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Il mare italiano ha otto nuovi siti tutelati: tra tartarughe e monti sommersi

Il mare italiano si arricchisce di otto nuovi siti Natura 2000 destinati alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi marini. Il provvedimento, pubblicato il 30 settembre 2026 in Gazzetta Ufficiale, istituisce sei Siti di Importanza Comunitaria (Sic) e due Zone di Protezione Speciale (Zps) in alto mare, oltre il limite delle acque territoriali italiane ma all’interno della Zona di Protezione Ecologica (ZPE) dichiarata dall’Italia.

Le nuove aree interessano diversi settori del Mar Tirreno, del Mar Ligure e delle acque che circondano Sardegna, Sicilia e Calabria, con l’obiettivo di proteggere ambienti profondi e specie particolarmente importanti per l’equilibrio dell’ecosistema. Tra i protagonisti della nuova tutela c’è anche la tartaruga marina Caretta caretta, insieme agli uccelli marini e a preziosi habitat caratterizzati dalla presenza di coralligeno ed emissioni gassose.

Otto nuovi siti Natura 2000

I nuovi siti, introdotti con il decreto 269 del 1° settembre 2026, comprendono aree molto diverse tra loro per posizione e caratteristiche naturali. Al largo di Livorno nasce il Banco di Santa Lucia, mentre tra il Mar Ligure e il Tirreno settentrionale si trova il Complesso dei monti sottomarini Ulisse-Doria-Janua, un sistema di rilievi che si sviluppa sotto la superficie del mare.

Al largo della costa orientale della Sardegna è stata individuata la Parte Nord del monte sottomarino delle Baronie, mentre lungo la costa settentrionale della Sicilia rientra nella rete protetta il Complesso dei monti sottomarini Sisifo-Tiro-Enarete. In Calabria, invece, la tutela interessa la Dorsale sottomarina di Paola, lungo la costa occidentale.

A queste aree si aggiunge il Tirreno centrale per la tutela di Caretta caretta, che comprende un’ampia porzione di mare tra Sardegna, Campania e Sicilia. Completano il quadro il Mare Sinis Iglesiente, lungo la costa occidentale della Sardegna, e il Mare Nurra, nella parte nord-occidentale dell’isola.

Otto nuovi siti Natura 2000 in Italia
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La penisola del Sinis in Sardegna

Un nuovo traguardo per la tutela del mare italiano

L’istituzione degli otto siti consente alla Zona di Protezione Ecologica italiana di raggiungere una superficie protetta pari al 31%, centrando così il target europeo indicato per la tutela degli ambienti marini. La misura si inserisce nel percorso verso l’obiettivo di avere il 30% delle aree protette entro il 2030, previsto dalla Strategia Europea per la Biodiversità.

La scelta delle aree risponde soprattutto alla necessità di conservare specie e habitat che si trovano lontano dalle coste e che, proprio per la loro posizione in alto mare, richiedono specifiche misure di protezione. I nuovi siti sono stati individuati per favorire la conservazione della tartaruga marina, degli uccelli marini e di habitat profondi nei quali sono presenti formazioni di coralligeno ed emissioni gassose.

Secondo quanto spiegato dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto, l’ampliamento della Rete Natura 2000 permette di rafforzare la tutela dell’alto mare e di valorizzare ulteriormente il patrimonio di biodiversità italiano. Un patrimonio che non si limita alle coste e alle spiagge più conosciute, ma comprende anche un mondo sommerso fatto di montagne, dorsali e ambienti profondi ancora lontani dagli occhi.

L’Italia trionfa nei premi di National Geographic: è la meta più amata

Una pizza nel cuore di Napoli, una giornata tra le opere d’arte di Firenze e una spiaggia paradisiaca della Sardegna che fa venire voglia di rimandare per sempre il rientro a casa. Sono esperienze diverse, ma hanno tutte una cosa in comune: per i lettori di National Geographic Traveller UK, raccontano il fascino della destinazione che più di tutte ha conquistato le loro preferenze.

È infatti l’Italia a vincere la categoria “People’s Choice” dei Reader Awards 2026, i premi della rivista assegnati attraverso migliaia di voti dei propri lettori. Ma non è tutto, perché i risultati regalano al nostro Paese altri motivi per festeggiare, con altri riconoscimenti collezionati.

L’Italia è la destinazione preferita dai lettori

Nella categoria People’s Choice, dedicata alle preferenze del pubblico, l’Italia precede Giappone e Nuova Zelanda, le altre due destinazioni finaliste. A sostenerne il successo, secondo il racconto della rivista, sono soprattutto la gastronomia e la bellezza, capaci di accompagnare ogni viaggio (e tipo di viaggiatore) in forme sempre diverse.

Gli esempi scelti da National Geographic Traveller attraversano la Penisola: Napoli per la pizza, Firenze per l’arte e la Sardegna per le spiagge. Tre modi di vivere una vacanza che restituiscono la varietà di un Paese in cui anche un breve spostamento può cambiare paesaggio, sapori e abitudini.

La cucina italiana conquista tutti

Il risultato più netto per il nostro Paese arriva nella categoria destinazione gastronomica. Qui l’Italia ha raccolto quasi il triplo dei voti della seconda classificata, la Spagna, mentre la Francia completa il gruppo delle finaliste.

La rivista mette al centro un modo di mangiare legato a stagionalità, prodotti locali e semplicità, ma soprattutto alla ricchezza delle cucine regionali. Il viaggio diventa così un’occasione per conoscere il territorio attraverso ciò che arriva in tavola, tra osterie, trattorie e ricette che cambiano da una meta all’altra. Dalla ricerca dei tartufi in Piemonte al ragù di Bologna, fino a una cena in una masseria pugliese, le esperienze citate raccontano una gastronomia che può diventare in primis il motivo della partenza.

Gli altri premi italiani

A completare i primi posti italiani è Roma, vincitrice nella categoria dedicata ai city break, davanti alle altre finaliste Londra e Lisbona.

La celebre rivista ne sottolinea il patrimonio archeologico e artistico, insieme agli interventi di restauro realizzati in vista del Giubileo del 2025. Ma il richiamo della Capitale passa anche dalla vita quotidiana: i caffè, le pause a tavola e il piacere di attraversare una città in cui monumenti storici e abitudini locali convivono.

La competizione è stata particolarmente serrata: pochi voti hanno separato le prime sei posizioni, tra le quali figurano anche Barcellona, Berlino e Copenhagen. L’Italia compare inoltre tra le finaliste per le vacanze in famiglia, categoria vinta dalla Francia, insieme alla Spagna.

Le Dolomiti sono invece tra le regioni escursionistiche più amate, accanto alla Scozia: a conquistare il premio di questa categoria è il Lake District, nel nord dell’Inghilterra.

Le altre mete vincitrici ai Reader Awards 2026

Il resto dei premi disegna una mappa che va dalle coste britanniche alle foreste centroamericane. La Cornovaglia conquista sia la categoria vacanze al mare sia quella dedicata alle destinazioni nel Regno Unito, mentre il Costa Rica si impone per l’avventura e il turismo responsabile.

Per i viaggi invernali vince l’Islanda; per la fauna selvatica, il Sudafrica. I lettori scelgono invece i fiordi norvegesi per i viaggi in nave, la Route 66 per quelli in auto e il Caledonian Sleeper, suggestivo treno notturno tra Londra e la Scozia, per quelli su rotaia.

Ecco i vincitori riportati da National Geographic Traveller UK:

  • Scelta del pubblico: Italia;
  • Destinazione gastronomica: Italia;
  • Vacanza al mare: Cornovaglia;
  • City break: Roma;
  • Destinazione nel Regno Unito: Cornovaglia;
  • Destinazione per famiglie: Francia;
  • Viaggio in treno preferito: Caledonian Sleeper;
  • Destinazione per osservare la fauna selvatica: Sudafrica;
  • Destinazione di turismo responsabile: Costa Rica;
  • Regione escursionistica: Lake District;
  • Destinazione avventura: Costa Rica;
  • Meta invernale: Islanda;
  • Viaggio in nave preferito: fiordi norvegesi;
  • Viaggio in auto preferito: Route 66;
  • Scelta della redazione: Marocco.

La Sardegna entra per la prima volta nella prestigiosa lista delle mete da scoprire nel 2027

Dopo essere stata inserita da Lonely Planet tra le destinazioni da non perdere nel 2026, la Sardegna riceve un nuovo riconoscimento, questa volta dal mondo dei viaggi di alta gamma. Per la prima volta, l’isola entra nella Where to Go Destinations 2027, la selezione delle mete consigliate da Signature Travel Network, consorzio statunitense di agenzie di viaggio specializzate nei viaggi di lusso.

A curare la lista è Ignacio Maza, uno dei nomi più autorevoli del turismo di lusso negli Stati Uniti. Da oltre vent’anni, le sue analisi orientano advisor e operatori del settore e, di conseguenza, le scelte dei viaggiatori americani che cercano esperienze esclusive.

Cos’è la prestigiosa lista “Where to Go”

Per chi lavora nel turismo di lusso americano, la Where to Go è uno degli appuntamenti più attesi dell’anno. Arrivata ormai alla sua seconda decade, la lista viene presentata durante la conferenza annuale di Signature e riunisce una dozzina di destinazioni, ognuna accompagnata da consigli pratici su cosa vedere, cosa fare e dove soggiornare.

A renderla credibile è soprattutto il metodo. Maza, che ha viaggiato in oltre cento Paesi e in tutti e sette i continenti, seleziona solo luoghi che ha visitato di persona. Alla base della scelta ci sono poi l’analisi dei trend globali, un lavoro di ricerca approfondito e una valutazione di quanto ogni meta possa interessare il viaggiatore statunitense.

Per capire il livello della selezione basta guardare le edizioni precedenti. Nella lista del 2026 figuravano, tra le altre, l’isola giapponese di Kyushu, Madrid, la Lapponia svedese, lo Sri Lanka, la Tasmania e l’Uzbekistan. Un anno prima era toccato a Montréal, Buenos Aires, Marrakech, al Perù e al Botswana.

L’ingresso della Sardegna nella lista delle mete da scoprire nel 2027 è anche il frutto della collaborazione tra l’Assessorato regionale del turismo, ENIT e Signature. E il ritorno va oltre i confini dell’isola: una vetrina di questo peso sul mercato americano rafforza l’immagine dell’Italia come destinazione di riferimento per il turismo di fascia alta.

La Sardegna che conquista i viaggi di lusso

Per i viaggiatori moderni, il vero privilegio è spesso l’accesso a situazioni ed esperienze di un certo tipo: una cantina che apre le porte a pochi ospiti, un sentiero da percorrere senza incontrare nessuno, una tavola condivisa con chi il pane carasau lo prepara ancora a mano. Ed è qui che la Sardegna ha molto da offrire, ben oltre il glamour di Porto Cervo e della Costa Smeralda.

C’è il mare, naturalmente: le calette del Golfo di Orosei raggiungibili solo via sentiero o in barca, l’arcipelago di La Maddalena, le spiagge della costa occidentale. Ma c’è anche un entroterra che sorprende chi arriva per la prima volta, con i canyon del Supramonte come la gola di Gorropu e borghi colorati come Bosa, affacciata sul fiume Temo. Poi c’è la storia: l’isola custodisce migliaia di nuraghi, tra cui il complesso di Su Nuraxi a Barumini, Patrimonio UNESCO, mentre a Cabras si possono ammirare i Giganti di Mont’e Prama, statue in pietra tra le più antiche del Mediterraneo occidentale.

A completare il quadro ci sono l’enogastronomia, dal Cannonau al Vermentino di Gallura, e la longevità dell’Ogliastra, una delle prime Blue Zone individuate al mondo: un tema che da tempo affascina il pubblico americano. Tutti elementi che si sposano con un’idea di viaggio lento e su misura, da vivere anche in primavera e in autunno, lontano dalla folla dei mesi estivi.

Viaggio vista mare lungo la Ciclovia Riviera dei Fiori: qui si pedala su una vecchia ferrovia

Un tempo qui era tutta ferrovia. Due strisce di ferro, una massicciata, il passaggio rumoroso di vagoni stridenti diretti da Genova a Ventimiglia, o da Ventimiglia a Genova, lungo un unico binario. Poi, nel 2001, la decisione di dismettere questa tratta per spostarla più a monte, più lontano dal profondo blu del Mar Ligure che spumeggia lungo la frastagliata costa occidentale della penisola italiana. Di lì a qualche anno l’inizio dei lavori per servire un’idea visionaria: realizzare una pista ciclabile, o meglio una ciclovia, al posto della ferrovia, restituendo all’utilizzo turistico questa panoramica parte di territorio, investendo su un’infrastruttura dismessa che sarebbe altrimenti stato difficile riutilizzare.

Nasce così, lungo la costa del Ponente ligure, la Ciclovia Riviera dei Fiori, un lungo nastro d’asfalto sospeso tra mare e colline. Una prospettiva insolita e unica sulla Liguria, lungo un itinerario pianeggiante, sicuro e adatto davvero a chiunque, dalle famiglie con bambini ai cicloturisti più allenati. Oggi, terminati i lavori di ampliamento, il percorso ciclistico è lungo 45 chilometri, da Andora, panoramica cittadina della Riviera delle Palme, fino a Ospedaletti, in provincia di Imperia.

Dove si trova la Ciclovia Riviera dei Fiori

La Ciclovia Riviera dei Fiori corre dunque lungo la costa delle province di Imperia e Savona, nell’estremo Ponente della Liguria, non lontano dal confine con la Francia. Il suo tracciato segue quasi interamente il sedime della vecchia ferrovia Genova-Ventimiglia a binario unico, dismessa all’alba del Nuovo Millennio e sostituita da un nuovo tracciato per liberare la fascia costiera da un’infrastruttura che per oltre un secolo aveva tenuto il mare a debita distanza dai passeggeri in transito.

I due estremi del percorso ciclabile sono Ospedaletti, a pochi chilometri da Sanremo, cittadina simbolo della storia del ciclismo, e Andora, dove si trovano alcune delle spiagge più belle della costa ligure. L’intero tracciato è stato ampliato alla sua definitiva lunghezza da poco: inizialmente la ciclovia era lunga 24 chilometri, tra San Lorenzo al Mare e Ospedaletti. Venne poi ampliata in entrambe le direzioni per raggiungere i 45 chilometri ininterrotti che misura oggi, tutti affacciati sul mare.

Ciclovia Riviera dei Fiori Sanremo
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La Ciclovia nei pressi di Sanremo

Nel 2025 la Ciclovia Riviera dei Fiori ha ottenuto l’Italian Green Road Award, il riconoscimento dedicato alle ciclovie più virtuose per progettazione, fruibilità e sostenibilità: pochi altri itinerari in Italia possono contare su un simile affaccio marino ininterrotto, unito a un fondo perfettamente asfaltato e a una pendenza pressoché nulla. All’inizio dell’estate 2026 sono stati completati i lavori per un ulteriore ampliamento, integrando nella ciclovia il tratto cosiddetto de L’Incompiuta, panoramico percorso costiero che collega Imperia Oneglia a Diano Marina. Un vero e proprio sogno per il cicloturista.

Cosa vedere lungo la ciclovia

San Lorenzo al Mare è un piccolo borgo di pescatori, raccolto attorno al suo porticciolo turistico. Qualche chiesa e qualche pittoresca piazzetta animano questo paese lungo la Ciclovia Riviera dei Fiori. Il tratto da San Lorenzo a Ospedaletti è il vecchio cuore del percorso, quello aperto per primo e ancora oggi il più frequentato. In questa parte dell’itinerario, il tracciato è quasi interamente pianeggiante e a doppio senso di marcia, con un fondo asfaltato che lo rende accessibile non solo a bici di ogni tipo, ma anche a chi vuole cimentarsi con pattini e roller blades.

Una delle caratteristiche più suggestive dell’intero itinerario è la presenza delle vecchie gallerie ferroviarie, recuperate e illuminate, che un tempo facevano correre i treni sotto i promontori rocciosi della costa ligure, e che oggi regalano ai ciclisti il brivido di essere attraversate su due ruote.

La Ciclovia Riviera dei Fiori attraversa diversi borghi di pregevole bellezza, con tante possibilità per parcheggiare la bici e godersi l’esplorazione dei vicoli, delle viuzze e delle piazze di questi piccoli paesi costieri dal fascino immortale. Arma di Taggia è meta balneare per eccellenza durante l’estate, con le sue palme e il suo litorale dorato. Cervo ha un’anima medievale, ma una grande chiesa barocca che domina il colpo d’occhio sull’abitato. Imperia è una città divisa in due anime, ciascuna delle quali meritevole di essere visitata. Santo Stefano al Mare, Diano Marina, Riva Ligure coltivano l’atmosfera marinara e la tipica lentezza di un clima sempre mite.

Cervo Liguria
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Il borgo di Cervo

Tappe imperdibili

Più in dettaglio, la Ciclovia Riviera dei Fiori offre una sorta di piccolo campionario di ciò che ha da offrire il Ponente ligure.

Andora, da dove parte (o finisce, a seconda del senso in cui si percorre la pista), offre scorci bellissimi sulla riviera, in particolare nei pressi della frazione di Marina di Andora, che si affaccia su Capo Mele. Costeggiando Capo Mimosa, si incontrano le prime gallerie e poi ci si affaccia sul golfo di Diano Marina passando da Cervo, uno dei Borghi più Belli d’Italia, il cui profilo si staglia, arroccato sulla sua collina, mentre lo si oltrepassa in riva al mare.

Andora liguria
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Panorama su Andora e Capo Mimosa

Quando si oltrepassa il molo di Diano Marina, si entra nella cosiddetta Incompiuta, che oggi è quantomai invece completa: è la parte più nuova della ciclovia, e attraversa un lungomare altrimenti irraggiungibile con l’automobile, in una zona costiera rocciosa in cui solo la macchia mediterranea resiste abbarbicata alle falesie. Qui ci può anche fermare a fare il bagno in un piccolo tratto di spiaggia libera.

Si arriva dunque a Imperia e se ne attraversano le due parti, Oneglia e Porto Maurizio, la prima più industriale, legata ai pastifici e alla produzione dell’olio d’oliva, la seconda più pittoresca, fatta di vicoli e palazzi eleganti. Poco dopo, usciti da Porto Maurizio e prima di arrivare a San Lorenzo al Mare, si incontra l’affascinante sagoma della Torre di Prarola, antico punto d’avvistamento contro le incursioni navali.

A San Lorenzo al Mare vale la pena concedersi qualche minuto per ammirare le case colorate del porticciolo. Poco più avanti, la sosta a Marina degli Aregai, a Santo Stefano al Mare, permette di osservare un moderno porto turistico incastonato in un paesaggio ancora fortemente rurale, con uliveti e coltivazioni di fiori che digradano verso il mare.

Proseguendo verso ponente, si arriva ad Arma di Taggia, con la sua atmosfera balneare, si aggira Capo Verde e si entra infine a Sanremo. Poco distante, sulla collina, si può fare una breve deviazione per visitare Bussana Vecchia, il borgo abbandonato dopo il terremoto del 1887 e oggi rinato come piccolo villaggio di artisti.

Arrivando a Sanremo, la Città dei Fiori regala uno dei momenti simbolo del percorso: pedalare lungo Corso Imperatrice, con le sue palme secolari, e ammirare da vicino le cupole dorate della Chiesa Russa, uno degli edifici più riconoscibili della cittadina. Non è un caso che proprio questo tratto della ciclovia sia stato scelto per la partenza della prima tappa del Giro d’Italia 2015 e sia legato a doppio filo alla storica Milano-Sanremo, una delle più importanti corse ciclistiche del mondo. Una lunga galleria conduce all’ultimo tratto del percorso, sul lungomare di Ospedaletti.

Tre fughe al mare da organizzare a giugno 2027: si parte da 21 euro con la promo Volotea

Programmare un weekend fuori porta può diventare l’occasione perfetta per pensare già alla prossima estate. Se non ami il freddo che sta per arrivare, la soluzione perfetta è studiare subito una nuova destinazione da scoprire con la promo Volotea.

Sono disponibili 500.000 posti con prezzi a partire da 19 euro, con tariffe ancora più convenienti, da 9 euro, per chi aderisce al programma Megavolotea. La promozione permette di organizzare viaggi fino al 30 giugno 2027, con prenotazioni da effettuare entro il 2 ottobre 2026.

Tra le date da segnare in calendario ci sono proprio quelle di giugno 2027, quando le scuole finiranno e il clima sarà ideale per trascorrere giornate al mare in tranquillità prima dell’alta stagione. Ecco tre mete che abbiamo selezionato per voi.

In Sardegna c’è una piramide che sembra arrivare da un’altra civiltà: è il Santuario prenuragico Monte d’Accoddi

Nel paesaggio aperto della Nurra, a nord-ovest della Sardegna, una grande struttura di pietra emerge dalla pianura con un aspetto decisamente insolito per l’isola. Inizialmente sembra una collina artificiale, modellata con cura per condurre lo sguardo verso l’alto, ma piano piano ci si rende conto che in realtà, sotto terra, pietre e grandi blocchi calcarei custodiscono la storia di un santuario prenuragico costruito circa 5.000 anni fa.

Si chiama Monte d’Accoddi e il suo monumento principale è un altare a terrazza con forma tronco-piramidale, raggiunto da una lunga rampa rettilinea. La somiglianza con le ziqqurat della Mesopotamia ha alimentato paragoni affascinanti, anche se le fonti archeologiche sottolineano l’assenza di una relazione diretta tra le due realtà.

L’area archeologica nella sua completezza, però, racconta qualcosa di ancora più ampio rispetto al grande altare: intorno si sviluppava un villaggio, mentre a circa 500 metri una necropoli comprende 8 ipogei pluricellulari scavati nella parete calcarea. Menhir, grandi lastre, pietre sferoidali e strutture legate alla sfera rituale completano un paesaggio che per generazioni ha avuto una funzione religiosa.

Breve storia del Monte d’Accoddi

La storia di Monte d’Accoddi comincia con un villaggio di capanne circolari, frequentato forse già intorno al 3400 a.C., durante le fasi della cultura di San Ciriaco. Nei secoli successivi l’abitato cambiò aspetto e, durante la cultura di Ozieri, tra il 3200 e il 2800 a.C., alle prime abitazioni si sostituirono capanne quadrangolari. Proprio al centro di questo nuovo insediamento venne organizzato uno spazio destinato alla sfera sacra, segnando la trasformazione del colle in un importante luogo di culto.

Fu allora che comparve il primo altare, una struttura molto più piccola rispetto a quella visibile oggi, sulla cui sommità si trovava un sacello rettangolare, lungo quasi 13 metri e largo 7,20, del quale restano il pavimento e parte delle pareti. L’intonaco ricoperto di ocra rossa ha dato all’edificio il suo celebre soprannome, “Tempio rosso“.

La storia del primo santuario ebbe però una brusca interruzione intorno al 2800 a.C. a causa di un incendio e, anziché ricostruire semplicemente l’edificio originario, le comunità che frequentavano il sito realizzarono un’opera molto più ambiziosa. Il primo altare venne inglobato all’interno di una nuova piattaforma tronco-piramidale, costruita con strati di terra e pietre e rivestita esternamente da grandi blocchi calcarei. Per raggiungere la terrazza fu realizzata una nuova rampa trapezoidale, lunga circa 42 metri. È questa seconda costruzione, più imponente e ancora oggi riconoscibile, ad aver dato a questo angolo di Sardegna l’aspetto così particolare che lo distingue nel panorama della Preistoria mediterranea.

Più o meno nel 2600 a.C., durante la cultura di Abealzu, il territorio attorno all’altare venne nuovamente occupato da un villaggio, questa volta formato da capanne con muri rettilinei, focolari e coperture sostenute da pali. Tra queste si fa notare la cosiddetta “capanna dello stregone“, una costruzione articolata in 5 ambienti irregolari. Il nome deriva da alcuni reperti particolari rinvenuti al suo interno, tra cui una punta di corno bovino e conchiglie bivalvi raccolte dentro una brocca.

Altare preistorico di Monte d'Accoddi, Sardegna
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L’Altare preistorico di Monte d’Accoddi visto da vicino

Anche gli spazi attorno all’altare conservavano elementi legati alla dimensione rituale: un menhir alto 4,44 metri segnava l’area sacra, mentre nelle vicinanze furono rinvenute 2 grandi pietre sferoidali che, secondo alcuni studiosi, possiedono simbolismi astrali (il loro significato, tuttavia, resta oggetto di interpretazione).

Con il passare dei secoli, però, Monte d’Accoddi perse la sua funzione religiosa originaria. Il santuario venne progressivamente abbandonato come centro di culto e il sito continuò a essere frequentato in forme diverse durante l’età nuragica, il periodo fenicio-punico, l’età romana e il Medioevo.

Per secoli la collina rimase così nascosta sotto la terra e la vegetazione, fino a quando la sua forma insolita attirò l’attenzione degli archeologi. La svolta arrivò nel 1952, quando Ercole Contu iniziò a scavare in un terreno appartenuto ad Antonio Segni. In origine si pensava che il rilievo potesse nascondere i resti di un nuraghe. Gli scavi portarono invece alla luce l’altare monumentale, il villaggio, il menhir e numerosi elementi legati alla sfera rituale, rivelando la vera natura del sito.

La visita tra altare, villaggio e necropoli

La visita a Monte d’Accoddi comincia dalla base del monumento, davanti alla grande rampa che sale verso la terrazza. Vista dal basso, appare quasi come una strada monumentale costruita appositamente per condurre verso uno spazio riservato alla dimensione sacra.

La salita porta verso la terrazza superiore, ma il vero interesse del monumento sta anche in ciò che rimane nascosto al suo interno. Il primo santuario, il cosiddetto “Tempio rosso”, oggi non è visitabile per ragioni di tutela, conservazione e sicurezza. Restano però le tracce della sua presenza e la ricostruzione delle diverse fasi permette di leggere il monumento quasi come una sezione della Preistoria sarda.

Attorno all’altare si apre l’area occupata dal villaggio. Le capanne appartengono a diverse fasi della frequentazione del sito e mostrano un’organizzazione molto diversa rispetto alla monumentalità del santuario. I muri erano formati da uno zoccolo di piccole pietre, sul quale poggiavano strutture realizzate con mattoni crudi oppure con canne e frasche intonacate. Pali inseriti nelle buche dei pavimenti sostenevano le coperture vegetali, mentre all’interno delle abitazioni si trovavano focolari rettangolari con bordi rialzati in argilla.

Oltre alla “capanna dello stregone”, la dimensione rituale emerge soprattutto dagli elementi litici distribuiti attorno al santuario. Accanto al lato destro della rampa si trova una grande tavola per offerte in trachite, mentre sul lato meridionale c’è invece il menhir.

Ancora più enigmatico è il grande lastrone trapezoidale in calcare che poggia su 3 basi litiche e presenta 7 fori lungo i bordi. Sotto la lastra si trova un inghiottitoio naturale, la cui funzione è stata interpretata forse in relazione a sacrifici cruenti. Poco lontano ci sono 2 grandi pietre calcaree di forma sferoidale, considerate elementi dalla possibile valenza sacra.

Completano il complesso 3 stele calcaree provenienti dall’edificio. Una presenta una losanga e spirali, un’altra mostra una figura femminile stilizzata, mentre la terza è caratterizzata da 13 scanalature parallele attraversate da almeno 2 incisioni perpendicolari. A circa 500 metri dall’altare c’è infine la necropoli ipogeica, scavata nella parete calcarea rivolta verso il rio d’Ottava.

Comprende 8 tombe pluricellulari, alcune decorate con protomi bovine e altri elementi architettonici. La presenza delle sepolture completa il quadro del territorio antico, mettendo in relazione lo spazio abitato, quello destinato ai rituali e quello riservato ai defunti.

Dove si trova e come arrivare

Il Santuario di Monte d’Accoddi si trova nella Nurra, nel territorio di Sassari, a circa 13 km dal capoluogo. Per raggiungere il sito da Sassari si percorre la ex Strada Statale 131 in direzione di Porto Torres fino al km 222,200. Da questo punto si prende lo svincolo indicato per Bancali e altre direzioni, tornando verso Sassari fino alla Strada Vicinale Monte d’Accoddi. La presenza della segnaletica turistica permette di individuare facilmente l’accesso all’area archeologica.

Chi arriva da Porto Torres percorre la stessa strada in direzione di Sassari. Dopo circa 8 km, la Strada Vicinale Monte d’Accoddi si trova immediatamente sulla destra rispetto alla ex SS 131.

Perché organizzare un viaggio nella Repubblica Dominicana proprio adesso

Caraibi, spiagge bianchissime, natura tropicale e città ricche di storia, è questa la cornice di un viaggio nella Repubblica Dominicana, da sempre una delle destinazioni più desiderate per una fuga invernale. E udite, udite… Nei prossimi mesi raggiungerla dall’Italia diventerà ancora più semplice grazie a una novità importante sul fronte dei collegamenti aerei.

A partire dalla fine di novembre, infatti, ITA Airways inaugurerà il nuovo volo diretto tra Roma Fiumicino e Santo Domingo, creando un collegamento senza scali perfetto per chi sta già pensando a una vacanza al caldo durante l’inverno europeo. Un motivo in più per riscoprire un Paese che non è fatto soltanto di resort e spiagge da cartolina, ma anche di città coloniali, parchi naturali, cascate e piccoli paradisi affacciati sul Mar dei Caraibi.

Il nuovo volo ITA Airways da Roma a Santo Domingo

La grande novità della stagione invernale 2026-2027 di ITA Airways riguarda proprio la Repubblica Dominicana. Dal 30 novembre 2026 la compagnia lancerà il nuovo collegamento stagionale diretto tra Roma Fiumicino e Santo Domingo, prima destinazione di ITA Airways in America Centrale. ITA Airways Inizialmente il volo sarà operato una volta alla settimana, il lunedì, mentre dal 14 dicembre si aggiungerà invece una seconda frequenza settimanale, la domenica, prevista fino alla fine di marzo 2027. Sulla rotta saranno utilizzati Airbus A330neo configurati nelle classi Business, Premium Economy ed Economy.

Isola di Saona
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Vista sull’Isola di Saona

Secondo l’operativo attualmente pubblicato dalla compagnia, il volo Roma-Santo Domingo avrà una durata indicativa di circa 11 ore e 5 minuti, mentre il viaggio di ritorno durerà circa 9 ore e 45 minuti. Il nuovo diretto rende quindi particolarmente interessante programmare adesso un viaggio nella Repubblica Dominicana, soprattutto in vista dell’inverno: si potrà raggiungere la capitale senza scali e, da qui, costruire un itinerario che vada oltre le classiche vacanze all inclusive.

Cosa vedere nella Repubblica Dominicana

Il primo luogo da esplorare è proprio Santo Domingo, una capitale che vale molto più di una semplice tappa di arrivo. Il cuore storico è la Ciudad Colonial, dove edifici storici, piazze e testimonianze del periodo coloniale raccontano una parte fondamentale della storia dell’isola. È il lato più culturale della Repubblica Dominicana e permette di alternare mare e visite già nei primi giorni di viaggio.

Ciudad Colonial, Santo Domingo
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La Ciudad Colonial a Santo Domingo

Per chi sogna soprattutto i Caraibi da cartolina, restano imperdibili le località balneari. Punta Cana è il grande classico, con lunghe spiagge tropicali e una vasta offerta di resort, mentre la zona di Bayahibe e La Romana è una delle basi più interessanti per escursioni e giornate in mare. Tra le mete più amate della zona c’è anche l’isola di Saona, celebre per le sue acque trasparenti e le spiagge circondate dalla vegetazione tropicale.

Chi cerca invece un volto più selvaggio può spingersi verso la penisola di Samaná, tra baie, foreste e paesaggi decisamente più verdi. Qui si trovano anche Las Terrenas, località che combina atmosfera caraibica, spiagge e una vivace scena turistica. Vale la pena considerare anche l’interno del Paese. Zone come Jarabacoa e Constanza mostrano una Repubblica Dominicana molto diversa da quella dell’immaginario più classico: montagne, sentieri, cascate e temperature più fresche trasformano il viaggio in qualcosa di decisamente più vario.

La Formula 1 incontra il lusso sul mare: come vivere il GP Monaco 2027

Il Formula 1® Louis Vuitton Grand Prix de Monaco 2027 trasformerà ancora una volta la Riviera in uno dei grandi palcoscenici internazionali dello sport e della mondanità. Per chi cerca un modo particolare di vivere il weekend di gara, Explora Journeys propone un’esperienza che porta il lusso nel cuore dell’evento: dal 2 al 7 giugno 2027, infatti, EXPLORA I tornerà a Port Hercule, a soli 150 metri dal circuito.

Dopo le esperienze del 2025 e del 2026, sarà il terzo anno consecutivo in cui la nave farà tappa a Monaco in occasione del Gran Premio e la sua posizione permetterà agli ospiti di trovarsi a pochi passi dall’energia del circuito, mantenendo però a bordo un’atmosfera più riservata e rilassata.

Suite con terrazza privata e vista sul weekend più glamour

Le prenotazioni per il 2027 sono già aperte e permettono di scegliere tra soggiorni esclusivamente in suite e formule che abbinano la suite a un accesso di tre giorni alle tribune del Gran Premio.

A bordo di EXPLORA I, l’esperienza è pensata per proseguire anche lontano dal circuito: le sistemazioni sono suite fronte oceano, tutte dotate di terrazza privata, mentre l’offerta gastronomica comprende sei ristoranti, affiancati da 12 bar e lounge. Durante il soggiorno sono inoltre previste bevande premium.

Il benessere occupa un altro spazio importante dell’esperienza, con una proposta ispirata all’oceano che comprende spa e strutture fitness. La nave diviene così una sorta di indirizzo privilegiato da cui vivere Monaco, con la possibilità di passare dal circuito alla tranquillità del mare senza rinunciare al comfort.

Le lussuose cabine di Explora Journey per godersi il Grand Prix a Monaco
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Le lussuose cabine di Explora Journey per godersi il Grand Prix a Monaco

Tre giorni di tribune per seguire da vicino il Gran Premio

Per chi desidera vivere l’appuntamento sportivo dagli spalti, le formule disponibili includono un accesso di tre giorni alle tribune. La proposta consente di seguire il weekend di gara mantenendo come base EXPLORA I, ormeggiata nel cuore di Port Hercule.

È prevista inoltre un’ulteriore formula per avvicinarsi ancora di più al mondo della Formula 1: le suite con pacchetto di ospitalità F1 Paddock Club™ di tre giorni saranno disponibili più avanti. L’esperienza comprenderà anche l’accesso a momenti dedicati alla gastronomia gourmet, passeggiate nella pit lane e la possibilità di incontrare leggende della Formula 1.

Le prenotazioni per questa formula non sono ancora aperte, ma è già possibile registrare il proprio interesse tramite Explora Journeys.

Dal Gran Premio a un viaggio nel Mediterraneo

Il soggiorno a Monaco può essere anche soltanto una tappa di un viaggio più lungo: Explora Journeys offre, infatti, la possibilità di abbinare il weekend del Gran Premio a una Journey prima o dopo l’evento.

Tra le opzioni c’è il viaggio da Roma a Monaco, dal 24 maggio al 7 giugno, che permette di raggiungere Port Hercule a bordo della nave. In alternativa, si può proseguire da Monaco a Barcellona, dal 2 al 14 giugno, e continuare il viaggio dopo il weekend di gara.

Per vivere l’esperienza nella sua forma più estesa, è possibile combinare entrambi gli itinerari e intraprendere una Journey da Roma a Barcellona dal 24 maggio al 14 giugno, inserendo il Gran Premio all’interno di un soggiorno più lungo nel Mediterraneo.

Il ritorno di EXPLORA I dopo le esperienze del 2025 e 2026

Il ritorno a Monaco nel 2027 arriva dopo due edizioni che hanno rafforzato il legame tra Explora Journeys e il celebre weekend di gara. Nel corso degli appuntamenti del 2025 e del 2026, a bordo sono state ospitate anche alcune figure leggendarie del motorsport, tra cui Sir Jackie Stewart, Mika Häkkinen e David Coulthard.

Il programma degli anni precedenti ha incluso inoltre eventi esclusivi legati alla dimensione mondana del Gran Premio, come l’Official Formula 1 Grand Prix de Monaco 2026 Opening Party e l’iconico Vanity Fair Club nel 2025.

Per il 2027, il programma completo degli eventi a bordo non è stato ancora svelato: tutti i dettagli saranno annunciati prossimamente.

I migliori eventi e le sagre di ottobre in Sardegna

Quando le giornate si accorciano e le prime brezze fresche invitano a ritrovarsi intorno a una tavola imbandita, borghi e paesi tornano a vivere nei loro riti collettivi più sentiti. È la stagione delle sagre di paese, delle feste patronali e delle piazze che profumano di piatti di stagione e vini del territorio. Famiglie, viaggiatori curiosi e comunità locali si incontrano per celebrare i sapori autentici dell’autunno, tra tradizioni religiose e momenti di convivialità. In Sardegna questo tempo diventa un invito a rallentare, assaggiare e scoprire angoli dell’isola spesso lontani dalle rotte estive.

Le sagre e gli eventi enogastronomici di ottobre 2026 in Sardegna offrono un viaggio tra coste e entroterra, dalle piazze dei piccoli centri ai borghi più noti. Tra gli appuntamenti di spicco spiccano la Festa Internazionale del Cous Cous a Carloforte, capace di raccontare l’incontro tra culture nel piatto, e la Sagra della Lumaca a Gesico, che richiama gli appassionati di sapori tipici. A completare il calendario non mancano momenti di grande richiamo come Autunno in Barbagia a Ortueri, per un autunno isolano ricco di gusto e tradizioni.

Eventi di ottobre in Sardegna, le sagre e le feste da vivere

  • Autunno in Barbagia – Ortueri (NU), dal 5 settembre al 13 dicembre 2026.
    Manifestazione diffusa che apre cortili e case storiche della Barbagia, proponendo percorsi enogastronomici e artistici per valorizzare le eccellenze produttive, le tradizioni e l’artigianato dell’interno della Sardegna.
  • Festa Internazionale del Cous Cous – Carloforte (SU), dal 2 al 4 ottobre 2026.
    A Carloforte la sagra del cus cus tabarchino diventa Festival Internazionale del Cous Cous, con cuochi da diversi Paesi, laboratori, scambi culturali, eventi enogastronomici ed esposizioni dedicate a questa specialità.
  • Festa Patronale 2026 ad Aggius – Aggius (SS), dal 3 al 6 ottobre 2026.
    La Festa Patronale di Aggius anima il borgo gallurese, noto per il centro storico in pietra e i suoi musei, aperti e visitabili per l’occasione.
  • Festeggiamenti in onore di Santa Vitalia – Villasor (SU), dal 3 al 13 ottobre 2026.
    Festeggiamenti religiosi e civili per Santa Vitalia a Villasor, con celebrazioni, spettacoli, musica e varie iniziative distribuite nei primi giorni di ottobre.
  • Beni benius – Decimoputzu (SU), il 4 ottobre 2026.
    Manifestazione a Decimoputzu dedicata alle tradizioni, alla cultura e all’enogastronomia locali, con antichi mestieri rivisitati, degustazioni di prodotti tipici, musica, arte e spettacoli lungo le vie del paese.
  • Festa di San Francesco – Sanluri (SU), il 4 ottobre 2026.
    Festa di San Francesco nel convento dei Cappuccini con manifestazioni religiose, attività sportive pomeridiane per tutte le età e spettacoli musicali serali nel piazzale del convento.
  • Sagra della Lumaca a Gesico – Gesico (SU), il 10 ottobre 2026.
    Sagra della Lumaca a Gesico, grande evento europeo dedicato alle lumache cucinate in molte varianti, con iniziative legate a cultura, ospitalità, solidarietà, storia, tradizione ed enogastronomia.
  • A Simaxis ritorna la Sagra del Riso – Simaxis (OR), dal 10 al 11 ottobre 2026.
    Giornata del Riso a Simaxis con convegno sulla risicoltura nel Campidano Maggiore, stand espositivi, degustazioni e intrattenimento musicale.
  • Festeggiamenti per la Madonna del Pilar – Villamassargia (SU), dal 10 al 18 ottobre 2026.
    Festa della Madonna del Pilar a Villamassargia con riti religiosi e pagani, solenne processione con cavalieri, banda, traccas e gruppi in costume, seguita da messa e musica dal vivo.
  • Sagra della Polenta di Arborea – Arborea (OR), dal 17 al 18 ottobre 2026.
    Ad Arborea la Sagra della Polenta propone vendita di farina locale fin dal mattino, eventi e degustazioni organizzati dalla Pro Loco.

La Puglia premia le 31 spiagge più sostenibili e inclusive: ecco quali sono

Inclusione, sostenibilità, attenzione alle famiglie e mobilità alternativa: ecco alcuni dei criteri con cui la Puglia ha scelto di valorizzare le realtà costiere più virtuose, 31 spiagge, tra stabilimenti balneari, lidi attrezzati e spiagge libere, che si sono aggiudicate la prima edizione del “Granello d’Oro”, il nuovo riconoscimento di qualità promosso dalla Regione Puglia che prende in considerazione interventi già realizzati e servizi verificabili lungo la costa.

“L’iniziativa nasce dalla volontà di orientare i servizi balneari verso un modello capace di coniugare qualità, accessibilità e tutela del territorio“, ha spiegato l’assessora regionale a Paesaggio e Costa, Marina Leuzzi.

Le categorie sono sei: si va dall’accessibilità alla sostenibilità ambientale, passando per le esigenze delle famiglie, lo sport, il rapporto con la natura, la mobilità sostenibile e la possibilità di vivere la spiaggia senza fumo.

Le 31 spiagge premiate in Puglia

La categoria più rappresentata è quella Accessibile, con 13 riconoscimenti:

  • Dinamiko Beach a Nardò;
  • Spiaggia libera inclusiva di Maruggio;
  • Lido Matinelle di Trani;
  • Lido Torre Egnazia di Monopoli;
  • Io Posso, la spiaggia dedicata alle persone con disabilità a Melendugno;
  • Spiaggia libera del Cagnolo di Bisceglie;
  • Lido Torre Guaceto;
  • Spiaggia “Camerini” di Carovigno;
  • Le cinque vele di Salve;
  • Cala San Giovanni di Polignano a Mare;
  • AbilBeach di Trepuzzi;
  • Lido Blu Marine di Rodi Garganico;
  • Lido Vela Velo Beach di Vieste.

Sono invece tre le realtà premiate per l’impegno Eco-sostenibile: La Conchiglia di Bisceglie, Lido Torre Egnazia di Monopoli e Lido FataMorgana di Pulsano.

Particolare attenzione è stata riservata anche a chi viaggia con bambini e cerca servizi pensati per tutta la famiglia. La categoria Family Friendly comprende infatti dieci realtà:

  • Il Santos di Fasano;
  • Lido Rosa di Lesina;
  • Lido Torre Egnazia di Monopoli;
  • Lido Torre Guaceto di Carovigno;
  • Cala San Giovanni di Polignano a Mare;
  • Lido Cala d’Oro di Bari;
  • Lido Colonna di Trani;
  • Lido FataMorgana di Pulsano;
  • Lido Blu Marine di Rodi Garganico;
  • Lido Vela Velo Beach di Vieste.

Dal mare allo sport, passando per la mobilità sostenibile

La Puglia del “Granello d’Oro” guarda anche a un modo più attivo di vivere il litorale. Nella categoria Sport e Natura sono state premiate:

  • Lido Matinelle (Trani);
  • Lido Torre Egnazia (Monopoli);
  • Cala San Giovanni (Polignano a Mare);
  • GIL Beach – Lido la Testa di Bisceglie;
  • Lido FataMorgana (Pulsano);
  • La baia del pescatore di Trani;
  • Lido Blu Marine (Rodi Garganico);
  • Lido Vela Velo Beach (Vieste);
  • Lido Colonna (Trani)
  • la spiaggia di Pane e Pomodoro a Bari.

Ancora più numerosi sono i riconoscimenti Green Move, ben 14, dedicati alla mobilità sostenibile:

  • Lido Matinelle (Trani);
  • Lido Torre Egnazia (Monopoli);
  • Io Posso (Melendugno);
  • Lido Moretti di Bari;
  • Lido Torre Guaceto (Carovigno);
  • Lido La Rotonda di Bari;
  • Lido Il Titolo di Bari,
  • Cala San Giovanni (Polignano a Mare);
  • GIL Beach – Lido la Testa (Bisceglie);
  • Lido Cala d’Oro (Bari);
  • Lido Colonna (Trani);
  • Lido FataMorgana (Pulsano);
  • Lido Blu Marine (Rodi Garganico);
  • Lido Vela Velo Beach (Vieste).

Infine, sono 14 le spiagge che hanno ottenuto il riconoscimento Smoke Free:

  • La Conchiglia (Bisceglie);
  • Lido Matinelle (Trani);
  • Lido Torre Egnazia (Monopoli);
  • Lido Moretti (Bari);
  • Lido Torre Guaceto (Carovigno);
  • Lido La Rotonda (Bari);
  • Lido Il Titolo (Bari);
  • Cala San Giovanni (Polignano a Mare);
  • Spiaggia per tutti (Castellaneta);
  • GIL Beach – Lido la Testa (Bisceglie);
  • Lido FataMorgana (Pulsano);
  • Lido Cala d’Oro (Bari);
  • La baia del pescatore (Trani);
  • Lido Blu Marine (Rodi Garganico).

Il primo “Granello d’Oro” sarà ufficialmente consegnato domenica 20 settembre 2026 alle ore 12:20, nell’ambito della giornata “Mare Democratico” e la cerimonia si svolgerà al padiglione 152 della Fiera del Levante di Bari, dove saranno celebrate le realtà che hanno scelto di investire in una fruizione del mare più inclusiva, sostenibile e attenta alle persone.

Il volto più selvaggio della Sardegna è la Costa Verde, tra miniere, villaggi fantasma e natura indomita

Sulla costa occidentale della Sardegna, tra Capo Frasca e Capo Pecora, un territorio lungo circa 47 chilometri conosciuto con il nome di Costa Verde rimane ancora abbastanza fuori dai radar turistici. Il riferimento geografico riguarda soprattutto il litorale compreso tra Arbus e il settore di Piscinas, anche se il paesaggio e la storia mineraria proseguono verso sud.

Il verde del nome appartiene alla vegetazione che ricopre le colline e le pendici delle scogliere. Ginepri, lentischi, mirti, corbezzoli e ginestre si alternano a distese sabbiose, rocce dai colori mutevoli e vallate attraversate da strade solitarie. In alcuni tratti il paesaggio assume un aspetto quasi desertico, con dune che avanzano dall’entroterra verso il mare e il maestrale impegnato a ridisegnarne continuamente i profili.

A rendere la Costa Verde particolare è soprattutto il contrasto tra la natura e le tracce lasciate dall’uomo: per oltre un secolo, queste montagne hanno alimentato un’intensa attività estrattiva. Piombo e zinco partivano dalle miniere di Montevecchio e Ingurtosu, mentre villaggi, gallerie, magazzini e impianti crescevano attorno al lavoro dei minatori.

Guspini, il punto di partenza verso l’antico distretto minerario

Guspini si trova nell’entroterra, ai margini del territorio che conduce verso le miniere di Montevecchio. Il paese rappresenta una base utile per iniziare la scoperta della Costa Verde, soprattutto per chi desidera comprendere il legame tra l’economia locale e le risorse del sottosuolo.

Il centro storico merita una sosta prima di dirigersi verso le colline: le vie, le piazze e gli edifici religiosi restituiscono l’immagine di un abitato legato alla tradizione agricola e pastorale del Medio Campidano. La presenza di attività locali permette di concedersi una pausa tranquilla, prima di lasciare il paese alle spalle e inoltrarsi in un paesaggio progressivamente più boscoso.

Montevecchio, la grande città del piombo e dello zinco

Il complesso minerario di Montevecchio è una delle testimonianze più importanti dell’archeologia industriale sarda. L’attività estrattiva ebbe un ruolo decisivo dalla metà dell’800 fino al 1991, trasformando una zona montuosa in un articolato centro produttivo, con uffici, abitazioni, impianti e servizi destinati alla comunità dei lavoratori.

La visita permette di comprendere la complessità di quel sistema. La Palazzina della Direzione, edificio rappresentativo del potere amministrativo della miniera, racconta il ruolo dei dirigenti e l’organizzazione del lavoro. Attorno sorgono altre strutture legate alla vita del villaggio e alla lavorazione del minerale, mentre i pozzi e gli impianti ricordano la dimensione concreta dell’attività lavorativa.

Ingurtosu, il borgo minerario dal fascino spettrale

Più vicino al settore di Piscinas, Ingurtosu appare tra le colline con l’aspetto di un insediamento rimasto ai margini del tempo. Il borgo nacque e si sviluppò attorno alle miniere, attive per decenni fino alla chiusura definitiva del complesso nel 1968. La sua storia è strettamente legata a quella di Montevecchio, anche se l’atmosfera dei due luoghi presenta sfumature diverse.

Il simbolo architettonico di Ingurtosu è il Palazzo della Direzione, conosciuto anche come Castello di Ingurtosu. L’edificio fu costruito alla fine dell’800 per ospitare gli uffici e gli ambienti destinati ai dirigenti minerari. La struttura, con il suo aspetto austero e la posizione dominante, richiama l’organizzazione gerarchica del villaggio, nel quale la vita ruotava attorno all’attività estrattiva.

Attorno al palazzo si incontrano edifici di servizio, abitazioni, magazzini e strutture ormai segnate dal tempo. Alcuni spazi conservano ancora elementi leggibili della loro funzione originaria, altri muri deteriorati, aperture vuote e superfici consumate dalle intemperie.

Piscinas, il deserto sardo modellato dal maestrale

Le dune di Piscinas rappresentano l’immagine più celebre della Costa Verde e una delle sue peculiarità geografiche più straordinarie. Il sistema dunale raggiunge altezze che arrivano a circa 60 metri e si sviluppa per ampi tratti nell’entroterra, dando vita a un ambiente che ricorda i paesaggi desertici.

La sabbia, trasportata e ridistribuita dal vento, forma rilievi continuamente mutevoli. Il maestrale agisce da artista instancabile, modifica i crinali, accumula nuovi strati e spinge i granelli verso la vegetazione. Ginepri e arbusti mediterranei emergono dalla distesa dorata, con radici e rami adattati a condizioni difficili.

Portu Maga e Gutturu e Flumini, il paesaggio costiero più appartato

Tra le località della Costa Verde, Portu Maga conserva un carattere raccolto, con le colline che si avvicinano al mare e una vegetazione mediterranea in grado di attenuare la presenza degli insediamenti. Il piccolo abitato è noto anche dagli appassionati di surf, grazie alle condizioni del vento che interessano questo tratto della costa occidentale.

La strada raggiunge poi Gutturu e Flumini, località il cui nome richiama la presenza dell’acqua e dei corsi naturali. Qui il paesaggio è dominato dalla macchia, dalle dune e dalle colline, con una sensazione di isolamento che appartiene a molti tratti della Costa Verde.

Funtanazza, tra la colonia marina e le colline

Funtanazza custodisce una testimonianza particolare della storia sociale del territorio: tra la vegetazione costiera sorgono i resti dell’antica colonia marina costruita negli anni ’50 per ospitare i figli dei minatori. L’edificio, ormai parte integrante del paesaggio, racconta un’epoca nella quale le compagnie minerarie organizzavano anche momenti di assistenza e soggiorno per le famiglie dei lavoratori.

La struttura abbandonata, osservata dalla costa, crea un contrasto intenso con l’ambiente circostante. Le forme dell’architettura moderna si confrontano con le scogliere, i pini e la macchia mediterranea, mentre il tempo ha lasciato sulle pareti i segni dell’esposizione agli agenti atmosferici.

Scivu, la sabbia che “parla”

Poi c’è Scivu, conosciuta soprattutto per il fenomeno della sabbia parlante, un effetto sonoro prodotto da alcuni granelli particolarmente fini e asciutti che riescono a generare un suono simile a un’eco sotto il peso dei passi. Il fenomeno varia in base alle condizioni ambientali, ma contribuisce alla singolarità di questo tratto costiero.

Scivu, Sardegna
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La spiaggia di Scivu

Alle spalle del litorale si estende un ambiente dunale ricco di vegetazione, collegato naturalmente al sistema di Piscinas.

Capo Pecora, il confine meridionale della Costa Verde

Capo Pecora segna il limite meridionale della Costa Verde ed è un promontorio caratterizzato da rocce di granito rosa, modellate nel tempo dall’azione del vento e del mare. Il colore della pietra cambia con la luce, passando da tonalità calde a sfumature più fredde nelle ore vicine al tramonto.

Il promontorio presenta scogliere, piccole insenature e tratti di costa rocciosa. Le forme levigate dei massi e la vegetazione bassa restituiscono un ambiente severo, particolarmente adatto a chi cerca paesaggi lontani dalle aree più costruite.

Non è mai la stessa due volte: Zlatni Rat, la spiaggia croata che cambia forma col vento

La spiaggia più fotografata della Croazia? Sicuramente la famosa Zlatni Rat, alla posizione 37 nella classifica 2026 Europe – World’s 50 Best Beaches.

Si trova sull’isola di Brač, davanti alla cittadina di Bol, e si allunga in mare per circa quattrocento metri con la sua caratteristica forma a punta. Nonostante il flusso costante di visitatori, resta un luogo che lascia senza parole: i ciottoli bianchi e levigati, l’acqua che passa dal turchese al blu intenso, la pineta che offre riparo dal sole e le scogliere che si ergono alle spalle compongono uno scenario tra i più belli di tutta la Dalmazia.

E non è mai davvero la stessa spiaggia due volte: onde, vento e correnti ne rimodellano continuamente i contorni, tanto che il mare può essere piatto da un lato e mosso, ideale per il surf, a pochi passi di distanza.

Perché Zlatni Rat è una spiaggia speciale

A prima vista Zlatni Rat, tra le spiagge più belle d’Europa, appare semplicemente come una lunga lingua di ciottoli protesa verso il mare. Ma è solo guardandola dall’alto che si capisce perché sia così diversa dalla maggior parte delle spiagge adriatiche. La sua punta cambia forma di continuo, spinta da vento, onde e correnti: a volte si piega da un lato, a volte dall’altro, e nei periodi di maltempo più intenso il profilo può trasformarsi visibilmente nel giro di pochi giorni. Non è un caso, quindi, se non esistono due fotografie di Zlatni Rat perfettamente identiche tra loro.

La spiaggia si estende per quasi 500 metri e, dal 2006 a oggi, i rilevamenti mostrano che si è allungata naturalmente di circa 80 metri, senza alcun intervento umano: Zlatni Rat cresce e cambia letteralmente sotto gli occhi di chi la visita. Anche la sensazione sotto i piedi è particolare. Non è una spiaggia di sabbia, ma nemmeno una classica spiaggia rocciosa dalmata: i suoi ciottoli piccoli e levigati la rendono molto più comoda, per camminare e sdraiarsi, rispetto a gran parte delle spiagge di ciottoli dell’Adriatico.

Cosa fare a Zlatni Rat

Zlatni Rat è perfetta per una giornata di relax. Complice l’enorme afflusso di visitatori, qui si trova praticamente tutto ciò che può servire durante una giornata al mare: docce e servizi igienici, lettini e ombrelloni, beach bar e chioschi, ristoranti, negozi e punti noleggio per l’attrezzatura da spiaggia.

Per chi non riesce a stare tutto il giorno sotto l’ombrellone, lo sport da praticare è il windsurf. Bol è considerata una delle destinazioni più attrattive di tutta la Croazia e gran parte dell’azione si concentra proprio intorno a Zlatni Rat. Il merito è del maestrale, un vento forte e costante che soffia da aprile a ottobre e che, secondo diverse guide locali, raggiunge di solito il picco nel primo pomeriggio per poi calare verso sera.

Chi cerca invece un ritmo più lento può puntare verso l’alto: un’escursione fino al Vidova Gora, la vetta più alta di tutte le isole croate, regala viste panoramiche che spaziano su Brač, Hvar e oltre, ripagando ampiamente la fatica della salita.

Dove si trova e come arrivare

Zlatni Rat si trova sulla costa meridionale di Brač, la più grande isola della Dalmazia centrale, davanti alla cittadina di Bol. Per raggiungerla, il punto di partenza più comodo è Spalato: da qui partono ogni giorno traghetti per auto verso Supetar, il principale porto dell’isola, con una traversata di circa 50 minuti, e catamarani più rapidi che collegano direttamente Split a Bol. Da Supetar, chi non viaggia con un proprio mezzo, può proseguire in autobus o taxi fino a Bol, che dista una trentina di chilometri.

Una volta arrivati in città, la spiaggia si raggiunge a piedi percorrendo Put Zlatnog rata, una passeggiata ombreggiata lunga circa 1,5 km che collega Zlatni Rat al centro storico di Bol, alla stazione degli autobus e al molo dei traghetti.

Il guardiano del Mediterraneo: Castello di Methoni, la grande fortezza veneziana della Grecia

A sud-ovest del Peloponneso, sulla punta più occidentale della penisola, il Castello di Methoni sembra quasi cucito al paesaggio marino. La sua grande fortezza occupa infatti un intero promontorio roccioso affacciato sul Mar Ionio, con le mura che seguono il profilo della costa e lo sguardo rivolto verso le isole di Sapienza e dell’arcipelago circostante.

Occupa circa 93.000 metri quadrati ed è considerato uno dei più grandi complessi fortificati del Mediterraneo. Più che una semplice roccaforte, fu una vera città fortificata, organizzata per accogliere abitanti, soldati, mercanti e viaggiatori. La sua posizione aveva infatti un valore strategico enorme: controllava una delle rotte marittime utilizzate dalle navi dirette verso il Mediterraneo orientale e per Venezia rappresentava una tappa fondamentale nei collegamenti commerciali.

La particolarità più suggestiva arriva però alla fine della penisola, con il Bourtzi. Un piccolo forte ottagonale sorge su un isolotto collegato alla cittadella da una passerella. Sembra quasi un castello in miniatura, ma la sua funzione era tutt’altro che decorativa.

Breve storia del Castello di Methoni

La storia di Methoni affonda le radici nell’antichità, ma l’aspetto della fortezza attuale è legato soprattutto alla lunga presenza veneziana. Nel 1209 Venezia iniziò la costruzione della cittadella, trasformando il promontorio in un presidio militare e commerciale di primaria importanza.

Per diversi secoli il castello prosperò grazie al porto e alla sua posizione lungo le rotte verso il Levante. Le navi veneziane dirette verso il Mediterraneo orientale avevano nella città una tappa quasi obbligata. Merci, persone e informazioni passavano attraverso le sue porte, mentre le fortificazioni proteggevano un insediamento sempre più importante.

Insieme a Koroni, situata circa 30 km più a est sull’altra costa della penisola, Methoni formava quello che i veneziani chiamavano gli “Occhi di Venezia nel Mediterraneo“. Un soprannome che restituisce bene il ruolo delle due fortezze, entrambe collocate in punti strategici per sorvegliare le rotte marittime e difendere gli interessi della Serenissima.

La fase veneziana terminò nel 1500, dopo l’assedio ottomano. La conquista segnò una svolta drammatica per la città, che passò sotto il controllo dell’Impero ottomano. Fu proprio durante questa fase che il Bourtzi venne completato e assunse anche funzioni legate alla detenzione e alle esecuzioni.

Nel 1686 la fortezza tornò ai veneziani dopo la conquista guidata dal comandante Francesco Morosini. La parentesi durò poco: nel 1715 gli Ottomani ripresero Methoni e la città tornò a conoscere una fase di crescita commerciale e demografica.

La fortezza ebbe un ruolo anche durante la Rivoluzione greca del 1821. I rivoluzionari non riuscirono a conquistarla e nel 1825 Ibrahim Pasha utilizzò il porto quale base per la campagna militare egiziana nel Peloponneso. La situazione cambiò nel 1828, quando le truppe francesi della spedizione guidata dal generale Nicolas-Joseph Maison costrinsero gli Egiziani alla resa.

Fu proprio la presenza francese a lasciare una traccia ancora visibile nell’accesso alla cittadella. Gli ingegneri della spedizione costruirono infatti il ponte in pietra a 14 arcate che attraversa l’antico fossato, sostituendo il precedente passaggio con ponte levatoio.

Dopo il ritiro delle truppe, l’insediamento venne trasferito fuori dalle mura e la grande cittadella perse progressivamente la propria funzione. Le pietre, però, continuarono a conservare tracce di epoche ancora più remote. Un’esplosione avvenuta durante la Seconda Guerra Mondiale portò alla luce strutture appartenenti all’antica Methoni, mentre elementi architettonici greci vennero riutilizzati nelle fondazioni di alcune torri.

La visita alla fortezza e cosa vedere

Per comprendere davvero questa meraviglia della Grecia serve un po’ di tempo. Il complesso è vasto e una visita frettolosa rischia di lasciare fuori proprio i dettagli più interessanti. Circa due ore permettono di attraversare le diverse aree con maggiore attenzione, lasciando spazio anche alle fotografie e alle vedute sul mare.

L’ingresso conserva un arco curvo decorato con capitelli corinzi, mentre ai lati si trovano due grandi bastioni: quello orientale risale alla seconda fase della dominazione veneziana ed è legato al comandante Antonio Loredan. Il bastione occidentale, chiamato anche Bembo, risale invece al XV secolo.

Superata la porta, la scala monumentale lascia spazio a un percorso in pietra che attraversa ciò che rimane della città fortificata. Restano tratti della strada lastricata che conduceva verso il porto, insieme alle rovine di abitazioni, edifici religiosi e strutture militari.

Fortezza di Methoni, Grecia
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Visitando la Fortezza di Methoni

Tra i reperti più curiosi figurano due bagni turchi, testimonianza della lunga fase ottomana. Poco più avanti ci sono parti di colonne doriche, la chiesa della Trasfigurazione del Salvatore e un deposito per la polvere da sparo. Una delle presenze più scenografiche è però la colonna monolitica in granito sormontata dal Leone alato di San Marco, simbolo della Repubblica di Venezia.

Sul lato occidentale la cinta muraria appartiene alla prima fase veneziana ed è rinforzata da cinque torri quadrate. La conformazione naturale del terreno offriva già una protezione significativa, grazie alle rocce che rendevano questo fianco più difficile da attaccare. Il punto più emozionante arriva sul margine meridionale: la Porta del Mare, restaurata, è composta da due torri quadrate unite da una piattaforma fortificata.

Da questo settore parte il passaggio verso l’isolotto del Bourtzi, con una piccola passerella che conduce alla costruzione ottagonale. La torre ha due piani e presenta parapetti merlati su entrambi i livelli.

Per chi ama l’archeologia, alcuni dettagli meritano uno sguardo più attento. Sotto e dentro le strutture medievali affiorano infatti elementi appartenenti a fasi precedenti.

Dove si trova e come arrivare

Methoni si trova nell’estremo sud-ovest del Peloponneso, circa 61 km a sud-ovest di Kalamata. Il villaggio sorge sulla costa e la fortezza occupa la parte più occidentale dell’abitato, direttamente sul promontorio. Per chi arriva da Kalamata, il percorso segue la costa sud-occidentale del Peloponneso fino a raggiungere Methoni. La posizione rende la località particolarmente adatta a un itinerario più ampio nella Messenia, magari abbinando la visita alla vicina Koroni oppure alle spiagge della zona.

Prima o dopo la fortezza, il paesaggio invita a proseguire verso il litorale. Le spiagge di Lambes, Limna, Mavrovouni e Loutsa aggiungono una dimensione balneare alla visita, mentre al largo compaiono le isole di Sapienza, Schiza, Agia Marina e Inouses.

La forza di questo gioiello sta nelle dimensioni, certo, ma anche nel rapporto diretto con il mare. Alle sue spalle resta la storia di Venezia, dell’Impero ottomano e della Grecia ottocentesca. Davanti, invece, si apre il Mediterraneo che per secoli rappresentò la ragione stessa della sua esistenza.

Il tempio sotterraneo tra laghi limpidi, cristalli e antichi riti dell’acqua: Grotte di Su Mannau, capolavoro sardo

Nel paesaggio aspro della Sardegna sud-occidentale, tra l’Iglesiente e la Costa Verde, c’è una montagna che nasconde una storia incredibilmente affascinante. Parliamo di Su Mannau, posto che pare appartenere a un’altra dimensione: il verde della vegetazione, le rocce antichissime e l’aria fresca che arriva dalla cavità preparano il visitatore a un viaggio particolare, destinato a svolgersi sotto la superficie.

Le Grotte di Su Mannau si trovano nel territorio di Fluminimaggiore e si sviluppano per quasi 9 km all’interno di un massiccio calcareo. Un vero e proprio universo sotterraneo, quindi, fatto di sale monumentali, laghetti, cascatelle, stalattiti, stalagmiti, aragoniti e colate di calcite. Concrezioni che, tra le altre cose, continuano a modificarsi grazie alla presenza dell’acqua, rendendo Su Mannau una grotta ancora attiva sotto il profilo naturale.

La particolarità più sorprendente, però, arriva dalla storia umana: prima ancora di diventare una meta per speleologi e visitatori, la cavità era frequentata per motivi rituali. La prima sala costituisce infatti un vero tempio ipogeo, utilizzato fin dall’epoca prenuragica e poi in epoca nuragica, punica e romana. Lucerne votive e navicelle testimoniano l’antico culto dell’acqua, creando un legame insolito tra archeologia e paesaggio sotterraneo.

Origine, formazione e leggende delle Grotte di Su Mannau

Questo misterioso complesso carsico della Sardegna è stato modellato da due corsi d’acqua che scorrono nelle viscere della regione, il Placido e il Rapido, responsabili della formazione dei due grandi rami che attraversano la montagna. Il ramo del Placido si trova a sinistra ed è quello destinato alla visita turistica. Il Rapido occupa invece il ramo più grande, caratterizzato da uno sviluppo prevalentemente semi-orizzontale e da ambienti destinati soprattutto alla speleologia, con attrezzatura specifica.

Sottoterra la roccia mostra una vera successione di epoche. Alcuni ambienti appartengono a livelli più antichi, ormai fossili, mentre altri conservano ancora il passaggio dell’acqua. Uno degli ambienti più rappresentativi è il Salone Rodriguez, legato alle prime esplorazioni speleologiche. Paolo Rodriguez fu tra i primi esploratori della grotta negli anni ’30 e ne tracciò le prime mappe. Il suo nome è rimasto associato anche al grande pozzo che costituisce uno dei punti più spettacolari del percorso.

La natura ha poi aggiunto una tavolozza sorprendente: le concrezioni assumono tonalità differenti per la presenza e l’ossidazione di minerali quali ferro, manganese, rame e zinco. A seconda dell’ambiente si incontrano superfici bianche, sfumature rossastre, cristalli brillanti e colate dalle forme irregolari.

Tra le creature più singolari vive lo Stenasellus nuragicus, un minuscolo isopode endemico dell’ambiente cavernicolo. Il corpo allungato e privo di pigmentazione è un adattamento alla vita nelle tenebre. La sua presenza contribuisce a rendere Su Mannau un ecosistema particolare anche sotto il profilo biologico.

Accanto a lui si trovano il geotritone, anfibio legato agli ambienti umidi sotterranei, e il ferro di cavallo maggiore, un pipistrello cavernicolo riconoscibile dalla caratteristica struttura a ferro di cavallo presente sul capo.

Sul fronte delle leggende, bisogna fare riferimento alla dimensione rituale della grotta, legata alla presenza della Dea Madre e al culto dell’acqua. Resti di lucerne a olio e navicelle votive sono testimoni di pratiche religiose svolte nel cuore della montagna. Più che una leggenda tramandata, emerge perciò una testimonianza archeologica concreta, in grado  di restituire l’atmosfera spirituale attribuita all’acqua dalle comunità antiche.

La visita alle Grotte di Su Mannau

Il percorso turistico misura circa 500 metri e richiede all’incirca 1 ora, fino a 1 ora e 10 minuti, per essere completato ma solo e sempre accompagnati dalle guide. L’accesso parte dalla sala archeologica, uno spazio particolare già prima dell’ingresso nella vera cavità. Un’apertura conduce alla Sala Centrale, ambiente imponente attraversato da una grande passerella. Da questo punto il paesaggio cambia rapidamente, con l’acqua che compare tra le rocce, fino ad arrivare a piccole cascate e laghetti sotterranei.

Percorso Grotte di Su Mannau, Sardegna
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Visitando le Grotte di Su Mannau

Sala archeologica

Il viaggio comincia dal grande ambiente utilizzato come luogo sacro. Il piccolo lago associato alla Dea Madre e i reperti votivi rendono questa sala diversa dalle classiche grotte turistiche. Qui la roccia racconta anche la presenza umana e la funzione religiosa attribuita all’acqua.

Sala Centrale e Lago degli Stenasellus

La passerella permette di superare la Sala Centrale e raggiungere il Lago degli Stenasellus. Proprio in queste acque vive il piccolo crostaceo endemico che porta il nome scientifico di Stenasellus nuragicus.

Lungo il tragitto compaiono concrezioni, cascatelle e superfici modellate dall’acqua. Il rumore delle gocce accompagna la visita e rende percepibile la natura ancora attiva del complesso.

Galleria Puddu

Il percorso prosegue verso la colata della Galleria Puddu, quindi entra in una zona fossile della cavità. Stalattiti e altre concrezioni mostrano una fase più antica del sistema sotterraneo, appartenente a un periodo in cui l’acqua seguiva percorsi differenti.

Pozzo Rodriguez

Il Pozzo Rodriguez rappresenta uno dei punti più scenografici: è una cavità che raggiunge una profondità di circa 23 metri e che al centro presenta una colonna alta quasi 7 metri.

La formazione è nata dall’unione di una stalattite con una stalagmite, trasformate nel tempo in un unico grande pilastro di calcite. Un belvedere situato a circa 20 metri d’altezza permette di osservare il salone dall’alto, mentre una scalinata conduce verso il basso.

Da questa zona partono ulteriori rami, compresi ambienti fossili e percorsi legati al fiume Placido. Le sezioni più profonde appartengono però agli itinerari speleologici e richiedono preparazione e attrezzatura.

Dove si trovano e come arrivare

Le Grotte di Su Mannau si trovano nel territorio comunale di Fluminimaggiore, nella provincia del Sud Sardegna, in quella porzione dell’isola chiamata Iglesiente. Il sito dista circa 20 km dalla costa occidentale, in un territorio segnato dalla presenza delle antiche miniere e dalla vicinanza della Costa Verde.

Per raggiungere l’ingresso in automobile occorre seguire la SS 126 e imboccare la strada diretta verso le grotte. Il parcheggio si trova presso il sito, con la biglietteria nell’area di accesso. Da lì un breve tratto conduce all’ingresso della cavità.

Una possibilità interessante riguarda il territorio esterno: un’antica strada romana collega la zona al Tempio di Antas, importante sito archeologico nelle vicinanze. Il percorso richiede più o meno 1 ora e permette di associare la visita sotterranea a un itinerario nel paesaggio della zona.

Prima della partenza conviene contattare il centro visite per verificare l’apertura. Durante l’inverno, infatti, la grotta può essere chiusa al pubblico per favorire i processi naturali legati al microclima interno.

Cagliari conquista il Guardian, la città sarda tra mare e sapori

C’è un’Italia che non ha bisogno di grandi folle di turisti per conquistare chi la visita. È quella delle città dove il mare si incontra con la cucina locale, i panorami si aprono improvvisamente dietro i tetti delle case e l’atmosfera invita a rallentare. Tra le destinazioni europee più piccole e tranquille suggerite dal The Guardian per un breve soggiorno c’è anche Cagliari, capoluogo della Sardegna, apprezzata per la sua capacità di offrire bellezza, autenticità e sapori locali lontano dalle mete più affollate.

La città sarda viene raccontata come una destinazione ideale per chi cerca il mare senza rinunciare alla scoperta del centro storico e alla buona tavola. Una combinazione che permette di vivere un soggiorno rilassato, tra spiagge cittadine, mercati ricchi di prodotti locali e scorci panoramici sul Mediterraneo.

Dal Poetto al cuore storico di Cagliari

Il primo richiamo è naturalmente il mare. Cagliari può contare sul Poetto, una delle spiagge cittadine più belle d’Europa, una lunga distesa di sabbia che rappresenta uno dei luoghi simbolo del capoluogo sardo. Ma il suggerimento del The Guardian è proprio quello di andare oltre la spiaggia più famosa per scoprire le altre anime della città.

Dal porto, il centro storico si sviluppa in salita attraverso i suoi quartieri più caratteristici. Tra questi spicca il Castello, l’antico quartiere che domina la città e custodisce alcuni dei suoi scorci più suggestivi. A segnare l’ingresso a questa parte storica di Cagliari è il Bastione Saint-Rémy, elegante struttura panoramica dalla quale lo sguardo abbraccia i tetti della città e la costa.

È uno di quei luoghi in cui vale la pena fermarsi semplicemente per osservare il paesaggio, lasciando che siano le sfumature del mare e dell’architettura a raccontare la città. Cagliari, infatti, sembra invitare a una visita senza fretta, alternando passeggiate nel centro storico a momenti di relax sul litorale.

Sempre nel quartiere storico di Castello, all’interno della Cittadella dei Musei, si trova anche il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari che custodisce oltre 4000 oggetti che narrano una lunga storia di quasi 7000 anni (dalla Preistoria all’Alto Medioevo).

Il The Guardian elogia Cagliari
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Cagliari in Sardegna

Mercati, frutti di mare e cucina sarda

A conquistare il The Guardian non sono però soltanto il mare e i panorami. Un ruolo importante è quello della gastronomia, a partire dall’enorme mercato coperto della città, descritto come un vero tripudio di prodotti locali. Sui banchi si incontrano frutti di mare freschissimi, pecorino sardo e dolci tradizionali preparati con la frutta secca, che offrono un assaggio della ricchezza della cucina della Sardegna.

Il pesce, inoltre, rappresenta uno dei punti di forza di Cagliari anche per il buon rapporto tra qualità e prezzo. Tanti i ristoranti locali dove assaggiare piatti di pesce della tipica tradizione sarda. Tra le specialità ci sono l’orata e i calamari alla griglia, capaci di trasformare una semplice cena in uno dei momenti più piacevoli del soggiorno.

Cagliari è una città dove mare, storia, panorami e cucina convivono a ritmo lento.

Cagliari, un mix tra mare e cultura che affascina il The Guardian
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Sabbia bianca della spiaggia di Poetto

Dove andare a ottobre con i migliori voli low cost: 3 mete da sogno con la promozione Ryanair

Siete indecisi su dove andare a ottobre? Il mese che profuma d’autunno e che richiama Halloween anima moltissime città con atmosfere calde e festive accompagnate da eventi a tema; con i voli low cost si possono raggiungere città d’arte o mete affacciate sul mare dove, con un po’ di fortuna, ci si può godere ancora splendide giornate di sole all’aperto. Ryanair con la nuova promozione ci accompagna con tantissimi voli low cost per ottobre a partire da 19,99 euro… ma noi, con un po’ di ricerca, ne abbiamo trovati anche sotto i 15 euro! Per poter usufruire dell’offerta bisogna prenotare entro l’11 settembre scegliendo voli dall’11 settembre al 31 ottobre.

Da Milano Linate a Palma

Non avete ancora voglia di archiviare costumi da bagno e occhiali da sole? Per godervi qualche pomeriggio vista mare facendo il pieno di vitamina D, Palma di Maiorca è l’ideale ed è una delle mete low cost più interessanti dove andare a ottobre. Con Ryanair e la nuova promo si parte da Milano Linate a meno di 15 euro. Le temperature diurne si aggirano tra i 22 e i 24 gradi, un clima ancora piacevole per un giro in barca tra le calette, sedersi in spiaggia o godersi passeggiate sul lungomare. Attenzione soltanto a non immaginare necessariamente un agosto-bis: il mare di Palma può risultare fresco e i più freddolosi potrebbero preferire prendere il sole senza tuffarsi.

Vista panoramica di Palma di Maiorca
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Tra le mete di ottobre c’è Palma di Maiorca

Da Bologna a Praga

Chi cerca invece una città dal clima piacevole e dalle forti atmosfere autunnali dovrebbe approfittare dell’offerta volo da Bologna a Praga: si parte con meno di 17 euro e si raggiunge una capitale ricca di fascino e storia. Tra gli appuntamenti più curiosi c’è la mostra delle zucche dell’Orto Botanico di Praga, in programma nel 2026 dal 9 ottobre al 1° novembre. Il tema di quest’anno porta i visitatori addirittura nel mondo preistorico, con composizioni di zucche, attività interattive e laboratori creativi; il 31 ottobre è inoltre prevista una celebrazione di Halloween con lanterne e installazioni illuminate.

A metà mese, poi, Praga cambia ancora volto grazie al Signal Festival. Dal 15 al 18 ottobre 2026, installazioni luminose, proiezioni, arte digitale e performance trasformano parti della città in un percorso creativo da esplorare dopo il tramonto. Il programma 2026 coinvolge il centro e l’area di Dejvice, con diverse installazioni accessibili gratuitamente e altre inserite nel programma Signal INSIDE.

Di giorno, invece, è il momento di godersi il lato più classico della capitale. Lo Stromovka, il grande parco cittadino, è perfetto per cercare il foliage e camminare sotto alberi tinti di giallo e arancio. Il Castello di Praga può risultare più piacevole da visitare rispetto ai mesi estivi, mentre una crociera sulla Moldava al tramonto permette di guardare ponti e palazzi da una prospettiva diversa.

Vista autunnale su Praga
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L’atmosfera magica di Praga in ottobre

Da Napoli a Tolosa

Per la terza proposta voliamo dalla Campania alla Francia. Da Napoli a Tolosa le tariffe Ryanair scendono sotto la soglia dei 23 euro, rendendo la cosiddetta Ville Rose una candidata perfetta per un weekend europeo economico. Tolosa è una città che in ottobre si lascia scoprire con grande facilità: abbastanza vivace da riempire le giornate, ma raccolta quanto basta per essere esplorata senza trasformare il viaggio in una maratona.

Il consiglio è concedersi un po’ di autentica flânerie: niente programmi troppo rigidi, ma una passeggiata tra strade, caffè e piazze fino a raggiungere il Pont Neuf e le rive della Garonna. In ottobre gli alberi iniziano a cambiare colore e il contrasto tra foliage, acqua e architetture in mattoni rende questo angolo della città particolarmente suggestivo.

Il ponte di Saint Pierre sulla Garonna e la cupola di La Grave a Tolosa
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L’atmosfera autunnale a Tolosa

Vivere l’abbazia di Saint-Honorat nel silenzio (anche quando si mangia) sull’isola-monastero più suggestiva del Mediterraneo

Emilie (nome di fantasia) ogni anno viene sull’isola di Saint-Honorat, non per trascorrere le vacanze, ma per lavorare come volontaria alla reception dell’albergo monastico che ospita turisti in cerca di pace e tranquillità.

La particolarità è che l’Ile di Saint-Honorat, una delle due Iles de Lérins, al largo di Cannes, sulla Costa Azzurra, è una proprietà privata e appartiene alla Congregazione dei Cistercensi dell’Immacolata Concezione, gli unici abitanti dell’isoletta, in pratica, sono monaci.

La più piccola isola dell’arcipelago copre una superficie di soli 40 ettari (è lunga 1,5 km per 400 metri di larghezza, nel punto più ampio). Un piccolissimo paradiso naturalistico, dove il silenzio – a differenze della vicina Ile Sainte-Marguerite – regna sovrano, dove i monaci vivono secondo la regola di San Benedetto scandendo le ore della loro giornata tra preghiera e lavoro (s’incontrano sette volte al giorno più una di notte per pregare tutti assieme, anche con gli ospiti e i visitatori che lo desiderano).

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@SiViaggia - Ilaria Santi
L’Abbaye Notre Dame de Lérins a St Honorat

Si occupano degli 8,5 ettari di vigne, raccolgono le olive da 120 piante che hanno più di 800 anni – i cui prodotti, vino (35mila bottiglie l’anno tra rosso e bianco oltre alle 300 di un vino speciale chiamato “Le clos de la charité” che viene venduto ogni anno dall’ultimo sabato di settembre all’inizio di ottobre), olio (tra gli 800 e i 900 litri) e alcuni distillati come la Lérina Verte, un liquore alle erbe di colore verde prodotto dai monaci da cent’anni, la cui ricetta segreta è conosciuta solo da due monaci (si sa solo che è fatto con 44 erbe diverse), e il Lérincello, un liquore tipo limoncello ma a base di mandarino e anche un po’ di lavanda, vengono poi venduti nella boutique ufficiale – e per il resto del tempo fanno vita monastica.

Abbiamo preso il traghetto di Planaria – di proprietà dell’abbazia – al quai Laubeuf di Cannes, di fronte al Palais des Festivals e all’ufficio del turismo, e siamo andati sull’isola per capire cos’ha di così speciale questo luogo per cui qualcuno dovrebbe rinunciare alle proprie vacanze e venire a fare workation proprio qui.

Soggiornare nel monastero di St Honorat

“C’è un calendario”, spiega Emilie “che viene condiviso durante l’anno e noi volontari ci mettiamo d’accordo sulla settimana in cui venire in base alle nostre disponibilità. È già qualche anno che lo faccio e ne sono felice”.

In cambio della sua disponibilità, ogni volontario riceve vitto, nella mensa dove si consumano i tre pasti in comune – colazione, pranzo e cena – nel più completo silenzio per rispetto dei 23 monaci che vivono sull’isola tutto l’anno, e alloggio, che Emilie gentilmente mi mostra: la sua è una camera singola (ma ci sono anche camere doppie per le coppie, per un totale di 35 ospiti) con bagno privato, doccia e wc, un armadio a muro chiuso da un tendone, una piccola scrivania con sedia e zanzariere alle finestre (fondamentali perché a St Honorat la vegetazione è molto fitta). Niente fronzoli né amenity, del resto siamo in un monastero, ma non manca nulla. Ci sono anche stanze col bagno in comune nella vecchia ala del monastero, molto suggestiva, ricavate in quelle che un tempo erano le celle dei monaci, dove, a parte la mancanza del bagno, c’è comunque il necessario base. E c’è anche una camera adatta a persone con mobilità ridotta.

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@SiViaggia - Ilaria Santi
Il giardino riservato ali ospiti

Sono all’incirca 4000 le persone che vengono a soggiornarvi e a cercare un po’ di serenità ogni anno. Non è un ritiro spirituale. Chi vuole, può partecipare alle messe e pregare – c’è una piccola cappella aperta h24 – ma non è obbligatorio. C’è anche chi viene sull’isola in vacanza per approfittare delle piccole spiagge selvagge (in un angolo nascosto di uno dei due giardini dove crescono degli splendidi ulivi secolari c’à anche un “sechoir” dove fare asciugare il costume e il telo mare oltre ai vestiti che si vogliono lavare).

A disposizione degli ospiti ci sono i due giardini interni immersi nella vegetazione, nascosti dentro i chiostri – chi visita l’isola dalla mattina alla sera non li vede -, una biblioteca perlopiù con libri religiosi, ma non solo, chi vuole può lasciare il libro appena terminato e metterlo a disposizione della comunità, e la stanza delle pulizie. Sì, perché non esiste un servizio in camera come al grand hotel, qui ognuno si occupa della pulizia della propria stanza e deve lasciarla come l’ha trovata.

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@SiViaggia - Ilaria Santi
L’Abbazia di Saint-Honorat vista dalla Tour-Monastère

“Chiunque può soggiornare nell’hôtellerie dell’Abbaye Notre Dame de Lérins: cristiani, atei, musulmani, uomini, donne”, spiega il Père Abbé – Jean-Marie Gervais – che da un anno è tornato a St Honorat a dirigere l’abbazia dopo essere stato per 16 anni nell’Abbaye Notre-Dame de Sénanque, in Provenza, entrambe legate all’ordine cistercense. Come recita il sito dell’abbazia: “Nella sua Regula monachorum, San Benedetto da Norcia precisa che negli ospiti si accoglie anche Cristo”. Gli unici che non possono soggiornare sono i bambini sotto una certa età e i cani, per evitare il rumore che qui è bandito.

Come l’isola, anche i 30 alloggi dell’abbazia sono aperti tutto l’anno (tranne dalla prima domenica dopo Ognissanti fino a metà dicembre e la settimana che precede la Domenica delle Palme) e costano sempre lo stesso prezzo, non c’è né alta né bassa stagione insomma. I prezzi variano da un minimo di 47-57 euro a persona a notte a seconda del tipo di stanza, ma è a propria discrezione e ognuno può lasciare quanto può in base alle proprie disponibilità. Si parte da un minimo di tre notti a un massimo di sette. Si consiglia di portare le proprie lenzuola e i propri asciugamani.

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@SiViaggia - Ilaria Santi
La biblioteca per gli ospiti nel monastero di St Honorat

Poiché la consuetudine prevede di condividere la vita della struttura di accoglienza, gli ospiti sono coinvolti in alcune mansioni, vissute con “semplicità e gioia”, recita il sito: lavare le stoviglie, apparecchiare, riordinare la propria camera e, se necessario, le aree comuni, prima della partenza. I pasti si consumano nel refettorio, in silenzio (accompagnati da musica o letture) e tutti assieme. La cucina è semplice e varia, per soddisfare i gusti della maggior parte delle persone.

Bisogna anche sapere che nell’edificio di accoglienza non c’è connessione Internet, ma solo Wi-Fi in un’area limitata e che i cellulari devono essere utilizzati all’esterno degli edifici. Per prenotare, ogni richiesta di ritiro deve essere indirizzata al Père Hôtelier per lettera o e-mail con tre mesi di anticipo rispetto al periodo desiderato.

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@SiViaggia - Ilaria Santi
Il chiostro interno che ospita le camere

La storia dell’Abbazia di Notre Dame de Lérins

La comunità dei monaci è presente sull’isola di Saint-Honorat da oltre sedici secoli. Era l’anno 410, infatti, quando vi approdò St Honorat e fondò un monastero ispirato al monachesimo orientale, un movimento spirituale cristiano nato a cavallo tra III e IV secolo come forma di distacco dal mondo attraverso la solitudine, l’ascesi e la preghiera. Secondo la leggenda, una volta arrivato sull’isola deserta e resa inabitabile dalla quantità incredibile di serpi, St Honorat fece un buco nella terra col proprio bastone e trovò l’acqua, cosa che permise di essere abitata.

Sempre con il bastone, il Santo riuscì a scacciare i serpenti che la popolavano dopo essersi messo in salvo su una palma (oggi la palma è simbolo dei martiri, simbolo dell’abbazia e anche della città di Cannes, da cui deriva la celebre Palma d’Oro con cui vengono premiati i migliori film durante il festival del cinema). Dopo aver dissodato il terreno, coltivato quel piccolo deserto, Honorat vi fondò una comunità. La storia del suo insediamento è ben documentata grazie alla “Vita di Onorato”, tramandata da Ilario di Arles.

I monaci vissero isolati ma tranquilli finché tra l’VIII e il X secolo non ci furono le prime invasioni che li spinsero a fuggire. Di fronte alle ripetute minacce provenienti dal mare, i monaci avvertirono progressivamente la necessità di proteggersi erigendo una torre fortificata, la Tour-Monastère, su uno sperone roccioso sul lato meridionale dell’isola. A poco a poco, questa costruzione eccezionale divenne il centro della vita sull’isola, tanto che i monaci vi si trasferirono a vivere trasformandola in un vero e proprio monastero.

Per questo motivo, la prima cosa che fu realizzata fu il chiostro (che si sviluppa su tre piani), e tutto è sviluppato in verticale anziché in orizzontale, compresa la cappella interna (che custodiva le reliquie di St Honorat, giunte all’abbazia nel 1392, in occasione della consacrazione della Chapelle Ste-Croix) e le celle destinate ai monaci. L’abbazia fu distrutta per ben tre volte nella sua storia prima di essere ricostruita definitivamente tra il 1874 e il ’78 in stile neoromanico. Conserva ancora buona parte dell’insieme monastico del XII secolo, tra cui la sala capitolare e il chiostro.

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Ufficio stampa
La Tour-Monastère restaurata a Saint-Honorat

Dopo un periodo di abbandono alla fine del XVIII secolo e durante la prima metà del XIX secolo, nel 1859, il Vescovo di Frejus riuscì a ricomprare l’isola e a far tornare una comunità religiosa. Nel 1869 arrivarono i cistercensi dall’Abbazia di Sénanque, due abbazie che ancora oggi sono collegate.

Le reliquie, invece, furono inizialmente perdute durante la Rivoluzione francese, ma poi messe in salvo nella chiesa di Notre-Dame-d’Espérance nel Suquet di Cannes e, successivamente, distribuite in vari Comuni della diocesi per garantirne la protezione. Al ritorno dei monaci sull’isola nel 1869 (quando la Congregazione cistercense di Sénanque vi rifondò l’abbazia), una parte significativa delle reliquie di Saint-Honorat fu riportata sul luogo dagli stessi monaci. Oggi, le ossa scampate alla Rivoluzione sono nuovamente esposte e venerate non più nella Tour-Monastère, bensì nella chiesa abbaziale di Lérins, la chiesa principale del XIX secolo.

Ma la storia dell’isola è ancora più antica. Alcuni scavi archeologici effettuati negli anni passati hanno portato alla luce reperti molto precedenti all’arrivo del monaco, tra cui un coperchio in avorio molto probabilmente parte di un amuleto divino risalente all’epoca preromana. Lo stesso nome dell’arcipelago di Lérins deriva dal nome antico delle due isole, Lero e Lerina, citate da diversi autori a partire da Plinio il Vecchio nel I secolo d.C..

Cosa vedere a Saint-Honorat

Sull’isola monastica di Saint-Honorat solitamente si va per visitare il monastero fortificato di Lérins, costruito nel 1073, che comprende diversi chiostri e sette cappelle di epoche diverse che formano un circuito turistico e un pellegrinaggio religioso e l’Abbazia di Lérins. Il complesso, posizionato sul lato opposto rispetto al porticciolo di sbarco dei traghetti, è molto affascinante; l’ingresso avvolto da piante, fiori e palme è un incredibile contrasto rispetto al resto della vegetazione selvaggia dell’isola, eccezion fatta per i vigneti coltivati. Sembra proprio di entrare in Paradiso.

Tutt’intorno all’isola, lungo i pochi sentieri percorribili (il giro dell’isola è lungo 3,4 km), s’incontrano i diversi edifici religiosi, alcuni ricostruiti sui resti originali: appena sbarcati nel porticciolo dell’isola si viene accolti dalla statua della Vierge du Port e dall’Arc du Triomphe del XIX secolo; qui ci sono anche i resti dell’antica Chapelle St Michel, ma lungo i sentieri s’incontrano le alte: la Capelle Saint-Pierre, la Capelle Saint-Caprais (dedicata a colui che accompagnò St Honorat sull’isola), la Capelle Saint-Sauveur e la Capelle de la Trinité (queste ultime due sono le uniche rimaste ancora intatte dal Medioevo, e la prima risulta essere sorta sulle rovine di un edificio del V secolo).

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Ufficio stampa
Il chiostro nella Tour-Monastère sull’isola

Nei pressi dell’abbazia si trovano altre costruzioni: le vestigia spagnole del XVII secolo, la casamatta risalente alla Seconda Guerra Mondiale, i forni per le palle di cannone voluti da Napoleone Bonaparte nel 1794 (uno all’estremità Est e uno a quella Ovest), la boutique e la statua di Sant’Antonio da Padova. A parte il complesso religioso, altro edificio imponente sull’isola è la Tour-Monastère che è stata appena riaperta dopo sei anni di restauri.

A giugno 2026, l’Abbazia di Lérins, il primo dei Monument historique francesi voluti dallo scrittore e storico Prosper Mérimée, che fu anche ispettore generale dei monumenti storici di Francia, ha infatti inaugurato il restauro della Tour-Monastère, monumento simbolo dell’arcipelago di Lérins, durato sei anni e curato dall’architetto Michel Trubert. Dominando la costa dell’isola di Saint-Honorat, la torre-monastero del 1080 circa rappresenta una delle testimonianze principali della storia plurisecolare dell’abbazia. Luogo di difesa, di vita monastica e di memoria, incarna la storia eccezionale della comunità di monaci. Formata da tre edifici costruiti i tempi diversi, fu il rifugio dei monaci dalla fine del XIV secolo fino al 1788.

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Ufficio stampa
I restauri effettuati nella Torre sull’isola di Saint-Honorat

I lavori hanno riguardato in particolare la messa in sicurezza dell’edificio contro le infiltrazioni d’acqua, grazie alla realizzazione di due nuove coperture — una contemporanea e l’altra tradizionale —, il restauro delle murature e la posa o sostituzione di porte, grate e finestre. Hanno inoltre consentito l’installazione di un impianto di illuminazione volto a valorizzare gli spazi, il miglioramento delle condizioni di sicurezza e di accoglienza del pubblico, nonché l’allestimento liturgico della Chapelle Sainte-Croix, al primo piano della torre, concepito come progetto specifico. Quest’ultimo è stato affidato a fratel Charles Desjobert, domenicano e architetto specializzato nel patrimonio storico, e comprende la realizzazione di undici vetrate e di un arazzo su disegno dell’artista centenaria Vera Molnár, che venne a mancare non appena conclusa l’opera. Fino alla Rivoluzione francese, era questa la chiesa principale in quanto l’abbazia era stata distrutta.

Durante i lavori sono stati scoperti alcuni ambienti rimasti celati sotto le macerie per secoli, come le cantine per le botti, nella parte più vecchia della torre. L’edificio di pietra calcarea bianca è stato ampliato e fortificato nel corso dei secoli tanto che alla fine del XV secolo era diventato un edificio assai originale e privo di eguali: una torre-monastero che riuniva verticalmente tutte le funzioni della vita monastica, con un chiostro su due livelli, cappelle interne, refettorio e dormitorio per i monaci, la camera dell’abate, i depositi e una cisterna per l’acqua potabile.

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@SiViaggia - Ilaria Santi
La vista mozzafiato da una delle terrazze della Torre

Oggi, dopo il restauro, la Tour-Monastère è diventata un bellissimo museo – per ora gratuito – con ampi ambienti, la cappella ammodernata (il 14 settembre 2026, a distanza di 634 anni, sarà anche consacrata), scalinate, passerelle e meravigliose terrazze a picco sul mare da cui si gode di una splendida vista dell’isola dall’alto e della costa fino a St Tropez.

A completare la torre, è arrivata anche una campana posizionata sulla cima, donata dal Principe Alberto di Monaco, un legame che risale alla fine del Medioevo, grazie a due membri della famiglia Grimaldi che guidarono l’Abbazia di Lérins in qualità di abati commendatari. Con questi nuovi lavori, l’isola monastica di Lérins – Isola di Saint-Honorat, si candida ufficialmente a divenire Patrimonio mondiale dell’UNESCO.

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@SiViaggia - Ilaria Santi
La campana donata dal Principe Alberto II di Monaco per la nuova Torre

Per chi visita l’isola in giornata – ovvero la maggior parte dei 100mila turisti annui – sono a disposizione alcune aree pic-nic e un solo ristorante, che si consiglia di prenotare in alta stagione.

Un ultimo tuffo? Con l’offerta easyJet l’estate continua

In alcune zone d’Italia le temperature sono ancora molto alte, in altre i temporali stanno già facendo assaggiare l’autunno. Per chi non ha abbastanza di sole e mare c’è un’occasione: la nuova promozione easyJet Big Orange propone sconti fino al 20% per chi vuole godersi un ultimo tuffo; le mete a disposizione sono davvero tantissime en on resta che scegliere dove andare. Settembre è un ottimo mese per programmare una partenza: le giornate sono ancora luminose, le temperature piacevoli e molte destinazioni sono ancora attive con una stagione balneare tutta da godere. Attenzione, la promo dura poco e scade il 16 settembre, è il momento di fare shopping e pianificare una fuga con tantissime destinazioni da scoprire grazie ai voli dal 21 settembre 2026 al 18 marzo 2027.

Da Milano Linate a Tenerife

La prima meta da valutare è Tenerife che si può raggiungere partendo da Milano Linate con collegamenti a partire da meno di 30 euro. Se l’obiettivo è godersi ancora un po’ di sole e relax la più grande delle Canarie è sicuramente il top. Non perdetevi playa de Las Vistas, ampia e dorata o el Médano amata da chi pratica sport acquatici. Chi preferisce scenari più selvaggi può cercare piccole baie vulcaniche e piscine naturali dove concedersi quel famoso ultimo tuffo con l’Atlantico davanti agli occhi. Ma non limitatevi al mare… godetevi il parco nazionale del Teide con paesaggi lunari e vulcanici che lasciano tutti a bocca aperta. Per chi non è ancora pronto a dire addio all’estate, tra spiagge e tramonti vi conquisterà.

La spiaggia di Teresitas a Tenerife
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Ultimo bagno estivo a Tenerife

Da Napoli a Spalato

Si vola verso la Croazia partendo da Napoli: con meno di 22 euro si raggiunge Spalato, una meta dell’Adriatico con calette e storia perfetta per un weekend di mare. La città croata riesce a mettere insieme tutto ciò di cui si ha bisogno concentrandole in una zona relativamente piccola e quindi perfetta per una fuga di 2 o 3 giorni. Si può iniziare dalla celebre Bačvice, una delle spiagge più conosciute della città, oppure spostarsi verso il promontorio di Marjan, dove sentieri immersi nel verde conducono a baie più tranquille e scorci perfetti per una giornata di bagni e relax. Ovviamente non perdetevi il centro: palazzo di Diocleziano, i vicoli in pietra e le piazzette per poi raggiungere Riva, il lungomare cittadino perfetto per una passeggiata e un drink.

Spalato Bačvice Porto marittimo Croazia
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Weekend di mare a Spalato

Da Palermo a Nizza

Chi parte da Palermo può volare in Francia nel cuore della Costa Azzurra con voli a meno di 30 euro. Nizza è una location esclusiva a partire da Prmenade des Anglais e dalle spiagge come le baie des Anges spesso frequentate anche da VIP. Seppur non abbiano sabbia ma prevalentemente ciottoli attirano l’attenzione per il colore dell’acqua limpidissima che ha favorito il nome che conosciamo tutti della zona. Dopo il bagno, il programma può continuare tra le stradine colorate della Vieux Nice, i banchi del Cours Saleya e i piccoli bistrot dove fermarsi per una pausa. Imperdibile anche la salita verso la Collina del Castello, uno dei punti panoramici più belli per osservare dall’alto il lungomare e i tetti della città.

Vista del lungomare di Nizza dall'alto
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Viaggio a Nizza a settembre

Con la nuova Big Orange Sale di easyJet gli sconti fino al 20% su tante mete danno modo di programmare una nuova fuga magari godendosi proprio un ultimo tuffo.

Nasce RivierAlp, il suggestivo cammino tra il Mediterraneo e le Alpi Marittime

Ha aperto ufficialmente il 1° settembre 2026 RivierAlp, un nuovo cammino transfrontaliero che mette in collegamento Mentone, Sanremo e Imperia con diverse località della provincia di Cuneo. Il percorso nasce utilizzando itinerari già presenti sul territorio, si sviluppa lungo alcune delle storiche vie di collegamento tra il Mediterraneo e le Alpi Marittime e riporta al centro  un sistema di tracciati legato anche alle tradizionali vie del sale.

La rete accompagna i camminatori dalle montagne verso la costa, passando per località come Terme di Valdieri, Trinità di Entracque, Limone Piemonte, Certosa di Pesio, Roccaforte di Mondovì e Ormea. Lungo il cammino, l’itinerario permette di muoversi tra boschi e crinali e di raggiungere borghi, fortificazioni e rifugi godendosi anche escursioni su creste panoramiche.

Una rete di percorsi con un’identità comune

Uno degli aspetti centrali del progetto riguarda la necessità di rendere riconoscibile l’intero itinerario, nonostante RivierAlp utilizzi percorsi già presenti sul territorio. Per questo il consorzio degli operatori turistici della provincia di Cuneo ha installato appositi talloncini segnavia lungo i sentieri intervenendo sulla segnaletica esistente.

A rafforzare l’identità comune sarà anche la cartografia dedicata: è stata infatti completata la stampa della cartina ufficiale del cammino RivierAlp, alla quale si affiancherà nel corso del mese la cartoguida, pensata per fornire informazioni sulle tappe, sui territori attraversati, sui punti di interesse e sui servizi disponibili.

Il passaporto del cammino accompagna il viaggio

Tra gli elementi che caratterizzano l’esperienza di RivierAlp c’è anche il passaporto del cammino, una sorta di diario personale del viaggio, che può essere ritirato gratuitamente presso gli uffici turistici individuati come punti di partenza e porte di accesso all’itinerario.

Sul versante italiano, i passaporti sono disponibili presso gli uffici dell’ATL del Cuneese di Cuneo, Limone Piemonte, Chiusa di Pesio e Ormea, oltre che presso il centro visita Terme Valdieri e l’ufficio turistico di Entracque. Sul versante francese, invece, il passaporto può essere ritirato a Tenda presso il bureau d’information touristique.

Al momento del ritiro viene apposto sul passaporto il timbro identificativo della porta di accesso scelta e, tappa dopo tappa, diventa così una testimonianza concreta del cammino compiuto, dalle montagne fino al Mediterraneo.

Il sistema dei passaporti e dei timbri consentirà inoltre di monitorare i flussi dei camminatori e di comprendere quali siano le diverse porte di ingresso più utilizzate. I dati raccolti potranno fornire informazioni utili per le future attività di sviluppo e promozione di RivierAlp.

Scorcio di Ormea, Piemonte
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Rilassante scorcio di Ormea

L’arrivo al Mediterraneo e il cesto del viaggiatore

Il viaggio lungo RivierAlp prevede anche un riconoscimento per chi completa il percorso raggiungendo le località di arrivo indicate a Sanremo, Imperia e Mentone. Ai camminatori che porteranno a termine il viaggio potrà essere consegnato il cesto del viaggiatore, pensato come premio finale e come simbolo dell’esperienza. Il riconoscimento vuole celebrare il raggiungimento del Mediterraneo dopo il percorso attraverso le Alpi Marittime e, allo stesso tempo, raccontare grazie alle eccellenze locali l’identità e la ricchezza dei territori.

Le informazioni sulle tappe, sulle porte di accesso, sul passaporto del cammino e sui servizi disponibili possono essere richieste a Conitours, il consorzio degli operatori turistici della provincia di Cuneo.

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