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L’addio al nubilato di Camilla Sten, dove si trova l’isola che non esiste sulle mappe nel romanzo

Claustrofobico, adrenalinico e terrificante: il thriller perfetto deve avere queste tre caratteristiche. Proprio come nel caso di L’addio al nubilato di Camilla Sten, pubblicato da Fazi, un giallo che tiene con il fiato sospeso sin dalle primissime pagine e trascina i lettori su una sperduta isola Svedese dove un inquietante mistero del passato si somma a un terribile evento del presente.

La vacanza perfetta per chi ama questo genere di libri? Quella che ci porta in un’atmosfera simile, per vivere al cento per cento i brividi che regala la storia. Che è ambientata in un’isola dell’Arcipelago di Stoccolma e si dipana su due piani temporali diversi: 2012, quando quattro amiche spariscono nel nulla durante il loro consueto e annuale weekend fuori porta; 2022 quando sei amiche si ritrovano, forse proprio sulla stessa isola, per un addio al nubilato in un elegante resort. Solo che misteri ed eventi terrificanti sono pronti a travolgerle. Quattro isole dell’Arcipelago di Stoccolma nel Mar Baltico da raggiungere per leggere L’addio al nubilato di Camilla Sten nell’ambientazione giusta.

Isola di Moja

Viene citata nel romanzo come luogo da raggiungere, dall’isola protagonista della storia, per fare rifornimento di generi di prima necessità. È l’isola di Moja, una delle circa 24mila che vanno a comporre l’Arcipelago di Stoccolma, in Svezia. Natura sorprendente, tranquillità e un’ambientazione che fa venire voglia di vivere in maniera lenta, di assaporare lo spazio intorno a sé. Magari in compagnia di un libro impossibile da posare.

Quest’isola è perfetta per chi ama fare escursioni, in mare magari in kayak o con una barca a remi, oppure a terra. Da segnare nella to do list, ad esempio, c’è il Sentiero dell’Arcipelago di Stoccolma che si snoda per 270 km e attraversa 21 isole, ogni tappa si può raggiungere grazie ad appositi traghetti. Sull’isola non manca la possibilità di vivere esperienze culturali, infatti si tratta di un luogo dalla storia antica con musei e una chiesa. Berg è il villaggio più importante e ci regala un’immersione autentica nei paesaggi e nelle tipicità della Svezia.

Isola di Moja: tra le tappe mentre si legge L'addio al nubilato di Camilla Sten
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Isola di Moja, da visitare in compagnia dell’ultimo thriller di Camilla Sten

Isola Grinda

Luogo molto popolare per le vacanze, l’isola Grinda fa parte di una riserva naturale. Si trova a circa un’ora da Stoccolma ed è un vero e proprio paradiso da scoprire. Ci si può rilassare al sole o in una sauna, fare giri in kayak o sup, scoprire la natura immergendosi in foreste e prati, ammirare le scogliere che si gettano a picco nel mare. Un luogo che riporta a contatto con la natura, ma al tempo stesso con tutti i comfort che si possano desiderare.

Isola Örsö

Silenzio, natura e la sensazione di sentirsi immersi nell’immensità del mare: l’isola di Örsö si presenta così, come una gemma tutta da scoprire dell’Arcipelago di Stoccolma. Il posto più adatto se si cerca un’atmosfera perfetta per leggere L’addio al nubilato, per fare escursioni, per dedicarsi alla pesca e a delle belle nuotate. Si tratta di un’isola di piccole dimensioni (circa 1,2 chilometri quadrati) e con il punto più alto che raggiunge i 42 metri sul livello del mare. Un luogo da sogno!

Isola Sandhamn

Abbastanza distante da Stoccolma, l’isola di Sandhamn (così si chiama il suo porto principale, l’isola in realtà si chiama Sandö) è celebre anche per essere la location di una serie di romanzi crime a firma di Viveca Sten e perché uno dei protagonisti della serie cult di libri thriller Millenium, di Stieg Larsson, qui ha una casa dove si rifugia a scrivere. È un luogo davvero magico e dalla storia antica: basti pensare che pare fosse già nota nel XIII secolo. Perfetto per leggere romanzi gialli, ma anche per scoprire luoghi naturali di incredibile bellezza, fare delle belle nuotate, sport e conoscere da vicino la vita dell’isola.

Isola Sandhamn da visitare mentre si legge L'addio al nubilato di Camilla Sten
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Isola Sandhamn, tappa da raggiungere in compagnia del thriller di Camilla Sten

The Beauty, i luoghi reali della nuova serie con Ashton Kutcher e Bella Hadid

Creata da Ryan Murphy e Matt Hodgson, The Beauty è la nuova serie FX tratta dall’omonimo fumetto di Jeremy Haun e Jason A. Hurley disponibile dal 22 gennaio 2026 su Disney+. Al centro del racconto c’è un inquietante trattamento a trasmissione sessuale chiamato “The Beauty”, capace di rendere chi lo assume straordinariamente attraente, intervenendo sulla struttura genetica e sull’estetica del corpo.

Quella che inizialmente sembra una rivoluzione nel culto della bellezza si trasforma però rapidamente in un incubo, quando emergono effetti collaterali mortali che iniziano a mietere vittime e a distruggere vite. A indagare sul fenomeno sono i detective Drew Foster e Kara Vaughn, chiamati a fare luce su una catena di morti sospette che coinvolge modelle, personaggi pubblici e ambienti di potere.

L’indagine li porterà a scontrarsi non solo con la verità nascosta dietro il trattamento, ma anche con mercenari senza scrupoli e politici corrotti, in una spirale di violenza e body horror che mette a rischio le loro stesse vite.

La serie vanta un cast di primo piano, con Evan Peters, Anthony Ramos, Jeremy Pope, Ashton Kutcher e Rebecca Hall, e assume una dimensione internazionale grazie a un racconto che si muove tra diversi Paesi. Come ha affermato Pope in conferenza stampa a Roma “le location sono altri personaggi della storia, parlare di una serie sulla bellezza in una delle città considerate tra le più belle del mondo come Roma, credo sia perfetto. La città parla da sola“.

Dove è stata girata

Le riprese di The Beauty si sono svolte tra Stati Uniti ed Europa per portare sullo schermo un immaginario visivo globale e sofisticato. E già dai primi episodi appaiono fondamentali le location italiane, in particolare tra Roma e Venezia. “Abbiamo girato al Foro Romano e c’eravamo solo noi. Abbiamo girato in alcuni luoghi storici, tra i monumenti e ci hanno detto che in pochissimi lo avevano fatto prima” ha svelato Anthony Ramos durante la conferenza stampa a Roma.

Foro Romano
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Il Foro Romano

Le location italiane

La produzione ha trasformato Roma in un vero e proprio set a cielo aperto, utilizzando alcune delle sue strade e piazze più iconiche per girare sequenze fondamentali della serie. Tra le location più suggestive spicca la Fontana di Trevi, dove sono state realizzate alcune scene in esterni nel cuore della notte, sfruttando l’atmosfera unica del luogo lontano dalla folla. “Io ed Evan abbiamo avuto il piacere di vedere Fontana di Trevi deserta, chi altro può dirlo? Un’esperienza unica” ha detto Rebecca Hall.

Nel marzo 2025, le riprese si sono spostate anche in mare: per le scene ambientate su uno yacht con protagonista il personaggio interpretato da Ashton Kutcher è stata utilizzata la RMF yacht, sempre nelle acque del Lazio. Proprio Kutcher, parlando della sua esperienza sul set italiano, ha raccontato quanto il Paese lo abbia colpito: ha descritto l’Italia come un luogo travolgente, dove ogni angolo racconta secoli di storia.

Un contrasto evidente con la giovane età degli Stati Uniti, reso ancora più affascinante dall’architettura, dalla moda e dall’influenza culturale che continua a plasmare il presente. Un ruolo centrale nelle riprese italiane lo ha avuto anche Venezia con le sue calle strette, i canali e i ponti che fanno da sfondo a diverse sequenze chiave della serie, contribuendo a costruire un’atmosfera elegante e inquietante allo stesso tempo.

Venezia
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Un canale di Venezia

New York

Una parte consistente di The Beauty è stata girata a New York City, all’estremità meridionale dello Stato di New York. La produzione ha trasformato la Grande Mela in uno dei set principali della serie, occupando strade e quartieri diversi per realizzare molte delle sequenze chiave, sia in interni che in esterni.

Nel corso degli episodi compaiano luoghi iconici come il Brooklyn Bridge, la Statua della Libertà, Times Square, Central Park e altri scorci immediatamente riconoscibili. Alcune sequenze di The Beauty, la serie che vede Ashton Kutcher tra i protagonisti, sono state girate anche a Orangetown, nello Stato di New York.

Alla fine di gennaio 2025, cast e troupe sono stati avvistati durante le riprese di scene importanti tra le strade e le aree circostanti Pearl River, una piccola località della zona. La vicinanza con il fiume Hudson rende plausibile che il paesaggio fluviale compaia sullo sfondo di diverse scene in esterni, contribuendo a creare un’atmosfera suggestiva e coerente con i toni della serie.

Brooklyn Bridge
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Brooklyn Bridge

Parigi

Per completare il suo respiro internazionale, la produzione si è spinta fino a Parigi, capitale della Francia e scenario ideale per alcune sequenze.

Nelle scene di apertura e di ambientazione, lo sguardo dello spettatore viene accompagnato tra alcuni dei luoghi più iconici della Ville Lumière: dalla Tour Eiffel all’Arc de Triomphe, passando per il Louvre, il Palais Garnier e il Panthéon, elementi che contribuiscono a rafforzare l’eleganza e il contrasto visivo della serie.

I luoghi di Marty Supreme, il nuovo film con Timothée Chalamet

Marty Supreme, diretto da Josh Safdie, è un film dal ritmo incalzante e dall’energia contagiosa, capace di mescolare ironia, tensione e slanci emotivi in un racconto travolgente. Al centro, un Timothée Chalamet in stato di grazia offre una prova intensa e carismatica, affiancato da un cast di primo piano che comprende Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion e Tyler “The Creator” Okonma. Gran parte del suo fascino passa anche dalle location, scelte con grande attenzione per restituire l’anima di un’epoca e di una città in continuo fermento.

Di cosa parla

Marty Mauser è un giovane senza un soldo ma con un’idea fissa che gli occupa ogni pensiero: il ping pong. Convinto di essere nato per lasciare il segno, attraversa il mondo partendo dalla New York degli anni Cinquanta e spingendosi fino al Cairo, a Tokyo e Parigi, inseguendo il successo con ostinazione e incoscienza. Il suo percorso è fatto di azzardi, imbrogli, scommesse rischiose e relazioni pericolose, in un continuo equilibrio tra caduta e riscatto.

Marty Supreme New York
Ufficio stampa I Wonder
Le riprese di Marty Supreme a New York

Dove è stato girato

La maggior parte di Marty Supreme è stata girata a New York City, con particolare attenzione a Lower Manhattan, trasformata per evocare l’atmosfera degli anni Cinquanta. Il primo assaggio è arrivato già nell’ottobre 2024, quando alcuni passanti hanno notato Timothée Chalamet correre lungo una strada del Lower East Side durante le riprese. Il film si apre proprio qui, all’interno del negozio di scarpe Norkin’s su Orchard Street, dove Marty lavora all’inizio della storia, e l’intero primo atto è profondamente legato a questo quartiere.

Negli anni Cinquanta, il Lower East Side era uno dei cuori pulsanti della comunità ebraico-americana di New York. Oggi l’area è profondamente cambiata, ma la produzione ha condotto un meticoloso lavoro di ricerca storica per restituirne l’aspetto originale. Il team scenografico ha studiato fotografie, archivi e testimonianze per ricreare un quartiere animato dal commercio di prossimità e dalla vita di strada.

Anche gli appartamenti popolari di Marty e Rachel sono stati interamente ricostruiti in studio. Le vere tenement house di New York, infatti, sono state ammodernate nel tempo per adeguarsi alle normative edilizie, rendendo impossibile utilizzarle per una ricostruzione fedele. Per questo motivo, l’intero reparto scenografico ha visitato il Tenement Museum, studiando da vicino un appartamento conservato del 1938.

Lower East Side New York
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Il Lower East Side di New York

New York o Londra?

Racimolati a fatica i soldi per il biglietto aereo, Marty affronta il suo primo viaggio oltreoceano per partecipare ai campionati di ping pong a Londra. Le sequenze ambientate al leggendario Wembley Stadium restituiscono l’idea di un palcoscenico imponente, degno delle ambizioni smisurate del protagonista.

In realtà, nessuna di queste scene è stata girata nel Regno Unito. Il “Wembley” del film è stato ricreato negli Stati Uniti, all’interno della Meadowlands Arena nel New Jersey, trasformata per l’occasione in un’enorme arena sportiva. Per rendere credibile lo spazio, la produzione ha costruito un gigantesco pavimento in legno, utilizzando centinaia di pannelli di compensato e allestendo decine di tavoli da ping pong.

La tappa londinese è anche il momento in cui Marty si introduce con arroganza nella buona società, riuscendo con la sua solita faccia tosta a ottenere una stanza al Ritz e incontrando per la prima volta l’enigmatica ed elegante Kay Stone, interpretata da Gwyneth Paltrow. La celebre scena in cui Marty monopolizza la conversazione con due giornalisti sportivi britannici, lanciandosi in commenti politicamente scorretti sui suoi avversari, è stata in realtà girata al Plaza Hotel di New York, che ha prestato i suoi interni raffinati per sostituire l’hotel londinese.

Quando Kay Stone viene poi mostrata a cena con il marito Milton Rockwell (Kevin O’Leary), la produzione si è spostata in un’altra location newyorkese di grande eleganza: la Columbus Citizens Foundation, sempre a Manhattan, utilizzata per ricreare l’atmosfera esclusiva del ristorante dell’hotel.

Il Morosco Theatre

Kay Stone torna in scena negli Stati Uniti all’interno del leggendario Morosco Theatre, nel cuore del Theatre District di Midtown, dove la vediamo impegnata nelle prove di uno spettacolo teatrale accanto a un collega che trova particolarmente irritante. È qui che Marty, osservando dalle quinte, non resiste alla tentazione di intervenire con i suoi consigli non richiesti, in perfetta sintonia con il suo carattere invadente.

Il vero Morosco Theatre, uno dei teatri storici di Broadway, fu demolito nel 1982 per fare spazio all’attuale Marriott Marquis Hotel, un evento che all’epoca scatenò proteste e forti reazioni emotive tra appassionati e addetti ai lavori. Proprio per l’impossibilità di girare all’interno di un teatro attivo di Midtown, la produzione ha scelto di ricostruire gli interni in un teatro del New Jersey. Solo alcune riprese esterne sono state effettuate rapidamente davanti a un teatro della 42ª strada, sfruttando una breve finestra di tempo per catturare l’atmosfera della Broadway di un tempo.

L’appartamento dei Rockwell

Dopo un incontro segreto a Central Park tra Marty e Kay, che sfocia in un momento di passione incontrollata, il protagonista riesce a intrufolarsi nell’imponente appartamento di Kay e Milton Rockwell durante un ricevimento mondano. L’edificio si trova a pochi passi dal Metropolitan Museum of Art. Le scene sono state girate nell’Upper East Side, appena fuori Fifth Avenue, all’interno di una storica abitazione costruita nel XIX secolo da Frank W. Woolworth, l’imprenditore statunitense.

L’edificio faceva parte di un complesso di tre residenze realizzate per le sue figlie. Oggi l’appartamento non è abitato stabilmente, ma la produzione ha potuto utilizzare parte degli arredi e delle opere d’arte originali, contribuendo a rendere la scena ancora più autentica.

Metropolitan Museum of Art
iStock
Metropolitan Museum of Art

Tokyo

Dopo una serie di ostacoli e umiliazioni, Marty riesce finalmente a convincere Rockwell a portarlo con sé in Giappone, dove l’industriale sta promuovendo il suo business durante un evento di ping pong. Se inizialmente la produzione aveva valutato di ricreare il Giappone a New York, la scelta finale è stata quella di girare direttamente sul posto, anche per la difficoltà di trovare un numero sufficiente di comparse giapponesi negli Stati Uniti.

Le riprese dell’incontro dimostrativo si sono svolte per circa una settimana nei dintorni di Tokyo, con il supporto di un reparto scenografico locale che ha curato ogni dettaglio visivo: dalla grafica agli allestimenti floreali del parco in cui è stata ambientata la competizione. Il risultato è una sequenza che restituisce autenticità e respiro internazionale al viaggio di Marty, rafforzando il senso di un percorso ormai proiettato oltre i confini americani.

Amadeus, tutte le location storiche (reali) della serie Tv su Sky

La nuova serie Sky Original Amadeus racconta l’ascesa folgorante e il declino leggendario di uno dei più grandi compositori di tutti i tempi. Cinque episodi per ripercorrere la vita di Wolfgang “Amadeus” Mozart, genio ribelle del XVIII secolo, virtuoso indomabile e autentica rockstar ante litteram.

La serie è dal 23 dicembre in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW, rinnovando il mito già reso celebre dal capolavoro cinematografico di Miloš Forman e dall’omonima opera teatrale di Peter Shaffer, qui reinterpretata con uno sguardo audace e contemporaneo da Joe Barton.

Di cosa parla

Questa versione di Amadeus rilegge la leggenda del tormentato rapporto tra Mozart, interpretato da Will Sharpe e Antonio Salieri, a cui presta il volto Paul Bettany. Al centro del racconto c’è la nascita di un talento straordinario e la sua lenta rovina, alimentata dall’invidia e dall’ossessione del compositore di corte, uomo profondamente devoto che interpreta il genio di Mozart come una crudele provocazione divina. Accanto a loro, Gabrielle Creevy è Constanze Weber, moglie di Mozart, figura fondamentale nella sua vita privata e artistica.

Quando il venticinquenne Amadeus approda nella Vienna del Settecento, non è più il bambino prodigio osannato dalle corti europee, ma un giovane artista in cerca di indipendenza e libertà creativa. Il suo destino si intreccia con quello di Constanze, compagna tenace e leale, e con Salieri, musicista affermato e fedele servitore dell’imperatore. Mentre Mozart continua a creare musica rivoluzionaria, combattendo contro i propri eccessi, le convenzioni sociali e l’ostilità di una corte conservatrice, Salieri sprofonda in una spirale di gelosia e fanatismo.

Quella che nasce come competizione professionale diventa una guerra interiore lunga trent’anni, fino a una confessione sconvolgente e al disperato tentativo di Salieri di legare per sempre il proprio nome all’immortalità di Mozart.

Amadeus Sky
Ufficio stampa Sky
Amadeus su Sky

Dove è stata girata

A rendere ancora più immersiva la serie sono le location, che ricostruiscono con grande cura l’Europa musicale del Settecento: palazzi imperiali, teatri d’opera, strade brulicanti e interni sontuosi fanno da sfondo alla vicenda, restituendo il fascino e le contraddizioni della Vienna dell’epoca. Luoghi che non sono solo scenari, ma veri protagonisti visivi, capaci di amplificare il conflitto, la grandezza e la caduta di un genio destinato all’eternità.

Ambientata in modo convincente nella Vienna del XVIII secolo, Amadeus potrebbe sorprenderti sapendo che in realtà è stata girata a Budapest e nei suoi dintorni, capitale della vicina Ungheria, entrambe collegate dal fiume Danubio. Il film originale, invece, era stato girato a Praga.

Palazzo Ráday di Pécel

La casa di Salieri è reale ed è «un palazzo piuttosto decadente, a circa 40 minuti da Budapest, in campagna», racconta il regista. Si tratta del Palazzo Ráday di Pécel, che viene gradualmente restaurato dopo un grande incendio avvenuto nel 1825. Vederlo di persona inizialmente preoccupò la scenografa, ma alla fine si è rivelato uno dei suoi luoghi preferiti.

Metropolitan Ervin Szabó Library

La Biblioteca Metropolitana Ervin Szabó occupa uno spettacolare palazzo storico nel centro di Budapest. Le sue imponenti sale di lettura e gli interni riccamente decorati l’hanno resa da tempo una location molto richiesta per le produzioni in costume.

Per Amadeus, alcune aree della biblioteca sono state trasformate sullo schermo in una sala da ballo e in un salone del XVIII secolo, utilizzate per le scene che raffigurano riunioni di corte e ricevimenti pubblici. L’edificio nacque infatti come residenza nobiliare e solo in seguito è diventato sede della biblioteca: i soffitti intagliati e le grandi finestre conferiscono agli ambienti la giusta monumentalità e solennità, perfette per ospitare balli formali e scene di rappresentanza.

Metropolitan Ervin Szabó Library
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Metropolitan Ervin Szabó Library

Il castello di Vajdahunyad

Il Castello di Vajdahunyad si trova nel City Park (Városliget) e ospita il Museo dell’Agricoltura Ungherese. Affacciato su un lago nel Parco della Città, l’edificio è un affascinante collage di stili architettonici romanico, gotico, rinascimentale e barocco, con torri, arcate e un suggestivo cortile decorativo.

Nella serie Amadeus il castello è stato utilizzato per diverse riprese in esterni che richiedevano facciate solenni, corti interne e giardini formali. In particolare, la festa in cui Salieri sente Mozart suonare per la prima volta è stata girata proprio qui, sfruttando l’atmosfera romantica e scenografica del complesso. La ricchezza visiva del sito lo ha reso una location ideale per rappresentare residenze aristocratiche ed esterni di palazzi, offrendo un convincente sostituto di dimore nobiliari d’epoca.

Il castello di Vajdahunyad
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Il castello di Vajdahunyad

Palazzo Esterházy di Fertőd

Nel XVIII secolo, mentre Mozart viveva in Austria, l’Ungheria attraversava un periodo di fioritura nella costruzione di palazzi, favorita da una stabilità politica senza precedenti. Oggi il Paese conta circa 2.000 residenze signorili, di cui 700 tutelate come patrimonio storico, e alcune di queste hanno fatto da scenografia naturale per Amadeus.

Il fulcro delle riprese è stato il palazzo dell’imperatore Giuseppe, realizzato nel maestoso Palazzo Esterházy di Fertőd, a due ore da Budapest e al confine con l’Austria. Con le sue 126 stanze, si tratta della più grande costruzione rococò dell’Ungheria, spesso soprannominata la “Versailles ungherese”. Interessante notare che il palazzo ospitò un altro celebre compositore: Joseph Haydn, che vi risiedette con la sua orchestra dal 1766 al 1790.

La troupe ha apportato pochissime modifiche, limitandosi a renderlo più simile a un palazzo realmente abitato: le impalcature visibili richiamano la mania dell’imperatore per le continue ristrutturazioni, mentre i giardini sono stati valorizzati e perfezionati attraverso effetti visivi in post-produzione.

Basilica di Santo Stefano

La Basilica di Santo Stefano è una delle chiese più importanti e riconoscibili di Budapest. La sua grande cupola di impronta classica, la navata imponente e gli interni riccamente decorati rispondono perfettamente all’idea di uno spazio religioso e cerimoniale adatto a una storia incentrata sui compositori di corte.

La produzione ha girato qui le scene che richiedevano un interno ecclesiastico di ampie dimensioni e un’ambientazione solenne e formale. Grazie alla sua scala monumentale e alla ricchezza delle decorazioni, la basilica si presta in modo naturale alle sequenze dedicate alle cerimonie pubbliche e ai momenti chiave legati alla dimensione religiosa del racconto.

Basilica di Santo Stefano
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Basilica di Santo Stefano

Teatro dell’Opera di Budapest

Secondo i report e i materiali di produzione in anteprima, la troupe ha lavorato anche all’interno e nei dintorni del Teatro dell’Opera di Budapest e di altri grandi spazi di Budapest per girare le sequenze dedicate a sale da concerto e musica di corte. Queste location hanno offerto alla produzione l’autenticità dell’architettura di un teatro d’opera e prospettive dal lato del palco, contribuendo a rendere credibile e vibrante la vita musicale mostrata nella serie.

Le location de La Corazzata Potëmkin, il film che ha fatto la storia del cinema

Il capolavoro muto di Sergej Eisenstein, che compie 100 anni il 21 dicembre 2025, offre una ricostruzione romanzata della rivolta rivoluzionaria del 1905 nel porto del Mar Nero di Odessa. La prima proiezione de La Corazzata Potëmkin ebbe luogo il 21 dicembre 1925, durante una cerimonia ufficiale al Teatro Bol’šoj dedicata all’anniversario della rivoluzione del 1905. L’anteprima pubblica si tenne invece a Mosca il 18 gennaio 1926, nel Primo Goskinoteatr, oggi noto come cinema Khudozhestvenny.

La celebre scena sulla scalinata è una delle sequenze più innovative della storia del cinema e, con ogni probabilità, seconda solo alla scena della doccia di Psycho come immagine cinematografica più citata di sempre. In Italia questo capolavoro muto è diventato celebre anche per l’indimenticabile citazione di Paolo Villaggio nel Secondo Tragico Fantozzi.

Di cosa parla il film?

Dopo la sconfitta della Russia nella guerra contro il Giappone, nel 1905, il malcontento serpeggia tra i marinai della Flotta del Mar Nero. Costretti a nutrirsi di carne infestata dai vermi, alcuni di loro si ribellano sotto la guida di Matjušenko e Vakulinčuk. Il capitano Golikov affronta apertamente l’ammutinamento sul ponte e ordina l’esecuzione dei ribelli. Il plotone d’esecuzione, tuttavia, rifiuta di sparare contro i propri compagni, coperti collettivamente da un telone.

Nella confusione che segue, gli ufficiali vengono uccisi o gettati in mare. Il compagno Vakulinčuk viene colpito a morte e il suo corpo viene esposto sul molo, dove gli abitanti di Odessa, solidali con la causa dei marinai, accorrono per rendergli omaggio e dimostrare il loro sostegno rifornendo la Potëmkin delle provviste mancanti.

Improvvisamente compaiono i soldati sulla scalinata e ha inizio il vero massacro. In risposta, la nave apre il fuoco contro il Teatro di Odessa, sede del comando militare. Intanto la squadra navale del Mar Nero si avvicina e la Potëmkin si prepara allo scontro finale. Ma lo scontro non avviene: gli equipaggi delle altre navi fraternizzano con i ribelli. La bandiera rossa viene issata, e in un’ondata di entusiasmo collettivo e solidarietà rivoluzionaria, la Potëmkin avanza verso un futuro luminoso.

La corazzata Potemkin
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La corazzata Potemkin

Dove è stato girato?

Le riprese iniziarono il 31 marzo 1925. Eisenstein cominciò a girare a Leningrado, dove riuscì a filmare la sequenza dello sciopero ferroviario, le riprese notturne della città e la repressione in via Sadovaja. Il peggioramento delle condizioni meteorologiche, con una fitta nebbia, interruppe però il lavoro. Nel frattempo, il regista dovette affrontare anche forti pressioni sui tempi: il film doveva essere completato entro la fine dell’anno, nonostante la sceneggiatura fosse stata approvata solo il 4 giugno.

porto Odessa
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Il porto di Odessa

Il film fu girato a Odessa, che all’epoca rappresentava un importante centro di produzione cinematografica e offriva la possibilità di reperire una nave da guerra adatta alle riprese.  Odessa è una piacevole località balneare ucraina situata sulla costa settentrionale del Mar Nero, anche se la crescente industrializzazione dell’area sta purtroppo contribuendo a un progressivo inquinamento delle acque.

Oggi ufficialmente conosciuta come Scalinata Primorsky – in origine Scalinata Richelieu, dal nome del primo governatore della città, il duca di Richelieu, la cui statua domina la sommità – fu costruita tra il 1837 e il 1841. La sua struttura prospettica è particolarmente ingegnosa: larga 21 metri alla base e solo 13 in cima, è progettata per apparire ancora più monumentale se osservata dal basso.

scalinata Odessa
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La Scalinata di Odessa

La scalinata collega gli eleganti edifici ottocenteschi del Primorsky Bulvar (Viale Primorsky) alla trafficata ulitsa Suvorova lungo il lungomare. Per chi non se la sente di affrontare i gradini, oggi è disponibile una funicolare che corre accanto alla scalinata, anche se, a quanto pare, non ha ancora avuto l’onore di comparire in un film.
Odessa dista circa due ore di volo da Mosca, oppure ventiquattro ore di viaggio in treno espresso.

Le sequenze dell’ammutinamento vennero realizzate a bordo della corazzata Dodici Apostoli e della Comintern, dal momento che la vera Potëmkin era ormai in condizioni troppo precarie per essere impiegata nelle riprese. Lavorare sulla prima nave si rivelò un’esperienza tutt’altro che semplice: all’epoca, infatti, era utilizzata come deposito di mine sottomarine. Per rafforzare l’illusione scenica, la nave venne ormeggiata con la prua rivolta verso il largo, così da simulare una posizione distante dalla costa. I bozzetti e i disegni d’epoca confermano inoltre che l’imbarcazione fu adattata per riprodurre fedelmente l’aspetto della Potëmkin originale.

Scopri i luoghi di Una moglie bellissima, il film di Leonardo Pieraccioni

Nel 2007, più precisamente nel mese di dicembre, pronto a riempire le sale nel periodo natalizio, usciva un divertente progetto di Leonardo Pieraccioni dal titolo Una moglie bellissima. Commedia di appena 96 minuti, scritta, diretta e interpretata dall’artista toscano che come al solito, mette in scena la sua brillante dote comica con quel tocco di profondo romanticismo misto a una sorta di malinconia.

Capace di regalare al cinema italiano film sempre delicati e memorabili, Pieraccioni emerge ancora una volta distanziandosi dalla commedia più banale. Tra i brani iconici della nostra tradizione come Attenti al lupo, Sarà perché ti amo e Perdere l’amore, questo piacevole viaggio cinematografico ci porta in luoghi del tutto nostrani e, come spesso accade, molto cari al regista.

Di cosa parla il film

In un tranquillo borgo della Toscana vive Mariano (Leonardo Pieraccioni), felicemente sposato da dieci anni con Miranda (Laura Torrisi), sua moglie, che lo ama profondamente. I due condividono tutto, compreso il lavoro: gestiscono insieme un banco di frutta e verdura al mercato, sognando di racimolare abbastanza soldi per aprire finalmente un negozio tutto loro.

La loro quotidianità scorre serena e senza scossoni, almeno fino all’arrivo in paese di Andrea (Gabriel Garko), un carismatico fotografo. Colpito dall’avvenenza di Miranda, l’uomo le propone di posare senza veli per un calendario destinato a una rivista molto conosciuta. Dopo qualche esitazione e con il consenso di Mariano, Miranda accetta, vedendo in quell’occasione una possibilità concreta per realizzare il sogno del negozio.

Il calendario diventa un successo clamoroso e Miranda, da semplice fruttivendola, si ritrova catapultata sotto i riflettori, diventando una celebrità. Andrea, approfittando del momento e della sua influenza, riesce a conquistarla. Miranda, travolta dalla novità e dall’attenzione, finisce per lasciare Mariano, che resta solo e con il cuore a pezzi. Ma il tempo rivelerà a Miranda il vero volto del fotografo affascinante, e le sue illusioni cominceranno a sgretolarsi.

Anghiari Arezzo
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Anghiari Arezzo

Dove è stato girato

Come accade spesso nei film di Leonardo Pieraccioni, anche Una moglie bellissima è stato girato, almeno in parte, nella sua amata Toscana. Questa regione non rappresenta soltanto le sue origini, ma è anche una costante fonte di ispirazione per il suo modo di fare cinema, tra comicità e racconto popolare.

Il legame tra Pieraccioni e la Toscana è evidente: nei suoi film ritroviamo sempre le atmosfere familiari della provincia, i dialetti locali, i personaggi tipici e le tradizioni della sua terra. Ogni scorcio toscano diventa sfondo e, spesso, vero e proprio protagonista: dai piccoli borghi immersi nel verde alle campagne tranquille, dai bar di paese ai mercati rionali. I suoi personaggi, inoltre, incarnano perfettamente lo spirito toscano, sono ironici e sognatori, a volte un po’ ingenui, ma sempre autentici.

Anghiari, Arezzo

Il banco di frutta e verdura dove lavorano Mariano e Miranda, i protagonisti del film, si trova in Piazza Baldaccio, nel cuore di Anghiari, pittoresco borgo in provincia di Arezzo. Sempre ad Anghiari si riconoscono anche altri luoghi chiave del film: il teatro dove si tengono le prove dello spettacolo Grease e Piazza IV Novembre, che fa da scenografia alla rappresentazione finale.

Arroccato su una collina che si affaccia sulla Valle del Tevere, Anghiari regala panorami mozzafiato, soprattutto al tramonto. Il suo centro storico, perfettamente conservato, è uno degli esempi più autentici di borgo medievale italiano.

Molo di Livorno

Tra le scene più intense e significative del film spicca quella ambientata al molo di Livorno, dove Mariano e Miranda si ritrovano in un momento di confronto intimo. Qui, i due protagonisti si aprono l’uno all’altra, rivelando quanto profondo sia il legame che li unisce, nonostante le difficoltà che stanno vivendo.

È una scena che segna un punto di svolta emotivo nella storia, e la presenza del mare (elemento ricorrente nel cinema di Pieraccioni) assume un valore simbolico: rappresenta il cambiamento, il bivio tra partire e restare, tra lasciarsi andare e ritrovare se stessi.

In questo contesto, il molo diventa più di un semplice sfondo: è una linea di confine tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere, tra i sogni che tentano di fuggire e le radici che spingono a restare. Il molo di Livorno, con la sua passeggiata affacciata sul mare e lo skyline del porto alle spalle, è uno degli angoli più suggestivi della città, capace di trasformarsi in luogo dell’anima.

Livorno
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Livorno

Selci, frazione di San Giustino, Perugia

Tra le scene più riconoscibili e spassose di Una moglie bellissima c’è senza dubbio quella ambientata al passaggio a livello. La sequenza è stata girata a Selci, una piccola frazione del comune di San Giustino, in provincia di Perugia, a due passi dal confine toscano e a pochissimi chilometri da Anghiari.

Questa scena è diventata particolarmente memorabile perché racchiude tutti gli ingredienti classici del cinema di Pieraccioni: ironia leggera, situazioni surreali e un tocco di tenerezza. Protagonisti sono ancora Mariano e Miranda, colti in un momento centrale della loro vicenda sentimentale, proprio mentre il passaggio a livello si chiude davanti a loro.

Una situazione quotidiana che, grazie alla regia di Pieraccioni, si trasforma in una gag esagerata, quasi grottesca, ma profondamente umana. È proprio in questo tipo di comicità, semplice ma efficace, che si ritrova la cifra distintiva del suo stile.

Studi di Cinecittà

Oltre alle numerose location toscane e umbre, alcune sequenze del film sono state girate negli storici Studi di Cinecittà. Conosciuti anche come “la Hollywood sul Tevere“, per via del loro ruolo chiave nel panorama cinematografico internazionale del Novecento, gli studi rappresentano una vera e propria icona del cinema italiano.

Situato a Roma, lungo la via Tuscolana, il complesso fu inaugurato nel 1937 e ospita ancora oggi sia produzioni cinematografiche che televisive. Cinecittà continua a essere un punto di riferimento fondamentale per il cinema italiano, oltre a essere uno degli studi più grandi e attrezzati d’Europa.

Troppi turisti sulle Dolomiti, la provocazione: rinunciare al marchio UNESCO

Le Dolomiti, patrimonio naturale di straordinaria bellezza e riconosciute dall’UNESCO come sito patrimonio dell’Umanità, si trovano oggi a dover affrontare un problema sempre più urgente: l’overtourism. Non solo città d’arte o località di mare, ma anche le montagne stanno pagando il prezzo di flussi turistici eccessivi, soprattutto durante i periodi di alta stagione.

Le proposte istituzionali

L’idea avanzata dal governatore del Veneto Luca Zaia è quella di stabilire un limite massimo di turisti sulle Dolomiti, accompagnato da un sistema di prenotazione obbligatoria per regolamentare l’accesso e ridurre così la pressione sulle aree più fragili. Ma mentre questa proposta si sta facendo strada, c’è chi spinge per soluzioni ancora più radicali.

Il Comitato per la salvaguardia dei Passi Dolomitici, rappresentato da Osvaldo Finazzer, ha infatti lanciato una provocazione netta: rinunciare al riconoscimento UNESCO. Secondo Finazzer, la fama legata a questo prestigioso riconoscimento ha finito per attirare un turismo di massa che danneggia l’ecosistema e l’identità culturale delle montagne, trasformando le Dolomiti in una “cartolina da vendere” più che in un territorio da vivere e preservare. «Vogliamo costruire un’economia turistica di qualità — sottolinea — con servizi all’altezza, un turismo che conosca e rispetti la cultura e la natura dei luoghi» ha detto.

Di tutt’altro avviso è la Regione, che non intende rinunciare all’UNESCO. L’assessore regionale al Turismo, Federico Caner, spiega che il problema nasce dalla concentrazione dei flussi turistici in determinati periodi, in particolare i week end di luglio e agosto. La soluzione, spiega, non è vietare l’accesso, ma gestire i flussi con un sistema di contingentamento, simile a quanto avviene in città affollate come Venezia.

Nel dibattito si inserisce anche Mattia Gottardi, assessore provinciale di Trento alle Aree protette e membro del consiglio della Fondazione Dolomiti UNESCO, che critica le semplificazioni di Finazzer definendole paradossali e controproducenti. Tuttavia, il tema di introdurre un ticket d’ingresso o un numero chiuso, un tempo tabù, oggi viene preso in considerazione anche da albergatori e operatori del settore turistico, come il Comitato per la salvaguardia dei Passi Dolomitici, che rappresenta una quarantina di imprenditori locali.

Dolomiti
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In bici sulle Dolomiti

Tra le proposte più concrete c’è quella di potenziare la rete degli impianti a fune, considerata da Caner una soluzione sostenibile per ridurre il traffico di auto e limitare così l’inquinamento e il sovraffollamento sulle strade. Un progetto particolarmente discusso riguarda il collegamento tra Civetta e Giau, che permetterebbe di raggiungere Cortina partendo da altre località senza usare l’auto, agevolando anche una futura regolamentazione dei flussi.

Non mancano però posizioni contrarie, come quella di Walter De Cassan, presidente della Federalberghi Belluno, che si dissocia dall’idea di rinunciare all’UNESCO, definendo un insulto affermare che il riconoscimento abbia portato solo danni. Inoltre, De Cassan sottolinea che il problema dell’overtourism è forse sovradimensionato, visto che l’occupazione media delle camere durante l’anno è attorno al 40-50%.

Sandra Ruatti, presidente dell’Associazione Albergatori di Cortina, conferma invece un cambiamento nelle modalità di fruizione turistica: i visitatori prediligono soggiorni brevi e intensivi, soprattutto weekend o escursioni giornaliere, e questo comporta un turnover molto rapido e una pressione costante sulle infrastrutture. Ruatti evidenzia anche come riconoscimenti come quello UNESCO e grandi eventi, come le Olimpiadi invernali, aumentino la notorietà e l’attrattiva delle località alpine, ma è la maggiore mobilità di oggi a generare un incremento continuo dei flussi.

A chiudere il quadro è Gildo Trevisan, presidente del Consorzio Cadore, che riassume la situazione con una frase efficace: «Il successo turistico delle Dolomiti è strepitoso, ma mancano le infrastrutture adeguate per gestirlo».

montagna
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Le montagne Dolomiti

Tecnologia e sostenibilità: la nuova frontiera

Oltre alle proposte di regolamentazione e infrastrutture, un’importante novità arriva dalla tecnologia: nasce “Skadii Flow”, un sistema basato sull’intelligenza artificiale ideato dall’azienda altoatesina Skadii, che permette di monitorare in tempo reale i flussi turistici tramite videocamere installate su impianti di risalita, parcheggi, sentieri e centri storici.

Questo sistema innovativo, già utilizzato con successo in alcune stazioni sciistiche e ora adottato da destinazioni come Vipiteno, è capace di contare con precisione il numero di visitatori e di distinguere tra diversi tipi di utenti, come escursionisti e bikers, garantendo al contempo il rispetto della privacy grazie all completo anonimato.

Grazie a “Skadii Flow” le località possono ricevere informazioni dettagliate sull’affollamento e il comportamento dei turisti, permettendo una gestione dinamica e mirata dei flussi. In questo modo, è possibile intervenire tempestivamente per evitare sovraffollamenti, attivare navette su richiesta, fornire aggiornamenti in tempo reale su piattaforme web e indirizzare i visitatori verso percorsi alternativi meno frequentati.

L’obiettivo è duplice: migliorare l’esperienza turistica rendendola più piacevole e rilassante, e allo stesso tempo tutelare l’ambiente montano, promuovendo un turismo più sostenibile e consapevole.

Verso un turismo alpino sostenibile

In sintesi, le Dolomiti sono al bivio tra preservare un patrimonio ambientale e culturale fragile e sostenere un’economia turistica vitale per il territorio. La sfida si gioca non solo sulle scelte politiche e infrastrutturali, ma anche sulla capacità di innovare grazie alla tecnologia, con l’obiettivo di conciliare accoglienza e tutela per un futuro sostenibile.

È evidente che la gestione del turismo di massa richiederà un approccio integrato che coinvolga istituzioni, operatori, comunità locali e innovazione tecnologica. Solo così sarà possibile garantire una fruizione equilibrata delle Dolomiti, preservandone la bellezza e i valori culturali per le generazioni future.

Caral, la madre dimenticata delle città del Nuovo Mondo

Molto prima che l’impero Inca dominasse le Ande, il Perù fu la culla di un’altra civiltà straordinaria, oggi considerata la più antica di tutta l’America: Caral. La sua storia affonda le radici a oltre 5.000 anni fa (alcuni studi parlano di origini ancora più remote), sulle coste aride ma fertili della valle del fiume Supe. Per secoli dimenticata, è riemersa alla luce solo nel 1997 grazie alla scoperta dell’archeologa Ruth Shady Solís, che ha rivoluzionato il modo di interpretare le origini della civiltà nel Nuovo Mondo.

L’insediamento di Caral, esteso per 66 ettari, era una città complessa e organizzata, sorprendentemente sviluppata per la sua epoca. I suoi abitanti vivevano di agricoltura e pesca, coltivando cotone, fagioli, patate dolci, zucche e peperoncini, prodotti che ancora oggi fanno parte della cucina peruviana. Eppure, nonostante il loro avanzato sviluppo architettonico e sociale, non produssero mai ceramica, un dettaglio che ancora oggi incuriosisce gli studiosi.

Caral rovine
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Caral rovine

Una società pacifica e gerarchica

A differenza di molte civiltà coeve, Caral non sembra aver avuto un esercito o fortificazioni: la sua economia si basava su scambi pacifici e contatti commerciali con popolazioni lontane, testimoniati dal ritrovamento di conchiglie spondylus provenienti dall’Ecuador e di manufatti amazzonici e andini.

La società era organizzata in modo gerarchico e guidata da un sistema teocratico-amministrativo. Due grandi gruppi, chiamati Saya, vivevano su opposte sponde del fiume e ciascuno era retto da un’autorità locale, gli Huari, che rispondevano a un sovrano supremo di Caral, l’Huno. Questa struttura si rifletteva anche nell’urbanistica: templi e abitazioni erano disposti in maniera ordinata e duale, con edifici più raffinati per le classi alte e strutture più semplici per il popolo.

Architettura antisismica ante litteram

Uno degli aspetti più sorprendenti di Caral è la sua ingegneria antisismica. I costruttori utilizzavano gli Shicra, sacchi di rete intrecciata riempiti di pietre, come base delle mura per costruire i templi. Questa tecnica, oltre a dare solidità alle strutture, permetteva di assorbire le vibrazioni dei terremoti, un’innovazione incredibile per l’epoca.

Il complesso archeologico ospita imponenti piramidi a gradoni, piazze circolari affondate e spazi cerimoniali con focolari centrali, dove si svolgevano riti religiosi legati al culto del fuoco.

piramide Caral
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La strada per la piramide di Caral

Musica e ruolo delle donne

Gli scavi hanno portato alla luce oltre 30 flauti ricavati da ossa di condor e pellicano, trombe, sonagli e altri strumenti decorati con figure di animali e divinità. La musica aveva un ruolo fondamentale sia nella vita quotidiana che nei rituali. Molti di questi flauti presentano figure antropomorfe e zoomorfe in rilievo, tra cui una scimmia ragno, il che suggerisce che la civiltà Caral avesse contatti con altre civiltà e che praticasse il baratto.

Infatti oltre questi sono stati rinvenuti anche spondylus provenienti dall’Ecuador e altri prodotti provenienti dall’Amazzonia e dalle Ande peruviane. A Caral, le donne avevano un ruolo importante nella vita politica e spirituale. Tra i ritrovamenti piccole statuette di argilla raffigurano sacerdotesse e governanti, suggerendo un equilibrio di genere nella leadership.

Come visitare la Città Sacra di Caral

Oggi Caral si trova nella provincia di Barranca, circa quattro ore a nord di Lima. È visitabile tutti i giorni dalle 9:00 alle 16:00 e può essere raggiunta percorrendo la Panamericana Norte, con due percorsi consigliati a seconda della stagione (per via delle piene del fiume).

Visitare Caral non significa solo ammirare rovine millenarie: è fare un salto indietro fino alle radici stesse della civiltà in America, in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato e dove il vento che soffia tra le piramidi porta ancora l’eco di un popolo antico e pacifico, maestro di ingegneria, musica e convivenza sociale.

If You Love, dove è stata girata la serie turca in onda su Canale 5

La serie turca If You Love (Ya Çok Seversen), in onda su Canale 5 dopo il debutto su Mediaset Infinity, ha saputo conquistare gli spettatori italiani grazie a un mix di romanticismo, ironia e scenari mozzafiato. La storia segue Ateş Arcalı (Kerem Bürsin), un affascinante erede cresciuto lontano dalla sua terra, dal carattere cinico e poco incline ai legami affettivi.

Il suo ritorno a Istanbul, in seguito alla morte del padre, lo costringe a prendersi cura dei fratelli minori e ad affrontare un passato che aveva lasciato in sospeso. Ad affiancarlo, in modo del tutto inaspettato, c’è Leyla Kökdal (Hafsanur Sancaktutan), una ragazza dal passato turbolento e abile in piccole truffe matrimoniali, che sta cercando le sue origini.

L’incontro tra i due genera un legame insolito, fatto di battibecchi, complicità e segreti, portando lo spettatore in un viaggio emozionante tra sentimento e avventura. Ma facciamo un tour delle suggestive e romantiche location che la produzione ha scelto per raccontare questa avventura.

Dove è stata girata

Uno dei punti di forza di If You Love è senza dubbio la cornice scenografica in cui si sviluppa la vicenda. Le riprese hanno alternato due luoghi molto diversi ma complementari: la metropoli Istanbul e la città di Muğla sulla costa. La scelta di alternare ambientazioni urbane e costiere contribuisce a creare un ritmo visivo ricco di contrasti e suggestioni.

Il fascino di Istanbul

Istanbul è una metropoli turca, con un’energia vibrante e scorci unici. Qui fa da sfondo alla vita frenetica e sofisticata di Ateş tra quartieri eleganti, vie animate, palazzi storici e panorami sul Bosforo che regalano alla serie un’atmosfera cosmopolita e affascinante.

Parliamo della città più grande e popolosa della Turchia, con circa 15 milioni di abitanti, si tratta, inoltre, dell’unica metropoli al mondo a estendersi su due continenti: Europa e Asia, separati dallo stretto del Bosforo. Questa posizione strategica le ha conferito un ruolo centrale nella storia e nel commercio per millenni, rendendola un ponte culturale tra Oriente e Occidente.

Fondata come Bisanzio, poi rinominata Costantinopoli, Istanbul è stata la capitale di tre grandi imperi: Romano, Bizantino e Ottomano. Il suo patrimonio storico e architettonico è ricchissimo, con monumenti come la Basilica di Santa Sofia, la Moschea Blu, il Palazzo Topkapi e il Gran Bazaar, uno dei mercati coperti più antichi e grandi del mondo.

Istanbul
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Un quartiere caratteristico di Istanbul

Sulla costa della Turchia

Muğla, situata nella parte sud-occidentale della Turchia, è una regione costiera nota per le sue acque turchesi, i porticcioli pittoreschi e i paesaggi naturali mozzafiato. È una destinazione molto amata sia per le sue splendide spiagge, come quelle di Bodrum, Marmaris e Fethiye, sia per il suo ricco patrimonio storico e culturale.

La città di Muğla, capoluogo della provincia, conserva un fascino autentico con le sue case tradizionali in stile ottomano, le stradine acciottolate e i mercati locali vivaci. Grazie al clima mite e alle sue bellezze naturali, Muğla rappresenta una meta ideale per vacanze estive o per esplorare la cultura e la natura della Turchia sud-occidentale.

Mugla Turchia
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Mugla in Turchia

Prodotta da Ay Yapım e diretta da Ali Bilgin, Beste Sultan Kasapoğulları e Ali Balcı, If You Love ha ottenuto un grande riscontro in patria e all’estero. Nel 2023, la serie si è aggiudicata premi prestigiosi come “serie romantica dell’anno” ai Pantene Golden Butterfly Awards, con riconoscimenti speciali ai due protagonisti per la loro alchimia sullo schermo.

Dopo l’eruzione, Pompei fu riabitata: la città divenne una ‘favela’ romana

Quando si pensa a Pompei, la mente riflette subito strade lastricate, domus eleganti, mosaici raffinati e affreschi dai colori vividi, cristallizzati dal tempo. L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. l’ha resa una città eterna, sospesa in un istante. Ma una recente scoperta archeologica sta cambiando la storia: Pompei non morì del tutto dopo il disastro. Alcuni sopravvissuti tornarono a vivere tra le rovine fumanti, trasformandola in un insediamento di fortuna che, per molti versi, ricorda una “favela” ante litteram.

Oggi il Parco Archeologico di Pompei è Patrimonio UNESCO e attira milioni di visitatori ogni anno, desiderosi di passeggiare tra templi, domus, teatri e strade lastricate rimaste intatte. È un luogo dove storia e archeologia si fondono, testimoniando storie di splendore, tragedia e rinascita.

La scoperta che riscrive la storia

Gli scavi condotti nell’Insula Meridionalis, nella parte sud del Parco Archeologico, hanno riportato alla luce segni inequivocabili di una rioccupazione post-eruzione. Non si tratta di ricostruzioni sontuose, ma di adattamenti funzionali: ambienti ai piani superiori riutilizzati come alloggi di emergenza, pianterreni trasformati in cantine, spazi di lavoro dotati di forni e macine.

Gli archeologi parlano di un insediamento informale, dove si viveva in condizioni precarie, senza le infrastrutture e i servizi tipici di una città romana. Non la Pompei ordinata e prospera dell’epoca imperiale, ma un agglomerato grigio e improvvisato.

Secondo il direttore del sito, Gabriel Zuchtriegel, “la Pompei post-79 riemerge come una sorta di accampamento, una favela tra le rovine ancora riconoscibili della città che fu”. Un’immagine potente, che rompe la narrazione da cartolina e ci restituisce la realtà di un luogo sopravvissuto in modo disordinato e resiliente.

Pompei
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Un vicolo di Pompei

Chi abitava la “nuova” Pompei

Non sappiamo esattamente chi fossero gli abitanti di questa seconda Pompei. È probabile che molti fossero ex residenti che avevano perso tutto, tornati per recuperare ciò che restava o per coltivare la terra circostante. Altri potrebbero essere stati migranti, gente senza radici che vedeva nelle rovine un’opportunità di insediamento a basso costo.

Si ipotizza anche che alcuni vivessero lì per cercare oggetti di valore rimasti sepolti, un’attività che poteva rappresentare l’unica fonte di sostentamento in un contesto così estremo. La vita in questa Pompei ricostruita alla meno peggio doveva essere dura. Le strade erano coperte di detriti, gli edifici parzialmente crollati, l’acqua e le terme non più funzionanti.

Villa dei Misteri Pompei
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Villa dei Misteri a Pompei

Una storia che dura secoli

Al posto delle fontane pubbliche, cisterne improvvisate; invece dei mercati affollati, piccoli spazi domestici dove si panificava o si macinava il grano. Eppure, tra le macerie, questa comunità riuscì a creare un proprio ritmo, una quotidianità fragile ma reale, fatta di lavori manuali, ripari improvvisati e rapporti di vicinato.

Gli studi archeologici suggeriscono che questo insediamento di fortuna non fu un episodio passeggero. La rioccupazione di Pompei potrebbe essere durata fino al V secolo, quando un nuovo evento vulcanico, la cosiddetta eruzione di Pollena, portò all’abbandono definitivo. Ciò significa che Pompei, per quasi quattro secoli, non fu soltanto un sito “congelato” nel tempo, ma anche un luogo vissuto, seppure ai margini della società romana.

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