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Migliaia di guglie spuntano dal deserto: il mistero del luogo più surreale, il Parco Nazionale di Nambung

L’Australia è famosa per i suoi animali unici e spesso considerati tra i più pericolosi del pianeta, per gli immensi deserti rossi, le spiagge da sogno e i paesaggi che sembrano appartenere a un altro mondo. Di recente, tra l’altro, è diventata una delle mete più gettonate persino dai giovani in cerca di esperienze lavorative all’estero proprio per il suo fascino remoto e la sua ricchezza paesaggistica ed esperienziale. Ma non tutti sanno che, nel cuore dell’Australia Occidentale, esiste un luogo talmente surreale da lasciare senza parole anche i viaggiatori più esperti e che in pochi conoscono, anche dai social.

Si tratta del Parco Nazionale di Nambung, nell’Australia Occidentale, famoso per il celebre Deserto dei Pinnacoli (noto anche come Pinnacles Desert). Qui migliaia di guglie di pietra emergono dalla sabbia dorata come se fossero comparse dal nulla, costruendo uno scenario che ricorda un set cinematografico di fantascienza. Un luogo dunque dove geologia, natura e mistero si incontrano dando vita a uno scenario dietro cui però si nasconde una storia lunga migliaia di anni.

Il Parco Nazionale di Nambung

Il cuore del parco è il Deserto dei Pinnacoli, una vasta distesa sabbiosa punteggiata da migliaia di colonne di pietra calcarea, alcune alte oltre 3,5 metri. Queste spettacolari formazioni si sono sviluppate nel corso di migliaia di anni grazie a complessi processi geologici: secondo le teorie più accreditate, derivano da antichi depositi di conchiglie marine lasciati quando il mare ricopriva quest’area dell’Australia Occidentale. Con il passare del tempo, vento ed erosione hanno modellato il terreno fino a far emergere le cosiddette guglie che oggi caratterizzano il paesaggio.

Deserto dei Pinnacoli, Australia
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Sguardo sulle guglie del Deserto dei Pinnacoli

Oltre ai Pinnacoli, il parco custodisce un ricco patrimonio naturale e nei suoi oltre 17.000 ettari vivono canguri, emù e numerose specie di uccelli australiani, mentre poco distante si trova persino Hangover Bay che, al contrario di come possa suggerire il nome, non è un ritrovo post-serata per i più giovani, ma una baia dalle acque cristalline ideale per nuotare, fare snorkeling e osservare la fauna marina, tra cui delfini e leoni marini.

L’escursione qui è completa, anche perché chi desidera approfondire la storia del luogo, può visitare il Pinnacles Desert Discovery Centre per conoscere l’origine geologica del deserto attraverso esposizioni interattive, video e installazioni dedicate anche alla cultura delle popolazioni aborigene legate a questo territorio.

Dove si trova il Parco Nazionale di Nambung e come raggiungerlo

Il Parco Nazionale di Nambung si trova nell’Australia Occidentale, a circa 200 chilometri a nord di Perth, facilmente raggiungibile in automobile in poco più di due ore seguendo la Indian Ocean Drive, una delle strade panoramiche più suggestive del Paese. Il punto di accesso principale è nei pressi della cittadina di Cervantes, da cui si raggiunge in pochi minuti il Deserto dei Pinnacoli. All’interno del parco è presente un percorso panoramico percorribile in auto, oltre a sentieri che consentono di passeggiare tra le spettacolari guglie di pietra.

Parco Nazionale di Nambung
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Un canguro nel Parco Nazionale di Nambung

Il periodo migliore per visitarlo va da aprile a ottobre, quando le temperature sono più miti e le condizioni climatiche rendono più piacevole l’esplorazione. Tuttavia, è all’alba e al tramonto che il deserto regala il suo spettacolo più affascinante: le ombre si allungano sulla sabbia e i Pinnacoli regalano uno dei panorami più esemplari e fotografati dell’intera Australia.

In un’oasi nel deserto riaffiora un’intera città bizantina perduta: la scoperta in Egitto

Il deserto egiziano non smette di stupire e tra dune e palme gli archeologi hanno riportato alla luce un’intera città bizantina perduta dove si viveva oltre 1.7000 anni fa. Il sito si chiama Ain el-Sabil e si trova nella nell’oasi di Dakhla all’interno della Nuova Valle. A darne l’annuncio è stato il Ministero del Turismo e delle Antichità egiziano, dopo che una missione locale legata al Consiglio Supremo delle Antichità ha portato alla luce quello che gli esperti definiscono un insediamento tardo-romano o protobizantino perfettamente pianificato.

La scoperta di una città bizantina perduta

La città interamente realizzata di mattoni crudi ha lasciato a bocca aperta gli archeologi che hanno fatto emergere in questo angolo d’Egitto un autentico tesoro.

Mahmoud Masoud, direttore generale delle Antichità di Dakhla e responsabile della missione, ha raccontato che le case scoperte avevano saloni ampi, soffitti a volta, forni per il pane, cucine, macine per i cereali. Ai margini dell’insediamento, due torri di guardia e una fortezza dalle mura spesse completavano il quadro. Una comunità che viveva, pregava e, se necessario, si difendeva.

Tra gli edifici spiccano due case: quella di Tisus, appartenuta secondo gli archeologi a un diacono, risale alla seconda metà del IV secolo, quella di Tabipus è ancora più antica, di inizio IV secolo, e potrebbe aver funzionato da chiesa domestica prima ancora che venisse costruita la basilica vera e propria.

Se confermato, sarebbe un dettaglio prezioso: mostrerebbe passo dopo passo come il cristianesimo si sia fatto strada in quest’angolo di deserto, da una stanza di casa a un edificio di culto costruito apposta. Ma i veri protagonisti sono circa 200 ostraca, frammenti di ceramica usati come “carta” per scrivere. Sopra, in copto e in greco, compaiono contratti di compravendita, lettere, appunti di vita quotidiana.

A completare il quadro, un bel gruppo di monete di bronzo ben conservate, con ritratti di imperatori bizantini, iscrizioni latine e simboli cristiani. Alcune monete d’oro riportano il nome di Costanzo II, imperatore dal 337 al 361 d.C.

Perché questa scoperta riscrive la storia

Per una volta non parliamo di un tempio spettacolare o di una tomba faraonica, ma di qualcosa di più raro e forse più prezioso: la vita di tutti i giorni. Le oasi del deserto occidentale, Dakhla in testa, erano nodi di una rete fatta di strade, campi coltivati, pozzi, tasse, commerci e scritture. Studi recenti su Dakhla e sulla vicina Kharga lo confermano da anni.

Non a caso Ain el-Sabil richiama da vicino un altro sito noto, Kellis, l’antica Ismant el-Kharab, dove case, templi, chiese e documenti hanno già raccontato il passaggio dai culti tradizionali al cristianesimo tra III e IV secolo. Ora Ain el-Sabil aggiunge un altro tassello a questa mappa, con la sua sequenza quasi “in diretta” tra casa-chiesa e basilica.

C’è però un invito alla cautela che vale la pena raccogliere: le monete aiutano a datare l’attività del sito, ma non ogni singolo muro o ogni fase costruttiva maservirà tempo, e altre pubblicazioni scientifiche, prima di ricostruire con precisione la cronologia completa.

Il Ministero parla di “città residenziale completa” di epoca bizantina. Forse la formula più giusta, per ora, è più prudente ma non meno affascinante: un insediamento tardo-romano o protobizantino sorprendentemente ben conservato, che restituisce all’Egitto, e a chi ama la storia, un pezzo autentico di vita vissuta nel cuore del deserto.

Insomma, l’Egitto continua a stupire: dopo ritrovamenti come quella di Alessandria che rivela l’antica vita urbana e addirittura il papiro dell’Iliade dà modo di aggiungere pagine alla storia che conosciamo con maggiori dettagli.

Tour del Marocco tra deserto, mare e montagne: il viaggio che attraversa secoli di storia e paesaggi unici

Sono molte le persone che tendono a pensare che il Marocco sia “soltanto” deserto e città imperiali. Ma questo Paese del Nord Africa ha, in realtà, l’innata capacità di sorprendere chiunque: possiede un carattere fuori dal comune. Colori intensi rivestono mura secolari, spezie profumate riempiono l’aria dei mercati, mosaici geometrici trasformano palazzi e fontane in autentiche opere d’arte. Pochi chilometri separano vette innevate da distese sabbiose (sì, incredibile ma vero), mentre antiche città imperiali custodiscono monumenti che raccontano oltre 1.200 anni di storia.

Ciò vuol dire che dedicarsi a un viaggio attraverso questo angolo di mondo equivale a poter godere di continui cambi di scenario (e sì, alcune volte pure di temperatura). Da queste parti, la vivacità delle medine lascia spazio al silenzio delle montagne, poi arrivano canyon emozionanti, villaggi fortificati costruiti in terra cruda e infine il Sahara, in grado di modificare la luce durante l’arco della giornata. Il tutto, il più delle volte, con il suono del muezzin che, dalle cime dei minareti slanciati, si diffonde per richiamare i fedeli alla preghiera: una colonna sonora costante che segna il passaggio del tempo dall’alba fino al sopraggiungere della notte africana.

Marrakech e la magia della Città Rossa

In diversi casi è la tappa iniziale e anche la prima in cui si lascia il cuore. Marrakech rappresenta una delle 4 città imperiali del Marocco e porta con orgoglio il soprannome di Città Rossa. Mura, bastioni e numerosi edifici mostrano infatti una caratteristica tonalità dovuta all’argilla utilizzata fin dall’XI secolo, periodo durante il quale gli Almoravidi fondarono la città.

Jemaa el-Fna costituisce il centro della vita cittadina. Fin dal Medioevo questa enorme piazza ha accolto carovane provenienti dal Sahara, commercianti arrivati dalle montagne dell’Atlante e artigiani specializzati nella lavorazione del rame, del cuoio, del legno e dei tessuti. Durante il tramonto l’atmosfera cambia lentamente: lanterne illuminate, profumo di carne alla brace, musica tradizionale e bancarelle trasformano lo spazio in uno spettacolo continuo.

Mete dove andare a marzo da soli
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Piazza Jamaa el Fna, Marrakech

La medina, inserita nel Patrimonio Mondiale UNESCO, conserva una struttura urbanistica rimasta sorprendentemente fedele all’impianto originario, con vicoli stretti che proteggono dal caldo estivo e conducono verso antichi caravanserragli. Da non perdere assolutamente è la Moschea della Koutoubia, con il suo minareto alto circa 77 metri che domina l’intero panorama urbano.

Le Montagne dell’Atlante tra vette, villaggi amazigh e panorami spettacolari

Lasciata Marrakech, l’orizzonte viene occupato dalla grande catena dell’Atlante, sistema montuoso che attraversa il Marocco per oltre 700 chilometri. Sì, avete letto bene: il Marocco è “pieno” di vette impervie. Tre sezioni principali caratterizzano questo territorio: Alto Atlante, Medio Atlante e Anti Atlante, che mostrano ambienti molto differenti, sia dal punto di vista climatico sia sotto l’aspetto geologico.

L’Alto Atlante ospita il Jbel Toubkal, montagna di 4.167 metri che rappresenta la cima più elevata dell’intero Nord Africa. Durante l’inverno abbondanti nevicate ricoprono le quote superiori, mentre primavera ed estate regalano vallate punteggiate da mandorli, noci, ciliegi e piccoli campi coltivati.

Il passo del Tizi n’Tichka raggiunge quota 2.260 metri e costituisce uno dei collegamenti stradali più spettacolari del Paese. Tornanti, pareti rocciose e vallate profonde accompagnano il viaggio tra panorami sempre diversi. Villaggi amazigh costruiti in pietra e terra seguono il profilo dei pendii, sfruttando terrazze agricole create nel corso dei secoli per coltivare cereali, ortaggi e alberi da frutto.

Ait Ben Haddou e Ouarzazate

Oltre il Tizi n’Tichka appare uno dei luoghi più iconici del Paese. Ait Ben Haddou domina la Valle dell’Ounila attraverso un insieme di edifici fortificati costruiti quasi interamente in terra cruda. Il termine ksar identifica proprio questo tipo di insediamento, formato da abitazioni addossate l’una all’altra e protette da una cinta muraria.

Torri angolari decorate con motivi geometrici, vicoli stretti e antichi granai narrano una lunga storia legata ai commerci transahariani. Pochi chilometri separano Ait Ben Haddou da Ouarzazate, città conosciuta con il soprannome di Porta del Deserto. La posizione strategica lungo le antiche rotte commerciali ha favorito per secoli il passaggio di mercanti, pellegrini e carovane dirette verso il Sahara.

La Kasbah di Taourirt costituisce il principale monumento cittadino. Appartenuta alla potente famiglia Glaoui, mostra una successione di cortili, saloni decorati e torri merlate che testimoniano il prestigio raggiunto dai governatori locali tra XIX e XX secolo.

Ouarzazate
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La splendida Ouarzazate, in Marocco

Le Gole del Todra tra pareti di roccia e palmeti rigogliosi

Il percorso verso est conduce alle Gole del Todra, uno dei canyon più spettacolari del Paese. Migliaia di anni di erosione provocata dal fiume hanno scolpito pareti calcaree alte fino a circa 300 metri. In alcuni punti la distanza tra le due pareti si riduce fino a poche decine di metri, mentre alla base prosperano palmeti e piccoli appezzamenti agricoli alimentati dal corso d’acqua.

Datteri, mandorli, ulivi e ortaggi crescono grazie a un sistema di canali utilizzato fin dall’antichità. Piccoli villaggi in terra cruda completano il paesaggio, regalando un forte contrasto tra la vegetazione e la roccia modellata dal tempo.

Merzouga e il Sahara

Riprendere il proprio tour dalle Gole del Todra vuol dire rendersi conto che il paesaggio cambia di nuovo: perde gradualmente la vegetazione più fitta e si apre verso distese sempre più aride. Merzouga rappresenta uno dei principali punti di accesso all’Erg Chebbi, uno dei 2 grandi erg del Marocco, ovvero una vasta area formata da dune modellate dal vento nel corso di migliaia di anni.

Alcune dune raggiungono circa 150 metri di altezza e assumono tonalità differenti durante l’arco della giornata. Alba e tramonto regalano sfumature che passano dal rosa tenue all’arancione intenso, fino a un caldo colore ambrato. Attorno sorgono piccoli villaggi abitati in prevalenza da comunità amazigh, custodi di tradizioni tramandate nel tempo attraverso musica, artigianato e gastronomia.

Deserto del Sahara
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Deserto del Sahara. Dune di Merzouga, Marocco

La Foresta dei Cedri di Azrou, tra alberi secolari e macachi di Barberia

Incredibile ma vero, l’itinerario cambia nuovamente volto entrando nel Medio Atlante. Da queste parti colline verdi, sorgenti e boschi sostituiscono gradualmente gli scenari desertici, regalando uno dei contrasti più sorprendenti dell’intero viaggio. La Foresta dei Cedri di Azrou custodisce alcuni tra i più antichi cedri dell’Atlante presenti nel Paese. Molti esemplari superano diversi secoli di vita e raggiungono dimensioni imponenti.

Tra gli alberi vive il macaco di Barberia, unico primate selvatico dell’Africa settentrionale. Questa specie popola il Medio Atlante da migliaia di anni e rappresenta uno degli animali simbolo della regione. La foresta ospita anche cinghiali, volpi, rapaci e numerose specie di uccelli.

Fes tra antiche università, concerie e vicoli medievali

Poi c’è Fes, città che racchiude una delle pagine più importanti della storia marocchina e la cui medina (Fès el-Bali) appartiene al Patrimonio Mondiale UNESCO: è uno dei complessi urbani medievali meglio conservati al mondo. Migliaia di vicoli si intrecciano tra moschee, fondachi, laboratori artigiani e abitazioni storiche.

Uno dei luoghi più prestigiosi della città è l’Università al-Qarawiyyin, fondata nell’859 da Fatima al-Fihri, che nel corso dei secoli accolse filosofi, matematici, astronomi e giuristi provenienti da vaste aree del mondo islamico. Grande fascino appartiene anche alle Concerie Chouara, dove decine di vasche circolari riempite con pigmenti naturali ospitano ancora oggi le diverse fasi della lavorazione delle pelli secondo tecniche antichissime.

Chefchaouen, la Perla Blu ai piedi del Rif

Tra le mete più affascinanti del nord del Marocco c’è Chefchaouen, conosciuta in tutto il mondo con il soprannome di Perla Blu oppure Città Blu. Fondata nel 1471 ai piedi delle montagne del Rif, conserva una delle medine più caratteristiche dell’intero Paese. Qui abitazioni, vicoli, scale e portoni presentano infinite sfumature di azzurro.

Piazza Outa el Hammam è il principale punto di ritrovo cittadino, poiché puntellata di caffè, ristoranti e la kasbah, fortezza costruita nel XV secolo con mura color ocra che contrastano elegantemente con le tonalità azzurre della medina.

Chefchaouen
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Il blu di Chefchaouen

Meknes e Volubilis

Meknes appartiene al gruppo delle 4 città imperiali del Marocco. Il suo periodo di massimo splendore coincise con il regno del sultano Moulay Ismail, che tra XVII e XVIII secolo trasformò la città in una capitale monumentale.

Bab Mansour rappresenta uno dei portali più spettacolari del Paese per via del marmo, della pietra scolpita e dello zellige che decorano una struttura monumentale considerata uno dei massimi esempi dell’architettura marocchina. Pochi chilometri separano Meknes da Volubilis, il più importante sito archeologico romano del Marocco.

Rabat e Casablanca

Rabat rappresenta la capitale del Marocco fin dal 1912. Affacciata sull’Oceano Atlantico, unisce monumenti storici, ampi viali alberati e quartieri moderni. La Torre Hassan costituisce ciò che rimane di un immenso minareto iniziato nel XII secolo per volontà del califfo almohade Yaqub al-Mansur. Accanto sorgono il Mausoleo di Mohammed V e la Moschea incompiuta, uno degli spazi monumentali più significativi del Paese. La Kasbah degli Oudaya domina invece la foce del fiume Bou Regreg.

Infine Casablanca, città che mostra il volto più moderno del Marocco: quartieri direzionali, edifici in stile Art Déco, grandi boulevard e lungomare raccontano una località proiettata verso il futuro.

Casablanca, Marocco
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La bellissima città di Casablanca

Come spostarsi

Un’auto a noleggio offre la soluzione più pratica per un itinerario così ricco di tappe. La rete stradale principale presenta condizioni generalmente buone e collega agevolmente città imperiali, montagne e regioni desertiche. Alcuni tratti dell’Alto Atlante richiedono maggiore prudenza a causa dei numerosi tornanti e delle differenze di quota.

Quando andare

La Primavera, tra marzo e maggio, è il periodo migliore: le temperature sono piacevoli sia nelle città sia lungo gli itinerari montani e desertici. Anche l’autunno, tra settembre e novembre, garantisce condizioni climatiche altrettanto favorevoli, ottime per lunghi spostamenti.

Vale la pena farci un viaggio?

Un tour del Marocco racchiude una straordinaria varietà di ambienti, culture e testimonianze storiche. Nel giro di pochi giorni si passa dalle medine medievali alle montagne più alte del Nord Africa, dalle kasbah costruite in terra cruda alle dune del Sahara, fino ai boschi del Medio Atlante e ai quartieri eleganti affacciati sull’Atlantico.

Quindi sì, vale assolutamente la pena perché sono pochi i Paesi che riescono a unire con tale naturalezza città imperiali, siti archeologici romani, villaggi amazigh, canyon spettacolari, foreste secolari e paesaggi desertici: è come fare più viaggi in uno.

The Boroughs, le location della nuova serie dei fratelli Duffer svelano il profondo sud americano

I fratelli Duffer lasciano perdere Anni Ottanta e ragazzini e tornano su Netflix, dal 21 maggio 2026, con una serie in otto episodi in cui i protagonisti sono uno scalmanato – e decisamente contemporaneo – gruppo di pensionati. Andiamo insieme alla scoperta delle location di The Boroughs – Ribelli senza tempo.

Di che cosa parla

The Boroughs è un villaggio per anziani nel deserto del New Messico dove i pensionati vivono una quotidianità vivace fatta di partite a golf, festini sfarzosi, marijuana fumata in compagna per rilassarsi. Sam Cooper (Alfred Molina), che è stato condotto lì dalla figlia dopo la morte della moglie, stenta ad adattarsi allo spirito del villaggio e presto, anzi, scopre che qualcosa di misterioso si aggira tra i vialetti curati e le ville in stile new century di The Boroughs per ucciderne i residenti. Inizialmente bollato da chi non gli crede come soltanto «un vecchio confuso», mette in piedi un variegato ed estroso gruppo di pensionati che indaga sul mistero e prova a riportare pace e tranquillità a The Boroughs, mentre scopre l’importanza dell’amicizia anche in tarda età.

Il 21 maggio arriva su Netflix "The Boroughs - Ribelli senza tempo"
Ufficio stampa Netflix
Una scena di “The Boroughs – Ribelli senza tempo”

Dov’è stata girata la serie

La nuova serie dei creator di Stranger Things è stata girata principalmente nel New Messico: scelta che ha consentito di riprodurre fedelmente sullo schermo paesaggi e atmosfere di un’immaginaria enclave per anziani nel bel mezzo del deserto.

Albuquerque

Tra le location di The Boroughs c’è Albuquerque: una delle città più grandi del Nuovo Messico, famosa per come sa tenere insieme sia nelle architetture e sia nello stile di vita modernità occidentale e un certo spirito latino. Questo mix peculiare ha fatto sì che negli anni Albuquerque venisse scelta da numerose produzioni internazionali: da quella di Pluribus a quella di Breaking Bad e Better Call Saul passando per quella del film Eddington, solo per citare le più famose e recenti.

Gli stessi fratelli Duffer avevano già scelto il capoluogo della Bernalillo County per la quinta stagione di Stranger Things.

Ad Albuquerque merita senza dubbio una visita l’Old Town dov’è possibile ammirare i tradizionali edifici costruiti in adobe, una speciale mistura di sabbia, fango e paglia: il più famoso è la Chiesa di San Felipe de Neri. La parte vecchia della città è nota, però, anche per i tanti locali dove turisti e gente del posto si fermano a ballare musiche latine fino a tardi.

Tra i luoghi dov'è stata girata "The Boroughs" c'è Albuquerque
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La pittoresca Old Town di Albuquerque

Nella parte nuova di Albuquerque da non perdere sono il Kimo Theatre con il suo particolare stile architettonico detto “Pueblo Deco” e i quattro ettari di zoo cittadino.

Le location di "The Boroughs" ad Albuquerque (New Messico)
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L’inconfondibile Kimo Theatre di Albuquerque

Chi stia cercando qualcosa di più esperienziale e indimenticabile non può perdersi la Balloon Fiesta, la più grande manifestazione mondiale dedicata alle mongolfiere che si tiene ogni anno a ottobre, o una visita al poco distante Parco Nazionale del Rio Grande. Per gli amanti dei viaggi on the road da sapere è che da Albuquerque passa anche la Route 66.

Albuquerque è una delle principali location della serie "The Boroughs"
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L’emozionante Festival delle mongolfiere di Albuquerque

Santa Fe

Tra i luoghi dov’è stata girata The Boroughs c’è anche Santa Fe. Anche la parte vecchia della capitale del New Messico si distingue per gli edifici in stile coloniale e le tradizionali costruzioni in adobe. Se ne ha un ottimo assaggio a Santa Fe Plaza: il cuore della Old Town, frequentata a ogni ora da un gran numero di turisti e locali, dove i più golosi possono fermarsi per provare specialità del posto come le fajitas vendute nei tanti chioschetti e da vari venditori ambulanti.

C'è anche Santa Fe tra le location della nuova serie dei fratelli Duffer
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La storica piazza di Santa Fe

A Santa Fe un diffuso sentimento religioso si manifesta nel gran numero di chiese, edifici religiosi e cappelle votive sparsi per la città come la Basilica di San Francesco d’Assisi in stile neoromanico, la cappella di San Miguel che sarebbe la chiesa più antica degli Stati Uniti o il Santuario della Vergine di Guadalupe, qui molto venerata. Nella Cappella di Loreto, sotto lo sguardo di centinaia di fedeli, si compie ogni giorno il prodigio di una scala a spirale che da fine ottocento si terrebbe in piedi senza chiodi o altri sostegni.

"The Boroughs": dov'è stata girata a Santa Fe
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La prodigiosa scala della Cappella di Loreto

Poco fuori dal centro cittadino salendo sulla Canyon Road, una strada molto cara agli artisti per la presenza di botteghe e gallerie, si giunge a un punto panoramico, segnalato da una grossa croce bianca che commemora i religiosi morti durante le ribellioni di fine Seicento, da cui è possibile si ammirare tutta la città.

Santa Fe è tra le location di "The Boroughs - Ribelli senza tempo"
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La straordinaria vista su Santa Fe

Eccezionale fioritura nella Death Valley: non succedeva da dieci anni

La Death Valley, in California, conosciuta come uno dei luoghi più aridi e caldi del Nord America, mostra quest’anno un lato sorprendentemente colorato. Dopo un decennio di silenzio floreale, il deserto è tornato a fiorire grazie a un 2025 insolitamente piovoso.

Le distese salate, le dune e i canyon che normalmente sembrano privi di vita si sono trasformate in un paesaggio vibrante e affascinante che ha attirato visitatori e numerosi insetti impollinatori del deserto.

L’evento, definito dal National Park Service come la migliore fioritura dal 2016, offre uno spettacolo unico che pochi si aspettano di trovare in un territorio così estremo.

Il fascino eterno del Monastero di Santa Caterina del Sinai, un viaggio alla radici del tempo

Il silenzio del deserto possiede una frequenza specifica, quella del vento che solleva granelli di sabbia dorata mentre il sole emerge dalle creste rocciose. E in particolare questo si avverte nella Penisola del Sinai, un triangolo di terra arida che congiunge Africa e Asia, circondata da un mare di roccia magmatica dalle sfumature ocra e violacee. Proprio qui, tra montagne severe, appare all’improvviso il Monastero di Santa Caterina, in quello che è uno spazio che risulta piuttosto distante dall’idea classica d’Egitto fatta di fiumi e templi monumentali.

Ci troviamo ai piedi del Monte Sinai, la montagna sacra che la tradizione indica quale luogo della consegna dei Dieci Comandamenti, un posto che rappresenta un crocevia di fedi, con radici che affondano in tradizioni ebraiche, cristiane e islamiche: vi sono custodite reliquie che legano il passato al presente.

Micerino, nuove cavità scoperte nella piramide più misteriosa di Giza

Visitare Giza è una di quelle esperienze che restano cucite addosso, come il vento caldo del deserto che accarezza i capelli mentre ci si avvicina alle tre piramidi più celebri del pianeta. Ogni volta che ci si trova davanti è come sostare in un luogo sospeso nel tempo, dove ogni granello di sabbia racconta la storia di un popolo che ha costruito monumenti capaci di sfidare i millenni molto meglio di qualsiasi tecnologia moderna. 

Stavolta proprio qui, nella piramide “minore” del trio, quella di Micerino, arriva una scoperta che profuma di avventura da videogame, di porte nascoste e di misteri ancora vivi dopo oltre quattro millenni: due cavità nascoste sotto la sua facciata orientale, un indizio che suggerisce l’esistenza di un possibile ingresso segreto rimasto invisibile per millenni. Un colpo di scena che accende l’immaginazione di chi ama il viaggio come possibilità di entrare appieno dentro le storie, senza starsene a guardarle da lontano.

Le nuove cavità scoperte nella Piramide di Micerino

Le ultime scansioni condotte nell’ambito del progetto internazionale ScanPyramids hanno rivelato la presenza di due cavità interne sotto la facciata orientale della piramide di Micerino. È un dettaglio meno tecnico di quanto sembri, perché proprio su quel lato gli studiosi sospettano da tempo la presenza di un ingresso alternativo, quasi una porta dimenticata dal tempo. 

Le cavità scoperte, descritte come “anomalie strutturali” dai ricercatori dell’Università del Cairo, dell’Università Tecnica di Monaco e dell’Istituto per l’Innovazione e la Conservazione del Patrimonio in Francia, si trovano immediatamente dietro un gruppo di blocchi di granito insolitamente levigati ed è qui che la storia si fa interessante: quella particolare finitura è presente quasi esclusivamente nell’area dell’ingresso ufficiale sul lato nord.

Le tecniche utilizzate per la scoperta sembrano uscite da un romanzo di fantascienza: georadar, ultrasuoni e tomografia di resistività elettrica, tutte modalità di indagine non invasive che permettono di vedere oltre la superficie senza muovere nemmeno un granello di sabbia. Come se si potesse fare un’ecografia al cuore di un monumento. Le nuove scansioni hanno evidenziato la presenza di due cavità piene d’aria poste rispettivamente a circa 1,4 e 1,13 metri dietro la facciata. La loro configurazione è abbastanza piccola da non far pensare a camere interne, ma abbastanza regolare da suggerire una funzione precisa, magari proprio quella di schermare o proteggere un varco oggi coperto. 

L’ipotesi non è nuova: già nel 2019 il ricercatore Stijn van den Hoven aveva suggerito la possibilità di un secondo ingresso proprio su quel lato. Ora però c’è un indizio concreto che riporta Micerino sotto i riflettori.

Perché questa scoperta può cambiare il modo di visitare Giza

Per chi ama viaggiare, questa notizia non è solo un aggiornamento accademico. Immaginare un futuro in cui queste scoperte porteranno a nuovi percorsi di visita è inevitabile. Non succederà subito, ma ogni nuovo dettaglio rende l’idea più concreta. Per ora sappiamo solo che il lato orientale non è così “muto” come credevamo e questo, per chi sogna viaggi che non sono solo cartoline ma immersioni totali nel passato e nell’antico Egitto, è una promessa di quelle che fanno venire voglia di tornare nel Paese anche domani. Giza continua a cambiare forma dentro la nostra immaginazione, e proprio per questo resta una delle mete più magnetiche del pianeta: più la studi, più ti accorgi che non hai ancora visto abbastanza.

Dream of the Desert, itinerari e prezzi del lussuoso treno del deserto

L’annuncio dell’apertura ufficiale delle pre-reservation per “Dream of the Desert” segna un momento chiave per l’evoluzione del turismo di lusso in Arabia Saudita. Arsenale S.p.A., azienda italiana specializzata nella creazione di esperienze ferroviarie di alta gamma, presenta al pubblico internazionale il suo primo progetto extra-europeo completamente realizzato in Italia, destinato a rivoluzionare il concetto di viaggio su rotaia nell’intero Golfo.

A partire dalla fine del 2026, il treno ultra-lusso attraverserà il cuore della penisola arabica, per offrire ai passeggeri un itinerario immersivo tra paesaggi desertici, siti archeologici millenari e ospitalità d’élite.

La collaborazione tra Italia e Arabia Saudita

La presentazione ufficiale è avvenuta durante Tourise, appuntamento internazionale dedicato al turismo di alta gamma, dove Arsenale ha siglato due accordi fondamentali con la Saudi Tourism Authority e il Tourism Development Fund.

Si tratta di un doppio Memorandum of Understanding che consolida l’alleanza tra il know-how italiano e la visione strategica saudita, e pone le basi per un progetto sostenuto sia in termini di finanziamento sia di promozione globale.

L’obiettivo condiviso è quello di dare vita a un nuovo modello di turismo esperienziale che unisca lusso, cultura e sostenibilità, contribuendo al percorso di trasformazione del Regno avviato con la Vision 2030.

Un treno Made in Italy pensato per il deserto saudita

L'elegante interno del treno Dream of the Desert
Credits Stephan Juillard Ufficio Stampa
L’elegante interno del treno Dream of the Desert

Il valore simbolico e culturale del progetto si riflette nella sua intera realizzazione, affidata a maestranze italiane negli hub di Brindisi e Bergamo.

Le quattordici carrozze compongono un ambiente che fonde precisione tecnologica, comfort contemporaneo e estetica ricercata, dando vita a 31 suite e due suite Reali per un totale di 66 ospiti. Gli interni, progettati dall’architetta Aline Asmar d’Amman e dal suo studio Culture in Architecture, reinterpretano il design italiano con riferimenti all’ospitalità saudita, in un dialogo costante tra due mondi culturali. Ogni vagone diventa così una galleria viaggiante, dove materiali, decorazioni e geometrie rimandano alle tradizioni del Regno e alle linee pulite del lusso italiano.

Cinque itinerari per scoprire il Regno

La proposta di viaggio è articolata in cinque itinerari tematici che permettono di esplorare altrettante sfaccettature del paesaggio saudita e della sua identità culturale.

Il percorso “The Northern Sands” accompagna i passeggeri per tre giorni da Riyadh ad Al Jouf, tra antiche fortezze e formazioni rocciose ricoperte di incisioni preistoriche, fino a una notte immersiva tra le dune sotto un cielo stellato; “A Taste of AlUla” mette invece in dialogo la modernità della capitale con il patrimonio millenario della regione di AlUla, proponendo un viaggio che culmina in esperienze su misura ideate in collaborazione con AlUla Destination. “Whispers of Jubbah” concentra in due giorni il sito archeologico di Jubbah e la visita di Diriyah, culla storica della nazione.

Dream of the Desert propone anche occasioni pensate per momenti dell’anno significativi: con “Ramadan Nights”, l’esperienza di bordo si trasforma in un momento di raccoglimento e convivialità raffinata, con iftar e suhoor serviti nel silenzio del deserto e una sessione di osservazione delle stelle dopo il pasto serale. Durante l’estate, l’itinerario “Summer Mirage” disegna un breve percorso da e per Riyadh che valorizza il fascino delle atmosfere desertiche nei mesi più caldi, con eventi dedicati, cucina gourmet e un’accoglienza concepita per garantire massimo comfort.

Un lussuoso viaggio di 1.300 chilometri

L'elegante interno del treno Dream of the Desert
Credits Stephan Juillard Ufficio Stampa
Sontuoso salotto del treno Dream of the Desert

Il progetto nasce anche da una solida partnership con Saudi Arabia Railways e coinvolge il Ministero della Cultura, la Saudi Tourism Authority e altre istituzioni nazionali.

L’obiettivo è integrare in ogni dettaglio il patrimonio culturale saudita, e trasformare il tragitto ferroviario in una narrazione itinerante lunga circa 1.300 chilometri. Come ha dichiarato Paolo Barletta, CEO di Arsenale, il treno rappresenta un ponte tra Italia e Arabia Saudita basato su innovazione, artigianalità e valorizzazione del territorio. È un’iniziativa che intende aprire la strada a nuovi progetti condivisi e consolidare la presenza italiana nella mobilità di lusso del futuro.

Pre-reservation, prezzi e modalità di partecipazione

Per accedere alla fase di pre-reservation, già attiva, è sufficiente collegarsi al sito ufficiale e versare un deposito di 3.000 SAR, che garantisce una priorità assoluta nel momento dell’apertura delle prenotazioni definitive. L’importo sarà poi scalato dal prezzo finale del viaggio e consentirà ai partecipanti di ricevere un invito all’esclusivo evento inaugurale che si terrà in Arabia Saudita.

I biglietti partiranno da 30.000 SAR (pari a 6.900 euro) per cabina a notte, con tariffe variabili in base alla durata dell’itinerario e alla data di partenza. Un costo che posiziona “Dream of the Desert” tra le esperienze ferroviarie di lusso più esclusive al mondo, pensata per un pubblico internazionale alla ricerca di un viaggio spettacolare e legato alla scoperta delle terre ancora poco esplorate del Regno.

Diventare “scienziati” nel cuore della natura: la nuova tendenza di viaggio 2026

Nel 2026 il turismo si tinge di curiosità scientifica. Sempre più viaggiatori scelgono esperienze che uniscono avventura e ricerca, scoprendo il mondo non solo come visitatori, ma anche come protagonisti attivi nella tutela dell’ambiente. È il Citizen Science Tourism, o turismo scientifico partecipativo, un trend in crescita che trasforma il viaggio in una missione collettiva: raccogliere dati, osservare specie, monitorare ecosistemi.

Il viaggio del futuro sarà sempre più consapevole. Dalle barriere coralline alle foreste tropicali, fino alle stelle sopra i deserti, ogni destinazione può diventare un laboratorio a cielo aperto. Ecco alcune esperienze speciali che si possono vivere nel mondo.

Monitorare le barriere coralline

Nel cuore dei mari tropicali, sub e snorkeler possono unirsi a programmi di ricerca che coinvolgono volontari nel monitoraggio dello stato delle barriere coralline. I partecipanti imparano a osservarne lo stato di salute, a identificare specie chiave e a registrare i dati utili alla conservazione marina globale.

Dalle acque dell’Australia a quelle del Belize, fino alle Filippine, il viaggio diventa un’occasione per “fare la differenza” sotto la superficie dell’oceano. Ogni osservazione contribuisce a una banca dati internazionale, trasformando la passione per il mare in un gesto concreto per il pianeta.

Belize con la sua bellissima barriera corallina
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Belize con la sua incredibile barriera corallina

Alla ricerca della biodiversità nelle foreste

Le foreste tropicali e temperate si trasformano in aule naturali per i nuovi “eco-esploratori”. In Costa Rica, Borneo o Madagascar, i progetti di citizen science invitano i viaggiatori a documentare piante, insetti e uccelli rari, lavorando insieme ai ricercatori locali.

Queste iniziative promuovono un turismo etico e responsabile, in cui ogni dato raccolto contribuisce alla protezione di ecosistemi fragili. La scienza incontra così il viaggio lento, dove si osserva, si ascolta e si apprende dal ritmo della natura.

Citizen Science Tourism 2026: il nuovo trend
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Nella foresta a Bandung, Indonesia

Osservatori nei parchi nazionali

Negli Stati Uniti, il Glacier National Park è un esempio di come il turismo scientifico possa supportare la conservazione. I visitatori partecipano a programmi di monitoraggio delle capre montane, dei rapaci e delle specie a rischio.

In Europa, iniziative simili nei parchi alpini e pirenaici coinvolgono escursionisti nella raccolta di dati su flora e fauna. Queste esperienze uniscono avventura e ricerca, offrendo la possibilità di contribuire attivamente alla gestione dei parchi naturali.

L’astroturismo scientifico tra le stelle

Per chi ama guardare il cielo, l’astroturismo offre una dimensione unica del citizen science tourism. In regioni certificate come “dark sky destinations” i viaggiatori possono partecipare a progetti che uniscono osservazioni astronomiche e tecnologia digitale.

Con telescopi intelligenti e app di rilevamento, si contribuisce a mappare costellazioni e fenomeni celesti, trasformando la passione per l’astronomia in un’esperienza collettiva e immersiva.

Nuova tendenza di viaggio per il 2026
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La via lattea in Cina

Combattere l’inquinamento luminoso

Un’altra forma di citizen science in viaggio è quella che invita cittadini e turisti a misurare la luminosità del cielo notturno. Basta confrontare le stelle visibili con modelli forniti via app per raccogliere dati sull’inquinamento luminoso.

È un’attività ideale durante soggiorni in borghi rurali o riserve naturali, dove il cielo torna protagonista. Anche senza strumenti avanzati, si diventa custodi della notte, contribuendo alla tutela di un bene prezioso per tutti: il buio naturale.

Nel deserto del Sinai riemerge un’imponente fortezza faraonica, sulle tracce del Nuovo Regno

Un’importante scoperta riscrive la storia: un gruppo di archeologi ha riportato alla luce una fortezza del Nuovo Regno, la più grande di sempre. Nei pressi di Sheikh Zuweid è stato individuato a Tell El-Kharouba l’importante ritrovamento.

Siamo non molto distanti da dove giace l’antica via di Horus, la rotta conosciuta per collegare l’Egitto alla Siria e alla Mesopotamia. L’autostrada nel deserto è stata percorsa da eserciti, re e carovane e oggi torna a far parlare di sé con un nuovo tassello.

Scoperta la grande fortezza di Tell El-Kharouba

Il Ministero Egiziano del Turismo e delle Antichità ha rivelato che la fortezza scoperta risale al Nuovo Regno, tra il 1550 e il 1070 a.C., uno dei periodi d’oro dell’antico Egitto, quando i faraoni facevano sentire il loro potere fino al Levante. E indovinate un po’? A Tell El-Kharouba è riemerso un forte gigante di oltre 8.000 metri quadrati. Una vera e propria fortezza da record, tra le più imponenti mai trovate ai confini dell’Egitto.

Quanto è straordinaria la scoperta? La fortezza supera di tre volte la grandezza di quella trovata nello stesso luogo negli anni ’80. Basti pensare che il muro meridionale rinvenuto misura 105 metri di lunghezza e 2,5 metri di spessore. Sono presenti ben 11 torri e un ingresso di 2,2 metri. Una vera e propria macchina da guerra studiata per resistere agli assalti e a chiunque osasse sfidarla.

All’interno, gli studiosi hanno ritrovato un muro di 75 metri: il suo scopo era quello di dividere la struttura in due sezioni, una operativa e una residenziale. Grazie agli scavi sono poi emersi ambienti destinati ai soldati: a testimoniarlo sono i resti di forni per il pane, vasi di stoccaggio e tracce di impasto pietrificato.

Il colpo di scena è arrivato quando scavando una delle torri è stata trovata una deposizione di fondazione della XVIII dinastia. Il vaso inciso con cartiglio di Thutmose I richiama il periodo di massima espansione dell’Egitto sotto la guida del faraone guerriero. Un dettaglio preziosissimo per le pagine di storia, che conferma la funzione strategica di questa fortezza nel periodo di grande ambizione militare.

L’importanza della scoperta

Gli studi iniziali hanno mostrato le diverse fasi di ampliamento e restauro della fortezza che è cambiata nel tempo. Il portale a sud è stato modificato più volte, riflettendo le esigenze militari che mutavano nel tempo. Gli esperti svelano che proprio queste ricostruzioni hanno raccontato molto delle politiche difensive dell’antico Egitto.

Il team di professionisti ha spiegato che Tell El-Kharouba apparteneva a una rete di fortificazioni estesa lungo tutto il Nord del Sinai, affiancandosi a siti quali Tell Habwa, Tower Hill e White Hill. Insieme formavano una vera e propria catena di controllo, una sorta di “muraglia del deserto” per monitorare i movimenti che provenivano da oriente e proteggere così le rotte commerciali.

Gli archeologi prevedono di proseguire gli scavi per portare alla luce le sezioni ancora sepolte della fortezza e, soprattutto, per esplorare un porto militare vicino che, secondo le prime ipotesi, riforniva la fortezza con uomini, armi e provviste contribuendo alla grandezza dell’impero.

Il ritorno del Lézard Rouge: il treno storico da Métlaoui a Tozeur riapre dopo anni

C’era una volta un treno che sembrava uscito da un romanzo d’avventura. Non percorreva le rotaie europee di Parigi o Londra ma aveva vagoni rossi riconoscibili che attraversavano la Tunisia. Oggi il mitico Lézard Rouge torna a vivere e insieme a lui riprende la linea ferroviaria Métlaoui–Tozeur, una tratta che sembrava destinata a rimanere solo nei ricordi dei più nostalgici.

Dopo anni di silenzio, la Tunisia rimette sui binari il treno storico che collega Métlaoui a Tozeur attraverso le gole del Selia e le oasi infinite del Djerid.

Il ritorno del treno storico Lézard Rouge

Il Lézard Rouge è un pezzo di storia che sembra respirare ancora l’aria luxury della Belle Époque. Nato nel 1910 nei laboratori belgi di Louvain e rifinito con maestria francese, fu il “giocattolo” ferroviario più esclusivo del bey di Tunisi e della sua corte. I suoi interni erano un tripudio di legni intarsiati, velluti granata, luci calde e rifiniture in ottone che avrebbero fatto invidia all’Orient Express.

Un tempo l’esperienza era riservata a pochi privilegiati: stranieri appartenenti a una strettissima élite e sovrani che percorrevano un viaggio attraverso sabbia e canyon vivendo una vera e propria favola.

Poi, come spesso accade, la modernità, i voli e le automobili hanno portato ad un allontanamento del progetto mettendo il Lézard Rouge in un angolo seppur la sua fama è rimasta immutata. Nel 1974, però, nonostante sembrasse destinato all’oblio, il mezzo è stato riutilizzato e nonostante pause e stop è arrivato fino ad oggi permettendo di salire a bordo e viaggiarci.

Nel mese di maggio, in occasione delle Giornate del Turismo e dell’Artigianato di Gafsa, si è celebrata ufficialmente la nuova partenza del Lézard Rouge.

Quanto dura il viaggio e quali sono le città collegate

La linea Métlaoui–Tozeur, lunga 43 chilometri, è un filo narrativo che lega comunità, paesaggi e memoria. Nata per trasportare fosfati, oggi porta viaggiatori assetati di emozioni. E non c’è da stupirsi: il percorso è un susseguirsi di gallerie scavate nella roccia, ponti sospesi, gole ocra che sembrano set cinematografici naturali.

Il viaggio dura un’ora e tre quarti, ma il tempo lì dentro si dilata. Si ha la sensazione di essere entrati in una cartolina che prende vita: da un lato il deserto che si apre in orizzonti infiniti, dall’altro le gole che stringono il convoglio come in un abbraccio minerale.

Non poteva mancare il cinema a farsi conquistare da tanta bellezza. Le gole del Selja e i dintorni di Tozeur sono finite nei fotogrammi di film celebri: da Indiana Jones e l’ultima crociata fino a Il paziente inglese, senza dimenticare le oasi di Chebika e Tamerza che sembrano inventate da un regista visionario. E ora che i binari sono stati riaperti, si scommette su un nuovo afflusso di viaggiatori, registi e curiosi pronti a inseguire la magia.

Mentre il turismo veloce e low cost sembra vincere, il treno storico che collega Métlaoui a Tozeur torna attivo simbolo di un turismo lento e d’altri tempi dove nessuna tecnologia come il wi-fi è stata implementata a bordo. Il ritorno è un segnale importante che la Tunisia sta scegliendo di muoversi verso la sostenibilità e la tutela di tesori storici preziosi come questo.

Lake Powell, il labirinto d’acqua scolpito nel deserto

Lake Powell è uno di quei luoghi che incarnano alla perfezione l’immaginario del viaggio da sogno negli Stati Uniti. Incorniciato da canyon di arenaria rossa e cieli infiniti, questo bacino artificiale nato dall’incontro tra ingegneria e natura è il secondo più grande del Paese: si estende per quasi 300 chilometri tra Utah e Arizona, regalando panorami mozzafiato e infinite possibilità di avventura.

Che arriviate da Kanab, dopo esservi immersi nelle meraviglie di Bryce Canyon o Zion, o che facciate tappa a Page, cuore pulsante della zona, Lake Powell saprà conquistarvi con la sua atmosfera sospesa tra deserto e acqua, diventando il punto di partenza ideale per esplorazioni indimenticabili.

Perché il Lake Powell è un posto incredibile

Per capire perché il Lake Powell rappresenta uno dei posti più incredibili degli Stati Uniti d’America, dovete immaginare un lago che si estende per oltre 300 chilometri e che nasconde quasi duemila miglia di costa, più del doppio di quella californiana. Il Lake Powell è un bacino capace di contenere fino a 27 milioni di acri-piede d’acqua, profondo 170 metri alla diga, tanto da poter coprire l’intero stato dell’Ohio con un metro d’acqua!

Ci sono voluti ben 17 anni, dal 1963 al 1980, perché il fiume Colorado lo riempisse completamente, dando vita a un paesaggio unico, fatto di canyon scolpiti nell’arenaria rossa, calette nascoste e 96 grandi gole laterali da esplorare. È un vero paradiso per chi ama la natura e l’avventura: dalle escursioni in kayak lungo le sue insenature ai tour in houseboat, dalla pesca al paddleboarding, senza dimenticare la fotografia, che qui trova scenari da cartolina a ogni curva.

Un labirinto d’acqua nel deserto

Oltre a essere un enorme bacino artificiale, importante per le comunità locali, il Lake Powell è anche un paesaggio quasi surreale. Qui, l’acqua si insinua tra le pareti di arenaria rossa creando un intricato labirinto di canyon sommersi, grotte naturali e calette nascoste. La geologia del Glen Canyon, scolpita nei secoli dal vento e dal fiume Colorado, regala scenari che sembrano appartenere a un altro pianeta.

Navigare tra queste gole strette e sinuose significa entrare in un mosaico di contrasti, dove il blu intenso del lago incontra il rosso infuocato della roccia, con riflessi che cambiano a ogni ora del giorno.

Dove si trova e come arrivare al Lake Powell

Situato nel cuore della Glen Canyon National Recreation Area, il Lake Powell si estende tra l’Arizona settentrionale e lo Utah meridionale. Chi desidera arrivarci, deve tenere come punto di riferimento la cittadina di Page, in Arizona, facilmente raggiungibile in auto.

Da Las Vegas ci vogliono circa 4 ore e mezza di viaggio, mentre da Phoenix o da Salt Lake City il tragitto dura intorno alle 5-6 ore. Molti viaggiatori arrivano qui dopo aver visitato i parchi nazionali vicini, come Zion e Bryce Canyon nello Utah o il Grand Canyon in Arizona. Proprio per questa posizione strategica, Lake Powell diventa una tappa ideale da inserire in un road trip nel Southwest americano.

La Porta dell’Inferno in Turkmenistan verrà chiusa: perché

Nel cuore del deserto del Karakum, in Turkmenistan, un bagliore arancione ha illuminato per oltre mezzo secolo le notti silenziose di una delle aree più inospitali del pianeta: conosciuto come “Porta dell’Inferno”, il cratere di Darvaza ha bruciato ininterrottamente per 54 anni, alimentato da enormi quantità di gas naturale fuoriuscite dal sottosuolo.

Oggi, però, la sua storia sembra avviarsi verso la conclusione: il governo turkmeno ha avviato operazioni su larga scala per ridurne progressivamente le fiamme, con l’obiettivo di spegnerle del tutto.

Un incendio nato per caso e durato decenni

La nascita del cratere risale al 1971, quando il Turkmenistan era ancora una repubblica dell’Unione Sovietica. Durante una perforazione esplorativa alla ricerca di petrolio, una squadra di geologi si imbatté in una grande camera sotterranea ricca di gas ad alta pressione: il terreno cedette all’improvviso, aprendo una voragine di circa 70 metri di diametro e 20 di profondità. Dal cratere iniziò a fuoriuscire metano in grandi quantità, minacciando la salute delle comunità vicine e degli animali del deserto.

Per scongiurare il rischio di avvelenamento, i tecnici sovietici decisero di incendiare il gas, convinti che si sarebbe esaurito in pochi giorni, ma la realtà si rivelò ben diversa: il serbatoio sotterraneo era immenso e caratterizzato da più strati di idrocarburi intrappolati tra rocce compatte. Quello che doveva essere un intervento temporaneo si trasformò così in un incendio permanente, destinato a diventare una curiosità geologica e una delle immagini più rappresentative del Paese.

Un’attrazione turistica nel mezzo del nulla

Nel tempo, il cratere ha assunto un valore simbolico e turistico. Nonostante la difficoltà nel raggiungerlo (diverse ore di viaggio su strade impervie) ogni anno migliaia di visitatori affrontano il deserto per assistere allo spettacolo delle fiamme che danzano nella notte. L’effetto visivo, specialmente al buio, è ipnotico: un anello di fuoco che sembra emergere proprio dalle profondità della Terra. Alcuni viaggiatori scelgono di campeggiare nei pressi del cratere e di trascorrere la notte tra il silenzio assoluto e il crepitio costante del gas in combustione.

Per il Turkmenistan, ancora chiuso al turismo internazionale, la “Porta dell’Inferno” è stata a lungo l’unico richiamo capace di attirare visitatori stranieri.

Le ragioni di una scelta radicale

La decisione di spegnere il cratere è stata annunciata nel 2022 dall’allora presidente Gurbanguly Berdymukhamedov e la motivazione ufficiale unisce considerazioni ambientali ed economiche. Il luogo, infatti, rilascia enormi quantità di metano, un gas serra con un potere climalterante molto superiore alla CO₂. Allo stesso tempo, il fuoco brucia riserve di gas naturale che potrebbero essere vendute all’estero e generare importanti introiti per l’economia nazionale.

Il Turkmenistan possiede la quarta riserva di gas naturale al mondo e dipende in gran parte dall’export energetico. Ridurre lo spreco di risorse e migliorare la reputazione ambientale del Paese rientra in una strategia più ampia, che include l’adesione al “Global Methane Pledge” per diminuire le emissioni del 30% entro il 2030.

La sfida tecnica per domare il fuoco

Spegnere un incendio che dura da oltre mezzo secolo non è impresa semplice. I tecnici della compagnia statale Turkmengaz hanno adottato un approccio innovativo: perforare nuovi pozzi nelle vicinanze per intercettare e catturare il gas prima che raggiunga il cratere. Dal dicembre 2024, due di questi pozzi sono già operativi e hanno ridotto l’afflusso di combustibile e abbassato l’intensità delle fiamme di oltre tre volte rispetto a un decennio fa.

Il calo è stato confermato anche da monitoraggi satellitari condotti da Capterio, società britannica specializzata nell’analisi delle emissioni: le immagini mostrano un cratere sempre meno luminoso, segno che la combustione sta lentamente perdendo vigore. L’obiettivo è arrivare allo spegnimento totale entro pochi anni.

La chiusura della Porta dell’Inferno rappresenta una vittoria per l’ambiente, ma una perdita per il turismo locale: se da un lato la riduzione delle emissioni contribuisce alla lotta contro il cambiamento climatico, dall’altro scompare un’attrazione capace di dare al Turkmenistan un posto sulle mappe dei viaggiatori più avventurosi. Il deserto del Karakum tornerà al suo silenzio millenario, e con esso si spegnerà anche una delle immagini più suggestive e misteriose della geografia mondiale.

Dalle sabbie del deserto egiziano emerge un’antica città cristiana

L’Egitto è un territorio che non smette di sorprendere e gli archeologi scavando non fanno altro che trovare antichi tesori. L’ultimo non riguarda i faraoni però ma un’antica città cristiana e la relativa basilica emerse dalle sabbie del deserto nell’oasi di Kharga. Gli archeologi hanno portato alla luce una vera e propria città nei pressi di Ain al-Kharab, risalente ai primi secoli dopo Cristo.

Ad occuparsi degli scavi è stato il Supremo Consiglio delle Antichità egiziane che ha condotto la ricerca e ha approfondito le origini del cristianesimo nel territorio del deserto occidentale. In passato quest’area era considerata emarginata e secondaria, i ritrovamenti ci raccontano però qualcosa di diverso: il territorio era protagonista della trasformazione religiosa e culturale che interessava l’antico Egitto.

Scoperta l’antica città cristiana in Egitto

Dagli scavi all’interno dell’Oasi di Kharga realizzati da un gruppo di archeologi del Supreme Council of Antiquities e dal loro incredibile lavoro minuzioso sono emersi i resti di un’antica città cristiana.

Tra il III e il II secolo a.C. questo luogo pullulava di culti politeisti sotto l’influenza tolemaica e romana. Ma nel tempo, il vento cambiò: Ain al-Kharab divenne un centro importante per lo sviluppo del cristianesimo. Tra i tesori emersi dagli scavi ci sono case in mattoni crudi, antiche tombe e due chiese, tra cui una spettacolare basilica con tre navate e colonne quadrate.

E il vero colpo al cuore? Un affresco mozzafiato di Gesù Cristo che guarisce i malati, un’immagine rarissima, carica di spiritualità e bellezza. Mohamed Ismail Khaled, Segretario Generale del SCA, ha espresso grande entusiasmo per la scoperta, sottolineando quanto l’Oasi di Kharga sia stata un crocevia di fede, cultura e vita sociale, soprattutto all’alba dell’epoca copta.

L’importanza della scoperta

Il ritrovamento di Ain al-Kharab va considerato una scoperta capace di riscrivere la storia, una vera e propria chiave che fa decifrare il puzzle della trasformazione religiosa passando da un monto politeista ad una religione monoteista.

Ma attenzione: non fu una rivoluzione lampo. Il passaggio dal politeismo alla nuova fede richiese tempo, incontri, influenze, adattamenti. Ed è proprio questo che rendono evidente i resti emersi nel cuore dell’Oasi di Kharga: il cristianesimo non solo si affermò nelle città, ma arrivò a mettere radici anche nelle zone più isolate del deserto, dando vita a vere e proprie comunità spirituali.

Incredibilmente importante la basilica scoperta: con un’architettura che unisce diversi stili, è un vero e proprio dialogo tra Egitto e Mediterraneo cristiano, raccontando scambi, connessioni e contaminazioni.

E poi c’è l’opera dipinta di Cristo che guarisce i malati: una rappresentazione rara che testimonia il ruolo centrale della religione in una società che stava cambiando profondamente. La fede, in quel contesto, era anche cura, speranza, coesione.

Ain al-Kharab diventa così molto più di un sito archeologico: è un punto fermo per chi studia le radici del cristianesimo egiziano e la nascita della cultura copta. E con le ricerche ancora in corso, c’è da scommettere che il deserto avrà ancora tanto da svelarci confermando alcune teorie e scrivendo nuove pagine della storia.

El Tatio, il cuore bollente del deserto di Atacama

Il mondo sa stupirci e in alcuni angoli regala veri e propri spettacoli. In Cile, per esempio, appartiene a questa categoria El Tatio, un luogo che fa sembrare di essere su Marte. Il campo geotermico d’altura regala emozioni che spaziano tra geyser altissimi, pozze bollenti e vapori che tagliano il gelo creando un contrasto incredibile. Se cerchi un’esperienza che mescola natura estrema, scienza, spiritualità e paesaggi indimenticabili devi assolutamente visitarlo.

Scoprire il campo geotermico di El Tatio

El Tatio spicca a 4.200 metri d’altezza conquistando il terzo gradino sul podio dei campi geotermici più grandi al mondo. Attualmente conta 80 geyser attivi e camminare tra di essi all’alba mentre il sole sorge sulle Ande è una di quelle esperienze che lascia senza fiato… e non solo per la rarefazione dell’aria.

Le colonne di vapore raggiungono anche più di quattro metri e si alzano rapide nel cielo blu cobalto dell’altopiano. Il contrasto tra l’aria pungente sottozero e l’acqua bollente che schizza dal terreno crea un’atmosfera mistica, quasi surreale.

Oltre ai geyser, però, El Tatio è caratterizzato da fumarole che sibilano, pozze di fango che gorgogliano, rocce incrostate di minerali luccicanti e una fauna andina fatta di vigogne e uccelli in volo completano la scena. Il momento più suggestivo per assistere allo spettacolo è l’alba quando i vapori sono più densi, la luce è dorata e il silenzio viene interrotto solo dal borbottio della terra.

Non mancano neppure le piscine naturali: pozze termali in cui immergersi per scaldarsi dopo aver sfidato il gelo mattutino. Attenzione però ad immergersi, seppur l’esperienza del bagno risulti rigenerante contiene arsenico e non va assolutamente ingerita.

Viene considerato, a tutti gli effetti, un laboratorio naturale. Scienziati e geologi studiano attentamente i microrganismi estremofili che riescono a sopravvivere in condizioni estreme caratterizzate da calore e acidità. L’analisi viene utilizzata per approfondire le origini della vita sulla Terra, andando indietro nel tempo.

Il sito geologico nasce dal mix tra l’acqua in superficie e il calore sotterraneo. La prima penetra nel terreno, raggiunge le rocce riscaldate dal magma, si pressurizza e dunque torna in superficie sotto forma di getto di vapore. L’area, di intensa attività vulcanica, è davvero suggestiva: la placca di Nazca scivola sotto quella sudamericana, generando un paesaggio in continua trasformazione.

Anche le popolazioni locali hanno da sempre attribuito a El Tatio un significato sacro. Il nome stesso, che in lingua kunza potrebbe significare “nonno che piange”, suggerisce un legame spirituale profondo tra la terra e le sue manifestazioni.

El Tatio come arrivarci
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Scoprire la meraviglia geologica di El Tatio

Dove si trova El Tatio e come raggiungerlo

Nel cuore dell’altopiano andino in Cile, a 90 chilometri da San Pedro de Atacama si può raggiungere El Tatio. Il viaggio per arrivare in questo luogo fa parte dell’avventura stessa: si parte solitamente tra le 4 e le 5 del mattino e servono due ore di viaggio su strade sterrate attraversando paesaggi naturalistici selvaggi per raggiungerlo.

Il modo migliore per raggiungere El Tatio è affidandosi a tour organizzati. Una volta terminata la visita a El Tatio, molti tour fanno tappa alle Terme di Puritama, un’oasi di acque calde circondata da canyon e vegetazione.

Le scogliere di fuoco della Mongolia raccontano segreti di dinosauri e meraviglie millenarie

Nel cuore più autentico della Mongolia, dove l’orizzonte sembra non finire mai e il vento trascina antichi segreti sulla sabbia, le scogliere di fuoco si stagliano come un monumento al tempo. Le loro pareti incandescenti non sono solo spettacolari: custodiscono un mondo scomparso, congelato in milioni di anni di roccia e silenzio. Queste fenditure rossastre nel deserto del Gobi non sono un semplice paesaggio da fotografare: sono un palcoscenico geologico dove dinosauri hanno vissuto, lottato, covato le loro uova. Dove gli scienziati hanno riscritto la storia della vita sul nostro pianeta.

Visitare le scogliere di fuoco della Mongolia

A prima vista sembrano semplici pareti di arenaria. Ma basta il calore del sole al tramonto perché tutto si trasformi: le rocce si accendono di un bagliore arancione intenso, quasi sovrannaturale. Ecco perché vengono chiamate Flaming Cliffs, le scogliere fiammeggianti. Ma la bellezza non è solo visiva: queste formazioni geologiche sono veri e propri archivi della Terra, modellate da millenni di vento, sabbia e silenzio.

Appartiene alla formazione Djadochta e si compone di strati di sabbia e sedimenti calcarei, portando sulle spalle oltre 70 milioni di anni di storia. A renderla così famosa Bayanzag è stata una straordinaria scoperta datata 1923: in quell’anno è stato rinvenuto il primo uovo fossile di dinosauro.

A guidare la scoperta la figura di Roy Chapman Andrews, celebre esploratore degli Stati Uniti noto ai più per essere colui che ha ispirato il personaggio di Indiana Jones. Con le spedizioni nel deserto del Gobi ha raccolto scheletri, fossili e le prima uova di dinosauro mai ritrovate; vera chicca la figura di un oviraptor fossilizzato in prossimità di un nido. Il luogo da scoprire con l’aiuto di guide esperte, oppure noleggiando un’auto, è una vera meraviglia per gli appassionati di natura e storia.

L'importanza paleontologica di Bayanzag e delle scogliere di fuoco
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Visitare le scogliere di fuoco a Bayanzag, in Mongolia

Dove si trovano le scogliere di fuoco della Mongolia e come raggiungerle

Le Scogliere di Fuoco si trovano nel sud della Mongolia, nel deserto del Gobi, non lontano dalla cittadina di Dalanzadgad. Ma attenzione: non esiste un servizio pubblico che porti direttamente a Bayanzag; per raggiungerle serve spirito d’avventura e un pizzico di organizzazione.

Le opzioni sono due: unirsi a un tour guidato o lanciarsi in un viaggio self-drive. Guidare da soli attraverso le piste polverose del Gobi è un’esperienza unica: le strade sono di terra battuta non asfaltata e i paesaggi sanno incantare. Per poter gestire il percorso è importante scegliere un veicolo 4×4 robusto munito di GPS preprogrammato. Attenzione al meteo: in caso di pioggia potrebbe essere meglio rimandare la visita o aggregarsi a tour organizzati.

Un’alternativa molto più pratica è quella di affidarsi a tour culturali organizzati che oltre a condurre qui propongono tappe intermedie per poter vivere a pieno quella che è la tradizione mongola, con tanto di degustazioni local e camminate con paleontologi che raccontano storia e paesaggi. I tour permettono di godersi il paesaggio senza pensieri, spesso abbinando la visita alle scogliere ad altre meraviglie del Gobi come le Dune di Khongoryn Els o la Valle delle Aquile.

In Cina esiste un incredibile deserto pieno di dune che cantano

Nella provincia nordoccidentale di Gansu, in Cina, ci sono delle colline desertiche che vibrano al suono della musica. Per alcuni si tratta di un fenomeno affascinante, per altri un po’ inquietante: in entrambi i casi è evidente che ci troviamo davanti a un luogo davvero speciale. Situate nella città di Dunhuang, le Singing Sand Dunes cantano al soffiar del vento, producendo suoni che, alle orecchie dei visitatori, arrivano come una incredibile melodia.

Le dune hanno dimensioni variabili, dove la più alta raggiunge i 1.715 metri. Se le si guarda da vicino, le sabbie assumono anche colori arcobaleno, che vanno dal giallo e bianco al verde e nero. Considerate le sue peculiari caratteristiche, le ‘dune cantanti’ sono state anche al centro di molte leggende e racconti popolari, conquistando anche Marco Polo.

Le dune, infatti, si trovano lungo la famosa Via della Seta, un’importante rotta commerciale che collegava l’Asia centrale all’Europa e che fu utilizzata per circa 1.500 anni a partire dal II secolo a.C. Seppur non siano le uniche, grazie alla loro posizione e ai suoni che emanano, sono considerate culturalmente le più significative della Cina.

Le leggende attorno alle Singing Sand Dunes

Secondo una leggenda cinese, nella zona in cui si trovano le famose Singing Sand Dunes c’era un lago chiamato “della Luna Crescente”, circondato da templi sacri. Furono proprio i suoni dei rituali e delle preghiere provenienti dai templi a svegliare il principe Drago Giallo, che dormiva nelle vicinanze del deserto. Irritato dal disturbo, il drago coprì l’intera regione e i suoi abitanti con la sabbia. Si dice che la musica misteriosa udita tra le dune provenga proprio dalle anime di coloro che furono sepolti.

Non solo in Cina, anche altre culture hanno creato miti simili per spiegare il “canto” delle dune. Ad esempio, nel deserto del Sahara, alcune tribù berbere credono che le dune cantanti siano il respiro degli spiriti del deserto, mentre in altre tradizioni mediorientali si narra che le dune siano custodi di antichi segreti sussurrati dal vento.

La spiegazione scientifica dietro le famose dune che cantano

La leggenda aggiunge un’aura magica e suggestiva a questo paesaggio da cartolina, ma la vera causa del fenomeno sonoro delle dune può essere spiegata attraverso alcune particolari caratteristiche fisiche della sabbia e della conformazione delle dune stesse.

La qualità dei granelli di sabbia, per esempio, è solo uno degli elementi che fanno “cantare” le dune. Composti da particelle da fini a medie, le loro dimensioni permettono un migliore movimento e interazione tra i granelli. Questo, unito alla loro forma, genera diverse risonanze e frequenze, con i granelli lisci e rotondi che producono suoni più armoniosi.

Anche la conformazione delle dune può influenzare il loro suono, poiché la pendenza della superficie incide sulla quantità di interazioni tra le particelle di sabbia. Naturalmente, è necessario che il vento abbia la giusta intensità per muovere i granelli quel tanto che basta a generare il suono: con un vento forte le dune emettono un ruggito potente, mentre con una brezza leggera le colline producono una musica delicata.

Le strutture circostanti possono inoltre contribuire a creare e amplificare il rumore, poiché montagne e colline formano dei canali d’aria che convogliano il vento in zone specifiche intorno alle dune. Mentre il vento agita i granelli, si genera attrito che fa vibrare la sabbia, producendo suono. Inoltre, le cavità d’aria tra i granelli possono agire come camere di risonanza che amplificano il suono.

Le antiche mura nel deserto: un viaggio tra le civiltà perdute dell’Arabia di 4.000 anni fa

Nel cuore del deserto nord-occidentale dell’Arabia Saudita, un team di archeologi ha portato alla luce un sistema murario risalente a circa 4.000 anni fa. Queste strutture, parte di un vasto complesso di oasi fortificate, offrono nuove e affascinanti informazioni sulla vita e sull’organizzazione delle comunità dell’età del bronzo nella penisola arabica.

Lo studio è stato guidato da Guillaume Charloux del CNRS – Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica – francese ed è stato pubblicato sulla rivista Antiquity.

La scoperta del complesso dell’Oasi Murata: un modello di vita antico

Le mura appena scoperte appartengono a quello che gli archeologi chiamano il “Complesso dell’Oasi Murata“, un sistema architettonico che proteggeva non solo abitazioni, ma anche fonti d’acqua, campi agricoli e bestiame.

Datate tra il 2250 e il 1950 a.C., queste strutture non avevano solo una funzione difensiva: rappresentavano il potere e il controllo sociale delle élite locali. La loro costruzione richiedeva sforzi collettivi e manutenzione costante, a conferma della loro importanza strategica.

Sebbene alcune oasi murate fossero già note, come Tayma e Qurayyah, l’utilizzo di tecnologie satellitari moderne – come Bing e Google Earth – ha permesso di identificare nuovi siti: Dumat al-Jandal, Hait, Huwayyit e Khaybar.

Queste località, successivamente confermate con indagini sul campo, mostrano tutte segni evidenti di fortificazioni antiche. In particolare, Khaybar ha restituito mura risalenti a circa il 2000 a.C., insieme a ceramiche e strutture simili a quelle trovate in siti limitrofi come al-Ayn e al-Tibq.

Le dimensioni di alcune mura sono davvero impressionanti: a Shayb Suways si stima una lunghezza di 8 chilometri, mentre le mura di al-Tibq raggiungono i due chilometri con uno spessore di circa due metri. A Dumat al-Jandal, le fotografie aeree del 1964 hanno rivelato un muro in mattoni di fango lungo due chilometri, confermando che anche questo sito era fortificato sin dall’antichità.

I ritrovamenti archeologici

Le oasi fortificate non furono un fenomeno isolato o limitato nel tempo. Gli archeologi ritengono che il modello sia nato agli inizi del III millennio a.C., diffondendosi progressivamente in tutta la regione. La sua influenza si è estesa per secoli, con esempi successivi come Thaj, nell’Arabia orientale, datato al III secolo a.C. Anche nei secoli recenti, durante il XIX e XX secolo, villaggi fortificati continuarono ad essere costruiti, dimostrando la longevità di questa tradizione.

Secondo il team di ricerca, queste mura avevano un ruolo chiave nell’organizzazione politica e sociale delle comunità. Non erano semplici difese passive, ma strumenti di governo, progettati e costruiti da autorità centrali. La presenza di queste fortificazioni ha favorito la nascita di regni carovanieri e ha protetto gli insediamenti da incursioni tribali per millenni. In molti casi, le mura furono restaurate e riutilizzate, diventando parte integrante della vita delle popolazioni locali.

Nonostante alcune incertezze legate alla datazione e alle tecniche costruttive, ogni nuova scoperta contribuisce a ricostruire il mosaico della vita nel deserto arabico antico. Le mura dell’età del bronzo testimoniano l’ingegno e la capacità di adattamento delle prime civiltà dell’Arabia, che seppero organizzarsi e prosperare anche in ambienti estremi. Le ricerche future saranno fondamentali per comprendere meglio queste società e il loro rapporto con il territorio.

Jordan Trail: quando partire, dove dormire e cosa aspettarsi

Attraversare la Giordania da Nord a Sud, a piedi, per scoprire deserti, canyon, montagne e città millenarie: è questa l’essenza del Jordan Trail, un cammino di oltre 650 chilometri che si snoda tra i paesaggi più suggestivi del Medio Oriente. Paragonato spesso al Cammino di Santiago per la sua capacità di unire territori, spiritualità e comunità, o al Cammino Inca per i suoi scenari spettacolari, il Jordan Trail è un’esperienza che va oltre il semplice trekking: è un vero viaggio nella storia e nella cultura di un popolo ospitale e ricco di tradizioni.

Dai resti romani di Um Qais, nel verde Nord giordano, alle dune infuocate del Wadi Rum e alle acque turchesi del Mar Rosso, il percorso attraversa villaggi antichi, riserve naturali, castelli crociati, oltre a toccare anche la leggendaria Petra.

Un trekking lungo e impegnativo, che richiede gambe allenate e tanto spirito di avventura… ma che vale davvero la pena ad ogni passo!

Cos’è il Jordan Trail

Il Jordan Trail è un itinerario escursionistico pensato per essere percorso integralmente a piedi: 40 giorni di cammino per coprire circa 675 chilometri, da Um Qais a Nord fino ad Aqaba, sulle rive del Mar Rosso. L’associazione Jordan Trail Association ha strutturato e promuove il tracciato, fornendo mappe, tracce GPS e informazioni aggiornate.

Non si tratta di un pellegrinaggio religioso, ma di un cammino che permette di scoprire l’anima più autentica della Giordania: un mosaico di paesaggi e culture che cambiano continuamente sotto i piedi dei viandanti. Si passa da dolci colline coltivate a uliveti a canyon rossi scolpiti dall’acqua, da deserti rocciosi a foreste di querce e ginepri, fino alle maestose sabbie rosse del Wadi Rum, più simile a Marte che a un paesaggio terrestre.

Lungo il cammino si attraversano oltre 75 tra villaggi e città e ben quattro Riserve della Biosfera, aree protette che tutelano la straordinaria biodiversità di questo Paese meraviglioso.

Molte sezioni del trail seguono antichi percorsi di carovanieri e piste beduine, su terreni a volte tecnici, spesso solitari e immersi nella natura incontaminata. Esiste persino l’opzione di percorrerlo in bicicletta, in modo altrettanto avventuroso.

Le 8 tappe principali

Il Jordan Trail viene generalmente suddiviso in otto grandi settori geografici, ognuno con un proprio carattere e paesaggi distintivi; essendo estremamente lungo e faticoso nella sua interezza, molte persone scelgono di esplorarne solo alcune sezioni.

Ecco una possibile suddivisione degli 8 segmenti principali:

Tappa 1 – da Um Qais ad Ajloun

(80 km, 2.200 m D+, 5-6 giorni)

Il cammino prende il via tra le rovine romane di Um Qais, con viste mozzafiato sul Mar di Galilea e sulle alture del Golan. Nei primi chilometri si attraversano colline verdeggianti punteggiate di ulivi, piccoli villaggi e antichi monasteri bizantini. Il paesaggio è sorprendentemente verde e rigoglioso, soprattutto in primavera, e si arriva infine al possente castello di Ajloun, un baluardo crociato in cima a una collina boscosa.

Tappa 2 – da Ajloun ad As-Salt

(62 km, 1.800 m D+, 3-4 giorni)

Si scende dolcemente verso la storica città ottomana di As-Salt, attraverso vallate agricole, boschi di querce e piccoli wadi. Lungo la via si incontra la diga di King Talal e si esplorano antichi percorsi romani. As-Salt accoglie il viaggiatore con la sua architettura giallo-miele e una vivace atmosfera cittadina.

Tappa 3 – da As-Salt a Zarqa Ma’in

(84 km, 2.000 m D+, 4-5 giorni)

Questa sezione conduce verso il Mar Morto. Si cammina attraverso aree poco turistiche ma ricche di fascino, tra colline solitarie e canyon nascosti. Tra i luoghi più suggestivi spiccano le cascate termali di Zarqa Ma’in e i resti del colombario rupestre di Iraq Al-Ameer. Gli ultimi chilometri regalano panorami vertiginosi sulle acque salate del Mar Morto.

Tappa 4 – dai tre Wadi a Karak

(75 km, 2.400 m D+, 4-5 giorni)

Un tratto molto scenografico, che attraversa i profondi canyon (wadi) del cuore della Giordania. Il Wadi Mujib, il “Grand Canyon” giordano, è il protagonista assoluto, con le sue spettacolari pareti di arenaria. Al termine della sezione si raggiunge Karak e il suo celebre castello crociato, imponente e suggestivo.

Tappa 5 – da Karak a Dana

(83 km, 2.200 m D+, 5-6 giorni)

Qui le alture calcaree lasciano spazio ai panorami più aspri della riserva naturale di Dana. Questa sezione è un paradiso per gli amanti della natura: qui vivono rare specie animali e piante endemiche. Il piccolo villaggio di Dana, arroccato sul ciglio di un canyon, è un perfetto rifugio per il viandante.

Tappa 6 – da Dana a Petra

(84 km, 2.800 m D+, 5-6 giorni)

Forse la sezione più famosa e frequentata: si parte dal silenzioso altopiano di Dana per scendere nella valle desertica di Feynan e poi risalire tra montagne selvagge. Ogni giorno il paesaggio cambia: rocce rosse, gole profonde e antichi sentieri carovanieri conducono infine a Petra, la meravigliosa città scavata nella pietra rosa. La visita a Petra richiede almeno un giorno intero per godere a pieno dei suoi capolavori, dal Tesoro ai templi, fino al Monastero (El Deir).

Tappa 7 – da Petra al Wadi Rum

(90 km, 2.400 m D+, 5-6 giorni)

Si lascia alle spalle Petra per attraversare altopiani aridi e spettacolari deserti di pietra. Dopo giorni di cammino solitario, le montagne rosse del Wadi Rum appaiono all’orizzonte. Qui ci si immerge in un paesaggio lunare, fatto di canyon, archi naturali e gigantesche formazioni rocciose, esplorando a piedi uno dei deserti più affascinanti del mondo.

Tappa 8 – dal Wadi Rum ad Aqaba

(112 km, 1.800 m D+, 7-8 giorni)

L’ultimo tratto segue le tracce della storica spedizione di Lawrence d’Arabia. Si cammina tra sabbia e roccia, passando per accampamenti beduini e antichi siti rupestri. La fatica del lungo viaggio, in un ambiente rovente e poco ospitale, viene infine premiata: all’arrivo ad Aqaba, il Mar Rosso accoglie i camminatori con le sue acque turchesi, perfette per un tuffo rigenerante!

Come prepararsi al cammino: tutte le info utili

Per entrare in Giordania è necessario il passaporto con almeno sei mesi di validità residua. È richiesto anche un visto di ingresso, che può essere facilmente ottenuto all’arrivo presso l’aeroporto di Amman oppure online con procedura e-visa. Una soluzione vantaggiosa per i pellegrini è il Jordan Pass, che include il costo del visto e l’accesso a molti siti archeologici (tra cui la stessa Petra).

Quando partire

La scelta del periodo è fondamentale per godersi al meglio l’esperienza del Jordan Trail.

Le stagioni migliori sono la primavera, da marzo a maggio, e l’autunno, soprattutto nei mesi di ottobre e novembre, quando le temperature sono miti sia nei tratti montani che in quelli desertici. Durante l’inverno, le zone più elevate possono essere fredde e umide, mentre l’estate porta temperature torride, soprattutto a Sud, rendendo sconsigliabile affrontare il cammino completo.

Va ricordato che lungo il trail si attraversano ambienti molto diversi: da climi mediterranei a Nord fino ai deserti aridi del Sud, con escursioni termiche importanti tra giorno e notte. Bisogna informarsi al meglio e prestare sempre la massima attenzione all’equipaggiamento e a come il corpo si adatta al clima.

Segnaletica e orientamento

Va specificato che il Jordan Trail non è segnalato in modo continuo e preciso come i grandi cammini europei: in alcuni tratti ci sono indicatori o segni di vernice, ma spesso l’orientamento richiede l’uso di mappe e soprattutto delle tracce GPS fornite dall’associazione ufficiale.

Molte sezioni passano per aree remote, dove è facile perdere la traccia se non si è attenti. È quindi fondamentale avere con sé dispositivi affidabili per la navigazione e una buona preparazione tecnica. In alternativa, ci si può appoggiare a guide locali, molto esperte e disponibili, che arricchiscono l’esperienza con il racconto della cultura beduina e delle storie dei luoghi attraversati.

Difficoltà e impegno fisico

Stiamo parlando di un percorso di difficoltà medio-alta. La lunghezza totale e il dislivello complessivo (intorno ai 20.000 metri di dislivello positivo distribuiti su tutte le tappe) richiedono una eccellente preparazione fisica e l’abitudine a camminare a lungo, anche in contesti complicati per fondo roccioso e temperature elevate.

Molte tappe prevedono 6-7 ore di cammino al giorno, con dislivelli medi quotidiani di circa 500-700 metri positivi. Alcuni tratti, in particolare quelli nei canyon e nelle aree desertiche, possono essere tecnici e faticosi, con temperature che aumentano la fatica.

È essenziale pianificare con cura rifornimenti idrici, scorte alimentari e soste! Non è un trekking adatto ai principianti assoluti, ma con un buon allenamento e la giusta attrezzatura diventa accessibile a molti escursionisti motivati.

Organizzazione e pernottamenti

Il Jordan Trail può essere percorso in autonomia o appoggiandosi a tour operator locali. In entrambi i casi è importante studiare bene la logistica:

  • I villaggi attraversati non sempre offrono servizi strutturati. Spesso bisogna prevedere tappe in tenda o accampamenti beduini, soprattutto nelle aree remote come il Wadi Rum o Dana;
  • Nelle città maggiori (Ajloun, Karak, Petra, Aqaba) si trovano alberghi e B&B, ma è bene prenotare con anticipo;
  • Per l’acqua, è indispensabile portare sempre con sé una buona scorta, soprattutto nelle tappe desertiche. Le fonti naturali scarseggiano, quindi è fondamentale informarsi in anticipo sui punti di rifornimento.

Infine, per chi non può affrontare l’intero cammino, è possibile scegliere singole sezioni (tra le più celebri quella da Dana a Petra o da Petra al Wadi Rum), organizzando viaggi di 8-10 giorni che consentono di vivere comunque, ma in modo più accessibile, l’atmosfera unica del Jordan Trail.

A chi è consigliato il Jordan Trail

Il Jordan Trail non è un cammino adatto a tutti ma può essere l’avventura perfetta per chi ama l’escursionismo autentico, per chi sa adattarsi a vivere in modo spartano e ama le altre culture, per chi non ha il timore di affrontare qualche imprevisto in luoghi molto lontani da casa, sia fisicamente che culturalmente.

È perfetto per chi sogna di immergersi nella storia e nella natura, lontano dalle folle, e per chi apprezza il contatto con lo stile di vita mediorientale: lungo il percorso si attraversano decine di villaggi, si incontrano comunità beduine, si gusta il tè locale – un vero rito – e si dorme sotto le stelle.

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