli salti e scivoli.
La parte più delicata riguarda la portata del torrente. In primavera e dopo piogge abbondanti il bacino può ricevere quantità d’acqua considerevoli. Una forra alpina cambia rapidamente con l’innalzamento del livello e la corrente può diventare pericolosa. La Tauglklamm va quindi affrontata con competenza specifica e attrezzatura da canyoning, preferibilmente con una guida qualificata per chi possiede poca esperienza.
Superato il tratto più stretto, il canyon si apre. Da quel punto una possibilità conduce verso l’uscita, mentre un itinerario più lungo prosegue lungo il corso del fiume fino alla Römerbrücke. La variante completa richiede organizzazione logistica e un’auto per il rientro, poiché l’escursione fluviale può raggiungere circa 7 km e 5 ore secondo le condizioni del percorso.
Dove si trova e come arrivare
La Taugl si trova nel SalzburgerLand, nella regione del Tennengau, a sud di Salisburgo, tra Bad Vigaun e Kuchl. Il territorio appartiene a una fascia alpina situata a breve distanza dalla città, caratterizzata da montagne, boschi, torrenti e paesaggi rurali. Bad Vigaun rappresenta il riferimento più pratico per visitare il Tauglgries e il percorso naturalistico.
Per raggiungere la zona della forra in automobile, l’accesso tecnico indicato per la Tauglklamm passa da Hallein verso Bad Vigaun e poi in direzione di St. Koloman / Tauglboden (Tauglbodenstraße). Presso l’ingresso alla gola è presente una piccola area di parcheggio con pochissimi posti. In alternativa si trovano aree di sosta più ampie nei dintorni, con distanze di alcune centinaia di metri o circa 1 km dall’ingresso.
Per una visita più rilassata al Tauglgries conviene invece partire dal centro di Bad Vigaun. Il percorso della Lebensader Taugl conduce verso la piana fluviale e attraversa l’area protetta fino alla Römerbrücke. La stessa zona può essere raggiunta anche in bicicletta oppure in automobile attraverso Unterlangenberg, in direzione Tauglgries.
Acqua scura, quasi uno specchio d’ossidiana, una corona di abeti che sale lungo i pendii e il profilo della Hornisgrinde a dominare l’orizzonte. Si presenta così il Mummelsee, misterioso (e leggendario) lago della Foresta Nera che riesce a unire natura, storia geologica e tradizioni popolari con la stessa intensità.
Situato a 1.036 metri di quota vicino al borgo di Seebach, lungo la celebre Schwarzwaldhochstraße, la Strada Panoramica della Foresta Nera che collega Baden-Baden e Freudenstadt attraverso alcuni dei paesaggi più spettacolari della Germania, è raggiunto da migliaia di visitatori attratti sì dalla bellezza del panorama, ma anche spinti dalle misteriose leggende che da secoli lo circondano.
Molti lo chiamano “L’Occhio della Foresta Nera“, soprannome che nasce dalla forma quasi perfettamente circolare e dalla superficie che riflette il bosco circostante con una nitidezza sorprendente. Nelle giornate prive di vento sembra davvero che la montagna osservi il cielo attraverso una pupilla di cristallo. Basta però una nuvola, un cambio di luce o una leggera brezza perché l’atmosfera si trasformi completamente, ma regalando comunque scorci che sembrano usciti da un antico racconto.
Origine, formazione e leggende del Mummelsee
Il Mummelsee appartiene ai laghi glaciali della Foresta Nera, chiamati in tedesco Karsee. Rappresenta il più grande dei 7 bacini glaciali ancora presenti nella regione, oltre a figurare tra i più alti. La sua origine risale a circa 10.000 anni fa, al termine dell’ultima era glaciale. Enormi masse di ghiaccio scavarono lentamente una conca quasi circolare nella montagna. Con il progressivo ritiro dei ghiacciai, quella depressione si riempì d’acqua fino a formare il lago attuale. Oggi occupa una superficie di 3,7 ettari, raggiunge circa 18 metri di profondità e presenta un perimetro vicino agli 800 metri.
Alle sue spalle si innalza la Hornisgrinde, che con i suoi 1.164 metri è la cima più elevata della Foresta Nera settentrionale. Sul lato occidentale compare invece il Katzenkopf, altra vetta ricoperta da fitte foreste di conifere. L’acqua defluisce nel torrente Seebächle, che prosegue verso la valle di Seebach prima di confluire nel fiume Acher. Proprio il lago e questo corso d’acqua hanno dato il nome al paese di Seebach.
L’origine del nome Mummelsee affonda le radici, invece, nella tradizione popolare: un tempo la superficie ospitava numerose ninfee bianche chiamate nel dialetto locale Mummeln, termine dal quale derivò, per l’appunto, il nome del lago. Col passare dei secoli quella semplice spiegazione botanica lasciò spazio a racconti molto più affascinanti.
Secondo una delle leggende più celebri, nelle sue profondità sorgerebbe un magnifico castello di cristallo abitato dalle Mümmlein, eleganti ninfe delle acque dalla straordinaria bellezza. Durante la notte salivano in superficie per danzare tra gli alberi oppure raggiungevano le fattorie della valle, aiutando contadini e boscaioli nelle attività quotidiane o accudendo i bambini. Prima dell’alba rientravano sempre nel loro regno sommerso, rispettando gli ordini del sovrano del lago.
Una storia romantica racconta invece dell’amore tra una ninfa e un giovane contadino di Seebach. La ragazza rimase troppo a lungo con il suo innamorato durante una festa del villaggio e rientrò oltre l’ora stabilita. Il re del Mummelsee punì severamente quella disobbedienza, mentre il giovane attendeva sulla riva un segno della sorte dell’amata. Poco dopo una piccola onda color cremisi emerse dalla superficie: era il simbolo del tragico destino della ninfa, sacrificata per avere seguito il proprio cuore.
Altri racconti parlano del Re del Mummelsee, di spiriti che abiterebbero gli abissi e persino di un passaggio diretto verso il centro della Terra. Storie tramandate per generazioni che continuano ancora oggi ad alimentare il fascino di questo angolo della Foresta Nera.
Cosa fare e vedere al Mummelsee
Il giro di questo lago della Germania rappresenta il modo migliore per apprezzare il paesaggio. Un sentiero ad anello, pianeggiante e accessibile anche ai passeggini e alle persone con mobilità ridotta, consente di completare l’intero percorso in circa 20 minuti. Punti panoramici, scorci sul bosco e riflessi sempre diversi accompagnano l’intero itinerario.
Lungo il tragitto compare una raffinata statua in bronzo dedicata alla ninfa del Mummelsee, omaggio alle antiche leggende che ancora caratterizzano questo luogo. Poco distante si sviluppa anche un percorso artistico all’aria aperta, con installazioni contemporanee realizzate con materiali naturali.
Durante la bella stagione il lago cambia prospettiva grazie al noleggio delle barche a pedali. Dall’acqua la foresta appare ancora più imponente e il silenzio dona una sensazione difficile da descrivere. Secondo la tradizione, osservando con molta attenzione il centro del lago si potrebbe persino scorgere il bagliore del castello del Re del Mummelsee.
iStockNavigare il Mummelsee
Famiglie con bambini trovano un grande parco giochi ispirato alle storie della zona, con strutture dedicate ai piccoli esploratori e una casetta del fantasma del Mummelsee che narra le antiche leggende locali. Accanto sorgono negozi specializzati nei prodotti tipici della Foresta Nera, tra cui orologi a cucù, oggetti d’artigianato, liquori, miele, marmellate e specialità gastronomiche. Durante l’estate il forno a legna prepara pane contadino secondo ricette tramandate nel tempo, mentre alcune dimostrazioni permettono di osservare da vicino le fasi della lavorazione.
Chi desidera panorami ancora più ampi può salire verso la Hornisgrinde. Il sentiero raggiunge la vetta in circa 1 ora tra prati d’altura e boschi. Dalla torre panoramica lo sguardo abbraccia gran parte della Foresta Nera, la Valle del Reno e, nelle giornate limpide, persino la catena dei Vosgi in territorio francese.
Il Mummelsee rappresenta inoltre un importante punto di passaggio del Westweg, il più celebre itinerario escursionistico della Foresta Nera, riconoscibile dal caratteristico rombo rosso che accompagna gli escursionisti da Pforzheim fino a Basilea.
Il Mummelsee si trova nel Baden-Württemberg, nel cuore della Foresta Nera settentrionale, vicino al comune di Seebach. La sua posizione lungo la Schwarzwaldhochstraße lo rende facilmente raggiungibile in automobile. Partendo da Baden-Baden bastano circa 40 minuti di viaggio lungo una delle strade panoramiche più belle della Germania. Freudenstadt dista circa 35 chilometri, mentre Strasburgo si raggiunge in poco più di 1 ora attraversando il confine franco-tedesco.
Un ampio parcheggio accoglie i visitatori direttamente accanto al lago, soluzione particolarmente pratica anche per famiglie e viaggiatori con poco tempo a disposizione. Tra maggio e ottobre, durante i fine settimana, un autobus collega il Mummelsee con la torre panoramica della Hornisgrinde, agevolando la salita verso la vetta. Alba, tramonto e prime ore del mattino regalano l’atmosfera più suggestiva.
Chi era bambino o adolescente negli Anni Novanta probabilmente lo ricorderà: le foreste dell’Inghilterra medievale, le battaglie con arco e frecce e Kevin Costner nei panni dell’eroe ribelle di Sherwood in Robin Hood – Principe dei ladri. Tra le location che hanno contribuito a creare quell’atmosfera epica c’è anche un luogo reale, oggi visitabile: Old Wardour Castle, uno dei castelli più affascinanti e insoliti del Wiltshire.
Quello che sul grande schermo sembrava una fortezza uscita da una leggenda è in realtà una straordinaria rovina medievale con una storia lunga oltre 600 anni. Costruito nel XIV secolo, il castello colpisce per la sua particolare struttura a sei lati, un’architettura unica in Inghilterra, e per il suo passato fatto di nobili famiglie, assedi e trasformazioni.
Un tempo residenza della famiglia Lovell e successivamente degli Arundell, Old Wardour Castle fu modernizzato in epoca Tudor e divenne protagonista di alcune delle pagine più movimentate della Guerra Civile inglese. Oggi le sue mura custodiscono sale d’epoca, una torre panoramica, una romantica banqueting house georgiana e persino una curiosa grotta gotica decorata con antiche pietre preistoriche recuperate.
Cosa vedere e fare a Old Wardour Castle
Passeggiare tra le mura di Old Wardour Castle è come ripercorrere oltre sei secoli di storia in una sola volta, tra architettura medievale, panorami sul lago e angoli che sembrano usciti da una fiaba. La prima cosa che colpisce è la particolare struttura a sei lati del castello, un progetto architettonico estremamente raro in Inghilterra. Durante il periodo Tudor la famiglia Arundell modernizzò parte dell’edificio: sulla facciata d’ingresso è ancora possibile osservare il loro stemma araldico.
Getty ImagesLe rovine del castello
Tra gli ambienti più spettacolari spicca la Great Hall, un tempo il salone di rappresentanza dove il signore del castello riceveva gli ospiti più illustri. Ancora oggi si possono ammirare le eleganti finestre gotiche, le decorazioni scolpite e gli elementi architettonici dell’epoca. Una delle esperienze più suggestive è la salita lungo la torre orientale. Gli antichi gradini in pietra conducono fino ai piani superiori, dove si possono ancora osservare camini, latrine medievali e resti degli ambienti originari. Dalla sommità, inoltre, si gode di una vista panoramica sul lago, sui prati che circondano il castello e sulla campagna del Wiltshire.
Passeggiando tra le mura è possibile notare numerosi particolari scolpiti nella pietra. Sopra l’ingresso principale si trova un busto di Cristo che un tempo rifletteva la luce del sole, mentre nelle antiche cantine del vino si conservano volte in pietra, camini e decorazioni con teste di leone. Tra gli edifici più curiosi del complesso c’è anche la Banqueting House, costruita nel XVIII secolo sulle rive del lago. Con i suoi merli gotici e le vetrate istoriate, veniva utilizzata come luogo di ristoro per i visitatori che raggiungevano il castello durante il periodo georgiano. All’interno oggi è presente una piccola esposizione dedicata alla storia dei giardini paesaggistici, mentre dall’esterno si gode una delle viste più belle sull’intero complesso. Poco distante si trova anche la scenografica Grotto, una grotta artificiale in stile fantasy-gotico realizzata utilizzando persino antichi monoliti preistorici recuperati dal territorio circostante.
Getty ImagesLa scenografica grotta artificiale
Per conoscere davvero il passato del castello vale la pena utilizzare l’audioguida gratuita disponibile in loco. Tra gli episodi più emozionanti viene raccontata la storia di Lady Blanche Arundell, che durante la Guerra Civile inglese riuscì a difendere il castello per un’intera settimana con appena 25 uomini e le proprie domestiche contro le truppe parlamentari. Pochi mesi più tardi il maniero venne però conquistato e gravemente danneggiato durante un secondo assedio.
Old Wardour Castle è una meta ideale anche per chi viaggia con bambini. I più piccoli possono infatti partecipare al gioco interattivo “Can You Keep Your Castle?”, che permette di scoprire la storia del maniero attraverso enigmi e missioni, oppure seguire il Folktale Creature Trail, un percorso dedicato alle creature leggendarie del folklore inglese con tanto di attestato finale.
Dove si trova e come raggiungerlo
Old Wardour Castle si trova vicino al villaggio di Tisbury, nella contea del Wiltshire, nel sud-ovest dell’Inghilterra, a circa un’ora d’auto da Bath e Salisbury. Il castello è facilmente raggiungibile in automobile e dispone di parcheggio per i visitatori. Chi utilizza i mezzi pubblici può arrivare in treno fino alla stazione di Tisbury, collegata con Londra e Salisbury, per poi proseguire in taxi per pochi chilometri.
iStockUna delle facciate del castello
L’ingresso è gestito da English Heritage e prenotando online entro il giorno precedente si ottiene uno sconto sul biglietto, mentre i soci possono accedere gratuitamente. Il castello è generalmente aperto tutti i giorni dalle 10:00 alle 17:00, con biglietti validi per l’intera giornata, così da poter visitare il sito senza limiti di tempo durante l’orario di apertura.
Sembra un villaggio delle fiabe ma oggi è totalmente abbandonato; il progetto dietro a Burj Al Babas era quello di creare residenze di lusso per compratori facoltosi provenienti dai Paesi del Golfo. Oggi, però, ci sono centinaia di castelli allineati e incompiuti sulle colline turche che sembrano quasi una location abbandonata di un film. Ma cos’è successo a questo luogo che era destinato a diventare un quartiere di lusso?
Per un docudrama che cerca di ricostruire le ultime ventiquattr’ore prima dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. la scelta delle ambientazioni rischia di apparire scontata. Eppure nella serie in tre episodi in arrivo su Disney+dal 23 luglio 2026 difficilmente si ha questa impressione: sarà per la presenza di Tom Hiddleston, che i più ricorderanno per aver interpretato il villain della Marvel Loki, o perché la produzione è quella, avvezza a portare sullo schermo immagini potenti, di National Geographic. Scopriamo insieme le location di Pompei: Fuori dal Tempo.
Di cosa parla
C’è qualcuno che è riuscito a sopravvivere alla distruzione di Pompei? È questa domanda che sembra aver ispirato la nuova serie Disney+ con Tom Hiddleston, a metà tra dramma cinematografico e documentario investigativo. Grazie all’aiuto dello storico Steven L. Tuck vengono ricostruite in particolare le vite di tre personaggi che, le fonti storiche suggeriscono, si sono salvati dal fiume di lava, lapilli e ceneri che ricoprì la città quella notte: quella di Avianius, un giovane apprendista fabbro; quella di Iulia Felix, potente donna d’affari che era solita affittare i locali della propria villa, e quella di un membro della Guardia Pretoriana che quel giorno si trovava per caso a Pompei.
Le location di Pompei: Fuori dal tempo si trovano, va da sé, tutte all’interno del Parco Archeologico di Pompei: sulle stesse strade che quel giorno videro fuggire migliaia di persone disperate, passeggiando tra resti di antiche ville romane e locali un tempo a uso pubblico come terme, mercati, termopoli Tom Hiddleston incontra archeologi ed esperti di storia dell’età romana, si ferma a parlare con loro e a contemplare gli inestimabili tesori che oggi custodisce Pompei.
iStockÈ un vero tesoro quello custodito a Pompei
Il Parco Archeologico di Pompei
Come ribadito anche all’interno della serie, la zona è ancora oggi oggetto di studi e di ricerche che periodicamente portano alla luce nuovi sorprendenti ritrovamenti come, ultimo in ordine di tempo, quello degli scheletri di due uomini in fuga dall’eruzione.
L’area degli scavi è molto vasta, quasi 450 mila metri quadrati che la rendono una delle più grandi di tutto il Sud Italia, e per questo difficile da esplorare in una sola visita a meno di non fermarsi a osservare solo poche, selezionate, attrazioni di Pompei: le più importanti per il passato della città e per la storia del sito archeologico.
iStockLe magnificenti rovine di Pompei
Via dell’Abbondanza: il cuore dell’antica Pompei
In alcune inquadrature del trailer di Pompei: Fuori dal Tempo si vede Tom Hiddleston camminare lungo Via dell’Abbondanza, riconoscibile per i grossi blocchi di basalto. Un tempo era la più importante arteria commerciale della città, tanto che percorrendola è facile notare ancora gli ingressi delle tabernae – caratterizzati da un’apertura più larga verso l’esterno, la presenza di banconi di pietra e qualche volta dei fori per i contenitori in ceramica che nei termopoli servivano per riscaldare le vivande – e quelli delle abitazioni private, insieme a una serie numerosissima di iscrizioni, tra cui anche iscrizioni elettorali che invitavano a votare per questo o quel candidato.
iStockUn’iconica strada dell’antica Pompei
Oggi la Via dell’Abbondanza, chiamata così perché è qui che avvenne uno dei primi ritrovamenti archeologici: una fontana contenente un’allegoria dell’abbondanza, attraversa gli scavi da est a ovest collegando due tappe obbligate di ogni visita come sono il Foro e l’Anfiteatro.
Il primo era la piazza principale della città dove si svolgevano i più importanti eventi civili e religiosi e su cui si affacciavano la maggior parte degli edifici pubblici: oggi è spoglio, ma un tempo doveva avere statue e marmi a impreziosirlo. L’Anfiteatro di Pompei, uno dei più antichi conosciuti, era utilizzato in origine per spettacoli circensi e di gladiatori. Oggi è tra le aree accessibili anche a prescindere dalla visita al Parco Archeologico, in occasione di concerti e grandi eventi musicali: suggestiva è la vista sul Vesuvio che si ha dal suo interno.
Lungo la costa occidentale di Rodi, lontano dalle spiagge più frequentate e dai centri turistici, una gigantesca roccia si innalza per 236 metri sopra il Mar Egeo. Ed è sulla sua sommità che si distingue un profilo frastagliato, mentre lo sguardo abbraccia il blu intenso del mare, le falesie che precipitano verso l’acqua e l’isola di Halki. Quella è l’inconfondibile silhouette del Castello di Monolithos, una delle fortezze medievali più scenografiche dell’isola e, per molti, anche la più spettacolare.
Il vento accompagna la visita, portando con sé il profumo della macchia mediterranea e il richiamo dei gabbiani che sorvolano la costa. Il nome Monolithos significa “unica pietra” e richiama proprio l’enorme blocco roccioso sul quale la fortezza venne edificata. Qualcuno, però, racconta una storia diversa: secondo una leggenda, il nome deriverebbe da un misterioso monolite nero dotato di poteri metafisici, trasportato fin qui dai Cavalieri di San Giovanni durante il ritorno dalla Terra Santa. Un racconto privo di conferme storiche, eppure ancora vivo nella tradizione locale.
Oggi il castello mantiene gran parte del fascino originario, con le mura che seguono perfettamente i bordi della roccia, mentre resti di torri, cisterne e antiche strutture ne testimoniano il ruolo strategico, in quanto costruito per controllare il mare e difendere i villaggi dell’entroterra dagli attacchi dei pirati.
Breve storia del Castello di Monolithos
La particolare posizione del promontorio aveva già attirato l’attenzione delle popolazioni antiche. Sulla vetta sorgeva infatti una torre di avvistamento, successivamente sostituita da una fortificazione bizantina. L’aspetto attuale risale, invece, alla seconda metà del XV secolo. Dopo avere conquistato Rodi nel 1309, i Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni rafforzarono progressivamente il sistema difensivo dell’isola, costruendo una rete di castelli destinati a sorvegliare la costa e a contrastare incursioni piratesche e attacchi provenienti dal mare.
La ricostruzione del Castello di Monolithos venne completata poi intorno al 1476, durante il magistero di Pierre d’Aubusson, uno dei più celebri Gran Maestri dell’Ordine. Ancora adesso il suo stemma è scolpito sopra l’antico ingresso, preziosa testimonianza dell’intervento dei Cavalieri.
Durante il dominio dei Cavalieri, Monolithos rappresentava una delle 4 fortezze più potenti dell’isola. L’altezza della rupe, la difficoltà di accesso e la vista aperta sull‘Egeo trasformavano questo luogo in un punto di osservazione quasi imprendibile. Nel 1522, dopo il lungo assedio ottomano che pose fine alla presenza dei Cavalieri a Rodi, anche Monolithos passò sotto il controllo dei Turchi.
Col passare dei decenni la pirateria perse progressivamente importanza, rendendo meno strategica una fortezza così isolata e difficile da raggiungere. L’abbandono arrivò lentamente, lasciando che il tempo trasformasse l’interno in un suggestivo insieme di ruderi. Accanto alla storia documentata continua però a vivere quella tramandata dagli abitanti del luogo: la leggenda del misterioso monolite nero, custodito dai Cavalieri e dotato di misteriosi poteri, aggiunge un velo di fascino a un posto già ricco di atmosfera.
Cosa vedere durante la visita del Castello di Monolithos
Il viaggio inizia già lungo la strada panoramica che attraversa il versante occidentale di Rodi. Curve, boschi di pini, scorci sul mare e piccoli villaggi accompagnano l’avvicinamento fino alla base dell’enorme sperone roccioso. L’automobile arriva praticamente ai piedi della rupe e da quel punto parte un breve sentiero con gradini modellati nella pietra che conduce all’ingresso della fortezza. La salita richiede pochi minuti, anche se alcuni tratti risultano abbastanza ripidi.
Una volta raggiunta la cima, il panorama cattura immediatamente l’attenzione. L’occhio segue la linea frastagliata della costa occidentale, mentre Halki appare quasi sospesa sul mare. Nelle giornate terse si distinguono perfettamente anche i piccoli isolotti che punteggiano questo tratto di Egeo.
Le mura perimetrali risultano ancora ben conservate e permettono di comprendere chiaramente l’estensione originaria del castello. All’interno, invece, prevalgono ruderi che raccontano la lunga storia della fortezza. Emergono resti delle torri difensive, antiche cisterne destinate alla raccolta dell’acqua piovana e parti delle gallerie utilizzate durante il periodo medievale.
Tra gli elementi più caratteristici ci sono due piccole chiese costruite una accanto all’altra. La prima, dedicata a San Panteleimon, risale al XV secolo ed è stata restaurata nel corso degli anni. L’esterno candido mette in scena un contrasto sorprendente con la pietra scura della rupe e con il blu intenso del cielo. La seconda cappella conserva invece un aspetto più antico ed è ormai in rovina, evocando l’immagine di un posto rimasto immobile nel tempo.
iStockUna delle chiese del Castello di Monolithos
L’assenza di edifici moderni aiuta a percepire pienamente il rapporto tra la fortezza e il paesaggio circostante. Roccia, mare e cielo sembrano fondersi in un unico scenario, regalando una prospettiva difficile da dimenticare. Le prime ore del mattino valorizzano i colori della costa con una luce morbida, mentre il tardo pomeriggio offre tramonti spettacolari.
Dove si trova e come arrivare
Il Castello di Monolithos sorge nell’omonimo villaggio situato nella parte sud-occidentale di Rodi, sul monte Akramitis, la seconda cima più alta dell’isola. La distanza dalla Città di Rodi è di circa 75 chilometri e il tragitto richiede mediamente 1 ora e 30 minuti in automobile. Ai piedi della rupe si sviluppa il piccolo borgo, costruito ad anfiteatro sul pendio della montagna. Anch’esso vale una sosta, perché è un insieme di case tradizionali, stradine tranquille e panorami aperti sul mare.
La strada asfaltata raggiunge direttamente la base della roccia, vicino alla quale sono presenti alcuni spazi destinati al parcheggio. Da qui si prosegue lungo la scalinata scavata nella pietra fino all’ingresso della fortezza. Una visita al castello si abbina facilmente ad altre tappe della costa occidentale. A circa 2 chilometri si trova Fourni Beach, ampia spiaggia di sabbia e ciottoli particolarmente apprezzata al tramonto. Proseguendo verso sud si raggiungono invece Glyfada e Apolakia, mentre risalendo verso l’entroterra si incontra il borgo di Messanagros insieme al monastero di Skiadi, affacciato su uno dei panorami più emozionanti di tutta Rodi.
Monolithos rappresenta una delle testimonianze medievali più affascinanti dell’isola greca. La posizione sulla sommità della rupe, la lunga storia legata ai Cavalieri di San Giovanni e il panorama aperto sull’Egeo rendono questa fortezza una tappa in grado di lasciare un ricordo profondo, ben oltre la semplice visita a un castello.
Non la conosce quasi nessuno, anzi, potremmo definirla un tesoro “di nicchia” vero e proprio, eppure nel cuore dell’Appennino parmense esiste una valle sorprendente dove la natura sembra aver riscritto le proprie regole. Qui l’acqua non scorre soltanto tra boschi e rocce, ma lascia dietro di sé una traccia visibile del suo passaggio: piccole cascate, concrezioni minerali e spettacolari depositi di travertino che trasformano il paesaggio in un luogo quasi fiabesco.
È la Val Gelana, una piccola perla nascosta nel territorio di Bedonia, in provincia di Parma, un geosito di rilevanza locale ancora lontano dai grandi circuiti turistici, ma capace di sorprendere chi decide di esplorarlo. Una valle dove ogni dettaglio racconta il lento lavoro dell’acqua: dalle rocce modellate nel corso dei secoli fino ai particolari “drappi” di carbonato di calcio che ricoprono alcuni tratti del torrente, creando scenari insoliti per l’Appennino.
Val Gelana, dove le cascate si tramutano pietra
La caratteristica più affascinante della Val Gelana è legata proprio alle sue acque. Il torrente Gelana attraversa rocce particolarmente ricche di minerali e, durante il suo percorso, raccoglie grandi quantità di bicarbonato di calcio. Quando l’acqua raggiunge i salti delle cascate, il carbonato di calcio tende a depositarsi creando nel tempo vere e proprie sculture naturali: ammassi rocciosi, piccole vaschette in serie e spettacolari formazioni di travertino di cascata.
Ufficio StampaIl Ponte di Maria Luigia sul torrente Gelana
Il risultato è un paesaggio raro, dove il confine tra acqua e pietra sembra quasi scomparire. Le cascate non sono soltanto un elemento del panorama, ma diventano esse stesse protagoniste di un processo geologico ancora in corso.
Oltre alla sua particolarità geologica, la Val Gelana custodisce anche un patrimonio storico e paesaggistico tutto da scoprire. Il percorso escursionistico che attraversa la valle regala scorci panoramici già nella parte iniziale, tra Case Gelana e Caneso, dove emergono i segni dell’antico rapporto tra uomo e montagna: campi conquistati alla natura, prati coltivati e piccoli insediamenti che raccontano la vita delle comunità locali.
La valle conserva anche memorie legate al passato del territorio, tra cui i passaggi di Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma, e alcuni ponti in pietra costruiti durante il periodo del Ducato, ancora oggi percorribili.
Scendendo verso la forra del torrente, invece, la presenza umana lascia spazio completamente alla natura: il bosco diventa più fitto, l’acqua accompagna il cammino e compaiono i resti di antichi mulini abbandonati, testimonianza di un passato rurale ormai nascosto dal tempo.
Dove si trova la Val Gelana e come raggiungerla
Se vi abbiamo incuriosito e invogliato a intraprendere un’avventura nella natura più incontaminata, adesso vi spieghiamo come localizzare l’escursione. La Val Gelana si trova nell’Appennino parmense, nel territorio del comune di Bedonia, in provincia di Parma, all’interno di un’area caratterizzata da boschi, torrenti e piccoli borghi di montagna.
Per raggiungerla è possibile arrivare fino a Bedonia in auto e proseguire verso la località di Case Gelana, punto di partenza dei principali percorsi escursionistici della valle. Da qui si può iniziare l’esplorazione a piedi seguendo i sentieri che accompagnano il torrente Gelana tra cascate, formazioni di travertino e scorci naturali suggestivi. Il percorso richiede scarpe da trekking e un minimo di preparazione, soprattutto nei tratti più vicini alla forra del torrente.
In Italia abbiamo un’isola che racconta la sua storia attraverso la pietra. Il suo nome è Pantelleria, e qui il fuoco ha lasciato tracce profonde, trasformando il paesaggio in un susseguirsi di colate laviche, pareti scure, scogliere frastagliate e cale dall’aspetto primitivo. Sul versante nord-orientale, tra Punta Spadillo e Cala Cinque Denti, si nasconde infatti uno dei suoi angoli più affascinanti, ovvero il Laghetto delle Ondine, il quale appare all’improvviso con un’acqua limpida che assume sfumature turchesi e verdi in continuo cambiamento.
Basta affacciarsi sul bordo per capire perché questo luogo venga considerato uno dei simboli naturalistici di Pantelleria: dall’alto sembra una gemma incastonata nella pietra nera, mentre tutt’intorno il Mediterraneo mostra un carattere completamente diverso. Pochi metri separano la quiete della conca dalla forza del mare aperto, caratterizzato da fondali profondi e correnti sostenute.
La particolarità del Laghetto delle Ondine risiede proprio in questo contrasto. All’interno l’acqua resta generalmente calma, protetta dalla scogliera, mentre all’esterno le onde modellano ancora oggi la costa. Quando il Maestrale acquista intensità, lo spettacolo muta completamente grazie alle creste delle onde che superano il bordo roccioso, riempiono il bacino con una cascata di spruzzi e rendono la piscina naturale una sorta di idromassaggio creato dalla natura. È un posto davvero unico in tutto il Mediterraneo.
Origine, formazione e le leggende del Laghetto delle Ondine
La bellezza del Laghetto delle Ondine affonda le radici in una storia geologica iniziata circa 7.000 anni fa. In quel periodo l’attività vulcanica di Pantelleria diede origine al domo lavico del Khaggiàr, una grande struttura formatasi dall’accumulo di lave molto viscose appartenenti al ciclo eruttivo successivo al celebre Tufo Verde dell’isola.
Le colate trachitico-pantelleritiche raggiunsero la costa, creando un paesaggio fatto di rocce compatte e spettacolari strutture colonnari. Con il trascorrere dei millenni, il mare iniziò un paziente lavoro di trasformazione. Onde, salsedine e ciottoli trascinati dalla risacca scavarono lentamente la superficie lavica, sfruttando fratture e punti più fragili della roccia.
Oggi ciò di cui possiamo godere è una formazione geomorfologica estremamente rara lungo una costa marina. Gli studiosi la classificano come una marmitta dei giganti costiera, una cavità modellata dal moto vorticoso dell’acqua che fa ruotare piccoli ciottoli, in grado di levigare e scavare progressivamente la pietra vulcanica. Il Laghetto delle Ondine rappresenta uno dei migliori esempi italiani di questo fenomeno e per tale motivo è riconosciuto come geosito di interesse nazionale.
L’acqua arriva direttamente dal mare e durante le mareggiate supera il bordo della conca, rinnova continuamente il bacino e mantiene un ambiente salmastro dalle tonalità cangianti. La profondità resta contenuta e raggiunge circa 2 metri nel punto più profondo, mentre gran parte del fondale risulta decisamente più basso.
Anche il nome contribuisce ad alimentarne il fascino: secondo la tradizione richiama le Ondine, figure della mitologia europea associate alle acque dolci e marine, creature affini alle ninfe della cultura mediterranea. Immaginare questi spiriti intenti a danzare tra gli spruzzi del Maestrale diventa quasi naturale osservando il laghetto nelle giornate ventose, quando la superficie si anima di giochi d’acqua e riflessi luminosi.
Cosa fare e vedere durante la visita
Prima compare la costa lavica, poi il profilo del vecchio Faro di Punta Spadillo e infine, tra le rocce, affiora questa piccola piscina naturale della Sicilia che sembra scolpita da uno scultore. La passeggiata finale attraversa un ambiente tipicamente pantesco, dominato dal colore scuro della pietra lavica e dal profumo della macchia mediterranea. L’orizzonte resta aperto sul Canale di Sicilia e il mare accompagna l’intero percorso con il rumore delle onde che si infrangono contro la scogliera.
Raggiunto il laghetto, viene spontaneo fermarsi qualche minuto sul bordo della conca. La trasparenza dell’acqua permette di distinguere il fondale e le sfumature cambiano continuamente in base alla luce del sole. Al mattino prevalgono tonalità cristalline, mentre nel tardo pomeriggio la pietra lavica acquista riflessi dorati che rendono il paesaggio ancora più suggestivo.
Chi desidera fare il bagno trova una piscina naturale protetta dal mare aperto. L’ingresso avviene direttamente dalla roccia levigata e richiede attenzione, soprattutto se la superficie risulta bagnata. Scarpe da scoglio oppure calzature sportive facilitano gli spostamenti lungo il tratto roccioso.
La vera particolarità arriva con il Maestrale: in presenza di vento sostenuto, il mare riversa onde all’interno del bacino, regalando una sensazione davvero insolita. Gli spruzzi salgono oltre il bordo della conca e il continuo ricambio dell’acqua fa sì che l’esperienza sia ancora più spettacolare. Proprio queste giornate attirano fotografi e appassionati di paesaggi naturali, desiderosi di immortalare il momento in cui il mare conquista per qualche istante il piccolo laghetto.
Vale comunque una precisazione importante, in quanto il mare antistante presenta fondali molto profondi e correnti anche intense. Il contrasto tra la tranquillità del laghetto e la forza del tratto costiero circostante può trarre in inganno, perciò conviene limitare il bagno alla conca naturale ed evitare il mare aperto durante condizioni meteo sfavorevoli.
Mancano, infine, stabilimenti balneari, punti ristoro e servizi turistici, caratteristica che contribuisce a preservarne l’atmosfera autentica. Conviene perciò arrivare già attrezzati con acqua, protezione solare e tutto il necessario per trascorrere qualche ora tra gli scogli.
Dove si trova e come arrivare
Il Laghetto delle Ondine occupa un tratto della costa nord-orientale di Pantelleria, tra Punta Spadillo e Cala Cinque Denti, ai piedi dello storico faro che domina questo settore dell’isola. La posizione permette di raggiungere facilmente anche il vicino Museo Vulcanologico, dedicato alla straordinaria storia geologica dell’arcipelago.
Dal centro abitato di Pantelleria si percorre la strada perimetrale in direzione Khamma. Superata Cala Cinque Denti, si svolta lungo Via Spadillo seguendo le indicazioni per il Museo Vulcanologico. Al termine della strada si trova un parcheggio dal quale parte il sentiero segnalato diretto al laghetto.
L’ultimo tratto richiede circa 10-15 minuti lungo un percorso sterrato abbastanza semplice, anche se il terreno vulcanico suggerisce calzature adatte. Durante il tragitto il panorama si apre progressivamente sulla costa orientale dell’isola, regalando scorci che anticipano la bellezza della destinazione finale.
Anche via mare rappresenta un’opzione praticabile, soprattutto durante escursioni in barca lungo il periplo di Pantelleria. Dal livello dell’acqua il Laghetto delle Ondine mostra un volto completamente diverso, perché la roccia vulcanica rivela tutta la propria imponenza e la piccola conca appare quasi invisibile, nascosta tra le pieghe della scogliera.
iStockIl Laghetto delle Ondine visto dall’alto
In questo angolo di Pantelleria il vulcano, il mare e il vento continuano ancora oggi a dialogare, modellando lentamente un punto dell’isola che conserva intatto il fascino delle grandi meraviglie naturali.
La nuova serie k-drama in arrivo su Netflix dal 17 luglio2026 unisce mistero, azione, storia, leggende e tradizioni della Corea del Sud: dai parchi naturali agli edifici dallo stile inconfondibile, scopriamo insieme le location di “The East Palace” (“Donggung”, nella versione originale).
Di cosa parla
Una presenza sinistra aleggia nel palazzo del principe ereditario: per capirne di più il re si rivolge a Gu-cheon (Nam Joo-hyuk) e Saeng-gang (Roh Yoon-seo), i protagonisti della serie scritta da Kwon So-ra e Seo Jae-won e diretta Choi Jung-kyu.
Lui è un acchiappa fantasmi famoso perché capace di trasformarsi in uno spirito ma mantenere al contempo il controllo sulla spada con cui può ucciderli. Lei è una dama di corte che riesce a comunicare con l’aldilà sentendone le voci e parlando con i morti. Insieme riescono a svelare l’oscuro segreto che avvolge il Palazzo Reale.
Ufficio stampa NetflixUna scena da “The East Palace”
Dov’è stata girata la serie
Per questo dark fantasy in stile coreano la produzione ha optato per un mix di ambientazioni reali – ed effettivamente visitabili se si è appassionati di set-jetting, ossia di viaggi alla scoperta dei luoghi di film e serie Tv – e scene girate in studio, con l’ausilio di effetti speciali e CGI. Le location di The East Palace realmente esistenti si trovano tutte in Corea del Sud.
Il Seoraksan National Park
Prima di essere convocato dal re per la missione speciale della serie, Gu-cheon viveva in isolamento nella natura: le scene riguardanti questa parte della sua vita sono state girate all’interno del Seoraksan National Park. Si tratta di un parco nazionale nella zona centro-occidentale della Corea del Sud che il governo ha più volte candidato come patrimonio UNESCO: nei suoi oltre 160 chilometri quadrati di estensione custodisce infatti una serie di attrazioni naturalistiche, paesaggistiche, storiche, artistiche e culturali dal valore inestimabile.
iStockL’incantevole Seoraksan National Park
Il parco ha innanzitutto una forte biodiversità. Al suo interno si possono osservare una grande quantità di specie vegetali: dalle querce al pino siberiano, passando per specie rare come la Hanabusaya asiatica (una pianta da fiore della famiglia delle campanulacee). Anche la fauna abbonda: scoiattoli volanti, sparvieri cinesi popolano il parco insieme a specie in via di estinzione come il picchio di Tristram e il goral coreano. Il Seoraksan National Park è ben frequentato insomma, in tutti i periodi dell’anno, da amati delle osservazioni e più in generale da chi vuole ritrovare un certo contatto con la natura. Numerosi sentieri, di diversi livelli di difficoltà e adatti quindi a molte tipologie di camminatori: dai principianti ai più esperti, lo rendono una meta ideale anche per il trekking.
iStockLa natura è spettacolare al Seoraksan National Park
Da non perdere è un’escursione in prossimità della Roccia di Ulsanbawi: una delle cime grantiche più iconiche del parco facile da riconoscere, anche nelle inquadrature di The East Palace, grazie alle cinque vette. Con i suoi oltre 870 metri di altezza sul livello del mare, anche se non è la più alta del Seoraksan National Park, offre una vista senza pari sul Mar dell’Est dove all’alba si può assistere al sorgere del sole
iStockLa magnificente Roccia di Ulsanbawi
Le Cascate di Biryong e più ancora quelle di Towangseong, uno spettacolare sistema a tre livelli alto oltre 300 metri, sono tra le altre attrazioni da non perdere all’interno del Seoraksan.
Lo stesso vale per il tempio di Sinheungsa: un’oasi di pace e tranquillità dove avere un assaggio di quelli che sono i principi del buddismo coreano. Fondato nel 652, il tempio ha avuto nei secoli una fortuna alterna con la pagoda e gli altri edifici principali che sono andati distrutti almeno una volta per via di un incendio. Oggi è famoso soprattutto per la più grande statua bronzea di un Buddha esistente al mondo alta oltre 14 metri: il “Grande Buddha dell’Unificazione”, così è chiamata, cogliendo lo spirito del luogo.
iStockL’imponente statua del Grande Buddha dell’Unificazione
Altre location
Il titolo originale e le numerose scene ambientate in edifici che ricordano quelli tipici dell’era della dinastia Joseon hanno alimentato il dubbio che tra le location di The East Palace ci fosse anche il Donggung Palace and Wolji Pond. Lo storico sito della città di Gyeongju non è, però, tra i luoghi dov’è stata girata la nuova serie k-drama Netflix.
Ufficio stampa NetflixIl palazzo infestato della nuova serie k-drama Netflix
Le scene in questione, che vedono i protagonisti all’interno del palazzo reale infestato, sono state girate all’interno del Mungyeong Saejae Open Set: uno degli studios – visitabile – più utilizzati per girare i drama coreani, specie quelli di ambientazione storica.
Per secoli, ogni viaggiatore appassionato di storia e di miti che ha fatto rotta verso lo Ionio ha cercato la stessa cosa: Itaca, l’isola dal profilo aspro, il profumo di macchia mediterranea e quel senso di “casa” che Omero ha impresso nel nostro immaginario.
Eppure, la scienza e la filologia stanno per servire un colpo di scena degno delle migliori trame cinematografiche. Proprio mentre cresce l’attesa per l’uscita nelle sale di Odyssey, il nuovo film di Christopher Nolan, una ricerca pubblicata sulla rivista Antigone scuote il mito: la patria di Ulisse non era un’isola e non si trovava dove abbiamo sempre pensato.
Per i viaggiatori moderni, quindi, si apre una mappa tutta nuova da esplorare. Il vero regno dell’eroe più astuto dell’antichità si troverebbe a Cefalonia, più precisamente nella penisola di Paliki. Un’affermazione audace, frutto di venticinque anni di indagini che incrociano geologia, droni e una rilettura millimetrica dei testi classici.