Le location di Nessun dolore, il nuovo film di Gianni Amelio presentato fuori concorso a Venezia 83 e in arrivo nelle sale dal 24 settembre2026, hanno natura ambivalente: mentre mostrano come le città – soprattutto le grandi città – possano restare del tutto indifferenti alle sorti dei loro abitati, infatti, ricordano che ci sono posti in cui è difficile non sentirsi a casa. La pellicola, che ha nel cast Alessandro Borghi, Valeria Golino e Valerio Mastandrea tra gli altri, è stata girata tra Roma e Orvieto: scopriamo dove.
Di cosa parla
Davide, il protagonista, vive vendendo libri di seconda mano in una piazza centrale di Roma. Un giorno, all’improvviso, si materializza davanti al suo chiosco un bambino proveniente dal Nord Africa che da quel momento comincia a seguirlo e non lo molla più. Quando a seguito di un incidente stradale è costretto ad accompagnarlo al pronto soccorso, Davide cade in una spirale di rimorsi e sensi di colpa. È tra le corsie dell’ospedale che conosce Aminah: un’adolescente impaurita ed evidentemente incinta appena arrivata con un barcone dall’Algeria, a cui finirà per offrire ospitalità.
Da questo momento ogni giorno, tornato dal lavoro, Davide trova sempre qualcuno di nuovo ad attenderlo a casa: persone che vivono per strada senza un tetto, qualcosa da mangiare o qualcuno che si prenda cura di loro. Di fatto incapace di ribellarsi, dovrà presto fare i conti con una denuncia da parte dei condomini ma, soprattutto, con una serie di sentimenti contrapposti.
(c) 01 DistributionUna scena di “Nessun dolore”
Dov’è stato girato il film
Il nuovo film di Gianni Amelio con Alessandro Borghi, Valeria Golino e Valerio Mastandrea è stato girato come accennato tra Roma e Orvieto.
Roma
Nella Capitale tra le location di Nessun dolore è facile riconoscere il quartiere Prati con i suoi palazzi borghesi, i viali eleganti costeggiati da alberi e boutique alla moda e le Mura Vaticane e i profili di Piazza San Pietro sullo sfondo.
È a Piazza Risorgimento, uno dei principali snodi cittadini, oggetto in occasione dell’ultimo Giubileo di un radicale intervento di riqualificazione che l’ha restituita ai romani anche come posto dove passeggiare o fermarsi a prendere un gelato, che si trova il negozio di libri di Davide.
iStockL’elegante Piazza Risorgimento
In alcune scene, soprattutto all’inizio del film, si vede il protagonista aggirarsi tra il caotico dedalo di vie dell’Esquilino: è qui, a ridosso della Stazione Termini, tra vie come via Giolitti note per essere abitate soprattutto da comunità straniere che Davide cerca disperatamente informazioni o qualcuno che conosca il bambino che gli è piombato in negozio.
iStockPiazza Vittorio Emanuele II, nel quartiere Esquilino di Roma
Allontanandosi dal centro di Roma altre sequenze, soprattutto panoramiche e di passaggio, sono state girate sul litorale di Ostia.
Orvieto
Se c’è anche Orvieto tra i luoghi dov’è stato girato Nessun dolore è soprattutto per ragioni narrative: è di questo centro umbro, famoso per il Duomo, la Torre del Moro, il pozzo di San Patrizio e per la suggestiva posizione su una rupe di tufo, che è originario il protagonista interpretato da Alessandro Borghi.
iStockCaratteristica veduta di Orvieto
Qui le riprese hanno interessato soprattutto Piazza Raneri e l’ingresso della città e Piazza d’Armi con l’ex Caserma Piave ben riconoscibile sullo schermo.
Quello di Pascal Bonitzer è un omaggio non solo a uno dei personaggi più amati del genere poliziesco, ma anche alla città che da sempre ne ha animato le indagini: Parigi. Le location di Maigret – L’amore e la mortedevono suonare particolarmente familiari così agli appassionati dei gialli di Georges Simenon: tra viali eleganti, appartamenti aristocratici, imponenti palazzi del potere, raffinate boutique d’antiquariato, ecco dov’è girato il film in arrivo nelle sale italiane dal 24 settembre 2026.
Di cosa parla
Quando l’ex ambasciatore Berthier-Lagès (Gaëtan Galliod) viene ritrovato morto all’interno del Quai d’Orsay, il commissario Maigret (Denis Podalydès) è convocato d’urgenza. Indagando scopre che l’uomo ha mantenuto, per oltre cinquant’anni, una relazione segreta con la principessa de Vuynes (Dominique Reymond).
Anche il marito della donna è morto da qualche giorno in circostanze sospette. Interrogando le due famiglie, i collaboratori del diplomatico, la sua enigmatica cameriera nel corso di un’indagine non priva di colpi di scena Maigret ha l’ennesima conferma dell’ipocrisia che vela un’esistenza borghese fatta, più spesso di quanto si immagini, di verità taciute e mera apparenza.
(c) Lucky RedUna scena di “Maigret – L’amore e la morte”
Dov’è stato girato il film
Il nuovo film di Pascal Bonitzer è interamente girato a Parigi in quartieri, tra strade e piazze che volutamente riflettono l’eleganza e la raffinatezza della vita aristocratica.
Quai d’Orsay
Il settimo arrondissement è naturalmente il fulcro dell’azione: è qui, al Quai d’Orsay, il famoso lungofiume sulla riva sinistra della Senna che viene trovato morto l’ex diplomatico e che si concentrano le indagini del commissario. I parigini – ma non solo – non faranno fatica a riconoscere sullo schermo la storica sede, al 37, del Ministero degli affari esteri.
iStockLa storica sede del Ministero degli affari esteri francese
Tra le location di Maigret – L’amore e la morte prevalgono volutamente gli interni: sono una metafora visiva perfetta per ricreare sullo schermo il clima ovattato e a tratti claustrofobico che si deve respirare in certi salotti altolocati parigini, oltre che per dare risalto ai dialoghi durante gli interrogatori e non solo. Come suggeriscono diverse fonti sul web, la scena all’interno del negozio di antiquariato sarebbe stata girata, per esempio, nel nono arrondissement di Parigi in Rue Saint Georges. Il commissario Maigret e la sua signora cenano, invece, in un distinto ristorante di Rue Paul Bert, nell’undicesimo arrondissement.
(c) Lucky RedUn’altra scena di “Maigret – L’amore e la morte”
Place Dauphine
Tra le – poche – scene in esterni della nuova avventura cinematografica del commissario Maigret ce ne sono di girate nel primo arrondissement. Facile da riconoscere per la sua pianta triangolare e perché già spesso vista al cinema – in Io prima di te, per esempio – è Place Dauphine: piazza seicentesca fatta costruire da Enrico IV in onore del figlio, il futuro re Luigi XIII.
iStockPlace Dauphine: una piazza molto amata dai parigini
Canal Saint – Martin
Le scene girate sul Canal Saint – Martin sono un omaggio non solo a uno dei più pittoreschi canali parigini, ma anche a una delle più famose e amate inchieste del commissario Maigret: “Maigret e il corpo senza testa”. Incluso tra i monumenti storici di Francia, fu costruito a inizio Ottocento per volere di Napoleone e oggetto nei secoli successivi di numerosi interventi di bonifica e riqualificazione che lo hanno reso oggi un posto molto amato dai parigini per passeggiare e rilassarsi all’aperto o godersi una crociera in battello. Percorrendo il canale, che attraversa i quartieri orientali della città, si scopre una Parigi dal gusto decisamente retrò e dove non mancano scorci romantici.
iStockLa romantica passeggiata lungo Canal Saint – Martin
Sì sì, avete letto benissimo: quella del Castello Ursino di Catania è una storia di spostamenti, quasi impossibile da leggere senza osservare il paesaggio intorno. La fortezza fu costruita nel XIII secolo per volontà di Federico II di Svevia con una precisa funzione strategica sulla costa. Oggi, invece, il mare è lontano e il grande edificio appare saldamente inserito nel tessuto urbano, per la precisione in piazza Federico di Svevia.
Ma come è possibile? La ragione di questo cambiamento si trova nella storia geologica della città: nel 1669 una colata proveniente dall’Etna raggiunse il castello, dividendosi in due bracci e circondandolo senza distruggerlo. La lava ricoprì parte delle fortificazioni e modificò la linea costiera, togliendo alla fortezza quella posizione sul mare che aveva contribuito alla sua importanza militare.
Oggi, però, guardando le mura esterne si osserva la combinazione perfetta tra l’ingegneria umana e la potenza primordiale della natura siciliana.
Tra le campagne della Małopolska, nel sud della Polonia, il colore arriva prima di qualsiasi altra cosa: una facciata bianca si accende di petali rossi e blu, un pozzo diventa un piccolo quadro e una staccionata acquista una sequenza di fiori dipinti. Zalipie sembra avere preso una tavolozza e averla distribuita sulle superfici del paese, dalle abitazioni rurali agli edifici destinati alla vita quotidiana.
La fama del villaggio nasce infatti da una pratica popolare che affonda le radici nella seconda metà del XIX secolo, quando le case venivano riscaldate con stufe a legna e il fumo lasciava sulle pareti una pesante patina scura. Le donne iniziarono a coprire le macchie con decorazioni bianche, poi comparvero motivi floreali sempre più elaborati.
La tradizione arrivò progressivamente oltre le pareti domestiche: fienili, recinti, pozzi, cucce, stalle e altri elementi della vita rurale entrarono nel repertorio decorativo. Oggi il paese conta circa 40 abitazioni dipinte e il motivo floreale è diventato il suo segno più riconoscibile.
Cosa vedere a Zalipie
La parte più interessante di questo borgo della Polonia arriva forse quando la decorazione smette di sembrare un semplice ornamento e racconta la vita della comunità. Le abitazioni dipinte permettono infatti di capire quanto questa tradizione sia legata alla quotidianità, alla memoria familiare e alla cura degli spazi rurali.
La Dom Malarek, conosciuta in italiano come Casa delle Pittrici, rappresenta uno dei punti di riferimento per comprendere l’arte di Zalipie. La struttura funziona quale casa di cultura e centro dedicato alla conservazione della tradizione locale.
All’interno si possono approfondire la storia delle decorazioni floreali, osservare mostre dedicate alle abitazioni dipinte e conoscere le attività delle artiste del territorio. La struttura organizza anche laboratori, permettendo ai visitatori di avvicinarsi direttamente alla tecnica decorativa.
Davanti all’edificio attirano l’attenzione un pozzo e una piccola costruzione tipica del villaggio, anch’essa decorata. È un dettaglio perfetto per capire lo spirito del paese, perché persino un elemento funzionale della vita rurale può diventare parte dell’immagine complessiva del villaggio.
La Casa delle Pittrici ha inoltre un ruolo concreto nella conservazione della tradizione: in collaborazione con il Museo distrettuale di Tarnów organizza il concorso Malowana Chata, letteralmente “Casa Dipinta”, nato nel 1948. Si tratta della competizione di arte popolare più longeva della Polonia. La commissione visita le fattorie decorate nel fine settimana successivo al Corpus Domini e la manifestazione culmina nella festa di Zalipie.
La fattoria di Felicja Curyłowa
La casa di Felicja Curyłowa rappresenta la testimonianza più personale dell’arte floreale locale. Dopo la sua morte, nel 1974, l’abitazione fu trasformata in museo dell’arte popolare e divenne una filiale del museo di Tarnów.
Entrando negli ambienti della fattoria si scopre una decorazione molto più ampia rispetto alla semplice facciata. Curyłowa portò i motivi floreali sulle pareti e sugli oggetti della vita domestica, dando vita a un insieme nel quale abitazione e decorazione diventano quasi inseparabili.
La visita permette quindi di conoscere la figura che più di altre contribuì a dare visibilità a questa espressione artistica, senza attribuirle l’invenzione assoluta della tradizione.
La chiesa di San Nicola
Anche la religione entra nel linguaggio floreale di Zalipie: la chiesa di San Nicola riprende infatti i motivi decorativi caratteristici del paese, portando l’arte popolare all’interno di uno spazio destinato al culto. I fiori compaiono negli ambienti della chiesa e persino negli abiti ecclesiastici.
Il risultato crea un legame diretto tra la tradizione domestica e la dimensione religiosa della comunità.
Cosa fare a Zalipie
Il villaggio di Zalipie si apprezza soprattutto attraverso i particolari. La visita può diventare una piccola ricerca visiva, seguendo le tracce della pittura sulle superfici più inattese.
Cercare le case dipinte: significa seguire una mappa fatta di fiori. Le circa 40 abitazioni decorate sono distribuite nel territorio del villaggio e permettono di osservare stili e composizioni differenti.
Visitare la Casa delle Pittrici: consente di conoscere la storia della tradizione attraverso mostre, materiali e attività culturali, con la possibilità di partecipare a laboratori dedicati alla pittura floreale.
Entrare nella fattoria di Felicja Curyłowa: offre uno sguardo sulla dimensione domestica dell’arte, con decorazioni che coinvolgono ambienti e oggetti della vita di tutti i giorni.
Osservare pozzi, recinti e piccoli edifici agricoli: aiuta a cogliere la caratteristica più particolare di Zalipie. La pittura raggiunge infatti elementi funzionali che in altri villaggi resterebbero semplici strutture di servizio.
Visitare la chiesa di San Nicola: serve a riconoscere i motivi floreali anche nella sfera religiosa e di vedere fino a quale punto l’identità artistica del villaggio sia entrata nella vita della comunità.
Conoscere il Malowana Chata: aggiunge una prospettiva contemporanea. Il concorso, nato nel 1948, continua a sostenere la pratica della decorazione delle abitazioni e coinvolge Zalipie e le campagne circostanti.
iStockLa facciata di una casa tradizionale a Zalipie
Dove si trova e come arrivare
Zalipie si trova nella Małopolska, nel sud della Polonia, a circa 30 chilometri da Tarnów e a più o meno 100 chilometri da Cracovia. Il paese appartiene all’area rurale di Powiśle Dąbrowskie ed è inserito nell’itinerario dell’architettura in legno della Małopolska. Da Cracovia, l’auto rappresenta la soluzione più semplice per raggiungere il villaggio. Il tragitto richiede circa 1 ora e 40 minuti secondo, chiaramente, il traffico.
Chi preferisce i mezzi pubblici può raggiungere Tarnów in treno partendo da Cracovia e proseguire verso Zalipie con un autobus. La combinazione richiede quindi un cambio a Tarnów, poiché il villaggio non dispone di un collegamento ferroviario diretto.
Una volta arrivati, il ritmo cambia: le distanze brevi e l’ambiente rurale permettono di concentrarsi sui dettagli, seguendo le facciate decorate e cercando il colore anche sulle strutture più piccole. A Zalipie il fiore è diventato una firma collettiva, nata da una necessità pratica e trasformata nel tempo in una delle espressioni più riconoscibili dell’arte popolare polacca.
Anche quest’anno, il 26 e 27 settembre 2026, tornano le Giornate Europee del Patrimonio promosse da circa vent’anni dalla Commissione Europea e dal Consiglio d’Europa. L’obiettivo è offrire l’opportunità, sia agli adulti che ai bambini, di riscoprire musei, monumenti e siti storici in modo diverso dal solito attraverso visite a tema, eventi dedicati, orari prolungati e ingressi ridotti.
Tantissimi gli eventi in programma in tutta Italia accomunati dal tema dell’edizione 2026, ossia “Proteggere il patrimonio. Rinnovare, resistere, reinventare”.
Qui vi consigliamo alcuni degli appuntamenti più interessanti, ma potete consultare il programma completo sul sito ufficiale del Ministero della Cultura.
I musei di Torino: GAM, MAO e Palazzo Madama
A Torino, la Fondazione Torino Musei aderisce con l’ingresso ridotto per tutti alla GAM, al MAO e a Palazzo Madama. Oltre alle collezioni permanenti, nei tre musei si possono visitare le mostre in corso, in un viaggio che attraversa epoche e culture molto diverse.
Il weekend si arricchisce poi di visite guidate a tema. Sabato il MAO porta il pubblico nel Giappone di Hiroshige e delle sue 53 stazioni del Tōkaidō, mentre Palazzo Madama racconta le due Madame Reali che trasformarono l’antico castello in una residenza alla moda.
Domenica la GAM svela le opere su carta di Un altro Novecento, da Boccioni e Balla fino a Rauschenberg e Penone. Sempre a Palazzo Madama, un percorso insolito invita a scoprire i tessuti storici attraverso il tatto, dal taffetas ai pizzi. Le visite hanno un costo aggiuntivo e vanno prenotate.
Piemonte, un weekend tra castelli sabaudi e rovine romane
In tutto il Piemonte, i musei nazionali partecipano con un calendario che va dalle residenze reali ai siti archeologici. Sabato sera diversi luoghi restano aperti fino a tardi con un ingresso simbolico di 1 euro.
A Palazzo Carignano, a Torino, si possono visitare gli Appartamenti di Mezzogiorno e lo Scalone Guariniano. Al Castello di Racconigi apre in via straordinaria il primo piano nobile, dove l’appartamento cinese ospita la mostra Specchi del Giappone di Stefano Faravelli.
Al Castello di Moncalieri, invece, le stanze di Vittorio Emanuele II si animano con brevi scene teatrali dedicate agli amori del re. Al Castello di Agliè va in scena un concerto jazz con musiche generate dai biosegnali delle piante, mentre a Villa della Regina si brinda al tramonto tra i filari della vigna. Infine, a Libarna le rovine romane fanno da palcoscenico alle MicroDanze di Aterballetto.
Crespi d’Adda, il villaggio operaio UNESCO
In Lombardia, sabato 26 settembre, il villaggio operaio di Crespi d’Adda, in provincia di Bergamo, ospita la giornata di studi Patrimonio a rischio: rivitalizzare, resistere, reimmaginare. Il tema è quanto mai attuale: tra pressione turistica e cambiamenti nei flussi di visitatori, anche i siti UNESCO rischiano di restare fermi nella loro immagine storica e l’incontro si chiede come trasformarli in luoghi vivi e sostenibili.
La mattina è dedicata al confronto tra esperti, operatori culturali e comunità locali. Nel pomeriggio si passa alla pratica, con una visita guidata del villaggio che unisce l’esplorazione dal vivo a visori di realtà virtuale, ricostruzioni digitali e strumenti di intelligenza artificiale. Iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale da 31 anni, Crespi d’Adda è oggi il secondo sito industriale più visitato d’Italia. La partecipazione è gratuita, con registrazione online.
Ufficio StampaIl villaggio operaio di Crespi d’Adda, Patrimonio UNESCO dal 1995
Bormio svela i suoi tesori nascosti
Restiamo in Lombardia, dove in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio, Bormio ha deciso di mostrare un volto diverso da quello della località sciistica, legato ai suoi secoli di storia.
Per tutto il weekend si può seguire in autonomia un percorso a piedi di circa due ore nel centro storico, con tappe molto diverse tra loro. Si passa dagli affreschi quattro-cinquecenteschi della Chiesa di Santo Spirito alla Torre Alberti, che ospitò Ludovico il Moro. Si incontrano poi le cantine dove invecchia l’amaro Braulio e la cupola dipinta in trompe-l’œil della Chiesa di Sant’Ignazio.
Il finale è nel reparto Combo, il quartiere più rurale del borgo, tra case contadine e la leggenda del fantasma di Gaudenzio. Al Museo Civico è allestita anche la piccola mostra La mia Wunderkammer.
Ufficio StampaGli affreschi quattro-cinquecenteschi della Chiesa di Santo Spirito a Bormio
Treviso e i tesori culturali della Marca Trevigiana
In Veneto, la Marca Trevigiana partecipa con un programma diffuso in dieci comuni, tra città murate, borghi, ville e musei. A Treviso, per esempio, musei, palazzi e chiese aprono le porte con visite guidate, concerti e mostre. Il weekend segna anche l’avvio delle celebrazioni per i 700 anni dalla nascita di Tomaso da Modena.
A Maser, invece, si visita Villa Barbaro, capolavoro di Palladio affrescato da Veronese, con una degustazione finale dei vini della tenuta. Poco distante sorge il Tempietto Barbaro, ultima opera dell’architetto. Tra i luoghi meno noti citiamo l’antica chiesa di Cappella Maggiore, di origine longobarda, che custodisce una rara Ultima Cena di fine Duecento.
Ufficio StampaIl Tempietto Barbaro a Maser, ultima opera di Andrea Palladio
Visite speciali a Roma
A Roma, la Soprintendenza Speciale apre al pubblico 15 luoghi sparsi in tutta la città, dal Gianicolo a Testaccio fino alla via Casilina e a Ostia, con visite e aperture straordinarie anche di sera.
La novità più attesa è la riapertura della Villa di Livia, sulla via Flaminia, dopo i lavori finanziati dal PNRR. Poco lontano, domenica debutta l’Area archeologica di Grottarossa, con i suoi due mausolei e i resti di una grande fontana monumentale, raccontati anche attraverso video e ricostruzioni. Sabato sera si possono visitare le Terme di Caracalla e, in entrambe le serate, la Basilica di San Pietro in Vincoli, dove si trova il celebre Mosè di Michelangelo.
A Napoli, la Soprintendenza apre al pubblico alcuni siti poco conosciuti, dalle terme romane di via Terracina a Fuorigrotta alla Villa Romana di Ponticelli, fino alle Salette Pompeiane di Palazzo Reale.
Domenica mattina l’appuntamento più originale è nella Chiesa di Santa Maria dell’Incoronata, in via Medina, dove si svolgerà Trame Mediterranee, un laboratorio di ricamo nato dalla collaborazione tra la Soprintendenza, la Fondazione Mondragone, custode di un’importante collezione tessile, e il Museo Madre, che ospita una mostra dedicata a Maria Lai.
Il punto di partenza è il corredo di Pietro d’Aragona, restaurato dalla Soprintendenza. Da qui si riflette su un’idea di tutela che non riguarda solo i tessuti antichi, ma anche il sapere delle ricamatrici che ancora oggi lo tramandano. L’accesso alla chiesa è libero, mentre per il laboratorio, a posti limitati, serve la prenotazione.
Infine, consigliamo di scoprire la città di Sassari, nel nord Sardegna. Qui, le Giornate Europee del Patrimonio permettono di visitare l’altare preistorico di Monte d’Accoddi insieme a un’archeologa e il Museo Sanna, che racconterà la conservazione dei reperti museali (e non solo) durante la Seconda Guerra Mondiale.
In questo periodo, infatti, nell’ambito delle misure precauzionali per la protezione del patrimonio artistico e archeologico dai rischi di bombardamento, la direzione del museo decise di imballare e sgomberare le proprie collezioni. Il resto lo scoprirete durante la visita!
Nella giornata di sabato, inoltre, sarà possibile scoprire gli otto secoli di storia legati alla cinta muraria che un tempo circondava la città.
iStockL’altare preistorico di Monte d’Accoddi a Sassari
Il 25 settembre 2026 torna la Notte Europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori, l’appuntamento che porta la scienza fuori dai laboratori per avvicinarla al grande pubblico. Per una sera università, enti di ricerca e istituzioni propongono esperimenti, incontri, laboratori, mostre, giochi e attività interattive dedicate a curiosi di ogni età.
Promossa dalla Commissione Europea, la manifestazione coinvolge numerosi Paesi dell’Unione Europea e punta a rafforzare il dialogo tra ricerca e società, mostrando il contributo della scienza alla vita quotidiana e alle grandi sfide del presente.
In Italia l’edizione 2026 si sviluppa attraverso diversi progetti specifici, tra cui SHARPER (SHAring Researchers’ Passion for Education and Rights) che organizza e gestisce l’evento in 13 città. Anche l’Istat parteciperà alla manifestazione nell’anno del suo centenario, con attività dedicate alla cultura statistica e alle discipline STEM.
In questo articolo abbiamo selezionato cinque eventi in diverse città italiane: il programma completo, con tutte le iniziative e le informazioni aggiornate, è disponibile sul sito ufficiale della Notte dei Ricercatori.
Roma, la scienza protagonista al NET Village
A Roma la Notte dei Ricercatori si trasforma in un vero villaggio della scienza alla Città dell’Altra Economia (nel quartiere Testaccio), dove il 25 e 26 settembre il pubblico potrà visitare stand e partecipare a laboratori, giochi, spettacoli, spazi di dialogo e mostre. All’interno del vasto programma ci sono iniziative pensate per tutte le età.
Il NET Village mette al centro il rapporto diretto tra cittadini e ricercatori, con attività dedicate alle tematiche più attuali della ricerca.
Perugia, lancia il Passaporto del Ricercatore
A Perugia, al Complesso monumentale di San Pietro, dalle ore 9 alla ore 23, si potrà partecipare a laboratori e esperienze interattive, dimostrazioni ed esperimenti. Inoltre si potranno avere incontri con ricercatrici e ricercatori e ascoltare approfondimenti su vari temi come l’intelligenza artificiale e l’innovazione.
Questa edizione porterà anche una ventata di aria fresca con il lancio del Passaporto del Ricercatore, un percorso che coinvolgerà anche Borgo XX Giugno e tante attività nel quartiere.
Durante la mattina, invece, in Sala dei Notari, si terrà un evento di economia comportamentale, del programma Researchers@School di SHARPER, dedicato alle scuole.
L’Aquila, terremoti e bufale scientifiche
A L’Aquila, tra i tantissimi eventi in programma, la ricerca affronterà con i ragazzi della scuola secondaria di II grado uno dei temi più legati al territorio con l’incontro “Le più grandi bufale sui terremoti (e perché continuiamo a crederci)”. I ricercatori dell’INGV spiegheranno cosa sappiamo realmente sul rischio sismico e affronteranno alcune delle convinzioni più diffuse, lasciando spazio alle domande del pubblico. L’appuntamento sarà alle ore 16.
Inoltre in Piazza Duomo e al Piazzale dell’Emiciclo l’Osservatorio Astronomico d’Abruzzo dell’INAF sarà presente con momenti di confronto, laboratori e osservazioni guidate del cielo.
A Catania la Notte dei Ricercatori proporrà laboratori, dimostrazioni e mini-talk in diverse sedi del centro. Tra gli appuntamenti spicca l’evento della Città della Scienza “La storia dell’Universo: un viaggio attraverso la fisica”, accompagnato da attività dedicate a curiosi ricercatori e ragazzi.
Sassari, rende accessibili i risultati della ricerca
A Sassari, il Padiglione Eugenio Tavolara ospiterà il 25 settembre numerosi exhibit, giochi, dibattiti e laboratori scientifici. Dalle ore 9 alle 20 ricercatrici e ricercatori incontreranno il pubblico cercando di rendere accessibili i risultati e i vari temi della ricerca.
Nel cuore della Toscana, tra dolci colline ricoperte di vigneti, piazze storiche e paesaggi che da sempre attirano tantissimi viaggiatori da tutto il mondo, c’è un borgo che in questi giorni è finito sotto i riflettori anche per una bellissima storia d’amore.
È Greve in Chianti, in provincia di Firenze, il luogo scelto da Vanessa Incontrada e il suo compagno storico Rossano Laurini per celebrare le loro nozze e festeggiare insieme a parenti e amici. La coppia, che vive a Follonica, ha così portato il proprio giorno speciale in uno degli angoli più rappresentativi del Chianti fiorentino.
Nel calendario di questo periodo l’autunno entra nel vivo, tra colline che cambiano colore, profumi di bosco e piazze che si riempiono di stand. È la stagione delle sagre di paese, delle feste dedicate ai prodotti tipici e delle fiere che celebrano il legame tra cibo e territorio. In Piemonte questi appuntamenti diventano l’occasione ideale per scoprire borghi e città con ritmi più lenti, assaggiando sapori che raccontano la storia locale.
Tra i protagonisti di ottobre 2026 spiccano la Fiera internazionale del tartufo bianco d’Alba, che richiama gli appassionati del grande tartufo, e Buonissima: cibo, arte e bellezza a Torino, che trasforma il capoluogo in un palcoscenico gastronomico diffuso. Non mancano le tradizioni di paese, come la Sagra della castagna e del fungo a Rossana o la Fiera Regionale del Tartufo a Montiglio Monferrato, per un mese tutto da gustare tra Langhe, Monferrato e valli alpine.
Eventi di ottobre in Piemonte, tutte le sagre da segnare in agenda
Sagra della castagna e del fungo – Rossana (CN), dal 2 al 4 ottobre 2026.
La Sagra della castagna e del fungo propone numerose specialità gastronomiche locali, tra cui caldarroste e degustazioni di funghi in piazza Gazzelli, affiancate da una grande fiera di prodotti tipici con possibilità di acquisto.
La maschera di ferro – Pinerolo (TO), dal 3 al 4 ottobre 2026.
La festa de La maschera di ferro a Pinerolo rievoca la figura dell’uomo dalla Maschera di Ferro con danze al suono delle ghironde, giochi di destrezza, sfide, duelli, parate e spari di artiglieria nelle vie e piazze cittadine.
Autunniamo a Pontecurone – Pontecurone (AL), dal 3 al 4 ottobre 2026.
Autunniamo a Pontecurone è una manifestazione che promuove le risorse del territorio coinvolgendo artigiani, commercianti, produttori agricoli e associazioni, con stand dedicati ai piatti tipici e all’esposizione dei prodotti delle aziende agricole locali.
Sagra della castagna e dei prodotti d’autunno – Mathi (TO), il 4 ottobre 2026.
La Sagra della castagna e dei prodotti d’autunno a Mathi, organizzata dai Vigili del Fuoco, offre castagne, polenta preparata dagli Alpini, bancarelle e intrattenimenti per bambini, tra cui l’esperienza “un pomeriggio da pompiere”.
Fiera Regionale del Tartufo – Montiglio Monferrato (AT), il 4 ottobre 2026.
La Fiera Regionale del Tartufo di Montiglio Monferrato propone appuntamenti dedicati agli appassionati del tartufo, con raduno dei tartufai, mercatino di prodotti tipici locali, stand gastronomico fornito, musica e intrattenimenti.
Sagra del Fungo – San Pietro Val Lemina (TO), il 4 ottobre 2026.
La Sagra del Fungo celebra il porcino, prodotto tipico della Val Lemina, con bancarelle nel centro storico e uno stand gastronomico che propone piatti a base di funghi, polenta e salsiccia.
Fiera internazionale del tartufo bianco d’Alba – Alba (CN), dal 10 ottobre al 6 dicembre 2026.
Ad Alba la Fiera internazionale del tartufo bianco propone il Mercato Mondiale dei tartufi delle Langhe, Monferrato e Roero e un padiglione didattico dedicato a bambini e famiglie.
Fiera d’Autunno in Piazza Alfieri – Asti (AT), il 11 ottobre 2026.
Fiera d’autunno nel centro di Asti, con fulcro in Piazza Alfieri, tra banchi di prodotti tipici stagionali, colori, profumi e intrattenimento per bambini. Accesso consentito solo con Green Pass.
Festa del nuovo raccolto – Salussola (BI), il 11 ottobre 2026.
La Festa del nuovo raccolto nella Baraggia biellese offre una giornata tra cascine e risaie con escursioni in mountain-bike, dimostrazioni sulla lavorazione e raccolta del riso, giri in calesse, prodotti tipici in vendita e pranzo con panissa, polenta concia e specialità locali.
Castagnata e sapori d’autunno – Tagliolo Monferrato (AL), il 18 ottobre 2026.
Castagnata nel borgo medievale con mercatino di prodotti tipici, artigianato e tartufo intorno al castello, accompagnata da focaccini, farinata, risotto al tartufo, uovo al tegamino con tartufo e agnolotti.
Buonissima – Torino (TO), dal 21 al 25 ottobre 2026.
Manifestazione gastronomica a Torino in cui la grande cucina piemontese e internazionale dialoga con arte antica e contemporanea, musica e spettacolo, cultura automobilistica e design.
Le notti delle streghe – Rifreddo (CN), dal 23 al 25 ottobre 2026.
Evento turistico-culturale a Rifreddo dedicato al mistero e alle streghe, pensato per valorizzare il patrimonio locale dall’antico Monastero di Santa Maria della Stella al massiccio del Mombracco in veste autunnale.
C’è chi sceglie la meta di un viaggio in base ai musei da visitare e chi, invece, parte dalla tavola. Per questi ultimi Tripadvisor ha svelato i Traveller’s Choice Best of the Best 2026 dedicati ai ristoranti, il riconoscimento più prestigioso assegnato dalla piattaforma.
A decretare i vincitori non è una giuria di critici, ma la community stessa: il premio va ai locali che, nell’arco di dodici mesi, hanno raccolto un numero elevato di recensioni e giudizi eccellenti da parte dei viaggiatori. Un traguardo tutt’altro che scontato, visto che lo raggiunge meno dell’1% degli 8 milioni di profili presenti sul sito.
Le classifiche sono divise in diverse categorie, pensate per ogni tipo di viaggiatore e per ogni occasione. Si va dalla cucina raffinata, con menù creati da chef di altissimo livello, ai ristoranti informali, dove buon cibo e atmosfera rilassata vanno di pari passo. Ci sono poi i locali romantici, i tesori nascosti lontani dai circuiti più battuti e i locali vegani e vegetariani. C’è anche una categoria tutta dedicata alle esperienze virali, ossia i ristoranti che spopolano sui social e che, a quanto pare, valgono davvero la coda.
A più o meno 13 chilometri da Nizza, lontano dalla Riviera delle grandi passeggiate sul mare, la strada sale verso un gruppo di montagne raccolte attorno alla valle del Paillon. A un certo punto, tra la vegetazione, compare una massa compatta di pietra aggrappata alla roccia, e quello è Peillon, uno dei borghi abbarbicati più caratteristici delle Alpi Marittime.
Costruito a 376 metri di altitudine sopra uno sperone che domina il paesaggio, pare più una fortezza naturale perché le abitazioni sembrano stringersi l’una all’altra lungo il pendio, formando una sorta di spirale di muri, scale e archi. La posizione ha infatti dato origine al soprannome di “nido d’aquila“, particolarmente adatto alla sagoma del paese vista dalla valle.
Oggi la roccia, le case e gli edifici religiosi compongono un insieme assai omogeneo. Il Comune, tuttavia, comprende anche diverse frazioni, tra cui Borghéas, Châteauvieux, Les Mazues, Sainte-Thècle, Les Moulins e Les Novaines.
Cosa vedere a Peillon
La parte più interessante arriva dopo l’ingresso a questo borgo della Costa Azzurra: la strada lascia spazio alla pietra e il paesaggio cambia notevolmente scala.
La fontana di Place Arnulf
Place Arnulf rappresenta uno dei primi punti da raggiungere entrando nel vecchio villaggio. Al centro si trova la fontana risalente al 1800, iscritta nell’inventario dei Monumenti storici dal 1941.
Il manufatto conserva anche un dettaglio legato alla storia della fortificazione: parte delle pietre utilizzate per il suo basamento proviene infatti dall’antico portale del villaggio. Poco oltre si riconoscono ancora tracce della vecchia porta d’ingresso alla fortezza, con resti degli stipiti e dei cardini in ferro.
I vicoli medievali e i passaggi voltati
Il vero patrimonio di Peillon si trova, forse, nella trama urbana. Le case in pietra sono addossate lungo il pendio e lasciano spazio a una successione di scale, strette calades, arcate e passaggi coperti.
La conformazione racconta la necessità di sfruttare una superficie ridotta su uno sperone roccioso. Basta seguire la salita e osservare la continuità delle abitazioni, le aperture minuscole, gli archi costruiti tra una casa e l’altra e gli scorci improvvisi sulla valle per innamorarsene.
In cima al paese si trova la chiesa parrocchiale di Saint-Sauveur, conosciuta anche come chiesa della Trasfigurazione. Sotto l’edificio attuale si conservano le tracce della precedente struttura fortificata.
Il particolare più curioso riguarda il mastio quadrato del castello, trasformato in campanile a partire dal XII secolo. La piccola chiesa originaria venne poi ampliata in più fasi, fino a diventare la struttura barocca attuale.
La cappella dei Penitenti Bianchi
Scendendo sotto il borgo si raggiunge uno dei tesori artistici più importanti di Peillon: la cappella Notre-Dame des Sept Douleurs, conosciuta anche quale cappella dei Penitenti Bianchi, risale alla metà del XV secolo.
iStockVeduta della Cappella Notre-Dame des Sept Douleurs
All’interno vi è esposto un ciclo di affreschi realizzato da Giovanni Canavesio tra il 1485 e il 1490. Il pittore piemontese rappresentò scene della Passione di Cristo, creando un insieme sorprendentemente ricco per un edificio di dimensioni contenute. Dal 2000, tra le altre cose, è classificata come Monumento storico.
L’antica scuola e “Lux in tenebris”
Una pagina molto più recente della storia locale si trova nell’antica scuola di Peillon, sulla place de la Gleià. L’edificio conserva “Lux in tenebris”, affresco realizzato nel 1952 dal pittore peillonnais Charles Rocher de Gérigné. La scuola rimase attiva fino al 1956.
I ponti, le cappelle e gli oratori
Attorno al nucleo medievale sopravvive un patrimonio più discreto, formato da oratori, calvari e piccole cappelle. Tra queste figura la cappella di Saint-Roch, risalente al 1580 e restaurata nel 2004. Un antico ponte genovese accompagna inoltre il percorso verso Peille, nel vallone del Galambert.
La visita al vecchio borgo può diventare il punto di partenza per scoprire un territorio costruito intorno all’acqua, agli antichi percorsi e alla montagna. La parte più interessante, infatti, sta proprio oltre le facciate medievali.
Seguire i sentieri intorno al villaggio: per osservare Peillon da angolazioni diverse, con la sua massa di pietra raccolta sulla sommità dello sperone.
Percorrere il sentiero della Lourquière: significa affrontare un itinerario di circa 11 chilometri con partenza e arrivo alla stazione di La Grave-de-Peille. Il tracciato attraversa zone boscose e raggiunge il borgo prima di rientrare lungo un percorso panoramico.
Scoprire il patrimonio dell’acqua: porta verso gli antichi canali di irrigazione, le sorgenti di Sainte-Thècle e i vecchi mulini idraulici destinati alla produzione di olio e farina.
Visitare il museo ferroviario Flaminius Raiberti: bisogna spostarsi nella frazione di Sainte-Thècle, presso l’antica stazione. Il museo racconta la linea ferroviaria Nice-Coni attraverso documenti e oggetti legati alla vita dei ferrovieri. La visita è disponibile su appuntamento.
Provare l’arrampicata: aggiunge una prospettiva completamente diversa sul borgo. I settori attrezzati si sviluppano sul calcare della zona, con itinerari di difficoltà differenti e lunghezze comprese.
Peillon si trova nel dipartimento delle Alpi Marittime, nella regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra, a circa 13 chilometri da Nizza. Il vecchio borgo occupa la parte alta del territorio comunale, mentre Sainte-Thècle si trova nella valle ed è il capoluogo amministrativo. In auto da Nizza si raggiunge la zona attraverso la valle del Paillon e la viabilità locale che sale verso il villaggio.
La parte medievale ha una struttura raccolta e va esplorata a piedi una volta lasciata l’auto nelle aree disponibili all’ingresso. Per chi preferisce il treno, la stazione di Peillon-Sainte-Thècle si trova nella valle, lungo la linea Nice-Breil-Tende. La ferrovia rappresenta anche un modo particolarmente interessante per comprendere la geografia del territorio, visto il forte dislivello tra la stazione e il vecchio borgo.
La salita verso Peillon lascia progressivamente alle spalle la dimensione moderna della Riviera. Le case di Sainte-Thècle restano nella valle, mentre più in alto ricompare quella compatta geometria di pietra che rende il paese riconoscibile da lontano. Una volta dentro, la Costa Azzurra sembra appartenere a un altro pianeta.
Nel paesaggio delle Alpi bavaresi, tra le montagne dell’Ammergau, l’Abbazia di Ettal si staglia nel cielo con le sue torri massicce e una grande cupola che domina il piccolo paese omonimo. Se già dalla strada, per la precisione dalla B23, è possibile avere una prima vista dell’imponente architettura monastica, è solo entrando nel recinto abbaziale che l’emozione diventa tangibile.
Un giardino leggermente inclinato conduce verso gli edifici, mentre la basilica occupa il centro della scena con una facciata monumentale e due campanili dalle forme differenti. Ettal appartiene ancora alla comunità benedettina e accanto alla vita religiosa ospita attività legate alla produzione della birra e dei liquori, una scuola superiore, un negozio monastico e altre realtà nate attorno di essa.
Breve storia e leggende dell’Abbazia di Ettal
La storia di questa abbazia della Germania inizia nell’aprile del 1330 con Ludovico IV di Baviera, conosciuto anche come Ludovico il Bavaro. Il sovrano fondò il monastero dopo il ritorno dalla campagna militare in Italia e legò la fondazione a un voto. L’idea di base aveva anche finalità pratiche, legate allo sviluppo del territorio, alla sicurezza delle vie di comunicazione e alla creazione di una fondazione destinata ai cavalieri e alle loro mogli.
Attorno alla fondazione è nata una leggenda strettamente legata alla statua della Madonna: secondo il racconto tramandato, un angelo avrebbe indicato a Ludovico un‘immagine sacra e gli avrebbe affidato il compito di fondare un monastero. La tradizione racconta inoltre che la statuetta arrivò dall’’Italia e che Ludovico la ricevette dalla città di Pisa.
La scultura in marmo bianco raffigura Maria con Gesù Bambino tra le braccia. In origine aveva una decorazione pittorica, mentre durante il periodo barocco venne rivestita con abiti preziosi. La venerazione cominciò già dopo la fondazione e trasformò Ettal in una meta di pellegrinaggio.
La prima chiesa venne completata nel 1370, dopo circa 40 anni di lavori. Nel 1710 l’abbazia ospitava anche un’accademia cavalleresca, considerata una delle istituzioni di istruzione superiore più importanti del periodo. Il momento più drammatico fu nel 1744, quando un incendio distrusse l’edificio religioso e gran parte del monastero.
La ricostruzione trasformò profondamente l’aspetto del complesso, con e Enrico Zucalli e Joseph Schmuzer che furono tra i principali artefici della nuova architettura, insieme agli artisti attivi nella decorazione degli interni. Una parte essenziale di questa stagione artistica porta la firma di Johann Baptist Zimmermann, Johann Georg Üblherr e Johann Jakob Zeiller, i quali hanno dato vita a una delle espressioni più spettacolari del barocco bavarese, con una straordinaria concentrazione di stucchi, pitture e sculture.
La storia religiosa subì poi una brusca interruzione con la secolarizzazione, che portò alla soppressione dell’abbazia. I benedettini tornarono all’inizio del XX secolo, riportando vita alla comunità monastica.
La visita tra la basilica, il chiostro e le antiche attività monastiche
La basilica merita tempo soprattutto per la quantità di dettagli racchiusi nella sua struttura centrale. Ben 11 finestre contribuiscono alla luminosità dell’interno, mentre lo sguardo sale verso la grande cupola affrescata da Johann Jakob Zeiller. La scena raffigura una moltitudine di santi riuniti sotto la Trinità e crea l’effetto di un cielo aperto sopra la navata.
iStockLa bellissima Cupola dell’Abbazia di Ettal
Al centro del presbiterio si trova il monumentale altare maggiore, completato nel 1790 dopo la ricostruzione successiva all’incendio. La Madonna di Ettal occupa il punto più prezioso dell’altare, all’interno di un ricco baldacchino ornato da intagli dorati, colonne e pietre preziose. La piccola scultura appare così inserita in una cornice molto più grande delle sue dimensioni, quasi fosse un gioiello custodito all’interno della basilica.
La pala dell’altare maggiore raffigura l’Assunzione di Maria ed è opera di Martin Knoller. La scena completa la composizione del presbiterio insieme alla statua venerata e alle decorazioni circostanti. Ai lati della navata si susseguono sei altari laterali realizzati nella metà del ‘700. Le opere scultoree appartengono a Johann Baptist Straub e tra i soggetti raffigurati ci sono la Sacra Famiglia e Cristo risorto con gli Apostoli.
Merita attenzione anche il pulpito del 1759-1760, impreziosito dal rilievo dorato della Natività di Gesù, anch’esso legato alla produzione di Straub. Poco distante si trova il busto di Padre Rudolph Mayer, collocato in ricordo del suo esilio forzato durante il regime nazista. L’organo barocco risale invece al 1763 circa e fu costruito da Johann Georg Hörterich di Dirlewang, presso Mindelheim.
Poi c’è la sacrestia che rappresenta un altro gioiello del complesso: qui l’ambiente rococò conserva decorazioni e arredi di grande pregio ed è considerato una delle più belle sacrestie rococò della Germania meridionale. Dal corpo principale della basilica si raggiunge anche il Kreuzgang, il chiostro dell’abbazia, con le tombe dei monaci sepolti nel corso dei secoli.
La visita può poi proseguire attraverso le attività produttive legate al monastero. Ne è un esempio il birrificio abbaziale che risale al 1609 e che mantiene una tradizione di produzione della birra bavarese. Accanto alla birreria opera il liquorificio, legato a ricette tramandate da circa 400 anni. L’esperienza può continuare anche con una visita a un caseificio locale, ovvero dove si producono formaggi e latticini della regione, oppure presso un laboratorio di intaglio del legno.
Infine all’esterno, vicino all’ingresso occidentale, si trova anche la Schwedensäule, la Colonna degli Svedesi, monumento legato alla Guerra dei Trent’anni.
L’abbazia prende vita nel piccolo paese di Ettal, nella regione alpina dell’Ammergau, lungo la B23. La posizione colloca il monastero tra Garmisch-Partenkirchen e Oberammergau, in uno scenario dominato dalle montagne dell’Ammergebirge. Garmisch-Partenkirchen dista circa 12 km verso sud, mentre Oberammergau si trova a circa 5 km verso nord.
Per chi arriva dall’Italia, il confine del Brennero è a circa 115 km passando per Garmisch-Partenkirchen e Innsbruck. La basilica dispone di percorsi e rampe accessibili anche alle persone con mobilità ridotta.
Ettal fa capire che questo è un luogo in grado di tenere insieme epoche molto diverse senza trasformarsi in un semplice monumento. La Madonna arrivata dall’Italia nel 1330 continua a occupare il centro della devozione, la cupola settecentesca racconta la magnificenza del barocco, le campane scandiscono ancora la vita religiosa e il birrificio prosegue una tradizione iniziata oltre 400 anni fa.
L’autunno è arrivato. Quello astronomico, per la precisione, è iniziato mercoledì 23 settembre 2026 alle 2.05, con l’equinozio che ha chiuso ufficialmente l’estate nell’emisfero boreale. Fuori dalle definizioni astronomiche, però, la nuova stagione si riconosce in modo molto più semplice. Basta guardare cosa succede intorno. Le giornate perdono qualche minuto di luce, le mattine diventano più fresche. Nei boschi compaiono i primi gialli e sulle montagne le trasformazioni iniziano prima, mentre a quote più basse bisognerà aspettare ancora un po’. Poi arriveranno i rossi, il rame, le sfumature quasi viola di certe vigne, le foglie che si accumulano sui sentieri.
È l’inizio della stagione del foliage, che non si esaurisce nella classica passeggiata nel bosco con macchina fotografica al collo. Nel 2026 si può aspettare il cambio di colore seduti accanto al finestrino di un treno, seguire una guida dentro una faggeta, pedalare tra vigne ormai vendemmiate. Oppure andare a caccia del riflesso perfetto sulle acque di un lago e scoprire giardini botanici dove l’autunno convive ancora, per qualche settimana, con le ultime fioriture.
Ecco 5 modi diversi per godersi l’autunno e la stagione del foliage con esperienze imperdibili.
Guardare il foliage dal finestrino di un treno
Tra gli appuntamenti ormai classici c’è il Treno del Foliage sulla ferrovia Vigezzina-Centovalli, che nel 2026 torna dal 10 ottobre al 15 novembre lungo i 52 chilometri fra Domodossola e Locarno. Il percorso attraversa la Valle Vigezzo e le Centovalli svizzere, infilando boschi, piccoli centri, ponti e vallate che nel pieno dell’autunno cambiano completamente tono. Il biglietto speciale comprende andata e ritorno e permette anche una fermata intermedia.
Ufficio StampaIl paesaggio autunnale visto dal Treno del Foliage
Domodossola è anche il punto di partenza di un altro viaggio adatto alla stagione, il Trenino Verde delle Alpi, diretto verso Berna lungo la linea del Lötschberg. Qui il viaggio può essere spezzato: si scende e si riparte, magari per raggiungere Thun, Kandersteg o Frutigen. La carta giornaliera 2026 costa 77 euro per gli adulti e 25 euro per i ragazzi e comprende anche la navigazione sul Lago di Thun.
Poi c’è la Toscana, con tutt’altra atmosfera e uno dei treni del foliage più interessanti di quest’autunno. Il Treno Natura rimette sui binari locomotive a vapore e vecchie carrozze, accompagnando l’autunno nelle Crete Senesi e in Val d’Orcia. Il calendario parte il 10 ottobre con il viaggio da Siena verso Abbadia San Salvatore per la Festa d’Autunno, seguito l’11 ottobre dalla corsa verso Vivo d’Orcia dedicata ai sapori e ai profumi dei boschi dell’Amiata.
Partecipare a una gita nei parchi naturali
Il cambio ora autunnale è alle porte e mentre c’è chi ama godersi un’ora di riposo in più c’è anche chi vuole sfruttare le ore di luce disponibili per una gita fuori porta. Foglie secche sotto gli scarponi, acqua nei torrenti, qualche ramo che cade. E spesso il foliage è soltanto una parte di quello che succede nei parchi in queste settimane. Le Foreste Casentinesi, tra Toscana ed Emilia-Romagna, hanno costruito intorno alla stagione un vero calendario. Autunno Slow 2026 prosegue da settembre a novembre con escursioni, appuntamenti naturalistici, attività legate al bramito del cervo, fotografia, prodotti dell’Appennino e iniziative dedicate alle famiglie. Imperdibile anche il Festival del Fall Foliage che coinvolge territori come San Godenzo e Bagno di Romagna oltre a Santa Sofia e Badia Prataglia dove, proprio in quest’ultima, dal 24 al 25 ottobre è attesa la tradizionale Festa della Castagna.
iStockIl foliage nelle Foreste Casentinesi in Toscana
Poco più a nord, anche il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano segue il cambio di stagione. Nel programma 2026 compare l’escursione “Foliage in Riserva” dell’11 ottobre a Corniglio, seguita il 17 ottobre da un’uscita nella faggeta dedicata proprio alla “fioritura autunnale” della foresta. Il 24 ottobre si torna invece nell’area del Rifugio Lagdei per una camminata serale.
Un’altra opportunità? Quella dei Boschi di Carrega, in provincia di Parma: con una tavolozza di colori unica e frizzante, nelle giornate più limpide regalano scorci particolarmente suggestivi. Tra foglie e silenzio, regalano una piacevole sensazione di relax.
Salendo in Trentino, a Ville di Fiemme, il bosco diventa anche uno spazio per rallentare. Il Percorso dei Pini è una passeggiata facile di circa 4 chilometri che alterna boschi di larici, betulle e conifere a prati e pascoli affacciati sulla Val di Fiemme. Da quest’autunno, lungo il tracciato ci saranno quattro nuove stazioni dedicate alla respirazione consapevole e al rilassamento, con un QR code che dà accesso a una voce guida per ripetere gli esercizi in autonomia. L’inaugurazione è in programma domenica 11 ottobre nel pomeriggio.
Davide BianchiIl foliage nei Boschi di Carrega
Il bosco d’autunno cambia ancora scendendo verso l’Abruzzo. Nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise il calendario di ottobre comprende trekking tra i colori autunnali, escursioni con gli asini, uscite dedicate ai cervi e, dal 23 al 25 ottobre, anche un workshop fotografico sulla stagione. Ci sono appuntamenti nelle zone di Pescasseroli, Civitella Alfedena, Villetta Barrea e Lecce nei Marsi.
Pedalare tra i vigneti in autunno
In Monferrato, tra fine settembre e novembre, il paesaggio vitato diventa uno dei modi più semplici per vedere l’autunno senza entrare davvero in un bosco. Le colline possono essere attraversate a piedi, in auto oppure in bicicletta, passando da un paese all’altro. Alexala propone per il 2026 anche un’esperienza fotografica nel Monferrato UNESCO, disponibile dal 30 settembre al 30 novembre, con tappe tra borghi, colline e Sacro Monte di Crea.
Carlo StoppatoGodersi il foliage del Monferrato
Per chi sceglie la bici, una delle zone da tenere d’occhio è quella intorno a Vignale Monferrato, dove le strade si muovono tra filari, piccoli borghi e gli infernot, le cantine sotterranee scavate nella pietra che caratterizzano questo territorio. In autunno i vigneti smettono di essere uno sfondo verde uniforme: ogni appezzamento sembra prendere una direzione diversa, dal giallo al mattone, dal rosso al bruno.
Un ottimo itinerario in bici è anche quello che riguarda le Langhe e il Roero, si trovano splendidi percorsi da affrontare su due ruote (anche in e-bike) per sfiorare vigne variopinte, borghi e castelli.
Qualcosa di simile succede sui Colli Piacentini. A Vernasca, la Cantina Visconti ha in calendario nel 2026 il “Sabato nel Foliage”: ogni sabato di ottobre, il 3, 10, 17, 24 e 31, si scende nei vigneti nel pomeriggio, tra i colori della Valle dello Stirone e i profumi dei mosti che stanno lavorando in cantina.
Imperdibile anche un bell’itinerario tra le colline del Prosecco: degustazioni, borghi e castelli possono essere esplorati anche con il noleggio di e-bike per non fare troppa fatica e godersi lo splendido panorama.
Cercare i colori riflessi nei laghi
Il foliage sul lago raddoppia. Alberi sopra, alberi sotto. Almeno quando il vento concede qualche minuto di tregua. È uno dei motivi per cui i laghi di montagna diventano particolarmente scenografici tra ottobre e novembre. In Abruzzo c’è il Lago di Barrea, circondato dai rilievi del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise: da Villetta Barrea e dai sentieri vicini si passa in poco spazio dall’acqua al bosco, con le montagne che fanno da quinta. Proprio quest’area ricorre in numerose escursioni autunnali organizzate nel Parco durante ottobre.
iStockLa magia del foliage nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise
Sulle Alpi il gioco dei riflessi cambia ancora. Viaggiando sulla direttrice del Trenino Verde delle Alpi si possono combinare ferrovia e acqua: il biglietto giornaliero comprende la navigazione sul Lago di Thun, mentre lungo l’itinerario si aprono deviazioni verso scenari alpini come Kandersteg e il lago di Oeschinen.
Entrare nei giardini dove il foliage incontra le fioriture
Non tutti i colori dell’autunno vengono dalle foglie. Nei grandi giardini botanici settembre e ottobre sono settimane strane, sospese: alcune fioriture resistono, mentre alberi e arbusti hanno già cominciato a cambiare veste. Al Parco Giardino Sigurtà, a Valeggio sul Mincio, il Festival d’Autunno 2026 comincia proprio il 23 settembre e prosegue fino al 15 novembre, ultimo giorno di apertura della stagione. A fare la parte principale sono gli oltre 500 aceri giapponesi, insieme a ginkgo biloba, liquidambar, metasequoie, querce, carpini e liriodendri. Il risultato cambia settimana dopo settimana.
Nel calendario entrano anche appuntamenti che sfruttano il giardino in modo meno tradizionale: giornate dedicate agli artisti il 26 settembre e il 17 ottobre, eventi per bambini, Halloween e, il 18 ottobre, un’iniziativa che comprende anche una mongolfiera con volo vincolato per una parte dei partecipanti.
Sul Lago Maggiore, i Giardini Botanici di Villa Taranto giocano invece su due stagioni contemporaneamente. Da ottobre comincia ufficialmente il periodo del fall foliage, con aceri, castagni e grandi querce che cambiano colore. Ma nello stesso momento non è ancora finita la stagione dei fiori: la fioritura delle dalie prosegue fino alla fine di ottobre e il giardino ne ospita oltre 1.300 piante, appartenenti a circa 170 cultivar.
“La Tomba della Camera di pietra rappresenta un nuovo importante tassello nella ricostruzione della storia archeologica di Vulci”, afferma Carlo Casi, direttore del Parco naturalistico archeologico di Vulci in provincia di Viterbo.
La monumentale tomba etrusca appena riemersa dalla campagna di scavo in corso nel sito archeologico, che coincide con la ex metropoli dell’Etruria marittima, racconta l’élite di 2600 anni fa. Dentro la Tomba della Camera di pietra, nella necropoli della Polledrara, sono stati ritrovati raffinati tesori e reperti ancora intatti. Tra questi, un servizio da banchetto, una rara calzatura femminile, alcune armi, delle ceramiche greche e persino dell’oro.
La nuova scoperta a Vulci
“La conservazione di parte delle deposizioni in situ, la varietà e la qualità dei materiali e la possibilità di confrontare il complesso con contesti vulcenti già noti, ma spesso privi della documentazione archeologica originaria, offrono nuove prospettive per lo studio della società, dei rituali funerari e delle relazioni mediterranee di Vulci alla fine del VII secolo a.C.”, ha spiegato Casi.
@Carlo CasiIl sito archeologico del Parco di Vulci
Il grande ambiente funerario, chiamato Tomba della Camera di pietra, svela le abitudini dell’aristocrazia vulcente della fine del VII secolo a.C., uno dei momenti di maggiore prosperità della città e di più intensa apertura verso il Mediterraneo.
Gli archeologi hanno potuto esplorare integralmente le tre camere funerarie della tomba. Nonostante le manomissioni subite nel corso dei secoli, numerosi materiali sono rimasti protetti grazie al crollo delle coperture e delle pareti, costruite in grandi blocchi di nenfro inseriti nei depositi naturali di sabbia, ghiaia e argilla legati all’antico corso del fiume Fiora, consentendo di recuperare materiale di eccezionale interesse.
Il materiale recuperato comprende ceramiche greche di produzione attica e corinzia, raffinati vasi locali in impasto decorato e bucchero, armi, elementi facenti parte di un carro, monete, lamine d’oro e di bronzo, elementi di osso e avorio lavorati e numerosi oggetti di ornamento e di abbigliamento personale, tra cui una rara calzatura femminile.
@Carlo CasiGli ultimi scavi effettuati a Vulci
Di particolare importanza sono alcuni elementi rimasti intatti nelle camere laterali. “Tra questi un tripode in bronzo associato a una lucerna in gesso alabastrino, probabilmente proveniente dall’area di Naucrati o di Rodi”, si legge su Viterbo Today “e un eccezionale servizio da banchetto nella rara classe locale della Polledrara Ware, composto da phialai, olpai, hydriai e dinoi con decorazioni policrome, alcuni ancora conservati nelle loro posizioni originarie, insieme a vasi in bucchero, una grattugia per la preparazione del vino e una rara grande coppa policroma del cosiddetto Wild goat style (“stile delle capre selvatiche”, così denominato per via dell’animale più comunemente rappresentato) ionico”.
@Carlo CasiIl team di ricerca degli archeologi di Vulci
Le ricerche, realizzate nell’ambito del progetto internazionale “Ritorno a Vulci“, partito nel 2023 e che riunisce École française de Rome, Sapienza Università di Roma e British Museum, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale, la Direzione regionale Musei nazionali Lazio e la Fondazione Vulci, hanno permesso di identificare il recinto circolare del cosiddetto Tumulo Gsell, già scoperto dall’École française de Rome nel 1889, ma mai completamente scavato, e di riportare alla luce la grande tomba monumentale all’interno del complesso funerario.
“La nuova scoperta conferma così l’importanza della ricerca archeologica come strumento non solo per riportare alla luce nuovi reperti, ma anche per ricomporre frammenti di una storia dispersa, restituendo a Vulci e al suo patrimonio una dimensione internazionale e una nuova possibilità di lettura scientifica”, ha commentato Casi.
L’Italia è la nuova regina mondiale del benessere. A incoronarla sono stati i World Spa Awards 2026, tra i riconoscimenti internazionali più importanti dedicati all’eccellenza nel settore spa e wellness, giunti quest’anno alla loro dodicesima edizione.
Il Belpaese è stato nominato migliore destinazione spa al mondo, interrompendo il dominio di Dubai che è stata vincitrice della categoria nelle quattro edizioni precedenti. Ma il successo italiano non finisce qui: tra le strutture premiate a livello mondiale figurano anche altre eccellenze. Dalle Dolomiti alle colline del Lazio, passando per il Lago di Como, Bergamo e il Chianti, la selezione disegna una vera e propria mappa del benessere italiano, tra trattamenti innovativi, paesaggi spettacolari e percorsi pensati per rigenerare corpo e mente.
L’Italia è la migliore destinazione spa al mondo
Il riconoscimento più importante è quello assegnato all’Italia, incoronata migliore destinazione spa al mondo nel 2026. Un risultato che premia un’offerta particolarmente varia, capace di unire la tradizione termale a strutture contemporanee, medical spa, retreat immersi nella natura e resort di lusso.
A rafforzare il primato sono due eccellenze italiane che hanno conquistato altrettanti premi mondiali: Lefay SPA World at Lefay Resort & SPA Dolomiti, a Pinzolo, in Trentino, è stata nominata migliore resort spa al mondo. Un centro benessere che si estende su 5.000 metri quadrati e comprende piscine, saune, aree relax e spazi dedicati al fitness, in un ambiente che combina pratiche occidentali e discipline orientali.
Palazzo Fiuggi, nel Lazio, ha invece ottenuto il titolo di migliore wellness retreat al mondo. La struttura dispone di circa 6.000 metri quadrati dedicati al benessere e alla medical spa e propone programmi personalizzati orientati, tra gli altri, alla longevità, alla rigenerazione, al detox e al raggiungimento del peso ottimale.
Le migliori spa al mondo
I World Spa Awards 2026 svelano le migliori spa globali in diversi ambiti, dalle spa d’hotel a quelle nel deserto, dalle spa nelle lounge portuali alle eco-spa. Tra i riconoscimenti internazionali più importanti figurano:
Migliore resort spa al mondo: Lefay SPA World at Lefay Resort & SPA Dolomiti (Italia);
Migliore wellness retreat al mondo: Palazzo Fiuggi (Italia);
Migliore spa d’hotel al mondo: Guerlain Wellness Spa at Waldorf Astoria New York (Stati Uniti);
Migliore destinazione spa al mondo: Italia;
Migliore spa termale e minerale al mondo: SPA 3000 at AQUA DOME – Tirol Therme Längenfeld (Austria);
Migliore destinazione wellness al mondo: Svizzera;
Migliore spa nel deserto al mondo: Six Senses Spa at Six Senses Southern Dunes, The Red Sea (Arabia Saudita);
Il dominio italiano prosegue anche nella classifica europea. L’Italia è stata infatti nominata migliore destinazione spa d’Europa, mentre Lefay SPA World e Palazzo Fiuggi hanno confermato il loro primato anche a livello continentale, rispettivamente come migliore resort spa e miglior wellness retreat.
Il premio per la migliore spa d’hotel d’Europa è andato alla Guerlain Spa at Raffles London at The OWO, ospitata in uno degli indirizzi più prestigiosi della capitale britannica. Sempre in Inghilterra si trova The Langley Spa, vincitrice nella categoria riservata alle spa dei country house hotel.
Le migliori spa d’Italia
Sono 5 le strutture italiane che si sono aggiudicate i principali premi nazionali dei World Spa Awards 2026.
Il titolo di migliore spa d’hotel d’Italia è stato assegnato a The Spa at Mandarin Oriental, Lago di Como, affacciata sulle acque del Lario. La struttura comprende sei sale per i trattamenti, due Spa Suite private, un giardino zen e una zona umida con vista sul lago, dotata di idromassaggio, piscina di ghiaccio, sauna finlandese, bagno turco e docce sensoriali.
Palazzo Fiuggi ha conquistato il riconoscimento di migliore wellness retreat d’Italia, mentre Lefay SPA World at Lefay Resort & SPA Dolomiti è stata eletta migliore resort spa del Paese. Per entrambe le strutture, il premio nazionale si aggiunge ai riconoscimenti ottenuti a livello europeo e mondiale.
A Bergamo si trova invece ChorusLife Immersive SPA, nominata migliore day spa d’Italia. Il centro propone un’esperienza contemporanea e immersiva, articolata in ambienti ispirati a culture e rituali differenti, con spazi che si estendono anche all’aperto e regalano viste panoramiche sulla città.
Completa il quadro COMO Shambhala Castello Del Nero, eletta migliore spa italiana in un country house hotel. Immersa tra le colline del Chianti e raggiungibile sia da Firenze sia da Siena, dispone di suite termali, studio di yoga e Pilates, palestra, piscina e sette sale per i trattamenti.
Il back to school di Netflix ha un sapore tutto d’altri tempi: dal 22 settembre 2026 infatti arriva sulla piattaforma Minerva – La scuola, la nuova serie di Ivan Silvestrini (che i più ricorderanno per la regia delle prime stagioni di Mare Fuori) ambientata in un rigido liceo militare napoletano dove la sveglia è l’alba, smartphone e abiti civili sono banditi e persino innamorarsi è sconsigliabile per gli studenti.
Ecco le location, vere chicche storiche della Campania, dov’è girato il nuovo school drama che ha nel cast tra gli altri Massimiliano Gallo, Cristiana Capotondi, Irene Maiorino e Raiz.
Di cosa parla
Il Minerva è un prestigioso liceo militare. Qui si ritrovano al primo anno i tre protagonisti della nuova serie Netflix: Vincenzo (Biagio Venditti), un ragazzo che sogna di fare la stessa carriera militare del padre; Camilla (Margherita Buoncristiani) che viene dal nord da una famiglia ricca che l’ha viziata e che, ora, iscrivendola a una scuola militare prova a rimetterla in riga e Salvo (Ciro Minnopoli), un ragazzo cresciuto in una casa famiglia della periferia napoletana che si è iscritto al Minerva solo per cercare di capire cosa sia successo davvero l’anno prima all’amico Francesco mentre frequentava la scuola.
Ufficio stampa NetflixIl cast della serie “Minerva – La scuola”
Accanto a loro si muovono i grandi: Achille Giordano, il severissimo (almeno all’apparenza) direttore della scuola interpretato da Massimiliano Gallo; una giovane professoressa di storia e filosofia interpretata da Cristiana Capotondi che è l’unica a mettere in discussione le rigide regole della scuola e a spingere gli alunni a porsi domande; la maggiore Teresa Bonaiuto, personaggio a cui dà il volto Irene Maiorino e in cui rigore ed empatia si incontrano.
Ufficio stampa NetflixUna scena di “Minerva – La scuola”
Dov’è stata girata la serie
Tutto nella serie Minerva – La scuola gira, insomma, attorno al liceo: anche visivamente e ciò non può non avere influito nella scelta delle location.
La Reggia di Portici
Per rimarcare l’aura di prestigio che avvolge la scuola a interpretare sullo schermo la Minerva è stata scelta, anche grazie al supporto della Film Commission Regione Campania, la Reggia di Portici.
Costruita nel 1738 per volere del re di Napoli Carlo di Borbone e della moglie Maria Amalia di Sassonia in una zona già ben frequentata dalle famiglie aristocratiche del tempo, è rimasta per tempo a uso della corte borbonica prima di diventare, com’è oggi, sede tra l’altro della Facoltà di Agraria dell’Università Federico II.
La magnificenza degli spazi, che ricordano quelli di altre residenze borboniche come soprattutto la più famosa Reggia di Caserta, si deve ad architetti come Luigi Vanvitelli coinvolti nella progettazione. L’arredamento “alla francese”, ispirato allo sfarzo della corte di Luigi XIV, si deve al soggiorno di Gioacchino Murat.
All’interno della Reggia di Portici tra i luoghi dov’è stata girata Minerva – La scuola è facile riconoscere la biblioteca con le storiche scaffalature che conservano un corpus importante di opere del Settecento e dell’Ottocento, molte in edizione originale.
La Sala Pompeiana, chiamata così per la presenza di affreschi che ricordano nei colori e negli elementi decorativi quelli delle ville romane di Pompei, è stata trasformata nella serie nell’ufficio del comandante.
La sala professori è invece la Sala del Consiglio, riconoscibile dalle pareti tappezzate di una speciale seta gialla prodotta a San Leucio – frazione di Caserta che Ferdinando VI provò a trasformare in una comunità utopica in grado di sopravvivere autonomamente grazie all’arte manufatturiera – unica tappezzeria originale sopravvissuta nella Reggia.
Ufficio stampa NetflixLa spettacolare sala professori della Minerva
Il test di ingresso e la cerimonia dello spadino, due momenti clou per il percorso degli studenti all’interno della Minerva, si svolgono nei locali della Sala delle Guardie: uno spazio antistante all’appartamento reale, facile da riconoscere per l’affresco sul soffitto che celebra il buon governo dei Borbone.
Il rito dell’alzabandiera che segna l’inizio di ogni nuova giornata alla scuola viene eseguito nell’iconico cortile posteriore della Reggia: di forma a esedra, tagliato in due da quella che un tempo era la strada delle Calabrie, è affacciato sul mare e sui giardini del parco inferiore e ospita – tra le attrazioni più curiose della Reggia – un orologio analemmatico solare.
Ufficio stampa NetflixUna scena dell’alzabandiera in “Minerva – La scuola”
Villa Campolieto
Man mano che negli otto episodi della serie la vicenda misteriosa di Francesco viene a galla c’è un ambiente, quello dei sotterranei della scuola, che assume tanta importanza quanta ne hanno quelli ufficiali delle aule, delle sale professori, degli uffici e degli spazi comuni. Le scene all’interno dei sotterranei della Minerva sono state girate in una location non meno prestigiosa dal punto di vista storico e architettonico: Villa Campolieto.
Si tratta di una residenza aristocratica collocata lungo quello che è conosciuto come Miglio d’Oro: un tratto di statale – ancora la vecchia strada regia per le Calabrie – tra Ercolano e Torre del Greco punteggiato da residenze nobiliari borboniche. Oggi di proprietà della Fondazione Ville Vesuviane e aperta al pubblico, Villa Campolieto fu commissionata a metà Settecento dal Principe Luzio De Sangro, Duca di Casacalenda, all’architetto Mario Gioffredo, poi sostituito in corsa da Luigi Vanvitelli.
Tra gli elementi più caratteristici della villa, chiaramente riconoscibili in molte scene del nuovo school drama di Netflix, ci sono la facciata posteriore con il colonnato ellittico che si affaccia sul mare e l’ampio scalone ispirato a quello della Reggia di Caserta con una rampa centrale e due laterali, arricchito da un mascherone, una grottesca e un vestibolo a nicchie occupate da statue con soggetti mitologici.
Getty ImagesL’imponente scalone di Villa Campolieto
All’interno uno degli ambienti più prestigiosi è la sala da pranzo con il soffitto affrescato da figure allegoriche e la riproduzione di un fondo coltivato a vigne dove la famiglia amava intrattenersi con gli ospiti.
Getty ImagesI magnifici affreschi di Villa Campolieto
Dal terrazzo di Villa Campolieto si gode di una vista unica sul Golfo diNapoli con Capri, la Penisola Sorrentina, Ischia e Posillipo sullo sfondo.
Gli assolati panorami che in questi anni hanno fatto di Napoli e dintorni set molto apprezzati dalle produzioni internazionali per il piccolo e per il grande schermo fanno da contrappunto, nella serie, alle vicende a tratti oscure che animano la comunità scolastica: anche le location di Minerva – La scuola riflettono, in altre parole, il dualismo teso tra ciò che avviene alla luce del giorno e ciò che si muove dietro le quinte del prestigioso liceo militare.
Ufficio stampa NetflixIl Golfo di Napoli in una scena di “Minerva – La scuola”
Isolato dal resto del mondo da due giganteschi tagli nella terra, El Tablado è un piccolo nucleo rurale che sorge nell’estremo nord-ovest dell’Isola di La Palma. Il borgo, infatti, resiste allo scorrere del tempo tra due gole, circondato da un paesaggio nel quale natura e agricoltura convivono da secoli.
Inserito nell’omonimo Paesaggio Protetto, la sua è una superficie particolare: 221,9 ettari che però salgono dai 220 ai 1030 metri di altitudine. A prima vista colpisce il silenzio, poi arrivano i dettagli come le terrazze agricole che seguono i pendii, gli orti che occupano piccoli appezzamenti e la vegetazione che risale lungo i versanti.
In passato l’insediamento raggiunse quasi 400 abitanti e conobbe una fase di prosperità legata soprattutto all’agricoltura e alla gestione delle risorse forestali. L’emigrazione e i cambiamenti socio-economici del XX secolo hanno modificato profondamente questo equilibrio, fino a ridurre la popolazione a poco più di 40 residenti. Eppure, la magia rimane: questa è la fine del mondo, ma fatta di montagne, oceano e silenzio.
Cosa vedere a El Tablado
La parte più interessante della visita sta nel rapporto fra il piccolo abitato e il paesaggio circostante. Le attrazioni hanno dimensioni modeste, ma acquistano carattere grazie alla posizione.
Sul lato di El Tablado si apre il Barranco de Los Hombres, una delle grandi gole che racchiudono l’abitato. I barrancos di La Palma sono profonde incisioni del terreno originate dall’azione combinata della storia geologica dell’isola e dell’erosione. La loro presenza ha influenzato per secoli anche gli spostamenti e l’organizzazione degli insediamenti rurali.
Dal paese la gola contribuisce a dar vita a quella sensazione di isolamento che accompagna la visita.
Il Barranco de Fagundo
Sul versante opposto si trova il Barranco de Fagundo, altra grande incisione del territorio di Garafía. Insieme al Barranco de Los Hombres definisce la particolare posizione geografica di El Tablado.
La conformazione del territorio diventa particolarmente evidente lungo i percorsi escursionistici. Salite e discese seguono la morfologia dei versanti, con scorci verso l’oceano e una vegetazione che cambia in base all’altitudine.
Le terrazze agricole
Le terrazze sono fra gli elementi più caratteristici del paesaggio umano di El Tablado. I pendii sono stati modellati con interventi successivi per ricavare superfici coltivabili, creando una trama di piccoli appezzamenti che segue la conformazione naturale della montagna.
Gli orti sono destinati soprattutto all’autoconsumo e conservano una dimensione agricola lontana dalle grandi coltivazioni. Mais, orzo e patate fanno parte delle colture tradizionali, mentre alberi da frutto e altre produzioni contribuiscono al mosaico verde che circonda le abitazioni.
Il paesaggio forestale
Salendo dai terreni agricoli, la vegetazione assume un carattere più selvatico. Il Paesaggio Protetto di El Tablado comprende formazioni di laurisilva e fayal-brezal, associazioni vegetali legate soprattutto alle condizioni umide delle zone settentrionali delle Canarie.
La laurisilva è una delle grandi peculiarità naturalistiche dell’arcipelago: è una vegetazione relitta legata a un clima umido e caratterizzata da alberi e arbusti sempreverdi. Tra le specie vegetali segnalate nell’area compare anche il drago, albero simbolo dell’arcipelago spagnolo.
Il paesaggio di El Tablado muta ancora guardando verso il mare. La costa settentrionale di La Palma presenta alte pareti rocciose e profondi dislivelli, risultato della particolare conformazione vulcanica dell’isola.
Dall’alto l’Atlantico appare molto lontano rispetto alle quote dell’abitato. Le scogliere accentuano la sensazione di verticalità e restituiscono una prospettiva diversa rispetto alle località costiere più accessibili dell’isola.
Il paese ha una dimensione raccolta e invita soprattutto a osservare il territorio con lentezza. Le attività più interessanti nascono dal paesaggio stesso, dalla rete dei sentieri storici e dalla possibilità di seguire le trasformazioni della vegetazione lungo i versanti.
Percorrere il GR-130: il celebre Camino Real attraversa El Tablado e collega l’abitato con Santo Domingo de Garafía lungo un itinerario di circa 9 chilometri, fra antichi tracciati rurali e panorami sulla costa settentrionale.
Seguire i sentieri fra le gole: permettono di leggere da vicino la struttura dei Barrancos de Los Hombres e de Fagundo, alternando zone agricole, vegetazione umida e scorci sulle scogliere.
Cercare la fauna del bosco: la zona rappresenta un ambiente significativo per alcune specie di uccelli, fra cui il piccione turqué e il piccione rabiche.
Raggiungere il vicino Parco Culturale La Zarza: l ‘area circostante offre ulteriori motivi di interesse naturalistico e culturale, ampliando la visita oltre il piccolo nucleo di El Tablado.
El Tablado appartiene al comune di Garafía, nel nord di La Palma, nelle Isole Canarie. La sua posizione fra il Barranco de Los Hombres e il Barranco de Fagundo contribuisce alla particolare conformazione del territorio e alla sensazione di isolamento che caratterizza il paese.
L’accesso può avvenire in automobile lungo la strada tortuosa che si dirama fra La Mata e Roque del Faro. La guida richiede attenzione, soprattutto sui tratti più sinuosi, ma permette di entrare gradualmente nel paesaggio rurale di Garafía. Un’alternativa per chi arriva a piedi è rappresentata dal GR-130, il Camino Real che attraversa El Tablado e collega il paese con Santo Domingo de Garafía.
iStockLa straordinaria posizione di El Tablado
Il tragitto segue antichi tracciati utilizzati storicamente dagli abitanti e permette di raggiungere il villaggio attraverso un ambiente molto più vicino alla sua dimensione originaria. La vera particolarità di El Tablado emerge proprio lungo l’avvicinamento: la piccola comunità appare dopo una successione di curve, mentre le gole iniziano a definire il profilo della montagna.
Una parete di arenaria si alza sopra Larochette, borgo del Lussemburgo, mentre sulla sua sommità affiorano muri, finestre spezzate, torri e grandi blocchi di pietra. Quello è il Castello di Larochette, chiamato anche Burg Fels in tedesco e Buerg Fiels in lussemburghese, e di primo impatto pare una fortezza medievale ridotta a uno scheletro. Avvicinandosi, però, la sua storia prende una forma molto più complessa.
La rocca occupa uno sperone del Grès de Luxembourg, l’arenaria tipica di questa parte del Granducato, e domina la valle dell’Ernz Blanche. Se inizialmente si presenta come una rovina, nella calma emergono i dettagli: un fossato profondo divide il complesso in due parti, la cinta muraria segue il margine della rupe e, nella zona più avanzata dello sperone, ci sono i resti di 5 dimore signorili.
Oltre a essere una fortezza pensata per la difesa, quindi, Larochette divenne anche una residenza aristocratica suddivisa tra diversi signori, con edifici separati e architetture di rappresentanza. Il risultato è un castello intimamente legato al paesaggio, costruito sulla roccia anziché semplicemente appoggiato sopra di essa.
Breve storia e leggende del Castello di Larochette
Le origini della fortificazione sono anteriori alla costruzione delle grandi dimore aristocratiche. Le fonti comunali collocano le prime costruzioni del sito nell’XI secolo, mentre il materiale storico segnala tracce di occupazione ancora precedenti e una prima fortezza in pietra sviluppata nel XII secolo.
Alla fine del XII secolo compaiono i signori di Larochette, appartenenti alla famiglia Fels e legati alla Casa di Lussemburgo. Nel 1176 è attestato Arnoldus de Rupe, il primo signore noto associato al sito. Il nome richiama direttamente la roccia, elemento tanto importante da entrare nella denominazione della famiglia e del castello.
Nei secoli successivi il casato acquisì una posizione rilevante nella nobiltà regionale. La storia della rocca, però, prese una direzione particolare attraverso matrimoni, successioni e divisioni patrimoniali. Verso la fine del Trecento, all’interno delle mura convivevano 5 diverse famiglie nobili. La dimora degli Homburg sorse intorno al 1350 grazie al matrimonio dei fratelli Federico e Corrado di Homburg con le sorelle Irmgard e Matilde di Larochette. Una trentina di panni dopo, verso il 1385, fu costruita anche la Casa di Créhange.
Le nuove residenze modificarono progressivamente il carattere della fortezza, aggiungendo spazi destinati alla vita aristocratica accanto alle strutture difensive.
Il castello perse gradualmente la propria funzione militare e venne progressivamente abbandonato. Poi arrivò il momento decisivo: nel 1565 un grande incendio devastò il tutto, lasciandolo allo stato di rovina. Ai resti sono legate anche alcune leggende. La più suggestiva riguarda il pozzo della Casa di Créhange.
Secondo il racconto tramandato localmente, durante un attacco la signora del castello si sarebbe gettata nel pozzo insieme al figlio. Dopo il salvataggio, il castellano sarebbe stato accusato di tradimento e gettato nello stesso luogo. La tradizione vuole che il suo spirito ritorni ogni Venerdì Santo sotto forma di drago.
Un’altra storia riguarda la torre chiamata Verlorenkost, letteralmente “cibo perduto”. Stando alla leggenda, una cuoca avrebbe inciampato mentre trasportava pentole piene di cibo, facendo cadere tutto il contenuto. Il nome della torre sarebbe rimasto legato a quell’episodio.
La visita tra fossati, dimore signorili e mura bruciate
Si arriva al castello attraversando un’ampia corte esterna difesa da un terrapieno. Un fossato piuttosto profondo, in parte scavato nella roccia stessa, separa il complesso in due settori distinti.
È proprio il fossato a essere uno degli elementi più evidenti: la sua profondità e la posizione lungo lo sperone permettono di capire il rapporto fra difesa artificiale e conformazione naturale. Una parte del fossato sfrutta infatti la stessa morfologia della roccia, trasformando il terreno in una barriera.
Proseguendo verso l’estremità dello sperone appare la parte più particolare dell’intero complesso, ovvero i resti delle 5 dimore signorili che raccontano una fortezza trasformata in residenza aristocratica. Gli edifici avevano caratteri più rappresentativi rispetto alle strutture puramente militari e testimoniano il prestigio raggiunto dai proprietari.
La Casa di Homburg, costruita intorno al 1350, conserva le tracce di questa trasformazione. La Casa di Créhange, risalente a circa il 1385, è invece l’edificio meglio recuperato. Il restauro è stato eseguito tra il 1983 e il 1987, mentre la Casa di Homburg è stata consolidata e restaurata tra il 1987 e il 1988.
Il recupero della Casa di Créhange permette di leggere con maggiore chiarezza la qualità architettonica raggiunta dal complesso. Le aperture, le murature e gli ambienti superstiti restituiscono l’immagine di una residenza destinata a una nobiltà interessata tanto alla protezione quanto alla rappresentanza.
Un particolare permette di osservare ancora meglio il legame fra castello e territorio: la costruzione utilizza arenaria del Lussemburgo, una pietra dalle tonalità comprese fra il bianco e il beige, molto diffusa nell’architettura monumentale del Granducato. Nel castello alcune parti della pietra originaria, comprese strutture attorno a camini e aperture, conservano ancora la tonalità naturale del materiale.
La visita acquista quindi valore anche attraverso i dettagli. Una porzione di muro racconta la difesa, una grande apertura rivela la presenza di una residenza, il fossato ricorda la necessità di proteggere il complesso e le dimore signorili mostrano la ricchezza raggiunta dai proprietari.
Le rovine ospitano inoltre mostre temporanee e concerti occasionali, mantenendo vivo un luogo che per secoli ha avuto una funzione completamente diversa.
Dove si trova e come arrivare
Il Castello di Larochette si trova nel Granducato di Lussemburgo, nel centro del Paese, sulla rupe di arenaria che domina la valle dell’Ernz Blanche. Il sito appartiene alla regione naturale della Mëllerdall, conosciuta anche con il nome di Piccola Svizzera lussemburghese, caratterizzata da boschi, rilievi ondulati e affioramenti rocciosi.
L’indirizzo è Montée du Château, L-7622 Larochette. Un parcheggio si trova direttamente presso l’ingresso del sito. Per chi utilizza i trasporti pubblici, la fermata più vicina è Larochette, Spuerkeess, a circa 300 metri dall’accesso.
iStockIl Castello di Larochette visto da vicino
Salendo verso la fortezza, la sensazione più forte arriva proprio dal rapporto fra roccia e architettura: le mura sembrano proseguire naturalmente nello sperone, mentre il vuoto del fossato separa le parti del complesso. Poi compaiono le grandi dimore, inattese in una struttura che dall’esterno sembra soltanto una rovina militare.
Scoprire Roma un passo dopo l’altro. E non tanto, o non solo, la Roma dei Fori Imperiali, del Colosseo e delle tante attrazioni già così note, raccontate, viste e fotografate. Piuttosto, una Roma periferica, verde e affascinante, vissuta dai romani in primo luogo e che fa affermare loro di vivere nella città più bella del mondo.
È l’obiettivo centrato da Roma, Guida Errante nella Bellezza Nascosta, il nuovo volume di Carlo Coronati, autore esperto di escursionismo e montagna che si è dedicato a raccontare la Capitale attraverso itinerari di trekking urbano.
Nella sua Guida, Coronati ha selezionato 13 percorsi attraverso i parchi, i quartieri, le scalinate, gli edifici e l’arte di strada della città. Più in periferia, come nel caso dell’itinerario che va da Fidene al Nuovo Salario, o più centrali, come l’affascinante Anello delle Mura Aureliane. Tutti accomunati, in ogni caso, dalla volontà di scoprire un volto diverso della Capitale, come ha raccontato a SiViaggia dalla viva voce dello stesso autore.
Hai deciso di raccontare Roma, la tua città, da un’angolatura diversa. Com’è nata questa idea?
Roma è la mia città, ma ormai io vivo in Valle d’Aosta per una larga parte dell’anno. Però nel 2012, a seguito di una frattura rimediata in montagna, cominciai a scrivere di percorsi romani: erano quelli che facevo a piedi, ovviamente nel corso della riabilitazione, sempre animato dalla curiosità che ho sempre avuto di uscire fuori dal proprio quartiere e scoprire la città. Ne nacque un libro, anche grazie alla spinta di un amico libraio che oggi non c’è più, Bruno Boschin, della Libreria del Viaggiatore di Roma. Questa Guida è il quarto volume di percorsi di trekking urbano, animato come i precedenti da questa grande passione di andare a scoprire angoli di Roma periferici e verdi, percorrere le scalinate della città e creare dei lunghi percorsi, perché si tratta sempre di almeno una quindicina di chilometri, con uno spirito montano: esattamente come vado in montagna e creo i miei percorsi, allo stesso modo li creo così a Roma, cercando di connettere una serie di tematiche che danno corpo e genius loci all’itinerario.
Che Roma hai scoperto attraverso questi percorsi? Una città diversa da quella a cui siamo abituati?
Molto diversa. Non sono itinerari che passano per il centro di Roma. Sono lontani dall’overtourism e dalle rotelle dei trolley. Si viaggia dentro una Roma essenzialmente verde, che rivendica il titolo di città più verde d’Europa attraverso i suoi parchi, che sono estremamente belli, anche se selvaggi. Selvaggi, si intende, nel senso buono del termine: in parchi e aree verdi come il Pineto, la Caffarella o l’Insugherata, o la parte di Villa Ada verso i Parioli, veramente si ha la sensazione di perdersi perché non si ha più nessun riferimento di monumento, di palazzi, di quartieri. Si scopre quindi una Roma periferica, a volte ribelle, ma più spesso gentile e accogliente.
iStockI pini del Parco di Villa Ada a Roma
C’è un luogo, tra quelli che hai incluso nella tua Guida, che ti ha particolarmente sorpreso?
In un precedente libro avevo inserito un percorso che si chiamava Scale e scalette di Monteverde. Stavolta invece mi sono avventurato in scale e scalette di Monte Sacro, un quartiere affascinante, un po’ isolato. Tutti passano per le grandi arterie stradali che lo circondano, senza scoprirlo, ma è molto bello.
C’è un quartiere di Roma sottovalutato che merita di essere riscoperto attraverso uno dei tuoi itinerari?
C’è un percorso molto bello nella zona Sud-Ovest della città, dove si arriva alla stazione di Villa Bonello con il treno e si risale la collina del Trullo. Il Trullo è una realtà incredibile, ancora molto autentica e identitaria, dove ci sono tantissimi murales e, soprattutto, c’è la Torre Righetti, dove fu girato il film Uccellacci e uccellini di Pier Paolo Pasolini. Un punto panoramico che fa peraltro da copertina alla Guida, con lo sfondo imbiancato del Terminillo. Dal Trullo, attraverso stradine, connessioni e aree condominiali, il percorso passa per il cosiddetto serpentone di Corviale (dove è stato girato il film Scusate se esisto con Paola Cortellesi e Raoul Bova, ndr), un complesso residenziale di 990 metri, un sogno irrealizzato che, dopo anni di grandi difficoltà, si sta riscattando.
Il Trullo, in effetti, è un luogo pieno di murales affascinanti. Nella tua Guida hai dedicato uno spazio specifico proprio alla street art. Perché?
La street art mi affascina per questo suo reinterpretare il paesaggio urbano, spesso con storie che appartengono a quel luogo. È un’arte oppositiva, ribelle e identitaria, ma molto condivisa da chi ci vive, perché gli artisti ascoltano le persone e le storie del quartiere prima di realizzare le opere. Al Trullo, ad esempio, i murales sono nati successivamente all’arte dei Poeti del Trullo, che scrivevano poesie sui muri e sulle facciate dei palazzi. Gli artisti hanno interpretato quelle poesie arricchendone la validità letteraria. L’arte urbana è liquida, scompare e si logora nel tempo, con il sole e la pioggia, ma si rinnova. Sento un forte legame con la street art perché è una rivendicazione e una voglia di abbellire zone che forse sono meno gradevoli all’occhio, come avviene a Tor Marancia, dove c’è una grande isola di murales in un condominio che spinge le persone a scoprire la periferia superando l’idea che sia per forza brutta.
Getty ImagesGigi Proietti e Alberto Sordi ritratti nei murales al Trullo
E uno dei modi per scoprirla è anche camminandoci in mezzo. Uno degli stereotipi principali legati a Roma è quello del grande traffico, mentre tu proponi l’idea di camminare o andare in bicicletta. In che modo questo è uno dei modi migliori per scoprire la città?
Gli itinerari sono pensati per camminare con lo spirito del flâneur, del girovago. A piedi hai tutto il tempo per fermarti, guardare, deviare e, anche e soprattutto, uscire dai percorsi. Ricevo infatti messaggi da lettori che mi dicono: se in quella strada tu fossi andato fino in fondo e deviato a destra avresti visto quell’antica bottega. Così si scoprono cose, ed è un atteggiamento fondamentale per restituire un vero respiro alla città. Inoltre, muoversi a piedi, in bici e con i mezzi pubblici per raggiungere la partenza e l’arrivo evita di essere vincolati all’automobile, permettendo di partire da un posto e arrivare in un altro senza dover rifare l’itinerario al contrario.
iStockTrekking urbano a Roma: un modo per scoprire i grandi parchi della città
Mettiamo che arrivi a Roma un viaggiatore. Visita il Colosseo, San Pietro, la Fontana di Trevi e gli altri luoghi da cartolina. Il giorno dopo dove lo porteresti per fargli scoprire la Roma autentica?
La Garbatella. Girare per i lotti della Garbatella è un sogno a occhi aperti. È un luogo che lascia a bocca aperta: propongo spesso di partire dalla stazione metro B Garbatella per fare un anello in questo quartiere costruito tra il 1920 e il 1930, dove ogni comignolo di ogni casa rappresentava la firma dell’architetto. Anche alla Garbatella ci sono molti murales sparsi, un motivo in più per esplorarla, e magari poi spingersi fino a Tor Marancia per vedere i grandi murales di quella zona.
Fare un viaggio nei prossimi mesi può costare meno del previsto grazie a una nuova promozione Ryanair, che propone uno sconto di 20 euro sui voli di andata e ritorno su alcune rotte selezionate. L’offerta è dedicata ai viaggi da effettuare tra il 23 settembre e il 31 dicembre 2026 e può diventare un’occasione interessante per organizzare una breve fuga autunnale o un viaggio sotto le feste. La prenotazione deve essere effettuata entro il 23 settembre 2026, mentre i posti alle tariffe promozionali sono limitati e dipendono dalla disponibilità.