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I percorsi ciclabili più belli del mondo: due italiani spiccano nella classifica

Ci sono strade e tragitti che, percorsi in bicicletta, si trasformano in un viaggio emozionante dentro il paesaggio: ogni curva apre una nuova prospettiva, ogni salita svela un panorama e anche i luoghi più conosciuti sembrano assumere un volto diverso. Non è un caso che il cicloturismo stia vivendo una fase di forte crescita: basti pensare che, secondo i dati riportati da Euronews, le ricerche su Google per “cycling holiday” sono aumentate del 292%.

La città migliore al mondo da scoprire in bicicletta è una sorpresa: la classifica mondiale

Andare in bicicletta è uno dei modi più piacevoli per scoprire una città, soprattutto quando piste ciclabili, spazi verdi e percorsi dedicati permettono di muoversi comodamente senza il rumore e il traffico delle auto. Ma quali sono le città dove pedalare è davvero più facile?

A stilare la classifica delle migliori città al mondo per andare in bicicletta nel 2026 è stata Time Out, che ha raccolto le opinioni di oltre 24.000 persone che vivono nelle diverse destinazioni analizzate. Quest’anno c’è una sorpresa: a conquistare il primo posto non è la più celebre Copenhagen. Ma non solo: l’Italia è la grande assente dalla top 20 globale.

La città migliore al mondo per andare in bicicletta

È Cambridge, nel Regno Unito, la città che nel 2026 conquista il primo posto tra le destinazioni più adatte a essere scoperte su due ruote secondo Time Out, con un 83,2% di giudizi positivi da parte dei residenti.

La città universitaria inglese sembra avere tutte le caratteristiche che rendono piacevole spostarsi in bicicletta: è relativamente compatta, prevalentemente pianeggiante e presenta una rete di infrastrutture pensate proprio per chi pedala. A questo si aggiunge una particolare attenzione alla mobilità ciclabile, con le cosiddette “cycle streets”, strade progettate per favorire la circolazione delle biciclette, e un grande parcheggio multipiano per le bici presso la stazione ferroviaria.

Non è quindi un caso che circa un terzo degli spostamenti a Cambridge avvenga in bicicletta. La città riesce così a superare anche alcune delle destinazioni che nell’immaginario comune sono da sempre considerate le capitali mondiali della mobilità su due ruote, come Copenhagen.

Cambridge è la migliore città da girare in bici
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Cambridge è la migliore città da girare in bici

La classifica completa

Al secondo posto troviamo Montréal, in Canada, con un punteggio dell’82,5%. Nonostante il clima rigido e la presenza di alcuni tratti collinari, la città ha investito molto nella mobilità ciclabile. Basti pensare che nel 2023 ben il 25% dei residenti ha utilizzato BIXI, il principale sistema di bike sharing cittadino. A rendere ancora più capillare la rete ciclabile è l’ambizioso progetto della Rete Ciclabile Espressa, o EBN, che prevede l’estensione delle piste protette fino a 171 chilometri. I percorsi vengono inoltre sgomberati dalla neve durante i mesi invernali, così da restare accessibili tutto l’anno.

Solo terza è invece Copenhagen, in Danimarca, con il 79,2%. La capitale danese resta una delle città più associate alla bicicletta e ogni giorno i suoi abitanti percorrono complessivamente circa 1,44 milioni di chilometri sulle due ruote. A fare la differenza sono decenni di pianificazione urbana e una fitta rete di piste ciclabili, insieme a ingegnose misure per rallentare il traffico. In città, infatti, ci sono segnali che limitano la velocità a 20 chilometri orari, ma anche strade con pavimentazione antiscivolo e corsie strette, soluzioni che incoraggiano efficacemente la prudenza e rendono la città un luogo molto più piacevole da esplorare in bicicletta.

A un soffio dal podio si ferma invece Shanghai, in Cina, con il 78% di voti favorevoli. Una chicca per gli amanti delle pedalate? La Pudong Riverside Greenway, una pista ciclopedonale che si snoda per 24 km lungo le rive dell’Hunagpu offrendo viste mozzafiato sulla città.

Nella top 10 troviamo in seguito Vienna, in Austria, dove ci sono circa 1.800 chilometri di percorsi ciclabili, Varsavia, Marrakech, Taipei, Stoccolma e Siviglia. Quest’ultima, in particolare, è la città spagnola più apprezzata dai suoi abitanti per gli spostamenti in bici, grazie a circa 180 chilometri di piste ciclabili e a una rete che permette di raggiungere anche alcune delle sue attrazioni più famose.

La graduatoria è stata costruita considerando le città con la maggiore percentuale di residenti che hanno definito “buona” o “incredibile” la facilità di spostarsi in bicicletta. Per rendere la classifica più rappresentativa a livello globale, Time Out ha inoltre inserito una sola città per ciascun Paese.

Ecco la classifica completa delle 20 città selezionate da Time Out:

  1. Cambridge (Regno Unito): 83,2%;
  2. Montréal (Canada): 82,5%;
  3. Copenaghen (Danimarca): 79,2%;
  4. Shanghai (Cina): 78%;
  5. Vienna (Austria): 77,7%;
  6. Varsavia (Polonia): 76,6%;
  7. Marrakech (Marocco): 75%;
  8. Taipei (Taiwan): 74,5%;
  9. Stoccolma (Svezia): 73,7%;
  10. Siviglia (Spagna): 72,3%;
  11. Seoul (Corea del Sud): 72,2%;
  12. Medellín (Colombia): 71%;
  13. Rotterdam (Paesi Bassi): 69,3%;
  14. Helsinki (Finlandia): 69,3%;
  15. Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti): 69,2%;
  16. Orlando (Stati Uniti): 68,7%;
  17. Francoforte (Germania): 65,3%;
  18. Lussemburgo (Lussemburgo): 64,7%;
  19. Lubiana (Slovenia): 64,4%;
  20. Brasilia (Brasile): 64,4%.

Ferrara conquista il Guardian con arte rinascimentale, tradizione gastronomica e ritmi lenti

Ci sono città italiane che conquistano per i grandi monumenti e quelle che, invece, sorprendono proprio per la possibilità di scoprirle senza fretta. Ferrara, in Emilia-Romagna, appartiene alla seconda categoria e il suo fascino ha attirato anche l’attenzione del Guardian, che l’ha inserita tra le destinazioni europee più interessanti per chi cerca brevi soggiorni lontano dalle mete più affollate.

Qui l’Italia sembra quasi avere il volume abbassato: le strade sono tranquille, le biciclette diventano un modo naturale per muoversi e l’arte rinascimentale può essere ammirata con maggiore calma. Un’atmosfera che permette di vivere la città non soltanto attraverso i suoi monumenti, ma anche seguendo ritmi più lenti e assaporando la piacevole quotidianità.

Ferrara, il fascino del Rinascimento

L’incredibile cuore del fascino di Ferrara si trova innanzitutto nel suo patrimonio storico e artistico. La città conserva infatti una straordinaria eredità rinascimentale, che si inserisce armoniosamente nell’impianto urbano e nelle sue architetture in mattoni e terracotta.

Tra i luoghi simbolo spicca il Palazzo dei Diamanti, uno degli edifici più riconoscibili della città grazie alla caratteristica facciata decorata da migliaia di bugne a forma di diamante. La visita può trasformarsi in un’esperienza particolarmente piacevole proprio quando l’affluenza è contenuta: entrare nelle sue sale quasi deserte consente di soffermarsi sulle opere d’arte e cogliere con maggiore attenzione i dettagli del patrimonio ferrarese. Il Palazzo dei Diamanti è uno spazio espositivo che ospita diverse mostre temporanee di arte antica e moderna.

Ma per respirare davvero l’atmosfera della città bisogna anche allontanarsi dai luoghi più celebri e perdersi tra le strade del centro storico.

Via delle Volte, con i suoi caratteristici passaggi sospesi, la pavimentazione in acciottolato e l’atmosfera medievale restituisce immediatamente quella sensazione di una Ferrara autentica e raccolta che ha conquistato il Guardian. Le mattine in città possono iniziare proprio in questa zona, passeggiando tra le stradine ancora tranquille e lasciandosi accompagnare dal profumo dei dolci appena sfornati.

In bicicletta tra le mura e i sapori della tradizione

Uno degli aspetti che rendono Ferrara particolarmente adatta a un viaggio lento è il modo in cui si presta a essere esplorata in bicicletta. Pedalare permette di attraversare il centro storico senza fretta e di raggiungere anche le zone che circondano l’antico nucleo urbano.

Al tramonto, un itinerario ideale può seguire le mura di terracotta, che raccontano la storia della città e offrono un punto di vista diverso sul suo patrimonio architettonico. Il ritmo diventa quello della pedalata, tra scorci tranquilli e angoli in cui fermarsi per una pausa.

E dopo aver esplorato il cuore di Ferrara, arriva il momento di scoprirne anche la tradizione gastronomica. Nelle piccole trattorie locali si possono assaggiare i cappellacci di zucca, uno dei piatti più rappresentativi della cucina ferrarese: pasta fresca ripiena di zucca, spesso accompagnata da condimenti capaci di valorizzarne il gusto delicato.

È proprio questa combinazione tra arte, bicicletta, strade silenziose e cucina locale a rendere Ferrara una destinazione capace di far rallentare il viaggio, trasformando anche un breve soggiorno in un’esperienza da assaporare con calma.

Ferrara elogiata dal Guardian
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Via Giuseppe Mazzini di Ferrara

Nasce RivierAlp, il suggestivo cammino tra il Mediterraneo e le Alpi Marittime

Ha aperto ufficialmente il 1° settembre 2026 RivierAlp, un nuovo cammino transfrontaliero che mette in collegamento Mentone, Sanremo e Imperia con diverse località della provincia di Cuneo. Il percorso nasce utilizzando itinerari già presenti sul territorio, si sviluppa lungo alcune delle storiche vie di collegamento tra il Mediterraneo e le Alpi Marittime e riporta al centro  un sistema di tracciati legato anche alle tradizionali vie del sale.

La rete accompagna i camminatori dalle montagne verso la costa, passando per località come Terme di Valdieri, Trinità di Entracque, Limone Piemonte, Certosa di Pesio, Roccaforte di Mondovì e Ormea. Lungo il cammino, l’itinerario permette di muoversi tra boschi e crinali e di raggiungere borghi, fortificazioni e rifugi godendosi anche escursioni su creste panoramiche.

Una rete di percorsi con un’identità comune

Uno degli aspetti centrali del progetto riguarda la necessità di rendere riconoscibile l’intero itinerario, nonostante RivierAlp utilizzi percorsi già presenti sul territorio. Per questo il consorzio degli operatori turistici della provincia di Cuneo ha installato appositi talloncini segnavia lungo i sentieri intervenendo sulla segnaletica esistente.

A rafforzare l’identità comune sarà anche la cartografia dedicata: è stata infatti completata la stampa della cartina ufficiale del cammino RivierAlp, alla quale si affiancherà nel corso del mese la cartoguida, pensata per fornire informazioni sulle tappe, sui territori attraversati, sui punti di interesse e sui servizi disponibili.

Il passaporto del cammino accompagna il viaggio

Tra gli elementi che caratterizzano l’esperienza di RivierAlp c’è anche il passaporto del cammino, una sorta di diario personale del viaggio, che può essere ritirato gratuitamente presso gli uffici turistici individuati come punti di partenza e porte di accesso all’itinerario.

Sul versante italiano, i passaporti sono disponibili presso gli uffici dell’ATL del Cuneese di Cuneo, Limone Piemonte, Chiusa di Pesio e Ormea, oltre che presso il centro visita Terme Valdieri e l’ufficio turistico di Entracque. Sul versante francese, invece, il passaporto può essere ritirato a Tenda presso il bureau d’information touristique.

Al momento del ritiro viene apposto sul passaporto il timbro identificativo della porta di accesso scelta e, tappa dopo tappa, diventa così una testimonianza concreta del cammino compiuto, dalle montagne fino al Mediterraneo.

Il sistema dei passaporti e dei timbri consentirà inoltre di monitorare i flussi dei camminatori e di comprendere quali siano le diverse porte di ingresso più utilizzate. I dati raccolti potranno fornire informazioni utili per le future attività di sviluppo e promozione di RivierAlp.

Scorcio di Ormea, Piemonte
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Rilassante scorcio di Ormea

L’arrivo al Mediterraneo e il cesto del viaggiatore

Il viaggio lungo RivierAlp prevede anche un riconoscimento per chi completa il percorso raggiungendo le località di arrivo indicate a Sanremo, Imperia e Mentone. Ai camminatori che porteranno a termine il viaggio potrà essere consegnato il cesto del viaggiatore, pensato come premio finale e come simbolo dell’esperienza. Il riconoscimento vuole celebrare il raggiungimento del Mediterraneo dopo il percorso attraverso le Alpi Marittime e, allo stesso tempo, raccontare grazie alle eccellenze locali l’identità e la ricchezza dei territori.

Le informazioni sulle tappe, sulle porte di accesso, sul passaporto del cammino e sui servizi disponibili possono essere richieste a Conitours, il consorzio degli operatori turistici della provincia di Cuneo.

Un nuovo cammino nella Sicilia più segreta: 130 km di borghi e natura

Parte dalla Basilica di San Giacomo di Caltagirone e arriva al Santuario di San Giacomo a Capizzi il Cammino di San Giacomo in Sicilia, un itinerario di circa 130 chilometri che attraversa dieci comuni e tre province e segue una geografia lontana dai percorsi turistici più conosciuti dell’isola. Il tracciato si sviluppa tra antiche ferrovie, regie trazzere, boschi, campi coltivati, strade secondarie, borghi e luoghi di culto, accompagnando il pellegrino dagli Iblei verso i Nebrodi.

Il progetto ha preso forma nel 2021 da un’idea di Totò Trumino, pellegrino e componente della Confraternita di San Jacopo di Compostella, e in cinque anni ha accolto oltre 5mila viaggiatori.

Il punto di partenza e quello di arrivo non sono casuali: Caltagirone e Capizzi sono, infatti, due comunità siciliane con una forte tradizione legata al culto di San Giacomo e custodiscono importanti testimonianze e reliquie dell’Apostolo.

Un cammino che mette al centro il territorio rurale

La novità del progetto promosso dall’assessorato regionale dell’Agricoltura, dello Sviluppo rurale e della Pesca mediterranea, guidato da Luca Sammartino, consiste soprattutto nello spostamento del baricentro verso il territorio rurale attraversato dal pellegrino.

Lungo il percorso è previsto il coinvolgimento di allevatori, agricoltori, produttori e artigiani, in un progetto che prova a collegare dimensioni spesso raccontate in maniera separata: il pellegrinaggio e l’agricoltura, la fede e il paesaggio, il lavoro e la storia, il borgo e la campagna.

Il Cammino di San Giacomo può diventare uno straordinario racconto della Sicilia interna e della sua agricoltura“, ha sottolineato il vicepresidente della Regione Siciliana e assessore regionale Luca Sammartino. L’intenzione è fare sì che chi percorre questi territori possa conoscerli grazie ai paesaggi agricoli e alle produzioni che identificano le diverse comunità, dal grano al pane, dai formaggi alla frutta.

Dieci comuni e un paesaggio che cambia

Dalla partenza a Caltagirone, il percorso raggiunge San Michele di Ganzaria, Mirabella Imbaccari, Piazza Armerina, Aidone, Valguarnera Caropepe, Assoro, Nissoria, Nicosia e Capizzi.

Il territorio restituisce una fotografia della stessa economia rurale siciliana: si incontrano vallate dedicate ai cereali e al foraggio, uliveti e campi di fichidindia tra Nicosia e Nissoria, il paesaggio cerealicolo dell’Ennese e i frutteti della pesca settembrina nella Piana di Dittaino. Nell’area di Assoro compaiono inoltre i terrazzamenti un tempo destinati alla vite, mentre Nissoria porta con sé la tradizione del pane.

Proseguendo verso Capizzi, il paesaggio racconta invece la presenza di allevamenti e pascoli, fino ad arrivare ai prodotti caseari dell’area dei Nebrodi.

Percorso del Cammino di San Giacomo, Sicilia
credits photo Carlo Arcidiacono - I PRESS, Sala Stampa e Comunicazione
Il Cammino di San Giacomo per scoprire la Sicilia più autentica

Una nuova segnaletica per rendere riconoscibile il percorso

Tra gli interventi più significativi realizzati dal Dipartimento Sviluppo Rurale rientra la nuova segnaletica dell’intero itinerario. Il sistema è stato concepito secondo il linguaggio visivo associato al grande cammino compostellano, gemellato con la Sicilia, con il blu e il giallo, le frecce e i riferimenti destinati ad accompagnare il pellegrino lungo il tragitto.

Il progetto tecnico prevede una rete capillare composta da 317 frecce di conforto, collocate nei passaggi e negli incroci più delicati, e 403 frecce di tappa, con indicazione chilometrica ogni 500 metri. A queste si aggiungono 115 cartelli stradali negli incroci principali e 26 pietre miliari, oltre ai cartelloni dedicati ai punti di sosta e ai luoghi di interesse.

Ogni cartello informativo sarà inoltre dotato di un QR Code con cui sarà possibile accedere a informazioni sul territorio, sui servizi e sull’ospitalità.

Il progetto presentato a Caltagirone

Il nuovo piano di valorizzazione del Cammino di San Giacomo in Sicilia sarà presentato mercoledì 9 settembre alle ore 11, nel Palazzo comunale di Caltagirone, nel Salone di rappresentanza Mario Scelba.

All’appuntamento, insieme all’assessore Luca Sammartino, interverranno il vescovo di Acireale e presidente della Conferenza Episcopale Siciliana, mons. Antonino Raspanti, e i vescovi delle quattro diocesi interessate dal progetto: mons. Calogero Peri per Caltagirone, mons. Rosario Gisana per Piazza Armerina, mons. Giuseppe Schillaci per Nicosia e mons. Guglielmo Giombanco per Patti. Saranno inoltre presenti i sindaci dei Comuni coinvolti.

Herm, l’isola senza auto tra spiagge bianche e silenzio

Sessanta abitanti, niente automobili e il suono del mare a interrompere il silenzio: Herm, nelle Isole del Canale, sembra fatta apposta per chi sogna di allontanarsi per qualche giorno da traffico, folla e ritmi frenetici.

Nel 2026 ha conquistato il 14° posto nella classifica delle isole più tranquille del mondo stilata dall’Unspoilt Index di BookRetreats, che ha analizzato cento destinazioni valutandone densità abitativa, natura, strade, traffico aereo, oscurità notturna e caratteristiche della costa. Herm è piccolissima, appena 1,3 chilometri quadrati, e appena sbarcati, vi ritroverete su un’isola senza auto, abbracciata da spiagge, baie e sentieri costieri, dove potete dimenticarvi per qualche ora degli spostamenti veloci e tornare a camminare.

Ha attraversato tutta la Sicilia in bici in 20 giorni: “Ecco l’isola che i turisti non vedono”

Venti tappe, più di 1.200 chilometri e circa 8.000 metri di dislivello… tutto in bicicletta attraversando la Sicilia nel pieno dell’estate, con temperature che hanno reso ancora più impegnativa un’avventura già di per sé tutt’altro che semplice: è il viaggio suggestivo di Fred Casadei, musicista, insegnante di musica e appassionato ciclista di Pachino che, dal 20 luglio all’8 agosto, ha attraversato la sua isola pedalando da un capo all’altro, con l’obiettivo di raccontare soprattutto quella Sicilia che spesso rimane lontana dagli itinerari più conosciuti. Non soltanto le località da cartolina, dunque, ma anche piccoli centri, strade secondarie, paesaggi inattesi, luoghi della memoria e storie capaci di sorprendere anche chi vive quotidianamente l’isola.

Il viaggio di Fred, nato anche grazie al sostegno di alcuni sponsor che gli hanno permesso di prenotare in anticipo i pernottamenti, è nato soprattutto dalla voglia di vivere la Sicilia lentamente, pedalando e fermandosi ogni volta che qualcosa cattura la sua attenzione. Noi di SiViaggia lo abbiamo raggiunto al termine della sua avventura per farci raccontare cosa ha visto, cosa lo ha sorpreso, cosa lo ha deluso e perché, nonostante la fatica e il caldo, ha già iniziato a pensare al prossimo viaggio.

Fred, come è nata l’idea di attraversare la Sicilia in bicicletta?

“Nasce soprattutto dall’amore per la Sicilia e per la bicicletta. Io la vivo in maniera molto poco agonistica: mi piace fermarmi, guardare un panorama, scoprire una strada nuova. Se trovo delle arance sugli alberi, mi fermo, ne mangio una, faccio qualche foto e riparto. Mi piace viverla così, non di corsa”.

Fred, che vive a Pachino e gestisce una scuola di musica, ha dovuto però fare i conti con il proprio lavoro per scegliere il periodo della partenza.

“La scuola è attiva fino alla fine di giugno e poi in estate sono libero. Per questo ho dovuto scegliere luglio, anche se sapevo che sarebbe stato molto caldo. Alcune mattine mi alzavo alle cinque e partivo alle sei, ma già alle otto era difficile stare in sella”.

Quanto è stato difficile pedalare con temperature così elevate?

“Alcune tappe sono state veramente dure per il caldo. Però non ho mai pensato di mollare. L’ho sempre presa come una sfida personale: magari fai una salita di tre chilometri arrampicandoti in maniera disperata, ma poi vieni premiato perché in cima ti trovi con il mare e le isole 300 metri più sotto. Sono panorami pazzeschi”.

E proprio il paesaggio è stato uno degli elementi più sorprendenti del viaggio.

“Nella zona settentrionale della Sicilia, soprattutto nel Palermitano, percorrevo strade di montagna e la vegetazione cambiava completamente. Sembrava di essere davvero in montagna. Nel giro di pochi chilometri passi dalla costa, dove mangi una granita con la brioche in spiaggia, a zone dove puoi incontrare anche i cinghiali. È sorprendente”.

Come hai organizzato un viaggio di 20 tappe senza giorni di riposo?

“Ho sempre pensato a un massimo di 70-80 chilometri al giorno. Avrei potuto farne anche di più, ma non avendo giorni di riposo avevo bisogno di recuperare. Meglio 70 chilometri al giorno piuttosto che farne 120 e poi non riuscire a pedalare il giorno dopo. Già a marzo/aprile avevo tutti i b&b prenotati e pagati. In Sicilia a luglio e agosto, più vai avanti, più diventa difficile trovare posto e i prezzi aumentano”.

Qual è stato il paesaggio che ti ha colpito maggiormente?

“Credo quello nella costa settentrionale dell’isola, andando verso Palermo. È tutta una zona di salite e discese: fai due o tre chilometri di salita, arrivi alla curva e improvvisamente sotto di te puoi vedere le Eolie oppure Favignana. Questo tipo di panorama mi ha colpito tantissimo”.

C’è un luogo che non ti aspettavi potesse colpirti così tanto?

“Dal punto di vista architettonico mi ha colpito moltissimo la casba di Mazara del Vallo. Sapevo della storia araba della città, ma non immaginavo di trovare una vera e propria medina. In alcuni punti sembra davvero di essere a Tunisi: porte, finestre, costruzioni, serrande e locali hanno un aspetto completamente diverso”.

Durante il viaggio hai scoperto anche luoghi poco conosciuti persino da chi vive in Sicilia?

“Sì, per esempio a Catania ho scoperto che c’è un fiume sotterraneo che praticamente nessuno conosce. Si può vedere in tre punti diversi della città, anche se in maniera piuttosto limitata. Io sono entrato in uno di questi attraverso un locale, un pub che ha proprio un ingresso per la grotta: paghi un euro, scendi e trovi il fiume che scorre sotto la città. È una cosa impensabile, soprattutto perché quando pensi a Catania pensi al vulcano, al centro storico, a mille altre cose, e non certo a un fiume che scorre nel sottosuolo”.

Hai trovato anche qualche luogo che ti ha deluso?

“Sì, purtroppo Taormina, per quanto sia bellissima sulla carta, mi ha deluso: immagina un paesino siciliano grazioso, con un corso centrale dove il 90% dei negozi è composto da grandi marchi di lusso. Tutta la gente sembrava uscita da una sfilata di moda e io ero l’unico “disgraziato” in bermuda, ciabatte e maglietta. A Taormina tornerei magari per un concerto al Teatro Greco”.

Qual è stato il momento più emozionante del viaggio?

“Sicuramente la tappa di Cinisi. Sono andato a visitare la casa museo di Peppino Impastato. Conoscevo la sua storia, avevo visto I cento passi, ma entrare nella sua casa e vedere le sue poesie manoscritte, la sua camera rimasta intatta, i libri, lo stereo e i primi giornali che scriveva negli Anni Settanta è stato molto forte. Ho chiesto a una ragazza dell’associazione se la storia dei cento passi fosse vera. Me lo ha confermato facendomi vedere delle mattonelle colorate con frasi di Impastato: partono dalla sua casa e ti conducono fino a quella di Tano Badalamenti”.

Il percorso conduce infatti verso quella che fu la casa del boss mafioso.

“Entrare nella casa di Badalamenti e vedere le fotografie di Impastato bambino insieme al padre e alle altre persone è stato commovente“.

Consiglieresti questa tappa a chi visita la Sicilia?

“Assolutamente sì. Tornerei a Cinisi solo per quello. È una storia che va conosciuta e approfondita, ma vedere e quasi toccare certe cose te la fa entrare ancora più dentro”.

Durante il viaggio hai conosciuto persone che ti sono rimaste impresse?

“Sì, diverse. Ho conosciuto per esempio un signore norvegese di più di 70 anni che ha deciso di trasferirsi in Sicilia perché la vita che conduceva in Norvegia era diventata troppo frenetica. L’uomo continua a costruire barche e mi ha spiegato che le fondamenta sono norvegesi, ma unite a usanze e tecnologie navali siciliane. Era un personaggio pazzesco“.

Se qualcuno volesse intraprendere un viaggio simile, qual è il consiglio più importante che ti senti di dare?

“Ce ne sarebbero diversi. Una cosa che ho imparato, e che può sembrare banale, è che il b&b deve essere in centro. Se hai appena fatto 80 chilometri in bici, arrivi, fai stretching, ti fai una doccia e devi riposare. Non puoi poi scoprire che il tuo alloggio è a 30 chilometri dal paese”.

A Fred è capitato proprio durante la tappa di Milazzo.

“Avevo il b&b a 30 chilometri da Milazzo. Dopo aver pedalato tutto il giorno, mi sono fatto la doccia e poi ho dovuto riprendere la bici per andare in città a raccontare la tappa. Sono arrivato al museo del mare che volevo visitare e poi sono dovuto tornare indietro”.

Qual è il tratto più facile per chi vuole provarci anche se non è un ciclista esperto?

“La costa est, da Pachino verso Siracusa, Catania e Messina, è quella più pianeggiante. È forse meno spettacolare dal punto di vista paesaggistico, ma è sicuramente più facile. La costa nord, da Messina verso Palermo, e poi la zona da Trapani ad Agrigento hanno paesaggi più belli, ma sono anche più impegnative”.

Il dato rende bene l’idea della fatica affrontata da Fred: quasi 8.000 metri di dislivello complessivi.

Come si può capire se un percorso è adatto alle proprie capacità?

“Ormai ci sono tante app che ti permettono di vedere che tipo di percorso è, quanto dislivello c’è, il chilometraggio e anche una stima del tempo. Puoi scegliere una tratta e capire prima se è alla tua portata”.

Dopo questa esperienza rifaresti un viaggio simile?

“Sì. In realtà pensavo già a quello successivo prima ancora di partire. Con i risultati di questa esperienza so che lo rifarei in maniera diversa, evitando alcune località e organizzando meglio gli alloggi”.

Ma il prossimo viaggio potrebbe avere anche uno scopo solidale.

“Mi piacerebbe riuscire a organizzare una raccolta fondi. Vorrei aiutare famiglie bisognose di Pachino, per esempio. Vorrei fare qualcosa di concreto per le realtà locali. Se io già ho quello che mi serve, mi chiedo: che altro posso fare? Ci sono persone che sono davvero in difficoltà. Perché non provare ad aiutarle?”

È un sogno che ti fa onore. Quindi la prossima estate sarai ancora in sella?

“Pazienza se sarà di nuovo luglio e farà caldissimo. Magari sarà un’estate più clemente. Ma sì, voglio rifarlo“.

Durante i 20 giorni di viaggio, Fred ha raccontato quotidianamente le proprie tappe attraverso fotografie e video pubblicati sulla sua pagina Instagram Fred in bici, mostrando luoghi, incontri e scorci della Sicilia incontrati lungo il percorso.

È proprio questa, in fondo, la filosofia che ha accompagnato l’intera avventura: non attraversare semplicemente la Sicilia, ma fermarsi a guardarla, scoprire tragitti secondari, ma anche borghi e realtà sospese nel tempo e allo stesso tempo proiettate verso il futuro.

Un’esperienza del genere ti cambia“. È con queste parole che Fred ha scelto di raccontare, sulla sua pagina, ciò che resta davvero dopo 20 giorni e oltre 1.200 chilometri in sella:

“Non è turismo.
Non è pedalare.
È la somma delle emozioni che ho vissuto, dei colori che ho visto, dei profumi che ho sentito, delle persone che ho incontrato e conosciuto”.

Addio a un’icona del Lago di Garda, al suo posto passerà la ciclovia: era la “Casa della Trota”

Il paesaggio sul lago di Garda è pronto a cambiare a partire da uno dei suoi simboli più iconici: la Casa della Trota, l’edificio aggrappato alla roccia e un tempo hotel e ristorante di lusso, oggi entra nelle mani della provincia di Trento che ha un progetto ambizioso… trasformarlo per dare un nuovo passaggio alla ciclovia. Il luogo un tempo frequentato da campioni sportivi e celebri attori (come Monica Vitti) sta per rinascere.

Oltre le correnti dello Spirito: viaggio a piedi nella Greenway del Nera, tra eremi medievali e gole selvagge

Correnti turchesi tagliano gole calcaree profonde, mentre sentieri polverosi costeggiano l’affluente del Tevere accanto a ponti romani o torri d’avvistamento del 1200. Passo dopo passo si respira il profumo di muschio umido con l’acqua che resta accanto, il fondo che corre dolce tra borghi e vecchie infrastrutture; più avanti arrivano salite, boschi e altopiani. Stiamo parlando della Greenway del Nera, un anello verde che parte idealmente dal fragore della Cascata delle Marmore, attraversa la Valnerina e poi cambia totalmente.

Il progetto riunisce itinerari Benedettini, la Via Francigena di San Francesco e la ex ferrovia Spoleto-Norcia in un grande anello di circa 180 km. Sterrati, alzaie, strade rurali e tracciati ferroviari recuperati compongono un viaggio lento, a piedi, in bici o a cavallo. Ciò che però emoziona di più è il mutamento di scena: la Cascata delle Marmore, con il Velino che precipita nel Nera, lascia spazio al castello di Arrone e alle sue mura, poi ai borghi della Valnerina, alla Val Castoriana, a Norcia, Cascia, Monteleone e molto altro ancora.

Dove si trova ed etimologia del cammino

La Greenway del Nera si trova in Umbria, nel cuore della Valnerina, tra Terni, i Monti Sibillini e il confine laziale. “Greenway” significa via verde, espressione usata per indicare percorsi dedicati alla mobilità lenta. “Nera”, invece, richiama il fiume che accompagna la prima parte dell’anello e dà identità all’itinerario. Che poi, a dirla tutta, quel corso d’acqua è di un azzurro intenso e spessissimo trasparente.

Lunghezza e difficoltà: le tappe

Il tracciato è diviso in 16 tratte, dai 5 ai 22 km circa, con segnaletica numerata e colorata secondo la difficoltà. Il giro completo viene consigliato in senso orario per la distribuzione delle quote. Dalla Cascata a Triponzo prevale il fondovalle, con 46 km e pendenze generalmente contenute.

Da Preci in poi il carattere cambia. Le stime di D+ e durata indicate sotto sono indicative, utili per impostare le giornate a piedi; il dato reale varia in base a traccia scelta, fondo, soste e passo.

Cascata delle Marmore – Arrone (6,862 km, circa 100 m D+, 2h)

Dal belvedere inferiore il rombo della maestosa Cascata delle Marmore accompagna la partenza. Un ponte sul Nera introduce la sterrata verso Casteldilago, poi il Convento di San Francesco, fino a quando Arrone appare con il nucleo medievale di La Terra, torri e vicoli.

Arrone – Precetto (4,790 km, circa 80 m D+, 1h 30min)

Quello tra Arrone e Precetto è un tratto breve, raccolto nel fondovalle. Precetto appartiene a Ferentillo e porta il carattere severo della Valnerina, stretta tra pareti rocciose e piccoli nuclei storici.

Precetto, Umbria
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Precetto e Ferentillo

Precetto – Ceselli (9,547 km, circa 150 m D+, 2h 45min)

Il Nera resta il compagno visivo della tratta, ma qui il fondo alterna sterrato e passaggi verdi fino a Ceselli, dominata dalla chiesa di San Michele Arcangelo, costruita con la torre del cassero trasformata in abside.

Ceselli – Scheggino (3,537 km, circa 60 m D+, 1h)

Pochi chilometri e, come per magia, arriva un vero e proprio cambio d’atmosfera. Scheggino si raggiunge seguendo il corso d’acqua, con il borgo e la chiesa di San Nicola a portata di deviazione.

Scheggino borgo diffuso
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Un incantevole angolo di Scheggino

Scheggino – Sant’Anatolia di Narco (2,998 km, circa 100 m D+, 1h)

La distanza ridotta lascia spazio al meraviglioso paesaggio. Poi, a un certo punto, ecco le mura medievali di Sant’Anatolia di Narco, mentre la Valcasana aggiunge verde e acqua. Si consiglia una sosta al Museo della Canapa, il quale racconta la storia rurale della valle.

Sant’Anatolia di Narco – Piedipaterno (4,900 km, circa 120 m D+, 1h 30min)

La valle resta morbida e il percorso mantiene un ritmo tranquillo. Piedipaterno prepara l’ingresso nella parte della Greenway più legata alle vecchie infrastrutture ferroviarie.

Piedipaterno – Borgo Cerreto (8,082 km, circa 180 m D+, 2h 30min)

Acqua, campi e versanti costruiscono un paesaggio leggibile passo dopo passo, con Borgo Cerreto che segna l’avvicinamento al tracciato della ex Spoleto-Norcia.

Borgo Cerreto – Triponzo (5,531 km, circa 250 m D+, 2h)

Qui emerge l’anima ferroviaria del percorso: le gallerie della vecchia linea includono un tunnel lungo 800 m, per il quale serve una lampada adeguata. Poi la Balza Tagliata, antico passaggio nella roccia di epoca preromana, introduce la salita verso Triponzo.

Borgo Cerreto, Umbria
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Un angolo di Borgo Cerreto

Triponzo – Preci (11,800 km, circa 400 m D+, 3h 30min)

Il fondovalle comincia a restare indietro. La strada punta verso Preci, paese di origine benedettina, con la Pieve di Santa Maria, edificata nel XIII secolo.

Preci – Norcia (16,669 km, circa 650 m D+, 5h 30min)

La Val Castoriana sale verso la Forca di Ancarano, poi il panorama si apre sulla piana di Santa Scolastica. Norcia arriva con la sua cerchia muraria, piazza San Benedetto e il paesaggio del Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

Norcia – Cascia (17,210 km, circa 700 m D+, 6h)

Campi, boschi e dorsali accompagnano una delle tratte più lunghe, con Norcia che rimane alle spalle e il paesaggio che assume un respiro più montano, fino alla geografia di alture e vallate che circonda Cascia.

Cascia – Monteleone (18,418 km, circa 750 m D+, 6h 30min)

In questa tappa lunghezza e dislivello chiedono gambe allenate. Monteleone di Spoleto si fa intravedere in quota, tra pietra e paesaggi aperti. E la Greenway, dal canto suo, ha ormai lasciato il volto fluviale dell’inizio.

Monteleone di Spoleto
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Il borgo di Monteleone di Spoleto

Monteleone – Salto del Cieco (10,300 km, circa 450 m D+, 4h)

La sterrata entra nel bosco e sale sul Monte Aspra senza raggiungerne la cima. All’antica dogana il passato di frontiera torna leggibile nei simboli e nella posizione stessa del luogo.

Salto del Cieco – Piediluco (22,260 km, circa 800 m D+, 7h)

La tratta più lunga è anche una delle più dure, anche perché ci sono 2 rampe ripide che mettono alla prova le gambe. Poi arriva la discesa verso Colle Bertone e Piediluco compare tra i monti Luco e Caperno, con il lago stretto tra rilievi boscosi.

Piediluco – Prati di Stroncone (15,597 km, circa 600 m D+, 5h 30min)

Dal lago si torna a salire verso le quote dei Prati di Stroncone. Il paesaggio si apre progressivamente e la differenza rispetto alla prima parte dell’anello si sente tutta.

Prati di Stroncone – Marmore (15,597 km, circa 500 m D+, 5h)

L’ultima tratta parte in quota e scende verso Miranda e Marmore. Il belvedere superiore annuncia il ritorno, mentre un sentiero ripido ricco di tornanti conduce infine al belvedere inferiore e chiude l’anello.

Come prepararsi al cammino

La Greenway si adatta a più livelli, ma l’anello completo richiede preparazione. Per un viaggio a piedi conviene dividere le 16 tratte in più giornate, lasciando margine alle salite della seconda metà. Scarpe adatte allo sterrato, zaino leggero, acqua e lampada frontale sono fondamentali, soprattutto nelle gallerie della ex ferrovia.

Una mappa offline o una traccia GPX aiutano a seguire l’itinerario; la segnaletica GWN offre conferme lungo il percorso. Partire dalla Cascata delle Marmore è pratico grazie ai parcheggi e ai collegamenti con Terni. Poi basta seguire il Nera, ascoltare il paesaggio cambiare e lasciare che la Valnerina faccia il resto.

Le Fiandre diventano ancora più belle da esplorare a piedi: arrivano nuovi itinerari

Torniamo a parlare del cosiddetto “turismo slow”, in particolare di quel nuovo modo di viaggiare sempre più a stretto contatto col territorio, in sella alla bicicletta o addirittura a piedi – con scarpe adatte e comode, certo. Proprio in merito a questo, le Fiandre continuano a investire in un turismo che privilegia il tempo, la scoperta e il contatto con il territorio.

Se città come Bruges, Anversa e Gand sono da anni tra le mete più amate del Belgio, oggi la regione invita a rallentare il ritmo anche attraverso una rete di sentieri che attraversa boschi, parchi naturali, castelli e piccoli borghi. Con l’ampliamento delle Flanders’ Finest Hiking Routes, il 2026 segna un nuovo passo avanti per chi desidera conoscere il volto più autentico delle Fiandre camminando.

Flanders’ Finest Hiking Routes, le Fiandre a piedi

Se non avete ancora visitato le Fiandre e attraversato i suoi suggestivi e fiabeschi paesaggi, questo è il momento giusto per rimediare alla mancanza. La rete delle Flanders’ Finest Hiking Routes raggiunge infatti quota 22 itinerari grazie all’inaugurazione di sei nuovi percorsi, disponibili dalla primavera 2026. L’iniziativa rientra nella strategia delle Fiandre di promuovere un turismo sostenibile, distribuendo i flussi di visitatori anche nelle aree meno frequentate e valorizzando il patrimonio naturalistico della regione.

Parco Nazionale Hoge Kempen
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Vista del Parco Nazionale Hoge Kempen

I nuovi itinerari attraversano alcuni dei luoghi più suggestivi delle Fiandre, tra cui il Parco Nazionale Hoge Kempen, il Grenspark Kalmthoutse Heide e le aree che circondano Anversa, Lovanio e Bruges. Si tratta di percorsi ad anello compresi tra 7 e 19 chilometri, progettati per offrire un’esperienza accessibile sia agli escursionisti più esperti sia a chi desidera trascorrere una giornata immerso nella natura. Lungo i sentieri si alternano boschi, brughiere, corsi d’acqua, castelli storici e testimonianze del patrimonio culturale fiammingo, con numerose occasioni per conoscere anche le tradizioni gastronomiche locali.

Fiandre, itinerari tra natura, castelli e tradizioni locali

Uno degli aspetti più apprezzati della rete è l’attenzione dedicata all’organizzazione dell’esperienza. Ogni itinerario dispone di una segnaletica dedicata, tracce GPX scaricabili, informazioni pratiche sui punti di partenza, indicazioni sull’accessibilità e collegamenti con il sistema dei nodi escursionistici che caratterizza la rete sentieristica delle Fiandre.
Tra le proposte spiccano anche cinque percorsi che attraversano territori ricchi di castelli storici e due itinerari dedicati alla tradizione brassicola fiamminga (ovvero la lunga cultura della produzione di birra artigianale nelle Fiandre) con l’opportunità per il viaggiatore di abbinare l’escursionismo alla scoperta delle produzioni locali.

Gaasbeek Castle, Fiandre
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Il Gaasbeek Castle, Fiandre

La rete si integra inoltre con i collegamenti ferroviari della regione, favorendo spostamenti sostenibili e consentendo di raggiungere facilmente i punti di partenza delle escursioni senza ricorrere all’automobile. Con questo ampliamento, le Fiandre rafforzano un’offerta che unisce natura, cultura, storia ed enogastronomia, confermando il crescente interesse verso un turismo lento e consapevole. Le Fiandre aggiungono così un nuovo modo di viverle: scarpe comode, zaino leggero e tanta voglia di lasciarsi sorprendere da angoli nascosti, sapori locali e panorami fuori rotta.

Il New York Times svela le alternative a Venezia (senza la folla) che vale la pena scoprire

Venezia resta una delle mete più desiderate al mondo, ma anche una delle più sofferenti tra navi da crociera, ticket d’ingresso al centro storico e proteste dei residenti. Eppure, a pochi passi dalla Laguna, ci sono dei luoghi in grado di offrire lo stesso patrimonio artistico e paesaggistico, ma senza la folla.

È la tesi al centro di un recente reportage del New York Times, che ha dedicato un lungo articolo al Veneto meno conosciuto: quello di Treviso, delle colline del Prosecco e delle città d’arte lungo la ferrovia che collega Padova a Verona. Un territorio da scoprire in bicicletta, in barca e in treno.

Da Treviso alla Laguna, in bici e in barca

Il primo itinerario consigliato dal quotidiano americano segue il corso del fiume Sile, la via d’acqua che dal Trecento riforniva Venezia di farina e olio grazie ai mulini di Treviso. Il percorso proposto è un tour in bicicletta di circa 40 chilometri lungo il fiume, attraverso il Parco Naturale del Sile, fino al villaggio di Caposile, sulla sponda settentrionale della Laguna.

Lungo il tragitto si incontrano cigni, canali silenziosi e i resti sommersi di antiche imbarcazioni in legno, i cosiddetti burci. Il giorno successivo il viaggio prosegue in barca tra le isole di Torcello, Murano e Burano: la prima custodisce un’antica basilica bizantina, la seconda è patria della lavorazione del vetro dal 1291, mentre la terza è nota per le case colorate e per il celebre merletto locale.

Tiramisù e Prosecco, il Veneto da gustare

Il secondo percorso è un viaggio nel gusto, tra due prodotti simbolo della regione. Treviso rivendica infatti la nascita del tiramisù, inserito nel menù di uno storico locale cittadino nei primi anni Settanta e oggi riconosciuto come prodotto tradizionale dal governo italiano.

Passeggiando tra il centro storico e le osterie che servono cicchetti veneziani, il racconto del New York Times si sposta poi sulle colline del Prosecco, dichiarate Patrimonio UNESCO nel 2019. Tra i borghi di Conegliano e Valdobbiadene, i vigneti coltivati a mano su pendii ripidissimi producono il Prosecco D.O.C.G., protetto anche da un delicato equilibrio tra turismo e sostenibilità: lo scorso anno, ci sono stati mezzo milione di visitatori con pernottamento, una cifra considerata ancora gestibile.

Un treno attraverso il Veneto UNESCO

Il terzo itinerario attraversa la regione in treno, toccando quattro città dal patrimonio artistico straordinario. Padova, sede universitaria dal 1222, custodisce nella Cappella degli Scrovegni gli affreschi di Giotto e ospita l’orto botanico più antico del mondo, fondato nel 1545.

Vicenza deve il proprio riconoscimento UNESCO all’architetto Andrea Palladio, autore di numerosi edifici cittadini tra cui il celebre Teatro Olimpico e la Villa La Rotonda, modello ispiratore di edifici storici come Monticello e la Casa Bianca.

Verona, che conserva invece tracce del proprio impianto romano, inclusa l’Arena, e Peschiera del Garda, borgo fortificato affacciato sul lago, ideale per un’ultima pedalata prima del rientro.

Tra faggi e sentieri antichi: il lato più rilassante dell’Emilia-Romagna

Il fruscio delle foglie, il profumo dei faggi, il verde che abbraccia e circonda, intervallato da suggestivi borghi medievali: no, non è la descrizione di un quadro, ma quello che è possibile vivere, respirare e vedere durante un weekend nell’Appennino Tosco-Emiliano, a meno di un’ora da Bologna e a un mondo di distanza dal caos cittadino.

Un territorio percorso da cammini storici come la Via degli Dei e la Via Mater Dei, ricco di sentieri per il trekking e di tracciati perfetti sia per chi ama andare a piedi sia per chi preferisce esplorare in sella a una mountain bike o a un’ebike. Un posto dove rallentare ha ancora senso.

Due cammini storici, un territorio tutto da scoprire

Ma vediamo da vicino proprio i due cammini storici: la Via degli Dei è un percorso di circa 130 km che unisce Bologna e Firenze attraversando il cuore dell’Appennino Tosco-Emiliano. Il tracciato ricalca in buona parte l’antica Flaminia Militare, la strada voluta dal console romano Caio Flaminio nel 187 a.C: ancora oggi, in certi tratti, si cammina su selciato romano originale, tra riserve naturali, castelli, santuari e boschi di faggio che d’estate regalano ombra e frescura.

La Via Mater Dei è invece un cammino più intimo, che porta alla scoperta dei santuari mariani dell’Appennino bolognese, tra storie di devozione popolare e paesaggi di grande bellezza. Entrambi i percorsi, va detto, si incontrano a Madonna dei Fornelli, a 800 metri sul livello del mare, dove da anni escursionisti e ciclisti fanno sosta.

Ed è qui che si trova l’Albergo Ristorante Poli, una struttura perfetta dove soggiornare se si vuole vivere ancora meglio l’esperienza dei cammini: 25 camere, alcune con balconate affacciate sui boschi, un giardino, il parcheggio privato e tutti i comfort che servono per avere un perfetto punto di partenza (e di ritorno) per passeggiate o pedalate nella natura.

In bici sulla Via degli Dei

E a proposito di pedalate, bisogna dirlo: il trekking è sicuramente un’esperienza incantevole e appagante, ma in bici si possono vivere i cammini in modo diverso e, a tratti, più intenso. Percorrere la Via degli Dei in bicicletta è un’esperienza che cambia completamente il rapporto con il paesaggio: si vede di più, si copre più terreno, e certi tratti di bosco che a piedi richiedono ore diventano sequenze di immagini piacevoli, che pur scorrendo veloci fanno sentire immersi nella natura.

Trekking via degli Dei

E che natura: il tracciato attraversa riserve naturali, crinali panoramici e antichi borghi, ricalcando in buona parte la già citata strada romana del console Caio Flaminio. Pedalare qui significa muoversi su un percorso che ha duemila anni di storia sotto, riuscendo a godersi la consapevolezza di quanto con il passare dei secoli tutto sia cambiato, ma la sensazione di connessione con la gli spazi verdi sia rimasta la stessa.

Se in bici le salite possono essere sfidanti, con un’ebike il percorso diventa accessibile a tutti, anche a chi non ha gambe da ciclista allenato: le salite si affrontano senza sofferenza e si arriva a destinazione con ancora l’energia per godersi quello che c’è intorno.  Chi non vuole portare la propria bici può noleggiarla direttamente all’Albergo Ristorante Poli, che mette a disposizione mountain bike con casco e guanti inclusi.

Ristorarsi nella natura

E dopo una camminata (o, ancor meglio, una pedalata) cosa c’è di meglio che tornare in un posto accogliente, immerso nella tranquillità dell’Appennino? Il sole che tramonta sui boschi, il profumo della terra e delle foglie nell’aria fresca della sera, la vista che si tinge di arancio: sono questi i momenti per cui vale la pena partire.

Ci si siede, si respira, si sente sollievo nell’anima. E, per chi vuole prolungare quella sensazione, l’Albergo Poli offre una sauna per quattro persone e una doccia idromassaggio. Ma non solo: a fare la differenza è anche la cucina, quella della tradizione bolognese e tosco-emiliana.

Tutti i piatti sono preparati con ingredienti locali e di stagione: tagliatelle al ragù fatte a mano, tortelloni e tortellini rigorosamente artigianali, gnocchi freschi ai funghi, lasagne verdi, arrosti misti, scaloppine ai porcini e salumi bolognesi. In autunno arrivano i piatti a base di funghi e tartufo, raccolti nei boschi circostanti, che trasformano una cena in qualcosa di memorabile. Per chiudere: torta di mele, crème caramel, zuppa inglese, semifreddo al torroncino, mascarpone.

Perché fare un weekend nell’Appennino Tosco-Emiliano?

Con un punto d’appoggio così rilassante, la risposta dovrebbe essere già implicita. Eppure, vale la pena sottolineare altri due punti: l’Appennino Tosco-Emiliano è uno di quei posti che molte persone continuano a sottovalutare, convinti che ci sia sempre qualcosa di più lontano e più esotico da vedere prima. Eppure basta arrivarci una volta per rendersi conto di cosa si è perso: storia millenaria, natura rigogliosa, borghi medievali intatti e cammini che attraversano paesaggi di rara bellezza, tutti a portata di weekend.

È il territorio giusto per chi vuole staccare la spina, senza prendere un aereo. A 800 metri sul livello del mare l’aria è diversa, il ritmo è diverso, e anche le cose più semplici, come una passeggiata tra i faggi o una pedalata lungo un crinale, assumono un sapore che in città non si trova. Due giorni qui bastano per tornare con la testa più leggera, le gambe stanche nel modo giusto e quella voglia agrodolce di rimettere le scarpe da trekking nello zaino… prima possibile.

Sono questi i trend che stanno rivoluzionando le vacanze in campeggio

Negli ultimi anni il modo di vivere il campeggio è cambiato molto: se in passato era associato soprattutto alla ricerca del risparmio o al desiderio di trascorrere del tempo all’aria aperta, oggi rappresenta sempre più una scelta di stile di vita. Cresce, infatti, il numero di persone che desiderano viaggiare in modo più autonomo, riducendo il ricorso ai combustibili fossili e privilegiando un rapporto più lento e consapevole con i luoghi visitati.

L’innovazione interessa sia il mondo dei camper e delle caravan tradizionali sia quello, più recente, della mobilità su due ruote. Da un lato i veicoli ricreazionali diventano sempre più intelligenti e connessi, dall’altro prendono piede nuove formule come il bike camping, che sfruttano le potenzialità delle biciclette elettriche per offrire un modo differente di esplorare il territorio senza rinunciare a un riparo confortevole.

Il camper si fa smart, sicuro e senza fili

L’evoluzione del veicolo ricreazionale passa oggi soprattutto dagli accessori, i servizi e le tecnologie di bordo: oggi a fare la differenza sono le soluzioni pensate per aumentare autonomia, comfort e semplicità d’uso durante il viaggio.

Sempre più funzioni possono essere gestite dallo smartphone e il controllo dell’illuminazione è uno degli esempi più evidenti: regolare le luci da remoto consente di personalizzare gli ambienti in pochi istanti e di gestire meglio i consumi energetici. Anche il comfort climatico compie un salto in avanti grazie a climatizzatori progettati per funzionare senza il supporto di un generatore.

Grande attenzione viene riservata anche all’autonomia energetica. Le batterie di nuova generazione consentono di prolungare il tempo trascorso lontano dalle aree attrezzate e riducono la necessità di frequenti soste per la ricarica. In parallelo, crescono le soluzioni dedicate alla sicurezza, con sistemi antifurto connessi che, oltre a proteggere il veicolo, possono incidere anche sul costo dell’assicurazione.

L’innovazione riguarda anche gli spazi interni. Si diffondono materassi su misura in memory foam, progettati per adattarsi meglio alla forma del corpo e migliorare la qualità del riposo, mentre le soluzioni di arredo integrato puntano a sfruttare ogni centimetro disponibile senza sacrificare la funzionalità.

Anche il trasporto delle attrezzature sportive è diventato un elemento centrale nella progettazione dei nuovi accessori. La crescente diffusione delle biciclette elettriche, di solito più pesanti rispetto ai modelli tradizionali, ha trasformato la compatibilità con le e-bike in un requisito sempre più importante. Alcuni sistemi modulari sono in grado di trasportare fino a tre biciclette oppure due e-bike e possono essere configurati con moduli intercambiabili dedicati ad altre attività all’aria aperta, come porta-sci capaci di ospitare fino a quattro paia di sci o due snowboard, oppure supporti per tavole da surf e canoe lunghe fino a due metri e mezzo.

Campeggio con camper
UFFICIO STAMPA Studio Eidos di Sabrina Talarico
Il futuro del campeggio è sempre più smart

La casa si aggancia alla bici

Se il camper evolve grazie alla tecnologia, il bike camping è invece una delle novità più interessanti degli ultimi anni. Per molto tempo il principale limite delle vacanze in bicicletta è stato il bagaglio: tenda, sacco a pelo e attrezzatura da campeggio dovevano trovare posto nelle tradizionali borse laterali, con inevitabili compromessi in termini di spazio e praticità.

La diffusione delle biciclette elettriche ha però modificato tale scenario: grazie all’assistenza alla pedalata è infatti possibile trainare carichi maggiori, aprendo la strada a una nuova categoria di micro roulotte progettate per essere agganciate alla bicicletta.

Tra gli esempi più rappresentativi c’è la Wide Path Camper, assemblata a mano a Glyngøre: mini caravan con guscio rigido, misura circa un metro e mezzo durante il trasporto e può essere aperta in circa tre minuti grazie a un sistema che ripiega la parte posteriore sopra quella anteriore, trasformandosi in uno spazio abitabile.

Una filosofia diversa è quella scelta dall’austriaca GentleTent con la B-Turtle. In questo caso, il rimorchio in alluminio lungo 110 centimetri ospita una tenda gonfiabile per due persone, suddivisa in un vestibolo e in un’area dedicata al riposo. Il peso complessivo si aggira intorno ai 30 chilogrammi, caratteristica che la rende una delle soluzioni più leggere della categoria.

Dalla Francia arriva invece la CapsulBike, prodotta da TinyVroum: la micro caravan adotta la classica forma aerodinamica a goccia, una configurazione ormai diventata un riferimento per questa tipologia di mezzi grazie al buon equilibrio tra dimensioni contenute e abitabilità.

Anche la Finlandia propone una propria interpretazione con la Hupi Trailer. Il rimorchio pesa circa 70 chilogrammi e integra una scrivania ricavata nella parete, pensata come piano d’appoggio o spazio di lavoro, mentre per il riposo è previsto un letto pieghevole che consente di sfruttare al meglio l’ambiente interno.

Tra i progetti più particolari spicca infine l’Alpencamper Eco Slide Out, sviluppato in Svizzera: la micro caravan pesa 52 chilogrammi a vuoto ed è caratterizzata da una struttura a goccia con pareti isolate e un modulo laterale scorrevole che amplia la larghezza della cabina una volta raggiunta la destinazione. Da chiusa mantiene un ingombro ridotto, sufficiente per seguire la bicicletta durante gli spostamenti, mentre da aperta offre uno spazio notte di circa 1,40 per 1,96 metri, una superficie paragonabile a quella di un letto matrimoniale compatto. Sotto il piano di riposo trova posto un vano di carico da 270 litri, utile per sistemare borse, abbigliamento, utensili, cibo e attrezzatura da campeggio. È previsto anche uno spazio dedicato a una toilette secca.

Firenze in viaggio da soli: la città italiana perfetta per un’esperienza in solitaria elogiata da Forbes

Vi è mai capitato di passare anni a sognare un viaggio con i migliori amici per poi scoprire che sono dei pessimi compagni di viaggio? Succede più spesso di quanto si possa immaginare e, non a caso, viaggiare da soli è oggi una tendenza sempre più diffusa tra chi desidera scoprire nuove destinazioni con maggiore libertà, dedicando tempo alla cultura, al benessere e alla scoperta personale.

In questo scenario, Firenze emerge come una delle città italiane più adatte per un’esperienza in solitaria: a sottolinearlo è anche Forbes, che ha inserito il capoluogo toscano tra le destinazioni ideali per chi sceglie di partire senza compagnia. La motivazione è semplice: Firenze racchiude in uno spazio raccolto tutto ciò che rende speciale un viaggio indipendente. È una città facilmente esplorabile a piedi, ricca di storia, arte, gastronomia e luoghi capaci di trasformare anche una semplice passeggiata in un’esperienza memorabile.

Perché Forbes sceglie Firenze per un viaggio in solitaria

Secondo Forbes, le città rappresentano spesso la scelta migliore per chi viaggia da solo perché permettono di alternare momenti di esplorazione personale alla possibilità di entrare in contatto con persone, culture e nuove esperienze. Firenze risponde perfettamente a queste caratteristiche. La città, capitale della Toscana e culla del Rinascimento, offre un equilibrio raro tra dimensioni contenute e una proposta culturale straordinaria. Il centro storico può essere attraversato comodamente a piedi in circa 40 minuti, permettendo di passare dai grandi capolavori artistici alle botteghe artigiane, dalle piazze storiche ai piccoli locali nascosti.

Lavori di restauro al Campanile di Giotto a Firenze da marzo 2026
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Panorama di Firenze

Per chi sceglie un viaggio in solitaria a Firenze, questa facilità negli spostamenti rappresenta un grande vantaggio: non servono programmi rigidi o lunghi trasferimenti per vivere la città, perché ogni angolo può diventare una nuova scoperta.

Cosa vedere a Firenze da soli

Firenze è una destinazione che non ha bisogno di grandi presentazioni. Il Duomo di Firenze, la Galleria degli Uffizi, il Ponte Vecchio e Palazzo Vecchio sono tappe imprescindibili per chi arriva per la prima volta, ma la vera magia della città emerge anche lontano dai luoghi più celebri.

Ingresso gratuito per le donne nei musei italiani l'8 marzo per la festa della donna
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La Galleria degli Uffizi a Firenze

Chi viaggia da solo può concedersi il piacere di esplorare con maggiore calma il quartiere di Oltrarno, una delle zone più autentiche della città, dove convivono botteghe artigiane, atelier indipendenti, antiche chiese e angoli meno conosciuti.

Oltrarno, Firenze
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Il quartiere Oltrarno a Firenze

Tra le esperienze più suggestive ci sono una passeggiata nei Giardini di Boboli, una salita fino a Piazzale Michelangelo per ammirare il panorama sulla città, una visita alle piccole librerie storiche o un aperitivo nelle piazze del centro, osservando il ritmo quotidiano dei fiorentini.

Giardino di Boboli, Firenze
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Vista sullo splendido Giardino di Boboli a Firenze

Un altro elemento che rende Firenze particolarmente adatta ai viaggiatori solitari è la sua atmosfera. La città è considerata una delle mete italiane più accoglienti per chi desidera muoversi in autonomia, anche per chi affronta per la prima volta un viaggio senza compagnia.

Anche il momento del pasto, spesso una delle piccole difficoltà percepite da chi viaggia da solo, qui assume un significato diverso: sedersi a tavola in una trattoria, degustare specialità toscane o fermarsi per un calice di vino diventa un’occasione per vivere la cucina locale con maggiore attenzione.

Firenze e dintorni

Uno dei grandi vantaggi di scegliere Firenze come destinazione per un viaggio in solitaria è anche la possibilità di ampliare facilmente l’esperienza oltre il centro storico. Dalla città si possono raggiungere in poco tempo le colline toscane, i borghi medievali, le zone vinicole e alcune delle località più suggestive della regione. Anche il mare dista circa un’ora e permette di aggiungere una parentesi diversa all’interno dello stesso itinerario.

Le colline a Cortona
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Il borgo di Cortona sulle colline toscane

Il periodo ideale per visitare Firenze? Secondo gli esperti citati da Forbes, i mesi tra aprile e giugno oppure settembre e ottobre offrono temperature piacevoli e un’atmosfera più rilassata rispetto ai periodi di maggiore affluenza.

Le cascate più belle d’Italia da raggiungere a piedi in estate

Definizione di cascata: il precipitare di una massa d’acqua, di fiumi o torrenti, per un dislivello di varia altezza. Suona quasi terrificante, questa successione di parole, ma tutti e tutte sappiamo quanto, invece di incutere timore, le cascate siano una visione paradisiaca e invitante nei mesi più caldi dell’estate, alla stregua della stereotipica oasi per chi si è perduto nel deserto. Uno spettacolo naturale, quello dei grandi salti d’acqua, capace di unire il fascino della camminata nella natura al fresco e al fragore dell’acqua che precipita tra le rocce, in un contrasto che d’estate diventa ancora più suggestivo.

L‘Italia, dalle Alpi all’Appennino e non solo, custodisce cascate fantastiche. Le più belle sono quelle da raggiungere solo a piedi, percorrendo sentieri nella natura che portano al cospetto di queste meraviglie naturali, come forzieri da rintracciare seguendo la mappa del tesoro.

Cascate dei Capelli di Venere

A pochi minuti dalla cittadina di Casaletto Spartano, milleduecento abitanti in provincia di Salerno, in Campania, sorge l’Oasi dei Capelli di Venere, una delle principali attrazioni naturali del territorio. Il nome richiama una suggestiva leggenda secondo cui la dea Venere avrebbe lasciato qui una ciocca dei suoi capelli, ma deriva anche dalla delicata felce Capelvenere che cresce rigogliosa sulle rocce umide, creando l’effetto di una chioma verde attraversata dall’acqua.

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Lo scenario unico nell’Oasi Capelli di Venere

L’area dove sorge la cascata prende questo nome dalla delicata felce capelvenere, pianta che ricopre le rocce bagnate dal salto d’acqua e che così crea l’effetto di una grande chioma verdeggiante, rendendo il colpo d’occhio raro e inconsueto. Le acque del Rio Bussentino, gelide anche in piena estate, formano piccole piscine naturali dai riflessi turchesi, incorniciate da un antico mulino e dai resti di un ponte di origine normanna.

Attorno al torrente, un anello di circa tre chilometri percorribile in poco più di un’ora si snoda tra passerelle di legno e ponticelli. Un sentiero adatto a tutti, indicato per famiglie con bambini, in un ambiente ombroso e fresco che regala sollievo anche nelle giornate più torride.

Cascate di Lillaz

Nel cuore della Valle d’Aosta, a pochi passi dall’abitato di Cogne e all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso, sorgono le Cascate di Lillaz.

Le acque del torrente Urtier compiono qui tre salti spumeggianti, per un’altezza complessiva di circa 150 metri, in un contesto di prati alpini e boschi di larici che rendono la passeggiata piacevole in ogni suo tratto. Ai piedi delle cascate si forma una bellissima polla di acqua cristallina.

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Ai piedi delle Cascate di Lillaz

Il punto di partenza dell’escursione fino alle cascate è il parcheggio all’ingresso della frazione di Lillaz, da cui in circa dieci minuti di cammino, lungo un sentiero quasi pianeggiante che costeggia il torrente, si raggiunge la base del primo e più celebre salto. Chi vuole ammirare anche gli altri due può proseguire lungo un percorso un po’ più ripido, con scalini e passaggi più esposti, che in totale richiede poco più di un’ora tra andata e ritorno.

Cascata del Varone

La Cascata del Varone è una vera e propria bizzarria della natura, di quelle che vanno viste almeno una volta nella vita. Si trova vicino a Riva del Garda, nel comune di Tenno: qui le acque del torrente Magnone si gettano per quasi 100 metri in una forra di roccia calcarea scavata da circa 20mila anni di erosione, creando un canyon spettacolare che si può ammirare attraverso un parco naturale privato, che permette la visita da oltre un secolo. Le prime infrastrutture per permette di visitare il luogo risalgono infatti al 1874.

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L’affascinante Cascata del Varone, nelle viscere della terra

Dall’ingresso, ospitato in un edificio storico progettato dall’architetto Giancarlo Maroni (lo stesso del Vittoriale degli Italiani), si percorre un sentiero che raggiunge la cosiddetta grotta inferiore, dove si osserva la parte finale della cascata. Poi, attraverso un centinaio di gradini, si passa alla grotta superiore. È qui che si coglie in pieno l’imponenza del salto, tra il fragore dell’acqua e la nebbiolina che rinfresca l’aria anche nelle giornate più calde.

La Cascata del Varone è stata visitata da personaggi illustri come Thomas Mann (si dice che un passo de La montagna incantata possa essere frutto dell’ispirazione donatagli dal salto), Gabriele d’Annunzio, Franz Kafka, l’imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo.

Cascata del Toce

Val Formazza, estremo confine settentrionale del Piemonte. Qui la Cascata del Toce, con i suoi 143 metri di salto, rappresenta una delle cascate più spettacolari delle Alpi.

Oggi la sua portata dipende dal rilascio controllato delle acque del lago artificiale di Morasco: per questo si mostra in tutta la sua forza solo in determinate fasce orarie tra giugno e settembre, con orari da verificare prima della visita. Tuttavia il bel percorso per raggiungerla rimane in ogni caso un piacevole itinerario.

Sebbene infatti la Cascata del Toce sia facilmente raggiungibile con un brevissimo percorso di appena 10 minuti dalla più vicina strada carrabile, merita percorrere il bel sentiero che ricalca l’antico tracciato della Via Francisca, antico collegamento fra Lombardia, Svizzera e Francia. Lungo gli undici chilometri in cui si dipana l’itinerario si attraversano i paesini Walser (minoranza alpina di origine germanica con peculiari tradizioni) di Ponte, Brendo, Grovella, Canza, Sotto Frua e infine Frua, il più vicino alla cascata, tanto che a volte vi si fa riferimento come Cascata di Frua.

In quest’ultima frazione si trova ancora oggi l’Albergo Cascata, che fu caratterizzato da un forte afflusso turistico nel primo novecento, brillando durante la belle epoque. Lo spettacolo del salto della Cascata del Toce è veramente maestoso e roboante, con la grande massa d’acqua che si spande in mille rivoli lungo la vertiginosa parete rocciosa della montagna.

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L’antico albergo domina la Cascata del Toce

Cascata dell’Acquacheta

Si parte da San Benedetto in Alpe, al confine tre Toscana ed Emilia Romagna, nel cuore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, e si percorre un bel sentiero lungo il torrente Acquacheta, tra splendidi boschi di quercia, castagno e faggio e scorci appenninici. Infine, dopo quasi due ore di cammino, si affronta un ultimo strappo in salita che porta a un balcone naturale privilegiato su di lei: la Cascata dell’Acquacheta, un mirabile salto di 70 metri tra rocce oblique capace di ispirare a Dante Alighieri un paragone con il Flegetonte, il roboante fiume del XVI canto dell’Inferno.

Nei pressi, lungo il sentiero, poco più avanti del balcone panoramico, sorge anche un’altra bella e potente cascata, la Cascata del Lavane, con una bella e profonda polla di acqua fresca, ideale per un tuffo rigenerante in una pausa dell’escursione, prima di affrontare il percorso di ritorno.

Cascate del Dardagna

Il Parco Regionale del Corno alle Scale è un’area protetta tra le cime dell’Appennino tosco-emiliano. Qui, il torrente Dardagna scorre vorticoso, formando sette salti consecutivi, ognuno con un proprio punto di osservazione lungo il bel sentiero che le esplora.

Il più alto dei salti supera i 30 metri, gli altri si aggirano sui 15, in una sequenza di spruzzi e vapori che rende il trekking particolarmente scenografico soprattutto nelle giornate estive più calde.

Il punto di partenza più comodo è la cosiddetta Madonna dell’Acero, da cui parte il sentiero CAI 331, il quale conduce in circa un’ora al primo e più imponente salto. Per completare la visita agli altri sei si imbocca quindi il sentiero CAI 333, che si arrampica nel bosco di faggi con qualche tratto più ripido, aiutato da gradini e corrimano, fino a chiudere l’anello passando per il laghetto del Cavone.

Le Cascate del Dardagna sono un vero e proprio concerto di salti d’acqua che interrompono il silenzio di un bosco maestoso, dove anche la giornata più soffocante si trasforma in una piacevole esplorazione della natura.

Cascate del Rio Verde

Le Cascate del Rio Verde sono le più alte dell’Appennino italiano. Si trovano in Abruzzo, tra le montagne della Val di Sangro, protette da una dedicata Riserva Naturale. Le acque del torrente Verde precipitano complessivamente per oltre 200 metri, suddivisi in tre balzi da 40, 90 e 30 metri, prima di confluire nel fiume Sangro.

Dal centro visite della Riserva Naturale Cascate del Verde, nel piccolo borgo di Borrello, si imbocca un sentiero nella natura che in una manciata di minuti conduce a un primo punto panoramico, da cui si domina l’intera vallata. Per raggiungere il vero cuore dello spettacolo, però, occorre affrontare una più ardimentosa scalinata di circa 250 gradini, che scende fino a un affaccio ravvicinato sulla cascata. La vegetazione del bosco è ricchissima, e lo spettacolo di questo filo d’acqua che scende gettandosi nel vuoto da una parete di roccia verticale è davvero monumentale e stupefacente.

L’intera escursione richiede poco più di un’ora, l’accesso alla riserva prevede un piccolo contributo d’ingresso.

Cascata del Marmarico

La Cascata del Marmarico è la più alta della Calabria e dell’intero Appennino meridionale, con un salto complessivo di 114 metri lungo l’alto corso della fiumara Stilaro. Il nome, di origine dialettale, significa “lento” o “pesante”, proprio a indicare l’illusione ottica per cui l’acqua, pur cadendo senza sosta, sembra quasi immobile agli occhi di chi la osserva.

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Cascate del Marmarico

Si trova nel Parco Regionale delle Serre, nel territorio di Bivongi, in provincia di Reggio Calabria, e dalla cittadina parte proprio il percorso più praticato per raggiungere questo potente e spettacolare tesoro d’acqua dolce.

Si parte dai Bagni di Guida, nei pressi di una vecchia centrale idroelettrica. Si risale lungo una strada sterrata ma carrabile per il primo chilometro, quindi si imbocca una strada forestale che di quando in quando regala spettacolari scorci sulla natura circostante (la strada viene percorsa in fuoristrada da visite guidate alla cascata), dove si alternano cime boscosi e valloni. Dopo circa cinque chilometri di cammino si raggiunge il Vallone Folea, procedendo sull’ultimo tratto in leggera salita lungo uno stretto sentiero. Si arriva a destinazione nel giro di altri 15 minuti di cammino circa, e al cospetto della cascata è possibile tuffarsi nella bella polla ai piedi del salto.

Il Parco del Pollino in estate: cosa fare sul tetto dell’Italia meridionale, tra pini loricati e canyon

Pinus heldreichii, ovvero pino di Heldreich: uno dei nomi con cui è conosciuto il pino loricato, il simbolo del Parco Nazionale del Pollino. Un albero unico, spettacolare, con un fusto magro, serio, da cui partono rami sghembi, fitti di aghi verde scuro. Il termine loricato, con cui lo si identifica comunemente, deriva proprio dall’aspetto della corteccia adulta, che forma placche grigie simili alla lorica, la corazza dei legionari romani. È una pianta estremamente resistente, una delle poche che riesce a vivere sui fianchi delle montagne di questo angolo dell’Italia meridionale aspro e bellissimo. Nel 2018 una indagine al radiocarbonio ha individuato in un pino loricato del Parco del Pollino l’albero più antico d’Europa, dandogli un’età di 1230 anni.

Esplorare queste montagne, tra gole, praterie e la rada ombra dei pini loricati è un vero e proprio regalo da concedersi in estate. Il Parco ha un territorio vasto, aspro, con angoli coperti da faggi centenari ed è percorso da tortuosi torrenti. Ci sono vette sopra i duemila metri, lunghi sentieri e grandi panorami. Un vero e proprio paradiso per chi ha scelto il trekking tra montagne poco frequentate come obiettivo della propria estate.

Il Parco del Pollino: storia, dove si trova e come arrivare

Grazie ai suoi 192.565 ettari di estensione, il Parco Nazionale del Pollino è il parco nazionale più grande d’Italia. Si estende a cavallo tra due regioni, la Basilicata e la Calabria, abbracciando le province di Potenza, Matera e Cosenza e includendo ben 56 comuni all’interno del suo perimetro. Il territorio si organizza attorno a diversi sistemi montuosi, parte dell’Appennino meridionale: il Massiccio del Pollino, che dà il nome all’area protetta, i Monti di Orsomarso in Calabria e il Monte Alpi in Basilicata. Le vette più alte si trovano sul Pollino, dove Serra Dolcedorme rappresenta la cima alla quota più elevata, a 2267 metri di altitudine.

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Panorama del Parco del Pollino al tramonto

La sede dell’Ente Parco si trova a Rotonda, in Basilicata. La storia del parco è relativamente recente: fu istituito come Parco Nazionale nel 1988, sebbene gli organi di gestione abbiano iniziato a operare concretamente solo tra il 1993 e il 1994. Nel 2015 il riconoscimento internazionale è arrivato con l’inserimento nella lista globale dei Geoparchi UNESCO, un titolo che sottolinea il valore eccezionale della sua geologia: inghiottitoi, doline, grandi sorgenti e canyon di origine carsica disegnano un paesaggio sotterraneo tanto affascinante quanto quello in superficie.

Nel 2017 la Faggeta Vetusta di Cozzo Ferriero è entrata nella lista del Patrimonio dell’Umanità UNESCO, riconoscimento esteso nel 2021 alla Faggeta del Pollinello, nel sito diffuso Antiche faggete primordiali dei Carpazi e di altre regioni d’Europa.

Raggiungere il Parco del Pollino richiede un po’ di pianificazione, soprattutto perché il territorio è vasto e le zone di maggiore interesse non sono necessariamente adiacenti. L’auto è la soluzione più comoda per arrivare: dall’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria si esce a Laino Borgo per il versante calabrese, oppure a Morano Calabro; per il versante lucano il riferimento è l’uscita di Lauria. Il paese di Civita, punto di accesso privilegiato alle Gole del Raganello, si raggiunge da Castrovillari in circa mezz’ora. In treno, le stazioni più vicine sono quelle di Castrovillari e di Lagonegro, da cui è necessario proseguire in auto o con il trasporto pubblico locale.

Cosa fare in estate nel Parco del Pollino

L’estate è la stagione in cui il Parco del Pollino offre il ventaglio più ampio di attività da intraprendere nel suo territorio. Il trekking è senza dubbio un modo privilegiato di scoprire questo territorio, grazie a una rete sentieristica fitta che offre itinerari adatti a ogni livello e a ogni obiettivo. I Piani di Ruggio e il Colle dell’Impiso, nel comune di Viggianello, sono i punti di partenza classici per le escursioni in alta quota, ben segnalati e raggiungibili in auto.

Per chi ama l’acqua dolce, inoltre, il Pollino non delude. Il canyon del Raganello, scavato dal torrente omonimo tra pareti calcaree che in alcuni punti superano i 400 metri di altezza, è uno dei luoghi più spettacolari del parco ed è percorribile sia con escursioni a piedi, che si svolgono lungo il bordo della gola, sia con attività di canyoning direttamente nel letto del corso d’acqua, sempre accompagnati da guide esperte. Anche il Fiume Lao è un protagonista dell’estate al Pollino, con i suoi tratti navigabili in kayak e le possibilità di rafting nelle rapide. Le acque di entrambi i fiumi sono cristalline e fresche, un sollievo insostituibile nelle giornate più calde.

Oltre alle attività outdoor legate alla grande offerta naturale, il Parco offre anche una grande ricchezza culturale e antropologica, troppo spesso sottovalutata. Al suo interno, ad esempio, vivono ancora alcune delle più importanti comunità arbëreshë d’Italia, ovvero le comunità di origine albanese che si insediarono in queste terre tra il Quattrocento e il Settecento per sfuggire all’avanzata ottomana.

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Il borgo di Civita

In paesi come Civita, San Paolo Albanese, San Costantino Albanese e altri si conservano ancora oggi la lingua arbëreshë, il rito greco-cattolico, i costumi tradizionali e una cucina propria.

Da non perdere, infine, il Ponte Tibetano di Castelsaraceno, che con i suoi 586 metri di lunghezza è il più lungo del mondo e collega il Parco del Pollino con il Parco dell’Appennino Lucano.

Escursioni da non perdere nel Parco del Pollino

La più bella escursione a piedi da effettuare nel Parco del Pollino è considerata dai più l’ascesa a Serra di Crispo. Si parte dal Colle dell’Impiso, a 1573 metri nel comune di Viggianello, raggiungibile in auto. Si segue quindi il sentiero IPV4 che scende verso i Piani Vacquarro costeggiando il torrente Frido. Il percorso sale poi verso la Serra di Crispo, a 2054 metri di quota, un crinale dove crescono alcuni degli esemplari di pino loricato più antichi, contorti e spettacolari dell’intero parco. Questo luogo è soprannominato il Giardino degli Dei: i tronchi giganteschi dalla corteccia bianca brillano alla luce del sole tra le rocce nude, in un paesaggio che ha qualcosa di primordiale e commovente. Il dislivello è impegnativo ma il percorso è ben segnalato. In piena estate è consigliata la partenza nelle prime ore del mattino, per non essere sorpresi dal solleone mentre si cammina.

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Serra di Crispo, il Giardino degli Dei

Lo stupendo borgo di Civita, il cui nome in arbëreshë significa “nido d’aquila”, racconta solo con questo fatto la sua posizione: è sospeso, difatti, sull’orlo di una gola vertiginosa, con una vista sulle Gole del Raganello che lascia letteralmente senza fiato. Da qui parte uno dei percorsi più scenografici del parco: si attraversa il paese, si raggiunge il belvedere dal quale si domina l’intera gola, poi si scende lungo il sentiero verso il cosiddetto Ponte del Diavolo, un antico ponte in pietra che si trova circa 50 metri sopra il greto del torrente Raganello. La discesa è ripida ma breve. Il ritorno al paese, con la gola alle spalle e i profili del massiccio davanti agli occhi, è un vero spettacolo. Il giro attorno al piccolo borgo e ai suoi sorprendenti dintorni naturali non è particolarmente impegnativo: è una camminata di quasi 7 chilometri con meno di 400 metri di dislivello in salita.

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Le Gole del Raganello

Se Civita e Serra di Crispo rappresentano due ambienti naturali aspri e scarsamente popolati di vegetazione, per sfuggire alla canicola ci si può rifugiare in una escursione alla scoperta della Faggeta Vetusta di Cozzo Ferriero, come detto uno dei siti inseriti dall’UNESCO nella lista del Patrimonio dell’Umanità nel 2017.

Si tratta di una foresta primaria di faggi, con esemplari che superano i 400 anni di vita: dei veri e propri giganti del bosco. È attraversata da un sentiero che porta al Cozzo Ferriero da cui prende il nome, una cima a 1790 metri di quota. Per affrontare l’escursione si parte dal Rifugio Fasanelli e si sale al Cozzo in circa cinque chilometri, con un’ascesa graduale ma sempre in salita. Camminare tra gli alberi risulta sempre piacevole, ma non sono da sottovalutare i numerosi panorami splendidi sui versanti lucano e calabrese del Parco di cui si gode nei luoghi in cui il bosco si interrompe, lasciando spaziare la vista.

L’Umbria conquista l’Oscar Italiano del Cicloturismo ai Green Road Award 2026

La Regione Umbria con la Ciclovia del Trasimeno è la vincitrice del Green Road Award 2026, l’Oscar Italiano del Cicloturismo che ogni anno premia le migliori ciclovie e i percorsi dedicati al turismo lento in Italia. Giunto all’undicesima edizione, il riconoscimento valorizza le “vie verdi” che si distinguono per qualità dei servizi, accessibilità, sostenibilità e capacità di promuovere il territorio attraverso la mobilità dolce.

La proclamazione si è svolta a Sanremo, in omaggio alla Cycling Riviera della Liguria, vincitrice dell’edizione 2025. Quest’anno il premio ha registrato un record di partecipazione con 33 candidature provenienti dalle regioni italiane. Tra le novità dell’edizione 2026 figurano la menzione dedicata alle ippovie e il tema speciale del “Silenzio”, elemento che accompagna il viaggio in bicicletta e invita a una riscoperta autentica del territorio.

1° posto: Ciclovia del Trasimeno, Umbria

La Ciclovia del Trasimeno conquista il gradino più alto del podio grazie a un percorso di 58,4 chilometri che circonda il lago attraversando alcuni dei borghi più suggestivi dell’Umbria, tra cui Passignano sul Trasimeno, Castiglione del Lago e Tuoro sul Trasimeno.

L’itinerario è apprezzato per l’elevata accessibilità, la presenza di servizi dedicati ai cicloturisti, aree di sosta, punti di ricarica per e-bike e una segnaletica innovativa con contenuti digitali. Un progetto che unisce natura, storia e inclusività, rendendo il territorio fruibile durante tutto l’anno.

Vincitori dei Green Road Award 2026
Ufficio Stampa
Al 1° posto la Ciclovia del Trasimeno

2° posto: GAG – Giro ad Anello del Gargano, Puglia

Al secondo posto si classifica il GAG – Giro ad Anello del Gargano, un itinerario cicloturistico di 350 chilometri nel cuore del Parco Nazionale del Gargano.

Il percorso attraversa località iconiche come Vieste, Peschici e Monte Sant’Angelo, oltre alla Foresta Umbra, patrimonio UNESCO. Nato dall’iniziativa di operatori locali e sviluppato attraverso una rete di strade secondarie e sentieri, rappresenta un modello virtuoso di turismo sostenibile e valorizzazione delle aree interne.

Oscar Italiano del Cicloturismo 2026
Ufficio Stampa
Giro ad Anello del Gargano in Puglia

3° posto ex aequo: Ciclovia Etruria, Lazio

La Ciclovia Etruria ottiene il terzo posto ex aequo grazie a un itinerario di 430 chilometri che collega la Maremma laziale alla Tuscia viterbese.

Il percorso segue le tracce dell’antica civiltà etrusca attraversando laghi vulcanici, necropoli, parchi archeologici e borghi storici come Calcata, Viterbo e Civita di Bagnoregio. Pensata per il cicloturismo gravel e il trekking, la ciclovia promuove un turismo lento capace di valorizzare comunità e territori meno conosciuti.

I vincitori dei Green Road Award 2026
Ufficio Stampa
Ciclovia Etruria, Lazio

3° posto ex aequo: Ciclovia Via del Mare, Piemonte

Condivide il terzo gradino del podio la Ciclovia Via del Mare, direttrice ciclabile che collega le Alpi al Mediterraneo, lungo 470 chilometri.

L’itinerario attraversa laghi, risaie, colline, vigneti e borghi storici, offrendo un viaggio completo attraverso le diverse anime del Piemonte. La presenza di servizi dedicati e il collegamento con la rete ciclabile nazionale ne fanno una delle infrastrutture più interessanti per il cicloturismo italiano e internazionale.

Chi ha vinto i Green Road Award 2026
Ufficio Stampa
Ciclovia Via del Mare in Piemonte

Le menzioni speciali del Green Road Award 2026

Tra i riconoscimenti speciali spicca il Cammino del Normanno in Calabria, premiato nella categoria “Cammini” per il suo itinerario di 163 chilometri tra Tirreno e Ionio, attraverso il Parco Naturale delle Serre.

La nuova categoria “Ippovie” vede protagonista l’Abruzzo con l’Ippovia Gran Sasso, una rete di 687 chilometri che recupera antichi tratturi e sentieri storici nel cuore dell’Appennino.

La Menzione “Silenzio” è stata assegnata alla Toscana per il Grand Tour Costa degli Etruschi, un percorso di 347 chilometri che trasforma il viaggio in bicicletta in un’esperienza immersiva tra natura, benessere e meditazione.

La Menzione Speciale della Stampa premia invece la Sardegna e la Shardana Bikeventure, itinerario di 102 chilometri che collega Bosa a Cabras attraverso paesaggi selvaggi e testimonianze della civiltà nuragica.

Infine, il premio come destinazione straniera Bike Friendly 2026 va alla Francia, considerata uno dei principali punti di riferimento europei per il cicloturismo grazie alla sua estesa rete di ciclovie e agli investimenti nella mobilità sostenibile.

Le menzioni speciali del Green Road Award 2026
Ufficio Stampa
Cammino del Normanno in Calabria

A Copenhagen il turismo sta cambiando (in meglio): un esempio per tutti

Da esperimento sociale a modello turistico. Il programma CopenPay messo a punto a Copenhagen due anni fa non soltanto è divenuto un modo di fare turismo ma è anche un modello che sempre più città stanno adottando, anche in Italia. La Capitale della Danimarca è oggi una destinazione leader nel turismo sostenibile e partecipativo e ha l’obiettivo di incentivare un nuovo modo di viaggiare, in cui il turista non è solo spettatore, ma protagonista attivo della vita della città.

Cos’è CopenPay

CopenPay consente ai turisti di ottenere premi e vantaggi in cambio di azioni positive per l’ambiente e la comunità locale: dall’utilizzo della bicicletta alla raccolta dei rifiuti, fino alla scelta di mezzi di trasporto più sostenibili, ogni gesto può trasformarsi in un’esperienza autentica e coinvolgente.

A partire dallo scorso 9 giugno, il programma è diventato permanente ed è attivo tutto l’anno. La prima città italiana ad aver adottato questo modello è stata, lo scorso anno, Ravenna, e presto arriverà anche Firenze che ne ha già annunciato l’adozione.

Abbiamo chiesto a Rikke Holm-Petersen, Director of Behaviour di Wonderful Copenhagen, l’ufficio del turismo della Capitale danese, di raccontarci il progetto più nel dettaglio.

Cosa c’è dietro al successo di CopenPay?

CopenPay ha avuto successo perché risponde a un cambiamento nel comportamento dei viaggiatori. Molti visitatori desiderano già contribuire positivamente ai luoghi che visitano, ma spesso non dispongono di un modo semplice e tangibile per farlo. CopenPay rende tutto più facile e visibile, collegando le azioni positive direttamente a esperienze significative.

Ciò che è particolarmente interessante è che l’esperienza stessa, e non la ricompensa, si è dimostrata il fattore determinante. Solo il 23% dei partecipanti afferma di essere motivato dalla ricompensa, mentre il 48% è motivato dall’opportunità di vivere un’esperienza unica e significativa. Allo stesso tempo, sette partecipanti su dieci dichiarano di aver cambiato le proprie abitudini dopo essere tornati a casa.
Per noi, questa combinazione di coinvolgimento e cambiamento comportamentale è ciò che definisce il successo.

Come è nato il progetto e come si svilupperà il modello in futuro?

CopenPay è nato come iniziativa pilota a Copenhagen nel 2024 ed è stato ampliato nel 2025. Quello che era iniziato come un esperimento durante l’alta stagione verrà rilanciato nel 2026 come piattaforma permanente, attiva tutto l’anno e senza una data di scadenza.

CopenPay fa parte del modo in cui vogliamo che le persone vivano Copenhagen e interagiscano con la destinazione e la vita locale. Allo stesso tempo, il modello si sta diffondendo a livello internazionale attraverso Destination-Pay, reso disponibile gratuitamente affinché le destinazioni possano adottarlo e adattarlo alla propria identità e strategia. Più di 350 destinazioni hanno già adottato il modello e diverse stanno sviluppando le proprie versioni, tra cui Berlino, che ha lanciato BerlinPay nel maggio 2026, così come destinazioni italiane come Firenze e Ravenna.

Quello che stiamo osservando è che l’idea riscuote ampio successo, con molte destinazioni che condividono l’ambizione di incoraggiare una mentalità diversa tra i visitatori, dove il turismo diventa più un’esperienza partecipativa che una semplice visita turistica.

Qual è l’esperienza più apprezzata e quali sono le novità disponibili tutto l’anno?

Le esperienze legate al ciclismo e agli sport acquatici sono state particolarmente popolari, data la forte cultura ciclistica di Copenhagen e la vicinanza al mare, ai canali e al porto, dove è possibile fare il bagno.

Tra le esperienze più apprezzate figurano i tour in barca BioExplorer, sviluppati in collaborazione con il WWF, i laboratori di upcycling al Designmuseum Danmark, dove è possibile dare nuova vita ai vecchi abiti, il paddleboarding abbinato alla raccolta dei rifiuti e le esperienze in fattoria presso il nostro Museo all’aperto.

Il tema dei trasporti è centrale. Può spiegarci perché?

I trasporti rivestono un ruolo fondamentale in CopenPay perché il viaggio inizia prima ancora che i visitatori arrivino in città. Per questo motivo premiamo i viaggiatori che scelgono di arrivare in treno o in auto elettrica e incoraggiamo alternative come la bicicletta e i mezzi pubblici durante il loro soggiorno.

Allo stesso tempo, CopenPay è innanzitutto un’iniziativa comportamentale. L’obiettivo è sensibilizzare e incoraggiare la riflessione sulle scelte che le persone compiono quando viaggiano. Collegando le scelte di trasporto alle esperienze, rendiamo queste decisioni più visibili e accessibili, e le integriamo nell’esperienza di viaggio.

Il vostro modello ha ispirato città in tutto il mondo. Come lo stanno adattando?

Il modello è progettato per essere adattabile. Ogni destinazione ha la sua identità, cultura e priorità strategiche, e CopenPay può essere adattato di conseguenza.

Pensa di star cambiando il modo in cui le persone viaggeranno in futuro?

Osserviamo chiari segnali di un cambiamento nel modo in cui le persone desiderano viaggiare. Molti sono sempre più interessati a dare un contributo positivo, piuttosto che limitarsi a usufruire di una destinazione. CopenPay fa parte di questo cambiamento. L’obiettivo è incoraggiare una mentalità diversa, in cui i visitatori si considerino partecipi e contribuiscano alla salvaguardia dei luoghi che visitano.

Sette partecipanti su dieci affermano di aver modificato le proprie abitudini al ritorno a casa. Ciò suggerisce che anche piccole azioni compiute durante un viaggio possono portare a cambiamenti comportamentali a lungo termine. Se questo si tradurrà in un cambiamento più ampio dipenderà da quanto diffusa sarà l’adozione di tali approcci, ma il potenziale è indubbio.

Copenhagen premia i turisti che adottano comportamenti sostenibili tutto l’anno

Copenhagen rafforza il suo ruolo di destinazione leader nel turismo sostenibile e partecipativo. La Capitale della Danimarca ha, infatti, annunciato l’estensione di CopenPay, il programma che premia i visitatori in cambio dei loro comportamenti responsabili, trasformandolo in una piattaforma permanente attiva durante tutto l’anno (finora era solo temporanea). Dopo il successo ottenuto nelle precedenti iniziative, CopenPay torna a partire dal 22 giugno 2026 con l’obiettivo di incentivare un nuovo modo di viaggiare, in cui il turista non è solo spettatore, ma protagonista attivo della vita della città.

Il progetto consente ai visitatori di ottenere premi e vantaggi in cambio di azioni positive per l’ambiente e la comunità locale. Dall’utilizzo della bicicletta alla raccolta dei rifiuti, fino alla scelta di mezzi di trasporto più sostenibili, ogni gesto può trasformarsi in un’esperienza autentica e coinvolgente.

Come funziona il programma CopenPay

L’idea alla base di CopenPay è semplice: incentivare comportamenti virtuosi offrendo esperienze gratuite o scontate. Chi sceglie di spostarsi in bicicletta può ricevere una tazza di caffè o accedere a eventi culturali, mentre chi partecipa ad attività di pulizia urbana può ottenere tour gratuiti in kayak lungo i canali della città o cibo biologico in alcune strutture aderenti.

Copenaghen vista panoramica
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Viaggiare in treno verso Copenhagen

Tra le iniziative disponibili figurano anche il riciclo di abiti usati presso il Designmuseum Danmark e numerose attività educative dedicate alla sostenibilità. Il programma coinvolge oltre cento attrazioni e operatori locali e ha già registrato più di 30.000 partecipanti.

Una lezione di turismo

Secondo una recente analisi realizzata dall’agenzia Maple, il successo dell’iniziativa, però, non dipende esclusivamente dalle ricompense offerte. Solo il 23% dei partecipanti dichiara, infatti, di essere motivato principalmente dal premio. Al contrario, il 48% afferma di partecipare per vivere un’esperienza significativa, educativa e diversa dal solito.

I risultati evidenziano, inoltre, un impatto duraturo sulle abitudini dei visitatori: sette partecipanti su dieci hanno dichiarato di aver modificato alcuni comportamenti una volta tornati a casa. Un dato che conferma come il turismo possa diventare uno strumento concreto di sensibilizzazione e cambiamento.

L'iniziativa CopenPay non avrà più data di scadenza
Daniel Rasmussen
La sostenibilità a Copenhagen passa anche dai trasporti

Il modello danese conquista nuove destinazioni

La sostenibilità passa anche dai trasporti, uno dei pilastri fondamentali del programma CopenPay. I visitatori che raggiungono Copenhagen in treno possono usufruire di incentivi come il noleggio gratuito di biciclette e lezioni di bicicletta, favorendo una mobilità più rispettosa dell’ambiente. Anche chi arriva con veicoli elettrici viene premiato con parcheggi gratuiti e sconti per la ricarica.

Non sorprende che questo modello abbia attirato l’attenzione internazionale. Dopo essere stato riconosciuto dalla rivista TIME come una delle migliori invenzioni del mondo nel 2025 e indicato dalla Commissione Europea come un possibile percorso di transizione per il turismo, il progetto è stato reso disponibile gratuitamente a tutte le destinazioni interessate con il nome di DestinationPay.

Oltre 350 destinazioni in Europa, Nord America, Asia e Australia hanno già manifestato interesse o avviato programmi ispirati al modello danese. Tra queste figurano anche diverse realtà italiane. La prima città italiana ad aver adottato questo modello è stata lo scorso anno Ravenna che ha espresso pubblicamente il proprio interesse verso l’iniziativa, mentre Firenze ne ha già annunciato l’adozione e sarà operativa prossimamente.

La crescita del progetto conferma una tendenza sempre più evidente nel settore turistico: i viaggiatori cercano esperienze autentiche e desiderano contribuire positivamente ai luoghi che visitano. In una città già famosa come Copenhagen per avere più biciclette che abitanti, quasi 400 chilometri di piste ciclabili e il primato di città più felice del mondo secondo l’Happy City Index 2026, la Capitale danese continua così a tracciare la strada verso un turismo più responsabile e partecipativo.

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