Da un film documentario sull’alpinismo e su cosa significa oggi andare per vette non ci si può che aspettare ambientazioni spettacolari e le location di Per silenzio e vento, l’ultimo lavoro di Marco Zuin in arrivo nelle sale dal 21 settembre 2026, non lasciano certo delusi: mentre studiosi, alpinisti, contadini, abitanti parlano del proprio rapporto con le montagne sullo schermo scorrono immagini emozionanti delle Dolomiti.
Scopriamo dov’è stato girato il film che, proprio per la capacità di raccontare in maniera non scontata il patrimonio montano, ha ricevuto il supporto di Trentino Film Commission, Veneto Film Commission, Montura, CAI Nazionale e Fondazione Dolomiti Unesco.
Di cosa parla
Uno scrittore, Matteo Righetto, si ritrova in una piccola baita di montagna a leggere gli appunti per il suo prossimo libro. Le sue riflessioni sulla scrittura, sul valore del tempo, su una quotidianità spesso segnata dalla fretta e che spinge a dimenticarsi delle cose che contano veramente fanno da filo rosso per tutta la durata del film. Mentre incontra alpinisti di diverse generazioni, una giovane climber, una leggenda degli 8.000 metri, diversi studiosi e persone che hanno deciso di restare a vivere in alta quota lo scrittore – e, insieme a lui, lo spettatore – si rende conto infatti di come le montagne siano spesso le prime sentinelle di grandi crisi in atto: a cominciare da quella climatica per finire con quella socio-economica. Dalle vette arriva, però, anche la speranza di un cambiamento possibile.
(c) Trentino Film CommissionUna scena di “Per silenzio e vento”
Dov’è stato girato il film
Come ha confermato lo stesso Matteo Righetto in un post su Instagram a fine riprese, i luoghi dov’è stato girato il film Per silenzio e vento si trovano per la maggior parte in Italia – tra Veneto, Trentino Alto Adige, Piemonte e Valle d’Aosta – ma con puntate anche in Svizzera. Vere e proprie co-protagoniste, più che semplici location, di Per silenzio e vento sono infatti come accennato le Dolomiti.
Il viaggio parte dalle Dolomiti bellunesi, luogo in cui lo scrittore ha scelto di vivere ed è conosciuto ormai da anni per l’impegno di attivista dell’ecologia e della montagna.
(c) Trentino Film CommissionUn’altra scena di “Per silenzio e Vento” con sullo sfondo le Dolomiti
Qui tra centri montani rinomati come soprattutto Cortina d’Ampezzo ma anche la stessa Belluno, considerata una sorta di “piccola Venezia” delle montagne, si è venuto a consolidare negli anni un certo stereotipo della montagna e di cosa significa andar per vette.
C’è una montagna completamente diversa, però, da quella immortalata negli scatti instagrammabili delle Tre Cime di Lavaredo, della Marmolada, delle Tofane che, pure, rimangono tra gli spettacoli più affascinanti da ammirare in zona, consigliate da National Geographic tra i Best of the World 2026 e sempre più spesso scelte come set dalle grandi produzioni cinematografiche.
È una montagna lontana dal turismo di massa, fatta di maestose pareti rocciose da scalare, boschi fitti in cui perdersi per potersi finalmente ritrovare davvero con se stessi, rifugi spartani in cui apprezzare la routine semplice e genuina di chi ha scelto di vivere in quota: Matto Righetto e Marco Zuin provano a raccontarla nel film con straordinarie riprese dal vivo e immagini d’archivio.
(c) Trentino Film CommissionAncora una scena sulle Dolomiti di “Per silenzio e vento”
La vera chicca del documentario sono, infatti, ritagli di filmati provenienti dall’archivio di famiglia dello scrittore dove la bellezza straordinaria delle Dolomiti immortalata in Super8 rende vividamente l’idea del tempo che passa e delle cose che cambiano: anche in natura.
Si respira a pieni polmoni l’aria frizzante dell’alba montana, mentre qualche passo oltre il margine del bosco svela uno squarcio verticale impressionante impresso nella crosta terrestre. Una fenditura enorme, incassata tra le montagne del Pindo, che prende il nome di Gola di Vikos e che senza dubbio è uno dei paesaggi più spettacolari della Grecia continentale.
Attorno si estende Zagori, territorio montano famoso per i suoi 46 villaggi tradizionali, costruiti soprattutto in pietra locale, che dal 2023 è inserito nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO per il suo paesaggio culturale e la tradizione architettonica. Il canyon rappresenta invece la parte più selvaggia: si sviluppa lungo il versante meridionale del monte Tymfi, all’interno del Parco nazionale Vikos-Aoos, in un paesaggio che alterna pareti calcaree vertiginose, boschi, gole laterali, sorgenti e il corso del Voidomatis, considerato tra i fiumi più limpidi d’Europa.
La fama internazionale di Vikos, però, deriva soprattutto da una caratteristica speciale: il Guinness World Recordsla indica quale gola più profonda al mondo in rapporto alla propria larghezza. Del resto, le pareti raggiungono oltre 900 metri di profondità in alcuni settori, mentre la distanza tra i due versanti cambia sensibilmente lungo il percorso.
E se il museo più interessante del prossimo viaggio non fosse quello che compare nelle guide turistiche? Una mappa online raccoglie oltre 1.200 musei strani, curiosi e di nicchia sparsi in tutto il mondo, da collezioni dedicate agli oggetti più improbabili a luoghi che trasformano fallimenti, relazioni finite, sbronze e mostri cinematografici in vere esposizioni.
A crearla è James Lees, fisico, divulgatore scientifico e consulente museale conosciuto online come James Visits Museums. Quello che era iniziato come un progetto personale è cresciuto grazie alle segnalazioni degli utenti, arrivando a raccogliere quasi 1.500 indirizzi secondo gli aggiornamenti più recenti. La mappa comprende musei talmente particolari da sembrare inventati: ci sono quelli dedicati alle patate, ai gabinetti, ai cani, alle sbronze e persino alle relazioni finite male. Sono i cosiddetti micromusei, piccoli spazi costruiti attorno a un oggetto, una passione o una storia molto precisa.
Abbiamo navigato la Weird Museum Map e scelto 10 dei musei più assurdi e particolari, tra Europa, Stati Uniti, Giappone e Italia. Alcuni fanno sorridere, altri lasciano decisamente perplessi e almeno uno è meglio lasciarlo per ultimo.
Museum of Broken Relationships, Croazia
Cosa rimane di una storia d’amore quando è finita? Un paio di scarpe, una lettera, un peluche, un oggetto apparentemente insignificante. A Zagabria questi frammenti di relazioni finite sono diventati una collezione museale. Il Museum of Broken Relationships nasce proprio dall’idea di raccogliere oggetti personali donati anonimamente da persone che hanno vissuto una separazione.
Il museo è nato in Croazia dall’idea degli artisti Olinka Vištica e Dražen Grubišić ed è diventato una vera istituzione internazionale. La collezione continua a crescere grazie alle donazioni e il museo espone soltanto una parte degli oggetti raccolti.
Museum of Bad Art, USA
Se siete abituati a entrare nei musei per ammirare capolavori, sappiate che invece qui la regola cambia completamente. Il Museum of Bad Art, conosciuto come MOBA, è dedicato alle opere che difficilmente troverebbero spazio in un museo d’arte tradizionale. Il progetto è nato nel 1994 con un’idea semplice e irresistibile: raccogliere, conservare ed esporre arte talmente “sbagliata” da diventare interessante proprio per questo. La collezione conta quasi 900 opere, anche se lo spazio disponibile consente di mostrarne soltanto una parte alla volta.
Secondo i criteri del museo, le opere non devono solo essere esteticamente “brutte”, bensì devono essere anche sincere e avere qualcosa che sia andato storto, producendo però un risultato capace di incuriosire. Oggi il MOBA ha una sede a Boston, all’interno della Dorchester Brewing Co. con ingresso gratuito, mentre il progetto comprende anche esposizioni itineranti e una galleria a Québec City.
Museum of Failure, Svezia
Il Museum of Failure nasce nel 2017 in Svezia da un’idea dello psicologo e ricercatore Samuel West e raccoglie esempi di innovazioni, prodotti e servizi che non hanno raggiunto il risultato sperato. Tra i suoi oggetti ci sono alcuni celebri flop commerciali e tecnologici, trasformati in occasioni per raccontare cosa succede quando un’idea apparentemente geniale non funziona.
La parte più curiosa è che oggi il Museum of Failure non è un museo permanente in Svezia: è una mostra itinerante che ha viaggiato in diversi Paesi. Il sito ufficiale segnala infatti sedi temporanee in città come Parigi, New York, Taipei, Budapest e San Francisco. Il concetto, però, resta quello originale: celebrare il fallimento come parte del processo di innovazione.
Museum of Hangovers, Croazia
Dalle relazioni finite male alle serate finite peggio, sempre a Zagabria si trova il Museum of Hangovers, un museo interamente dedicato a ciò che succede dopo una notte fuori. Il percorso racconta le storie vere di sbronze raccolte da persone di tutto il mondo e le trasforma in un’esperienza interattiva. Ci sono otto ambienti tematici, oggetti bizzarri, giochi, fotografie e persino un simulatore che permette di sperimentare come cambiano percezione e tempi di reazione sotto l’effetto dell’alcol.
Tra le attrazioni c’è anche il cosiddetto “drunk floor”, un pavimento inclinato da affrontare con speciali occhiali che simulano gli effetti dell’ubriachezza. La visita termina con un piccolo shot di rakija, riservato agli adulti. Il museo è aperto tutti i giorni dalle 9.00 alle 22.00 e il biglietto per adulti costa 10 euro acquistandolo online oppure 11 euro direttamente sul posto.
Godzilla Museum, Giappone
In Giappone poteva mancare un museo dedicato a Godzilla? Il Godzilla Museum si trova sull’isola di Awaji, all’interno del parco Nijigen no Mori, ed è descritto dagli organizzatori come il primo museo permanente al mondo dedicato al celebre kaiju. Qui si possono vedere materiali legati alla storia del personaggio, modellini, diorami, oggetti di scena e perfino il costume utilizzato per le riprese cinematografiche.
Ma la vera particolarità è ciò che si trova appena fuori dal museo: una gigantesca riproduzione di Godzilla lunga circa 120 metri, parte dell’attrazione Godzilla Interception Operation. Il percorso permette di entrare letteralmente nel mondo del mostro attraverso filmati, missioni, tiro al bersaglio e una zipline che passa attraverso la bocca di Godzilla.
Museo della Merda, Emilia-Romagna
Il nome non lascia molto spazio all’immaginazione: qui si parla proprio di quello, ma il progetto è decisamente più serio di quanto potrebbe suggerire il titolo. Il Museo della Merda è nato nel 2015 a Castelbosco, nel Piacentino, dall’iniziativa dell’imprenditore agricolo Gianantonio Locatelli e di un gruppo di artisti, progettisti e curatori. Il punto di partenza è lo sterco prodotto quotidianamente dall’allevamento dell’azienda agricola: anziché considerarlo soltanto uno scarto, il progetto lo trasforma in materia prima per produrre energia, concime, materiali e persino opere e oggetti.
Museo dei Cuchi, Veneto
Cosa può esserci di più innocuo di un piccolo fischietto di terracotta? Una collezione nata dalla passione di Gianfranco Valente, di ben 12.000 pezzi. Il Museo dei Cuchi di Cesuna raccoglie esemplari che arrivano da diverse parti del mondo e assumono forme, colori e significati completamente differenti. Il “cuco” è un oggetto molto più antico e interessante di quanto sembri: nel corso della storia è stato utilizzato per imitare il canto degli uccelli, come oggetto scaramantico, giocattolo e persino come pegno d’amore.
Scendendo nella cripta della chiesa di Santo Stefano, nel borgo di Precetto, il viaggio prende una piega decisamente più gotica.
Il Museo delle Mummie di Ferentillo conserva i resti mummificati di persone sepolte nella cripta tra il XVI secolo e l’Ottocento. Quando, dopo l’editto napoleonico che vietava le sepolture all’interno dei centri abitati, i corpi furono riesumati, ci si accorse che alcuni si erano conservati naturalmente insieme a dettagli come capelli, denti, unghie e vestiti.
Börje’s Tie Museum, Svezia
Quasi 9.000 cravatte, una diversa dall’altra, si trovano al Börje’s Tie Museum, nascosto nella campagna svedese di Ramnaklev e nato dalla collezione privata di Börje Gustafsson. La passione è iniziata nel 2004, quando acquistò un grande quantitativo di cravatte durante una svendita. Da allora la collezione è cresciuta grazie ad altri acquisti e alle donazioni, fino a rendere necessario costruire nuovi spazi per conservarla. L’ingresso non prevede un prezzo fisso, ma viene incoraggiata una donazione in beneficenza, mentre gli orari possono variare e sono possibili visite su appuntamento.
Icelandic Phallological Museum, Islanda
Eccoci arrivati al museo che probabilmente nessuno avrebbe mai immaginato di trovare in una lista di musei. L’Icelandic Phallological Museum di Reykjavík è dedicato alla fallologia e ospita una collezione di esemplari appartenenti a diverse specie animali. La storia del museo è iniziata infatti con alcuni esemplari di balena donati al fondatore Sigurður Hjartarson e si è progressivamente ampliata grazie a donazioni provenienti da diverse parti del mondo.
Lasciandosi alle spalle il traffico delle località più frequentate della Valle di Bohinj, al cospetto degli occhi del visitatore si apre un paesaggio racchiuso dalle montagne, con prati verdi, boschi e grandi pareti calcaree. E a occupare il fondovalle c’è Stara Fužina, borgo accanto al fiume Mostnica e a poca distanza dal Lago di Bohinj, uno dei grandi specchi d’acqua delle Alpi Giulie slovene.
Mucche sui prati, fienili, trattori e antiche abitazioni agricole restituiscono l’immagine di una comunità che continua a vivere del territorio. E sì, il turismo è arrivato da tempo, ma il paese conserva una dimensione quotidiana tutta sua. Vi basti sapere che le case tradizionali hanno fondamenta in pietra e strutture in legno, balconi decorati e grandi tetti adatti al clima alpino.
Le facciate, dal canto loro, raccontano una società contadina abituata a sfruttare con attenzione gli spazi disponibili. Fienili e abitazioni formano un insieme architettonico più interessante proprio perché nato dalle esigenze della vita rurale.
Cosa vedere a Stara Fužina
La prima impressione può essere quella di un piccolo villaggio alpino attraversato da strade tranquille. Osservando meglio, però, compaiono tracce di attività antiche, edifici legati alla comunità e particolari che raccontano un passato molto più articolato.
La storia di questo borgo della Slovenia passa anche dal formaggio. L’Alpine Dairy Museum occupa l’antica latteria del paese, costruita nel 1883 e utilizzata per la produzione casearia fino al 1967. All’interno si trovano le antiche attrezzature utilizzate per produrre il formaggio, comprese grandi caldaie in rame e utensili legati alla lavorazione del latte.
Fotografie in bianco e nero mostrano gli abitanti delle malghe e gli insediamenti rurali della zona, mentre la ricostruzione di una tipica baita pastorale permette di capire le condizioni di vita nelle alte quote. Durante la stagione estiva gli allevatori portavano il bestiame verso gli alpeggi, seguendo una tradizione che ha contribuito a modellare il paesaggio di Bohinj.
Le antiche case agricole
Stara Fužina merita una visita anche senza entrare in un museo. Basta osservare le abitazioni lungo le strade del paese per riconoscere la struttura tradizionale degli insediamenti alpini. Pietra alla base, legno nelle parti superiori, balconi e ampi tetti compongono un’architettura nata dal clima e dal lavoro nei campi.
Le abitazioni, infatti, erano spesso associate agli spazi necessari per conservare fieno, attrezzi e prodotti dell’allevamento.
La chiesa di San Paolo
Tra gli edifici storici si fa notare la chiesa di San Paolo, indicata localmente quale cerkev sv. Pavla. Il piccolo edificio religioso appartiene al patrimonio del villaggio e si inserisce nell’insieme delle sue architetture tradizionali.
Il Ponte del Diavolo e la gola della Mostnica
Uno dei luoghi più spettacolari nei dintorni è il Ponte del Diavolo, conosciuto in sloveno come Hudičev most. Sotto l’antico attraversamento scorre Mostnica, il torrente che ha scavato una profonda gola nella roccia calcarea.
Il ponte permette di osservare da vicino la forza dell’acqua e le forme modellate nel corso del tempo. Il tutto tra pareti rocciose, pozze e incavi modellati dalla corrente.
Zois Manor
La storia industriale della valle trova un altro riferimento nella Zois Manor, legata alla famiglia Zois e all’attività siderurgica sviluppata nell’area di Bohinj.
La posizione accanto alla Mostnica è significativa: l’acqua rappresentava una risorsa essenziale per mulini, segherie e strutture collegate alla lavorazione del ferro.
La Valle di Voje
Oltre la gola della Mostnica si apre la Valle di Voje, una conca glaciale situata a poco più di 700 metri di quota. La sua forma a U rivela l’origine glaciale del paesaggio, con il fondovalle modellato dai ghiacci e delimitato dalle montagne.
La parte meridionale è chiusa da una morena frontale, mentre l’abbondanza d’acqua alimenta corsi e cascate. Verso la parte terminale della valle si raggiunge la Cascata di Voje, una delle mete naturalistiche legate a Stara Fužina.
Cosa fare a Stara Fužina
Il bello di Stara Fužina emerge soprattutto all’aperto: il paese funziona da punto di partenza per itinerari molto diversi, dal semplice percorso verso il lago alle escursioni nella gola della Mostnica e verso gli alpeggi.
Raggiungere il Lago di Bohinj: per passare rapidamente dalle strade del villaggio alla riva del più grande lago naturale della Slovenia, con le montagne riflesse sulla superficie dell’acqua.
Salire verso Vogar: regala una prospettiva dall’alto sul lago di Bohinj e sulla conca alpina.
Raggiungere Studor: permette di conoscere un altro antico villaggio della valle e di osservare il paesaggio agricolo da una prospettiva diversa.
Seguire i percorsi dedicati alla tradizione casearia: significa entrare in contatto con gli alpeggi e con il mondo degli allevatori, legato alla produzione del Mohant.
Visitare il Centro del Parco nazionale del Triglav: aiuta a comprendere l’ambiente naturale delle Alpi Giulie, con esposizioni, informazioni sul territorio e iniziative organizzate durante l’anno.
Assaggiare la cucina locale: completa la visita con piatti della tradizione di Bohinj, spesso legati agli ingredienti prodotti nelle fattorie della valle.
iStockIl Lago di Bohinj nei pressi di Stara Fužina
Dove si trova e come arrivare
Stara Fužina si trova nella parte orientale del Lago di Bohinj, nel nord-ovest della Slovenia, all’interno del territorio del Comune di Bohinj e nell’area delle Alpi Giulie. Il paese sorge lungo la strada principale che collega Srednja vas con il lago. La posizione consente di arrivare facilmente a Ribčev Laz, l’insediamento situato sulla sponda orientale del lago, e le altre località della valle.
Da Bohinjska Bistrica, principale centro della valle e sede di numerosi servizi, Stara Fužina si raggiunge seguendo la strada verso il lago. Bohinjska Bistrica dista circa 8 km e rappresenta anche il riferimento per una spesa più ampia e per diversi servizi. Chi arriva in auto trova quindi un accesso semplice al villaggio, mentre chi viaggia senza macchina può utilizzare i collegamenti locali della Valle di Bohinj.
La vera attrattiva di questo borgo sloveno non dipende da un singolo monumento spettacolare, ma dalla somma di elementi che appartengono alla stessa storia: le case raccontano l’agricoltura, la vecchia latteria parla di formaggio, la Mostnica ricorda l’antica industria del ferro, i pascoli conservano la tradizione degli alpeggi e le montagne racchiudono tutto in una grande conca glaciale.
Non serve andare troppo lontano per immergersi in uno scenario da fiaba: anche la Svizzera ha i suoi castelli e sta per aprirli al pubblico per un’intera giornata! Un’occasione per entrare in castelli medievali, fortezze affacciate sui laghi e antiche residenze signorili, lasciandosi guidare da storie di viaggiatori, personaggi del passato e percorsi da scoprire.
L’appuntamento è per domenica 4 ottobre 2026 con la Giornata dei castelli svizzeri, evento quest’anno coinvolge 32 castelli distribuiti in tre regioni linguistiche della Svizzera. Il tema scelto per l’edizione 2026 è “Viaggiare”, un filo conduttore perfetto per esplorare luoghi dove, per secoli, sono passati eserciti, mercanti, nobili, pellegrini e semplici viaggiatori.
Quali castelli vedere nella Giornata dei Castelli svizzeri
La manifestazione si svolge ogni anno la prima domenica di ottobre ed è il principale appuntamento organizzato dall’Associazione dei castelli svizzeri insieme ai suoi castelli membri, allo scopo di trasformare, anche se per poche ore, il patrimonio storico in un’esperienza da vivere, con programmi pensati soprattutto per famiglie e appassionati di cultura.
iStockLo splendido Castello di Gruyères
Per l’edizione del 4 ottobre 2026, sono 32 le fortezze e residenze coinvolte, dal Canton Berna al Ticino, passando per la Svizzera francese e tedesca. Tra queste ci sono alcuni nomi particolarmente suggestivi: il Castello di Chillon, affacciato sul Lago di Ginevra (ma anche Morges, Nyon, Prangins, Grandson e Yverdon), la FortezzadiBellinzona, il Castello di Gruyères, quello di Thun, il Castello di Lenzburg e il Castello di Rapperswil. L’elenco comprende anche castelli meno conosciuti, offrendo l’occasione per costruire un itinerario fuori dalle rotte più classiche.
I programmi cambiano da una struttura all’altra e sono tutti legati al tema del viaggio. È quindi possibile scegliere il proprio “programma di viaggio” in base al castello e alle attività proposte.
Il tema dell’anno e altre info
Il tema “Viaggiare” scelto per questa edizione permette di guardare i castelli da una prospettiva diversa, non unicamente come edifici storici da fotografare, ma piuttosto come luoghi attraverso cui rileggere gli spostamenti e gli incontri che hanno segnato la storia svizzera. La giornata invita dunque a immaginare le persone che hanno attraversato queste fortezze e i territori circostanti, seguendo le tracce lasciate da commerci, guerre, migrazioni e scambi culturali. In alcuni casi il viaggio diventa anche un percorso fisico all’interno degli stessi castelli, tra cortili, torri, sale storiche e ambienti normalmente meno accessibili.
Non c’è un biglietto unico valido per tutti i 32 castelli: orari, modalità di visita ed eventuali costi cambiano in base alla struttura scelta. I programmi ufficiali del 4 ottobre 2026 sono pubblicati online e permettono di verificare per ciascun castello gli appuntamenti previsti durante la giornata.
Per questo, prima di partire, è consigliabile consultare la scheda del castello scelto e controllare orari di apertura, prezzi d’ingresso ed eventuale prenotazione. Alcune strutture hanno già pubblicato anche le proprie tariffe ordinarie: per esempio, il Castello di Grandson applica in autunno un ingresso di 16 franchi per gli adulti e 8 franchi per bambini e ragazzi, mentre il Castello di Spiez prevede un biglietto ordinario di 12 franchi per gli adulti e 5 franchi per i bambini dai 6 ai 16 anni.
Quando le giornate si accorciano e le prime ombre lunghe si allungano sui campi, i paesi si ritrovano nelle piazze per brindare all’autunno con sagre, feste di paese e celebrazioni popolari. È il tempo dei prodotti di stagione, delle raccolte condivise, delle tavolate all’aperto che resistono ancora al fresco e delle devozioni che si intrecciano con il gusto. In questo clima conviviale, la Sardegna diventa un mosaico di tradizioni che uniscono cucina, identità e spiritualità in un’unica, grande festa collettiva.
Nel cuore di questo calendario spiccano appuntamenti da segnare in agenda: dalla storica Sagra della Lumaca a Gesico, che richiama gli appassionati di sapori genuini, alla golosa Sagra della Polenta di Arborea e al ritorno della Sagra del Riso a Simaxis, ottobre 2026 in Sardegna offre un viaggio tra borghi, devozioni popolari ed eventi enogastronomici tutti da scoprire.
Gli eventi di ottobre 2026 in Sardegna tra sagre e feste imperdibili
Festeggiamenti in onore di Santa Vitalia – Villasor (SU), dal 3 al 13 ottobre 2026.
Festeggiamenti religiosi e civili per Santa Vitalia a Villasor, con celebrazioni, spettacoli, musica e varie iniziative distribuite nei primi giorni di ottobre.
Beni benius – Decimoputzu (SU), il 4 ottobre 2026.
Manifestazione a Decimoputzu dedicata alle tradizioni, alla cultura e all’enogastronomia locali, con antichi mestieri rivisitati, degustazioni di prodotti tipici, musica, arte e spettacoli lungo le vie del paese.
Festa di San Francesco – Sanluri (SU), il 4 ottobre 2026.
Festa di San Francesco nel convento dei Cappuccini con manifestazioni religiose, attività sportive pomeridiane per tutte le età e spettacoli musicali serali nel piazzale del convento.
Sagra della Lumaca a Gesico – Gesico (SU), il 10 ottobre 2026.
Sagra della Lumaca a Gesico, grande evento europeo dedicato alle lumache cucinate in molte varianti, con iniziative legate a cultura, ospitalità, solidarietà, storia, tradizione ed enogastronomia.
Sagra del Riso – Simaxis (OR), dal 10 al 11 ottobre 2026.
Giornata del Riso a Simaxis con convegno sulla risicoltura nel Campidano Maggiore, stand espositivi, degustazioni e intrattenimento musicale.
Festeggiamenti per la Madonna del Pilar – Villamassargia (SU), dal 10 al 18 ottobre 2026.
Festa della Madonna del Pilar a Villamassargia con riti religiosi e pagani, solenne processione con cavalieri, banda, traccas e gruppi in costume, seguita da messa e musica dal vivo.
Sagra della Polenta di Arborea – Arborea (OR), dal 17 al 18 ottobre 2026.
Ad Arborea la Sagra della Polenta propone vendita di farina locale fin dal mattino, eventi e degustazioni organizzati dalla Pro Loco.
Ci sono luoghi in Italia diventati protagonisti di milioni di fotografie e altri che, nonostante il loro fascino indiscutibile, sembrano essere rimasti fuori dai radar del web. Borghi storici, vicoletti in pietra, palazzi storici e scorci meravigliosi che però compaiono pochissimo sulle principali piattaforme fotografiche e vengono cercati ancora meno su Google.
A individuarli è una nuova ricerca di MPB, piattaforma specializzata nella compravendita di attrezzatura fotografica e video usata, realizzata in occasione di Cortona On The Move 2026 a tema “Beautiful Country”. Lo studio ha analizzato 381 località appartenenti al circuito dei Borghi più belli d’Italia, confrontando ricerche online e presenza fotografica su Wikimedia Commons e Flickr. Sono così stati selezionati 15 piccoli tesori del Belpaese ancora poco presenti online, dando vita a una nuova curiosa classifica.
Il borgo meno presente online
Al primo posto della graduatoria c’è Monte Grimano Terme, piccolo borgo delle Marche immerso nel paesaggio del Montefeltro. Nello studio ottiene un punteggio di 79,5 su 100 (un valore più alto corrisponde a una minore visibilità digitale).
I numeri spiegano il primato: entro un raggio di 2 chilometri non risultano immagini geolocalizzate su Wikimedia Commons né fotografie rilevate su Flickr, mentre il volume globale stimato è di appena 100 ricerche mensili su Google. Ma il paese, che sorge a circa 600 metri di altitudine, è una chicca conosciuta soprattutto per le sue acque termali e per il suo centro storico raccolto tra antiche architetture e scorci tipici dell’Appennino centro-settentrionale. Proprio il contrasto tra il patrimonio locale e la sua limitata presenza digitale lo rende uno degli esempi più interessanti emersi dalla ricerca.
La classifica completa
Subito dietro Monte Grimano Terme si trovano, a pari merito, Aiello Calabro, in Calabria, e Castelponzone, in Lombardia: entrambi i borghi raggiungono i 79,2 punti.
Castelponzone, in particolare, è un borgo fortificato della Pianura Padana che sa distinguersi con le sue strade storiche e le architetture rurali, ma rimane quasi totalmente assente dalle principali piattaforme fotografiche aperte.
Seguono Mel di Borgo Valbelluna, in Veneto, e tre località al quinto posto: Monteverde, Capranica Prenestina e Macerata Feltria.
La Calabria, il Lazio e la Puglia sono le regioni maggiormente rappresentate, con tre località ciascuna nella top 15. Per il Lazio troviamo Capranica Prenestina, quinta a pari merito, Boville Ernica al nono posto e Orvinio al tredicesimo. In Puglia, invece, entrano nella graduatoria Bovino, Presicce-Acquarica e Alberona.
C’è spazio anche per la Sicilia, rappresentata da San Marco D’Alunzio, undicesimo. Arroccato sui Nebrodi con lo sguardo rivolto verso la costa tirrenica, il borgo custodisce un ricco patrimonio storico e numerose chiese, ma su Wikimedia conta appena 10 immagini geolocalizzate: pochissime rispetto alle bellezze che conserva.
Per raggiungere Esch-sur-Sûre bisogna attraversare un paesaggio che sembra voler proteggere il piccolo centro abitato, quasi nasconderlo alla vista fino all’ultimo momento. La Sûre scorre ai piedi delle montagne, dentro una gola profonda scavata nel corso dei millenni, mentre le pareti ripide arrivano in alcuni punti direttamente sull’acqua.
Siamo nel nord del Lussemburgo, nella regione delle Ardenne caratterizzata da alture boscose, vallate fluviali e affioramenti di scisto, e il suo centro storico si raccoglie in una stretta ansa del fiume ai piedi delle rovine di un castello fortificato. Case in pietra, vicoli minuti e pendii verdi compongono un quadro medievale di grande suggestione.
A rendere ancora più particolare l’accesso contribuisce la conformazione stessa del territorio: la strada principale attraversa due gallerie, una risalente al 1850 e l’altra realizzata nel 1954, necessarie per superare la montagna senza interrompere il collegamento con il villaggio.
Cosa vedere a Esch-sur-Sûre
Il fascino di questa cittadina del Lussemburgo si rivela soprattutto nei dettagli. Prima ancora di raggiungere i punti panoramici, vale la pena osservare il rapporto tra le abitazioni, la roccia e il corso d’acqua, perché proprio questa struttura compatta racconta la lunga storia dell’insediamento.
In alto, sopra i tetti del villaggio, le rovine del castello dominano la valle con un profilo inconfondibile. La salita è breve ma ripida e conduce verso i resti della fortezza, accessibili liberamente. Dalla sommità, il panorama abbraccia le case raccolte lungo la Sûre, gli speroni rocciosi e la stretta ansa del fiume.
Le origini del castello affondano nell’Alto Medioevo e nel periodo della Prima crociata Esch era il centro di una signoria guidata da un conte, la cui autorità si estendeva su 19 villaggi e frazioni, arrivando fino a Diekirch. La fortezza fu ampliata nel corso dei secoli, seguendo l’evoluzione delle esigenze militari.
iStockQuel che rimane del castello di Esch-sur-Sûre
Le mura, lunghe circa 450 metri e spesse 1,5 metri, comprendevano anche una torre di guardia circolare. La struttura difensiva fu in gran parte distrutta dalle truppe francesi dopo la conquista della fortezza da parte di Luigi XIV nel 1685. Le abitazioni addossate alle mura contribuirono però a conservarne alcuni tratti, ancora visibili lungo il vicolo accanto al municipio.
La Maison du Parc e il museo della drapperia
Lungo la Sûre, ai piedi della collina del castello, un edificio storico racconta un capitolo diverso della vita locale. L’antica drapperia, oggi sede della Maison du Parc, conserva la memoria della lavorazione artigianale della lana, un’attività che per secoli ha avuto un ruolo importante nell’economia della regione.
Il museo, dedicato alla produzione tradizionale delle coperte di lana, accompagna il visitatore attraverso le diverse fasi del processo, dalla materia prima al tessuto finito. Le macchine restaurate e gli strumenti d’epoca rendono più concreta la comprensione di un mestiere legato alla manualità e alle risorse del territorio.
L’edificio ospita anche il centro di informazioni turistiche e una boutique con prodotti regionali. La visita guidata dura circa 1 ora e richiede la prenotazione, mentre l’audioguida permette di scoprire gli ambienti in autonomia.
Poco fuori dal borgo, la diga rappresenta una delle opere più significative del paesaggio contemporaneo. La sua struttura ad arco, inserita tra le pendici verdi della valle, crea un contrasto suggestivo tra ingegneria e natura. La costruzione del bacino ha modificato profondamente l’ambiente circostante, dando origine a una riserva idrica essenziale per il Paese e a uno spazio dedicato al tempo libero.
Il lago dell’Alta Sûre si estende per circa 380 ettari e raggiunge una superficie di quasi 4 km². Le sue acque sono destinate alla produzione di acqua potabile, ragione per cui la tutela ambientale riveste un ruolo centrale.
Fuori dal centro, lungo la direzione di Eschdorf, la cappella Sainte-Croix (conosciuta anche con il nome di cappella del “Loch”) aggiunge un elemento spirituale e leggendario al territorio. L’edificio in pietra risale al XVIII secolo e fu costruito sul sito di un’antica croce lignea medievale.
All’interno custodisce un calvario gotico in legno di tiglio, con Cristo sulla croce affiancato da due ladroni a grandezza naturale. Si tratta di una testimonianza di rilievo del patrimonio culturale lussemburghese. Un viale di tigli conduce all’ingresso e accentua la quiete del posto.
Cosa fare a Esch-sur-Sûre
È consigliata una visita lenta, anche perché il paesaggio circostante invita a prolungare la permanenza. Tra sentieri, acqua e punti panoramici, la zona offre attività adatte sia a una breve escursione sia a una giornata all’aria aperta.
Seguire l’Éislek Pad Esch-sur-Sûre: percorso ad anello che misura circa 6,5 km e attraversa boschi, pendii e punti panoramici. Il dislivello è più impegnativo di quanto suggerisca la distanza, soprattutto nella salita al Kuelebierg, ma dalla sommità si apre una vista straordinaria sulla forma a ferro di cavallo della valle.
Esplorare i sentieri locali: una rete di circa 90 km di itinerari segnalati per escursionisti e mountain biker si sviluppa tra le colline di Esch e il lago. Sono disponibili anche percorsi più brevi, adatti a chi desidera scoprire il territorio senza affrontare escursioni lunghe.
Praticare sport sul lago dell’Alta Sûre: il bacino è dedicato alla balneazione in aree autorizzate, alla pesca, alle immersioni e alla navigazione dolce. Kayak, vela e windsurf permettono di vivere l’acqua in modo rispettoso dell’ambiente.
Raggiungere le località balneari del lago: le zone attrezzate si trovano presso Lultzhausen, Insenborn, Baschleiden, Liefrange e nei pressi del centro forestale Burfelt. Sono punti di riferimento per trascorrere una giornata tra acqua e natura.
Scoprire i sapori regionali: i ristoranti della zona propongono specialità locali e menu ispirati ai prodotti della Sûre, tra carni, verdure, erbe aromatiche e tisane. Tra le bevande regionali si possono trovare birre di Heiderscheid e produzioni biologiche della Brasserie Simon.
Esch-sur-Sûre si trova nel nord-ovest del Lussemburgo, nel distretto dell’Éislek, all’interno del Parco naturale dell’Alta Sûre. Il villaggio sorge lungo il fiume Sûre, a pochi minuti dal lago dell’Alta Sûre e dalla diga.
In automobile, il percorso di accesso è particolarmente scenografico, con la strada che segue la valle tra pareti rocciose e corsi d’acqua. La conformazione del territorio rende l’ingresso parte integrante dell’esperienza, grazie alle due gallerie che attraversano la montagna.
Per chi arriva in treno, la stazione di Wiltz rappresenta uno dei principali punti di riferimento della zona, da completare con un collegamento stradale verso il villaggio.
L’entroterra della Comunità Valenciana nasconde segreti geologici in grado di ribaltare del tutto l’immagine stereotipata delle spiagge affollate e dei litorali sabbiosi della Spagna orientale. A circa 50 chilometri dalla costa, infatti, il paesaggio cede il passo a imponenti formazioni calcaree strappate alla terra da millenni di erosione fluviale. Qui il Turia ha inciso per secoli una profonda gola calcarea, una successione di pareti verticali, anse strette, boschi e terrazze naturali.
Poi arriva il momento di entrare nel canyon: la Ruta de los Pantaneros (o Ruta de los Puentes Colgantes) non è nata come sentiero turistico. Per circa 5,05 chilometri, infatti, ricalca il vecchio cammino che, negli anni ’50, gli operai di Chulilla percorrevano ogni giorno per raggiungere il cantiere dell’Embalse de Loriguilla. Il percorso si snoda all’interno del Paraje Natural Municipal Los Calderones, un’area protetta di poco più di 500 ettari dominata da queste strette gole.
Il momento più indimenticabile arriva quando compaiono i ponti sospesi. Prima, però, bisogna osservare la gola. Perché sono proprio le sue pareti, modellate dall’acqua, a dare senso a tutto il percorso.
La Serra da Freita, in Portogallo, è uno di quei posti che possiedono un’aurea speciale: la nebbia appare all’improvviso, le montagne si fanno indistinte e il suono delle campane del bestiame sembra arrivare da molto lontano. Poi lo sguardo si posa sulle rocce e qualcosa appare subito insolito. Grandi blocchi di granito, infatti, sono disseminati sul terreno, punteggiati da piccole forme scure che sembrano incastonate nella pietra.
Sono le Pedras Parideiras, letteralmente le “pietre che partoriscono”, nome che descrive con una certa precisione l’impressione suscitata dal fenomeno. La roccia più grande viene infatti considerata una sorta di madre, mentre i piccoli noduli scuri che si staccano dalla sua superficie assumono il ruolo di “figli”.
La spiegazione, naturalmente, appartiene alla geologia, mentre la suggestione è tutta di questo angolo remoto del Paese, nel villaggio di Castanheira, all’interno del Geoparco Mondiale UNESCO di Arouca.
Origine, formazione e leggende delle Pedras Parideiras
Per capire come si deve il fenomeno bisogna osservare la pietra da vicino. La superficie del granito presenta numerosi noduli scuri, con dimensioni variabili da circa 1 a 12 cm. All’esterno sono costituiti da biotite, un minerale di colore scuro appartenente alla famiglia delle miche, mentre all’interno presentano un nucleo composto da quarzo e feldspato.
I noduli risultano fortemente appiattiti e seguono orientamenti ben definiti all’interno del corpo granitico. La loro disposizione conserva così una sorta di memoria delle forze tettoniche che agivano sulla crosta terrestre durante la formazione della roccia. Più di 300 milioni di anni fa, la regione attraversava una fase geologica estremamente movimentata.
Le forze tettoniche interessavano il territorio, mentre magma e materiali rocciosi contribuivano alla formazione delle montagne. Le condizioni chimiche del magma, unite ai movimenti della crosta terrestre, avrebbero favorito la formazione dei particolari noduli inglobati nel granito.
La spiegazione chiara del processo resta oggetto di studio, ma una delle teorie considera la possibilità che il magma abbia inglobato piccoli aggregati minerali prima del raffreddamento e della solidificazione. Un’altra ipotesi attribuisce un ruolo importante alla pressione interna, paragonata dai geologi all’effetto prodotto scuotendo una bottiglia chiusa.
Poi entra in scena il tempo: biotite e granito reagiscono in maniera differente agli agenti atmosferici. Pioggia, vento, variazioni di temperatura, gelo e disgelo consumano progressivamente la roccia circostante. I noduli, più resistenti, rimangono inglobati ancora per un periodo, fino al distacco. Sul terreno compaiono così le piccole “pietre figlie“, spesso con una forma ovale e leggermente schiacciata.
Secondo una leggenda diffusa nella zona, dormire con una piccola Pedra Parideira sotto il cuscino favorirebbe il concepimento. La tradizione è arrivata a coinvolgere persone provenienti anche da molto lontano, attirate dalla speranza di trovare una particolare pietra della fertilità.
Durante il XX secolo questa credenza ha avuto conseguenze notevoli, poiché numerosi visitatori portarono via i piccoli noduli e, negli anni’90, le superfici accessibili delle rocce risultavano ormai fortemente impoverite. La storia popolare, tuttavia, continua a far parte dell’identità del posto, al punto che Geoparco ha persino sviluppato un programma sperimentale attraverso il quale alcune pietre possono essere prese in prestito per un periodo stabilito, con l’obiettivo di tutelare il patrimonio geologico e ridurre il prelievo clandestino.
La visita alle pietre che “partoriscono”
Il punto di riferimento principale è la Casa das Pedras Parideiras – Centro di Interpretazione, inaugurata il 3 novembre 2012. La struttura è stata realizzata proprio attorno all’affioramento granitico e ha una funzione scientifica, educativa e turistica. Prima ancora di osservare le rocce all’aperto, conviene entrarvi dentro.
Le spiegazioni aiutano a leggere particolari che a prima vista potrebbero sembrare semplici macchie scure sulla superficie del granito. Una volta riconosciuti i noduli, invece, la pietra cambia completamente aspetto. Il percorso permette di conoscere la storia geologica dell’area attraverso materiali informativi e contenuti audiovisivi, compreso un video in 3D. L’edificio dispone anche di un auditorium con 30 posti e ospita attività guidate organizzate periodicamente.
Fuori dal centro, una passerella in legno permette di osservare l’affioramento senza danneggiarlo. Il panorama assume una scala sorprendente: l’area interessata dalle grandi rocce madri raggiunge una superficie paragonabile a circa 10 campi da calcio e, tra le masse granitiche, brillano ancora i piccoli noduli scuri.
La sensazione più curiosa arriva proprio a quel punto. Una pietra che sembrava compatta e uniforme si rivela piena di piccole forme incastonate, quasi fossero semi mineralizzati destinati a liberarsi molto lentamente. La visita può diventare anche l’occasione per scoprire Castanheira e il paesaggio della Serra da Freita.
Dal villaggio si può ammirare la Frecha da Mizarela, una spettacolare cascata associata al corso del fiume Caima, mentre per chi desidera approfondire il territorio esiste il percorso geoturistico PR15, un itinerario circolare di 17 km attraverso l’altopiano della Serra da Freita.
Il paesaggio appartiene alle cosiddette Montanhas Mágicas, le Montagne Magiche del Portogallo. Tra pascoli, affioramenti rocciosi e altopiani, può capitare di incontrare i bovini della razza Arouquesa e i cani che accompagnano le mandrie.
Una raccomandazione è fondamentale: le piccole Pedras Parideiras appartengono al patrimonio geologico protetto dell’area. Portarne via una come souvenir significa sottrarre un frammento a un fenomeno raro e a un sito studiato dalla comunità scientifica. La fotografia resta quindi il ricordo più rispettoso.
Dove si trovano e come arrivare alle Pedras Parideiras
Le Pedras Parideiras si trovano nel villaggio di Castanheira, nella Serra da Freita, all’interno del comune di Arouca, nel nord del Portogallo. Il sito fa parte dell’Arouca UNESCO Global Geopark, un vasto territorio riconosciuto per il suo patrimonio geologico.
Da Lisbona il viaggio in automobile richiede circa 3 ore, secondo il percorso e le condizioni del traffico. La località si trova invece a breve distanza da Arouca, centro principale del territorio e punto utile per organizzare la visita alla Serra da Freita. La strada conduce progressivamente fuori dai centri abitati e verso un paesaggio più aperto, fatto di altopiani, pascoli e montagne.
Una volta raggiunto il villaggio, la Casa das Pedras Parideiras costituisce il riferimento principale per la visita. Da lì la passerella consente di osservare direttamente l’affioramento granitico.
Se la scienza racconta la loro origine attraverso minerali, pressione, magma ed erosione, il nome antico continua a suggerire un’immagine molto più semplice e potente: una montagna che, con una lentezza misurata in milioni di anni, sembra ancora partorire pietre.
C’è chi sceglie una meta per la città in sé e chi la sceglie per una data sul calendario. La seconda categoria è più numerosa di quanto si pensi: secondo l’Osservatorio sull’Economia del Turismo delle Camere di Commercio, curato da Unioncamere-Isnart, nel 2025 circa il 10% dei turisti ha scelto la destinazione soprattutto per partecipare a una manifestazione, in particolare culturale o legata al folklore.
Il tema è al centro del Mirabilia Day, l’incontro che il 17 e 18 settembre 2026 ha riunito a Sassari e Alghero le Camere di commercio della rete Mirabilia, cioè i territori con siti UNESCO meno frequentati dal turismo di massa. Per chi ama viaggiare, un evento diventa sempre più l’occasione migliore per scoprire un luogo.
Gli appuntamenti che valgono il viaggio
Tra gli esempi discussi al convegno ci sono eventi molto diversi tra loro. Il primo, Patrimonio UNESCO, è la Discesa dei Candelieri di Sassari che, ogni 14 agosto, porta per le vie del centro 13 Gremi (le antiche corporazioni di arti e mestieri), ognuno con il proprio Candeliere, un grande cero di legno che può pesare fino a quattro quintali. I portatori li trasportano a spalla fino alla chiesa di Santa Maria di Betlem, dove a notte inoltrata scioglieranno il voto fatto alla Madonna Assunta nel Cinquecento.
Il secondo è il Palio di Siena, organizzato due volte l’anno, il 2 luglio e il 16 agosto, in Piazza del Campo. Dieci delle diciassette contrade cittadine si sfidano a cavallo in una corsa che dura meno di due minuti, ma che coinvolge la città per giorni. Il terzo è Tocatì, il festival internazionale dei giochi in strada di Verona, organizzato a settembre, dove piazze e vie vengono travolte da giochi tradizionali portati da comunità italiane e straniere.
Il quarto è il GIO Festival, che celebra il riconoscimento del “Canto Lirico Italiano” come Patrimonio dell’Umanità. Organizzato dal 5 al 20 giugno 2026, ha portato opera, jazz, danza e cinema tra Foggia, i Monti Dauni e il Gargano, con oltre venti appuntamenti, in gran parte gratuiti. È un buon esempio di come un festival possa far conoscere un angolo di Puglia lontano dai percorsi più battuti.
Chi viaggia per gli eventi e quanto spende
Dalla ricerca emerge non solo la volontà dei viaggiatori di scoprire una destinazione attraverso gli eventi, ma anche quanto spendono. Secondo l’indagine, chi viaggia per assistere a una manifestazione spende in media 107 euro al giorno, senza contare trasporto e alloggio, contro i 96 euro del turista medio in Italia nel 2025. La cifra sale a 109 euro tra i visitatori stranieri e arriva a 121 euro tra i Baby Boomers.
Oltre l’84% considera il patrimonio artistico e monumentale una parte importante del soggiorno, quindi non si ferma alla festa: visita anche musei, chiese e centri storici. Il 32% indica tra i motivi del viaggio anche iniziative legate a tradizioni e cultura locale e in questo caso la spesa sul territorio supera dell’11% la media.
Un evento offre una data certa intorno a cui organizzare il viaggio e un modo per vedere un luogo da vicino, insieme a chi ci vive. Se poi la meta è fuori dai circuiti più affollati, come molti dei territori della rete Mirabilia, il vantaggio per i viaggiatori diventa ancora più evidente.
A circa 840 metri di altitudine, tra i boschi e le montagne delle Alpi dell’Ammergau, Oberammergau si presenta con il tipico profilo ordinato dei villaggi bavaresi. Tuttavia, riserva una particolarità in grado di cambiare il volto della visita: le facciate delle abitazioni raccontano storie attraverso figure dipinte, cornici illusionistiche e scene religiose, mentre dalle botteghe affiorano crocifissi, presepi e sculture realizzati secondo un’antica tradizione artigianale.
Il paese si trova nell’Alta Baviera lungo la Deutsche Alpenstraße, la Strada tedesca delle Alpi, un itinerario panoramico che attraversa il territorio alpino meridionale fino al confine con l’Austria, anche se la sua notorietà internazionale nasce da una promessa. Nel 1633, durante la guerra dei Trent’anni, gli abitanti fecero voto di rappresentare la Passione di Cristo qualora fossero stati risparmiati dalla peste. La prima rappresentazione si tenne nel 1634 e da allora la tradizione è diventata parte dell’identità collettiva.
Accanto alla grande manifestazione religiosa, Oberammergau conserva un volto più quotidiano, fatto di case affrescate, laboratori del legno, piccole piazze e sentieri che si inoltrano verso il paesaggio alpino.
Il viaggio a bordo del Trenino Verde delle Alpi si arricchisce di una nuova possibilità per chi vuole scoprire la Svizzera seguendo un incantevole itinerario al cospetto di montagne, laghi, panorami e piccoli centri alpini. La novità riguarda lo Stockhorn, nell’Oberland Bernese, una vetta che raggiunge quasi i 2.200 metri di quota e che diventa la meta da inserire nel percorso del celebre treno panoramico.
La proposta arriva proprio all’inizio della stagione autunnale, quando i paesaggi alpini assumono colori oltremodo suggestivi e il viaggio in treno si trasforma in un’occasione per alternare spostamenti, passeggiate e momenti dedicati alla scoperta di un territorio da fiaba.
Dal Trenino Verde delle Alpi allo Stockhorn
Per raggiungere lo Stockhorn partendo col Trenino Verde delle Alpi occorre scendere a Spiez, una delle fermate lungo il tragitto: da qui si prosegue con un treno regionale in direzione di Erlenbach im Simmental, da dove prende il via la salita verso la montagna. L’ultima parte dell’itinerario prevede, infatti, l’utilizzo della funivia, raggiungibile dopo un percorso a piedi in paese.
La nuova escursione è stata pensata per integrarsi con il viaggio sul Trenino Verde delle Alpi e dispone di un biglietto dedicato, acquistabile sul sito di BLS. Il titolo di viaggio per lo Stockhorn costa 49 franchi, circa 52 euro, ed è valido esclusivamente se abbinato alla carta giornaliera oppure alla carta di 2 giorni del Trenino Verde BLS.
Sono disponibili anche due formule combinate: la Carta giornaliera + Stockhorn costa 113 franchi, circa 121 euro, mentre la Carta 2 giorni + Stockhorn ha un prezzo di 121 franchi, circa 130 euro. Le combinazioni consentono di risparmiare fino a circa il 35% rispetto al prezzo del biglietto da Domodossola allo Stockhorn e ritorno.
Quasi 2.200 metri di quota tra panorami alpini e laghi
Lo Stockhorn è una tappa adatta a chi vuole vivere la montagna senza rinunciare alla possibilità di scegliere tra molteplici esperienze: a quasi 2.200 metri di quota, la vetta offre infatti la possibilità di dedicarsi a escursioni di ogni livello e a passeggiate panoramiche, immerse in un ambiente caratterizzato dal silenzio alpino.
Uno dei punti più spettacolari è la piattaforma panoramica sulla parete nord, da cui lo sguardo corre sul lago di Thun, sul massiccio del Giura e, in presenza di condizioni meteorologiche particolarmente favorevoli, può arrivare addirittura alla Foresta Nera.
Spostandosi sul versante sud, poco sotto la vetta, appare il lago di Hinterstocken, incastonato tra le rocce: da una parte l’ampiezza del panorama, dall’altra un ambiente più raccolto e suggestivo.
iStockTutto il fascino alpino del Lago Oberstockesee
Un viaggio panoramico da Domodossola a Berna
La proposta si inserisce all’interno di un itinerario ferroviario che consente di ammirare alcuni dei paesaggi più caratteristici della Svizzera.
Il viaggio a bordo del Trenino Verde delle Alpi parte infatti da Domodossola, con collegamenti ogni circa due ore, e segue un percorso lungo le storiche linee del Sempione e del Lötschberg, entrambe caratterizzate da una storia ferroviaria ormai ultracentenaria. Gli itinerari possibili includono Briga, Wiler-Goppestein, Kandersteg, Frutigen, Spiez, Thun e Berna: a seconda della fermata scelta, il viaggio può quindi assumere caratteristiche differenti, dalla montagna alle rive dei laghi, dalle passeggiate alla scoperta delle città fino alle esperienze dedicate al benessere.
Durante il tragitto, il treno si inoltra piano piano nell’ambiente alpino e dona, dalle ampie finestre, scorci sulle terrazze soleggiate del Vallese e sulle montagne dell’Oberland Bernese, passando anche per località come Kandersteg. Superato il versante settentrionale delle Alpi, il percorso prosegue in discesa verso il lago di Thun per arrivare a Berna in poco più di due ore.
Montagne che si specchiano nei laghi, sentieri sospesi sopra panorami spettacolari e rifugi dove fermarsi dopo ore di cammino riscoprendo i sapori più genuini: l’Italia regala esperienze ad alta quota che non passano inosservate neppure all’estero. A celebrarle questa volta è il Guardian, che ha raccolto i consigli dei suoi lettori sulle più belle vacanze in montagna da vivere in Europa.
Tra Svizzera, Pirenei, Austria, Irlanda e Balcani, l’Italia domina la lista comparendo ben tre volte. Dalle Dolomiti di Brenta alle montagne che dominano il Lago di Como, fino ai piedi del Monte Bianco, sono tre luoghi diversi tra loro, ma accomunati da panorami autenticamente spettacolari.
Le Dolomiti di Brenta, il lato più tranquillo delle Dolomiti
Il primo luogo italiano elogiato dal Guardian è quello delle Dolomiti di Brenta, raccontate come il volto più tranquillo delle Dolomiti, lontano dalle zone maggiormente prese d’assalto dai turisti e dagli “instagrammer”.
Il lettore che le ha segnalate racconta di aver scelto come base Pinzolo, per poi partire da Madonna di Campiglio per un trekking di tre giorni tra rifugi, vie ferrate e creste affilate. Il momento più bello del viaggio? L’arrivo al Rifugio Agostini, a 2.410 metri, nel cuore della Val d’Ambiez: un luogo apprezzato per l’accoglienza, il cibo di montagna e soprattutto per le cime frastagliate che riempiono il panorama dalle sue finestre. L’itinerario si conclude poi a Molveno, con un aperitivo sulle rive del lago.
Siamo in Trentino, nella parte più occidentale dell’area dolomitica: le Dolomiti di Brenta sono protette dal Parco Naturale Adamello Brenta e si distinguono per le imponenti pareti rocciose modellate in guglie e pinnacoli.
iStockLago Nambino nelle Dolomiti di Brenta
La Via dei Monti Lariani sopra il Lago di Como
C’è poi un modo decisamente diverso di scoprire uno dei laghi italiani più famosi al mondo, ovvero guardarlo dall’alto. Il Guardian segnala la Via dei Monti Lariani, un lungo itinerario escursionistico che attraversa le montagne della sponda occidentale del Lago di Como.
Il percorso, lungo circa 125 chilometri, collega Cernobbio a Sorico, sfiorando il confine con il Canton Ticino. Si cammina tra pascoli di montagna, piccoli paesi legati anche alla storia del contrabbando di frontiera e panorami aperti verso le Alpi. A rendere speciale l’esperienza sono anche le soste nei rifugi e negli agriturismi, dove assaggiare piatti della tradizione come polenta “uncia” e pizzoccheri.
Il Rifugio Bertone con vista sul Monte Bianco
È però la Valle d’Aosta a conquistare il riconoscimento più importante della selezione: il Guardian sceglie come “winning tip” il consiglio dedicato al Rifugio Giorgio Bertone, sopra Courmayeur, a 2.000 metri di quota.
A colpire sono innanzitutto le incredibili viste sul Monte Bianco, ma il panorama è soltanto una parte dell’esperienza. Ci sono il cibo, l’atmosfera di un autentico rifugio alpino e soprattutto la Balconata della Val Ferret, considerato uno dei percorsi più belli nei dintorni. Il momento da non perdere arriva al tramonto, quando la luce cambia sui ghiacciai e, con il calare del buio, sopra il massiccio compare il cielo stellato.
Dai bar ai negozi, dai palazzi alle piazze e ai giardini: sono tanti gli elementi che danno a un quartiere un’identità tutta sua. Sono i luoghi che raccontano il volto più quotidiano delle città, quelli che gli abitanti vivono ogni giorno e che, per chi arriva da fuori, possono trasformarsi nella scoperta più interessante di un viaggio. E ce n’è uno italiano tra i più cool d’Europa nel 2026, tanto da essere salito sul podio: a incoronarlo è Time Out, che anche quest’anno ha chiesto alla propria rete internazionale di redattori ed esperti locali di individuare i quartieri che meglio raccontano le città contemporanee.
Dalla selezione mondiale di 40 quartieri migliori al mondo ne emergono 13 europei, scelti tenendo conto di aspetti come l’offerta gastronomica, la vita notturna, la presenza di attività indipendenti, la qualità della vita e il senso di comunità.
La superficie scura del Črno jezero emerge tra gli abeti del Pohorje, grande massiccio montuoso della Slovenia nord-orientale, e ricorda una pozza d’inchiostro incastonata nel bosco. Ma la verità è che, sotto quella tonalità quasi nera, l’acqua è cristallina: l’effetto nasce da una particolare combinazione di natura, tempo e storia, con una spessa coltre di materiale organico depositata sul fondo a dare al lago il suo aspetto più enigmatico.
Črno jezero si trova a circa 1.200 metri di altitudine, in un ambiente paludoso dominato da abeti rossi, muschi di torba e vegetazione tipica delle alte torbiere. Il terreno umido, attraversato da passerelle di legno, rende l’escursione diversa dal consueto itinerario alpino. Sotto le suole si avverte infatti la presenza di un ecosistema delicato, mentre lo sguardo passa dall’acqua scura ai tronchi verticali e alle radure silenziose.
Origine e formazione di Črno jezero
Malgrado l’aspetto selvaggio e la posizione in mezzo alla torbiera, Črno jezero è un bacino di origine artificiale. La sua conca venne sbarrata circa 150 anni fa per creare un accumulo d’acqua utile al trasporto del legname verso valle. L’intervento viene attribuito al conte Windischgraetz, proprietario di una parte consistente delle foreste del Pohorje.
All’epoca, l’economia della montagna ruotava in larga misura intorno allo sfruttamento dei boschi: i tronchi dovevano essere trasferiti dalle aree forestali alle vallate e, per facilitare questa operazione, l’acqua veniva impiegata nei sistemi di trasporto del legname. La diga sul torrente Črnava trasformò così una depressione umida in un piccolo invaso destinato a un uso pratico.
Il volto attuale del bacino, però, è il risultato di processi naturali molto più lenti. Sul fondo si sono accumulati per decenni i resti di piante e animali, formando uno strato spesso di limo scuro. È proprio questo deposito a dar vita alla caratteristica colorazione nera percepita dalla riva, anche se l’acqua resta particolarmente limpida (soprattutto nelle giornate luminose).
Il Črno jezero si estende per circa 50 ettari ed è considerato il lago più grande del Pohorje. Attorno si sviluppa una torbiera alta, un ambiente umido alimentato soprattutto dalle precipitazioni e caratterizzato dalla presenza di muschi in grado di trattenere grandi quantità d’acqua. Il paesaggio non è dunque soltanto una distesa forestale con uno specchio d’acqua, ma un mosaico ecologico particolarmente prezioso.
L’intero complesso è infatti protetto come riserva naturale e monumento naturale, con particolare attenzione all’ecosistema della torbiera e alla fauna che vive nelle zone umide.
La visita al lago, il percorso sulle passerelle e cosa vedere
L’itinerario più semplice parte dal Dom na Osankarici, rifugio situato a circa 1.192 metri di altitudine. Da lì, il sentiero segnalato procede verso ovest e raggiunge Črno jezero in circa 25-30 minuti, per una distanza di poco inferiore a 1 km. Il percorso è classificato facile, con un dislivello contenuto, e si presta a un’escursione breve anche per chi desidera trascorrere soltanto qualche ora in questo angolo di Slovenia.
All’inizio il tracciato si snoda nel bosco e supera alcuni tratti attrezzati con gradini di legno. Poi il terreno diventa più umido e il paesaggio assume un carattere quasi fiabesco. Le passerelle sovrastano la zona paludosa, consentendo di raggiungere il lago senza affrontare direttamente il suolo impregnato d’acqua.
La riva è il punto ideale per una sosta: alcune panchine permettono di osservare la superficie scura e i riflessi della vegetazione. In condizioni di bel tempo, il lago restituisce l’immagine delle chiome e del cielo, creando un effetto quasi speculare. L’esperienza può poi proseguire lungo i sentieri segnalati che collegano il lago ad altri punti del Pohorje.
Una possibilità conduce verso Trije kralji, località nota soprattutto per le attività escursionistiche e sciistiche. Il percorso si inerpica nel bosco e passa nei pressi della croce di Urška, prima di raggiungere l’area del comprensorio. Da lì si può arrivare alla chiesa dei Santi Re Magi, costruzione semplice all’esterno ma impreziosita da tre altari interni, dedicati ai Santi Re Magi, a San Francesco Saverio e a Santa Lucia.
Un’altra direzione porta verso la cascata Šumik, una delle attrazioni naturali del Pohorje. In questo caso l’attività diventa più lunga e richiede una pianificazione adeguata, soprattutto in presenza di terreno bagnato o condizioni meteorologiche variabili.
Nei pressi del Dom na Osankarici si trova anche un piccolo museo dedicato ai caduti del Battaglione del Pohorje, formazione partigiana che combatté durante la Seconda Guerra mondiale. A circa 30 minuti dal rifugio, nel bosco, c’è il luogo della battaglia presso i cosiddetti “3 chiodi”, legato allo scontro finale dell’inverno 1943.
Per le famiglie, il tratto tra Osankarica e Črno jezero comprende anche un percorso didattico nel bosco, con pannelli e punti informativi dedicati alla flora, alla fauna e agli ambienti naturali della zona.
Dove si trova e come arrivare
Črno jezero si trova nel Pohorje, massiccio boscoso della Slovenia nord-orientale, tra Osankarica e Veliki vrh, a circa 1.200 metri di altitudine. Il punto di accesso più comodo per la visita breve è il Dom na Osankarici, raggiungibile in auto da più direzioni. Da Maribor si può seguire il percorso verso Hoče e Areh, passando nei pressi della Ruška koča.
Da quel punto la strada prosegue su fondo sterrato e, dopo circa 6 km, si imbocca la deviazione segnalata per Osankarica. Il tragitto complessivo è di quasi 38 km. Un’alternativa da Maribor passa per Selnica ob Dravi, Ruše e Smolnik. In questo caso la strada sale attraverso il paesaggio forestale e raggiunge un bivio vicino al parcheggio per la cascata Šumik. Proseguendo e seguendo le indicazioni, si arriva a Osankarica dopo circa 5 km. La distanza complessiva è di più o meno 37 km.
Da Slovenska Bistrica, invece, il tragitto conduce verso il comprensorio di Trije kralji e poi al Dom na Osankarici, per una distanza di circa 22 km. Un’altra opzione parte direttamente da Trije kralji, con un itinerario a piedi di circa 4 km, della durata indicativa di 1 ora e con un dislivello più significativo rispetto al breve accesso da Osankarica.
Per chi desidera raggiungere il lago da Oplotnica, esiste anche un itinerario escursionistico più lungo, indicato in circa 9,2 km e 3 ore di percorrenza, con un dislivello vicino ai 954 metri. È una soluzione adatta a chi vuole trasformare la visita in una vera escursione nel paesaggio del Pohorje, anziché limitarsi alla passeggiata dalla struttura di Osankarica.
L’acqua del fiume Jadro scorre accanto a Solin, nella Dalmazia centrale, e accompagna una delle testimonianze archeologiche più importanti della Croazia. Solin è la città moderna, dove però c’è anche Salona, ovvero l’antico centro romano. Un tempo capitale della provincia romana di Dalmazia, Salona fu una delle città più importanti dell’Adriatico orientale. Oggi, tra mura monumentali, basiliche paleocristiane, necropoli e resti di edifici pubblici, il suo passato riaffiora a pochi chilometri da Spalato.
Romana nella struttura monumentale, paleocristiana per la ricchezza dei luoghi di culto, croata per le vicende legate alla monarchia medievale, Salona conserva tracce di epoche diverse all’interno dello stesso paesaggio. Le sue rovine comprendono l’anfiteatro, le terme, il foro, le porte cittadine e vaste necropoli, tra cui Manastirine, Kapljuč e Marusinac. Il sito è considerato il più grande parco archeologico del Paese e permette di osservare, attraverso edifici e frammenti, la trasformazione di un importante centro romano in un luogo fondamentale per la storia cristiana dell’Adriatico.
Mentre si passa tra vigneti, piccoli villaggi e pendii sempre più accidentati della Bulgaria, in lontananza compaiono le montagne del Pirin, mentre le forme pallide delle rocce iniziano a spuntare tra la vegetazione. A un certo punto, davanti agli occhi si apre una distesa di guglie color sabbia, alte e sottili, con pareti incise da solchi profondi. Sono le Piramidi di Melnik, una vasta formazione geologica che occupa circa 50 km² e comprende 3 gruppi principali, quelli di Melnik, Karlanovo e Rozhen.
Qui le rocce assumono profili che ricordano piramidi egizie, obelischi, minareti, creste alpine, funghi di pietra e persino guglie gotiche. Alcune sembrano architetture lasciate a metà da un gigantesco scalpellino, altre hanno una forma più morbida, con ciuffi d’erba sulle sommità e alberi raccolti alla base.
Melnik, il più piccolo centro urbano del Paese, aggiunge un secondo livello a questa esperienza: la cittadina appare stretta nella valle, circondata dalle formazioni rocciose e dalle pendici del Pirin.
Origine, formazione e leggende delle Piramidi di Rozhen
La storia delle piramidi inizia ben prima dell’arrivo dell’uomo su questo affascinante pianeta. Le formazioni sono costituite principalmente da materiali sedimentari, tra arenaria e argille, modellati per lunghissimo tempo dagli agenti atmosferici. Pioggia, vento e variazioni delle condizioni ambientali incidono progressivamente i versanti, asportando il materiale più fragile e lasciando in rilievo le parti maggiormente resistenti.
Il risultato è una morfologia in continua trasformazione. Un pendio uniforme può essere scavato fino a diventare una parete frastagliata; una cresta può assumere l’aspetto di una lama; una colonna di roccia può restare isolata mentre il terreno circostante viene lentamente consumato. La stessa erosione che costruisce l’immagine spettacolare del paesaggio, quindi, ne determina anche la fragilità.
Nel 1960 l’intero complesso delle Piramidi di Melnik è stato dichiarato monumento naturale. Le formazioni di Rozhen costituiscono una delle parti più suggestive di questo insieme, soprattutto per la varietà delle forme e per il rapporto diretto con il paesaggio rurale circostante.
Particolarmente impressionanti risultano anche le piramidi presso Karlanovo, con obelischi che raggiungono circa 100 metri di altezza e pareti molto ripide. A sud del villaggio di Rozhen compaiono invece grandi e piccoli rilievi che assumono spesso l’aspetto di giganteschi funghi di pietra.
Un luogo simile (manco a dirlo) sembra quasi chiedere una spiegazione fantastica. Non vi sorprenderà infatti sapere che attorno a questo tesoro della Bulgaria sono nate leggende legate alla loro origine: diversi racconti attribuiscono queste forme a giganti trasformati in pietra dopo una punizione divina. Non mancano storie che evocano un’antica alluvione, in grado di lasciare dietro di sé pareti e pinnacoli dopo il ritiro delle acque.
Guardando le guglie dal fondovalle, del resto, la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di quasi irreale arriva spontanea.
La visita tra guglie, sentieri e panorami
La visita acquista valore soprattutto lasciando per qualche ora il fondovalle e raggiungendo i punti panoramici sui versanti. I sentieri attraversano terreni modellati dall’erosione, con tratti ripidi e superfici che possono diventare scivolose. Servono scarpe adatte, quindi, ma anche un passo prudente (soprattutto dopo la pioggia).
La salita regala progressivamente una prospettiva diversa. Dal basso le piramidi appaiono come un insieme compatto di guglie; dall’alto si distinguono invece creste, gole, terrazze naturali e colonne isolate. E poi c’è la luce, che modifica parecchio la scena: nelle ore centrali prevalgono le tonalità chiare dell’arenaria, mentre verso sera le pareti assumono sfumature dorate, arancio e rossastre.
Le forme cambiano persino tra un punto panoramico e quello successivo, mentre la vegetazione introduce macchie verdi tra le superfici nude della roccia. In alcuni punti le sagome ricordano torri medievali; poco più avanti sembrano lame, cappelli o giganteschi funghi.
Il percorso escursionistico associato all’area di Melnik forma un itinerario di circa 6-8 km, con salite generalmente moderate e diversi punti panoramici. Un itinerario più ampio raggiunge anche il monastero di Rozhen, creando un collegamento particolarmente interessante tra natura e patrimonio storico.
La visita può quindi partire da Melnik, proseguire tra le piramidi e arrivare fino al villaggio di Rozhen. Lungo il tragitto compaiono anche testimonianze storiche disseminate nella valle, tra chiese, monasteri e resti della fortezza di Slavova, costruita originariamente durante il periodo bizantino.
A Rozhen merita una deviazione il monastero di Rozhen, uno dei luoghi storici più importanti dell’area. Il complesso sorge in posizione elevata e aggiunge un elemento architettonico a un panorama già dominato dalla pietra.
iStockIl particolare Monastero di Rozhen
Anche Melnik merita tempo: la città raggiunse una notevole importanza commerciale tra XVIII e XIX secolo, quando vino, legname e prodotti artigianali partivano verso mercati europei e ottomani. Le abitazioni tradizionali conservano ancora l’impronta di quella prosperità.
Dove si trovano e come arrivare
Le Piramidi di Rozhen si trovano nella Bulgaria sud-occidentale, presso l’omonimo villaggio, a breve distanza da Melnik, nella regione di Blagoevgrad. L’area appartiene al paesaggio del Pirin, una delle principali catene montuose del Paese. Da Sofia si percorre la direttrice internazionale verso Kulata, seguendo poi la deviazione indicata per Melnik.
L’ultimo tratto attraversa per circa 13 km un paesaggio rurale fatto di villaggi, fattorie e vigneti. Poco prima di Melnik, nei pressi di Lozenitsa, le prime grandi superfici chiare delle piramidi diventano già visibili. Melnik rappresenta la base più pratica per esplorare la zona, perché la cittadina dispone di collegamenti con Sofia e con centri più grandi della regione, tra cui Blagoevgrad, Sandanski e Petrich.
Per chi arriva in automobile, la strada permette di raggiungere direttamente l’area del villaggio e di organizzare la visita combinando piramidi, monastero e centro storico di Melnik. Dopo il tramonto il movimento diminuisce, la valle diventa silenziosa e le montagne cambiano colore.
È proprio allora che le Piramidi di Rozhen mostrano il loro carattere più particolare: di giorno sembrano una straordinaria anomalia geologica; alla sera diventano quasi una scenografia naturale, con guglie e creste che si stagliano contro il cielo del Pirin.
Gli on the road a tema enogastronomico sono sempre più richiesti e da nord a sud in Italia ci sono delle autentiche meraviglie da esplorare, ne è un esempio la Strada del Prosecco che nel territorio attorno a Treviso esalta la bollicina più apprezzata agli aperitivi… e non solo. Tra Conegliano e Valdobbiadene le colline incantano con degustazioni, ovviamente, castelli, borghi e sentieri da esplorare a piedi.
Il vino? Solo un punto di partenza: i filari salgono e scendono seguendo pendenze dolci, i campanili spuntano dominanti sulle vigne e si può restare stupiti nel vedere ancora mulini in attività. Lo sguardo si perde tra questi scorci che rappresentano le Colline del Prosecco riconosciute come Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Con un weekend di 3 o 4 giorni si scopre senza fretta alternando passeggiate, cantine, borghi e qualche sosta a tavola.
L’itinerario consigliato per 3 giorni
Provando a strutturare un itinerario di 3 giorni lungo la Strada del Prosecco da est verso ovest ecco come organizzare un weekend alla scoperta delle Colline:
Giorno 1. Da Conegliano. Follina. (Conegliano, San Pietro di Feletto, Refrontolo, Molinetto della Croda, Follina (circa 25 km percorsi);
Giorno 2. Follina, Cison di Valmarino, Rolle, Miane, Combai, Valdobbiadene (circa 35 km percorsi);
Giorno 3. Da Valdobbiadene si parte per San Pietro di Barbozza e Santo Stefano (circa 20 km percorsi), consigliamo di aggiungere Asolo all’itinerario ad anello (circa 20 km in più)
I borghi delle colline del Prosecco
Per un itinerario tra i borghi delle colline del Prosecco partite da Conegliano; oltre a essere una delle “capitali storiche del prosecco” ha un centro che ruota attorno alla Contrada Granda fiancheggiata da portici e palazzi.
Da Conegliano bastano pochi chilometri per cambiare completamente scenario. San Pietro di Feletto è una di quelle soste che rischiano di allungarsi più del previsto. La sua antica pieve conserva un notevole ciclo di affreschi e occupa una posizione panoramica, circondata da vigne e boschi. Nei dintorni si può raggiungere anche il Molinetto della Croda, a Refrontolo: un vecchio mulino costruito contro la roccia, accanto a un salto d’acqua. Piccolo, fotogenico, quasi nascosto.
Angelica Losi SiViaggiaLo scenografico Molinetto della Croda
Più a nord, Follina cambia ancora il registro. Il paese è legato da secoli alla lavorazione della lana e conserva uno dei monumenti religiosi più interessanti della zona, l’Abbazia di Santa Maria con un chiostro suggestivamente silenzioso che trasmette pace. Nei dintorni partono inoltre passeggiate che seguono il corso dei torrenti e attraversano un paesaggio sempre più vicino alle Prealpi.
Pochi minuti d’auto separano Follina da Cison di Valmarino. Qui vale la pena lasciare la macchina e continuare a piedi. Piazza Roma, le vecchie case, le stradine e i palazzi raccontano il lungo legame del paese con la famiglia Brandolini. La Via dell’Acqua segue il torrente Rujo tra ponticelli, piccole cascate e antichi manufatti: una parentesi verde perfetta tra una cantina e l’altra.
Una deviazione porta a Rolle, minuscola frazione immersa nei vigneti. Non serve un lungo elenco di monumenti. Il motivo per arrivare fin qui è il paesaggio stesso: poche case, una chiesa, le colline che si rincorrono tutt’intorno.
Sul versante occidentale, naturalmente, c’è Valdobbiadene. Il centro conserva un’impronta elegante, con il Duomo di Santa Maria Assunta, il campanile e alcuni edifici storici attorno a piazza Marconi. Ma basta allontanarsi di poco per entrare nel paesaggio del Cartizze.
Santo Stefano e San Pietro di Barbozza sono tappe quasi obbligate. Tra strade strette, ripidi vigneti e piccoli nuclei rurali si entra nel cuore di una viticoltura che qui deve fare i conti con pendenze importanti e lavorazioni spesso manuali. È anche la zona giusta per concedersi una passeggiata nell’Anello del Cartizze, meglio ancora prima di una degustazione.
Asolo non si trova perfettamente sulla Strada del Prosecco ma è uno dei borghi più scenografici della zona. Conosciuto con il soprannome di “città dei cento orizzonti” è da scoprire partendo proprio dalla Rocca, dal museo civico e ovviamente suggeriamo di ripercorrere le tappe che ricordano il talento di Eleonora Duse e Freya Stark.
iStockAsolo è un incanto
I castelli da visitare
Prima delle bollicine c’erano mura, torri, feudi e famiglie nobiliari. Il territorio conserva parecchie tracce di quel passato, anche se non tutte le fortezze sono arrivate intatte fino a noi. A Conegliano il castello domina ancora il centro dall’alto. Dell’antica struttura restano soprattutto la Torre della Guardia, oggi sede del Museo Civico, alcuni tratti delle fortificazioni e altri elementi del complesso originario.
Chi cerca qualcosa di più scenografico si dovrebbe fermare a Susegana dove il castello di San Salvatore racconta la storia della famiglia Collalto che oggi si occupa di degustazioni, produzione e vendita con un approccio green e rispettoso del territorio.
iStockLo scenografico castello di San Salvatore
A Vidor la fortezza medievale non esiste più nella sua forma originaria: venne distrutta nel XVI secolo. La memoria del castello, però, è rimasta nella storia locale e nelle rievocazioni del paese. La sagoma più inconfondibile resta però Castelbrando, sopra Cison di Valmarino. Fortezza, residenza nobiliare, dimora signorile: nei secoli il complesso ha cambiato volto più volte. Oggi ospita una struttura ricettiva, ma alcuni spazi sono accessibili ai visitatori.
La Strada del Prosecco
Non pensate alla Strada del Prosecco come a un percorso panoramico da percorrere dall’inizio alla fine; nata nel 1966 è stata la prima a essere riconosciuta in Italia. Percorrendola si toccano i borghi che abbiamo segnalato ma non è obbligatorio fermarsi ovunque, è un viaggio on the road totalmente personalizzabile. Le possibilità di deviazione sono continue. Ci sono i Laghi di Revine per chi vuole inserire una passeggiata nella natura, le vie d’acqua di Cison, gli itinerari attorno a Follina, il Molinetto della Croda e i sentieri che salgono verso le Prealpi.
I sapori da non perdere
Il protagonista è inevitabilmente il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, prodotto principalmente con uva Glera. Da una collina all’altra cambiano esposizione, altitudine e caratteristiche del terreno. Cambiano anche le interpretazioni dei produttori. Degustare il vino direttamente in cantina permette di incontrare versioni Brut, Extra Brut, Extra Dry e Dry e di capire quanto possano essere diverse tra loro.
Il territorio, però, non vive di sole bollicine. A Refrontolo si incontra il Refrontolo Passito, vino rosso da meditazione ottenuto da uve Marzemino. Un cambio di passo deciso dopo una giornata dedicata agli spumanti.
A tavola la cucina resta quella concreta della Trevigiana. Salumi e formaggi sono il modo più semplice per iniziare, magari durante una degustazione. Poi arrivano polenta e carni, risotti, paste fresche e piatti costruiti intorno ai prodotti stagionali. In autunno, a Combai, il protagonista è il Marrone di Combai IGP. Nei mesi più freddi entrano nei menu anche radicchio, zuppe e preparazioni più sostanziose. Tra le specialità della tradizione veneta non manca la sopressa, spesso servita con pane o polenta, mentre i formaggi raccontano già l’avvicinarsi delle Prealpi e delle malghe del Monte Cesen.
Angelica Losi SiViaggiaUn primo piatto gustoso di pasta fresca