Alcuni luoghi sembrano usciti da un romanzo e visti dal vivo ci fanno viaggiare con la fantasia, l’Europa ne custodisce di meravigliosi e proprio per questo European Best Destinations ha stilato una classifica svelando le 17 destinazioni europee da fiaba da visitare assolutamente. La curiosità? L’Italia compare 2 volte con due meraviglie da scoprire.
Se pensiamo alla Polinesia Francese, la prima immagine che ci viene in mente è senza dubbio quella paradisiaca delle sue isole più celebri. Ma Raiatea è diversa, perché piena di pendii verdi, baie silenziose, strade lente e un senso di antichità che entra subito addosso. Proprio sulla costa sud-orientale di quest’isola, infatti, sorge Taputapuatea, un complesso sacro all’aperto considerato da molti polinesiani la culla simbolica della loro civiltà.
Il nome indica un luogo di offerte giunte da lontano, definizione che rivela il ruolo avuto per secoli. Capi, sacerdoti, navigatori e guerrieri raggiungevano questo promontorio da arcipelaghi lontanissimi attraverso rotte oceaniche tracciate con stelle, correnti, vento, e volo degli uccelli. Arrivare fin qui, del resto, significava partecipare a una rete politica, religiosa e culturale vastissima.
Chi visita oggi Taputapuatea avverte subito che il paesaggio circostante fa parte del santuario, al punto che nulla pare collocato a caso. Davanti si apre la laguna, oltre la barriera passa l’oceano immenso. Alle spalle, invece, salgono rilievi coperti di vegetazione e basta fermarsi pochi minuti per comprendere perché questo sito venga associato al mana, l’energia spirituale celebrata in tutto il mondo polinesiano.
Il 9 luglio 2017 Taputapuatea è entrato nella lista UNESCO, 43° (all’epoca) bene francese tra patrimoni culturali e naturali riconosciuti. Una consacrazione internazionale che ha dato voce a un posto già centrale nella memoria oceanica.
Le prime fasi del complesso risalgono a molti secoli fa e la sua crescita proseguì tra XIV e XVIII secolo. In origine il culto era legato a Ta’aroa, divinità creatrice. Col tempo il santuario venne associato a ‘Oro, dio della guerra e della fertilità, figura potentissima nella tradizione locale.
Taputapuatea fu strettamente legato al potere della dinastia dei Tamatoa, lignaggio di capi di Raiatea che consolidò prestigio e alleanze su una vasta area del Pacifico. In quest’epoca il Marae fu molto più di un tempio: qui si sancivano patti, si investivano leader, si celebravano funerali, si definivano gerarchie e si rinnovavano rapporti tra isole lontane.
Nel 1763 guerrieri provenienti da Bora Bora saccheggiarono il sito, episodio rimasto nella memoria regionale. Nei decenni successivi l’arrivo dei missionari cristiani cambiò profondamente la società locale e molte pratiche rituali cessarono. Fu così che, inevitabilmente, il complesso venne progressivamente abbandonato.
La tutela moderna iniziò nel 1952 con la protezione legale della Polinesia Francese. Tra 1994 e 1995 si svolsero restauri archeologici importanti e oggi Taputapuatea vive una nuova stagione fatta di studi, cerimonie identitarie e trasmissione culturale.
Cosa vedere a Taputapuatea
Tenete a mente questo prezioso consiglio: prima di osservare i singoli spazi, alzato lo sguardo per leggere l’insieme. Taputapuatea copre circa 2.000 ettari tra terra e mare e comprende vallate interne, laguna e barriera corallina. Qui il monumento principale conta molto, però il vero capolavoro resta il dialogo tra architettura sacra e natura.
Marae Taputapuatea
Il Marae Taputapuatea è il cuore del complesso, un grande cortile lastricato di forma quadrangolare con piattaforma cerimoniale rettangolare detta ahu rivolta verso il mare. Blocchi di basalto e corallo compongono linee essenziali, severe ma potentissime, mentre al centro si percepisce l’idea polinesiana del contatto tra mondo dei vivi, chiamato Te Ao, e sfera degli antenati, Te Po.
La pietra eretta del recinto sacro
Uno degli elementi più suggestivi del sito è la grande pietra verticale collocata in un’area rituale minore. Rappresentava autorità, consacrazione e memoria. Vista dal vivo colpisce per semplicità assoluta: una sola massa in grado di dominare il paesaggio.
iStockTaputapuatea a Raiatea, posto incredibile
Te Ava Mo’a
Davanti al santuario si apre il passaggio sacro nella barriera corallina. Da Te Ava Mo’a entravano le grandi canoe oceaniche dopo l’attesa al largo. Immaginare file di imbarcazioni tradizionali che chiedono accesso al cuore spirituale della Polinesia cambia completamente la percezione di questo incredibile posto.
Atāra Motu
Impossibile non notare Atāra Motu, piccolo isolotto nella barriera, usato un tempo come punto di attesa per gli arrivi ufficiali. Oggi aggiunge profondità scenografica alla vista sulla laguna e ospita uccelli marini. Da lontano pare un dettaglio, ma in realtà era parte del protocollo sacro.
Alle spalle del complesso si aprono valli coperte di foresta con terrazze agricole, resti abitativi e altri marae più antichi. Qui si comprende la struttura della società ma’ohi, con coltivatori nelle zone interne e classi dirigenti più vicine alla costa cerimoniale.
Monte Tea’etapu
Il Monte Tea’etapu è la montagna sacra che domina il settore sud-orientale di Raiatea. La sua presenza scenica accompagna l’intera visita e quando nuvole veloci sfiorano la sua cima, il profilo sembra custodire ancora il santuario.
Il fiore Tiare Apetahi
Simbolo botanico di Raiatea, il fiore Tiare Apetahi cresce soltanto sul monte Temehani. Chi prolunga il soggiorno può cercare questo rarissimo emblema isolano, pieno di petali delicati e con una storia fragile che lo ha reso quasi leggendario.
Taputapuatea si trova nel comune di Opoa, costa sud-est di Raiatea, una delle Isole della Società nella Polinesia Francese. Raiatea giace accanto a Tahaa e relativamente vicina a Bora Bora e Huahine, al centro di un arcipelago tra i più celebri del Pacifico. Il modo più semplice per arrivare prevede volo interno da Tahiti fino all’aeroporto di Raiatea.
Dallo scalo al sito, poi, servono auto a noleggio, taxi o escursioni organizzate. La strada costiera attraversa villaggi tranquilli, giardini tropicali e scorci sulla laguna. Molti viaggiatori raggiungono Raiatea anche in barca a vela, dato che l’isola è una base nautica rinomata.
È molto importante tenere a mente, inoltre, che Taputapuatea richiede rispetto al massimo: si resta sui percorsi segnati, si evita di salire sulle strutture e si parla a bassa voce. Nessuno impone teatralità spirituali, però il posto suggerisce naturalmente misura.
Quando il sole cala e le pietre si scuriscono, Raiatea mostra il suo soprannome più sincero: quello di Isola Sacra. In quell’ora Taputapuatea smette di sembrare un sito archeologico e torna ciò che fu per secoli, ovvero un centro vivo del Pacifico.
Ottime notizie per gli appassionati di ciclismo: quest’anno, in occasione degli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, uno dei cammini più autentici e segreti d’Italia fa un passo avanti nella modernità. La novità che farà sorridere i biker è che il Cammino dei Cappuccini, unico percorso italiano gestito direttamente da un Ordine religioso, apre finalmente le sue porte al cicloturismo.
Lungo 404 chilometri di dorsale appenninica marchigiana, il percorso non si limita a una semplice trasposizione su due ruote del tracciato pedonale: la versione bike è stata infatti progettata da zero, con varianti pensate per valorizzare strade secondarie, sterrati, sentieri di campagna e asfalto a basso scorrimento, evitando i tratti inadatti alla bicicletta. In questo modo, il ritmo cambia, ma l’anima del cammino resta intatta: un susseguirsi di boschi, colline e borghi che raccontano la storia di un territorio ancora (per poco) fuori dal grande flusso turistico.
Uno straordinario ritrovamento archeologico è avvenuto nel centro storico di Ratisbona, in Baviera. Sotto le strade acciottolate del centro storico cittadino, patrimonio UNESCO affacciato sul Danubio, è riemerso un capitolo dimenticato della storia romana.
Da uno scavo per lavori di routine sono riemersi reperti la cui unicità è diventata evidente solo a un esame più attento: in epoca romana, questo sito ospitava un santuario del dio Mitra, chiamato Mitreo, il più antico mai rinvenuto in tutta la Baviera. Una scoperta straordinaria che cambia la mappa della presenza romana nella Germania sud-orientale e apre nuove prospettive su uno dei culti più enigmatici dell’antichità.
Cosa è stato scoperto
Il ritrovamento è avvenuto in Stahlzwingerweg 6, nel pieno centro storico di Ratisbona, dove era previsto un progetto residenziale promosso da SDI GmbH & Co. KG. Come previsto in un’area archeologicamente sensibile, prima dell’inizio dei lavori sono state avviate indagini preventive dall’ArchaeoTeam GmbH, sotto la direzione dell’archeologa Sabine Watzlawik.
All’inizio, nulla ha fatto immaginare l’eccezionalità della scoperta: sono emerse tracce di frequentazioni preistoriche, romane e medievali, perfettamente in linea con la storia stratificata della città. Tuttavia, alcuni reperti più complessi hanno iniziato a sollevare interrogativi e solo dopo un’analisi attenta da parte degli esperti, guidati dall’archeologo Dr. Stefan Reuter, si è finalmente ricomposto il puzzle: in epoca romana, in questo punto sorgeva un Mitreo, ovvero un tempio dedicato al dio orientale Mitra.
Cosa è stato trovato, nello specifico, per risalire all’identità di questo luogo? Innanzitutto, l’edificio era originariamente in legno, infatti solo una piccola parte di esso è sopravvissuta, ma tanti altri indizi confermano questa ipotesi. Tra i reperti rinvenuti, una pietra votiva, frammenti di placche votive, simili a quelle trovate in altri templi, elementi tipici di un santuario e monete. Sono state proprio queste ultime a rivelarsi fondamentali per risalire alla datazione: il Mitreo risale a un lasso temporale compreso tra l’80 e il 171 d.C., durante il periodo del forte di coorti romane di Kumpfmühl e del relativo insediamento sul Danubio.
Tra gli altri reperti frammenti ceramici decorati con serpenti, incensieri, brocche e recipienti per bere. Dettagli fondamentali, perché il culto di Mitra prevedeva banchetti rituali e cerimonie iniziatiche riservate a comunità ristrette, spesso legate all’ambiente militare.
Musei della Città di RatisbonaLe monete rinvenute nel santuario riemerso a Ratisbona
Perché questa scoperta è unica
Secondo Maximilian Ontrup, esperto di archeologia romana provinciale presso i Musei Civici di Ratisbona, il ritrovamento è eccezionale per due motivi fondamentali: si tratta del primo santuario romano mai identificato nel centro storico della città e, su scala regionale, rappresenta il più antico Mitreo tra i nove finora noti in Baviera.
La maggior parte dei santuari dedicati a Mitra risale infatti a un periodo più tardo, tra la fine del II e il III secolo d.C., quando il culto raggiunse il suo apice nell’Impero Romano, prima di essere progressivamente soppiantato dal Cristianesimo tra IV e V secolo. Il sito di Ratisbona testimonia invece una diffusione precoce del culto, offrendo una rara finestra su una fase ancora poco documentata.
La scoperta è considerata una delle più importanti per la Ratisbona romana degli ultimi dieci anni e il suo valore va ben oltre i confini cittadini: i reperti forniscono nuove informazioni sui rituali, sulle pratiche religiose e sulla vita sociale di un culto ancora oggi avvolto dal mistero, sia in Germania che al di fuori.
Per questo motivo, la città di Ratisbona e l’Ufficio statale bavarese per la conservazione dei monumenti hanno avviato un progetto di studio congiunto, attualmente in corso. I reperti saranno esposti nei Musei Civici di Ratisbona, entrando a far parte di un nuovo percorso museale che promette di rendere “visibile” una storia rimasta sepolta per quasi duemila anni.
Nel cuore della Toscana, tra le colline della Val d’Orcia, San Casciano dei Bagni si conferma uno dei luoghi più sorprendenti dell’archeologia mediterranea. Il cosiddetto “Santuario ritrovato” del Bagno Grande continua a rivelare nuovi segreti.
I risultati della campagna di scavo 2025 stanno infatti cambiando radicalmente la lettura storica del sito, portando alla luce un complesso sacro e terapeutico di straordinaria importanza, capace di intrecciare religione, scienza e medicina in un unico spazio. Una scoperta che non solo anticipa di secoli le origini del santuario, ma lo consacra come uno dei centri di cura più avanzati dell’antichità.
La scoperta
Le ricerche più recenti hanno dimostrato che il Santuario del Bagno Grande in Toscana era attivo già alla fine del V secolo a.C., e non dal III secolo a.C. come ipotizzato in precedenza. Questo dato apre nuovi scenari sulla fase etrusca del sito e sul suo ruolo nella geografia sacra dell’Italia antica.
La presenza di reperti in bronzo legati al culto, come frammenti di candelabri rituali, indica una continuità d’uso e una centralità religiosa durata quasi un millennio, fino alla chiusura del santuario in età tardo-antica.
Le indagini strutturali hanno inoltre confermato l’esistenza di un grande recinto sacro di età etrusca, paragonabile per dimensioni al successivo tempio romano-imperiale.
In diverse aree sono emerse tracce di rituali di abbandono e trasformazione, con la dispersione intenzionale di terrecotte architettoniche e la riorganizzazione degli spazi sacri in momenti storici cruciali, come la fine del culto pagano nel V secolo d.C.
Il poliviscerale in terracotta
Se il bronzo aveva dominato le scoperte degli anni passati, la campagna 2025 ha riportato al centro dell’attenzione la terracotta. All’esterno del recinto più antico è stato individuato l’inizio di una favissa, un deposito votivo sacro utilizzato per seppellire le offerte non più esposte.
Da qui proviene una quantità straordinaria di ex voto anatomici: arti, teste, figure infantili e frammenti scultorei che testimoniano una devozione profondamente legata alla salute e alla guarigione.
Tra questi reperti spicca un oggetto unico nel panorama archeologico: un modello poliviscerale in terracotta che raffigura con impressionante precisione gli organi interni del corpo umano.
La resa dettagliata di elementi come polmoni, trachea e ghiandole suggerisce un’osservazione diretta dell’anatomia, ben oltre la semplice rappresentazione simbolica. Un livello di conoscenza che lascia intravedere pratiche mediche avanzate e un contesto di studio strutturato.
Una scuola medica etrusca
Alla luce di queste scoperte, il Santuario di San Casciano dei Bagni non può più essere interpretato solo come un luogo di culto legato alle acque termali. Gli studiosi ipotizzano oggi la presenza di una vera e propria scuola di medicina di età etrusca dove la cura del corpo si affiancava allo studio delle patologie e alla trasmissione del sapere.
In questo contesto, anche gli artigiani giocavano un ruolo fondamentale, traducendo in bronzo e terracotta le conoscenze dei guaritori.
San Casciano dei Bagni emerge così come un unicum: un santuario dove sacro e scienza convivevano, facendo del Bagno Grande un autentico laboratorio di conoscenza nel mondo antico e una delle scoperte archeologiche più significative degli ultimi anni.
iStockPaesaggio panoramico della Toscana, San Casciano dei Bagni
Sulle colline che occupano la parte centro-meridionale della Spagna, in Andalusia, gli archeologi hanno scoperto un affascinante e monumentale santuario del solstizio.
Si trova in particolare a Jódar, un comune spagnolo in provincia di Jaén, adagiato ai piedi del Cerro de San Cristóbal, nella zona montuosa della Serrezuela di Jódar che fa parte del massiccio della Sierra Mágina. Qui, a tornare alla luce non è stato solo un complesso in pietra di 2.500 anni fa, ma anche quello che potrebbe essere stato un “tempio del cosmo”, ideato e realizzato appositamente per catturare alla perfezione tutto il fascino del solstizio d’inverno.
Cosa è stato scoperto
Gli archeologi dell’Istituto di Archeologia Iberica (IAI) hanno svelato nel sito di El Fontanar un imponente monolite alto più di 5 metri. Non è disposto in maniera casuale: la sua forma allungata e verticale è infatti rivolta verso il punto in cui sorge il sole nel giorno più corto dell’anno, ovvero il solstizio d’inverno. All’alba di questo giorno (in cui il sole si trova nel punto più basso sopra l’orizzonte nell’emisfero settentrionale e che solitamente si ripete intorno al 21 dicembre), un raggio di sole attraversa la punta del monolite e si proietta direttamente verso un vicino rifugio in pietra alto quasi 7 metri.
Paisaje, camino y liturgia en el mito del héroe de Iltiraka - ComplutumIl movimento del sole sulla pietra del santuario scoperto
Quest’ultimo presenta un ingresso a forma di V che gli archeologi interpretano come un potente simbolo di femminilità. Un enorme masso sopra l’apertura ricorda le tube di Falloppio, mentre le pietre inferiori segnano i contorni dell’anatomia femminile.
Quando l’alba del solstizio d’inverno inizia, i raggi del Sole e le ombre creano uno spettacolo speciale: l’ombra della pietra “maschile” si estende sul terreno e tocca la rientranza inferiore del rifugio, dove la superficie rocciosa evoca una forma simile a quella dell’organo genitale femminile.
Si tratta della ricreazione della ierogamia, un’unione sacra tra forze maschili e femminili che non solo rappresenta un “matrimonio cosmico”, ma anche un rituale mitico di fertilità e rinascita: l’eroe solare che si collega alla dea della Terra.
Perché è importante
A spiegare l’importanza della scoperta, pubblicata sulla rivista Complutum (Ruiz, A.; Molinos, M.; Esteban, C; Yanes, M.; Lechuga, M. Á. (2025): Paisaje, camino y liturgia en el mito del héroe de Iltiraka. Complutum, 36(1): 77-95), è l’archeologo Arturo Ruiz, che ha ribadito come queste immagini facciano parte di tradizioni religiose comuni a tutto il Mediterraneo. Sono presenti in Egitto e in Grecia, ma anche che nella cultura iberica. In questa non sono rimasti solo simboli astratti, ma anche quelli reali, inseriti nella natura e sincronizzati con i movimento del sole.
Il monumentale santuario del solstizio rinvenuto dagli archeologi in Spagna risale al V-IV secolo a.C., ovvero prima che si creassero i principali insediamenti iberici nella regione. Un elemento che suggerisce come il sito fosse un fulcro della vita religiosa molto prima che fiorissero i centri urbani.
“Questo monumento è straordinario per le sue dimensioni e il suo intento“, ha osservato Ruiz. “È stato progettato per unire cielo e Terra, per affermare il sacro legame tra i principi maschile e femminile”.
Alberto Luque - IAIRicostruzione di come era il monumento di El Pajarillo
Il sito di El Fontanar, che per certi versi porta a ricordare il celebre Stonehenge, si inserisce nella mitologia iberica legata a Úbeda la Vieja e Puente Tablas, in cui un eroe o una divinità solare discende negli inferi in autunno e rinasce al solstizio d’inverno. L’allineamento delle pietre simboleggia proprio questo ciclo di morte, unione sacra e rinascita.
Studi analoghi a El Pajarillo, con scene scolpite di un eroe contro un lupo, mostrano lo stesso passaggio simbolico. Insieme, i due siti formano un paesaggio rituale in cui mito, astronomia e territorio si intrecciano: per gli iberici, la Terra stessa era il teatro cosmico del viaggio dell’eroe.
La scoperta a El Fontanar rimarca una volta di più come i popoli antichi integrassero astronomia, architettura e spiritualità. Se in ogni cultura il solstizio segnava una svolta e il trionfo della luce sulle tenebre, nella penisola iberica questo momento veniva immortalato nella pietra, fondendo mito e realtà cosmica. Un promemoria senza tempo che ci ricorda come l’umanità abbia sempre cercato di creare un ponte tra Terra e cielo, tra concretezza e spiritualità.
Senza dubbio la sua grande notorietà è dovuta in maniera particolare al fatto che si tratta di una delle mete religiose più celebri al mondo, ma Lourdes non è solo il santuario e il turismo religioso: nella cittadina si possono scoprire reperti storici, fare un viaggio nei sapori, oppure basta uscire un po’ dai suoi confini per immergersi in una natura indimenticabile. Infatti, ci sono moltissime altre cose da scoprire per poter assaporare la cultura del luogo, la sua storia e per apprezzare la sua bellezza naturalistica.
Siamo in Francia, nel dipartimento degli Alti Pirenei, regione dell’Occitania, e Lourdes si trova proprio ai piedi delle montagne, a un’altitudine che si attesta tra i 400 e i 420 metri sopra il livello del mare, lungo le rive del Gave de Pau. Un luogo abitato sin dai tempi più antichi, infatti a quanto pare il suo passato può addirittura essere fatto rialire già ai tempi della Preistoria.
La sua esistenza, però, diviene particolarmente celebre in tempi tutto sommato recenti. È nel 1858, a partire dall’11 febbraio, che una contadina molto giovane di nome Bernadette Soubirous afferma di vedere una donna vestita di bianco in una grotta, che si presenta a lei come Immacolata Concezione. Il luogo diviene piano piano un punto importante per tutti i fedeli della religione cattolica, uno dei più raggiunti dai pellegrini di tutto il mondo che, ancora oggi, arrivano in questa cittadina per scoprire il Santuario di Nostra Signora di Lourdes, dove si trovano le tre basiliche e la grotta di Massabielle, ma anche fontane, piscine e una via crucis.
Ma la cittadina non è solo uno dei più importanti centri del mondo per la cristianità, ma è anche uno scrigno di tesori, perché il fascino del luogo è dato anche da tante altre meraviglie: cosa vedere a Lourdes oltre ai luoghi religiosi.
La fortezza della città: benvenuti a Château Fort Musée Pyrénéen
Un luogo in cui fare il pieno di storia, di fascino e tappa ideale per scoprire le tradizioni della zona. La fortezza di Lourdes si trova su uno sperone roccioso e domina la città con la sua imponenza e con il suo aspetto tipicamente medievale. Un luogo magnifico per molte ragioni, come il fatto che raggiungerlo permette di godere di una vista eccezionale: lo sguardo, infatti, da qui spazia verso le montagne regalando il perfetto scenario da cartolina, andando a incontrare anche la città e il suo celebre Santuario. Edificato per ragioni difensive, nel corso dei secoli è stato utilizzato con tanti scopi diversi: come residenza, ma anche come fortezza e prigione. Qui si trovano un torrione, un ponte levatoio e delle feritoie che regalano la sensazione di passeggiare nel passato, quello che ci porta indietro nel tempo fino a quasi mille anni fa. Questa fortezza antica è stata inserita nel patrimonio storico e museale della Francia.
Al suo interno si possono ammirare un giardino botanico e il Museo Pirenaico, realizzato circa un centinaio di anni fa e la cui collezione spazia regalando ai visitatori la possibilità di approfondire la storia e la cultura di questa zona, mostrando ceramiche e mobilio risalenti al XVIII secolo, ma anche costumi tradizionali e miniature. Il giardino botanico, invece, è roccioso ed è un viaggio tra sculture e modelli di architettura tradizionale della zona.
Il mercato coperto: alla scoperta di Les Halles
Non si può dire di conoscere davvero un luogo se non si ha provato la sua cucina: ecco perché è necessario visitare Les Halles, il mercato coperto della città. Si trova nel cuore di Lourdes ed è una rappresentazione molto intrigante dell’architettura del tardo XIX secolo, realizzato a Tolosa per il mercato cittadino, è stato poi comprato e trasferito qui. E se la struttura ha il fascino del passato, quello che si può sperimentare al suo interno è un viaggio nei sapori e nelle tradizioni gastronomiche del luogo: dai prodotti che regala la zona, fino ai piatti tipici, è senza dubbio il punto da cui partire per conoscere la cultura culinaria locale. È aperto tutti i giorni dalle 7 alle 13, ma attenzione: lo troverete chiuso la domenica nei mesi che vanno da novembre a marzo.
iStockLourdes cosa vedere: la fortezza
In generale comunque girare per il centro città permette di scoprire le sue strade e i suoi palazzi, di assaporare quel clima mistico e religioso che ammanta Lourdes e di ammirare la sua struttura urbanistica. magari proprio dopo aver assaporato qualche prelibatezza tipica della zona.
Musee de cire: il museo delle cere di Lourdes
È a tema religioso, ma si tratta di una di quelle esperienze che vale la pena vivere: una visita alla scoperta del museo delle cere di Lordes deve assolutamente essere messa in programma se si visita questa bella cittadina francese. Al suo interno si possono ammirare 18 scene e più di 100 personaggi di cera a grandezza naturale che ripercorrono la vita di Gesù e quella della contadinella Bernadette. È aperto tutti i giorni della settimana, ed è la tappa ideale per chi apprezza questo tipo di arte, per coloro che vogliono conoscere di più l’aspetto mistico e per chi apprezza la storia.
Pic du Jer: gita nella natura
Lourdes è un luogo immerso in uno scenario suggestivo, ricco di bellezza e di attrazioni naturalistiche. E quindi, dopo aver visitato la città, non c’è niente di meglio di iniziare a esplorare i dintorni, procedendo con un viaggio alla scoprta dei punti più affascinanti che regala la natura. Uno di questi è, senza dubbio, il Pic du Jer che si raggiunge grazie a un breve viaggio (che ha la durata di una decina di minuti) in funicolare che porta sino alla stazione superiore. Giunti fino a qui ci sono diverse attività da programmare e provare per poter godere di un’immersione totale nel fascino della natura del luogo. Ad esempio, si può percorrere un sentiero che porta fino alla cima, da dove si può lasciare che lo sguardo si colmi della meraviglia del paesaggio, aspetto non da poco – poi – il fatto che si possano scoprire aspetti tipici della flora del luogo grazie ad appositi cartelli informativi che si incontrano lungo il percorso. Oltre a questo, si possono fare dei percorsi in mountain bike, una scelta adatta ai più sportivi e che amano le due ruote.
Per chi, invece, vuole approfondire la storia dei Pirenei vi è la possibilità di partecipare a visite guidate della durata di circa 40 minuti che portano alla scoperta delle grotte del Pic du Jer. Insomma: giunti in cima c’è davvero l’imbarazzo della scelta per tutti: da chi ama conoscere la natura, a chi non disdegna vacanze più attive. La funicolare è accessibile da aprile a novembre.
iStockLa funicolare Pic du Jer a Lourdes
Il lago glaciale di Lourdes
Sempre per chi ama la natura e i paesaggi da cartolina vicino a Lourdes si trova un’altra tappa fenomenale: a soli tre chilometri dal centro della città, infatti, si incontra il lago glaciale di Lourdes. Il giro di questo specchio d’acqua si sviluppa lungo sei chilometri ed è la tappa ideale per un pic-nic oppure per fare passeggiate o giri in bicicletta, per chi – invece – vuole provare sport acquatici, non manca la possibilità di mettersi alla prova con canoa e stand-up paddle. E inoltre è la destinazione ideale se si ama la pesca.
Le escursioni nei dintorni di Lourdes
Ci sono diverse escursioni che si possono fare nei dintorni di questa bella cittadina in Francia. Una di questa è quella lungo la Via Verde dei Gaves lungo quello che un tempo era il tracciato della vecchia linea ferroviaria: si può percorrere in bici o con i pattini, ma anche a piedi diventando il percorso perfetto per le famiglie: si snoda per 17 chilometri e permette di conoscere la valle di Gave de Pau. Ma è anche il punto di partenza per chi sulla sella vuole affrontare le salite dei Pirenei. Oltre a questo suggestivo percorso si può fare il giro del lago glaciale (con tappa anche alla torbiera, zona umida “Natura 2000”), oppure il sentiero di Béout, lungo 10 chilometri e con un indice di difficoltà facile, perette di godere di un panorama indimenticabile. Queste sono solo alcune delle diverse escursioni che si possono facilmente programmare nella zona di questo importante centro religioso in Europa.
Parco Nazionale dei Pirenei
Non si può visitare Lourdes senza ammirare la natura circostante, tra cui la meraviglia del Parco Nazionale dei Pirenei che custodisce alcuni gioielli particolarmente preziosi. Come la strada che porta a Pont d’Espagne con le sue meraviglie cascate tra cui, nei pressi della stazione termale di La Raillère, quella di Lutour. Oppure, giunti sul posto, sono da non perdere le cascate del Gave de Gaube. La meraviglia è di casa anche nella valle di Gavarnie con i suoi circhi naturali glaciali, tra cui il circo di Gavarnie, con le sue numerose cime che lo circondano e le cascate, tra cui la più alta d’Europa con i suoi 422 metri di altezza. La distanza con Lourdes è di circa 57 chilometri. Quindi è la destinazione ideale per una gita fuori porta di un giorno.
Queste, però, sono solo alcune delle bellezze di questa area in cui vivono circa 2500 piante e 4000 specie di animali. Un posto magico, che merita una visita.
iStockNel Parco dei Pirenei: il Circo di Gavarnie vicino a Lourdes
Incredibile a dirsi ma questo percorso nel cuore del Piemonte più selvaggio è spesso utilizzato come “allenamento” per altri cammini ben più noti e impegnativi: il Cammino di Oropa vanta splendidi paesaggi e storici santuari da raggiungere. Un viaggio lento a contatto con la natura incontaminata e le tradizioni dell’Alto Piemonte.
Montagne maestose ricoperte da fitti boschi e punteggiate da borghi incastonati tra le alte cime e da santuari antichi, con panorami suggestivi sulle valli e sulla Pianura Padana.
È questo il paesaggio in cui è immerso il Cammino di Oropa, un percorso di trekking avventuroso e un pellegrinaggio significativo per i fedeli, che attraversa diversi luoghi di culto fino alla meta finale: il Santuario di Oropa, in provincia di Biella. Il tragitto principale è maggiormente battuto per fama e tradizione, ma ne esistono diramazioni che conducono a Oropa: sono 4 e sono tutti percorsi a tappe diversi ma affascinanti.
Vediamo quali sono le principali tappe dei sentieri che portano al Santuario di Oropa, alla scoperta dei santuari del biellese e delle bellezze paesaggistiche di quei luoghi nei quali il tempo si è fermato: qui si può ancora assaporare il piacere di un viaggio lento a contatto con la natura, la storia e le tradizioni popolari tramandate fino ai giorni nostri. Un’ottima alternativa a una palestra di allenamento alla Cammino di Santiago o a quello della Via Francigena.
Il Santuario di Oropa, la meta del Cammino di Oropa
La meta del Cammino di Oropa è il maestoso Santuario di Oropa, un autentico gioiello architettonico e spirituale che sorge a pochi chilometri da Biella. Immerso nell’ambiente montano, è il più importante santuario mariano delle Alpi e meta di pellegrinaggio fin dall’antichità.
Questo maestoso luogo di culto, dedicato alla Madonna Nera, non è una semplice tappa finale nel cammino, ma è anche un luogo riconosciuto come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO e parte integrante del sistema dei Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia.
Il cuore del Santuario di Oropa è la Basilica Antica, inaugurata nel lontano 1620, e la sua struttura è imponente e di grande pregio architettonico. Ma non sono questi elementi a renderlo così straordinario. Sì, perché oltre alla sua bellezza e all’importanza storica, il santuario è avvolto da una serie di leggende che lo rendono ancora più affascinante agli occhi dei visitatori. Si racconta che la statua della Madonna Nera, risalente alla prima metà del Trecento, non mostri alcun segno di logoramento o tarlatura nonostante il passare dei secoli.
Il Santuario di Oropa, la meta finale del Cammino di Oropa
Cammino di Oropa: 4 itinerari per un viaggio spirituale tra santuari e natura
Si parla del Cammino di Oropa al singolare, ma in realtà i sentieri sono 4 gli itinerari che attraversano questo meraviglioso paesaggio e si congiungono nella meta finale, ovvero il Santuario di Oropa.
Il percorso più popolare e battuto dagli amanti del trekking è il classico Cammino di Oropa della Serra, percorso facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici, ben tracciato e con un dislivello medio-basso.
Rientrano negli altri 3 itinerari del Cammino di Oropa percorsi meno battuti e spesso più impegnativi, ma altrettanto piacevoli e suggestivi. Sono il Cammino di Oropa orientale, il Cammino di Oropa Canavesano e quello valdostano. Vediamoli tutti.
Cammino di Oropa della Serra: partenza da Santhià
Percorribile in 4 tappe (oppure 3 per i più preparati), il cammino di Oropa della Serra è l’itinerario più frequentato. Lungo 63 chilometri, presenta tappe di difficoltà e dislivello crescenti e per questo è perfetto sia per coloro che non sono particolarmente allenati, sia per i trekker più esperti.
Tappa 1: da Santhià a Roppolo
(12,6 km, 240 D+, 3-4,5 ore)
Si parte da Santhià seguendo la celebre e antica Via Francigena e avvicinandosi alle colline moreniche di Ivrea. Si attraversa poi il paese di Cavaglià fino a giungere a Roppolo, dopo circa 16 chilometri, con il suo imponente castello dal quale si apre una vista mozzafiato sul lago di Viverone.
Tappa 2: da Roppolo a Sala Biellese
(17 km, 400 D+, 5 ore)
La seconda tappa è Sala Biellese. Ci si arriva dopo una camminata attraversando i boschi sulle colline moreniche della Serra d’Ivrea, un vero altopiano tra i più estesi d’Europa. Durante il tragitto si possono ammirare l’antico borgo di Ricetto di Viverone, il paesino di Zimone con il Monastero di Bose, il borgo di Magnano, Torrazzo e infine Sala Biellese. Qui i viandanti possono pernottare e rifocillarsi.
Tappa 3: da Sala Biellese a Graglia
(16,1 km, 550 D+, 5-6 ore)
Ospitato dal sacro Monte di Graglia a valle della cima del Mombarone (sul confine tra Piemonte e Valle d’Aosta), in provincia di Biella, il Santuario di Graglia è un altro importante luogo di culto. Come il Santuario di Oropa, è dedicato alla Madonna Nera ed è collegato al culto della Nostra Signora di Loreto, nelle Marche. Per arrivare fin qui, si attraversa il sentiero che si addentra nella foresta e passa per il laghetto di Cossavella.
Dopo un tragitto con vari saliscendi, si apre davanti agli occhi il sacro Monte di Graglia. Ma il Santuario non è l’unica cosa da vedere in quest’area: comprende 18 cappelle/stazioni (delle quali 5 ancora intatte), che facevano parte di un antico e ambizioso progetto del Seicento mai portato a termine: si prevedevano di costruire 100 cappelle che rappresentassero simbolicamente tutto il ciclo di vita di Gesù, dalla nascita alla resurrezione. Alcune delle più belle si affacciano sul promontorio del santuario, come la cappella sul colle San Carlo, dove sorge l’omonima chiesa (oggi chiusa) e il gruppo scultoreo Deposizione della croce (forse distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale), e quattro dedicati all’infanzia del Cristo.
Tappa 4: da Graglia al Santuario di Oropa
(15,1 km, 800 D+, 5-6 ore)
La quarta e ultima tappa del Cammino di Oropa della Serra è il Santuario di Oropa. Il tragitto finale è più impegnativo, con saliscendi importanti e sentieri sterrati attraverso il borgo di Sordevolo e di Favaro, tra fitti boschi e splendidi paesaggi. Dopo circa 15 chilometri si giunge alla meta finale, il maestoso Santuario.
Coloro che si sentono più preparati, possono suddividere in 3 tappe il percorso: la prima a Magnano, la seconda al Santuario di Graglia e la terza alla meta finale di Oropa. Per i principianti, invece, è possibile proseguire il viaggio a piedi o in bici scegliendo le 4 tappe come da programma standard.
Cammino di Oropa Orientale: partenza da Valle Mosso
Con un totale di circa 35 chilometri, è il più impegnativo degli itinerari che conducono al Santuario di Oropa, maggiormente adatto a chi è ben allenato e esperto di trekking.
È percorribile in tre tappe (ma coloro che hanno maggiori difficoltà possono farlo in 4).
Tappa 1: da Valle Mosso alla Bocchetta di Sessera
(13 km, 1000 D+, 4-5 ore)
Si parte dal grazioso borgo di Valle Mosso, in provincia di Biella, affrontando un sentiero ripido tra i boschi dell’Oasi Zegna, facendo tappa al Santuario della Madonna della Brughiera, e proseguendo fino alla prima tappa: la Bocchetta di Sessera. Il dislivello per giungere qui è importante, quindi attenzione a prenderla con molta calma.
Tappa 2: dalla Bocchetta di Sessera alla Valle Cervo
(12 km, 459 D+, 4 ore)
Si prosegue in discesa lungo la Valle Cervo, caratterizzata da pascoli, boschi e piccoli villaggi, fino a giungere alla seconda tappa del percorso: il Santuario di San Giovanni d’Andorno.
Tappa 3: dalla Valle Cervo al Santuario di Oropa
(8 km, 483 D+, 3 ore)
Da qui, attraverso un cammino a tratti molto semplice e a tratti impervio, si arriva ad Oropa, la tappa finale del Cammino Orientale.
Cammino di Oropa Canavesano: partenza da Valperga
Con i suoi 85 chilometri di percorso, il Cammino di Oropa Canavesano è il più lungo e collega il territorio della provincia di Torino con quello biellese.
Sono 5 le tappe che lo compongono e il punto di partenza è Valperga.
Tappa 1: da Valperga a Cuorgnè
(13 km, 400 D+, 4-5 ore)
Da qui si costeggia il Castello del borgo e poi ci si addentra nel bosco fino al Santuario di Belmonte e al Sacro Monte, sito oggi parte di un panorama mozzafiato. Si scende poi verso il borgo di Pemonte e si prende successivamente un sentiero nel bosco che porta alla prima tappa: Cuorgnè.
Tappa 2: da Cuorgnè a Vidracco
(13 km, 600 D+, 7 ore)
Si riparte alla volta della seconda tappa del Cammino Canavesano, ossia Vidracco. Per giungere qui si attraversano la Valle Sacra, i boschi e i torrenti Orco e Piova, con un ponte molto suggestivo. Si passa anche per la frazione di Sant’Anna Boschi e Campo Canavese, per arrivare, dopo un tratto nel bosco, alla cima del Bric di Muragliolo e infine a Vidracco. Qui si possono ammirare le architetture religiose realizzate dai membri della comunità di Damanhur, fondata nel 1979.
Tappa 3: da Vidracco a Ivrea
(19 km, 350 D+, 6 ore)
La terza tappa prevede l’arrivo a Ivrea, attraversando la Valchiusella con il suo torrente e la Valle della Dora. I panorami nei quali si è immersi lungo il tragitto sono spettacolari, tra valloni e fiumi, che si possono godere senza eccessiva fatica, dato il dislivello contenuto. Si raggiunge così il Fiume Dora Baltea, che si attraversa per raggiungere il centro storico di Ivrea.
Tappa 4: da Ivrea a Graglia
(23 km, 800 D+, 6-7 ore)
La tappa più faticosa e lunga di questo cammino. Si riparte dal municipio di Ivrea imboccando la Via Francigena fino al Lago Campagna. Da qui si inizia a salire verso la Chiesa di Santo Stefano di Sessano e poi oltre, nei boschi che portano fino alla Serra Morenica. Qui il sentiero si fa più impegnativo e porta all’imponente masso erratico Roc Basariund.
La Serra Morenica di Ivrea è la protagonista di una tappa lunga e impegnativa, in cui entriamo nel territorio biellese e ci immettiamo sul ramo principale del Cammino di Oropa. Si attraversa il paese di Donato, dove rifornirsi di acqua e alimenti, e poi si affronta l’ultimo saliscendi che porta alla quarta tappa del Cammino Canavesano: il Santuario di Graglia.
Tappa 5: da Graglia al Santuario di Oropa
(23 km, 800 D+, 7 ore)
Il tragitto per arrivare alla quinta tappa, quella finale al Santuario di Oropa, è uguale a quello del Cammino della Serra. Attenzione: nei mesi più freddi questa parte del Cammino Canavesano risulta percorribile solo su richiesta a causa della neve e del ghiaccio. Prima di partire è bene farsi dare buone informazioni presso le strutture di accoglienza.
Cammino di Oropa Valdostano: partenza da Fontainemore
Il Cammino Valdostano parte da Fontainemore, in provincia di Aosta, e si collega a Oropa seguendo un sentiero battuto anche da una storica processione con fiaccolata che viene organizzata ogni 5 anni. Le giornate di cammino, in questo caso, sono soltanto due (in totale conta circa 17 chilometri), ma il percorso è molto impegnativo, con dislivelli notevoli. Il tragitto, infatti, prevede di superare il Colle della Barma a circa 2200 metri di quota, per poi scendere verso il Santuario di Oropa. Questo cammino è maggiormente consigliato ad appassionati di trekking esperti e ben attrezzati.
Santuario di Graglia, in provincia di Biella
Come prepararsi al cammino
L’allenamento dipende da quale dei 4 itinerari si vuole percorrere: le difficoltà tecniche non sono proibitive, sebbene alcuni tratti del cammino implichino un dislivello notevole.
Inoltre, sebbene il Piemonte presenti paesaggi montani splendidi – e ahimè troppo poco noti e battuti – le quote non sono mai elevate, quindi anche la fatica legata all’altitudine non si fa sentire. Basti pensare che il Santuario di Oropa sorge a soli 1.150 metri.
Dove dormire e cosa mangiare lungo il percorso
I centri abitati più grandi che si attraversano nei vari segmenti del Cammino, come Santhià o Ivrea, offrono diverse soluzioni di alloggio, ma è bene tener presente che siamo in una zona del Piemonte non “abituata” al turismo. Qui le strutture sono poche e minimali, nonostante la spartana accoglienza piemontese possa essere molto gradevole.
La zona di Oropa è davvero poco fornita di rifugi e luoghi in cui pernottare o rifocillarsi; merita una menzione il Rifugio Rosazza, a 1.800 m nel cuore della conca di Oropa, la Capanna Renata e il Rifugio Coda. Il famoso Rifugio Savoia, invece, è chiuso ormai da qualche anno.
Le delizie gastronomiche della zona comprendono la classica polenta con “rustida”, un arrosto di bocconcini di carne molto semplice ma nutriente, e alcuni dolci, come i famosi torcetti di Biella.
Attraversare l’Italia da nord a sud lungo un sentiero che unisce santuari, abbazie e borghi millenari significa immergersi in un viaggio che è al tempo stesso spirituale, culturale e geografico. È questo lo spirito del Cammino di San Michele, un itinerario che si sviluppa lungo la cosiddetta Linea Sacra Micaelica, una direttrice leggendaria che, secondo la tradizione medievale, sarebbe stata tracciata dal colpo di spada dell’Arcangelo Michele per ricacciare Satana negli inferi.
Una linea di luce e protezione che collega sette santuari dedicati all’arcangelo, disposti tra Irlanda e Israele, sorprendentemente allineati con il tramonto del sole nel giorno del solstizio d’estate. In Italia, questa traiettoria prende forma concreta in un cammino che collega la Sacra di San Michele in Val di Susa al Santuario di Monte Sant’Angelo nel Gargano, attraversando paesaggi mozzafiato, città d’arte e terre antiche. Più che un semplice percorso fisico, è un invito a confrontarsi con la lotta tra bene e male, l’eroismo interiore e il senso profondo della fede.
Le origini del culto e la nascita del Cammino
Il culto di Michele ha radici antiche. L’arcangelo è sempre raffigurato come un guerriero, con la spada sguainata, mentre calpesta un drago o un demone: un’iconografia che lo identifica da secoli come difensore della fede contro le forze oscure. Fu con l’arrivo dei Longobardi che il suo culto si diffuse capillarmente in Italia: popolo guerriero convertitosi al cristianesimo, i Longobardi videro in Michele un ideale successore del dio Odino, associando alla nuova figura religiosa le stesse virtù militari.
A loro si deve la consacrazione di numerosi luoghi sacri a San Michele, tra cui il Santuario di Monte Sant’Angelo, che divenne il loro principale centro spirituale. Poco dopo, tra il 983 e il 987, fu fondata anche la Sacra di San Michele in Piemonte, sulla cima del Monte Pirchiriano: un luogo suggestivo, a mille metri d’altezza, che domina la Val di Susa e rappresenta il punto di partenza del cammino italiano.
Insieme a Mont Saint-Michel, i tre santuari formano una linea retta perfetta, distanziati di circa 1000 chilometri l’uno dall’altro: una disposizione che ha alimentato per secoli l’idea affascinante di una geografia sacra, capace di unire spiritualità e mistero, fede e astronomia.
Il tratto italiano del Cammino di San Michele si estende per circa 1.500 km, attraversando sette regioni, diciassette province e oltre 170 comuni. Interamente tracciato in GPS, si suddivide in dieci grandi sezioni: ognuna può essere percorsa in tappe giornaliere da 15-20 km o, per chi ha meno esperienza, in segmenti più brevi, adattando il ritmo alle proprie capacità.
Tappa 1 – da Moncenisio a Torino
(60 km, 1.100 D+, 2-3 giorni)
Dal Passo del Moncenisio, antico valico alpino tra Francia e Italia, il cammino scende lungo la Val Cenischia attraversando paesaggi d’alta quota e boschi silenziosi. Dopo circa 15 km si incontra l’Abbazia di Novalesa, fondata nell’VIII secolo, uno dei primi centri spirituali del cammino. Da qui si raggiunge Susa, con le sue testimonianze romane e medievali, per poi proseguire lungo la Via Francigena fino ai piedi del monte Pirchiriano.
L’ascesa finale porta alla maestosa Sacra di San Michele, a mille metri d’altezza, affacciata sulla pianura torinese: un luogo carico di simbolismo, costruito tra il X e l’XI secolo, che segna l’inizio ufficiale del tratto italiano. Si può pernottare a Novalesa, Susa o Sant’Ambrogio, suddividendo la tappa in due o tre giornate in base al proprio ritmo.
Tappa 2 – da Superga a Crea
(62 km, 950 D+, 2-3 giorni)
Dal centro di Torino, si sale alla panoramica Basilica di Superga, sulla collina che domina la città, prima di addentrarsi nelle campagne astigiane. Un sentiero del CAI guida il camminatore tra colline e vigneti fino all’Abbazia di Vezzolano, uno dei capolavori del romanico piemontese, nota per il chiostro affrescato e la facciata con la statua di San Michele. Il paesaggio è dolce, punteggiato da cascine, noccioleti e piccoli borghi.
Si prosegue quindi verso Crea, attraversando le province di Asti e Alessandria. L’arrivo al Sacro Monte di Crea, inserito tra i beni UNESCO, regala un ambiente mistico e raccolto, tra boschi e cappelle immerse nel verde. La tappa può essere spezzata in più giorni, con possibilità di sosta in agriturismi e strutture rurali lungo il percorso.
Tappa 3 – da Crea a Pavia
(80 km, 600 D+, 3-4 giorni)
Dal Sacro Monte di Crea si scende dolcemente verso la pianura, attraversando paesaggi di campagna e piccoli centri del Monferrato. Il cammino offre due varianti: una segue i sentieri CAI fino a Casale Monferrato, lungo il Po, l’altra scende verso Alessandria passando per San Salvatore Monferrato e Mirabello. Entrambe le opzioni si ricongiungono nei pressi di Tortona, dove si può visitare la pieve medievale di San Pietro, custode di un affresco di San Michele che è divenuto simbolo del cammino.
L’ultima parte della tappa si snoda lungo il Ticino, tra sentieri golenali e antiche strade, fino a raggiungere Pavia, città dal passato longobardo, dove sorge la splendida chiesa romanica di San Michele Maggiore. La lunghezza del percorso consente diverse suddivisioni, con possibilità di sosta in città e borghi ben serviti. L’arrivo a Pavia rappresenta un altro importante snodo spirituale e culturale lungo la Linea Sacra.
Lasciata Pavia, il cammino attraversa l’ultimo tratto di pianura lombarda seguendo strade secondarie e campestri. Si costeggiano risaie, canali e cascinali, in un paesaggio sempre più ondulato man mano che ci si avvicina all’Appennino. Dopo aver superato il Po e lambito piccoli borghi rurali, si entra in Emilia e si prosegue verso la Val Trebbia, tra boschi, vigneti e salite sempre più marcate.
L’arrivo a Bobbio, antica cittadina fondata da San Colombano, segna un punto di svolta nel cammino. Qui sorge il grande Monastero di San Colombano, uno dei centri religiosi più importanti dell’Italia medievale, dove è presente una spelonca legata al culto micaelico, meta di pellegrinaggi locali. La tappa è ricca di atmosfera e può essere suddivisa con una sosta intermedia nei pressi della valle del Tidone o in uno dei borghi ai piedi dell’Appennino.
Tappa 5 – da Bobbio a Pontremoli
(110 km, 2.100 D+, 4-5 giorni)
Da Bobbio, il cammino entra nel cuore dell’Appennino emiliano, seguendo la storica Via degli Abati, una delle vie monastiche più antiche d’Europa. Il percorso si snoda tra fitti boschi, crinali isolati e antichi valichi, toccando borghi suggestivi come Bardi, con il suo castello arroccato, e Borgo Val di Taro, importante centro dell’Alta Valtaro. Il terreno è vario e impegnativo, con salite e discese che mettono alla prova anche i camminatori più esperti.
La fatica è ampiamente ripagata dalla bellezza dei paesaggi e dalla spiritualità che permea questa tratta. L’arrivo a Pontremoli, porta della Lunigiana e punto di congiunzione con la Via Francigena, segna la fine di una delle tappe più selvagge e affascinanti dell’intero Cammino. Numerose strutture di accoglienza lungo il tracciato permettono di suddividere l’itinerario in modo equilibrato, con possibilità di sosta in rifugi, agriturismi o ostelli.
Tappa 6 – da Pontremoli a Lucca
(120 km, 1.800 D+, 4-5 giorni)
Da Pontremoli, il cammino entra nella suggestiva Lunigiana, seguendo la Via del Volto Santo, un antico percorso di fede che collega le Alpi Apuane a Lucca. Si attraversano borghi medievali come Filattiera, Bagnone e Castiglione di Garfagnana, tra mulattiere in pietra, ponti romanici e vallate boscose. Il paesaggio alterna tratti montani a dolci colline, offrendo una varietà di scenari naturali che ben rappresentano l’essenza della Toscana interna.
La tappa si conclude nella storica città di Lucca, dove si trova la celebre chiesa di San Michele in Foro, testimonianza diretta del culto micaelico nel cuore cittadino. L’ingresso in città, attraverso le mura rinascimentali e il dedalo di vicoli del centro, rappresenta un momento emozionante per ogni pellegrino. I numerosi alloggi disponibili lungo il tragitto permettono un’organizzazione flessibile, adattabile a diverse esigenze di ritmo e resistenza.
Tappa 7 – da Lucca a Volterra via Pisa
(80 km, 1.200 D+, 3-4 giorni)
Da Lucca, il cammino si dirige verso ovest aggirando il Monte Pisano, per poi scendere nella piana di Pisa, dove si incontrano testimonianze longobarde e resti di edifici religiosi dedicati a San Michele, come la pieve di San Michele degli Scalzi. Il tracciato attraversa campagne coltivate e piccoli centri rurali, tra oliveti, corsi d’acqua e sentieri pianeggianti, offrendo un passaggio tranquillo ma ricco di storia.
Dopo Pisa, il percorso si inoltra nell’entroterra toscano, seguendo antiche vie che conducono verso le prime colline della Val di Cecina. L’ascesa finale verso Volterra, città etrusca sospesa su un’altura, è suggestiva e panoramica. Il borgo custodisce una forte tradizione spirituale e segna l’ingresso simbolico alla Maremma. Questa tappa può essere suddivisa in tre giornate, con possibilità di sosta in agriturismi e centri abitati lungo il tragitto.
Da Volterra il cammino si biforca, offrendo due varianti affascinanti. Una conduce verso Massa Marittima e gli scavi archeologici di Roselle, l’altra attraversa la campagna senese fino all’Abbazia di San Galgano, famosa per la spada nella roccia conficcata nella pietra dal cavaliere Galgano come simbolo di conversione e pace. Entrambi i rami attraversano colline solitarie, calanchi, boschi mediterranei e borghi antichi come Sovana, Saturnia e Pitigliano, al confine con il Lazio.
Questa è una delle tratte più paesaggisticamente varie e selvagge: si cammina lungo sterrate, tratturi e strade bianche, spesso lontano dai grandi centri abitati. In alcuni tratti l’acqua scarseggia, quindi è consigliato rifornirsi nei borghi attraversati. I camminatori possono scegliere tappe giornaliere più brevi, grazie alla presenza di agriturismi e ospitalità diffusa. L’ingresso in Maremma, con le sue atmosfere etrusche e l’eco delle leggende templari, dona a questa sezione del cammino un carattere profondo e quasi mistico.
Tappa 9 – dalla Tuscia a Roma
(120 km, 1.000 D+, 4-5 giorni)
Entrati nel Lazio, il cammino segue l’Antica Via Clodia, un tracciato di origine etrusco-romana che attraversa la selvaggia e affascinante Tuscia. I pellegrini si addentrano nella Foresta del Lamone, tra sentieri ombrosi e solitari, per poi toccare borghi straordinari come Farnese, Tuscania, Norchia e Barbarano Romano, noti per le necropoli rupestri e le architetture medievali. Il paesaggio è segnato da calanchi, canyon tufacei e sorgenti termali, in un contesto naturalistico intatto.
Superato il lago di Bracciano, si entra progressivamente nella periferia romana fino a raggiungere il maestoso Castel Sant’Angelo, antica mole funeraria divenuta bastione papale e simbolo micaelico per eccellenza. Da lì, il cammino si snoda lungo il centro storico di Roma, passando per Campo de’ Fiori, il Campidoglio e il Colosseo, fino a giungere a Piazza San Pietro, cuore spirituale della cristianità. Una tappa densa di significati, che unisce natura, storia e fede in un crescendo di emozioni.
Tappa 10 – da Roma alla Grotta del Gargano
(oltre 220 km, 2.500 D+, 7-10 giorni)
Lasciata Roma, si prosegue lungo la Via Prenestina, attraversando la Ciociaria con le sue colline fertili e borghi carichi di spiritualità. Si toccano luoghi simbolici come Palestrina, Fiuggi, Alatri, Veroli e l’imponente Certosa di Casamari, fino a raggiungere Sora, Posta Fibreno e Alvito. Qui il paesaggio comincia a farsi più montuoso, preparando il camminatore al passaggio nel Molise.
Superato il confine regionale, si percorre la Via Micaelica Molisana, tra Colli al Volturno, Isernia, Bojano e i tratturi storici come il Pescasseroli-Candela. Si attraversano le colline di Campobasso, i borghi di Ripabottoni e Santa Croce di Magliano, fino a entrare in Puglia. L’ultima parte del cammino passa per Serracapriola e San Marco in Lamis, prima di salire al Santuario di Monte Sant’Angelo, affacciato sul Golfo di Manfredonia. Da lì, un sentiero scende alla costa fino all’antico porto di Siponto, punto d’imbarco per i pellegrini diretti in Terra Santa.
Le tappe internazionali del Cammino
Sebbene il tratto italiano sia il più articolato e strutturato, il Cammino di San Michele si inserisce in un itinerario ben più ampio e affascinante: la cosiddetta Linea Sacra Micaelica, che collega sette luoghi di culto dedicati all’Arcangelo Michele, disposti in linea retta tra Irlanda e Israele. Ciascuno di questi siti custodisce una tradizione millenaria di pellegrinaggio, apparizioni, simbolismo e spiritualità.
Le tappe principali all’estero sono:
Skellig Michael (Irlanda): si tratta di un’isola rocciosa e impervia al largo della costa sud-occidentale dell’Irlanda, patrimonio UNESCO. Qui, nel VI secolo, i monaci fondarono un eremo dedicato a San Michele, simbolo di isolamento e ascesi spirituale. È accessibile solo via mare, durante la bella stagione.
St Michael’s Mount (Inghilterra): è un isolotto situato in Cornovaglia, collegato alla terraferma da un istmo sabbioso percorribile con la bassa marea. Il santuario, risalente all’XI secolo, ospita una cappella, un castello e un piccolo villaggio, e rappresenta un importante luogo di culto micaelico in terra anglosassone.
Mont Saint-Michel (Francia): uno dei luoghi sacri più celebri d’Europa, situato in Normandia. Arroccato su un isolotto circondato da maree spettacolari, unisce storia monastica, architettura gotica e spiritualità. È da secoli una meta di pellegrinaggio di grande prestigio.
Monastero di Panormitis (Grecia): si trova sull’isola di Symi, nel Dodecaneso, ed è il principale santuario ortodosso dedicato a San Michele Taxisarchis. Meta di pellegrinaggi marittimi, custodisce un’icona venerata in tutto il mondo greco e rappresenta una delle espressioni più vive del culto micaelico.
Monastero Stella Maris (Israele): sorge sul Monte Carmelo, a Haifa, ed è legato sia al culto di San Michele sia alla tradizione carmelitana. All’interno si trova una grotta sacra frequentata fin dai primi secoli del cristianesimo. È l’ultimo punto della Linea Sacra in direzione est.
Come organizzare il viaggio e pianificare l’itinerario
Il Cammino di San Michele è un itinerario lungo e variegato che richiede una pianificazione attenta, soprattutto se si intende affrontarne più tappe consecutive. La prima scelta da compiere riguarda il tratto da percorrere: si può optare per un segmento regionale di pochi giorni, oppure per un itinerario di ampio respiro, che collega due o più santuari principali. In fase di progettazione è utile valutare la propria preparazione fisica, la stagionalità (preferibili primavera e autunno) e i tempi a disposizione, tenendo conto che una media sostenibile per i camminatori allenati è di 20-25 km al giorno, su terreno misto.
È fondamentale dotarsi delle tracce GPS, scaricabili online, e consultare le tappe ufficiali per stimare distanze, dislivelli e punti d’appoggio. Molti tratti del cammino coincidono con altri percorsi segnalati, come la Via Francigena o la Via degli Abati, facilitando la logistica. Lungo l’itinerario si trovano ostelli, B&B, strutture religiose e agriturismi: prenotare in anticipo è consigliato, specialmente nei periodi di maggiore affluenza. Un diario di tappa, una credenziale e una guida cartacea o digitale possono completare il kit ideale per affrontare con consapevolezza e serenità questo viaggio interiore e geografico.
Esistono luoghi dall’anima antica dove sembra che il tempo si sia fermato: il Monastero di Sümela è uno di questi. Appollaiato sul fianco di una scogliera a strapiombo, abbracciato da foreste fitte e silenzi profondi, sembra fluttuare tra cielo e abisso. Il santuario sospeso, scolpito nella roccia, lascia tutti a bocca aperta quando raggiungono questo posto remoto dell’Anatolia.
Il mistero del Monastero di Sümela
A fondare il Monastero di Sümela in Anatolia sono stati i monaci greci Barnaba e Sofronio che nel IV secolo hanno dato vita a questo luogo dopo una visione della Vergine Maria apparsa in una grotta nei monti Karadağ. È nata proprio in quel luogo la prima chiesetta che ha poi visto una piccola cittadella monastica crescere proprio sulla valle di Altındere, a oltre 1.300 metri di altitudine. Un luogo maestoso che spicca per la costruzione proprio su un dirupo. La costruzione antichissima è talmente preziosa da essere stata inserita più volte come potenziale patrimonio mondiale dell’Unesco.
Oltre alla chiesa, però, custodisce al suo interno cucine, biblioteche, celle, ponti e scale di legno. Un vero e proprio labirinto verticale dove un tempo i monaci vivevano, pregavano e studiavano isolandosi dal mondo. Tra fede e silenzio, ancora oggi è un luogo che fa bene all’anima.
Il monastero è stato ampliato nel tempo, soprattutto tra il 1800 e l’inizio del 1900 e ha resistito a tutto: ai secoli, alle guerre, agli imperi. Persino dopo la conquista ottomana di Trebisonda, nel 1461, ha continuato a funzionare, diventando luogo di pellegrinaggio e cultura. Solo nel 1923, con la nascita della Repubblica di Turchia, fu abbandonato.
Oggi, grazie a lunghi restauri iniziati nel 2015 e culminati con la riapertura nel 2019, è tornato a raccontare la sua storia. Non è ancora interamente visitabile, ma tanto basta per lasciarti senza fiato. Seppur alcune parti siano ancora chiuse per restauro, anche visitare parzialmente il luogo o farlo dall’esterno vale assolutamente la pena.
iStockMonastero di Sümela: cosa vedere
Dove si trova il Monastero di Sümela e come raggiungerlo
Il Monastero di Sümela non è così facile da raggiungere e forse è proprio questo il suo bello. Si trova nella provincia di Trebisonda nella zona nord-orientale della Turchia. Dista circa 50 chilometri a sud dalla costa del Mar Nero. Per poterla raggiungere si parte appunto dalla costa verso Maçka da cui la meta finale è lontana appena 15 chilometri, ma tutti in salita.
Il sentiero nella valle diAltındere è avvolto da fitta vegetazione, ha curve molto strette e l’asfalto risulta irregolare. Eppure la vista merita e sono molti i curiosi che sognano di poterlo raggiungere. L’auto si può lasciare in un grande parcheggio all’entrata del Parco Nazionale di Altındere, da dove parte un sentiero (circa 1 km) che sale nel bosco o se preferisci, un minibus ti porta più vicino, risparmiando 200 metri di dislivello.
Se non hai un’auto sappi che in estate partono mini-van condivisi da Trebisonda e Maçka mentre in inverno i servizi si fermano prima, ma puoi proseguire in taxi. In alternativa, ci sono tour organizzati che includono trasporto e guida, ideali se vuoi vivere tutto senza pensieri.
Itaca, la patria dell’eroe errante Odisseo, torna a far parlare di sé e non attraverso i versi dell’Odissea, ma con la voce concreta della terra, delle pietre e delle iscrizioni che il tempo ha conservato come segreti sussurrati tra le radici degli ulivi e le sorgenti nascoste. Sulle pendici di Exogi, nel nord dell’isola, un’équipe di archeologi ha portato alla luce un complesso monumentale straordinario. E quella che era finora soltanto un’ipotesi coltivata tra filologia e mito, ora diventa certezza: il santuario di Odisseo, l’Odysseyon di Itaca, è stato ritrovato.
La scoperta del santuario di Odisseo
Grazie alle ricerche dell’Università di Ioannina, condotte presso il sito archeologico di Agios Athanasios–Scuola di Omero, l’isola rivela oggi un frammento reale del suo passato epico. Nel cuore verde e roccioso di Exogi, in un’area ricca di acque sorgive, sorge il sito noto come Scuola di Omero, così chiamato fin dall’Ottocento.
Tra due terrazze connesse da scale scolpite nella pietra, si è delineato un complesso architettonico sorprendentemente ben conservato. Sulla terrazza superiore svetta il resto di una torre ellenistica (III sec. a.C.), mentre quella inferiore è occupata da un grande edificio rettangolare, probabilmente usato per attività rituali.
Gli archeologi hanno trovato più di 100 monete, gioielli in oro, offerte votive in terracotta e oggetti in bronzo che testimoniano un flusso costante di visitatori e un’attività religiosa intensa. Tra i reperti più straordinari, una cisterna sotterranea intatta, costruita con enormi blocchi in stile miceneo, ha restituito frammenti ceramici del tardo periodo palaziale, collocandola tra le rarità dell’Egeo.
Il colpo di scena, però, arriva da due iscrizioni epigrafiche ellenistiche: su frammenti di tegole e ceramiche votive appaiono chiaramente incisi i nomi ΟΔΥCCEOC e ΟΔΥCCEI, rispettivamente “di Odisseo” e “a Odisseo”. Si tratta di dediche, forse di pellegrini, che lasciano intuire l’esistenza di un culto eroico dedicato al re di Itaca proprio in quel luogo. A rafforzare l’identificazione, un busto bronzeo in miniatura con le fattezze dell’eroe e altre iscrizioni legate ad Apollo Agyieus suggeriscono un contesto sacro ben articolato.
Υπουργείο Πολιτισμού, Χρ. ΜαραμπέαA Itaca è stata fatta una scoperta votiva a Odisseo
L’importanza della scoperta
La scoperta dell’Odysseyon è un segno profondo che riguarda l’identità di un’isola e il suo legame eterno con la figura più enigmatica e umana dell’epos omerico. Odisseo non è mai stato solo un personaggio letterario. Per Itaca, è sempre stato qualcosa di più: memoria collettiva, radice culturale, simbolo di ritorno e resistenza.
Identificare il complesso ellenistico come il santuario dedicato a lui, menzionato anche in un antico decreto del 207 a.C., significa confermare che la tradizione non era soltanto narrativa, ma praticata, vissuta, celebrata. Significa che Itaca non è un’isola mitica sperduta nei versi, ma un luogo reale dove i suoi abitanti e visitatori si recavano per onorare l’eroe che la rappresentava nel mondo antico.
Υπουργείο Πολιτισμού, Χρ. ΜαραμπέαRitrovato un frammento a Itaca con l’iscrizione parziale del nome di Apollo
Oggi questa scoperta apre nuove prospettive, non solo per l’archeologia, ma per la comunità locale e per il turismo culturale in Grecia. Il Comune di Itaca ha già annunciato iniziative per la protezione e valorizzazione del sito, prevedendo eventi scientifici e informativi, e il sostegno agli scavi futuri.
L’Alta Via delle Grazie è un suggestivo itinerario escursionistico e spirituale che si snoda tra le montagne e i santuari mariani della provincia di Bergamo. Lungo circa 270 chilometri, il cammino tocca 18 santuari, attraversando i paesaggi mozzafiato delle Prealpi Orobiche e regalando ai pellegrini un’esperienza profonda di connessione con la natura, la storia e la spiritualità.
Questo percorso, ad anello, può essere affrontato in senso orario o antiorario e si suddivide in 13 tappe principali, con possibilità di varianti e personalizzazioni. Infatti, è possibile percorrere anche la variante in 7 tappe.
Le origini e la storia del cammino
Il nome dell’Alta Via deriva dai numerosi santuari dedicati alla Madonna (le “Grazie”) che si incontrano lungo il tragitto. Il cammino è nato come espressione di devozione popolare e oggi unisce l’aspetto devozionale a quello escursionistico, rappresentando una proposta interessante sia per i fedeli che per gli amanti del trekking.
L’itinerario valorizza non solo la fede, ma anche il territorio bergamasco: attraversa borghi, valli, alpeggi e boschi, permettendo di scoprire una Bergamasca autentica, fatta di paesaggi incontaminati e testimonianze culturali secolari.
Il percorso in 13 tappe
L’Alta Via delle Grazie è un cammino ad anello che si sviluppa per circa 271 chilometri, con partenza e arrivo a Bergamo. Le 13 tappe che lo compongono attraversano la Val Seriana, la Val di Scalve e l’Alto Sebino, toccando alcuni dei santuari più suggestivi del territorio orobico. Ogni tappa offre un mix di spiritualità, bellezza naturale e patrimonio culturale, con tratti montani, boschi, borghi e scorci sul Lago d’Iseo.
Ecco le tappe:
Tappa 1, Bergamo – Selvino (22 km, 1.100 D+, 6h 30’): il cammino inizia dalla Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Bergamo, salendo tra boschi e panorami fino all’altopiano di Selvino.
Tappa 2, Selvino – Vertova (18 km, 600 D+, 5h 30’): si scende nella verde Valle del Lujo, toccando il Santuario dello Zuccarello e ambienti rurali fino a Vertova.
Tappa 3, Vertova – Santuario del Frassino di Oneta (20 km, 800 D+, 6h): si risale la Val Vertova fino a raggiungere il santuario immerso nei boschi, in un contesto di grande quiete.
Tappa 4, Santuario del Frassino di Oneta – Parre (15 km, 500 D+, 5h): una tappa più breve che conduce attraverso piccoli nuclei abitati e zone boscate fino al borgo di Parre.
Tappa 5, Parre – Novazza (Valgoglio) (18 km, 900 D+, 6h 30’): si sale tra pascoli e foreste, con panorami sempre più montani fino alla frazione di Novazza.
Tappa 6, Novazza – Lizzola (22 km, 1.200 D+, 7h): tappa alpina e impegnativa che attraversa il Passo della Manina a quasi 1.800 metri, offrendo scorci spettacolari.
Tappa 7, Lizzola – Ardesio (20 km, 700 D+, 6h): si scende lungo la Valbondione verso il Santuario della Madonna delle Grazie di Ardesio, tappa spirituale centrale del cammino.
Tappa 8, Ardesio – Castione della Presolana (25 km, 1.000 D+, 7h): un suggestivo passaggio tra vallate e foreste, ai piedi del massiccio della Presolana.
Tappa 9, Castione della Presolana – Lovere (20 km, 500 D+, 6h): discesa panoramica verso il Lago d’Iseo con arrivo a Lovere, uno dei borghi più belli d’Italia.
Tappa 10, Lovere – Gandino (22 km, 1.000 D+, 6h 30’): si risale la Val Gandino attraversando centri di antica tradizione tessile e spirituale.
Tappa 11, Gandino – Fiobbio (Albino) (18 km, 600 D+, 5h 30’): il percorso si sviluppa tra colline e sentieri, passando per santuari e boschi fino a Fiobbio.
Tappa 12, Fiobbio – Monte di Nese (20 km, 900 D+, 6h): si sale tra le valli del Serio e del Brembo, raggiungendo il panoramico altopiano di Monte di Nese.
Tappa 13, Monte di Nese – Bergamo (16 km, 400 D+, 4h 30’): l’ultima tappa riporta a Bergamo, chiudendo il cammino ad anello con vista sulla città alta e la basilica di Santa Maria Maggiore.
La variante in 7 tappe
Per chi desidera vivere l’esperienza dell’Alta Via delle Grazie ma ha a disposizione solo una settimana, è disponibile una variante in 7 tappe, che conserva l’essenza spirituale e paesaggistica dell’intero cammino. Questo itinerario, più compatto ma ugualmente intenso, copre circa 161 km, attraversando santuari, borghi storici, boschi, vallate e scorci suggestivi sul Lago d’Iseo.
Questo percorso alternativo prevede:
Tappa 1, Bergamo – Selvino (22 km, 1.100 D+, 6h 30’): partenza dalla Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Bergamo, con salita tra boschi e panorami fino al soleggiato altopiano di Selvino.
Tappa 2, Selvino – Vertova (18 km, 600 D+, 5h 30’): discesa nella Valle del Lujo, attraversando paesaggi rurali e il suggestivo Santuario dello Zuccarello fino a raggiungere Vertova.
Tappa 3, Vertova – Parre (20 km, 800 D+, 6h): risalita della Val Vertova e passaggio dal Santuario del Frassino, immerso nella natura, fino al borgo di Parre.
Tappa 4, Parre – Lovere (25 km, 1.000 D+, 7h): lunga tappa montana tra foreste e valichi, con arrivo al pittoresco borgo di Lovere, affacciato sulle acque del Lago d’Iseo.
Tappa 5, Lovere – Gandino (22 km, 1.000 D+, 6h 30’): si rientra nell’entroterra attraverso la Val Gandino, ricca di storia, artigianato e tradizioni religiose.
Tappa 6, Gandino – Fiobbio (Albino) (18 km, 600 D+, 5h 30’): sentieri, colline e antichi luoghi di culto caratterizzano questa tappa che conduce alla frazione di Fiobbio.
Tappa 7, Fiobbio – Bergamo (22 km, 500 D+, 6h): l’ultima tappa riporta a Bergamo, chiudendo il cammino tra vigneti, boschi e panorami sulla Città Alta, con arrivo alla Basilica di Santa Maria Maggiore.
Per chi desidera affrontare l’Alta Via delle Grazie in sella a una mountain bike o una e-bike, è disponibile un percorso apposito, suddiviso in 8 tappe, che conserva il carattere spirituale e paesaggistico del cammino a piedi, adattandolo alle esigenze del cicloturismo.
Questo itinerario di circa 364 chilometri segue un tracciato studiato per essere pedalabile in sicurezza e con un buon equilibrio tra dislivelli, fondo misto e soste significative presso santuari e borghi. La variante è adatta a ciclisti allenati, dotati di bici in buone condizioni e abituati a percorsi collinari e montani.
Il percorso in bicicletta prevede:
Tappa 1, Bergamo – Vertova (28 km + 12 km, 502 D+, 361 D−, 1h 45’): partenza dalla Chiesa di Santa Maria delle Grazie, si attraversa la città e si imbocca la ciclovia della Val Seriana fino a Vertova, tra asfalto, sterrato e natura.
Tappa 2, Vertova – Premolo (33 km, 1.001 D+, 478 D−, 3h 45’): salita costante tra i boschi fino a Premolo, con tratti tecnici e panoramici su sterrato e asfalto secondario.
Tappa 3, Premolo – Novazza (27 km, 1.209 D+, 894 D−, 4h 15’): tappa montana che richiede attenzione su fondo naturale, con viste aperte sulle Orobie e arrivo in quota.
Tappa 4, Novazza – Ardesio (37 km + 16 km, 1.096 D+, 2.042 D−, 5h): discesa impegnativa verso Ardesio, con tratti tecnici e sosta consigliata al santuario mariano.
Tappa 5, Ardesio – Lovere (50 km, 1.297 D+, 1.835 D−, 6h 30’): lunga tappa alpino-lacustre con numerosi saliscendi e discesa finale verso il Lago d’Iseo, fino al centro storico di Lovere.
Tappa 6, Lovere – Montisola (39 km, 914 D+, 982 D−, 5h 15’): si costeggia il lago, si passa da Sale Marasino e si traghetta fino a Monte Isola, dove si può visitare il Santuario della Ceriola.
Tappa 7, Montisola – Gandino (37 km + 16 km, 1.431 D+, 1.084 D−, 5h 30’): dal lago si risale verso l’entroterra attraverso la Val Gandino, su percorsi collinari e antichi borghi.
Tappa 8, Gandino – Bergamo (52 km, 1.110 D+, 1.665 D−, 6h): ultima tappa tra discese e tratti panoramici, fino al ritorno a Bergamo e alla conclusione dell’anello presso la Città Alta.
Cosa vedere lungo il percorso
L’Alta Via delle Grazie non è solo un itinerario escursionistico: è un cammino profondamente legato al paesaggio, alla cultura e alla spiritualità delle valli bergamasche. Ogni tappa offre l’occasione di entrare in contatto con luoghi unici, spesso poco conosciuti, ma ricchi di fascino e autenticità.
I santuari mariani
Il cuore del cammino è rappresentato dai numerosi santuari dedicati alla Madonna, da cui l’itinerario prende il nome. Alcuni di essi sono:
Santuario della Cornabusa (Sant’Omobono Terme): scavato in una grotta naturale nella roccia, è uno dei luoghi più suggestivi del cammino.
Santuario della Madonna delle Grazie di Ardesio: meta di pellegrinaggi e punto simbolico del percorso.
Santuario dello Zuccarello (Nembro): incastonato nella Valle del Lujo, in un ambiente raccolto e silenzioso.
Santuario della Madonna della Ceriola (Monte Isola): raggiungibile con una variante in battello sul Lago d’Iseo, regala un panorama spettacolare.
Borghi e natura
Oltre ai santuari, il cammino attraversa borghi medievali, mulattiere storiche e vallate alpine che meritano una sosta:
Cornello dei Tasso: antico borgo pavimentato in pietra, legato alla storia del servizio postale europeo.
Parre, Gandino, Lovere: centri storici ricchi di arte sacra, tradizioni locali e prodotti tipici.
Monte Isola: isola lacustre tra le più grandi d’Europa, dove si respira un’atmosfera fuori dal tempo.
Val Vertova, Valle del Lujo, Val Gandino: ambienti naturali incontaminati, perfetti per escursionisti e amanti della fotografia.
Affrontare l’Alta Via delle Grazie richiede una buona preparazione fisica e mentale, specialmente se si opta per l’itinerario completo a piedi o per le tappe più lunghe in bicicletta. Sebbene non sia un cammino estremo, si tratta comunque di un percorso escursionistico e spirituale che attraversa ambienti montani, tratti isolati e salite con dislivelli significativi.
Chi sceglie di percorrerla a piedi dovrebbe avere un minimo di allenamento escursionistico: abituarsi a camminate di almeno 15–20 km su terreno misto, anche per più giorni consecutivi. È consigliabile iniziare l’allenamento qualche mese prima, alternando camminate in pianura a tratti collinari, con zaino in spalla.
Per chi affronta il percorso in bicicletta, è importante essere a proprio agio su sterrato, salite lunghe e discese tecniche. Le e-bike rendono il tracciato più accessibile ma non meno impegnativo dal punto di vista tecnico: richiedono controllo del mezzo, gestione della batteria e padronanza in discesa. Le MTB muscolari sono adatte solo a ciclisti molto allenati.
Dove dormire lungo l’Alta Via delle Grazie
Lungo l’Alta Via delle Grazie esiste una rete di ospitalità varia e diffusa, che rende il cammino accessibile a chiunque, anche senza tenda o mezzi autonomi. Ogni tappa prevede almeno una soluzione per il pernottamento, spesso nei pressi di santuari, borghi o rifugi di montagna.
Sono disponibili diverse tipologie di alloggio:
Ospitalità religiosa: in diversi santuari è possibile pernottare grazie all’accoglienza di parrocchie o associazioni locali. In alcuni casi l’ospitalità è offerta a offerta libera (donativo), ma è sempre necessario contattare in anticipo.
Rifugi e case alpine: presenti soprattutto nelle tappe di montagna, offrono un’accoglienza spartana ma calorosa. Alcuni propongono mezza pensione o cena condivisa.
B&B e agriturismi: diffusi nei centri abitati, con maggiore comfort e possibilità di ricaricare e-bike o lavare indumenti tecnici.
Hotel e strutture convenzionate: disponibili nelle tappe più turistiche, come Selvino, Ardesio o Lovere.
Prenotare con qualche settimana di anticipo è fortemente consigliato, soprattutto nei mesi estivi e nei weekend. Chi viaggia in bicicletta può contattare in anticipo le strutture per verificare la presenza di ricovero bici o colonnine di ricarica per e-bike.
Il Cammino di San Francesco di Paola è un itinerario a piedi che attraversa la Calabria da ovest a est, toccando i luoghi legati alla vita del santo. Si sviluppa tra zone collinari e montane, piccoli centri abitati, boschi e aree rurali, offrendo un percorso che unisce natura, spiritualità e storia locale.
L’itinerario parte da San Marco Argentano e termina a Corigliano Calabro, attraversando il Santuario di Paola, punto centrale del cammino, e numerosi santuari minori. Lungo il percorso si incontrano borghi, conventi, testimonianze religiose e ambienti naturali tipici dell’entroterra calabrese. È un cammino adatto a chi vuole scoprire una parte meno conosciuta della regione, camminando per più giorni in autonomia o con sostegno logistico.
La storia del cammino
Il cammino nasce per valorizzare i luoghi in cui San Francesco di Paola visse, si ritirò in preghiera, compì opere di carità e fondò i primi conventi del suo ordine, i Minimi. Il percorso non è solo simbolico, ma corrisponde in gran parte agli spostamenti reali compiuti dal santo durante la sua vita, soprattutto tra la seconda metà del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento.
San Francesco nacque nel 1416 a Paola, in provincia di Cosenza. Dopo un anno di ritiro a San Marco Argentano presso i Minori di San Francesco d’Assisi, tornò nel suo paese natale e si stabilì in una zona isolata dove visse da eremita. Con il tempo, iniziarono a seguirlo altri uomini attratti dal suo stile di vita essenziale e dalla sua reputazione.
Insieme a loro, fondò una comunità religiosa che diede origine all’Ordine dei Minimi. Il cammino ripercorre le tappe fondamentali di questa vicenda, attraversando i luoghi dove visse, predicò e fondò nuovi insediamenti, in un tracciato che mette in connessione diversi punti significativi della Calabria settentrionale.
Il Cammino completo si compone di 12 tappe, per una lunghezza complessiva di oltre 270 km. I dislivelli variano da tappa a tappa, con tratti impegnativi sia in salita che in discesa:
Tappa 1: San Marco Argentano – Cerzeto(11,8 km, 600 m D+, 600 m D-, 3h): la partenza da San Marco Argentano offre l’occasione per visitare la torre normanna e la chiesa di San Francesco, due luoghi simbolici legati alla giovinezza del santo, che qui trascorse un anno di formazione presso i frati Minori.
Tappa 2: Cerzeto – Bosco di Cinquemiglia (17,5 km, 1.100 m D+, 500 m D-, 5h e 30’): la partenza da Cerzeto, piccolo centro di origine arbëreshë, permette di conoscere una comunità che conserva ancora oggi lingua, riti e tradizioni dell’antica Albania meridionale.
Tappa 3: Bosco di Cinquemiglia – Santuario di Paola (19,8 km, 750 m D+, 1.500 m D-, 6h): l’arrivo al pii rappresenta un momento centrale per chi affronta l’intero cammino: oltre all’importanza religiosa, il complesso monastico e le aree naturali circostanti offrono diversi spunti di visita e di sosta meditativa.
Tappa 4: Santuario di Paola – San Fili(21,8 km, 1.300 m D+, 1.000 m D-, 6h e 30’): questa tappa presenta uno dei dislivelli positivi più marcati dell’intero cammino ed è consigliabile affrontarla con un buon livello di preparazione. All’arrivo, il borgo di San Fili, adagiato su un’altura, conserva alcune chiese barocche e scorci interessanti, offrendo un’atmosfera tranquilla e adatta al riposo.
Tappa 5: San Fili – Cerisano(18,9 km, 900 m D+, 850 m D-, 5h e 30’): Cerisano, borgo di origine medievale, si distingue per il suo centro storico compatto e la presenza di palazzi nobiliari che raccontano una storia legata a famiglie feudali e alle arti.
Tappa 6: Cerisano – Santuario di Paterno Calabro(22,0 km, 850 m D+, 770 m D-, 6h e 30’): l’arrivo al Santuario di Paterno Calabro, costruito in un contesto verde e raccolto, rappresenta una delle tappe spirituali più significative dopo quella di Paola.
Tappa 7: Santuario di Paterno Calabro – Cosenza (18,4 km, 400 m D+, 800 m D-, 5h): l’arrivo a Cosenza, capoluogo storico della valle del Crati, offre l’occasione per visitare il Duomo, il centro storico e il Castello Svevo, che domina la città dall’alto.
Tappa 8: Cosenza – Santuario di Spezzano della Sila (19,3 km, 900 m D+, 400 m D-, 5h e 30’): il cammino lascia progressivamente l’ambiente urbano per risalire verso le pendici della Sila, con una lunga e costante salita. Il tratto finale attraversa boschi e aree fresche, soprattutto nei mesi primaverili. Il Santuario di Spezzano della Sila, immerso nel verde, è una meta tranquilla e raccolta, ideale per un momento di pausa e riflessione.
Tappa 9: Santuario di Spezzano della Sila – San Pietro in Guarano (16,4 km, 650 m D+, 850 m D-, 4h e 30’): il percorso è tranquillo, adatto anche a chi vuole recuperare dopo giornate più impegnative. San Pietro in Guarano, piccolo centro circondato dal verde, conserva una forte impronta rurale e offre un contesto sereno in cui trascorrere la fine della giornata.
Tappa 10: San Pietro in Guarano – Rose(27,7 km, 950 m D+, 1.200 m D-, 7h e 30’): tappa lunga e impegnativa, una delle più faticose dell’intero cammino, sia per la distanza che per il dislivello. Si alternano tratti montani e collinari, con paesaggi ampi e variegati. È fondamentale partire presto e ben equipaggiati. Il borgo di Rose, all’arrivo, conserva un nucleo storico interessante e testimonianze legate alla presenza di San Francesco nella zona.
Tappa 11: Rose – Acri(28,2 km, 1.300 m D+, 1.000 m D-, 8h): altra tappa molto impegnativa, con continui cambi di pendenza e lunghi tratti isolati. L’arrivo ad Acri, cittadina di origini antiche, permette una sosta più lunga per visitare il centro storico, la Basilica del Beato Angelo e il Museo MACA dedicato all’arte contemporanea.
Tappa 12: Acri – Santuario di Corigliano Calabro(25,2 km, 800 m D+, 1.300 m D-, 7h): il paesaggio cambia nuovamente, diventando più aperto e soleggiato, con tratti agricoli e scorci verso il mare. Il Santuario di Corigliano, immerso tra uliveti, rappresenta la fine simbolica e spirituale del cammino. Poco distante si trova il Castello Ducale di Corigliano, una delle architetture più imponenti della zona, che merita una visita prima del rientro.
I tre itinerari alternativi
Per chi non ha la possibilità o l’interesse di affrontare l’intero cammino, esistono tre itinerari tematici alternativi, ognuno pensato per valorizzare un aspetto specifico della vita e dell’esperienza di San Francesco di Paola. Si tratta di percorsi più brevi, da affrontare anche singolarmente, ciascuno con un significato simbolico distinto. Tutti gli itinerari sono percorribili in entrambi i sensi di marcia e permettono una fruizione più flessibile del cammino, adattandosi al tempo disponibile e alla preparazione fisica del camminatore.
La via del Giovane
Da San Marco Argentano a Paola
Questo percorso attraversa i luoghi legati alla giovinezza di Francesco, dagli anni trascorsi presso i frati Minori di San Marco Argentano fino al ritorno nella sua città natale. È un itinerario adatto a chi vuole avvicinarsi al cammino attraverso una prima esperienza breve, ma significativa. La tappa finale al Santuario di Paola consente di concludere il cammino in uno dei punti spiritualmente più rilevanti.
La via dell’Eremita
Da Paola a Paterno Calabro
Questo tratto si concentra sui luoghi dove Francesco visse il suo periodo da eremita, fondando i primi due conventi dell’Ordine dei Minimi. Il paesaggio è più silenzioso e raccolto, con tratti immersi nei boschi e nei rilievi dell’entroterra. È un itinerario adatto a chi desidera vivere un’esperienza più contemplativa, lontano dai centri abitati e dai flussi turistici.
La via dei Monasteri
Da Paterno Calabro a Corigliano Calabro
Questo itinerario ripercorre i viaggi compiuti da Francesco per la fondazione dei nuovi conventi dopo quello di Paola. Si attraversano alcuni dei luoghi dove il santo lasciò un’impronta duratura nella vita religiosa calabrese, come Spezzano della Sila e Acri. È un cammino più lungo rispetto agli altri due, adatto a chi vuole scoprire il lato organizzativo e missionario dell’opera del santo.
Il Cammino di San Francesco di Paola offre anche la possibilità di incontrare, lungo il tracciato principale, una serie di monumenti, luoghi panoramici e testimonianze storiche che meritano attenzione. Si tratta di elementi spesso poco conosciuti, ma capaci di raccontare con forza la storia, la spiritualità e il paesaggio della Calabria.
A San Marco Argentano, punto di partenza del cammino, si trova la Chiesa della Riforma, legata alla formazione giovanile di Francesco, che qui visse per un anno presso i frati Minori. Nel tratto tra Cerzeto e il Bosco di Cinquemiglia, in località Serra dei Muli, si attraversa un’area boschiva nota per la presenza di castagni secolari, tra cui il cosiddetto “Patriarca di Kroj Shtikàn”, un albero monumentale considerato simbolo della resistenza e della memoria naturale del territorio.
Tra San Fili e Cerisano, è possibile fare una sosta all’Aria del Vento, punto panoramico che regala ampie vedute sulle vallate circostanti e, nelle giornate più limpide, anche sul Mar Tirreno. Nel centro storico di Acri, oltre alla Basilica del Beato Angelo, si trova la Chiesa di Santa Maria Maggiore, uno degli edifici religiosi più antichi della zona.
Infine, l’arrivo a Corigliano Calabro è segnato dalla presenza del maestoso Castello Ducale, una delle strutture fortificate meglio conservate della Calabria.
Questi luoghi, facilmente raggiungibili senza deviazioni importanti, aggiungono profondità e varietà all’esperienza del camminatore, offrendo spunti per riflessioni, soste culturali e momenti di connessione con la storia del territorio attraversato.
Indicazioni pratiche per affrontare il cammino
Il Cammino di San Francesco di Paola si sviluppa su un territorio vario dal punto di vista altimetrico, alternando tratti collinari, ambienti montani e aree costiere. Dal punto di vista fisico, è consigliabile avere un buon allenamento alla camminata su dislivelli: alcune tappe, come quelle da San Fili a Cerisano o da Rose ad Acri, presentano salite e discese lunghe e impegnative, talvolta su fondi sconnessi o esposti. L’utilizzo di bastoncini da trekking può risultare utile soprattutto nei tratti con forti discese, come quello che conduce da Bosco di Cinquemiglia al Santuario di Paola o nell’ultima tappa verso Corigliano.
La segnaletica lungo il percorso è presente ma non sempre continua. È quindi opportuno dotarsi di una traccia GPS affidabile o di una guida aggiornata. Alcune tratte, in particolare nei tratti boschivi o in zone agricole meno frequentate, possono risultare poco chiare in caso di pioggia o nebbia.
I servizi lungo il cammino non sono sempre disponibili in modo uniforme: in diversi tratti, soprattutto nelle tappe centrali (come da Cerzeto a Spezzano della Sila), potrebbero non essere facili da trovare dei punti di ristoro. È quindi fondamentale partire ogni giorno con una scorta sufficiente di acqua e cibo.
Infine, si consiglia un approccio flessibile: il cammino attraversa una Calabria autentica, dove i tempi possono dilatarsi e le distanze percepite non sempre corrispondono alle abitudini urbane. Sebbene il tempo previsto dovrebbe essere di 12 giorni, avere tempo a disposizione e disponibilità a rallentare aiuta a cogliere meglio il senso profondo del percorso.
Quando partire e perché farlo
Il periodo migliore per affrontare il Cammino di San Francesco di Paola è compreso tra inizio aprile e metà giugno, oppure tra metà settembre e fine ottobre. In queste stagioni il clima è generalmente stabile e le temperature sono miti, sia in pianura che nelle zone montane attraversate dal cammino. I mesi estivi, al contrario, possono risultare difficili a causa del caldo intenso e della scarsità di ombra in alcuni tratti, mentre l’inverno rende meno accessibili le zone più elevate, soprattutto quelle prossime alla Sila.
Il cammino è particolarmente adatto a chi ha una discreta esperienza nel trekking o nei cammini a tappe, ma non richiede preparazione tecnica. È accessibile anche a chi affronta per la prima volta un itinerario di più giorni, purché con una buona condizione fisica e la giusta organizzazione.
Non è invece il percorso ideale per chi preferisce itinerari brevi, con alta densità di servizi, oppure per chi cerca un cammino perfettamente tracciato e frequentato. Il Cammino di San Francesco di Paola conserva ancora un carattere intimo e selvatico, ed è proprio questo a renderlo così particolare.
Sono passati ben 140 anni da quando l’archeologo tedesco Max Ohnefalsch-Richter portò avanti una campagna di scavo vicino all’antica città-regno di Tamasso, a Cipro. In tutto questo tempo, lo scavo è stato ricoperto nuovamente dalla sabbia e dimenticato… fino a oggi. Il team di archeologi, anche questo proveniente dalla Germania, non solo ha riportato alla luce l’antico santuario dedicato ad Apollo, ma ha anche esposto i numerosi tesori trovati al suo interno: frammenti di statue dall’inestimabile valore.
La riscoperta dell’antico santuario di Apollo
Situato nella valle di Frangissa a Cipro, vicino al villaggio di Pera Orinis, il santuario di Apollo era uno dei più ricchi santuari rurali della regione. Il primo archeologo a scoprirlo, Ohnefalsch-Richter, trovò centinaia di statue votive, alcune di dimensioni colossali. Tuttavia, nel corso degli anni, il sito fu interrato e dimenticato.
La situazione cambiò nel 2021, quando un team di archeologi provenienti dalle Università di Francoforte e Kiel/Würzburg iniziarono a scavare nuovamente il santuario. Dopo anni di lavori, oggi hanno rivelato grandi sezioni del santuario con fondamenta strutturali, il cortile delle dediche e oltre 100 basi di statue, la maggior parte delle quali di grandi dimensioni.
Tra gli altri reperti del santuario citiamo anche piccoli carri, cavalieri e figure di guerrieri in terracotta, oltre a terrecotte cave di grande formato.
L’importanza di questa scoperta
Si tratta di una scoperta importante per diversi motivi, a partire dal fatto che i frammenti scoperti probabilmente aiuteranno a restaurare diverse statue ora conservate nel Museo di Cipro e nel Royal Ontario Museum di Toronto, offrendo agli studiosi la possibilità di riassemblare figure incomplete da più di un secolo.
Tra le scoperte più recenti, ci sono pezzi di statue in calcare con piedi di dimensioni gigantesche, a testimonianza dell’esistenza di enormi statue maschili del periodo arcaico (VII-VI secolo a.C.). Le uniche rappresentazioni colossali conosciute a Frangissa fino ad allora erano in terracotta, ad esempio il famoso “Colosso di Tamasso”.
Oltre alle statue, gli archeologi hanno rinvenuto una ricca varietà di offerte votive mai registrate prima nel sito. Queste includono amuleti egizi realizzati in faïence, un materiale ceramico smaltato utilizzato nell’antico Egitto nei rituali sacri, e perle di vetro marmorizzato. La loro presenza suggerisce complessi scambi interculturali e sottolinea la più ampia importanza religiosa del santuario.
Ci sono anche prove di significativi sviluppi architettonici: un vasto cortile peristilio fu costruito accanto all’area votiva, probabilmente per banchetti rituali o simposi. Questa scoperta aiuta a collocare il santuario nel suo contesto non solo come complesso religioso, ma anche come luogo di incontro sociale e cerimoniale. Per gli archeologi, questa scoperta offre un’eccezionale opportunità per documentare e studiare elementi architettonici che erano stati scarsamente analizzati nello scavo del XIX secolo eseguito da Ohnefalsch-Richter.
Grazie all’utilizzo di tecniche moderne e a un approccio accademico mirato, la scoperta dell’antico santuario di Apollo a Frangissa potrebbe ridefinire un capitolo fondamentale nella storia dell’archeologia cipriota, collegando l’antica vita rituale, la scultura monumentale e lo scambio culturale internazionale all’interno di uno spazio sacro rimasto nascosto per quasi 140 anni.
C’è un luogo bellissimo in Lombardia, vicino a quella città ricca di tracce del passato e di tesori che è Mantova.
Si chiama Grazie ed è una frazione del comune di Curtatone, una cittadina di oltre 14mila abitanti. Ed è qui che ci dirigiamo, in questo suggestivo borgo lombardo che custodisce un meraviglioso santuario, ma non solo.
Tappa perfetta per chi è in visita alla zona, dista circa sette chilometri dal centro di Mantova ed è un piccolo luogo dalla storia antica, che si mescola con la fede e con il fascino del territorio circostante: e adesso andiamo proprio lì, per poter scoprire i tanti tesori che si celano a Grazie.
Grazie, il santuario: una meraviglia da scoprire
Per sapere quando è nato il Santuario della Beata Vergine Maria delle Grazie bisogna fare un salto indietro nel tempo e tornare al passato più remoto. Infatti, anche se non è nota la datazione della sua più antica fondazione, si racconta che sulla riva delle valli del Mincio ci fosse già prima una santella con un’immagine sacra e che poi, demolita quella, sia stato realizzato un edificio di culto.
Secondo i documenti, come scritto sul sito ufficiale, già intorno al Mille vi era già un luogo di culto con il nome di Santa Maria di Reverso. Il suo interno è in stile gotico, infatti è alla fine del Trecento che viene sottoposto a intensi lavori, con la consacrazione della chiesa nel 1406 e interventi poi successivi con aggiunte e poi, ancora, ipere di modifica volute da Napoleone che – ad esempio – ha voluto la soppressione del convento.
Gli orari di apertura per visitarlo sono i seguenti: dalle 7,30 alle 12 e dalle 15 alle 18.30. Un momento per raggiungere questo luogo nel nord Italia? Particolarmente importante è la festa del 14 e 15 di agosto quando si tiene anche l’antica fiera. Se questo non bastasse i madonnari in qui giorni trasformano l’asfalto in meravigliose opere d’arte.
Fonte: iStockUn dettaglio del santuario di Grazie vicino Mantova
Perché è celebre il santuario
Il santuario di Grazie non è celebre solamente dal punto di vista religioso, ma anche perché è stato scelto come set di un film famoso: viene infatti inquadrato in uno dei capolavori della Settima arte italiana e, più precisamente, in Novecento di Bernardo Bertolucci, dove si può ammirare sia dall’interno che dall’esterno.
Ma non è solo lì che i più attenti possono averlo visto, infatti, a quanto pare, compare anche in celebre sceneggiato televisivo datato 1982, ovvero La Certosa di Parma in cui si vede in una prospettiva interna.
Cosa altro vedere a Grazie
La frazione di Grazie nel comune di Curtatone è un luogo di grande bellezza non solo perché si possono vedere i resti dell’impianto di strutture presenti in precedenza come tracce del porticato antico, ma edifici interessanti come Palazzo Sarto (che si trova proprio nella piazza del santuario).
Non si può dimenticare la bellezza paesaggistica, qui infatti il fiume si allarga e diviene Lago Superiore, e siamo nel territorio del Parco regionale del Mincio con le sue specie animali e vegetali, i paesaggi da sogno e tante località da esplorare.
E poi per finire c’è Mantova, che si trova davvero vicinissima e che è un concentrato di meraviglia per gli occhi, oltre a essere meta ideale per chi cerca storia e cultura incastonati in un ambienta da favola.
Grazie è perfetta per essere raggiunta in una giornata, per fare il pieno di meraviglia.
Fonte: iStockVista sulla piazza di Grazie, borgo vicino a Mantova
Il Cammino di San Francesco, o Via di Francesco, è un pellegrinaggio spirituale e naturalistico che collega i luoghi chiave della vita di San Francesco d’Assisi, attraversando territori di straordinaria bellezza e significato.
Questo cammino non è un unico tracciato, ma un insieme di percorsi convergenti su Assisi, cuore del francescanesimo, con estensioni che proseguono fino a Romao che partono dalle montagne della Romagna e della Toscana. Lungo il tragitto si incontrano eremi, monasteri, santuari, borghi medievali e paesaggi incontaminati, che rendono il viaggio un’esperienza intensa e trasformativa, anche per chi lo affronta in chiave laica.
Si tratta di un cammino ben segnato, in buona parte su sentieri CAI o percorsi escursionistici consolidati, con tappe di varia lunghezza e dislivello. È percorribile da marzo a novembre, ed è adatto a chi ha un minimo di allenamento.
Origine e significato della Via di Francesco
Il Cammino ripercorre idealmente le orme di San Francesco d’Assisi, vissuto tra il XII e il XIII secolo, visitando i luoghi in cui ha predicato, pregato e compiuto opere significative. Lungo questo itinerario si incontrano siti storici come il Santuario della Verna, dove ricevette le stimmate, il Sacro Speco di Greccio, dove inventò il primo presepe, e ovviamente Assisi, dove nacque, visse e morì.
Questo non è solo un cammino devozionale, ma anche un’opportunità per riscoprire una parte d’Italia fatta di natura, spiritualità e silenzio, con un ritmo lento, sulle tracce di uno dei santi più amati al mondo.
Itinerari principali del Cammino di San Francesco
Il Cammino di San Francesco non è un unico sentiero, ma un insieme di quattro itinerari principali, tutti legati ai luoghi significativi della vita del Santo. Ogni percorso ha una sua logica geografica, spirituale e paesaggistica, e può essere affrontato in modo autonomo o come parte di un cammino più lungo. Tutti convergono su Assisi:
La Via del Nord, da La Verna ad Assisi, è l’itinerario più spirituale e montano.
La Via del Sud, da Roma ad Assisi, ripercorre le tappe del ritorno simbolico del pellegrino verso le radici francescane. È un itinerario più collinare e agricolo, ricco di storia e spiritualità, e con molte opportunità di sosta e riflessione.
La Via di Roma, che collega La Verna, Assisi e Roma, è il tracciato completo per chi desidera un’esperienza lunga, profonda e continuativa. Unisce la Via del Nord e la Via del Sud in un unico percorso di oltre 500 km. È ideale per chi ha tempo e desidera vivere l’intero arco della vita di Francesco, dalle montagne dell’isolamento alla città simbolo della cristianità.
Il Cammino di Assisi, da Dovadola ad Assisi, è un percorso alternativo che parte dalla Romagna e attraversa la dorsale appenninica passando per luoghi mistici come Camaldoli, La Verna e Gubbio. È un itinerario più selvaggio e silenzioso, molto immerso nella natura, adatto a chi cerca isolamento, boschi e la dimensione più contemplativa del cammino.
La Via del Nord (La Verna – Assisi)
La Via del Nord è l’itinerario più spirituale e silenzioso, immerso nella natura appenninica tra Toscana e Umbria. Si parte dal Santuario de La Verna, luogo chiave della vita di San Francesco, dove ricevette le stimmate nel 1224, e si prosegue per circa 190 km in direzione di Assisi.
Le tappe attraversano luoghi ricchi di significato francescano come Sansepolcro, Città di Castello, Pietralunga e Gubbio, dove si svolse il celebre episodio del lupo. Il percorso è mediamente impegnativo: si sviluppa su sentieri montani e collinari, con dislivelli frequenti ma gestibili, alternando tratti boscosi a zone coltivate e borghi storici.
I luoghi da vedere sono molti: il centro rinascimentale di Sansepolcro, le mura di Citerna, la spiritualità di Gubbio, le pievi umbre immerse nei boschi, e naturalmente la Basilica di San Francesco ad Assisi, punto d’arrivo e simbolo del cammino.
La Via del Sud (Roma – Assisi)
La Via del Sud parte da Roma, precisamente dalla Basilica di San Pietro, e risale verso Assisi attraversando circa 250 km di paesaggi vari e carichi di spiritualità. È il percorso che ripercorre il cammino “a ritroso” del pellegrino moderno verso le origini della fede francescana.
Dopo l’uscita da Roma, si cammina tra campagne e colline fino a raggiungere la Valle Santa di Rieti, luogo fondamentale per San Francesco, dove si trovano i quattro santuari francescani: Greccio (dove inventò il presepe), Fontecolombo, La Foresta e Poggio Bustone. Si prosegue poi attraverso borghi medievali come Spoleto, Trevi, Foligno e Spello, tra uliveti, colline umbre e sentieri poco frequentati.
La difficoltà è media: le tappe sono più lunghe ma con dislivelli più contenuti rispetto alla Via del Nord. I paesaggi sono più aperti e collinari, e l’esperienza è arricchita da numerose chiese, abbazie e testimonianze storiche legate alla vita del Santo.
La Via di Roma (La Verna – Assisi – Roma)
La Via di Roma è il cammino più lungo e completo, unendo in un unico itinerario le due vie principali: si parte dal Santuario de La Verna, si attraversa Assisi e si prosegue fino a Roma, per un totale di circa 500 km suddivisibili in 24 tappe.
È un cammino adatto a chi ha tempo a disposizione e desidera un’esperienza profonda, che racchiuda tutti i luoghi più significativi della vita di San Francesco: dalla montagna della contemplazione (La Verna), passando per i luoghi della predicazione (Gubbio, Città di Castello, Foligno), fino alla meta universale della cristianità. Le tappe sono mediamente impegnative, con una varietà di terreni che alternano tratti montani, sentieri collinari, strade sterrate e vie urbane.
I luoghi di interesse sono tantissimi: l’eremo di Montecasale, il centro storico di Spoleto, la Valle Santa, la Basilica di San Francesco ad Assisi e quella di San Pietro a Roma. È un itinerario completo e profondo, perfetto per un viaggio trasformativo.
Il Cammino di Assisi (Dovadola – Assisi)
Meno conosciuto ma estremamente affascinante, il Cammino di Assisi parte dall’eremo di Montepaolo vicino a Dovadola, in provincia di Forlì, e raggiunge Assisi in circa 13 tappe e 300 km.
È un itinerario molto immerso nella natura, che attraversa le Foreste Casentinesi, l’eremo di Camaldoli, il Santuario della Verna e poi si innesta nella Via del Nord. È un percorso ideale per chi cerca solitudine, boschi e contemplazione, con dislivelli importanti soprattutto nella prima metà.
La difficoltà complessiva è medio-alta, ma è ripagata da paesaggi straordinari: faggete, ruscelli, crinali panoramici e borghi nascosti. I luoghi da visitare sono meno turistici ma densi di significato: l’eremo di Camaldoli, il monastero di Corniolo, il santuario della Verna e, più avanti, Gubbio e Assisi. È il cammino ideale per chi desidera un’esperienza profonda, meno battuta, all’insegna della connessione con la natura e la spiritualità francescana.
Nel Cammino di San Francesco, la Credenziale non è solo un documento funzionale: è un segno tangibile dell’ingresso nel pellegrinaggio. Viene rilasciata in numerosi punti del percorso – tra cui La Verna, Gubbio, Rieti, Greccio, Spoleto, Roma e Assisi – e permette di raccogliere i timbri delle tappe, custodendo simbolicamente le orme del proprio cammino verso la città del Santo. Ogni timbro rappresenta un passaggio fisico ma anche spirituale, che diventa parte di un racconto personale fatto di strade, incontri, silenzi.
Al termine del cammino, giungendo ad Assisi, il pellegrino che ha percorso almeno gli ultimi 100 km a piedi (o 200 km in bicicletta) può presentare la credenziale presso l’Ufficio del Pellegrino del Sacro Convento di San Francesco (Porta San Francesco, ingresso basilica inferiore) per ricevere il Testimonium Viae Francisci, l’attestato ufficiale del pellegrinaggio francescano. È una pergamena rilasciata gratuitamente come segno di compimento del percorso, legata alla spiritualità dell’accoglienza francescana. Il cammino stesso, timbro dopo timbro, diventa un pellegrinaggio vissuto anche nei gesti.
Quando partire per la Via di Francesco
Il Cammino di San Francesco si snoda tra zone montane, collinari e appenniniche, e attraversa territori come il Casentino, l’Appennino umbro, la Valle Santa reatina e l’Umbria centrale. Le stagioni più adatte per percorrerlo sono la primavera (aprile–giugno) e l’inizio autunno (settembre–ottobre), quando i sentieri sono percorribili e la luce valorizza i paesaggi francescani: i boschi della Verna, i campi tra Spello e Assisi, le querce di Greccio, i colli di Spoleto.
In estate, l’esposizione di molti tratti collinari (come nella zona tra Foligno, Trevi e Spello) rende il cammino più faticoso per via del caldo. In inverno, invece, la neve può rendere inaccessibili tappe alte come La Verna – Pieve Santo Stefano o Citerna – Gubbio. Ogni stagione, però, ha una valenza simbolica: la fioritura primaverile ricorda la gioia di Francesco, mentre l’autunno evoca il tempo del ritorno e della contemplazione. Prima di partire, è bene informarsi sulle condizioni meteorologiche e sulla disponibilità delle strutture religiose, alcune delle quali chiudono nei mesi più freddi.
Lungo il Cammino di San Francesco si trova una rete di ospitalità spirituale e rurale che riflette la filosofia del Santo: semplicità, condivisione, essenzialità. I pellegrini possono alloggiare in conventi francescani, parrocchie, monasteri, ostelli e case di accoglienza che spesso offrono donativo o contributi simbolici. Tra i più significativi vi sono la foresteria della Verna, le accoglienze parrocchiali a Pietralunga, i conventi di Fontecolombo e Poggio Bustone nella Valle Santa.
Accanto a queste, esistono numerose strutture laiche (B&B, agriturismi, locande) che hanno aderito al progetto Via di Francesco, offrendo accoglienza con spirito collaborativo e attento al pellegrino. Il consiglio è di prenotare sempre con qualche giorno di anticipo, soprattutto nei mesi centrali o nei tratti meno battuti come la Via del Sud tra Poggio San Lorenzo e Narni.
Cosa portare nello zaino
Il Cammino di San Francesco richiede uno zaino leggero ma ben pensato, adatto a terreni variabili tra boschi, colline e centri abitati, spesso alternando strade bianche, sentieri CAI e tratti asfaltati secondari. Uno zaino da 35-40 litri è sufficiente per chi viaggia in autonomia con soste in strutture. L’essenziale include scarponcini da trekking impermeabili, bastoncini, cappello, giacca antivento e antipioggia, oltre a uno o due cambi tecnici a strati.
Chi percorre la Via del Nord attraversa ambienti montani: La Verna, Montecasale, i crinali tra Umbria e Toscana, dove il clima può cambiare rapidamente. Serve quindi una giacca calda, una coperta termica, e in primavera/inverno anche guanti e berretto. Sulla Via del Sud, invece, prevalgono tratti agricoli e collinari, dove sono utili protezioni solari, boraccia da almeno 1,5 L e un coprizaino impermeabile. Non deve mancare una credenziale plastificata, una torcia frontale, una carta dei sentieri o app GPS (con le tracce della Via scaricate da siti ufficiali), oltre a uno spazio per il diario di viaggio.
Camminare lungo le vie di Francesco non è un’impresa tecnica, ma serve cura: non tanto per superare ostacoli, quanto per rimanere fedeli a una scelta di sobrietà, ascolto e rispetto dei luoghi. Ogni oggetto portato dovrebbe rispondere al principio: “mi serve davvero?” — come avrebbe chiesto il Poverello d’Assisi.
Perché scegliere il Cammino di San Francesco
Il Cammino di San Francesco non è solo un percorso fisico: è un viaggio interiore, un invito a rallentare, osservare, ascoltare. È un cammino che unisce natura, silenzio e spiritualità, adatto a chi vuole vivere giorni di semplicità e autenticità. Lungo la strada, ogni bosco diventa un luogo di riflessione, ogni borgo un’opportunità di incontro. Sia che tu parta da La Verna, da Roma, da Dovadola o da Assisi, troverai un cammino che ti cambia.
Papa Francesco, il primo Papa latino-americano, è morto all’età di 88 anni. Durante il suo papato durato 12 anni, Francesco è stato un fervente sostenitore dei poveri, degli emarginati e degli svantaggiati del mondo e un critico schietto dell’avidità aziendale e della disuguaglianza sociale ed economica. All’interno del Vaticano ha criticato l’eccesso e il privilegio, esortando i leader della Chiesa a mostrare umiltà.
Non a caso, fu il primo a scegliere il nome di Francesco, ispirandosi a San Francesco d’Assisi, simbolo di povertà, pace e amore, oltre a essere stato il primo Papa appartenente alla Compagnia di Gesù, l’ordine dei gesuiti famoso per la dedizione all’insegnamento, alla missione e all’impegno sociale
Un pensiero, quello di Papa Francesco, che aveva origini lontane e che va ricercato nei luoghi della sua infanzia. Luogo dopo luogo, avrete una visione d’insieme dei primi anni, dell’istruzione e dei momenti chiave ecclesiastici di Papa Francesco, che permette di conoscere il suo viaggio da giovane studente a guida della Chiesa cattolica.
Il quartiere Flores a Buenos Aires
Papa Francesco è nato a Buenos Aires il 17 dicembre 1936 da genitori italiani emigrati in Argentina nel 1928 da Portacomaro, in provincia di Asti: Mario Bergoglio, impiegato ferroviario di origini piemontesi, e Regina María Sivori, casalinga di origini liguri. Nel dettaglio, Jorge Maria Bergoglio nasce e cresce nel quartiere Flores, situato nella zona sud est della capitale argentina.
È un quartiere contraddistinto da una forte anima multietnica sviluppatosi nel corso del tempo attraverso le diverse ondate migratorie che hanno portato con sé lingue, culture e religioni diverse. Ed è proprio questo quartiere, che possiamo definire “globale”, che ha offerto a Bergoglio il contesto ideale in cui sviluppare quello che sarebbe stato il suo pensiero inclusivo e il suo sentimento ecumenico.
Papa Francesco ha più volte ricordato come, seppur emigrata, la sua famiglia non abbandonò mai le origini italiane che faceva sue soprattutto durante le grandi riunioni domenicali insieme a tutti i parenti. In particolare, sua nonna Rosa giocò un ruolo significativo nella sua educazione, instillando in lui i valori fondamentali del cristianesimo.
Fonte: Getty ImagesLa casa dove nacque Papa Francesco nel quartiere Flores
La Cattedrale Metropolitana
Affacciata su Plaza de Mayo, la Cattedrale Metropolitana rappresenta il principale luogo della Chiesa cattolica in Argentina, dove Papa Francesco, in veste di arcivescovo Jorge Bergoglio, celebrava la messa prima di assumere la carica in Vaticano nel 2013. In onore di Bergoglio, la Cattedrale ospita il Museo Papa Francesco, che espone alcuni dei suoi oggetti personali e liturgici.
La storia della Cattedrale è lunga e turbolenta. Dalla prima cappella costruita sullo stesso sito nel 1593 per ordine del fondatore della città Juan de Garay, l’edificio è stato riprogettato e ricostruito sette volte. L’ultima costruzione, quella che vediamo oggi, fu iniziata nel 1752, ma non fu completata fino alla metà del diciannovesimo secolo.
La scuola No. 08 D.E. 11 “Cnel. Ing. Pedro Antonio Cerviño”
In questa scuola invece, un piccolo Jorge Bergoglio completò la sua istruzione primaria. All’età di 13 anni, fu iscritto con suo fratello Oscar, come allievo per un anno, al Collegio Wilfrid Baron dei Santi Angeli, un istituto appartenente all’opera di Don Bosco.
La Basilica de San José de Flores
Un altro luogo importante è la Basilica de San José de Flores, inaugurata nel 1883. Questo era il luogo di culto abituale di Papa Francesco durante la sua infanzia e adolescenza: fu proprio qui, infatti, che all’età di 17 anni decise di dedicare la sua vita a Dio. Non a caso, per omaggiare questo momento, decise di iniziare il suo pontificato il 19 marzo 2013, in concomitanza con la festa di San Giuseppe (San José – il santo patrono di questa chiesa).
La Basilica di San José de Flores è situata nel quartiere di Flores e viene considerata uno straordinario capolavoro architettonico caratterizzato da un design neogotico, con dettagli intricati, guglie svettanti e una facciata imponente che cattura fin da subito lo sguardo dei visitatori. All’interno, la chiesa è ornata da vetrate colorate che illuminano lo spazio con un caleidoscopio di colori, creando un’atmosfera serena per la riflessione e la preghiera.
Fonte: iStockLa Basílica de San José de Flores frequentata da Papa Francesco
Seminario Metropolitano di Buenos Aires
Qui è dove Bergoglio iniziò il suo cammino verso il sacerdozio: il seminario svolse un ruolo cruciale nella sua educazione e formazione teologica.
Pasaje Roverano
Dopo che fu eletto Papa, a Buenos Aires cominciarono a diffondersi diversi tour alla scoperta dei luoghi della sua infanzia e adolescenza. Tra questi c’è anche Pasaje Roverano, una galleria commerciale dove si trova un salone di parrucchieri frequentato da un giovane Bergoglio ai tempi in cui era arcivescovo di Buenos Aires. Questo passaggio, che porta il nome del suo primo proprietario, fu costruito nel 1878, ma dovette essere ristrutturato quando fu aperta l’Avenida de Mayo. Il passaggio si contraddistingue per le sue vetrate artistiche e per le carpenterie in bronzo dei locali presenti al suo interno.
Viaggiare significa fare il pieno di cultura, conoscere luoghi e tradizioni diversi dalle nostre, approfondire, crescere e arricchire il proprio bagaglio di esperienze. Importante è farlo nel rispetto dei luoghi, delle persone, degli esseri viventi e della natura che si vanno a scoprire.
Ad esempio, quando si viaggia in direzione Thailandia, una terra magnifica fatta di location pazzesche, un Paese che merita di essere scoperto in tutte le sue forme. Animali compresi. Qui, infatti, si possono vedere gli elefanti, maestosi e fantastici, ci sono tantissime strutture e quelle che meritano davvero di essere raggiunte sono i santuari, dove gli animali non vengono sfruttati, ma trattati con cura e in maniera etica e dove non viene richiesto loro di essere parte di uno spettacolo.
Cinque santuari etici degli elefanti in Thailandia che vale la pena visitare per poter ammirare questi mammiferi meravigliosi.
Elephant Natural Park, nel nord della Thailandia
Il nostro viaggio alla scoperta di alcuni santuari degli elefanti in Thailandia parte dall’Elephant Nature Park che si trova nel nord del Pese asiatico, più precisamente nell’area di Chiang Mai. Si tratta nello specifico di un centro di recupero e riabilitazione di questi animali e a fondarlo è stata Saengduean Chailert, il cui soprannome è Lek.
Qui si trovano mandrie di esemplari che arrivano da luoghi in cui venivano utilizzati per essere cavalcati o per spettacoli e includono animali anche anziani e invalidi. Ci sono diverse tipologie di tour tra i quali scegliere: da quelli di mezza giornata a quelli che durano tutto il giorno, oppure pernottamenti con pensione completa anche di una settimana, durante la quale si starà a stretto contatto con gli elefanti per prendersene cura. Vi sono diversi pacchetti e alcune attività prevedono uno sconto per i bambini, altre invece non sono adatte a loro.
La visita o il soggiorno sono utili non solo perché permettono di vivere un’esperienza unica, di quelle che restano per sempre tra i ricordi più belli e preziosi, ma anche perché aiutano direttamente gli animali e sostengono i costi di sviluppo e miglioramento. L’aeroporto più vicino è quello internazionale di Chiang Mai.
Kindred Spirit Elephant Sanctuary, nel nord della Thailandia
Al Kindred Spirit Elephant Sanctuary gli animali si muovono in un ambiente semi-selvaggio e sono liberi di girare per la foresta, nutrirsi o costruire legami sociali, come viene spiegato sul sito internet ufficiale. Chi si ferma e soggiorna in questo santuario sostiene la cura degli esemplari. Ci sono diversi pacchetti che vengono proposti ai visitatori. Da quello di due giorni e una notte, che comprende la visita nella foresta per osservare gli elefanti, ma anche un approfondimento della cultura locale, a quello di due notti e tre giorni, fino al programma di cinque giorni e quattro notti in cui, oltre agli elefanti, sono inclusi i gibboni.
Si trova nel distretto Mae Chaem, sempre nella provincia di Chiang Mai e le varie opzioni prevedono che gli ospiti vengano prelevati da Chiang Mai (ma su richiesta anche da altre location) per poi soggiornare almeno due giorni in questo luogo così speciale.
Fonte: iStockDove vedere gli elefanti in Thailandia: le tappe
Boon Lott’s Elephant Sanctuary nel Si Satchanalai District
Scendiamo leggermente più a sud, ma rimaniamo nel cuore dei questo Paese asiatico e raggiungiamo il Boon Lott’s Elephant Sanctuary che si occupa di salvare e proteggere gli elefanti, che vivono qui in un ambiente sicuro e naturale, in cui possono essere liberi. Inoltre, in questo luogo si occupano di supportare e fornire consulenza anche ai proprietari di elefanti locali.
Non è possibile dare da mangiare o toccare gli animali, inoltre non ospitano più di 10 persone alla volta. Coloro che decidono di visitare questo santuario passano anche del tempo con chi si occupa degli elefanti, vengono accolti nelle case e possono così sperimentare un’esperienza autentica. Nel costo del biglietto, che varia in base all’età, sono inclusi anche i trasferimenti: ad esempio dall’aeroporto di Sukhothai, o dalla stazione dei mezzi pubblici come autobus o treno e, ancora, da altre località nella medesima provincia. Sono previsti l’alloggio, i pasti e il tempo passato a osservare questi meravigliosi esemplari.
Si dorme in una piccola pensione a una decina di minuti di auto dal santuario e, in generale, si arriva il lunedì per fermarsi fino al venerdì, ma si può variare anche se è suggerito un soggiorno minimo di due notti e non sono previste attività organizzate.
Il Samui Elephant Sanctuary a Koh Samui
Ci spostiamo su un’isola e più precisamente su quella che si trova nella zona sudoccidentale del Golfo di Thailandia, ovvero Koh Samui dove, tra bellissime spiagge e paesaggi mozzafiato, non mancano i santuari degli elefanti. In particolare, si può visitare il Samui Elephant Sanctuary, dove vivono alcuni esemplari in maniera più naturale, liberi e in un ambiente amorevole.
Il santuario di Bophut propone visite di mezza giornata durante le quali si può dare da mangiare agli elefanti tramite una apposita piattaforma, gli viene dato un sacchetto di frutta con cui dare da mangiare agli animali che, viene spiegato sul sito, sono abituati alle interazioni umane e quindi si possono avere in maniera limitata (e gentile). I visitatori vengono presi da tutte le strutture ricettive, poi si prepara il cibo per loro e li si incontra, poi si può camminare e osservarli vivere la loro esistenza naturale. Anche quello di Chaweng Noi è molto interessante e progetta tour di mezza giornata, scanditi da attività uguali a quello precedente.
Momenti unici e irripetibili per conoscere da vicino e osservare un animale bellissimo e maestoso.
Phuket Elephant Sanctuary, sull’omonima e celebre isola
Possiamo considerarlo il luogo dove gli elefanti vanno in pensione: siamo al confine con il Parco Nazionale di Khao Prae Teao a Phuket, una delle location più celebri del Paese con spiagge meravgliose, e qui si trova il Phuket Elephant Sanctuary, che si sviluppa su oltre 12 ettari di giungla tropicale.
Ci sono diversi programmi per gli ospiti, come quello di mezza giornata che comprende l’esplorazione del santuario mentre si osservano gli animali che girano liberi. È previsto che si possa dare loro da mangiare frutta e cetrioli. Si può percorrere la passerella sopra la giungla, programmare una visita di una giornata, oppure si possono considerare le opzioni di visita come volontario che possono durare un giorno, tre giorni, oppure una settimana.
Una cosa è certa: si tratta di esperienze uniche, autentiche, che resteranno per sempre tra i ricordi di viaggio più belli.
Fonte: iStockSantuari degli elefanti in Thailandia: quelli da scoprire
Uno dei santi più venerati al mondo? San Michele: proprio per questo esistono tantissimi luoghi di culto dedicate proprio a questa figura. Una curiosità però riguarda la creazione di 7 santuari che sono collegati tra loro da quella che viene chiamata “Linea Sacra di San Michele”. Di cosa si tratta? Una sorta di riga immaginaria che si sviluppa per più di 2000 chilometri e collega tra loro sette monasteri dedicati proprio all’arcangelo. Ma quali sono? E di cosa si tratta? Approfondiamolo insieme.
Cos’è la linea di San Michele
Esiste una linea invisibile che collega l’Europa al Medio Oriente, una sorta di filo sottile che unisce luoghi carichi di storia e fede che molti chiamano linea di San Michele. Una leggenda racconta che sarebbe nata da un colpo di spada dell’arcangelo stesso durante una lotta epica contro il male. Un gesto potente che avrebbe inciso una traccia perfetta attraverso i secoli e i continenti. In realtà, più che una prova storica o scientifica, siamo di fronte a una suggestione, un insieme di santuari e monasteri dedicati all’arcangelo che, osservati su una mappa, sembrano disporsi lungo una traiettoria sorprendentemente lineare.
Si parte dall’Irlanda, da un isolotto battuto dal vento dove sorge l’antichissimo monastero di Skellig Michael. La linea prosegue per la Cornovaglia e la Normandia, attraversa l’Italia e prosegue fino alla Grecia per arrivare alla Terra Santa.
Dal punto di vista storico, non esiste alcuna prova che questi luoghi siano stati pensati per allinearsi. In effetti, se si osservano i dati con occhio critico, si scopre che alcuni di questi santuari si discostano dalla linea retta di diversi chilometri. Ma forse non è importante che tutto sia matematicamente perfetto. Il fascino della Linea di San Michele sta proprio nella sua capacità di evocare una connessione antica, spirituale e immaginifica, che resiste al tempo e alla razionalità.
E poi c’è un dettaglio che rende tutto ancora più intrigante: questa linea sacra si allinea con il tramonto del solstizio d’estate, quasi a voler sottolineare, ancora una volta, un legame segreto tra cielo e terra. Oggi la si percorre idealmente o fisicamente con un pellegrinaggio che accoglie ogni anno devoti al santo. Vediamo nel dettaglio quali sono i 7 santuari disposti sulla linea di San Michele.
Skellig Michael in Irlanda
Il viaggio inizia tra le onde impetuose dell’oceano Atlantico, su un isolotto roccioso al largo delle coste irlandesi. Qui si trova Skellig Michael, un monastero fondato dai monaci irlandesi intorno al VI secolo. Isolati dal resto del mondo, questi uomini vivevano tra capanne di pietra a secco, sfidando la furia degli elementi. Dedicato a San Michele solo più tardi, tra il X e l’XI secolo, questo luogo oggi è conosciuto anche per aver prestato la sua bellezza selvaggia a celebri riprese cinematografiche, ma il suo spirito resta profondamente legato alla ricerca della solitudine e della contemplazione.
Fonte: iStockSulla linea di San Michele il primo monastero è quello di Skellig Michael in Irlanda
St Michael’s Mount nel Regno Unito
Proseguendo verso sud, si incontra il St Michael’s Mount, in Cornovaglia. Anche questo è un isolotto, raggiungibile a piedi solo durante la bassa marea, come se il cammino stesso richiedesse rispetto e attesa. Il culto della figura è arrivato sul territorio anglosassone nell’VIII secolo e l’abbazia ne mostra le prove creando un legame forte con Mont Saint Michel in Francia tanto nell’architettura quanto nello spirito.
Mont Saint Michel in Francia
Ed eccoci al Mont Saint Michel, in Normandia, forse il più famoso santuario della linea. Un vero e proprio capolavoro dal punto di vista architettonico che ha come plus la posizione privilegiata su una penisola che diventa una vera e propria isola quando il mare non si ritira. Il complesso nasce come struttura in stile gotico creando un equilibrio tra cielo e terra e offrendo ai visitatori l’invito profondo di guardare oltre l’orizzonte.
Fonte: iStockLungo la linea di San Michele c’è anche Mont Saint Michel in Francia
Sacra di San Michele in Italia
E nel Belpaese? In Piemonte si trova la prima struttura religiosa dedicata all’arcangelo: si tratta della sacra di San Michele. Domina la Val di Susa con una posizione privilegiata e veste i panni di una sentinella silenziosa. A portare la venerazione del santo ci hanno pensato i longobardi che vedevano nella figura un protettore potente e che aveva in comune il desiderio di lottare contro il male. Il complesso così come lo vediamo oggi risale all’XI e al XII secolo e pare abbia persino ispirato Umberto Eco nella scrittura del romanzo Il nome della rosa, libro in cui l’edificio religioso diventa teatro di intrighi e rivelazioni.
Santuario di San Michele Arcangelo in Italia
Scendendo lungo l’Italia, si raggiunge il Gargano, in Puglia, dove si trova il Santuario di San Michele Arcangelo. Costruito intorno a una grotta, meta di pellegrinaggi già in epoca altomedievale, questo luogo è legato a varie apparizioni dell’arcangelo, raccontate con devozione da secoli. I Longobardi, dopo la loro conversione al cristianesimo, fecero del culto di San Michele un vero pilastro della loro identità, trasferendo su di lui le virtù guerriere un tempo attribuite agli antichi dei germanici. Oggi il santuario, protetto dall’UNESCO, conserva intatta la sua anima antica, accogliendo chiunque sia in cerca di protezione e spiritualità.
Monastero di San Michele Arcangelo di Panormitis in Grecia
Attraversato il mare, si approda sull’isola di Simi, nel Dodecaneso greco. Qui si trova il Monastero di San Michele Arcangelo di Panormitis. La storia di questo luogo? Si perde nel tempo ma il design che conosciamo oggi risale al XVIII secolo. Tuttora è un luogo di devozione profonda e il popolo ne è profondamente legato considerando l’arcangelo il protettore dei marinai e dei viandanti.
Monastero di Stella Maris in Israele
L’ultima tappa di questo lungo percorso si trova in Israele, sul Monte Carmelo. È qui che sorge il Monastero di Stella Maris, ad Haifa. Oggi il santuario è dedicato alla Madonna ma resta un luogo di culto di San Michele. Basti pensare che fin dal medioevo monaci e pellegrini cercavano rifugio proprio nelle grotte di questo monte sperando che l’arcangelo guerriero facesse da faro spirituale. Insomma, ad oggi questo luogo carico di spiritualità unisce 7 abbazie dedicate proprio a San Michele lungo una linea immaginaria da scoprire.