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Il fiabesco borgo che è il regno delle fate e dei mulini: Rastoke, il villaggio sull’acqua della Croazia

A pochi chilometri da Slunj, nell’entroterra della Croazia, si sviluppa una strada che attraversa colline verdi e piccoli abitati, fino a che il suono dell’acqua prende il posto del rumore traffico. Sotto le case scorre, infatti, la Slunjčica, un fiume lungo appena 6,5 chilometri che però ha prodotto uno dei paesaggi fluviali più sorprendenti del Paese.

Rastoke nasce infatti nel punto in cui la Slunjčica incontra la Korana. Prima di raggiungerla, l’acqua deve attraversare una barriera naturale di tufo calcareo, una roccia porosa formata nel corso dei millenni dalla deposizione del carbonato di calcio. Il risultato è una trama di cascate, rapide, piccoli laghi, isolotti e canali naturali. Le acque turchesi passano sotto ponti, accanto alle abitazioni e attraverso antichi mulini, dando vita a una scena nella quale la presenza umana sembra essere stata progettata insieme al corso del fiume.

Per questo Rastoke viene chiamata “Plitvice in miniatura“, parco che condivide con Rastoke la stessa matrice carsica, le formazioni tufacee e la particolare vegetazione legata all’abbondanza d’acqua. La differenza fondamentale, però, sta nella presenza del villaggio.

Cosa vedere a Rastoke

La visita a questo borgo della Croazia acquista fascino proprio nella successione di dettagli: una ruota di mulino appare tra gli alberi, una cascata passa sotto una casa e un balcone di legno guarda la corrente. Il paesaggio cambia continuamente a seconda della portata della Slunjčica, trasformando il villaggio in un piccolo mosaico di acqua, pietra e legno.

Le cascate della Slunjčica

Sono il cuore di Rastoke: la Slunjčica produce circa 23 cascate, accompagnate da rapide e piccoli laghi disseminati tra le formazioni di travertino. Buk è una delle più note e offre una delle immagini più rappresentative del villaggio. L’acqua precipita con forza tra rocce ricoperte di vegetazione, creando una schiuma bianca che contrasta con le tonalità verde-azzurre del fiume.

Vilina Kosa, “Capelli della ninfa”, possiede invece un carattere più fiabesco e iil nome richiama il velo d’acqua argentato associato alle creature leggendarie di Rastoke.

Cascate di Rastoke, Croazia
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Le immense Cascate di Rastoke

I mulini ad acqua

La vera particolarità di Rastoke sta nei suoi mulini. L’insediamento iniziò a svilupparsi almeno nel XVII secolo, sfruttando la forza della Slunjčica per azionare le ruote idrauliche. Le ruote trasferivano il movimento agli ingranaggi interni e permettevano di trasformare i cereali in farina.

Gran parte dei mulini storici è stata preservata: alcuni edifici sono diventati abitazioni o attività ricettive, mentre altri conservano la loro funzione originaria. Il mulino della famiglia Jareb è un caso particolarmente interessante, poiché continua a produrre farine locali secondo un sistema basato sul principio utilizzato circa 300 anni fa.

Le case tradizionali di Rastoke

Le abitazioni appartengono a una tradizione architettonica rurale legata alle regioni dinariche e alla Posavina. Il legno ha un ruolo importante, affiancato dalla pietra utilizzata per le parti più esposte all’acqua e per le fondamenta.

Alcune abitazioni, inoltre, sorgono su piccole porzioni di terreno circondate dall’acqua, rendendo ancora più particolare la struttura dell’abitato.

La confluenza tra Slunjčica e Korana

Il punto d’incontro dei due fiumi aiuta a comprendere la ragione della fama di Rastoke. La Slunjčica arriva con acque fredde e limpide, attraversa il sistema di cascate e poi confluisce nella Korana.

Quest’ultima appartiene al sistema fluviale carsico della Croazia centrale e attraversa un territorio ricco di boschi, sorgenti e corsi d’acqua. Il suo passaggio offre anche aree per la balneazione estiva, kayak, canoa e pesca.

Le tracce storiche di Slunj

Una visita più ampia può proseguire verso Slunj, cittadina alla quale Rastoke appartiene. Il territorio ha avuto per secoli una funzione strategica come area di frontiera e qui il Castello dei Frankopan ricorda la presenza della potente famiglia nobiliare croata, mentre altre fortificazioni testimoniano il ruolo militare assunto dalla zona durante i conflitti con l’Impero ottomano.

Cosa fare a Rastoke

Rastoke merita una visita lenta, soprattutto per apprezzare il rapporto tra abitato e ambiente. La sensazione più piacevole arriva nei momenti di pausa, seduti accanto all’acqua oppure davanti a un piatto locale.

  • Assaggiare la cucina dell’entroterra croato: per incontrare sapori legati alla tradizione rurale, con trota di fiume, formaggi locali, carni e preparazioni a base di cereali.
  • Acquistare farina locale presso il mulino Jareb: ricordo concreto della cultura molitoria di Rastoke.
  • Fare il bagno nella Korana: pausa rinfrescante durante l’estate. Nova Škrila dispone di una piattaforma per i tuffi, spazi per il beach volley, cabine e un piccolo parco giochi, mentre Stara Škrila presenta acque più basse e rive ombreggiate.
  • Raggiungere Kotlac: zona amata dagli abitanti di Slunj, caratterizzata da piccole piscine naturali e cascatelle con acqua relativamente bassa.
  • Seguire i percorsi lungo la Slunjčica: portano verso angoli più tranquilli del territorio, con possibilità di proseguire verso la vecchia centrale idroelettrica costruita all’inizio del XX secolo.
  • Partecipare agli eventi locali: può aggiungere una dimensione più autentica alla visita. Nel mese di agosto, durante i Giorni della città di Slunj, il centro ospita concerti e manifestazioni legate alla vita della comunità.
  • Cercare i prodotti del bosco: attività interessante nelle stagioni adatte. Castagne, funghi e rosa canina compaiono soprattutto in autunno, mentre fragoline selvatiche e more caratterizzano rispettivamente primavera ed estate.

Dove si trova e come arrivare

Il villaggio di Rastoke si trova presso Slunj, nella contea di Karlovac, nella Croazia centrale. La località occupa una posizione strategica lungo la strada statale D1, una delle principali direttrici che collegano Zagabria con la Dalmazia. Da Karlovac il viaggio in automobile richiede circa 40 minuti, mentre da Zagabria occorre prevedere quasi 1 ora e 30 minuti, in base al traffico e al percorso scelto.

I laghi di Plitvice distano circa 33 chilometri, rendendo Rastoke una tappa particolarmente comoda per chi sta attraversando la Croazia verso il parco nazionale. L’automobile rappresenta la soluzione più semplice per raggiungere il villaggio e proseguire verso le altre attrazioni della zona. Slunj offre inoltre servizi, ristoranti e negozi utili per una permanenza più lunga.

C’è un tesoro nascosto nel Castello di Breno in Valle Camonica: la leggenda che fa sognare

Nel cuore della Valle Camonica, arroccato su una collina che domina il fondovalle, il Castello di Breno custodisce secoli di storia, ma anche racconti, misteri e leggende. Quello che oggi appare come un suggestivo maniero altomedievale è in realtà un complesso molto più articolato, nato dalla sovrapposizione di edifici, torri e fortificazioni costruiti in epoche diverse.

La storia del castello

Le origini del sito sono molto più antiche del castello stesso: gli scavi archeologici hanno restituito tracce di frequentazione umana risalenti alla preistoria, con testimonianze che arrivano fino al VIII sec a.C.

L’attuale complesso fortificato si sviluppò soprattutto tra il XII e il XIII secolo, nel periodo di Federico I Barbarossa, quando sul colle sorsero palazzi e torri. In seguito, durante il dominio della Repubblica di Venezia, il Castello di Breno venne trasformato e potenziato come roccaforte militare. Tra le sue mura passarono personaggi e condottieri legati alle guerre tra guelfi e ghibellini, tra cui il Conte di Carmagnola e Bartolomeo Colleoni.

Nel 1592 la Serenissima – la Repubblica di Venezia – vendette il complesso al Comune di Breno e, con il passare del tempo, la fortificazione perse la propria funzione strategica giungendo a un progressivo abbandono e a un parziale riutilizzo come cava di pietre.

Cosa vedere e fare

La visita permette di leggere la storia direttamente nelle pietre. Si incontrano le mura merlate, l’antica casa-torre signorile e la torre grande, alta circa 20 metri e accessibile ai visitatori in occasione delle aperture previste. Particolarmente interessanti sono i resti della Chiesa di San Michele, di origine longobarda, considerata il più antico monumento portato alla luce a Breno.

Ma sono soprattutto le curiosità a rendere speciale il castello. Una leggenda della Valle Camonica racconta che il cavaliere Leutelmonte, dopo aver combattuto e vinto un duello per conto del signore di Breno, ricevette in premio una chioccia d’oro massiccio con dodici pulcini. Secondo alcune versioni, il tesoro per non essere rubato sarebbe stato nascosto nelle segrete di una torre medievale di Cividate Camuno; secondo altre, invece, sarebbe ancora sepolto in un tunnel segreto scavato nella roccia proprio nel Castello di Breno.

Si racconta inoltre dell’esistenza di antichi passaggi segreti: uno avrebbe collegato la rocca al fiume Oglio, un altro al convento dei Cappuccini. Non mancano poi le storie di assedi e personaggi leggendari, come la regina longobarda Rosmunda, protagonista di uno dei racconti tramandati intorno alla fortezza.

Il Castello di Breno dispone di un bar-ristorante all’interno delle mura ed è oggi anche sede di eventi musicali e manifestazioni di vario genere.

Visitare il Castello di Breno
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Vista sul castello

Dove si trova e come raggiungerlo

Il Castello di Breno si trova in Vicolo Orti, a Breno, in provincia di Brescia, nel cuore della Valle Camonica in Lombardia. Dal centro del paese si raggiunge con una breve passeggiata in salita.

In automobile si arriva percorrendo la SS42 in direzione Edolo, con uscita a Breno. Per chi viaggia in treno, la località è servita dalla linea Brescia-Iseo-Edolo di Trenord, con fermata a Breno.

Il parco del castello è ad accesso libero tutti i giorni dalle 9 alle 24 mentre la fortezza è aperta tutti i giorni d’estate e solo sabato/domenica nei mesi di aprile, maggio, settembre, ottobre.

Per informazioni su orari, visite guidate e aperture straordinarie,  è consigliabile consultare il sito ufficiale della Pro Loco di Breno.

Hokum, le location suggestive del nuovo horror tra deserti e ville storiche reali

Il nuovo horror di Damian McCarthy, nelle sale italiane dal 5 agosto 2026, è una storia che costringe a fare i conti con il passato e con i fantasmi familiari. Ad aggiungere tensione a una narrazione che non manca certo di suspence è la scelta di ambientazioni oscure e misteriose: scopriamo insieme le location di Hokum.

Di cosa parla

Il protagonista del film, interpretato da Adam Scott, è uno scrittore di horror. Dopo anni dalla morte dei genitori, nonostante il momento di difficoltà personale che sta vivendo, decide di andare a spargerne le ceneri in Irlanda vicino a una sequoia che compare in una vecchia foto di famiglia. Per farlo prenota in un inn, nella stessa suite in cui i genitori molti anni prima avevano trascorso la luna di miele.

Solo una volta arrivato si rende conto di essere l’unico ospite della struttura e viene a conoscenza di storie oscure che la riguardano, come quella di una vecchia strega che dimorerebbe proprio nella suite. Naturalmente non tardano a manifestarsi fenomeni inspiegabili e spaventosi.

Arriva al cinema "Hokum": il nuovo film horror di Damian McCarthy
IPA Agency
Una scena del fil “Hokum”

Dov’è stato girato il film

Nello scegliere le location di Hokum il regista irlandese ha giocato in casa, girando l’horror quasi per intero nel West Cork. La scena iniziale e quella finale, però, sono state girate negli Emirati Arabi Uniti.

Il deserto di Al Ain

Grazie al sostegno della Abu Dhabi Film Commission e della Creative Media Authority Abu Dhabi è stato possibile realizzare un set e delle riprese all’interno del deserto di Al Ain. Questa distesa di sabbia e dune a circa mezz’ora da Abu Dhabi è famosa per un’oasi con oltre 147mila palme da dattero percorsa dai tradizionali falaj (canali d’acqua) da tempo riconosciuta come patrimonio UNESCO e per un parco archeologico (il Jebel Hafit Desert Park) dove si trovano resti di tombe ad alveare risalenti a oltre cinquemila anni fa.

Ci sono anche gli Emirati Arabi tra le location di "Hokum": scopri dov'è stato girato l'horror
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Una vista suggestiva sul deserto di Al Ain

Il West Cork

Passando ai luoghi dov’è stato girato il film Hokum in Irlanda, la scelta del Cork occidentale non appare casuale: è una delle regioni più selvagge e per certi versi ancora rurale della nazione, con un paesaggio caratterizzato da spiagge deserte e distese brulle inframmezzate da piccoli villaggi isolati che rendono bene il senso di mistero e inquietudine che domina nel film.

Il nuovo horror di Damian McCarthy è girato in Irlanda: scopri le location di "Hokum"
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Il tipico paesaggio brullo del West Cork

Alcune delle scene chiave dell’horror sono state girate, per esempio, nei pressi del Caha Pass: un passo montuoso che, per quasi trenta chilometri e a oltre trecento metri di altitudine, taglia la cresta dell’omonima catena. La sua particolarità, oltre alle vedute senza pari sulle montagne e sulla Baia di Bantry in lontananza, è che è stato interamente scavato a mano.

Le location di "Hokum", l'horror nelle sale dal 5 agosto, in Irlanda
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Il misterioso paesaggio delle Caha Mountains

Altra location di Hokum è la foresta di Castlefreke: un’area verde con vista su quel che resta dell’antico castello omonimo, molto amata dalle famiglie e da chi fa trekking dove immergersi nella natura e, un po’ come succede al protagonista del film, prendersi una pausa della realtà.

West Cork: ecco dov'è stato girato "Hokum", il nuovo horror di Damian McCarthy
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La suggestiva foresta di Castelfreke

Per le scene di interni Damian McCarthy si è avvalso del Liss Ard Estate: una storica proprietà – oggi affittabile per eventi privati o per le proprie vacanze – con interni lussuosi, diversi acri di terreno circostante, un lago privato e il giardino dove l’artista James Turrel era solito recarsi a dipingere a disposizione degli ospiti.

Anche Bantry House, una dimora storica affacciata sull’omonima baia e famosa per i diversi ettari di giardini all’italiana, è tra i luoghi dell’Irlanda più “inedita” dov’è stato girato il film: l’intento era realizzare scatti sontuosi e senza tempo che dessero universalità agli eventi misteriosi vissuti dallo scrittore protagonista.

Il canyon dei misteri alpini: esplorando le Gole del Taugl, dove aleggiano leggende antichissime

A pochi chilometri dall’elegante città di Salisburgo, quindi proprio lì dove non te lo aspetti, l’acqua sembra avere preso il comando della scena. In zona, infatti, scorre il Taugl, un torrente di montagna che nasce nelle Osterhorngruppen ed entra nel Tauglboden, per poi attraversare una delle aree naturali più particolari del territorio di Bad Vigaun e Kuchl. Il suo corso alterna tratti aperti, banchi di ghiaia e rapide a una stretta forra calcarea, la Tauglklamm, un canyon selvaggio e poco addomesticato.

L’acqua si presenta trasparente, incredibilmente limpida nelle pozze scavate nella roccia, e con una temperatura decisamente alpina. D’estate la tentazione di entrarvi è forte, soprattutto presso la zona della Römerbrücke, ma bastano pochi secondi per capire la differenza tra un bagno in una piscina e una nuotata in un torrente alimentato dalle montagne.

La gola offre un volto ancora più emozionante: le pareti si stringono, la luce diminuisce e la roccia assume forme morbide. Alcuni punti sono adatti a un’escursione naturalistica, mentre la parte più stretta della Tauglklamm appartiene al territorio del canyoning e richiede esperienza, attrezzatura adeguata e condizioni idrologiche favorevoli. Da una parte, infatti, c’è la Tauglgries, area naturale ed europea protetta, con sentieri, punti panoramici e spazi per osservare la fauna; dall’altra una successione di roccia, acqua e passaggi stretti che restituisce una sensazione quasi primitiva.

Origine, formazione e leggende della Gola di Taugl

Ben prima che l’essere umano mettesse piede in questo magnifico pianeta, l’acqua ha inciso le rocce del suo letto, sfruttando fratture e punti più vulnerabili della massa calcarea. La pressione continua del torrente ha progressivamente approfondito il solco, modellando pareti, scivoli naturali e piccole vasche.

La Taugl alterna infatti due paesaggi molto diversi: nella parte più aperta il torrente si allarga e attraversa il Tauglgries, un ambiente dinamico fatto di ghiaia, vegetazione ripariale e superfici rocciose. Entrando nella forra il carattere cambia radicalmente, con il letto che si restringe e la roccia che assume un aspetto che pare lucidato dall’acqua.

La forza di questo torrente d’Austria resta evidente anche nella sua instabilità. Per chi pratica canyoning, una piena può modificare profondamente l’aspetto della forra. Tronchi, massi e sedimenti possono mutare la configurazione dei passaggi e delle rapide, rendendo una discesa diversa rispetto a quella affrontata in precedenza.

Un altro elemento sorprendente appartiene alla storia umana. Poco prima della Römerbrücke, il torrente forma una cascata e poi raggiunge il tratto storico del ponte, ma il nome può trarre in inganno. La struttura attuale risale infatti al 1613 e viene indicata dal turismo locale quale più antico ponte ancora esistente del SalzburgerLand.

Canyon del Taugl, Austria
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Il selvaggio Canyon del Taugl

Intorno alla costruzione del ponte è nata una leggenda decisamente più antica e inquietante: secondo il racconto popolare, una gola tanto profonda avrebbe richiesto l’intervento del Diavolo. Gli abitanti gli avrebbero chiesto aiuto per realizzare il passaggio sul torrente e in cambio il demonio avrebbe preteso il figlio di una mugnaia incinta, a patto che la costruzione fosse completata prima della nascita.

La donna riuscì a partorire poco prima della posa dell’ultima pietra. Furioso per l’inganno, il Diavolo stabilì allora che la prima creatura vivente passata sul ponte sarebbe appartenuta a lui. La mugnaia reagì con astuzia e fece attraversare la struttura a un gatto. La beffa mandò il demonio su tutte le furie e, secondo la tradizione, scagliò l’ultima pietra nella gola. Quella roccia porta ancora il nome di Teufelsstein, la Pietra del Diavolo. Nei periodi di magra può essere osservata dalla Römerbrücke, incastonata nel paesaggio del torrente.

La visita alla Taugl tra canyon, acqua gelida e natura protetta

La Taugl richiede prima di tutto una distinzione: la visita turistica del Tauglgries è adatta a un pubblico molto ampio, mentre la discesa della Tauglklamm è un’esperienza tecnica da canyoning. Confondere i due itinerari, quindi, potrebbe rivelarsi rischioso. Per una giornata nella natura, il punto di riferimento è il percorso tematico Lebensader Taugl, cioè “Lifeline Taugl”. Il sentiero attraversa il Tauglgries e presenta pannelli dedicati alla flora, alla fauna e agli equilibri dell’ecosistema fluviale. Lungo il tragitto sono presenti una piattaforma panoramica dotata di telescopio, aree di sosta e un parco naturalistico per bambini.

La piattaforma permette di osservare dall’alto il letto del torrente e le sue trasformazioni. Il Tauglgries ospita infatti specie rare, tra cui il corriere piccolo e il piro piro piccolo, uccelli che utilizzano le rive ghiaiose per la nidificazione.  Nei mesi caldi alcuni tratti della Taugl diventano apprezzati punti per il bagno. L’acqua resta gelida, ma il contrasto con le grandi lastre di roccia riscaldate dal sole rende l’esperienza particolare. La Römerbrücke offre inoltre un ottimo punto per osservare il torrente e raggiungere le zone balneabili vicine.

Per chi cerca un’esperienza più avventurosa arriva la Tauglklamm. L’ingresso alla forra prevede una discesa dal parcheggio fino al canyon e all’ingresso può essere presente una corda fissa (da verificare sempre sulle condizioni attuali). Successivamente il percorso entra nella sezione stretta della gola, con roccia levigata, pozze, piccoli salti e scivoli.

La parte più delicata riguarda la portata del torrente. In primavera e dopo piogge abbondanti il bacino può ricevere quantità d’acqua considerevoli. Una forra alpina cambia rapidamente con l’innalzamento del livello e la corrente può diventare pericolosa. La Tauglklamm va quindi affrontata con competenza specifica e attrezzatura da canyoning, preferibilmente con una guida qualificata per chi possiede poca esperienza.

Superato il tratto più stretto, il canyon si apre. Da quel punto una possibilità conduce verso l’uscita, mentre un itinerario più lungo prosegue lungo il corso del fiume fino alla Römerbrücke. La variante completa richiede organizzazione logistica e un’auto per il rientro, poiché l’escursione fluviale può raggiungere circa 7 km e 5 ore secondo le condizioni del percorso.

Dove si trova e come arrivare

La Taugl si trova nel SalzburgerLand, nella regione del Tennengau, a sud di Salisburgo, tra Bad Vigaun e Kuchl. Il territorio appartiene a una fascia alpina situata a breve distanza dalla città, caratterizzata da montagne, boschi, torrenti e paesaggi rurali. Bad Vigaun rappresenta il riferimento più pratico per visitare il Tauglgries e il percorso naturalistico.

Per raggiungere la zona della forra in automobile, l’accesso tecnico indicato per la Tauglklamm passa da Hallein verso Bad Vigaun e poi in direzione di St. Koloman / Tauglboden (Tauglbodenstraße). Presso l’ingresso alla gola è presente una piccola area di parcheggio con pochissimi posti. In alternativa si trovano aree di sosta più ampie nei dintorni, con distanze di alcune centinaia di metri o circa 1 km dall’ingresso.

Per una visita più rilassata al Tauglgries conviene invece partire dal centro di Bad Vigaun. Il percorso della Lebensader Taugl conduce verso la piana fluviale e attraversa l’area protetta fino alla Römerbrücke. La stessa zona può essere raggiunta anche in bicicletta oppure in automobile attraverso Unterlangenberg, in direzione Tauglgries.

Tra pini secolari e oscure acque glaciali c’è il Mummelsee, il leggendario Occhio della Foresta Nera

Acqua scura, quasi uno specchio d’ossidiana, una corona di abeti che sale lungo i pendii e il profilo della Hornisgrinde a dominare l’orizzonte. Si presenta così il Mummelsee, misterioso (e leggendario) lago della Foresta Nera che riesce a unire natura, storia geologica e tradizioni popolari con la stessa intensità.

Situato a 1.036 metri di quota vicino al borgo di Seebach, lungo la celebre Schwarzwaldhochstraße, la Strada Panoramica della Foresta Nera che collega Baden-Baden e Freudenstadt attraverso alcuni dei paesaggi più spettacolari della Germania, è raggiunto da migliaia di visitatori attratti sì dalla bellezza del panorama, ma anche spinti dalle misteriose leggende che da secoli lo circondano.

Molti lo chiamano “L’Occhio della Foresta Nera“, soprannome che nasce dalla forma quasi perfettamente circolare e dalla superficie che riflette il bosco circostante con una nitidezza sorprendente. Nelle giornate prive di vento sembra davvero che la montagna osservi il cielo attraverso una pupilla di cristallo. Basta però una nuvola, un cambio di luce o una leggera brezza perché l’atmosfera si trasformi completamente, ma regalando comunque scorci che sembrano usciti da un antico racconto.

Origine, formazione e leggende del Mummelsee

Il Mummelsee appartiene ai laghi glaciali della Foresta Nera, chiamati in tedesco Karsee. Rappresenta il più grande dei 7 bacini glaciali ancora presenti nella regione, oltre a figurare tra i più alti. La sua origine risale a circa 10.000 anni fa, al termine dell’ultima era glaciale. Enormi masse di ghiaccio scavarono lentamente una conca quasi circolare nella montagna. Con il progressivo ritiro dei ghiacciai, quella depressione si riempì d’acqua fino a formare il lago attuale. Oggi occupa una superficie di 3,7 ettari, raggiunge circa 18 metri di profondità e presenta un perimetro vicino agli 800 metri.

Alle sue spalle si innalza la Hornisgrinde, che con i suoi 1.164 metri è la cima più elevata della Foresta Nera settentrionale. Sul lato occidentale compare invece il Katzenkopf, altra vetta ricoperta da fitte foreste di conifere. L’acqua defluisce nel torrente Seebächle, che prosegue verso la valle di Seebach prima di confluire nel fiume Acher. Proprio il lago e questo corso d’acqua hanno dato il nome al paese di Seebach.

L’origine del nome Mummelsee affonda le radici, invece, nella tradizione popolare: un tempo la superficie ospitava numerose ninfee bianche chiamate nel dialetto locale Mummeln, termine dal quale derivò, per l’appunto, il nome del lago. Col passare dei secoli quella semplice spiegazione botanica lasciò spazio a racconti molto più affascinanti.

Secondo una delle leggende più celebri, nelle sue profondità sorgerebbe un magnifico castello di cristallo abitato dalle Mümmlein, eleganti ninfe delle acque dalla straordinaria bellezza. Durante la notte salivano in superficie per danzare tra gli alberi oppure raggiungevano le fattorie della valle, aiutando contadini e boscaioli nelle attività quotidiane o accudendo i bambini. Prima dell’alba rientravano sempre nel loro regno sommerso, rispettando gli ordini del sovrano del lago.

Una storia romantica racconta invece dell’amore tra una ninfa e un giovane contadino di Seebach. La ragazza rimase troppo a lungo con il suo innamorato durante una festa del villaggio e rientrò oltre l’ora stabilita. Il re del Mummelsee punì severamente quella disobbedienza, mentre il giovane attendeva sulla riva un segno della sorte dell’amata. Poco dopo una piccola onda color cremisi emerse dalla superficie: era il simbolo del tragico destino della ninfa, sacrificata per avere seguito il proprio cuore.

Altri racconti parlano del Re del Mummelsee, di spiriti che abiterebbero gli abissi e persino di un passaggio diretto verso il centro della Terra. Storie tramandate per generazioni che continuano ancora oggi ad alimentare il fascino di questo angolo della Foresta Nera.

Cosa fare e vedere al Mummelsee

Il giro di questo lago della Germania rappresenta il modo migliore per apprezzare il paesaggio. Un sentiero ad anello, pianeggiante e accessibile anche ai passeggini e alle persone con mobilità ridotta, consente di completare l’intero percorso in circa 20 minuti. Punti panoramici, scorci sul bosco e riflessi sempre diversi accompagnano l’intero itinerario.

Lungo il tragitto compare una raffinata statua in bronzo dedicata alla ninfa del Mummelsee, omaggio alle antiche leggende che ancora caratterizzano questo luogo. Poco distante si sviluppa anche un percorso artistico all’aria aperta, con installazioni contemporanee realizzate con materiali naturali.

Durante la bella stagione il lago cambia prospettiva grazie al noleggio delle barche a pedali. Dall’acqua la foresta appare ancora più imponente e il silenzio dona una sensazione difficile da descrivere. Secondo la tradizione, osservando con molta attenzione il centro del lago si potrebbe persino scorgere il bagliore del castello del Re del Mummelsee.

Barce sul Mummelsee
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Navigare il Mummelsee

Famiglie con bambini trovano un grande parco giochi ispirato alle storie della zona, con strutture dedicate ai piccoli esploratori e una casetta del fantasma del Mummelsee che narra le antiche leggende locali. Accanto sorgono negozi specializzati nei prodotti tipici della Foresta Nera, tra cui orologi a cucù, oggetti d’artigianato, liquori, miele, marmellate e specialità gastronomiche. Durante l’estate il forno a legna prepara pane contadino secondo ricette tramandate nel tempo, mentre alcune dimostrazioni permettono di osservare da vicino le fasi della lavorazione.

Chi desidera panorami ancora più ampi può salire verso la Hornisgrinde. Il sentiero raggiunge la vetta in circa 1 ora tra prati d’altura e boschi. Dalla torre panoramica lo sguardo abbraccia gran parte della Foresta Nera, la Valle del Reno e, nelle giornate limpide, persino la catena dei Vosgi in territorio francese.

Il Mummelsee rappresenta inoltre un importante punto di passaggio del Westweg, il più celebre itinerario escursionistico della Foresta Nera, riconoscibile dal caratteristico rombo rosso che accompagna gli escursionisti da Pforzheim fino a Basilea.

Dove si trova e come arrivare

Il Mummelsee si trova nel Baden-Württemberg, nel cuore della Foresta Nera settentrionale, vicino al comune di Seebach. La sua posizione lungo la Schwarzwaldhochstraße lo rende facilmente raggiungibile in automobile. Partendo da Baden-Baden bastano circa 40 minuti di viaggio lungo una delle strade panoramiche più belle della Germania. Freudenstadt dista circa 35 chilometri, mentre Strasburgo si raggiunge in poco più di 1 ora attraversando il confine franco-tedesco.

Un ampio parcheggio accoglie i visitatori direttamente accanto al lago, soluzione particolarmente pratica anche per famiglie e viaggiatori con poco tempo a disposizione. Tra maggio e ottobre, durante i fine settimana, un autobus collega il Mummelsee con la torre panoramica della Hornisgrinde, agevolando la salita verso la vetta. Alba, tramonto e prime ore del mattino regalano l’atmosfera più suggestiva.

Old Wardour Castle, il gioiello che ha fatto da sfondo a un celebre film di Robin Hood

Chi era bambino o adolescente negli Anni Novanta probabilmente lo ricorderà: le foreste dell’Inghilterra medievale, le battaglie con arco e frecce e Kevin Costner nei panni dell’eroe ribelle di Sherwood in Robin Hood – Principe dei ladri. Tra le location che hanno contribuito a creare quell’atmosfera epica c’è anche un luogo reale, oggi visitabile: Old Wardour Castle, uno dei castelli più affascinanti e insoliti del Wiltshire.

Quello che sul grande schermo sembrava una fortezza uscita da una leggenda è in realtà una straordinaria rovina medievale con una storia lunga oltre 600 anni. Costruito nel XIV secolo, il castello colpisce per la sua particolare struttura a sei lati, un’architettura unica in Inghilterra, e per il suo passato fatto di nobili famiglie, assedi e trasformazioni.

Un tempo residenza della famiglia Lovell e successivamente degli Arundell, Old Wardour Castle fu modernizzato in epoca Tudor e divenne protagonista di alcune delle pagine più movimentate della Guerra Civile inglese. Oggi le sue mura custodiscono sale d’epoca, una torre panoramica, una romantica banqueting house georgiana e persino una curiosa grotta gotica decorata con antiche pietre preistoriche recuperate.

Cosa vedere e fare a Old Wardour Castle

Passeggiare tra le mura di Old Wardour Castle è come ripercorrere oltre sei secoli di storia in una sola volta, tra architettura medievale, panorami sul lago e angoli che sembrano usciti da una fiaba. La prima cosa che colpisce è la particolare struttura a sei lati del castello, un progetto architettonico estremamente raro in Inghilterra. Durante il periodo Tudor la famiglia Arundell modernizzò parte dell’edificio: sulla facciata d’ingresso è ancora possibile osservare il loro stemma araldico.

Old Wardour Castle, Inghilterra, rovine
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Le rovine del castello

Tra gli ambienti più spettacolari spicca la Great Hall, un tempo il salone di rappresentanza dove il signore del castello riceveva gli ospiti più illustri. Ancora oggi si possono ammirare le eleganti finestre gotiche, le decorazioni scolpite e gli elementi architettonici dell’epoca. Una delle esperienze più suggestive è la salita lungo la torre orientale. Gli antichi gradini in pietra conducono fino ai piani superiori, dove si possono ancora osservare camini, latrine medievali e resti degli ambienti originari. Dalla sommità, inoltre, si gode di una vista panoramica sul lago, sui prati che circondano il castello e sulla campagna del Wiltshire.

Passeggiando tra le mura è possibile notare numerosi particolari scolpiti nella pietra. Sopra l’ingresso principale si trova un busto di Cristo che un tempo rifletteva la luce del sole, mentre nelle antiche cantine del vino si conservano volte in pietra, camini e decorazioni con teste di leone. Tra gli edifici più curiosi del complesso c’è anche la Banqueting House, costruita nel XVIII secolo sulle rive del lago. Con i suoi merli gotici e le vetrate istoriate, veniva utilizzata come luogo di ristoro per i visitatori che raggiungevano il castello durante il periodo georgiano. All’interno oggi è presente una piccola esposizione dedicata alla storia dei giardini paesaggistici, mentre dall’esterno si gode una delle viste più belle sull’intero complesso. Poco distante si trova anche la scenografica Grotto, una grotta artificiale in stile fantasy-gotico realizzata utilizzando persino antichi monoliti preistorici recuperati dal territorio circostante.

Old Wardour Castle, Inghilterra, Grotto
Getty Images
La scenografica grotta artificiale

Per conoscere davvero il passato del castello vale la pena utilizzare l’audioguida gratuita disponibile in loco. Tra gli episodi più emozionanti viene raccontata la storia di Lady Blanche Arundell, che durante la Guerra Civile inglese riuscì a difendere il castello per un’intera settimana con appena 25 uomini e le proprie domestiche contro le truppe parlamentari. Pochi mesi più tardi il maniero venne però conquistato e gravemente danneggiato durante un secondo assedio.

Old Wardour Castle è una meta ideale anche per chi viaggia con bambini. I più piccoli possono infatti partecipare al gioco interattivo “Can You Keep Your Castle?”, che permette di scoprire la storia del maniero attraverso enigmi e missioni, oppure seguire il Folktale Creature Trail, un percorso dedicato alle creature leggendarie del folklore inglese con tanto di attestato finale.

Dove si trova e come raggiungerlo

Old Wardour Castle si trova vicino al villaggio di Tisbury, nella contea del Wiltshire, nel sud-ovest dell’Inghilterra, a circa un’ora d’auto da Bath e Salisbury. Il castello è facilmente raggiungibile in automobile e dispone di parcheggio per i visitatori. Chi utilizza i mezzi pubblici può arrivare in treno fino alla stazione di Tisbury, collegata con Londra e Salisbury, per poi proseguire in taxi per pochi chilometri.

Old Wardour Castle, Inghilterra, facciata
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Una delle facciate del castello

L’ingresso è gestito da English Heritage e prenotando online entro il giorno precedente si ottiene uno sconto sul biglietto, mentre i soci possono accedere gratuitamente. Il castello è generalmente aperto tutti i giorni dalle 10:00 alle 17:00, con biglietti validi per l’intera giornata, così da poter visitare il sito senza limiti di tempo durante l’orario di apertura.

Burj Al Babas, il villaggio da fiaba diventato una città fantasma

Sembra un villaggio delle fiabe ma oggi è totalmente abbandonato; il progetto dietro a Burj Al Babas era quello di creare residenze di lusso per compratori facoltosi provenienti dai Paesi del Golfo. Oggi, però, ci sono centinaia di castelli allineati e incompiuti sulle colline turche che sembrano quasi una location abbandonata di un film. Ma cos’è successo a questo luogo che era destinato a diventare un quartiere di lusso?

Pompei: Fuori dal Tempo, le location del docudrama ridanno splendore all’antica città romana

Per un docudrama che cerca di ricostruire le ultime ventiquattr’ore prima dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. la scelta delle ambientazioni rischia di apparire scontata. Eppure nella serie in tre episodi in arrivo su Disney+ dal 23 luglio 2026 difficilmente si ha questa impressione: sarà per la presenza di Tom Hiddleston, che i più ricorderanno per aver interpretato il villain della Marvel Loki, o perché la produzione è quella, avvezza a portare sullo schermo immagini potenti, di National Geographic. Scopriamo insieme le location di Pompei: Fuori dal Tempo.

Di cosa parla

C’è qualcuno che è riuscito a sopravvivere alla distruzione di Pompei? È questa domanda che sembra aver ispirato la nuova serie Disney+ con Tom Hiddleston, a metà tra dramma cinematografico e documentario investigativo. Grazie all’aiuto dello storico Steven L. Tuck vengono ricostruite in particolare le vite di tre personaggi che, le fonti storiche suggeriscono, si sono salvati dal fiume di lava, lapilli e ceneri che ricoprì la città quella notte: quella di Avianius, un giovane apprendista fabbro; quella di Iulia Felix, potente donna d’affari che era solita affittare i locali della propria villa, e quella di un membro della Guardia Pretoriana che quel giorno si trovava per caso a Pompei.

Dov’è stata girata la serie

Le location di Pompei: Fuori dal tempo si trovano, va da sé, tutte all’interno del Parco Archeologico di Pompei: sulle stesse strade che quel giorno videro fuggire migliaia di persone disperate, passeggiando tra resti di antiche ville romane e locali un tempo a uso pubblico come terme, mercati, termopoli Tom Hiddleston incontra archeologi ed esperti di storia dell’età romana, si ferma a parlare con loro e a contemplare gli inestimabili tesori che oggi custodisce Pompei.

"Pompei: Fuori dal Tempo", il docudrama con Tom Hiddleston, è stato girato all'interno del Parco Archeologico
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È un vero tesoro quello custodito a Pompei

Il Parco Archeologico di Pompei

Come ribadito anche all’interno della serie, la zona è ancora oggi oggetto di studi e di ricerche che periodicamente portano alla luce nuovi sorprendenti ritrovamenti come, ultimo in ordine di tempo, quello degli scheletri di due uomini in fuga dall’eruzione.

L’area degli scavi è molto vasta, quasi 450 mila metri quadrati che la rendono una delle più grandi di tutto il Sud Italia, e per questo difficile da esplorare in una sola visita a meno di non fermarsi a osservare solo poche, selezionate, attrazioni di Pompei: le più importanti per il passato della città e per la storia del sito archeologico.

Si trovano tutte all'interno degli scavi le location di "Pompei: Fuori dal Tempo"
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Le magnificenti rovine di Pompei

Via dell’Abbondanza: il cuore dell’antica Pompei

In alcune inquadrature del trailer di Pompei: Fuori dal Tempo si vede Tom Hiddleston camminare lungo Via dell’Abbondanza, riconoscibile per i grossi blocchi di basalto. Un tempo era la più importante arteria commerciale della città, tanto che percorrendola è facile notare ancora gli ingressi delle tabernae – caratterizzati da un’apertura più larga verso l’esterno, la presenza di banconi di pietra e qualche volta dei fori per i contenitori in ceramica che nei termopoli servivano per riscaldare le vivande – e quelli delle abitazioni private, insieme a una serie numerosissima di iscrizioni, tra cui anche iscrizioni elettorali che invitavano a votare per questo o quel candidato.

"Pompei: Fuori dal Tempo": dov'è stata girata la serie National Geographic con Tom Hiddleston
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Un’iconica strada dell’antica Pompei

Oggi la Via dell’Abbondanza, chiamata così perché è qui che avvenne uno dei primi ritrovamenti archeologici: una fontana contenente un’allegoria dell’abbondanza, attraversa gli scavi da est a ovest collegando due tappe obbligate di ogni visita come sono il Foro e l’Anfiteatro.

Il primo era la piazza principale della città dove si svolgevano i più importanti eventi civili e religiosi e su cui si affacciavano la maggior parte degli edifici pubblici: oggi è spoglio, ma un tempo doveva avere statue e marmi a impreziosirlo. L’Anfiteatro di Pompei, uno dei più antichi conosciuti, era utilizzato in origine per spettacoli circensi e di gladiatori. Oggi è tra le aree accessibili anche a prescindere dalla visita al Parco Archeologico, in occasione di concerti e grandi eventi musicali: suggestiva è la vista sul Vesuvio che si ha dal suo interno.

La fortezza scolpita nella roccia (dotata di poteri) che domina il Mar Egeo: il Castello di Monolithos

Lungo la costa occidentale di Rodi, lontano dalle spiagge più frequentate e dai centri turistici, una gigantesca roccia si innalza per 236 metri sopra il Mar Egeo. Ed è sulla sua sommità che si distingue un profilo frastagliato, mentre lo sguardo abbraccia il blu intenso del mare, le falesie che precipitano verso l’acqua e l’isola di Halki. Quella è l’inconfondibile silhouette del Castello di Monolithos, una delle fortezze medievali più scenografiche dell’isola e, per molti, anche la più spettacolare.

Il vento accompagna la visita, portando con sé il profumo della macchia mediterranea e il richiamo dei gabbiani che sorvolano la costa. Il nome Monolithos significa “unica pietra” e richiama proprio l’enorme blocco roccioso sul quale la fortezza venne edificata. Qualcuno, però, racconta una storia diversa: secondo una leggenda, il nome deriverebbe da un misterioso monolite nero dotato di poteri metafisici, trasportato fin qui dai Cavalieri di San Giovanni durante il ritorno dalla Terra Santa. Un racconto privo di conferme storiche, eppure ancora vivo nella tradizione locale.

Oggi il castello mantiene gran parte del fascino originario, con le mura che seguono perfettamente i bordi della roccia, mentre resti di torri, cisterne e antiche strutture ne testimoniano il ruolo strategico, in quanto costruito per controllare il mare e difendere i villaggi dell’entroterra dagli attacchi dei pirati.

Breve storia del Castello di Monolithos

La particolare posizione del promontorio aveva già attirato l’attenzione delle popolazioni antiche. Sulla vetta sorgeva infatti una torre di avvistamento, successivamente sostituita da una fortificazione bizantina. L’aspetto attuale risale, invece, alla seconda metà del XV secolo. Dopo avere conquistato Rodi nel 1309, i Cavalieri dell’Ordine di San Giovanni rafforzarono progressivamente il sistema difensivo dell’isola, costruendo una rete di castelli destinati a sorvegliare la costa e a contrastare incursioni piratesche e attacchi provenienti dal mare.

La ricostruzione del Castello di Monolithos venne completata poi intorno al 1476, durante il magistero di Pierre d’Aubusson, uno dei più celebri Gran Maestri dell’Ordine. Ancora adesso il suo stemma è scolpito sopra l’antico ingresso, preziosa testimonianza dell’intervento dei Cavalieri.

Durante il dominio dei Cavalieri, Monolithos rappresentava una delle 4 fortezze più potenti dell’isola. L’altezza della rupe, la difficoltà di accesso e la vista aperta sull‘Egeo trasformavano questo luogo in un punto di osservazione quasi imprendibile. Nel 1522, dopo il lungo assedio ottomano che pose fine alla presenza dei Cavalieri a Rodi, anche Monolithos passò sotto il controllo dei Turchi.

Col passare dei decenni la pirateria perse progressivamente importanza, rendendo meno strategica una fortezza così isolata e difficile da raggiungere. L’abbandono arrivò lentamente, lasciando che il tempo trasformasse l’interno in un suggestivo insieme di ruderi. Accanto alla storia documentata continua però a vivere quella tramandata dagli abitanti del luogo: la leggenda del misterioso monolite nero, custodito dai Cavalieri e dotato di misteriosi poteri, aggiunge un velo di fascino a un posto già ricco di atmosfera.

Cosa vedere durante la visita del Castello di Monolithos

Il viaggio inizia già lungo la strada panoramica che attraversa il versante occidentale di Rodi. Curve, boschi di pini, scorci sul mare e piccoli villaggi accompagnano l’avvicinamento fino alla base dell’enorme sperone roccioso. L’automobile arriva praticamente ai piedi della rupe e da quel punto parte un breve sentiero con gradini modellati nella pietra che conduce all’ingresso della fortezza. La salita richiede pochi minuti, anche se alcuni tratti risultano abbastanza ripidi.

Una volta raggiunta la cima, il panorama cattura immediatamente l’attenzione. L’occhio segue la linea frastagliata della costa occidentale, mentre Halki appare quasi sospesa sul mare. Nelle giornate terse si distinguono perfettamente anche i piccoli isolotti che punteggiano questo tratto di Egeo.

Le mura perimetrali risultano ancora ben conservate e permettono di comprendere chiaramente l’estensione originaria del castello. All’interno, invece, prevalgono ruderi che raccontano la lunga storia della fortezza. Emergono resti delle torri difensive, antiche cisterne destinate alla raccolta dell’acqua piovana e parti delle gallerie utilizzate durante il periodo medievale.

Tra gli elementi più caratteristici ci sono due piccole chiese costruite una accanto all’altra. La prima, dedicata a San Panteleimon, risale al XV secolo ed è stata restaurata nel corso degli anni. L’esterno candido mette in scena un contrasto sorprendente con la pietra scura della rupe e con il blu intenso del cielo. La seconda cappella conserva invece un aspetto più antico ed è ormai in rovina, evocando l’immagine di un posto rimasto immobile nel tempo.

Chiesa del Castello di Monolithos in Grecia
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Una delle chiese del Castello di Monolithos

L’assenza di edifici moderni aiuta a percepire pienamente il rapporto tra la fortezza e il paesaggio circostante. Roccia, mare e cielo sembrano fondersi in un unico scenario, regalando una prospettiva difficile da dimenticare. Le prime ore del mattino valorizzano i colori della costa con una luce morbida, mentre il tardo pomeriggio offre tramonti spettacolari.

Dove si trova e come arrivare

Il Castello di Monolithos sorge nell’omonimo villaggio situato nella parte sud-occidentale di Rodi, sul monte Akramitis, la seconda cima più alta dell’isola. La distanza dalla Città di Rodi è di circa 75 chilometri e il tragitto richiede mediamente 1 ora e 30 minuti in automobile. Ai piedi della rupe si sviluppa il piccolo borgo, costruito ad anfiteatro sul pendio della montagna. Anch’esso vale una sosta, perché è un insieme di case tradizionali, stradine tranquille e panorami aperti sul mare.

La strada asfaltata raggiunge direttamente la base della roccia, vicino alla quale sono presenti alcuni spazi destinati al parcheggio. Da qui si prosegue lungo la scalinata scavata nella pietra fino all’ingresso della fortezza. Una visita al castello si abbina facilmente ad altre tappe della costa occidentale. A circa 2 chilometri si trova Fourni Beach, ampia spiaggia di sabbia e ciottoli particolarmente apprezzata al tramonto. Proseguendo verso sud si raggiungono invece Glyfada e Apolakia, mentre risalendo verso l’entroterra si incontra il borgo di Messanagros insieme al monastero di Skiadi, affacciato su uno dei panorami più emozionanti di tutta Rodi.

Monolithos rappresenta una delle testimonianze medievali più affascinanti dell’isola greca. La posizione sulla sommità della rupe, la lunga storia legata ai Cavalieri di San Giovanni e il panorama aperto sull’Egeo rendono questa fortezza una tappa in grado di lasciare un ricordo profondo, ben oltre la semplice visita a un castello.

La valle dove l’acqua diventa pietra: viaggio nella misteriosa Val Gelana, gioiello nascosto dell’Appennino

Non la conosce quasi nessuno, anzi, potremmo definirla un tesoro “di nicchia” vero e proprio, eppure nel cuore dell’Appennino parmense esiste una valle sorprendente dove la natura sembra aver riscritto le proprie regole. Qui l’acqua non scorre soltanto tra boschi e rocce, ma lascia dietro di sé una traccia visibile del suo passaggio: piccole cascate, concrezioni minerali e spettacolari depositi di travertino che trasformano il paesaggio in un luogo quasi fiabesco.

È la Val Gelana, una piccola perla nascosta nel territorio di Bedonia, in provincia di Parma, un geosito di rilevanza locale ancora lontano dai grandi circuiti turistici, ma capace di sorprendere chi decide di esplorarlo. Una valle dove ogni dettaglio racconta il lento lavoro dell’acqua: dalle rocce modellate nel corso dei secoli fino ai particolari “drappi” di carbonato di calcio che ricoprono alcuni tratti del torrente, creando scenari insoliti per l’Appennino.

Val Gelana, dove le cascate si tramutano pietra

La caratteristica più affascinante della Val Gelana è legata proprio alle sue acque. Il torrente Gelana attraversa rocce particolarmente ricche di minerali e, durante il suo percorso, raccoglie grandi quantità di bicarbonato di calcio. Quando l’acqua raggiunge i salti delle cascate, il carbonato di calcio tende a depositarsi creando nel tempo vere e proprie sculture naturali: ammassi rocciosi, piccole vaschette in serie e spettacolari formazioni di travertino di cascata.

Bedonia, Carniglia, Ponte di Maria Luigia sul torrente Gelana
Ufficio Stampa
Il Ponte di Maria Luigia sul torrente Gelana

Il risultato è un paesaggio raro, dove il confine tra acqua e pietra sembra quasi scomparire. Le cascate non sono soltanto un elemento del panorama, ma diventano esse stesse protagoniste di un processo geologico ancora in corso.

Oltre alla sua particolarità geologica, la Val Gelana custodisce anche un patrimonio storico e paesaggistico tutto da scoprire. Il percorso escursionistico che attraversa la valle regala scorci panoramici già nella parte iniziale, tra Case Gelana e Caneso, dove emergono i segni dell’antico rapporto tra uomo e montagna: campi conquistati alla natura, prati coltivati e piccoli insediamenti che raccontano la vita delle comunità locali.

La valle conserva anche memorie legate al passato del territorio, tra cui i passaggi di Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma, e alcuni ponti in pietra costruiti durante il periodo del Ducato, ancora oggi percorribili.
Scendendo verso la forra del torrente, invece, la presenza umana lascia spazio completamente alla natura: il bosco diventa più fitto, l’acqua accompagna il cammino e compaiono i resti di antichi mulini abbandonati, testimonianza di un passato rurale ormai nascosto dal tempo.

Dove si trova la Val Gelana e come raggiungerla

Se vi abbiamo incuriosito e invogliato a intraprendere un’avventura nella natura più incontaminata, adesso vi spieghiamo come localizzare l’escursione. La Val Gelana si trova nell’Appennino parmense, nel territorio del comune di Bedonia, in provincia di Parma, all’interno di un’area caratterizzata da boschi, torrenti e piccoli borghi di montagna.

Per raggiungerla è possibile arrivare fino a Bedonia in auto e proseguire verso la località di Case Gelana, punto di partenza dei principali percorsi escursionistici della valle. Da qui si può iniziare l’esplorazione a piedi seguendo i sentieri che accompagnano il torrente Gelana tra cascate, formazioni di travertino e scorci naturali suggestivi. Il percorso richiede scarpe da trekking e un minimo di preparazione, soprattutto nei tratti più vicini alla forra del torrente.

La piscina naturale custodita dalle ninfe: storia, miti e segreti del Laghetto delle Ondine a Pantelleria

In Italia abbiamo un’isola che racconta la sua storia attraverso la pietra. Il suo nome è Pantelleria, e qui il fuoco ha lasciato tracce profonde, trasformando il paesaggio in un susseguirsi di colate laviche, pareti scure, scogliere frastagliate e cale dall’aspetto primitivo. Sul versante nord-orientale, tra Punta Spadillo e Cala Cinque Denti, si nasconde infatti uno dei suoi angoli più affascinanti, ovvero il Laghetto delle Ondine, il quale appare all’improvviso con un’acqua limpida che assume sfumature turchesi e verdi in continuo cambiamento.

Basta affacciarsi sul bordo per capire perché questo luogo venga considerato uno dei simboli naturalistici di Pantelleria: dall’alto sembra una gemma incastonata nella pietra nera, mentre tutt’intorno il Mediterraneo mostra un carattere completamente diverso. Pochi metri separano la quiete della conca dalla forza del mare aperto, caratterizzato da fondali profondi e correnti sostenute.

La particolarità del Laghetto delle Ondine risiede proprio in questo contrasto. All’interno l’acqua resta generalmente calma, protetta dalla scogliera, mentre all’esterno le onde modellano ancora oggi la costa. Quando il Maestrale acquista intensità, lo spettacolo muta completamente grazie alle creste delle onde che superano il bordo roccioso, riempiono il bacino con una cascata di spruzzi e rendono la piscina naturale una sorta di idromassaggio creato dalla natura. È un posto davvero unico in tutto il Mediterraneo.

Origine, formazione e le leggende del Laghetto delle Ondine

La bellezza del Laghetto delle Ondine affonda le radici in una storia geologica iniziata circa 7.000 anni fa. In quel periodo l’attività vulcanica di Pantelleria diede origine al domo lavico del Khaggiàr, una grande struttura formatasi dall’accumulo di lave molto viscose appartenenti al ciclo eruttivo successivo al celebre Tufo Verde dell’isola.

Le colate trachitico-pantelleritiche raggiunsero la costa, creando un paesaggio fatto di rocce compatte e spettacolari strutture colonnari. Con il trascorrere dei millenni, il mare iniziò un paziente lavoro di trasformazione. Onde, salsedine e ciottoli trascinati dalla risacca scavarono lentamente la superficie lavica, sfruttando fratture e punti più fragili della roccia.

Oggi ciò di cui possiamo godere è una formazione geomorfologica estremamente rara lungo una costa marina. Gli studiosi la classificano come una marmitta dei giganti costiera, una cavità modellata dal moto vorticoso dell’acqua che fa ruotare piccoli ciottoli, in grado di levigare e scavare progressivamente la pietra vulcanica. Il Laghetto delle Ondine rappresenta uno dei migliori esempi italiani di questo fenomeno e per tale motivo è riconosciuto come geosito di interesse nazionale.

L’acqua arriva direttamente dal mare e durante le mareggiate supera il bordo della conca, rinnova continuamente il bacino e mantiene un ambiente salmastro dalle tonalità cangianti. La profondità resta contenuta e raggiunge circa 2 metri nel punto più profondo, mentre gran parte del fondale risulta decisamente più basso.

Anche il nome contribuisce ad alimentarne il fascino: secondo la tradizione richiama le Ondine, figure della mitologia europea associate alle acque dolci e marine, creature affini alle ninfe della cultura mediterranea. Immaginare questi spiriti intenti a danzare tra gli spruzzi del Maestrale diventa quasi naturale osservando il laghetto nelle giornate ventose, quando la superficie si anima di giochi d’acqua e riflessi luminosi.

Cosa fare e vedere durante la visita

Prima compare la costa lavica, poi il profilo del vecchio Faro di Punta Spadillo e infine, tra le rocce, affiora questa piccola piscina naturale della Sicilia che sembra scolpita da uno scultore. La passeggiata finale attraversa un ambiente tipicamente pantesco, dominato dal colore scuro della pietra lavica e dal profumo della macchia mediterranea. L’orizzonte resta aperto sul Canale di Sicilia e il mare accompagna l’intero percorso con il rumore delle onde che si infrangono contro la scogliera.

Raggiunto il laghetto, viene spontaneo fermarsi qualche minuto sul bordo della conca. La trasparenza dell’acqua permette di distinguere il fondale e le sfumature cambiano continuamente in base alla luce del sole. Al mattino prevalgono tonalità cristalline, mentre nel tardo pomeriggio la pietra lavica acquista riflessi dorati che rendono il paesaggio ancora più suggestivo.

Chi desidera fare il bagno trova una piscina naturale protetta dal mare aperto. L’ingresso avviene direttamente dalla roccia levigata e richiede attenzione, soprattutto se la superficie risulta bagnata. Scarpe da scoglio oppure calzature sportive facilitano gli spostamenti lungo il tratto roccioso.

La vera particolarità arriva con il Maestrale: in presenza di vento sostenuto, il mare riversa onde all’interno del bacino, regalando una sensazione davvero insolita. Gli spruzzi salgono oltre il bordo della conca e il continuo ricambio dell’acqua fa sì che l’esperienza sia ancora più spettacolare. Proprio queste giornate attirano fotografi e appassionati di paesaggi naturali, desiderosi di immortalare il momento in cui il mare conquista per qualche istante il piccolo laghetto.

Vale comunque una precisazione importante, in quanto il mare antistante presenta fondali molto profondi e correnti anche intense. Il contrasto tra la tranquillità del laghetto e la forza del tratto costiero circostante può trarre in inganno, perciò conviene limitare il bagno alla conca naturale ed evitare il mare aperto durante condizioni meteo sfavorevoli.

Mancano, infine, stabilimenti balneari, punti ristoro e servizi turistici, caratteristica che contribuisce a preservarne l’atmosfera autentica. Conviene perciò arrivare già attrezzati con acqua, protezione solare e tutto il necessario per trascorrere qualche ora tra gli scogli.

Dove si trova e come arrivare

Il Laghetto delle Ondine occupa un tratto della costa nord-orientale di Pantelleria, tra Punta Spadillo e Cala Cinque Denti, ai piedi dello storico faro che domina questo settore dell’isola. La posizione permette di raggiungere facilmente anche il vicino Museo Vulcanologico, dedicato alla straordinaria storia geologica dell’arcipelago.

Dal centro abitato di Pantelleria si percorre la strada perimetrale in direzione Khamma. Superata Cala Cinque Denti, si svolta lungo Via Spadillo seguendo le indicazioni per il Museo Vulcanologico. Al termine della strada si trova un parcheggio dal quale parte il sentiero segnalato diretto al laghetto.

L’ultimo tratto richiede circa 10-15 minuti lungo un percorso sterrato abbastanza semplice, anche se il terreno vulcanico suggerisce calzature adatte. Durante il tragitto il panorama si apre progressivamente sulla costa orientale dell’isola, regalando scorci che anticipano la bellezza della destinazione finale.

Anche via mare rappresenta un’opzione praticabile, soprattutto durante escursioni in barca lungo il periplo di Pantelleria. Dal livello dell’acqua il Laghetto delle Ondine mostra un volto completamente diverso, perché la roccia vulcanica rivela tutta la propria imponenza e la piccola conca appare quasi invisibile, nascosta tra le pieghe della scogliera.

Pantelleria, Laghetto delle Ondine
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Il Laghetto delle Ondine visto dall’alto

In questo angolo di Pantelleria il vulcano, il mare e il vento continuano ancora oggi a dialogare, modellando lentamente un punto dell’isola che conserva intatto il fascino delle grandi meraviglie naturali.

The East Palace, le location del k-drama tra le zone più affascinanti della Corea del Sud

La nuova serie k-drama in arrivo su Netflix dal 17 luglio 2026 unisce mistero, azione, storia, leggende e tradizioni della Corea del Sud: dai parchi naturali agli edifici dallo stile inconfondibile, scopriamo insieme le location di “The East Palace” (“Donggung”, nella versione originale).

Di cosa parla

Una presenza sinistra aleggia nel palazzo del principe ereditario: per capirne di più il re si rivolge a Gu-cheon (Nam Joo-hyuk) e Saeng-gang (Roh Yoon-seo), i protagonisti della serie scritta da Kwon So-ra e Seo Jae-won e diretta Choi Jung-kyu.

Lui è un acchiappa fantasmi famoso perché capace di trasformarsi in uno spirito ma mantenere al contempo il controllo sulla spada con cui può ucciderli. Lei è una dama di corte che riesce a comunicare con l’aldilà sentendone le voci e parlando con i morti. Insieme riescono a svelare l’oscuro segreto che avvolge il Palazzo Reale.

Il 17 luglio arriva su Netflix il k-drama "The East Palace"
Ufficio stampa Netflix
Una scena da “The East Palace”

Dov’è stata girata la serie

Per questo dark fantasy in stile coreano la produzione ha optato per un mix di ambientazioni reali – ed effettivamente visitabili se si è appassionati di set-jetting, ossia di viaggi alla scoperta dei luoghi di film e serie Tv – e scene girate in studio, con l’ausilio di effetti speciali e CGI. Le location di The East Palace realmente esistenti si trovano tutte in Corea del Sud.

Il Seoraksan National Park

Prima di essere convocato dal re per la missione speciale della serie, Gu-cheon viveva in isolamento nella natura: le scene riguardanti questa parte della sua vita sono state girate all’interno del Seoraksan National Park. Si tratta di un parco nazionale nella zona centro-occidentale della Corea del Sud che il governo ha più volte candidato come patrimonio UNESCO: nei suoi oltre 160 chilometri quadrati di estensione custodisce infatti una serie di attrazioni naturalistiche, paesaggistiche, storiche, artistiche e culturali dal valore inestimabile.

Tra le location di "The East Palace" c'è il Seoraksan National Park
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L’incantevole Seoraksan National Park

Il parco ha innanzitutto una forte biodiversità. Al suo interno si possono osservare una grande quantità di specie vegetali: dalle querce al pino siberiano, passando per specie rare come la Hanabusaya asiatica (una pianta da fiore della famiglia delle campanulacee). Anche la fauna abbonda: scoiattoli volanti, sparvieri cinesi popolano il parco insieme a specie in via di estinzione come il picchio di Tristram e il goral coreano. Il Seoraksan National Park è ben frequentato insomma, in tutti i periodi dell’anno, da amati delle osservazioni e più in generale da chi vuole ritrovare un certo contatto con la natura. Numerosi sentieri, di diversi livelli di difficoltà e adatti quindi a molte tipologie di camminatori: dai principianti ai più esperti, lo rendono una meta ideale anche per il trekking.

Nei luoghi dov'è stata girata la serie "The East Palace": il Seoraksan National Park
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La natura è spettacolare al Seoraksan National Park

Da non perdere è un’escursione in prossimità della Roccia di Ulsanbawi: una delle cime grantiche più iconiche del parco facile da riconoscere, anche nelle inquadrature di The East Palace, grazie alle cinque vette. Con i suoi oltre 870 metri di altezza sul livello del mare, anche se non è la più alta del Seoraksan National Park, offre una vista senza pari sul Mar dell’Est dove all’alba si può assistere al sorgere del sole

"The East Palace": le location all'interno del Seoraksan National Park (Sud Corea)
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La magnificente Roccia di Ulsanbawi

Le Cascate di Biryong e più ancora quelle di Towangseong, uno spettacolare sistema a tre livelli alto oltre 300 metri, sono tra le altre attrazioni da non perdere all’interno del Seoraksan.

Lo stesso vale per il tempio di Sinheungsa: un’oasi di pace e tranquillità dove avere un assaggio di quelli che sono i principi del buddismo coreano. Fondato nel 652, il tempio ha avuto nei secoli una fortuna alterna con la pagoda e gli altri edifici principali che sono andati distrutti almeno una volta per via di un incendio. Oggi è famoso soprattutto per la più grande statua bronzea di un Buddha esistente al mondo alta oltre 14 metri: il “Grande Buddha dell’Unificazione”, così è chiamata, cogliendo lo spirito del luogo.

"The East Palace": le location reali del nuovo k-drama Netflix
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L’imponente statua del Grande Buddha dell’Unificazione

Altre location

Il titolo originale e le numerose scene ambientate in edifici che ricordano quelli tipici dell’era della dinastia Joseon hanno alimentato il dubbio che tra le location di The East Palace ci fosse anche il Donggung Palace and Wolji Pond. Lo storico sito della città di Gyeongju non è, però, tra i luoghi dov’è stata girata la nuova serie k-drama Netflix.

Dov'è stata girata "The East Palace": le scene in studio
Ufficio stampa Netflix
Il palazzo infestato della nuova serie k-drama Netflix

Le scene in questione, che vedono i protagonisti all’interno del palazzo reale infestato, sono state girate all’interno del Mungyeong Saejae Open Set: uno degli studios – visitabile – più utilizzati per girare i drama coreani, specie quelli di ambientazione storica.

Su quali set è stata girata la nuova serie k-drama Netflix "The East Palace"?
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L’iconico Mungyeong Saejae Open Set

Il regno di Ulisse potrebbe non essere Itaca: dove si trova il luogo raccontato da Omero

Per secoli, ogni viaggiatore appassionato di storia e di miti che ha fatto rotta verso lo Ionio ha cercato la stessa cosa: Itaca, l’isola dal profilo aspro, il profumo di macchia mediterranea e quel senso di “casa” che Omero ha impresso nel nostro immaginario.

Eppure, la scienza e la filologia stanno per servire un colpo di scena degno delle migliori trame cinematografiche. Proprio mentre cresce l’attesa per l’uscita nelle sale di Odyssey, il nuovo film di Christopher Nolan, una ricerca pubblicata sulla rivista Antigone scuote il mito: la patria di Ulisse non era un’isola e non si trovava dove abbiamo sempre pensato.

Per i viaggiatori moderni, quindi, si apre una mappa tutta nuova da esplorare. Il vero regno dell’eroe più astuto dell’antichità si troverebbe a Cefalonia, più precisamente nella penisola di Paliki. Un’affermazione audace, frutto di venticinque anni di indagini che incrociano geologia, droni e una rilettura millimetrica dei testi classici.

Dalle Dolomiti al Lago di Bracciano, i luoghi di film e serie Tv italiani da raggiungere quest’anno

Il set-jetting, o cineturismo, è una delle tendenze di viaggio più forti degli ultimi anni. Dopo aver conquistato tutti con fenomeni come The White Lotus, Emily in ParisBridgerton, oggi sono sempre di più i viaggiatori che scelgono la prossima destinazione ispirandosi ai luoghi visti sul grande e piccolo schermo. Attenzione però: non si tratta solo di visitare una location, ma di vivere in prima persona le atmosfere di un film o di una serie Tv che ci ha appassionato, passeggiando negli stessi borghi e ammirando quei panorami suggestivi che hanno catturato il nostro immaginario.

L’Italia, all’interno di questo trend, è una delle regine: dalle Dolomiti alla Toscana, passando per il Lago di Garda e città eleganti baciate dal sole, fino a piccoli borghi affacciati su un lago poco conosciuto, sono tanti gli scenari che quest’anno spopoleranno tra gli amanti del jet-setting grazie alle nuove produzioni cinematografiche ambientate nel Belpaese e di cui abbiamo parlato nei nostri articoli.

Le Dolomiti di “Una nuova vita” e di “Rosso Volante”

Tra le destinazioni che si candidano a diventare protagoniste del set-jetting di montagna nel 2026 ci sono le Dolomiti di Una nuova vita, la fiction con Anna Valle e Daniele Pecci. Girata tra Primiero San Martino di Castrozza e Predazzo, la serie valorizza alcuni degli scenari più spettacolari del Trentino, trasformandoli in un invito al viaggio.

Anna Valle e il laghetto Welsperg
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Anna Valle e il laghetto Welsperg, location di “Una nuova vita”

Protagonista assoluta è San Martino di Castrozza, ai piedi delle Pale di San Martino, Patrimonio UNESCO, una località amata tutto l’anno tra escursioni estive, piste da sci e panorami mozzafiato.

San Martino di Castrozza, location di "Una nuova vita"
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San Martino di Castrozza, location principale di “Una nuova vita”

Sullo schermo compaiono anche il suggestivo Laghetto Welsperg, immerso nella Val Canali, e Fiera di Primiero, borgo dal fascino alpino con eleganti edifici storici.

Completano questo suggestivo itinerario Tonadico e Sagron Mis, due piccoli borghi immersi nella natura che, grazie alla fiction, potrebbero diventare le nuove mete da segnare in agenda.

Le Dolomiti sono le regine del cineturismo italiano, complice anche l’eco delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026. Oltre alla fiction con Anna Valle, sono state protagoniste anche delle ambientazioni di Rosso Volante, il film con Giorgio Pasotti dedicato al campione di bob Eugenio Monti, è stato girato tra alcuni degli scenari più iconici delle Dolomiti Bellunesi.

Le location di "Rosso Volante": in foto Cortina d'Ampezzo
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Le location di “Rosso Volante”: in foto Cortina d’Ampezzo

Cuore delle riprese è stata Cortina d’Ampezzo, con le sue montagne Patrimonio UNESCO e luoghi simbolo come lo storico Hotel de la Poste, che nel film riporta in vita l’atmosfera degli Anni Sessanta. Accanto alla “Regina delle Dolomiti” compare anche San Vito di Cadore, immerso in una verde conca ai piedi delle cime bellunesi.

Il Lago di Bracciano di “A testa alta – Il coraggio di una donna”

Tra le location che hanno già conquistato i lettori (e viaggiatori) diventando protagonista del set-jetting italiano, c’è il Lago di Bracciano, scenario principale di A testa alta – Il coraggio di una donna, la serie Tv Rai con Sabrina Ferilli.

Le location di "A testa alta" con Sabrina Ferilli
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Le splendide location di “A testa alta” con Sabrina Ferilli

Le riprese si sono svolte in particolare ad Anguillara Sabazia, uno dei borghi più affascinanti del Lazio, affacciato sulle acque del bacino lacustre. Vicoli medievali, piazzette panoramiche e un suggestivo lungolago fanno da cornice a una destinazione che unisce tranquillità, storia e paesaggi romantici, perfetta per un weekend fuori porta.

La Bari di “Guerrieri – La regola dell’equilibrio”

Tra le destinazioni che potrebbero beneficiare dell’effetto set nel 2026 c’è Bari, protagonista di Guerrieri – La regola dell’equilibrio, la serie Tv con Alessandro Gassmann ispirata ai romanzi di Gianrico Carofiglio.

Bari è la location principale di "Guerrieri"
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Bari è la location principale di “Guerrieri”

La fiction racconta una città elegante e autentica, tra il centro storico, il lungomare e i suoi luoghi simbolo, diventando un vero e proprio itinerario da seguire: le riprese attraversano il Tribunale di Bari, Palazzo Ietri, il quartiere Murat, Bari Vecchia con la celebre Via delle Orecchiette e il lungomare, mostrando una città ricca di fascino.

La serie si spinge anche oltre il capoluogo, accendendo i riflettori su alcuni dei borghi più belli della regione, come Giovinazzo, Trani e Monopoli, oltre ai centri dell’entroterra di Modugno e Grumo Appula.

La campagna laziale di “Benvenuti in campagna”

Tra i luoghi che potrebbero alimentare il desiderio di una fuga slow nel 2026 c’è la campagna laziale raccontata da Benvenuti in campagna, commedia con Maurizio Lastrico. Il film è stato girato tra antichi casali, laghi e borghi a pochi chilometri da Roma, trasformando la campagna in una vera protagonista della storia.

Una delle location del film "Benvenuti in campagna" è il Lago di Martignano
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Le location di “Benvenuti in campagna” – In foto il Lago di Martignano (Lazio)

Il cuore delle riprese è Campagnano di Roma, circondato da boschi e sentieri e affacciato sul suggestivo Lago di Martignano, una delle oasi naturali più tranquille del Lazio. Nei dintorni spicca anche il Parco Regionale di Veio, con le sue cascate, i torrenti e i resti dell’antica città etrusca, meta ideale per chi cerca natura e relax.

Il viaggio prosegue a Monterosi, borgo attraversato dalla Via Francigena e che completa un itinerario perfetto per chi sogna di rallentare i ritmi e scoprire il volto più autentico della campagna romana.

Una delle location di "Benvenuti in campagna": il Lago di Martignano
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Un tranquillo tramonto sul Lago di Martignano

La Toscana romantica di “Non è un paese per single”

La Toscana continua a essere una delle mete più amate dal jet setting cinematografico, anche nel 2026. Sono tante le produzioni che hanno utilizzato i più bei luoghi della regione come location e uno degli ultimi ne celebra il volto più romantico: “Non è un paese per single“, tratto dal bestseller di Felicia Kingsley, esalta le colline della provincia di Siena e trasforma borghi medievali e vigneti in una cartolina che invita a partire.

Sant'Angelo in Colle è location di "Non è un paese per single"
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Location di “Non è un paese per single” – In foto: Sant’Angelo in Colle

Le riprese si sono concentrate tra Montalcino e la sua frazione Sant’Angelo in Colle, che sullo schermo diventa l’immaginario “Belvedere in Chianti”. Vicoli in pietra, piazzette, scorci sulla Val d’Orcia e panorami punteggiati di vigneti fanno da sfondo a una toccante storia d’amore.

I borghi medievali e la campagna toscana sono co-protagonisti del film "Non è un paese oer single"
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La fortezza di Montalcino domina il paesaggio e offre una vista unica sulla Val d’Orcia

Il Lago di Garda, set a cielo aperto che non passa mai di moda

Ci sono luoghi che continuano a ispirare registi e viaggiatori anno dopo anno e il Lago di Garda è proprio uno di questi. Tra borghi affacciati sull’acqua, strade panoramiche a strapiombo e castelli medievali, il lago più grande d’Italia resta una delle mete simbolo del cineturismo e del set-jetting italiano: da Tremosine sul Garda, con la spettacolare Strada della Forra resa celebre da 007 – Quantum of Solace, a Sirmione, protagonista di film romantici come Letters to Juliet e Love in the Villa, passando per Gardone Riviera con il Vittoriale degli Italiani, Riva del Garda e Malcesine, ogni angolo è una scenografia cinematografica a cielo aperto.

Strada della Forra, la più bella del mondo
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La spettacolare Strada della Forra di Tremosine

Catania misteriosa e affascinante: le tappe imperdibili nel nuovo romanzo di Cristina Cassar Scalia

Arte, storia e misteri: un mix inebriante per programmare una vacanza, ma anche per scegliere un libro da leggere. Grazie a Le terme dell’indirizzo di Cristina Cassar Scalia facciamo le valigie e partiamo verso un luogo straordinario: Catania. È in questa affascinante città siciliana, infatti, che si svolgono le vicende che vedono protagonista Giovanna “Vanina” Guarrasi, vicequestore della sezione omicidi.

Il libro perfetto da portare con sé in vacanza, tingendola di quel pizzico di giallo perfetto per chi ama i romanzi polizieschi e di quella magia che solo i luoghi raccontati nelle pagine di un romanzo sanno trasmettere.

Catania, cosa vedere nella città di Giovanna “Vanina” Guarrasi

Catania è una città siciliana che ti accoglie a braccia aperte e che ti rimane cucita addosso, con tutte le sue meraviglie, con la sua anima vibrante e tesori tutti da scoprire che stupiscono a ogni passo.

Proprio come accade ai due turisti che aprono il nuovo romanzo di Cristina Cassar Scalia: Le terme dell’indirizzo, pubblicato da Einaudi. I due, infatti, stanno concludendo le ultime tappe del loro tour nella città, ignari della brutta sorpresa che troveranno nel loro peregrinare. Perché sempre di un giallo si tratta, quindi misteri e indagini sono alla base del nuovo libro della fortunata serie, approdata anche sul piccolo schermo.

Ma quali sono i luoghi che vale sicuramente la pena esplorare?

Senza dubbio quelli visitati dalla coppia, come piazza del Duomo, il palazzo dell’Università, gli edifici – religiosi e non – che si incontrano lungo via Etnea, il monastero dei Benedettini e il castello Ursino, proprio citando le primissime pagine della storia.

E una visita della città siciliana – su cui domina imperioso l’Etna – non può che partire proprio dal suo centro storico e da piazza del Duomo, con la sua cattedrale dedicata alla patrona della città, ovvero Sant’Agata. È un vero e proprio mix di stili, che partono dal normanno, passano dal barocco e sfociano nel neoclassico, ed è stata innalzata tra il 1086 e il 1094. Una tappa imperdibile.

E poi sulla piazza si affacciano altri edifici da ammirare come il Palazzo degli Elefanti e il Palazzo del Seminario dei Chierici, dove si trova il municipio, oppure “u Liotru”, simbolo della città, è una statua con un elefante. Così come lo è il mercato della Pescheria che si trova nella medesima zona. Infine, da non perdere sono le Terme Achilliane, che si trovano proprio sotto la piazza.

Catania piazza Duomo
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Catania piazza Duomo: tra le tappe imperdibili

Se ci si dirige lungo via Etnea non solo ci si può dedicare allo shopping, ma anche ammirare il Palazzo dell’Università di Catania, edificato successivamente al terremoto del 1693 e in perfetto stile barocco siciliano, o le tante chiese.

In piazza Dante, poi, si può ammirare il Monastero di San Nicolò tra i più grandi presenti in Europa e con una chiesa realizzata a partire dal 1687. Infine, ma non per importanza, vale la pena raggiungere il castello Ursino che oggi ospita il Museo Civico ed è stato innalzato tra il 1239 e il 1250, in passato è stato anche sede del parlamento siciliano.

Va ricordato che sono otto le città del Val di Noto che sono state iscritte nella lista Unesco dei Patrimoni dell’Umanità per il loro tardo-barocco e tra queste, ovviamente, c’è anche Catania.

Le Terme dell’indirizzo a Catania

Ma il luogo centrale della storia sono le Terme dell’indirizzo, uno dei numerosi complessi termali che custodisce Catania. Queste si trovano nel cuore della città, vicine alla Cattedrale ma anche al suggestivo Castello Ursino. Pare che possano essere fatte risalire alla tarda età imperiale e sono tenute molto bene.

Non solo sono il luogo di Catania che fa da titolo al romanzo di Cristina Cassar Scalia, ma sono anche il fulcro della storia dal momento che è proprio tra le mura di questo luogo antico che viene rinvenuto un cadavere (niente spoiler, accade proprio nelle primissime pagine).

E non c’è nulla di meglio che visitare la città alle pendici dell’Etna, facendosi accompagnare da un libro ambientato tra le sue strade. Pronti a partire con Le terme dell’indirizzo di Cristina Cassar Scalia?

Le terme dell'indirizzo a Catania
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Le terme dell’indirizzo a Catania, luogo importante nel romanzo di Scalia

Cesi è il borgo umbro che custodisce il segreto della montagna che respira

Tra leggende e natura, nel cuore dell’Umbria c’è un borgo dove il vento sembra nascere dalla terra. Succede a Cesi, piccolo gioiello medievale arroccato sulle pendici dei Monti Martani, dove da secoli un curioso fenomeno naturale alimenta racconti e leggende: dalle cavità della montagna fuoriescono correnti d’aria, calde in inverno e fresche d’estate, tanto da far guadagnare al luogo il soprannome di “montagna che respira”.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi a questo mistero, tra le motivazioni per recarsi in visita da queste parti. Tra siti archeologici, antiche fortificazioni, eremi francescani, sentieri panoramici e una cucina che racconta il territorio, Cesi è una delle destinazioni più sorprendenti dell’Umbria, perfetta per chi cerca un viaggio tra natura, storia e autenticità.

La storia di Cesi e la leggenda

La posizione geografica di Cesi, dominante sulla conca ternana e ricca di grotte naturali, ne ha fatto fin dall’antichità uno dei principali insediamenti degli antichi Umbri. Resti di mura ciclopiche, necropoli e aree sacre testimoniano ancora oggi l’importanza di questo territorio, che prima della conquista romana rappresentava uno dei centri più influenti dell’Umbria meridionale.

Borgo di Cesi
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Vista del borgo di Cesi

La leggenda più famosa del borgo è legata al Monte Eolo: gli abitanti raccontavano che nelle viscere della montagna vivesse Eolo, il dio dei venti, capace di soffiare aria attraverso la roccia. Ancora oggi il fenomeno è ben visibile: improvvise correnti emergono dal sottosuolo grazie a un fitto sistema di grotte e cunicoli carsici che attraversano il monte. La più celebre è la Grotta Eolia, accessibile dai sotterranei di Palazzo Stocchi, ma tutto il massiccio custodisce cavità di grande interesse speleologico.

Sulla cima del vicino Monte Torre Maggiore gli archeologi hanno riportato alla luce un importante santuario umbro-romano frequentato già dal VI secolo a.C., mentre poco più in basso si trovano i resti del sito fortificato di Sant’Erasmo, considerato tra i meglio conservati dell’Umbria preromana. Qui imponenti mura in opera poligonale, alte oltre dieci metri in alcuni punti, continuano a interrogare gli studiosi sul loro utilizzo: fortezza militare o grande santuario? Una domanda che rende il luogo ancora più affascinante.

Cesi, Monte Torre Maggiore
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Vista su Monte Torre Maggiore

Nel Medioevo, Cesi divenne il cuore delle antiche Terre Arnolfe, territorio strategico conteso tra Papato e Impero. Fu sede del governatore pontificio e raggiunse il massimo splendore tra Cinquecento e Seicento, quando sorsero eleganti palazzi nobiliari, fortificazioni e la Rocca che ancora oggi caratterizzano il borgo.

Cosa vedere e fare a Cesi

Passeggiare nel centro storico del borgo di Cesi significa fare un salto indietro nel tempo, attraversando davvero secoli di storia. Tra vicoli in pietra, piazzette panoramiche e palazzi rinascimentali si incontrano edifici religiosi di grande interesse come la Chiesa di San Michele Arcangelo, costruita nell’XI secolo, la Chiesa di Sant’Erasmo, affacciata sulla valle e la Chiesa di Santa Maria Assunta, che custodisce il prezioso dossale del Maestro di Cesi.

Cesi, san Michele Arcangelo
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La chiesa di San Michele Arcangelo a Cesi

Gli appassionati di archeologia possono spingersi fino ai Templi di Torre Maggiore e al sito di Sant’Erasmo, mentre a pochi minuti dal borgo si trova l’antica città romana di Carsulae, una delle aree archeologiche meglio conservate dell’Italia centrale.

Carsulae
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L’antica città romana di Carsulae

Qui sono ancora visibili il foro, il teatro, l’anfiteatro, gli archi monumentali e lunghi tratti dell’antica Via Flaminia, offrendo un vero viaggio nella Roma di oltre duemila anni fa.

Sant'Erasmo, Cesi
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Il sito di Sant’Erasmo

Cesi è anche una meta ideale per gli amanti dell’outdoor. Dai sentieri che attraversano i boschi dei Monti Martani partono percorsi per trekking, mountain bike ed e-bike, mentre gli appassionati di arrampicata, speleologia e parapendio trovano numerose opportunità per vivere la montagna in modo attivo. La posizione strategica permette inoltre di raggiungere facilmente la Cascata delle Marmore, la Valnerina e il Lago di Piediluco.

Lago di Piediluco, Cesi
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Vista sul Lago di Piediluco

Ci troviamo in Umbria però, quindi l’esperienza passa inevitabilmente anche dalla tavola. Le colline che circondano il borgo sono ricoperte da oliveti della varietà Moraiolo, dai quali nasce un pregiato olio extravergine d’oliva. Qui cresce anche uno degli ulivi più antichi e imponenti al mondo, con una chioma che raggiunge circa 17 metri di circonferenza. Tra le eccellenze gastronomiche spiccano inoltre pecorini, ricotte, tartufo e piatti della tradizione come ciriole, strappatelle, bruschette all’olio, frittate al tartufo, pizza sotto il fuoco, coratella, scottadito d’agnello e le immancabili pappardelle al cinghiale.

Dove si trova Cesi e come raggiungerlo

Cesi si trova a circa 10 chilometri da Terni, alle pendici dei Monti Martani, in una posizione ideale per esplorare l’Umbria meridionale. Il borgo è facilmente raggiungibile in auto dall’autostrada A1 uscendo a Orte e proseguendo verso Terni, oppure tramite la E45. Chi viaggia in treno può arrivare alla stazione di Terni e proseguire in pochi minuti in auto o con i collegamenti locali.

Negli ultimi anni il borgo è diventato protagonista del progetto “Cesi Porta dell’Umbria”, uno dei 21 progetti pilota nazionali finanziati dal Ministero della Cultura attraverso il PNRR. L’iniziativa punta a valorizzare il patrimonio storico, archeologico e naturalistico del territorio con nuovi servizi turistici, ospitalità diffusa, recupero degli edifici storici e un’offerta sempre più orientata al turismo lento e outdoor.

La leggendaria Grotta Azzurra di Capri: luce, mito e mare nel Mediterraneo

Abbracciata dal Golfo di Napoli, Capri continua a essere una delle isole più identitarie del Mediterraneo, dove paesaggio e stratificazione storica convivono in equilibrio ancora oggi. Tra le sue gemme più note, la Grotta Azzurra ricopre un ruolo da protagonista: una cavità naturale che da secoli attira viaggiatori, artisti e curiosi per un fenomeno ottico che trasforma l’interno della grotta in uno spazio interamente dominato da riflessi blu elettrico e argentei.

L’esperienza in escursione è breve, ma resta tra le immagini più emblematiche associate all’isola. Un passaggio stretto, un ingresso basso e una luce che cambia improvvisamente la percezione dello spazio, tutti elementi che hanno contribuito a costruire attorno alla grotta una fama che attraversa epoche e narrazioni.

Storia e leggenda della Grotta Azzurra

La Grotta Azzurra è nota principalmente per il fenomeno naturale che la riguarda, ma è anche un luogo carico di mito e simbologia. Il fenomeno che ne caratterizza l’aspetto è legato alla rifrazione della luce solare che penetra da un’apertura sommersa e si riflette sull’acqua, generando una diffusione luminosa che elimina quasi completamente le ombre.

Interno della Grotta Azzurra di Capri al mattino, quando la luce crea riflessi azzurri nell'acqua
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Interno della Grotta Azzurra di Capri

In epoca romana, durante il regno dell’imperatore Tiberio, la cavità veniva utilizzata come ninfeo marino. Al suo interno sono state rinvenute statue di divinità legate al mondo acquatico, tra cui rappresentazioni di Nettuno e Tritone, oggi conservate nel Museo della Certosa di San Giacomo. Secondo alcune ricostruzioni storiche, la grotta era persino collegata alle residenze imperiali della zona tramite strutture oggi non più esistenti, ma non esistono evidenze di passaggi sotterranei diretti. Ciò che rimane certo è l’utilizzo del sito come spazio rituale e simbolico, legato alla dimensione sacra dell’acqua.

Nel tempo, tuttavia, la Grotta Azzurra ha anche alimentato una dimensione più oscura dell’immaginario locale. Per secoli venne evitata dai pescatori capresi, che la consideravano un luogo abitato da presenze misteriose. Questa percezione contribuì al suo progressivo isolamento, fino alla riscoperta ottocentesca. Il 1826 segna infatti una svolta ed è l’anno in cui lo scrittore tedesco August Kopisch e il pittore Ernst Fries, accompagnati dal pescatore Angelo Ferraro, riportano alla luce la cavità e ne documentano la straordinaria luminosità interna. Da quel momento la grotta entra stabilmente nei circuiti del Grand Tour europeo, diventando una delle attrazioni naturali più celebri del Mediterraneo.

Dove si trova e informazioni per la visita

La Grotta Azzurra si trova sulla costa nord-occidentale dell’isola di Capri, in prossimità dell’area di Anacapri, all’interno di un tratto di mare esposto alle condizioni meteorologiche del Tirreno. L’accesso è possibile esclusivamente via mare o attraverso un percorso terrestre che conduce al piccolo molo di imbarco.

Grotta Azzurra, interno, Capri
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L’interno della Grotta Azzurra

L’ingresso è estremamente ridotto: circa due metri di larghezza e un metro di altezza, condizione che rende necessario l’utilizzo di piccole imbarcazioni a remi. L’accesso avviene abbassandosi completamente all’interno della barca, mentre i barcaioli si spingono all’interno sfruttando una catena fissata alla roccia. La visita è breve, generalmente di pochi minuti e il numero di imbarcazioni ammesse contemporaneamente è limitato. Le condizioni del mare risultano determinanti: in presenza di vento da nord, mare mosso o instabilità meteorologica, l’ingresso viene sospeso anche più volte nell’arco della stessa giornata.

Il periodo di apertura varia indicativamente da aprile a ottobre, con finestre orarie che cambiano in base alla stagione. Nei mesi estivi l’accesso è consentito mediamente dalle 9:00 alle 18:00, mentre nei mesi di spalla gli orari si riducono progressivamente fino al primo pomeriggio. Il sistema di visita è regolato da una gestione locale che verifica quotidianamente le condizioni del mare: solo dopo le 9:00 del mattino viene stabilita l’apertura effettiva. Non esiste quindi una programmazione certa con anticipo, elemento che contribuisce al carattere instabile e quasi rituale dell’esperienza. Il costo complessivo comprende il servizio di imbarcazione e il biglietto d’ingresso, con un valore medio che si aggira intorno ai 18 euro per la visita interna, a cui si aggiunge l’eventuale trasferimento da Marina Grande o altre aree dell’isola.

Alla scoperta del castello di Ananuri, il maniero infestato della Georgia che custodisce un mistero

Tra storia e leggenda, alcuni castelli sono tutti da scoprire ed è il caso di quello di Ananuri che, arroccato sulle rive del fiume Aragvi lungo la strada militare georgiana, ha da raccontare sicuramente alcuni misteri riguardo un tesoro e la presenza di fantasmi. Ma perché dovreste visitarlo? Un vero gioiello da non perdere che conquista con bellezza e magia.

Alla scoperta del castello Ananuri

Fondato tra il XIII e il XIV secolo come sede della potente dinastia dei duchi di Aragvi, il castello ha attraversato secoli di battaglie, assedi, tradimenti e ritorni di fiamma politici. Oggi si trova sul bordo del bacino idrico di Zhinvali, uno specchio d’acqua artificiale che ne amplifica la silhouette in un riflesso quasi irreale. Nelle giornate di sole della bassa stagione, con poca gente in giro, il posto ha un’atmosfera che vale da sola il viaggio.

Il castello di Ananuri in Georgia si divide in due sezioni principali, collegate da mura merlate che ancora oggi si percorrono a piedi quasi per intero. La parte superiore, chiamata Sheupovari, è la meglio conservata e ospita la torre quadrata più antica, risalente probabilmente al XIII o XIV secolo: imponente, austera, con le pareti che portano i segni del tempo senza cedere. La parte inferiore è invece in larga misura in rovina, con una torre rotonda che emerge tra i resti come un dente solitario.

Ma la vera sorpresa di Ananuri sono le chiese. All’interno delle mura convivono due edifici di culto costruiti a distanza di qualche decennio l’uno dall’altro. La più antica è la Chiesa della Vergine, edificata nella prima metà del Seicento in mattoni rosati, con un interno sobrio ma non povero: ospita le sepolture di alcuni membri della casata degli Aragvi e un baldacchino in pietra commissionato dalla vedova del duca Edishera, morto nel 1674.

La chiesa più grande, la Dormizione, fu eretta invece nel 1689. Pianta centrale, cupola, decorazioni alle facciate che ancora rivelano una certa ambizione estetica. L’interno conserva i resti di numerosi affreschi, in parte compromessi dall’incendio del 1739 che devastò l’intero complesso durante l’attacco di un ducato rivale. Quello che rimane ha comunque una qualità visiva rara, qualcosa che si incontra raramente nei castelli dell’Europa centrale e che qui, in Georgia, sembra più naturale, come se la storia sacra e quella militare si fossero sempre intrecciate senza troppi imbarazzi.

Vista del castello di Ananuri
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Visitare il castello di Ananuri famoso per leggende e misteri

Ma a renderlo davvero speciale ci pensano le leggende. Una delle più cupe racconta che durante un assedio il figlio del duca di Aragvi venne bruciato vivo all’interno della torre Sheupovari. L’ingresso, dopo quell’episodio, sarebbe rimasto murato per circa duecento anni. Un’altra storia, forse ancora più drammatica, narra dello sterminio dell’intera famiglia ducale per mano di casate rivali, come punizione per l’arroganza con cui avevano gestito il potere nella regione.

Ananuri fu anche, per un periodo, custode di una delle reliquie più importanti del Paese: la Croce di Santa Nino, il simbolo legato alla conversione della Georgia al Cristianesimo nel IV secolo. Durante le invasioni persiane e ottomane del Settecento, quando Tbilisi non era considerata abbastanza sicura, la reliquia trovò rifugio tra le mura di questa fortezza. Dal 1802, con l’ingresso nell’impero russo, è stata restituita al popolo georgiano e da allora si trova all’interno della cattedrale di Tbilisi.

Dove si trova e come raggiungerlo

Il castello di Ananuri si trova a circa 70 chilometri da Tbilisi, all’interno dell’omonimo villaggio lungo la strada militare georgiana. Per poter arrivare qui l’opzione migliore è partire appunto da Tbilisi utilizzando un’auto a noleggio per potersi fermare per delle foto panoramiche lungo la strada. Esistono eventualmente anche dei minibus dalla stazione di Didube che conducono a Gudauri, Pasanauri o Stepantsminda transitando per il borgo del castello.

Il paesaggio che sembra uscito da una leggenda: Dimmuborgir, il labirinto di lava d’Islanda

Blocchi di lava alti parecchi metri si alternano a corridoi naturali, mentre colonne basaltiche e aperture filtrano la luce in modo sempre diverso. Poi ci sono il silenzio, il vento e il profumo del muschio che completano uno scenario che è in grado persino di emozionare. Quel che sembra l’inizio di un racconto, però, non è altro che Dimmuborgir, uno dei luoghi simbolo dell’Islanda settentrionale, tanto spettacolare da sembrare frutto della fantasia.

Vi basti pensare che il nome significa “Fortezza Oscura” oppure “Castelli Oscuri“, una definizione nata dall’aspetto delle gigantesche strutture laviche, simili ai resti di una città abbandonata oppure alle mura di un forte medievale consumato dal tempo. Anche se (e va detto) gran parte del fascino nasce dall’incontro fra geologia e immaginazione popolare. Scienza e tradizione convivono da secoli, alimentando racconti tramandati di generazione in generazione. Secondo il folklore locale, fra queste rocce vivrebbero troll, creature gigantesche, il misterioso Huldufólk, chiamato anche “popolo nascosto”, e la celebre famiglia dei 13 Jólasveinar, i personaggi del Natale islandese.

Anche il cinema e la televisione hanno contribuito alla sua fama: qui sono state girate alcune scene della terza stagione di Game of Thrones.

Origine e formazione (e leggende) di Dimmuborgir

Dietro l’aspetto eccezionale di Dimmuborgir si nasconde una storia geologica iniziata circa 2.300 anni fa. All’epoca, una violenta attività vulcanica interessò l’intera area del lago Mývatn. Dai crateri di Þrengslaborgir e Lúdentarborgir fuoriuscì una grande quantità di magma che avanzò lungo il territorio fino a raggiungere una vasta zona umida, ricca d’acqua e antiche paludi.

Fu proprio quell’incontro a dar vita a qualcosa di straordinario: il calore della lava provocò un’intensa evaporazione dell’acqua intrappolata nel terreno, fino al punto che enormi colonne di vapore salirono verso la superficie, scavando veri e propri condotti verticali all’interno del materiale ancora incandescente. Nel frattempo lo strato superiore iniziò a raffreddarsi, formando una crosta sempre più spessa.

Quando la massa fusa defluì attraverso una frattura naturale, gran parte della lava liquida abbandonò il bacino, lasciando in piedi soltanto le strutture consolidate. Pilastri, archi, cavità e pareti rimasero intatti, regalando al territorio una morfologia davvero rara anche per un Paese vulcanico come l’Islanda.

Rispetto ad altri campi lavici islandesi, Dimmuborgir colpisce per la varietà delle forme. Alcuni pinnacoli ricordano giganteschi animali, altri sembrano torri merlate oppure antiche mura. Fra le strutture più celebri c’è Kirkjan, un enorme arco lavico con una volta naturale che pare richiamare l’interno di una cattedrale gotica.

Kirkjan, Islanda
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L’arco di Kirkjan

L’area custodisce pure un interessante patrimonio botanico fatto di muschi, licheni, betulle nane, salici lanosi, mirtilli, funghi e piante adattate ai climi più rigidi colonizzano lentamente la superficie della lava. Non mancano gli uccelli, tra cui falchi e altri rapaci. Come accennato, però, accanto alla spiegazione scientifica continua a vivere quella popolare.

Stando alle antiche credenze locali, Dimmuborgir rappresenterebbe la dimora della gigantesca Grýla, figura leggendaria dal carattere terrificante. Insieme al marito Leppalúði avrebbe cresciuto qui i 13 Jólasveinar, protagonisti delle tradizioni natalizie islandesi. Secoli fa questi personaggi spaventavano i bambini con scherzi e punizioni; oggi incarnano figure molto più benevole, pur conservando i nomi curiosi e le abitudini bizzarre tramandate dal folklore.

Un’altra leggenda racconta che queste rocce segnassero perfino il punto d’arrivo di Lucifero dopo la caduta dal cielo. Tale convinzione nacque durante la diffusione del Cristianesimo, favorita dall’aspetto cupo della lava e dalla sensazione di trovarsi davanti all’ingresso di un mondo sotterraneo.

Come funziona la visita e cosa vedere a Dimmuborgir

L’ingresso a Dimmuborgir introduce subito in un ambiente organizzato con grande attenzione verso la tutela del paesaggio. A disposizione dei visitatori, infatti, c’è una rete di percorsi segnalati grazie a cui attraversare il campo lavico seguendo itinerari di varia lunghezza (adatti sia a una visita breve sia a un’esplorazione più approfondita). Parte dei tracciati risulta accessibile anche alle persone con mobilità ridotta.

Il percorso più celebre porta fino a Kirkjan, autentico simbolo della riserva naturale. L’anello misura più o meno 2,3 km e richiede all’incirca 1 ora, seguendo un tracciato semplice che attraversa alcune fra le formazioni più spettacolari dell’intera area. Man mano che il sentiero avanza, pilastri di lava alti diversi metri si alternano a strette aperture, cavità e archi naturali modellati dall‘antica attività vulcanica.

Durante il mese di giugno questo spazio naturale diventa persino un originale palcoscenico per piccoli concerti, sfruttando un’acustica sorprendentemente efficace. Sentieri più lunghi conducono nel cuore del campo lavico, dove si possono avvistare rocce contorte che ricordano animali giganteschi, volti umani, castelli medievali oppure antiche torri di guardia.

Fra le tappe più curiose c’è, invece, la grotta associata ai Jólasveinar, da dove partirebbero proprio durante le 13 notti che precedono il 25 dicembre. Ciascuno possiede un carattere ben definito e un nome ispirato alle proprie marachelle. C’è chi ruba lo skyr, il celebre latticino islandese, chi sbircia dalle finestre, chi combina piccoli dispetti nelle fattorie.

Chi dispone di più tempo può proseguire verso alcune delle attrazioni principali della regione del Mývatn. Pochi chilometri separano Dimmuborgir dalla grotta di Grjótagjá, una cavità lavica famosa per la sorgente termale dal colore azzurro intenso. Per molti anni venne utilizzata quale bagno naturale, mentre oggi l’acqua raggiunge temperature troppo elevate. Anche questa grotta compare nella serie Game of Thrones.

Nelle vicinanze si alza inoltre il grande cratere di Hverfjall, uno dei coni vulcanici più spettacolari d’Islanda, dal quale si apre una vista gigantesca sul lago Mývatn e sull’intera distesa lavica. L’itinerario del Diamond Circle collega facilmente questi luoghi insieme alla cascata Goðafoss, a Dettifoss e alla cittadina di Húsavík, celebre per l’osservazione delle balene.

Dove si trova e come arrivare

Dimmuborgir occupa la sponda orientale del lago Mývatn, nel nord dell’Islanda, all’interno di una delle aree vulcaniche più attive del Paese. Reykjahlíð, piccolo centro abitato affacciato sul lago, dista appena 6 km, mentre Akureyri, considerata la capitale dell’Islanda settentrionale, si trova a circa 53 km.

Chi parte da Reykjavík percorre la Ring Road, la Strada 1 che compie l’intero periplo dell’isola, fino alla regione del Mývatn. Gli ultimi chilometri seguono la strada 848, ben segnalata e semplice da percorrere. L’area dispone di un ampio parcheggio dal quale iniziano tutti i principali itinerari.

Vale la pena dedicare almeno mezza giornata alla visita, riservando tempo sufficiente per osservare i dettagli delle formazioni laviche, leggere i pannelli informativi e lasciare spazio alla fantasia. Bastano pochi minuti fra archi basaltici e colonne nere per comprendere il motivo del suo celebre soprannome: Dimmuborgir appare davvero simile a una fortezza scolpita dal fuoco, rimasta intatta per oltre 2.300 anni.

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