Cala Mesquida, perla di Maiorca, è stata inserita tra le Best Beaches in Europe 2026 stilate da European Best Destinations, un riconoscimento che non sorprende chi ha già percorso i sentieri sterrati che conducono a cotanto angolo di paradiso balneare. Siamo sulla costa nord-orientale dell’isola, nel municipio di Capdepera, a circa 7 chilometri dal centro, dove Cala Mesquida forma, insieme a Cala Agulla e Cala Torta, un trio di spiagge spettacolari capace di giustificare da solo un viaggio a Maiorca.
Se soggiornate nei dintorni, non potrete fare a meno di dedicarle almeno una giornata, specialmente se, più delle spiagge affollate e blasonate, amate le lunghe passeggiate immerse nella natura, alla ricerca di cale e piccole spiagge nascoste lambite da un’acqua cristallina come non mai.
Una spiaggia che non ha ceduto al turismo di massa
Cala Mesquida si regala con circa 300 metri di sabbia bianca finissima, bagnata da un mare limpidissimo che digrada con dolcezza verso il largo e rende l’accesso in acqua comodo per tutti. È una spiaggia che, pur nella sua bellezza, ha saputo resistere alla trasformazione in meta di massa e ha conservato un’atmosfera più autentica rispetto ad altre località di Maiorca: è perfetta per le famiglie con bambini, per chi cerca il relax e anche i surfisti, attratti dal moto ondoso che in certe giornate fa sì che il mare diventi molto vivace. Proprio per questo, la spiaggia è dotata di un servizio di salvataggio: le acque di Cala Mesquida sono spesso interessate da correnti piuttosto forti, un aspetto a cui prestare sempre la massima attenzione durante il bagno.
Di sicuro fascino anche la pratica dello snorkeling, grazie ai fondali rocciosi e una profondità fino a quaranta metri.
A rendere ancora più suggestiva la cala è l’immensa pineta che la abbraccia alle spalle, un vero e proprio rifugio d’ombra dove concedersi una pausa nelle ore più calde della giornata, quando il sole picchia forte e il classico “abbiocco” pomeridiano prende il sopravvento. Passeggiare tra i pini, con il profumo di resina che si mescola alla salsedine, è un’esperienza che completa la giornata di mare e dona un contrappunto naturale alla spiaggia aperta e assolata.
iStockTra le verdeggianti dune di Cala Mesquida
Come arrivare a Cala Mesquida
Raggiungere Cala Mesquida in auto è semplice, il che la rende accessibile anche a chi non conosce ancora bene l’isola. Il parcheggio è a due passi dalla spiaggia, comodo per chi non vuole caricarsi di ombrelloni e borse da mare lungo camminate infinite; va detto però che, nelle giornate di alta stagione l’affluenza è molto elevata.
La soluzione più comoda per muoversi a Maiorca resta, in generale, il noleggio di un’auto, che garantisce libertà di orari e la possibilità di esplorare con calma anche le spiagge vicine, come Cala Agulla e Cala Torta.
Se invece preferite affidarvi ai mezzi pubblici, potete arrivare a Cala Mesquida in autobus partendo da Palma di Maiorca, mettendo però in conto un viaggio di circa due ore e mezza: la tratta prevede l’utilizzo della linea TIB fino a Capdepera, dove occorre cambiare e salire sull’autobus n° 422, che porta alla spiaggia.
Un’imponente muraglia e ben undici torri costruite su uno sperone roccioso a 1.071 metri d’altezza formano il Castello di Loarre, in Spagna.
Un gioiello romanico la cui anima è mutata nel corso dei secoli, senza però mai perdere il suo fascino: è stato prima un palazzo reale e poi un monastero; ora è una testimonianza storica dell’architettura civile e militare di un passato lontano, utilizzato più volte anche come suggestivo set cinematografico. Anche Ridley Scott ne rimase incantato, tanto da sceglierlo come location per girarvi il celebre film Le crociate – Kingdom of Heaven.
La storia del castello più antico di Spagna
Voluto dal grande monarca Sancho III el Mayor di Pamplona nell’XI secolo, il Castello di Loarre è nato per difendere la linea di confine del Regno d’Aragona e fu un elemento chiave nella riconquista cristiana di queste terre. Ampliato nello stesso secolo dal nipote, Sancho Ramírez, re d’Aragona, con la sua posizione domina tutta la pianura della Hoya de Huesca e in particolare Bolea, che era la principale piazza musulmana che controllava i ricchi terreni agricoli della pianura.
Nei secoli successivi, la fortezza perse progressivamente la sua funzione difensiva. Con l’avanzare della Reconquista verso sud, il confine si allontanò e il castello divenne sempre meno strategico dal punto di vista militare. A partire dalla fine dell’XI secolo ospitò una comunità di canonici regolari di Sant’Agostino e si trasformò in un importante centro religioso, senza rinunciare al suo ruolo di simbolo del potere della Corona d’Aragona.
iStockCastello di Loarre, suggestiva fortezza spagnola
Oggi è considerato uno dei castelli romanici meglio conservati d’Europa e rappresenta uno degli esempi più straordinari di architettura militare medievale della penisola iberica. Non a caso è stato dichiarato Bene di Interesse Culturale ed è candidato a entrare nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.
Visitare il Castello di Loarre significa tuffarsi direttamente nel Medioevo: tra le sue mura perfettamente conservate, infatti, è facile immaginare la vita di soldati, monaci e sovrani dell’epoca. Proprio come accade nel film di Ridley Scott girato in questa fortezza: Le crociate – Kingdom of Heaven. Ai piedi del castello la troupe costruì persino una fattoria scenografica, ricoprendo il paesaggio con tonnellate di neve artificiale per ricreare l’atmosfera dell’inverno europeo, dopo che le nevicate attese non arrivarono. Una scelta dettata soprattutto dalla spettacolarità del luogo: la costumista Janty Yates, premio Oscar per Il gladiatore, ha ricordato Loarre come “uno dei posti più belli” in cui abbia mai lavorato, spiegando che Scott rimase colpito dai panorami sconfinati, dal castello arroccato sul bordo della montagna e dai tramonti, ritenendolo l’ambientazione perfetta per evocare la Francia del XII secolo.
Uno degli ambienti più affascinanti è la chiesa di San Pedro, in stile romanico e caratterizzata da un’elegante cupola sostenuta da archi e da capitelli finemente scolpiti con motivi vegetali e figure simboliche. Poco distante si trova la suggestiva cripta di Santa Quiteria, scavata nella roccia. Ma il vero spettacolo prende vita salendo su una delle undici torri, da cui si gode una vista meravigliosa sulla pianura della Hoya de Huesca, sui Pirenei e, nelle giornate più limpide, sulle montagne che segnano il confine con la Francia.
iStockLa Chiesa di San Pedro nel Castello di Loarre
Tra i dettagli più curiosi da cercare durante la visita ci sono anche i capitelli scolpiti del monastero. Su uno di essi compaiono due scimmie in pietra: una si copre la bocca, mentre l’altra sembra tapparsi le orecchie. A prima vista potrebbero ricordare le celebri “tre scimmie sagge”, ma il loro significato è molto diverso. Nell’arte romanica medievale, infatti, le scimmie simboleggiavano i vizi e le passioni dell’uomo e la loro presenza all’ingresso del monastero aveva quindi un valore simbolico: ricordava ai fedeli che i peccati e le debolezze umane dovevano rimanere fuori da quel luogo sacro.
Il 12 agosto 2026 il Castello di Loarre sarà uno dei luoghi più spettacolari della Spagna da cui osservare l’eclissi solare totale (che sarà visibile, anche se parzialmente, anche dall’Italia). Grazie alla sua posizione a 1.071 metri di altitudine, con un ampio orizzonte sulla Hoya de Huesca, offrirà una vista privilegiata del fenomeno celeste più atteso dell’anno.
Per l’occasione la fortezza prolungherà eccezionalmente l’orario di apertura fino alle 21:00 e organizzerà una speciale esperienza che inizierà alle 18:30 con una visita guidata dedicata al rapporto tra il Medioevo e i fenomeni celesti. Il momento clou sarà l’osservazione dell’eclissi, che inizierà alle 19:28 e raggiungerà il massimo alle 20:15, terminando alle 20:58.
Il biglietto include la visita guidata, gli occhiali certificati per osservare l’eclissi, una bevanda analcolica e una degustazione di tapas aragonesi. Il costo è di 16,80 euro (15,50 euro il ridotto e 14,50 euro per i bambini).
Il Castello di Loarre si trova nell’omonimo borgo della provincia di Huesca, nella comunità autonoma dell’Aragona, nel nord della Spagna.
Raggiungerlo è semplice. In auto dista circa 35 chilometri da Huesca, poco più di mezz’ora di viaggio, mentre da Saragozza occorre circa un’ora e mezza. Chi arriva in aereo può volare verso gli aeroporti di Saragozza o di Pamplona, per poi proseguire in auto.
A ridosso del punto in cui il fiume Nera taglia la roccia creando una spaccatura spettacolare nei pressi di Narni, la vegetazione si fa fitta, quasi gelosa dei propri tesori. E proprio in questo angolo di Umbria si cela un luogo in grado di stregare chiunque decida di risalire i sentieri del canyon. Abbarbicata sul Monte Santa Croce, e affacciata direttamente sulle acque smeraldine dell’alveo fluviale, vi è la meravigliosa Abbazia benedettina di San Cassiano, che fungeva sì da centro religioso, ma anche (e soprattutto) quale presidio strategico per controllare uno dei passaggi più importanti dell’Italia centrale.
L’edificio appare all’improvviso tra la vegetazione, protetto da mura merlate che ancora oggi trasmettono l’immagine di una piccola fortezza. Il silenzio domina il paesaggio, mentre l’atmosfera è di quelle che non si dimenticano. Del resto, San Cassiano rappresenta uno dei complessi monastici più insoliti della regione. Gran parte delle abbazie benedettine sorse infatti in territori agricoli fertili, facilmente raggiungibili e destinati al lavoro dei monaci. Qui accadde il contrario: il monastero occupa un versante ripido, affacciato sulla gola scavata dal Nera, in una posizione che privilegiava il controllo militare del territorio rispetto allo sfruttamento agricolo.
Anche il panorama contribuisce a rendere straordinaria la visita. Dalla terrazza naturale che circonda il complesso lo sguardo corre verso la conca ternana, segue il corso del fiume e raggiunge l’imponente arco superstite del Ponte di Augusto, capolavoro dell’ingegneria romana che per secoli garantì il collegamento lungo la Via Flaminia.
Breve storia e le ipotesi sulle origini dell’Abbazia benedettina di San Cassiano
Le prime testimonianze certe relative all’Abbazia di San Cassiano compaiono nel Chronicon Farfense, cronaca medievale che la cita nel 1081. Diversi elementi rinvenuti durante i restauri, però, raccontano una vicenda ancora più antica: una piccola iscrizione scolpita su un sarcofago romano ricorda infatti una donazione effettuata da Crescenzio di Teodorada al beato Orso, ritenuto il primo abate del monastero. Poiché Crescenzio morì nel 984, gli studiosi collocano la presenza dell’abbazia almeno nella seconda metà del X secolo.
Ma, se dobbiamo dirvela tutta, le radici del complesso potrebbero spingersi persino più indietro. Secondo una teoria condivisa da diversi storici, i Benedettini avrebbero riutilizzato un precedente monastero fortificato bizantino edificato nel VI secolo durante le guerre greco-gotiche. La tradizione attribuisce questa iniziativa al generale Belisario, impegnato nella difesa del cosiddetto Corridoio Bizantino, la fascia territoriale che collegava Roma a Ravenna attraversando l’Italia centrale.
In tale contesto le Gole del Nera assumevano un’importanza strategica enorme: chi controllava questo passaggio monitorava uno dei principali collegamenti tra il centro della penisola e la capitale dell’Impero d’Occidente. Nel 1091 San Cassiano passò sotto l’influenza della potente Abbazia di Farfa, entrando nella vasta rete monastica che caratterizzò il Medioevo italiano. Il monastero attraversò una fase prospera anche durante il XIV secolo, periodo al quale risalgono importanti interventi architettonici ancora leggibili.
Nel XVI secolo arrivò invece il sistema delle abbazie commendatarie. Gli abati ricevevano le rendite del monastero senza risiedervi stabilmente. La vita monastica diminuì progressivamente, fino all’abbandono definitivo. Arredi, documenti e materiali preziosi vennero dispersi nel tempo, lasciando il complesso in uno stato di forte degrado.
La rinascita iniziò soltanto negli Anni ’70 del ‘900 grazie a un importante intervento di recupero promosso anche dal senatore Giuseppe Ermini. Proprio durante quei lavori emersero iscrizioni fondamentali per ricostruire la storia del monastero e vennero riportati alla luce numerosi elementi dell’impianto originario.
Un curioso episodio lega inoltre San Cassiano al cinema italiano: nel 1970 l’abbazia diventò uno dei set di “Per grazia ricevuta“, film diretto e interpretato da Nino Manfredi, insieme ad altri posti simbolo del territorio narnese.
Cosa vedere e dettagli che rendono unica l’abbazia
Quando si arriva al cospetto di questo gioiello dell’Umbria è praticamente impossibile rimanere indifferenti, perché a colpire in maniera istantanea sono le mura merlate, il campanile cuspidato e gli edifici destinati in passato ai monaci. Poi c’è la facciata della chiesa, che sale sopra una scenografica gradinata, con un portale romanico che presenta una strombatura elegante, realizzata in pietra locale. Nella parte superiore a farsi notare è una raffinata trifora affiancata da tre piccoli oculi. Accanto alla chiesa svetta il campanile quadrangolare, ricostruito sopra una torre più antica e alleggerito da bifore sorrette da sottili colonnine.
L’interno rivela una storia ancora più complessa: i restauri hanno consentito di riconoscere chiaramente l’originaria pianta a croce greca, trasformata nel ‘300 in una chiesa basilicale articolata su tre navate. Archi a tutto sesto poggiano su colonne marmoree arricchite da capitelli eleganti, mentre alcuni particolari continuano a richiamare la cultura artistica bizantina.
Getty ImagesInterni dell’Abbazia di San Cassiano
Tra gli elementi più interessanti compare anche un arco a ferro di cavallo, soluzione architettonica tipica dell’Oriente mediterraneo e piuttosto rara in territorio umbro. Attorno alla chiesa si sviluppano gli antichi edifici conventuali, destinati nei secoli passati alla vita quotidiana della comunità monastica e all’accoglienza dei pellegrini. L’insieme conserva un equilibrio sorprendente tra architettura religiosa e struttura difensiva.
Gran parte del fascino nasce anche dal paesaggio circostante. Dal complesso si ammirano la Valle del Nera, la gola scavata dal fiume e i resti del Ponte di Augusto, uno dei ponti romani più grandiosi mai costruiti lungo la Via Flaminia. Questa prospettiva privilegiata trasformò San Cassiano in uno dei punti panoramici preferiti dai pittori del Grand Tour.
L’abbazia rientra inoltre nella 4ª tappa del Cammino dei Protomartiri Francescani, itinerario che collega Narni a San Gemini attraversando boschi, antichi santuari e testimonianze della spiritualità umbra. La struttura rimane generalmente chiusa e apre soltanto durante visite organizzate, iniziative culturali oppure giornate speciali, comprese alcune aperture del FAI. In tali occasioni guide esperte illustrano la storia del monastero e le trasformazioni architettoniche emerse grazie ai restauri.
Dove si trova e come arrivare
L’Abbazia di San Cassiano sorge nel territorio comunale di Narni, in provincia di Terni, sulle pendici del Monte Santa Croce, tra Narni Scalo e il piccolo borgo di Stifone. L’accesso avviene attraverso una strada che conduce nei pressi dell’area di parcheggio situata vicino ai resti del Ponte di Augusto. Da qui parte un sentiero sterrato in salita lungo circa 450 metri, percorribile in una decina di minuti. Scarpe con buona aderenza risultano la scelta più indicata, soprattutto dopo giornate piovose.
Chi desidera vivere un’esperienza ancora più coinvolgente può scegliere il trekking guidato che parte dal centro storico di Narni. Il percorso attraversa Piazza dei Priori, raggiunge il Ponte di Augusto, segue le Gole del Nera e risale il Monte Santa Croce fino al monastero. L’itinerario permette di comprendere pienamente il rapporto tra l’abbazia e il territorio che per secoli ha sorvegliato.
Al termine della salita arriva anche la risposta alla domanda che accompagna gran parte della visita. Per quale motivo un monastero venne costruito in un luogo tanto difficile da raggiungere? Il responso lo si ha volgendo lo sguardo verso la valle: da quell’altura il controllo del passaggio era totale.
Lungo la costa occidentale di Rodi, lontano dalle spiagge più frequentate e dai centri turistici, una gigantesca roccia si innalza per 236 metri sopra il Mar Egeo. Ed è sulla sua sommità che si distingue un profilo frastagliato, mentre lo sguardo abbraccia il blu intenso del mare, le falesie che precipitano verso l’acqua e l’isola di Halki. Quella è l’inconfondibile silhouette del Castello di Monolithos, una delle fortezze medievali più scenografiche dell’isola e, per molti, anche la più spettacolare.
Il vento accompagna la visita, portando con sé il profumo della macchia mediterranea e il richiamo dei gabbiani che sorvolano la costa. Il nome Monolithos significa “unica pietra” e richiama proprio l’enorme blocco roccioso sul quale la fortezza venne edificata. Qualcuno, però, racconta una storia diversa: secondo una leggenda, il nome deriverebbe da un misterioso monolite nero dotato di poteri metafisici, trasportato fin qui dai Cavalieri di San Giovanni durante il ritorno dalla Terra Santa. Un racconto privo di conferme storiche, eppure ancora vivo nella tradizione locale.
Oggi il castello mantiene gran parte del fascino originario, con le mura che seguono perfettamente i bordi della roccia, mentre resti di torri, cisterne e antiche strutture ne testimoniano il ruolo strategico, in quanto costruito per controllare il mare e difendere i villaggi dell’entroterra dagli attacchi dei pirati.
Breve storia del Castello di Monolithos
La particolare posizione del promontorio aveva già attirato l’attenzione delle popolazioni antiche. Sulla vetta sorgeva infatti una torre di avvistamento, successivamente sostituita da una fortificazione bizantina. L’aspetto attuale risale, invece, alla seconda metà del XV secolo. Dopo avere conquistato Rodi nel 1309, i Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni rafforzarono progressivamente il sistema difensivo dell’isola, costruendo una rete di castelli destinati a sorvegliare la costa e a contrastare incursioni piratesche e attacchi provenienti dal mare.
La ricostruzione del Castello di Monolithos venne completata poi intorno al 1476, durante il magistero di Pierre d’Aubusson, uno dei più celebri Gran Maestri dell’Ordine. Ancora adesso il suo stemma è scolpito sopra l’antico ingresso, preziosa testimonianza dell’intervento dei Cavalieri.
Durante il dominio dei Cavalieri, Monolithos rappresentava una delle 4 fortezze più potenti dell’isola. L’altezza della rupe, la difficoltà di accesso e la vista aperta sull‘Egeo trasformavano questo luogo in un punto di osservazione quasi imprendibile. Nel 1522, dopo il lungo assedio ottomano che pose fine alla presenza dei Cavalieri a Rodi, anche Monolithos passò sotto il controllo dei Turchi.
Col passare dei decenni la pirateria perse progressivamente importanza, rendendo meno strategica una fortezza così isolata e difficile da raggiungere. L’abbandono arrivò lentamente, lasciando che il tempo trasformasse l’interno in un suggestivo insieme di ruderi. Accanto alla storia documentata continua però a vivere quella tramandata dagli abitanti del luogo: la leggenda del misterioso monolite nero, custodito dai Cavalieri e dotato di misteriosi poteri, aggiunge un velo di fascino a un posto già ricco di atmosfera.
Cosa vedere durante la visita del Castello di Monolithos
Il viaggio inizia già lungo la strada panoramica che attraversa il versante occidentale di Rodi. Curve, boschi di pini, scorci sul mare e piccoli villaggi accompagnano l’avvicinamento fino alla base dell’enorme sperone roccioso. L’automobile arriva praticamente ai piedi della rupe e da quel punto parte un breve sentiero con gradini modellati nella pietra che conduce all’ingresso della fortezza. La salita richiede pochi minuti, anche se alcuni tratti risultano abbastanza ripidi.
Una volta raggiunta la cima, il panorama cattura immediatamente l’attenzione. L’occhio segue la linea frastagliata della costa occidentale, mentre Halki appare quasi sospesa sul mare. Nelle giornate terse si distinguono perfettamente anche i piccoli isolotti che punteggiano questo tratto di Egeo.
Le mura perimetrali risultano ancora ben conservate e permettono di comprendere chiaramente l’estensione originaria del castello. All’interno, invece, prevalgono ruderi che raccontano la lunga storia della fortezza. Emergono resti delle torri difensive, antiche cisterne destinate alla raccolta dell’acqua piovana e parti delle gallerie utilizzate durante il periodo medievale.
Tra gli elementi più caratteristici ci sono due piccole chiese costruite una accanto all’altra. La prima, dedicata a San Panteleimon, risale al XV secolo ed è stata restaurata nel corso degli anni. L’esterno candido mette in scena un contrasto sorprendente con la pietra scura della rupe e con il blu intenso del cielo. La seconda cappella conserva invece un aspetto più antico ed è ormai in rovina, evocando l’immagine di un posto rimasto immobile nel tempo.
iStockUna delle chiese del Castello di Monolithos
L’assenza di edifici moderni aiuta a percepire pienamente il rapporto tra la fortezza e il paesaggio circostante. Roccia, mare e cielo sembrano fondersi in un unico scenario, regalando una prospettiva difficile da dimenticare. Le prime ore del mattino valorizzano i colori della costa con una luce morbida, mentre il tardo pomeriggio offre tramonti spettacolari.
Dove si trova e come arrivare
Il Castello di Monolithos sorge nell’omonimo villaggio situato nella parte sud-occidentale di Rodi, sul monte Akramitis, la seconda cima più alta dell’isola. La distanza dalla Città di Rodi è di circa 75 chilometri e il tragitto richiede mediamente 1 ora e 30 minuti in automobile. Ai piedi della rupe si sviluppa il piccolo borgo, costruito ad anfiteatro sul pendio della montagna. Anch’esso vale una sosta, perché è un insieme di case tradizionali, stradine tranquille e panorami aperti sul mare.
La strada asfaltata raggiunge direttamente la base della roccia, vicino alla quale sono presenti alcuni spazi destinati al parcheggio. Da qui si prosegue lungo la scalinata scavata nella pietra fino all’ingresso della fortezza. Una visita al castello si abbina facilmente ad altre tappe della costa occidentale. A circa 2 chilometri si trova Fourni Beach, ampia spiaggia di sabbia e ciottoli particolarmente apprezzata al tramonto. Proseguendo verso sud si raggiungono invece Glyfada e Apolakia, mentre risalendo verso l’entroterra si incontra il borgo di Messanagros insieme al monastero di Skiadi, affacciato su uno dei panorami più emozionanti di tutta Rodi.
Monolithos rappresenta una delle testimonianze medievali più affascinanti dell’isola greca. La posizione sulla sommità della rupe, la lunga storia legata ai Cavalieri di San Giovanni e il panorama aperto sull’Egeo rendono questa fortezza una tappa in grado di lasciare un ricordo profondo, ben oltre la semplice visita a un castello.
Se c’è una città frenetica in cui gli edifici spuntano, scompaiono e cambiano nel giro di una generazione quella è sicuramente Tokyo, ma tra tutte le costruzioni una ha tracciato qualcosa mai accaduto prima. L’ Arimaston Building, che è stata soprannominata “la Sagrada Familia giapponese”, non è finita sotto le ruspe ma nel 2025 è stata ricollocata, sollevata (fondamenta incluse) e spostata a circa 10 metri di distanza. La tecnica giapponese chiamata hikiya ha reso questo luogo famoso in tutto il mondo.
Arimaston Building, la Sagrada Familia di Tokyo
L’Arimaston Building risponde all’ossessione dell’architetto Keisuke Oka che da ormai 20 anni costruisce l’edificio lasciando che cambi forma nel tempo. Il risultato è qualcosa di bizzarro e più che un palazzo sembra una scultura dove abitare con tanto di irregolarità, contrasti materici e un’anima che sembra viva. La costruzione è una delle più particolari del quartiere di Mita e con un ritmo tutto suo trasforma il paesaggio di Tokyo.
Il richiamo a Gaudí non nasce da una somiglianza estetica. Le forme sono diverse, i linguaggi lontani. A unire Barcellona e Tokyo è piuttosto il rapporto con il tempo: quello di un’opera che cresce lentamente, attraversa gli anni e rifiuta l’idea di una fine imposta.
Il cantiere diventa così parte dell’architettura, quasi la sua forma più autentica. Non conta soltanto il giorno in cui tutto sarà concluso, ma ogni gesto, ogni aggiunta, ogni trasformazione che continua a dare vita all’edificio. Come se costruire, in fondo, fosse già il traguardo. Oka ha iniziato a lavorare sull’Arimaston nel 2005 e non ha mai smesso.
Il nome giapponese dell’edificio suona quasi inventato e unisce i caratteri di formica, trota e nibbio; pur non avendo un significato ben definito l’idea dell’architetto Oka era quella di evocare il mondo animale lasciando che il nome potesse essere tanto strano quanto l’edificio realizzato.
Quello che colpisce dell’Arimaston non è tanto il risultato quanto il metodo. Oka ha costruito gran parte dell’edificio da solo, mescolando e trasportando il cemento a mano, senza macchinari pesanti né un piano definitivo da rispettare. Nel tempo ha riscritto pezzi di struttura aggiungendone e correggendone mentre il progetto cresceva.
Le irregolarità che caratterizzano le superfici sono studiate così come le curve non simmetriche e le aperture che tagliano la facciata in obliquo. In un’intervista recente lo stesso Oka ha ridimensionato il mito del genio solitario spiegando che la sua immaginazione è limitata e ringrazia le collaborazioni con gli altri che in modo operoso gli hanno permesso di aprire nuove porte.
Getty ImagesIl legame tra Arimaston Building e la Sagrada Familia
Dove si trova e come raggiungerla
L’Arimaston Building si trova nel quartiere di Mita a Tokyo, in un’area piena di edifici e vita nella zona di Minato. Per poter raggiungere e vedere dal vivo la “Sagrada Familia” giapponese bisogna prendere come riferimento la stazione di Mita dove si arriva con le linee Toei Asakusa e Toei Mita. Percorrendo a piedi la salita di Hijirizaka si arriva velocemente, in alternativa è possibile sfruttare le stazioni di Tamachi ed Akabanebashi proseguendo a piedi con una breve passeggiata.
Getty ImagesGli incredibili interni dell’Arimaston Building
In Italia abbiamo un’isola che racconta la sua storia attraverso la pietra. Il suo nome è Pantelleria, e qui il fuoco ha lasciato tracce profonde, trasformando il paesaggio in un susseguirsi di colate laviche, pareti scure, scogliere frastagliate e cale dall’aspetto primitivo. Sul versante nord-orientale, tra Punta Spadillo e Cala Cinque Denti, si nasconde infatti uno dei suoi angoli più affascinanti, ovvero il Laghetto delle Ondine, il quale appare all’improvviso con un’acqua limpida che assume sfumature turchesi e verdi in continuo cambiamento.
Basta affacciarsi sul bordo per capire perché questo luogo venga considerato uno dei simboli naturalistici di Pantelleria: dall’alto sembra una gemma incastonata nella pietra nera, mentre tutt’intorno il Mediterraneo mostra un carattere completamente diverso. Pochi metri separano la quiete della conca dalla forza del mare aperto, caratterizzato da fondali profondi e correnti sostenute.
La particolarità del Laghetto delle Ondine risiede proprio in questo contrasto. All’interno l’acqua resta generalmente calma, protetta dalla scogliera, mentre all’esterno le onde modellano ancora oggi la costa. Quando il Maestrale acquista intensità, lo spettacolo muta completamente grazie alle creste delle onde che superano il bordo roccioso, riempiono il bacino con una cascata di spruzzi e rendono la piscina naturale una sorta di idromassaggio creato dalla natura. È un posto davvero unico in tutto il Mediterraneo.
Origine, formazione e le leggende del Laghetto delle Ondine
La bellezza del Laghetto delle Ondine affonda le radici in una storia geologica iniziata circa 7.000 anni fa. In quel periodo l’attività vulcanica di Pantelleria diede origine al domo lavico del Khaggiàr, una grande struttura formatasi dall’accumulo di lave molto viscose appartenenti al ciclo eruttivo successivo al celebre Tufo Verde dell’isola.
Le colate trachitico-pantelleritiche raggiunsero la costa, creando un paesaggio fatto di rocce compatte e spettacolari strutture colonnari. Con il trascorrere dei millenni, il mare iniziò un paziente lavoro di trasformazione. Onde, salsedine e ciottoli trascinati dalla risacca scavarono lentamente la superficie lavica, sfruttando fratture e punti più fragili della roccia.
Oggi ciò di cui possiamo godere è una formazione geomorfologica estremamente rara lungo una costa marina. Gli studiosi la classificano come una marmitta dei giganti costiera, una cavità modellata dal moto vorticoso dell’acqua che fa ruotare piccoli ciottoli, in grado di levigare e scavare progressivamente la pietra vulcanica. Il Laghetto delle Ondine rappresenta uno dei migliori esempi italiani di questo fenomeno e per tale motivo è riconosciuto come geosito di interesse nazionale.
L’acqua arriva direttamente dal mare e durante le mareggiate supera il bordo della conca, rinnova continuamente il bacino e mantiene un ambiente salmastro dalle tonalità cangianti. La profondità resta contenuta e raggiunge circa 2 metri nel punto più profondo, mentre gran parte del fondale risulta decisamente più basso.
Anche il nome contribuisce ad alimentarne il fascino: secondo la tradizione richiama le Ondine, figure della mitologia europea associate alle acque dolci e marine, creature affini alle ninfe della cultura mediterranea. Immaginare questi spiriti intenti a danzare tra gli spruzzi del Maestrale diventa quasi naturale osservando il laghetto nelle giornate ventose, quando la superficie si anima di giochi d’acqua e riflessi luminosi.
Cosa fare e vedere durante la visita
Prima compare la costa lavica, poi il profilo del vecchio Faro di Punta Spadillo e infine, tra le rocce, affiora questa piccola piscina naturale della Sicilia che sembra scolpita da uno scultore. La passeggiata finale attraversa un ambiente tipicamente pantesco, dominato dal colore scuro della pietra lavica e dal profumo della macchia mediterranea. L’orizzonte resta aperto sul Canale di Sicilia e il mare accompagna l’intero percorso con il rumore delle onde che si infrangono contro la scogliera.
Raggiunto il laghetto, viene spontaneo fermarsi qualche minuto sul bordo della conca. La trasparenza dell’acqua permette di distinguere il fondale e le sfumature cambiano continuamente in base alla luce del sole. Al mattino prevalgono tonalità cristalline, mentre nel tardo pomeriggio la pietra lavica acquista riflessi dorati che rendono il paesaggio ancora più suggestivo.
Chi desidera fare il bagno trova una piscina naturale protetta dal mare aperto. L’ingresso avviene direttamente dalla roccia levigata e richiede attenzione, soprattutto se la superficie risulta bagnata. Scarpe da scoglio oppure calzature sportive facilitano gli spostamenti lungo il tratto roccioso.
La vera particolarità arriva con il Maestrale: in presenza di vento sostenuto, il mare riversa onde all’interno del bacino, regalando una sensazione davvero insolita. Gli spruzzi salgono oltre il bordo della conca e il continuo ricambio dell’acqua fa sì che l’esperienza sia ancora più spettacolare. Proprio queste giornate attirano fotografi e appassionati di paesaggi naturali, desiderosi di immortalare il momento in cui il mare conquista per qualche istante il piccolo laghetto.
Vale comunque una precisazione importante, in quanto il mare antistante presenta fondali molto profondi e correnti anche intense. Il contrasto tra la tranquillità del laghetto e la forza del tratto costiero circostante può trarre in inganno, perciò conviene limitare il bagno alla conca naturale ed evitare il mare aperto durante condizioni meteo sfavorevoli.
Mancano, infine, stabilimenti balneari, punti ristoro e servizi turistici, caratteristica che contribuisce a preservarne l’atmosfera autentica. Conviene perciò arrivare già attrezzati con acqua, protezione solare e tutto il necessario per trascorrere qualche ora tra gli scogli.
Dove si trova e come arrivare
Il Laghetto delle Ondine occupa un tratto della costa nord-orientale di Pantelleria, tra Punta Spadillo e Cala Cinque Denti, ai piedi dello storico faro che domina questo settore dell’isola. La posizione permette di raggiungere facilmente anche il vicino Museo Vulcanologico, dedicato alla straordinaria storia geologica dell’arcipelago.
Dal centro abitato di Pantelleria si percorre la strada perimetrale in direzione Khamma. Superata Cala Cinque Denti, si svolta lungo Via Spadillo seguendo le indicazioni per il Museo Vulcanologico. Al termine della strada si trova un parcheggio dal quale parte il sentiero segnalato diretto al laghetto.
L’ultimo tratto richiede circa 10-15 minuti lungo un percorso sterrato abbastanza semplice, anche se il terreno vulcanico suggerisce calzature adatte. Durante il tragitto il panorama si apre progressivamente sulla costa orientale dell’isola, regalando scorci che anticipano la bellezza della destinazione finale.
Anche via mare rappresenta un’opzione praticabile, soprattutto durante escursioni in barca lungo il periplo di Pantelleria. Dal livello dell’acqua il Laghetto delle Ondine mostra un volto completamente diverso, perché la roccia vulcanica rivela tutta la propria imponenza e la piccola conca appare quasi invisibile, nascosta tra le pieghe della scogliera.
iStockIl Laghetto delle Ondine visto dall’alto
In questo angolo di Pantelleria il vulcano, il mare e il vento continuano ancora oggi a dialogare, modellando lentamente un punto dell’isola che conserva intatto il fascino delle grandi meraviglie naturali.
Non è la dimora reale più conosciuta della Francia, eppure questo antico e nobile castello merita assolutamente una visita. A meno di un’ora da Parigi esiste un luogo che ha attraversato quasi tutta la storia della monarchia francese. Il Castello di Fontainebleau, dichiarato Patrimonio Unesco, è stato la dimora prediletta di re, regine e imperatori per oltre otto secoli, molto prima che Versailles diventasse il simbolo dello sfarzo della corte francese.
Sale affrescate, gallerie rinascimentali, appartamenti imperiali e immensi giardini raccontano le trasformazioni di un palazzo che, ancora oggi, conserva il fascino delle grandi residenze reali.
La storia del castello e cosa vedere durante la visita
Le origini del Castello di Fontainebleau risalgono al XII secolo, quando Luigi VII fece costruire una fortezza nel cuore della foresta. Fu però Francesco I, nel 1528, a trasformarla in un magnifico palazzo rinascimentale, chiamando niente poco di meno che artisti italiani come Rosso Fiorentino e Primaticcio e dando vita alla celebre Scuola di Fontainebleau, che influenzò profondamente l’arte europea.
Getty ImagesIl Castello di Fontainebleau e la famosa scalinata
Nel corso dei secoli il castello è stato abitato da 34 re di Francia e due imperatori, diventando una delle residenze più amate della monarchia. Qui nacquero sovrani come Francesco II, Enrico III e Luigi XIII, mentre Luigi XV celebrò il proprio matrimonio nella Cappella della Trinità. Anche Napoleone Bonaparte lasciò un segno indelebile: restaurò il palazzo trasformandolo in residenza imperiale e proprio qui, nel 1814, salutò la Guardia Imperiale prima dell’esilio all’Isola d’Elba, un momento passato alla storia nel celebre Cour des Adieux, il Cortile dell’Addio.
Oggi è possibile visitare 121 sale delle oltre 1.500 che compongono il complesso. Tra gli ambienti più spettacolari spiccano la Galleria di Francesco I, decorata con affreschi e stucchi rinascimentali, la sontuosa Sala da Ballo, la Cappella della Trinità, gli eleganti appartamenti imperiali e l’unica Sala del Trono di Napoleone ancora conservata in Francia. All’esterno meritano una passeggiata i giardini storici, il lungo canale ornamentale e la celebre Scalinata a Ferro di Cavallo, uno dei simboli del castello e tra i punti più fotografati dell’intero complesso.
Getty ImagesLe gallerie interne del Castello di Fontainebleau
Dove si trova il Castello di Fontainebleau e come raggiungerlo
Il Castello di Fontainebleau si trova nell’omonima cittadina dell’Île-de-France, a circa 55 chilometri a sud-est di Parigi, una destinazione ideale anche per una gita di uno o due giorni. Raggiungerlo è semplice anche senza automobile. Dalla stazione Paris Gare de Lyon partono treni diretti per Fontainebleau-Avon, con un tempo di percorrenza di circa 35-40 minuti. Dalla stazione si può arrivare al castello con l’autobus urbano oppure con una passeggiata di circa 30 minuti attraverso il parco e il centro storico.
Getty ImagIl teatro imperiale all’interno del castello
Una volta terminata la visita, vale la pena dedicare del tempo anche ai dintorni. Il centro di Fontainebleau ospita boutique, caffè, ristoranti e un vivace mercato, mentre la Foresta di Fontainebleau, estesa per oltre 220 km², offre sentieri per escursioni a piedi e in bicicletta ed è una delle mete più conosciute al mondo per il bouldering, la disciplina dell’arrampicata sui massi. Chi desidera approfondire il patrimonio storico della zona può inoltre visitare il vicino Castello di Vaux-le-Vicomte, considerato la fonte d’ispirazione della Reggia di Versailles.
Il castello è aperto tutto l’anno, a eccezione del martedì e di alcune festività. L’accesso ai parchi e ai giardini è gratuito, mentre il biglietto d’ingresso permette di visitare gli appartamenti reali e il Museo Napoleone I, completando un viaggio attraverso oltre otto secoli di storia francese.
Oltre che con la luce accecante e l’odore salmastro che si insinua tra i vicoli di pietra lavica e calcare, la città di Rodi (sull’omonima isola) accoglie i viaggiatori con una maestosa cinta muraria che stringe il centro storico. Ci sono le pietre chiare che prendono il sole dell’Egeo e le strade che sembrano accompagnare il visitatore verso un’altra epoca. E poi, a un certo punto, in fondo alla celebre Via dei Cavalieri appare il Palazzo del Gran Maestro del Cavalieri, il monumento più importante dell’isola e uno dei massimi esempi di architettura militare medievale europea.
Il nome può creare un po’ di confusione: Palazzo del Governatore, Palazzo del Gran Maestro, Castello di Rodi e Palazzo del Gran Maestro dei Cavalieri indicano lo stesso straordinario complesso. Il suo soprannome più efficace resta però “Fortezza nella Fortezza“, per via delle sue imponenti torri, merlature e spesse pareti. Qui il potere dell’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni aveva il proprio cuore.
Il complesso sorge ai piedi dell’antica Acropoli, sopra l’area occupata da un forte bizantino risalente al VII secolo. Nel XIV secolo i Cavalieri di Gerusalemme, dopo la conquista di Rodi, trasformarono questa zona in una vera cittadella. Poi c’è la parte che rende la visita particolarmente curiosa: il castello che vediamo oggi è medievale nell’aspetto, ma la sua storia architettonica attraversa epoche diverse e porta con sé una forte impronta italiana.
L’Australia è famosa per i suoi animali unici e spesso considerati tra i più pericolosi del pianeta, per gli immensi deserti rossi, le spiagge da sogno e i paesaggi che sembrano appartenere a un altro mondo. Di recente, tra l’altro, è diventata una delle mete più gettonate persino dai giovani in cerca di esperienze lavorative all’estero proprio per il suo fascino remoto e la sua ricchezza paesaggistica ed esperienziale. Ma non tutti sanno che, nel cuore dell’Australia Occidentale, esiste un luogo talmente surreale da lasciare senza parole anche i viaggiatori più esperti e che in pochi conoscono, anche dai social.
Si tratta del Parco Nazionale di Nambung, nell’Australia Occidentale, famoso per il celebre Deserto dei Pinnacoli (noto anche come Pinnacles Desert). Qui migliaia di guglie di pietra emergono dalla sabbia dorata come se fossero comparse dal nulla, costruendo uno scenario che ricorda un set cinematografico di fantascienza. Un luogo dunque dove geologia, natura e mistero si incontrano dando vita a uno scenario dietro cui però si nasconde una storia lunga migliaia di anni.
Il Parco Nazionale di Nambung
Il cuore del parco è il Deserto dei Pinnacoli, una vasta distesa sabbiosa punteggiata da migliaia di colonne di pietra calcarea, alcune alte oltre 3,5 metri. Queste spettacolari formazioni si sono sviluppate nel corso di migliaia di anni grazie a complessi processi geologici: secondo le teorie più accreditate, derivano da antichi depositi di conchiglie marine lasciati quando il mare ricopriva quest’area dell’Australia Occidentale. Con il passare del tempo, vento ed erosione hanno modellato il terreno fino a far emergere le cosiddette guglie che oggi caratterizzano il paesaggio.
iStockSguardo sulle guglie del Deserto dei Pinnacoli
Oltre ai Pinnacoli, il parco custodisce un ricco patrimonio naturale e nei suoi oltre 17.000 ettari vivono canguri, emù e numerose specie di uccelli australiani, mentre poco distante si trova persino Hangover Bay che, al contrario di come possa suggerire il nome, non è un ritrovo post-serata per i più giovani, ma una baia dalle acque cristalline ideale per nuotare, fare snorkeling e osservare la fauna marina, tra cui delfini e leoni marini.
L’escursione qui è completa, anche perché chi desidera approfondire la storia del luogo, può visitare il Pinnacles Desert Discovery Centre per conoscere l’origine geologica del deserto attraverso esposizioni interattive, video e installazioni dedicate anche alla cultura delle popolazioni aborigene legate a questo territorio.
Dove si trova il Parco Nazionale di Nambung e come raggiungerlo
Il Parco Nazionale di Nambung si trova nell’Australia Occidentale, a circa 200 chilometri a nord di Perth, facilmente raggiungibile in automobile in poco più di due ore seguendo la Indian Ocean Drive, una delle strade panoramiche più suggestive del Paese. Il punto di accesso principale è nei pressi della cittadina di Cervantes, da cui si raggiunge in pochi minuti il Deserto dei Pinnacoli. All’interno del parco è presente un percorso panoramico percorribile in auto, oltre a sentieri che consentono di passeggiare tra le spettacolari guglie di pietra.
iStockUn canguro nel Parco Nazionale di Nambung
Il periodo migliore per visitarlo va da aprile a ottobre, quando le temperature sono più miti e le condizioni climatiche rendono più piacevole l’esplorazione. Tuttavia, è all’alba e al tramonto che il deserto regala il suo spettacolo più affascinante: le ombre si allungano sulla sabbia e i Pinnacoli regalano uno dei panorami più esemplari e fotografati dell’intera Australia.
Sul colle di Košnički Hum, tra prati fioriti, colline morbide e l’orizzonte che arriva fino alle montagne della Slovenia, si staglia il particolarissimo profilo di Veliki Tabor. La sua sagoma bianca, i tetti rossi e le torri semicircolari fanno pensare a un castello uscito da una storia antica, anche se qui la storia ha avuto il volto concreto della difesa, delle famiglie nobili e di una ragazza diventata leggenda. A 333 metri sul livello del mare, domina il paesaggio sud-occidentale della regione Hrvatsko Zagorje, e conserva uno dei complessi fortificati tardo medievali e rinascimentali meglio preservati della Croazia continentale.
Il suo nome richiama l’idea di un campo militare o di guerra, dettaglio che chiarisce subito la vocazione originaria del complesso: qui l’architettura doveva proteggere, resistere e controllare il territorio. Poi, nei secoli, le mura hanno accolto abitazioni, sale, una cappella, cantine e storie in grado di attraversare il tempo.
La forma attuale, infatti, è il risultato di interventi diversi. Il nucleo più antico è il palazzo centrale, circondato da 4 torri semicircolari e da possenti mura difensive. Le basi inclinate e le soluzioni adottate rispondevano alle esigenze della guerra con le armi da fuoco. Il complesso occupa circa 3340 m² e presenta ben 12 coperture differenti, una caratteristica che dà vita a un profilo movimentato.
Breve storia e leggende del Castello di Veliki Tabor
La verità va svelata subito: la storia di Veliki Tabor conserva ancora qualche zona d’ombra. Alcuni studiosi hanno collocato la costruzione delle parti più antiche verso la metà del XV secolo, altri hanno indicato l’inizio del XVI. I dati più recenti sostengono la prima ipotesi, ma di certezze ce ne sono davvero poche.
Le torri semicircolari furono aggiunte tra XV e XVI secolo, mentre il nucleo fortificato centrale resta il cuore del complesso. La torre pentagonale viene attribuita al XII secolo secondo una delle ricostruzioni storiche riportate dalle fonti del castello. Intorno al 1820 arrivarono l’attuale porta d’ingresso e l’area di accesso.
Per lungo tempo Veliki Tabor appartenne alla nobile famiglia Rattkay, che lo mantenne fino al 1793. Tra i suoi proprietari figura anche Oton Iveković, celebre pittore croato. Il castello ha poi continuato a raccogliere testimonianze di epoche diverse, trasformandosi in un luogo culturale che racconta la regione attraverso mostre, reperti e vicende personali.
La storia più famosa, però, ha il nome di Veronika di Desinić. La tradizione orale parla dell’amore tra la giovane ragazza e Fridrik Celjski, figlio del conte Herman II di Celje. La loro relazione suscitò la furia del padre, contrario all’unione. I due innamorati fuggirono segretamente verso la Slovenia e si sposarono, ma fu una fuga che, però, ebbe vita breve: Fridrik fu rinchiuso nella Torre di Celje per 4 anni, mentre Veronika venne catturata e imprigionata a Veliki Tabor.
Accusata di stregoneria, fu sottoposta a un processo. I giudici la dichiararono innocente, ma la tradizione racconta che Herman II, accecato dalla rabbia, ordinò comunque la sua morte. Veronika sarebbe stata annegata in un contenitore di legno riempito d’acqua nel cortile del castello. Il suo corpo, secondo la leggenda, venne murato nella parte che collega la torre pentagonale all’ingresso.
Da allora Veronika è diventata la presenza più inquietante di Veliki Tabor. La sua storia appartiene al patrimonio culturale immateriale della Croazia e nel 2015 la tradizione orale legata a Veronika Desinićka è stata iscritta nel Registro dei beni culturali della Repubblica di Croazia.
Il castello dedica alla leggenda una mostra che ricostruisce il contesto storico e raccoglie opere artistiche ispirate alla vicenda dal XV al XXI secolo. Nei lunghi mesi invernali, dicono le voci locali, il vento tra le mura può assumere un suono quasi umano. A Veliki Tabor, quindi, la leggenda ha ancora una voce.
Come visitare e cosa vedere a Castello di Veliki Tabor
La visita parte dal complesso fortificato e conduce dentro un’architettura che cambia atmosfera a seconda degli spazi. Le gallerie interne, decorate con colonnati, hanno un fascino particolare nelle ore serali, quando le colonne proiettano ombre allungate sotto la luce lunare. Il grande pozzo merita attenzione per la struttura e per i suoi 31 metri di profondità. È uno di quei dettagli che fanno percepire la vita quotidiana della fortezza, lontano dall’immagine romantica del castello da cartolina.
iStock@Sergey StrelkovDentro il Castello di Veliki Tabor
La vecchia cantina del vino conserva un grande torchio. D’estate offre una freschezza quasi sorprendente, mentre nella stagione fredda restituisce un senso di raccolta intimità. La Rustical Hall è considerata la sala più bella del complesso, dove le alabarde contribuiscono all’atmosfera e riportano subito l’immaginazione verso l’epoca delle guarnigioni e dei signori feudali.
Al primo piano si trova la cappella del castello, legata anche alla memoria di Veronika. Qui viene protetto il suo teschio secondo la tradizione museale del luogo. La visita può proseguire attraverso le esposizioni temporanee, spesso dedicate alla storia naturale, all’arte e alla cultura croata.
Tra le proposte più curiose c’è la mostra sui mammut lanosi, giganti dell’era glaciale. Il percorso apre una finestra sul passato geologico della Terra e racconta adattamenti, ecosistemi e cambiamenti climatici attraverso la paleontologia. Un’altra esposizione è dedicata a Gjuro Prejac, artista nato a Desinić nel 1870 e autentico talento multiforme.
La visita guidata richiede prenotazione anticipata per gruppi e laboratori educativi. Il castello rientra anche in itinerari più ampi nel nord-ovest della Croazia, con tour di mezza giornata, percorsi in bicicletta e programmi che collegano Veliki Tabor a Krapina, al Museo dei Neanderthal e al villaggio etnografico di Kumrovec. Qui, però, conviene lasciarsi un po’ di tempo per il panorama: il castello è la meta, il paesaggio intorno è parte della visita.
Dove si trova e come arrivare
Veliki Tabor si trova nei pressi di Desinić, nello Hrvatsko Zagorje, a circa un’ora di auto dal centro di Zagabria. Il tragitto attraversa le colline ondulate della Croazia settentrionale e accompagna verso un paesaggio sempre più verde, fatto di prati e rilievi dolci. La fortezza sorge sulla sommità di Košnički Hum e la sua posizione elevata rende facile riconoscerla una volta arrivati nei dintorni.
L’auto resta la soluzione più pratica per raggiungere il castello da Zagabria e per inserire la visita in un itinerario regionale. La strada verso Desinić conduce gradualmente fuori dal ritmo della Capitale e prepara all’arrivo. Poi compare Veliki Tabor, bianco e rosso contro il verde dello Zagorje.
È proprio questa la sua unicità: se Trakošćan può contendersi il titolo di castello più bello della regione, Veliki Tabor ha mura nate per la guerra, sale trasformate dal tempo, una vista che attraversa il confine e una leggenda d’amore tanto famosa da essere entrata nel patrimonio culturale immateriale croato.
A un’oretta da Roma c’è un edificio storico da scoprire: si tratta del Castello De Ferro che oggi riapre ai visitatori in un modo diverso dal classico museo. Simbolo dei Castelli Romani e con un forte legame con l’Egitto ha qualcosa da raccontare.
Il castello De Farro e il suo legame con l’Egitto
Tutto comincia in Egitto, non a Rocca di Papa quando l’ingegnere piemontese Ernesto De Farro si è fatto notare nelle zone del Nilo per le sue opere infrastrutturali ambiziose nei primi anni del Novecento. Una delle più note? La prima diga di Assuan realizzata con l’aiuto di 7.000 scalpellini italiani tra il 1900 e il 1904. A questi si aggiungono alberghi, ospedali ed edifici pubblici che hanno contribuito a modernizzare il paese nordafricano.
Proprio nel momento del massimo successo professionale, la sua storia prende una piega diversa. Durante la Prima Guerra Mondiale è stato ferito al fronte ma si salva anche grazie alle cure delle suore Elisabettine da Padova. In quel contesto decide di fare un voto e di destinare parte del suo patrimonio a un’opera di accoglienza.
Nasce così, nel 1925, il castello: uno stile gotico-orientale arricchito da elementi arabi, veroni e terrazze panoramiche, frutto di un progetto che porta fin sui Castelli Romani le maestranze egiziane con cui l’ingegnere aveva lavorato in Africa. I residenti dell’epoca, raccontano le cronache, osservavano il cantiere con vero stupore.
L’edificio nasce come rifugio estivo dell’ingegnere, ma diventa presto molto altro e viene dato in gestione alle suore Elisabettine che vi ospitano vedove di guerra, orfani e famiglie in difficoltà senza creare discriminazioni politiche o di fede.
Al suo interno trovano spazio anche un ambulatorio chirurgico d’avanguardia e una cucina che sfama i più poveri della zona. Le guide storiche degli anni Trenta lo citano tra le opere più significative dei Castelli Romani, e perfino l’allora presidente del Senato Luigi Federzoni ne elogia pubblicamente l’operato. Sui marmi interni resta ancora incisa la frase voluta dal fondatore: “Dal Martirio a questa Pace”.
Ufficio StampaCastello De Farro apre ai visitatori
Come visitarlo oggi
Come si può visitare oggi il castello De Farro? Entra a far parte del circuito Castelli Romani Living e apre le porte ai viaggiatori, pur essendo un’abitazione privata, destinando una parte del complesso alla ricezione turistica. Insomma, non è il classico monumento dove si entra pagando il biglietto: per scoprirlo bisogna soggiornarci affittando una camera e dormire in un castello è comunque un’esperienza unica.
Non c’è stato un vero restyling ma è stata portata avanti una procedura di recupero dell’antica vocazione della dimora proponendo un’esperienza più coinvolgente rispetto al solo passaggio. Chi trascorrerà qui una notte potrà muoversi tra gli ambienti che hanno visto nascere una delle esperienze di solidarietà più originali della zona godendosi un momento di relax facendo un tuffo indietro nel tempo.
Ufficio StampaIl Castello De Farro e la sua storia incredibile
Dove si trova e come raggiungerlo
Il Castello De Farro si trova a Rocca di Papa, cittadina dei Castelli Romani in provincia di Roma, lungo viale Madonna del Tufo, la strada che conduce all’omonimo santuario. In auto dalla Città Eterna la distanza si copre in circa un’ora, un tempo che rende il castello una meta adatta sia per una gita fuori porta di un giorno sia per un soggiorno più lungo alla scoperta dei Castelli Romani.
Pare quasi di entrare con il corpo in una pagina di storia antica. Sì, è proprio questa la sensazione che trasmette il Castello di Ali Pasha, una piccola fortezza adagiata su un isolotto alla foce del canale di Vivari, nel cuore del Parco Nazionale di Butrinto. Siamo in Albania, in un tratto del Paese in cui l’ambiente rende il tutto assolutamente speciale: da una parte il lago di Butrinto, dall’altra il Mar Ionio, mentre davanti agli occhi si apre lo stretto di Corfù.
In sostanza, chiunque controllasse questo tratto d’acqua aveva la possibilità di sorvegliare l’ingresso verso il lago, le attività della pesca, le imbarcazioni mercantili e gli spostamenti militari lungo una delle rotte più importanti del Mediterraneo orientale. E in questo contesto il castello si presenta come una costruzione compatta perfettamente integrata nel territorio. Pietra chiara, mura robuste e torri emergono dalla vegetazione con naturalezza, quasi appartenessero da sempre alla laguna.
Il nome richiama, invece, Ali Pasha di Tepelenë, figura tra le più influenti dei Balcani tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. Proprio lui trasformò la struttura in un presidio militare in grado di controllare l’accesso al lago di Butrinto, lasciando un’impronta ancora oggi ben visibile.
Breve storia e leggende del Castello di Ali Pasha
Le origini del castello precedono lo stesso Ali Pasha: la prima struttura nacque durante il dominio della Repubblica di Venezia, tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo secondo alcune fonti, oppure tra il XVII e il XVIII secolo secondo gli studi archeologici più recenti. In entrambi i casi la funzione rimase identica, ovvero quella di difendere gli interessi veneziani attorno a Butrinto, ricco di risorse naturali, oliveti, pascoli e attività legate alla pesca.
All’epoca la zona rappresentava una preziosa porta d’accesso verso Corfù, territorio veneziano dal 1386. Una semplice casa fortificata sorvegliava il canale, offrendo protezione ai proprietari terrieri e garantendo il controllo delle acque circostanti. Il destino cambiò radicalmente nel 1804, quando dopo la caduta della Serenissima e una breve presenza francese, Ali Pasha conquistò l’area, inserendola nel vasto territorio amministrato da Ioannina. Ambizioso, abile diplomatico e straordinario stratega militare, trasformò il piccolo edificio veneziano in una vera fortificazione.
Le ricerche archeologiche hanno individuato almeno 4 campagne di ampliamento durante il suo governo. Le mura vennero rialzate, comparvero torri più massicce, le difese furono rinforzate con bastioni inclinati e vennero installate batterie di cannoni rivolte verso la baia e l’imboccatura del canale. Anche l’edificio centrale acquisì un piano aggiuntivo, mentre nuovi ambienti completarono il cortile interno. Ciò vuol dire che nel giro di pochi anni una modesta costruzione agricola si convertì in una macchina difensiva progettata per respingere eventuali attacchi navali.
L’assassinio di Ali Pasha nel 1822 segnò anche il declino della fortezza. Priva del suo principale sostenitore, perse gradualmente importanza strategica. Alcune strutture andarono incontro al degrado, altre vennero adattate alle necessità dei pescatori locali, mentre la vegetazione riconquistò lentamente gli spazi.
Attorno al personaggio di Ali Pasha si sono sviluppate numerose leggende: cronache popolari lo descrivono tanto spietato quanto raffinato, molto abile ad alternare dure campagne militari a un sincero interesse per arte, architettura e commercio. Il soprannome di Leone di Giannina testimonia ancora oggi il carisma che esercitò sull’intera regione balcanica.
Come funziona la visita al Castello di Ali Pasha e cosa vedere
Il solo raggiungere questo angolo sospeso d’Albania rappresenta già una parte dell’esperienza. Come è possibile intuire dalla sua posizione, non esistono strade che conducono direttamente fino alle mura. Serve una breve traversata in barca attraversa il canale di Vivari, che però regala prospettive sempre nuove sulla laguna e sulla vegetazione del Parco Nazionale di Butrinto.
Durante la navigazione lo sguardo abbraccia un ambiente ricchissimo dal punto di vista naturalistico: acque salmastre, canneti, boschi mediterranei e numerose specie di uccelli fanno da cornice a una delle aree protette più importanti del Paese. Appena sbarcati, la fortezza rivela tutta la sua essenzialità. Le mura esterne conservano ancora l’imponente spessore pensato per resistere ai colpi dell’artiglieria. Le torri raccontano chiaramente le diverse fasi costruttive, frutto delle modifiche volute da Ali Pasha.
Il corpo centrale mantiene ancora la disposizione originaria dell’antica casa fortificata veneziana. Gli archeologi ritengono che uno degli ambienti al piano inferiore fosse collegato direttamente all’acqua e funzionasse da piccolo approdo nascosto, ideale per far entrare una barca lontano da occhi indiscreti.
L’interno presenta pochi elementi decorativi, caratteristica tipica di un edificio concepito principalmente per esigenze militari. Proprio questa semplicità rende più facile immaginare la vita della guarnigione, tra turni di sorveglianza, manutenzione delle difese e controllo continuo delle imbarcazioni in transito.
Gran parte del fascino deriva anche dal panorama: dalle mura si distinguono chiaramente il lago di Butrinto, la foce del canale, il profilo verde del parco nazionale e, nelle giornate limpide, la costa dell’isola greca di Corfù. Pochi metri separano due Stati, due culture e una storia condivisa che attraversa secoli di commerci, conflitti e incontri.
Chi dedica tempo anche al territorio circostante può proseguire la giornata visitando l’antica città di Butrinto, sito UNESCO ricco di testimonianze greche, romane, bizantine e veneziane.
Dove si trova e come arrivare
Il Castello di Ali Pasha si trova nel Parco Nazionale di Butrinto, nel sud dell’Albania, pochi chilometri a sud di Ksamil e circa 20 km da Saranda. L’isolotto occupa la foce del canale di Vivari, passaggio naturale che collega il lago di Butrinto al Mar Ionio. L’itinerario più semplice parte da Saranda lungo la strada SH81 in direzione Butrinto. Dopo circa 30 minuti si raggiunge il parcheggio situato accanto all’ingresso del sito archeologico. Proprio qui alcuni barcaioli organizzano brevi traversate verso la fortezza con un viaggio che dura pochi minuti.
Chi preferisce i mezzi pubblici può utilizzare gli autobus diretti da Saranda a Butrinto, attivi con corse frequenti durante la stagione turistica. Una volta arrivati nei pressi dell’ingresso del parco, il punto d’imbarco si trova a brevissima distanza. L’accesso alla fortezza risulta libero, mentre il costo riguarda esclusivamente il servizio in barca.
iStockVeduta dall’alto del Castello di Ali Pasha
Tra acqua dolce e mare aperto, tra Venezia e Impero Ottomano, tra natura protetta e memoria storica, il Castello di Ali Pasha custodisce una delle pagine meno conosciute dell’Albania.
Una delle immagini più celebri dell’Isola di Skye, territorio appartenente alle Ebridi Interne, al largo della costa occidentale scozzese, è senza dubbio quella delle Fairy Pools. I più scettici potrebbero pensare che sia il risultato del lavoro di un’intelligenza artificiale, ma nei fatti basta arrivarci e dare un rapido sguardo per intuire la ragione di tanta fama: acqua trasparente fino al fondo, sfumature turchesi, piccole cascate scolpite nella roccia vulcanica e, sullo sfondo, la sagoma frastagliata dei Black Cuillin.
Le “Piscine delle Fate” (così traduciamo il nome in italiano) sono un luogo dove fantasia e paesaggio finiscono per fondersi senza sforzo. Nebbia, nuvole basse, vento proveniente dall’Atlantico e montagne scure costruiscono una scenografia in grado di alimentare leggende tramandate nei secoli.
Origini, formazione e leggende delle Fairy Pools
La storia di questo paradiso della Scozia affonda le radici in un passato assai più remoto della presenza umana sull’Isola di Skye. Circa 60 milioni di anni fa, durante un’intensa fase di attività vulcanica collegata all’apertura dell’Oceano Atlantico settentrionale, enormi quantità di magma risalirono verso la superficie e, raffreddandosi lentamente, diedero origine ai rilievi che ancora caratterizzano gran parte del territorio.
I Black Cuillin rappresentano il risultato più spettacolare di quel lungo processo geologico: rocce scure ricche di gabbro resistettero meglio all’erosione rispetto ai materiali circostanti, dando vita a creste affilate e vallate profonde. Col trascorrere delle ere glaciali, ghiacciai e torrenti iniziarono a incidere il paesaggio, scavando gole, canali e bacini naturali.
L’acqua proveniente dalle sorgenti montane continua ancora oggi quel lavoro. Cascata dopo cascata, il torrente ha levigato le superfici rocciose fino a creare una sequenza di piscine naturali unite da piccoli salti d’acqua. Alcune vasche presentano pochi centimetri di profondità, altre raggiungono dimensioni tali da attirare appassionati di nuoto in acque fredde.
Accanto alla geologia, però, trova spazio un patrimonio di racconti popolari profondamente radicato nella cultura gaelica. Secondo una tradizione molto diffusa, un antico capo del Clan MacLeod avrebbe sposato una principessa appartenente al popolo delle fate. Da quell’unione deriverebbe il legame simbolico fra la famiglia e numerosi luoghi “fatati” disseminati sull’Isola di Skye, fra i quali figurano anche le Fairy Pools.
Un’altra narrazione chiama in causa le selkie, creature leggendarie in grado di assumere un duplice aspetto: durante la permanenza in mare vivrebbero sotto forma di foche, mentre sulla terraferma acquisirebbero sembianze umane dopo avere deposto la propria pelle. Nelle notti illuminate dalla luna piena queste figure avrebbero raggiunto le piscine naturali di Glen Brittle per dedicarsi al bagno lontano dagli sguardi umani.
Una vicenda decisamente più concreta collega invece quest’area alla storia delle Highlands. Nelle vicinanze si combatté infatti la battaglia di Coire na Creiche, ultimo grande scontro armato fra il Clan MacDonald di Sleat e il Clan MacLeod di Dunvegan, avvenuto alla fine del XVI secolo. La tradizione racconta che il torrente si tinse di rosso a causa dell’enorme quantità di sangue versato durante lo scontro.
Come visitare e cosa vedere alle Fairy Pools
L’accesso alle Fairy Pools parte dal parcheggio situato lungo la strada diretta verso Glen Brittle. Alle spalle resta la carreggiata, mentre davanti si apre una valle ampia dominata dai Black Cuillin. Il tracciato misura circa 2,4 km fra andata e ritorno, con fondo in ghiaia, piccoli ponti e tratti naturali che accompagnano l’avvicinamento al torrente.
Pochi minuti bastano per raggiungere il primo attraversamento dell’acqua, dove grossi blocchi di pietra consentono il passaggio da una sponda all’altra. Più avanti la valle si allarga, l’erica ricopre vaste porzioni del paesaggio e il corso d’acqua diventa il vero protagonista. La prima cascata, infatti, appare quasi all’improvviso.
Acqua gelida, limpida fino al fondale, scende fra pareti levigate alimentando una pozza dai riflessi azzurri. Da quel punto in avanti inizia la successione più celebre delle Fairy Pools. Vasca dopo vasca, salto dopo salto, il torrente costruisce un susseguirsi di scenari sempre diversi.
Alcune piscine presentano superfici perfettamente lisce che riflettono montagne e nuvole. Altre mostrano correnti vivaci, schiuma bianca e piccole rapide. Diversi appassionati affrontano anche un tuffo nelle piscine naturali. È fondamentale sapere, però, che l’acqua proviene direttamente dalle sorgenti dei Black Cuillin e che quindi mantiene temperature comprese fra 5 e 10 °C durante gran parte dell’anno.
La piscina più ampia richiama spesso gli amanti dei tuffi grazie alla profondità maggiore rispetto alle altre. Rocce bagnate necessitano comunque di grande attenzione, poiché la superficie levigata diventa facilmente scivolosa. Gran parte dei visitatori dedica fra 2 e 4 ore all’escursione.
Le Fairy Pools sorgono nella parte occidentale dell’Isola di Skye, all’interno di Glen Brittle, vasta valle appartenente ai terreni storicamente legati al Clan MacLeod. Ai piedi dei Black Cuillin nasce il River Brittle, alimentato da numerosi torrenti montani fra i quali figura anche quello che forma le celebri piscine naturali.
Carbost costituisce il centro abitato più vicino. Da Portree bastano circa 40 minuti d’auto lungo la A87, seguita dalla A863 e infine dalla B8009. L’ultimo tratto attraversa una tipica single track road, carreggiata a corsia unica dotata di piazzole laterali destinate agli incroci fra veicoli. Prudenza e velocità moderata permettono una percorrenza tranquilla, soprattutto durante l’alta stagione.
Un parcheggio dedicato accoglie auto, motocicli e camper, con tariffe che possono variare nel corso degli anni. Quel che rimane certo, è che il ricavato contribuisce alla manutenzione dell’area e dei servizi presenti. Chi preferisce i mezzi pubblici trova collegamenti stagionali provenienti da Portree, particolarmente utili durante i mesi estivi. Vale comunque la pena verificare orari aggiornati prima della partenza, poiché frequenze e corse seguono la programmazione annuale.
iStockPiscine delle Fate, tesoro scozzese
È consigliato, inoltre, indossare abbigliamento impermeabile e scarponcini da trekking, ma anche portare con sé acqua, snack e una giacca antivento. Il clima delle Highlands, infatti, cambia con rapidità, regalando alternanza fra sole, pioggia e raffiche nel giro di breve tempo. Le Fairy Pools hanno conquistato fotografi, naturalisti ed escursionisti provenienti da tutto il pianeta grazie a un equilibrio raro fra geologia, acqua e tradizioni popolari. Non ci credete? Provate ad andarci!
Al primo piano del Castello di Thiene c’è una finestra a cinque luci, gotica, che non esiste in nessun’altra villa veneta di terraferma costruita nel Quattrocento. Un dettaglio da solo sufficiente a giustificare una deviazione da Vicenza o Bassano. Ma non fatevi confondere dal nome “castello”: qui non c’è mai stato un fossato, né una vera funzione difensiva.
La storia del Castello di Thiene
Tutto comincia nel 1441, quando Francesco Porto senior eredita un patrimonio fondiario concentrato tra Thiene, Marano e Malo e decide di costruirsi una dimora all’altezza. I lavori partono attorno al 1450 e il risultato è già all’epoca considerato un caso a parte: uno degli edifici gotici più importanti sorti nel Vicentino a uso civile.
Da lì in poi è un susseguirsi di generazioni che aggiungono, ampliano, abbelliscono. Francesco Porto junior, nel Cinquecento, fa alzare l’ultimo piano, decorare le facciate con cavalli e medaglioni di imperatori romani e cura un giardino che oggi sopravvive solo nei documenti d’archivio. Suo nipote Giovanni fa scavare un pozzo firmato Palladio, mentre nel Settecento arriva Francesco Muttoni a disegnare le scuderie, con la collaborazione della bottega degli scultori Marinali. Ogni epoca lascia un segno, senza mai cancellare quello precedente.
L’ultimo discendente diretto, Guardino Colleoni-Porto, muore senza eredi e lascia tutto a un cugino, Antonio Thiene. Il castello resta così in mano alla stessa stirpe fino a oggi, custodito dagli attuali proprietari, i Conti di Thiene.
Dal punto di vista architettonico, gli storici considerano il castello un ponte tra il gotico veneziano e quella tradizione della villa che, qualche decennio dopo, Palladio porterà alle sue vette più celebri.
Una volta entrati al suo interno, le sale vi racconteranno cinque secoli di stratificazioni: affreschi cinquecenteschi, una sala con la Caduta di Fetonte dipinta a fine Settecento, arredi accumulati da generazioni diverse senza mai un restauro che azzerasse tutto e ripartisse da zero. È proprio questa continuità, più che un singolo capolavoro, il vero valore di questa dimora, tra le più belle del Veneto.
C’è poi un tesoro meno visibile, ma altrettanto prezioso: l’archivio storico del castello, vincolato dal 1972 e riconosciuto di interesse regionale, che raccoglie una mole enorme di documenti su pergamena e carta. Dal 2022 un’associazione dedicata ne cura la valorizzazione e chi è curioso può prenotare una visita guidata con un archivista, un’esperienza decisamente fuori dal solito giro turistico!
Per chi vuole spingersi oltre una visita mordi e fuggi, il castello offre anche camere per pernottare all’interno della dimora storica.
Oltre alle visite, il Castello di Thiene apre le sue porte con un ricco calendario estivo. Il 19 luglio e il 16 agosto apre eccezionalmente spazi solitamente chiusi al pubblico: la chiesetta gotica, le antiche cucine e il sotterraneo cinquecentesco. Chi cerca qualcosa di ancora più esclusivo può partecipare ai Secret Tour organizzati, con accesso al cucinone antico e ai sotterranei.
Da fine agosto a inizio settembre, invece, il castello cambia completamente registro: diventa la sede della Scuola di Magia Italiana, un’esperienza immersiva per bambini dai 6 ai 13 anni, in scena ormai dal 2019.
Dove si trova e come arrivare
Il Castello di Thiene sorge nel cuore del centro storico della città, proprio di fronte al municipio, all’inizio del corso principale in zona a traffico limitato.
In auto, si arriva tramite l’autostrada Valdastico A31 (uscita Thiene-Schio) oppure con la Pedemontana Veneta (uscite Breganze o Malo). In treno, la linea Vicenza-Schio ferma direttamente in città, mentre le autolinee collegano Thiene con Vicenza, Schio, Bassano e Asiago.
Una mattina qui, un pomeriggio a Vicenza, una sera a Bassano sul Ponte Vecchio: è un itinerario che regge benissimo anche in un solo weekend, con il Castello di Thiene come sorpresa che vale, da sola, la deviazione.
Immaginate di svoltare una curva lungo la Senna, tra frutteti carichi di mele e piccoli villaggi di graticcio, quando improvvisamente la vegetazione si apre. Davanti agli occhi si stagliano due gigantesche torri ottagonali, alte quasi 50 metri, completamente bianche, prive di tetto e che tagliano il cielo nuvoloso. No, non è un’allucinazione! È come si presenta l’Abbazia di Jumièges, anzi, quel che resta di uno dei monasteri benedettini più influenti dell’Europa occidentale.
Ci troviamo fra Rouen e Le Havre, nel piccolo villaggio di Jumièges, dove re, duchi, religiosi, pellegrini e studiosi contribuirono alla crescita di un centro spirituale, culturale e politico destinato a segnare profondamente la storia della Normandia. Gran parte della sua fama, infatti, deriva proprio dalla capacità di raccontare oltre 1.300 anni attraverso edifici mutilati dal tempo, ma ancora straordinariamente espressivi.
Lo scrittore Victor Hugo la definì “La più bella rovina di Francia“, appellativo rimasto vivo fino ai giorni nostri e assolutamente perfetto: le torri paiono proteggere un gigantesco spazio aperto, mentre archi, colonne e finestre continuano a suggerire l’imponenza dell’antica chiesa abbaziale. Poi c’è l’assenza del tetto che amplifica la prospettiva verso l’alto, insieme a un vasto parco punteggiato da alberi secolari, prati e resti appartenenti a differenti epoche.
Breve storia e leggende dell’Abbazia di Jumièges
La nascita dell’abbazia risale al 654, anno in cui San Filiberto, cortigiano del re Dagoberto I, fondò una comunità monastica destinata a diventare rapidamente una delle più prestigiose del regno franco. Fin dai primi decenni il monastero attirò religiosi provenienti da varie regioni grazie alla ricchezza della biblioteca, allo scriptorium dedicato alla copiatura dei manoscritti e all’influenza esercitata sul territorio circostante.
L’841, però, segnò una brusca svolta: le incursioni vichinghe risalirono la Senna devastando numerosi centri religiosi della Normandia. Anche Jumièges venne saccheggiata e incendiata, lasciando dietro di sé distruzione e abbandono. La rinascita arrivò nei secoli successivi grazie ai duchi normanni.
Durante l’XI secolo, sotto l’impulso di Guglielmo il Conquistatore, il complesso venne ricostruito assumendo l’aspetto monumentale ancora visibile oggi. La grande abbaziale romanica divenne uno dei modelli architettonici più importanti della regione, influenzando numerosi edifici religiosi normanni.
Prosperità e prestigio proseguirono per diversi secoli, finché la Guerra dei Cent’Anni provocò nuovi danni. L’episodio più traumatico arrivò però durante la Rivoluzione Francese, quando il monastero venne confiscato, venduto e trasformato in cava di pietra. Blocchi di calcare, colonne e decorazioni finirono impiegati nella costruzione di abitazioni e strutture civili dell’area circostante.
Il XIX secolo segnò una nuova rinascita culturale, con artisti, pittori e scrittori che vennero conquistati dal fascino romantico delle sue rovine. Victor Hugo contribuì definitivamente alla fama internazionale attraverso il celebre soprannome, ormai legato indissolubilmente al sito.
Fra i racconti tramandati dagli abitanti compare anche la figura del tasso plurisecolare piantato nell’area dell’antico chiostro. Secondo una tradizione locale, l’albero rappresenterebbe il custode della memoria dell’antica comunità benedettina, simbolo vivente in grado di attraversare secoli di guerre, rinascite e trasformazioni.
Come funziona la visita e cosa vedere all’Abbazia di Jumièges
L’ingresso in questa abbazia di Francia introduce subito davanti alla grandiosa Chiesa di Notre-Dame, con una facciata romanica perfettamente leggibile malgrado le distruzioni subite. Fino a quando, entrando nella navata, lo sguardo sale spontaneamente verso il cielo, mentre l’assenza della copertura modifica completamente la percezione dello spazio.
iStockEntrando nell’Abbazia di Jumièges
Vale la pena osservare con attenzione capitelli, basi delle colonne e dettagli scolpiti sopravvissuti ai secoli. Gran parte delle decorazioni rivela ancora l’eleganza dell’arte romanica normanna. Pochi passi conducono alla Chiesa di Saint-Pierre, edificio particolarmente prezioso grazie alla presenza di elementi carolingi, testimonianza rarissima delle fasi precedenti alla ricostruzione romanica.
Il percorso prosegue fra l’antico chiostro, gli edifici conventuali e il logis abbaziale del XVII secolo, oggi trasformato in spazio dedicato alle esposizioni temporanee. L’aspetto più sorprendente consiste proprio nel dialogo fra patrimonio medievale e arte contemporanea, fatto di installazioni, fotografie e opere visive che trovano spazio all’interno di ambienti carichi di storia,.
Grande interesse riveste anche il parco storico. Alberi monumentali, prati e giardini accompagnano la visita fino al celebre tasso secolare, il quale richiama immediatamente l’attenzione grazie al tronco massiccio e alla chioma ampia. Poco distante affiorano resti appartenenti agli edifici conventuali e alla chiesa carolingia distrutta durante le invasioni vichinghe.
Un elemento particolarmente interessante riguarda la tecnologia. Un’applicazione gratuita per smartphone e tablet ricostruisce digitalmente l’intera abbazia in 3D e a 360 gradi. Attraverso la realtà aumentata diventa possibile osservare il complesso nel suo massimo splendore, confrontando l’aspetto attuale con quello medievale.
Per apprezzare pienamente il sito conviene dedicare fra 1 ora e mezza e 2 ore e mezza. L’intero itinerario alterna scorci monumentali, spazi verdi e ambienti destinati alle mostre, regalando una visita ricca e varia.
Dove si trova e come arrivare
Jumièges appartiene al Parc Naturel Régional des Boucles de la Seine Normande, area protetta celebre per le ampie anse disegnate dalla Senna fra boschi, prati e piccoli villaggi. La posizione contribuisce in modo decisivo al fascino del complesso monumentale, incorniciato da uno dei paesaggi fluviali più suggestivi della Francia.
Rouen dista circa 30 km, mentre Le Havre si trova a più o meno 50 km. Anche Parigi rappresenta una meta facilmente raggiungibile nell’arco di una giornata grazie alla rete stradale della Normandia. Chi arriva in automobile trova un parcheggio a breve distanza dall’ingresso, ma durante i periodi di maggiore affluenza è consigliato partire nelle prime ore della giornata.
Non mancano i collegamenti in autobus, che uniscono Jumièges ai principali centri della zona, mentre un caratteristico traghetto permette l’attraversamento della Senna per chi proviene dalla riva opposta. Pure la bicicletta rappresenta un mezzo molto apprezzato lungo gli itinerari ciclabili che seguono il fiume, tanto che il sito aderisce a iniziative dedicate al turismo a basse emissioni.
Una visita può facilmente trasformarsi nel punto di partenza per esplorare altre grandi abbazie normanne, fra cui Saint-Wandrille, Saint-Georges de Boscherville e il celebre Mont-Saint-Michel. Jumièges, però, conserva un carattere irripetibile, perché non sono affatto molte le rovine che riescono a testimonia il trascorrere dei secoli con una tale intensità, trasformando pietra, luce e paesaggio in un racconto destinato a rimanere impresso molto a lungo.
Tra le spiagge più interessanti della Spagna, Cala Moraig si distingue per il suo paesaggio naturale e per la particolare combinazione tra mare cristallino, scogliere calcaree e formazioni rocciose. Nel 2026 la spiaggia è stata premiata nella classifica delle 50 migliori spiagge d’Europa, entrando tra le località costiere più apprezzate del continente. Situata sulla Costa Blanca, rappresenta una meta ideale per chi cerca un luogo caratterizzato da panorami mediterranei e da un ambiente ancora fortemente legato alla natura.
Cala Moraig: la spiaggia tra mare turchese e scogliere della Costa Blanca
Cala Moraig è una piccola insenatura della costa della Comunità Valenciana conosciuta per il contrasto tra le acque trasparenti del Mediterraneo e le alte pareti rocciose che la circondano. La spiaggia presenta una superficie composta principalmente da ciottoli e ghiaia, con fondali che rendono il mare particolarmente suggestivo e adatto anche agli amanti dello snorkeling.
Uno degli elementi più caratteristici di Cala Moraig è la presenza delle formazioni geologiche che modellano il paesaggio circostante, tra cui la famosa Cova dels Arcs (Grotta degli Archi), una cavità naturale scavata nella roccia dal movimento del mare. Questo luogo è diventato uno dei simboli della zona e offre anche uno scenario sottomarino perfetto da esplorare con maschera e pinne – alcune sue gallerie, come la Cueva de los Peces, sono indicate solo per subacquei esperti.
Nel 2026 Cala Moraig è stata incoronata tra le 50 spiagge più belle d’Europa, un riconoscimento che ne ha aumentato l’attenzione internazionale. La combinazione tra acqua limpida, natura selvaggia e atmosfera tranquilla ha contribuito alla sua presenza nelle classifiche dedicate alle migliori destinazioni balneari europee.
La spiaggia è indicata soprattutto per chi desidera un’esperienza lontana dalle grandi località turistiche, con la possibilità di rilassarsi in un contesto dominato da rocce, vegetazione mediterranea e panorami vista mare. Durante i mesi estivi può essere molto frequentata, ma mantiene comunque il fascino tipico delle calette della Costa Blanca.
È consigliato arrivare presto il mattino per non avere problemi di parcheggio e indossare scarpette da scoglio per entrare in acqua e scoprire la meravigliosa Cova dels Arcs (le rocce qui sono scivolose).
iStockL’affascinante Cala del Moraig in Spagna
Dove si trova Cala Moraig e come raggiungerla
Cala Moraig si trova nel comune di Benitachell, nella provincia di Alicante, nella Comunità Valenciana, lungo la costa orientale della Spagna. La spiaggia è situata tra le località di Moraira e Jávea, in una zona conosciuta per le sue scogliere rocciose e per i paesaggi naturali affacciati sul Mediterraneo.
Per raggiungere Cala Moraig in auto da Valencia è possibile arrivare prendendo l’autostrada AP-7 in direzione Alicante, fino a Ondara. Da lì poi si seguono le indicazioni per Benitachell e successivamente per la zona costiera di Cumbres del Sol, dove si trova l’accesso alla spiaggia.
Chi arriva dagli aeroporti principali della zona può utilizzare l’auto a noleggio: dall’aeroporto di Alicante il tragitto richiede circa un’ora e mezza, mentre da Valencia il viaggio dura poco meno di due ore. L’accesso alla spiaggia prevede un breve percorso in discesa, con una strada panoramica che permette di ammirare il profilo della costa prima di arrivare direttamente sul mare.
Sospeso a 80 metri di altezza, il ponte tibetano a campata unica più lungo del mondo regala 586 metri di adrenalina pura e oltre mille passi nel vuoto: sono i numeri da brivido del Ponte tra i due Parchi di Castelsaraceno, un’esperienza capace di far battere il cuore agli amanti dell’avventura e della natura incontaminata.
Basta guardarlo per immaginare tutta l’emozione di attraversarlo: passo dopo passo si percorre un’opera ingegneristica straordinaria, sospesi tra cielo e terra, con il fiato sospeso e lo sguardo rivolto verso uno dei panorami più spettacolari della Basilicata.
L’Abbazia di Rosazzo, adagiata tra le dolci colline orientali del Friuli, è un luogo in cui il tempo sembra scorrere con un ritmo diverso, seguendo quello della natura, dei vigneti e delle stagioni. Qui storia, spiritualità e cultura del vino si intrecciano da oltre mille anni, dando vita a un complesso unico nel suo genere, capace di raccontare l’identità più autentica di questo angolo d’Italia.
Tra antiche architetture, panorami sulle colline friulane e una tradizione vitivinicola profondamente radicata nel territorio, l’abbazia rappresenta oggi una delle destinazioni più suggestive per chi desidera vivere un’esperienza che va oltre la semplice visita. Grazie al nuovo percorso di accoglienza e degustazione promosso da Cantina Livio Felluga, questo luogo simbolo apre ancora di più le sue porte ai visitatori, invitandoli a scoprire le sue stratificazioni storiche, i suoi paesaggi e il legame indissolubile tra il vino e la terra da cui nasce.
La storia dell’abbazia
Le origini dell’abbazia affondano nell’Alto Medioevo e, pur avvolte da alcune incertezze, testimoniano il ruolo di Rosazzo quale punto d’incontro tra il mondo latino e quello slavo. Divenuta abbazia benedettina e posta sotto la protezione pontificia nel XIII secolo, attraversò secoli di splendore, incendi, trasformazioni e restauri, fino alla rinascita seguita al terremoto del 1976.
Ufficio StampaVista sulle colline dall’abbazia
Ancora oggi il complesso conserva la chiesa di San Pietro, il chiostro e la suggestiva torre occidentale, mentre dal belvedere si apre uno dei panorami più ampi del Friuli, che nelle giornate limpide spazia dalla Slovenia al mare Adriatico. Concerti, incontri culturali e celebrazioni religiose continuano a mantenere viva la vocazione dell’abbazia come luogo di dialogo e riflessione.
L’abbazia e l’ospitalità
L’Abbazia di Rosazzo è nota soprattutto oggi perché accoglie i visitatori con spazi dedicati a soggiorni, incontri ed eventi culturali. Le camere e le sale del complesso infatti permettono di vivere il luogo con lentezza, immersi nel silenzio delle colline e nella bellezza del paesaggio circostante. Il nuovo allestimento pensato per l’accoglienza valorizza ulteriormente questa dimensione, proponendo un itinerario che invita a sostare, osservare e comprendere il profondo legame tra il monastero e il territorio friulano che lo circonda.
Ufficio StampaInterno e giardino dell’abbazia
Nello specifico, l’Abbazia dispone di numerose sale attrezzate, adatte a convegni, riunioni, corsi ed eventi, con la possibilità di organizzare catering esterni nella Sala della Vite e dell’Uva, prenotando anche le sale adiacenti. La struttura offre inoltre 14 camere con bagno privato (3 singole e 11 doppie) immerse in un contesto panoramico e tranquillo, ideale per soggiorni e ritiri spirituali. Le prenotazioni devono essere effettuate almeno dieci giorni prima, l’abbazia è aperta tutti i giorni dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18, mentre l’utilizzo serale comporta un supplemento del 50%. Purtroppo, però, non sono ammessi animali.
La cantina e le degustazioni
Il percorso di visita all’abbazia si intreccia anche con la storia vitivinicola delle colline di Rosazzo. Gli ospiti possono infatti attraversare gli storici vigneti abbaziali e visitare l’antica cantina di affinamento, risalente al XIII secolo, la più antica del Friuli-Venezia Giulia ancora conservata.
Ph. Alessandra ZacoVista interna delle anfore nella cantina
Le degustazioni guidate dei vini alla Cantina Livio Felluga sono espressione di questo territorio e completano un’esperienza che non si limita al calice, ma racconta il vino come parte integrante del paesaggio e dell’identità culturale di Rosazzo.
Se guardando la foto state pensando che qui c’è stata la mano dell’uomo, siete sulla strada più sbagliata: le Rocce di Adršpach-Teplice sono il frutto dell’azione paziente della natura, che nel corso dei millenni è riuscita a trasformare il fondale di un antico mare in uno dei paesaggi più sorprendenti della Repubblica Ceca.
Tale posto, infatti, viene spesso chiamato Città di Roccia, un soprannome che descrive perfettamente il suo aspetto: migliaia di torri, pinnacoli, pilastri e pareti verticali si distribuiscono in un fitto labirinto naturale che occupa una vasta area ai margini dei Monti della Tavola, vicino al confine polacco. Si tratta del più grande complesso di rocce di arenaria dell’Europa centrale, una distesa spettacolare che alterna gole profonde, stretti passaggi, laghetti, punti panoramici e formazioni dalla sagoma sorprendente.
Fin dal XVIII secolo viaggiatori, naturalisti e studiosi raggiungevano questa valle attratti dalla sua fama. Tra i visitatori più illustri figurò anche Johann Wolfgang von Goethe, arrivato nel 1790 per osservare da vicino un ambiente che alimentava il suo interesse verso geologia e botanica. Ancora oggi una sua statua in bronzo accoglie chi si dirige verso la Grande Cascata, testimonianza di un legame che continua a incuriosire gli appassionati di storia.
Per secoli gran parte del complesso rimase nascosta dalla vegetazione, fino a quando un violento incendio scoppiato nel 1824 cambiò completamente l’aspetto della valle. Le fiamme divamparono per diverse settimane distruggendo quasi tutta la copertura forestale. Eppure, proprio quell’evento rese visibili pareti e torrioni rimasti fino ad allora celati.
Origine, formazione e leggende delle Rocce di Adršpach-Teplice
Ben prima dell’arrivo degli esploratori, questa parte della Boemia orientale era parte di un mare poco profondo che ricopriva l’intera regione. Sul fondale si accumularono enormi quantità di sabbia che, con lo scorrere del tempo e la pressione degli strati superiori, si trasformarono lentamente in arenaria.
Il successivo ritiro delle acque lasciò affiorare un vastissimo banco roccioso. Pioggia, gelo, vento e corsi d’acqua iniziarono allora un lavoro lentissimo destinato a proseguire per milioni di anni. L’erosione scavò fenditure sempre più profonde, separando grandi blocchi e modellando colonne verticali dalle forme imprevedibili. Così nacque un dedalo di canyon, pareti e torrioni che oggi caratterizza Adršpach-Teplice.
Gran parte delle formazioni ricevette un nome ispirato al proprio aspetto. Alcune ricordano figure umane, altre oggetti della vita quotidiana, altre ancora elementi fantastici. Tra le più celebri ci sono gli Amanti, che con i loro 81,4 metri rappresentano la torre più alta dell’intero complesso. Poco lontano attirano lo sguardo il Sindaco e la Sindachessa, giganteschi pilastri affiancati diventati uno dei simboli del parco.
Curiosità e fantasia accompagnano anche il Pan di Zucchero, una formazione capovolta che sembra sfidare le leggi dell’equilibrio. La base misura appena 3 metri, mentre la parte superiore raggiunge circa 13 metri di larghezza. Per via di una simpatica tradizione popolare, molti visitatori lasciano piccoli rametti ai suoi piedi quasi a sostenerlo simbolicamente.
Tra le sagome più fotografate compare anche la Brocca, una monumentale torre di arenaria caratterizzata da una grande apertura naturale alta circa 6 metri. Proprio quel foro ricorda il manico di una brocca e ha ispirato il nome della formazione. Alcuni preferiscono riconoscervi il profilo di un delfino, segno che questo paesaggio continua ancora oggi a stimolare l’immaginazione.
Accanto alla geologia ci sono anche racconti tramandati nel tempo e uno dei più curiosi riguarda la cosiddetta Pietra del Tuono: nel 1772 due viaggiatori inglesi raggiunsero il labirinto roccioso con l’intenzione di osservare un temporale tra le gole. L’attesa durò 8 giorni e, quando finalmente il cielo si oscurò, un fulmine colpì la parete davanti al loro riparo provocando il distacco di un enorme masso. Il blocco precipitò a brevissima distanza dai due uomini, che uscirono incredibilmente illesi.
Come funziona la visita e cosa vedere
L’accesso al cuore della Città di Roccia avviene attraverso la suggestiva Porta Gotica, fatta costruire nel 1839 da Ludvík Karel Nádherný. Proprio questa famiglia contribuì a valorizzare l’area realizzando ponti, scale, passerelle e sentieri che permisero ai visitatori dell’epoca di raggiungere angoli fino ad allora riservati a pochi esploratori.
L’itinerario principale misura circa 3,5 chilometri e richiede almeno 3 ore, durata che aumenta facilmente grazie alle numerose soste dedicate ai panorami e alle fotografie. Tra gli episodi più curiosi della visita trova spazio la Fessura del Topo, una strettissima apertura larga appena 50 centimetri. Attraversarla diventa quasi un piccolo rito, complice la sensazione di trovarsi racchiusi tra pareti levigate che sembrano sfiorare le spalle.
La Grande Cascata costituisce uno dei punti più ammirati dell’intero itinerario, perché qui l’acqua compie un salto di 16 metri all’interno di una gola modellata nell’arenaria. Durante l’inverno, invece, il getto si trasforma in una spettacolare colonna di ghiaccio. Poco più in alto compare un piccolo lago artificiale. In passato serviva al trasporto dei tronchi provenienti dai boschi circostanti, mentre oggi riflessi, giochi di luce e silenzi rendono questo breve tragitto uno dei ricordi più intensi della giornata.
iStockLa Grande Cascata tra le Rocce di Adršpach-Teplice
Un’altra tappa molto apprezzata conduce alla cosiddetta cava di sabbia di cristallo. L’estrazione dell’arenaria iniziò nel 1920 e proseguì fino al 1971, periodo durante il quale la proprietà apparteneva ancora alla famiglia Nádherný. Terminata l’attività estrattiva, la cava venne allagata fino a trasformarsi in un lago dall’acqua sorprendentemente limpida.
Non mancano i belvedere che invitano ad alzare lo sguardo verso il dedalo di torri che caratterizza il paesaggio. Tra i più interessanti figura quello del colle Starozámecký, raggiungibile attraverso un percorso dedicato. Tra gli alberi compaiono anche i resti dell’antico castello di Adršpach, costruito per controllare la valle e oggi ridotto a suggestiva rovina.
Dove si trovano e come arrivare
Le Rocce di Adršpach-Teplice occupano una vasta area della Boemia nord-orientale, nella regione di Hradec Králové, in Repubblica Ceca e a breve distanza dal confine con la Polonia. Il complesso naturale si sviluppa tra i centri di Adršpach e Teplice nad Metují, all’interno dei Monti della Tavola, una catena caratterizzata da altopiani e spettacolari rilievi di arenaria.
L’automobile rappresenta la soluzione più pratica per chi parte da Praga. Il tragitto richiede circa 2 ore e mezza seguendo la viabilità diretta verso la Boemia orientale. Una valida alternativa arriva dal treno: la linea ferroviaria regionale collega varie città ceche con la stazione di Adršpach, situata a breve distanza dall’accesso alla riserva. Durante la bella stagione l’elevato numero di visitatori rende consigliabile la prenotazione anticipata del biglietto d’ingresso.