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C’è un rifugio di pietra scolpito nel silenzio della roccia dalmata: lo straordinario Eremo di Blaca

Sul versante meridionale di Brač, grande isola dalmata affacciata sull’Adriatico davanti alla costa di Spalato, una gola rocciosa scende dalle pendici di Vidova gora verso il mare. Il calcare chiaro affiora tra pini, lecci, olivi e macchia mediterranea, mentre le pareti della valle sembrano restringersi attorno a un gruppo di edifici dello stesso colore della montagna. Proprio lì compare l’Eremo di Blaca, e sembra quasi nato dalla roccia.

Il suo nome croato, Pustinja Blaca, richiama soprattutto un posto appartato destinato alla vita eremitica. L’immagine rende bene il carattere di questo complesso fondato nel XVI secolo, lontano dai centri abitati e raggiungibile ancora oggi soltanto affrontando un tratto a piedi. Dietro quella facciata di pietra, però, si nasconde molto più di un monastero: Blaca fu azienda agricola, scuola, biblioteca, centro economico, tipografia e persino osservatorio astronomico.

Proprio questa combinazione lo rende uno dei luoghi più singolari di Brač. La sua storia parte da una grotta scelta quale rifugio e termina, oltre 400 anni più tardi, davanti a un telescopio puntato verso il cielo.

Breve storia tra monaci, incendi e stelle

Le origini risalgono al 1551, periodo in cui l’espansione ottomana nei Balcani spingeva religiosi e popolazioni della costa dalmata a cercare riparo sulle isole dell’Adriatico. Due sacerdoti glagoliti provenienti dalla vicina regione di Poljica raggiunsero Brač e trovarono protezione nella grotta di Ljubitovica, incassata sul fianco della valle.

I glagoliti appartenevano a una particolare tradizione religiosa croata legata all’uso liturgico della lingua slava e dell’alfabeto glagolitico, uno dei più antichi sistemi di scrittura del mondo slavo. Da quel primo rifugio prese forma una comunità destinata a durare per secoli.

L’originaria cavità naturale divenne il nucleo dell’insediamento, mentre attorno sorsero progressivamente edifici residenziali, ambienti destinati al lavoro, cantine, depositi e spazi religiosi. Tra XVIII e XIX secolo Blaca raggiunse una notevole prosperità: i religiosi ampliarono le proprietà, dissodarono terreni, piantarono vigneti e oliveti e organizzarono una produzione agricola sorprendente considerando l’asprezza del territorio.

Alla fine del XIX secolo arrivò una nuova fase di trasformazione. Il complesso venne ingrandito con edifici in pietra a più piani, cantine e ambienti destinati alla comunità. Una poderosa cinta muraria contribuì a conferirgli l’aspetto di una piccola cittadella raccolta ai piedi della falesia.

L’ultimo capitolo appartiene a don Niko Miličević, sacerdote residente e figura forse più sorprendente della storia di Blaca. Astronomo appassionato, trasformò parte dell’eremo in osservatorio e acquistò strumenti scientifici di livello considerevole per l’epoca. I suoi studi vennero pubblicati anche su riviste europee e il grande telescopio conservato nel complesso racconta ancora quella inattesa stagione dedicata all’osservazione del cielo.

La visita tra stanze, libri e strumenti astronomici

Chi vi arriva scova tetti, muri e facciate che sembrano seguire l’andamento irregolare del terreno invece di contrastarlo. Blaca crebbe infatti per aggiunte successive, adattando gli edifici alla gola e collegando ambienti religiosi, abitazioni, depositi e locali produttivi. L’effetto cambia entrando negli interni: dopo l’austerità della valle compaiono mobili eleganti, quadri, libri, pendole, utensili e oggetti personali.

Le stanze conservano gran parte dell’arredo presente alla morte dell’ultimo sacerdote e trasmettono la sensazione di una casa lasciata improvvisamente. Uno dei nuclei più preziosi è la biblioteca, formata da circa 11.000 volumi. Qui una parte consistente risale a prima del 1800 ed è piena di libri religiosi, opere scientifiche e testi di varia natura.

Sorprende anche la raccolta di orologi, legata all’attenzione per la misurazione precisa del tempo. Accanto figurano strumenti scientifici e astronomici, fino al celebre telescopio utilizzato da Niko Miličević. Il passaggio dalle antiche celle alla strumentazione per lo studio degli astri sintetizza forse meglio di qualunque racconto l’identità dell’eremo.

Tra gli oggetti custoditi ci sono inoltre armi storiche, dipinti, arredi d’epoca e un pianoforte dal peso di circa 400 chilogrammi. Pensare al trasporto di un simile strumento attraverso un territorio privo di una normale strada moderna aiuta a comprendere la capacità organizzativa raggiunta dalla comunità.

La visita permette anche di leggere la struttura economica dell’eremo: cantine, spazi agricoli e costruzioni di servizio mostrano che i sacerdoti vivevano del lavoro dei terreni circostanti. Vigneti e oliveti occupavano le terrazze della valle, mentre i prodotti raggiungevano altri porti per via delle imbarcazioni legate alle proprietà monastiche.

Blaca compare dal 2007 nella Tentative List croata per una futura candidatura al Patrimonio Mondiale UNESCO. Il valore riconosciuto riguarda proprio l’eccezionale fusione tra paesaggio carsico, architettura, agricoltura, spiritualità e attività scientifica.

Una visita richiede scarpe adatte a un fondo irregolare e una buona scorta d’acqua, soprattutto durante i mesi caldi. L’accesso finale avviene a piedi e il percorso rappresenta parte integrante dell’esperienza. Conviene controllare in anticipo giorni e orari di apertura del museo, poiché possono variare nel corso della stagione.

Chi sceglie l’itinerario dal mare può abbinare l’escursione a una sosta nella baia di Blaca. Dopo il tratto tra pietra e vegetazione mediterranea, l’acqua trasparente della costa meridionale di Brač offre un incantevole cambio di scenario.

Dove si trova e come arrivare

L’Eremo di Blaca occupa una valle carsica sul versante meridionale di Brač, sotto Vidova gora, la cima più alta delle isole dell’Adriatico con i suoi 780 metri. L’area si trova nel settore interno compreso grossomodo tra Bol e Milna, lontana dalle località balneari più frequentate e dalle principali strade dell’isola.

Due sono gli accessi tradizionalmente utilizzati: dal lato interno si raggiunge la zona di Dragovoda passando attraverso il territorio di Nerežišća. Il veicolo va lasciato prima del tratto conclusivo e da Vrh Blaca si prosegue lungo il sentiero che scende nella gola. Il percorso richiede indicativamente 40 minuti, con variazioni legate al punto preciso di partenza e al ritmo personale.

La seconda possibilità è l’arrivo via mare nella baia di Blaca. Dalla costa parte un sentiero in salita di circa 2 chilometri che conduce al monastero attraversando il paesaggio pietroso della valle. In questo caso è prudente prevedere circa 1 ora.

Pustinja Blaca, Croazia
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L’impressionante Pustinja Blaca

Proprio l’assenza di un accesso automobilistico diretto ha contribuito a preservarne l’atmosfera: per secoli persone, merci, strumenti, libri e materiali da costruzione hanno dovuto affrontare lo stesso isolamento geografico. E, ancora oggi, l’eremo compare soltanto dopo aver percorso un tratto tra rocce e vegetazione, quasi nascosto fino agli ultimi minuti.

È la Piccola Islanda d’Italia: viaggio alla scoperta della Caldara di Manziana, un posto surreale

Mentre ci si avvicina alla Caldara di Manziana, un Monumento Naturale di circa 90 ettari inserito nel territorio del Parco Naturale Regionale di Bracciano-Martignano, ci si rende conto che il terreno diventa più umido, l’aria acquista un odore minerale profondo e, oltre gli alberi, compare una radura chiara, segnata da acque lattiginose e piccole polle in movimento

Non vi sorprenderà dunque sapere che il nome popolare è “callara“, ovvero un grande recipiente per l’acqua bollente. E, del resto, basta osservare il suolo per intuire l’associazione: bolle, emissioni gassose, fanghi sulfurei e ruscelli mineralizzati trasformano la depressione in un paesaggio inatteso per il Lazio. Al verde dei querceti seguono chiazze biancastre, terreni grigi, pozze opache e ciuffi d’erba tenace.

A rendere il quadro ancora più singolare ci pensa un piccolo bosco di betulle bianche, alberi legati soprattutto ai climi freddi dell’Europa settentrionale e dell’arco alpino. Tanto che, molto spesso, non mancano i paragoni con l’Islanda. Va detto però che a Manziana queste piante appaiono accanto a un ambiente sulfureo mediterraneo.

Tronchi chiari, prati bagnati, vapori bassi e odore di zolfo costruiscono una scena quasi straniante. Proprio questa convivenza di elementi lontanissimi fra loro rende la Caldara uno dei biotopi più particolari dell’Italia centrale.

Origine, formazione e leggende della Caldara di Manziana

Il distretto vulcanico Sabatino, in tempi ormai remotissimi, interessava una vasta porzione del Lazio settentrionale e, nel corso dei secoli, ha lasciato tracce profonde nel territorio: Lago di Bracciano, rilievi vulcanici, depositi di tufo, antichi crateri e aree segnate da emissioni gassose.

In questo contesto, la depressione di Manziana rappresenta una delle testimonianze più evidenti della fase tarda di quel vulcanismo. La forma appare quasi circolare e nel settore centrale emergono polle alimentate da acque mineralizzate e gas provenienti dal sottosuolo. Tra questi figurano anidride carbonica e idrogeno solforato, responsabile dell’inconfondibile odore di uova marce percepibile già a distanza.

Fanghi chiari e sedimenti scarsamente permeabili trattengono l’acqua e favoriscono la presenza di acquitrini. In pochi ettari si passa così dalla prateria umida ai ristagni, dai querceti agli ontani, fino alle felci e alle betulle. Tra le rarità botaniche c’è Agrostis canina subsp. monteluccii, una graminacea italiana legata agli ambienti umidi. Piccoli organismi acquatici attirano anche numerosi uccelli, fra i quali l’airone cenerino.

Le betulle meritano un’attenzione speciale: in manzianese vengono chiamate “albanelle” e la loro presenza a queste latitudini ha alimentato a lungo l’ipotesi di un relitto glaciale, una popolazione rimasta isolata dopo periodi climatici molto più freddi. Oggi l’origine del boschetto viene considerata con maggiore prudenza e lo stesso Ente Parco la definisce dubbia.

Tronchi betulle a Manziana
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I tronchi betulle presso la Caldara di Manziana

Il fascino, però, resta intatto perché i fusti bianchi in mezzo alla vegetazione mediterranea sono una delle immagini più riconoscibili della Caldara. Poi entra in scena la leggenda: la tradizione collega questo territorio alla divinità infernale etrusca Manth, divenuta Mantus in ambiente latino.

Dal suo nome sarebbe nata la denominazione Silva Mantiana, riferita alla vasta foresta che occupava le colline a occidente del Lago di Bracciano e dalla quale deriverebbe anche Manziana. C’è poi un’altra tradizione che racconta persino di soldati romani che avrebbero utilizzato queste sorgenti al rientro dalle campagne militari.

La visita tra polle sulfuree, betulle e sentieri nel bosco

Visitare la Caldara richiede lentezza. Dal parcheggio si entra nell’area protetta e si raggiunge la depressione vulcanica attraverso un percorso semplice. Il passaggio dal bosco alla radura rappresenta già una parte dell’esperienza, con gli alberi che si diradano e il terreno che cambia consistenza, mentre davanti agli occhi compaiono zone impregnate d’acqua, fanghi pallidi e piccole pozze agitate dalle risalite gassose.

Le polle rappresentano il punto più spettacolare, soprattutto nei momenti in cui le bolle rendono evidente l’attività sotterranea. Acque apparentemente tranquille possono incresparsi all’improvviso, senza mai lasciare da parte l’odore sulfureo che, anzi, accompagna buona parte della visita.

Poco oltre si incontrano le betulle con le loro corteccia bianca, rami sottili e chiome leggere che vanno a creare un forte contrasto con il verde più scuro della vegetazione circostante. Nelle giornate grigie questo angolo acquista forse il suo carattere più intenso: la luce morbida accentua i fusti pallidi, il terreno umido diventa quasi nero e la radura sembra appartenere a un paesaggio del Nord Europa.

Primavera e autunno regalano due volti diversi. Tra aprile e maggio le ginestre accendono di giallo alcuni settori e il prato acquista maggiore vigore. Con l‘autunno arrivano tonalità più scure, foglie bagnate e un’atmosfera ruvida che valorizza il carattere vulcanico del sito. Dopo periodi piovosi, in ogni caso, servono scarpe adatte al fango.

Chi vuole prolungare l’escursione può unire la Caldara alla Macchia Grande di Manziana. Il Parco segnala il sentiero CAI 262B, collegamento tra il grande bosco e il Monumento Naturale. Si tratta di un itinerario che permette di attraversare uno dei frammenti forestali legati all’antica copertura vegetale estesa tra i Monti Sabatini e i rilievi della Tolfa.

Vale anche la pena prestare attenzione ai dettagli piccoli, tra cui felci, ontani, insetti acquatici, tracce lasciate dagli uccelli e variazioni cromatiche del terreno: sono tutti elementi che spiegano molto più della sola polla centrale.

Dove si trova e come arrivare

La Caldara ricade nel territorio comunale di Manziana, nella Città metropolitana di Roma Capitale, sul margine sud-occidentale del distretto vulcanico Sabatino. Il Lago di Bracciano prende vita poco più a est, mentre verso occidente iniziano i paesaggi collinari che conducono ai Monti della Tolfa.

In auto il riferimento principale è il centro di Manziana. Da lì si prosegue verso Via Lazio e Via della Caldara, fino alla zona di sosta utilizzata anche per le attività organizzate dall’Ente Parco.

Per una giornata più ampia si può abbinare la visita alla Macchia Grande, al borgo di Manziana oppure alla vicina area di Canale Monterano. Eppure è facile che, alla fine, il ricordo più nitido resti quello della Caldara: acqua che ribolle piano, odore pungente di zolfo, tronchi bianchi e fango chiarissimo raccontano un Lazio molto diverso dall’immagine consueta.

Scavata nella roccia e sospesa sull’abisso, la libreria unica al mondo che sfida le vertigini

Non si tratta di un’immagine generata dall’IA, anche se la sua viralità è dovuta proprio al fatto che in molti lo abbiano pensato. Incastonata nella roccia, circondata dalla vegetazione e sospesa sopra un’enorme voragine profonda centinaia di metri: non è il set di un film fantasy, questa incredibile libreria esiste davvero e si trova in Cina.

È conosciuta come Cliff Bookstore, ma anche come Mianhua Tiankeng Bookstore o Cotton Sinkhole Bookstore, e negli ultimi mesi le sue immagini hanno fatto il giro del web. Il motivo è facile da capire: per raggiungerla bisogna addentrarsi in uno spettacolare paesaggio carsico e percorrere una passerella costruita lungo le pareti di un gigantesco tiankeng, termine cinese utilizzato per indicare enormi doline naturali.

Cliff Bookstore, la libreria su una dolina di 326 metri

La Cliff Bookstore si trova all’interno della Mianhua Tiankeng Scenic Area, nella regione autonoma del Guangxi Zhuang, nel sud della Cina. La protagonista del paesaggio è una gigantesca dolina carsica formatasi nel corso di milioni di anni: misura circa 326 metri di profondità e 305 metri di larghezza, con pareti rocciose quasi verticali e una vegetazione particolarmente rigogliosa.

Cliff Bookstore, Cina
IPA
La straordinaria Cliff Bookstore

È proprio su una di queste pareti che è stata realizzata la libreria, aperta al pubblico nel maggio del 2025. Non un negozio dove acquistare libri, ma uno spazio culturale progettato per fondersi con il paesaggio circostante. Da una parte si trovano infatti le pareti ricoperte di volumi, dall’altra si apre la vista sul gigantesco tiankeng.

La libreria si incontra durante il percorso lungo una passerella panoramica che si sviluppa per oltre 1.600 metri sulle pareti della dolina. È stata concepita anche come punto di sosta per i visitatori: ci si può fermare a leggere o semplicemente osservare il panorama, mentre nelle vicinanze è presente anche uno spazio caffetteria.

Ma uno dei momenti più suggestivi arriva dopo il tramonto. Ogni sera la libreria viene illuminata da luci calde che evidenziano le pareti rocciose e gli scaffali, creando l’impressione di una biblioteca sospesa nel vuoto. L’accensione delle luci è diventata essa stessa una delle attrazioni più fotografate e condivise sui social.

Dove si trova e come raggiungerla

La Cliff Bookstore si trova nel Mianhua Tiankeng Scenic Area, nel villaggio di Mianhua, vicino alla cittadina di Siba, nella contea autonoma Mulao di Luocheng, appartenente alla città-prefettura di Hechi, nella regione del Guangxi Zhuang. Si tratta di una zona rurale e montuosa della Cina meridionale, quindi raggiungerla richiede qualche spostamento in più rispetto alle grandi destinazioni turistiche del Paese.

Per chi arriva dall’Italia, una delle soluzioni più pratiche è volare verso Guangzhou o Shenzhen, importanti hub internazionali della Cina meridionale, e proseguire successivamente verso il Guangxi. Un’altra possibilità è raggiungere Nanning, capoluogo regionale, tramite un volo interno o i collegamenti ferroviari ad alta velocità. Da Nanning bisogna poi proseguire verso Luocheng e l’area di Hechi. Il Mianhua Tiankeng si trova a circa 40 minuti d’auto dal centro di Luocheng; i tempi indicativi salgono a circa un’ora e mezza da Hechi, due ore da Liuzhou e tra due ore e mezza e tre ore da Nanning. Per l’ultimo tratto, proprio per la posizione isolata dell’attrazione, l’automobile resta la soluzione più comoda.

Kelburn Castle, il castello scozzese trasformato dai graffiti in un’opera d’arte

Cosa succede se la street art contemporanea incontra il Medioevo? Torri antiche, boschi e una facciata che sembra uscita da un sogno a colori. Kelburn Castle ha tutto quello che ci si aspetta da un castello scozzese, ma basta osservarlo dal lato giusto per trovare qualcosa di decisamente insolito: personaggi fantastici e graffiti che avvolgono muri e torrette, trasformando l’architettura in una gigantesca tela.

Qui la street art brasiliana si intreccia con la storia di una dimora aristocratica, creando un contrasto che rende Kelburn immediatamente riconoscibile.

Kelburn Castle, la storia del castello e perché è ricoperto di graffiti

La storia di Kelburn Castle precede di molti secoli quella dei suoi murales. Secondo la ricostruzione della tenuta, le origini risalirebbero intorno al 1143, quando sul posto sarebbe esistita una torre in legno, sostituita nel Duecento da una costruzione in pietra. Nel 1581 il castello inglobò la torre precedente, mentre nuovi ampliamenti ne modificarono ulteriormente l’aspetto nei secoli successivi. Ancora oggi è la residenza privata del conte di Glasgow e della sua famiglia, motivo per cui gli interni non sono liberamente accessibili durante tutto l’anno.

Graffiti di Kerlburn Castle, Scozia
Getty Images
Alcuni dei graffiti di Kelburn Castle

La svolta artistica arriva nel 2007, con il Graffiti Project. A promuoverlo sono Alice e David Boyle, figli del proprietario, insieme all’amica Camilla Wegener. L’idea è portare un linguaggio nato soprattutto negli spazi urbani sulle pareti di un castello immerso nella campagna della Scozia. Un progetto volutamente provocatorio, capace di mettere in dialogo ambienti e tradizioni apparentemente lontani.

A realizzarlo vengono chiamati quattro artisti brasiliani: i gemelli Otávio e Gustavo Pandolfo, conosciuti come OSGEMEOS, Nina Pandolfo e Nunca. Per circa un mese artisti e organizzatori vivono insieme nel castello, mentre la facciata meridionale delle due torri più antiche cambia progressivamente volto. Le immagini nascono anche dalla collaborazione: una figura iniziata da un artista può essere completata da un altro, rendendo l’intervento un’opera collettiva.

Ma perché dipingere proprio un edificio storico? L’occasione è legata ai lavori previsti sul castello: il rivestimento cementizio delle pareti avrebbe dovuto essere rimosso per evitare ulteriori danni alla muratura. I graffiti vengono quindi realizzati su quella superficie, con l’idea iniziale di un intervento temporaneo, destinato a scomparire con il rifacimento del rivestimento.

Il risultato conquista però una notorietà che supera ampiamente quella di un esperimento di passaggio. Colori accesi e figure surreali seguono l’andamento delle torri, trasformando la facciata in una composizione da osservare anche nei piccoli dettagli. L’opera, tuttavia, non è rimasta integralmente immutata: la tenuta precisa che alcune porzioni sono già scomparse con il proseguire del restauro.

Dove si trova Kelburn Castle e come raggiungerlo

Kelburn Castle si trova a Fairlie, vicino a Largs, nel North Ayrshire, sulla costa occidentale della Scozia. L’indirizzo da utilizzare per organizzare la visita è Kelburn Country Centre, Fairlie, Ayrshire, KA29 0BE. Glasgow è un comodo punto di partenza per raggiungere la tenuta.

In automobile, il sito ufficiale indica un tragitto di circa 40 minuti da Glasgow, variabile in base al traffico e alla zona di partenza. Il percorso suggerito segue la M8 verso l’aeroporto, poi la A737 in direzione Irvine e la A760, attraversando Lochwinnoch e Kilbirnie fino a Largs. Da qui si imbocca la A78 verso sud: l’ingresso di Kelburn si trova sulla sinistra dopo circa due miglia, poco più di tre chilometri.

In treno, si può partire da Glasgow Central e scendere a Fairlie: ScotRail indica un tempo medio di viaggio di 59 minuti. Dalla stazione, le informazioni del festival organizzato nella tenuta segnalano una passeggiata di circa 30 minuti, lunga 2,3 chilometri e con un tratto finale in salita. In alternativa, si può raggiungere Largs e proseguire in taxi.  In autobus, il sito della tenuta segnala una fermata sulla A78, accanto all’ingresso principale, e cita il servizio Stagecoach 585.

Per ammirare i graffiti si visita il castello dall’esterno, accedendo ai terreni della tenuta. Secondo le informazioni ufficiali attualmente pubblicate, l’ingresso a giardini e vallata è gratuito, mentre il parcheggio costa 7 sterline per automobile; alcune attrazioni, come Secret Forest e Playbarn, richiedono un pagamento separato. Le visite degli interni vengono invece organizzate in date selezionate, generalmente in estate.

Una fiaba neogotica che sembra arrivata dall’Inghilterra: il Castello di Hluboká nad Vltavou, in Boemia

Bianco, slanciato, fitto di guglie, merlature e finestre decorate: il Castello di Hluboká nad Vltavou appare su una collina con l’aria di una residenza principesca costruita per una fiaba, anche perché intorno si distendono il parco paesaggistico e il territorio attraversato dalla Moldava, il fiume Vltava per i cechi. Chi lo vede per la prima volta pensa: “ma sono in Repubblica Ceca o in Inghilterra?”, e la risposta esatta non arriva poi così facilmente.

L’aspetto attuale del castello nasce infatti dalla grande ricostruzione neogotica voluta dagli Schwarzenberg tra il 1841 e il 1871, ispirata al Castello di Windsor. Un’antica fortezza boema, quindi, è stata trasformata in una residenza romantica dall’aspetto sorprendentemente inglese, tanto da far definire Hluboká un piccolo frammento dell’Inghilterra windsoriana nel cuore della Boemia meridionale.

Il parco attorno amplia ulteriormente questa sensazione: gli Schwarzenberg lo concepirono secondo il gusto paesaggistico dell’800, accompagnando la trasformazione architettonica con un ridisegno dell’ambiente circostante.

Breve storia del Castello di Hluboká

La storia di Hluboká comincia nella metà del XIII secolo, quando i re boemi fecero costruire sulla roccia un castello destinato alla funzione di presidio. La posizione aveva quindi un carattere strategico ben diverso dall’immagine elegante che il complesso presenta oggi.

Per lungo tempo la proprietà passò attraverso diverse famiglie aristocratiche. Tra i protagonisti della sua storia compaiono i Pernštejn, ai quali si deve anche la fondazione del vicino stagno di Bezdrev nel 1490, il secondo più grande della Boemia. Nel 1561 la tenuta passò ai signori di Hradec, che 2 anni più tardi lo resereo una vere  residenza rinascimentale.

Alla fine del XVI secolo arrivarono i Malovec di Malovice. La loro appartenenza protestante portò alla perdita della tenuta nel 1619, nel pieno delle tensioni religiose e politiche che attraversavano le terre boeme. Nel 1623 Hluboká fu assegnata al generale spagnolo Don Balthazar de Marradas come compensazione per i debiti di guerra dell’imperatore Ferdinando II.

Poi, nel 1661, Jan Adolf I Schwarzenberg acquistò la tenuta dal nipote e iniziò una lunga fase legata alla famiglia che avrebbe dato al castello la sua fisionomia più celebre. Il progetto ottocentesco nacque anche dall’esperienza diretta del principe Jan Adolf II Schwarzenberg e della moglie Eleonore, principessa nata Liechtenstein, durante i loro viaggi in Inghilterra.

Il Castello di Windsor divenne il principale modello per la trasformazione di Hluboká. I lavori partirono secondo i progetti dell’architetto viennese Franz Beer e proseguirono, dopo la sua morte, sotto la direzione dell’architetto degli Schwarzenberg Damasius Deworetzky. La famiglia rimase proprietaria fino alla fine del 1939. L’ultimo proprietario, il dottor Adolf Schwarzenberg, lasciò il Paese e si trasferì oltreoceano per sfuggire ai nazisti. Nel 1947 una legge speciale, conosciuta con il nome di Lex Schwarzenberg, portò infine alla perdita della proprietà.

La visita tra sale aristocratiche, torri e cucine storiche

A disposizione dei visitatori che scelgono di scoprire questo gioiello della Repubblica Ceca c’è una visita guidata che permette di conoscere gli ambienti privati della famiglia e i grandi saloni destinati alla rappresentanza, con un percorso che restituisce il gusto raffinato degli Schwarzenberg.

Le sale colpiscono soprattutto per la quantità di dettagli: le pareti presentano pannelli e decorazioni in legno intagliato a mano, mentre i soffitti a cassettoni contribuiscono alla ricchezza degli ambienti. Lampadari di cristallo, mobili eleganti, dipinti, argenterie, porcellane e arazzi completano una scenografia studiata per impressionare gli ospiti.

Tra gli ambienti più interessanti compare la biblioteca, caratterizzata da pannelli rinascimentali, insieme all’armeria e agli appartamenti privati della principessa Eleonore. Gli appartamenti di rappresentanza costituiscono il percorso principale della visita e consentono di entrare nella parte più sontuosa della residenza, tra sale di ricevimento, ambienti destinati ai pranzi e spazi privati della principessa.

Una prospettiva diversa arriva dalla torre panoramica: dall’alto la lettura del complesso cambia e il rapporto tra l’edificio, il parco e il territorio della Boemia meridionale diventa più evidente. Meritano attenzione anche le cucine storiche, poiché le attrezzature risalgono soprattutto al periodo compreso tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, raccontando un aspetto molto più concreto della vita aristocratica.

Dopo aver attraversato sale ricche di cristalli, legni intagliati e opere d’arte, ritrovarsi davanti a fornelli, utensili e strumenti destinati alla preparazione dei pasti restituisce una dimensione quotidiana alla grande residenza. Il complesso comprende inoltre il maneggio, sede di un’esposizione dedicata al gotico della Boemia meridionale e ai maestri olandesi appartenenti alle collezioni della Galleria Aleš della Boemia del Sud.

Il castello propone inoltre attività durante tutto l’anno, compreso un percorso invernale in ambienti riscaldati. La disponibilità dei percorsi varia secondo il periodo, quindi conviene verificare prima della partenza le modalità della stagione in corso. Fuori dalle sale, il parco merita tempo: la sua estensione permette di osservare Hluboká da angolazioni diverse, cogliendo meglio l’effetto scenografico pensato dagli Schwarzenberg durante la grande trasformazione ottocentesca. La facciata candida cambia carattere secondo la distanza, passando dalla ricchezza quasi ricamata dei particolari alla silhouette delle torri contro il paesaggio.

Giardini del Castello di Hluboká nad Vltavou, Boemia
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Passeggiando tra i giardini del Castello di Hluboká nad Vltavou

Dove si trova e come arrivare a Hluboká nad Vltavou

Il Castello di Hluboká si trova a Hluboká nad Vltavou, nella Boemia meridionale, circa 12 km a nord di České Budějovice. La città si sviluppa sulle due rive della Vltava e rappresenta un punto di riferimento utile per raggiungere questa meraviglia. In auto da Praga la distanza è di circa 145 km, con un viaggio di quasi 2 ore. Il percorso più rapido passa dalla D1, prosegue verso Mirošovice e poi lungo la E55 in direzione di Tábor e Veselí nad Lužnicí. Nei pressi di Bork si imbocca la strada 146 verso Hluboká nad Vltavou.

Da České Budějovice il tragitto è molto più breve, più o meno 15 minuti in auto. La zona è servita anche dagli autobus regionali e la fermata più vicina al castello è Hluboká nad Vltavou pod kostelem, a circa 800 metri dall’ingresso. Pure il treno rappresenta un’opzione interessante: Hluboká nad Vltavou dispone di due stazioni, Hluboká nad Vltavou – U Sudárny, sulla direttrice České Budějovice – Plzeň, e Hluboká nad Vltavou – Zámostí, sulla direttrice České Budějovice – Praga. Chi parte da Praga deve effettuare un cambio a České Budějovice.

Per chi preferisce la bicicletta, la località è collegata alla rete ciclabile della Boemia meridionale. Particolarmente frequentato è il percorso lungo la riva sinistra della Vltava tra České Budějovice e Hluboká nad Vltavou, con prosecuzione verso Purkarec.

C’è infine un modo decisamente più scenografico per raggiungere il castello. Dal 2011 la Vltava è navigabile anche nel tratto tra České Budějovice e Hluboká nad Vltavou, con collegamenti in battello che proseguono fino a Purkarec.

La fortezza del gigante e della spada leggendaria: Castello di Arundel, il colosso che domina il Sussex

Affacciato sul paesaggio del West Sussex, il Castello di Arundel sfoggia una posizione rialzata che lo rende difficile da ignorare, con le torri e le mura che emergono sopra la cittadina e lo sguardo che si apre verso colline verdi. Si presenta ai visitatori con la grandiosità tipica dei grandi manieri medievali, una meraviglia che fonde sapientemente l’imponenza di una fortezza difensiva con l’eleganza raffinata di una dimora nobiliare.

Chi ci arriva, quindi, deve mettersi nell’ottica che in questo luogo si può fare quasi un viaggio attraverso diversi secoli, ma tutti concentrati nello stesso punto: pietra, merlature e strette scale ricordano la fortezza originaria, mentre legni lavorati, sale monumentali e decorazioni ottocentesche raccontano l’epoca della grande casa aristocratica vittoriana.

Breve storia e leggende del Castello di Arundel

La storia di Arundel comincia con una scelta politica e militare. Dopo la conquista normanna del 1066, Guglielmo il Conquistatore affidò a Roger de Montgomery una parte consistente del Sussex, chiedendogli di costruire una fortificazione nei pressi della foce dell’Arun. Il primo nucleo del castello nacque quindi con una funzione legata alla difesa e al controllo del territorio.

Nei secoli successivi la proprietà passò attraverso diverse mani e fu legata anche alla Corona. Tra i sovrani associati alla storia di questo castello del Regno Unito compaiono Enrico I, Enrico II e Riccardo I. La dinastia dei Duchi di Norfolk avrebbe poi lasciato un’impronta profondissima sul complesso e sulla sua lunga vicenda familiare.

La parte medievale subì gravi danni durante la guerra civile inglese del XVII secolo. Nel 1643-1644 fu invece coinvolto nel conflitto e la Fitzalan Chapel riportò pesanti danneggiamenti. La cappella, fondata nel 1380 dal IV conte di Arundel, attraversò poi un lungo periodo di trascuratezza prima del restauro ottocentesco.

Il grande cambiamento arrivò tra XVIII e XIX secolo, quando la fortezza difensiva venne trasformata progressivamente in una sontuosa residenza. La ricostruzione compiuta tra il 1870 e il 1890 diede alla dimora gran parte dell’aspetto attuale, con un’architettura Gothic Revival molto elaborata e considerata una delle grandi opere dell’Inghilterra vittoriana.

Una figura particolarmente affascinante della storia familiare è Thomas Howard, XIV conte di Arundel, vissuto tra il 1585 e il 1646 e conosciuto con il soprannome di “The Collector”. Celebre collezionista d’arte e antichità, è ricordato ancora oggi attraverso il Collector Earl’s Garden, uno degli spazi più scenografici del complesso.

Il giardino è stato concepito come una rilettura immaginativa di un giardino formale jacobiano ispirato alla residenza londinese di Howard. Pergolati, fontane, padiglioni, un canale centrale e una struttura rocciosa evocano il gusto teatrale dell’epoca. Il punto più curioso è però Oberon’s Palace, realizzato in quercia verde e ispirato a un progetto di Inigo Jones per uno spettacolo del 1611.

Dentro il Castello di Arundel, Sussex
iStock@coldsnowstorm
Entrando nel Castello di Arundel

Poi ci sono le leggende, come quella di Bevis of Hampton, gigantesco guerriero incaricato di sorvegliare le porte di Arundel e che abitava nella torre che ancora oggi porta il suo nome. La sua arma era Morglay, una spada enorme che la tradizione vuole lunga quasi 1,75 metri e che ancora adesso viene mostrata nell’armeria.

Alla fine della sua vita, racconta la leggenda, Bevis la scagliò dalla torre e chiese di essere sepolto nel punto in cui sarebbe caduta. Il luogo indicato è un antico tumulo del parco, conosciuto con il nome di Bevis’s Grave.

La visita tra sale storiche, mura medievali e giardini

La visita permette di alternare ambienti completamente diversi, seguendo un percorso che porta dalla fortezza normanna alla grande residenza aristocratica. Salendo verso il Keep si ha l’opportunità di entrare nella parte più antica e militare del complesso: ci sono delle scale in pietra che conducono verso l’alto, così come dei passaggi stretti che restituiscono una percezione molto concreta della struttura difensiva.

All’interno, invece, l’atmosfera cambia completamente. La Regency Library è caratterizzata da raffinati pannelli in mogano e da una volta particolarmente elaborata, mentre la Barons’ Hall mostra una dimensione più solenne. Nella Drawing Room compaiono decorazioni, arredi e opere d’arte che narrano il gusto della famiglia attraverso epoche differenti.

La collezione comprende dipinti attribuiti ad artisti celebri, tra cui Van Dyck, Gainsborough e Canaletto. Tappezzerie, mobili e sculture completano gli ambienti, creando un contrasto evidente con la severità delle mura medievali. Anche le camere meritano attenzione: le stanze da letto vittoriane ed edoardiane sono arredate individualmente e permettono di osservare un aspetto più quotidiano della vita aristocratica. Accanto agli ambienti di rappresentanza compaiono infatti bagni appartenenti alle diverse fasi della storia della casa.

La Private Chapel rappresenta uno degli esempi più raffinati del revival cattolico inglese del XIX secolo. Poco distante, nei giardini, la Fitzalan Chapel conserva la memoria funeraria della famiglia. La cappella trecentesca è il luogo di sepoltura dei Duchi di Norfolk e dei loro antenati, oltre a essere una delle sorprese più suggestive dell’area verde.

I giardini occupano circa 15 ettari e sorprendono per la varietà che cambia continuamente atmosfera: il Collector Earl’s Garden introduce geometrie formali, pergolati, giochi d’acqua e vegetazione esotica; il Rose Garden punta invece sulle rose David Austin, sui profumi e sugli elementi gotici che dialogano con l’architettura del castello.

Poi c’è il White Garden, accanto alla Fitzalan Chapel, dove prevalgono tonalità chiare. Il Kitchen Garden, dal canto suo, segue un’impostazione più produttiva, con ortaggi, frutta e quattro aiuole centrali organizzate secondo una rotazione delle colture. Le restaurate Glasshouses comprendono la Vine House, con viti e peschi, oltre alla collezione di pelargoni del castello.

Particolarmente curioso è lo Stumpery, un giardino costruito attorno a vecchi tronchi e felci, mentre i Water Gardens comprendono gli Stew Ponds, con oltre 1.500 piante acquatiche, una rotonda e una rimessa per barche collegate da sentieri e ponti. Nel 2025 è stato aggiunto anche un Dipping Pond dedicato alla biodiversità degli ambienti acquatici.

Dove si trova e come arrivare

Il Castello di Arundel si trova nell’omonima cittadina, nel West Sussex, nel sud dell’Inghilterra. Da Londra il treno rappresenta una soluzione pratica, poiché la stazione di Arundel è servita da collegamenti regolari e dista circa 10 minuti a piedi dall’ingresso. I treni partono anche da London Victoria; la tratta richiede indicativamente 90 minuti. Un’altra possibilità è disponibile da London Bridge, con un viaggio di quasi 1 ora e 15 minuti.

Chi arriva in automobile può utilizzare il parcheggio a pagamento Mill Road Car Park, situato proprio di fronte all’ingresso principale. Il codice postale utile per il navigatore è BN18 9PA. Va tenuto a mente, infine, che la visita richiede qualche ora per essere apprezzata davvero.

Castello di Urquhart, la fortezza delle Highlands affacciata sul leggendario Loch Ness

Affacciato sulle acque scure e misteriose del Loch Ness, il Castello di Urquhart è uno dei luoghi più suggestivi delle Highlands scozzesi. Le sue rovine si trovano su un promontorio strategico e raccontano quasi mille anni di storia, tra guerre, assedi, clan e antiche leggende. A rendere questo luogo ancora più spettacolare è il paesaggio: dalle mura della fortezza lo sguardo corre sul lago, proprio nel cuore di una delle aree più iconiche della Scozia.

La storia del Castello di Urquhart

Il sito, dove sorge il castello, ha origini molto antiche. Nel VI secolo l’abate irlandese San Columba potrebbe aver visitato un insediamento presente nell’area e proprio qui sarebbe legato uno dei primi racconti di una creatura misteriosa nelle acque del Loch Ness.

La fortezza medievale iniziò ad assumere la forma che oggi si può riconoscere soprattutto a partire dal XIII secolo. La sua posizione la rese immediatamente strategica e il castello fu coinvolto nelle grandi lotte per il controllo della Scozia. Nel 1296 venne conquistato dalle forze di Edoardo I d’Inghilterra, mentre nel XIV secolo entrò nelle vicende delle Guerre d’Indipendenza scozzesi e passò anche sotto il controllo di Robert the Bruce.

Nei secoli successivi Urquhart fu conteso tra la Corona e i MacDonald, Signori delle Isole, protagonisti di numerose incursioni nelle Highlands. Nel Cinquecento il castello passò alla famiglia Grant, che ne avviò il recupero e fece costruire la Grant Tower. Nel 1692, dopo essere stato utilizzato come presidio governativo durante i conflitti legati alle rivolte giacobite, il castello venne fatto esplodere per impedirne un nuovo utilizzo militare.

Castello di Urquhart in Scozia
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Le rovine del Castello di Urquhart in Scozia

Cosa vedere e come visitarlo

Oggi il Castello di Urquhart è uno spettacolare sito archeologico della Scozia da esplorare passeggiando tra mura, torri e resti degli antichi edifici. Uno dei punti più scenografici è la Grant Tower, dalla quale si apre una vista ampia sul Loch Ness. Meritano attenzione anche i resti della Sala Grande (Great Hall), il corpo di guardia e la zona della prigione.

La visita comincia dal moderno centro visitatori, dove è disponibile anche un filmato introduttivo di circa otto minuti che aiuta a comprendere la storia della fortezza. Da qui un percorso conduce verso le rovine.

Gli orari cambiano durante l’anno e l’ingresso avviene in fasce orarie: per questo è consigliabile prenotare online in anticipo, soprattutto nei periodi di maggiore affluenza. Il parcheggio è gratuito, ma i posti sono limitati e la prenotazione anticipata garantisce l’accesso. Per maggiori dettagli, consultare il sito ufficiale Historic Environment.

Dove si trova e come raggiungerlo

Il Castello di Urquhart si trova sulla sponda occidentale del Loch Ness, lungo la A82, a circa 3 chilometri a sud dal villaggio di Drumnadrochit e a circa 24 chilometri da Inverness.

Per chi viaggia in auto, il modo più semplice e più panoramico per arrivare è seguire la A82 in direzione sud da Inverness. Il tragito, di circa 30 minuti, costeggia il Loch Ness. In alternativa si può anche partire da Fort William e seguire la A82 in direzione nord lungo la Great Glen.

Da Inverness (o anche dal vicino Drumnadrochit) è possibile raggiungerlo anche con l’autobus, la fermata si trova davanti all’ingresso. In alternativa si può anche arrivare al castello via lago con un pacchetto combinato crociera più ingresso alle rovine.

In Sardegna c’è una piramide che sembra arrivare da un’altra civiltà: è il Santuario prenuragico Monte d’Accoddi

Nel paesaggio aperto della Nurra, a nord-ovest della Sardegna, una grande struttura di pietra emerge dalla pianura con un aspetto decisamente insolito per l’isola. Inizialmente sembra una collina artificiale, modellata con cura per condurre lo sguardo verso l’alto, ma piano piano ci si rende conto che in realtà, sotto terra, pietre e grandi blocchi calcarei custodiscono la storia di un santuario prenuragico costruito circa 5.000 anni fa.

Si chiama Monte d’Accoddi e il suo monumento principale è un altare a terrazza con forma tronco-piramidale, raggiunto da una lunga rampa rettilinea. La somiglianza con le ziqqurat della Mesopotamia ha alimentato paragoni affascinanti, anche se le fonti archeologiche sottolineano l’assenza di una relazione diretta tra le due realtà.

L’area archeologica nella sua completezza, però, racconta qualcosa di ancora più ampio rispetto al grande altare: intorno si sviluppava un villaggio, mentre a circa 500 metri una necropoli comprende 8 ipogei pluricellulari scavati nella parete calcarea. Menhir, grandi lastre, pietre sferoidali e strutture legate alla sfera rituale completano un paesaggio che per generazioni ha avuto una funzione religiosa.

Breve storia del Monte d’Accoddi

La storia di Monte d’Accoddi comincia con un villaggio di capanne circolari, frequentato forse già intorno al 3400 a.C., durante le fasi della cultura di San Ciriaco. Nei secoli successivi l’abitato cambiò aspetto e, durante la cultura di Ozieri, tra il 3200 e il 2800 a.C., alle prime abitazioni si sostituirono capanne quadrangolari. Proprio al centro di questo nuovo insediamento venne organizzato uno spazio destinato alla sfera sacra, segnando la trasformazione del colle in un importante luogo di culto.

Fu allora che comparve il primo altare, una struttura molto più piccola rispetto a quella visibile oggi, sulla cui sommità si trovava un sacello rettangolare, lungo quasi 13 metri e largo 7,20, del quale restano il pavimento e parte delle pareti. L’intonaco ricoperto di ocra rossa ha dato all’edificio il suo celebre soprannome, “Tempio rosso“.

La storia del primo santuario ebbe però una brusca interruzione intorno al 2800 a.C. a causa di un incendio e, anziché ricostruire semplicemente l’edificio originario, le comunità che frequentavano il sito realizzarono un’opera molto più ambiziosa. Il primo altare venne inglobato all’interno di una nuova piattaforma tronco-piramidale, costruita con strati di terra e pietre e rivestita esternamente da grandi blocchi calcarei. Per raggiungere la terrazza fu realizzata una nuova rampa trapezoidale, lunga circa 42 metri. È questa seconda costruzione, più imponente e ancora oggi riconoscibile, ad aver dato a questo angolo di Sardegna l’aspetto così particolare che lo distingue nel panorama della Preistoria mediterranea.

Più o meno nel 2600 a.C., durante la cultura di Abealzu, il territorio attorno all’altare venne nuovamente occupato da un villaggio, questa volta formato da capanne con muri rettilinei, focolari e coperture sostenute da pali. Tra queste si fa notare la cosiddetta “capanna dello stregone“, una costruzione articolata in 5 ambienti irregolari. Il nome deriva da alcuni reperti particolari rinvenuti al suo interno, tra cui una punta di corno bovino e conchiglie bivalvi raccolte dentro una brocca.

Altare preistorico di Monte d'Accoddi, Sardegna
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L’Altare preistorico di Monte d’Accoddi visto da vicino

Anche gli spazi attorno all’altare conservavano elementi legati alla dimensione rituale: un menhir alto 4,44 metri segnava l’area sacra, mentre nelle vicinanze furono rinvenute 2 grandi pietre sferoidali che, secondo alcuni studiosi, possiedono simbolismi astrali (il loro significato, tuttavia, resta oggetto di interpretazione).

Con il passare dei secoli, però, Monte d’Accoddi perse la sua funzione religiosa originaria. Il santuario venne progressivamente abbandonato come centro di culto e il sito continuò a essere frequentato in forme diverse durante l’età nuragica, il periodo fenicio-punico, l’età romana e il Medioevo.

Per secoli la collina rimase così nascosta sotto la terra e la vegetazione, fino a quando la sua forma insolita attirò l’attenzione degli archeologi. La svolta arrivò nel 1952, quando Ercole Contu iniziò a scavare in un terreno appartenuto ad Antonio Segni. In origine si pensava che il rilievo potesse nascondere i resti di un nuraghe. Gli scavi portarono invece alla luce l’altare monumentale, il villaggio, il menhir e numerosi elementi legati alla sfera rituale, rivelando la vera natura del sito.

La visita tra altare, villaggio e necropoli

La visita a Monte d’Accoddi comincia dalla base del monumento, davanti alla grande rampa che sale verso la terrazza. Vista dal basso, appare quasi come una strada monumentale costruita appositamente per condurre verso uno spazio riservato alla dimensione sacra.

La salita porta verso la terrazza superiore, ma il vero interesse del monumento sta anche in ciò che rimane nascosto al suo interno. Il primo santuario, il cosiddetto “Tempio rosso”, oggi non è visitabile per ragioni di tutela, conservazione e sicurezza. Restano però le tracce della sua presenza e la ricostruzione delle diverse fasi permette di leggere il monumento quasi come una sezione della Preistoria sarda.

Attorno all’altare si apre l’area occupata dal villaggio. Le capanne appartengono a diverse fasi della frequentazione del sito e mostrano un’organizzazione molto diversa rispetto alla monumentalità del santuario. I muri erano formati da uno zoccolo di piccole pietre, sul quale poggiavano strutture realizzate con mattoni crudi oppure con canne e frasche intonacate. Pali inseriti nelle buche dei pavimenti sostenevano le coperture vegetali, mentre all’interno delle abitazioni si trovavano focolari rettangolari con bordi rialzati in argilla.

Oltre alla “capanna dello stregone”, la dimensione rituale emerge soprattutto dagli elementi litici distribuiti attorno al santuario. Accanto al lato destro della rampa si trova una grande tavola per offerte in trachite, mentre sul lato meridionale c’è invece il menhir.

Ancora più enigmatico è il grande lastrone trapezoidale in calcare che poggia su 3 basi litiche e presenta 7 fori lungo i bordi. Sotto la lastra si trova un inghiottitoio naturale, la cui funzione è stata interpretata forse in relazione a sacrifici cruenti. Poco lontano ci sono 2 grandi pietre calcaree di forma sferoidale, considerate elementi dalla possibile valenza sacra.

Completano il complesso 3 stele calcaree provenienti dall’edificio. Una presenta una losanga e spirali, un’altra mostra una figura femminile stilizzata, mentre la terza è caratterizzata da 13 scanalature parallele attraversate da almeno 2 incisioni perpendicolari. A circa 500 metri dall’altare c’è infine la necropoli ipogeica, scavata nella parete calcarea rivolta verso il rio d’Ottava.

Comprende 8 tombe pluricellulari, alcune decorate con protomi bovine e altri elementi architettonici. La presenza delle sepolture completa il quadro del territorio antico, mettendo in relazione lo spazio abitato, quello destinato ai rituali e quello riservato ai defunti.

Dove si trova e come arrivare

Il Santuario di Monte d’Accoddi si trova nella Nurra, nel territorio di Sassari, a circa 13 km dal capoluogo. Per raggiungere il sito da Sassari si percorre la ex Strada Statale 131 in direzione di Porto Torres fino al km 222,200. Da questo punto si prende lo svincolo indicato per Bancali e altre direzioni, tornando verso Sassari fino alla Strada Vicinale Monte d’Accoddi. La presenza della segnaletica turistica permette di individuare facilmente l’accesso all’area archeologica.

Chi arriva da Porto Torres percorre la stessa strada in direzione di Sassari. Dopo circa 8 km, la Strada Vicinale Monte d’Accoddi si trova immediatamente sulla destra rispetto alla ex SS 131.

Un vero gigante di pietra dorata si rivela la fortezza segreta dell’Algarve: Castello di São João do Arade

Sulla costa meridionale del Portogallo, ovvero in Algarve, il paesaggio alterna spiagge dorate, scogliere e piccoli centri di pescatori affacciati sull’Atlantico. Tra questi c’è Ferragudo, il quale conserva ancora case raccolte attorno al nucleo storico e imbarcazioni lungo il fiume Arade. Proprio alla foce del corso d’acqua, su uno sperone roccioso posto tra due spiagge, si staglia una costruzione che sembra appartenere a un’altra epoca: è il Castello di São João do Arade, conosciuto anche con i nomi di Castelo de Ferragudo, Forte de São João Baptista e, più semplicemente, Castelo do Arade.

Mura merlate, corpi di fabbrica disposti a diverse altezze, una torre e piccole garitte (le strutture sporgenti utilizzate per sorvegliare il territorio), compongono un insieme dall’aspetto romantico. A prima vista potrebbe sembrare una residenza nobiliare medievale, ma le sue origini sono legate soprattutto alla difesa del litorale e al controllo delle imbarcazioni in transito lungo il fiume.

Il castello ha però anche una particolarità che lo distingue da molte altre fortificazioni portoghesi: oggi è una proprietà privata, ben conservata e trasformata in residenza, perciò gli interni non sono accessibili al pubblico. La sua presenza continua comunque a caratterizzare il paesaggio di Ferragudo, soprattutto osservandolo dalle spiagge circostanti.

Breve storia del Castello di Arade

Le vicende di questo castello del Portogallo iniziano prima della costruzione della fortezza attuale. La zona, infatti, era frequentata già in epoca romana, come testimoniano i resti di vasche per la salagione del pesce rinvenuti nelle vicinanze. La prima struttura difensiva risale al XV secolo, quando sul promontorio venne realizzata una torre di avvistamento.

I lavori del Castello di São João do Arade, però, si svolsero tra il 1643 e il 1644, e proprio sul sito della precedente torre di guardia. Il progetto prevedeva una struttura di forma approssimativamente trapezoidale, studiata per controllare un’area ampia e organizzare il fuoco delle artiglierie.

Il 2 maggio 1646, re Giovanni IV nominò Francisco da Costa Barros capitano del castello, confermando il ruolo assunto dalla fortezza nella protezione del Barlavento algarvio, la parte occidentale della costa dell’Algarve. Il presidio svolgeva anche funzioni di controllo dei traffici fluviali, con verifiche sulle imbarcazioni dirette verso Silves.

La sua importanza militare, tuttavia, diminuì nel corso dei decenni: già nel 1669 l’edificio risultava in rovina, sebbene in seguito fossero stati realizzati ulteriori interventi. Nel XIX secolo alcune batterie d’artiglieria erano ancora operative, ma il declino della funzione difensiva proseguì fino alla dismissione militare.

Il 1892 fu l’anno della svolta, poiché il il complesso venne preso in affitto dallo scrittore e diplomatico Joaquim José Coelho de Carvalho, la cui famiglia lo acquistò nel 1896. I lavori dei primi anni del ‘900 lo trasformarono in una residenza privata dall’aspetto romantico, con ambienti abitativi inseriti nelle strutture militari preesistenti.

Le modifiche cambiarono il carattere dell’edificio senza cancellarne del tutto l’impianto difensivo. Le mura, le garitte e le diverse quote dei bastioni continuano a raccontare la funzione originaria del complesso. Dal 1974 è stato classificato come Imóvel de Interesse Público, cioè immobile di interesse pubblico, una categoria portoghese di tutela del patrimonio culturale. La proprietà è rimasta privata e la fortezza è stata utilizzata anche per soggiorni e occasioni esclusive.

Visitare il Castello di São João do Arade e ammirarne i dettagli

La prima informazione da tenere presente riguarda l’accessibilità. Come già accennato, il Castello di Arade è una proprietà privata e gli ambienti interni, il giardino e gli spazi residenziali non sono aperti alle visite turistiche ordinarie. La presenza di una classificazione patrimoniale, infatti, non comporta automaticamente l’accesso pubblico.

La fortezza si può comunque ammirare dall’esterno, soprattutto dalle spiagge che ne delimitano il promontorio. Per apprezzarne la struttura, conviene osservarla da più angolazioni, perché il profilo cambia in relazione alla posizione sulla costa. Praia da Angrinha, sul lato più vicino al nucleo storico di Ferragudo, permette di cogliere il rapporto tra la fortificazione e il piccolo abitato.

La spiaggia si affaccia sull’estuario, con le acque dell’Arade che riflettono la luce e le imbarcazioni dirette verso Portimão. Da questa prospettiva, il maniero appare legato alla vita del fiume, proprio l’elemento geografico che ne determinò la funzione originaria. Dall’altro lato si trova Praia Grande, un’ampia distesa sabbiosa affacciata sulla foce.

La visuale mette in risalto il rilievo roccioso sul quale svetta l’edificio e la successione delle strutture murarie, al punto che la fortezza sembra svilupparsi in verticale, seguendo il terreno anziché occupare una superficie regolare e pianeggiante. Posando gli occhi sulle mura si distinguono alcuni degli elementi caratteristici dell’architettura militare: la torre di maggior rilievo, spesso descritta come torre di menagem, corrispondente alla torre principale dei castelli portoghesi, emerge sopra gli altri corpi di fabbrica. Le merlature definiscono il profilo superiore delle strutture, mentre le garitte sporgenti richiamano le postazioni destinate alla sorveglianza.

La disposizione a livelli differenti è un altro particolare interessante. Diversi corpi di fabbrica si addossano alla struttura principale, formando un insieme articolato, lontano dall’immagine convenzionale di un castello medievale simmetrico. Le aperture e le finestre visibili su alcuni prospetti rivelano invece la trasformazione residenziale. In particolare, una delle parti rivolte verso l’oceano presenta finestre dal profilo spezzato e una garitta, elementi che contribuiscono alla singolare mescolanza tra architettura militare e dimora privata.

Un altro dettaglio da ammirare è la continuità del sistema murario tra Praia da Angrinha e Praia Grande: il muro accompagna il margine del promontorio e contribuisce a definire il carattere scenografico del posto. Infine il giardino interno, anch’esso appartenente alla proprietà privata, completa l’insieme, pur restando fuori dal percorso turistico ordinario.

Dove si trova il Castello di Arade e come arrivare

Il Castello di São João do Arade si trova a Ferragudo, nel comune di Lagoa, distretto di Faro, nella regione portoghese dell’Algarve. Sorge sulla riva sinistra del fiume Arade, proprio in prossimità della foce, nel tratto di costa che separa Praia da Angrinha da Praia Grande.

Per raggiungere Ferragudo in auto, si può utilizzare la rete stradale dell’Algarve, facendo riferimento al comune di Lagoa e al centro abitato. Una volta arrivati nella zona costiera, conviene dirigersi verso Praia da Angrinha oppure Praia Grande, le due spiagge dalle quali la fortezza è maggiormente visibile.

Castello di Arade, Portogallo
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Il Castello di Arade visto dal mare

Chi soggiorna a Portimão può raggiungere il posto anche attraversando il fiume e proseguendo verso Ferragudo. La distanza effettiva e i tempi di percorrenza dipendono dal punto di partenza e dal percorso scelto.

Alla scoperta del Fiordo di Killary, il volto selvaggio del Connemara

Montagne che scendono ripide verso l’acqua, pascoli punteggiati di pecore, piccoli allevamenti di cozze e una lunga insenatura che si spinge nel cuore del Connemara: il Fiordo di Killary, lungo la Wild Atlantic Way nell’Irlanda occidentale, è uno di quei paesaggi in cui fermarsi e lasciare che sia la natura a dettare il ritmo.

Nel 2026 è arrivato anche un riconoscimento importante: Lonely Planet lo ha inserito nel Best in Travel 2027, la selezione annuale dedicata alle destinazioni e alle esperienze da vivere nell’anno successivo, indicandolo come una delle tappe irlandesi da non perdere e definendolo un luogo capace di competere per il titolo di scenario più spettacolare del Paese.

Il fiordo si estende per circa 16 chilometri tra le contee di Galway e Mayo, fino al piccolo villaggio di Leenaun, ed è vegliato da alcuni dei rilievi più scenografici della regione: da una parte svetta il Mweelrea, la montagna più alta del Connacht, dall’altra si susseguono i profili delle Maamturks e degli altri rilievi del Connemara.

Cosa vedere e fare al Fiordo di Killary tra crociere e sentieri

Il modo più immediato per capire la grandezza di Killary è ammirarlo dall’acqua: le crociere che attraversano il fiordo permettono di navigare tra montagne e allevamenti di cozze, mentre sulla superficie possono comparire foche, lontre e, con un po’ di fortuna, anche delfini. Il tour panoramico dura circa 90 minuti e regala una prospettiva inedita rispetto a quella dalla strada.

Se preferite vivere il paesaggio in maniera ancora più attiva, potete scegliere il kayak o lo stand-up paddle, oppure cimentarvi in attività come coasteering e canyoning leggero.

A terra, invece, una delle esperienze più significative è la Famine Walk, il percorso storico che segue la costa del fiordo lungo una strada realizzata durante il XIX secolo nell’ambito dei programmi di soccorso della Grande Carestia. Camminando incontrerete antiche abitazioni, campi abbandonati e tracce di un passato difficile, mentre tutt’intorno continuano ad aprirsi vedute sull’acqua e sulle montagne.

È proprio un simile contrasto a rendere la passeggiata così intensa: da una parte uno dei paesaggi più belli dell’Irlanda occidentale, dall’altra la memoria delle comunità che vissero e lavorarono in queste terre durante uno dei periodi più drammatici della storia irlandese.

Alla fine del fiordo vi aspetta Leenaun, piccolo villaggio raccolto tra acqua e montagne, perfetto per una sosta prima di continuare l’esplorazione del Connemara. Da qui potete raggiungere facilmente altre mete celebri della regione, tra cui Kylemore Abbey, il Connemara National Park e il sentiero panoramico di Diamond Hill.

Poco più a nord meritano una deviazione anche le Aasleagh Falls, cascate sul fiume Erriff poco prima che le sue acque raggiungano Killary Harbour: la zona è ideale per una passeggiata lungo il fiume e per osservare un altro volto, più verde e impetuoso, del paesaggio locale.

Se cercate il mare aperto, potete spingervi verso spiagge come Glassilaun e Silver Strand, dove il paesaggio cambia ancora e le montagne lasciano spazio all’Atlantico.

Veduta aerea del Fiordo di Killary, Connemara, Irlanda
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Suggestiva veduta aerea del Fiordo di Killary nel Connemara

Cozze, musica e cultura gaelica nel cuore del Connemara

Il fiordo è famoso anche per le cozze, allevate nelle acque riparate dell’insenatura e diventate una delle specialità gastronomiche più caratteristiche della zona. Tutt’intorno, i produttori locali di frutti di mare e i piccoli pub permettono di scoprire una cucina legata all’Atlantico.

Proseguendo nella regione entrerete inoltre nel territorio delle Gaeltacht, le aree in cui la lingua irlandese è parte della vita quotidiana. Sessioni di musica tradizionale, comunità rurali e piccoli villaggi rendono il viaggio indimenticabile ben oltre il solo panorama.

Dove si trova il Fiordo di Killary e come arrivare

Il Fiordo di Killary spicca nell’Irlanda occidentale, lungo la Wild Atlantic Way, tra le contee di Galway e Mayo.

Il villaggio di Leenaun è uno dei punti di riferimento più comodi per iniziare a esplorare il territorio.
Potete raggiungerlo da Galway City attraversando gli scenari del Connemara oppure arrivare dall’Ireland West Airport Knock; anche l’aeroporto di Shannon è un punto di accesso utile per chi raggiunge l’Irlanda dall’estero.

Tra nuvole e rocce spigolose a dominare l’orizzonte c’è la Fortezza di Klis, il baluardo di pietra croato

Scegliendo di lasciare la (meravigliosa) costa dalmata alle spalle, si imbocca una strada che raggiunge una stretta fascia montuosa che separa il massiccio del Kozjak da quello del Mosor. Proprio su questa soglia naturale sorge la Fortezza di Klis, costruita lungo una rupe calcarea che raggiunge i 385 metri di altitudine.

Da questa altura lo sguardo si spinge vero il profilo delle isole dell’Adriatico, anche perché per secoli il passaggio fra la costa e l’entroterra è stato uno snodo militare e commerciale di enorme importanza: la fortezza controllava infatti una delle principali vie di accesso verso la Dalmazia costiera.

I suoi muri seguono la forma della montagna e da lontano quasi si confondono con la roccia.

Breve storia della Fortezza di Klis

Le prime tracce di frequentazione di questa area della Croazia risalgono al Neolitico recente, fra il 6000 e il 4500 a.C., periodo associato alla cultura impressa. Gli abitanti più antichi conosciuti con precisione sono però i Dalmati, una popolazione appartenente al mondo illirico. Sulle alture costruivano insediamenti fortificati destinati al controllo dei passaggi e del territorio.

Con la conquista romana nacque un presidio militare destinato alla difesa di Salona. In epoca tardo-romana la struttura era conosciuta come Kleisa, ma, dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, il territorio passò sotto Bisanzio. Nel 614, secondo il racconto dell’imperatore e storico Costantino Porfirogenito, la fortezza cadde durante l’avanzata avaro-slava e Salona venne successivamente saccheggiata e distrutta.

Una carta dell’852 cita la fortezza fra i possedimenti del principe Trpimir. Nei secoli successivi divenne uno dei centri del potere croato e la sua posizione tornò decisiva durante l’invasione tatara del regno ungaro-croato. La tradizione storica lega infatti Klis al rifugio del re Béla IV davanti all’avanzata dell’Orda.

Dal XV secolo si trovò sulla linea di frizione fra Impero ottomano, Repubblica di Venezia e monarchia asburgica. In questa fase entrarono in scena gli Uscocchi, combattenti specializzati in incursioni rapide nei territori avversari. Il loro comandante più celebre fu Petar Kružić, che difese Klis per oltre 20 anni contro le forze ottomane.

Nel 1537 la resistenza terminò e la fortezza passò agli Ottomani. Poi, nel 1596, un gruppo di Croati riuscì a conquistarla con un attacco a sorpresa, ma nello stesso anno un contrattacco ottomano costrinse i difensori alla ritirata. La fase ottomana durò complessivamente 111 anni.

La svolta definitiva arrivò nel 1648, durante la guerra di Candia fra Venezia e Impero ottomano: Klis venne conquistata dalle forze veneziane e rimase sotto Venezia fino al 1797. Seguirono il dominio francese e quello asburgico.

Visitare la Fortezza di Klis tra porte, bastioni e la chiesa di San Vito

La visita segue la struttura stessa del complesso. Tre porte conducono progressivamente verso le sue parti più interne, con un percorso che permette di percepire il passaggio dalla funzione abitativa a quella puramente difensiva.

Ingresso Fortezza di Klis, Croazia
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Una delle porte della Fortezza di Klis

Il primo ingresso risale agli anni Venti del XIX secolo e venne costruito dagli Austriaci sul sito di una precedente porta veneziana. Superato questo punto, il percorso sale verso la seconda porta, legata alla fortezza medievale e successivamente rinnovata dagli Austriaci. La terza conserva invece origini medievali e venne modificata più volte dai Veneziani, con l’ultimo intervento datato 1763.

Nel settore interno si trova l’antico alloggio del provveditore, chiamato anche Casa del Principe. La costruzione risale alla metà del XVII secolo e poggia sulle fondamenta di edifici più antichi legati ai sovrani croati e ai successivi governatori di Klis. In epoca austriaca ospitò il comando della fortezza.

Una delle presenze più singolari è però la chiesa di San Vito, poiché la sua storia racchiude un ulteriore cambio di potere: dopo la conquista ottomana del 1537, l’edificio venne trasformato in moschea, con pianta quadrata, cupola emisferica e minareto. A seguito della conquista veneziana del 1648 fu riconvertito al culto cristiano e dedicato a San Vito. Sopra l’ingresso compare un’iscrizione latina del 1743.

Accanto alla chiesa si trova il bastione Bembo, il più grande spazio destinato all’artiglieria nel terzo sistema difensivo e nell’intera fortezza. La struttura attuale risale alla metà del XVII secolo e occupa il sito della precedente torre di Kružić.

Il piccolo museo raccoglie armi e oggetti legati alla lunga storia militare di Klis. Fra i pezzi esposti figurano spade, moschetti, armature e ricostruzioni dell’abbigliamento degli Uscocchi. I pannelli storici aiutano a seguire una vicenda complessa, fatta di successioni politiche e assedi.

Poi arriva il panorama: dalla parte più alta la fortezza si apre verso Split, la pianura e l’Adriatico. E dopo aver attraversato cortili, scale e passaggi in pietra, lo sguardo cambia completamente scala, con la città che appare in basso, mentre la fortezza rivela il motivo della propria fama di “Chiave della Dalmazia“, denominazione legata alla sua posizione strategica.

Klis ha conquistato anche un posto nell’immaginario televisivo, poiché è stata infatti utilizzata per le riprese di Game of Thrones e ha rappresentato Meereen nella quarta stagione. Una piccola esposizione dedicata alla serie conserva immagini e materiali delle riprese.

Dove si trova e come arrivare

Klis si trova a circa 11-13 km dal centro di Split, in posizione dominante sulla piana omonima. La fortezza sorge sul passaggio fra Kozjak e Mosor, a quasi 350 metri sul livello del mare, con il punto più alto del complesso a 385 metri. L’auto rappresenta la soluzione più semplice. Il percorso segue la vecchia strada proveniente da Solin e permette di raggiungere l’area della fortezza, con parcheggio gratuito presso la parte inferiore del complesso e vicino all’ingresso.

Da Split partono inoltre gli autobus locali 22 e 35 dal terminal di Sukoišan, con fermata vicino alla fortezza. Anche la bicicletta è una possibilità, grazie alla stazione NextBike presente a Klis. La salita è ripida, quindi una bici elettrica risulta particolarmente adatta.

La visita richiede indicativamente da 1 ora a 1 ora e 30 minuti. In estate il sole può essere intenso e le zone d’ombra sono limitate, mentre il terreno presenta dislivelli e gradini.

C’è un gigante disteso tra le curve della Semois: l’affascinante Tombeau du Géant

Dall’alto del belvedere di Botassart il fiume Semois disegna una lunga curva intorno a una collina ricoperta di boschi, stringendola quasi completamente tra le proprie acque. Mentre la vegetazione segue il profilo del rilievo, a emergere è una sagoma allungata, regolare, tanto particolare da aver suggerito nei secoli un nome destinato a diventare celebre: Tombeau du Géant, la Tomba del Gigante.

Siamo nell’Ardenne belga, in una regione caratterizzata da vallate profonde, rilievi boscosi e corsi d’acqua che hanno modellato il paesaggio. La Semois attraversa questo territorio con un percorso sinuoso e, presso Botassart, forma uno dei suoi meandri più spettacolari. Vi basti pesare che la collina centrale raggiunge circa 250 metri di altitudine e appare quasi isolata rispetto ai versanti circostanti.

Breve storia e leggende del Tombeau du Géant

Il nome di questo straordinario sito del Belgio appartiene soprattutto alla tradizione popolare. La storia più famosa parla di un gigantesco guerriero trèvero, appartenente cioè al popolo dei Treveri, una popolazione celtica stanziata in un’ampia area dell’Europa nordoccidentale durante l’epoca romana.

La leggenda viene collegata alla Guerra delle Gallie e alla battaglia della Sabis, episodio raccontato da Giulio Cesare nel De bello Gallico. La tradizione locale ha associato questo scontro alla Sambre, anche se le fonti precisano che tale identificazione è probabilmente errata.

Secondo il racconto, dopo la sconfitta contro i Romani il gigante avrebbe preferito la morte alla prigionia. Dal vicino Rocher des Gattes si sarebbe quindi gettato nel vuoto, scegliendo una fine volontaria piuttosto che essere condotto dai vincitori verso una sorte nelle arene del mondo romano.

Il corpo sarebbe stato trovato da un anziano, che avrebbe chiesto l’aiuto di alcuni giovani per seppellirlo sulla collina. Da quel momento il rilievo avrebbe assunto il nome di Tombeau du Géant.

Un’altra versione della leggenda attribuisce invece la morte del guerriero all’azione di un centurione dell’esercito di Labieno. Il racconto conserva quindi diverse varianti, mentre resta identico il nucleo della storia: un guerriero di dimensioni straordinarie, la fuga dai Romani, il salto dal Rocher des Gattes e la sepoltura sulla collina.

La realtà geografica racconta, come è possibile immaginare, una storia un po’ diversa ma non per questo meno affascinante. Sotto la vegetazione non si trova la tomba di un gigante. Il nome, infatti, nasce dalla sagoma della collina, circondata dal meandro della Semois e simile, osservata dall’alto, al corpo di un uomo disteso.

Le origini di questa conformazione risalgono a periodi lontani, quando le forze tettoniche e l’erosione fluviale hanno iniziato a modellare le rocce scistose tipiche del massiccio ardennese.

È proprio questo incontro fra una forma naturale e la memoria popolare ad aver reso il posto così riconoscibile. Un episodio della conquista romana diventa materia narrativa e il profilo del paesaggio fornisce alla leggenda il suo scenario perfetto.

Visitare il Tombeau du Géant tra belvedere, boschi e Semois

La visita può iniziare dal Belvedere di Botassart, punto privilegiato per osservare il famoso meandro. Il panorama è immediato e spettacolare, soprattutto nelle stagioni in cui il bosco cambia colore. La primavera porta tonalità verdi più luminose, mentre l’autunno trasforma la valle in una distesa di colori caldi attorno alla Semois.

Tombeau du Géant in autunno, Belgio
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I colori del Tombeau du Géant in autunno

Dal belvedere partono diversi itinerari, con escursioni che hanno lunghezze comprese indicativamente fra 3 e 13 km. Si ha chiaramente la possibilità di scegliere percorsi differenti in base alla preparazione fisica e al tempo disponibile. L’itinerario principale raggiunge 13 km ed è segnalato con marcature rosse e bianche.

Il percorso più lungo attraversa boschi, versanti e tratti lungo le rive della Semois. Le pendenze possono diventare importanti e alcuni passaggi presentano terreno stretto, sterrato o scivoloso dopo la pioggia. Una buona attrezzatura da escursionismo rende quindi la visita molto più agevole.

La versione completa regala una lettura diversa del paesaggio: dal punto panoramico si osserva la grande figura del Tombeau du Géant, mentre lungo l’itinerario la prospettiva cambia continuamente. La Semois appare vicina, poi torna a nascondersi fra la vegetazione; la valle si restringe e i versanti acquistano maggiore presenza.

Fra i punti più interessanti della passeggiata figura Frahan, villaggio visibile dall’alto, immerso nel paesaggio della valle. Un altro elemento caratteristico è la passerella del Moulin de l’Épine, che aggiunge un passaggio particolare all’escursione.

Chi desidera prolungare l’esperienza può raggiungere anche il Belvedere di Bouillon, da cui lo sguardo cambia direzione e comprende la città con il suo castello medievale. La visita al Tombeau du Géant può quindi diventare parte di un itinerario più ampio nella valle della Semois, fino a Bouillon.

Per famiglie con bambini sono indicate soprattutto le escursioni più brevi, fra 4 e 6 km, mentre il percorso completo richiede una buona condizione fisica. I passeggini risultano inadatti ai sentieri, caratterizzati da fondo naturale e tratti stretti.

L’accesso al belvedere è particolarmente semplice rispetto alla lunghezza delle escursioni. Il grande parcheggio accanto al punto panoramico permette di raggiungere rapidamente il punto dal quale osservare la celebre collina. Il parcheggio è gratuito, anche se nei periodi di maggiore affluenza può riempirsi rapidamente.

Dove si trova e come arrivare

Il Tombeau du Géant si trova presso Botassart, frazione collegata al territorio di Bouillon, nella provincia belga del Lussemburgo, nel cuore delle Ardenne. Il punto panoramico si affaccia direttamente sul grande meandro della Semois e rappresenta lo spot di osservazione più noto per riconoscere la forma della collina.

Chi arriva in automobile può impostare il navigatore sull’indirizzo Rue de Châteaumont 53, 6833 Bouillon, indicato per il parcheggio gratuito del Tombeau du Géant. Da lì il belvedere si raggiunge in breve tempo.

La zona è collegata anche a itinerari escursionistici, ciclabili ed equestri. Per chi soggiorna a Bouillon e preferisce utilizzare i trasporti pubblici, una delle possibilità prevede il treno fino a Libramont e successivamente il bus 8 verso Bouillon, con un tragitto di circa 45 minuti. Da Bouillon si prosegue lungo il percorso fino a Botassart.

Il punto panoramico richiede poco tempo per essere raggiunto, mentre la valle invita a fermarsi molto più a lungo. Davanti agli occhi resta quella curva quasi perfetta della Semois, la collina verde al centro e una leggenda che continua a dare un volto umano a una forma del paesaggio.

La meraviglia italiana che è stata spostata dalla sua posizione originaria: il Castello Ursino

Sì sì, avete letto benissimo: quella del Castello Ursino di Catania è una storia di spostamenti, quasi impossibile da leggere senza osservare il paesaggio intorno. La fortezza fu costruita nel XIII secolo per volontà di Federico II di Svevia con una precisa funzione strategica sulla costa. Oggi, invece, il mare è lontano e il grande edificio appare saldamente inserito nel tessuto urbano, per la precisione in piazza Federico di Svevia.

Ma come è possibile? La ragione di questo cambiamento si trova nella storia geologica della città: nel 1669 una colata proveniente dall’Etna raggiunse il castello, dividendosi in due bracci e circondandolo senza distruggerlo. La lava ricoprì parte delle fortificazioni e modificò la linea costiera, togliendo alla fortezza quella posizione sul mare che aveva contribuito alla sua importanza militare.

Oggi, però, guardando le mura esterne si osserva la combinazione perfetta tra l’ingegneria umana e la potenza primordiale della natura siciliana.

Nascosto tra le Alpi c’è un gioiello barocco che custodisce leggende e antiche ricette: l’Abbazia di Ettal

Nel paesaggio delle Alpi bavaresi, tra le montagne dell’Ammergau, l’Abbazia di Ettal si staglia nel cielo con le sue torri massicce e una grande cupola che domina il piccolo paese omonimo. Se già dalla strada, per la precisione dalla B23, è possibile avere una prima vista dell’imponente architettura monastica, è solo entrando nel recinto abbaziale che l’emozione diventa tangibile.

Un giardino leggermente inclinato conduce verso gli edifici, mentre la basilica occupa il centro della scena con una facciata monumentale e due campanili dalle forme differenti. Ettal appartiene ancora alla comunità benedettina e accanto alla vita religiosa ospita attività legate alla produzione della birra e dei liquori, una scuola superiore, un negozio monastico e altre realtà nate attorno di essa.

Breve storia e leggende dell’Abbazia di Ettal

La storia di questa abbazia della Germania inizia nell’aprile del 1330 con Ludovico IV di Baviera, conosciuto anche come Ludovico il Bavaro. Il sovrano fondò il monastero dopo il ritorno dalla campagna militare in Italia e legò la fondazione a un voto. L’idea di base aveva anche finalità pratiche, legate allo sviluppo del territorio, alla sicurezza delle vie di comunicazione e alla creazione di una fondazione destinata ai cavalieri e alle loro mogli.

Attorno alla fondazione è nata una leggenda strettamente legata alla statua della Madonna: secondo il racconto tramandato, un angelo avrebbe indicato a Ludovico un‘immagine sacra e gli avrebbe affidato il compito di fondare un monastero. La tradizione racconta inoltre che la statuetta arrivò dall’’Italia e che Ludovico la ricevette dalla città di Pisa.

La scultura in marmo bianco raffigura Maria con Gesù Bambino tra le braccia. In origine aveva una decorazione pittorica, mentre durante il periodo barocco venne rivestita con abiti preziosi. La venerazione cominciò già dopo la fondazione e trasformò Ettal in una meta di pellegrinaggio.

La prima chiesa venne completata nel 1370, dopo circa 40 anni di lavori. Nel 1710 l’abbazia ospitava anche un’accademia cavalleresca, considerata una delle istituzioni di istruzione superiore più importanti del periodo. Il momento più drammatico fu nel 1744, quando un incendio distrusse l’edificio religioso e gran parte del monastero.

La ricostruzione trasformò profondamente l’aspetto del complesso, con e Enrico Zucalli e Joseph Schmuzer che furono tra i principali artefici della nuova architettura, insieme agli artisti attivi nella decorazione degli interni. Una parte essenziale di questa stagione artistica porta la firma di Johann Baptist Zimmermann, Johann Georg Üblherr e Johann Jakob Zeiller, i quali hanno dato vita a una delle espressioni più spettacolari del barocco bavarese, con una straordinaria concentrazione di stucchi, pitture e sculture.

La storia religiosa subì poi una brusca interruzione con la secolarizzazione, che portò alla soppressione dell’abbazia. I benedettini tornarono all’inizio del XX secolo, riportando vita alla comunità monastica.

La visita tra la basilica, il chiostro e le antiche attività monastiche

La basilica merita tempo soprattutto per la quantità di dettagli racchiusi nella sua struttura centrale. Ben 11 finestre contribuiscono alla luminosità dell’interno, mentre lo sguardo sale verso la grande cupola affrescata da Johann Jakob Zeiller. La scena raffigura una moltitudine di santi riuniti sotto la Trinità e crea l’effetto di un cielo aperto sopra la navata.

Cupola Abbazia di Ettal, Germania
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La bellissima Cupola dell’Abbazia di Ettal

Al centro del presbiterio si trova il monumentale altare maggiore, completato nel 1790 dopo la ricostruzione successiva all’incendio. La Madonna di Ettal occupa il punto più prezioso dell’altare, all’interno di un ricco baldacchino ornato da intagli dorati, colonne e pietre preziose. La piccola scultura appare così inserita in una cornice molto più grande delle sue dimensioni, quasi fosse un gioiello custodito all’interno della basilica.

La pala dell’altare maggiore raffigura l’Assunzione di Maria ed è opera di Martin Knoller. La scena completa la composizione del presbiterio insieme alla statua venerata e alle decorazioni circostanti. Ai lati della navata si susseguono sei altari laterali realizzati nella metà del ‘700. Le opere scultoree appartengono a Johann Baptist Straub e tra i soggetti raffigurati ci sono la Sacra Famiglia e Cristo risorto con gli Apostoli.

Merita attenzione anche il pulpito del 1759-1760, impreziosito dal rilievo dorato della Natività di Gesù, anch’esso legato alla produzione di Straub. Poco distante si trova il busto di Padre Rudolph Mayer, collocato in ricordo del suo esilio forzato durante il regime nazista. L’organo barocco risale invece al 1763 circa e fu costruito da Johann Georg Hörterich di Dirlewang, presso Mindelheim.

Poi c’è la sacrestia che rappresenta un altro gioiello del complesso: qui l’ambiente rococò conserva decorazioni e arredi di grande pregio ed è considerato una delle più belle sacrestie rococò della Germania meridionale. Dal corpo principale della basilica si raggiunge anche il Kreuzgang, il chiostro dell’abbazia, con le tombe dei monaci sepolti nel corso dei secoli.

La visita può poi proseguire attraverso le attività produttive legate al monastero. Ne è un esempio il birrificio abbaziale che risale al 1609 e che mantiene una tradizione di produzione della birra bavarese. Accanto alla birreria opera il liquorificio, legato a ricette tramandate da circa 400 anni. L’esperienza può continuare anche con una visita a un caseificio locale, ovvero dove si producono formaggi e latticini della regione, oppure presso un laboratorio di intaglio del legno.

Infine all’esterno, vicino all’ingresso occidentale, si trova anche la Schwedensäule, la Colonna degli Svedesi, monumento legato alla Guerra dei Trent’anni.

Dove si trova e come arrivare

L’abbazia prende vita nel piccolo paese di Ettal, nella regione alpina dell’Ammergau, lungo la B23. La posizione colloca il monastero tra Garmisch-Partenkirchen e Oberammergau, in uno scenario dominato dalle montagne dell’Ammergebirge. Garmisch-Partenkirchen dista circa 12 km verso sud, mentre Oberammergau si trova a circa 5 km verso nord.

Per chi arriva dall’Italia, il confine del Brennero è a circa 115 km passando per Garmisch-Partenkirchen e Innsbruck. La basilica dispone di percorsi e rampe accessibili anche alle persone con mobilità ridotta.

Ettal fa capire che questo è un luogo in grado di tenere insieme epoche molto diverse senza trasformarsi in un semplice monumento. La Madonna arrivata dall’Italia nel 1330 continua a occupare il centro della devozione, la cupola settecentesca racconta la magnificenza del barocco, le campane scandiscono ancora la vita religiosa e il birrificio prosegue una tradizione iniziata oltre 400 anni fa.

Fuso nell’arenaria: il Castello di Larochette è la fortezza lussemburghese trasformata in una città di nobili

Una parete di arenaria si alza sopra Larochette, borgo del Lussemburgo, mentre sulla sua sommità affiorano muri, finestre spezzate, torri e grandi blocchi di pietra. Quello è il Castello di Larochette, chiamato anche Burg Fels in tedesco e Buerg Fiels in lussemburghese, e di primo impatto pare una fortezza medievale ridotta a uno scheletro. Avvicinandosi, però, la sua storia prende una forma molto più complessa.

La rocca occupa uno sperone del Grès de Luxembourg, l’arenaria tipica di questa parte del Granducato, e domina la valle dell’Ernz Blanche. Se inizialmente si presenta come una rovina, nella calma emergono i dettagli: un fossato profondo divide il complesso in due parti, la cinta muraria segue il margine della rupe e, nella zona più avanzata dello sperone, ci sono i resti di 5 dimore signorili.

Oltre a essere una fortezza pensata per la difesa, quindi, Larochette divenne anche una residenza aristocratica suddivisa tra diversi signori, con edifici separati e architetture di rappresentanza. Il risultato è un castello intimamente legato al paesaggio, costruito sulla roccia anziché semplicemente appoggiato sopra di essa.

Breve storia e leggende del Castello di Larochette

Le origini della fortificazione sono anteriori alla costruzione delle grandi dimore aristocratiche. Le fonti comunali collocano le prime costruzioni del sito nell’XI secolo, mentre il materiale storico segnala tracce di occupazione ancora precedenti e una prima fortezza in pietra sviluppata nel XII secolo.

Alla fine del XII secolo compaiono i signori di Larochette, appartenenti alla famiglia Fels e legati alla Casa di Lussemburgo. Nel 1176 è attestato Arnoldus de Rupe, il primo signore noto associato al sito. Il nome richiama direttamente la roccia, elemento tanto importante da entrare nella denominazione della famiglia e del castello.

Nei secoli successivi il casato acquisì una posizione rilevante nella nobiltà regionale. La storia della rocca, però, prese una direzione particolare attraverso matrimoni, successioni e divisioni patrimoniali. Verso la fine del Trecento, all’interno delle mura convivevano 5 diverse famiglie nobili. La dimora degli Homburg sorse intorno al 1350 grazie al matrimonio dei fratelli Federico e Corrado di Homburg con le sorelle Irmgard e Matilde di Larochette. Una trentina di panni dopo, verso il 1385, fu costruita anche la Casa di Créhange.

Le nuove residenze modificarono progressivamente il carattere della fortezza, aggiungendo spazi destinati alla vita aristocratica accanto alle strutture difensive.

Il castello perse gradualmente la propria funzione militare e venne progressivamente abbandonato. Poi arrivò il momento decisivo: nel 1565 un grande incendio devastò il tutto, lasciandolo allo stato di rovina. Ai resti sono legate anche alcune leggende. La più suggestiva riguarda il pozzo della Casa di Créhange.

Secondo il racconto tramandato localmente, durante un attacco la signora del castello si sarebbe gettata nel pozzo insieme al figlio. Dopo il salvataggio, il castellano sarebbe stato accusato di tradimento e gettato nello stesso luogo. La tradizione vuole che il suo spirito ritorni ogni Venerdì Santo sotto forma di drago.

Un’altra storia riguarda la torre chiamata Verlorenkost, letteralmente “cibo perduto”. Stando alla leggenda, una cuoca avrebbe inciampato mentre trasportava pentole piene di cibo, facendo cadere tutto il contenuto. Il nome della torre sarebbe rimasto legato a quell’episodio.

La visita tra fossati, dimore signorili e mura bruciate

Si arriva al castello attraversando un’ampia corte esterna difesa da un terrapieno. Un fossato piuttosto profondo, in parte scavato nella roccia stessa, separa il complesso in due settori distinti.

È proprio il fossato a essere uno degli elementi più evidenti: la sua profondità e la posizione lungo lo sperone permettono di capire il rapporto fra difesa artificiale e conformazione naturale. Una parte del fossato sfrutta infatti la stessa morfologia della roccia, trasformando il terreno in una barriera.

Proseguendo verso l’estremità dello sperone appare la parte più particolare dell’intero complesso, ovvero i resti delle 5 dimore signorili che raccontano una fortezza trasformata in residenza aristocratica. Gli edifici avevano caratteri più rappresentativi rispetto alle strutture puramente militari e testimoniano il prestigio raggiunto dai proprietari.

La Casa di Homburg, costruita intorno al 1350, conserva le tracce di questa trasformazione. La Casa di Créhange, risalente a circa il 1385, è invece l’edificio meglio recuperato. Il restauro è stato eseguito tra il 1983 e il 1987, mentre la Casa di Homburg è stata consolidata e restaurata tra il 1987 e il 1988.

Il recupero della Casa di Créhange permette di leggere con maggiore chiarezza la qualità architettonica raggiunta dal complesso. Le aperture, le murature e gli ambienti superstiti restituiscono l’immagine di una residenza destinata a una nobiltà interessata tanto alla protezione quanto alla rappresentanza.

Un particolare permette di osservare ancora meglio il legame fra castello e territorio: la costruzione utilizza arenaria del Lussemburgo, una pietra dalle tonalità comprese fra il bianco e il beige, molto diffusa nell’architettura monumentale del Granducato. Nel castello alcune parti della pietra originaria, comprese strutture attorno a camini e aperture, conservano ancora la tonalità naturale del materiale.

La visita acquista quindi valore anche attraverso i dettagli. Una porzione di muro racconta la difesa, una grande apertura rivela la presenza di una residenza, il fossato ricorda la necessità di proteggere il complesso e le dimore signorili mostrano la ricchezza raggiunta dai proprietari.

Le rovine ospitano inoltre mostre temporanee e concerti occasionali, mantenendo vivo un luogo che per secoli ha avuto una funzione completamente diversa.

Dove si trova e come arrivare

Il Castello di Larochette si trova nel Granducato di Lussemburgo, nel centro del Paese, sulla rupe di arenaria che domina la valle dell’Ernz Blanche. Il sito appartiene alla regione naturale della Mëllerdall, conosciuta anche con il nome di Piccola Svizzera lussemburghese, caratterizzata da boschi, rilievi ondulati e affioramenti rocciosi.

L’indirizzo è Montée du Château, L-7622 Larochette. Un parcheggio si trova direttamente presso l’ingresso del sito. Per chi utilizza i trasporti pubblici, la fermata più vicina è Larochette, Spuerkeess, a circa 300 metri dall’accesso.

Buerg Fiels, Lussemburgo
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Il Castello di Larochette visto da vicino

Salendo verso la fortezza, la sensazione più forte arriva proprio dal rapporto fra roccia e architettura: le mura sembrano proseguire naturalmente nello sperone, mentre il vuoto del fossato separa le parti del complesso. Poi compaiono le grandi dimore, inattese in una struttura che dall’esterno sembra soltanto una rovina militare.

Oltre 1.200 musei assurdi in un’unica mappa, i 10 da vedere almeno una volta

E se il museo più interessante del prossimo viaggio non fosse quello che compare nelle guide turistiche? Una mappa online raccoglie oltre 1.200 musei strani, curiosi e di nicchia sparsi in tutto il mondo, da collezioni dedicate agli oggetti più improbabili a luoghi che trasformano fallimenti, relazioni finite, sbronze e mostri cinematografici in vere esposizioni.

A crearla è James Lees, fisico, divulgatore scientifico e consulente museale conosciuto online come James Visits Museums. Quello che era iniziato come un progetto personale è cresciuto grazie alle segnalazioni degli utenti, arrivando a raccogliere quasi 1.500 indirizzi secondo gli aggiornamenti più recenti. La mappa comprende musei talmente particolari da sembrare inventati: ci sono quelli dedicati alle patate, ai gabinetti, ai cani, alle sbronze e persino alle relazioni finite male. Sono i cosiddetti micromusei, piccoli spazi costruiti attorno a un oggetto, una passione o una storia molto precisa.

Abbiamo navigato la Weird Museum Map e scelto 10 dei musei più assurdi e particolari, tra Europa, Stati Uniti, Giappone e Italia. Alcuni fanno sorridere, altri lasciano decisamente perplessi e almeno uno è meglio lasciarlo per ultimo.

Museum of Broken Relationships, Croazia

Cosa rimane di una storia d’amore quando è finita? Un paio di scarpe, una lettera, un peluche, un oggetto apparentemente insignificante. A Zagabria questi frammenti di relazioni finite sono diventati una collezione museale. Il Museum of Broken Relationships nasce proprio dall’idea di raccogliere oggetti personali donati anonimamente da persone che hanno vissuto una separazione.

Il museo è nato in Croazia dall’idea degli artisti Olinka Vištica e Dražen Grubišić ed è diventato una vera istituzione internazionale. La collezione continua a crescere grazie alle donazioni e il museo espone soltanto una parte degli oggetti raccolti.

Museum of Bad Art, USA

Se siete abituati a entrare nei musei per ammirare capolavori, sappiate che invece qui la regola cambia completamente. Il Museum of Bad Art, conosciuto come MOBA, è dedicato alle opere che difficilmente troverebbero spazio in un museo d’arte tradizionale. Il progetto è nato nel 1994 con un’idea semplice e irresistibile: raccogliere, conservare ed esporre arte talmente “sbagliata” da diventare interessante proprio per questo. La collezione conta quasi 900 opere, anche se lo spazio disponibile consente di mostrarne soltanto una parte alla volta.

Secondo i criteri del museo, le opere non devono solo essere esteticamente “brutte”, bensì devono essere anche sincere e avere qualcosa che sia andato storto, producendo però un risultato capace di incuriosire. Oggi il MOBA ha una sede a Boston, all’interno della Dorchester Brewing Co. con ingresso gratuito, mentre il progetto comprende anche esposizioni itineranti e una galleria a Québec City.

Museum of Failure, Svezia

Il Museum of Failure nasce nel 2017 in Svezia da un’idea dello psicologo e ricercatore Samuel West e raccoglie esempi di innovazioni, prodotti e servizi che non hanno raggiunto il risultato sperato. Tra i suoi oggetti ci sono alcuni celebri flop commerciali e tecnologici, trasformati in occasioni per raccontare cosa succede quando un’idea apparentemente geniale non funziona.

La parte più curiosa è che oggi il Museum of Failure non è un museo permanente in Svezia: è una mostra itinerante che ha viaggiato in diversi Paesi. Il sito ufficiale segnala infatti sedi temporanee in città come Parigi, New York, Taipei, Budapest e San Francisco. Il concetto, però, resta quello originale: celebrare il fallimento come parte del processo di innovazione.

Museum of Hangovers, Croazia

Dalle relazioni finite male alle serate finite peggio, sempre a Zagabria si trova il Museum of Hangovers, un museo interamente dedicato a ciò che succede dopo una notte fuori. Il percorso racconta le storie vere di sbronze raccolte da persone di tutto il mondo e le trasforma in un’esperienza interattiva. Ci sono otto ambienti tematici, oggetti bizzarri, giochi, fotografie e persino un simulatore che permette di sperimentare come cambiano percezione e tempi di reazione sotto l’effetto dell’alcol.

Tra le attrazioni c’è anche il cosiddetto “drunk floor”, un pavimento inclinato da affrontare con speciali occhiali che simulano gli effetti dell’ubriachezza. La visita termina con un piccolo shot di rakija, riservato agli adulti. Il museo è aperto tutti i giorni dalle 9.00 alle 22.00 e il biglietto per adulti costa 10 euro acquistandolo online oppure 11 euro direttamente sul posto.

Godzilla Museum, Giappone

In Giappone poteva mancare un museo dedicato a Godzilla? Il Godzilla Museum si trova sull’isola di Awaji, all’interno del parco Nijigen no Mori, ed è descritto dagli organizzatori come il primo museo permanente al mondo dedicato al celebre kaiju. Qui si possono vedere materiali legati alla storia del personaggio, modellini, diorami, oggetti di scena e perfino il costume utilizzato per le riprese cinematografiche.

Ma la vera particolarità è ciò che si trova appena fuori dal museo: una gigantesca riproduzione di Godzilla lunga circa 120 metri, parte dell’attrazione Godzilla Interception Operation. Il percorso permette di entrare letteralmente nel mondo del mostro attraverso filmati, missioni, tiro al bersaglio e una zipline che passa attraverso la bocca di Godzilla.

Museo della Merda, Emilia-Romagna

Il nome non lascia molto spazio all’immaginazione: qui si parla proprio di quello, ma il progetto è decisamente più serio di quanto potrebbe suggerire il titolo. Il Museo della Merda è nato nel 2015 a Castelbosco, nel Piacentino, dall’iniziativa dell’imprenditore agricolo Gianantonio Locatelli e di un gruppo di artisti, progettisti e curatori. Il punto di partenza è lo sterco prodotto quotidianamente dall’allevamento dell’azienda agricola: anziché considerarlo soltanto uno scarto, il progetto lo trasforma in materia prima per produrre energia, concime, materiali e persino opere e oggetti.

Museo dei Cuchi, Veneto

Cosa può esserci di più innocuo di un piccolo fischietto di terracotta? Una collezione nata dalla passione di Gianfranco Valente, di ben 12.000 pezzi. Il Museo dei Cuchi di Cesuna raccoglie esemplari che arrivano da diverse parti del mondo e assumono forme, colori e significati completamente differenti. Il “cuco” è un oggetto molto più antico e interessante di quanto sembri: nel corso della storia è stato utilizzato per imitare il canto degli uccelli, come oggetto scaramantico, giocattolo e persino come pegno d’amore.

Museo delle Mummie, Umbria

Scendendo nella cripta della chiesa di Santo Stefano, nel borgo di Precetto, il viaggio prende una piega decisamente più gotica.
Il Museo delle Mummie di Ferentillo conserva i resti mummificati di persone sepolte nella cripta tra il XVI secolo e l’Ottocento. Quando, dopo l’editto napoleonico che vietava le sepolture all’interno dei centri abitati, i corpi furono riesumati, ci si accorse che alcuni si erano conservati naturalmente insieme a dettagli come capelli, denti, unghie e vestiti.

Börje’s Tie Museum, Svezia

Quasi 9.000 cravatte, una diversa dall’altra, si trovano al Börje’s Tie Museum, nascosto nella campagna svedese di Ramnaklev e nato dalla collezione privata di Börje Gustafsson. La passione è iniziata nel 2004, quando acquistò un grande quantitativo di cravatte durante una svendita. Da allora la collezione è cresciuta grazie ad altri acquisti e alle donazioni, fino a rendere necessario costruire nuovi spazi per conservarla. L’ingresso non prevede un prezzo fisso, ma viene incoraggiata una donazione in beneficenza, mentre gli orari possono variare e sono possibili visite su appuntamento.

Icelandic Phallological Museum, Islanda

Eccoci arrivati al museo che probabilmente nessuno avrebbe mai immaginato di trovare in una lista di musei. L’Icelandic Phallological Museum di Reykjavík è dedicato alla fallologia e ospita una collezione di esemplari appartenenti a diverse specie animali. La storia del museo è iniziata infatti con alcuni esemplari di balena donati al fondatore Sigurður Hjartarson e si è progressivamente ampliata grazie a donazioni provenienti da diverse parti del mondo.

Il museo si trova nel centro di Reykjavík, a Hafnartorg, ed è aperto tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.00.

Le pietre che sembrano partorire altre pietre tra le montagne magiche del Portogallo: Pedras Parideiras

La Serra da Freita, in Portogallo, è uno di quei posti che possiedono un’aurea speciale: la nebbia appare all’improvviso, le montagne si fanno indistinte e il suono delle campane del bestiame sembra arrivare da molto lontano. Poi lo sguardo si posa sulle rocce e qualcosa appare subito insolito. Grandi blocchi di granito, infatti, sono disseminati sul terreno, punteggiati da piccole forme scure che sembrano incastonate nella pietra.

Sono le Pedras Parideiras, letteralmente le “pietre che partoriscono”, nome che descrive con una certa precisione l’impressione suscitata dal fenomeno. La roccia più grande viene infatti considerata una sorta di madre, mentre i piccoli noduli scuri che si staccano dalla sua superficie assumono il ruolo di “figli”.

La spiegazione, naturalmente, appartiene alla geologia, mentre la suggestione è tutta di questo angolo remoto del Paese, nel villaggio di Castanheira, all’interno del Geoparco Mondiale UNESCO di Arouca.

Origine, formazione e leggende delle Pedras Parideiras

Per capire come si deve il fenomeno bisogna osservare la pietra da vicino. La superficie del granito presenta numerosi noduli scuri, con dimensioni variabili da circa 1 a 12 cm. All’esterno sono costituiti da biotite, un minerale di colore scuro appartenente alla famiglia delle miche, mentre all’interno presentano un nucleo composto da quarzo e feldspato.

I noduli risultano fortemente appiattiti e seguono orientamenti ben definiti all’interno del corpo granitico. La loro disposizione conserva così una sorta di memoria delle forze tettoniche che agivano sulla crosta terrestre durante la formazione della roccia. Più di 300 milioni di anni fa, la regione attraversava una fase geologica estremamente movimentata.

Le forze tettoniche interessavano il territorio, mentre magma e materiali rocciosi contribuivano alla formazione delle montagne. Le condizioni chimiche del magma, unite ai movimenti della crosta terrestre, avrebbero favorito la formazione dei particolari noduli inglobati nel granito.

La spiegazione chiara del processo resta oggetto di studio, ma una delle teorie considera la possibilità che il magma abbia inglobato piccoli aggregati minerali prima del raffreddamento e della solidificazione. Un’altra ipotesi attribuisce un ruolo importante alla pressione interna, paragonata dai geologi all’effetto prodotto scuotendo una bottiglia chiusa.

Poi entra in scena il tempo: biotite e granito reagiscono in maniera differente agli agenti atmosferici. Pioggia, vento, variazioni di temperatura, gelo e disgelo consumano progressivamente la roccia circostante. I noduli, più resistenti, rimangono inglobati ancora per un periodo, fino al distacco. Sul terreno compaiono così le piccole “pietre figlie“, spesso con una forma ovale e leggermente schiacciata.

Secondo una leggenda diffusa nella zona, dormire con una piccola Pedra Parideira sotto il cuscino favorirebbe il concepimento. La tradizione è arrivata a coinvolgere persone provenienti anche da molto lontano, attirate dalla speranza di trovare una particolare pietra della fertilità.

Durante il XX secolo questa credenza ha avuto conseguenze notevoli, poiché numerosi visitatori portarono via i piccoli noduli e, negli anni’90, le superfici accessibili delle rocce risultavano ormai fortemente impoverite. La storia popolare, tuttavia, continua a far parte dell’identità del posto, al punto che Geoparco ha persino sviluppato un programma sperimentale attraverso il quale alcune pietre possono essere prese in prestito per un periodo stabilito, con l’obiettivo di tutelare il patrimonio geologico e ridurre il prelievo clandestino.

La visita alle pietre che “partoriscono”

Il punto di riferimento principale è la Casa das Pedras Parideiras – Centro di Interpretazione, inaugurata il 3 novembre 2012. La struttura è stata realizzata proprio attorno all’affioramento granitico e ha una funzione scientifica, educativa e turistica. Prima ancora di osservare le rocce all’aperto, conviene entrarvi dentro.

Le spiegazioni aiutano a leggere particolari che a prima vista potrebbero sembrare semplici macchie scure sulla superficie del granito. Una volta riconosciuti i noduli, invece, la pietra cambia completamente aspetto. Il percorso permette di conoscere la storia geologica dell’area attraverso materiali informativi e contenuti audiovisivi, compreso un video in 3D. L’edificio dispone anche di un auditorium con 30 posti e ospita attività guidate organizzate periodicamente.

Fuori dal centro, una passerella in legno permette di osservare l’affioramento senza danneggiarlo. Il panorama assume una scala sorprendente: l’area interessata dalle grandi rocce madri raggiunge una superficie paragonabile a circa 10 campi da calcio e, tra le masse granitiche, brillano ancora i piccoli noduli scuri.

La sensazione più curiosa arriva proprio a quel punto. Una pietra che sembrava compatta e uniforme si rivela piena di piccole forme incastonate, quasi fossero semi mineralizzati destinati a liberarsi molto lentamente. La visita può diventare anche l’occasione per scoprire Castanheira e il paesaggio della Serra da Freita.

Dal villaggio si può ammirare la Frecha da Mizarela, una spettacolare cascata associata al corso del fiume Caima, mentre per chi desidera approfondire il territorio esiste il percorso geoturistico PR15, un itinerario circolare di 17 km attraverso l’altopiano della Serra da Freita.

Il paesaggio appartiene alle cosiddette Montanhas Mágicas, le Montagne Magiche del Portogallo. Tra pascoli, affioramenti rocciosi e altopiani, può capitare di incontrare i bovini della razza Arouquesa e i cani che accompagnano le mandrie.

Una raccomandazione è fondamentale: le piccole Pedras Parideiras appartengono al patrimonio geologico protetto dell’area. Portarne via una come souvenir significa sottrarre un frammento a un fenomeno raro e a un sito studiato dalla comunità scientifica. La fotografia resta quindi il ricordo più rispettoso.

Dove si trovano e come arrivare alle Pedras Parideiras

Le Pedras Parideiras si trovano nel villaggio di Castanheira, nella Serra da Freita, all’interno del comune di Arouca, nel nord del Portogallo. Il sito fa parte dell’Arouca UNESCO Global Geopark, un vasto territorio riconosciuto per il suo patrimonio geologico.

Da Lisbona il viaggio in automobile richiede circa 3 ore, secondo il percorso e le condizioni del traffico. La località si trova invece a breve distanza da Arouca, centro principale del territorio e punto utile per organizzare la visita alla Serra da Freita. La strada conduce progressivamente fuori dai centri abitati e verso un paesaggio più aperto, fatto di altopiani, pascoli e montagne.

Una volta raggiunto il villaggio, la Casa das Pedras Parideiras costituisce il riferimento principale per la visita. Da lì la passerella consente di osservare direttamente l’affioramento granitico.

Se la scienza racconta la loro origine attraverso minerali, pressione, magma ed erosione, il nome antico continua a suggerire un’immagine molto più semplice e potente: una montagna che, con una lentezza misurata in milioni di anni, sembra ancora partorire pietre.

La cattedrale di pietra scolpita dal vento nel cuore della Bulgaria: le Piramidi di Rozhen

Mentre si passa tra vigneti, piccoli villaggi e pendii sempre più accidentati della Bulgaria, in lontananza compaiono le montagne del Pirin, mentre le forme pallide delle rocce iniziano a spuntare tra la vegetazione. A un certo punto, davanti agli occhi si apre una distesa di guglie color sabbia, alte e sottili, con pareti incise da solchi profondi. Sono le Piramidi di Melnik, una vasta formazione geologica che occupa circa 50 km² e comprende 3 gruppi principali, quelli di Melnik, Karlanovo e Rozhen.

Qui le rocce assumono profili che ricordano piramidi egizie, obelischi, minareti, creste alpine, funghi di pietra e persino guglie gotiche. Alcune sembrano architetture lasciate a metà da un gigantesco scalpellino, altre hanno una forma più morbida, con ciuffi d’erba sulle sommità e alberi raccolti alla base.

Melnik, il più piccolo centro urbano del Paese, aggiunge un secondo livello a questa esperienza: la cittadina appare stretta nella valle, circondata dalle formazioni rocciose e dalle pendici del Pirin.

Origine, formazione e leggende delle Piramidi di Rozhen

La storia delle piramidi inizia ben prima dell’arrivo dell’uomo su questo affascinante pianeta. Le formazioni sono costituite principalmente da materiali sedimentari, tra arenaria e argille, modellati per lunghissimo tempo dagli agenti atmosferici. Pioggia, vento e variazioni delle condizioni ambientali incidono progressivamente i versanti, asportando il materiale più fragile e lasciando in rilievo le parti maggiormente resistenti.

Il risultato è una morfologia in continua trasformazione. Un pendio uniforme può essere scavato fino a diventare una parete frastagliata; una cresta può assumere l’aspetto di una lama; una colonna di roccia può restare isolata mentre il terreno circostante viene lentamente consumato. La stessa erosione che costruisce l’immagine spettacolare del paesaggio, quindi, ne determina anche la fragilità.

Nel 1960 l’intero complesso delle Piramidi di Melnik è stato dichiarato monumento naturale. Le formazioni di Rozhen costituiscono una delle parti più suggestive di questo insieme, soprattutto per la varietà delle forme e per il rapporto diretto con il paesaggio rurale circostante.

Particolarmente impressionanti risultano anche le piramidi presso Karlanovo, con obelischi che raggiungono circa 100 metri di altezza e pareti molto ripide. A sud del villaggio di Rozhen compaiono invece grandi e piccoli rilievi che assumono spesso l’aspetto di giganteschi funghi di pietra.

Un luogo simile (manco a dirlo) sembra quasi chiedere una spiegazione fantastica. Non vi sorprenderà infatti sapere che attorno a questo tesoro della Bulgaria sono nate leggende legate alla loro origine: diversi racconti attribuiscono queste forme a giganti trasformati in pietra dopo una punizione divina. Non mancano storie che evocano un’antica alluvione, in grado di lasciare dietro di sé pareti e pinnacoli dopo il ritiro delle acque.

Guardando le guglie dal fondovalle, del resto, la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di quasi irreale arriva spontanea.

La visita tra guglie, sentieri e panorami

La visita acquista valore soprattutto lasciando per qualche ora il fondovalle e raggiungendo i punti panoramici sui versanti. I sentieri attraversano terreni modellati dall’erosione, con tratti ripidi e superfici che possono diventare scivolose. Servono scarpe adatte, quindi, ma anche un passo prudente (soprattutto dopo la pioggia).

La salita regala progressivamente una prospettiva diversa. Dal basso le piramidi appaiono come un insieme compatto di guglie; dall’alto si distinguono invece creste, gole, terrazze naturali e colonne isolate. E poi c’è la luce, che modifica parecchio la scena: nelle ore centrali prevalgono le tonalità chiare dell’arenaria, mentre verso sera le pareti assumono sfumature dorate, arancio e rossastre.

Le forme cambiano persino tra un punto panoramico e quello successivo, mentre la vegetazione introduce macchie verdi tra le superfici nude della roccia. In alcuni punti le sagome ricordano torri medievali; poco più avanti sembrano lame, cappelli o giganteschi funghi.

Il percorso escursionistico associato all’area di Melnik forma un itinerario di circa 6-8 km, con salite generalmente moderate e diversi punti panoramici. Un itinerario più ampio raggiunge anche il monastero di Rozhen, creando un collegamento particolarmente interessante tra natura e patrimonio storico.

La visita può quindi partire da Melnik, proseguire tra le piramidi e arrivare fino al villaggio di Rozhen. Lungo il tragitto compaiono anche testimonianze storiche disseminate nella valle, tra chiese, monasteri e resti della fortezza di Slavova, costruita originariamente durante il periodo bizantino.

A Rozhen merita una deviazione il monastero di Rozhen, uno dei luoghi storici più importanti dell’area. Il complesso sorge in posizione elevata e aggiunge un elemento architettonico a un panorama già dominato dalla pietra.

Monastero di Rozhen, Bulgaria
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Il particolare Monastero di Rozhen

Anche Melnik merita tempo: la città raggiunse una notevole importanza commerciale tra XVIII e XIX secolo, quando vino, legname e prodotti artigianali partivano verso mercati europei e ottomani. Le abitazioni tradizionali conservano ancora l’impronta di quella prosperità.

Dove si trovano e come arrivare

Le Piramidi di Rozhen si trovano nella Bulgaria sud-occidentale, presso l’omonimo villaggio, a breve distanza da Melnik, nella regione di Blagoevgrad. L’area appartiene al paesaggio del Pirin, una delle principali catene montuose del Paese. Da Sofia si percorre la direttrice internazionale verso Kulata, seguendo poi la deviazione indicata per Melnik.

L’ultimo tratto attraversa per circa 13 km un paesaggio rurale fatto di villaggi, fattorie e vigneti. Poco prima di Melnik, nei pressi di Lozenitsa, le prime grandi superfici chiare delle piramidi diventano già visibili. Melnik rappresenta la base più pratica per esplorare la zona, perché la cittadina dispone di collegamenti con Sofia e con centri più grandi della regione, tra cui Blagoevgrad, Sandanski e Petrich.

Per chi arriva in automobile, la strada permette di raggiungere direttamente l’area del villaggio e di organizzare la visita combinando piramidi, monastero e centro storico di Melnik.  Dopo il tramonto il movimento diminuisce, la valle diventa silenziosa e le montagne cambiano colore.

È proprio allora che le Piramidi di Rozhen mostrano il loro carattere più particolare: di giorno sembrano una straordinaria anomalia geologica; alla sera diventano quasi una scenografia naturale, con guglie e creste che si stagliano contro il cielo del Pirin.

Tra acque leggendarie e la birra trappista delle Ardenne: Abbazia di Orval, un gioiello nella quiete della foresta

In una valle appartata delle Ardenne belghe, il verde avvolge le vestigia di un’antica abbazia, mentre l’acqua sgorga ancora dalla sorgente legata alla sua fondazione. Poco più in là, il lavoro dei monaci prosegue resistendo allo scorrere del tempo, e lo fa attraverso una birra conosciuta in tutto il mondo. Orval riunisce spiritualità, architettura, memoria e gastronomia in uno scenario di grande suggestione.

La valle in cui sorge è chiamata Val d’Or, “Valle d’Oro” in francese e la tradizione racconta che, nel corso dei secoli, il nome sia stato rovesciato fino a diventare Orval. Il simbolo più riconoscibile del complesso è una trota con un anello d’oro in bocca, raffigurata sullo stemma dell’abbazia e riprodotta sulle bottiglie della celebre birra.

Il complesso, tra le altre cose, si trova in una regione piena di boschi, vallate e piccoli centri abitati. La sua particolarità, quindi, sta anche nella coesistenza di due realtà: da una parte, il percorso aperto ai visitatori conduce attraverso le rovine e gli spazi museali dell’antica abbazia; dall’altra, il monastero attuale continua a essere una comunità cistercense trappista, con una chiesa, un centro di accoglienza e attività produttive legate alla tradizione del luogo.

Breve storia e leggende dell’Abbazia di Orval

La storia di Orval affonda le radici nel XII secolo. La fondazione risale al 1132, nei pressi della sorgente associata alla leggenda di Matilde di Toscana, duchessa vedova della Bassa Lorena. Secondo il racconto tramandato nei secoli, la nobildonna si fermò durante un viaggio per bere l’acqua di una fonte e lasciò cadere nel bacino il suo anello nuziale d’oro. Dopo aver pregato e promesso la fondazione di un monastero in quella valle, vide affiorare una trota con l’anello tra le fauci.

La promessa sarebbe stata mantenuta proprio con la nascita della comunità monastica. La sorgente, ancora oggi, alimenta il complesso e il birrificio, rendendo la leggenda una presenza concreta nella vita dell’abbazia. Il primo grande trauma, però, arrivò nel 1252, quando un incendio distrusse il monastero.

La ricostruzione restituì vita alla comunità, ma le vicende belliche continuarono a segnarne il destino. Nel 1637, durante la Guerra dei Trent’anni, l’abbazia fu saccheggiata dalle truppe francesi. Un altro episodio drammatico risale al 1793: durante la Rivoluzione francese, i monaci offrirono ospitalità a un esercito austriaco. In seguito, i rivoluzionari francesi incendiarono il complesso e costrinsero i religiosi ad abbandonarlo.

Le rovine e i terreni passarono allora in mani private. La rinascita cominciò poi nel 1926, quando i proprietari donarono l’area ai cistercensi. Fu quindi avviata la costruzione di un nuovo monastero, con una chiesa consacrata nel 1948. Per quanto riguarda la tradizione birraia, già presente nel passato monastico, fu ripresa nel 1931 per contribuire a sostenere i costi dei lavori.

Il progetto ebbe grande successo grazie a una ricetta particolare, basata su una combinazione distintiva di luppoli e lieviti. Nacque così una delle birre trappiste belghe più celebri, riconoscibile per il colore ambrato, il gusto secco e una componente amarognola con sfumature fruttate.

La visita tra rovine, musei e giardini officinali

Il percorso di visita permette di conoscere la storia di questo gioiello del Belgio attraverso ambienti diversi, ciascuno con una propria atmosfera. Il punto di partenza ideale è il complesso delle rovine medievali, immerse nel verde della valle. Resti di muri, archi e strutture appartenenti all’antico monastero restituiscono l’imponenza di un luogo religioso che attraversò incendi, saccheggi e ricostruzioni. La vegetazione, con il trascorrere delle stagioni, aggiunge una dimensione quasi pittorica alle pietre, mentre la sorgente di Matilde continua a scorrere nei pressi del sito.

Rovine dell'Abbazia di Orval, Belgio
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Le bellissime rovine dell’Abbazia di Orval

Il biglietto d’ingresso comprende l’accesso alle rovine, al Museo Monastico, al Museo Farmaceutico, a Les Communs Abraham e a una presentazione audiovisiva dedicata alla storia del monastero e alla vita della comunità attuale.  Il Museo Monastico occupa le cantine neoclassiche del XVIII secolo, progettate dall’architetto Laurent-Benoît Dewez.

Questi ambienti furono in seguito utilizzati come base per la costruzione del monastero attuale. Le collezioni raccontano la storia di Orval attraverso documenti, fotografie, illustrazioni e plastici, affiancando testimonianze della siderurgia locale, utensili in ferro, oggetti da cucina e piastre da camino provenienti dalla forgia del territorio. Una sezione dedicata all’arte sacra presenta opere più antiche e lavori art déco realizzati intorno al 1926.

Poi c’è il Museo Farmaceutico che conduce invece nella ricostruzione di un laboratorio monastico del XVIII secolo. Alambicchi, mortai, bilance, recipienti e vasi in ceramica mostrano l’antica preparazione di rimedi e medicamenti. Il momento più piacevole arriva nel giardino delle piante officinali, ricco di profumi e specie utilizzate dalla farmacia tradizionale.

Les Communs Abraham è l’unico edificio dell’antica abbazia arrivato fino a oggi in condizioni integralmente conservate. Il nome ricorda il frate Abraham Gilson, figura importante nella storia del monastero, e ospita un’esposizione dedicata alla produzione della birra, un plastico del complesso e un percorso interattivo pensato anche per i bambini.

La visita può proseguire nel negozio dell’abbazia e nella taverna, aperti secondo il calendario del sito. Qui si acquistano la birra Orval, i formaggi prodotti dai monaci, libri, oggetti religiosi e souvenir. Per gli appassionati, il birrificio rappresenta una tappa particolarmente desiderata, ma l’accesso è legato all’annuale Open Door Day.

Dove si trova e come arrivare

L’Abbazia di Orval si trova nel territorio di Villers-devant-Orval, nella provincia belga del Lussemburgo, in una zona meridionale della Vallonia vicina al confine francese. Florenville rappresenta il centro abitato di riferimento per organizzare la visita e raggiungere il complesso.

In auto, da Bruxelles, il viaggio richiede circa 2 ore, a seconda del traffico e del percorso scelto. La soluzione risulta particolarmente comoda per chi desidera esplorare anche i paesaggi delle Ardenne e i piccoli villaggi della regione. Il trasporto pubblico richiede una pianificazione più attenta: la stazione ferroviaria più vicina è quella di Florenville, collegata a Libramont da alcuni treni giornalieri.

Dalla stazione, un autobus raggiunge l’abbazia in circa 15 minuti. Le corse ferroviarie possono essere poco frequenti, quindi è utile verificare gli orari prima di partire e costruire l’itinerario tenendo conto delle coincidenze.

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