Vue lecture

Il y a de nouveaux articles disponibles, cliquez pour rafraîchir la page.

Esplorando Palau: un meraviglioso viaggio tra mare primordiale e cultura insulare

L’accesso all’arcipelago di Palau, in Micronesia, avviene quasi esclusivamente attraverso l’aeroporto internazionale, situato sulla vasta isola di Babeldaob, che è connesso alla città di Koror (cuore pulsante, centro urbano principale e punto di partenza ideale per qualsiasi esplorazione), da un ponte che sovrasta un tratto di mare calmo, talvolta attraversato da imbarcazioni che navigano placidamente.

È in questo momento che la sua particolare configurazione geografica si svela: una complessa tessitura di isole calcaree e barriere coralline, lagune riparate, stretti passaggi d’acqua e abissi marini che precipitano nel blu profondo del Pacifico occidentale. L’impatto è eccezionale, ed approdandovi ci si rende persino conto che non mancano nemmeno cultura e storia (della serie: un vero paradiso in Terra).

L’eredità della dominazione giapponese, infatti, è visibile nell’architettura, nei reperti bellici e nell’impronta di una certa organizzazione urbana, mentre l’influenza del successivo periodo amministrativo statunitense si riflette soprattutto sulle istituzioni e le infrastrutture.

Nonostante questo, oggi Palau manifesta pienamente una propria distinta identità culturale e politica, che è evidente nelle celebrazioni rituali, nell’uso della lingua palauana tra le famiglie e in una profonda, quasi istintiva, venerazione per il suo ambiente. Vi basti pensare che il Paese ha istituito una delle aree protette marine più grandi a livello globale e che richiede a tutti i visitatori di sottoscrivere un impegno formale per la salvaguardia degli ecosistemi.

Le isole più belle di Palau

L’arcipelago di Palau conta più o meno 340 isole, ma solo alcune di queste sono abitate o accessibili senza restrizioni. Malgrado la vastità, molte delle sue terre si distinguono nettamente per fascino, interesse storico e facilità di visita. Conoscerle è perciò utile per navigare in un Paese che, seppur esteso, mette a disposizione una notevole varietà di ambienti concentrata in spazi ristretti.

Arcipelago di Palau, Micronesia
iStock
Alcune delle isole dell’arcipelago di Palau

Rock Islands Southern Lagoon

Le affascinanti Rock Islands, patrimonio Unesco, sono un insieme di isole dalla forma tondeggiante e ricoperte da vegetazione verde e fittissima. In sostanza, rappresentano il cuore paesaggistico di Palau anche perché sono lambite da acque che sfoggiano tonalità quasi irreali. Ogni tratto di mare, infatti, cambia colore per effetto dei fondali: sabbia bianca, canyon sommersi, coralli vivi e radure di posidonia.

Peleliu

A sud dell’arcipelago si trova Peleliu che, oltre a essere famosa per una delle battaglie più dure del Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale, è anche un’isola dall’atmosfera particolarmente intensa: mantiene un ritmo quieto, con villaggi ordinati, resti bellici ben conservati, spiagge lunghe e un territorio che racconta la storia senza drammatizzarla.

Babeldaob

L’isola più grande si chiama Babeldaob, ma spesso è ignorata da chi pensa solo al mare. E nei fatti è un peccato, perché è la culla di villaggi tradizionali, antiche piattaforme cerimoniali in pietra, foreste fitte e punti panoramici che regalano ampie visuali sulla costa orientale.

Carp Island

Carp Island è una piccola isola privata in cui si vive e si soggiorna in maniera più rilassata. Rappresenta anche una base perfetta per chi desidera stare lontano dal traffico di barche e dai ritmi di Koror. In più, le sue preziose acque ospitano alcuni dei punti di immersione più rinomati del territorio (e non solo!)

Kayangel

Infine Kayangel, atollo remoto a nord e più difficile da raggiungere. In zona la vita procede seguendo antiche tradizioni ancora vive: pesca, raccolta del cocco e piccole coltivazioni. Le spiagge sono in condizioni quasi intatte e l’acqua ha una limpidezza che colpisce anche i più abituati ai mari tropicali.

Cosa vedere e cosa fare

Sicuramente l’esperienza a Palau ruota soprattutto attorno al mare, ma nei fatti la meraviglia dell’arcipelago non si ferma a esso. Gli ambienti cambiano da un attimo all’altro, e ciò consente di poter approfittare di un ampio ventaglio di attività da fare che sono molto diverse fra loro.

Snorkeling nelle Rock Islands

I canali che separano le isole offrono una visibilità eccellente per chi vuole praticare lo snokeling. Le pareti di corallo mescolano colori forti e forme bizzarre, mentre i piccoli pesci si muovono in gruppi compatti. Più in profondità notano graziose tartarughe, che però sembrano volutamente ignorare i visitatori. Ogni uscita è diversa dalla precedente, perché correnti, marea e luce modificano i percorsi e gli incontri.

Blue Corner e Blue Hole

Per chi pratica immersioni, Blue Corner e Blue Hole sono siti considerati un riferimento mondiale. Il primo presenta una parete che scende rapidamente, spesso popolata da squali pinna bianca, carangidi e banchi di barracuda. Blue Hole, invece, è un ingresso naturale che conduce a camere illuminate da raggi verticali.

Lago delle Meduse (Jellyfish Lake)

Situato nell’isola di Eil Malk, Jellyfish è un lago marino isolato che fa da casa a meduse endemiche che hanno perso la capacità urticante. Sì, avete letto bene: non fanno più male (o comunque in maniera molto debole), al punto che è noto in tutto il mondo per il fatto che vi si può nuotare in compagnia di questi invertebrati marini. È bene sapere, però, che l’accesso dipende dalle condizioni ecologiche del lago e dalle restrizioni ambientali in vigore.

Peleliu storico

A disposizione dei visitatori ci sono guide locali che accompagnano attraverso punti chiave legati alla battaglia del 1944: bunker, vecchie piste d’atterraggio, cannoni arrugginiti nascosti dalla vegetazione e grotte usate dai soldati giapponesi. L’isola non si limita a mostrare cimeli; trasmette un senso di stratificazione del tempo, tra memoria e vita quotidiana.

Babeldaob culturale

Qui si trovano antichi bai (case cerimoniali tradizionali), sentieri che risalgono crinali coperti da foreste tropicali, cascate e villaggi che conservano una relazione stretta con il territorio. Il Belau National Museum e l’Etpison Museum, entrambi a Koror, aiutano a contestualizzare miti, costumi, navigazione tradizionale e storia recente.

Come arrivare e come muoversi tra le isole

Palau è raggiungibile tramite l’aeroporto internazionale di Roman Tmetuchl. Prima di pianificare il viaggio, però, è importante sapere che le rotte cambiano spesso: in genere si passa per Manila, Taipei, Guam o Seul. I voli non sono quotidiani, condizione che ci fa consigliare di programmare con largo anticipo. I controlli all’ingresso sono rapidi, ma richiedono attenzione perché parte della legislazione ambientale impone restrizioni su prodotti, creme solari e materiali potenzialmente dannosi per i coralli.

Per muoversi all’interno dell’arcipelago non esiste un sistema di trasporti esteso. Le isole principali sono collegate da strade e ponti, mentre tutto il resto si raggiunge via mare. Le uscite giornaliere partono dai porti di Koror: gommoni veloci per le Rock Islands, barche più grandi per punti lontani come Kayangel o Peleliu. Le distanze non sono eccessive, ma il tempo di navigazione varia a seconda della marea e delle condizioni del mare.

Come già accennato, per visitare siti sensibili come Jellyfish Lake, alcune baie interne e zone protette, è necessario acquistare permessi specifici con validità limitata. Le guide locali conoscono perfettamente regolamenti e percorsi, quindi vi suggeriamo di appoggiarvi a operatori affidabili.

Palau richiede un approccio rispettoso: gli ecosistemi sono fragili, il meteo cambia velocemente e la geografia può disorientare. L’esperienza, però, ripaga sempre, grazie a lagune che sembrano create da un artista, foreste che avanzano fino all’acqua e villaggi che vivono secondo ritmi che altrove non ci sono più.

Black Friday 2025: le super offerte di voli e treni per viaggiare in tutto il mondo

Il Black Friday dei viaggi è partito e quest’anno si presenta come una piccola rivoluzione: offerte diffuse, tra cieli e binari, promozioni che coprono mezzo mondo (fino all’Australia!) e occasioni che rendono le grandi partenze molto più raggiungibili. Con tratte scontate verso mete esotiche, tariffe agevolate su rotte a lungo raggio e bonus sui programmi fedeltà, questa settimana di novembre è una porta spalancata verso nuove stagioni di esplorazioni.

Le compagnie stanno spingendo forte e dietro ogni offerta si nascondono itinerari possibili: isole tropicali, città da giganteschi grattacieli, destinazioni lontane che tornano a essere desideri concreti. Non solo nei cieli: anche gli amanti dei viaggi su rotaie non resteranno delusi.

Le promozioni voli Black Friday 

Air Europa, gli sconti Black Friday

Air Europa lancia il suo Black Friday con sconti fino al 20% su tutta la sua rete di destinazioni. Fino al 1 dicembre si possono acquistare voli a prezzi super convenienti per rotte nazionali e internazionali verso Europa, America, Africa e Medio Oriente per voli fino all’11 giugno 2026.

AEGEAN, voli per la Grecia scontati

I saldi del Black Friday di AEGEAN propongono sconti fino al 70% su tutti i voli per la Grecia! L’offerta, valida solo oggi, è da prendere al volo. Utile per volare tra il 12 gennaio e il 24 ottobre 2026.

Gli sconti di Singapore Airlines

Durante il Black Friday, Singapore Airlines propone tariffe verso Phuket a partire da 599 euro, con sconti fino al 20% su diverse rotte asiatiche. L’offerta è valida per chi sogna il Sud-Est Asiatico durante i mesi invernali, con giornate luminose, cieli limpidi e la calma tropicale che fa dimenticare il freddo europeo. Destinazioni perfette, insomma, per chi sogna una bella e confortante fuga al caldo.

Qatar Airways, Black Friday verso Australia e Bangkok

Qatar Airways propone una campagna Black Friday attiva fino al 2 dicembre, con tariffe vantaggiose da Milano verso Australia e Bangkok. Un’occasione per chi vuole affrontare grandi distanze senza spendere troppo. L’Australia in questo periodo offre le sue spiagge dorate, natura intensa e città animate da eventi “estivi”, un mix che rende il viaggio lungo più accessibile e conveniente.

ANA, Black Friday Milano-Tokyo

ANA celebra il primo anno del collegamento Milano-Tokyo Haneda con un’offerta Black Friday che va oltre il semplice sconto. Chi acquista un biglietto in Economy fino al 31 gennaio 2026 può aggiungere uno stopover a Tokyo senza costi aggiuntivi sui voli interni. L’ideale per scoprire regioni meno conosciute come Tohoku, Kyushu o Okinawa, approfittando di dicembre e gennaio per un Giappone invernale più intimo, tra onsen fumanti e paesaggi innevati.

Tokyo, inverno
iStock
Tokyo, una delle mete da raggiungere in promo con il Black Friday

La Compagnie, Black Friday per New York

La Compagnie lancia il suo “Blu Friday”: biglietti Business da Milano a New York a 1.450 euro, validi dal 1° dicembre 2025 al 31 maggio 2026. Sedili full-flat, Wi-Fi e servizio curato rendono questo prezzo raro per chi vuole vivere l’inverno newyorkese tra luci festive, mercatini, pattinaggio e atmosfere cinematografiche.

New York, Natale
iStock
New York, regina del Natale negli USA

Cathay Pacific, Black Friday Asia e Oceania

Cathay Pacific propone uno sconto di 150 euro a persona, valido dal 28 novembre al 7 dicembre, su rotte che collegano Cina, Giappone, Corea del Sud, Indonesia, Thailandia, Vietnam, Australia e Nuova Zelanda. L’offerta è applicata su tutte le classi di servizio e permette di pianificare viaggi dalla primavera all’estate verso alcune delle mete asiatiche e oceaniche più amate dai viaggiatori italiani.

EasyJet, voli low cost in Europa

EasyJet aggiorna molto spesso le sue promozioni per il Black Friday: oggi ha lanciato super sconti per i prossimi 3 giorni. Ecco alcuni esempi: Milano Malpensa-Siviglia da 17,49 euro, Milano Malpensa-Monaco da 15 euro e tanti altri voli come quello per Fuerteventura, sempre da Malpensa, super scontati. Tutti gli aeroporti italiani offrono tratte in promozione.

Ryanair e la sua offerta lampo Black Friday

Ryanair propone un’offerta lampo: prenotando tra il 27 e il 28 novembre 2025, potrete beneficiare della formula “Acquista un volo e ne avrai un altro a metà prezzo” per tutti i viaggi in programma tra il 1° dicembre 2025 e il 28 febbraio 2026. L’offerta, però, esclude il periodo di punta delle feste, dal 18 dicembre 2025 al 4 gennaio 2026. L’occasione perfetta per chi vuole approfittare degli sconti per raggiungere le mete ideali (e meno conosciute) per le prossime fughe invernali.

Wizz Air, Black Friday con voli low cost

Fino al 25 novembre, Wizz Air offre voli a partire da 19,99 euro, utilizzabili fino al 31 gennaio, anche durante weekend e festività. Tra le destinazioni più richieste ci sono città ideali per i mercatini di Natale come Cracovia, Praga e Budapest.

Vueling e il Black Friday in Europa

La Black Week di Vueling propone sconti fino al 30%, validi per acquisti dal 24 al 30 novembre 2025 e viaggi dal 15 dicembre 2025 al 30 settembre 2026. Perfetto per pianificare weekend ravvicinati o piccole pause in città europee molto richieste come Ibiza, Barcellona e Parigi.

Treni: Italo e Trenitalia, Black Friday su rotaia

Anche Italo è partita con promozioni giornaliere per il Black Friday 2025: dai doppi punti Italo Più alla promozione valida il 28 novembre con sconti dal -20% al -30% sui biglietti, le occasioni per fare viaggi meravigliosi su rotaie non mancano di certo.

Anche Trenitalia offre promozioni analoghe, con super sconti dedicati a chi vuol viaggiare lungo tutta l’Italia: qui trovate tutte le informazioni per cogliere al volo l’occasione di viaggiare su rotaia spendendo pochissimo!

Rottnest Island, il paradiso australiano abitato dai quokka

Ci sono luoghi che hanno delle belle storie da raccontare. Quella di Rottnest Island è una di queste. Quest’isoletta al largo di Perth, nell’Australia occidentale, oggi è un paradiso naturalistico dove vive una rarissima specie animale, ma in passato ha avuto un ruolo importantissimo nella storia delle esplorazioni.

Perché visitare Rottnest Island

A una ventina di chilometri al largo della costa e dai grattacieli di Perth, Rottnest Island è un luogo fuori dal mondo. “Rotto”, come la chiamano i local, è una riserva naturale protetta che vanta un’abbondanza di flora e fauna uniche, tra cui una spettacolare fauna marina e l’abitante più famoso dell’isola: il quokka.

I quokka

Il quokka è un animaletto che appartiene alla famiglia dei marsupiali di cui l’Australia è regina, con i suoi canguri e i piccoli wallaby. Un peloso amichevole e molto carino che non teme l’uovo e che si fa avvicinare facilmente. Con il suo musetto simpatico sembra sempre che rida tanto da essere soprannominato “l’animale più felice della Terra“.

quokka-rottnest-island
123RF
Un esemplare di quokka a Rottnest Island in Australia

Poiché sta diventando un animale sempre più raro ed è in via di estinzione, può essere visto in pochissimi posti dell’Australia: la più alta concentrazione è proprio su quest’isola che è un luogo protetto. Inoltre, il quokka ama il clima caldo, quindi tende a dormire durante il giorno, gli avvistamenti migliori si fanno verso metà pomeriggio (ore 16-17), quando iniziano a svegliarsi in cerca della colazione oppure si possono avvistare intorno all’alba e al crepuscolo (per questo è consigliato trascorrere almeno una notte in uno dei glamping dell’isola). Se poi capita di essere nel Western Australia tra i mesi di aprile e maggio si possono vedere le mamme quokka con i loro piccoli appena nati.

Le spiagge

Rottnest Island è un piccolo paradiso di 19 km quadrati dove le auto non sono ammesse, quindi si gira solo a piedi, in bicicletta o con i segway. Molti abitati di Perth vengono a trascorrere una giornata sulle spiagge dell’isola che sono bellissime, come Parker Point e The Basin, e circondate dall’Oceano Indiano: si possono vedere razze, pesci tropicali e leoni marini che seguono la corrente calda di Leeuwin e si può fare kayak, snorkeling, nuotare o immergersi nei fondali alla scoperta del reef – alcuni che prendono nomi che sono una garanzia come Crystal Palace o Shark Cave – in tutta sicurezza.

rottnest-island-SPIAGGIA-australia
123RF
Una deliziosa baia su Rottnest Island, al largo di Perth

Le balene

Tra settembre e novembre, al largo dell’isola, si può assistere a uno degli spettacoli più affascinanti che ci siano in natura: il passaggio delle balene. L’avvistamento è così assicurato che chi organizza le spedizioni di whale watching con i biologi marini garantisce il rimborso totale in caso negativo.

La popolazione aborigena

Il modo più autentico di scoprire Rottnest Island è sicuramente in compagnia di una guida aborigena. Descritta dai primi coloni come “Paradiso”, la terra dove oggi sorge Perth City è stata la dimora dei Whadjuk Noongar fin dal “Tempo del Sogno”. In quanto popolo aborigeno tradizionale di Perth, i Noongar sono stati i primi abitanti di questa terra, costituendo 14 clan tribali nel Sud-Ovest dell’Australia occidentale. Nella stessa Perth, i luoghi sacri sono ancora oggi nascosti tra le fondamenta del quartiere centrale degli affari e nei sobborghi della città e i moderni grattacieli sorgono su antichi abitati e su una vasta rete di laghi dimenticati.

rottnest-island-faro-australia
123RF
Il faro di Rottnest Island

La storia di Rottnest Island

Il nome aborigeno dell’isola è “Wadjemup”. Sono stati trovati alcuni manufatti che risalgono a 6.500 anni fa. L’isola fu nominata sulle carte navali da molti navigatori e conquistatori olandesi a partire dal 1610. Nel 1681, l’inglese John Daniel chiamò l’isola “Maiden’s Isle”, ma questo nome poi non sopravvisse. Quello attuale è attribuito a un altro comandante di vascello, l’olandese Willem de Vlamingh che approdò con tre navi della flotta sull’isola nel dicembre del 1696, dando inizio alla colonizzazione dell’Australia, importando galeotti dall’Europa per la costruzione dei primi edifici che diedero origine a quella che oggi è Perth. Rottnest deriva da “rat” (“grosso topo”) e “nest” (“nido”), proprio per via della presenza dei quokka già allora.

Fu nel 1830 che Robert Thomson e la sua famiglia si trasferirono a Rottnest e grazie ai suoi sette figli iniziò la colonizzazione e la produzione di sale. Il sale è stato esportato e utilizzato per conservare gli alimenti per decenni. Una baia porta ancora oggi il suo nome. E ancora oggi qualche discendente vive sull’isola che conta poco più di 300 abitanti.

rottnest-island
123RF
Un bagno nelle acque tropicali dell’Oceano indiano a Rottnest Island

Dalle navi affondate che giacciono sul fondale oceanico alle strutture militari costruite a difesa del porto di Fremantle, dalla storia dell’isola come prigione per uomini e ragazzi aborigeni ai corpi che riposano nel Burial Ground questa piccola isola ha una grande storia da raccontare.

Come arrivare a Rottnest Island

Per arrivare a Rottnest Island si deve naturalmente prendere un traghetto che parte da diversi porti: Perth (90 minuti di ferry), Fremantle (25 minuti) e Hillarys Boat Harbour (45 minuti). Perth è la Capitale del Western Australia, un meraviglioso territorio che occupa un terzo dell’intero continente, ed è anche la città australiana più “vicina” a noi, raggiungibile con un volo diretto dall’Italia ogni estate con la compagnia di bandiera Qantas, mentre per il resto dell’anno con uno scalo negli Emirati Arabi o a Singapore.

Il Lago Tekapo è il paradiso dei lupini: la fioritura fiabesca della Nuova Zelanda

Esistono luoghi nel mondo talmente incantevoli da non sembrare reali. Posti in cui la natura usa tavolozze di colori speciali e dipinge un panorama unico al mondo: uno di questi, in un particolare periodo dell’anno, si trasforma in un paesaggio mozzafiato che sembra sia stato pensato appositamente per raccontare la fiaba perfetta.

Montagne glaciali sullo sfondo, calme acque turchesi e cieli spettacolari che con il calare del sole infuocano l’orizzonte. Tutt’intorno una distesa infinita di fiori viola, lilla e rosa che creano sfumature meravigliose. Siamo in Nuova Zelanda, sulle sponde del Lago Tekapo, dove verso la fine di novembre la fioritura dei lupini mette in scena uno spettacolo meraviglioso.

L’esplosione di colori che conquista occhi e cuore

Conosciamo i lupini per essere presenti nel celebre romanzo “I Malavoglia” di Verga, ma tanti non hanno mai avuto la fortuna di assistere allo spettacolo della loro fioritura.

Tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre, ogni anno, per alcune settimane sulle sponde del Lago Tekapo torna la magia: il paesaggio si trasforma in un mosaico vivente di sfumature che vanno dal rosa al lilla e al giallo. Così, i lupini selvatici (Lupinus polyphyllus) invadono ogni angolo: colline, rive, sentieri. In quei giorni, il Lago Tekapo diventa un dipinto impressionista firmato dalla natura.

La fioritura mozzafiato dei lupini al Lago Tekapo
iStock
La fioritura dei lupini al Lago Tekapo

È lo scatto perfetto che tutti vorremmo fare e il quadro che nessun artista potrebbe mai replicare: il contrasto tra le tonalità accese dei lupini, l’acqua turchese del lago, la neve residua sulle montagne e la natura incontaminata, creano uno scenario da sogno per chi ama la natura e vuole vivere un’esperienza visivamente indimenticabile.

Come ammirare la magia della fioritura

Il luogo migliore da cui ammirare le distese di lupini? Uno dei punti panoramici più amati è una suggestiva chiesetta in pietra affacciata al lago, la Church of the Good Shepherd. Ma non è l’unico: lungo la Godley Peaks Road si susseguono scorci perfetti per immergersi nella bellezza dei campi di lupini, magari partecipando a un’escursione guidata che porta nei luoghi più nascosti.

L’alba e il tramonto sono i momenti migliori per vivere questa magia, quando la luce si riflette sull’acqua, i fiori sembrano accendersi e il cielo si tinge d’oro. È in questo momento che il Lago Tekapo invita a riscoprire il legame tra uomo e natura in uno dei luoghi più puri e incontaminati del pianeta, e mostra la sua anima più poetica: quella che fa innamorare ogni viaggiatore.

Dove si trova

Il Lago Tekapo si trova nel cuore dellIsola del Sud della Nuova Zelanda, nella splendida regione del Mackenzie, circondata dalle Alpi Meridionali. Vi si arriva in auto in circa 3 ore da Christchurch e 3 ore e mezza da Queenstown, lungo una delle strade panoramiche più suggestive del Paese.

Un ultimo consiglio? Raggiungete anche il Mount John Observatory, da cui si gode una vista mozzafiato sul lago e sui cieli stellati che rendono questa zona una delle più limpide al mondo.

L’Australia è la meta top del 2026: destinazioni ed esperienze da non perdere

L’Australia si conferma tra le destinazioni imperdibili del 2026 secondo la guida Best in Travel 2026 di Lonely Planet, che celebra le mete e le esperienze più coinvolgenti del prossimo anno.

Dall’energia vibrante delle città cosmopolite ai paesaggi selvaggi dell’Outback, il Paese offre esperienze uniche, dove natura, cultura e avventura si intrecciano in scenari di incomparabile bellezza. Ecco le tre mete con le quali l’Australia è stata premiata nelle categorieEsperienze” e “Destinazioni” nella guida Best in Travel 2026. Mete che sono d’ispirazione per un itinerario di viaggio da organizzare al più presto, quindi.

Melbourne, Victoria

Melbourne è una città che cattura con la sua vitalità e il suo fascino eclettico. L’itinerario di viaggio parte proprio da questa città, Capitale dello Stato del Victoria, lasciando quindi perdere la gettonatissima ma anche scontatissima Sydney. Passeggiando tra vicoli decorati da murales colorati, boutique artigiane e caffetterie dallo stile contemporaneo, si percepisce un’energia creativa che sorprende a ogni passo.

Ogni angolo della città racconta una storia diversa: dagli artigiani che realizzano scarpe su misura agli chef che reinterpretano la cucina tradizionale, fino agli artisti che trasformano le strade in gallerie a cielo aperto.

Città multiculturale per eccellenza, Melbourne riflette la diversità delle persone che la abitano, offrendo esperienze legate alle First Nations, come la Heritage Walk nei Royal Botanic Gardens, dove guide aborigene conducono percorsi sensoriali tra piante native e rituali tradizionali.

La capitale del Victoria è anche sinonimo di gastronomia innovativa: con oltre 2.000 caffetterie e torrefazioni, la città è un vero laboratorio culinario dove ingredienti locali e influenze internazionali si fondono in esperienze gourmet uniche.

La sera, Melbourne si trasforma: dai rooftop bar con vista sullo skyline ai locali underground nascosti nei vicoli, la città continua a vibrare di musica, stile e convivialità.

Great Victorian Bathing Trail, Victoria

Tra le esperienze suggerite dalla guida Best in Travel 2026 troviamo il Great Victorian Bathing Trail: un itinerario di quasi 900 chilometri lungo la costa meridionale del Victoria, che attraversa la Mornington Peninsula, una zona molto frequentata dagli abitanti di Melbourne perché vicina, e che collega sorgenti termali, piscine naturali e bagni minerali affacciati sull’oceano. Questo percorso offre momenti di puro relax immersi nella natura e nelle proprietà curative dell’acqua, ricca di minerali come potassio, calcio e magnesio.

Ogni tappa regala un’esperienza sensoriale diversa: vasche di pietra tra colline e brughiere, sorgenti che sprigionano vapori all’alba, o botti panoramiche dove rilassarsi osservando le scogliere riflettersi nell’acqua.

Passeggiate nella natura, sessioni di yoga all’aperto, degustazioni in fattorie e cantine locali arricchiscono il percorso, mentre rituali ispirati alla tradizione delle First Nations permettono di scoprire l’antico legame tra acqua, piante e spiritualità.

L'Australia viene inserita nella guida Best in Travel 2026 con tre mete
Ufficio Stampa
Lungo il Great Victorian Bathing Trail

Ikara Flinders Ranges & Outback, South Australia

Mille chilometri a Nord di Melbourne (che per l’Australia non sono nulla…), le Ikara-Flinders Ranges sono un tesoro di geologia, natura selvaggia e spiritualità entrati nella lista dell’Unesco nel 2021. Il parco nazionale, che copre circa 95.000 ettari, ospita formazioni rocciose millenarie, gole, creste e valli che raccontano oltre 600 milioni di anni di evoluzione della Terra. La fauna locale, tra canguri, emù e rapaci, completa lo spettacolo della natura incontaminata.

Wilpena Pound, noto agli Adnyamathanha come Ikara, è un anfiteatro naturale che simboleggia il cuore culturale e spirituale della comunità aborigena locale. Gli ospiti possono vivere esperienze immersive soggiornando in tende safari o rifugi panoramici, partecipando a escursioni guidate, tour culturali e voli panoramici che svelano miti e leggende locali.

Al calar della notte, il cielo terso di questa zona poco abitata si illumina di stelle, regalando momenti di stargazing mozzafiato in un contesto unico al mondo. La città più vicina è Adelaide, che dista “solo 450” km, da cui ripartire verso altre avventure.

Il paesaggio Ikara Flinders Ranges in Australia
iStock
Ikara Flinders Ranges in Australia

Lago Eyre: il misterioso bacino dell’Australia che si risveglia e torna a vivere

Il Lago Eyre non è solo il più esteso dell’Australia ma è un luogo dove, come per magia, le sabbie si tingono di verde e il cielo si riempie di stormi danzanti. Non è un miraggio, conosciuto anche come Kati Thanda, il lago salato più grande dell’emisfero australe regala uno spettacolo naturale tra i più sorprendenti del pianeta. Per la maggior parte dell’anno è una distesa silenziosa, una tavolozza di bianco salino che abbaglia sotto il cielo australiano ma quando le piogge abbondano qui tutto cambia: fiumi lontani iniziano il loro viaggio e l’acqua torna a bagnare questo bacino immenso, risvegliando un ecosistema dormiente.

Il Lago Eyre Kati Thanda

Lo conosciamo come Lago Eyre o Kati Thanda ed è un bacino salato di 9500 chilometri quadrati. La dimensione? Incredibilmente ampia, tanto da aver ricevuto il riconoscimento come lago più esteso d’Australia. Il lago però racchiude un mistero, un vero e proprio “enigma” in formato liquido: la sua esistenza dipende dai capricci del clima e nella maggior parte del tempo è parzialmente pieno o addirittura asciutto.

Si divide in due bacini principali collegati dal Goyder Channel. Quando l’acqua è presente, la salinità del lago può essere paragonabile a quella del mare; ma durante i periodi di siccità, l’evaporazione fa aumentare il tasso di sale, regalando al lago sfumature rosa intenso, grazie alla presenza dell’alga Dunaliella salina.

Il punto più basso è a 15 metri sotto il livello del mare ma il dato più curioso è che in 160 anni si è riempito completamente solo tre volte, l’ultima nel 1974. Eppure, ogni piccola inondazione è sufficiente per dare il via ad un’esplosione di vita e colori.

Quando l’acqua arriva, fiorisce anche la vita: pesci, crostacei, anfibi, e migliaia di uccelli migratori, inclusi pellicani, cavalieri d’Italia, aironi, tornano da terre lontane, guidati da un istinto millenario. Il deserto si veste di colori, con arbusti fioriti, erbe aromatiche e paesaggi mozzafiato. C’è anche la possibilità di navigare nel deserto, qualcosa di surreale ma sicuramente un’esperienza indimenticabile.

Il lago salato di Eyre
iStock
Il Lago Eyre in Australia rinasce

Oggi il lago è riconosciuto ufficialmente anche con il nome indigeno di Kati Thanda, in omaggio al popolo Arabana che abitava il territorio. Camminarci è vietato: le persone che lo visitano devono rispettare la fragile crosta salina ma anche il valore spirituale che ha per gli aborigeni. Le autorità hanno lavorato alla segnaletica e alle infrastrutture per favorire un comportamento etico.

Il Lago Kati Thanda è da visitare assolutamente: è un vero miracolo e non esiste niente di simile in nessun altro luogo al mondo. Se ami i paesaggi surreali, la fotografia, il birdwatching o semplicemente il silenzio assoluto… questo è il tuo posto.

Dove si trova il Lago Eyre e come raggiungerlo

Come spiegato ad inizio articolo, il Lago Eyre si trova in Australia e più precisamente nella zona meridionale. Dista circa 700 chilometri da Adelaide ed è protetto all’interno di vari deserti centrali del continente. Per raggiungerlo ci si può avventare con un’auto 4×4 percorrendo un impegnativo tragitto di circa 9 ore raggiungendo William Creek, località a circa 140 chilometri dal lago oppure aggregarsi ai tour con guide esperte che racconteranno informazioni e curiosità sul luogo.

Il ritorno dell’Endeavour: la nave dei sogni e delle scoperte riemerge dal silenzio del mare

Dopo oltre due secoli di mistero e 25 anni di intense ricerche, il relitto dell’HM Bark Endeavour, la leggendaria nave con cui James Cook esplorò l’Australia e la Nuova Zelanda, è stato finalmente identificato con certezza. Ad annunciarlo è il Museo Nazionale Marittimo Australiano, che ha presentato il rapporto finale dopo indagini meticolose tra archivi storici e immersioni nei fondali del Rhode Island. Una scoperta che riaccende i riflettori su una delle imbarcazioni più importanti della storia dell’esplorazione.

Il viaggio dell’Endeavour: esplorazione e impatto storico

La storia dell’Endeavour ha inizio nel 1768, quando James Cook salpa dall’Inghilterra al comando di una missione scientifica di esplorazione e scoperta destinata a cambiare il mondo. Gli obiettivi erano: osservare il transito di Venere e scoprire nuovi territori. Durante questo viaggio, la nave esplorò le coste della Nuova Zelanda e dell’Australia – e raggiunse la costa del Nuovo Galles del Sud nel 1770.

Questo evento, tuttavia, non ha un significato univoco. Per alcuni rappresenta lo spirito dell’illuminismo europeo, per altri invece è l’emblema dell’inizio della colonizzazione e della sofferenza delle popolazioni indigene. Un aspetto che il museo non ha ignorato, riconoscendo la complessità storica legata a questa missione.

Un relitto ritrovato dopo 250 anni: l’Endeavour è RI 2394

Il relitto dell’Endeavour giaceva nel porto di Newport, Rhode Island (USA), da oltre due secoli. Ribattezzata “Lord Sandwich” dopo il viaggio nel Pacifico, la nave venne utilizzata dai britannici durante la Guerra d’Indipendenza americana e fu autoaffondata nel 1778 con altre dodici imbarcazioni per ostacolare la flotta francese nella baia americana di Newport.

Nel 1999, è partita una collaborazione tra il Museo Nazionale Marittimo Australiano e il Rhode Island Marine Archaeology Project (RIMAP) per ritrovare il relitto nella zona in cui era stato autoaffondato. Le indagini si sono concentrate sul relitto numerato come RI 2394 in quanto mostrava corrispondenze sorprendenti con i piani originali dell’Endeavour: dimensioni, materiali e struttura coincidevano in maniera inequivocabile.

Una replica a grandezza naturale della famosa nave del Capitano Cook
Fonte: Getty Images
Una replica della HMS Endeavour arriva a Whitby – Inghilterra

Le prove decisive: legno britannico e dettagli costruttivi unici

L’identificazione ufficiale non si è basata solo su ipotesi o somiglianze: i ricercatori hanno analizzato ogni centimetro del relitto, confrontando i resti con progetti del XVIII secolo. Il legno ritrovato – quercia bianca ed olmo europei – ha confermato l’origine britannica dell’imbarcazione, diversa da quella delle navi americane dell’epoca, costruite con materiali locali.

Due elementi chiave hanno rappresentato la prova definitiva:

  • il pozzo della pompa, perfettamente allineato con i disegni originali dell’Endeavour,
  • il giunto di chiglia a scarpa, un incastro raro, riscontrato in pochissimi relitti nel mondo e uguale a quello dei disegni del cantiere dove la nave fu costruita.

Dalla disputa alla conferma: il riconoscimento ufficiale

Nel 2022, il museo australiano annunciò il luogo di scoperta dell’Endeavour, ma gli archeologi statunitensi invitarono alla cautela, temendo un annuncio affrettato, e anche il RIMAP invitò alla prudenza. Dopo ulteriori tre anni di ricerche, il rapporto finale del 2025 ha fornito una documentazione dettagliata e comparativa che non lascia spazio a dubbi.

Questo segna “il culmine di 25 anni di studi archeologici dettagliati e meticolosi su questa importante nave” e il documento include:

  • nuove planimetrie,
  • comparazioni strutturali aggiornate,
  • un database tecnico comparativo dei relitti del XVIII secolo nell’Atlantico.

Anche RIMAP ha riconosciuto l’eccellenza delle analisi storiche e strutturali australiane. Così, dopo 250 anni, il mistero dell’Endeavour può dirsi risolto. Il direttore Daryl Karp del museo ha affermato: “Questo rapporto finale rappresenta la nostra dichiarazione definitiva sul progetto“.

Conservazione del relitto e valorizzazione della memoria

Il ritrovamento della nave non rappresenta la fine del progetto, ma l’inizio di una nuova fase. Il relitto è minacciato da organismi marini che consumano il legno, come teredini e gribbles, e per questo motivo il museo ha avviato un programma di conservazione attiva.

Oltre alla tutela fisica del relitto, il museo promuove un’iniziativa educativa per raccontare la storia dell’Endeavour nella sua interezza: non solo la grande impresa di esplorazione, ma anche l’inizio della colonizzazione e le conseguenze sulle popolazioni indigene del Pacifico. Dopo oltre 250 anni quindi una delle navi più significative della storia mondiale è tornata per narrare e tramandare il passato.

Una replica per rivivere la storia: visita guidata sull’HMB Endeavour

Australian National Maritime Museum di Sydney
Fonte: Getty Images
Una replica della nave del Capitano Cook, l’Endeavour

Per chi desidera vivere in prima persona l’esperienza a bordo della nave, il Museo Nazionale Marittimo Australiano offre la possibilità di salire sulla replica perfettamente fedele dell’HMB Endeavour – costruzione iniziata nel 1988. Questa riproduzione, considerata una delle più accurate al mondo, è un’autentica macchina del tempo.

Negli anni ha percorso molte miglia nautiche, ha circumnavigato l’Australia per tre volte e ha navigato verso l’Europa, gli Stati Uniti e si è fermata in numerosi altri porti d’oltremare. A bordo è possibile rivivere fedelmente la storia e:

  • esplorare la Great Cabin dove Cook lavorava e cenava,
  • osservare l’enorme stufa nella cucina sottostante,
  • ammirare i quasi 30 km di sartiame e le 28 vele originali nella forma e nei materiali,
  • scoprire com’era la vita quotidiana dei marinai durante il viaggio di circumnavigazione del globo tra il 1768 e il 1771.

La nave è spesso ormeggiata presso i moli del museo a Sydney ed è accessibile ai visitatori, salvo manutenzioni o traversate speciali. Un’esperienza unica per toccare con mano la storia di una delle più grandi avventure marittime di tutti i tempi. Centinaia di migliaia di visitatori sono già saliti a bordo per vedere da vicino come vivevano Cook e i suoi uomini.

Margaret River, la capitale del vino dell’Australia

A circa 170 chilometri a Sud di Perth, Margaret River è considerata la capitale del vino in Australia. Il soprannome deriva proprio dalla fama internazionale che questa città è riuscita a ottenere, in quanto al centro di una delle regioni vitivinicole più rinomate del continente, caratterizzata da un clima mediterraneo influenzato dal mare, con estati calde e inverni miti. Nei vigneti che si estendono nei dintorni del centro abitato dove vivono all’incirca 7mila abitanti si producono alcuni dei migliori vini australiani, in particolare Cabernet Sauvignon e Chardonnay.

Oltre al vino, la regione di Margaret River però è famosa anche per le sue spiagge e la sua natura incontaminata. Insomma, sono tanti i motivi per cui vale un viaggio.

Perché fare un viaggio a Margaret River

Margaret River è una delle località di villeggiatura più rinomate del Western Australia e ci sono turisti praticamente tutto l’anno. Ma è soprattutto da primavera ad autunno (australiani, quindi il contrario dei nostri) che registra il pienone.

Meelup-Beach-margaret-river-australia
Fonte: @Tourism Western Australia
La Meelup Beach nei pressi di Margaret River

Le spiagge di Margaret River

Le sue spiagge sono rinomate per il surf e per la bellezza naturale. L’oceano, qui, non invoglia gli europei abituati alle temperature del Mar Mediterraneo a tuffarsi, anche gli australiani spesso indossano la mini-muta per fare il bagno, ma immergersi tra le acque è davvero un’esperienza. Li si vede gettarsi tra le onde in piccoli gruppi che si danno appuntamento, le malelingue pensano per la paura degli squali, ma loro sostengono che il bagno si faccia in compagnia per divertirsi di più.

Tra le spiagge da provare c’è Gnarabup Beach, perfetta per una nuotata rigenerante o anche solo per godere di un’atmosfera rilassata. Il White Elephant Cafe, un delizioso beach bar affacciato sul pendio è il posto ideale dove fare colazione e osservare i giovani surfisti prepararsi a cavalcare le onde. Ma anche Prevelly Beach è famosa per il surf o per passeggiate lungo la costa così come Meelup Beach, una spiaggia dalla sabbia candida come la neve, perfetta per fare un pic-nic.

Gnarabup-Beach-margaret-river
Fonte: @SiViaggia - Ilaria Santi
La spiaggia di Gnarabup Beach a Margaret River

E poi c’è la meravigliosa Hamelin Bay, è uno dei luoghi migliori in Australia per avvistare da vicino le razze. La popolazione di questi meravigliosi pesci, docile e amichevole, ma assolutamente selvaggia, che vive nella baia, non ha paura delle persone che possono anche nuotare in loro compagnia. Durante il giorno, le razze visitano regolarmente la spiaggia intorno al jetty dove attraccano le imbarcazioni, nella speranza di ricevere qualche avanzo di pesce e quindi è molto facile avvistarle.

Hamelin-Bay-australia-occidentale
Fonte: @Tourism Western Australia
Hamelin Bay, nell’Australia Occidentale

I vigneti di Margaret River

Ma è soprattutto per il vino e quindi i vigneti che è famosa Margaret River. L’intera regione, nota per la sua produzione vinicola di alta qualità, attira ogni anno circa 500.000 visitatori. Sono 5.840 gli ettari di vigneti coltivati, distribuiti su un’area di 213.000 ettari pari a circa il 2% della produzione vinicola totale dell’Australia, ma che contribuisce per oltre il 20% al mercato dei vini del Paese.

Nei dintorni della città si possono visitare le cantine – ce ne sono oltre 200, molte delle quali a conduzione familiare – e fare degustazioni in alcune delle migliori vineyards della regione. Tra le winery più belle c’è sicuramente Wills Domain, una tenuta di 20 ettari nella valle di Gunyulgup a Yallingup, i cui vini pluripremiati vengono serviti al bancone delle degustazioni o al ristorante con vista sulle vigne che, a poca distanza dall’Oceano Indiano, godono di un bellissimo clima marittimo. Piantate già alla fine del 1300 dai primi coloni venuti dall’Austria, oggi come allora producono ottime uve per vini come il Cabernet Sauvignon, lo Shiraz, lo Chardonnay, il Sauvignon Blanc e Semillon, insieme prodotti esclusivi come Paladin Matrix, un blend in stile Bordeaux di Petit Verdot, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Malbec.

vigneti-canguri-margaret-river
Fonte: Getty Images
I canguri tra i vigneti di Margaret River

La cantina più antica della zona è Vasse Felix, famosa per i suoi ottimi Cabernet Sauvignon, mentre al Leeuwin Estate vengono organizzati anche concerti ed eventi. La maggior parte naturalmente organizza degustazioni, visite delle cantine e passeggiate tra le vigne. Qualcuna, come Xanadu Wines, Cullen Wines e Aravina Estate, anche eventi gastronomici con vista sulle vigne.

Infatti, i vigneti di Margaret River non sono frequentati solo dagli amanti del vino, ma anche da chi cerca esperienze enoturistiche culturali e gastronomiche. Molti offrono anche ristoranti gourmet, eventi speciali e concerti, il che rende la visita ancora più interessante e piacevole.

Road-Trip-Margaret-River-australia
Fonte: @Tourism Western Australia
Road trip a Margaret River, una delle zone più belle dell’Australia

La natura primordiale di Margaret River

Appena fuori dal centro abitato di Margaret River si apre un territorio fatto di fitte foreste tropicali, di grotte millenarie e di luoghi sacri cari alle popolazioni aborigene che da secoli vivono in questa parte di Australia.

Tra i luoghi sicuramente da esplorare c’è la Boranup Forest, una fitta giungla di eucalipti che fa parte del Leeuwin Naturaliste National Park da percorrere in quad elettrico, naturalmente, seguendo i sentieri di terra rossa tracciati dai ranger, dove incontrare rettili (innocui) mai visti altrove. Questo parco nazionale offre chilometri di sentieri dove ammirare la natura primordiale e scattare foto incredibili. Solo con le guide locali si possono individuare gli ingressi nel terreno a grotte sotterranee, un reticolo di tunnel dove ci si può addentrare accompagnati da speleologi professionisti.

Boranup-Forest-wa
Fonte: @SiViaggia - Ilaria Santi
Nella Boranup Forest a bordo di quad elettrici

Margaret River è famosa per le sue grotte spettacolari. Alcune delle più visitate sono la Lake Cave con formazioni di stalattiti e stalagmiti e la Jewel Cave, con affascinanti formazioni rocciose, ma imperdibile è la Ngilgi Cave, un po’ più lontana dalle altre (circa tre quarti d’ora di auto, ma lungo la strada si possono ammirare tantissimi canguri!) ma che merita una gita in quanto che si trova nel bush abitato per secoli dalle popolazioni aborigene. La si può visitare in autonomia in quanto è stato creato un vero e proprio itinerario con installazioni e descrizioni che raccontano la storia del luogo e le sue connessioni con la flora e la fauna locali.

Dove l’Oceano Indiano incontra il Pacifico

E, infine, qui si può assistere a un fenomeno naturale unico al mondo: in corrispondenza di Cape Leeuwin, a una cinquantina di chilometri da Margaret River, le acque dell’Oceano Indiano incontrano quelle dell’Oceano Pacifico, un luogo iconico dell’intera regione del Western Australia. Per ammirare al meglio questo fenomeno si consiglia di salire in cima al Cape Leeuwin Lighthouse. Situato nel punto più a Sud-Ovest dell’Australia, è anche il faro più alto dell’Australia continentale (circa 40 metri). È anche uno dei migliori punti di osservazione terrestri per l’avvistamento delle balene da maggio a settembre, durante la loro migrazione verso nord. Uno degli cottage originali in cui viveva il guardiano del faro oggi è il Centro interpretativo che racconta la storia e la vita dei numerosi guardiani che erano i custodi assoluti di questa costa frastagliata.

Cape-Leeuwin-Lighthouse-australia
Fonte: Getty Images
Cape Leeuwin Lighthouse, il punto più a Sud-Ovest dell’Australia

Le migliori spiagge di Palau in Sardegna, piccoli paradisi da godersi nel rispetto della natura

Situata a due passi dalla Costa Smeralda e porto d’imbarco per andare alla scoperta dell’arcipelago della Maddalena, la località di Palau è sicuramente una delle più visitate d’estate in Sardegna. Il piccolo borgo, silenzioso d’inverno, si risveglia durante i mesi più caldi ospitando tantissimi turisti, non sempre rispettosi dei luoghi in cui si trovano.

Ogni anno, infatti, i residenti denunciano il comportamento scorretto di numerosi turisti che, per esempio, con i loro mega yacht, non rispettano la legge e occupano una delle spiagge più fragili della Gallura, quella di Talmone, per organizzare una festa privata.

Se desiderate visitare questa zona dell’isola, rispettandone l’ecosistema, i residenti e le regole imposte, noi vi consigliamo queste spiagge, considerate le più belle di Palau.

Porto Pollo

Mare limpido e vento quasi sempre presente, siamo nella spiaggia di Porto Pollo, un’insenatura dall’acqua turchese circondata dalla macchia mediterranea. Situata a metà strada tra Palau e Santa Teresa di Gallura, nei pressi della foce del Liscia, Porto Pollo offre uno scenario suggestivo perché unisce la terraferma all’Isuledda con una sottile lingua sabbiosa. Essendo quasi costantemente battuta dal vento, è considerata una meta particolarmente ambita dai velisti e dagli appassionati di windsurf e kite surf.

Porto Pollo
Fonte: Getty Images
Spiaggia di Porto Pollo

Spiaggia di Palau Vecchio

A chi viaggia con i bambini consigliamo la spiaggia situata nel cuore di Palau. Qui troverete un fondale basso e sabbioso, una posizione riparata dai venti e una pineta che offre riparo dal sole durante le ore più calde. Se scegliete la spiaggia di Palau Vecchio, non dimenticate di portare con voi maschera e boccaglio perché le sue acque trasparenti sono perfette per nuotare e scoprire i fondali: non a caso, questa piccola spiaggia ottiene da anni il premio Bandiera Blu insieme alla spiaggia dell’Isolotto.

Se avete bisogno di una bevanda fresca o di qualcosa da mangiare, nelle vicinanze troverete anche dei bar e ristoranti raggiungibili facilmente a piedi, dove sedersi e godersi la vista panoramica sull’Isola di Santo Stefano e La Maddalena.

Spiaggia Le Saline

Incastonata in un golfo riparato dal vento, la spiaggia Le Saline rappresenta un piccolo paradiso dov’è presente anche un’oasi naturalistica. Qui transitano, vivono e si riproducono diversi tipi di volatili migratori e non, tra cui cavalieri d’Italia e fenicotteri. Dal fondale sabbioso, è adatta a chi ama la tranquillità e fare snorkeling.

A differenza delle altre spiagge presenti nella zona, spesso costituite da calette più piccole immerse tra scogliere granitiche, la spiaggia e il golfo omonimo si distinguono per la loro distesa di sabbia dorata, intervallata da zone con piccoli ciottoli. Qui potete rilassarvi, prendere il sole, nuotare o fare una passeggiata per scoprirla in tutta la sua bellezza. Essendo riparata dal vento, inoltre, l’acqua è sempre calma e adatta per chi viaggia con bambini.

Spiaggia Le Saline
Fonte: Getty Images
Spiaggia Le Saline

La Sciumara

Una volta arrivati alla spiaggia La Sciumara capirete perché viene considerata una delle più belle in questa zona della Sardegna. Il gioco di colori offerto dalla natura, qui, si esprime al suo meglio tra l’azzurro-blu delle acque, la tonalità chiara della sabbia e le diverse sfumature di verde della macchia mediterranea e del bosco di lecci. E se questo non fosse già abbastanza, in lontananza vedrete anche apparire l’isola della Maddalena.

La spiaggia si può raggiungere facilmente anche a piedi, mentre se arriverete con la vostra auto è presente anche un comodo e ampio parcheggio. Una parte de La Sciumara è libera, mentre nell’altra è possibile affittare sdraio, ombrelloni e attrezzature per praticare sport acquatici. Grazie alla sua posizione, facilità di accesso e balneazione, è frequentata da turisti di ogni età.

Cala di Trana

Se cercate una spiaggia tranquilla e solitamente poco frequentata, suggeriamo la splendida Cala di Trana. Situata nella località di Punta Sardegna, per arrivarci è necessario fare un percorso di trekking di circa 45 minuti tra rocce e vegetazione. Essendo di media difficoltà, potrebbe essere sconsigliato a chi ha bambini molto piccoli o passeggini.

Ad arricchire la bellezza del paesaggio ci pensano le alte dune profumate situate dietro la spiaggia, mentre nella parte più a est troverete degli scogli che formano una ‘piccola piscina’ dalle acque chiare e trasparenti. Davanti a voi, invece, godrete di una bella vista sulle isole di Spargi e della Maddalena.

Spiaggia dell’Isolotto

Infine, vi consigliamo anche la spiaggia dell’Isolotto, tra le più amate nel litorale di Palau. Raggiungibile a piedi dal centro del borgo, vanta sabbia bianca e uno scenario composto da scogli levigati dal vento. Questo arco di sabbia è stato premiato da diversi anni con la Bandiera Blu grazie alla limpidezza delle sue acque, alla tutela ambientale e alla qualità dei servizi offerti.

Inoltre, una bella pineta vi offrirà riparo durante le ore più calde mentre le diverse aree di ristoro, i parcheggi e i chioschi dove noleggiare le attrezzature sportive la rendono particolarmente comoda per chi è in vacanza con tutta la famiglia.

Da Capo a Capo, l’itinerario più bello che esista in Australia

L’Australia è uno dei Paesi più belli del mondo. La sua natura incontrastata, incontaminata ed eccezionale è unica al mondo. Qui si trovano alcuni dei paesaggi più spettacolari che esistano sulla faccia della Terra e, nonostante la dimensione immensa di questo continente, alcuni itinerari possono essere percorsi anche a piedi. Incredibile a dirsi, visto che quando si pianifica un viaggio in Australia si pensa a voli da prenotare e auto da noleggiare. Non in questo caso.

Quello di cui vi parliamo è uno degli itinerari più belli che si possano fare e si trova nei dintorni di Margaret River, nel Western Australia (d’ora in poi WA), a circa 270 chilometri a Sud di Perth. Si tratta del Cape to Cape Track, uno dei 73 sentieri costieri panoramici dello Stato, ma forse il più bello di tutti, e tra i più iconici delle Great Walks of Australia. A parte il volo dall’Italia a Perth, per il resto questo viaggio è tutto un cammino.

Il Cape to Cape Track, il trekking più bello d’Australia

Si snoda lungo la splendida dorsale Leeuwin-Naturaliste, tra i fari di Cape Naturaliste e Cape Leeuwin (dove si trova il faro più alto d’Australia), nell’estremo Sud-Ovest dell’Australia Occidentale. Offre spettacolari paesaggi costieri e foreste di karri, i fiori selvatici primaverili, spiagge di sabbia bianca, un’affascinante geologia di scogliere, grotte calcaree, promontori e formazioni rocciose e una vegetazione e fiori selvatici in continua evoluzione.

cape-to-cape-western-australia
Fonte: @SiViaggia - Ilaria Santi
Il Cape to Cape Track corre lungo l’oceano

Informazioni pratiche sul Cape to Cape Track

Il Cape to Cape Track è lungo circa 125 km, generalmente percorribili in 5-8 giorni, con una media di 20-25 km al giorno, ma è possibile percorrerne anche brevi tratti da fare in giornata in poche ore di trekking adatto a tutti. Infatti, è considerato di difficoltà: moderata, con alcuni tratti ripidi e spiagge sabbiose impegnative che possono rallentare il cammino, ma nulla che non si possa affrontare anche con passeggini, sedie a rotelle o anche solo se si hanno ginocchia ballerine.

Tracciato per avvicinare gli escursionisti all’ambiente naturale, il percorso segue principalmente la costa. Sono presenti diversi anelli nell’entroterra, che attraversano incantevoli tratti boschivi riparati e la magnifica foresta di karri di Boranup.

Il percorso varia tra vecchie piste tracciate per i fuoristrada a sentieri costruiti ex novo, ma anche strade sterrate ben livellate, sentieri sassosi e accidentati e spiagge sabbiose. Ci sono tratti facili, che sono perfetti passeggiate di mezza giornata o di un giorno intero, mentre alcuni dei tratti più selvaggi sono aspri e difficili. Affrontare l’intero percorso è una grande sfida.

trekking-cape-to-cape-wa
Fonte: @SiViaggia - Ilaria Santi
Trekking lungo il Cape to Cape a Margaret River con la guida

I punti piò accessibili ma non meno spettacolari sono quello di Ellensbrook Homestead, un sentiero asfaltato di 1 km con una passerella che arriva fino alla grotta e alle cascate di Meekadarabee, Ellensbrook Beach, un sentiero asfaltato lungo 200 metri fino al punto panoramico costiero, Redgate Beach dove si trova un punto panoramico costiero nei pressi del parcheggio principale e un tratto del percorso tra il faro di Cape Naturaliste e il parcheggio di Sugarloaf Rock lungo circa 3,8 km che è asfaltato. Diversi tour operator offrono escursioni guidate con campeggi dove alloggiare lungo il percorso e altri tipi di alloggi per tutti i livelli di comfort nelle vicinanze.

Itinerario per chi ha poco tempo

Se volete provare l’esperienza di percorrere il cammino Cape to Cape ma avete poco tempo, ecco il tratto più bello da fare e che vi farà comprendere la bellezza di questo territorio dell’Australia Occidentale. Quello che collega Smiths Beach a Canal Rocks, passando per il famoso “Acquario”, una piscina naturale da togliere il fiato. Una passerella di legno – Canal Rocks lookout – porta direttamente sul mare là dove le onde s’infrangono contro le rocce aguzze. Il percorso è lungo poco più di 4 km e ci si impiega più o meno un’ora e mezza. Questa passeggiata attraversa sentieri irregolari, rocciosi e sabbiosi. Ci saranno frequenti soste e il ritmo sarà lento-medio perché ogni scorcio è da ammirare e fotografare. Di solito sono sufficienti scarpe da passeggio basse e chiuse, tuttavia alcuni escursionisti, per sicurezza, preferiscono indossare scarpe da trekking.

cape to cape Canal Rocks lookout wa
Fonte: @SiViaggia - Ilaria Santi
Il Canal Rocks lookout, la passerella a picco sull’oceano

Il periodo migliore per percorrere il Cape to Cape Track

Le stagioni migliori per percorrere questo itinerario sono la primavera australiana (che va da settembre a novembre), quando i fiori selvatici sono in piena fioritura (per questo ci possono essere molte mosche e si consiglia di procurarsi una retina, che viene venduta ovunque, per coprire il volto) e si possono avvistare le balene oppure l’autunno (aprile-maggio), quando il clima è più mite e piacevole. Se si va d’estate, quindi nella stagione più calda, si consiglia di iniziare presto, invece in inverno sicuramente si incontreranno meno escursionisti ed è più tranquillo, ma più umido e ventoso.

Bungle Bungles, il labirinto di pietra d’Australia che sembra un altro pianeta

L’Australia non smette mai di sorprendere. È il continente che ospita gli animali più letali del pianeta, ma anche alcuni dei paesaggi più incredibili e inaspettati: deserti che sembrano distese lunari, barriere coralline che si vedono dallo spazio e formazioni rocciose che sfidano la logica. Ed è proprio qui, nel cuore remoto dell’Australia Occidentale, che si trova un vero capolavoro della natura: i Bungle Bungles, un complesso di enormi cupole di arenaria striate che sembrano uscite da un altro pianeta.

Sconosciute al grande pubblico fino agli anni Ottanta, queste incredibili strutture si ergono fino a 300 metri tra le pianure erbose del Purnululu National Park, nella regione del Kimberley. Per le popolazioni aborigene locali, questo luogo è sacro da millenni, ma anche per i viaggiatori di oggi, Bungle Bungles è quasi un’esperienza ultraterrena.

Arrivarci non è semplice e forse proprio per questo l’esperienza è tanto speciale. L’accesso via terra parte dalla Great Northern Highway, con una deviazione su un tratto sterrato lungo 53 km che richiede circa due ore e mezza di guida 4×4. In alternativa, esistono tour guidati e voli panoramici che offrono viste spettacolari dall’alto, perché sì, da lassù l’effetto “altro pianeta” è ancora più evidente.

Cosa vedere nei Bungle Bungles

Il parco si divide in due aree principali, ciascuna con paesaggi e percorsi unici, perfettamente segnalati e immersi in una natura incontaminata, come d’altronde ci si aspetta da questa regione dell’Australia. Nella parte settentrionale del parco si trovano due tra i sentieri escursionistici più emozionanti. Echidna Chasm è una stretta fessura tra le rocce che si accende di colori caldi grazie ai raggi del sole, che penetrano verticalmente verso mezzogiorno.

A poca distanza, il Mini Palms Walk conduce attraverso una gola popolata da eleganti palme Livistonia, un raro tocco di verde brillante che contrasta con i toni caldi della pietra arenaria.

Bungle Bungles, Australia
Fonte: iStock
Vista dei Bungle Bungles australiani

La magia di Cathedral Gorge

La parte meridionale del parco ospita le vere protagoniste del paesaggio: le celebri cupole a strisce dei Bungle Bungles. Di forma simile ad alveari, queste incredibili formazioni rocciose sono composte da strati alternati di arenaria e cianobatteri fossili, responsabili delle loro affascinanti bande arancioni e nere.

Tra le formazioni più spettacolari si trova Cathedral Gorge, un enorme anfiteatro naturale di roccia rossa con un’acustica sorprendente e, nella stagione umida, una piscina naturale dove, in certe condizioni, è persino possibile nuotare. Imperdibile anche il Picaninny Creek Walk, che segue il letto di un torrente asciutto, regalando scenari sempre diversi a seconda della luce e del periodo dell’anno.

Come visitare i Bungle Bungles, consigli utili

La soluzione più autonoma per arrivare a Bungle Bungles è con un veicolo a trazione integrale, affrontando i 53 km di pista sterrata che conducono all’interno del parco. Per chi preferisce viaggiare in modo più comodo, esistono numerosi tour organizzati da Kununurra o Broome, con possibilità di pernottamento in tende safari, cabine o nei camping attrezzati del parco.

I più scenografici sono i voli panoramici: in elicottero o aereo leggero, sorvolare i Bungle Bungles è come fluttuare su un’opera d’arte naturale, una visione che resta impressa per sempre nella memoria. Il Purnululu National Park è comunque aperto al pubblico da aprile a novembre, durante la stagione secca, quando i sentieri sono facilmente accessibili.

Tuttavia, durante i mesi più umidi, da dicembre a marzo, è possibile ammirare i Bungle Bungles in tutta la loro gloria tropicale grazie a tour organizzati. In questo periodo, le piogge portano nuova vita al paesaggio, le gole si riempiono d’acqua e alcune escursioni guidate permettono anche un tuffo rinfrescante nelle piscine naturali di Cathedral Gorge.

Destinazioni vulnerabili dal fascino unico: le città che sfidano il tempo da visitare ora

Ogni anno, il livello medio globale del mare si innalza di circa 2,5 millimetri e, in alcune zone del mondo, una su tutte Giacarta in Indonesia, l’incremento relativo annuo può arrivare fino a ben 25 centimetri, costringendo il governo a prendere provvedimenti drastici come lo spostamento della capitale in un’altra zona del Paese. Questo accade per due motivi: le maree salgono e la città sprofonda.

Giacarta non è la sola che sta affrontando una corsa contro il tempo, anche negli Stati Uniti, in Italia e in Nuova Zelanda, molte città bellissime sono a rischio a causa dell’innalzamento del livello del mare unito alla subsidenza del suolo. Quest’ultima si verifica quando l’attività umana o le forze naturali provocano l’abbassamento di porzioni della superficie terrestre.

Quali sono, nel dettaglio, le città da visitare subito perché a rischio di scomparire? Ve le raccontiamo qui insieme ai pericoli che stanno affrontando.

Le città a rischio negli Stati Uniti

New York è la città più popolosa degli Stati Uniti e, a causa dei cambiamenti climatici, è anche minacciata da inondazioni costiere e mareggiate. Come hanno dimostrato diversi studi, però, questo non è l’unico problema. Anche l’attività edilizia sta causando la subsidenza della città, aggravando il rischio di future inondazioni: dalle analisi è risultato che il tasso medio di subsidenza in tutta la città è di 1-2 millimetri all’anno, ma in zone come Queens e Brooklyn, questo valore è notevolmente più elevato.

Sotto l’iconico skyline di Chicago, invece, si nasconde un problema insidioso: il cambiamento climatico sotterraneo. A lungo andare, i suoi effetti potrebbero mettere a repentaglio la durabilità di edifici e infrastrutture in tutta la città provocandone lo sprofondamento. Questo fenomeno, nel caso di questa splendida città statunitense, è provocato soprattutto dal calore emesso da strutture interrate come parcheggi sotterranei, scantinati, tunnel della metropolitana e fognature.

In totale, le città degli Stati Uniti a rischio sono 25 dove la subsidenza sta colpendo soprattutto l’integrità strutturale di edifici, strade, dighe e altre infrastrutture. Tra queste citiamo: Dallas, Columbus, Detroit, Fort Worth, Denver, Indianapolis, Houston e Charlotte.

Chicago al tramonto
Fonte: iStock
Tramonto sullo skyline di Chicago

Le città a rischio in Italia

E in Italia, invece, quali sono le città a rischio? Il fenomeno della subsidenza sta colpendo soprattutto Venezia, dove è risaputo che l’aumento del livello del mare e l’abbassamento del terreno costituiscono minacce sempre più concrete. Ma la città lagunare non è l’unica. Uno studio recente ha messo in evidenza anche tante altre città italiane come Ravenna, Ferrara, Padova, Chioggia, Pisa, Livorno, Grosseto, Napoli e Ostia.

Seppur siano più contenuti, i rischi ci sono anche a Taranto, Gallipoli, Cagliari, Oristano, Latina, Sabaudia, Piombino, Viareggio, La Spezia, Rimini, Pesaro, Jesolo Lignano Sabbiadoro. Secondo alcuni dati raccolti alla fine del 2024, il fenomeno della subsidenza coinvolge circa il 18% dei comuni italiani, prevalentemente situati nelle regioni del Nord Italia, in particolare nella Pianura Padana, mentre nell’Italia centrale e meridionale il fenomeno interessa prevalentemente le pianure costiere. Le regioni più esposte sono il Veneto e l’Emilia-Romagna, con oltre il 50% dei comuni interessati dal fenomeno.

Il caso di Giacarta, in Indonesia

Giacarta conta 10 milioni di abitanti ed è considerata una delle città al mondo che sta sprofondando più velocemente. Se questo fenomeno non verrà arginato, entro il 2050 alcune zone potrebbero finire completamente sott’acqua.

Ecco perché il governo, come soluzione, ha deciso di spostare la capitale in una nuova città chiamata Nusantara: la commissione incaricata della sua pianificazione ha dichiarato l’importanza di questo trasferimento a causa del notevole stress a cui la città e l’isola di Giava erano sottoposte a causa di fattori quali l’intensa congestione del traffico, l’inquinamento ambientale e l’alta densità di popolazione.

Le città in pericolo in Nuova Zelanda

Di molte città negli Stati Uniti e in Italia, il fenomeno dello sprofondamento è ampiamente conosciuto. Studi recenti, però, hanno messo in evidenza il rischio anche in alcune città della Nuova Zelanda. In particolare, le destinazioni in pericolo sono le principali aree costiere di Auckland, la città più grande e più bella del Paese; Tauranga, con le sue spiagge splendide e un incantevole lungomare; Wellington, la capitale che stupisce con le sue spiagge e i giardini; Christchurch, cittadina portuale ricca di musei; Dunedin, una zona famosa per le sue montagne con cime arrotondate e scogliere ripide.

La fascia costiera sta sprofondando in modo costante in tutte queste città a un tasso di pochi millimetri all’anno. In termini numerici, studi recenti hanno rilevato che il 77% delle coste urbane della Nuova Zelanda sta subendo subsidenza a tassi pari o superiori a 0,5 mm all’anno. Alcuni dei tassi, ossia superiori a 3,0 mm all’anno, sono stati misurati soprattutto nei sobborghi costieri di Christchurch. A complicare la situazione, inoltre, c’è il fatto che la Nuova Zelanda è considerata una delle zone a maggiore attività sismica del pianeta.

Auckland Nuova Zelanda
Fonte: iStock
La spiaggia di Auckland

Dal Marocco all’Asia centrale: le location mozzafiato di Rambo III

Le trafficate strade di Bangkok, i sereni monasteri buddisti di Lamphun e gli affascinanti paesaggi desertici dell’Arizona sono stati luoghi testimoni di un successo. Quando si parla di film d’azione iconici degli anni ’80, Rambo III occupa un posto d’onore. Diretto da Peter MacDonald e interpretato da Sylvester Stallone nel ruolo del veterano di guerra John Rambo, il film si distingue non solo per le sue sequenze esplosive e i combattimenti spettacolari, ma anche per le sue ambientazioni mozzafiato. In questo terzo capitolo Rambo è in missione per salvare il suo ex amico e comandante, il colonnello Sam Trautman (Richard Crenna) che è stato catturato dalle forze militari sovietiche.

Sylvester Stallone raccontò al Los Angeles Times di aver valutato diverse location nel sud-ovest americano prima di decidere che l’atmosfera fosse quella giusta. “Per un po’ abbiamo parlato di girare questo film in Arizona o in Nevada” ha detto l’attore, “ma poi ho pensato: ‘Ehi, cosa faranno tutti? Giocheranno a dadi ogni sera dopo le riprese?‘”. La troupe si concentrò quindi sulle location all’estero. Secondo il Times, visitarono Italia, Marocco e Australia, costruirono e demolirono set per un valore di 5 milioni di dollari in Messico prima di partire per Israele.

Chiang Mai Thailandia
Fonte: iStock
Chiang Mai, Thailandia

Dove è stato girato

Grazie a una sapiente combinazione di location naturali, set costruiti e trucchi cinematografici, il film riesce a dare vita a un Afghanistan drammatico e cinematografico, pur restando ben lontano dai suoi confini. Crenna ha affermato che c’era una tensione autentica durante le riprese in Israele a causa delle tensioni persistenti: “Ogni giorno attraversavamo un posto di blocco militare per raggiungere il set, poi indossavamo i nostri costumi da soldato e ‘andavamo in guerra‘” ha detto. “Poi, quando i jet volavano sopra di noi, guardavamo in alto e ci chiedavamo dove stessero andando, o dove fossero stati“. Alcune parti del film sono state girate vicino a Sodoma, dove le temperature raggiungevano i 50 gradi Celsius, e il cast e la troupe, così numerosi, consumavano quasi 1600 litri d’acqua al giorno.

La posizione remota del set ha presentato anche sfide logistiche. Trasportare la pesante attrezzatura militare utilizzata nel film è stato difficile e costoso, e il cast e la troupe hanno dovuto alloggiare a quasi un’ora dal set che a sua volta distava mezz’ora dagli stabilimenti di produzione. Molte delle scene che nel film rappresentano il paesaggio afghano sono state girate in Israele, in particolare nel deserto del Negev e nella regione montuosa del Golan. Il kibbutz Eilot, vicino a Eilat, ha ospitato alcune sequenze chiave. La vasta distesa di rocce, sabbia e cielo terso si è rivelata perfetta per rappresentare la polverosa frontiera afghana. Anche la città vecchia di Jaffa e alcune zone rurali nei pressi di Tel Aviv sono state utilizzate per simulare villaggi e avamposti sovietici, dimostrando la versatilità delle location israeliane nel ricreare ambientazioni storiche e geografiche lontane.

Thailandia: il rifugio spirituale di Rambo

Il film si apre con un Rambo ritiratosi nella pace della Thailandia, dove si dedica alla vita monastica e combatte con i bastoni per sport. Queste sequenze sono state girate a Chiang Mai, nel nord della Thailandia, in particolare nei pressi di templi buddisti autentici e in paesaggi lussureggianti. Il contrasto tra la pace spirituale del tempio e l’imminente richiamo alla guerra contribuisce a rafforzare il dilemma interiore del protagonista.

La scena iniziale ricca d’azione di Rambo III si svolge nel cuore della vivace capitale thailandese, Bangkok. Il colonnello Sam Trautman torna indietro per reclutare John J. Rambo per la sua missione. Il film ci presenta Rambo attraverso la sequenza del combattimento in cui emerge trionfante di fronte a una folla affascinata in una struttura in rovina. Questa scena mozzafiato è stata girata vicino al tempio buddista di Wat Sangkrachai Worawihan, nel quartiere Wat Tha Phra di Bangkok. La capitale thailandese è una metropoli vivace con una miriade di templi, una vivace cultura di strada e un vasto sistema di canali alimentati dal fiume Chao Phraya, popolato di barche.

Arizona
Fonte: iStock
Arizona

La maestosa area di Rattanakosin, con il suo grande palazzo e il venerato tempio Wat Phra Kaew, è scavata nel fiume che la costeggia. Nelle vicinanze si trova il famoso tempio Wat Pho, noto per il suo enorme Buddha sdraiato. Dall’altra parte del fiume, lo straordinario tempio Wat Arun affascina con le sue ripide scalinate e la caratteristica cima in stile Khmer. Il più grande aeroporto internazionale di Bangkok, Suvarnabhumi, è il punto di atterraggio perfetto per un volo verso questa destinazione.

Arizona e Stati Uniti

Anche se in modo molto limitato, alcune brevi sequenze furono girate negli Stati Uniti, in particolare in Arizona. Gli scenari desertici dell’Arizona furono utilizzati per completare alcune riprese aggiuntive, sfruttando l’ambiente simile ma più accessibile rispetto alle location mediorientali. Rambo riesce a uccidere Zaysen lanciando un carro armato contro l’elicottero del colonnello sovietico, che inizialmente aveva cercato di danneggiare con una molotov consegnatagli da un uomo a cavallo. Sorprendentemente, Rambo sopravvive all’esplosione che ne consegue ed emerge dal carro armato.

Al termine della battaglia, Rambo e Trautman salutano i loro alleati mujaheddin e lasciano l’Afghanistan per tornare a casa. Questa sequenza culminante è stata girata a Fort Yuma, situato nello Yuma Territorial Prison State Historic Park in Arizona. Il carcere territoriale di Yuma fu inaugurato nel 1876 e da allora è stato immortalato in diversi film e serie tv. Oggi, questo sito storico è gestito e mantenuto come museo dall’Arizona State Parks.

Sulle orme di Papa Francesco: i viaggi più importanti che hanno sorpreso il mondo

I viaggi apostolici, per Papa Francesco, morto il 21 aprile 2025 all’età di 88 anni, sono sempre stati non solo motivo di evangelizzazione, ma anche un’occasione per entrare in dialogo con la storia e la cultura dei popoli. Durante il suo papato ha compiuto 47 viaggi in 66 diverse nazioni e 40 visite pastorali in 49 differenti città o frazioni d’Italia.

Il continente dove ha compiuto più viaggi è stato l’Europa, visitata 20 volte. È stato poi 14 volte in Asia, 7 volte in America Latina e Caraibi, 4 in Africa, 2 in Nord America e 1 volta in Oceania. In linea con il suo pensiero, sempre rivolto ai poveri, agli emarginati e agli svantaggiati, durante i suoi viaggi Papa Francesco si è dedicato a quei luoghi che, per un motivo o per un altro, hanno bisogno dell’attenzione mediatica. Basti pensare al viaggio che fece nel 2016 a Lesbo, in Grecia, per incontrare profughi e rifugiati ospitati nell’isola.

Questi sono i viaggi di Papa Francesco inseriti in ordine cronologico che, per la loro importanza storica e religiosa, sono rimasti impressi nella memoria collettiva.

Lampedusa, Italia

La prima visita del suo pontificato fu a Lampedusa l’8 luglio del 2013. Papa Francesco raggiunse l’isola perché toccato dai naufragi dei migranti nel canale di Sicilia, desideroso di incontrare alcuni profughi e celebrare la Messa in località Salina. Qui sono state scattate immagini che fecero il giro del mondo: dal lancio di una ghirlanda di fiori bianchi e gialli in mare per ricordare quanti hanno perso la vita nelle traversate all’incontro con i profughi a Punta Favarolo, dove il Papa venne accolto da canti africani. Infine, ha celebrato la Messa al campo sportivo Arena, su un altare allestito utilizzando una piccola barca.

Viaggio di Papa Francesco a Lampedusa
Fonte: IPA Agency
Il viaggio di Papa Francesco a Lampedusa

Rio de Janeiro, Brasile

Il primo vero viaggio apostolico fu in Brasile nel 2013, in occasione della XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro. Fu accolto ufficialmente con una cerimonia al Palazzo Guanabara, dove incontrò la presidente brasiliana Dilma Rousseff, mentre le celebrazioni raggiunsero il culmine con una messa sulla spiaggia di Copacabana, dove si radunarono fino a 3,5 milioni di pellegrini. Durante la veglia, il Papa esortò i giovani a vivere la fede in modo pieno e autentico, rifiutando di essere “cristiani part-time”.

Seppur viaggiò più volte in Sud America, non tornò mai a visitare i luoghi della sua infanzia in Argentina.

Giordania, Palestina e Gerusalemme

Dal 24 al 26 maggio 2014, Papa Francesco ha compiuto un pellegrinaggio in Terra Santa, dove ha toccato i principali luoghi religiosi in Giordania, a Betlemme e a Gerusalemme. Ha celebrato la Messa in Piazza della Mangiatoia a Betlemme, al Getsemani e al Cenacolo, pronunciando durante il suo viaggio parole di pace in occasione della visita allo Yad Vashem (il memoriale della Shoah) e durante la preghiera al Muro occidentale. Fece sosta anche al muro che divide Betlemme da Gerusalemme e al memoriale degli israeliani vittime di terrorismo.

Cuba e Stati Uniti d’America

Storico fu il suo viaggio a Cuba, dove prima di lui andarono Giovanni Paolo II (21-25 gennaio 1998) e Benedetto XVI (26-28 marzo (2012). Papa Francesco arrivò sull’isola nel settembre del 2015, dopo la ripresa delle relazioni diplomatiche con Washington. Papa Francesco ha fatto tappa prima a Cuba, nel dettaglio all’Avana, a Holguin e Santiago, e poi negli Stati Uniti d’America, in particolare a Washington, New York e Filadelfia.

Questo è stato, fino a quel momento, il viaggio più lungo del suo pontificato, oltre che il più denso e complesso, con ben ventisei discorsi in programma: otto a Cuba e 18 negli USA, di cui solo quattro in inglese, il resto in spagnolo.

Lesbo, Grecia

Particolarmente impresso nella memoria collettiva è il viaggio di Papa Francesco sull’isola di Lesbo, in Grecia. Avvenuto il 16 aprile 2016 per fare visita ai rifugiati e migranti del campo di Morìa, protagonisti di quella che definì la “catastrofe umanitaria più grande dopo la Seconda Guerra Mondiale”. Qui, il Papa, il patriarca Bartolomeo e l’arcivescovo Ieronymus si incamminarono tra le tende del campo profughi per richiamare l’attenzione del mondo su questa crisi umanitaria incitando l’Europa a mostrare misericordia.

Thailandia e Giappone

Nel novembre del 2019, il Papa è arrivato in Thailandia in occasione dell’anniversario del Vicariato Apostolico del Siam, eretto nel 1669, che ha segnato l’inizio della presenza della Chiesa nel Paese. Il viaggio non si è concentrato solo sui cattolici, che in Thailandia rappresentano poco più dello 0,5% dei 65 milioni di abitanti del Paese, ma anche sull’incontro con esponenti del buddismo.

Successivamente è volato in Giappone, dove si è recato a Nagasaki per rivolgere un messaggio contro l’uso delle armi nucleari presso l’Atomic Bomb Hypocenter Park. A Hiroshima, invece, ha partecipato a un incontro al Memoriale della Pace durante il quale è stata anche ascoltata la testimonianza di una sopravvissuta alla bomba atomica.

Papa Francesco incontra le vittime del triplice disastro alla Bellesalle Hanzomon
Fonte: IPA Agency
Papa Francesco incontra le vittime del triplice disastro alla Bellesalle Hanzomon in Giappone

Baghdad e Mosul, Iraq

Papa Francesco è stato il primo Papa nella storia a visitare l’Iraq. Il viaggio si è svolto dal 5 all’8 marzo 2021, prima a Baghdad, dove ha celebrato una messa in rito caldeo, e poi nel Kurdistan iracheno. Ha fatto visita anche a Mosul, dove ha recitato una preghiera di suffragio per le vittime della guerra, e alla comunità cristiana di Qaraqosh.

Pasqua nel mondo: 5 tradizioni insolite e sorprendenti che (forse) non conoscevi

Pasqua è ormai alle porte: una delle feste più sentite e celebrate del calendario cristiano, capace di unire spiritualità, tradizione e, perché no, anche un pizzico di magia primaverile. La Pasqua si festeggia in ogni angolo del pianeta, dalla Francia all’Australia, passando per le Filippine e la Finlandia, ciascuno con i propri riti, simboli e curiosità.

Alla base della Pasqua cristiana c’è la celebrazione della resurrezione di Cristo, un inno alla vita che rinasce. Ma a questa ricorrenza religiosa, volendo guardare oltre, si intrecciano anche non poche usanze popolari, miti antichi e simboli condivisi. L’uovo, per esempio, è il re incontrastato della Pasqua: rappresenta la vita che si schiude, la rinascita e, non a caso, si lega perfettamente anche all’arrivo della primavera.

Pronti a scoprire come si festeggia la Pasqua nel mondo? Vi portiamo in viaggio tra 5 tradizioni davvero fuori dal comune. Alcune vi faranno sorridere, altre vi lasceranno a bocca aperta.

Australia: il coniglietto? No grazie, qui c’è il Bilby!

In Australia, il simpatico coniglietto pasquale che tanto piace ai nostri bambini sembra non avere molta fortuna. Al suo posto troviamo il Bilby, un piccolo marsupiale dalle orecchie lunghe, simbolo di una campagna di sensibilizzazione ambientale.

Il coniglio, infatti, è considerato una specie invasiva che ha causato non pochi problemi all’ecosistema locale – e per questo è stato praticamente bandito dai simboli associati alla festività di primavera. Così, i dolci di Pasqua sono stati “riformulati”: via libera a cioccolatini a forma di bilby, il cui acquisto contribuisce a finanziare progetti per proteggere questa specie in via d’estinzione. Risultato? Una Pasqua dolce e sostenibile!

Francia: a Haux si cucina un’omelette gigante 

Dimenticate la colazione classica, soprattutto quella dolce: a Haux, nel sud della Francia, il lunedì di Pasqua è sinonimo di una gigantesca omelette comunitaria. Insomma, niente grigliate.

Si parla di oltre 4.500 uova rotte e mescolate in una padella mastodontica, per servire il pranzo a più di mille persone. Ogni famiglia contribuisce portando le proprie uova e la festa si consuma nella piazza principale del paese, tra forchettate, risate e… bis garantito.

Ungheria: Pasqua a secchiate (d’acqua)

In Ungheria, la Pasqua porta con sé una tradizione piuttosto bagnata. Le donne, vestite con abiti tradizionali, vengono simbolicamente “innaffiate” con acqua dagli uomini il giorno di Pasqua.

Anticamente questo gesto era legato a riti di purificazione e fertilità. Oggi, tra secchiate e spruzzi più o meno improvvisi, è diventato un gioco divertente e folkloristico, soprattutto nei piccoli centri. Certo, meglio portarsi un cambio d’abiti.

Finlandia: ecco le streghe di Pasqua

In Finlandia (e in parte della Svezia), la Pasqua si tinge di atmosfere… da Halloween. I bambini si travestono da streghette, con scope e foulard colorati, e vanno di casa in casa a chiedere dolcetti in cambio di benedizioni e auguri.

Questa usanza nasce da un’antica credenza pagana secondo cui, durante la Settimana Santa, le streghe volassero all’isola di Blåkulla per incontrarsi col diavolo. Per scacciarle, si accendevano grandi falò, ancora oggi parte delle celebrazioni.

Papua Nuova Guinea: alberi di Pasqua e sigarette

Anche qui, dimenticate le uova di cioccolato: nelle zone rurali della Papua Nuova Guinea, gli alberi di Pasqua vengono decorati con sigarette e tabacco.

All’esterno delle chiese, ma anche nelle case, si appendono questi “doni” che vengono poi distribuiti tra i fedeli alla fine delle celebrazioni pasquali. Un’usanza lontanissima dalle nostre, ma profondamente radicata nella cultura locale, dove il tabacco ha un forte valore simbolico e sociale.

Le spiagge della Nuova Zelanda custodiscono un tesoro: l’isola del Sud è “piena d’oro”

Un segreto prezioso è stavo rivelato dagli studiosi che hanno analizzato la sabbia presente sulle spiagge dell’Isola del Sud. Il territorio più grande della Nuova Zelanda ha svelato tantissime particelle d’oro disseminate tra i granelli. A portare avanti lo studio ci hanno pensato i ricercatori dell’Università di Otago che si sono occupati dell’attività scoprendo che il materiale pregiato risulta molto più diffuso di quanto si pensasse. Gli scienziati coinvolti hanno progettato dunque un atlante per poter mappare la presenza del metallo in modo più dettagliato.

Le spiagge della Nuova Zelanda sono ricoperte d’oro

L’Università di Otago ha condotto una ricerca legata alla quantità di oro presente sulle spiagge dell’Isola del Sud, in Nuova Zelanda, focalizzandosi su quello conosciuto come oro detritico o alluvionale. I frammenti? Davvero minuscoli, e frutto dell’erosione delle rocce. Nel tempo le particelle sono finite sulle spiagge trasportate dall’acqua. Insomma, lo studio fa emergere la presenza dell’oro, ma non si tratta certo di pepite: la dimensione è così piccola che risulta praticamente impercettibile ad occhio umano.

La particolarità dell’oro studiato sulle spiagge neozelandesi? La dimensione. Nella maggior parte dei casi si parla di misure tra i 50 e i 200 micrometri. Alcuni frammenti sono addirittura più piccoli, circa 10 micrometri… più o meno la dimensione del diametro di un capello. Quindi, anche se i litorali sono ricchi d’oro, è praticamente impossibile raccoglierlo. Una curiosità in più? Il suo comportamento in acqua: l’oro galleggia rendendo molto complicato separarlo da altri sedimenti e, quando si prova a setacciarlo, parte delle particelle si disperde. Attenzione poi ai divieti: è severamente vietato raccogliere sabbia, anche solo in piccole quantità.

Quali sono le spiagge dell’oro in Nuova Zelanda

Lo studio condotto dai geologi Dave Craw e Marshall Palmer ha coinvolto diverse spiagge della costa dell’Isola del Sud; ognuna di esse ha saputo distinguersi per caratteristiche uniche.

Tra i siti esaminati spicca la spiaggia di Hampden, dove un piccolo ruscello modella continuamente i depositi sabbiosi. A Wangaloa, invece, le violente mareggiate contribuiscono a spostare grandi quantità di sabbia nera, facilitando l’accumulo di particelle aurifere. La spiaggia di Waipapa, frequentemente colpita da valanghe, offre un altro esempio di come la natura influenzi la distribuzione dei sedimenti auriferi.

Ultima località, ma non meno importante, è quella di Orepuki dove le onde di alta marea formano accumuli di sabbia nera ideali per la raccolta dei campioni da parte degli studiosi. Nonostante si trovino tutti sulla stessa isola, sono spiagge caratterizzate da ambienti geologici diversi, che hanno dato modo di approfondire la distribuzione dell’oro da parte degli studiosi.

L’importanza della scoperta

L’indagine condotta dai ricercatori ha dato un valore non tanto economico o estrattivo, ma soprattutto scientifico. Gli occhi degli esperti hanno avuto modo di comprendere i processi geologici che modellano il paesaggio neozelandese spaziando dall’erosione delle rocce al trasporto dei sedimenti, fino al deposito lungo le coste. Il lavoro svolto dall’Università di Otago potrebbe persino avere svolte future sulla ricerca mineraria e l’impatto ambientale ad essa collegata. Insomma, le spiagge d’oro della Nuova Zelanda sono un tesoro prezioso che ha ancora tanto da raccontare.

In queste meravigliose isole Jude Law ha trovato l’Eden: le location del film di Ron Howard

Dal 10 aprile 2025 è al cinema Eden, il nuovo film di Ron Howard scritto da Noah Pink, un survival thriller ispirato a eventi realmente accaduti sull’isola di Floreana, nelle Galapagos. Pertanto la location più importante del film, e non è l’unica, si può facilmente intuire. Il regista di capolavori come A Beautiful Mind, Apollo 13 ed Elegia Americana ha deciso di raccontare una storia ambientata negli anni ’20, quando alcuni coloni europei si trasferirono sull’isola in cerca di una vita utopica. Una volta sul posto, però, si scontrarono con la realtà, costretti ad affrontare condizioni difficili e conflitti personali. Eden è il secondo film che Howard gira nel Queensland, utilizzato per riprodurre le ambientazioni dell’isola, dopo Tredici vite del 2022 e noi ci siamo innamorati delle location scelte.

Eden, di cosa parla il film con Jude Law

Un gruppo di persone molto diverse tra loro si ritrova alle Galapagos per entrare in contatto con la natura e prendersi una pausa dalla frenesia della civiltà. Jude Law e Vanessa Kirby sono una coppia idealista e anticonformista che lascia la Germania del 1929 per raggiungere Floreana. A loro si uniscono una coppia di coloni determinati interpretati da Sydney Sweeney e Daniel Bruhl, e una baronessa enigmatica con il volto di Ana de Armas accompagnata da due amanti. Tutti hanno lo scopo di rinascere, ma il maltempo, la fauna imprevedibile, la mancanza di comodità piano piano influenzano la convivenza e l’equilibrio sull’isola aumentando la tensione, le gelosie, e i dissapori.

Eden film
Fonte: Ufficio stampa
Eden, il film di Ron Howard

Dove è stato girato

La produzione ha confermato che riunire tutto il cast in Australia non è stato semplice e sono state impiegate cinque settimane per progettare e costruire tutti i set di Floreana. Il team creativo ha preso ispirazione dal documentario e dalle fotografie di Captain Allan Hancock per adeguare i paesaggi naturali del posto all’epoca in cui è ambientato il film. Le grotte, per esempio, sono state costruite sul versante della collina che guarda il tramonto occidentale con cactus e tubi di lava, mentre la casa di Ritter è avvolta da manghi secolari e arredata con oggetti e interni dell’epoca.

Howard ha voluto girare con la luce naturale e il clima del Queensland è stato un fattore determinante per il programma di ripresa che ha richiesto un totale di 40 giorni. La Gold Coast dell’Australia, dove sono state realizzate la maggior parte delle scene, è nota ai più per i suoi paesaggi variegati che sembrano, appunto, usciti da un film surreale. Va detto, però, che questa zona è soggetta a condizioni meteorologiche piuttosto estreme che si manifestano con forti temporali, caldo torrido e una densa umidità.

Proprio questa location è stata scelta dal regista per riprodurre le condizioni remote e aspre dell’isola di Floreana che fa parte del famoso arcipelago delle Galapagos. Situate nell’Oceano Pacifico, queste isole vulcaniche sono una meta molto ambita per coloro che vogliono ammirare la natura incontaminata. Floreana, in particolare, prende il nome dal primo presidente dell’Ecuador Juan Josè Flores, ma viene chiamata anche “Santa Maria” in onore di Cristoforo Colombo. La curiosità è che è una delle prime isole a essere abitata dagli esseri umani nella storia e vi si riproducono le tartarughe marine verdi e i fenicotteri.

Tuttavia alcune scene di Eden sono state realizzate anche in studio presso i Village Roadshow Studios che si trovano a Oxenford. Per le scene da brivido che necessitavano di un po’ più di controllo da parte della produzione e del regista, il team si è affidato location predisposte e sicure per evitare imprevisti e allungare i tempi. Un luogo che dispone di tecnologie all’avanguardia e che ha permesso di rendere la magia possibile e farci sognare di raggiungere, attraverso il grande schermo, uno degli ultimi paradisi sulla terra.

Lago Hiller, il paradiso rosa che sfida la logica e incanta il mondo

In Australia non mancano luoghi spettacolari, alcuni talmente belli da sembrare quasi irreali, come il lago Hillier. Avete mai sentito parlare di un “lago rosa”? Bene, è proprio lui, il lago australiano famoso in tutto il mondo per la colorazione rosa delle sue acque. Situato a Middle Island, l’isola più grande dell’arcipelago di Recherche, al largo della costa meridionale dell’Australia Occidentale, se ammirato dall’alto offre uno scenario difficile da dimenticare.

Il rosa vibrante delle sue acque, una tonalità permanente, è circondato da una rigogliosa vegetazione che lo separa dal mare, creando così un acceso contrasto di colori tra rosa, verde e diverse tonalità di blu. Sicuramente vi state domandando da cosa derivi questa particolare tonalità: ve lo raccontiamo qui preannunciandovi che, attualmente, il lago Hillier ha perso il suo colorito, ma può essere trovato in altri laghi d’Australia.

Perché il lago Hillier in Australia è rosa

La straordinaria varietà del clima e della geografia dell’Australia Occidentale ha dato origine ad alcuni dei fiumi, laghi e zone umide più singolari del pianeta, come il lago Hillier. Lungo circa 600 metri e largo 250 circa, il suo colore rosa è dovuto alla presenza della micro-alga verde “Dunaliella Salina” e dalla presenza di alcune specie di alobatteri.

Il primo a scoprirlo fu l’esploratore britannico Matthew Flinders nel 1802, il quale raccolse nei suoi scritti le informazioni riguardanti questa scoperta che potè fare ammirando il lago dalla vetta più alta dell’isola.

Sfortunatamente, però, il colore del lago non è più quel rosa acceso che l’ha reso famoso a causa di un’imponente precipitazione avvenuta al largo della costa nel 2022. Come hanno spiegato gli scienziati ambientali locali: “I nutrienti provenienti dalla vegetazione in decomposizione, a causa di quella pioggia davvero intensa, si sono riversati nel lago alterandone la colorazione”. Tuttavia, il lago potrebbe ritrovare il colore rosa nel corso del tempo, tutto dipenderà dalla diminuzione dell’acqua e dall’aumento del livello del sale e della micro-alga.

I laghi rosa dell’Australia

Hillier non è l’unico lago rosa australiano. Tra i luoghi più famosi c’è sicuramente Hutt Lagoon che a volte si presenta ai visitatori di un rosa acceso come la gomma da masticare, a volte lilla e, occasionalmente, persino rosso. Il momento ideale per ammirarlo è prima del tramonto, così da poter osservare i colori trasformarsi. Oppure, se ne avete l’occasione, potreste valutare un volo panoramico che vi offrirà una vista unica, con l’Oceano Indiano che crea un contrasto sorprendente con il lago rosa.

Un altro luogo molto conosciuto è Kati Thanda-Lake Eyre, contraddistinto da tonalità rosa, arancioni e gialle. Per godere appieno della sua bellezza, però, bisogna avere pazienza e un tocco di fortuna perché offre il meglio di sé solo quando è completamente inondato d’acqua. L’inondazione, infatti, porta con sé una vegetazione rigogliosa, stormi di uccelli e sognanti sfumature di rosa e arancione.

Infine, citiamo anche il lago Bumbunga: questo è non solo uno dei laghi rosa più accessibili del Paese, ma anche uno dei più fotogenici. Le sue rive color magenta attirano fotografi amatoriali e professionisti per catturare le sfumature di rosa e bianco, che cambiano in base alla salinità dell’acqua.

Lago rosa Australia
Fonte: iStock
Il lago rosa australiano Hutt Lagoon

In Nuova Zelanda c’è una montagna che ha gli stessi diritti delle persone

Il parlamento della Nuova Zelanda ha approvato una legge che conferisce la personalità giuridica al Monte Taranaki, un vulcano dormiente alto più di 2.500 metri.

Si tratta di una decisione storica che segna un punto di svolta nella tutela dei diritti delle comunità indigene e nell’approccio alla difesa dell’ambiente.

Il Monte Taranaki è, infatti, di grande importanza per la comunità maori, che lo considera un antenato e un simbolo di cultura e tradizione. Inoltre, rappresenta ormai anche una popolare destinazione turistica, apprezzata da escursionisti e alpinisti.

La montagna come soggetto giuridico

Grazie alla nuova legge, il Monte Taranaki viene equiparato a una persona giuridica.

Ciò significa che può possedere beni, essere parte di un contratto, contrarre debiti o persino intentare cause legali contro individui o entità che minacciano la sua integrità.

La misura non ha soltanto implicazioni pratiche, ma anche un forte valore simbolico: offre un riconoscimento alle comunità maori che abitavano la regione prima dell’arrivo dei colonizzatori europei e garantisce una maggiore tutela di un territorio legato a doppio filo alla loro storia e al loro patrimonio culturale.

Riparare le ingiustizie del passato

L’iniziativa si inserisce in un contesto più ampio di riconciliazione tra il governo neozelandese e le popolazioni indigene.

Da anni, la Nuova Zelanda sta lavorando per restituire ai maori il controllo delle terre che furono sottratte con la forza o tramite acquisizioni illecite. Nella regione di Taranaki, nella seconda metà dell’Ottocento, i colonizzatori europei confiscarono quasi 5mila chilometri quadrati di territorio appartenente alle comunità maori. Queste terre furono poi assegnate ai militari che avevano combattuto contro i maori, alimentando un conflitto che ha lasciato ferite ancora aperte.

La legge approvata di recente riconosce ufficialmente che quelle confische violarono il trattato di Waitangi, un accordo firmato nel 1840 tra i capi delle comunità maori e i rappresentanti del Regno Unito. Il trattato stabiliva i rapporti di potere tra la corona britannica e i maori, garantendo a questi ultimi gli stessi diritti dei sudditi britannici.

Tuttavia, a causa di una doppia traduzione del testo e di interpretazioni scorrette, i maori furono spesso privati dei diritti loro riconosciuti.

Oggi, il trattato di Waitangi costituisce la base giuridica su cui le comunità indigene fanno leva per rivendicare autonomia, ricevere compensazioni per le discriminazioni subite e riottenere il possesso delle terre degli antenati.

Un fenomeno globale

Il caso del monte Taranaki non è isolato. In Nuova Zelanda, altri elementi naturali hanno ottenuto la personalità giuridica in passato, tra cui un fiume e un parco naturale. Esperienze simili si sono verificate anche in Bolivia, Messico, Colombia, Australia e Bangladesh, spesso grazie alla pressione esercitata dalle comunità indigene per la salvaguardia dei loro territori e dell’ambiente.

In alcuni casi, il riconoscimento giuridico ha avuto un ruolo chiave: un esempio recente arriva dall’Ecuador, dove nel 2024 un tribunale ha riconosciuto i diritti giuridici del fiume Machángara sulla base della Costituzione ecuadoriana, che garantisce protezione alla “Pacha Mama”, ovvero la “Madre Terra” nella lingua quechua. I giudici hanno utilizzato tale norma in varie sentenze per affrontare questioni ambientali.

Nel luglio dello stesso anno, un tribunale ha stabilito che il comune di Quito aveva violato i diritti del fiume permettendone l’inquinamento e ha ordinato alle autorità locali di intervenire per ripulirlo.

Un modello per il futuro

L’attribuzione della personalità giuridica a elementi naturali rappresenta un nuovo approccio nella cura dell’ambiente e nella protezione dei diritti delle popolazioni indigene, con una visione che riconosce come un’entità con diritti propri, che deve essere difesa dagli abusi umani.

Il caso del monte Taranaki dimostra come la legislazione possa essere impiegata per correggere le ingiustizie del passato e, allo stesso tempo, creare nuovi strumenti per la salvaguardia dell’ambiente.

Se un simile modello si diffonderà in altre parti del mondo, potrebbe segnare un cambiamento significativo nel nostro rapporto con la natura e trasformare il modo in cui le società affrontano i problemi ambientali e i diritti delle popolazioni indigene.

❌