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I migliori eventi e le sagre di settembre in Trentino-Alto Adige

Profumo di funghi, formaggi d’alpeggio e uva matura annuncia le prime giornate d’autunno, quando i paesi si riempiono di stand e profumi di cucina di montagna. Tra sagre di paese, feste patronali e appuntamenti dedicati ai prodotti tipici di stagione, l’Italia celebra il ritorno ai ritmi lenti e alla vita all’aria aperta. È il momento ideale per scoprire borghi, tradizioni e paesaggi che cambiano colore, abbinando passeggiate e assaggi. In questo scenario, il Trentino-Alto Adige diventa una meta perfetta per chi ama viaggiare seguendo il gusto.

Nel corso del mese, le vallate si animano con appuntamenti che uniscono le antiche usanze contadine al piacere della tavola: dalle specialità di montagna protagoniste del Festival del Puzzone di Moena D.O.P. alle atmosfere di fine estate della Gran Festa del Desmontegar a Primiero San Martino di Castrozza. Non mancano i sapori del vino, celebrati tra i filari e le cantine con eventi come Uva e dintorni a Sabbionara ad Avio, per un viaggio tra degustazioni, tradizioni e panorami alpini.

Eventi di settembre in Trentino-Alto Adige, tutte le sagre da segnare

  • Palio Raglio – Cembra Lisignago (TN), dal 31 agosto al 2 settembre 2026.
    Il Palio Raglio è una versione tragicomica del Palio di Siena, con corsa a dorso d’asino e sfilata dei contradaioli nel borgo cembrano.
  • Uva e dintorni a Sabbionara – Avio (TN), dal 4 al 6 settembre 2026.
    A Sabbionara, rievocazione storica della vendemmia con spettacoli, enogastronomia e degustazioni di vino, che celebra l’uva come simbolo del territorio.
  • Festa del Canederlo a Imer – Imer (TN), dal 5 al 6 settembre 2026.
    Festa del Canederlo a Imer, con assaggi di numerose varietà dolci e salate accompagnate da musica e vari intrattenimenti.
  • Festa del “Graukäse” – Valle Aurina (BZ), dal 5 al 19 settembre 2026.
    Festa del Graukäse in Valle Aurina, dedicata al caratteristico formaggio grigio, con degustazioni sul posto e dimostrazioni dei metodi tradizionali di produzione.
  • Magnalonga dell’Alta Vallagarina – Calliano (TN), il 6 settembre 2026.
    Passeggiata enogastronomica tra vigneti, castelli e centri storici dell’Alta Vallagarina, con tappe dedicate ai sapori del territorio.
  • Festa del boscaiolo – Castello-Molina di Fiemme (TN), il 6 settembre 2026.
    Festa del Boscaiolo e delle Foreste con gare di abilità tra taglialegna, costumi e balli tradizionali, in un clima di condivisione e celebrazione del lavoro nel bosco.
  • Gran festa da d’Ista – Canazei (TN), dal 11 al 13 settembre 2026.
    Grande festa di fine estate a Canazei con tendone centrale, musica, balli e una sfilata domenicale di bande e gruppi folkloristici delle quattro valli ladine.
  • La desmontegada de le càore – Cavalese (TN), dal 11 al 13 settembre 2026.
    Rito della desmontegada in Val di Fiemme, con esperienze tra gusto e natura che celebrano il rientro dagli alpeggi.
  • Festa della Transumanza – Pieve Tesino (TN), dal 12 al 13 settembre 2026.
    A Pieve Tesino si celebra la transumanza delle pecore con attività dedicate alla tosatura, all’allevamento, ai mestieri antichi, ai prodotti caseari e degustazioni, oltre a spettacoli e musica tradizionale.
  • Heugabel – mercato del contadino e dell’artigianato – San Candido (BZ), dal 12 al 13 settembre 2026.
    Mercato contadino e artigianale a San Candido che anima il centro con prodotti regionali, tradizioni rurali e incontri tra locali e visitatori.
  • Sagra dei canederli a Vipiteno – Vipiteno (BZ), il 13 settembre 2026.
    Vipiteno dedica una grande sagra ai canederli, con numerose varianti servite su una lunga tavolata che attraversa il centro storico e arriva fino al Monte Cavallo.
  • Festa delle Brise e del Bosco – Canal San Bovo (TN), dal 18 al 20 settembre 2026.
    Evento dedicato ai funghi e ai prodotti del bosco, con mercatini tipici, stand gastronomici, proposte a tema e uscite guidate per riconoscere il Boletus edulis.
  • Festa del Törggelen a Chiusa – Chiusa (BZ), dal 18 al 20 settembre 2026.
    A Chiusa il Törggelen si festeggia nelle piazze e nelle strade con piatti tipici, vino, intrattenimenti e musica tradizionale.
  • Festival del Puzzone di Moena D.O.P. – Moena (TN), dal 18 al 20 settembre 2026.
    Festival dedicato al Puzzone di Moena DOP e ai territori di produzione, con escursioni, visite alle stalle, degustazioni guidate, masterclass e cooking show.
  • Mondo contadino – Sella Giudicarie (TN), dal 19 al 20 settembre 2026.
    Mostra zootecnica in Valle del Chiese che riunisce i migliori capi delle aziende agricole locali, con giovenche di diverse razze giudicate da tecnici specializzati.
  • Gran Festa del Desmontegar – Primiero San Martino di Castrozza (TN), dal 24 al 27 settembre 2026.
    Celebrazione della fine dell’alpeggio ai piedi delle Pale di San Martino, con esperienze in fattoria, mostra bovina, rassegna gastronomica e iniziative dedicate al latte di montagna.
  • Festa dell’uva in Valle di Cembra – Giovo (TN), dal 25 al 27 settembre 2026.
    Festa tradizionale dell’uva a Verla di Giovo, profondamente legata alla cultura e alla vita della comunità della Valle di Cembra.
  • Mostra dei Vini del Trentino – Trento (TN), dal 25 al 27 settembre 2026.
    Evento dedicato ai vini di montagna, con degustazioni volte a promuovere la viticoltura trentina e la tutela del paesaggio delle terre alte.

Tutti pazzi per i rifugi di montagna: la nuova fuga nella natura che conquista

La montagna conquista sempre più escursionisti e i rifugi tornano a essere protagonisti di un modo di viaggiare lento, autentico e lontano dalle mete più affollate. A confermarlo sono i dati di Prenota Rifugi, la piattaforma digitale del Club Alpino Italiano, che nel primo semestre del 2026 ha registrato circa 8.000 pernottamenti prenotati online. Un risultato significativo, con le prenotazioni cresciute di circa l’80% rispetto allo stesso periodo del 2025.

Sempre più escursionisti scelgono i rifugi italiani

Sono 150 le strutture già operative sul portale, tra rifugi CAI, rifugi privati e punti tappa del Sentiero Italia CAI. Le prenotazioni interessano un territorio molto ampio: dalle Dolomiti Friulane e Bellunesi alle Vette Feltrine, dall’area del Monviso alla Val di Susa e alle Valli di Lanzo, passando per Adamello, Val Masino, Appennino centrale e Gran Sasso.

A crescere non è soltanto l’interesse degli italiani. Nel primo semestre 2026 le prenotazioni provenienti dall’estero sono aumentate del 10%, con Germania, Francia, Stati Uniti, Regno Unito e Paesi Bassi tra i principali Paesi di provenienza. Gli utenti italiani rappresentano oggi circa il 70% delle prenotazioni, contro l’80% del 2025: non per una diminuzione della domanda nazionale, ma per la crescita più rapida del pubblico internazionale.

Il fenomeno racconta una nuova attenzione verso la montagna, sempre più legata a trekking di più giorni, itinerari a tappe e territori meno conosciuti. Il rifugio diventa così parte integrante del viaggio e non soltanto un punto di sosta.

La crescita delle prenotazioni racconta anche l’evoluzione del rapporto con la montagna. Non si tratta più soltanto di raggiungere una vetta o trascorrere una giornata immersi nella natura, ma di rallentare, camminare per più giorni e vivere i territori attraversati. I rifugi diventano parte di questa esperienza: luoghi in cui fermarsi, recuperare le energie e incontrare altri escursionisti, mantenendo però intatto il carattere essenziale dell’accoglienza in quota.

La possibilità di organizzare online il soggiorno risponde quindi a un’esigenza sempre più diffusa: avere maggiore autonomia nella pianificazione, senza rinunciare all’autenticità del viaggio. La digitalizzazione, in questo senso, non sostituisce l’esperienza tradizionale del rifugio, ma ne facilita l’accesso e permette di scoprire anche aree meno note delle montagne italiane.

Cresce l'interesse per i rifugi di montagna
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Rifugio sul Monte Vettore

Prenotare un trekking diventa più semplice

Lanciata nel maggio 2024, Prenota Rifugi permette di consultare le strutture, verificare la disponibilità in tempo reale e organizzare il pernottamento da computer o dispositivi mobili. Il servizio multilingue consente di cercare i rifugi per nome, località o attraverso una mappa interattiva, rendendo più semplice anche la pianificazione per chi arriva dall’estero.

Uno degli aspetti più apprezzati è la possibilità di combinare le disponibilità di diverse strutture per costruire un itinerario completo. Il calendario aggiornato aiuta inoltre a distribuire le presenze durante l’anno: quando i periodi più richiesti sono pieni, è possibile orientarsi verso mesi come giugno e settembre, contribuendo alla destagionalizzazione del turismo in quota.

La soddisfazione degli utenti conferma il successo dello strumento: negli ultimi dodici mesi la piattaforma ha ottenuto una valutazione media di 4,5 punti su 5. Tra le richieste più frequenti c’è proprio quella di ampliare ulteriormente il numero di strutture prenotabili lungo uno stesso percorso. Un segnale dell’interesse crescente per i trekking itineranti e per un’esperienza della montagna più consapevole, distribuita e lontana dai circuiti dell’overtourism.

Incanto ad alta quota: viaggio straordinario al Lago Agnel, specchio selvaggio del Piemonte

A quota 2.300 metri, lungo la strada che sale verso il Colle del Nivolet, la Valle dell’Orco si stringe tra pendii severi, pietraie, pascoli d’alta quota e cime delle Alpi Graie. Nel frattempo, l’aria diventa più sottile e la vegetazione lascia progressivamente spazio a un ambiente d’alta montagna. Poi, quasi inaspettatamente, compare una distesa d’acqua dal colore intenso, come una pennellata blu incastonata nella roccia. È il Lago Agnel, uno dei luoghi più riconoscibili del territorio di Ceresole Reale.

Il suo fascino nasce da un chiaro contrasto: la presenza umana ha modificato un antico paesaggio alpino attraverso la costruzione della diga, mentre l’aspetto attuale conserva tutta la forza visiva di un bacino circondato dalle montagne. Il risultato ha qualcosa di scenografico, tanto da aver attirato persino il cinema. Nel 1969 Peter Collinson scelse infatti questa zona per le riprese della scena finale di Un colpo all’italiana (The Italian Job), trasformando per qualche minuto il paesaggio della Valle dell’Orco nello sfondo di una delle sequenze più celebri del film.

La posizione rende il Lago Agnel particolarmente interessante anche per chi ama leggere il territorio attraverso le sue trasformazioni. Accanto alla bellezza delle acque c’è una diga edificata per sfruttare la risorsa idrica delle montagne, parte di un sistema più ampio legato alla produzione di energia. La sensazione, davanti al bacino, è quella di essere arrivati in un posto remoto eppure profondamente segnato dall’ingegno umano.

Origine e storia del Lago Agnel

Il Lago Agnel è un bacino artificiale inserito nel Vallone Agnel in Piemonte, il settore più settentrionale del comprensorio. La sua storia appartiene alla grande stagione dello sviluppo idroelettrico alpino, quando le acque raccolte in quota iniziarono a diventare una risorsa strategica per alimentare gli impianti situati più in basso.

La diga fu realizzata in muratura di pietrame con malta di cemento. L’opera raggiunge un’altezza di circa 18 metri e presenta un coronamento lungo più o meno 130 metri. Il risultato è una costruzione tecnica tutt’altro che banale, soprattutto se osservata da vicino. La pietra riveste i paramenti a monte e a valle, mentre la forma della diga segue l’impostazione del terreno roccioso

Il massimo invaso raggiunge quota 2.435 metri. Il bacino ha una capacità di circa 2,34 milioni di metri cubi e dispone di sistemi destinati alla gestione delle acque, compresi uno scarico di superficie e uno scarico di fondo. Dietro il paesaggio apparentemente selvaggio si cela quindi una macchina idraulica progettata per governare una risorsa preziosa in un ambiente difficile.

Il Lago Agnel fa parte del sistema di bacini della Valle dell’Orco insieme al vicino Lago Serrù e ad altri invasi presenti nell’area. La funzione di questi specchi d’acqua riguarda la produzione idroelettrica, settore che ha lasciato una traccia importante nella storia delle vallate alpine piemontesi.

Ma qui una particolarità cattura subito lo sguardo: rispetto al vicino Lago Serrù, caratterizzato da tonalità più grigie e lattiginose, Agnel appare decisamente più blu. La differenza dipende dai torrenti che alimentano i due bacini e dalla quantità di sedimenti trasportati dalle acque. Nel caso dell’Agnel, la minore presenza di materiale in sospensione permette alla luce di penetrare in modo diverso, accentuando la limpidezza e la tonalità intensa della superficie.

La visita al Lago Agnel tra acqua blu, diga e fauna alpina

La strada verso il Colle del Nivolet offre già una sequenza di panorami notevole. Il Lago Agnel diventa una delle tappe più interessanti proprio perché consente di accostare natura, ingegneria e cinema nello stesso scenario. La prima cosa da osservare è il colore dell’acqua: in una giornata limpida il blu del bacino mette in scena un contrasto netto con le rocce e i pendii circostanti. La superficie può apparire quasi compatta da lontano, mentre avvicinandosi alla riva emergono sfumature diverse legate alla luce, al cielo e alla conformazione delle sponde.

La diga merita attenzione anche dal punto di vista architettonico e tecnico. Il suo profilo rettilineo segue il terreno con una lieve deviazione nella parte sinistra, scelta legata al migliore appoggio sulla roccia. Il coronamento raggiunge, invece, circa 130 metri. Sono dettagli difficili da intuire attraverso una semplice fotografia, ma rendono evidente la complessità di un’opera costruita in alta montagna.

Il panorama regala inoltre buone possibilità per una breve escursione nella zona del bacino e lungo la strada del Nivolet. Trekking, itinerari in mountain bike e percorsi a piedi permettono di osservare il lago da prospettive differenti. La quota richiede però un minimo di preparazione, soprattutto nelle giornate fresche o in presenza di cambiamenti meteorologici rapidi.

Tra i prati e le rocce possono comparire marmotte e camosci. Con maggiore fortuna si può distinguere nel cielo la sagoma di un’aquila oppure quella più rara del gipeto, grande avvoltoio delle montagne alpine tornato a popolare queste vallate grazie ai programmi di reintroduzione avviati nell’arco alpino.

Il momento migliore per fermarsi resta quello in cui il paesaggio concede qualche minuto di quiete. Basta guardare l’acqua, seguire il profilo della diga e alzare gli occhi verso le montagne per percepire la particolare posizione del bacino. Il Lago Agnel ha una bellezza più aspra rispetto a quella dei laghi alpini circondati da boschi e prati. La quota, la pietra e l’assenza di vegetazione arborea conferiscono al panorama un carattere quasi lunare.

Paesaggio del Lago Agnel, Piemonte
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Il bellissimo paesaggio del Lago Agnel

Dove si trova e come arrivare

Il Lago Agnel si trova in Piemonte, nella Valle dell’Orco, all’interno del territorio comunale di Ceresole Reale e nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. Il bacino sorge ai piedi del Colle del Nivolet, valico delle Alpi Graie situato a 2.612 metri di quota e uno dei punti panoramici più spettacolari raggiungibili nella zona.

Da Torino il percorso principale segue la SP 460 della Valle Orco fino a Ceresole Reale. Da questo centro montano si prosegue verso il Colle del Nivolet lungo la SP 50, strada alpina che sale progressivamente tra tornanti, pareti rocciose e panorami sempre più aperti. Il Lago Serrù precede il Lago Agnel lungo il percorso e rappresenta un utile riferimento per orientarsi.

La strada presenta una precisa stagionalità: durante l’inverno la SP 50 verso il Nivolet viene chiusa al traffico, con una stagione ordinaria indicata dal 15 ottobre al 15 maggio. Nei mesi estivi possono inoltre entrare in vigore limitazioni per il traffico privato negli ultimi 6 chilometri dell’itinerario (tratto dal Lago Serrù al Colle del Nivolet). Storicamente il progetto “A piedi tra le nuvole” prevedeva la chiusura della strada alle automobili private nelle domeniche di luglio e agosto e a Ferragosto, lasciando spazio a biciclette, spostamenti a piedi e navette. Negli ultimi anni il sistema è evoluto verso un accesso a numero chiuso (con prenotazione) in determinati periodi, affiancato da giornate di chiusura totale dedicate alla mobilità dolce.

Per chi arriva in auto, la piazzola presso la diga del Lago Serrù rappresenta uno dei punti di riferimento più utili per organizzare la salita nei periodi interessati dalle limitazioni. Le navette consentono di superare il tratto regolamentato senza rinunciare alla visita dell’alta valle.

Il paese d’oro e delle tegole dipinte incastonato nella pietra: Fornalutx, il borgo più bello delle Baleari

A Fornalutx la Serra de Tramuntana arriva fin quasi sulla soglia di casa. Basta alzare lo sguardo dalla piazza per vedere il rilievo montuoso prendere quota alle spalle dei tetti, mentre più in basso la Valle di Sóller si apre in una distesa ordinata di agrumeti, uliveti e terrazze agricole. Ci troviamo nel nord-ovest di Maiorca, dove le case salgono lungo il pendio, una accanto all’altra, con facciate in pietra color miele, persiane verdi, portoni di legno e tetti rivestiti dalle tipiche tegole rosse maiorchine.

Il paese viene spesso definito uno dei villaggi più belli dell’isola e il merito è anche del suo paesaggio urbano rimasto straordinariamente compatto nel tempo. Qui la montagna detta ancora il ritmo della giornata: a metà mattina le strade si riempiono di visitatori, escursionisti e fotografi; nel tardo pomeriggio la folla si assottiglia, la luce diventa più morbida e la Plaça d’Espanya riacquista il tono di una piazza di paese. È proprio in questa fascia oraria che Fornalutx rivela il suo lato più personale.

Cosa vedere a Fornalutx

Il monumento più importante è il paese stesso. La struttura medievale, le abitazioni tradizionali e il rapporto con il territorio raccontano una storia molto più ampia rispetto a una semplice raccolta di edifici da fotografare.

Il centro storico

Le strade del nucleo antico seguono la conformazione del versante e spesso diventano scale. Il selciato conduce tra abitazioni ravvicinate, piccoli slarghi e passaggi stretti, mentre le facciate mostrano una sorprendente varietà di dettagli.

Centro storico di Fornalutx, Maiorca
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Il bellissimo centro storico di Fornalutx

Pietra locale, persiane dipinte di verde, infissi lignei e vasi di piante compongono l’immagine più riconoscibile di Fornalutx. Alzando lo sguardo verso le gronde compaiono anche tegole decorate, secondo un’antica tradizione artigianale di Maiorca.

Plaça d’Espanya

La piazza principale è il punto di riferimento del paese e il suo centro sociale. Tavolini all’aperto, alberi e facciate storiche racchiudono uno spazio raccolto, ideale per una pausa dopo aver esplorato le strade in salita.

Seduti davanti a un caffè si osserva una scena molto diversa da quella delle ore più affollate. Gli abitanti fanno la spesa, qualcuno si ferma a parlare e gli escursionisti rientrano dalla montagna.

La chiesa di Fornalutx

Nel cuore dell’abitato si trova la chiesa parrocchiale, legata alle origini medievali del borgo e caratterizzata da elementi gotici e barocchi. La sua posizione aiuta a comprendere la struttura dell’antico insediamento, sviluppato attorno agli edifici religiosi e alle abitazioni.

Il municipio e la torre del XVII secolo

L’antico municipio (oggi non più sede operativa) occupa una costruzione tradizionale affiancata da una torre difensiva del XVII secolo. La torre ricorda una fase storica nella quale le architetture civili potevano avere anche una funzione protettiva.

Il complesso va osservato all’interno del tessuto urbano. La sua importanza deriva anche dal rapporto con le case vicine, le scale e gli spazi stretti del centro.

Can Xoroi

Can Xoroi è una dimora nobiliare del XVII secolo, legata alle famiglie più agiate della valle. La casa permette di entrare nella storia sociale di Fornalutx attraverso un’architettura più elaborata rispetto alle abitazioni rurali.

Fotografie e materiali esposti raccontano il passato del paese, mentre la struttura conserva il carattere delle antiche dimore maiorchine.

Il vecchio lavatoio

Il vecchio lavatoio regala una prospettiva più quotidiana sulla vita del villaggio. L’acqua rappresentava una risorsa fondamentale per una comunità agricola costruita su un terreno ripido e richiedeva sistemi precisi di distribuzione.

Lavatoi, canali e antiche opere idrauliche fanno parte dello stesso patrimonio culturale dei terrazzamenti. Il paesaggio agricolo intorno a Fornalutx, quindi, è anche il risultato di una complessa gestione dell’acqua sviluppata nel corso dei secoli.

Mirador de ses Barques

Dal Mirador de ses Barques lo sguardo attraversa gli uliveti, gli agrumeti e i versanti della Tramuntana, con una sensazione molto forte della profondità del paesaggio.

La vista permette di capire davvero la posizione di Fornalutx: il paese appare piccolo rispetto alle montagne circostanti, mentre la valle assume una forma quasi teatrale.

Cosa fare a Fornalutx

Il villaggio si presta a un’esperienza lenta, fatta di brevi soste e percorsi nella natura. La visita può occupare poche ore oppure diventare la base per esplorare la Valle di Sóller e la parte occidentale della Tramuntana.

  • Seguire le antiche strade del borgo: per cogliere particolari architettonici che una visita frettolosa lascia facilmente fuori dallo sguardo.
  • Raggiungere Sóller a piedi: itinerario attraverso uliveti, agrumeti e terrazzamenti. Il percorso collega due realtà molto vicine per storia e geografia, ma diverse per atmosfera.
  • Scegliere il sentiero di Sa Figuera: significa attraversare uno dei paesaggi agricoli più caratteristici della valle, ma servono scarpe adatte.
  • Esplorare la Tramuntana: custodisce sentieri, antiche costruzioni rurali e paesaggi modellati dall’agricoltura.
  • Raggiungere Port de Sóller: per un cambio di scenario radicale. Dalle montagne si passa alla baia mediterranea, con spiaggia, porto e lungomare.
  • Assaggiare i prodotti della valle: arance, limoni, olive e olio d’oliva sono legati alla storia agricola del territorio.
  • Provare un gelato all’arancia: assaggio curioso della tradizione gastronomica della Valle di Sóller, famosa proprio per i suoi agrumi.
  • Partecipare alle feste tradizionali: aiuta a conoscere una comunità ancora molto legata ai propri rituali. Il 5 gennaio arrivano i Re Magi a cavallo, mentre gennaio porta le celebrazioni di Sant Antoni e Sant Sebastià. A settembre la festa patronale anima il paese per circa 10 giorni.

Dove si trova e come arrivare

Fornalutx si trova nella Serra de Tramuntana, a pochi chilometri da Sóller, nella parte nord-occidentale di Maiorca. L’aeroporto di Palma dista circa 35 chilometri su strada, mentre dal centro della capitale dell’isola il tragitto misura circa 30 chilometri. In automobile il percorso segue la MA-11 verso Sóller. Una volta raggiunta la valle, la strada prosegue verso il borgo attraverso tratti più stretti.

L’autobus costituisce un’alternativa valida in quanto esistono collegamenti regolari con Sóller e, da lì, con Palma (orari da verificare sul sito TIB prima della partenza). Da Sóller il trasferimento è particolarmente pratico e permette di combinare la visita dei due paesi nella stessa giornata.

Fornalutx merita soprattutto quando si decide di guardarlo oltre la sua fama da borgo perfetto: la pietra delle facciate racconta la montagna, i terrazzamenti narrano l’agricoltura, gli agrumi illustrano la valle e le scale descrivono un paese costruito seguendo il terreno.

Il lago-specchio delle Alpi, lì dove la roccia bacia il cielo: alla scoperta del fiabesco Bachalpsee

A ben 2.265 metri sopra Grindelwald, che resta alle spalle con le sue case, gli alberghi e il profilo monumentale dell’Eiger, l’aria diventa sempre più fresca, mentre i prati prendono il posto delle strade. In questo contesto idilliaco, l’Oberland Bernese mostra una delle sue immagini più riconoscibili: il Bachalpsee, piccolo lago alpino la cui fama nasce soprattutto da un fenomeno semplice e spettacolare.

Nelle giornate limpide e prive di vento, infatti, la superficie dell’acqua diventa quasi uno specchio e restituisce il profilo delle montagne circostanti. Il Wetterhorn, lo Schreckhorn e il Finsteraarhorn compaiono così due volte, una nella roccia e nel ghiaccio delle Alpi Bernesi, l’altra nel blu del bacino.

Bachalpsee è conosciuto anche con il nome di Bachsee e porta un altro soprannome particolarmente evocativo, “Gioiello delle Alpi“, definizione che risulta perfettamente comprensibile una volta raggiunta la riva.

Origine e formazione del Bachalpsee

La forma attuale del Bachalpsee racconta una storia legata alla geologia delle Alpi. Il lago appartiene a un ambiente modellato dall’azione dei ghiacci e dai processi che hanno plasmato le vallate dell‘Oberland Bernese. L’acqua occupa una depressione naturale d’alta quota e il bacino presenta un piccolo argine naturale che lo divide in due parti, con uno dei due specchi d’acqua situato circa 6 metri più in basso rispetto all’altro.

Questa separazione rende Bachalpsee particolare anche dal punto di vista paesaggistico. A prima vista la superficie sembra appartenere a un unico lago, poi l’occhio riconosce la sottile divisione naturale che distingue i due bacini. Attorno si sviluppa una zona umida di grande interesse naturalistico.

Le torbiere alpine costituiscono un ambiente delicato, legato alla presenza costante dell’acqua e alle temperature tipiche delle quote elevate. L’area rientra tra le zone umide protette di rilevanza nazionale della Svizzera, anche grazie ai piccoli ruscelli che attraversano i prati e alimentano un mosaico di habitat nel quale trovano spazio diverse specie vegetali alpine.

La flora, dal canto suo, si fa particolarmente interessante durante la stagione calda: la neve lascia gradualmente spazio ai prati fioriti e il percorso verso il lago assume un aspetto molto diverso rispetto ai mesi invernali. Un sentiero naturalistico permette inoltre di conoscere meglio la vegetazione locale, con informazioni dedicate alle piante che hanno sviluppato strategie adatte alle condizioni dell’alta montagna.

La visita al Bachalpsee tra lago, prati alpini e grandi panorami

L’itinerario più conosciuto parte da First, stazione a monte della cabinovia Grindelwald-First. La salita in cabinovia da Grindelwald richiede circa 25 minuti e porta a 2.165 metri. Già dalla stazione si apre una vista notevole sull’Eiger e sulle montagne circostanti. Il tratto verso Bachalpsee misura poco meno di 6 km tra andata e ritorno, con circa 200 metri di dislivello complessivo.

Il tempo medio per l’escursione completa si aggira sulle 2 ore, considerando il percorso classico. La difficoltà resta contenuta e rende il lago accessibile anche a famiglie con bambini. Il primo tratto presenta la parte più impegnativa della salita: dal First si segue la strada alpina fino al Gummi-Hütte, situato a 2.262 metri. Superato questo passaggio, il terreno diventa più dolce e il sentiero attraversa prati d’alta quota punteggiati di fiori fino a che, dopo meno di un’ora, compare il Bachalpsee.

La riva offre numerose panchine, perfette per una pausa davanti alle montagne. Vale la pena fermarsi a lungo, soprattutto nelle prime ore del mattino oppure verso il tramonto. L’assenza di vento trasforma infatti la superficie dell’acqua in un enorme specchio naturale. Lo Schreckhorn appare allora riflesso con una nitidezza sorprendente, mentre le altre vette completano la composizione.

Riflesso nel Bachalpsee, Svizzera
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Lo straordiniario riflesso nel Bachalpsee

Una giornata limpida consente di distinguere bene anche i ghiacciai e le pareti rocciose dell’Oberland Bernese e il risultato si modifica continuamente in base alla luce: al mattino le montagne hanno un aspetto più netto, mentre verso sera le ombre accentuano creste e valloni.

Il lago offre anche la possibilità di pescare e di trascorrere qualche ora sulle sue rive. L’acqua resta fredda per gran parte dell’anno, quindi l’idea di un bagno appartiene più all’ambito dell’avventura personale che a quello della classica attività balneare. Chi desidera prolungare l’escursione può scegliere il percorso verso Waldspitz e Bort. Poco prima del lago parte il Blumenweg, letteralmente il sentiero dei fiori, che conduce verso Bachläger. Il tracciato passa in una zona ricca di piccoli ruscelli e mantiene il carattere dell’antica via utilizzata dai mulattieri.

Da Bachläger si raggiunge Waldspitz in circa 20 minuti. Successivamente il percorso entra nel bosco e scende con maggiore decisione verso Bort. L’intero itinerario da First attraverso Bachalpsee, Waldspitz e Bort misura circa 5 km e richiede quasi 2 ore, con una discesa di più o meno 750 metri. Da Bort si può poi rientrare verso Grindelwald con gli impianti oppure proseguire con attività dedicate alla discesa in mountain bike.

Prima o dopo l’escursione, First offre ulteriori attrazioni. Il First Cliff Walk permette di affacciarsi sul paesaggio alpino da una passerella panoramica, mentre il First Flyer aggiunge una componente decisamente più adrenalinica alla giornata.

Dove si trova e come arrivare

Bachalpsee si trova nell’Oberland Bernese, sopra Grindelwald, località alpina del Canton Berna celebre soprattutto per la posizione ai piedi dell’Eiger. Il punto di partenza abituale per l’escursione è First, raggiungibile dal centro di Grindelwald con la cabinovia Grindelwald-First.

La soluzione più semplice consiste nel raggiungere Grindelwald in treno oppure in automobile, quindi utilizzare la cabinovia fino alla stazione di First. Da 2.165 metri parte il sentiero per Bachalpsee, con un itinerario ben segnalato e adatto anche a chi desidera una prima esperienza d’alta montagna senza affrontare un trekking impegnativo.

La stagione più indicata va dall’inizio dell’estate all’autunno, in base alle condizioni della neve e alla praticabilità del percorso. A quota 2.265 metri il clima può cambiare rapidamente, quindi scarpe adatte alla montagna, una giacca impermeabile e qualche strato aggiuntivo risultano utili anche nelle giornate serene.

Il vero spettacolo arriva con il vento fermo: il Bachalpsee smette allora di essere soltanto un lago alpino e diventa una sorta di fotografia vivente delle Alpi Bernesi. L’acqua riproduce le cime, i prati arrivano fino alla riva, i ruscelli attraversano le torbiere e, alle spalle, il paesaggio sale verso alcune delle montagne più imponenti della Svizzera.

L’Appennino Tosco-Emiliano: il rifugio perfetto per chi cerca buona cucina e tranquillità

Alcuni viaggi, diciamolo, non si misurano in chilometri percorsi né in monumenti fotografati. Si misurano grazie a quello che rimane sul palato, grazie all’odore di un bosco attraversato all’alba, nel gesto di sapiente di qualcuno che stende la sfoglia sul tagliere come se il tempo non avesse fretta di passare.

L’Appennino Tosco-Emiliano è uno di quei luoghi in cui questo tipo di viaggio è ancora possibile: lontano dalle rotte turistiche più battute, tra pascoli e faggete, castagneti e borghi dove la settimana scorre ancora al ritmo delle stagioni, sopravvive una tradizione gastronomica che non ha bisogno di reinventarsi.

Il territorio

Sì, l’Appennino Tosco-Emiliano è una successione di versanti e verde che si alternano senza fretta, dove ogni curva della strada provinciale apre su un panorama diverso dal precedente. Ed esiste un luogo specifico, qui, dove recarsi è una magia: è Madonna dei Fornelli, a 800 metri sul livello del mare.

Un luogo che si apre tra i boschi, come un respiro: poche case, un silenzio che non opprime ma libera, e quell’aria che cambia “consistenza” non appena si esce dall’auto. È il tipo di posto che sorprende per la sua assenza di clamore, dato che quando si arriva si capisce subito di essere arrivati nel posto giusto.

E se ciò non bastasse, bisogna pensare che è un luogo che “lavora” in silenzio: qui cresce il porcino, il fungo che più di ogni altro ha plasmato la cucina di questa zona, ma il territorio restituisce anche il tartufo nero, le bacche selvatiche, le erbe aromatiche che i raccoglitori locali conoscono per nome e per stagione. È un paesaggio regala soddisfazioni: bisogna solo sapere dove guardare.

Il gusto della tradizione

E uno dei luoghi dove guardare, in realtà, è un posto perfetto dove passare un weekend se si vuole godere di tranquillità e buona (anzi, ottima) cucina. L’Albergo Ristorante Poli si trova in piazza Madonna della Neve, nel cuore di Madonna dei Fornelli, e da generazioni la famiglia Poli porta avanti una cucina semplice e curata in cui ogni piatto racconta una storia fatta di ingredienti genuini e legami profondi con il territorio.

Non è un ristorante che cerca di stupire con la forma, perché convince con la sostanza: la pasta è fatta in casa, rigorosamente. Tra i primi si trovano le tagliatelle al ragù bolognese, i tortelloni di ricotta con speck e noci, gli gnocchi freschi ai funghi, le lasagne verdi, i tortellini in brodo. Tra i secondi, la tagliata di manzo, le scaloppine ai porcini, gli arrosti misti, la polenta con costoline e salsiccia, il tagliere di salumi bolognesi.

Su ordinazione arrivano anche la fiorentina di chianina e il cinghiale: piatti che non si trovano su ogni menu e che qui hanno senso, perché hanno un territorio alle spalle. Attenzione però, perché il Poli dà il meglio di sé proprio grazie ai boschi: funghi porcini e tartufo fresco diventano i protagonisti assoluti della cucina. Sono selezionati personalmente, spesso raccolti nelle faggete e nei castagneti nelle vicinanze, ed entrano in ricette tradizionali reinterpretate con rispetto per i sapori originari.

La tavola che incontra la Via degli Dei

Ma l’Albergo Poli non è solo un luogo dove si mangia in maniera straordinaria. È una base da cui partire e a cui tornare, un posto che conosce il ritmo di chi percorre la Via degli Dei, il cammino che collega Bologna a Firenze attraverso l’Appennino e che non è solo un percorso escursionistico: è un invito a rallentare, a scegliere la strada più lunga perché è quella che passa per i posti più veri.

Da oltre cinquant’anni la famiglia Poli porta avanti un’idea semplice ma preziosa: far sentire ogni ospite come a casa. Le camere sono accoglienti e curate, pensate per chi ha bisogno di recuperare le energie dopo una giornata tra i boschi. La mattina ad aspettare gli ospiti c’è un buffet con dolci fatti in casa e prodotti locali. La sauna e la doccia idromassaggio fanno il resto, nei momenti in cui il corpo chiede di fermarsi.

Fuori, il giardino e il verde dell’Appennino ricordano perché si è venuti fin qui. È questo il cuore del turismo lento: non “consumare” un posto, ma abitarlo per qualche giorno, lasciare che entri dentro l’anima a un ritmo che la città non concede. Il Poli, in questo senso, non è una struttura dove si dorme e si mangia: è il posto in cui un weekend sull’Appennino acquista il sapore giusto.

Nonostante sia in cima a una montagna perennemente innevata, questo rifugio della Valtellina chiude per il troppo caldo

A oltre 3.600 metri di quota, dove neve e ghiaccio dovrebbero dominare il paesaggio anche in estate, il caldo sta cambiando le regole della montagna. È quanto sta accadendo sul Pizzo Bernina, in Valtellina, dove il rifugio Marco e Rosa De Marchi-Agostino Rocca, il più alto della Lombardia, è stato costretto a chiudere in anticipo a causa delle condizioni sempre più instabili dell’alta quota.

Il rifugio costretto a chiudere per il caldo

A gestire la struttura in Lombardia da trent’anni è Giancarlo Lenatti, 69 anni, guida alpina e maestro di sci. In vista della stagione estiva aveva accumulato provviste fino al 20 settembre e le prenotazioni erano già esaurite. Ma l’evoluzione delle condizioni meteorologiche ha reso impossibile proseguire l’attività in sicurezza.

«Ho conosciuto estati difficili, ma questa volta è diverso», ha raccontato Lenatti al Corriere della Sera. Il problema non riguarda soltanto la quantità di neve presente sul massiccio, ma la stabilità complessiva della montagna. In particolare, a destare preoccupazione sono le aree comprese tra i 2.800 e i 3.000 metri, dove neve e ghiaccio stanno cedendo, i crepacci si allargano e alcune pareti rocciose appaiono sempre più instabili.

Una situazione che non si era mai verificata nei 30 anni di gestione del rifugio Marco e Rosa De Marchi-Agostino Rocca da parte di Giancarlo Lenatti – nonostante estati difficili e calde ci siano già state.

Il gestore ha assistito anche al distacco di una massa di sassi e ghiaccio proprio sotto il rifugio. Un episodio improvviso che descrive bene la situazione dell’alta montagna: «Prima la montagna era ferma, poi ha cominciato a muoversi». Anche sul ghiacciaio sono comparse nuove voragini e profonde fratture che, in alcuni punti, rendono impossibile il passaggio.

Il caldo rende instabile la montagna

A rendere particolarmente delicata la situazione sono le temperature eccezionalmente elevate. Secondo Lenatti, lo zero termico è salito oltre i 4.200 metri, raggiungendo una quota insolitamente alta per un ambiente come quello del Bernina.

Il caldo non provoca quindi soltanto la fusione della neve e del ghiaccio. A risentirne è anche il permafrost, cioè il terreno che rimane permanentemente ghiacciato e che contribuisce a mantenere compatte le rocce delle montagne. Quando il ghiaccio si scioglie, la roccia perde coesione e aumenta il rischio di crolli e distacchi.

Per questo il Cai ha disposto la chiusura del rifugio della Valmalenco, nonostante la stagione fosse stata programmata fino a settembre e le prenotazioni fossero esaurite. Anche le guide alpine, abituate a muoversi su itinerari impegnativi e in condizioni difficili, faticano ormai a raggiungere la struttura. Per Lenatti è un segnale inequivocabile: «La montagna così non è sicura».

Per poter riaprire, secondo il gestore, servirebbe almeno un metro e mezzo di neve fresca e soprattutto il ritorno di temperature più basse. Una situazione che, dopo tre decenni trascorsi a osservare la montagna, lo stesso Lenatti definisce senza precedenti.

La cittadina immersa tra due laghi e tre giganti alpini: l’elegante Interlaken

Già solo il nome, Interlaken, ci preannuncia una delle sue particolarità: questa elegante cittadina della Svizzera è stretta tra due laghi, il Thun e quello di Brienz, ma anche incorniciata dalle grandi vette dell’Eiger, del Mönch e della Jungfrau. Un paesaggio eccezionale, quindi, e che in qualche maniera ha fatto la sua fortuna.

Tuttavia, la sua storia ci racconta qualcosa di più: il nucleo urbano nacque attorno a un monastero agostiniano fondato nel XII secolo, citato nelle fonti già nel 1133. Per secoli la vita locale ruotò attorno al complesso religioso, poi soppresso alla fine del XVI secolo. Con l’arrivo del turismo alpino, Interlaken cambiò pelle e divenne una delle più celebri località di soggiorno del Paese

Oggi il suo carattere è curioso e molto riconoscibile, perché da una parte ci sono alberghi storici, giardini, edifici legati alla villeggiatura e una lunga passeggiata commerciale; dall’altra, invece, domina una vocazione decisamente più spericolata, tanto da aver costruito a Interlaken una fama internazionale negli sport d’avventura.

Cosa vedere a Interlaken

Il bello di Interlaken sta anche nel fatto che il suo centro si visita senza grandi distanze. Le attrazioni più interessanti raccontano epoche diverse e permettono di passare dall’architettura religiosa alla cultura del turismo alpino, fino a un belvedere alto sopra la città.

Höhematte e Höheweg

Höhematte è il grande spazio verde che costituisce il cuore scenografico di questa località della Svizzera. Sul prato si aprono prospettive magnifiche verso il massiccio della Jungfrau, mentre il cielo viene spesso attraversato dai parapendii. È una scena tipicamente interlakense, a metà fra parco cittadino e balcone naturale sulle Alpi.

Sul margine del prato corre Höheweg, il viale più famoso della località, pieno di negozi, alberghi, ristoranti e facciate eleganti.

Il complesso dell’ex monastero agostiniano

Per capire la nascita della città bisogna raggiungere il complesso religioso che ha segnato la storia locale fin dal Medioevo. Il monastero agostiniano fu fondato nel XII secolo e rimase per lungo tempo il centro della vita di Interlaken.

Il nucleo storico conserva ancora tracce dell’antico insediamento religioso, affiancate da edifici successivi e dalle chiese della zona.

Unterseen e il centro storico

Attraversando l’Aare (il fiume più lungo interamente situato in Svizzera) si raggiunge Unterseen, città storica strettamente legata a Interlaken ma amministrativamente distinta. La Marktgasse introduce a un ambiente più raccolto, con edifici tradizionali, piccoli esercizi e ristoranti.

Il passaggio fra le due località mostra bene la struttura del territorio e la breve distanza fra i due centri rende il contrasto ancora più evidente.

Giardino giapponese

Accanto allo storico Hotel Interlaken si trova un piccolo giardino giapponese, presenza sorprendente nel cuore dell’Oberland bernese. Il verde ordinato e l’estetica orientale introducono una parentesi raccolta fra le architetture del centro e il grande paesaggio alpino. È uno di quei dettagli che impediscono a Interlaken di ridursi alla semplice cartolina delle montagne.

Harder Kulm, la montagna di casa

Harder Kulm è la montagna di casa di Interlaken e raggiunge 1.322 metri. La funicolare parte vicino a Interlaken Ost e in circa 8 minuti porta alla stazione superiore, affacciata sul panorama della città e dei due laghi.

Il belvedere permette di leggere la geografia con una chiarezza rara. Sotto lo sguardo appaiono il Lago di Thun, il Lago di Brienz e la fascia abitata di Interlaken; sullo sfondo si riconoscono Eiger, Mönch e Jungfrau. Anche il ristorante merita uno sguardo, poiché la sua architettura richiama quella di un piccolo castello e aggiunge un tocco quasi fiabesco alla terrazza panoramica.

Cosa fare a Interlaken

È vero, è una città piccolina, ma nonostante questo offre una quantità di attività sorprendenti. Il segreto sta nella sua posizione, con acqua, boschi, pareti rocciose e alte montagne raccolti in uno spazio relativamente compatto.

  • Salire con la funicolare all’Harder Kulm: significa guadagnare rapidamente quota e osservare dall’alto la particolare forma del territorio fra i due laghi.
  • Fare una crociera sul Lago di Thun o sul Lago di Brienz: regala una prospettiva completamente diversa sulle montagne, con villaggi, rive boscose e rilievi alpini che sfilano lungo l’acqua.
  • Raggiungere la Valle di Lauterbrunnen: porta dentro uno degli scenari più celebri dell’Oberland bernese, fra pareti verticali, cascate e villaggi alpini.
  • Visitare Grindelwald: per avvicinarsi all’Eiger e poi proseguire verso gli impianti e le attrazioni della zona di First.
  • Scegliere il parapendio: trasforma la Jungfrau Region in un panorama visto dall’alto, con il decollo sulle montagne e l’arrivo nei pressi del centro urbano.
  • Provare rafting, canyoning o skydiving: il volto più adrenalinico di Interlaken.
  • Raggiungere Schynige Platte, Niederhorn, Brienzer Rothorn o Schilthorn: amplia il raggio dell’escursione verso alcuni dei punti panoramici più spettacolari della regione.
  • Partire con il GoldenPass Express: permette di trasformare lo spostamento in un’esperienza vera e propria. La tratta Interlaken-Montreux dura circa 3 ore e 15 minuti e attraversa paesaggi alpini, pascoli e località celebri quali Gstaad e Château-d’Oex.

Dove si trova e come arrivare

Interlaken si trova nella Svizzera occidentale, nel Canton Berna, fra il Lago di Thun e il Lago di Brienz. La stazione di Interlaken Ost rappresenta il principale snodo ferroviario per le escursioni verso la Jungfrau Region, mentre Interlaken West serve il centro occidentale della cittadina.

Arrivare in treno è particolarmente interessante: da Lucerna parte il Luzern–Interlaken Express, un itinerario panoramico di circa 2 ore che attraversa cinque laghi alpini e affronta il Brünig Pass con una tratta a cremagliera. Da Montreux arriva invece il GoldenPass Express, collegamento panoramico diretto lungo circa 120 km. Il viaggio attraversa 3 cantoni e passa da Gstaad e Château-d’Oex prima di raggiungere Interlaken, con ampie vetrate rivolte verso laghi, vallate e montagne.

Anche l’automobile aiuta a raggiungere facilmente la località attraverso la rete stradale svizzera. Per chi arriva dall’Italia o da altri Paesi europei, gli aeroporti di Zurigo e Basilea rappresentano i principali punti d’ingresso, seguiti dal proseguimento ferroviario verso l’Oberland bernese.

Interlaken, città in Svizzera
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Un bellissimo tramonto a Interlaken

Interlaken, però, dà il meglio proprio attraverso la sua rete di trasporti alpini. Treni, battelli, funicolari e impianti di risalita fanno sì che si possa lasciare l’auto e costruire un viaggio fatto di laghi e vette, borghi e ghiacciai, piccole passeggiate urbane e grandi escursioni.

Le grotte più belle d’Italia dove rifugiarsi dal caldo d’agosto

L’estate italiana si dimostra impegnativa, tra caldo, afa e il ripetersi delle ondate di calore che portano i termometri a non abbassarsi neanche di notte. Ci sono molteplici modi per tentare di sfuggire alla canicola, ma uno dei più interessanti, sottovalutati e affascinanti è rappresentato dalla scoperta del mondo sotterraneo: sotto i nostri piedi, nascosto nella roccia di Appennini e Alpi, esiste infatti un universo alternativo fresco e silenzioso, dove la temperatura non cambia mai, che sia gennaio o il ferragosto più torrido. Una specie di Sottosopra che ricorda Stranger Things, ma senza mostri infernali, strane nubi e inquietanti lampi rossastri.

Anzi, nelle grotte turistiche italiane, cavità ipogee scavate in milioni di anni da acqua e tempo, ci si avventura in un mondo sì bizzarro, ma anche tremendamente attraente. Tra passerelle, illuminazione e guide esperte ci si avventura tra stalattiti, stalagmiti e saloni sotterranei che sembrano edifici progettati da architetti folli. Un’escursione in grotta, insomma, unisce un certo grado di sollievo climatico alla meraviglia geologica e naturale, oltre che, in alcuni casi, storica: molte di queste cavità custodiscono resti preistorici, laghi sotterranei e concrezioni che si sono formate goccia dopo goccia nel corso di ere geologiche.

Grotte di Frasassi

Senza dubbio, le Grotte di Frasassi sono il più famoso complesso presente in Italia. Il motivo è presto detto: sono considerate il più grande complesso ipogeo d’Europa, con oltre venti chilometri di cavità scoperte solo nel 1971. Si trovano nel comune di Genga, nelle Marche, tra i rilievi appenninici e la valle del fiume Sentino.

Ogni anno sono visitate da un gran numero di persone. Il percorso turistico classico, compiuto dalla maggior parte dei visitatori, è lungo circa un chilometro e mezzo e si percorre in poco più di un’ora, seguendo le spiegazioni e il racconto di una guida dedicata. Qui la temperatura è costante: 14 gradi, con un’umidità che sfiora il 100%.

grotte italia agosto
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Lo spettacolo del sottosuolo alle Grotte di Frasassi

La visita si apre con la Sala Abisso Ancona, un ambiente talmente vasto da poter contenere, secondo le stime, il Duomo di Milano: 180 metri di lunghezza, 120 di larghezza e 200 di altezza, dominati dalle imponenti stalagmiti dette i Giganti. Si tratta di uno degli ambienti chiave del percorso, una vera e propria cattedrale sotterranea. Altri luoghi della visita sono la Sala 200, il Grand Canyon (una fossa solcata dalle acque del fiume Sentino), le sottili Canne d’Organo e la Sala delle Candeline, fino alla suggestiva Sala dell’Infinito, detta anche Sala dei Pagliai perché caratterizzata da grandi stalagmiti coniche, che ricordano quasi dei covoni di fieno.

Se si prenota in anticipo, si possono scegliere anche i percorsi più lunghi, chiamati Azzurro e Rosso, lunghi rispettivamente due e tre ore: una visita più impegnativa alle Grotte di Frasassi, ma che porta a una maggiore consapevolezza e a una scoperta più completa di questo sensazionale complesso.

Grotte di Castellana

Castellana, 40 chilometri da Bari, entroterra pugliese: quell’apertura nel terreno che era sempre stata utilizzata come una sorta di discarica naturale sarebbe diventata qualcosa di più a partire dal lontano 23 gennaio 1938. Lo speleologo Franco Anelli si calò nell’inghiottitoio, andando alla scoperta di quello che sarebbe poi divenuto noto come uno dei sistemi carsici più spettacolari d’Europa.

Oggi le Grotte di Castellana sono celebri e frequentate, una delle più gettonate attrazioni alternative al mare della Puglia. La loro grande bellezza ne è ovviamente la ragione, ma il fatto che la temperatura interna sia stabilmente tra i 14 e i 18 gradi, contro una superficie che in estate fa misurare costantemente temperature diurne superiori ai 30 gradi, sicuramente è un ulteriore incentivo.

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Una delle sale delle Grotte di Castellana

La visita del complesso parte sempre dalla Grave, la prima e più ampia caverna, alta una sessantina di metri e unico punto del percorso in cui filtra la luce naturale attraverso un’apertura sulla volta. Era questa la grotta in cui si calò Anelli alla fine degli Anni Trenta. Da qui, i visitatori possono scegliere tra un itinerario breve, lungo un chilometro e della durata di circa 50 minuti, oppure il percorso completo, che si estende per tre chilometri e impegna circa due ore, attraversando caverne dai nomi evocativi come la Civetta, il Precipizio e il Corridoio del Deserto. Il gran finale è la Grotta Bianca, l’ultima e più celebre cavità del sistema, ricoperta da concrezioni di alabastro talmente candide da essere definite tra le più splendenti al mondo.

Grotta Gigante

Nomen omen, dicevano gli antichi. E infatti non c’è nome più didascalico di Grotta Gigante per descrivere la grotta turistica con la sala naturale più grande al mondo. Una cavità enorme, posta al confine tra Italia e Slovenia, nel Carso triestino. Si trova, per l’esattezza, a Sgonico, poco a nord del capoluogo giuliano.

La caverna principale misura infatti 98,5 metri di altezza, 167,6 di lunghezza e 76,3 di larghezza, per un volume di circa 365mila metri cubi: abbastanza, secondo i calcoli, da contenere l’intera Basilica di San Pietro. Già dai primi del Novecento, la Grotta Gigante è stata oggetto di frequentazione turistica, mentre l’esplorazione risale addirittura al 1840.

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Le stalagmiti della Grotta Gigante raggiungono dimensioni enormi

Il percorso turistico odierno si snoda per 850 metri e si scende fino a circa 100 metri di profondità nel sottosuolo, lungo una impegnativa scalinata composta di 500 gradini protetti da ringhiere e superfici antiscivolo, per poi risalire attraverso il sentiero panoramico “Carlo Finocchiaro” fino a un belvedere sospeso a 95 metri di altezza sulla caverna principale. La temperatura interna resta fissa a 11 gradi tutto l’anno.

Eccezionali le formazioni stalagmitiche, che hanno raggiunto grandissime altezze, come nei casi della Colonna Ruggero e della Palma. D’altra parte, le origini del complesso ipogeo si fanno risalire a circa dieci milioni di anni fa. La grotta, oltre che essere meta turistica, è anche un laboratorio scientifico attivo: ospita infatti i pendoli geodetici più lunghi al mondo, utilizzati per monitorare i movimenti della crosta terrestre.

Grotte di Toirano

Quando si diceva, in apertura, che all’interno delle grotte si possono trovare tracce della storia e non solo della bellezza della natura, le Grotte di Toirano erano il riferimento principale dell’allusione. In questo complesso, tra il 1950 e gli anni successivi, sono stati ritrovati numerosi resti dell’orso delle caverne (Ursus spelaeus), che per millenni vi trovava rifugio durante il letargo, testimoniato da ossa, impronte di zampe e graffi sulle pareti. Ma non solo: nella grotta nota come Corridoio delle Impronte sono rimaste impresse nell’argilla le tracce lasciate dall’uomo preistorico circa 12mila anni fa: orme di piedi, mani e ginocchia che permettono di immaginare il passaggio dei nostri antenati in questi stessi cunicoli.

La Grotta delle Basura e il Corridoio delle Impronte sono le due sale più interessanti del percorso, ma l’itinerario turistico permette anche di esplorare il Cimitero degli Orsi, un vasto deposito di ossa risalenti fino a 27mila anni fa, e l’Antro di Cibele, unico al mondo per le sue concrezioni. L’intero percorso visitabile è lungo circa 1300 metri, si affronta in poco più di un’ora con una visita guidata. All’interno delle grotte la temperatura è costantemente a 16 gradi.

Le Grotte di Toirano si trovano nei pressi dell’omonima cittadina, nell’entroterra ligure, in Liguria, sui colli alle spalle di Loano e Borghetto Santo Spirito, in provincia di Savona.

Grotta del Vento

La Grotta del Vento si trova nei pressi di Fornovolasco, piccolo borgo montano della Garfagnana, nel nord della Toscana, all’ombra delle cime delle Alpi Apuane. Si chiama così per via delle forti correnti d’aria che la attraversano, generate dalla differenza di temperatura tra l’interno e l’esterno: un fenomeno che si può letteralmente sentire non appena varcata la porta d’ingresso, con raffiche che secondo le rilevazioni possono superare i 40 km/h.

All’interno la temperatura è piuttosto fredda, sotto gli 11 gradi (per la precisione, resta stabile sui 10,7 gradi tutto l’anno), ma al tempo stesso con un tasso di umidità che sfiora il 99%.

Comodità fondamentale della Grotta del Vento è la possibilità di scegliere tra tre itinerari guidati di lunghezza e durata crescente, da uno a tre ore, che permettono di calibrare la visita in base al tempo e alla curiosità di ciascuno. Il primo, più breve, attraversa corridoi stretti e laghetti cristallizzati ricchi di stalattiti e stalagmiti ancora in fase di crescita; il secondo scende nel Baratro dei Giganti fino a raggiungere un piccolo fiume sotterraneo e la suggestiva Sala delle Voci, dove l’acustica particolare crea effetti sorprendenti; il terzo, il più completo, si spinge fino ai tratti più profondi del sistema carsico, esplorato a partire dalla fine dell’Ottocento e ancora oggetto di studio da parte degli speleologi. Si visita, infatti, un profondo pozzo di 90 metri, perfettamente verticale, che viene quindi risalito fino a raggiungere un vasto salone caratterizzato da bellissime concrezioni e, immediatamente dopo, un breve canyon sotterraneo.

Tra le Dolomiti c’è il rifugio estivo di Sergio Mattarella: ecco dove si trova il borgo scelto dal Presidente

Il Presidente Sergio Mattarella dopo un anno di impegni si prepara a un po’ di meritato relax e ha scelto l’Italia per le sue vacanze estive; una pausa per rallentare a contatto con la natura in una delle località più suggestive delle Dolomiti. Il Capo di Stato arriverà l’8 agosto a Siusi insieme alla figlia Laura e ai nipoti per alloggiare nella frazione altoatesina ai piedi dello Sciliar. La zona è nel suo cuore, trascorre qui le sue ferie dal 2023 ed è il secondo anno di seguito nello stesso borgo.

I luoghi del cuore di Francesco Guccini: città e borghi che hanno ispirato il cantautore

È morto a 86 anni Francesco Guccini, nella mattina del 6 agosto 2026 a Pavana, il paese dell’Appennino tosco-emiliano a cui era profondamente legato e dove aveva scelto di tornare a vivere dopo anni di carriera musicale trascorsi altrove. Cantautore, scrittore e persino poeta della musica italiana, Guccini è stato uno dei protagonisti assoluti della canzone d’autore del Novecento, artista capace di unire folk, musica popolare, rock e testi dal forte valore narrativo e letterario.

Con una carriera iniziata negli anni Sessanta e consacrata soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta, è diventato una delle voci più riconoscibili della musica italiana grazie a brani che hanno raccontato la memoria, l’impegno sociale, i cambiamenti della società e le storie delle persone comuni.

Eppure proprio i luoghi sono sempre stati l’anima della sua musica: città, strade, osterie e paesaggi dell’Appennino sono i veri protagonisti delle sue canzoni e dei suoi racconti. Da Bologna, con il celebre indirizzo di Via Paolo Fabbri 43, fino a Pavana, dove affondano le sue radici familiari, passando per Venezia, Genova, Milano e la Via Emilia. Oggi vogliamo ripercorrere le tracce del “Maestrone”, guardando a un’Italia fatta di piccoli borghi e grandi città, dove ogni strada conserva ancora un frammento della sua musica.

Pavana, il borgo dell’Appennino caro a Guccini

Tra i luoghi più importanti della vita di Francesco Guccini c’è sicuramente Pavana, piccolo paese dell’Appennino tosco-emiliano, tra Emilia-Romagna e Toscana, legato alla storia della sua famiglia. È il luogo dell’infanzia, dei ricordi e delle radici contadine che hanno influenzato profondamente il suo modo di raccontare il mondo. Dopo gli anni bolognesi, Guccini è tornato a vivere proprio a Pavana, scegliendo questo territorio come rifugio e spazio creativo.

Pàvana, il borgo delle origini di Francesco Guccini
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Pavana, il borgo delle origini di Francesco Guccini

Il borgo e i suoi paesaggi sono entrati anche nelle sue canzoni, diventando simbolo di un mondo fatto di boschi, montagne, persone semplici e tradizioni antiche. Pavana rappresenta infatti anche quella dimensione rurale e autentica che spesso emerge nei suoi racconti cantati.

Bologna e Via Paolo Fabbri 43, la vita quotidiana di Guccini

Bologna è forse il luogo più legato all’immaginario di Francesco Guccini. Qui il cantautore ha vissuto per molti anni, instaurando un dialogo continuo e profondo con la città, i suoi portici, le sue piazze e soprattutto con quei luoghi di incontro dove nascevano storie e amicizie. Il simbolo un po’ bohémien di questo vissuto è indubbiamente Via Paolo Fabbri 43, nel rione Cirenaica, l’indirizzo diventato celebre grazie all’omonimo album pubblicato nel 1976. Più che una semplice abitazione, quel numero era per l’artista un microcosmo fatto di quotidianità, amici, discussioni, musica e vita vissuta.

A Bologna sono fondamentali anche le osterie, luoghi di convivialità e cultura popolare. Tra queste spicca la storica Trattoria da Vito, nello stesso quartiere de La Cirenaica, frequentata da artisti e musicisti, diventata negli anni un punto di riferimento per la Bologna cantautorale. Qui il vino, le conversazioni e le storie degli avventori hanno alimentato quell’immaginario umano e malinconico presente in molte opere di Guccini.

Immancabile nel ricordo anche l’Osteria delle Dame, fondata nel 1970 dal frate domenicano Michele Casali insieme a Francesco Guccini, fu definita dallo stesso cantautore «un’esperienza irripetibile». La piccola cantina nel centro di Bologna divenne un punto di riferimento della musica e della cultura cittadina, ospitando artisti come Lucio Dalla, Paolo Conte, Ron e Claudio Lolli. Tra vino economico e un’atmosfera informale, il locale rimase un simbolo della Bologna bohémien fino alla chiusura nel 1985.

Tra i luoghi legati alla sua Bologna c’è anche Via Petroni, cuore della vita universitaria cittadina, dove ancora oggi convivono librerie, locali e ritrovi frequentati dagli studenti. La città compare anche nella celebre canzone “Bologna”, contenuta nell’album Metropolis, un vero omaggio a una città dalle mille sfaccettature: accogliente e malinconica, provinciale ma internazionale, capace di unire cultura, musica e vita quotidiana.

In provincia di Bologna, invece, anche Porretta Terme viene ricordato come luogo del cuore di Guccini: la località termale dell’Appennino è sempre stata cara al cantautore, tanto che in passato ha anche egli stesso lanciato la campagna di salvataggio come suo personale “luogo del cuore” FAI.

I luoghi delle canzoni di Guccini

Venezia, Genova e Milano

Oltre ai luoghi realmente vissuti e a Bologna, Guccini ha costruito nelle sue canzoni una sorta di mappa emotiva dell’Italia, trasformando città e paesaggi in immagini universali. Tra questi, Venezia è uno dei luoghi più evocativi del suo immaginario musicale: una città ritratta dall’artista come fragile, decadente ma affascinante, presenza quasi viva e “dolce ossessione” sospesa tra bellezza e malinconia.

Canale Grande a Venezia
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Veduta del Canal Grande a Venezia

Anche Genova entra nella sua arte, con il suo rapporto tra mare, vicoli e storie umane. La città ligure, con i caruggi e le atmosfere portuali, diventa simbolo di incontri, contrasti e vite nascoste. Milano, invece, rappresenta la dimensione urbana, la modernità e le contraddizioni della grande città, spesso descritta attraverso immagini di nebbia, periferie e trasformazioni sociali.

Vista panoramica sulla città di Genova
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Vista panoramica sulla città di Genova e il suo porto

La Via Emilia e il West

Uno dei luoghi simbolici dell’universo gucciniano è anche la Via Emilia, la strada che attraversa il territorio emiliano e collega città, paesi e campagne. In “Amerigo” e soprattutto nell’album Via Paolo Fabbri 43, il cantautore racconta un mondo sospeso tra provincia italiana e grandi racconti universali. La Via Emilia diventa una linea immaginaria tra la terra d’origine, rappresentata da Bologna e Modena e il mito americano del West, fatto di viaggi, frontiere e libertà.

Il canyon dei misteri alpini: esplorando le Gole del Taugl, dove aleggiano leggende antichissime

A pochi chilometri dall’elegante città di Salisburgo, quindi proprio lì dove non te lo aspetti, l’acqua sembra avere preso il comando della scena. In zona, infatti, scorre il Taugl, un torrente di montagna che nasce nelle Osterhorngruppen ed entra nel Tauglboden, per poi attraversare una delle aree naturali più particolari del territorio di Bad Vigaun e Kuchl. Il suo corso alterna tratti aperti, banchi di ghiaia e rapide a una stretta forra calcarea, la Tauglklamm, un canyon selvaggio e poco addomesticato.

L’acqua si presenta trasparente, incredibilmente limpida nelle pozze scavate nella roccia, e con una temperatura decisamente alpina. D’estate la tentazione di entrarvi è forte, soprattutto presso la zona della Römerbrücke, ma bastano pochi secondi per capire la differenza tra un bagno in una piscina e una nuotata in un torrente alimentato dalle montagne.

La gola offre un volto ancora più emozionante: le pareti si stringono, la luce diminuisce e la roccia assume forme morbide. Alcuni punti sono adatti a un’escursione naturalistica, mentre la parte più stretta della Tauglklamm appartiene al territorio del canyoning e richiede esperienza, attrezzatura adeguata e condizioni idrologiche favorevoli. Da una parte, infatti, c’è la Tauglgries, area naturale ed europea protetta, con sentieri, punti panoramici e spazi per osservare la fauna; dall’altra una successione di roccia, acqua e passaggi stretti che restituisce una sensazione quasi primitiva.

Origine, formazione e leggende della Gola di Taugl

Ben prima che l’essere umano mettesse piede in questo magnifico pianeta, l’acqua ha inciso le rocce del suo letto, sfruttando fratture e punti più vulnerabili della massa calcarea. La pressione continua del torrente ha progressivamente approfondito il solco, modellando pareti, scivoli naturali e piccole vasche.

La Taugl alterna infatti due paesaggi molto diversi: nella parte più aperta il torrente si allarga e attraversa il Tauglgries, un ambiente dinamico fatto di ghiaia, vegetazione ripariale e superfici rocciose. Entrando nella forra il carattere cambia radicalmente, con il letto che si restringe e la roccia che assume un aspetto che pare lucidato dall’acqua.

La forza di questo torrente d’Austria resta evidente anche nella sua instabilità. Per chi pratica canyoning, una piena può modificare profondamente l’aspetto della forra. Tronchi, massi e sedimenti possono mutare la configurazione dei passaggi e delle rapide, rendendo una discesa diversa rispetto a quella affrontata in precedenza.

Un altro elemento sorprendente appartiene alla storia umana. Poco prima della Römerbrücke, il torrente forma una cascata e poi raggiunge il tratto storico del ponte, ma il nome può trarre in inganno. La struttura attuale risale infatti al 1613 e viene indicata dal turismo locale quale più antico ponte ancora esistente del SalzburgerLand.

Canyon del Taugl, Austria
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Il selvaggio Canyon del Taugl

Intorno alla costruzione del ponte è nata una leggenda decisamente più antica e inquietante: secondo il racconto popolare, una gola tanto profonda avrebbe richiesto l’intervento del Diavolo. Gli abitanti gli avrebbero chiesto aiuto per realizzare il passaggio sul torrente e in cambio il demonio avrebbe preteso il figlio di una mugnaia incinta, a patto che la costruzione fosse completata prima della nascita.

La donna riuscì a partorire poco prima della posa dell’ultima pietra. Furioso per l’inganno, il Diavolo stabilì allora che la prima creatura vivente passata sul ponte sarebbe appartenuta a lui. La mugnaia reagì con astuzia e fece attraversare la struttura a un gatto. La beffa mandò il demonio su tutte le furie e, secondo la tradizione, scagliò l’ultima pietra nella gola. Quella roccia porta ancora il nome di Teufelsstein, la Pietra del Diavolo. Nei periodi di magra può essere osservata dalla Römerbrücke, incastonata nel paesaggio del torrente.

La visita alla Taugl tra canyon, acqua gelida e natura protetta

La Taugl richiede prima di tutto una distinzione: la visita turistica del Tauglgries è adatta a un pubblico molto ampio, mentre la discesa della Tauglklamm è un’esperienza tecnica da canyoning. Confondere i due itinerari, quindi, potrebbe rivelarsi rischioso. Per una giornata nella natura, il punto di riferimento è il percorso tematico Lebensader Taugl, cioè “Lifeline Taugl”. Il sentiero attraversa il Tauglgries e presenta pannelli dedicati alla flora, alla fauna e agli equilibri dell’ecosistema fluviale. Lungo il tragitto sono presenti una piattaforma panoramica dotata di telescopio, aree di sosta e un parco naturalistico per bambini.

La piattaforma permette di osservare dall’alto il letto del torrente e le sue trasformazioni. Il Tauglgries ospita infatti specie rare, tra cui il corriere piccolo e il piro piro piccolo, uccelli che utilizzano le rive ghiaiose per la nidificazione.  Nei mesi caldi alcuni tratti della Taugl diventano apprezzati punti per il bagno. L’acqua resta gelida, ma il contrasto con le grandi lastre di roccia riscaldate dal sole rende l’esperienza particolare. La Römerbrücke offre inoltre un ottimo punto per osservare il torrente e raggiungere le zone balneabili vicine.

Per chi cerca un’esperienza più avventurosa arriva la Tauglklamm. L’ingresso alla forra prevede una discesa dal parcheggio fino al canyon e all’ingresso può essere presente una corda fissa (da verificare sempre sulle condizioni attuali). Successivamente il percorso entra nella sezione stretta della gola, con roccia levigata, pozze, piccoli salti e scivoli.

La parte più delicata riguarda la portata del torrente. In primavera e dopo piogge abbondanti il bacino può ricevere quantità d’acqua considerevoli. Una forra alpina cambia rapidamente con l’innalzamento del livello e la corrente può diventare pericolosa. La Tauglklamm va quindi affrontata con competenza specifica e attrezzatura da canyoning, preferibilmente con una guida qualificata per chi possiede poca esperienza.

Superato il tratto più stretto, il canyon si apre. Da quel punto una possibilità conduce verso l’uscita, mentre un itinerario più lungo prosegue lungo il corso del fiume fino alla Römerbrücke. La variante completa richiede organizzazione logistica e un’auto per il rientro, poiché l’escursione fluviale può raggiungere circa 7 km e 5 ore secondo le condizioni del percorso.

Dove si trova e come arrivare

La Taugl si trova nel SalzburgerLand, nella regione del Tennengau, a sud di Salisburgo, tra Bad Vigaun e Kuchl. Il territorio appartiene a una fascia alpina situata a breve distanza dalla città, caratterizzata da montagne, boschi, torrenti e paesaggi rurali. Bad Vigaun rappresenta il riferimento più pratico per visitare il Tauglgries e il percorso naturalistico.

Per raggiungere la zona della forra in automobile, l’accesso tecnico indicato per la Tauglklamm passa da Hallein verso Bad Vigaun e poi in direzione di St. Koloman / Tauglboden (Tauglbodenstraße). Presso l’ingresso alla gola è presente una piccola area di parcheggio con pochissimi posti. In alternativa si trovano aree di sosta più ampie nei dintorni, con distanze di alcune centinaia di metri o circa 1 km dall’ingresso.

Per una visita più rilassata al Tauglgries conviene invece partire dal centro di Bad Vigaun. Il percorso della Lebensader Taugl conduce verso la piana fluviale e attraversa l’area protetta fino alla Römerbrücke. La stessa zona può essere raggiunta anche in bicicletta oppure in automobile attraverso Unterlangenberg, in direzione Tauglgries.

Dove vanno in vacanza i reali quest’estate, tra isole segrete e fughe da favola

Anche chi porta la corona, ad agosto, cerca un po’ di relax tra mare e montagna. C’è chi torna sempre nello stesso castello, quasi per abitudine, e chi invece si sposta di Paese in Paese in cerca di qualcosa di diverso. Questa stagione, a far discutere sono soprattutto due rientri: quello di un sovrano che per otto anni aveva scelto l’esilio, e quello dei duchi di Sussex, ricomparsi in Europa dopo la lunga parentesi americana. Skytg24 ha svelato, residenza per residenza, dove si trovano in queste settimane di vacanza le famiglie reali del continente.

L’Italia si prepara a un Ferragosto da record: le mete più gettonate nell’estate 2026

Tutto esaurito? Sono tantissimi i viaggiatori con la valigia pronta per una vacanza in Italia a Ferragosto: secondo CNA Turismo e Commercio, tra il 1° e il 23 agosto si muoveranno in Italia 17,4 milioni di turisti, di cui 9 milioni provenienti dall’estero, con un picco proprio nella giornata del 15 agosto. Ma quali sono le destinazioni più apprezzate?

Italia e vacanze di Ferragosto: i dati

Ferragosto non riempie solo spiagge, città e località di montagna, ma muove anche miliardi di euro. La spesa turistica è stimata attorno ai 9 miliardi e arriva a oltre 15 considerando l’intero indotto, dagli hotel alla ristorazione, fino a trasporti, negozi e attività culturali. Con 8,4 milioni di italiani e 9 milioni di stranieri in viaggio, il bilancio si annuncia da record. Le partenze sono già cominciate nel weekend del 1 agosto ma è dal 3 del mese che il traffico entra nel vivo con picchi continui per diverse settimane fino alla prima ondata di rientro attesa attorno al 23.

Le mete preferite per Ferragosto in Italia

Le località balneari conservano il primo posto nelle preferenze. Dalla Riviera romagnola alla Costiera Amalfitana, dal Salento alla Costa degli Dei, fino alle isole, il mare resta il grande motore delle vacanze di agosto. La domanda arriva sia dall’Italia sia dall’estero, soprattutto nelle destinazioni già inserite nei principali circuiti internazionali.

Subito dopo vengono città e borghi d’arte. Roma continua ad attirare un pubblico vastissimo, mentre Matera, Siracusa, la Val di Noto, le città venete e molti centri storici minori intercettano chi vuole alternare visite culturali, cucina locale e giornate meno frenetiche. Non sempre si tratta di soggiorni lunghi.

Vista panoramica sulle Eolie
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Le Eolie sono un gioiello da scoprire, anche a Ferragosto

Sempre più viaggiatori scelgono tappe di due o tre notti, costruendo itinerari che toccano più destinazioni. Tra queste trova spazio anche la montagna: dal Monte Bianco alle Dolomiti, fino al Gran Sasso e alle Dolomiti Lucane, cresce il numero di famiglie ed escursionisti che cercano una pausa dal caldo. Laghi, terme, campeggi e agriturismi ampliano ulteriormente le possibilità.

Dalle vette alpine alle spiagge del Sud, l’Italia di Ferragosto offre davvero l’imbarazzo della scelta. Al Nord, accanto a grandi classici come Dolomiti e Monte Bianco, resistono il fascino del Lago di Garda, i paesaggi delle Langhe e la Riviera dei Fiori. La Liguria gioca sia sul mare sia sull’entroterra proponendo borghi e coste da sogno, turismo enogastronomico legato alla produzione di olio e non solo.

Nel centro è la Val d’Orcia ad attirare il numero più alto di turisti, anche se la Riviera del Conero e le città d’arte conquistano numeri interessanti. Il richiamo di Roma? Imbattibile, anche se nei giorni più roventi dell’anno la Città Eterna mette a dura prova.

E al sud? La Costiera Amalfitana mantiene un’attenzione internazionale notevole con tanto di VIP che la scelgono per le proprie vacanze. Il Salento unisce mare e nightlife mentre la Calabria con tante nuove Bandiere Blu punta tutto sulla Costa degli Dei e il fascino di Tropea. Le isole? Sicilia e Sardegna non hanno paragoni. Taormina ed Eolie per chi sogna il mare nella prima, Valle dei Templi ed Etna per chi cerca escursioni e storia, a cui si aggiunge la Val di Noto con il suo Barocco. Chiudono le immancabili Costa Smeralda, Maddalena e Golfo di Orosei.

Cala Mariolu, in Sardegna
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La Sardegna tra le mete preferite per Ferragosto

Sei ore di trekking in montagna con un bastone nel fianco: la storia di un escursionista fa il giro del mondo

Una scivolata, un bastone da trekking che si infila di traverso sotto il braccio e una decisione che a molti sembrerà impossibile: invece di chiedere aiuto, cammina per ore verso valle. È quello che è successo sulle montagne del Montana, negli Stati Uniti, a David Cifaldi, un escursionista che, mentre si trovava a poca distanza dal Granite Peak, la vetta più alta dello Stato, è caduto e si è procurato una ferita profonda al fianco che, con un po’ di fortuna, non ha interessato organi vitali.

La vicenda ha fatto rapidamente il giro del mondo. Non solo per la freddezza dimostrata di fronte a un infortunio che poteva rivelarsi molto più serio, ma anche perché racconta qualcosa di molto concreto su cosa significhi, in alcuni Paesi, chiedere aiuto in montagna e quanto possa costare.

La storia dell’escursionista ferito dal bastone da trekking

Mancavano poco più di tre chilometri alla vetta quando l’escursionista è scivolato, infilando accidentalmente uno dei due bastoni da trekking sotto il braccio e trapassando i tessuti del fianco. Niente panico: complice anche la sua formazione professionale in ambito sanitario, l’uomo ha valutato a mente lucida la situazione insieme ai due compagni di escursione, facendosi fotografare la ferita per escludere danni a organi vitali.

Una volta stabilito che le condizioni erano stabili, ha deciso di non chiamare l’elisoccorso, ma di affrontare a piedi, con l’aiuto degli amici, la lunga discesa verso valle (oltre sedici chilometri) fino a raggiungere l’auto e poi il pronto soccorso. Una scelta che in molti Paesi sarebbe difficile da capire, ma che diventa più chiara se si guarda a cosa significa, negli Stati Uniti, chiedere aiuto in montagna.

Negli USA chiamare i soccorsi può costare uno stipendio annuo

La scelta di scendere a piedi invece di attivare i soccorsi aerei non nasce da imprudenza, ma da un calcolo economico molto concreto. Negli Stati Uniti, a differenza di quanto accade in Italia, ogni intervento di ambulanza è sempre a pagamento, indipendentemente dall’esito o dalla gravità del caso.

Per un recupero in elicottero da zone impervie le cifre di partenza si aggirano sui 12.000 dollari, ma la spesa finale dipende da distanza, orario dell’intervento e copertura assicurativa: nei casi più estremi si può arrivare a superare gli 80.000 dollari, una cifra vicina allo stipendio medio annuo di un lavoratore del settore sanitario americano come l’escursionista interessato dalla vicenda.

È un sistema molto diverso da quello a cui siamo abituati in Italia, dove il dibattito recente riguarda semmai l’introduzione di tariffe orarie per chi chiama i soccorsi senza reale necessità. In alcune regioni italiane, come Trentino-Alto Adige e Piemonte, chi attiva l’elisoccorso senza una reale necessità medica rischia comunque un conto che può andare da poche centinaia fino a circa mille euro, mentre nei casi giudicati totalmente ingiustificati la tariffa può salire fino a 140 euro al minuto di volo. Numeri comunque distanti anni luce dalle decine di migliaia di dollari che si possono pagare oltreoceano.

Il segreto nascosto tra i ghiacci: le incisioni rupestri più alte d’Europa si trovano a Bormio

Il territorio di Bormio è noto per la sua splendida natura montana e persino per i soggiorni alle terme, eppure in pochi sanno che a quasi 3.000 metri di quota, dove oggi arrivano soltanto escursionisti esperti, il ghiaccio ha restituito anni fa una memoria rimasta nascosta per migliaia di anni. Tra i sentieri dell’Alta Val di Gavia, sul versante del Pizzo Tresero, si trova infatti uno dei siti archeologici più sorprendenti delle Alpi: le incisioni rupestri di Punta Segnale, considerate le più alte d’Europa.

Scoperte casualmente nel 2017 durante un’escursione nel territorio di Bormio, queste tredici figure scolpite nella roccia raccontano un capitolo lontanissimo della presenza umana sulle montagne. Realizzate tra l’Età del Rame e l’Età del Bronzo, oltre tremila anni fa, raffigurano simboli, figure antropomorfe e geometrie ancora oggi oggetto di studio, sebbene per secoli siano rimaste coperte dal ghiacciaio del Tresero. E indovinate un po’? C’è un trekking strutturato che vi permette di raggiungerle – anche se non per tutti.

Le incisioni rupestri di Punta Segnale

Le incisioni rupestri di Punta Segnale si trovano su superfici di micascisto levigate dal movimento millenario dei ghiacci, rocce lisce che il progressivo ritiro del ghiacciaio del Tresero ha lentamente riportato alla luce. Il sito comprende 13 petroglifi e tra le figure riconosciute dagli archeologi compaiono gli “oranti”, rappresentazioni umane con le braccia sollevate probabilmente legate a una dimensione rituale, una spirale destrogira, simboli geometrici e una possibile figura animale.

Incisioni rupestri Valtellina
Ufficio Stampa
Le incisioni rupestri trovate al Parco Stelvio

Ciò che rende questo luogo di particolare interesse, oltre alla sua quota da brividi e record, è il rapporto unico tra uomo e ambiente alpino. Punta Segnale rappresenta infatti uno dei pochi esempi in Europa di un complesso rupestre più volte nascosto e restituito dal ghiaccio nel corso dei millenni. Oggi, d’altronde, è uno dei siti di interesse nel territorio di Bormio che gli alpinisti stanno rivalutando sempre più.

Incisioni rupestri Bormio
Ufficio Stampa
Un gruppo di escursionisti visita il sito

Come raggiungere le incisioni rupestri del Tresero

Se siete appassionati di trekking, l’escursione che vi conduce alle incisioni rupestri di Punta Segnale è un’esperienza da non perdere, capace di regalare viste straordinarie del paesaggio alpino e un assaggio di archeologia. Il percorso parte dal Rifugio Berni, al Passo Gavia, situato a 2.621 metri di quota e conduce verso il ghiacciaio del Pizzo Tresero. Per raggiungere il punto di partenza è possibile arrivare al Passo Gavia in auto oppure utilizzare durante l’estate il servizio navetta Gavia Express da Santa Caterina Valfurva.

Punta Segnale, Bormio
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Le vette di Punta Segnale

L’escursione è classificata di media difficoltà (T3) e richiede poco più di due ore di cammino. Il percorso misura circa 4,6 chilometri, con un dislivello positivo di circa 472 metri, fino a raggiungere quasi i 3.000 metri di altitudine. Dal rifugio si segue il sentiero in direzione della Punta Segnale, attraversando i paesaggi modellati dai ghiacci e i pendii morenici dell’Alta Val di Gavia. Poco prima della Capanna Bernasconi si raggiunge l’area dove sono visibili le incisioni direttamente sulle superfici rocciose.

Bisogna puntare la sveglia molto presto, perché il momento migliore per osservare i petroglifi è la mattina, idealmente entro le ore 10.00, quando la luce del sole crea il contrasto necessario per distinguere meglio i segni sulla pietra. L’area si trova all’interno del Parco Nazionale dello Stelvio, un territorio già ricchissimo di testimonianze storiche, dalle tracce delle comunità preistoriche agli itinerari della Prima Guerra Mondiale combattuta sulle Alpi, fino agli antichi sentieri oggi raccolti negli Stelvio Historical Trek.

Il canyon d’acqua che scolpisce la montagna tra pareti vertiginose e cascate fragorose: Partnach, in Baviera

I passi rimbombano sulle passerelle di legno bagnate, mentre l’umidità della roccia sfiora le guance. Intorno, le pareti di calcare grigio salgono diritte verso una striscia sottile di cielo azzurro, quasi soffocata dagli alberi abbarbicati lassù. Il torrente Partnach scorre pochi metri più in basso, una massa impetuosa di acqua colore verde smeraldo che ruggisce, schiuma e infrange il silenzio dei boschi bavaresi. Questa spaccatura naturale prende il nome di Gola della Partnach, o Partnachklamm in lingua originale, e si trova nell’estremo sud della Germania, ai piedi della cima più alta del paese, il Zugspitze, nei pressi della cittadina alpina di Garmisch-Partenkirchen.

Vacanze in montagna, ormai un italiano su tre le sceglie: ecco cosa sta cambiando

Il mare non è più l’unica certezza dell’estate italiana. Una recente indagine condotta da SWG per Trainline, in collaborazione con IDM Alto Adige, fotografa un Paese che guarda sempre più spesso verso l’alto: quasi un turista su tre, quando deve scegliere dove trascorrere le proprie ferie, opta per una destinazione di montagna.

Un dato che ridimensiona il primato storico delle coste e racconta un cambiamento di gusti che coinvolge soprattutto le generazioni più giovani, sempre più attente anche al modo in cui si raggiunge la meta scelta. Non è solo una questione di panorami e aria fresca: a spingere questa svolta contribuiscono anche nuove abitudini di spostamento, con il treno che si ritaglia un ruolo da protagonista tra le opzioni disponibili per arrivare a destinazione senza mettersi al volante.

Perché la montagna piace sempre di più

Dietro questa crescita ci sono spinte diverse che si stanno sommando negli ultimi anni. Da un lato c’è la ricerca di un tipo di vacanza più autentica, lontana dalla ressa delle località balneari nei mesi caldi. Dall’altro pesa la crescente attenzione verso forme di turismo più sostenibili, che privilegiano la montagna e i ritmi lenti rispetto al semplice relax da spiaggia.

A cambiare, però, non è solo la destinazione scelta, ma anche il modo in cui ci si arriva: una parte crescente di viaggiatori, in particolare tra i più giovani, sta abbandonando l’idea dell’auto come unica opzione possibile, complici il traffico nei weekend estivi e la scarsità di parcheggi nelle località più gettonate.

Il treno si inserisce proprio in questo scenario, apprezzato da chi cerca un viaggio più comodo, meno stressante e capace di trasformare anche il tragitto in un’occasione per godersi il paesaggio. Questo insieme di fattori sta ridefinendo il profilo del turista di montagna: non più solo appassionato di sci o trekking, ma anche famiglie, coppie e giovani che scelgono le vette per staccare dalla routine cittadina, magari alternando più tappe in un unico viaggio.

Il fascino della montagna in Italia

Le Alpi si confermano una meta capace di attrarre viaggiatori da tutto il continente e gli italiani sono tra i popoli più legati a questo territorio, complice anche la vicinanza geografica: la maggioranza di chi vive in Italia ha già trascorso una vacanza tra le cime alpine, mentre una parte consistente dichiara di volerci tornare o andarci per la prima volta a breve. Un legame che va oltre la semplice tradizione escursionistica e che sembra destinato a rafforzarsi ulteriormente nei prossimi anni.

In questo contesto, territori come l’Alto Adige si propongono sempre più come porta d’accesso privilegiata per chi vuole scoprire le Alpi, puntando su un’offerta turistica capace di intercettare sia chi cerca l’esperienza tradizionale di montagna sia chi la vive per la prima volta.

I margini di crescita restano ampi, ma la direzione sembra ormai tracciata: la montagna sta diventando una scelta sempre più centrale nell’immaginario delle vacanze italiane, non più un’alternativa di nicchia, ma una vera concorrente del mare, capace di intercettare bisogni nuovi legati a sostenibilità, comodità e voglia di autenticità.

Ticket d’ingresso sulle Dolomiti come a Venezia? La proposta contro l’overtourism

Se avete in programma una gita alle Tre Cime di Lavaredo questa estate, forse è meglio che sappiate a cosa andate incontro. Le foto che stanno facendo il giro di Instagram, Facebook e TikTok mostrano file chilometriche e pullman che si accalcano sui parcheggi oltre a sentieri che sono tutto fuorché il ritratto della pace per un’escursione in alta quota.

Il dibattito sull’overtourism nelle Dolomiti è tornato a scaldarsi, e stavolta la discussione si sta spostando in fretta dalle chat tra escursionisti ai tavoli istituzionali, tanto che spunta l’ipotesi di un ticket a pagamento proprio come a Venezia.

Dolomiti vittime di overtourism

Ad Auronzo, il comune che gestisce l’accesso principale alle Tre Cime, la prenotazione obbligatoria esiste già da un po’. Il sindaco Dario Vecellio Galeno lo rivendica con una certa soddisfazione: racconta che il modello adottato ha attirato l’attenzione persino della Francia, che starebbe studiando come replicarlo.

Secondo il primo cittadino, però, ci sono ancora troppe persone che arrivano senza prenotazione, si accodano sperando che nessuno controlli, o salgono a bordo di pullman che ignorano del tutto il sistema di prenotazioni. Anche a Dobbiaco, poco distante, il sindaco Martin Rienzner descrive una situazione che negli ultimi due o tre anni è letteralmente esplosa. Non parla di chi cammina dalla valle per godersi la montagna con calma, ma di chi arriva in auto solo per il selfie di rito e riparte dopo un’ora.

Dolomiti, scatta l’ipotesi ticket d’ingresso

Non tutti sono d’accordo sulla strada da seguire. Da Belluno, Walter De Cassan, che presiede Federalberghi, è tornato a chiedere un biglietto d’ingresso per l’area UNESCO delle Dolomiti, sul modello già sperimentato a Venezia. Frena invece Cortina, dove il sindaco Lorenzi fa notare che servirà parecchio lavoro tra tecnologie, personale e controlli. Spiega che bisogna agire con calma, trovando una soluzione efficace e ben studiata ma soprattutto non improvvisata.

Un altro punto caldo è quello del lago di Sorapis dove l’amministrazione ha già provveduto a limitare i parcheggi ma i numeri continuano a crescere a causa di un effetto social incontrollabile.

Non tutte le Dolomiti soffrono l’overtourism

C’è anche chi invita a non generalizzare. Marco Staunovo Polacco, presidente della Provincia di Belluno, ricorda che non tutta l’area Unesco delle Dolomiti soffre di questo problema. Ci sono un paio di situazioni davvero fuori scala, dice, ma trattarle come se fossero la norma rischia di dare un’immagine distorta di un territorio che, nella maggior parte dei casi, offre ancora spazio e qualità.

La sua proposta è duplice: da un lato serve una regia comune tra le Province autonome e la Regione Veneto per gestire i valichi più critici, dall’altro bisognerebbe iniziare a raccontare e promuovere le zone meno affollate, quelle che gli influencer di solito si dimenticano di raccontare. Una possibile soluzione è dunque proporre delle alternative alle Tre Cime, al lago di Sorapis e a quello di Braies per puntare ad altre località altrettanto belle ma meno conosciute sui social.

Lago di Braies in estate
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Il lago di Braies è diventato iconico

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