Vue lecture

Il y a de nouveaux articles disponibles, cliquez pour rafraîchir la page.

Anfiteatri scavati nel tufo, miti etruschi e la strada dei pellegrini: è Sutri, l’antichissima città della Tuscia

Smarrito tra le pieghe della provincia viterbese, sorge un borgo che sembra scaturire direttamente dalle viscere della terra. Parliamo di Sutri, che si adagia su un maestoso sperone di tufo da dove domina dall’alto la Via Cassia, l’antico asse viario che da millenni collega Roma al nord della penisola. Ci troviamo, quindi, tra le falde dei Monti Cimini e quelle dei Monti Sabatini, in una posizione che ne ha fatto la fortuna: prima territorio falisco, poi area contesa tra Etruschi e Romani, la città fu conquistata da Roma nel 383 a.C. e divenne una vera testa di ponte verso l’Etruria interna e l’Agro Falisco.

Se le tracce più antiche di Sutri risalgono all’Età del Bronzo, intorno al X secolo a.C., le origini si perdono anche nel mito: una leggenda lega il paese a Saturno, il dio romano della fertilità, raffigurato nello stemma cittadino a cavallo con un fascio di spighe. Un’altra storia porta fin qui Orlando, il paladino della Chanson de Roland e dell’Orlando Furioso, che secondo il racconto sarebbe nato in una tomba etrusca mentre sua madre Berta era in viaggio verso Roma.

Il soprannome più celebre è però “l’Antichissima Città“, appellativo attribuito da papa Innocenzo III sul finire del XII secolo. E basta osservare la parete dell’anfiteatro, o scendere nella cripta del Duomo, per capire quanto sia difficile trovare un nome più azzeccato. Dal 2019, inoltre, Sutri fa parte dei Borghi più belli d’Italia e ha ricevuto la Bandiera Arancione del Touring Club Italiano.

Cosa vedere a Sutri

La visita di questo borgo della Tuscia parte dalla roccia, ma presto si trasforma in un viaggio attraverso civiltà diverse. La particolarità di Sutri sta proprio nella stratificazione: un luogo pagano diventa cristiano, una strada romana continua a guidare pellegrini, mentre una torre medievale resta a guardia di una storia quasi scomparsa.

L’Anfiteatro romano scavato nel tufo

Il simbolo di Sutri si mostra quasi all’improvviso ed è un anfiteatro ricavato interamente in un banco di tufo, senza sostegni in muratura. La forma segue il profilo naturale della roccia e misura circa 49,60 per 40,80 metri. La sua costruzione viene collocata tra gli ultimi decenni del I secolo a.C. e i primi anni del I secolo d.C. La semplicità dell’impianto rende ancora più impressionante il risultato: arena, podio, corridoi e gradinate sono stati ottenuti lavorando direttamente la pietra.

La cavea era divisa in 3 ordini di gradinate. Le praecinctiones, cioè i corridoi di passaggio, separavano i diversi settori del pubblico. Nella parte più bassa si trovava anche un palco d’onore. La struttura poteva accogliere migliaia di spettatori, una cifra enorme se si pensa alle dimensioni attuali del borgo. In estate, tra le altre cose, l’anfiteatro ospita spettacoli e concerti.

La necropoli rupestre lungo la Via Cassia

A pochi passi dall’anfiteatro, la parete di tufo cambia aspetto perché per circa 180 metri è un susseguirsi di decine di tombe scavate direttamente nel costone roccioso. Si riconoscono camere singole, ambienti doppi, nicchie rettangolari e tombe con ingressi ad arco. La necropoli fu utilizzata tra il I secolo a.C. e il III-IV secolo d.C., anche se il passaggio dei secoli ha modificato parecchio l’aspetto originario degli ambienti.

Il dettaglio più suggestivo è la vicinanza con la Via Cassia, antica arteria romana e poi tratto della Via Francigena: qui il viaggio passa davvero accanto ai morti.

Il Mitreo diventato Chiesa della Madonna del Parto

Entrare nella Chiesa della Madonna del Parto significa attraversare una soglia scavata nella roccia che ha avuto almeno 2 vite religiose. Prima fu un Mitreo, cioè un ambiente dedicato a Mitra, divinità di origine indoiranica il cui culto si diffuse nell’Impero romano a partire dal I secolo d.C.

In seguito fu trasformato in luogo cristiano e il suo piccolo vestibolo accoglie affreschi medievali dedicati alla Madonna, a San Cristoforo e alla leggenda di San Michele del Gargano.

Villa Savorelli e il Bosco Sacro

Uscendo dal Mitreo, il paesaggio si apre verso Villa Savorelli, raffinata residenza del XVIII secolo appartenuta a diverse famiglie patrizie. Il giardino all’italiana è disegnato da siepi di alloro e geometrie ordinate. Più avanti, il Bosco Sacro porta con sé un nome quasi fiabesco. Lecci secolari crescono su quote differenti e il termine fa riferimento a un’antica visione pagana della natura, popolata da ninfe, fauni e folletti. La parte più bella arriva affacciandosi dall’alto: l’anfiteatro appare in una prospettiva diversa, incastonato nel paesaggio.

Il Duomo e la Cripta di Santa Maria Assunta

La Cattedrale di Santa Maria Assunta in Cielo si presenta con una facciata dai caratteri barocchi, mentre il campanile romanico resta una delle tracce più evidenti della struttura antica. All’interno, il pavimento cosmatesco cattura subito lo sguardo, anche perché i Cosmati furono famiglie di marmorari romani specializzate in decorazioni geometriche realizzate con tessere di marmo colorato. Ma è la cripta il vero colpo di scena: più navate sono scandite da colonne e volte a crociera in tufo.

Cripta di Santa Maria Assunta, Sutri
iStock
La straordinaria Cripta di Santa Maria Assunta

Palazzo Doebbing e il Museo del Patrimonium

Palazzo Doebbing occupa l’antica sede vescovile e prende il nome da Joseph Bernard Doebbing, vescovo di Sutri dal 1900 al 1916. Recuperato e trasformato in museo nel 2018, si riconosce per la mole merlata che domina lo skyline del borgo. I 4 piani ospitano arte antica, arte sacra e mostre temporanee. Il Museo del Patrimonium, invece, raccoglie tele provenienti dalla Chiesa di San Francesco, affreschi medievali recuperati dalla Chiesa di Santa Fortunata e reperti lapidei.

Cosa fare a Sutri

La città offre parecchio anche quando si chiude la guida. La sua parte più autentica vive tra vicoli, botteghe e tradizioni che arrivano dalla comunità contadina.

  • Seguire il filo della Via Francigena: Sutri è una tappa del percorso medievale che collegava Canterbury a Roma.
  • Raggiungere l’antico lavatoio: la struttura si trova lungo Via Giovanni Andrea dell’Anguillara e in estate diventa anche sede di eventi musicali.
  • Assaggiare il fagiolo della Regina: la specialità locale è legata a una leggenda secondo cui avrebbe alleviato i dolori della gotta di Carlo Magno. Durante la Sagra del Fagiolo viene servito in ciotole di terracotta. Da provare anche i fagioli della Regina, i ditalini alla militare e i tozzetti alla nocciola.
  • Scegliere una festa popolare: il Presepe Vivente trasforma la necropoli in un percorso illuminato da fiaccole romane. La festa di Sant’Antonio Abate porta in strada cavallerie e confraternite, mentre il Carnevale termina con la cremazione di Re Carnevale in Piazza del Comune. A settembre la festa patronale di Santa Dolcissima si conclude con uno spettacolo nell’anfiteatro illuminato dalle fiaccole.

Dove si trova e come arrivare

Sutri si trova in provincia di Viterbo, a circa 45 km da Roma e a più o meno 30 da Viterbo.  In automobile da Roma si segue il Grande Raccordo Anulare e poi la Cassia Veientana in direzione Viterbo. Da Viterbo si può scegliere la Via Cassia oppure la Cassia Cimina. Chi arriva dall’autostrada A1 trova le uscite di Magliano Sabina da nord e Ponzano Romano-Soratte da sud. I collegamenti in autobus fanno capo alle linee COTRAL sulla tratta Roma-Viterbo. Per il treno la stazione di riferimento è Capranica-Sutri, a circa 5 km dal paese.

Castiglione in Teverina è il borgo del bere bene: qui c’è il museo del vino più grande d’Europa

Il profilo della Tuscia viterbese si delinea attraverso una successione di creste argillose, vallate improvvise e speroni tufacei. Castiglione in Teverina sorge su uno di questi rilievi, dominando la valle del fiume Tevere. Ma chi arriva scorge anche filari di vite che seguono l’andamento delle colline, perché il paese racchiude tradizioni tramandate per secoli, cantine storiche e una cultura che accompagna la vita quotidiana.

La roccia vulcanica della zona, infatti, dona al terreno minerali preziosi che sono in grado di conferire ai vini locali note aromatiche uniche.  Il centro storico, ovvero la “Città del Vino“, si svela lentamente, mostrando un impianto urbanistico medievale perfettamente conservato, fatto di vicoli stretti, piazzette silenziose e palazzi nobiliari in pietra scura.

Le antiche abitazioni costruite una accanto all’altra seguono il profilo della rupe, mentre piazzette raccolte aprono panorami inattesi persino sui campanili che emergono tra i tetti in pietra.

È il più corto d’Italia, ma ricco di tesori antichissimi: il Cammino dei Tre Villaggi nella Tuscia etrusca

Se siete stanchi delle solite avventure e siete alla ricerca di qualcosa di profondo e particolare, dovete prepararvi per affrontare il Cammino dei Tre Villaggi. Spesso indicato con l’acronimo C3V, racchiude una delle esperienze più particolari del Lazio anche se, nei fatti, conta solo circa 20 km. Sì, possono sembrare pochi rispetto ai grandi itinerari italiani, eppure questo percorso ad anello riesce a condensare una quantità impressionante di testimonianze storiche, ambienti naturali e scorci che cambiano continuamente volto.

Nato nel 2021 grazie all’impegno dell’associazione Freedom APS, viene spesso definito “Il cammino più corto d’Italia“, un soprannome che incuriosisce fin dal primo incontro e che contribuisce alla sua crescente notorietà. L’itinerario parte e termina a Villa San Giovanni in Tuscia, attraversando anche Barbarano Romano e Blera, affascinante territorio che conserva una delle più alte concentrazioni di siti archeologici dell’Italia centrale.

Lungo il tragitto, infatti, compaiono necropoli rupestri, vie cave scavate dagli Etruschi, ponti di epoca romana, antiche fonti, mulini, torrenti e cascate che emergono tra la vegetazione. Gran parte del fascino deriva dal Parco Regionale Marturanum, area protetta con vallate strette e incise nel tufo che si sono formate grazie all’azione dei corsi d’acqua nel corso dei millenni.

Dove si trova ed etimologia del cammino

Il Cammino dei Tre Villaggi si trova nella provincia di Viterbo, all’interno della Tuscia, territorio che coincide con una parte dell’antica Etruria. Il nome dell’itinerario nasce dai 3 borghi collegati dall’anello escursionistico, Villa San Giovanni in Tuscia, Barbarano Romano e Blera e ciascun centro racconta una fase diversa della storia locale: Villa San Giovanni in Tuscia conserva tracce romane ed etrusche accanto all’abitato sviluppatosi dal XIV secolo; Barbarano Romano domina le forre del Parco Marturanum da un pianoro tufaceo; Blera, tra i più antichi insediamenti della zona, raggiunse grande importanza già in epoca etrusca e successivamente grazie alla Via Clodia romana.

L’area, infatti, occupa una posizione strategica tra due importanti direttrici storiche, la Via Cassia e la Via Clodia, che per secoli hanno favorito commerci, spostamenti militari e contatti culturali tra Roma e l’entroterra etrusco, al punto che ancora oggi il paesaggio è la casa di numerose tracce di quel passato.

Lunghezza e difficoltà: le tappe

Il C3V misura approssimativamente 20 km e può essere completato in una sola giornata. Il tempo medio necessario, infatti, varia tra 8 e 9 ore considerando soste fotografiche, visite ai punti d’interesse e pause nei borghi. Il dislivello positivo raggiunge 440 m nella variante classica e circa 500 m nella variante panoramica. Sebbene la distanza risulti contenuta, il percorso richiede un buon livello di attenzione: la classificazione CAI oscilla infatti tra E ed EE.

La difficoltà maggiore si concentra lungo alcuni segmenti del sentiero CAI 105, nella valle del torrente Biedano. Qui compaiono passaggi esposti, rocce lisce, radici affioranti e tratti che possono diventare particolarmente insidiosi in presenza di umidità. Il fondo alterna mulattiere, sentieri boschivi, tracciati su macco, guadi, sterrati e brevi sezioni asfaltate che rappresentano circa il 5% dell’intero sviluppo.

Prima di entrare nel dettaglio delle tappe vale la pena sottolineare un aspetto peculiare: lungo un tragitto relativamente breve si attraversano ambienti molto diversi tra loro. Tavolati tufacei, valloni incisi dall’acqua, aree archeologiche, pascoli e centri storici si susseguono senza soluzione di continuità, regalando una costante sensazione di scoperta.

Villa San Giovanni in Tuscia – Barbarano Romano (7 km, 180 m D+, 2h 30min)

La partenza avviene da Villa San Giovanni in Tuscia, piccolo comune sorto nel XIV secolo tra la Via Cassia e la Via Clodia. Passeggiando tra le strade del borgo emergono testimonianze che raccontano una lunga frequentazione del territorio, dall’età etrusca fino al periodo romano. Tra i principali punti d’interesse figurano la Chiesa Sancta Maria ad Nives, i resti di una villa romana databile tra il III e il VI secolo d.C. e le necropoli di Ponton Graziolo e Martarello.

Lasciato il centro abitato, il sentiero attraversa prati e aree rurali che introducono gradualmente verso il paesaggio del Marturanum. L’arrivo a Barbarano Romano regala uno degli ingressi più scenografici dell’intero itinerario grazie alla monumentale Porta Romana, aperta all’interno di un torrione cilindrico quattrocentesco.

Barbarano Romano – Blera (8 km, 170 m D+, 3h)

Questo segmento rappresenta probabilmente il tratto più spettacolare del cammino. Barbarano Romano sorge su un pianoro tufaceo delimitato da corsi d’acqua che hanno modellato il territorio creando profonde incisioni naturali. Prima della partenza merita una visita la Chiesa di Santa Maria Assunta, risalente all’XI secolo, insieme al Museo Archeologico delle Necropoli Rupestri e al Museo Naturalistico Francesco Spallone.

Il sentiero entra quindi nel cuore del Parco Regionale Marturanum, pieno di pareti di tufo, antiche tombe e boschi ombrosi. Proprio in questo misterioso contesto compaiono alcune delle emergenze archeologiche più affascinanti della Tuscia, come vie cave etrusche, bassorilievi, antiche fonti e resti di strutture rurali accompagnano il percorso.

Particolarmente suggestivo risulta il tratto lungo la forra del torrente Biedano. Acqua, vegetazione e roccia danno vita a uno scenario che cambia continuamente prospettiva. Poco prima dell’arrivo a Blera non si può non posare lo sguardo su scorci panoramici che permettono di apprezzare la conformazione vulcanica del territorio.

Parco Regionale Marturanum, Lazio
iStock
Il torrente Biedano nel Parco Regionale Marturanum

Blera – Villa San Giovanni in Tuscia (5 km, 90 m D+, 2h)

Blera occupa un piccolo rilievo tufaceo circondato da boschi e macchia mediterranea. Durante il periodo etrusco raggiunse una notevole importanza, mentre la costruzione della Via Clodia favorì ulteriormente sviluppo economico e collegamenti con Roma. Tra i luoghi più interessanti si fanno notare il centro storico, la Chiesa di Santa Maria Assunta, il Museo Civico Archeologico Gustavo VI Adolfo di Svezia e il Museo Il Cavallo e l’Uomo.

L’ultima parte dell’anello attraversa ambienti rurali punteggiati da corsi d’acqua, sorgenti e testimonianze archeologiche meno conosciute. Il ritmo rallenta naturalmente, quasi a prolungare l’esperienza prima del ritorno a Villa San Giovanni in Tuscia.

Come prepararsi al cammino

Una preparazione adeguata permette di affrontare il percorso con maggiore sicurezza e tranquillità. Gli scarponi da trekking rappresentano l’equipaggiamento più importante, soprattutto nei tratti caratterizzati da rocce umide e terreno irregolare. Anche i bastoncini risultano particolarmente utili lungo le discese delle forre e negli attraversamenti più tecnici.

Conviene portare almeno 1,5 litri d’acqua, una scorta energetica leggera e un guscio impermeabile in caso di improvvisi cambiamenti meteorologici. Durante l’estate le temperature possono superare facilmente i 30°C, rendendo preferibili partenze nelle prime ore del mattino.

Le stagioni più indicate coincidono generalmente con il periodo compreso tra marzo e metà giugno e quello tra settembre e metà dicembre. In queste settimane il clima favorisce la percorrenza e la vegetazione offre colori particolarmente intensi. Grande attenzione va riservata alle condizioni del terreno: dopo precipitazioni abbondanti alcuni passaggi della Valle del Biedano possono diventare molto scivolosi.

Chi desidera approfondire il patrimonio culturale del territorio può valutare una suddivisione dell’itinerario in 2 giornate, scelta che permette di visitare con calma musei, necropoli e centri storici, trasformando il Cammino dei Tre Villaggi in un vero viaggio attraverso una delle anime più autentiche della Tuscia etrusca.

La Tuscia svela un tesoro millenario: scoperta una tomba etrusca intatta a Barbarano Romano

Le scoperte archeologiche non smettono di stupire e nel territorio della Tuscia è appena stato rivelato un vero e proprio tesoro. La necropoli di San Giuliano ha fatto emergere un unico nel suo genere, una tomba rimasta inviolata per oltre 26 secoli e che all’interno custodisce un autentico tesoro.

Nel mese di giugno del 2026 gli archeologi della Baylor University hanno rimosso la lastra di pietra rimasta immobile rivelando una camera funeraria etrusca perfettamente intatta. Al suo interno cosa hanno trovato? I resti dei due individui e tutto il loro corredo funebre. Secondo le prime indagini, si tratta di una tomba datata VII secolo A.C. custodita nell’area di Caiolo in provincia di Viterbo. La zona è già stata studiata dagli esperti perché proprio qui qualche anno fa erano stati rinvenuti resti di una necropoli. Ma cosa rende la scoperta così speciale?

La tomba scoperta nella Tuscia

A rendere particolarmente speciale la tomba ritrovata è lo stato di conservazione; la grande lastra di pietra che sigillava l’ingresso non era mai stata spostata e questo ha permesso agli archeologi di studiare un ambiente pressoché identico al momento della sepoltura.

Quando il sepolcro è stato aperto lo stupore non è mancato: l’immagine rara dei resti di due individui e un corredo funerario rimasto intatto nella posizione originaria hanno emozionato gli studiosi che stanno ancora analizzando tutti i materiali recuperati.

Tra i reperti emersi durante lo scavo figura una punta di lancia in metallo, che potrebbe suggerire la presenza di un uomo tra i due defunti. Accanto ai resti ossei sono stati rinvenuti diversi recipienti utilizzati durante i rituali funerari. Ci sono olle, calici in bucchero e almeno un aryballos, piccolo contenitore destinato a profumi e unguenti.

Molti degli oggetti si trovavano ancora esattamente dove erano stati deposti oltre 2.600 anni fa. Una circostanza sempre più rara nei siti dell’Etruria meridionale, spesso segnati in passato dall’attività dei tombaroli e dagli scavi clandestini che hanno compromesso numerosi contesti archeologici.

La nuova scoperta arriva a poca distanza da un’altra tomba integra individuata nella stessa area nel 2025. Due sepolture inviolate trovate nello stesso settore della necropoli nel giro di un anno rappresentano un evento decisamente insolito e destinato ad attirare l’attenzione della comunità scientifica.

L’importanza del ritrovamento

Per gli archeologi il valore del ritrovamento va ben oltre il singolo reperto. Quando una tomba etrusca viene saccheggiata, infatti, non spariscono soltanto gli oggetti più preziosi. Si perde anche una parte fondamentale delle informazioni che permettono di interpretare il contesto funerario.

La disposizione degli elementi, in questo caso, è rimasta immutata e quindi gli studiosi hanno avuto il privilegio di poter osservare la loro collocazione all’interno della camera e altri dettagli sulla sepoltura.

Gli studi continueranno nei prossimi mesi con un obiettivo chiaro: quello di ricostruire l’identità delle persone sepolte e capire meglio la relazione tra le diverse tombe dell’area del Caiolo in provincia di Viterbo. Il focus sarà poi rivolto al corredo funerario comprendendo meglio anche i motivi della disposizione. Questo fa sì che la necropoli di San Giuliano sia confermata tra le più rilevanti della Tuscia.

Parco dei Mostri di Bomarzo, viaggio nel Sacro Bosco che sfida la logica con architetture impossibili

Non sono molti i luoghi che riescono a generare stupore fin dal primo passo quanto il Parco dei Mostri di Bomarzo. Ci troviamo nel Lazio settentrionale, in provincia di Viterbo, e proprio qui, ai piedi del borgo di Bomarzo, la terra si spacca rivelando un universo parallelo fatto di roccia vulcanica e muschio. Il Sacro Bosco (nome ufficiale), rappresenta quasi un unicum mondiale, una deviazione bizzarra rispetto ai canoni ordinati dei giardini rinascimentali italiani.

Da una parte c’è il bosco, con alberi secolari, sentieri ombreggiati e grandi massi di peperino affioranti dal terreno. Dall’altra compaiono figure gigantesche, bocche spalancate, animali fantastici e costruzioni che sembrano nate da un sogno inquieto. La Tuscia viterbese, del resto, è un territorio di origine vulcanica che alterna vallate, boschi e borghi medievali, tanto che da molti studiosi questo angolo è considerato il più antico parco di sculture del mondo moderno.

Fin dall’ingresso ci si rende conto che i riferimenti classici del Rinascimento lasciano spazio a qualcosa di diverso, ovvero a un linguaggio libero, imprevedibile e quasi provocatorio. Più che un giardino, il Sacro Bosco assomiglia a una pagina di pietra disseminata di enigmi.

Breve storia del Sacro Bosco di Bomarzo

La nascita del Parco dei Mostri risale alla metà del ‘500 con ideatore e committente Pier Francesco Orsini, detto Vicino, signore di Bomarzo, nato nel 1523 e protagonista di una delle vicende più affascinanti del Rinascimento italiano. I lavori iniziarono nel 1552 all’interno della tenuta di famiglia.

Vicino Orsini apparteneva a una delle casate più influenti dell’Italia centrale e coltivava interessi letterari, artistici e filosofici. Per dare forma alla sua visione si affidò a personalità di primo piano della cultura rinascimentale. Tra i nomi più spesso associati al progetto figura Pirro Ligorio, architetto, antiquario e studioso che avrebbe completato la Basilica di San Pietro dopo la morte di Michelangelo.

Secondo una tradizione consolidata, il parco venne concepito anche come risposta al dolore provocato dalla scomparsa della moglie Giulia Farnese. Un’iscrizione celebre riassume il senso dell’opera attraverso poche parole destinate a diventare leggendarie: “Sol per sfogare il core”.

Orsini scelse di trasformare il terreno boschivo in un sorprendente teatro simbolico. I massi di peperino già presenti sul posto, infatti, vennero scolpiti direttamente nella roccia. Nacquero in questo modo draghi, orchi, elefanti da guerra, divinità, creature fantastiche e figure tratte dalla tradizione classica.

Alla morte del principe, avvenuta nel 1585, il complesso entrò in una lunga fase di declino. Vegetazione spontanea, incuria e passaggio del tempo finirono per nascondere gran parte delle opere. Secoli dopo, intellettuali e viaggiatori tornarono a interessarsi di questo angolo enigmatico, al punto che durante il ‘900 arrivò la rinascita definitiva grazie agli interventi di recupero promossi dalla famiglia Bettini, proprietaria del parco dal 1960.

Oggi il Sacro Bosco rappresenta uno dei massimi esempi del Manierismo italiano: è un’opera unica, lontanissima dai canoni tradizionali dei giardini rinascimentali.

Cosa vedere al Parco dei Mostri

Visitando il Parco dei Mostri si ha la vibrante sensazione di entrare con il proprio corpo in un racconto disseminato tra alberi, rocce e sentieri. La durata media della scoperta si aggira attorno alle 2 ore, un tempo sufficiente per lasciarsi sorprendere da decine di opere monumentali.

Tra le presenze più celebri c’è senza dubbio l’Orco, autentico simbolo del parco. Si tratta di una gigantesca testa scolpita nella pietra che mostra una bocca spalancata che funge da ambiente visitabile. Sulla sommità compare una frase destinata a restare impressa nella memoria: “Ogni pensiero vola”. Davanti a quella roccia di peperino scolpito risulta facile comprendere il motivo della fama mondiale del Sacro Bosco.

Poco distante c’è il Drago, raffigurato nel pieno di uno scontro con altre creature. Muscoli, artigli e tensione narrativa trasformano il blocco roccioso in una scena dinamica. Altrettanto spettacolare risulta l’Elefante, una delle immagini più sorprendenti dell’intero percorso. La figura sostiene un guerriero e richiama suggestioni esotiche insolite per il contesto italiano del XVI secolo.

Grande curiosità suscita la Casa Pendente: vista dall’esterno sembra una normale abitazione rinascimentale, eppure l’inclinazione dell’edificio altera immediatamente la percezione dello spazio. Una volta entrati, equilibrio e orientamento vengono messi alla prova da un effetto ottico sorprendente.

Casa Pendente, Bomarzo
iStock
La Casa Pendente nel Parco dei Mostri

Tra le tappe principali meritano attenzione anche la Sfinge, il Pegaso, Cerbero, Nettuno, Proserpina, la Ninfa, il Teatro e il Ninfeo. A differenza dei giardini rinascimentali tradizionali, nessuna regola prospettica collega queste opere in una sequenza rigorosa. L’impressione generale ricorda quella di una caccia al tesoro culturale disseminata nel bosco.

Il Tempio rappresenta un caso particolare, perché costituisce l’elemento più vicino all’architettura classica dell’intero complesso viste le sue linee armoniose e l’impostazione regolare, caratteristiche che contrastano con il carattere visionario delle altre installazioni. Iscrizioni incise nella pietra accompagnano il percorso: alcune richiamano Ariosto e Petrarca, altre sembrano costruite appositamente per alimentare dubbi e interpretazioni.

Dove si trova e come arrivare

Il Parco dei Mostri si trova a Bomarzo, in provincia di Viterbo, all’interno della Tuscia laziale. L’area occupa una posizione strategica tra Lazio e Umbria, immersa in un paesaggio caratterizzato da colline, boschi e antichi insediamenti. L’indirizzo preciso per raggiungerlo è Località Giardino, 01020 Bomarzo.

Per chi viaggia in automobile, il collegamento più rapido passa attraverso l’Autostrada A1. Provenendo da sud risulta comoda l’uscita di Attigliano, distante appena 4 chilometri. Da nord si può utilizzare l’uscita di Orte seguendo poi le indicazioni per Bomarzo. Chi arriva da Viterbo può percorrere la superstrada Viterbo-Orte e utilizzare l’uscita dedicata. Roma dista circa 105 chilometri, Viterbo 21, Orvieto 41 e Terni 50: una collocazione che lo rende il top anche per una gita giornaliera.

In treno il riferimento principale è invece la stazione di Orte Scalo, da dove si raggiunge Bomarzo tramite collegamenti locali oppure servizio taxi. Appena oltre l’ingresso, tra alberi, ombre e figure scolpite, l’emozione che si avverte è quella di aver oltrepassato una soglia invisibile.

Il Sacro Bosco continua a custodire il suo mistero da quasi 500 anni e forse nessuno riuscirà mai a interpretarlo completamente. Oppure, il suo segreto consiste proprio in questo: lasciare spazio alla meraviglia.

Le feste della lavanda più belle del 2026: i paesaggi viola da non perdere in Italia

Tra fine giugno e inizio luglio l’Italia si tinge di viola grazie alla suggestiva fioritura della lavanda. Dalle colline dell’Oltrepò Pavese alla Tuscia, passando per Umbria, Toscana e Piemonte, è uno dei momenti più profumati dell’anno e l’occasione perfetta per andare alla scoperta di borghi e campagne che sembrano sospesi nel tempo.

Campi in fiore, mercatini, degustazioni, laboratori e attività all’aria aperta, ma anche speciali picnic, musica dal vivo e atmosfere rilassate trasformano le gite fuori porta estive in vere e proprie immersioni nel territorio. Ecco una selezione delle migliori feste della lavanda del 2026, organizzate tra i meravigliosi luoghi del Belpaese che non hanno nulla da invidiare alle distese dalle sfumature lilla della Provenza.

Festival della Lavanda a Tuscania (VT)

Con visite guidate ai campi di lavanda in piena fioritura, mercatini artigianali, attività outdoor e degustazioni, il 4 e 5 luglio 2026 Tuscania torna a tingersi di lilla con la 15ª edizione del Festival della Lavanda: per un intero weekend, il suggestivo borgo medievale in provincia di Viterbo e i campi che lo circondano diventano il palcoscenico di un evento imperdibile che si è affermato come uno dei più attesi dell’estate della Tuscia.

I visitatori possono inoltre conoscere da vicino le aziende agricole locali, scoprire i processi di coltivazione e distillazione dell’olio essenziale e acquistare prodotti a base di lavanda, dai cosmetici alle specialità gastronomiche. È l’occasione perfetta per immergersi nei profumi e nelle tradizioni rurali dell’Alto Lazio.

Lavandissima 2026 a Godiasco Salice Terme (PV)

Non serve arrivare fino in Provenza per immergersi nel profumo della lavanda: a poco più di un’ora da Milano, tra le dolci colline dell’Oltrepò Pavese, c’è un luogo che in estate si colora di viola e regala atmosfere sorprendenti. È qui che anche quest’anno torna “Lavandissima“: dal 19 al 21 giugno l’appuntamento è a Cascina Costanza, una piccola realtà agricola di Godiasco Salice Terme che ha trasformato la passione per la lavanda in una delle esperienze più suggestive dell’inizio estate lombardo.

Il cuore dell’evento è il campo (accessibile liberamente) coltivato con oltre 5.000 piante di lavanda officinale, curate direttamente dalla proprietaria, che negli anni ha riportato in vita la storica azienda agricola di famiglia. Tra filari in fiore, tramonti sulle colline e profumi che ricordano il Sud della Francia, i visitatori possono passeggiare liberamente nel campo, rilassarsi sull’erba, partecipare a serate con musica dal vivo e DJ set e assaporare i prodotti del territorio nei punti ristoro dedicati e godere di una vista suggestiva dalla terrazza.

Festa della Lavanda al Lavandeto di Assisi (PG)

Tra le colline umbre, con il profilo di Assisi sullo sfondo, sorge uno dei luoghi più iconici d’Italia per ammirare la fioritura della lavanda. È il Lavandeto di Assisi, un grande giardino botanico dedicato alle piante aromatiche che ogni estate si trasforma in un mare di sfumature viola e accoglie una delle manifestazioni più amate dagli appassionati di natura e fotografia: la Festa della Lavanda 2026 a Castelnuovo di Assisi, giunta alla 17ª edizione.

Segnatevi queste date: 13–14, 20–21, 27–28 giugno e 4–5 luglio 2026. Dalle 10:00 alle 19:00, si possono visitare il giardino e i campi in fiore (per accedervi è richiesto l’acquisto di un mazzetto di lavanda, mentre i bambini fino a 10 anni entrano gratuitamente), ma non solo. Se passeggiare tra i filari profumati è già un’esperienza speciale, il Lavandeto di Assisi offre qualcosa in più: visite guidate, dimostrazioni di distillazione della lavanda, laboratori artigianali e percorsi tra piante aromatiche e officinali. Durante la festa non mancano mercatini con prodotti a base di lavanda, mentre nei fine settimana l’atmosfera si arricchisce con picnic tra i campi e serate di musica dal vivo.

I Giorni della Lavanda a Santa Luce (PI)

Tra le dolci colline della provincia di Pisa, dove vigneti, borghi e campi coltivati disegnano uno dei paesaggi più affascinanti della Toscana, torna l’evento “I Giorni della Lavanda“, che celebra la fioritura nei Colli Pisani. Più che un singolo festival, si tratta di un percorso esperienziale che coinvolge Santa Luce, Castellina Marittima, Orciano Pisano e altri piccoli centri del territorio.

Lavanda in fiore nei pressi di Santa Luce, Toscana
Lavanda in fiore nei pressi di Santa Luce, Toscana

Per oltre un mese, dal 6 giugno al 12 luglio 2026, i visitatori possono passeggiare tra i campi in fiore, partecipare a degustazioni di prodotti tipici e biologici, concedersi picnic e aperitivi tra le distese viola oppure esplorare il territorio con trekking, passeggiate guidate ed escursioni in e-bike. Non mancano eventi musicali, attività dedicate al benessere e iniziative che coinvolgono i borghi, decorati a tema per celebrare uno dei momenti più suggestivi dell’anno.

A rendere speciale l’esperienza è il coinvolgimento delle aziende agricole, degli agriturismi e dei produttori locali, che aprono le proprie attività al pubblico offrendo un’immersione autentica tra i profumi della lavanda e i sapori delle colline pisane.

Fioritura della lavanda a Sale San Giovanni (CN)

Tra le colline dell’Alta Langa, Sale San Giovanni è pronto a trasformarsi ancora una volta in una piccola “Provenza piemontese”, proprio come nel territorio del Monferrato. L’edizione 2026 della fioritura della lavanda si svolge dal 20 giugno al 12 luglio, quando il borgo e i suoi dintorni offrono uno dei paesaggi più scenografici del Piemonte.

Il territorio ospita coltivazioni biologiche di lavanda ed erbe aromatiche come salvia, camomilla, issopo e altre officinali, distribuite su circa 25 ettari. I campi sono visitabili tramite una rete di sentieri segnalati e percorribili liberamente tutti i giorni, a piedi o in bicicletta, con itinerari adatti sia alle famiglie sia agli escursionisti.

Nei weekend è previsto un piccolo contributo volontario, che include un braccialetto e l’accesso alle visite guidate del borgo e delle sue chiese storiche. Tra gli appuntamenti principali spicca la fiera “Non Solo Erbe”, in programma il 27 e 28 giugno, dedicata alle piante officinali e ai prodotti locali.

Lubriano è il borgo silenzioso della Tuscia con panorami epici sulla Valle dei Calanchi

Avete presente Civita di Bagnoregio, la “Città che Muore”? Immaginiamo di sì perché è uno dei borghi italiani più conosciuti anche all’estero. Bene, ciò che in molti non sanno, però, è che di fronte a esso sorge un altro bellissimo paesino, che per alcuni aspetti è anche molto, ma molto simile. Il suo nome è Lubriano e si trova affacciato sulla Valle dei Calanchi, una distesa di creste argillose che si rincorrono fino all’orizzonte.

Siamo nella Tuscia viterbese, forse in una delle sue zone più selvagge, e Lubriano prende vita proprio lì, su una lingua di terra che quasi pare dover crollare da un attimo all’altro (anche se, e va detto, è assolutamente più stabile della vicina Civita). Conta meno di 1.ooo abitanti, ma nonostante ciò racchiude una stratificazione storica che parte dagli Etruschi, passa per i Romani e attraversa invasioni, guerre, dominazioni longobarde e potere papale. Il suo nome antico, Vicus Cimiliano, racconta già una lunga trasformazione.

Qui il tempo si percepisce nei dettagli: il basalto scuro sotto i piedi estratto dalle cave vicine; le case in tufo che trattengono il caldo del giorno e rilasciano lentamente l’odore della terra; le aperture tra le mura che regalano scorci improvvisi su un paesaggio che sembra disegnato a mano.

Cosa vedere a Lubriano

Questo silenzioso e affascinante borgo del Lazio invita a esplorare il suo tessuto urbano e i suoi punti di osservazione con attenzione ai dettagli architettonici, i quali riflettono le diverse stratificazioni storiche e il contesto geologico che, contemporaneamente, modella ogni visuale.

Piazza San Giovanni Battista

Il cuore di Lubriano si apre in una piazza ampia e luminosa che funziona da punto di incontro tra vita quotidiana e storia. Dedicata a San Giovanni Battista, vi si affacciano gli edifici più importanti e fa sì che lo sguardo corra subito oltre le case, quindi verso la valle.

Al centro si trova la Fontana della Pucciotta, realizzata all’inizio del ‘900 per celebrare l’arrivo dell’acqua. La vasca quadrata in basalto sostiene una figura in bronzo, un putto che stringe un cigno dal cui becco sgorga un getto continuo.

Chiesa di San Giovanni Battista

A pochi passi dalla fontana sorge la Chiesa di San Giovanni Battista legata a una storia che affonda nel periodo longobardo. L’edificio attuale mostra un volto barocco ed è risultato di ricostruzioni successive (soprattutto dopo il terremoto del’600 che colpì duramente tutta l’area).

L’interno è raccolto, con una sola navata scandita da arcate ampie. Tra le opere conservate si trovano affreschi, pale e lapidi incastonate nelle pareti e, tra le altre cose, anche le reliquie di San Procolo, figura molto cara alla comunità locale.

Palazzo Monaldeschi

Poco distante si incontra uno degli edifici più rappresentativi del borgo. Il Palazzo Monaldeschi ha una storia lunga e stratificata: prima dell’anno 1.000 ospitava un convento, attorno al quale si sviluppò il primo nucleo abitato. In seguito passò alla potente famiglia Monaldeschi, che ne fece una residenza signorile.

Nel ‘600 subì una trasformazione radicale in stile barocco e ancora oggi si riconoscono i grandi saloni, le decorazioni eleganti e i giardini pensili con geometrie curate.

Torre Monaldeschi

Nel quartiere dell’Ortale si alza la torre che per secoli ha avuto funzione di controllo e difesa. La struttura originale della Torre Monaldeschi raggiungeva circa 35 metri di altezza, ma anche in questo caso il terremoto del 1695 ne causò il crollo parziale.

Attualmente resta un punto di riferimento visivo per il paese e salire fino in cima, quando possibile, regala una vista che si estende in tutte le direzioni: si distinguono i profili dei Monti Amerini, la Valle del Tevere e i centri abitati sparsi tra Lazio e Umbria.

Museo Naturalistico di Lubriano

Per capire davvero il territorio serve entrare in questo spazio dedicato alla geologia e alla biodiversità locale. Il museo racconta la formazione dei calanchi, nati dall’erosione di argille e sabbie su un substrato vulcanico.

Propone anche percorsi legati alle tradizioni rurali, con particolare attenzione alle erbe spontanee, ai frutti locali e alle antiche pratiche di raccolta. Le visite guidate portano spesso fuori dalle sale, direttamente nei sentieri che circondano il borgo.

Santuario della Madonna del Poggio

Appena fuori dal centro si trova il Santuario della Madonna del Poggio risalente al ‘500, poi ampliato in epoca barocca dopo i danni causati dal terremoto. L’interno custodisce una pala seicentesca con la Madonna in trono.

La posizione, leggermente isolata rispetto al paese, contribuisce a creare un’atmosfera raccolta. Durante la festa dell’Ascensione, invece, diventa il fulcro di una celebrazione molto sentita.

Cosa fare a Lubriano

In questo borgo della Tuscia è possibile lasciarsi andare ad attività semplici, connesse al territorio e alle tradizioni. Anzi, a essere del tutto onesti qui si viene soprattutto per osservare, assaggiare e partecipare. Ta le esperienze migliori:

  • Affacciarsi sulla Valle dei Calanchi: i belvedere disseminati lungo il paese permettono di posare gli occhi su prospettive sempre diverse. Basta spostarsi di pochi metri per vedere cambiare completamente il disegno delle creste argillose.
  • Salire sulla Torre Monaldeschi: quando l’accesso è consentito, la salita vale lo sforzo. Dall’alto si percepisce la conformazione del territorio in modo molto più chiaro.
  • Partecipare alle feste locali: in estate il borgo si anima con la Festa del vino della Valle dei Calanchi e la Sagra della Bistecca Chianina. Profumi intensi, tavoli all’aperto e una convivialità diretta e piacevole.
  • Assistere all’Infiorata dell’Ascensione: le strade si riempiono di tappeti floreali realizzati a mano, con colori accesi, disegni curati e una partecipazione collettiva che coinvolge tutto il paese.
  • Visitare il Museo Naturalistico con guida: le escursioni organizzate consento di entrare davvero nel paesaggio, tra sentieri e osservazioni sul campo.
  • Scoprire le cantine e i prodotti locali: tra enoteche e piccoli negozi si trovano vini della Teverina, salumi e carne chianina.

Come arrivare

Lubriano si estende nella provincia di Viterbo, a circa 120 chilometri da Roma, su un crinale che segna il passaggio verso l’Umbria. Il riferimento più semplice è Bagnoregio, distante solo pochi minuti di auto. Chi arriva in macchina percorre strade scorrevoli per gran parte del tragitto, anche se gli ultimi chilometri richiedono un po’ di attenzione perché la segnaletica tende a ridursi e il paese appare all’improvviso.

All’ingresso si incontra uno dei punti panoramici più noti, posto a circa 470 metri di altitudine. Da lì parte una discesa lieve che conduce verso il centro abitato. Un ponte costruito nel secondo dopoguerra collega l’area con la rete stradale umbra e facilita gli spostamenti verso il casello autostradale più vicino.

Arrivando a Lubriano, Tuscia
iStock
Arrivando nel bel borgo di Lubriano

Il paese di Lubriano resta fuori dai circuiti più affollati (per il momento), ed è proprio questo il suo punto di forza. Arrivarci richiede un minimo di attenzione in più, ma la ricompensa è immediata: una vista che resta impressa e un silenzio che raramente si trova altrove.

Tra forre, necropoli e sentieri nascosti, Blera mostra il volto autentico della storia della Tuscia

Il primo impatto arriva con il profilo della rupe che emerge dalla campagna della Tuscia. L’impressione è quella di un luogo che ha assorbito secoli senza cambiare ritmo. Blera appartiene a un’area attraversata da itinerari etruschi e preromani che collegavano l’interno della provincia di Viterbo alle zone costiere e ai territori vicini.

La sua posizione rialzata narra la logica dei villaggi fortificati, mentre il dedalo di vicoli in tufo rende evidente un’abitudine all’adattamento che attraversa epoche diverse. Camminando nel centro storico si avverte una continuità silenziosa tra ciò che resta della civiltà etrusca, la memoria dei castelli della Tuscia e l’eredità agricola che ha modellato il borgo fino a tempi recenti.

Cosa vedere a Blera

La visita di Blera inizia lungo Via Roma. L’arco di Porta Marina introduce nel cuore più antico del paese e crea una sensazione di accesso in un ambiente raccolto.

Una volta superato il varco si incontrano case in tufo che stringono il passaggio, palazzi con stemmi affiorati dalle pareti e cantine scavate nella roccia. Ma questo, come è possibile intuire, è solo l’inizio.

Chiesa di Santa Maria Assunta e San Vivenzio

La Chiesa di Santa Maria Assunta e San Vivenzio si affaccia sulla piazzetta principale con un equilibrio che unisce epoche diverse. All’interno riposa la cripta dedicata a San Vivenzio, insieme alla tomba attribuita al patrono. L’ambiente custodisce stucchi e tracce di fasi diverse della comunità religiosa, mentre l’altare accoglie un sarcofago romano con la scena della caccia di Adone, recuperato dopo un uso improprio in epoche passate e riportato alla sua dignità originaria.

Palazzo Lattanzi e il tessuto storico attorno a Via Roma

Proseguendo lungo la via principale appare Palazzo Lattanzi. Le sue mura segnano la presenza di famiglie che ebbero un ruolo decisivo nella vita civile del borgo. Attorno si sviluppa un intreccio di vicoli che sono la culla di porte in tufo, passaggi interni stretti e ambienti ricavati nella roccia.

Palazzo Anguillara

Più avanti non passa di certo inosservato Palazzo Anguillara che si affaccia sulla Piazza della Rocca: un edificio signorile ma al tempo stesso imponente, con la sua struttura rinascimentale e il portale bugnato in peperino. Nei sotterranei, in un tempo ormai lontano, si trovavano delle celle carcerarie. Oggi, invece, attorno ad esso si sviluppano vicoli stretti che seguono l’andamento della rupe e che sono fiancheggiati da case in tufo con logge basse, anti­che scale esterne e aperture modellate nei secoli.

Il quartiere più antico e le case in tufo

Nella parte più silenziosa del paesino si incontrano abitazioni che mostrano il volto più sincero di Blera. Le pietre ruvide, i tetti irregolari e le soglie minute parlano di una dimensione pratica e ostinata. Ogni parete riflette abitudini nate dal rapporto diretto con il blocco di tufo, al punto che le case appaiono quasi fuse con la roccia stessa.

Le grotte e gli ambienti ipogei

Anche sotto il livello delle abitazioni ci sono meraviglie; anzi, un vero e proprio mondo nascosto: grotte, cunicoli e magazzini con ancora i segni di vasche per il vino, aree per animali e ambienti per lo stoccaggio dei raccolti.

Percorso verso la Valle del Biedano

Un tratto che scende dall’altura conduce alla Valle del Biedano puntellata di orti, terrazzamenti antichi, resti del Ponte della Rocca e ingressi ricavati nella roccia. Un passo dopo l’altro ci si rende conto che l’atmosfera cambia lentamente, fino a raggiungere i punti in cui riemergono tracce dell’antica Via Clodia.

I siti archeologici di Blera

A Blera c’è una presenza antica che affiora con naturalezza tra forre, altipiani e pareti di tufo. Nei pianori attorno al Biedano, infatti, si stagliano ancora oggi tracce di comunità che vissero qui molto prima dell’impianto medievale, con sepolcri rupestri, abitati etruschi e insediamenti protostorici rimasti in gran parte intatti grazie all’isolamento del territorio.

Necropoli della Casetta e Grotte Penta

Verso nord si apre la straordinaria Necropoli della Casetta, con tombe a dado e semidado che si affacciano sui versanti tufacei con una presenza sorprendente, quasi come fosse un villaggio a parte. Particolarmente interessante è anche il complesso delle Grotte Penta che contiene camere funerarie intonacate e decorate con fasce cromatiche, insieme a una colonna dorica che crea un punto di equilibrio scenografico. Le iscrizioni etrusche della tomba poco distante conservano nomi e memorie di famiglie legate al territorio.

La tomba a dado della Torretta

La grande tomba a dado presso la Torretta si distingue per possedere un facciata intonacata e per due ingressi incorniciati da elementi dorici. Le scalinate laterali salgono verso la sommità del sepolcro, affiancate da una serie di nicchie e loculi scolpiti.

Necropoli di Pontone del Paino

In un’area più isolata, quasi nascosta, emerge un sepolcro ellenistico arricchito da un’iscrizione etrusca che riporta il nome di un membro di un’antica famiglia locale. Le parole incise nella roccia sembrano quasi trattenere il respiro di vite lontane.

San Giovenale

Vicino a Civitella Cesi, frazione di Blera, prende vita il pianoro di San Giovenale, sede di scavi condotti negli anni Cinquanta da un’équipe svedese con la partecipazione del re Gustavo VI Adolfo. Le indagini portarono alla luce fondi di capanne dell’età del bronzo, abitazioni etrusche costruite con blocchi di tufo e i resti del castello medievale dei Di Vico.

Luni sul Mignone

Più in basso si può raggiungere il pianoro di Luni sul Mignone, luogo di una bellezza emozionante (il paesaggio è davvero unico nel suo genere) e con stratificazioni ancora più antiche. Qui sono emerse capanne appenniniche, tombe a grotticella, mura etrusche e una chiesa altomedievale. I frammenti micenei recuperati durante gli scavi rivelano contatti con l’Egeo risalenti al secondo millennio a.C. e aggiungono un tassello inatteso alla storia della zona.

Dove si trova e come arrivare

Come accennato, Blera  si trova su un’altura della Tuscia viterbese attraversata dal Biedano e circondata da valloni profondi. Da Viterbo si raggiunge imboccando la provinciale diretta verso sud. Da Roma il percorso più semplice segue la Cassia fino al bivio che porta verso la campagna interna.

L’ingresso attraverso Porta Marina introduce subito nel centro storico, mentre i sentieri che scendono verso la valle accompagnano in direzione di pressoché infinite necropoli, ponti e resti della Via Clodia.

Alla scoperta di Soriano nel Cimino, viaggio tra vicoli medievali e bellezze nascoste

Nel cuore della Tuscia, tra le colline della provincia di Viterbo, Soriano nel Cimino si svela come un borgo sospeso tra storia e natura. Le strade medievali, le torri che sfidano il tempo e i palazzi nobiliari raccontano vicende antiche, mentre angoli nascosti e panorami sulla campagna circostante trasformano la passeggiata in un’esperienza capace di intrecciare memoria e bellezza. Il ritmo qui è lento, l’aria fresca e fragrante e i passi conducono al cospetto di un posto genuino, perché (ancora) lontano dai flussi turistici convenzionali. Scopriamo insieme cosa fare e vedere.

Cosa vedere a Soriano nel Cimino

Soriano nel Cimino mette a disposizione dei suoi visitatori scorci e monumenti che parlano di secoli di storia. Percorrere vicoli, attraversare piazze e curiosare nei cortili silenziosi lascia immaginare la vita del borgo, assaporandone la quiete e l’eleganza antica.

Via dei Vicoli e centro storico

Iniziamo questo viaggio tra Via dei Vicoli e le stradine del centro storico, dove è come entrare in un piccolo labirinto di memorie sospese. Le pietre sotto i piedi sono testimoni di secoli di passi, mentre archi nascosti e angoli appartati svelano scorci di quotidianità ormai andata. Non passano di certo inosservati i dettagli inattesi, come una finestra che si apre su un cortile silenzioso, o un lampione che proietta una luce calda sui vicoli.

Castello Orsini

Il maestoso Castello Orsini, costruito a partire dal XIII secolo per poi essere ampliato e modificato nel corso del tempo, domina l’abitato come un guardiano silenzioso. Le sue torri e le possenti mura raccontano di famiglie nobili, battaglie e leggende che ancora vibrano tra i corridoi vuoti. Salire fino alle sue terrazze permette di respirare a pieni polmoni l’aria della Tuscia, mentre ogni pietra trasmette il fascino di stagioni perdute.

Castello Orsini, Soriano nel Cimino
iStock
Il Castello Orsini che domina i borgo

Chiesa di Santa Maria Assunta

Un vero e proprio capolavoro è la Chiesa di Santa Maria Assunta, che si erge nel cuore del paese con un’eleganza sobria e irresistibile. Le sue mura antiche sono la casa secoli di devozione e arte, mentre l’interno rivela affreschi e dettagli architettonici che parlano di fede e comunità.

Palazzo Chigi-Albani

Tra le stradine acciottolate è conservato un altro capolavoro locale: il Palazzo Chigi-Albani. Si tratta di un edificio che trasuda storia e prestigio, grazie alle facciate che narrano secoli di nobiltà, alleanze e intrighi. Molto affascinanti sono anche i cortili interni, che ancora trasmettono l’eco di feste sontuose, passeggiate eleganti e vite aristocratiche che hanno plasmato l’anima della cittadina.

Noto anche come “Villa Papacqua”, è un esempio significativo di architettura manierista dall’aspetto monumentale. Attualmente ospita la Pinacoteca di Soriano nel Cimino, che è la culla di opere d’arte di notevole valore.

Chiesa di Sant’Andrea

All’ombra dei vicoli medievali, una particolare costruzione si distingue per l’eleganza e la forza della tradizione: la Chiesa di Sant’Andrea. Le navate sono simbolo della continuità di una fede antica e silenziosa, mentre gli affreschi e gli altari rievocano storie di comunità che hanno plasmato il borgo. Quando si osservano le colonne e si respira l’atmosfera raccolta si ha la sensazione di fare un passo dentro il tempo, in cui sacro e quotidiano si intrecciano in un dialogo silenzioso ma intenso.

Fontana Vecchia

Nascosta tra gli angoli del borgo, la Fontana Vecchia colpisce perché ha ancora la raffinatezza discreta dei secoli passati. L’acqua scivola lenta tra la pietra consumata, mentre intorno si percepisce il richiamo della vita antica, tra chiacchiere, mercati e passi sul selciato che hanno attraversato generazioni.

Museo della Tuscia e della Civiltà Contadina

Chi desidera approfondire il passato del borgo, non deve perdersi una visita al Museo della Tuscia e della Civiltà Contadina, che offre uno sguardo unico sulla vita rurale della zona. Tra utensili, arredi e ricostruzioni di botteghe e abitazioni, gli oggetti svelano anni di fatica, ingegno e tradizione. La visita consente di percepire il ritmo autentico dell’esistenza contadina e la memoria di una comunità che ha saputo preservare la propria identità nel corso dei secoli.

Cosa fare a Soriano nel Cimino

Soriano nel Cimino non è solo un borgo da ammirare, ma un luogo da vivere. La Sagra delle Castagne, che si svolge ogni anno tra il primo e il terzo weekend di ottobre (nel 2025 dal 3 al 19), anima il centro con stand di prodotti tipici, dolci della tradizione, vino novello e specialità della Tuscia. Le strade si trasformano in un vivace mercato autunnale, profumato di castagne arrostite e di atmosfere calde e conviviali.

Molto interessante è anche Soriano Medieval Fest, che va in scena a giugno di ogni anno al Parco le Paperelle. Tra falconieri, giocolieri, artigiani e figuranti in costume, il paese si riempie di suoni, profumi e colori d’altri tempi. L’ingresso è gratuito e l’atmosfera, tra spettacoli, mercatini e rievocazioni storiche, fa rivivere la magia autentica del Medioevo.

Durante l’anno, concerti all’aperto, piccole mostre d’arte e spettacoli teatrali animano piazze e cortili storici. Mentre chi ama la natura può avventurarsi lungo i sentieri dei boschi circostanti, adatti a passeggiate tranquille o escursioni più impegnative, spesso accompagnate da guide che raccontano flora, fauna e storia del territorio.

Dove si trova e come arrivare

Il pittoresco borgo di Soriano nel Cimino si adagia sulle colline della Tuscia viterbese, vicino ai Monti Cimini, immerso in una campagna punteggiata di boschi e vigneti. In auto, da Viterbo bastano circa 16 chilometri lungo la Strada Provinciale 32, mentre da Roma il viaggio dura poco più di un’ora, attraversando panorami rurali e vallate tranquille.

Chi preferisce i mezzi pubblici può prendere il treno fino a Viterbo e proseguire con autobus locali. Una volta arrivati, le strade acciottolate e le piazze storiche diventano il punto di partenza ideale per esplorare vicoli, palazzi e scorci panoramici, lasciandosi guidare dalla curiosità e dal passo lento.

Civita di Bagnoregio, la Pietranera di “Il nome della rosa”

Un piccolo e antico villaggio arroccato su una collina, nel cuore della Valle dei Calanchi, ed un unico ponte che lo collega con il resto della civiltà. Ci troviamo nel meraviglioso borgo di Civita di Bagnoregio, in provincia di Viterbo, nel cuore della Tuscia laziale. Un luogo sospeso nel tempo e nello spazio, che la fiction “Il nome della rosa” ha voluto celebrare scegliendolo come protagonista tra le suggestive location in cui è stata girata.

Sono solo 11 gli abitanti che vivono in questo luogo a metà tra mito e storia, tra magico e mistico, chiamato il “paese che muore”. È tra i borghi più belli d’Italia e merita di essere esplorato in ogni suo angolo, perché offre la sensazione di tornare ad epoche lontane e regala panorami unici che tolgono il fiato.

Civita di Bagnoregio diventa Pietranera ne “Il nome della rosa”

Ha un aspetto unico permeato da un’atmosfera quasi magica, Civita di Bagnoregio. La location perfetta per girare le scene suggestive della fiction “Il nome della rosa”, tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Eco.

Nelle immagini della serie tv (nella prima puntata) vediamo questo bellissimo borgo leggermente trasformato per esigenze televisive e letterarie: il suo nome diventa Pietranera e “sparisce” il suo inconfondibile ponte, l’unico passaggio pedonale in cemento dal quale poter accedere al centro abitato.

Nella fiction questo luogo è abitato dai seguaci di Fra Dolcino, considerato eretico. Verrà poi distrutto dalle truppe pontificie, l’inquisizione, per infliggere una punizione al frate.

Vista su Civita di Bagnoregio
Fonte: iStock
Vista su Civita di Bagnoregio

Cosa vedere a Civita di Bagnoregio

Sono tantissime le persone che ogni anno raggiungono questo borgo che sembra sospeso nel vuoto nel cuore della Valle dei Calanchi. Civita di Bagnoregio sorge tra le due valli chiamate Fossato del Rio Torbido e Fossato del Rio Chiaro, che un tempo ne erano le vie d’accesso, poiché portavano dalla valle del Tevere fino al Lago di Bolsena.

È il “paese che muore“, soprannome dato a causa dalla sua situazione decisamente precaria: il borgo è arroccato su una platea tufacea, i cui  banchi d’argilla che la sorreggono sono soggetti a continua erosione. Il suo delicato equilibrio costringe questa località ad un destino inesorabile, una situazione che la rende unica nel suo genere.

Civita di Bagnoregio e il ponte che conduce verso il borgo
Fonte: iStock
Civita di Bagnoregio e il ponte che conduce verso il borgo

Attraversato l’unico ponte che collega il borgo con il resto della civiltà, si apre davanti agli occhi lo spettacolo del paesaggio circostante, fatto di valli e calanchi scavati da millenni di erosione dell’acqua. Si arriva quindi alla Porta Santa Maria, l’unico accesso al borgo. Da lì una varietà di viuzze si snoda tra gli edifici storici risalenti al medioevo e si riuniscono in piazza San Donato, il cuore del borgo su cui si affaccia la chiesa di San Donato, che custodisce un prezioso crocefisso ligneo risalente alla fine del XVI secolo.

Chiesa di San Donato a Civita di Bagnoregio
Fonte: iStock
Chiesa di San Donato a Civita di Bagnoregio

Tra le meraviglie da ammirare, camminando a passo lento tra le strette stradine del borgo, ci sono i palazzi nobiliari dei Colesanti, dei Bocca e degli Alemanni, costruiti dalle importanti famiglie del viterbese nel corso del Rinascimento. In particolare, all’interno di Palazzo degli Alemanni si può visitare il Museo Geologico e delle Frane, un’esposizione che tocca una vasta gamma di discipline, dalla geologia alla sismologia fino all’archeologia, illustrando il rapporto tra Civita e il suo territorio, con una grande attenzione al tema del dissesto idrogeologico.

Da non perdere a Civita di Bagnoregio è anche il piccolo Museo Antica Civitas e la grotta di San Bonaventura, un’antica tomba a camera scavata a strapiombo sul muro di tufo, e che porta con sé una storia curiosa. Il suo nome deriva da Frate Bonaventura da Bagnoregio, vissuto tra il 1217 e il 1274 e che fu il biografo di San Francesco di Assisi. Si racconta che durante un suo soggiorno in questo borgo, San Francesco curò, salvando da morte certa, un ragazzo che si chiamava Giovanni di Fidanza. La madre del giovane promise al Santo che una volta cresciuto, il figlio sarebbe diventato un servitore di Dio, e così fu: Giovanni divenne Frate Bonaventura da Bagnoregio.

Tra gli altri punti di interesse, troviamo il Palazzo Vescovile, un mulino del XVI secolo, i resti della casa natale di san Bonaventura.

Info utili per accedere a Civita di Bagnoregio

Come detto, Civita di Bagnoregio è raggiungibile soltanto attraversando il lungo e suggestivo ponte pedonale in cemento (costruito nel 1965), che dalla collina più vicina accompagna i visitatori fino alla porta d’accesso al centro storico. Per accedervi, è necessario acquistare un biglietto giornaliero (online o fisicamente all’infopoint presente prima del ponte) che ha un costo di 5 euro. Un contributo che permette all’amministrazione comunale di compiere i lavori di restauro e di stabilizzazione, mantenendo il patrimonio di immenso valore rappresentato d questo borgo annoverato tra i più belli d’Italia.

Il suggestivo ponte pedonale che conduce a Civita di Bagnoregio
Fonte: 123RF
Il suggestivo ponte pedonale che conduce a Civita di Bagnoregio

Le altre location della serie tv “Il nome della rosa”

Non è solo Civita di Bagnoregio ad apparire tra le meravigliose location della fiction “Il nome della rosa”, creata e diretta da Giacomo Battiato per Rai Fiction e Tele München, nel 2019. Sono diverse le regioni italiane che hanno prestato alla produzione di questa miniserie i loro paesaggi e i monumenti più belli, e in particolare Abruzzo, Lazio e Umbria.

Ecco le location scelte in Abruzzo:

  • Castello di Roccascalegna: si erge su uno sperone di roccia che domina l’omonimo borgo e dal quale si ammira il vallone del Rio Secco e la vallata del Sangro. Nella serie tv rappresenta il quartier generale del Distaccamento del comando imperiale in Toscana;
  • Eremo di Santo Spirito: luogo incastonato nella roccia a Roccamorice (PE), nel cuore della Maiella;
  • Gole di San Martino: un vero e proprio canyon stretto e lungo 14 chilometri e con pareti a picco, immerso nel Parco della Maiella.
Castello di Roccascalegna Abruzzo
Fonte: iStock
Castello di Roccascalegna Abruzzo

In Umbria, le location scelte per “Il nome della rosa” sono:

  • Perugia: piazza IV Novembre diventa la location di diverse scene ambientate ai tempi dell’Inquisizione tra roghi di eretici, scene con gruppi di popolani, nobili, soldati e cortei di monaci;
  • Abbazia di Montelabate: di questo borgo in provincia di Pescara diamo in particolare la scalinata dell’Abbazia di Santa Maria Valdiponte;
  • Bevagna: un borgo pittoresco in cui si ammirano, attraverso le riprese, il mercato coperto e piazza Silvestri con la Chiesa di San Silvestro.
Bevagna
Fonte: iStock
Bevagna

In Lazio, invece, oltre a Civita di Bagnoregio le scene della serie tv hanno visto:

  • Parco Archeologico di Vulci: a Montalto di Castro, in provincia di Viterbo, sorge questa antica valle etrusca che custodisce i resti dell’antica città Vulci, le necropoli e i canyon scavati nelle rocce;
  • Monte Porzio Catone: ha prestato i suoi paesaggi per diverse riprese esterne, insieme a Manziana, la valle della Molara, San Silvestro, e il Vivaro;
  • Faggeta a Soriano nel Cimino: un’oasi naturale dal fascino veramente unico e magico, nominata Patrimonio naturale dell’umanità dall’UNESCO;
  • Castello di Rocchettine: vediamo il castello medievale con le sue due torri gemelle, in provincia di Rieti, più precisamente a Torri in Sabina.
Parco Archeologico di Vulci
Fonte: iStock
Parco Archeologico di Vulci

Viterbo, guida e itinerari alla scoperta della città della Tuscia

La città di Viterbo sorge nel Nord del Lazio e, più precisamente, in una zona che viene chiamata Tuscia Viterbese. È una città antica, molto probabilmente di origini etrusche, che affascina tutti i suoi visitatori per la presenza di preziosi vicoli, monumenti di varie epoche, casette in pietra e per i dintorni ricchi di natura e luoghi di interesse da non perdere. Scopriamo insieme cosa visitare in questo gioiello del Lazio.

Viterbo, informazioni utili

Posta a circa 320 metri sul livello del mare, Viterbo è una città di arte e di cultura ma anche di natura: prende vita a ridosso dei Monti Cimini e tra il Lago di Bolsena e quello di Vico (a poca distanza c’è pure il mare). Il suo centro storico è un piccolo capolavoro, talmente tanto ben conservato che pare catapultare direttamente nel Medioevo.

La sua è una storia antichissima e che fonda le radici ai tempi degli Etruschi, che qui hanno lasciato numerose tracce, alcune visibili nel Museo cittadino e altre in giro per la città e nelle zone circostanti. Nel corso dei secoli è stata anche una realtà ricca e potente, tanto che tra il 1200 e il 1300 controllava quasi 50 castelli e divenne persino la sede preferita di molti papi. Non vi sorprenderà sapere, quindi, che uno dei suoi appellativi è “Città dei Papi”.

A tal proposito una piccola curiosità: è proprio a Viterbo che nacque la parola “conclave” e per un fatto molto particolare. Tale termine, infatti, deriva dal latino cum clave, cioè “(chiuso) con la chiave” o “sottochiave”, e fu utilizzato a causa delle divergenze dell’epoca tra i cardinali che dovevano eleggere il successore di papa Clemente IV: il popolo viterbese, non sopportando più la situazione, decise di rinchiudere tutti all’interno del palazzo (clausi cum clave) finché non si fosse trovato un accordo, arrivando a scoperchiare il tetto e a razionare i rifornimenti di cibo per i religiosi.

Ma non è di certo finita qui, perché Viterbo è anche città termale e detentrice di una delle delle feste tradizionali più belle del nostro Paese e più emozionanti del mondo intero: la Macchina di Santa Rosa.

Viterbo, Lazio
Fonte: iStock
Veduta di Viterbo

Cosa vedere nel centro storico di Viterbo

Una visita a Viterbo non può che partire dal suo affascinante centro storico, pieno di torri, fontane e palazzi che allietano, passo dopo passo, i visitatori. E poi ci sono le architetture tipiche del Medioevo, gli scorci mozzafiato e tanti piccoli punti di interesse racchiusi in una cinta muraria perfettamente conservata e che si estende per circa 4 chilometri.

Chiesa di San Sisto

Entrando dall’imponente Porta Romana, la prima cosa da visitare a Viterbo è la Chiesa di San Sisto. È una delle più antiche della città e offre un interno che riempie di stupore tanto che Andrè Maurel, autore francese, nel suo “Petites villes d’Italie” del 1911 ne parlò come di “una chiesa che possiede solo la propria meraviglia”. Straordinario, per esempio, è l’altare che sorge sulla cima di una lunga scalinata.

Piazza Fontana Grande

Piazza Fontana Grande ha questo nome perché proprio qui si fa spazio un’importante fontana antica. È una delle tante che impreziosiscono la città, ma senza ombra di dubbio è una meraviglia. Realizzata da Pietro e Bertoldo di Giovanni, si distingue per essere rialzata da una gradinata rispetto al piano stradale e per una prima vasca a croce greca sui cui innalza una colonna che sorregge due tazze sovrapposte e un elegante pinnacolo.

Piazza del Plebiscito

I viterbesi la chiamano Piazza del Comune, ma qualunque sia l’appellativo scelto non rimarrete di certo delusi. Come dice il nome, qui è oggi concentrato il centro politico e amministrativo della città che ha sede in edifici storici che lasciano senza fiato. Uno di questi è il Palazzo del Podestà con la sua lunghissima torre, mentre l’altro è il Palazzo dei Priori, che una volta varcata la sua soglia regala scorci emozionanti, una fontana del 1600 con una palma sorretta da due leoni, una cappella con grandi affreschi e sale piene di opere preziose.

Piazza del Gesù

Piazza del Gesù è piccolina, ma permette di ammirare un angolo cittadino davvero incredibile. Proprio qui, infatti, svettano nei cieli la Chiesa di San Silvestro (detta del Gesù), dotata di un campanile a vela, la Fontana di Piazza del Gesù e una delle numerosissime torri di Viterbo, la Torre del Borgognone risalente al XIII secolo.

Piazza del Gesù, Viterbo
Fonte: iStock
Uno scorcio di Piazza del Gesù

Piazza della Morte

Il nome, Piazza della Morte, potrebbe risultare un po’ oscuro ma nei fatti si tratta di un angolo pieno di luce e di piccole meraviglie da visitare. Il nome deriva dal fatto che, verso il  XVI secolo, all’interno della chiesa di San Tommaso – oggi non più esistente – venne ospitata la Confraternita dell’Orazione e della Morte. Tra le cose da non perdere vi consigliamo la bella fontana tipica viterbese al centro della piazza e Viterbo Sotterranea, un reticolo di gallerie che si estendono sotto il centro storico.

Polo Monumentale Colle Del Duomo

Il Polo Monumentale Colle Del Duomo, ovvero Piazza San Lorenzo con le sue meraviglie, è probabilmente uno degli angoli più straordinari di tutta la città. È proprio da queste parti, infatti, che prendono vita il Palazzo dei Papi, più importante monumento storico e vero simbolo cittadino, e la straordinaria Cattedrale di San Lorenzo, ovvero il Duomo di Viterbo, con un’imponente struttura romanica risalente al XII secolo e le spoglie mortali di Papa Alessandro IV.

Il quartiere di San Pellegrino

Visitare il quartiere di San Pellegrino di Viterbo vuol dire camminare in un vero capolavoro antico: è uno dei quartieri medievali meglio conservati d’Italia. Qui è praticamente impossibile non rimanere incantati da torri, vicoli, archi, piazzette, strade tortuose e caratteristici profferli, quindi delle peculiari scale esterne che creano un’incredibile armonia. Vi basti sapere che viene considerato unicum nel panorama mondiale dell’arte.

Quartiere di San Pellegrino; Viterbo
Fonte: iStock
La piazza principale del quartiere di San Pellegrino

Valle Faul

Valle Faul è un grande giardino, un notevole parcheggio gratuito e un luogo da dove ammirare Viterbo da un punto di vista più che privilegiato: da una parte si può scorgere il complesso papale, la loggia dei Papi e il dismesso Ospedale Grande degli Infermi, dall’altra l’imponente Chiesa della Trinità dei Pellegrini – che vi consigliamo assolutamente di visitare. Ma non è tutto, perché qui si trova anche un’opera ciclopica dello scultore americano Seward Johnson che prende il nome di “Awakening”, ovvero “Risveglio.

Piazza Giuseppe Verdi

I viterbesi hanno un nome affettuoso anche per Piazza Giuseppe Verdi, vale a dire Piazza del Teatro. Il motivo è molto semplice: proprio qui si fa spazio il Teatro del’Unione, nel quale si svolgono stagioni di musica lirica e concerti, pieno di pilastri ed archi a tutto sesto e con un interno assolutamente affascinante.

Chiesa di Santa Rosa

Santa Rosa (insieme a San Lorenzo) è patrona della città e a lei è dedicata la festa del 3 settembre e anche una bellissima chiesa. L’edifico religioso, l’annesso monastero e la vicina casa dove è nata la Santa sono un grande centro di spiritualità per tutta la città. Al suoi interno, inoltre, è conservata l’urna con il corpo delle giovane ragazza.

Piazza della Rocca

Piazza della Rocca è così chiamata per via della presenza della Rrocca Albornoz, monumento concepito come fortezza. Bellissimi sono il Palazzo Grandori, progettato dall’architetto Luigi Grandori; la Fontana della Rocca, monumentale e formata da due coppe sovrapposte; Porta Fiorentina, una delle 13 porte della cinta muraria della città.

I musei di Viterbo

Viterbo si rivela una meta ideale anche per gli amanti della cultura, che qui possono scoprire storia e tradizioni in diversi musei:

  • Museo Civico di Viterbo: si trova nel convento della Chiesa di Santa Maria della Verità ed è ricco di sarcofagi del III sec a.C., di reperti archeologici di varie epoche e di opere di artisti illustri;
  • Museo Colle del Duomo: vanta tre differenti sezioni che ospitano manufatti, opere ed oggetti sacri;
  • Museo del Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa: si sviluppa su due piani e vi sono esposti alcuni modellini delle Macchine di Santa Rosa (dal 1690 fino ai giorni nostri) e anche proiezioni dei filmati dei trasporti delle macchine avvenuti nel corso degli anni;
  • Museo della Casa di Santa Rosa: con paramenti ed arredi sacri, ex-voto dipinti su tela, su tavoletta o in forma di bozzetti, raffiguranti la vita di Santa Rosa;
  • Museo della Ceramica della Tuscia: contiene circa 200 reperti medievali e rinascimentali di particolare interesse. Unico in Italia è il corredo di una spezieria viterbese databile alla fine del Quattrocento;
  • Museo Nazionale Etrusco Rocca Albornoz: per un vero e proprio viaggio in epoca etrusca, poiché particolare attenzione è rivolta alla ricostruzione della vita quotidiana di questo antico popolo;
  • Museo Storico dei Cavalieri Templari: ricco di teche espositive con molti elementi originali, plastici rifiniti nei minimi dettagli, riproduzioni fedeli di cimeli del tempo e molto altro ancora;
  • Sala Museale dell’Aviazione dell’Esercito: con alcuni velivoli storici ed un percorso guidato attraverso 5 sale principali e tre spot tematici.
Piazza San Lorenzo, Viterbo
Fonte: iStock
La bellissima Piazza San Lorenzo

I siti archeologici di Viterbo

Viterbo, frazioni e località offrono davvero numerosi spunti interessanti anche per coloro che vogliono “camminare” nella storia. A pochissima distanza dalla città, per esempio, sorge la magnifica Ferento che ancora oggi conserva interessanti vestigia di epoca etrusca, romana e medievale, e un teatro romano in buono stato di conservazione nel quale si svolgono pure oggi spettacoli teatrali e musicali estivi.

Molto interessanti sono anche la Necropoli di Castel d’Asso, la prima a essere scoperta e probabilmente la più vasta della zona e la Necropoli di Norchia, sito archeologico preistorico, etrusco, romano e medievale.

Viterbo, città termale

Viterbo non è grande, eppure non ha nulla da invidiare a tantissime altre realtà del mondo ben più estese di lei: è persino una città termale. Sono numerose le sorgenti termali naturali che sgorgano nella zona, conosciute fin dall’antichità e molto apprezzate anche dai Papi.

Le proprietà delle acque termali sono notevoli, come per esempio effetti benefici per la pelle e per la circolazione. Diversi sono invece gli stabilimenti termali: Terme dei Papi, Terme Salus, Tuscia Terme, Therma Oasi e poi ci sono le terme libere del Bagnaccio (attualmente chiuse) e del Bullicame.

Gli eventi da non perdere a Viterbo

Come vi abbiamo accennato, Viterbo è una città antichissima a ricca di tradizioni. Durante l’anno sono tantissimi gli appuntamenti che animano la città e che richiamano turisti che provengono da ogni parte del mondo. Noi di SiViaggia ne abbiamo selezionati tre che sono davvero imperdibili.

Macchina di Santa Rosa

Non si può dire Viterbo senza esclamare con fierezza “Macchina di Santa Rosa” (e viceversa) perché sono un tutt’uno. Si tratta di una magica festa tradizionale che va in scena in più giornate ma che vede il picco massimo il 3 settembre, ovvero la sera del trasporto della Macchina di Santa Rosa.

Si tratta di una sorta di campanile illuminato da fiaccole e luci elettriche che viene portato a spalla da 100 uomini – chiamati Facchini di Santa Rosa – tra le viuzze in saliscendi e strette della città. Alta circa trenta metri, pesa più o meno cinquantuno quintali e rievoca simbolicamente la traslazione della salma di Santa Rosa, avvenuta nel 1258. Una festa davvero emozionante, tanto che nel 2013  è stata inclusa nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità nell’ambito della Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO.

San Pellegrino in Fiore

Un altro appuntamento molto sentito dai viterbesi e dai turisti è San Pellegrino in Fiore, un evento che si svolge tra fine aprile e inizio maggio e che fa sì che le vie e le piazze del centro vengano ornate da fiori profumati e da piante bellissime: il visitatore può scoprire la città compiendo un itinerario attraverso la storia, l’arte e l’architettura locale, ammirando fiori alle finestre, sui balconi, sotto i portici, nelle vie e nelle piazzette, nei vicoli e intorno alle numerose fontane “a fuso” sparse per il centro.

La Calza della Befana più lunga del mondo

Con si suoi 52 metri la Calza della Befana di Viterbo è la più lunga del mondo. Viene trasportata da 100 befane nel centro storico insieme all’ausilio di alcune Fiat 500, rendendo i giorni dell’Epifania davvero unici e speciali.

È la Tuscia la regione perfetta per una vacanza con i bambini

La Tuscia viterbese è una zona bellissima del Centro Italia che, come dice il nome, ricopre la provincia di Viterbo. Un’area ideale da visitare con i più piccoli, grazie alla presenza di parchi misteriosi, ville che sembrano uscite da un libro di fiabe, palazzi suggestivi e borghi dove il tempo pare non essere passato mai. Poi ci sono le spiagge di sabbia morbida perfettamente attrezzate, laghi balneabili e persino piscine termali dai numerosi benefici. Sì, la Tuscia può considerarsi una delle zone più belle d’Italia, e ora scopriremo insieme cosa fare con i più piccoli.

Viterbo con i bambini

La Tuscia è una terra antica e che ancora oggi porta segni perfettamente conservati della sua storia etrusca, che ben si mescolano con le tracce del suo passato medievale. Per questo motivo, il viaggio in questa zona non può che iniziare dal suo cuore vero e proprio, che possiamo trovare nella bellissima città di Viterbo: una volta attraversata una delle varie (e maestose) porte che insieme all’imponente cinta muraria proteggono la città, sarà come fare un vero e proprio viaggio nel tempo.

Con i più piccoli dovreste subito raggiungere il suggestivo quartiere medievale di San Pellegrino, fulcro del centro storico e anche uno dei rioni meglio conservati in tutto il nostro Paese. Una serie di vicoletti silenziosi introducono in un mondo dove il tempo pare non esistere, e di cui è praticamente impossibile non rimanere incantati (a qualsiasi età).

Merito certamente delle peculiari caratteristiche architettoniche: ci sono i profferli, scale senza balaustre utilizzate per accedere alle case dall’esterno; poi le case-torri, minute fortezze private, case a ponte, simboli misteriosi (come la “T” dei Templari e la croce patriarcale) che testimoniano la presenza dei cavalieri Templari in città.

San Pellegrino, Viterbo
Fonte: iStock
Una bellissima piazza del quartiere di San Pellegrino

Da non perdere è anche la zona del Duomo cittadino, raccontando la sua curiosa storia: Viterbo, tra il Medioevo e il Rinascimento, ospitò oltre 40 papi e la loro corte, e per questo è conosciuta anche come la  Città dei Papi”. Era un periodo di incertezze e i cardinali non si decidevano ad eleggere il nuovo papa. Fu così che i viterbesi, nel 1270, si stufarono e decisero di chiuderli a chiave nella sala grande del Palazzo Papale, scoperchiandone parte del tetto ed esponendo tutto e tutti alle intemperie.

Oggi il Palazzo dei Papi è il monumento più importante della città, di cui è possibile visitare la bellissima Loggia delle benedizioni (più nota come Loggia dei Papi) piena di archi ogivali trilobati; la maestosa Aula del Conclave – dove si è tenuto il primo e il più lungo conclave della storia della durata di ben 33 mesi -; la Sala Gualterio, interamente affrescata; il Museo Colle del Duomo, particolarmente ricco e interessante; la maestosa Cattedrale di San Lorenzo con la sua monumentale sagrestia nascosta, che corrisponde al Duomo cittadino.

Infine – ma in realtà non è tutto – il consiglio è di organizzare un viaggio con i bambini a Viterbo il 3 settembre, quando la sera la città indossa il suo vestito più bello: è il giorno de trasporto della Macchina di Santa Rosa, una delle feste patronali più belle ed emozionanti del nostro Paese – e non solo -, tanto da essere stata inclusa nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità nell’ambito della Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale dell’Unesco.

I borghi della Tuscia con i bambini

I borghi della Tuscia da visitare con i bambini sono tantissimi e sono davvero uno più straordinario dell’altro: come detto in precedenza, parliamo di una delle zone italiane più belle e interessanti dal punto di vista paesaggistico, archeologico e culturale. Ne abbiamo selezionati alcuni da non perdere, soprattuto se si decide di esplorare questo territorio con i più piccoli,

Sant’Angelo, il “paese delle fiabe”

Sì, avete letto bene: il borgo di Sant’Angelo è anche il “paese delle fiabe”. Il motivo è molto semplice: le facciate di ogni via del centro storico sono impreziosite da coloratissimi murales che raccontano fiabe, leggende e tutto ciò che riguarda il mondo del fantastico. Parliamo quindi di un vero e proprio museo a cielo aperto che narra la storia di Alice nel paese delle meraviglie, ma anche della Piccola Fiammiferaia, Il gatto con gli Stivali, Pocahontas, Mary Poppins e molto altro ancora.

Graffiti che sono davvero uno più bello dell’altro: tra le mura del borgo c’è persino un’opera di Vera Bugatti dedicata a Cappuccetto Rosso, che è stata classificata nel 2021 fra le 25 opere più belle del mondo.

Civita di Bagnoregio, la “città che muore”

Un altro borgo della Tuscia da visitare con i bambini è senza ombra di dubbio Civita di Bagnoregio, conosciuto anche come la “città che muore”. Per quale motivo? Il centro storico è posto sulla cima di una rupe costantemente sottoposta all’erosione da parte dell’acqua, tanto da essere a rischio sfaldamento.

Civita di Bagnoregio, Tuscia
Fonte: iStock
La straordinaria Civita di Bagnoregio

Non si hanno certezze su quanto tempo ancora possa rimanere in piedi, e per questo Civita di Bagnoregio è oggi un paesino fantasma ma dalla bellezza senza eguali. Per raggiungerlo occorre attraversare un lungo ponte che piacerà tantissimo ai bambini, per poi entrare in un luogo dove il tempo pare non essere passato mai e pieno di monumenti da scoprire, come il Palazzo Vescovile, la Chiesa di San Donato e il mulino risalente al XVI secolo.

Calcata, il “borgo delle streghe” e degli artisti

Abbiamo visto il “paese delle fiabe”, la “città che muore” e ora è il turno del “borgo delle streghe”, che risiede nella bellissima Calcata. Costruita anch’essa su una rupe tufacea a rischio crollo, secondo la tradizione, nei giorni e nelle notti in cui c’è forte vento tra i vicoli del borgo è possibile udire il canto delle streghe. Ma non è finita qui, perché si narra che in passato sia stato anche luogo di riti magici.

Calcata permette di vivere una vera esperienza “fuori dal mondo”, anche grazie al fatto che a partire dagli anni Settanta è stato ripopolato da una serie di artisti provenienti da tutto il globo, che hanno reso questo bellissimo borgo della Tuscia il proprio ‘buen retiro’ e la propria fonte di ispirazione.

I parchi della Tuscia da visitare con i bambini

La Tuscia si distingue per essere un territorio ancora piuttosto incontaminato e ricco di numerosi ecosistemi che si alternano dal mare all’entroterra. Per questo motivo, qui sono istituite molte aree protette, in cui vengono tutelati molti animali selvatici, orchidee spontanee, arbusti rari e secolari esemplari di querce e faggi. Ma non solo, perché in molti di questi territori c’è anche la storia a fare da padrona, tanto che anche i parchi sono davvero imperdibili se si viaggia nella Tuscia con i bambini.

Il Parco dei Mostri di Bomarzo

Bomarzo è un altro bellissimo borgo della Tuscia dove prende vita un’area davvero speciale: è qui che sorge il Parco dei Mostri, chiamato anche Sacro Bosco. Si tratta di un giardino pieno di “spaventose” creature, realizzato nel 1547 da Pirro Ligorio, cariche di simbolismi, con continui riferimenti alla mitologia e al mondo del fantastico: cosa c’è di meglio per i bambini?

Parco dei Mostri, Tuscia
Fonte: iStock
Una delle “spaventose” opere del Parco dei Mostri

Visitarlo vuol dire scoprire un percorso fatto di grandi statue in basalto, edifici surreali (persino storti), iscrizioni e indovinelli che sorprendono e disorientano. Ci sono sirene, mostri marini, tartarughe giganti, satiri, sfingi, draghi, giochi illusionistici e tutto quello che un bambino potrebbe desiderare.

Il Parco Cinque Sensi, esperienza speciale

A Vitorchiano, un altro splendido borgo medievale dove svetta nei cieli persino un Moai costruito in peperino dalle mani di 19 persone provenienti da Rapa Nui, c’è il bellissimo Parco Cinque Sensi, che permette di vivere esperienze davvero speciali: si può camminare a piedi nudi lungo un sentiero sensoriale fatto di fango e altri materiali naturali, dormire in tende sospese tra gli alberi, e fare attività a tema orienteering o Harry Potter, per esempio.

Un posto perfetto per far sperimentare i bambini, per farli crescere e per lascirgli scoprire la natura in tutte le sue molteplici (ed affascinanti) sfaccettature.

Il Bosco del Sasseto, definito il “Bosco di Biancaneve”

Voliamo ora a Torre Alfina, un altro meraviglioso borgo dominato da un fiabesco castello: solo questo è sufficiente per venire con i bambini da queste parti. Ma non è tutto, perché questo spettacolare luogo è circondato da un Bosco misterioso, chiamato Bosco del Sasseto, che per la sua bellezza e unicità è stato definito dal National Geographic come il “Bosco di Biancaneve”.

Si tratta di un’area ricca di latifoglie secolari che superano anche i 25 metri di altezza, e che a loro volta proteggono particolari massi, rocce e opere incredibili: ci sono ghiacciaie un tempo deputate alla conservazione dei cibi, e persino un fiabesco Mausoleo che conserva le spoglie di uno degli antichi proprietari del Castello di Torre Alfina.

Bosco del Sasseto, Tuscia
Fonte: iStock
Il suggestivo Mausoleo nel bel mezzo del Bosco del Sasseto

Le spiagge della Tuscia con i bambini

Il mare della Tuscia non è certamente il più limpido d’Italia, ma quando le condizioni climatiche sono ottimali le acque sono davvero trasparenti e cristalline. La zona è caratterizzata da spiagge enormi, come quelle di Montalto di Castro – anche se in realtà siamo già nel bel mezzo della Maremma Laziale -, fatte di sabbie morbide e perfettamente attrezzate per i più piccoli che qui trovano il loro paradiso personale (anche gli adolescenti, che hanno molto con cui divertirsi).

Non sono da meno le spiagge di Tarquinia, dove vale la pena visitare anche il centro storico e soprattutto il più grande allevamento di alpaca d’Italia, in cui poter accarezzare, coccolare, passeggiare a dare da mangiare a questi simpaticissimi animali.

Poi ci sono i laghi balneabili, come il magnifico Lago di Bolsena, dove si affacciano borghi da sogno e con due misteriose isole al largo da poter raggiungere e scoprire, e il Lago di Vico, immerso in un contesto naturale di puro pregio e con tante aree a dedicate ai più piccoli.

Lago di Bolsena, Tuscia
Fonte: iStock
Capodimonte, meraviglioso borgo affacciato sul Lago di Bolsena

Le terme della Tuscia con i bambini

La Tuscia è anche una zona termale e, anzi, recentemente la città di Viterbo è entrata a far parte ufficialmente delle grandi città termali d’Europa. Qui c’è davvero l’imbarazzo della scelta, perché sono molte le sorgenti che sgorgano in città e nei suoi dintorni.

È possibile rilassarsi in bellissimi stabilimenti forniti di ogni comfort ma anche in piscine ad accesso libero. Tra i centri termali più interessanti ci sono le Terme dei Papi, con una piscina monumentale esterna e una grotta naturale che funge da bagno turco.

Da non perdere per nessuna ragione al mondo sono anche le Terme di Vulci, da abbinare con una visita al sorprendente parco Parco naturalistico Archeologico che corrisponde a una delle più importanti città-stato dell’Etruria di cui rimangono imponenti ruderi, la cinta muraria, le porte urbane, l’acqedotto romano, l’area del foto, il tempio grande, le terme, la Domus e le necropoli.

Ma non solo, perché a Vulci svettano anche un fiabesco castello e un Ponte del Diavolo che sovrasta un canyon meraviglioso e che lascia senza fiato. Sì, la Tuscia è assolutamente una zona da scoprire da cima a fondo, anche insieme ai nostri bambini.

Vulci, provincia di Viterbo
Fonte: iStock - Ph: ValerioMei
Veduta straordinaria di Vulci

❌