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Pompei: Fuori dal Tempo, le location del docudrama ridanno splendore all’antica città romana

Per un docudrama che cerca di ricostruire le ultime ventiquattr’ore prima dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. la scelta delle ambientazioni rischia di apparire scontata. Eppure nella serie in tre episodi in arrivo su Disney+ dal 23 luglio 2026 difficilmente si ha questa impressione: sarà per la presenza di Tom Hiddleston, che i più ricorderanno per aver interpretato il villain della Marvel Loki, o perché la produzione è quella, avvezza a portare sullo schermo immagini potenti, di National Geographic. Scopriamo insieme le location di Pompei: Fuori dal Tempo.

Di cosa parla

C’è qualcuno che è riuscito a sopravvivere alla distruzione di Pompei? È questa domanda che sembra aver ispirato la nuova serie Disney+ con Tom Hiddleston, a metà tra dramma cinematografico e documentario investigativo. Grazie all’aiuto dello storico Steven L. Tuck vengono ricostruite in particolare le vite di tre personaggi che, le fonti storiche suggeriscono, si sono salvati dal fiume di lava, lapilli e ceneri che ricoprì la città quella notte: quella di Avianius, un giovane apprendista fabbro; quella di Iulia Felix, potente donna d’affari che era solita affittare i locali della propria villa, e quella di un membro della Guardia Pretoriana che quel giorno si trovava per caso a Pompei.

Dov’è stata girata la serie

Le location di Pompei: Fuori dal tempo si trovano, va da sé, tutte all’interno del Parco Archeologico di Pompei: sulle stesse strade che quel giorno videro fuggire migliaia di persone disperate, passeggiando tra resti di antiche ville romane e locali un tempo a uso pubblico come terme, mercati, termopoli Tom Hiddleston incontra archeologi ed esperti di storia dell’età romana, si ferma a parlare con loro e a contemplare gli inestimabili tesori che oggi custodisce Pompei.

"Pompei: Fuori dal Tempo", il docudrama con Tom Hiddleston, è stato girato all'interno del Parco Archeologico
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È un vero tesoro quello custodito a Pompei

Il Parco Archeologico di Pompei

Come ribadito anche all’interno della serie, la zona è ancora oggi oggetto di studi e di ricerche che periodicamente portano alla luce nuovi sorprendenti ritrovamenti come, ultimo in ordine di tempo, quello degli scheletri di due uomini in fuga dall’eruzione.

L’area degli scavi è molto vasta, quasi 450 mila metri quadrati che la rendono una delle più grandi di tutto il Sud Italia, e per questo difficile da esplorare in una sola visita a meno di non fermarsi a osservare solo poche, selezionate, attrazioni di Pompei: le più importanti per il passato della città e per la storia del sito archeologico.

Si trovano tutte all'interno degli scavi le location di "Pompei: Fuori dal Tempo"
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Le magnificenti rovine di Pompei

Via dell’Abbondanza: il cuore dell’antica Pompei

In alcune inquadrature del trailer di Pompei: Fuori dal Tempo si vede Tom Hiddleston camminare lungo Via dell’Abbondanza, riconoscibile per i grossi blocchi di basalto. Un tempo era la più importante arteria commerciale della città, tanto che percorrendola è facile notare ancora gli ingressi delle tabernae – caratterizzati da un’apertura più larga verso l’esterno, la presenza di banconi di pietra e qualche volta dei fori per i contenitori in ceramica che nei termopoli servivano per riscaldare le vivande – e quelli delle abitazioni private, insieme a una serie numerosissima di iscrizioni, tra cui anche iscrizioni elettorali che invitavano a votare per questo o quel candidato.

"Pompei: Fuori dal Tempo": dov'è stata girata la serie National Geographic con Tom Hiddleston
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Un’iconica strada dell’antica Pompei

Oggi la Via dell’Abbondanza, chiamata così perché è qui che avvenne uno dei primi ritrovamenti archeologici: una fontana contenente un’allegoria dell’abbondanza, attraversa gli scavi da est a ovest collegando due tappe obbligate di ogni visita come sono il Foro e l’Anfiteatro.

Il primo era la piazza principale della città dove si svolgevano i più importanti eventi civili e religiosi e su cui si affacciavano la maggior parte degli edifici pubblici: oggi è spoglio, ma un tempo doveva avere statue e marmi a impreziosirlo. L’Anfiteatro di Pompei, uno dei più antichi conosciuti, era utilizzato in origine per spettacoli circensi e di gladiatori. Oggi è tra le aree accessibili anche a prescindere dalla visita al Parco Archeologico, in occasione di concerti e grandi eventi musicali: suggestiva è la vista sul Vesuvio che si ha dal suo interno.

La fortezza scolpita nella roccia (dotata di poteri) che domina il Mar Egeo: il Castello di Monolithos

Lungo la costa occidentale di Rodi, lontano dalle spiagge più frequentate e dai centri turistici, una gigantesca roccia si innalza per 236 metri sopra il Mar Egeo. Ed è sulla sua sommità che si distingue un profilo frastagliato, mentre lo sguardo abbraccia il blu intenso del mare, le falesie che precipitano verso l’acqua e l’isola di Halki. Quella è l’inconfondibile silhouette del Castello di Monolithos, una delle fortezze medievali più scenografiche dell’isola e, per molti, anche la più spettacolare.

Il vento accompagna la visita, portando con sé il profumo della macchia mediterranea e il richiamo dei gabbiani che sorvolano la costa. Il nome Monolithos significa “unica pietra” e richiama proprio l’enorme blocco roccioso sul quale la fortezza venne edificata. Qualcuno, però, racconta una storia diversa: secondo una leggenda, il nome deriverebbe da un misterioso monolite nero dotato di poteri metafisici, trasportato fin qui dai Cavalieri di San Giovanni durante il ritorno dalla Terra Santa. Un racconto privo di conferme storiche, eppure ancora vivo nella tradizione locale.

Oggi il castello mantiene gran parte del fascino originario, con le mura che seguono perfettamente i bordi della roccia, mentre resti di torri, cisterne e antiche strutture ne testimoniano il ruolo strategico, in quanto costruito per controllare il mare e difendere i villaggi dell’entroterra dagli attacchi dei pirati.

Breve storia del Castello di Monolithos

La particolare posizione del promontorio aveva già attirato l’attenzione delle popolazioni antiche. Sulla vetta sorgeva infatti una torre di avvistamento, successivamente sostituita da una fortificazione bizantina. L’aspetto attuale risale, invece, alla seconda metà del XV secolo. Dopo avere conquistato Rodi nel 1309, i Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni rafforzarono progressivamente il sistema difensivo dell’isola, costruendo una rete di castelli destinati a sorvegliare la costa e a contrastare incursioni piratesche e attacchi provenienti dal mare.

La ricostruzione del Castello di Monolithos venne completata poi intorno al 1476, durante il magistero di Pierre d’Aubusson, uno dei più celebri Gran Maestri dell’Ordine. Ancora adesso il suo stemma è scolpito sopra l’antico ingresso, preziosa testimonianza dell’intervento dei Cavalieri.

Durante il dominio dei Cavalieri, Monolithos rappresentava una delle 4 fortezze più potenti dell’isola. L’altezza della rupe, la difficoltà di accesso e la vista aperta sull‘Egeo trasformavano questo luogo in un punto di osservazione quasi imprendibile. Nel 1522, dopo il lungo assedio ottomano che pose fine alla presenza dei Cavalieri a Rodi, anche Monolithos passò sotto il controllo dei Turchi.

Col passare dei decenni la pirateria perse progressivamente importanza, rendendo meno strategica una fortezza così isolata e difficile da raggiungere. L’abbandono arrivò lentamente, lasciando che il tempo trasformasse l’interno in un suggestivo insieme di ruderi. Accanto alla storia documentata continua però a vivere quella tramandata dagli abitanti del luogo: la leggenda del misterioso monolite nero, custodito dai Cavalieri e dotato di misteriosi poteri, aggiunge un velo di fascino a un posto già ricco di atmosfera.

Cosa vedere durante la visita del Castello di Monolithos

Il viaggio inizia già lungo la strada panoramica che attraversa il versante occidentale di Rodi. Curve, boschi di pini, scorci sul mare e piccoli villaggi accompagnano l’avvicinamento fino alla base dell’enorme sperone roccioso. L’automobile arriva praticamente ai piedi della rupe e da quel punto parte un breve sentiero con gradini modellati nella pietra che conduce all’ingresso della fortezza. La salita richiede pochi minuti, anche se alcuni tratti risultano abbastanza ripidi.

Una volta raggiunta la cima, il panorama cattura immediatamente l’attenzione. L’occhio segue la linea frastagliata della costa occidentale, mentre Halki appare quasi sospesa sul mare. Nelle giornate terse si distinguono perfettamente anche i piccoli isolotti che punteggiano questo tratto di Egeo.

Le mura perimetrali risultano ancora ben conservate e permettono di comprendere chiaramente l’estensione originaria del castello. All’interno, invece, prevalgono ruderi che raccontano la lunga storia della fortezza. Emergono resti delle torri difensive, antiche cisterne destinate alla raccolta dell’acqua piovana e parti delle gallerie utilizzate durante il periodo medievale.

Tra gli elementi più caratteristici ci sono due piccole chiese costruite una accanto all’altra. La prima, dedicata a San Panteleimon, risale al XV secolo ed è stata restaurata nel corso degli anni. L’esterno candido mette in scena un contrasto sorprendente con la pietra scura della rupe e con il blu intenso del cielo. La seconda cappella conserva invece un aspetto più antico ed è ormai in rovina, evocando l’immagine di un posto rimasto immobile nel tempo.

Chiesa del Castello di Monolithos in Grecia
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Una delle chiese del Castello di Monolithos

L’assenza di edifici moderni aiuta a percepire pienamente il rapporto tra la fortezza e il paesaggio circostante. Roccia, mare e cielo sembrano fondersi in un unico scenario, regalando una prospettiva difficile da dimenticare. Le prime ore del mattino valorizzano i colori della costa con una luce morbida, mentre il tardo pomeriggio offre tramonti spettacolari.

Dove si trova e come arrivare

Il Castello di Monolithos sorge nell’omonimo villaggio situato nella parte sud-occidentale di Rodi, sul monte Akramitis, la seconda cima più alta dell’isola. La distanza dalla Città di Rodi è di circa 75 chilometri e il tragitto richiede mediamente 1 ora e 30 minuti in automobile. Ai piedi della rupe si sviluppa il piccolo borgo, costruito ad anfiteatro sul pendio della montagna. Anch’esso vale una sosta, perché è un insieme di case tradizionali, stradine tranquille e panorami aperti sul mare.

La strada asfaltata raggiunge direttamente la base della roccia, vicino alla quale sono presenti alcuni spazi destinati al parcheggio. Da qui si prosegue lungo la scalinata scavata nella pietra fino all’ingresso della fortezza. Una visita al castello si abbina facilmente ad altre tappe della costa occidentale. A circa 2 chilometri si trova Fourni Beach, ampia spiaggia di sabbia e ciottoli particolarmente apprezzata al tramonto. Proseguendo verso sud si raggiungono invece Glyfada e Apolakia, mentre risalendo verso l’entroterra si incontra il borgo di Messanagros insieme al monastero di Skiadi, affacciato su uno dei panorami più emozionanti di tutta Rodi.

Monolithos rappresenta una delle testimonianze medievali più affascinanti dell’isola greca. La posizione sulla sommità della rupe, la lunga storia legata ai Cavalieri di San Giovanni e il panorama aperto sull’Egeo rendono questa fortezza una tappa in grado di lasciare un ricordo profondo, ben oltre la semplice visita a un castello.

La valle dove l’acqua diventa pietra: viaggio nella misteriosa Val Gelana, gioiello nascosto dell’Appennino

Non la conosce quasi nessuno, anzi, potremmo definirla un tesoro “di nicchia” vero e proprio, eppure nel cuore dell’Appennino parmense esiste una valle sorprendente dove la natura sembra aver riscritto le proprie regole. Qui l’acqua non scorre soltanto tra boschi e rocce, ma lascia dietro di sé una traccia visibile del suo passaggio: piccole cascate, concrezioni minerali e spettacolari depositi di travertino che trasformano il paesaggio in un luogo quasi fiabesco.

È la Val Gelana, una piccola perla nascosta nel territorio di Bedonia, in provincia di Parma, un geosito di rilevanza locale ancora lontano dai grandi circuiti turistici, ma capace di sorprendere chi decide di esplorarlo. Una valle dove ogni dettaglio racconta il lento lavoro dell’acqua: dalle rocce modellate nel corso dei secoli fino ai particolari “drappi” di carbonato di calcio che ricoprono alcuni tratti del torrente, creando scenari insoliti per l’Appennino.

Val Gelana, dove le cascate si tramutano pietra

La caratteristica più affascinante della Val Gelana è legata proprio alle sue acque. Il torrente Gelana attraversa rocce particolarmente ricche di minerali e, durante il suo percorso, raccoglie grandi quantità di bicarbonato di calcio. Quando l’acqua raggiunge i salti delle cascate, il carbonato di calcio tende a depositarsi creando nel tempo vere e proprie sculture naturali: ammassi rocciosi, piccole vaschette in serie e spettacolari formazioni di travertino di cascata.

Bedonia, Carniglia, Ponte di Maria Luigia sul torrente Gelana
Ufficio Stampa
Il Ponte di Maria Luigia sul torrente Gelana

Il risultato è un paesaggio raro, dove il confine tra acqua e pietra sembra quasi scomparire. Le cascate non sono soltanto un elemento del panorama, ma diventano esse stesse protagoniste di un processo geologico ancora in corso.

Oltre alla sua particolarità geologica, la Val Gelana custodisce anche un patrimonio storico e paesaggistico tutto da scoprire. Il percorso escursionistico che attraversa la valle regala scorci panoramici già nella parte iniziale, tra Case Gelana e Caneso, dove emergono i segni dell’antico rapporto tra uomo e montagna: campi conquistati alla natura, prati coltivati e piccoli insediamenti che raccontano la vita delle comunità locali.

La valle conserva anche memorie legate al passato del territorio, tra cui i passaggi di Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma, e alcuni ponti in pietra costruiti durante il periodo del Ducato, ancora oggi percorribili.
Scendendo verso la forra del torrente, invece, la presenza umana lascia spazio completamente alla natura: il bosco diventa più fitto, l’acqua accompagna il cammino e compaiono i resti di antichi mulini abbandonati, testimonianza di un passato rurale ormai nascosto dal tempo.

Dove si trova la Val Gelana e come raggiungerla

Se vi abbiamo incuriosito e invogliato a intraprendere un’avventura nella natura più incontaminata, adesso vi spieghiamo come localizzare l’escursione. La Val Gelana si trova nell’Appennino parmense, nel territorio del comune di Bedonia, in provincia di Parma, all’interno di un’area caratterizzata da boschi, torrenti e piccoli borghi di montagna.

Per raggiungerla è possibile arrivare fino a Bedonia in auto e proseguire verso la località di Case Gelana, punto di partenza dei principali percorsi escursionistici della valle. Da qui si può iniziare l’esplorazione a piedi seguendo i sentieri che accompagnano il torrente Gelana tra cascate, formazioni di travertino e scorci naturali suggestivi. Il percorso richiede scarpe da trekking e un minimo di preparazione, soprattutto nei tratti più vicini alla forra del torrente.

La piscina naturale custodita dalle ninfe: storia, miti e segreti del Laghetto delle Ondine a Pantelleria

In Italia abbiamo un’isola che racconta la sua storia attraverso la pietra. Il suo nome è Pantelleria, e qui il fuoco ha lasciato tracce profonde, trasformando il paesaggio in un susseguirsi di colate laviche, pareti scure, scogliere frastagliate e cale dall’aspetto primitivo. Sul versante nord-orientale, tra Punta Spadillo e Cala Cinque Denti, si nasconde infatti uno dei suoi angoli più affascinanti, ovvero il Laghetto delle Ondine, il quale appare all’improvviso con un’acqua limpida che assume sfumature turchesi e verdi in continuo cambiamento.

Basta affacciarsi sul bordo per capire perché questo luogo venga considerato uno dei simboli naturalistici di Pantelleria: dall’alto sembra una gemma incastonata nella pietra nera, mentre tutt’intorno il Mediterraneo mostra un carattere completamente diverso. Pochi metri separano la quiete della conca dalla forza del mare aperto, caratterizzato da fondali profondi e correnti sostenute.

La particolarità del Laghetto delle Ondine risiede proprio in questo contrasto. All’interno l’acqua resta generalmente calma, protetta dalla scogliera, mentre all’esterno le onde modellano ancora oggi la costa. Quando il Maestrale acquista intensità, lo spettacolo muta completamente grazie alle creste delle onde che superano il bordo roccioso, riempiono il bacino con una cascata di spruzzi e rendono la piscina naturale una sorta di idromassaggio creato dalla natura. È un posto davvero unico in tutto il Mediterraneo.

Origine, formazione e le leggende del Laghetto delle Ondine

La bellezza del Laghetto delle Ondine affonda le radici in una storia geologica iniziata circa 7.000 anni fa. In quel periodo l’attività vulcanica di Pantelleria diede origine al domo lavico del Khaggiàr, una grande struttura formatasi dall’accumulo di lave molto viscose appartenenti al ciclo eruttivo successivo al celebre Tufo Verde dell’isola.

Le colate trachitico-pantelleritiche raggiunsero la costa, creando un paesaggio fatto di rocce compatte e spettacolari strutture colonnari. Con il trascorrere dei millenni, il mare iniziò un paziente lavoro di trasformazione. Onde, salsedine e ciottoli trascinati dalla risacca scavarono lentamente la superficie lavica, sfruttando fratture e punti più fragili della roccia.

Oggi ciò di cui possiamo godere è una formazione geomorfologica estremamente rara lungo una costa marina. Gli studiosi la classificano come una marmitta dei giganti costiera, una cavità modellata dal moto vorticoso dell’acqua che fa ruotare piccoli ciottoli, in grado di levigare e scavare progressivamente la pietra vulcanica. Il Laghetto delle Ondine rappresenta uno dei migliori esempi italiani di questo fenomeno e per tale motivo è riconosciuto come geosito di interesse nazionale.

L’acqua arriva direttamente dal mare e durante le mareggiate supera il bordo della conca, rinnova continuamente il bacino e mantiene un ambiente salmastro dalle tonalità cangianti. La profondità resta contenuta e raggiunge circa 2 metri nel punto più profondo, mentre gran parte del fondale risulta decisamente più basso.

Anche il nome contribuisce ad alimentarne il fascino: secondo la tradizione richiama le Ondine, figure della mitologia europea associate alle acque dolci e marine, creature affini alle ninfe della cultura mediterranea. Immaginare questi spiriti intenti a danzare tra gli spruzzi del Maestrale diventa quasi naturale osservando il laghetto nelle giornate ventose, quando la superficie si anima di giochi d’acqua e riflessi luminosi.

Cosa fare e vedere durante la visita

Prima compare la costa lavica, poi il profilo del vecchio Faro di Punta Spadillo e infine, tra le rocce, affiora questa piccola piscina naturale della Sicilia che sembra scolpita da uno scultore. La passeggiata finale attraversa un ambiente tipicamente pantesco, dominato dal colore scuro della pietra lavica e dal profumo della macchia mediterranea. L’orizzonte resta aperto sul Canale di Sicilia e il mare accompagna l’intero percorso con il rumore delle onde che si infrangono contro la scogliera.

Raggiunto il laghetto, viene spontaneo fermarsi qualche minuto sul bordo della conca. La trasparenza dell’acqua permette di distinguere il fondale e le sfumature cambiano continuamente in base alla luce del sole. Al mattino prevalgono tonalità cristalline, mentre nel tardo pomeriggio la pietra lavica acquista riflessi dorati che rendono il paesaggio ancora più suggestivo.

Chi desidera fare il bagno trova una piscina naturale protetta dal mare aperto. L’ingresso avviene direttamente dalla roccia levigata e richiede attenzione, soprattutto se la superficie risulta bagnata. Scarpe da scoglio oppure calzature sportive facilitano gli spostamenti lungo il tratto roccioso.

La vera particolarità arriva con il Maestrale: in presenza di vento sostenuto, il mare riversa onde all’interno del bacino, regalando una sensazione davvero insolita. Gli spruzzi salgono oltre il bordo della conca e il continuo ricambio dell’acqua fa sì che l’esperienza sia ancora più spettacolare. Proprio queste giornate attirano fotografi e appassionati di paesaggi naturali, desiderosi di immortalare il momento in cui il mare conquista per qualche istante il piccolo laghetto.

Vale comunque una precisazione importante, in quanto il mare antistante presenta fondali molto profondi e correnti anche intense. Il contrasto tra la tranquillità del laghetto e la forza del tratto costiero circostante può trarre in inganno, perciò conviene limitare il bagno alla conca naturale ed evitare il mare aperto durante condizioni meteo sfavorevoli.

Mancano, infine, stabilimenti balneari, punti ristoro e servizi turistici, caratteristica che contribuisce a preservarne l’atmosfera autentica. Conviene perciò arrivare già attrezzati con acqua, protezione solare e tutto il necessario per trascorrere qualche ora tra gli scogli.

Dove si trova e come arrivare

Il Laghetto delle Ondine occupa un tratto della costa nord-orientale di Pantelleria, tra Punta Spadillo e Cala Cinque Denti, ai piedi dello storico faro che domina questo settore dell’isola. La posizione permette di raggiungere facilmente anche il vicino Museo Vulcanologico, dedicato alla straordinaria storia geologica dell’arcipelago.

Dal centro abitato di Pantelleria si percorre la strada perimetrale in direzione Khamma. Superata Cala Cinque Denti, si svolta lungo Via Spadillo seguendo le indicazioni per il Museo Vulcanologico. Al termine della strada si trova un parcheggio dal quale parte il sentiero segnalato diretto al laghetto.

L’ultimo tratto richiede circa 10-15 minuti lungo un percorso sterrato abbastanza semplice, anche se il terreno vulcanico suggerisce calzature adatte. Durante il tragitto il panorama si apre progressivamente sulla costa orientale dell’isola, regalando scorci che anticipano la bellezza della destinazione finale.

Anche via mare rappresenta un’opzione praticabile, soprattutto durante escursioni in barca lungo il periplo di Pantelleria. Dal livello dell’acqua il Laghetto delle Ondine mostra un volto completamente diverso, perché la roccia vulcanica rivela tutta la propria imponenza e la piccola conca appare quasi invisibile, nascosta tra le pieghe della scogliera.

Pantelleria, Laghetto delle Ondine
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Il Laghetto delle Ondine visto dall’alto

In questo angolo di Pantelleria il vulcano, il mare e il vento continuano ancora oggi a dialogare, modellando lentamente un punto dell’isola che conserva intatto il fascino delle grandi meraviglie naturali.

The East Palace, le location del k-drama tra le zone più affascinanti della Corea del Sud

La nuova serie k-drama in arrivo su Netflix dal 17 luglio 2026 unisce mistero, azione, storia, leggende e tradizioni della Corea del Sud: dai parchi naturali agli edifici dallo stile inconfondibile, scopriamo insieme le location di “The East Palace” (“Donggung”, nella versione originale).

Di cosa parla

Una presenza sinistra aleggia nel palazzo del principe ereditario: per capirne di più il re si rivolge a Gu-cheon (Nam Joo-hyuk) e Saeng-gang (Roh Yoon-seo), i protagonisti della serie scritta da Kwon So-ra e Seo Jae-won e diretta Choi Jung-kyu.

Lui è un acchiappa fantasmi famoso perché capace di trasformarsi in uno spirito ma mantenere al contempo il controllo sulla spada con cui può ucciderli. Lei è una dama di corte che riesce a comunicare con l’aldilà sentendone le voci e parlando con i morti. Insieme riescono a svelare l’oscuro segreto che avvolge il Palazzo Reale.

Il 17 luglio arriva su Netflix il k-drama "The East Palace"
Ufficio stampa Netflix
Una scena da “The East Palace”

Dov’è stata girata la serie

Per questo dark fantasy in stile coreano la produzione ha optato per un mix di ambientazioni reali – ed effettivamente visitabili se si è appassionati di set-jetting, ossia di viaggi alla scoperta dei luoghi di film e serie Tv – e scene girate in studio, con l’ausilio di effetti speciali e CGI. Le location di The East Palace realmente esistenti si trovano tutte in Corea del Sud.

Il Seoraksan National Park

Prima di essere convocato dal re per la missione speciale della serie, Gu-cheon viveva in isolamento nella natura: le scene riguardanti questa parte della sua vita sono state girate all’interno del Seoraksan National Park. Si tratta di un parco nazionale nella zona centro-occidentale della Corea del Sud che il governo ha più volte candidato come patrimonio UNESCO: nei suoi oltre 160 chilometri quadrati di estensione custodisce infatti una serie di attrazioni naturalistiche, paesaggistiche, storiche, artistiche e culturali dal valore inestimabile.

Tra le location di "The East Palace" c'è il Seoraksan National Park
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L’incantevole Seoraksan National Park

Il parco ha innanzitutto una forte biodiversità. Al suo interno si possono osservare una grande quantità di specie vegetali: dalle querce al pino siberiano, passando per specie rare come la Hanabusaya asiatica (una pianta da fiore della famiglia delle campanulacee). Anche la fauna abbonda: scoiattoli volanti, sparvieri cinesi popolano il parco insieme a specie in via di estinzione come il picchio di Tristram e il goral coreano. Il Seoraksan National Park è ben frequentato insomma, in tutti i periodi dell’anno, da amati delle osservazioni e più in generale da chi vuole ritrovare un certo contatto con la natura. Numerosi sentieri, di diversi livelli di difficoltà e adatti quindi a molte tipologie di camminatori: dai principianti ai più esperti, lo rendono una meta ideale anche per il trekking.

Nei luoghi dov'è stata girata la serie "The East Palace": il Seoraksan National Park
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La natura è spettacolare al Seoraksan National Park

Da non perdere è un’escursione in prossimità della Roccia di Ulsanbawi: una delle cime grantiche più iconiche del parco facile da riconoscere, anche nelle inquadrature di The East Palace, grazie alle cinque vette. Con i suoi oltre 870 metri di altezza sul livello del mare, anche se non è la più alta del Seoraksan National Park, offre una vista senza pari sul Mar dell’Est dove all’alba si può assistere al sorgere del sole

"The East Palace": le location all'interno del Seoraksan National Park (Sud Corea)
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La magnificente Roccia di Ulsanbawi

Le Cascate di Biryong e più ancora quelle di Towangseong, uno spettacolare sistema a tre livelli alto oltre 300 metri, sono tra le altre attrazioni da non perdere all’interno del Seoraksan.

Lo stesso vale per il tempio di Sinheungsa: un’oasi di pace e tranquillità dove avere un assaggio di quelli che sono i principi del buddismo coreano. Fondato nel 652, il tempio ha avuto nei secoli una fortuna alterna con la pagoda e gli altri edifici principali che sono andati distrutti almeno una volta per via di un incendio. Oggi è famoso soprattutto per la più grande statua bronzea di un Buddha esistente al mondo alta oltre 14 metri: il “Grande Buddha dell’Unificazione”, così è chiamata, cogliendo lo spirito del luogo.

"The East Palace": le location reali del nuovo k-drama Netflix
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L’imponente statua del Grande Buddha dell’Unificazione

Altre location

Il titolo originale e le numerose scene ambientate in edifici che ricordano quelli tipici dell’era della dinastia Joseon hanno alimentato il dubbio che tra le location di The East Palace ci fosse anche il Donggung Palace and Wolji Pond. Lo storico sito della città di Gyeongju non è, però, tra i luoghi dov’è stata girata la nuova serie k-drama Netflix.

Dov'è stata girata "The East Palace": le scene in studio
Ufficio stampa Netflix
Il palazzo infestato della nuova serie k-drama Netflix

Le scene in questione, che vedono i protagonisti all’interno del palazzo reale infestato, sono state girate all’interno del Mungyeong Saejae Open Set: uno degli studios – visitabile – più utilizzati per girare i drama coreani, specie quelli di ambientazione storica.

Su quali set è stata girata la nuova serie k-drama Netflix "The East Palace"?
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L’iconico Mungyeong Saejae Open Set

Il regno di Ulisse potrebbe non essere Itaca: dove si trova il luogo raccontato da Omero

Per secoli, ogni viaggiatore appassionato di storia e di miti che ha fatto rotta verso lo Ionio ha cercato la stessa cosa: Itaca, l’isola dal profilo aspro, il profumo di macchia mediterranea e quel senso di “casa” che Omero ha impresso nel nostro immaginario.

Eppure, la scienza e la filologia stanno per servire un colpo di scena degno delle migliori trame cinematografiche. Proprio mentre cresce l’attesa per l’uscita nelle sale di Odyssey, il nuovo film di Christopher Nolan, una ricerca pubblicata sulla rivista Antigone scuote il mito: la patria di Ulisse non era un’isola e non si trovava dove abbiamo sempre pensato.

Per i viaggiatori moderni, quindi, si apre una mappa tutta nuova da esplorare. Il vero regno dell’eroe più astuto dell’antichità si troverebbe a Cefalonia, più precisamente nella penisola di Paliki. Un’affermazione audace, frutto di venticinque anni di indagini che incrociano geologia, droni e una rilettura millimetrica dei testi classici.

Dalle Dolomiti al Lago di Bracciano, i luoghi di film e serie Tv italiani da raggiungere quest’anno

Il set-jetting, o cineturismo, è una delle tendenze di viaggio più forti degli ultimi anni. Dopo aver conquistato tutti con fenomeni come The White Lotus, Emily in ParisBridgerton, oggi sono sempre di più i viaggiatori che scelgono la prossima destinazione ispirandosi ai luoghi visti sul grande e piccolo schermo. Attenzione però: non si tratta solo di visitare una location, ma di vivere in prima persona le atmosfere di un film o di una serie Tv che ci ha appassionato, passeggiando negli stessi borghi e ammirando quei panorami suggestivi che hanno catturato il nostro immaginario.

L’Italia, all’interno di questo trend, è una delle regine: dalle Dolomiti alla Toscana, passando per il Lago di Garda e città eleganti baciate dal sole, fino a piccoli borghi affacciati su un lago poco conosciuto, sono tanti gli scenari che quest’anno spopoleranno tra gli amanti del jet-setting grazie alle nuove produzioni cinematografiche ambientate nel Belpaese e di cui abbiamo parlato nei nostri articoli.

Le Dolomiti di “Una nuova vita” e di “Rosso Volante”

Tra le destinazioni che si candidano a diventare protagoniste del set-jetting di montagna nel 2026 ci sono le Dolomiti di Una nuova vita, la fiction con Anna Valle e Daniele Pecci. Girata tra Primiero San Martino di Castrozza e Predazzo, la serie valorizza alcuni degli scenari più spettacolari del Trentino, trasformandoli in un invito al viaggio.

Anna Valle e il laghetto Welsperg
Ufficio Stampa/iStock
Anna Valle e il laghetto Welsperg, location di “Una nuova vita”

Protagonista assoluta è San Martino di Castrozza, ai piedi delle Pale di San Martino, Patrimonio UNESCO, una località amata tutto l’anno tra escursioni estive, piste da sci e panorami mozzafiato.

San Martino di Castrozza, location di "Una nuova vita"
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San Martino di Castrozza, location principale di “Una nuova vita”

Sullo schermo compaiono anche il suggestivo Laghetto Welsperg, immerso nella Val Canali, e Fiera di Primiero, borgo dal fascino alpino con eleganti edifici storici.

Completano questo suggestivo itinerario Tonadico e Sagron Mis, due piccoli borghi immersi nella natura che, grazie alla fiction, potrebbero diventare le nuove mete da segnare in agenda.

Le Dolomiti sono le regine del cineturismo italiano, complice anche l’eco delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026. Oltre alla fiction con Anna Valle, sono state protagoniste anche delle ambientazioni di Rosso Volante, il film con Giorgio Pasotti dedicato al campione di bob Eugenio Monti, è stato girato tra alcuni degli scenari più iconici delle Dolomiti Bellunesi.

Le location di "Rosso Volante": in foto Cortina d'Ampezzo
Ufficio Stampa RAI/iStock
Le location di “Rosso Volante”: in foto Cortina d’Ampezzo

Cuore delle riprese è stata Cortina d’Ampezzo, con le sue montagne Patrimonio UNESCO e luoghi simbolo come lo storico Hotel de la Poste, che nel film riporta in vita l’atmosfera degli Anni Sessanta. Accanto alla “Regina delle Dolomiti” compare anche San Vito di Cadore, immerso in una verde conca ai piedi delle cime bellunesi.

Il Lago di Bracciano di “A testa alta – Il coraggio di una donna”

Tra le location che hanno già conquistato i lettori (e viaggiatori) diventando protagonista del set-jetting italiano, c’è il Lago di Bracciano, scenario principale di A testa alta – Il coraggio di una donna, la serie Tv Rai con Sabrina Ferilli.

Le location di "A testa alta" con Sabrina Ferilli
Ufficio Stampa Mediaset/iStock
Le splendide location di “A testa alta” con Sabrina Ferilli

Le riprese si sono svolte in particolare ad Anguillara Sabazia, uno dei borghi più affascinanti del Lazio, affacciato sulle acque del bacino lacustre. Vicoli medievali, piazzette panoramiche e un suggestivo lungolago fanno da cornice a una destinazione che unisce tranquillità, storia e paesaggi romantici, perfetta per un weekend fuori porta.

La Bari di “Guerrieri – La regola dell’equilibrio”

Tra le destinazioni che potrebbero beneficiare dell’effetto set nel 2026 c’è Bari, protagonista di Guerrieri – La regola dell’equilibrio, la serie Tv con Alessandro Gassmann ispirata ai romanzi di Gianrico Carofiglio.

Bari è la location principale di "Guerrieri"
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Bari è la location principale di “Guerrieri”

La fiction racconta una città elegante e autentica, tra il centro storico, il lungomare e i suoi luoghi simbolo, diventando un vero e proprio itinerario da seguire: le riprese attraversano il Tribunale di Bari, Palazzo Ietri, il quartiere Murat, Bari Vecchia con la celebre Via delle Orecchiette e il lungomare, mostrando una città ricca di fascino.

La serie si spinge anche oltre il capoluogo, accendendo i riflettori su alcuni dei borghi più belli della regione, come Giovinazzo, Trani e Monopoli, oltre ai centri dell’entroterra di Modugno e Grumo Appula.

La campagna laziale di “Benvenuti in campagna”

Tra i luoghi che potrebbero alimentare il desiderio di una fuga slow nel 2026 c’è la campagna laziale raccontata da Benvenuti in campagna, commedia con Maurizio Lastrico. Il film è stato girato tra antichi casali, laghi e borghi a pochi chilometri da Roma, trasformando la campagna in una vera protagonista della storia.

Una delle location del film "Benvenuti in campagna" è il Lago di Martignano
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Le location di “Benvenuti in campagna” – In foto il Lago di Martignano (Lazio)

Il cuore delle riprese è Campagnano di Roma, circondato da boschi e sentieri e affacciato sul suggestivo Lago di Martignano, una delle oasi naturali più tranquille del Lazio. Nei dintorni spicca anche il Parco Regionale di Veio, con le sue cascate, i torrenti e i resti dell’antica città etrusca, meta ideale per chi cerca natura e relax.

Il viaggio prosegue a Monterosi, borgo attraversato dalla Via Francigena e che completa un itinerario perfetto per chi sogna di rallentare i ritmi e scoprire il volto più autentico della campagna romana.

Una delle location di "Benvenuti in campagna": il Lago di Martignano
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Un tranquillo tramonto sul Lago di Martignano

La Toscana romantica di “Non è un paese per single”

La Toscana continua a essere una delle mete più amate dal jet setting cinematografico, anche nel 2026. Sono tante le produzioni che hanno utilizzato i più bei luoghi della regione come location e uno degli ultimi ne celebra il volto più romantico: “Non è un paese per single“, tratto dal bestseller di Felicia Kingsley, esalta le colline della provincia di Siena e trasforma borghi medievali e vigneti in una cartolina che invita a partire.

Sant'Angelo in Colle è location di "Non è un paese per single"
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Location di “Non è un paese per single” – In foto: Sant’Angelo in Colle

Le riprese si sono concentrate tra Montalcino e la sua frazione Sant’Angelo in Colle, che sullo schermo diventa l’immaginario “Belvedere in Chianti”. Vicoli in pietra, piazzette, scorci sulla Val d’Orcia e panorami punteggiati di vigneti fanno da sfondo a una toccante storia d’amore.

I borghi medievali e la campagna toscana sono co-protagonisti del film "Non è un paese oer single"
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La fortezza di Montalcino domina il paesaggio e offre una vista unica sulla Val d’Orcia

Il Lago di Garda, set a cielo aperto che non passa mai di moda

Ci sono luoghi che continuano a ispirare registi e viaggiatori anno dopo anno e il Lago di Garda è proprio uno di questi. Tra borghi affacciati sull’acqua, strade panoramiche a strapiombo e castelli medievali, il lago più grande d’Italia resta una delle mete simbolo del cineturismo e del set-jetting italiano: da Tremosine sul Garda, con la spettacolare Strada della Forra resa celebre da 007 – Quantum of Solace, a Sirmione, protagonista di film romantici come Letters to Juliet e Love in the Villa, passando per Gardone Riviera con il Vittoriale degli Italiani, Riva del Garda e Malcesine, ogni angolo è una scenografia cinematografica a cielo aperto.

Strada della Forra, la più bella del mondo
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La spettacolare Strada della Forra di Tremosine

Catania misteriosa e affascinante: le tappe imperdibili nel nuovo romanzo di Cristina Cassar Scalia

Arte, storia e misteri: un mix inebriante per programmare una vacanza, ma anche per scegliere un libro da leggere. Grazie a Le terme dell’indirizzo di Cristina Cassar Scalia facciamo le valigie e partiamo verso un luogo straordinario: Catania. È in questa affascinante città siciliana, infatti, che si svolgono le vicende che vedono protagonista Giovanna “Vanina” Guarrasi, vicequestore della sezione omicidi.

Il libro perfetto da portare con sé in vacanza, tingendola di quel pizzico di giallo perfetto per chi ama i romanzi polizieschi e di quella magia che solo i luoghi raccontati nelle pagine di un romanzo sanno trasmettere.

Catania, cosa vedere nella città di Giovanna “Vanina” Guarrasi

Catania è una città siciliana che ti accoglie a braccia aperte e che ti rimane cucita addosso, con tutte le sue meraviglie, con la sua anima vibrante e tesori tutti da scoprire che stupiscono a ogni passo.

Proprio come accade ai due turisti che aprono il nuovo romanzo di Cristina Cassar Scalia: Le terme dell’indirizzo, pubblicato da Einaudi. I due, infatti, stanno concludendo le ultime tappe del loro tour nella città, ignari della brutta sorpresa che troveranno nel loro peregrinare. Perché sempre di un giallo si tratta, quindi misteri e indagini sono alla base del nuovo libro della fortunata serie, approdata anche sul piccolo schermo.

Ma quali sono i luoghi che vale sicuramente la pena esplorare?

Senza dubbio quelli visitati dalla coppia, come piazza del Duomo, il palazzo dell’Università, gli edifici – religiosi e non – che si incontrano lungo via Etnea, il monastero dei Benedettini e il castello Ursino, proprio citando le primissime pagine della storia.

E una visita della città siciliana – su cui domina imperioso l’Etna – non può che partire proprio dal suo centro storico e da piazza del Duomo, con la sua cattedrale dedicata alla patrona della città, ovvero Sant’Agata. È un vero e proprio mix di stili, che partono dal normanno, passano dal barocco e sfociano nel neoclassico, ed è stata innalzata tra il 1086 e il 1094. Una tappa imperdibile.

E poi sulla piazza si affacciano altri edifici da ammirare come il Palazzo degli Elefanti e il Palazzo del Seminario dei Chierici, dove si trova il municipio, oppure “u Liotru”, simbolo della città, è una statua con un elefante. Così come lo è il mercato della Pescheria che si trova nella medesima zona. Infine, da non perdere sono le Terme Achilliane, che si trovano proprio sotto la piazza.

Catania piazza Duomo
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Catania piazza Duomo: tra le tappe imperdibili

Se ci si dirige lungo via Etnea non solo ci si può dedicare allo shopping, ma anche ammirare il Palazzo dell’Università di Catania, edificato successivamente al terremoto del 1693 e in perfetto stile barocco siciliano, o le tante chiese.

In piazza Dante, poi, si può ammirare il Monastero di San Nicolò tra i più grandi presenti in Europa e con una chiesa realizzata a partire dal 1687. Infine, ma non per importanza, vale la pena raggiungere il castello Ursino che oggi ospita il Museo Civico ed è stato innalzato tra il 1239 e il 1250, in passato è stato anche sede del parlamento siciliano.

Va ricordato che sono otto le città del Val di Noto che sono state iscritte nella lista Unesco dei Patrimoni dell’Umanità per il loro tardo-barocco e tra queste, ovviamente, c’è anche Catania.

Le Terme dell’indirizzo a Catania

Ma il luogo centrale della storia sono le Terme dell’indirizzo, uno dei numerosi complessi termali che custodisce Catania. Queste si trovano nel cuore della città, vicine alla Cattedrale ma anche al suggestivo Castello Ursino. Pare che possano essere fatte risalire alla tarda età imperiale e sono tenute molto bene.

Non solo sono il luogo di Catania che fa da titolo al romanzo di Cristina Cassar Scalia, ma sono anche il fulcro della storia dal momento che è proprio tra le mura di questo luogo antico che viene rinvenuto un cadavere (niente spoiler, accade proprio nelle primissime pagine).

E non c’è nulla di meglio che visitare la città alle pendici dell’Etna, facendosi accompagnare da un libro ambientato tra le sue strade. Pronti a partire con Le terme dell’indirizzo di Cristina Cassar Scalia?

Le terme dell'indirizzo a Catania
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Le terme dell’indirizzo a Catania, luogo importante nel romanzo di Scalia

Cesi è il borgo umbro che custodisce il segreto della montagna che respira

Tra leggende e natura, nel cuore dell’Umbria c’è un borgo dove il vento sembra nascere dalla terra. Succede a Cesi, piccolo gioiello medievale arroccato sulle pendici dei Monti Martani, dove da secoli un curioso fenomeno naturale alimenta racconti e leggende: dalle cavità della montagna fuoriescono correnti d’aria, calde in inverno e fresche d’estate, tanto da far guadagnare al luogo il soprannome di “montagna che respira”.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi a questo mistero, tra le motivazioni per recarsi in visita da queste parti. Tra siti archeologici, antiche fortificazioni, eremi francescani, sentieri panoramici e una cucina che racconta il territorio, Cesi è una delle destinazioni più sorprendenti dell’Umbria, perfetta per chi cerca un viaggio tra natura, storia e autenticità.

La storia di Cesi e la leggenda

La posizione geografica di Cesi, dominante sulla conca ternana e ricca di grotte naturali, ne ha fatto fin dall’antichità uno dei principali insediamenti degli antichi Umbri. Resti di mura ciclopiche, necropoli e aree sacre testimoniano ancora oggi l’importanza di questo territorio, che prima della conquista romana rappresentava uno dei centri più influenti dell’Umbria meridionale.

Borgo di Cesi
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Vista del borgo di Cesi

La leggenda più famosa del borgo è legata al Monte Eolo: gli abitanti raccontavano che nelle viscere della montagna vivesse Eolo, il dio dei venti, capace di soffiare aria attraverso la roccia. Ancora oggi il fenomeno è ben visibile: improvvise correnti emergono dal sottosuolo grazie a un fitto sistema di grotte e cunicoli carsici che attraversano il monte. La più celebre è la Grotta Eolia, accessibile dai sotterranei di Palazzo Stocchi, ma tutto il massiccio custodisce cavità di grande interesse speleologico.

Sulla cima del vicino Monte Torre Maggiore gli archeologi hanno riportato alla luce un importante santuario umbro-romano frequentato già dal VI secolo a.C., mentre poco più in basso si trovano i resti del sito fortificato di Sant’Erasmo, considerato tra i meglio conservati dell’Umbria preromana. Qui imponenti mura in opera poligonale, alte oltre dieci metri in alcuni punti, continuano a interrogare gli studiosi sul loro utilizzo: fortezza militare o grande santuario? Una domanda che rende il luogo ancora più affascinante.

Cesi, Monte Torre Maggiore
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Vista su Monte Torre Maggiore

Nel Medioevo, Cesi divenne il cuore delle antiche Terre Arnolfe, territorio strategico conteso tra Papato e Impero. Fu sede del governatore pontificio e raggiunse il massimo splendore tra Cinquecento e Seicento, quando sorsero eleganti palazzi nobiliari, fortificazioni e la Rocca che ancora oggi caratterizzano il borgo.

Cosa vedere e fare a Cesi

Passeggiare nel centro storico del borgo di Cesi significa fare un salto indietro nel tempo, attraversando davvero secoli di storia. Tra vicoli in pietra, piazzette panoramiche e palazzi rinascimentali si incontrano edifici religiosi di grande interesse come la Chiesa di San Michele Arcangelo, costruita nell’XI secolo, la Chiesa di Sant’Erasmo, affacciata sulla valle e la Chiesa di Santa Maria Assunta, che custodisce il prezioso dossale del Maestro di Cesi.

Cesi, san Michele Arcangelo
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La chiesa di San Michele Arcangelo a Cesi

Gli appassionati di archeologia possono spingersi fino ai Templi di Torre Maggiore e al sito di Sant’Erasmo, mentre a pochi minuti dal borgo si trova l’antica città romana di Carsulae, una delle aree archeologiche meglio conservate dell’Italia centrale.

Carsulae
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L’antica città romana di Carsulae

Qui sono ancora visibili il foro, il teatro, l’anfiteatro, gli archi monumentali e lunghi tratti dell’antica Via Flaminia, offrendo un vero viaggio nella Roma di oltre duemila anni fa.

Sant'Erasmo, Cesi
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Il sito di Sant’Erasmo

Cesi è anche una meta ideale per gli amanti dell’outdoor. Dai sentieri che attraversano i boschi dei Monti Martani partono percorsi per trekking, mountain bike ed e-bike, mentre gli appassionati di arrampicata, speleologia e parapendio trovano numerose opportunità per vivere la montagna in modo attivo. La posizione strategica permette inoltre di raggiungere facilmente la Cascata delle Marmore, la Valnerina e il Lago di Piediluco.

Lago di Piediluco, Cesi
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Vista sul Lago di Piediluco

Ci troviamo in Umbria però, quindi l’esperienza passa inevitabilmente anche dalla tavola. Le colline che circondano il borgo sono ricoperte da oliveti della varietà Moraiolo, dai quali nasce un pregiato olio extravergine d’oliva. Qui cresce anche uno degli ulivi più antichi e imponenti al mondo, con una chioma che raggiunge circa 17 metri di circonferenza. Tra le eccellenze gastronomiche spiccano inoltre pecorini, ricotte, tartufo e piatti della tradizione come ciriole, strappatelle, bruschette all’olio, frittate al tartufo, pizza sotto il fuoco, coratella, scottadito d’agnello e le immancabili pappardelle al cinghiale.

Dove si trova Cesi e come raggiungerlo

Cesi si trova a circa 10 chilometri da Terni, alle pendici dei Monti Martani, in una posizione ideale per esplorare l’Umbria meridionale. Il borgo è facilmente raggiungibile in auto dall’autostrada A1 uscendo a Orte e proseguendo verso Terni, oppure tramite la E45. Chi viaggia in treno può arrivare alla stazione di Terni e proseguire in pochi minuti in auto o con i collegamenti locali.

Negli ultimi anni il borgo è diventato protagonista del progetto “Cesi Porta dell’Umbria”, uno dei 21 progetti pilota nazionali finanziati dal Ministero della Cultura attraverso il PNRR. L’iniziativa punta a valorizzare il patrimonio storico, archeologico e naturalistico del territorio con nuovi servizi turistici, ospitalità diffusa, recupero degli edifici storici e un’offerta sempre più orientata al turismo lento e outdoor.

La leggendaria Grotta Azzurra di Capri: luce, mito e mare nel Mediterraneo

Abbracciata dal Golfo di Napoli, Capri continua a essere una delle isole più identitarie del Mediterraneo, dove paesaggio e stratificazione storica convivono in equilibrio ancora oggi. Tra le sue gemme più note, la Grotta Azzurra ricopre un ruolo da protagonista: una cavità naturale che da secoli attira viaggiatori, artisti e curiosi per un fenomeno ottico che trasforma l’interno della grotta in uno spazio interamente dominato da riflessi blu elettrico e argentei.

L’esperienza in escursione è breve, ma resta tra le immagini più emblematiche associate all’isola. Un passaggio stretto, un ingresso basso e una luce che cambia improvvisamente la percezione dello spazio, tutti elementi che hanno contribuito a costruire attorno alla grotta una fama che attraversa epoche e narrazioni.

Storia e leggenda della Grotta Azzurra

La Grotta Azzurra è nota principalmente per il fenomeno naturale che la riguarda, ma è anche un luogo carico di mito e simbologia. Il fenomeno che ne caratterizza l’aspetto è legato alla rifrazione della luce solare che penetra da un’apertura sommersa e si riflette sull’acqua, generando una diffusione luminosa che elimina quasi completamente le ombre.

Interno della Grotta Azzurra di Capri al mattino, quando la luce crea riflessi azzurri nell'acqua
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Interno della Grotta Azzurra di Capri

In epoca romana, durante il regno dell’imperatore Tiberio, la cavità veniva utilizzata come ninfeo marino. Al suo interno sono state rinvenute statue di divinità legate al mondo acquatico, tra cui rappresentazioni di Nettuno e Tritone, oggi conservate nel Museo della Certosa di San Giacomo. Secondo alcune ricostruzioni storiche, la grotta era persino collegata alle residenze imperiali della zona tramite strutture oggi non più esistenti, ma non esistono evidenze di passaggi sotterranei diretti. Ciò che rimane certo è l’utilizzo del sito come spazio rituale e simbolico, legato alla dimensione sacra dell’acqua.

Nel tempo, tuttavia, la Grotta Azzurra ha anche alimentato una dimensione più oscura dell’immaginario locale. Per secoli venne evitata dai pescatori capresi, che la consideravano un luogo abitato da presenze misteriose. Questa percezione contribuì al suo progressivo isolamento, fino alla riscoperta ottocentesca. Il 1826 segna infatti una svolta ed è l’anno in cui lo scrittore tedesco August Kopisch e il pittore Ernst Fries, accompagnati dal pescatore Angelo Ferraro, riportano alla luce la cavità e ne documentano la straordinaria luminosità interna. Da quel momento la grotta entra stabilmente nei circuiti del Grand Tour europeo, diventando una delle attrazioni naturali più celebri del Mediterraneo.

Dove si trova e informazioni per la visita

La Grotta Azzurra si trova sulla costa nord-occidentale dell’isola di Capri, in prossimità dell’area di Anacapri, all’interno di un tratto di mare esposto alle condizioni meteorologiche del Tirreno. L’accesso è possibile esclusivamente via mare o attraverso un percorso terrestre che conduce al piccolo molo di imbarco.

Grotta Azzurra, interno, Capri
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L’interno della Grotta Azzurra

L’ingresso è estremamente ridotto: circa due metri di larghezza e un metro di altezza, condizione che rende necessario l’utilizzo di piccole imbarcazioni a remi. L’accesso avviene abbassandosi completamente all’interno della barca, mentre i barcaioli si spingono all’interno sfruttando una catena fissata alla roccia. La visita è breve, generalmente di pochi minuti e il numero di imbarcazioni ammesse contemporaneamente è limitato. Le condizioni del mare risultano determinanti: in presenza di vento da nord, mare mosso o instabilità meteorologica, l’ingresso viene sospeso anche più volte nell’arco della stessa giornata.

Il periodo di apertura varia indicativamente da aprile a ottobre, con finestre orarie che cambiano in base alla stagione. Nei mesi estivi l’accesso è consentito mediamente dalle 9:00 alle 18:00, mentre nei mesi di spalla gli orari si riducono progressivamente fino al primo pomeriggio. Il sistema di visita è regolato da una gestione locale che verifica quotidianamente le condizioni del mare: solo dopo le 9:00 del mattino viene stabilita l’apertura effettiva. Non esiste quindi una programmazione certa con anticipo, elemento che contribuisce al carattere instabile e quasi rituale dell’esperienza. Il costo complessivo comprende il servizio di imbarcazione e il biglietto d’ingresso, con un valore medio che si aggira intorno ai 18 euro per la visita interna, a cui si aggiunge l’eventuale trasferimento da Marina Grande o altre aree dell’isola.

Alla scoperta del castello di Ananuri, il maniero infestato della Georgia che custodisce un mistero

Tra storia e leggenda, alcuni castelli sono tutti da scoprire ed è il caso di quello di Ananuri che, arroccato sulle rive del fiume Aragvi lungo la strada militare georgiana, ha da raccontare sicuramente alcuni misteri riguardo un tesoro e la presenza di fantasmi. Ma perché dovreste visitarlo? Un vero gioiello da non perdere che conquista con bellezza e magia.

Alla scoperta del castello Ananuri

Fondato tra il XIII e il XIV secolo come sede della potente dinastia dei duchi di Aragvi, il castello ha attraversato secoli di battaglie, assedi, tradimenti e ritorni di fiamma politici. Oggi si trova sul bordo del bacino idrico di Zhinvali, uno specchio d’acqua artificiale che ne amplifica la silhouette in un riflesso quasi irreale. Nelle giornate di sole della bassa stagione, con poca gente in giro, il posto ha un’atmosfera che vale da sola il viaggio.

Il castello di Ananuri in Georgia si divide in due sezioni principali, collegate da mura merlate che ancora oggi si percorrono a piedi quasi per intero. La parte superiore, chiamata Sheupovari, è la meglio conservata e ospita la torre quadrata più antica, risalente probabilmente al XIII o XIV secolo: imponente, austera, con le pareti che portano i segni del tempo senza cedere. La parte inferiore è invece in larga misura in rovina, con una torre rotonda che emerge tra i resti come un dente solitario.

Ma la vera sorpresa di Ananuri sono le chiese. All’interno delle mura convivono due edifici di culto costruiti a distanza di qualche decennio l’uno dall’altro. La più antica è la Chiesa della Vergine, edificata nella prima metà del Seicento in mattoni rosati, con un interno sobrio ma non povero: ospita le sepolture di alcuni membri della casata degli Aragvi e un baldacchino in pietra commissionato dalla vedova del duca Edishera, morto nel 1674.

La chiesa più grande, la Dormizione, fu eretta invece nel 1689. Pianta centrale, cupola, decorazioni alle facciate che ancora rivelano una certa ambizione estetica. L’interno conserva i resti di numerosi affreschi, in parte compromessi dall’incendio del 1739 che devastò l’intero complesso durante l’attacco di un ducato rivale. Quello che rimane ha comunque una qualità visiva rara, qualcosa che si incontra raramente nei castelli dell’Europa centrale e che qui, in Georgia, sembra più naturale, come se la storia sacra e quella militare si fossero sempre intrecciate senza troppi imbarazzi.

Vista del castello di Ananuri
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Visitare il castello di Ananuri famoso per leggende e misteri

Ma a renderlo davvero speciale ci pensano le leggende. Una delle più cupe racconta che durante un assedio il figlio del duca di Aragvi venne bruciato vivo all’interno della torre Sheupovari. L’ingresso, dopo quell’episodio, sarebbe rimasto murato per circa duecento anni. Un’altra storia, forse ancora più drammatica, narra dello sterminio dell’intera famiglia ducale per mano di casate rivali, come punizione per l’arroganza con cui avevano gestito il potere nella regione.

Ananuri fu anche, per un periodo, custode di una delle reliquie più importanti del Paese: la Croce di Santa Nino, il simbolo legato alla conversione della Georgia al Cristianesimo nel IV secolo. Durante le invasioni persiane e ottomane del Settecento, quando Tbilisi non era considerata abbastanza sicura, la reliquia trovò rifugio tra le mura di questa fortezza. Dal 1802, con l’ingresso nell’impero russo, è stata restituita al popolo georgiano e da allora si trova all’interno della cattedrale di Tbilisi.

Dove si trova e come raggiungerlo

Il castello di Ananuri si trova a circa 70 chilometri da Tbilisi, all’interno dell’omonimo villaggio lungo la strada militare georgiana. Per poter arrivare qui l’opzione migliore è partire appunto da Tbilisi utilizzando un’auto a noleggio per potersi fermare per delle foto panoramiche lungo la strada. Esistono eventualmente anche dei minibus dalla stazione di Didube che conducono a Gudauri, Pasanauri o Stepantsminda transitando per il borgo del castello.

Il paesaggio che sembra uscito da una leggenda: Dimmuborgir, il labirinto di lava d’Islanda

Blocchi di lava alti parecchi metri si alternano a corridoi naturali, mentre colonne basaltiche e aperture filtrano la luce in modo sempre diverso. Poi ci sono il silenzio, il vento e il profumo del muschio che completano uno scenario che è in grado persino di emozionare. Quel che sembra l’inizio di un racconto, però, non è altro che Dimmuborgir, uno dei luoghi simbolo dell’Islanda settentrionale, tanto spettacolare da sembrare frutto della fantasia.

Vi basti pensare che il nome significa “Fortezza Oscura” oppure “Castelli Oscuri“, una definizione nata dall’aspetto delle gigantesche strutture laviche, simili ai resti di una città abbandonata oppure alle mura di un forte medievale consumato dal tempo. Anche se (e va detto) gran parte del fascino nasce dall’incontro fra geologia e immaginazione popolare. Scienza e tradizione convivono da secoli, alimentando racconti tramandati di generazione in generazione. Secondo il folklore locale, fra queste rocce vivrebbero troll, creature gigantesche, il misterioso Huldufólk, chiamato anche “popolo nascosto”, e la celebre famiglia dei 13 Jólasveinar, i personaggi del Natale islandese.

Anche il cinema e la televisione hanno contribuito alla sua fama: qui sono state girate alcune scene della terza stagione di Game of Thrones.

Origine e formazione (e leggende) di Dimmuborgir

Dietro l’aspetto eccezionale di Dimmuborgir si nasconde una storia geologica iniziata circa 2.300 anni fa. All’epoca, una violenta attività vulcanica interessò l’intera area del lago Mývatn. Dai crateri di Þrengslaborgir e Lúdentarborgir fuoriuscì una grande quantità di magma che avanzò lungo il territorio fino a raggiungere una vasta zona umida, ricca d’acqua e antiche paludi.

Fu proprio quell’incontro a dar vita a qualcosa di straordinario: il calore della lava provocò un’intensa evaporazione dell’acqua intrappolata nel terreno, fino al punto che enormi colonne di vapore salirono verso la superficie, scavando veri e propri condotti verticali all’interno del materiale ancora incandescente. Nel frattempo lo strato superiore iniziò a raffreddarsi, formando una crosta sempre più spessa.

Quando la massa fusa defluì attraverso una frattura naturale, gran parte della lava liquida abbandonò il bacino, lasciando in piedi soltanto le strutture consolidate. Pilastri, archi, cavità e pareti rimasero intatti, regalando al territorio una morfologia davvero rara anche per un Paese vulcanico come l’Islanda.

Rispetto ad altri campi lavici islandesi, Dimmuborgir colpisce per la varietà delle forme. Alcuni pinnacoli ricordano giganteschi animali, altri sembrano torri merlate oppure antiche mura. Fra le strutture più celebri c’è Kirkjan, un enorme arco lavico con una volta naturale che pare richiamare l’interno di una cattedrale gotica.

Kirkjan, Islanda
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L’arco di Kirkjan

L’area custodisce pure un interessante patrimonio botanico fatto di muschi, licheni, betulle nane, salici lanosi, mirtilli, funghi e piante adattate ai climi più rigidi colonizzano lentamente la superficie della lava. Non mancano gli uccelli, tra cui falchi e altri rapaci. Come accennato, però, accanto alla spiegazione scientifica continua a vivere quella popolare.

Stando alle antiche credenze locali, Dimmuborgir rappresenterebbe la dimora della gigantesca Grýla, figura leggendaria dal carattere terrificante. Insieme al marito Leppalúði avrebbe cresciuto qui i 13 Jólasveinar, protagonisti delle tradizioni natalizie islandesi. Secoli fa questi personaggi spaventavano i bambini con scherzi e punizioni; oggi incarnano figure molto più benevole, pur conservando i nomi curiosi e le abitudini bizzarre tramandate dal folklore.

Un’altra leggenda racconta che queste rocce segnassero perfino il punto d’arrivo di Lucifero dopo la caduta dal cielo. Tale convinzione nacque durante la diffusione del Cristianesimo, favorita dall’aspetto cupo della lava e dalla sensazione di trovarsi davanti all’ingresso di un mondo sotterraneo.

Come funziona la visita e cosa vedere a Dimmuborgir

L’ingresso a Dimmuborgir introduce subito in un ambiente organizzato con grande attenzione verso la tutela del paesaggio. A disposizione dei visitatori, infatti, c’è una rete di percorsi segnalati grazie a cui attraversare il campo lavico seguendo itinerari di varia lunghezza (adatti sia a una visita breve sia a un’esplorazione più approfondita). Parte dei tracciati risulta accessibile anche alle persone con mobilità ridotta.

Il percorso più celebre porta fino a Kirkjan, autentico simbolo della riserva naturale. L’anello misura più o meno 2,3 km e richiede all’incirca 1 ora, seguendo un tracciato semplice che attraversa alcune fra le formazioni più spettacolari dell’intera area. Man mano che il sentiero avanza, pilastri di lava alti diversi metri si alternano a strette aperture, cavità e archi naturali modellati dall‘antica attività vulcanica.

Durante il mese di giugno questo spazio naturale diventa persino un originale palcoscenico per piccoli concerti, sfruttando un’acustica sorprendentemente efficace. Sentieri più lunghi conducono nel cuore del campo lavico, dove si possono avvistare rocce contorte che ricordano animali giganteschi, volti umani, castelli medievali oppure antiche torri di guardia.

Fra le tappe più curiose c’è, invece, la grotta associata ai Jólasveinar, da dove partirebbero proprio durante le 13 notti che precedono il 25 dicembre. Ciascuno possiede un carattere ben definito e un nome ispirato alle proprie marachelle. C’è chi ruba lo skyr, il celebre latticino islandese, chi sbircia dalle finestre, chi combina piccoli dispetti nelle fattorie.

Chi dispone di più tempo può proseguire verso alcune delle attrazioni principali della regione del Mývatn. Pochi chilometri separano Dimmuborgir dalla grotta di Grjótagjá, una cavità lavica famosa per la sorgente termale dal colore azzurro intenso. Per molti anni venne utilizzata quale bagno naturale, mentre oggi l’acqua raggiunge temperature troppo elevate. Anche questa grotta compare nella serie Game of Thrones.

Nelle vicinanze si alza inoltre il grande cratere di Hverfjall, uno dei coni vulcanici più spettacolari d’Islanda, dal quale si apre una vista gigantesca sul lago Mývatn e sull’intera distesa lavica. L’itinerario del Diamond Circle collega facilmente questi luoghi insieme alla cascata Goðafoss, a Dettifoss e alla cittadina di Húsavík, celebre per l’osservazione delle balene.

Dove si trova e come arrivare

Dimmuborgir occupa la sponda orientale del lago Mývatn, nel nord dell’Islanda, all’interno di una delle aree vulcaniche più attive del Paese. Reykjahlíð, piccolo centro abitato affacciato sul lago, dista appena 6 km, mentre Akureyri, considerata la capitale dell’Islanda settentrionale, si trova a circa 53 km.

Chi parte da Reykjavík percorre la Ring Road, la Strada 1 che compie l’intero periplo dell’isola, fino alla regione del Mývatn. Gli ultimi chilometri seguono la strada 848, ben segnalata e semplice da percorrere. L’area dispone di un ampio parcheggio dal quale iniziano tutti i principali itinerari.

Vale la pena dedicare almeno mezza giornata alla visita, riservando tempo sufficiente per osservare i dettagli delle formazioni laviche, leggere i pannelli informativi e lasciare spazio alla fantasia. Bastano pochi minuti fra archi basaltici e colonne nere per comprendere il motivo del suo celebre soprannome: Dimmuborgir appare davvero simile a una fortezza scolpita dal fuoco, rimasta intatta per oltre 2.300 anni.

Castello di Sargans: la leggenda della Dama Bianca, una cantina storica e miniere da scoprire in Svizzera

Quando si pensa alla Svizzera sicuramente vengono in mente le sue montagne e i suoi laghi, ma forse non i suoi castelli, addirittura alcuni di epoca medievale. Questo è invece il caso di una dimora nel cuore del cantone di San Gallo, dove arroccato su una rocca che domina la città vecchia e la valle del Reno alpino, troviamo infatti il Castello di Sargans, un complesso che sembra uscito dal set di un film medievale ancora perfettamente intatto.

Qui non si viene per “vedere un castello” nella sua maestosità architettonica e basta, ma per fare un tuffo dentro a secoli di storie, tra torri, leggende e ambienti che alternano museo, ristorante e spazi storici ancora carichi di atmosfera. Tra il racconto della regione, percorsi interattivi e perfino tracce di miniere e leggende locali come quella della Dama Bianca, la visita diventa un piccolo viaggio nel tempo con vista sulle Alpi.

Cosa vedere nel Castello di Sargans

Il Castello di Sargans viene citato in documenti già nel XIII secolo ed è uno dei simboli storici più importanti del Sarganserland in Svizzera. Dal 1899 è proprietà del comune e oggi ospita un museo regionale distribuito su sei piani all’interno della sua torre principale, un percorso che racconta la storia, le tradizioni e l’identità del territorio alpino. La visita al castello è costruita come un vero viaggio immersivo nel Medioevo: il museo, ospitato nella torre, si sviluppa su sei piani e accompagna il visitatore tra vita rurale e tradizioni del Sarganserland. Si passa da sale storiche come la Sala della Giustizia (conosciuta anche come Sala dei Cavalieri, un tempo centro di incontri e celebrazioni) fino a spazi espositivi che raccontano la vita quotidiana della regione. Il percorso è interattivo e sorprendentemente coinvolgente, anche per famiglie e bambini.

Castello di Sargans
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Il magnifico Castello di Sargans immerso nella natura

Uno degli elementi più interessanti è infatti proprio la dimensione “esperienziale” del castello: i visitatori possono provare elmi, cimentarsi in attività medievali, costruire stemmi o immergersi in percorsi pensati anche per i più giovani. A rendere ancora più suggestiva l’atmosfera contribuiscono le leggende locali, come quella della Dama Bianca – il fantasma che secondo la tradizione locale si aggirerebbe ancora tra le antiche sale del castello – e il legame con il territorio circostante, che include anche antiche miniere e percorsi sotterranei che raccontano la vocazione storica della valle.

La chicca? Il castello ospita una storica Torkelkeller, una cantina con antico torchio per il vino, dove vengono organizzate anche degustazioni di vini della regione del Sarganserland.

Come raggiungerlo e altre info per la visita

Il Castello di Sargans si trova in Svizzera sopra la città di Sargans, nel cantone di San Gallo, in una posizione panoramica che domina la valle del Reno alpino. È facilmente raggiungibile anche a piedi dal centro o dalla stazione ferroviaria (circa 15-20 minuti).

Il castello è aperto da aprile a ottobre, dal martedì alla domenica, dalle 10:00 alle 17:00 (lunedì chiuso). L’ingresso al museo è accessibile con tariffe semplici e alla portata di tutti: adulti 10 franchi, bambini dai 6 ai 16 anni 5 franchi, studenti e apprendisti 8 franchi, mentre i gruppi (da 15 persone) pagano 8 franchi a persona. Le visite guidate sono disponibili su prenotazione al costo di 120 franchi.

Una cosa interessante è che non tutto il castello è a pagamento: il cortile interno e le terrazze panoramiche sono liberamente accessibili, e già da qui la vista sulle montagne e sul borgo vale la visita. All’interno si trovano anche aree picnic, un ristorante con giardino e spazi per una pausa relax.

Il lago incredibilmente turchese che custodisce una leggenda d’amore: Ochiul Beiului, incanto della Romania

Tra le meraviglie naturali più sorprendenti della Romania sud-occidentale, Ochiul Beiului occupa un posto particolare. Chi arriva fin qui, infatti, attraversa una porzione del Paese lontana dai grandi itinerari turistici, caratterizzata da vallate boscose, pareti calcaree, torrenti limpidi e una natura che conserva ancora un carattere autentico. E poi all’improvviso, tra gli alberi, compare uno specchio d’acqua che di primo impatto sembra quasi finto a causa delle sue tonalità che oscillano tra il turchese intenso, l’azzurro e il verde smeraldo (con il fondale che appare perfettamente visibile grazie a una trasparenza straordinaria).

Il nome significa letteralmente “Occhio del Bey” e fa parte del Parco Nazionale Cheile Nerei-Beușnița, una delle aree protette più affascinanti del Paese. Il lago si trova all’interno di una radura circondata da abeti e faggi, quasi nascosto tra le pieghe della foresta. Ma a renderlo particolarmente celebre è anche il suo soprannome, in quanto viene chiamato “il lago che non ghiaccia mai“: persino durante gli inverni più rigidi la superficie mantiene una temperatura costante grazie all’alimentazione proveniente da una sorgente sotterranea.

Origine e formazione dell’Ochiul Beiului

Dal punto di vista scientifico, Ochiul Beiului è un lago di origine carsica. Ma del resto, l’intera area dei Monti Aninei presenta una forte presenza di fenomeni carsici, con grotte, sorgenti sotterranee e cavità che caratterizzano il paesaggio. Si trova a circa 310 metri di altitudine e possiede una forma ovale che richiama quella di un occhio umano. Proprio questa particolarità morfologica avrebbe contribuito alla scelta del nome. Il diametro varia tra 15 e 20 metri, mentre la profondità raggiunge circa 3,6 metri.

L’elemento più interessante riguarda la sorgente sommersa che lo alimenta costantemente. L’acqua sgorga dal sottosuolo mantenendo valori termici relativamente stabili durante tutto l’anno, con la temperatura che oscilla generalmente tra 4 e 8 gradi, condizione che impedisce la formazione di uno strato di ghiaccio anche nei periodi più freddi.

Sassi, depositi calcarei e pesci risultano visibili con estrema facilità. Tra gli abitanti del lago figurano anche le trote, presenza favorita dalla qualità elevata dell’acqua. Accanto alla spiegazione geologica vive però una narrazione molto più antica e suggestiva: secondo la leggenda, parecchi secoli fa il figlio di un ricco bey proveniente dal Levante giunse in questa regione della Romania per una battuta di caccia. Durante il soggiorno incontrò una giovane pastora dalla straordinaria bellezza, al punto che l’innamoramento fu immediato.

Gli incontri tra i due si fecero frequenti, finché il padre del ragazzo venne a conoscenza della relazione. Determinato a interrompere quel legame, ordinò l’uccisione della giovane. Alcune versioni del racconto collocano la tragedia nei pressi dell’attuale cascata Beușnița. Altre aggiungono dettagli legati a una fuga e a una successiva cattura.

Quando il giovane trovò la ragazza senza vita, il dolore si trasformò in disperazione. Una variante della leggenda narra che perse un occhio durante uno scontro con i soldati inviati dal padre. Dal punto in cui cadde sarebbe nato il lago. Le lacrime versate successivamente avrebbero alimentato la sorgente che ancora oggi sgorga tra le rocce.

Come funziona la visita e cosa vedere

Il lago Ochiul Beiului regala il meglio di sé dopo un percorso che attraversa alcuni degli ambienti più suggestivi del Parco Nazionale Cheile Nerei-Beușnița. Il punto di partenza più conosciuto coincide con Podul Beiului, da dove si segue il sentiero segnalato che accompagna i visitatori lungo la valle del fiume Bei. L’itinerario attraversa una foresta ricca di vegetazione, con lunghi tratti ombreggiati e un continuo sottofondo prodotto dall’acqua corrente.

Ochiul Beiului, lago in Romania
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Il percorso per raggiungere Ochiul Beiului

Lungo il tragitto compaiono piccole cascate che scendono su gradoni di travertino e calcare. Tra queste merita una menzione La Văioaga, una delle prime attrazioni che si incontrano lungo il percorso. Successivamente si raggiunge una troticoltura storica, punto di riferimento ben noto nella zona. Proseguendo tra alberi secolari e radure sempre più silenziose, il colore dell’acqua diventa progressivamente più intenso. Poi, quasi senza preavviso, il bosco si apre e lascia apparire il lago.

L’impatto visivo sorprende anche chi ha già osservato centinaia di fotografie: la superficie è compatta e brillante, mentre il fondale sembra a portata di mano. Pesci e pietre emergono nitidamente attraverso l’acqua trasparente. Contemporaneamente, abeti maturi circondano il perimetro del bacino e contribuiscono a creare una cornice naturale elegante. Nelle giornate serene il riflesso della vegetazione amplifica ulteriormente le tonalità turchesi.

Molti visitatori proseguono oltre il lago per raggiungere la cascata Beușnița, altra celebre attrazione del parco. Le sue acque scorrono lungo terrazze di muschio e depositi calcarei costruiti lentamente dal lavoro della natura nel corso dei secoli. Il contrasto tra il verde intenso della vegetazione e il bianco delle concrezioni mette al mondo uno scenario spettacolare.

Durante l’inverno Ochiul Beiului mostra un volto ancora diverso: mentre gran parte dei corsi d’acqua circostanti risente delle basse temperature, il lago conserva la propria caratteristica principale, con acqua liquida, riflessi brillanti e una sorprendente vitalità.

Dove si trova e come arrivare

Ochiul Beiului si trova nel distretto di Caraș-Severin, nel sud-ovest della Romania, all’interno del Parco Nazionale Cheile Nerei-Beușnița. L’area appartiene alla regione storica del Banato, vicino al confine con la Serbia. Il lago occupa una zona compresa tra i Monti Aninei e i Monti Locvei, collocazione che contribuisce alla presenza di un ambiente carsico particolarmente sviluppato, ricco di sorgenti e corsi d’acqua sotterranei.

Per chi parte da Timișoara, il tragitto più comune attraversa Oravița e il villaggio di Potoc, fino a raggiungere Podul Beiului. Da Bucarest il percorso risulta più lungo e passa generalmente attraverso Craiova, Orșova, Bozovici e Oravița. Una volta lasciato il veicolo presso l’area di accesso, il sentiero porta verso il lago seguendo la Valle del Bei. L’itinerario richiede mediamente circa 1 ora, solcando un ambiente naturale che costituisce già di per sé una destinazione.

Arrivare a Ochiul Beiului significa entrare in una Romania meno conosciuta, lontana dai castelli della Transilvania e dalle grandi città, ma soprattutto dove la protagonista assoluta resta la natura.

Scoperto il “prototipo” di Stonehenge: 5.000 anni fa sfidò il Sole prima del celebre sito

Mentre migliaia di persone si preparano come ogni anno a raggiungere Stonehenge per il solstizio d’estate del 21 giugno, una scoperta archeologica emersa a pochi chilometri dal monumento più famoso della preistoria britannica sta facendo parlare di sé e sta già riscrivendo una parte importante della sua storia. A Bulford, nel Wiltshire, gli archeologi di Wessex Archaeology guidati da Phil Harding hanno identificato quella che potrebbe essere la più antica struttura conosciuta allineata ai solstizi nell’intero paesaggio di Stonehenge.

La datazione al radiocarbonio colloca il sito intorno al 2950 a.C., circa 5.000 anni fa, dettaglio che cambia la prospettiva degli studiosi. La scoperta infatti dimostra così che la capacità di osservare e celebrare i movimenti del Sole in questa zona sarebbe infatti precedente di circa cinque secoli rispetto al celebre allineamento delle grandi pietre di Stonehenge.

La scoperta che anticipa Stonehenge

A prima vista questo potrebbe non sembrare il tipo di ritrovamento destinato a fare notizia, perché non ci sono enormi monoliti né strutture monumentali ancora visibili come a Stonehenge. Quello che gli archeologi hanno individuato sono le tracce lasciate da due grandi pali di legno, oggi scomparsi, collocati a circa 120 metri di distanza l’uno dall’altro.

Secondo le analisi condotte dallo skyscape archaeologist Fabio Silva, i due elementi erano stati posizionati con una precisione incredibile per l’epoca: la linea che li collegava puntava direttamente verso l’alba del solstizio d’estate e il tramonto del solstizio d’inverno, con un margine di errore di appena un grado. Gli scavi, effettuati tra il 2015 e il 2017 nell’ambito di un programma edilizio del Ministero della Difesa britannico, hanno restituito anche resti di ceramiche, ossa animali, carbone e strumenti in selce. Tutti indizi che raccontano di grandi raduni collettivi, probabilmente legati a celebrazioni stagionali e rituali religiosi. Inoltre, tra gli oggetti più curiosi emersi dal terreno figura un rarissimo coltello in selce dalla forma circolare, deposto intenzionalmente in una delle fosse: gli archeologi ipotizzano che potesse rappresentare simbolicamente il disco solare.

Coltello a forma di disco solare, Bulford
Wessex Archaeology
Il coltello a forma di disco solare ritrovato sul sito

Perché questa scoperta è importante e come visitare l’area

La rilevanza del sito va oltre il singolo ritrovamento e per gli studiosi anzi Bulford dimostra che il rapporto tra le comunità neolitiche e i cicli del Sole era già profondamente radicato prima che Stonehenge assumesse la forma che conosciamo oggi. Più che un monumento isolato, Stonehenge appare sempre più come il risultato finale di una tradizione culturale e religiosa sviluppatasi per secoli all’interno dello stesso paesaggio. In altre parole, il celebre cerchio di pietre potrebbe essere stato l’erede di pratiche molto più antiche, sperimentate inizialmente attraverso strutture semplici in legno come quella appena scoperta.

Per chi visita il Wiltshire, purtroppo il sito di Bulford non è accessibile al pubblico perché delle strutture originali restano soltanto le fosse archeologiche. Bulford si trova a circa 5 chilometri dal monumento e nelle vicinanze di Salisbury, la città che rappresenta il punto di partenza più comodo per esplorare il territorio. Da Londra si raggiunge facilmente in treno in circa un’ora e mezza, per poi proseguire verso Stonehenge con autobus dedicati o auto a noleggio. Chi visiterà Stonehenge durante il solstizio di quest’anno guarderà probabilmente il Sole sorgere tra le pietre come accade da millenni. Grazie a questa scoperta, però, sappiamo che quella tradizione era già iniziata molto prima, su una collina poco distante, dove comunità preistoriche osservavano lo stesso cielo e cercavano di dare un significato al passare delle stagioni.

È l’isola greca che sfugge alle mode: Leros, tra verde intenso e baie scolpite dal vento

Il Dodecaneso, nel Mar Egeo orientale, è disseminato di bellissime isole e Leros, di primo impatto, sembra “una delle tante”. Eppure basta metterci piede per capire che appartiene a una categoria tutta sua. Secondo la mitologia greca, Artemide scelse proprio questo lembo di terra quale rifugio prediletto e, in qualche modo, la leggenda continua ancora oggi (anche se sotto forme diverse).

Chi arriva in zona cerca spesso una Grecia meno esibita, distante dai circuiti più affollati del turismo mediterraneo. Ed effettivamente l’impatto visivo evoca memorie diverse, un incrocio tra il passato mitologico legato alla dea e le cicatrici monumentali del XX secolo. I profumi di origano selvatico si fondono con l’odore di salsedine e con il sentore balsamico degli eucalipti piantati durante l’amministrazione italiana.

Dal 1912 al 1943, infatti, l’intero Dodecaneso rimase sotto amministrazione italiana e Leros divenne uno dei principali laboratori urbanistici del bacino. Ciò che colpisce maggiormente, però, riguarda l’atmosfera: un equilibrio eccezionale tra storia, paesaggio e vita quotidiana. Non a caso, molti viaggiatori le attribuiscono il soprannome di “Isola degli Intenditori“.

Cosa vedere a Leros

La geografia di quest’isola delle Grecia ha favorito per secoli la nascita di comunità separate tra loro da rilievi dolci e insenature profonde. Per questo motivo ciascun villaggio custodisce caratteristiche distintive e racconta una parte diversa dell’identità locale.

Lakki, la città razionalista nel cuore dell’Egeo

Fondata dai nostri connazionali negli anni ’30 con il nome di Portolago, Lakki venne progettata secondo i principi dell’architettura razionalista. Viali ampi, edifici geometrici, piazze ordinate e prospettive urbane evocano città italiane del ‘900 più che un’isola greca.

L’agorà circolare con la torre dell’orologio rappresenta il simbolo più riconoscibile del centro abitato. Accanto sorgono l’ex teatro, l’ospedale, le scuole e varie strutture pubbliche realizzate dagli architetti Armando Bernabiti e Rodolfo Petracco.

Il Castello di Panagia e i mulini simbolo dell’isola

Sulla collina di Apitiki, a circa 200 metri sul livello del mare, si innalza il Castello di Panagia, chiamato anche Castello della Vergine. La fortificazione bizantina occupa l’area dell’antica acropoli e domina gran parte dell’isola.

Dalle mura la vista abbraccia le baie di Agia Marina, Panteli e Alinda, insieme alle sagome delle altre isole del Dodecaneso. Poco più in basso si allineano gli iconici mulini a vento del XVII secolo, diventati una delle immagini più rappresentative di Leros.

Agia Marina, il volto elegante di Leros

Agia Marina costituisce il cuore amministrativo e commerciale dell’isola. Il porto storico introduce a un intreccio di vicoli, piazzette e dimore signorili che sono i testimoni della prosperità raggiunta tra XIX e XX secolo.

Le influenze egiziane presenti in alcune residenze aristocratiche simboleggiano i rapporti commerciali sviluppati dagli armatori locali con Alessandria e altre città del Mediterraneo orientale. Bouganville, persiane candide e facciate color ocra contribuiscono a creare uno scenario raffinato, lontano dagli stereotipi più diffusi delle isole greche.

Agia Marina, Leros
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Tutta l’eleganza di Agia Marina

Platanos, la capitale storica

Adagiata sul pendio che conduce al castello, Platanos rappresenta il nucleo storico più antico. Attorno alla piazza principale si sviluppa un tessuto urbano tradizionale fatto di case bianche, scalinate e piccole botteghe.

Panteli, il villaggio dei pescatori

Panteli racchiude l’immagine più romantica di Leros: le barche da pesca oscillano davanti alle taverne affacciate sull’acqua, mentre il castello osserva il borgo dall’alto.

Il rapporto con il mare resta parte integrante della vita del villaggio, con le reti stese lungo il molo e il pescato esposto nelle cucine.

Il Museo della Guerra nei tunnel sotterranei

Tra le esperienze più sorprendenti figura il Museo della Guerra di Merikia. L’allestimento occupa una rete di gallerie sotterranee utilizzate durante la Seconda Guerra Mondiale.

Fotografie, uniformi, mappe e armamenti illustrano la Battaglia di Leros del 1943, uno degli episodi più significativi del conflitto nel Mediterraneo orientale.

Torre Bellenis ad Alinda

Costruita all’inizio del XX secolo dall’imprenditore Parisis Bellenis, questa residenza in pietra combina suggestioni neoclassiche italiane e gusto eclettico mediterraneo.

Torrette cilindriche, feritoie decorative e ambienti eleganti trasformano l’edificio in uno dei monumenti più particolari dell’isola. Al suo interno, inoltre, trovano spazio il Museo Storico e il Museo del Folklore.

Panagia Kavouradena

Tra i luoghi più suggestivi di Leros c’è questa piccola cappella costruita direttamente sulla roccia presso Xirokampos. Una leggenda racconta che un pescatore trovò un’icona mariana tra alcuni granchi e decise di erigere un santuario nel punto del ritrovamento.

Le spiagge più belle di Leros

Circa 46 chilometri di costa in cui si alternano baie raccolte, insenature protette e lunghi tratti affacciati sull’Egeo. Molte spiagge conservano ancora un aspetto naturale che altrove è diventato un miraggio.

  • Alinda: la più estesa dell’isola, è caratterizzata da sabbia chiara, fondali graduali e una lunga fila di tamerici.
  • Vromolithos: inserita in una baia scenografica tra colline verdi e abitazioni affacciate sul mare. Acque trasparenti e colori intensi ne fanno una delle preferite dagli abitanti.
  • Panteli: tratto raccolto accanto al villaggio dei pescatori, ideale per chi apprezza un contesto autentico.
  • Agia Kioura: piccola, essenziale e molto amata per la trasparenza del mare. Nelle vicinanze sorge la celebre chiesa decorata dagli esiliati politici della dittatura greca.
  • Xirokampos: affacciata verso Kalymnos, unisce sabbia dorata, acque profonde e scorci dominati dal Paleokastro.
  • Dio Liskaria: una delle località balneari più frequentate dell’isola, circondata da vegetazione e facilmente raggiungibile.
  • Gourna: celebre per i tramonti che colorano il mare di sfumature rosate e dorate.

Dove si trova e come arrivare

Leros appartiene all’arcipelago del Dodecaneso e occupa una posizione strategica nel Mar Egeo orientale, tra Patmos, Kalymnos e Lipsi, a breve distanza dalla costa dell’Asia Minore. L’isola dispone di un piccolo aeroporto situato a Partheni, conneso quotidianamente ad Atene tramite voli interni.

Per chi preferisce il mare, i collegamenti in traghetto rappresentano la soluzione più diffusa. Le navi partono regolarmente dal porto del Pireo e dalle principali isole del Dodecaneso, comprese Rodi, Kos, Patmos e Kalymnos. L’approccio dal mare, del resto, resta il modo più affascinante per arrivare.

Quando le profonde insenature iniziano a delinearsi all’orizzonte e il profilo del castello compare sulle alture, si comprende subito perché tanti viaggiatori sviluppino un rapporto quasi viscerale con questa piccola isola: Leros divide raramente, perché più spesso conquista in silenzio.

Parchi del Vento 2026, la nuova guida svela 34 itinerari tra natura e turismo lento

C’è un modo nuovo e inaspettato per scoprire alcuni dei più affascinanti territori che punteggiano il Belpaese ed è attraversando i 34 parchi eolici mappati da Legambiente, tra i quali nel 2026 si registrano 7 “new entry”. La transizione energetica sta dimostrando infatti che la tecnologia può instaurare un rapporto armonioso e positivo con il paesaggio, trasformandosi da mezzo con cui creare energia pulita a ingranaggio che entra a far parte del mondo del turismo lento.

Per valorizzarli, il Cigno Verde ha pubblicato la V edizione della guida turistica “Parchi del Vento”, presentata a Roma presso il Touring Club Italiano. Non si tratta “soltanto” di impianti energetici, ma di veri e propri punti di partenza per itinerari sorprendenti tra natura, borghi, siti archeologici ed eccellenze locali.

Le nuove rotte del vento in Italia

La V edizione della guida “Parchi del Vento” di Legambiente racconta 34 parchi eolici italiani come nuove destinazioni di turismo lento. In particolare, nel 2026 la mappatura si amplia con 7 nuove “new entry”, distribuite tra Sud e isole.

In Sicilia entrano i Parchi Eolici della Sicilia Occidentale (tra Partinico, Monreale, Camporeale e Salemi-Castelvetrano), che si affacciano su panorami che includono i laghi Poma e Trinità. Da qui prende forma un percorso che intreccia infrastrutture energetiche e patrimonio culturale, collegando il Duomo di Monreale, il borgo di Salemi e i templi di Selinunte, fino ai mosaici di Borgo Parrini, attraversando anche gli uliveti della DOP Val di Mazara e le produzioni vinicole locali.

Sempre in Sicilia, nel catanese, il Parco Eolico di Mineo-Militello-Vizzini diventa esempio di rigenerazione paesaggistica grazie al repowering: meno impatto visivo e nuovi tracciati per trekking e mountain bike con vista sull’Etna. L’itinerario unisce i luoghi legati a Verga a Vizzini, il centro medievale di Mineo e il barocco UNESCO di Militello, fino alle eccellenze agroalimentari come le Arance Rosse IGP e l’Olio DOP Monti Iblei.

Alla guida dei parchi eolici 2026 si aggiunge anche il Parco Eolico di Sa Turrina Manna, nei comuni di Tula ed Erula (SS), in Sardegna. Un luogo che si distingue come esempio di integrazione tra energia e turismo lento, dove le strade di servizio dell’impianto diventano percorsi accessibili per escursioni e itinerari in bicicletta, con viste che abbracciano la Gallura, il Monte Acuto e il Lago Coghinas. Il paesaggio si intreccia così con boschi, altopiani e tradizioni locali legate al borgo di Tula.

In Campania, il Parco Eolico di Baselice, nel borgo omonimo in provincia di Benevento, si sviluppa lungo le dorsali della Val Fortore, a quasi 900 metri di quota. Qui i percorsi a piedi e in bici offrono visuali che spaziano tra Puglia e Molise, collegando l’esperienza dell’energia rinnovabile ai cammini storici, come quello di San Giovanni Eremita, e alle sponde del Lago di Occhito, area di grande interesse naturalistico e birdwatching. Il viaggio si completa con le eccellenze enogastronomiche locali, dal Caciocavallo Silano DOP al Moscato di Baselice.

In Puglia, il Parco Eolico di Mondonuovo a Mesagne (BR) si inserisce in un paesaggio agricolo dominato dagli uliveti secolari e lungo l’antico tracciato della Via Appia Antica. L’area diventa punto di partenza per esplorare il borgo di Mesagne, il Castello Orsini del Balzo e il Museo Granafei con i reperti messapici, fino alle produzioni locali come il Brindisi DOC e il Carciofo Brindisino IGP, in un itinerario che unisce archeologia, cultura e paesaggio rurale.

I 34 parchi eolici già mappati

La guida di Legambiente attraversa la Penisola trasformando i parchi eolici in una rete di destinazioni per il turismo lento. Trekking, ciclabili immerse nel verde, passeggiate a cavallo, arrampicate, rafting e birdwatching: sono alcune delle migliori esperienze che si possono vivere in questi parchi. Dalle aree alpine e prealpine fino al Sud e alle isole, infatti, ogni sito diventa un punto di accesso a esperienze outdoor e a territori spesso lontani dai circuiti turistici tradizionali.

All’interno della guida il lettore non trova solo dati tecnici sugli impianti, ma un vero e proprio strumento per esplorare i territori: indicazioni pratiche per raggiungerli, idee di itinerario tra sentieri e percorsi, racconti legati alla storia e alla memoria dei luoghi, oltre a spunti su cosa visitare, dove dormire e dove scoprire le specialità della cucina locale.

Di seguito l’elenco completo dei parchi mappati nella guida:

  • Rivoli Veronese (Verona);
  • Naso di Gatto (Savona, Cairo Montenotte e Albisola);
  • Valbormida (Cairo Montenotte, Savona);
  • Cinque Stelle (Stella, Savona);
  • Rocche Bianche (Quiliano e Vado Ligure, Savona);
  • Monte Greppino (Savona);
  • Cascinassa (Savona);
  • La Rocca (Pontinvrea, Savona);
  • Vento di Zeri Zeri (Massa-Carrara);
  • Carpinaccio (Firenzuola, Firenze);
  • Montecatini Val di Cecina (Pisa);
  • Poggi Alti (Scansano, Grosseto);
  • Cooperativo di Gubbio (Perugia);
  • Tocco di Vento (Tocco da Casauria, Pescara);
  • Fortore Molisano (Pietracatella, Monacilioni, Sant’Elia a Pianisi, Macchia Valfortore, Campobasso);
  • Castelmauro (Campobasso);
  • Vastogirardi (Isernia);
  • San Marco dei Cavoti (Benevento);
  • Baselice (Benevento);
  • Valleverde (Bovino, Foggia);
  • Porto di Taranto (Taranto);
  • Mondonuovo (Mesagne, Brindisi);
  • Tivano (Lavello, Potenza);
  • Santa Tecla (Avigliano, Potenza);
  • Sa Turrina Manna (Tula ed Erula, Sassari);
  • Santa Ninfa (Gibellina, Salaparuta e Santa Ninfa, Trapani);
  • Selinus (Trapani);
  • Vento di Vino (Trapani);
  • Partanna (Trapani);
  • Sicilia Occidentale (Partinico-Monreale, Camporeale, Salemi-Castelvetrano);
  • Mineo-Militello-Vizzini (Catania);
  • Gangi (Palermo).

Un nuovo trekking a lunga distanza ispirato alla mitologia debutta in Europa (e sarà pazzesco)

Gli amanti del trekking avranno un nuovissimo sentiero da inserire nella prossima avventura di viaggio. Entro la fine del 2026 è prevista l’apertura di un itinerario escursionistico destinato a diventare una delle novità outdoor più interessanti d’Europa: la Grande Randonnée de Pays delle Ardenne. Si tratta di un percorso ad anello di ben 350 chilometri che attraverserà due Paesi, Francia e Belgio, offrendo un viaggio immersivo tra foreste, laghi, villaggi storici e antiche leggende.

In un anno particolarmente ricco di nuove proposte dedicate al turismo lento e alle escursioni, questo sentiero si distingue per una caratteristica speciale: è ispirato alla mitologia locale e alla figura di Arduinna, la dea celtica protettrice della foresta. Un mix di natura, storia e folklore che promette di conquistare sia gli escursionisti più esperti sia chi desidera scoprire le Ardenne con un approccio più rilassato.

Un nuovo itinerario di 350 km tra Francia e Belgio

La Grande Randonnée de Pays delle Ardenne si svilupperà lungo un anello di 350 chilometri attraverso uno dei territori più verdi e suggestivi dell’Europa occidentale. L’apertura ufficiale è prevista per settembre 2026, quando gli appassionati potranno finalmente percorrere questo nuovo cammino transfrontaliero che collega le Ardenne francesi e belghe.

Nonostante la lunghezza considerevole, il percorso è stato progettato per essere accessibile a un pubblico ampio. L’intero itinerario è infatti suddiviso in 15 tappe, con una media di circa 23 chilometri al giorno. Questa organizzazione consente di affrontare il trekking gradualmente, scegliendo segmenti più semplici oppure completando l’intero anello in più giorni.

I livelli di difficoltà variano da tratti adatti ai principianti fino a sezioni più impegnative, pensate per chi cerca una sfida maggiore. Inoltre, lungo il percorso saranno disponibili diverse strutture ricettive, rendendo l’esperienza più confortevole e accessibile anche a chi non è abituato ai lunghi trekking in autosufficienza.

Il nuovo sentiero si integra inoltre con alcuni percorsi già esistenti, sovrapponendosi in parte al GRP Argonne e al GRP Ardennes-Meuse. Una caratteristica che permetterà agli escursionisti di combinare diversi itinerari e ampliare ulteriormente l’esperienza di viaggio.

Tra foreste, villaggi storici e la leggenda della dea Arduinna

Uno degli aspetti più affascinanti del nuovo trekking è senza dubbio il suo legame con la mitologia delle Ardenne. L’itinerario prende ispirazione da Arduinna, antica divinità celtica associata alle foreste e considerata la protettrice di questa vasta regione naturale.

Seguendo il percorso, gli escursionisti attraverseranno la spettacolare foresta delle Ardenne, caratterizzata da paesaggi incontaminati, laghi scintillanti e una ricca biodiversità. Non sarà raro avvistare cervi e altre specie selvatiche che popolano quest’area remota e poco urbanizzata.

Il cammino offrirà anche numerose occasioni per scoprire il patrimonio culturale locale. Tra le tappe più interessanti spicca Sedan, cittadina francese famosa per la sua imponente fortezza storica. Il percorso attraverserà inoltre borghi pittoreschi come Signy-l’Abbaye e Rocroi, luoghi dove storia, tradizioni e leggende si intrecciano da secoli.

Secondo gli organizzatori, la Grande Randonnée de Pays permetterà di esplorare un territorio fatto di natura straordinaria, racconti affascinanti e incontri autentici. Un’esperienza che punta a valorizzare uno degli angoli più suggestivi e meno conosciuti della Francia e del Belgio, trasformando un semplice trekking in un vero viaggio attraverso il cuore leggendario delle Ardenne.

Il nuovo Grande Randonnée de Pays delle Ardenne aprirà nel 2026
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Paesaggio urbano di Sedan nelle Ardenne francesi

Parco dei Mostri di Bomarzo, viaggio nel Sacro Bosco che sfida la logica con architetture impossibili

Non sono molti i luoghi che riescono a generare stupore fin dal primo passo quanto il Parco dei Mostri di Bomarzo. Ci troviamo nel Lazio settentrionale, in provincia di Viterbo, e proprio qui, ai piedi del borgo di Bomarzo, la terra si spacca rivelando un universo parallelo fatto di roccia vulcanica e muschio. Il Sacro Bosco (nome ufficiale), rappresenta quasi un unicum mondiale, una deviazione bizzarra rispetto ai canoni ordinati dei giardini rinascimentali italiani.

Da una parte c’è il bosco, con alberi secolari, sentieri ombreggiati e grandi massi di peperino affioranti dal terreno. Dall’altra compaiono figure gigantesche, bocche spalancate, animali fantastici e costruzioni che sembrano nate da un sogno inquieto. La Tuscia viterbese, del resto, è un territorio di origine vulcanica che alterna vallate, boschi e borghi medievali, tanto che da molti studiosi questo angolo è considerato il più antico parco di sculture del mondo moderno.

Fin dall’ingresso ci si rende conto che i riferimenti classici del Rinascimento lasciano spazio a qualcosa di diverso, ovvero a un linguaggio libero, imprevedibile e quasi provocatorio. Più che un giardino, il Sacro Bosco assomiglia a una pagina di pietra disseminata di enigmi.

Breve storia del Sacro Bosco di Bomarzo

La nascita del Parco dei Mostri risale alla metà del ‘500 con ideatore e committente Pier Francesco Orsini, detto Vicino, signore di Bomarzo, nato nel 1523 e protagonista di una delle vicende più affascinanti del Rinascimento italiano. I lavori iniziarono nel 1552 all’interno della tenuta di famiglia.

Vicino Orsini apparteneva a una delle casate più influenti dell’Italia centrale e coltivava interessi letterari, artistici e filosofici. Per dare forma alla sua visione si affidò a personalità di primo piano della cultura rinascimentale. Tra i nomi più spesso associati al progetto figura Pirro Ligorio, architetto, antiquario e studioso che avrebbe completato la Basilica di San Pietro dopo la morte di Michelangelo.

Secondo una tradizione consolidata, il parco venne concepito anche come risposta al dolore provocato dalla scomparsa della moglie Giulia Farnese. Un’iscrizione celebre riassume il senso dell’opera attraverso poche parole destinate a diventare leggendarie: “Sol per sfogare il core”.

Orsini scelse di trasformare il terreno boschivo in un sorprendente teatro simbolico. I massi di peperino già presenti sul posto, infatti, vennero scolpiti direttamente nella roccia. Nacquero in questo modo draghi, orchi, elefanti da guerra, divinità, creature fantastiche e figure tratte dalla tradizione classica.

Alla morte del principe, avvenuta nel 1585, il complesso entrò in una lunga fase di declino. Vegetazione spontanea, incuria e passaggio del tempo finirono per nascondere gran parte delle opere. Secoli dopo, intellettuali e viaggiatori tornarono a interessarsi di questo angolo enigmatico, al punto che durante il ‘900 arrivò la rinascita definitiva grazie agli interventi di recupero promossi dalla famiglia Bettini, proprietaria del parco dal 1960.

Oggi il Sacro Bosco rappresenta uno dei massimi esempi del Manierismo italiano: è un’opera unica, lontanissima dai canoni tradizionali dei giardini rinascimentali.

Cosa vedere al Parco dei Mostri

Visitando il Parco dei Mostri si ha la vibrante sensazione di entrare con il proprio corpo in un racconto disseminato tra alberi, rocce e sentieri. La durata media della scoperta si aggira attorno alle 2 ore, un tempo sufficiente per lasciarsi sorprendere da decine di opere monumentali.

Tra le presenze più celebri c’è senza dubbio l’Orco, autentico simbolo del parco. Si tratta di una gigantesca testa scolpita nella pietra che mostra una bocca spalancata che funge da ambiente visitabile. Sulla sommità compare una frase destinata a restare impressa nella memoria: “Ogni pensiero vola”. Davanti a quella roccia di peperino scolpito risulta facile comprendere il motivo della fama mondiale del Sacro Bosco.

Poco distante c’è il Drago, raffigurato nel pieno di uno scontro con altre creature. Muscoli, artigli e tensione narrativa trasformano il blocco roccioso in una scena dinamica. Altrettanto spettacolare risulta l’Elefante, una delle immagini più sorprendenti dell’intero percorso. La figura sostiene un guerriero e richiama suggestioni esotiche insolite per il contesto italiano del XVI secolo.

Grande curiosità suscita la Casa Pendente: vista dall’esterno sembra una normale abitazione rinascimentale, eppure l’inclinazione dell’edificio altera immediatamente la percezione dello spazio. Una volta entrati, equilibrio e orientamento vengono messi alla prova da un effetto ottico sorprendente.

Casa Pendente, Bomarzo
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La Casa Pendente nel Parco dei Mostri

Tra le tappe principali meritano attenzione anche la Sfinge, il Pegaso, Cerbero, Nettuno, Proserpina, la Ninfa, il Teatro e il Ninfeo. A differenza dei giardini rinascimentali tradizionali, nessuna regola prospettica collega queste opere in una sequenza rigorosa. L’impressione generale ricorda quella di una caccia al tesoro culturale disseminata nel bosco.

Il Tempio rappresenta un caso particolare, perché costituisce l’elemento più vicino all’architettura classica dell’intero complesso viste le sue linee armoniose e l’impostazione regolare, caratteristiche che contrastano con il carattere visionario delle altre installazioni. Iscrizioni incise nella pietra accompagnano il percorso: alcune richiamano Ariosto e Petrarca, altre sembrano costruite appositamente per alimentare dubbi e interpretazioni.

Dove si trova e come arrivare

Il Parco dei Mostri si trova a Bomarzo, in provincia di Viterbo, all’interno della Tuscia laziale. L’area occupa una posizione strategica tra Lazio e Umbria, immersa in un paesaggio caratterizzato da colline, boschi e antichi insediamenti. L’indirizzo preciso per raggiungerlo è Località Giardino, 01020 Bomarzo.

Per chi viaggia in automobile, il collegamento più rapido passa attraverso l’Autostrada A1. Provenendo da sud risulta comoda l’uscita di Attigliano, distante appena 4 chilometri. Da nord si può utilizzare l’uscita di Orte seguendo poi le indicazioni per Bomarzo. Chi arriva da Viterbo può percorrere la superstrada Viterbo-Orte e utilizzare l’uscita dedicata. Roma dista circa 105 chilometri, Viterbo 21, Orvieto 41 e Terni 50: una collocazione che lo rende il top anche per una gita giornaliera.

In treno il riferimento principale è invece la stazione di Orte Scalo, da dove si raggiunge Bomarzo tramite collegamenti locali oppure servizio taxi. Appena oltre l’ingresso, tra alberi, ombre e figure scolpite, l’emozione che si avverte è quella di aver oltrepassato una soglia invisibile.

Il Sacro Bosco continua a custodire il suo mistero da quasi 500 anni e forse nessuno riuscirà mai a interpretarlo completamente. Oppure, il suo segreto consiste proprio in questo: lasciare spazio alla meraviglia.

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