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Harvest Caye, l’isola privata del Belize raggiungibile solo con la nave (di una sola compagnia)

Non tutte le isole private sono uguali. Alcune funzionano come estensioni della nave, con mille servizi e attività; altre sono quasi dei parco divertimenti galleggianti; e altre ancora sono pensate per godere del posto, del qui e ora, restare e rallentare.

Harvest Caye, l’isola privata di Norwegian Cruise Line in Belize, è una buona sintesi e via di mezzo di tutto questo.

Com’è fatta Harvest Caye

Harvest Caye è organizzata in modo semplice e funzionale, con spazi ben distinti. Il centro è occupato da una grande laguna con piscina, affiancata da aree relax, bar e ristorazione. Intorno si sviluppano la spiaggia, le zone dedicate alle attività e un piccolo villaggio con negozi e servizi.

A differenza di molte isole private, qui l’impatto è più aperto: meno costruzioni invasive, più spazio tra un’area e l’altra e una sensazione generale di maggiore respiro, anche per lo spazio lasciato alla natura. L’isola è progettata per essere facilmente percorribile a piedi, con percorsi chiari che collegano le diverse zone.

piscina Harvest Caye
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La grande piscina di circa 1.400 m² con bar in acqua

Cosa fare sull’isola

La lunga spiaggia di sabbia bianca e la grande piscina di circa 1.400 m² con bar in acqua sintetizzano perfettamente l’immaginario e il sogno di vacanza relax ai Caraibi;  mentre la laguna salmastra è pensata per i più dinamici con attività come kayak, paddleboard e pedalò. I vacanzieri in cerca di avventura possono praticare sport acquatici come parasailing e moto d’acqua, o percorrere il Flighthouse, una struttura alta 40 metri da cui parte un percorso di zipline lungo quasi un chilometro tra piattaforme, ponti sospesi e tratti “in volo”, incluso un segmento in cui si scende in posizione orizzontale.

Per provare un contatto con la cultura del luogo, esiste sull’isola un villaggio con artigianato locale e sono organizzate diverse escursioni per la visita al tempio maya Nim Li Punit o di avvicinamento alle terapie e medicine tradizionali maya.

Harvest Caye
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Harvest Caye è percorribile a piedi e adatta a tutte le età

Natura e sostenibilità

Uno degli elementi distintivi di Harvest Caye è l’attenzione alla conservazione della fauna locale. L’isola ospita un vero e proprio santuario naturalistico gestito sotto la supervisione del naturalista beliziano Tony Garel, con spazi dedicati a rettili, farfalle e uccelli tropicali recuperati.

Le aree espositive – tra cui giardino delle farfalle, terrario e voliere – sono curate dalla Harvest Caye Conservation Foundation, organizzazione nata nel 2016 dalla collaborazione tra Norwegian Cruise Line Holdings e partner locali, con l’obiettivo di promuovere l’educazione ambientale e la tutela della biodiversità.

Il progetto si estende oltre l’isola: Harvest Caye collabora con il Clearwater Marine Aquarium Research Institute per la protezione dei lamantini nelle aree più sensibili del Belize, e sostiene programmi di conservazione sul territorio, come le iniziative contro il bracconaggio a tutela degli ara scarlatti.

L’isola è inoltre uno dei siti di nidificazione delle tartarughe embricate, specie a rischio, e ogni anno vengono attivati programmi di monitoraggio e protezione per favorire la sopravvivenza dei piccoli.

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L’isola ospita un vero e proprio centro naturalistico di educazione ambientale e tutela della biodiversità.

Come arrivare a Harvest Caye

Harvest Caye è accessibile esclusivamente via mare, come parte esclusiva degli itinerari Norwegian Cruise Line nei Caraibi occidentali. L’isola è servita da un molo dedicato che consente lo sbarco diretto dalla nave.

Great Stirrup Cay: l’isola privata di Norwegian Cruise Line ai Caraibi

Da sempre una delle tappe più amate degli itinerari di Norwegian Cruise Line, oggi Great Stirrup Cay, l’isola privata della compagnia alle Bahamas, cresce e si rinnova ancora. Con nuovi spazi, servizi e attrazioni, l’isola si configura sempre più come una destinazione completa, capace di offrire una giornata piena, varia e personalizzabile, non solo “per una tappa”.

L’obiettivo è chiaro: trasformare quest’isola grande poco più di 100 ettari in una vera e propria meta, dove vivere esperienze diverse e complementari, pensate per famiglie, coppie e viaggiatori alla ricerca di relax, divertimenti e momenti indimenticabili.

Great Life Lagoon: il nuovo cuore dell’isola

Al centro della trasformazione si trova la Great Life Lagoon, una nuova area piscina di circa 5.600 metri quadrati, più grande di due piscine olimpioniche una accanto all’altra. Pensata per accogliere pubblici diversi e di tutte le età, combina relax e intrattenimento in un unico immenso spazio curato in ogni minimo dettaglio.

L’ingresso in stile spiaggia caraibica accompagna dolcemente verso l’acqua, rivelandosi un ambiente accessibile e sicuro anche per i più piccoli. Qui si sviluppa anche Splash Harbor, un’area splash pad gratuita pensata proprio per i bambini, con giochi d’acqua e spazi dedicati.

piscina Great Stirrup Cay
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Splash Harbor è l’area splash pad gratuita per un divertimento assicurato

Per gli adulti, invece, la piscina ospita due swim-up bar dove sorseggiare cocktail direttamente coi piedi in acqua, circondata da aree relax con lettini e cabane private affacciate sull’oceano.

Vibe Shore Club: un rifugio esclusivo per adulti

Nonostante le dimensioni, la Great Stirrup Cay raccoglie le tante anime e aspettative di un viaggio alle Bahamas. Oltre alle attività di intrattenimento e divertimento, l’isola si fa intima nel Vibe Shore Club, uno spazio riservato agli adulti accessibile soltanto tramite pass giornaliero.

Qui il ritmo cambia; in questa porzione di spiaggia dedicata, più silenziosa e ancora più curata, pensata per chi vuole allontanarsi dalle zone più frequentate e caotiche. Lettini premium, cabane private e un bar riservato ricostruiscono a terra l’atmosfera senza tempo del Vibe Beach Club delle navi Norwegian: stessa idea di esclusività, stessa libertà di scegliere quanto restare e come vivere la giornata, tra un bagno indimenticabile e una pausa all’ombra.

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Il Vibe Shore Club, uno spazio riservato agli adulti accessibile soltanto con pass

Il futuro è già iniziato: Great Tides Waterpark

La trasformazione di Great Stirrup Cay non si ferma qui. Nell’estate 2026 è previsto il debutto del Great Tides Waterpark, un grande parco acquatico progettato per ospiti di tutte le età.

Al centro del progetto ci sarà la Tidal Tower, con otto scivoli principali, tra cui alcuni tra i più alti e spettacolari, pensati per gli spiriti più avventurieri con discese adrenaliniche e percorsi su gommoni. Il parco includerà un totale di 19 scivoli, con diverse tipologie: scivoli da competizione, tubi a spirale e discese per corpo libero.

Tra le esperienze più innovative ci saranno sistemi di risalita con nastri trasportatori, che permettono di raggiungere la cima degli scivoli senza dover trasportare manualmente i gommoni.

Il parco ospiterà anche un fiume dinamico lungo circa 245 metri, pensato come alternativa più movimentata rispetto ai classici lazy river, oltre a un’area splash di circa 840 metri quadrati dedicata ai bambini. Per i più spericolati? Nella Cliffside Cove gli ospiti potranno sperimentare salti a strapiombo e nuove esperienze acquatiche pensate per un pubblico in cerca di adrenalina.

Cosa fare sull’isola

Tantissime le cose da fare sull’isola, non solo vita da spiaggia. Lo snorkeling è una delle attività principali, con il giardino di sculture sottomarine (installazione progettata per offrire un’esperienza simile a un acquario, punto di interesse unico durante le immersioni) o per l’incontro ravvicinato con le razze; ma anche in tratti di costa libera facilmente esplorabili in autonomia, con attrezzatura propria o a noleggio. Per gli sportivi c’è la possibilità anche di praticare kayak e paddleboard, o di affittare moto d’acqua. Tra le escursioni, si può partecipare a uscite verso gli isolotti vicini, fino alle esperienze più curiose come quella con i celebri maiali delle Bahamas. Perché invece non provare a cambiare punto di vista? La zipline permette di attraversare parte dell’isola dall’alto, cambiando decisamente prospettiva.

Una trasformazione che parte dall’ingresso

Una fase di riqualificazione e cambiamento che parte già dall’accesso e l’arrivo sull’isola. Con l’introduzione di un nuovo molo, lo sbarco diventa più semplice e diretto, e permette agli ospiti di accedere comodamente, per iniziare subito la giornata di scalo. A questo si aggiungono un nuovo Welcome Center e un sistema di tram interno che facilita gli spostamenti, rendendo la logistica più fluida e organizzata. È un cambiamento apparentemente tecnico, ma che modifica la percezione complessiva: l’isola non è più un’escursione, ma un’estensione naturale della nave.

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Great Stirrup Cay non è più un’escursione, ma un’estensione naturale della crociera NCL

Un ruolo sempre più centrale negli itinerari

Nel 2026 Norwegian Cruise Line prevede di accogliere oltre un milione di ospiti a Great Stirrup Cay, con 17 navi della flotta che faranno tappa sull’isola.

Tra queste, Norwegian Aqua e Norwegian Luna, le più recenti della compagnia, che includono l’isola nei loro itinerari caraibici da Miami e Orlando (Port Canaveral), con crociere di sette giorni tra Repubblica Dominicana, Isole Vergini e altre destinazioni tropicali.

Inaugurata a Miami la nuova nave da crociera Norwegian Cruise Line

È stata inaugurata proprio in questi giorni a Miami la Norwegian Luna, la nuova incredibile nave Made in Italy di Norwegian Cruise Line, compagnia innovativa nel settore delle crociere. Destinata a navigare tra i mari di Caraibi e Bahamas, il battesimo si è svolto al terminal LEED Gold Certified di PortMiami, alla presenza di oltre 2.000 ospiti, secondo la tradizione marittima che prevede la benedizione della nave e la rottura della bottiglia sullo scafo.

La storia vera del Buddha d’Oro di Bangkok che in pochi conoscono

Nel cuore di Bangkok, tra le vie di Yaowarat, una delle Chinatown più colorate del Sud-Est asiatico, sorge un tesoro inestimabile per la Thailandia e per l’intero mondo buddista: il Buddha d’Oro del Wat Traimit.

Dietro la sua calma espressione e il luccichio dell’oro si nasconde una storia degna di un romanzo: un mistero che attraversa secoli di invasioni, distruzioni, rinascite e scoperte casuali.

Un tesoro nascosto per secoli

Il Phra Phuttha Maha Suwan Patimakon, questo il nome ufficiale in lingua thai, è la più grande statua in oro massiccio del mondo. Pesa circa 5,5 tonnellate, misura quasi tre metri e risale con tutta probabilità al periodo Sukhothai (XIII-XIV secolo), l’età d’oro del primo regno siamese.

In quell’epoca di pace l’arte buddista raggiunse forme di straordinaria eleganza: volti sereni, posture perfette, simbolismo profondo. Eppure, per più di due secoli nessuno ha saputo che questa statua fosse fatta interamente d’oro.

Secondo le cronache, il Buddha si trovava originariamente in un tempio ad Ayutthaya (1350–1767), l’antica capitale del Siam, fino al 1765, quando la città fu invasa e distrutta dai birmani. Per evitare che la statua venisse trafugata o fusa, i monaci la coprirono con uno spesso strato di stucco e vetro colorato, dandole l’aspetto di una comune scultura dorata. Una scelta geniale: così mascherata, la statua sopravvisse al saccheggio e rimase praticamente intatta.

Il misterioso viaggio verso Bangkok

Quando Ayutthaya cadde (nel XVIII secolo), molti dei suoi tesori furono trasferiti nella nuova capitale, Bangkok. La statua venne portata al Wat Phrayakrai, un tempio oggi scomparso, e lì rimase per oltre un secolo, ancora nascosta sotto il suo rivestimento di stucco.

Negli anni Trenta del Novecento, quando il tempio fu demolito, il Buddha fu spostato e regalato al Wat Traimit, allora un piccolo tempio nel quartiere cinese. Ma la sala principale era troppo piccola per contenerla, e così la statua rimase per decenni sotto una semplice tettoia, all’esterno, dimenticata e annerita dal tempo.

Il giorno in cui cadde dal cielo (e cambiò la storia)

Tutto cambiò nel 1955. Durante un’operazione di trasferimento, uno dei cavi di sostegno si ruppe e la statua cadde rovinosamente al suolo.
I monaci accorsero temendo il peggio, ma quando si avvicinarono notarono qualcosa di incredibile: da una crepa nello stucco filtrava un bagliore d’oro. Rimossa parte della copertura, la verità si rivelò: sotto gli strati di gesso si nascondeva oro massiccio, puro e lucente.

Le analisi successive confermarono che il Buddha era composto da 5.500 chilogrammi d’oro a 18 carati, un valore incalcolabile non solo in termini economici, ma soprattutto spirituali.

L’episodio fece il giro del mondo e attirò l’attenzione persino del Guinness World Records, che verificò composizione e peso (maggiore di quello inizialmente sottostimato dai thailandesi) e inserì il Buddha d’Oro tra le meraviglie mondiali come “la più grande scultura in oro massiccio mai realizzata” (The largest solid gold sculpture in the world).

Tutti i dettagli del Buddha d’oro

Ora, a osservarla bene, si possono ammirare diversi dettagli unici e incredibilmente carichi di significato. Sul retro della statua sono visibili giunzioni saldate, che indicano che il Buddha fu fuso in più sezioni e poi assemblato. Alcuni studiosi hanno individuato residui di cera d’api, usata come stampo nella tecnica a “cera persa” (processo di fusione in cui la scultura in cera viene ricoperta di argilla e poi fusa dal calore del metallo), metodo tradizionale con cui si realizzavano le sculture sacre in metallo.

Non si conosce il nome dell’artista o della scuola che lo creò: come da consuetudine, gli scultori di statue sacre non firmavano mai le proprie opere, perché il merito doveva appartenere al Buddha stesso e non a chi lo rappresentava. Pare però che sul retro della statua, in corrispondenza di una piccola decorazione simile a un fiocco o a una serie di “denti di millepiedi”, si nasconda un simbolo segreto lasciato dagli artigiani come firma mistica.

Come riconoscere il Buddha del periodo Sukhothai

Il Buddha d’Oro di Bangkok è anche un magnifico esempio dello stile Sukhothai, riconoscibile da diversi elementi simbolici.

  • Gli occhi socchiusi e rivolti verso il basso rappresentano l’introspezione e la pace interiore: non guardare il mondo, ma guardare dentro di sé;
  • Le labbra sorridenti sono il segno della compassione: un sorriso che accoglie la vita e la morte con la stessa serenità;
  • Le orecchie allungate e forate ricordano gli orecchini pesanti che il giovane Siddharta indossava da principe, simbolo della ricchezza terrena abbandonata nel momento dell’illuminazione: togliendo gli orecchini sono rimasti i buchi;
  • La fiamma sulla sommità del capo, detta ushnisha, rappresenta la saggezza e la consapevolezza spirituale che cresce e illumina come una candela, ma anche la vita che come la fiamma accende la candela con la nascita e poi la consuma negli anni fino al nulla della morte;
  • I capelli ricci sono un altro simbolo diffuso, spesso interpretato come segno del distacco dal mondo: secondo una leggenda popolare, le ciocche sarebbero in realtà lumache, che durante la meditazione avrebbero protetto la testa del Buddha dal sole cocente. Un simbolo che è anche un invito: se le lumache, che sono considerate animali senza cervello, proteggono il Buddha, l’uomo non può fare da meno.
il Buddha d’Oro del Wat Traimit.
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Tutti i simbolismi del Buddha d’Oro del Wat Traimit.

L’equilibrio tra maschile e femminile

Nel XIII secolo l’arte buddista thailandese subì l’influenza di culture vicine, in particolare dell’India e della Cambogia. Per questo il Buddha del Wat Traimit mostra spalle forti e lineamenti delicati, una fusione tra maschile e femminile che rappresenta l’armonia tra forza e dolcezza, corpo e spirito. Il naso pronunciato richiama le forme dell’arte indiana, mentre il corpo sinuoso e le mani eleganti evocano la grazia cambogiana.

La posizione “Mara”, simbolo di vittoria interiore

La statua raffigura il Buddha nel gesto detto “Mara Vijaya Mudra”, o “vittoria su Mara”, il demone delle tentazioni. Con la mano destra tocca la terra, testimoniando la propria determinazione a vincere le paure e i desideri terreni. È una delle immagini più amate e riprodotte del Buddha in tutta la Thailandia: un invito a superare i conflitti interiori e a ritrovare la serenità attraverso la consapevolezza.

Visitare il Wat Traimit oggi

Oggi il Wat Traimit Withayaram Worawihan è una delle mete più visitate di Bangkok. Il tempio si trova all’inizio di Yaowarat Road, facilmente raggiungibile dalla stazione Hua Lamphong e vicino al nuovo quartiere culturale della Chinatown.

L’ingresso principale porta alla sala del Buddha d’Oro, che occupa l’ultimo piano dell’edificio principale. I piani inferiori ospitano un piccolo museo multimediale dedicato alla storia della statua e alla comunità cinese di Bangkok.

La visita è un’esperienza che unisce arte, spiritualità e storia: al mattino, quando la luce filtra dalle finestre e riflette sull’oro, il Buddha sembra vivo, immerso in un’aura di calore e pace. È un luogo dove silenzio e devozione si incontrano anche per chi non pratica il buddhismo. All’ingresso del tempio, ci sono file di campane, da suonare per far sentire a Buddha la propria preghiera.

il Buddha d’Oro del Wat Traimit
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Preghiera al Buddha d’Oro

Il significato di un miracolo moderno

Secondo i locali, il Buddha d’Oro non è solo un capolavoro artistico, ma anche una metafora universale: per decenni la sua vera natura è rimasta nascosta sotto uno strato di gesso, proprio come la nostra luce interiore può restare celata finché qualcosa — un colpo del destino, un imprevisto, una scoperta — non la riporta alla superficie. Così, da semplice statua dimenticata, il Buddha del Wat Traimit è diventato uno dei simboli più luminosi di Bangkok e dell’intera Thailandia: un invito a guardare dentro di sé e a riscoprire la propria essenza.

La Tomba di Ankhmahor a Saqqara e la scena della circoncisione

La Tomba di Ankhmahor è una “chicca” nella necropoli di Saqqara. Questa mastaba, risalente alla VI dinastia, è famosa per una singola, potentissima scena: la rappresentazione della circoncisione maschile, una delle più antiche testimonianze visive di questa pratica nella storia dell’umanità.

Chi era Ankhmahor

Ankhmahor  fu un importante funzionario e medico, vissuto sotto il regno del faraone Teti (VI dinastia, circa 2300 a.C.). I suoi titoli, incisi all’interno della tomba, indicano un uomo di alto rango, legato sia all’amministrazione che alle pratiche mediche del tempo.

La sua posizione e professione giustifica l’eccezionale ricchezza iconografica della mastaba, che non si limita a rappresentare scene religiose o agricole — come avviene nella maggior parte delle tombe nobiliari — ma racconta anche scene legate alla salute, alla medicina, alla chirurgia.

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Ingresso alla Tomba di Ankhmahor

La scena della circoncisione: un documento unico al mondo

Il punto più “sconvolgente” e affascinante della tomba si trova lungo una delle pareti di passaggio tra due stanze, alla destra entrando: qui è raffigurata in modo chiaro e diretto una scena di circoncisione maschile. Si legge da destra a sinistra e si distingue un uomo in piedi, che viene sottoposto a quella che gli studiosi interpretano come una pratica chirurgica rituale, mentre un altro personaggio, accovacciato, esegue l’incisione con uno strumento affilato. Nella seconda scena si aggiunge un uomo in piedi che sorregge quello che sta subendo l’intervento.

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La scena della circoncisione

Accanto all’immagine, come in un fumetto a geroglifici, si possono letteralmente leggere i commenti dei protagonisti, rappresentati in tutta la loro umanità.

“Tienilo -è scritto- perché adesso inizio a tagliare”, “Vai non ti preoccupare: non c’è problema”, “Tienilo bene, altrimenti può svenire”.

Questa rappresentazione viene considerata una delle più antiche e chiare testimonianze visive di circoncisione, collegata probabilmente a riti di passaggio verso l’età adulta o a pratiche legate alla purezza religiosa.

Il timore dello svenimento potrebbe voler dire che non si usava anestesia per questa operazione. Per altri interventi, secondo alcune fonti, gli antichi Egizi potevano utilizzare sostanze naturali come l’oppio a scopo sedativo; come anestetico locale, invece, si ipotizza l’uso di impasti a base di polveri minerali e aceto, applicati direttamente sulla parte.

Ancora oggi la circoncisione maschile è una pratica diffusa in Egitto, già sui neonati, soprattutto per motivazioni religiose e igieniche. Diversa e ormai vietata per legge è invece la mutilazione genitale femminile, che in passato veniva praticata specialmente in alcune aree rurali e che oggi è ufficialmente perseguibile sia per chi la richiede sia per chi la esegue.

Com’è fatta la tomba

La tomba del medico fu scoperta nel 1899 dall’archeologo Victor Loret, e si trova lungo quella che viene chiamata la “strada delle tombe”, un’area che separava la necropoli reale, dove riposavano le mogli del faraone, dalle sepolture degli alti funzionari di corte .

È composta da sette camere, sei dedicate ad Ankhmahor e una a suo figlio Ishfi, e viene considerata una delle tombe più importanti di Saqqara proprio per le scene di chirurgia e medicina che non hanno eguali in tutto l’Egitto Antico.

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La Tomba di Ankhmahor è una chicca della necropoli di Saqqara

Le tombe dei medici a Saqqara

La tomba di Ankhmahor non è l’unica appartenuta a un medico presente nella necropoli di Saqqara. Recentemente, gli archeologi della Missione francese hanno portato alla luce i resti della tomba di un medico dalle molteplici abilità che curò i faraoni circa 4.000 anni fa. Teti Neb Fu  visse durante il regno di Pepi II della sesta dinastia, tra il 2305 a.C. e il 2118 a.C.,  e le iscrizioni lo descrivono come “capo medico del palazzo” e “sacerdote e mago” della dea Serket.

Questo conferma quanto la medicina fosse una disciplina centrale nell’Antico Egitto e quanto i suoi rappresentanti godessero di prestigio e riconoscimento sociale.

Informazioni pratiche per la visita

La Tomba di Ankhmahor si trova nella grande necropoli di Saqqara, a circa trenta chilometri a sud de Il Cairo, un’area enorme e stratificata ancora attiva a livello archeologico, che si presta perfettamente a una visita di mezza giornata.

L’accesso al sito può avvenire con un biglietto cumulativo, che costa intorno ai 1000 EGP (circa 30 euro) e consente l’ingresso a diverse tombe e monumenti dell’area. In alternativa, è possibile acquistare in loco anche biglietti separati per i singoli siti.

Saqqara è raggiungibile da Il Cairo in taxi, con un driver privato (è consigliabile concordare fin da subito anche l’orario e il prezzo del rientro) oppure partecipando a un tour organizzato con partenza diretta dal proprio hotel.

Lo scalo di riferimento per chi arriva dall’Italia è l’aeroporto internazionale de Il Cairo, collegato con voli diretti sia da compagnie low cost sia dalla compagnia di bandiera Egyptair, che lancia diverse promozioni per il fine settimana.

Visitare Saqqara senza una guida in lingua italiana significa rischiare di perdersi gran parte del significato simbolico e narrativo delle scene scolpite nelle tombe. Per chi desidera un’esperienza più approfondita e strutturata, pianificando in anticipo dall’Italia, il network Gattinoni Travel può gestire l’organizzazione di trasferimenti, guide e visite personalizzate.

Durante la visita è consigliabile portare con sé acqua, un cappello e una buona protezione solare, oltre a indossare scarpe comode e, se necessario, uno scialle leggero per coprire le spalle. Evitando le ore centrali della giornata, è ideale dedicare almeno tre ore all’esplorazione dell’area.

La Tomba di Mereruka a Saqqara: guida completa alla visita (e perché non perderla)

Visitare la Mastaba di Mereruka, nella necropoli di Saqqara, significa – a saperla leggere- entrare in un vero e proprio “libro di pietra” sull’Antico Egitto, che racconta nei dettagli la vita quotidiana, la società e le credenze religiose del Vecchio Regno. È una delle tombe meglio conservate e più ricche di tutto il sito, amatissima dagli archeologi e ancora non troppo conosciuta.

Saqqara: la necropoli del Vecchio Regno

La Mastaba di Mereruka si trova a Saqqara, la necropoli principale delle dinastie V e VI (2340-2360 a.C.), una delle aree archeologiche più estese e importanti d’Egitto. Il sito è tuttora in piena attività: negli ultimi anni sono stati rinvenuti nuovi sarcofagi di sacerdoti, gallerie funerarie e oggetti rituali, e diversi team di archeologi e egittologi continuano a lavorare quotidianamente.

Saqqara è famosa principalmente per la Piramide a Gradoni di Djoser e per la Piramide di Teti, la prima a presentare i Testi delle Piramidi: iscrizioni interne, disegni e geroglifici. Fino ad allora, infatti, le pareti delle tombe e piramidi erano nude; ma da quel momento, decorazioni e testi divennero ricorrenti nei luoghi di devozione dell’Antico Egitto, in onore della vita del defunto e come guida per il suo viaggio verso l’Aldilà.

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Mereruka fu uno dei più potenti funzionari del faraone Teti, visir, capo della giustizia e sacerdote

Nonostante molti visitatori si fermino a Saqqara solo per la Piramide a Gradoni, secondo le guide locali qui “si potrebbe restare una settimana”, tanto è vasto e affascinante ciò che la necropoli custodisce.

Chi era Mereruka

Mereruka fu uno dei più potenti funzionari del faraone Teti, visir, capo della giustizia e sacerdote. Nelle raffigurazioni interne lo si riconosce per gli abiti in pelle di pantera, simbolo dei sacerdoti di alto rango.

La sua tomba è una delle mastabe più importanti di tutto l’Antico Egitto, proprio per la ricchezza delle sue decorazioni che raccontano perfettamente la vita quotidiana nei minimi dettagli. Purtroppo non tutto è visibile: la parte superiore fu saccheggiata nei secoli per riutilizzare il materiale nella costruzione di altri edifici; mentre la parte inferiore è giunta quasi intatta fino a noi perché rimasta coperta (e protetta) sotto la sabbia del deserto.

La mastaba è stata riaperta al pubblico due anni fa, dopo un periodo di chiusura per preservarne la conservazione, e per “farla riposare”, come dicono con grande rispetto le guide locali.

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La parte superiore della tomba fu saccheggiata nei secoli

Cosa vedere nella Mastaba di Mereruka

La tomba è in pietra calcarea ma molto compatta, con incisioni all’esterno e all’interno, ed è molto importante proprio per le raffigurazioni precise e raffinate sulla vita di tutti giorni, con dettagli sbalorditivi sul Nilo, e disegni incredibilmente realistici su animali, piante, strumenti e attrezzi. Ci sarebbe da scriverne un libro, ma proviamo a vedere i momenti più particolari.

La prima sala: il mondo del Nilo

La sala d’ingresso è dedicata al Nilo, raffigurato nella figura del dio Hapi, divinità ermafrodita e simbolo di fertilità. Sulle pareti si riconoscono barche in papiro, pesci come carpe, anguille e lucci; uccelli come ibis e upupa; ippopotami e coccodrilli, con una particolarissima scena di vita vera in cui un ippopotamo attacca un coccodrillo. Sono presenti anche scene di caccia con il boomerang, utilizzato per colpire gli uccelli in volo.

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La scena dettagliatissima di un ippopotamo che mangia un coccodrillo

Già da questa sala, gli artisti dimostrano una conoscenza naturalistica sorprendente, della fauna e dell’ambiente, ed è facile perdersi in queste rappresentazioni quasi fotografiche.

La seconda sala: la lavorazione dell’oro

Sulla parete a destra è illustrato, passo dopo passo, l’intero processo di lavorazione dell’oro. La parte più curiosa è nella striscia più bassa, di creazione dei gioielli: tutti gli artigiani protagonisti della scena sono nani. Non è una casualità. Le guide spiegano i motivi della scelta: i nani erano pochi (e quindi facilmente rintracciabili in caso di furto), dotati di grande manualità e con un vantaggio fisiologico, perché dopo i 35 anni sviluppavano miopia, ma continuavano a vedere perfettamente da vicino, rendendoli ideali per lavorazioni di precisione.

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L’intero processo di lavorazione dell’oro, con persone nane che producono i gioielli

La terza sala: il tribunale

Qui sono raffigurate scene di pesca e, sulla sinistra, una scena sorprendente, davvero dettagliatissima: un tribunale. Leggendo da sinistra verso destra si trovano il giudice con gli scribi intenti a riscrivere la condanna, i condannati, la polizia con bastoni, e infine un uomo che protesta perché non vuole pagare le tasse.

Il pozzo del sarcofago e la finta porta

Prima di arrivare all’ultima sala, dietro una grata (moderna) è visibile il pozzo attraverso cui veniva calato il sarcofago. Anche qui, senza il suggerimento di una guida esperta è difficile comprendere il procedimento: il pozzo veniva riempito di sabbia, su cui si appoggiava il sarcofago; poi lentamente lo si faceva scendere togliendo la sabbia un po’ alla volta da sotto.

Proprio di fronte alla grata, una grande falsa porta – comune a tante tombe- serviva per il passaggio del Ka (anima) e del Ba (ego invisibile) verso l’aldilà.

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Il pozzo attraverso cui veniva calato il sarcofago e la porta finta

La sala della statua di Mereruka

Finalmente si giunge alla sala più grande, con le pareti decorate in ocra, un pigmento naturale molto resistente. La grande statua centrale di Mereruka è orientata verso il nord magnetico, direzione simbolica della stella di Osiride, verso il mondo dei morti.

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La grande statua centrale di Mereruka è orientata verso il nord magnetico

Sulla parete sinistra, sono riprodotte alcune scene di navigazione sul Nilo con marinai a lavoro e altri a riposo sui tipici letti con poggiatesta. Le barche con vele spiegate sono un dettaglio importante: la navigazione del Nilo prevedeva le vele aperte in direzione da Nord a Sud (mentre viceversa si sfruttava la corrente verso il delta); per questo è possibile stabilire che le navi rappresentate fossero dirette verso Abydos, città sacra dedicata a Osiride, a Sud.

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Scene di navigazione sul Nilo

Informazioni pratiche

Il biglietto completo per Saqqara costa 1000 EGP (circa 30 euro) e include l’accesso a diverse tombe. In alternativa si possono acquistare solo gli ingressi alle principali attrazioni, anche nella biglietteria in loco.

Saqqara si trova a 30 km da Il Cairo ed è perfetta per una gita in giornata. Si può raggiungere in taxi, con un driver privato (concordando sempre andata e ritorno) o con tour organizzati con partenza direttamente dall’hotel. L’aeroporto di riferimento è quello de Il Cairo, servito dall’Italia con voli diretti, gestiti da low cost e dalla compagnia di bandiera Egyptair da Milano e Roma.

Visitando il sito senza una guida in lingua italiana si rischia di perdere tantissime storie, simboli e dettagli, di cui il sito è ricchissimo. Per pianificare una visita già dall’Italia, il network Gattinoni Travel può essere un riferimento per organizzare trasferimenti, guida e visite.

Per la visita è bene portare acqua, cappello e protezione solare; indossare scarpe comode e uno scialle leggero per coprire le spalle. Evitando le ore più calde, bisognerebbe dedicare al sito almeno 3 ore.

Ayutthaya, perché i Buddha sono decapitati (e la storia dell’iconica testa tra le radici)

Chi arriva tra le rovine di Ayutthaya, antica capitale del Regno del Siam a 80 km circa da Bangkok, non può non rimanere colpito da un dettaglio un po’ divertente e un po’ inquietante: la maggior parte delle statue del Buddha non ha più la testa. Proprio così, tra i resti del Parco Storico, si ammirano file di figure sacre mutilate, sedute in meditazione, con lo sguardo invisibile e solo immaginabile.

Ma perché i Buddha di Ayutthaya sono decapitati? La risposta affonda le radici — in tutti i sensi — nella storia del Paese e negli umori e dispetti tra reali.

Il Parco Storico di Ayutthaya

Il Parco Storico di Ayutthaya, dichiarato Patrimonio dell’Umanità UNESCO nel 1991, è un luogo di straordinaria bellezza e spiritualità, in un tempo ancora sospeso. Si estende su circa 290 ettari e custodisce i resti dei principali edifici dell’antica città.

In passato Ayutthaya, strategica perché fondata su di un’isola alla confluenza di tre fiumi Chao Phraya, Pasak e Lopburi, vantava ben tre palazzi reali e quasi quattrocento templi: oggi il parco comprende sei complessi principali ben conservati.

Tra questi, il Wat Mahathat è uno dei più antichi e affascinanti: costruito probabilmente all’inizio del XIV secolo, era il centro religioso e simbolico del regno, dove venivano custodite reliquie sacre del Buddha.
Il complesso si distingue per la posizione centrale e per la grande torre prang, tipica dell’architettura khmer, che domina l’intera area e simboleggia la montagna sacra del Monte Meru, asse dell’universo nella cosmologia buddhista. Ma non solo: qui è conservata la celebre testa del Buddha tra le radici dell’albero, circondata da tanti, anzi tantissimi, Buddha senza testa.

Wat Mahathat
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Buddha senza testa del Wat Mahathat

Alla ricerca di pietre preziose

Nel 1767, dopo anni di tensioni, l’esercito birmano invase Ayutthaya, allora capitale del Regno del Siam, mettendo fine alla dinastia Ban Phlu Luang e distruggendo gran parte della città.
Secondo la leggenda, l’origine di tanta devastazione a scapito delle teste dei Buddha risalirebbe a molto tempo prima: il re Naresuan il Grande (re tra il 1590 e il 1605) aveva ucciso il padre di un principe birmano, che per vendicarsi diffuse la voce che all’interno delle statue del Buddha fossero nascosti gioielli e pietre preziose.
Quando i birmani conquistarono Ayutthaya, i soldati — convinti di trovare tesori — iniziarono a decapitare e frantumare le statue in cerca di ricchezze. Nessun tesoro, però, venne mai trovato.
Il risultato fu un paesaggio di templi distrutti e Buddha senza testa, che ancora oggi popolano le rovine del parco archeologico.

Wat Mahathat
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Scorcio delle rovine del Wat Mahathat

La testa del Buddha tra le radici

Tra le rovine del Wat Mahathat si trova una delle immagini più celebri della Thailandia: una testa di Buddha incastonata tra le radici di un albero di bodhi.
Secondo gli esperti questa fusione tra spiritualità e natura è del tutto casuale. Durante le decapitazioni dei Buddha, le teste venivano lasciate a terra, senza cura. Col tempo e con l’umidità gli alberi sono cresciuti intorno a questi tesori, diventando un tutt’uno. Così fu per questa testa di Buddha, lasciata vicino al tronco di un fico sacro le cui radici l’hanno avvolta lentamente, fino a inglobarla. Oggi sembra che il volto del Buddha emerga dalla terra, sereno, in perfetta armonia con la natura che lo protegge.

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La testa di Buddha incastonata tra le radici di un albero di bodhi

Qualche curiosità e info

Gli studiosi del Dipartimento delle Belle Arti thailandese e dell’UNESCO ritengono che questa testa appartenga a una statua proveniente da un’area di confine, probabilmente influenzata dallo stile khmer: le labbra piene e il naso pronunciato ricordano infatti le caratteristiche della scultura cambogiana del periodo.
Per chi visita la testa nell’albero del Wat Mahathat, c’è una regola fondamentale da rispettare (e le guardie sono pronte e scattanti a ricordarla): non si può posare in piedi vicino alla testa del Buddha. È obbligatorio sedersi o accovacciarsi per le fotografie, in segno di umiltà e venerazione. In Thailandia, infatti, è considerato irrispettoso trovarsi con la propria testa più alta di quella del Buddha.

Ancora una chicca: prima di uscire, alle spalle della testa di Buddha, si trova una sorta di inventario a cielo aperto, con reperti sparsi e ammucchiati — resti di varie parti del corpo e pezzi di statue di Buddha di diversa dimensione.

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Resti di varie parti del corpo e pezzi di statue di Buddha di diversa dimensione

Come visitare (dentro) la Piramide di Cheope

Non tutti lo sanno, ma non è così scontato poter entrare in una Piramide. A parte le possibili difficoltà legate alla discesa, all’umidità e alle temperature, ciclicamente tutte le tombe vengono chiuse. Non solo per lavori di manutenzione e restauro, ma perché – a detta delle guide locali – “devono riposare”. È un’espressione molto bella, che manifesta tutto il rispetto verso queste opere d’arte, di vita e di morte.

Noi abbiamo avuto la fortuna di poter entrare all’interno della Piramide di Cheope, all’interno dell’altopiano di Giza, costruita per il faraone Khufu (Cheope) attorno al 2560 a.C. e l’unica delle Sette Meraviglie dell’Antichità ancora in piedi.

L’altopiano delle Piramidi di Giza

A circa 14 chilometri dal centro del Cairo, l’altopiano di Giza custodisce uno dei complessi archeologici più famosi al mondo: quello delle Piramidi di Cheope, Chefren e Micerino, costruite tra il 2580 e il 2500 a.C., durante la IV dinastia dell’Antico Regno. Le tre piramidi sorgono una accanto all’altra sul bordo occidentale del deserto, simbolicamente dove il sole tramonta (il tramonto nell’antico Egitto era simboleggiato principalmente dal dio Atum, creatore dell’universo). La più grande è la Piramide di Cheope (o Grande Piramide), accanto alla quale si trova la Piramide di Chefren, riconoscibile per il rivestimento calcareo ancora visibile sulla punta, e poco più avanti quella di Micerino, la più piccola ma anche la più pregiata, un tempo rivestita di granito rosa di Assuan.

Davanti alle piramidi si trova (visitabile) l’antico Tempio della Valle, dove i sacerdoti officiavano i riti di imbalsamazione, collegato tramite una rampa monumentale ai templi funerari di ciascun faraone, ai piedi delle piramidi. A pochi passi sorge la celebre Sfinge di Giza, con corpo di leone (forza) e volto umano (intelligenza), probabilmente scolpita sotto il regno di Chefren per rappresentare il sovrano.

L’altopiano fu riscoperto da esploratori e archeologi a partire dal XIX secolo: gli scavi sistematici iniziarono nel 1817 con Giovanni Battista Caviglia ma continuano ancora oggi.

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L’altopiano delle Piramidi di Giza

La Piramide di Cheope, com’è fatta

Costruita con circa 2,3 milioni di blocchi di calcare e granito, alcuni dal peso di oltre 60 tonnellate, la Piramide di Cheope fu realizzata in circa vent’anni da un esercito di operai stimato tra 20.000 e 100.000 persone. Nei pressi dell’altopiano sono stati trovati i resti del villaggio degli operai, completo di forni, ceramiche e iscrizioni che raccontano la loro vita quotidiana (birra compresa nel rancio!). La tomba era originariamente alta 146,6 metri; anche se oggi misura solo 138 metri circa perché nel tempo ha perso il rivestimento apicale.

La Piramide di Cheope è l’unica ad avere la camera funeraria posta sopra il livello del suolo, un dettaglio unico tra tutte le piramidi egizie. La precisione con cui è orientata ai punti cardinali (errore inferiore a 1/15 di grado) continua a sorprendere gli studiosi moderni.

Internamente si compone di un sistema di passaggi e camere disposti su più livelli. Gli ambienti principali sono la Grande Galleria di 46 metri, che conduce alla Camera del Re, sormontata da cinque camere di scarico sovrapposte, progettate per alleggerire la pressione del peso della piramide. Dentro si trova il sarcofago di Cheope. Dalla base della Grande Galleria si dirama un passaggio che conduce alla Camera della Regina, collocata al centro della struttura, la cui funzione è ancora dubbia (probabilmente fungeva da magazzino dove erano state deposte le offerte e provviste in dono al faraone per il suo viaggio verso l’aldilà).

All’esterno della Grande Piramide sono state rinvenute anche tre piramidi minori dedicate alle tre donne di Cheope, la madre, la sorella e la moglie. L’arredo trovato all’interno della piramide della regina è oggi esposto al Grand Egyptian Museum, inclusi il suo letto, i gioielli e i vasi canopi. Sempre al di fuori della piramide, si trovava la celebre barca solare del faraone, custodita per millenni in una fossa accanto alla base della piramide, oggi restaurata ed esposta in una sezione esterna del museo.

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Sentiero verso l’entrata alla Piramide di Cheope

Entrare dentro la Piramide, i consigli

Entrare nella Piramide di Cheope è un’esperienza intensa, da tanti punti di vista. L’entrata si trova a circa 15 metri dal suolo, ci si arriva salendo dei comodi gradoni, e si apre in una caverna, scavata dal Califfo al-Ma’mun nel tentativo di entrare nella tomba. Questa che oggi è utilizzata dai turisti per la visita, non era l’entrata originale, anche perché le Piramidi per come erano concepite non prevedevano entrata, perché venivano chiuse per sempre.

Quasi da subito si sale piegati, lungo un cunicolo dotato di pedana in legno e corrimano, man mano che l’umidità aumenta e l’aria si fa densa.

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Il lungo cunicolo dotato di pedana in legno e corrimano lungo circa 40 metri

Dopo circa 40 metri di tunnel, il passaggio si apre nella Grande Galleria (Grand Gallery): un corridoio alto 8,5 metri e lungo 46, con spigoli gettanti che scaricano il peso dell’imponente struttura.

Dalla galleria si accede, dopo un ultimo passaggio aperto tra i grandi blocchi, alla Camera del Re (King’s Chamber), interamente realizzata in blocchi di granito rosso di Assuan (una pietra molto potente a livello energetico), dove si trova il sarcofago di Cheope, spoglio ma imponente. Per non rimanere delusi bisogna sapere che la stanza, di circa 10 metri per 5, è priva di decorazioni o geroglifici, tipici nvece delle piramidi posteriori: qui è tutto sobrio ma immenso, tanto che alcune persone si concedono a pratiche di meditazione vicino alle pareti di pietra. Su una delle pareti si può notare il foro di 20 x 20 cm, utilizzato per le ispezioni con nuove tecnologie di scansione avanzate e robot esploratori.

Alcune avvertenze: all’interno fa molto caldo (anche oltre 35 gradi) e la percentuale di umidità è altissima. Il primo tratto è basso e stretto, bisogna stare piegati ed è a doppio senso, quindi il vero problema è quando si incontra qualcuno di grande statura o un po’ impacciato dal verso opposto: bisogna essere un po’ agili e lesti, ecco.

Info pratiche

Il complesso di Giza è aperto ogni giorno: dalle 8 alle 17 (da ottobre a marzo) e dalle 7 alle 18 (da aprile a settembre) e sono organizzati spettacoli di luci e musica dopo il tramonto. L’ingresso prevede un biglietto per la visita al sito (da 540 EGP, circa 16,50 Euro), inclusa la Sfinge e il Tempio della Valle; mentre per entrare all’interno della Piramide di Cheope è necessario un biglietto speciale (circa 900 EGP, oltre al biglietto base del sito).

All’interno del sito ci si sposta con navette con fermate nei punti di maggiore interesse o a piedi: il percorso è lungo e soleggiato praticamente tutto l’anno, quindi meglio portare acqua, cappello e crema solare (ci sono diverse bancarelle per acquistare bevande o la tipica keffia egiziana per ripararsi da sabbia e sole). Meglio indossare scarpe chiuse ed evitare di portare zaini ingombranti.

La visita all’interno delle piramidi non è adatta a chi soffre di claustrofobia, a chi ha problemi di tachicardia o mobilità ridotta, perché davvero fa molto caldo e a tratti manca l’aria. Senza allarmismo è bene essere consapevoli perché poi una volta dentro non è immediato tornare indietro. Entrare al mattino presto è la scelta più giusta specialmente nei periodi più caldi; o la sera, alla chiusura, si può godere di un paesaggio unico, con la luce del tramonto timida su piramidi e cammelli.

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L’ultimo tratto prima della Camera del Re

Il sito, sia fuori che dentro, ha qualcosa di estremamente mistico, ed è bene rispettarlo, evitando di alzare la voce, o di insistere troppo con foto e selfie, specialmente durante le salite e le discese, per non creare tappi nei percorsi.

Le architetture delle piramidi e i rituali che gli Antichi Egizi vivevano intorno alla morte e all’aldilà sono molto complessi e una guida potrebbe davvero fare la differenza. Non stupitevi però se la guida non entra nella piramide, ma spiega tutto fuori per aspettarvi all’uscita: loro non possono entrare, e ne hanno il divieto per evitare di creare ingorghi all’interno, e troppa confusione di lingue e spiegazioni.

Come arrivare alle Piramidi di Giza

Dall’Italia, Il Cairo è collegato con voli diretti giornalieri da Roma e Milano e la compagnia di bandiera, Egyptair, propone diverse promozioni convenienti specialmente per chi viaggia nel weekend. Le Piramidi si trovano a circa 14 km dal centro de Il Cairo e sono raggiungibili in metropolitana, taxi, con driver privato o in tour organizzati con partenza direttamente dall’hotel. Presto una passerella pedonale collegherà l’altopiano di Giza con il GEM, il più grande museo al mondo dedicato all’Antico Egitto.

Per prenotare una guida in lingua italiana e organizzare la visita abbinata al museo in modo veloce e comodo potrebbe aver senso affidarsi a un tour operator. Il network Gattinoni Travel, oltre ai pacchetti completi, organizza anche singoli servizi e visite con accompagnatore e guida, a seconda delle diverse esigenze ma con grande flessibilità.

Kanchanaburi, la Ferrovia della morte e il ponte sul fiume Kwai nella Normandia dell’Asia

A soli 130 chilometri da Bangkok, Kanchanaburi è un luogo di natura maestosa e memoria storica. Montagne, fiumi e foreste pluviali nascondono un passato che ancora oggi, a pensarci, commuove.

Un po’ di storia

Durante l’occupazione giapponese della Thailandia, tra il 1942 e il 1945, il governo militare nipponico decise di costruire una linea ferroviaria lunga oltre 400 chilometri per collegare Bangkok con Rangoon, in Myanmar, allora sotto il loro controllo. L’obiettivo era creare una via di rifornimento strategica per le truppe giapponesi, evitando le rotte marittime presidiate dagli Alleati e garantendo un collegamento diretto tra la Thailandia e la ex Birmania.

Il progetto, però, divenne presto un incubo. In soli sedici mesi, decine di migliaia di prigionieri di guerra e civili asiatici furono costretti a lavorare in condizioni disumane: fame, malattie tropicali, violenze e turni massacranti. Più di 100.000 uomini persero la vita tra giungla, malaria e privazioni. È per questo che la linea ferroviaria passò alla storia come la “Ferrovia della morte”, simbolo di uno dei capitoli più tragici della Seconda Guerra Mondiale.

Oggi, visitare Kanchanaburi significa fare un viaggio doppio: tra le meraviglie naturali della Thailandia occidentale e i luoghi della memoria, in una sorta di “Normandia d’Asia”.

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Il tratto più iconico e difficile della Ferrovia della morte, che costò migliaia di vite umane

Il ponte sul fiume Kwai, dal dolore al mito

Simbolo universale di Kanchanaburi, il ponte sul fiume Kwai è parte integrante della linea della Ferrovia della morte. Costruito dai prigionieri con mezzi rudimentali, fu bombardato e distrutto durante la guerra, per poi essere ricostruito fedelmente.

Il film “Il ponte sul fiume Kwai” (titolo orig. The Bridge on the River Kwai) di David Lean del 1957, tratto dal romanzo di Pierre Boulle, lo rese celebre in tutto il mondo e contribuì a trasformarlo in un simbolo universale di coraggio e resistenza. La tragedia della Ferrovia della morte ha ispirato anche il film “The Railway Man” (2013) di Jonathan Teplitzky, tratto dall’autobiografia di Eric Lomax, ex prigioniero di guerra britannico. Due visioni diverse — una epica, l’altra più intima — che raccontano una storia che non vuole essere dimenticata.

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Ente Turismo Thailandese
Il ponte sul fiume Kwai

Curiosità: quando il film rese celebre il “ponte sul fiume Kwai”, emerse un piccolo mistero geografico. In realtà, all’epoca, non esisteva un fiume con quel nome: il corso d’acqua presso Kanchanaburi si chiamava Mae Khlong. Con l’arrivo dei turisti, per rendere il luogo riconoscibile, le autorità thailandesi decisero negli anni Sessanta di ribattezzare il tratto locale in Khwae Yai per allinearsi alla fama cinematografica. Il nome fu preso da uno dei due affluenti principali, Khwae Yai e Khwae Noi, che confluiscono nel Mae Khlong, e il nome “Kwai” deriva proprio da un difetto di traslitterazione inglese che è rimasto nell’uso comune.

Camminare oggi sul ponte, con le rotaie sotto i piedi e il fiume che scorre sotto, è un gesto di memoria e riconciliazione, contemplazione e meditazione. L’ideale è arrivarci di mattina o al tramonto, evitando le ore di maggiore afflusso. Da non perdere, ogni anno tra novembre e dicembre, il River Kwai Bridge Festival rievoca la storia con spettacoli di luci, suoni e testimonianze.

Viaggiare lungo la Ferrovia della morte

Uno dei modi più emozionanti per vivere la storia di Kanchanaburi e godere di un panorama strepitoso è percorrere il tratto ferroviario più scenografico, che si snoda lungo il viadotto di Wang Po, fino alla stazione di Tham Krasae. Proprio questo tratto è tra i più iconici e difficili realizzati dai prigionieri di guerra con strumenti rudimentali, che costò migliaia di vite umane. È un percorso spettacolare: da un lato il fiume Khwae Noi, dall’altro pareti rocciose e giungla fitta, con la ferrovia che corre sospesa su palafitte di legno costruite a mano oltre ottant’anni fa.

Il treno rallenta lungo il viadotto, e lascia il tempo di osservare il panorama intorno e scattare qualche foto dal finestrino. Alla stazione di Tham Krasae ci si può fermare per una passeggiata: si cammina sul single track che conduce alla grotta un tempo rifugio dei prigionieri, oggi custode di una statua del Buddha.

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Treno alla stazione di Tham Krasae

L’Hellfire Pass: la gola dell’inferno

Tra i luoghi più commoventi lungo la linea ferroviaria c’è l’Hellfire Pass, o Passo dell’Inferno. Qui i prigionieri scavarono nella roccia viva a mani nude, illuminati solo da torce che di notte creavano un bagliore sinistro, come fiamme all’inferno. Oggi, questo tratto è un memoriale curato dal governo australiano: un museo moderno espone oggetti, fotografie e testimonianze dirette, mentre un sentiero attraversa la gola tra pannelli che raccontano la fatica e la resistenza di chi non sopravvisse. Camminare nel silenzio della giungla, accompagnati solo dal canto delle cicale, è un’esperienza che lascia senza parole.

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Ente Turismo Thailandese
Hellfire Pass o Passo dell’Inferno

I cimiteri e i musei della memoria

A Kanchanaburi, la memoria della ferrovia vive anche nei cimiteri di guerra di Don Rak e Chungkai, con file ordinate di lapidi bianche, dove riposano migliaia di prigionieri britannici, australiani e olandesi.

Oltre a questo colpo d’occhio silente, sono da visitare i tre centri e musei che raccontano meglio la storia della zona. Il Thailand-Burma Railway Centre (aperto dalle 9 alle 16.30, costo 160 Thb per gli adulti e 80 Thb per i bambini) illustra la costruzione della ferrovia attraverso modelli e filmati; mentre il JEATH War Museum (dalle 8 alle 17; 50 Thb adulti e 20 Thb il ridotto) ricrea le baracche dei prigionieri e le condizioni di vita nei campi.

A Kanchanaburi il Museo Nazionale di Ban Kao (orari 9-16, biglietto 50 Thb), costruito su un sito funerario di 4000 anni fa, racconta la preistoria della regione con reperti, ceramiche e strumenti in pietra. Una sezione speciale è dedicata proprio alla Seconda guerra mondiale, con documenti e manufatti che illustrano l’impatto del conflitto e la costruzione della ferrovia.

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Ente Turismo Thailandese
Uno dei cimiteri di guerra di Kanchanaburi

Come arrivare a Kanchanaburi

Oltre che con la macchina, si può raggiungere Kanchanaburi da Bangkok in treno. Si parte dalla stazione di Bangkok Thonburi, con treni gestiti dalle Ferrovie dello Stato della Thailandia (SRT). I convogli sono semplici, di terza classe; il viaggio dura circa due ore e mezza e attraversa risaie, villaggi e campagna thailandese fino a raggiungere il cuore di Kanchanaburi.

Una volta arrivati, la fermata più comoda è quella nei pressi del celebre ponte sul fiume Kwai, da cui partono i treni che percorrono il tratto panoramico fino a Tham Krasae e Nam Tok, capolinea della linea. Prendendo il treno del mattino e scendendo a Tham Krasae, si ha il tempo di esplorare la grotta, camminare sui binari sospesi sul fiume e pranzare prima di rientrare in città o di seguire verso il parco di Erawan e la foresta.

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Interno del treno che percorre la Ferrovia della morte

Il Parco di Erawan e il fiume Kwai nella foresta: la Thailandia fuori rotta

C’è una Thailandia un po’ inaspettata e ancora non troppo conosciuta, fatta di fiumi nella foresta, di cascate balneabili, di case galleggianti, sport e animali tropicali. È la Thailandia di Kanchanaburi, a ovest di Bangkok, quasi al confine con il Myanmar, dove la natura si fonde con la storia. Destinazione per un viaggio meno scontato? Il fiume Kwai e il Parco Nazionale di Erawan per un relax immersivo e silenzioso.

Tra storia e natura: la provincia di Kanchanaburi

A circa due ore e mezza da Bangkok, Kanchanaburi è un mondo a parte: una distesa di montagne, fiumi e foreste pluviali che si estende fino al confine con il Myanmar.

Nei dintorni della cittadina si può visitare la celebre Ferrovia della Morte, costruita durante la Seconda guerra mondiale dai prigionieri di guerra per collegare Bangkok a Rangoon: un’opera durissima, costata la vita a più di centomila uomini, e oggi divenuta simbolo di pace e memoria. Si può attraversare in treno un tratto della ferrovia, visitare l’iconico ponte sul fiume Kwai, i cimiteri e musei che ricostruiscono eventi e dolori di quegli anni; ma la regione vanta anche una delle aree naturali più spettacolari della Thailandia occidentale.

Le sette cascate di Erawan

Il Parco Nazionale di Erawan, fondato nel 1975 e oggi uno dei più visitati del Paese, è un piccolo paradiso di foresta tropicale, grotte e piscine naturali che si fanno spazio in mezzo al verde. Il suo nome deriva dall’elefante mitologico a tre teste della religione induista: le sette cascate che scendono lungo il versante della montagna ricordano proprio la sua forma maestosa.

Parco Nazionale di Erawan
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Una delle sette cascate del Parco Nazionale di Erawan

L’acqua è di un azzurro lattiginoso quasi surreale, dovuto alla presenza di calcare e minerali (diventa un po’ più torbida solo dopo la pioggia che smuove il terreno). Ogni livello ha la sua personalità: le prime cascate sono più accessibili, ideali per chi vuole rilassarsi, mentre le ultime richiedono un po’ di trekking e non sono proprio per tutti. Si cammina lungo un sentiero immerso nella vegetazione, ma ben attrezzato e segnalato, tra alberi di teak e ficus giganti, punti per la pausa e servizi. Camminando, se si presta attenzione, non è raro incontrare farfalle tropicali e scimmie curiose.

Prima di entrare, nel parcheggio, ci sono negozi e ristoranti, ma anche nel parco si trovano bar per snack e bibite. Poco dopo l’ingresso, prima delle cascate, c’è un punto per ritirare i giubbotti di salvataggio (20 Baht per l’intera giornata), che sono obbligatori per fare il bagno. Tutte le piscine naturali sono balneabili; dalla seconda alla quarta senza particolari difficoltà. Chi arriva al settimo livello può tuffarsi in piscine naturali dove l’acqua è fresca e trasparente, tra piccole grotte e rocce levigate, quasi in solitudine perché in pochi arrivano fino a sopra. Un consiglio: non fatevi impressionare dai pesci grandi, e neanche dai pescetti piccolini che sembrano pizzicare i piedi proprio vicino alla roccia; una volta in acqua vi lasceranno stare e ci si potrà godere uno dei più bei bagni di sempre.

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Le piscine naturali del Parco di Erawan

Dormire sul fiume Kwai

Oltre alle cascate, una delle esperienze più magiche è quella di dormire sul fiume Kwai, nelle tradizionali raft houses o nei lodge galleggianti immersi nella giungla. Le Jungle Rafts, per esempio, sono eco-lodge galleggianti costruiti in legno di bambù, privi di elettricità, illuminati solo da lanterne e candele. Alcune strutture sono semplici e romantiche, altre offrono tutti i comfort di un resort, ma tutte condividono la stessa vista: il fiume che scorre lento, i rumori della foresta, le luci che si riflettono sull’acqua. I “villaggi” si raggiungono con barchette che partono dal porticciolo di Phutakien Pier. Ovviamente non ci si deve stupire per l’incontro ravvicinato con qualche animale tropicale, come scimmie, varani o serpenti, e al mattino potrebbe esserci un elefante che si bagna nel fiume a dare il buongiorno. Al tramonto, quando la foresta si tinge d’oro, si capisce davvero cosa significhi “fuori rotta”: non ci sono suoni artificiali, solo il respiro del fiume e i richiami degli uccelli.

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Un elefante nelle acque del fiume Kwai

Cosa fare: escursioni e sport

Dai resort partono diverse esperienze fluviali più o meno avventurose, per tutti i gusti e per ogni età: dal bamboo rafting, la discesa del fiume su una zattera di bambù, alle gite in kayak o in barca fino alle cascate di Sai Yok Yai, nel vicino Sai Yok National Park. In barca si può risalire anche fino alla Lawa Cave, una grotta profonda e misteriosa.  All’interno, stalattiti e stalagmiti formano colonne naturali che brillano alla luce delle torce: secondo le leggende locali, la grotta era abitata da spiriti e animali sacri.

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bamboo rafting, la discesa del fiume su una zattera di bambù

Tra le attività più amate c’è la zipline del Tree Top Adventure Park, un percorso sospeso tra gli alberi con passerelle, ponti e funi che offrono panorami mozzafiato sulla giungla. Oppure si può pedalare lungo i sentieri che costeggiano il fiume con un tour in mountain bike, fermandosi nei piccoli villaggi dove il tempo sembra essersi fermato.

Molti resort propongono anche esperienze più lente e tradizionali, come la pesca al tramonto, le passeggiate a dorso d’elefante nei centri etici o i laboratori di cucina thailandese con ingredienti locali. Per i più audaci, il kayak notturno è tra cielo e acqua.

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Navigazione sul fiume Kwai

Quando andare e come arrivare

Il periodo migliore per visitare il Parco di Erawan e il fiume Kwai va da novembre a marzo, quando il clima in Thailandia è generalmente secco e piacevole. Ma anche durante la stagione delle piogge, da giugno a ottobre, il paesaggio si trasforma: la foresta è più verde, le cascate sono al massimo della loro portata e i rovesci durano spesso solo poche ore.

Da Bangkok, Kanchanaburi si raggiunge facilmente in treno, bus o auto privata in circa due ore e mezza. Da qui partono le escursioni giornaliere per Erawan National Park, Sai Yok, Lawa Cave e per i resort lungo il fiume.

Il gusto in volo: i segreti della compagnia aerea premiata per il cibo a bordo

Servire un buon pasto a 10.000 metri d’altezza non è semplice; ma ci sono piccoli accorgimenti, segreti dietro ai fornelli, iniziative speciali e coccole al palato che possono rendere il cibo in alta quota di qualità.

Turkish Airlines, ad esempio, ha messo in campo ricette e servizi già riconosciuti con premi internazionali: nel 2025 è stata eletta per la decima volta “Best Airline in Europe” agli Skytrax World Airline Awards e ha ricevuto da APEX il riconoscimento come “Best in Class in the World Class Food & Beverage Executions Category”, oltre al titolo di “World’s Most Sustainable Flag Carrier” ai World Finance Sustainability Awards.

Ma qual è il segreto? Per Turkish Airlines la ristorazione non è un semplice servizio di bordo, ma una forma di ospitalità culturale. L’obiettivo è offrire un’esperienza che rifletta l’identità gastronomica della Turchia, fondendo piatti della tradizione con ispirazioni moderne e internazionali. A bordo, piatti preparati da chef professionisti, menu ispirati alla cucina turca e mediterranea e un servizio curato nei dettagli trasformano il pasto in un’esperienza di viaggio a sé.

Il gusto a 10.000 metri

Dietro ogni portata servita in volo c’è un lungo lavoro di progettazione, sperimentazione e controllo qualità. I menu sono ideati da chef turchi e internazionali di Turkish DO & CO, la società di catering del gruppo, e includono – a rispecchiare il ricco patrimonio geografico e culturale della Turchia – piatti della cucina anatolica, mediterranea e internazionale con influenze francesi, italiane, ma anche indiane e cinesi.

Gli ingredienti scelti sono freschi e genuini, nel pieno rispetto degli standard igienici internazionali, con olio d’oliva, erbe aromatiche, verdure di stagione, frutti di mare e cereali che incarnano l’essenza della dieta mediterranea.

Ogni ricetta viene adattata alle condizioni del volo: a 10.000 metri, infatti, gusto e olfatto cambiano. Gli chef regolano di conseguenza condimenti, texture e temperature per offrire un equilibrio di sapori perfetto anche in quota. Degustazioni giornaliere e valutazioni della qualità garantiscono coerenza ed eccellenza, consentendo ai team culinari di perfezionare continuamente le ricette e offrire un’esperienza eccezionale a ogni volo.

La preparazione dei piatti

La ristorazione in volo presenta sfide tecniche uniche: i pasti vengono inizialmente cucinati a terra, poi refrigerati, suddivisi in porzioni e finalizzati dal personale a bordo.

La preparazione vera e propria dei piatti avviene nelle nove cucine gourmet del gruppo dislocate in TurchiaIstanbul, Sabiha Gökçen, Ankara, Antalya, Izmir, Bodrum, Trabzon, Dalaman e Adana — per garantire una produzione sempre fresca, stagionale e locale. Gli chef cucinano e preparano i piatti pronti per essere solo completati a bordo. Un processo complesso, che può influire sia sulla consistenza che sul sapore. Per questo gli chef adottano un “approccio boutique“, selezionando attentamente i menu e adattando i metodi di preparazione per preservare la freschezza e il sapore in ogni fase.

Ovviamente non possono essere dimenticate esigenze speciali, intolleranze e allergie, per questo la compagnia propone oltre 15 tipi di pasti speciali, adatti a esigenze religiose, etiche o salutistiche: halal, kosher, vegetariani, vegani, senza glutine, ipocalorici, a basso contenuto di colesterolo o per bambini. Tutti i pasti sono preparati secondo rigorosi standard igienici, con ingredienti freschi e controlli costanti in ogni fase. I passeggeri possono richiedere pasti speciali per motivi religiosi, medici o nutrizionali al momento della prenotazione o fino a 24 ore prima del volo.

I Flying Chefs, ambasciatori del gusto

Ma c’è un’esperienza davvero incredibile. Sui voli di lungo raggio e in Business Class, la compagnia aerea imbarca i Flying Chefs, cuochi professionisti che fanno parte dell’equipaggio. La loro presenza, con il cappello e la divisa, aggiunge un tocco umano all’esperienza food in volo: collaborano con il personale di bordo, consigliano i passeggeri nella scelta dei piatti, curano l’impiattamento e aggiungono le ultime rifiniture ai piatti preparati a terra.

Il programma Flying Chefs rimane parte integrante della filosofia di servizio della compagnia: la loro missione è offrire ai passeggeri un’esperienza culinaria di lusso sopra le nuvole, dimostrando il meglio dell’ospitalità turca. I Flying Chefs sono responsabili della perfetta presentazione dei piatti in Business Class, assistono alla preparazione dei pasti nella cucina di bordo, ma soprattutto interagiscono con i passeggeri, fornendo consigli sui piatti e appuntando richieste o esigenze particolari. Effettivamente ci si sente coccolati in volo.

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I Flying Chefs sono cuochi professionisti che fanno parte dell’equipaggio

I piatti preferiti

Ma cosa si mangia in volo? E perché piace così tanto? Il menu di Turkish Airlines è un ponte tra Oriente e Occidente e vuole soddisfare tutti i gusti. Accanto ai grandi classici della cucina turcameze, kebab, börek, baklava e lokum– trovano spazio piatti di ispirazione internazionale come ricette francesi, italiane, indiane e cinesi.

Tra le specialità più amate: il lahmacun (focaccia turca con carne macinata e spezie); l’agnello brasato con purè di sedano rapa e salsa al timo; la zuppa di polpette agrodolci e i dolci turchi con gelato di Kahramanmaraş o helva al tahina. Apprezzatissimo anche il meze, una selezione di piccoli piatti serviti come antipasti, servito con pane caldo e olio d’oliva turco. Il tè turco, simbolo nazionale iconico, viene servito da una versione modernizzata del tradizionale semaver.

Il pane più antico del mondo

A bordo dei voli della compagnia turca si mangia il “pane più antico del mondo”, un prodotto realizzato con grani Einkorn ed Emmer, considerati i più antichi dell’Anatolia, culla di civiltà millenarie. Il progetto, denominato The Oldest Bread, è stato presentato per la prima volta il 22 settembre 2024 sul volo TK3 da Istanbul a New York.

Preparato fresco da Turkish DO & CO con la consulenza dello storico della cucina turca Ömür Akkor e dell’accademico Çetin Şenkul, il pane nasce come omaggio all’agricoltura anatolica, le cui radici risalgono a circa 12.000 anni fa nella regione di Taş Tepeler. Qui, secondo gli studiosi, l’uomo passò da cacciatore-raccoglitore a coltivatore, “addomesticando” il grano e dando origine alle prime forme di agricoltura. Servito caldo in un sacchetto speciale insieme a burro e olio d’oliva, questo pane è ora disponibile per tutti i passeggeri di Business Class sui voli intercontinentali.

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A bordo di Turkish Airlines si mangia il “pane più antico del mondo”

Economy e Business, la qualità non ha classe

Un menu che cambia a seconda delle destinazioni e delle stagioni; con livelli di qualità impeccabili sia in Economy che in Business Class.

In Business Class l’esperienza è più immersiva: oltre agli chef, si trovano tovagliato, posate in acciaio, calici in vetro e un servizio che ricorda quello di un ristorante di terra. Un’esperienza che continua o parte già dalla bellissima Lounge di Istanbul, parte in tutto e per tutto del viaggio, con le varie postazioni di cibo tradizionale preparato al momento, buffet per tutti i gusti, bevande calde e fredde.

In Economy, invece, si privilegia la praticità senza rinunciare alla qualità: stoviglie in melamina resistente al calore, piatti curati e la stessa attenzione agli ingredienti freschi e di stagione. In entrambe le classi, la filosofia resta la stessa: offrire un pasto che parli di accoglienza, cultura e gusto, qualunque sia il posto a bordo.

mangiare in aereo
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Un pasto servito in Business Class

La sfida della sostenibilità

La sostenibilità è parte integrante della filosofia di Turkish Airlines, anche nel catering. La compagnia lavora con fornitori locali per ridurre le emissioni legate alla logistica, promuove la produzione stagionale e controlla ogni fase del ciclo produttivo per minimizzare gli sprechi. Il sistema di pianificazione giornaliera consente di monitorare la preparazione dei pasti e di adattare le quantità in base ai voli effettivi, garantendo così efficienza e qualità con il minor impatto ambientale possibile.

Inoltre, Turkish Airlines sta progressivamente eliminando la plastica monouso, introducendo imballaggi sostenibili e materiali riciclabili, e riducendo al minimo le eccedenze alimentari.

Si alza il sipario sul Tesoro di Tutankhamon al GEM de Il Cairo

Dopo oltre dieci anni di rinvii, attese e annunci, il Grand Egyptian Museum – anche conosciuto come GEM – ha aperto le porte della sua galleria più attesa: quella dedicata all’immenso tesoro di Tutankhamon. Il nuovo museo, inaugurato al completo i primi di novembre, e progettato per essere il più grande al mondo dedicato a una singola civiltà, già viene chiamato dalle guide più appassionate semplicemente “il Museo di Tutankhamon”, perché è questo il motivo principale per cui venire e lasciarsi innamorare.

L’affluenza è stata da subito superiore a ogni previsione: visitatori egiziani e turisti da tutto il mondo hanno preso d’assalto le prenotazioni, tanto che è stato necessario sospendere temporaneamente la vendita dei biglietti. Già, pazientiamo un attimo, ma studiamo e pianifichiamo, perché questo museo che si affaccia direttamente sull’altopiano di Giza, con vista sulle Piramidi, è assolutamente da vedere. Noi ci siamo stati ed ecco le nostre impressioni.

Perché lo scalo a Istanbul conviene (e come visitare gratis la città)

C’è un piccolo segreto che i viaggiatori esperti conoscono bene: non tutti gli scali vengono per nuocere. Anzi: possono trasformarsi in una splendida occasione per visitare le metropoli e alcune tra le città più affascinanti al mondo — a volte anche completamente gratis. Succede con Turkish Airlines, la compagnia di bandiera turca che ha fatto del suo hub di Istanbul un punto d’incontro tra Oriente e Occidente e una vera e propria esperienza di viaggio nel viaggio.

La compagnia, che nel 2025 ha vinto per la decima volta il titolo di “Best Airline in Europe” agli Skytrax World Airline Awards e il premio per il miglior catering a bordo, non è solo una delle più premiate al mondo: è anche tra le più “generose”. Per chi viaggia con uno scalo lungo nella capitale turca, Turkish offre due programmi estremamente interessanti, inclusi nel biglietto, Touristanbul e Stopover in Istanbul, che permettono di scoprire la capitale in giornata o con pernottamento. Insomma, messa così, questo scalo vale proprio la pena.

Touristanbul: la città da scoprire tra due voli

Il primo dei due programmi si chiama Touristanbul, per chi ha uno scalo tra 6 e 24 ore. Invece di passare la giornata in aeroporto, si può partecipare a un tour gratuito con guida, trasporto e pasti inclusi. Si parte e si rientra direttamente dal nuovo aeroporto di Istanbul, senza bisogno di prenotazioni complesse: basta presentarsi al banco Touristanbul almeno mezz’ora prima della partenza e scegliere il tour più adatto ai propri orari di volo.

Ce ne sono sei ogni giorno, con diversi itinerari che cambiano nel corso della settimana. Alcuni portano nei luoghi simbolo come Santa Sofia, la Moschea Blu, il Gran Bazar e il Palazzo Topkapı; altri propongono panorami sul Bosforo o passeggiate tra i quartieri più caratteristici della città. Tutti includono un pranzo tradizionale in ristoranti selezionati con cucina turca e ottomana.

È un’esperienza che permette di assaporare l’essenza di Istanbul anche in poche ore, e gratuitamente: basta avere un biglietto internazionale con scalo idoneo e una coincidenza abbastanza lunga.

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@Turkish Airlines
Touristanbul: chi ha uno scalo tra 6 e 24 ore può partecipare a un tour gratuito con guida

Stopover in Istanbul: una notte sul Bosforo

Ma non finisce qui. Se lo scalo supera le 20 ore, la compagnia offre un altro vantaggio: Stopover in Istanbul. È un programma pensato per chi ha un lungo viaggio intercontinentale e vuole prendersi una pausa, senza aggiungere costi al biglietto.

Chi vola in Economy Class ha diritto a una notte gratuita in hotel 4 stelle, mentre i passeggeri in Business Class possono soggiornare fino a due notti in hotel 5 stelle con colazione inclusa. Il servizio è disponibile per oltre 120 Paesi, Italia compresa, e si richiede facilmente inviando una mail a freehotelitaly@thy.com almeno 72 ore prima del viaggio, indicando il codice di prenotazione e i dati del biglietto.

Si tratta di un’occasione unica per visitare la città con calma, passeggiare per il centro, tra i quartieri di Karaköy e Galata, salire sulla torre per godersi la vista sul Bosforo o scoprire i caffè e le gallerie della parte asiatica, a Kadıköy, dove Istanbul svela il suo lato più autentico e moderno allo stesso tempo.

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@Turkish Airlines
Vista panoramica su Istanbul

Come funziona e a chi conviene davvero

Partecipare ai programmi è semplice: serve solo un biglietto Turkish Airlines con numero che inizia per 235, uno scalo compatibile con gli orari dei tour e, in alcuni casi, un visto elettronico (eVisa) che si ottiene in pochi minuti online. Tutte le informazioni aggiornate e i moduli di adesione si trovano nelle sezioni del sito dedicate a Touristanbul e Stopover.

Chi ha meno di 6 ore di scalo dovrà restare in aeroporto (per chi viaggia in Business, la Lounge propone esperienze incredibili, dalla camera per riposare al massaggio, dal simulatore per scoprire i luoghi iconici a una grande selezione di cibi tradizionali cucinati sul momento); ma per chi ha più tempo, vale davvero la pena organizzarsi. Il consiglio, anzi, è quello di scegliere volontariamente un volo con scalo lungo: così si guadagna un’esperienza in più senza spendere nulla.

Missione non impossibile, visto che Turkish Airlines opera oggi in oltre 131 Paesi e serve 355 destinazioni con una flotta di più di 506 aeromobili, con voli diretti da Roma, Milano, Venezia, Bologna, Napoli, Catania, Palermo, Bari e Torino. Da qui partono e arrivano aerei con scalo a Istanbul verso Tokyo, Bangkok, Singapore, New York, Buenos Aires, Maldive, Zanzibar e Città del Capo, solo per citarne alcuni.

Cosa fare a Bangkok e dintorni: 7 esperienze da non perdere assolutamente

Bangkok è una metropoli in costante trasformazione, che cambia di continuo, nel suo universo di contrasti: antichi templi e rooftop futuristici, mercati sull’acqua e grattacieli scintillanti, profumo di incenso e di street food. Ma oltre ai monumenti più famosi — il Grand Palace, il Wat Pho o il Wat Arun tanto per dirne alcuni — esistono esperienze che permettono di respirare davvero la vera essenza della città.

Ecco 7 esperienze per scoprire Bangkok e i suoi dintorni da un nuovo punto di vista.

Navigare tra i klongs, i canali del fiume Chao Phraya

La vita di Bangkok scorre, letteralmente, sull’acqua, e la navigazione del fiume Chao Phraya è la prima cosa da fare per avere una panoramica della città in tutte le sue sfaccettature. Prima che arrivassero le grandi strade, la città era un reticolo di canali — i klongs — che ancora oggi attraversano la capitale, e vivono.

La partenza è dal Rajini Pier, uno dei punti di imbarco, dove con 18-20 euro si può pattuire un itinerario su una longtail boat (barchette coloratissime con enormi motori di camion recuperati) e decidere insieme al barcaiolo le fermate.

Dal grande fiume Chao Phraya, si entra nei canali interni, dove il tempo sembra essersi fermato: lavanderie galleggianti, anziane che vendono fiori di loto, chi dorme sulle amache, botteghe dei mestieri più improbabili che si affacciano sull’acqua, case di altri tempi. Incredibile, all’improvviso, la vista sul Wat Paknam Bhasicharoen, noto per la monumentale statua di Buddha di 69 metri di altezza, chiamata Buddha Dhammakaya Thep Mongkol, ricoperta di rame dorato e situata in un’ala del complesso.

cosa fare a Bangkok
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La monumentale statua di Buddha di 69 metri di altezza

Una sosta da non perdere è nel quartiere di Phon Buri, nucleo originario della città fondato nel 1750 e poi abbandonato per le frequenti inondazioni. Oggi è una delle zone più affascinanti (e tutelate) di Bangkok, con case in legno originali o restaurate, piccole gallerie d’arte e caffè affacciati sul fiume.

Il tour può proseguire verso il Wat Arun, il Tempio dell’Alba, tra le icone della città, con la sua torre di porcellana che riflette la luce del sole sul fiume. Da qui, lungo la sponda sinistra, si costeggia IconSiam, il centro commerciale più spettacolare della Thailandia, e si arriva fino al quartiere di Talad Noi, un tempo zona di magazzini cinesi che oggi ha trovato una nuova forma grazie alla creatività delle nuove generazioni che hanno lasciato il commercio e trasformato i magazzini in locali, caffetterie e negozi, tra murales e installazioni.

La crociera può concludersi all’Asiatique, il grande mercato notturno sul fiume, tra ristoranti, negozi e giostre con tanto di ruota panoramica.

Koh Kret, l’isola nel fiume

A nord di Bangkok, nel distretto di Nonthaburi, il Chao Phraya forma una piccola isola fluviale: Koh Kret. È un mondo a parte, raggiungibile in meno di un’ora di traghetto dal centro.

Qui è tutto sospeso: niente auto, solo biciclette e motorini elettrici, tra sentieri e strade strettissime. Koh Kret è famosa per la comunità dei Mon, un’antica etnia originaria della Birmania, che da secoli produce ceramiche rosse decorate a mano.

Ogni weekend l’isola ospita un mercato locale dove si trovano cibi tradizionali, succhi tropicali, erbe, frutta e souvenir artigianali. Vale la pena fermarsi nei piccoli laboratori di terracotta o nei templi sparsi sull’isola, come il Wat Poramai Yikawat, con la sua chedi inclinata verso il fiume, simbolo del luogo.

Il massaggio tradizionale

In Thailandia il massaggio non è un lusso: è semplicemente da provare. A Bangkok, oltre ai centri più famosi come la rinomata SPA Devana, è possibile vivere l’esperienza nei luoghi dove tutto è iniziato.

Il Wat Pho, tempio del Buddha sdraiato, ospita la scuola più antica di massaggio tradizionale thailandese. Fondata oltre 200 anni fa, forma ancora oggi terapeuti provenienti da tutto il mondo. È possibile prenotare con un po’ di anticipo un trattamento all’interno del complesso, nei suoi ambienti semplici, unici e potenti, o in una delle sedi subito fuori. Qui il massaggio viene praticato secondo la tecnica originale: pressioni più o meno decise, stiramenti e un ritmo che segue il respiro.

Per un’esperienza ancora diversa, c’è il centro Perception Blind Massage, dove i trattamenti vengono eseguiti da operatori non vedenti, considerati tra i più sensibili e precisi nel percepire tensioni e punti di blocco muscolare.

Aperitivo su Bangkok

Bangkok dall’alto è un mosaico di luci e fiumi di traffico che sembrano serpenti luminosi. Sono tanti i locali con terrazza sul fiume, ma l’esperienza più suggestiva per ammirarla è certamente l’aperitivo al Sirocco Sky Bar, tra i più iconici rooftop dell’Asia.

Situato al 63° piano del Lebua State Tower, è famoso per la sua terrazza semicircolare sospesa sul vuoto, set del film Una notte da leoni 2. Il panorama al tramonto è mozzafiato: il Chao Phraya si tinge d’oro, i grattacieli si accendono e i movimenti della città paiono quasi rallentati.

I cocktail sono curati e il dress code è elegante — niente sandali, pantaloncini o zainetti. Anche se i prezzi sono più alti della media (circa 35 euro per un drink), la vista vale ogni baht speso.

cosa fare a Bangkok
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L’aperitivo al Sirocco Sky Bar, tra i più iconici rooftop dell’Asia

Il Wat Pho al tramonto

Il Wat Pho è uno dei templi più venerati della Thailandia e sede del celebre Buddha sdraiato lungo 46 metri. Visitato al mattino è spesso affollato, ma nel tardo pomeriggio, prima della chiusura (intorno alle 17:30), si trasforma in un luogo quasi mistico.

La luce del sole che filtra tra le pagode e si riflette sulle piastrelle di porcellana crea un’atmosfera sospesa. I monaci camminano silenziosi, il canto delle preghiere si diffonde nel cortile e si ha la sensazione di vivere la dimensione spirituale più vera del tempio.

Dopo la visita, si può attraversare il fiume per ammirare il Wat Arun, che si illumina al tramonto con riflessi d’argento e oro.

cosa fare a Bangkok
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La visita al Wat Pho nel tardo pomeriggio regala sfumature uniche

La dolce arte del cocco

A un’ora circa da Bangkok, nella provincia di Ratchaburi, si trova la zona di Damnoen Saduak, celebre per il mercato galleggiante, ma anche per la produzione artigianale di cocco.

Qui si coltiva il cocco, che si beve appena raccolto, verde, ricco di acqua dolce e polpa morbida. Ma il vero spettacolo è la lavorazione dello zucchero di cocco, ottenuto non dal frutto, ma dal fiore della pianta.

Fermandosi per una sosta, per esempio all’Orchid Farm di Amphawa Samut Songkhram, è possibile ascoltare e osservare il processo di lavorazione: ancora sull’albero, si taglia la punta del fiore, si lega con un filo e si lascia colare il succo in una bottiglia durante la notte. Al mattino si cuoce lentamente su fuoco a legna di cocco, fino a ottenere uno sciroppo dorato. Se si cuoce di più, si solidifica e diventa una sorta di pasta dolce e profumata, a cui viene data la forma di biscotto. Il fuoco per la cottura è a vista, e c’è sempre qualcuno pronto a mostrare il grande pentolone. Per dare qualche numero: da 30 alberi si ottengono circa 20 litri di succo e 5 chili di zucchero.

Nulla si spreca: dalla noce si ricava il latte di cocco, spremendo la polpa grattugiata con una stoffa bianca che fa da filtro, e l’olio che viene utilizzato anche in cosmetica per produrre saponi, balsami e creme.

cosa fare nei dintorni di Bangkok
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Produzione artigianale di cocco nella provincia di Ratchaburi

Mercati galleggianti e mercato della ferrovia

Sono tra le immagini più iconiche della Thailandia, eppure vederli dal vivo lascia sempre stupiti. A circa un’ora e mezza da Bangkok si trovano due luoghi che sembrano usciti da un film: il mercato galleggiante di Damnoen Saduak e il Maeklong Railway Market.

Il primo sarebbe da visitare all’alba, quando le barche dei venditori si riempiono di frutta tropicale, spezie e noodles fumanti cucinati direttamente sull’acqua. Durante il resto della giornata diventa più turistico, con souvenirs, vestiti e bibite, ma conserva ancora un fascino irresistibile.

dintorni di Bangkok
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L’arrivo del treno da uno dei banchi del mercato

Il Maeklong Railway Market, invece, è un’esperienza unica: un mercato all’aperto costruito lungo i binari di una ferrovia attiva. Ogni volta che il treno passa, i venditori piegano ombrelloni e banchi in pochi secondi, lasciando transitare il convoglio a pochi centimetri dalle merci. Poi tutto torna come prima, come se nulla fosse accaduto.

Una curiosità? Il suo nome thailandese, Talat Rom Hup significa “mercato dell’ombrello che si chiude”, proprio a raccontare il movimento che si crea, con precisione e naturalezza allo stesso tempo, ad ogni passaggio del treno. Il treno passa 8 volte al giorno in orari abbastanza precisi, per cui è bene verificare prima di organizzare la gita.

Come muoversi a Bangkok

Muoversi a Bangkok è più semplice di quanto sembri: la città vanta una rete di trasporti pubblici super efficienti, giorno e notte. Il BTS Skytrain e la metropolitana MRT collegano i principali quartieri commerciali e turistici, centrali e periferici, con biglietti singoli, carte ricaricabili e pass giornalieri (ideali se si prevedono più spostamenti nella stessa giornata) o della durata di 3 giorni.

Tipicamente thailandesi, ci sono i tuk tuk, i celebri taxi a tre ruote che sfrecciano tra i vicoli con la loro inconfondibile rumorosità. La sera si trasformano in mini discoteche itineranti, e sono perfetti per brevi tragitti, a qualunque ora, a patto di contrattare il prezzo prima di salire. In alcune zone, soprattutto nell’area verde di Bang Kachao, la grande isola nel fiume Chao Phraya, si può noleggiare una bicicletta; invece per attraversare la città da una prospettiva diversa, evitando la strada, non c’è niente di meglio dei longtail boat, le tipiche imbarcazioni dal motore lungo che solcano il fiume e i khlong (canali).

Per arrivare a Bangkok sono diverse le compagnie che partono dall’Italia. Per dividere il viaggio in modo furbo, la Turkish Airlines propone la tratta sulla capitale thalandese con scalo lungo a Istanbul, con due programmi – Touristanbul e Stopover -, che permettono di scoprire la capitale in giornata o con pernottamento gratuitamente.

Koh Samet, il paradiso a tre ore da Bangkok

Non troppo distante da Bangkok, c’è un’isola dove il tempo rallenta. Come nell’immaginario di chiunque voglia sognare un’isola tropicale, Koh Samet (o Ko Samed) è un piccolo paradiso ancora non troppo conosciuto e abusato, accessibile in poche ore dalla capitale e ideale tutto l’anno. A soli 220 chilometri da Bangkok, l’isola è un rifugio tropicale nel Golfo del Siam, raggiungibile senza voli interni e per tutte le tasche.

C’è chi crede che sia troppo vicina per essere all’altezza delle sorelle del sud. Chi teme di rimanere deluso per mare e esperienze. Ma si sbagliano: Koh Samet rimane nel cuore.

Un’isola sempre verde

In pochi lo sanno, ma il nome “Samet” deriva dagli alberi di samet, piante dalla corteccia sottile e chiara che crescono in abbondanza sull’isola. In passato, gli abitanti le usavano come torce naturali, arrotolandole con le foglie di areca per accendere il fuoco. Oggi questi alberi fanno parte del paesaggio protetto del Khao Laem Ya – Mu Ko Samet National Park, istituito nel 1981 per preservare l’ecosistema del Golfo orientale della Thailandia.

Il parco comprende non solo Koh Samet ma anche le piccole isole vicine e un tratto costiero della provincia di Rayong, con mangrovie, foreste tropicali e fondali ancora incontaminati. Non solo spiaggia sull’isola; infatti all’interno del parco si possono fare escursioni naturalistiche e brevi trekking, di livello facile, lungo sentieri panoramici che attraversano la foresta e conducono a punti d’osservazione con viste spettacolari sul Golfo del Siam.

Spiagge da non perdere

Ma non mentiamo: il mare è la principale ragione per cui si arriva a Koh Samet, e per le spiagge non c’è che l’imbarazzo della scelta: tutte di sabbia bianca e soffice, lambite da acque trasparenti.

isola Koh Samet
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La spiaggia di Hat Sai Kaew

La più celebre e vicina sia al villaggio sia al porto di arrivo è Hat Sai Kaew, la “spiaggia di cristallo”, vivace ma non caotica, immensa, con ristoranti, venditori di cibo e massaggiatrici per un tocco rilassante all’ombra degli alberi. Poco più a sud, sempre sulla costa orientale, si trovano Ao Phai e Ao Wong Duean, baie ideali per lo snorkeling, mentre Ao Wai è ancora più appartata e tranquilla.

Sulla costa nord-occidentale, Ao Prao vanta una baia divina, raggiungibile via terra o via mare, con locali e resort che si affacciano direttamente sulla spiaggia. All’estremo sud, la minuscola Ao Kiu Na Nok, dove la sabbia diventa più granulosa, è il posto perfetto per ammirare tramonti spettacolari, lontani dal caos e in una dimensione davvero sospesa. Già, il tramonto qui è quasi un rito, con il cielo che si accende di rosa e oro e le sagome di barche e pescherecci che si muovono a creare una scenografia inaspettata: è il momento in cui Koh Samet mostra la sua anima più profonda, semplice e bellissima.

Ao Prao a Koh Samet
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La spiaggia di Ao Prao

Cosa fare a Koh Samet

Bastano pochi giorni per apprezzare l’isola, ma non bastano settimane per fare tutto quello che propone e per capirne davvero l’essenza.

Al mare

Oltre al meritato relax in spiaggia, Koh Samet offre moltissime esperienze per chi ama il mare e la vita lenta delle isole thailandesi. Si praticano snorkeling e immersioni nei fondali del parco marino, ricchi di coralli e pesci tropicali; oppure si parte con i pescatori locali per una battuta di pesca notturna, magari con grigliata a bordo.

spiagge Koh Samet
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Il tramonto da Ao Kiu Na Nok

Chi desidera esplorare le baie più appartate può noleggiare un kayak o una tavola da paddle, o partecipare a un’escursione in barca al tramonto tra le isole del parco.

Le uscite si possono prenotare direttamente nei resort oppure – anche per risparmiare qualcosa – vengono organizzate dai piccoli tour operator del villaggio, con proposte e prezzi abbastanza simili tra loro.

L’altra faccia dell’isola

Chi arriva a Koh Samet per il mare scopre presto che c’è un’altra isola, più silenziosa (metaforicamente parlando), fatta di piccoli gesti e ritmi quotidiani. È quella che si respira lontano dalle spiagge più battute, lungo la strada principale del villaggio, nelle sue due o tre piazzette, dove la vita scorre come se tutta la meraviglia della costa fosse solo una cornice alla normalità.

villaggio Koh Samet
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La strada principale del villaggio

Vale la pena lasciarsi guidare dalla curiosità e camminare senza fretta, magari provando a chiedere ai passanti un’informazione, una curiosità. Non tutti parlano inglese, ma c’è molta voglia di accogliere, da parte di un’isola che non è ancora invasa né stufa di ospitare, anzi.

La strada che collega il porto alla spiaggia di Hat Sai Kaew è un piccolo mondo a parte: negozi di frutta, minimarket, punti di cambio, bar e ristoranti, agenzie di viaggio locali, e il profumo di cibo che arriva dalle braci all’aperto, più o meno improvvisate. Qui ci sono i bambini che giocano, la scuola, un centro di promozione della salute; e poi i centri massaggi thai, quelli meno luccicanti e profumati, con listini appesi alla parete, anche tradotti. Il massaggio tradizionale thailandese è una delle esperienze da non perdere: si riceve vestiti, in una stanza con lettini in fila, uno dietro l’altro. Lo praticano sia donne che uomini (quelli da mani maschili sono più forti ed energici di solito) ed è sempre bene dire se si desidera una pressione molto forte, media o leggera e se ci sono punti dolenti o delicati. Nel villaggio i trattamenti costano meno che in spiaggia e facilmente creano dipendenza!

La mattina presto e al calare della sera, quando il caldo si placa, il porto e il villaggio si animano: i pescatori rientrano dalle battute notturne, i bambini vanno o tornano da scuola, le famiglie comprano cibo per strada perché non è tanto comune cucinare in casa. È un frammento di vita vera, che spesso si perde quando si resta solo tra spiaggia e resort, e che qui invece è ancora a portata di sguardo.

Ancora, da non perdere, alle spalle di Hat Sai Kaew si nasconde il tempio dell’isola, con un grande Buddha che guarda verso il mare. Salire quelle scale è un modo per conoscere l’anima più spirituale dell’isola: se si ha fortuna, qualche monaco racconta con calma la storia del luogo e concede una benedizione.

Koh Samet
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Il tempio di Koh samet

Vita notturna e ristoranti

Quando scende la sera, Koh Samet si accende, letteralmente, di musica e luci. Hat Sai Kaew cambia volto, con ristoranti sulla spiaggia, locali con spettacoli di fuoco e bar con musica dal vivo. Anche sulle strade interne i locali con terrazza e dehors accendono luci a neon, con cocktail, birre locali, piatti e proposte serali per tutte le età e tutte le tasche. Se si ha un mezzo a disposizione, il consiglio è quello di girare e farsi ispirare, improvvisando un po’.

Anche per mangiare non c’è che l’imbarazzo della scelta. Direttamente sulla spiaggia si alternano locali più ricercati a proposte più informali, fino al cibo cucinato direttamente sulla spiaggia. Nelle vie interne, l’offerta è più locale, meno “apparecchiata” e più spartana. Chi preferisce un ambiente più tranquillo e riservato può spostarsi verso Ao Phai o Ao Wong Duean, dove i tavoli sulla sabbia si illuminano di lanterne e si cena a piedi nudi tra le palme.

Koh Samet
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Un locale sulla spiaggia di Hat Sai Kaew

La cucina locale porta a tavola molto pesce fresco, curry piccanti, gamberi alla griglia e zuppe speziate; e iniziano ad esserci menù più internazionali con pasta, pizza e hamburger.

Info pratiche

Dove dormire

A Koh Samet si trovano sistemazioni per ogni budget, dai bungalow spartani ai resort esclusivi. Le zone più animate si trovano a nord, nei pressi del molo di Na Dan e di Hat Sai Kaew, mentre chi cerca alternative più esclusive e appartate può scegliere la costa sud, tra Ao Wai e Ao Kiu. Anche nel villaggio, lungo la strada principale ci sono ostelli e camere in affitto: l’ideale per chi vuole integrarsi e immergersi nella routine dell’isola. Tutte le strutture sono raggiungibili in scooter o con i taxi locali, i tradizionali songthaew.

Quando andare a Koh Samet

Uno dei motivi per cui Koh Samet è tanto amata dai thailandesi, oltre che dai viaggiatori, è che si può visitare tutto l’anno. Il clima tropicale prevede piogge brevi e improvvise, soprattutto tra maggio e ottobre, ma spesso dopo pochi minuti il sole torna a splendere. Da novembre ad aprile il tempo è più stabile e il mare calmo: il periodo ideale per godersi il meglio dell’isola.

Come muoversi e arrivare

Da Bangkok si arriva al porto di Ban Phe, nella provincia di Rayong, in circa due ore e mezza di auto o bus. Alcuni collegamenti partono anche direttamente dall’aeroporto di Bangkok (che si trova più a sud, quindi vicino alla costa e sulla direzione per il porto). Da Ban Phe i traghetti e motoscafi partono ogni mezz’ora: il viaggio dura appena 15-20 minuti e costa 100 baht. Molti resort organizzano il trasferimento, oppure si possono acquistare pacchetti combinati bus + traghetto.

L’isola è lunga appena sei chilometri e si esplora facilmente. Il modo più comodo per spostarsi è noleggiare uno scooter (circa 100 baht l’ora o 300-400 baht al giorno) oppure affidarsi ai songthaew, taxi collettivi che hanno tariffe fisse per le tratte principali. La strada più lunga attraversa l’isola da nord a sud e bastano trenta minuti per percorrerla tutta, fermandosi nei punti panoramici o nei piccoli ristoranti affacciati sul mare.

Viaggio nel Penedès in Catalogna, tra vigneti e cantine, natura e modernismo

A soli 40 minuti da Barcellona e Tarragona, il Penedès è una delle sorprese più inaspettate della Catalunya: una regione che ha saputo preservare un’atmosfera rilassata e a ritmo lento, lontana dal turismo di massa e vero antidoto contro l’overtourism. Qui, tra le montagne dell’entroterra e la costa mediterranea di Sitges, lo sguardo si perde in un’infinita distesa di vigneti.

Seconda area vitivinicola più importante di Spagna, patria del celebre Cava, lo spumante catalano apprezzato in tutto il mondo, il Penedès  sul finire dell’estate, durante la vendemmia, vive il suo momento di massimo splendore.

Non è solo vino però: questa regione è anche sport e natura, itinerari panoramici, feste tradizionali, musei e borghi pittoreschi, perfetta per una giornata fuori porta da Barcellona o per qualche giorno di relax e degustazioni.

Alla scoperta del Penedès, gli itinerari

Gli itinerari per visitare il Penedès sono diversi e permettono di scoprire la regione da prospettive diverse a seconda del tempo a disposizione e degli interessi.

Miravinya, i punti panoramici del vino

Sicuramente un ottimo primo approccio per scoprire il Penedès sono i Miravinya: dieci punti panoramici sparsi nella regione; balconi affacciati su vigneti a perdita d’occhio. Ogni mirador è una vera e propria finestra sulla terra del Cava, con viste mozzafiato sui vigneti e sulle cantine, con resti di castelli e piccoli borghi, per un’esperienza lenta e immersiva. Oltre al sito web del turismo della regione, tutti gli uffici di informazione turistica hanno una mappa dei punti di osservazione Miravinya.

penedès vigneti
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Vista mozzafiato sui vigneti di Penedès

I percorsi in bici, a piedi o a cavallo

Il Penedès è una destinazione perfetta per chi ama la natura e lo sport, ed è possibile scegliere tra tante escursioni a piedi, in bicicletta o anche a cavallo. Nella parte bassa della regione si trovano percorsi adatti a tutti i livelli di preparazione e difficoltà: la ruta de les Perellades, di 12,9 km e difficoltà media, è percorribile a piedi o in bici; la ruta l’Aguilera, quasi 10 km di difficoltà media, è consigliata a camminatori e ciclisti; mentre la ruta Bergadanes (6,9 km) e la ruta Pujolet, di 7,2 km, sono più facili da seguire a piedi, bici e cavallo.

Per gli appassionati di bicicletta, Penedès 360 include tre itinerari ad anello da percorrere in bicicletta gravel, da strada e mountain bike, con tappe emblematiche e punti panoramici.

Gli amanti della montagna possono cimentarsi nella sfida dei 7 cims (7 cime): un percorso che tocca le vette della sierra prelitorale, alcune delle quali sfiorano i 1000 metri di altitudine. Tra le montagne più note ci sono il Puig de l’Àliga, il Montmell e il Puig de les Agulles, con sentieri che attraversano ben quattro comarche: Alt Penedès, Baix Penedès, Alt Camp e Anoia.

Itinerari bicicletta Penedès
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Itinerari per il cicloturismo nel Penedès

Il modernismo

Alla fine del XIX secolo, dopo la crisi causata dalla fillossera – la malattia della vite che devastò i vigneti europei e obbligò a reimpiantare gran parte delle coltivazioni – il Penedès avviò la produzione di Cava e visse un periodo di rinnovata prosperità. Proprietari agricoli, commercianti e borghesi commissionarono nuove costruzioni ispirate alle tendenze del modernismo catalano, un movimento che voleva rinnovare spazi e materiali e dare nuovo impulso alla cultura della zona. Architetti di rilievo come Puig i Cadafalch, Antoni Pons e Santiago Güell lasciarono il segno anche qui.

Vilafranca del Penedès, Sant Sadurní d’Anoia e Gelida propongono itinerari tra case e palazzi modernisti, visitabili anche con tour guidati. Il modernismo si ritrova nelle abitazioni private, negli edifici religiosi e persino nelle cantine, testimonianza del forte legame con la tradizione vitivinicola. Da non perdere anche il Museo del Cau Ferrat di Sitges, fondato dall’artista Santiago Rusiñol e divenuto un vero tempio del modernismo, e il Conjunto Monumental de Sa Roca, dove Puig i Cadafalch restaurò la chiesa romanica di Santa Maria del castillo.

I castelli

Non solo verde e vigne, perché il Penedès è costellato da castelli medievali o resti di fortificazioni che raccontano la storia di un territorio di confine, la cosiddetta Marca Hispanica, teatro di scontri e difese tra i secoli IX e XII.

La Ruta dels Castells de Marca  è un percorso circolare che tocca tre manieri che fungevano da difesa e da punto di controllo: il castello di Olèrdola, il castello di Penyafort  a Santa Margarida i els Monjos e il castello di Castellet a la Gornal. I castelli si trovano all’interno di due parchi naturali protetti – il Parco del Foix e quello di Olèrdola – per cui il percorso risulta ancora più piacevole.

La Ruta dels Castells de Marca può essere percorsa interamente in una sola giornata o divisa in tre tratti distinti: da Peñafort a Olèrdola (9,5 km), da Olèrdola a Castellet (10,4 km) e da Castellet a Peñafort (6,9 km).

Degustazioni e visite in cantina

L’enoturismo, però, rimane uno dei principali motivi per visitare il Penedès. La regione vanta oltre 50.000 ettari di vigneti che si estendono fino al mare ed è la prima denominazione al mondo a produrre il 100% di vino biologico certificato. Non solo Cava, lo spumante catalano più celebre, ma anche ottimi vini bianchi da varietà come Xarel·lo, Macabeu e Parellada, e rossi da uve Garnacha e Tempranillo.

cantina Penedès
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Sono tantissime le cantine visitabili nel Penedès

La Ruta del Vino del Penedès, attiva dal 2001 e coordinata dal Consorcio de Promoción Turística, raccoglie circa 200 realtà tra cantine, ristoranti, musei, negozi specializzati e strutture ricettive, con quasi 70 cantine visitabili durante tutto l’anno. L’obiettivo del progetto è offrire esperienze autentiche e di qualità, adatte a tutti i pubblici, nel rispetto dell’ambiente e della cultura locale. Le proposte sono davvero per tutti i gusti, come ad esempio la visita a Codorníu, la cantina più antica di Spagna (1551) e tra le più visitate al mondo per la sua architettura modernista e tradizione enologica; la cantina Eudald Massana a Sant Pau d’Ordal (Subirats) che offre degustazioni a colazione, pranzo e cena, abbinati a visita alla cantina o tour in bicicletta; o la cantina Parés Baltà, a Pacs del Penedès, che organizza tour in 4×4 in mezzo alle vigne alla scoperta delle produzioni e uve che si ritrovano nel calice per la degustazione finale.

cantina modernista Penedès
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Codorníu, la cantina modernista

Sempre a tema vino, la Carretera del Vi è un percorso di 35 km che collega il castello di Sant Martí Sarroca alle spiagge di Sitges, seguendo l’antico cammino che un tempo trasportava il vino dalle colline al mare. Lungo la strada si incontrano piccoli borghi e 13 cantine che aprono le porte a degustazioni e visite guidate.

Vilafranca, Sant Sadurnì d’Anoia e altri punti di interesse

Il cuore culturale ed enologico del Penedès batte soprattutto in due cittadine: Vilafranca del Penedès e Sant Sadurní d’Anoia. La prima è considerata la capitale del vino della regione e ospita il VINSEUM, il museo della cultura del vino di Catalogna, il primo aperto in Spagna e appena rinnovato. Vilafranca è una cittadina molto piacevole, con un centro quasi completamente pedonale, resti medievali, palazzi modernisti e un’identità forte legata alle feste popolari, come quella dei celebri castellers – vere e proprie torri umane – tra fine agosto e i primi di settembre, raccontata anche in una casa museo nel centro, o del gallo autoctono, che si tiene ogni anno a dicembre.

capitale del vino Penedès
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Vilafranca del Penedès, centro storico

Sant Sadurní d’Anoia è invece la capitale del Cava, con decine di cantine visitabili e l’imperdibile Cava Centre, museo interattivo che racconta la storia e il processo di produzione dello spumante catalano e la tradizionale Festa de la Fil·loxera di fuochi, danze e maschere. Anche qui esiste una Ruta Modernista, per visitare i principali edifici in stile; poi c’è il laboratorio di cioccolato di Simon Coll per visite e degustazioni e il mercato rionale del giovedì mattina.

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Il Cava Centre a Sant Sadurní d’Anoia racconta tutti i segreti del Cava

Altri punti di interesse sparsi nella regione, ma raggiungibili velocemente, sono Gelida e Sant Martí Sarroca, il Monastero di Sant Sebastià dels Gorgs o il castello di Subirats.

Per chi ama la natura

Il Penedès offre anche altre esperienze naturalistiche, al di là delle bellissime vigne.

Una passeggiata guidata al Parc dels Talls permette di scoprire il patrimonio naturale e geologico di Vilobí. L’attività inizia al Centre de Benvinguda, per proseguire tra le antiche cave di gesso, oggi diventate parco naturale con laghetti e percorsi segnalati (5-6 km, durata circa 3,5 ore, difficoltà media). Sono organizzate anche visite guidate alla foce del fiume Foix per osservare la fauna e la flora con guide naturalistiche. Le visite si tengono l’ultima domenica di ogni mese.

Come arrivare e quando andare

L’aeroporto più vicino al Penedès è quello di Barcellona El Prat, a circa 40 minuti. Da qui ci si può muovere in auto per avere la massima autonomia di spostamenti, oppure optare per il treno o il bus che collegano Barcellona a Vilafranca e Sant Sadurní d’Anoia. Una volta sul posto, è possibile noleggiare biciclette o partecipare ai tour organizzati dagli enti del turismo o dalle cantine.

Il periodo migliore per visitare il Penedès è senza dubbio quello della vendemmia, tra fine agosto e settembre (il cambiamento climatico sta anticipando sempre di più la stagione, quindi è bene verificare), quando i vigneti sono nel loro massimo splendore e si organizzano visite ed eventi dedicati. Durante l’anno non mancano feste tradizionali che meritano assolutamente di essere vissute: la Festa Major con le torri umane dei castellers (fine agosto), la Festa del Gall a dicembre a Vilafranca e la suggestiva Festa della Filloxera (i primi di settembre) a Sant Sadurní d’Anoia.

Visita a Vilafranca del Penedès, la capitale del vino in Catalunya

Nel cuore della regione del Penedès e a 40 minuti da BarcellonaVilafranca è considerata la capitale del vino in Catalunya. Una cittadina legata in modo viscerale alle sue tradizioni, culturali ed enogastronomiche, e punto strategico per visitare la regione.

Il centro storico

Passeggiare per il centro storico di Vilafranca è davvero molto piacevole, anche perché quasi completamente pedonale. Dopo le 17, all’uscita di scuola, le piazze si animano di bambini che giocano; i tavolini dei dehors si riempiono di chi si rilassa bevendo un calice di Cava mangiando una tapas; le persone si salutano come fossero tutti parte di una grande famiglia. E ci si sente in vacanza, praticamente tutto l’anno.

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Basilica di Santa Maria

Plaça de la Vila e Plaça Jaume I sono le piazze principali, che ospitano il Municipio la prima e la Basilica di Santa Maria la seconda. La torre campanaria della basilica si apre, da maggio a ottobre, ogni sabato pomeriggio, per una degustazione panoramica in cima, con vista sui tetti delle case e sui vigneti del Penedès.

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Vista panoramica dal campanile della Basilica di Santa Maria

Lungo le vie, alzando lo sguardo, si incontrano eleganti palazzi modernisti e scorci medievali che raccontano la storia della città, e da scoprire in itinerari a tema, ben segnalati (cartine e mappe sono disponibili negli uffici di informazione turistica).

I percorsi, dal vino al modernismo

Vilafranca può essere scoperta percorrendo tre itinerari tematici: medievale, modernista e del vino. Sul sito web e nell’ufficio dell’ente del turismo si possono trovare percorsi, tappe, cartine e itinerari.

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Una delle tappe degli itinerari di visita a Vilafranca del Penedès

Il percorso medievale

Per scoprire le origini di Vilafranca, il percorso medievale attraversa le vie che costituivano il nucleo della città antica, raccolte attorno alla Basilica di Santa Maria. Il suo portale gotico merita una sosta, così come la salita al campanile ottagonale: con i suoi 52 metri di altezza, offriva in passato oltre trenta diversi segnali di campana per avvisare la popolazione.

Poco distante si trova il convento di Sant Francesc, con un chiostro davvero suggestivo e una pala d’altare attribuita a Lluís Borrassà. Tra gli edifici civili spiccano il Palau Baltà, accanto alla basilica, e il Palau Reial, dove morì re Pere III e che oggi ospita il VINSEUM.

Il percorso modernista

La chiave architettonica può essere un altro approccio per conoscere Vilafranca, che ospita diverse testimonianze del modernismo catalano, visibili nella cripta della basilica di Santa Maria, nelle sale del VINSEUM (il museo del vino della città) e in numerosi edifici del centro.

La Casa de la Vila e Casa Miró, progettate dall’architetto Santiago Güell i Grau, presentano dettagli floreali e linee sinuose tipiche dello stile. L’itinerario, segnalato e organizzato dall’ente del turismo, tocca anche la farmacia nella via dello shopping e il cimitero monumentale, un luogo di grande valore architettonico e simbolico. Oltre al percorso da seguire in autonomia, sono disponibili visite guidate e teatralizzate per scoprire tutte le tappe moderniste.

Il percorso del vino

Inutile dire che, quale capitale del vino, Vilafranca vanta un numero incalcolabile di enoteche e cantine dove degustare i vini locali, dai bianchi di Xarel·lo al celebre Cava. Ma il vino è tradizione e per trasmettere passione e cultura legate all’enogastronomia è stata creata all’interno della cittadina una Ruta del vino, strada del vino: un itinerario urbano di poco meno di un chilometro che collega diversi punti di interesse – segnalati con un simbolo sulla pavimentazione – che raccontano il legame nel presente e nel passato della città con il vino.

Ovviamente l’esperienza non è completa se non ci si addentra nella degustazione e nelle vigne. Poco fuori dalla città, ben collegati sia in auto che con ciclabili sicure, si possono raggiungere cantine più o meno grandi che propongono degustazioni e visite. Da non perdere la rete dei Miravinya, terrazze panoramiche sui vigneti.

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Degustare i vini locali nel Penedès è un’esperienza imperdibile

I musei

Il principale polo culturale della città è il VINSEUM, il Museo della Cultura del Vino di Catalogna, considerato il primo in Spagna dedicato interamente al vino e recentemente rinnovato. Il piano terra è ad accesso libero; mentre l’ingresso agli altri piani ha un costo di 7-10 euro. Il museo racconta in modo originale, interattivo e coinvolgente la storia del territorio e la tradizione del vino attraverso reperti, collezioni, esperienze sensoriali e video.

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VINSEUM è il museo appena rinnovato sul vino del Penedès e di tutta la Catalunya

Sempre nel centro storico, La casa de la Festa major è dedicata alla tradizione dei Castellers, vere e proprie torri umane dichiarate patrimonio immateriale UNESCO, che trovano a Vilafranca una delle loro capitali.

Quando visitare Vilafranca e come arrivare

A Vilafranca amano fare festa! L’appuntamento più celebre è certamente la Festa Major (dal 29 agosto al 2 settembre), quando le piazze si riempiono di spettatori per ammirare le spettacolari torri umane dei Castellers insieme a danze popolari, concerti e spettacoli per le vie del centro storico.

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Monumento dedicato ai Castellers

Sempre a settembre, l’iniziativa Obrim Vilafranca apre per due giorni le porte delle case più particolari della città. Ancora, a novembre il Most Festival porta al VINSEUM e in vari luoghi della città il meglio del cinema dedicato al vino e al paesaggio, con proiezioni, incontri e degustazioni.

A dicembre si tiene, invece, la tradizionale Festa del Gall, una fiera agricola e gastronomica che celebra il gallo autoctono della zona con mercati, degustazioni e show cooking, in preparazione del menu di Natale.

Per chi ama la musica, a inizio luglio Vilafranca ospita il ViJazz, un festival che sposa jazz di livello internazionale e degustazioni di vino e Cava.

Come arrivare? Vilafranca del Penedès si trova a circa 40 minuti da Barcellona e Tarragona. L’aeroporto più vicino è quello di Barcellona El Prat. La capitale del vino è facilmente raggiungibile in auto tramite l’autostrada AP-7 o la N-340, ma anche in treno (linea R4 da Barcellona e Tarragona) e in autobus. Il centro si gira piacevolmente a piedi, mentre per muoversi in zona, il modo migliore è noleggiare una bicicletta o un’auto per raggiungere cantine e borghi vicini.

Vacanze a Minorca coi bambini, ed è vero relax

Minorca è una destinazione perfetta per una vacanza in famiglia: rilassata, sicura, a misura d’uomo (e di bambino), con una natura sorprendente, spiagge meravigliose e tante esperienze pensate per i più piccoli. L’isola, e in pochi lo premeditano o programmano, non è solo mare e sole: offre una varietà di attività che riescono a coinvolgere genitori e figli, con proposte che spaziano dalle avventure nella natura alle visite culturali, dalle escursioni in barca agli incontri ravvicinati con gli animali. Ecco una mini guida delle spiagge più adatte e delle esperienze imperdibili per vivere Minorca con i bambini per una pausa dal mare o durante una giornata coperta.

Le spiagge migliori per i bambini

In vacanza con i bambini scegliere la spiaggia giusta è fondamentale per vivere una giornata serenamente e in reale relax per tutti. A Minorca però si cade sempre in piedi, e le spiagge sono tutte molto facili e comode, se si evitano le calette più isolate che prevedono molto cammino o le piscine naturali tra gli scogli. La costa sud è generalmente più indicata per le famiglie, perché ha sabbia fine e fondali bassi; ma anche alcune spiagge del nord meritano una visita. Importantissimo: prima di mettersi in cammino la mattina è buona abitudine controllare i venti e le correnti per capire la direzione da prendere. Ecco una selezione delle più adatte.

Costa Sud di Minorca

  • Punta Prima è una spiaggia molto comoda, con ampio parcheggio, parco giochi nelle vicinanze e stabilimenti per il noleggio di ombrelloni e lettini. Le acque sono limpide e tranquille, perfette per giocare senza preoccupazioni. I bambini possono divertirsi al piccolo parco giochi accanto alla spiaggia o fare una merenda con una macedonia di frutta fresca al chiosco locale.
  • Binibeca: molto amata dalle famiglie perchè comoda da raggiungere (ha due grandi parcheggi per auto) e per la bellissima pineta attrezzata con tavoli e panche in legno, perfetta per i picnic. La spiaggia è piuttosto piccola, quindi è bene arrivare presto. Da segnalare la simpatica presenza di papere e un bar con vista sul mare turchese.
  • Es Canutells: una spiaggia più nascosta e meno affollata, dove i bambini restano affascinati dalla presenza delle papere che attraversano la spiaggia dal canneto. Anche se non dispone di bagnini o noleggio ombrelloni, può essere una tappa divertente e alternativa.
  • Son Bou: la spiaggia più lunga dell’isola (2,5 km) e anche una delle più attrezzate, con ampio parcheggio, bagnini, docce, bar, ristoranti. Alle sue spalle, una zona paludosa con simpatici animali selvatici attira i più piccoli.
  • Santo Tomás: accessibile e ben servita, unisce natura e comodità. Perfetta per le famiglie che vogliono rilassarsi mettendo in programma un buon pranzo vista mare e un tuffo in acque limpide e tranquille.
  • Cala Galdana: una delle più famose e scenografiche, con la sua forma protetta e le acque poco profonde è una garanzia per le famiglie. Tantissime le attività e gli sport proposti e ampia scelta di ristoranti e chiringuitos per uno snack o per il pranzo. Anche qui ci sono tavoli con panche per il picnic e alberi che danno riparo.
  • Son Xoriguer: una spiaggia attrezzata e ben collegata, ideale per famiglie che soggiornano nei resort vicini. Dispone di noleggio lettini, attività acquatiche e diversi bar e negozi per ogni esigenza.

Costa Nord di Minorca

  • Arenal d’en Castell: con la sua forma a conchiglia, è una delle spiagge più sicure del nord. L’acqua è bassa per diversi metri e piena di pesciolini, perfetta per lo snorkeling dei più piccoli. Comodi i ristoranti vicini e il noleggio di kayak.
  • Son Parc (Arenal de Son Saura): una bella spiaggia con parcheggio ampio e zone d’ombra naturali. Grazie alla sua ampiezza, anche in alta stagione non è mai troppo affollata. Presenti bagnini, noleggio attrezzature e un ottimo ristorante con terrazza sul mare.
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Son Parc (Arenal de Son Saura)
  • Es Grau: meno frequentata dai turisti, molto amata dai residenti. Le acque sono calde, basse e perfette per il gioco libero. I bambini possono esplorare la zona in tranquillità, mentre i genitori si rilassano con un frullato del chiosco. Il parcheggio è vicino e parzialmente ombreggiato.
  • Playas de Fornells è una delle aree più tranquille dell’isola. Protetta dai venti, con acque calme e poco profonde, è ideale per le prime nuotate dei bambini. Nei dintorni si trovano diverse calette accessibili anche a piedi e numerosi ristoranti perfetti per una pausa pranzo in famiglia. Qui si può anche partecipare a brevi escursioni in kayak o fare snorkeling in sicurezza.
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Playas de Fornells

Cosa fare a Minorca con i bambini

Oltre al mare, Minorca offre tante attività coinvolgenti per grandi e piccoli.

Donkey Rescue

Nel cuore dell’isola si trova un rifugio per asinelli recuperati da situazioni difficili. I bambini possono conoscerli, accarezzarli e ascoltare la loro storia. È un’attività educativa e tenera, che aiuta a sviluppare empatia e rispetto per gli animali.

Rutes Ecuestres Camí Cavalls

Per i piccoli amanti dei cavalli, un’escursione a cavallo lungo il Camí de Cavalls fino a Cala en Turqueta è un sogno che si avvera. I percorsi sono adatti anche ai principianti, con momenti di sosta e per le foto. I panorami? Mozzafiato!

Museo di Binissuès

Un tuffo nella Minorca rurale di un tempo, ideale durante le giornate di pioggia o maltempo, con dimostrazioni di caseificazione, animali della fattoria e una collezione di strumenti agricoli antichi. I bambini possono assistere alla mungitura e partecipare alle attività didattiche.

Minorca preistorica

Minorca è la culla della Civiltà Talaiotica, una cultura millenaria che ha lasciato sull’isola tracce affascinanti e misteriose. I bambini possono diventare piccoli esploratori visitando i monumenti megalitici più importanti: la Naveta d’Es Tudons, l’edificio più antico d’Europa usato per le sepolture collettive; il villaggio di Torre d’en Galmés, dove un tempo vivevano circa 900 persone; e il sito di Torralba d’en Salord, con la sua imponente Taula, simbolo della spiritualità di un’intera civiltà.

Líthica – Pedreres de s’Hostal

Si tratta di un’antica cava di marés trasformata in un parco immersivo che onora e valorizza il paesaggio e la cultura della pietra con giardini, labirinti e sentieri. La vegetazione della cava manuale con il suo labirinto vegetale è un tesoro di profumi e colori mediterranei; ma è la mestosità della cava meccanica e dell’Anfteatro che lasciano davvero a bocca aperta. Qui, il labirinto minerale è costruito con oltre 3.000 blocchi di marés per perdersi e ritrovarsi. Durante l’estate, la cava ospita spettacoli e concerti, ma sempre durante la visita si può provare a parlarsi da un capo all’altro dell’anfiteatro, per comprendere l’acustica della pietra.

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Líthica – Pedreres de s’Hostal, il labirinto minerale

Snorkeling Safari

Un’escursione guidata che permette di scoprire la fauna marina minorchina in tutta sicurezza. I bambini, con maschera e boccaglio, possono osservare pesci colorati e partecipare a una piccola “spedizione” marina, imparando il rispetto per l’ambiente marino.

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Il mercatino di Es Mercadal

Il mercatino di Es Mercadal

Tutti i giovedì sera durante la stagione estiva il centro di Es Mercadal ospita il mercatino artigianale più grande dell’isola. Qui si possono trovare artigiani da tutto il mondo, in una cittadina addobbata a festa, con dehor e musica che può divertire anche i più piccoli!

Gargano: le spiagge perfette per una vacanza in famiglia

Conosciuto come lo “sperone d’Italia”, il Gargano, nel nord della Puglia, è un promontorio montuoso che si affaccia sul mare Adriatico. La sua costa è frastagliata e scenografica, con spiagge sabbiose e scogli a strapiombo sul mare blu, calette nascoste, fondali bassi e mare cristallino.

Il Gargano è una destinazione ideale per le famiglie per tanti motivi: i litorali sono attrezzati e gli stabilimenti balneari vantano ogni comfort, con giochi per bambini, ristoranti a misura di famiglie e attività per tutte le età. Una vacanza completa, perché al mare si possono abbinare escursioni nella splendida Foresta Umbra o nel Parco Nazionale del Gargano, per fuggire dal caldo, oltre a passeggiate con gelato in uno dei borghi a festa.

Ecco una selezione delle spiagge migliori per le famiglie lungo la costa del Gargano, ordinate da nord a sud.

Spiaggia di Marina di Lesina – Lesina

Spostandosi più a nord, tra il Lago di Lesina e il mare Adriatico, si trova la Spiaggia di Marina di Lesina, una lunga distesa sabbiosa immersa nella natura. È perfetta per le famiglie che cercano pace, spazi larghi e aria buona. Molti stabilimenti offrono ombrelloni, lettini e animazione, ma ci sono anche tratti liberi e tranquilli. A pochi passi si può esplorare la Riserva Naturale del Lago di Lesina, con attività didattiche per i più piccoli.

Spiaggia di Lido del Sole – Rodi Garganico

Il Lido del Sole è una frazione balneare di Rodi Garganico nata proprio per il turismo familiare. La spiaggia è larga, sabbiosa e ben organizzata, con numerosi stabilimenti che propongono attività di animazione per tutte le età, sport, ristorazione e giochi per bambini. È un vero e proprio villaggio vacanze affacciato sul mare, con una forte vocazione all’accoglienza delle famiglie. Nella zona si trovano anche hotel e residence con servizi baby-friendly. Da Lido del Sole è possibile raggiungere facilmente il Lago di Varano, e recarsi nei borghi caratteristici di Carpino e Cagnano Varano, frequentare il bellissimo istmo di Varano o percorrere la litoranea per raggiungere i paesi costieri di Rodi, Peschici, Vieste.

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Vista su Rodi garganico dalla spiaggia

Spiaggia di Calenella – Vico del Gargano

Tra Rodi Garganico e Peschici, nella zona di San Menaio, si trova la Spiaggia di Calenella, una distesa sabbiosa lunga circa 3 km, molto amata dalle famiglie locali. Anche qui il mare è poco profondo e tranquillo, e la spiaggia, generosissima negli spazi, è attrezzata con stabilimenti. La presenza di pinete retrostanti consente di trovare ombra nelle ore più calde e fare picnic in famiglia. La spiaggia di Calenella è facilmente accessibile anche con carrozzine e passeggini. I villaggi dei dintorni organizzano navette per raggiungere la spiaggia.

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Spiaggia di Calenella, una distesa sabbiosa lunga circa 3 km

Baia di Manaccora – Peschici

Tra le baie più suggestive e attrezzate del Gargano c’è Manaccora, a pochi minuti da Peschici. Questa baia è ideale per le famiglie grazie alla forma protetta a mezzaluna, ai fondali sabbiosi e ai numerosi lidi con aree gioco, servizi igienici, bar e possibilità di noleggio canoe o pedalò. Nelle vicinanze si trovano diversi campeggi e villaggi turistici con accesso diretto alla spiaggia.

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Tra le baie più suggestive e attrezzate del Gargano c’è Manaccora

Spiaggia di Sfinale – tra Vieste e Peschici

La spiaggia di Sfinale e di Sfinalicchio è una spiaggia divisa in due da una linea immaginaria che separa il territorio comunale di Vieste da quello di Peschici. La parte Sfinale è in agro di Peschici, Sfinalicchio in quella di Vieste.

È una delle spiagge più ampie e tranquille della zona, perfetta per chi viaggia con bambini piccoli perché i suoi fondali sono sabbiosi e bassi. È circondata da una rigogliosa vegetazione e protetta da dune, pinete e pareti rocciose. La baia è lunga circa 2 chilometri, con lidi attrezzati che si alternano a tratti di spiaggia libera. Nei dintorni si trovano campeggi, villaggi e case vacanza immersi nella natura e spesso con accesso diretto alla spiaggia. La zona è anche molto apprezzata dagli amanti di windsurf e kitesurf per la sua esposizione ai venti di maestrale e tramontana.

Da qui partono diverse passeggiate e sul costone occidentale si può ammirare l’antica Torre di Sfinale, costruita tra il 1568 e il 1569 su ordine del Regno di Napoli per difendere il promontorio dalle incursioni saracene. Con la sua struttura quadrangolare e le caditoie ancora visibili, immersa in un paesaggio naturale da film, questa torre in stato di abbandono conserva un grande fascino.

spiagge per bambini nel gargano

Lido di San Lorenzo – Vieste

Situato a pochi chilometri a nord di Vieste (è la prima rispetto al centro), il Lido di San Lorenzo è una delle spiagge più indicate per le famiglie. Lunga circa 1500 metri e in alcuni punti larga più di un centinaio, qui il mare degrada dolcemente, permettendo ai bambini di giocare in acqua in sicurezza. Il litorale è ampio e sabbioso, perfetto anche per costruire castelli o fare passeggiate. La spiaggia è ben attrezzata con stabilimenti balneari, docce, bar, ristoranti, noleggio pedalò e aree gioco. C’è anche la possibilità di parcheggio nei pressi del lido. Per la sua comodità, probabilmente è la spiaggia più frequentata dai viestani.

Spiaggia di Pizzomunno – Vieste

Proprio accanto al centro storico di Vieste, poco più a sud, si trova la celebre Spiaggia di Pizzomunno, dominata dall’iconico faraglione bianco che porta lo stesso nome. Oltre ad essere particolarmente suggestiva, questa lunga spiaggia sabbiosa è perfetta per famiglie con bambini per i suoi fondali bassi, la sabbia dorata e per la presenza di lidi attrezzati con tutti i servizi necessari: ombrelloni, lettini, bagni, ristorazione e attività ludiche. La vicinanza al paese inoltre è molto comoda per spostarsi a piedi o con il passeggino, anche solo per un bagnetto.

Spiaggia di Manfredonia – Manfredonia

A sud del promontorio del Gargano, la città di Manfredonia non è particolarmente turistica e d’estate accoglie principalmente le persone che si sono spostate e che tornano dalla famiglia per le vacanze. Eppure qui le spiagge sono comode e facilmente accessibili, attrezzate con stabilimenti balneari e aree gioco per bambini, e si trovano a pochi passi dal centro cittadino, perfette per le famiglie. Ma c’è un motivo per cui vale davvero la pena venire in gita a Manfredonia: l’Acqua di Cristo è una sorgente di acqua dolce che sgorga nel mare Adriatico, a circa un chilometro a nord del Castello svevo-angioino. In questa piscina naturale c’è un via vai di persone che vengono a immergersi nei pressi della fonte, conosciuta storicamente e tradizionalmente per le sue proprietà medicamentose e purgative.

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