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Perché organizzare un viaggio nel Bhutan quest’anno

C’è un piccolo regno tra le montagne dell’Himalaya dove il turismo non è mai stato pensato come una semplice industria, ma come un incontro rispettoso tra viaggiatori, natura e cultura.

È il Bhutan, un Paese che negli ultimi anni ha attirato l’attenzione del mondo proprio per la sua visione unica del viaggio: infatti, l’esperienza non è costruita attorno al consumo del territorio, ma alla sua tutela.

Il premio come destinazione dell’anno

Nel 2026 un simile approccio è stato nuovamente riconosciuto a livello internazionale. Durante l’ITB di Berlino, una delle più importanti fiere mondiali dedicate al turismo, il Bhutan è stato premiato come “Destinazione dell’Anno – Esperienze Terrestri”, in quanto la natura non fa da “sfondo delle attività turistiche”, ma viene considerata un vero e proprio partner dell’esperienza di viaggio.

Ma non soltanto. Il direttore del Dipartimento del Turismo, Damcho Rinzin, ha ricevuto anche il PATWA Gold Award per il Turismo Ecologico nella Regione Himalayana, consegnato dalla Pacific Area Travel Writers Association.

I PATWA International Travel Awards celebrano governi, destinazioni e organizzazioni che si distinguono nella promozione di un turismo di qualità, premiando l’eccellenza in ambiti che vanno dall’aviazione all’ospitalità fino alla gestione sostenibile delle destinazioni. Per il Bhutan si tratta del secondo riconoscimento ottenuto nell’ambito di questi premi, un segnale che ne conferma la posizione tra i protagonisti mondiali del turismo responsabile.

Cosa vedere e fare in Bhutan

Nel 2026 il Bhutan si conferma come una delle destinazioni più affascinanti dell’Asia per chi desidera vivere un viaggio che unisca natura incontaminata, spiritualità e cultura millenaria. Immerso tra le vette dell’Himalaya, il piccolo regno è celebre per la filosofia della Felicità Interna Lorda, un indicatore che mette al centro il benessere della popolazione piuttosto che la sola crescita economica.

Ed è anche un esempio di sostenibilità ambientale: è infatti uno dei pochi Stati al mondo a emissioni di carbonio negative, grazie a un patrimonio naturale straordinario. Circa il 72% del territorio è ricoperto da foreste protette, un mosaico di ecosistemi che spazia dalle vallate subtropicali alle cime innevate.

Veduta panoramica del monastero Taktsang, Bhutan
iStock
Il monastero Taktsang, celebre Nido della Tigre

Cosa vedere

Tra i luoghi simbolo spicca il Paro Taktsang, conosciuto come il celebre Nido della Tigre, il monastero aggrappato a una parete rocciosa a oltre 900 metri sopra la valle di Paro: secondo la tradizione buddhista, fu qui che il maestro Guru Rinpoche arrivò in volo sul dorso di una tigre per meditare in una grotta.

Altrettanto suggestivo è il Punakha Dzong, uno dei complessi monastici più spettacolari, alla confluenza dei fiumi Pho Chhu e Mo Chhu: imponente palazzo-monastero, si distingue per l’architettura tradizionale e per il ruolo storico che ha avuto nella vita politica e religiosa del Bhutan.

La capitale Thimphu è invece il volto contemporaneo del Paese: da vedere il Tashichho Dzong, sede del governo e centro religioso, il gigantesco Buddha Dordenma, statua alta oltre cinquanta metri che domina la valle dall’alto di una collina, e interessanti musei come il Folk Heritage Museum, dedicato alla vita rurale tradizionale, e il Bhutan Post Office Museum, che racconta la storia del servizio postale del regno. Nei dintorni si può visitare anche la Riserva Reale del Takin, dedicata all’animale nazionale, una curiosa specie che ricorda una via di mezzo tra un bovino e un’antilope.

Come non citare, poi, i panorami: si va dal Passo Dochula, a oltre 3.000 metri di altitudine, dove sorgono 108 piccoli stupa bianchi che si stagliano contro il cielo limpido, alla Valle di Phobjikha, un’ampia valle glaciale abbracciata da montagne dove ogni inverno arrivano le rare gru dal collo nero, considerate sacre dalla tradizione locale.

Cosa fare

Il Bhutan è una destinazione ideale per gli amanti del trekking: i sentieri attraversano foreste incontaminate, villaggi remoti e panorami himalayani che non si possono dimenticare, con itinerari che possono variare da semplici escursioni giornaliere a lunghi percorsi tra le montagne.

Un viaggio qui permette anche di immergersi nella dimensione spirituale del buddhismo himalayano: visitare templi e monasteri, incontrare monaci e partecipare a momenti di meditazione sono esperienze che permettono di entrare in contatto con una cultura radicata nella spiritualità.

L’artigianato, infine, occupa un posto centrale: nella scuola di arti e mestieri Zorig Chusum, gli studenti apprendono le tredici arti tradizionali del Paese, dalla pittura religiosa alla scultura, dalla lavorazione del legno alla tessitura.

Il calendario culturale è animato da eventi che rendono il viaggio ancora più speciale. Svariati Tshechu, i noti festival religiosi con danze in maschera e grandi arazzi sacri, scandiscono l’anno: tra i più importanti figurano il Punakha Tshechu, in programma dal 27 febbraio al 1 marzo, il Paro Tshechu dal 29 marzo al 2 aprile con la spettacolare esposizione del Thongdrel, il festival di Tharpaling il 3 marzo e il Chorten Kora Tshechu celebrato il 3 e il 29 marzo.

Great Himalaya Trail: le tappe imperdibili del trekking più spettacolare del Nepal

Il Great Himalaya Trail, noto anche con l’acronimo di GHT, è uno dei percorsi escursionistici più spettacolari al mondo, poiché attraversa la maestosa catena montuosa dell’Himalaya, il sogno degli alpinisti e dei trekker di tutto il mondo.

Con un’estensione di oltre 4.500 chilometri, questo cammino attraversa Nepal, Bhutan, India, Tibet e Pakistan, offrendo esperienze uniche di trekking ad alta quota, immersi in paesaggi mozzafiato e a contatto con una cultura antica, accogliente e unica.

Dove si trova il Cammino

Il Great Himalaya Trail si estende attraverso le regioni più remote e selvagge dell’Himalaya, principalmente in Nepal, con percorsi che raggiungono vette imponenti e attraversano valli nascoste.

Perché sceglierlo? Perché il GHT offre la possibilità di vivere un’esperienza che unisce il trekking ad alta quota con la scoperta di culture ancestrali, come quella degli Sherpa, le antiche popolazioni locali – attenzione, sherpa è il popolo, non l’attività di guida montana, come erroneamente pensiamo in Occidente – e l’incontro con una flora e fauna uniche, con l’opportunità di avvistare il leopardo delle nevi, i pacifici yak e il panda rosso.

E poi, la bellezza dei paesaggi che spaziano dalla giungla subtropicale alle fredde altitudini alpine è semplicemente impareggiabile!

Le tappe del Great Himalaya Trail

Il Great Himalaya Trail attraversa una vasta gamma di paesaggi, villaggi remoti e offre vette mozzafiato. Le tappe possono variare in base alla scelta del percorso – High Route o Low Route – ma tutte offrono esperienze uniche di trekking attraverso l’Himalaya.

Le tappe più popolari si concentrano sulla sezione nepalese, ma il percorso si estende anche in Bhutan e in altri Paesi limitrofi. Qui trovi una selezione delle principali tappe:

Il GHT è suddiviso in diverse sezioni, ognuna con caratteristiche specifiche in termini di distanza, dislivello, paesaggi, difficoltà e durata. Ecco una sintesi delle principali sezioni:​

  1. Kanchenjunga a Makalu tramite il passo Lumba Sumba: circa 28 giorni di trekking. ​
  2. Dal Makalu all’Everest Region, attraverso tre colli: circa 26 giorni di trekking. ​
  3. Everest – Tre Passi: circa 18 giorni di trekking.
  4. Rolwaling a Everest tramite il passo Tashi Labsta: circa 20 giorni di trekking. ​
  5. Dal Manaslu all’Annapurna: circa 27 giorni di trekking. ​
  6. Dal Dolpo a Jomsom: circa 26 giorni di trekking. ​

Per quanto riguarda le distanze e i dislivelli specifici per tappa, queste possono variare significativamente a seconda dell’itinerario scelto e delle condizioni del sentiero, ma sono spesso di migliaia di metri.

Ovviamente, i percorsi vanno adattati alle condizioni del terreno, a seconda della stagione, e al livello di allenamento; si possono percorrere tratti con mezzi di trasporto come autobus o piccoli voli interni, come raccordo tra le sezioni.

In generale, il completamento dell’intero GHT richiede circa 150 giorni di cammino, attraversando passi che raggiungono altitudini fino a 6.146 metri. La difficoltà del cammino è molto elevata, con dislivelli significativi e condizioni climatiche variabili, oltre che con numerosi problemi che possono derivare dall’alta quota. Pertanto, è fondamentale una preparazione accurata e una buona condizione fisica per affrontare questo trekking impegnativo.

Si può dire che il Great Himalaya Trail è una summa di tanti altri itinerari possibili nella regione, ad esempio per un tratto in Nepal si sovrappone al celebre e tanto amato Everest Base Camp Trail, tra Lukla e il campo base dell’Everest, all’interno del Sagarmatha National Park.

La storia e i luoghi simbolo del cammino

L’idea del Great Himalaya Trail è nata negli anni ‘90, con il sogno di collegare i sentieri montani già esistenti in Nepal e nelle zone circostanti. Con il tempo, diversi esploratori e trekker pionieri hanno percorso tratti dell’Himalaya, contribuendo a realizzare questa ambiziosa visione. Nel 2008-2009, Robin Boustead è stato il primo a completare l’intero percorso, segnando una tappa fondamentale nella storia del neonato GHT.

Oltre alla natura lussureggiante, si possono osservare i simboli del buddhismo tibetano, come gli “stupa”, piccoli templi presenti in punti panoramici del cammino, con le loro classiche “bandiere di preghiera” colorate che volano nel vento, e i “muri mani”, muretti presenti in ogni villaggio, su cui sono incise come iscrizioni preghiere e mantra.

I luoghi simbolo lungo il GHT sono innumerevoli. Tra i più iconici troviamo:

  • Kanchenjunga, la terza montagna più alta del mondo;
  • Makalu Barun, famosa per la sua flora unica;
  • Regione dell’Everest (Khumbu), impareggiabile, con le sue vette maestose come l’Everest e l’Ama Dablam, tagliata a metà dallo scorrere del fiume Dud Khosi, con i suoi proverbiali “ponti tibetani”, sospesi su valli profondissime;
  • Rolwaling Himal, ricca di fauna selvatica;
  • Ruby Valley e Ganesh Himal, tra paesaggi incontaminati e accoglienza locale.
Passo Larkya, Manaslu
Fonte: 123RF
Passo Larkya nel circuito di Manaslu

High Route e Low Route

La High Route e la Low Route della Great Himalaya Trail rappresentano due esperienze completamente diverse, pur seguendo entrambe l’asse della catena himalayana nepalese. La High Route è un percorso estremo, pensato per escursionisti esperti, che attraversa alcuni dei passi più alti del Nepal, spesso oltre i 5.000 metri di quota. Questa variante è immersa in ambienti selvaggi e remoti, dove l’autosufficienza, la capacità di orientamento e una buona preparazione all’alta quota sono essenziali. In compenso, regala panorami spettacolari e un’autenticità difficile da trovare altrove.

La Low Route, invece, si sviluppa a quote più basse, attraversando villaggi, colline coltivate e foreste subtropicali. È più accessibile in termini tecnici, ma altrettanto impegnativa dal punto di vista fisico per la sua lunghezza e la varietà di condizioni climatiche. È ideale per chi cerca un contatto più diretto con le comunità locali e non vuole affrontare i rischi dell’alta montagna.

Quando andare: stagioni e clima lungo il GHT

Scegliere il periodo giusto per affrontare la Great Himalaya Trail è fondamentale, soprattutto se si percorre la High Route, dove le condizioni meteorologiche possono rendere alcuni passi completamente impraticabili. Le stagioni ideali sono la primavera (marzo-maggio) e l’autunno (settembre-novembre). In primavera, le giornate si allungano, le temperature sono miti e i rododendri colorano i sentieri; tuttavia, la neve può ancora ostacolare i tratti più alti. L’autunno, invece, offre cieli limpidi e visibilità straordinaria, soprattutto dopo il monsone, ma le notti iniziano a farsi più fredde, specie sopra i 4.000 metri.

Durante il monsone (giugno-agosto) i sentieri della Low Route diventano scivolosi e soggetti a frane, mentre l’inverno (dicembre-febbraio) è adatto solo a brevi tratti a bassa quota, poiché neve e gelo bloccano gran parte della High Route. Chi sogna di completare l’intero percorso dovrà quindi pianificare attentamente, scegliendo di partire in primavera da est (Kanchenjunga) e cercando di arrivare a ovest (Humla) entro la fine dell’autunno.

Preparazione fisica

Affrontare la Great Himalaya Trail richiede una preparazione fisica accurata e costante nei mesi precedenti alla partenza. Questo trekking non è solo lungo: è fisicamente massacrante, spesso in quota, su terreni impervi e senza punti di appoggio nei tratti più isolati. È fondamentale abituarsi a camminare con uno zaino pesante (12-15 kg), su pendenze variabili e per molte ore consecutive. L’allenamento ideale combina escursioni settimanali in montagna, esercizi per rafforzare gambe, schiena e core, e sessioni cardio per migliorare resistenza e capacità polmonare.

Chi sceglie la High Route dovrà anche considerare una fase di acclimatazione progressiva, con trekking ad alta quota nei mesi precedenti, per ridurre il rischio di mal di montagna. La preparazione mentale è altrettanto cruciale: il GHT mette a dura prova non solo il corpo, ma anche la determinazione e la capacità di affrontare giorni di fatica, solitudine e condizioni meteo spesso imprevedibili.

Il Regolamento del Great Himalaya Trail

Dal 2018, il governo nepalese ha introdotto la normativa che richiede a tutti i trekker stranieri di registrarsi con un lasciapassare ad hoc, da richiedere nelle varie tappe del percorso – ad esempio, per il tratto nel Sagarmatha National Park, il lasciapassare si richiede all’ingresso del parco, nel minuscolo villaggio di Manju – ed essere accompagnati da una guida certificata per percorrere il GHT. Questa misura mira a garantire la sicurezza dei trekker e a promuovere un impatto positivo sulle comunità locali.

Inoltre, l’accesso ai sentieri potrebbe essere limitato in alcune aree remote per motivi di conservazione e di sicurezza, oltre ad essere proibiti durante la stagione dei monsoni.

Logistica e organizzazione

Organizzare un trekking lungo la Great Himalaya Trail significa prendere decisioni cruciali sul livello di autonomia, il tipo di supporto desiderato e la disponibilità di risorse lungo il cammino. Chi opta per la Low Route potrà contare su un discreto numero di teahouse (rifugi locali) nei villaggi principali, ideali per dormire e mangiare senza portare tenda e fornello. Tuttavia, anche in questo caso è importante prevedere alcuni giorni in autonomia, soprattutto nei tratti meno frequentati. Per chi sceglie la High Route, invece, l’autonomia è spesso obbligata: è necessario portare con sé tenda, sacco a pelo termico, fornello e scorte alimentari per diversi giorni.

Un’alternativa intermedia è affidarsi a guide locali e portatori, molto esperti e preziosi sia per la logistica che per l’interazione con le comunità. Alcune aree (come Manaslu, Dolpo e Kanchenjunga) richiedono obbligatoriamente la presenza di una guida autorizzata. È bene ricordare che non tutti i tratti del GHT sono segnalati, quindi una mappa topografica dettagliata e un buon sistema GPS (offline) sono strumenti imprescindibili per chi viaggia in indipendenza.

Sicurezza e salute

Il Great Himalaya Trail attraversa ambienti estremi, e garantire la propria sicurezza significa essere preparati, autonomi e previdenti. Il rischio più comune lungo la High Route è il mal di montagna (AMS), che può manifestarsi già dai 3.000 metri. Per evitarlo, è essenziale salire gradualmente, prevedere giornate di acclimatazione, idratarsi molto e conoscere i sintomi più pericolosi (mal di testa, nausea, confusione mentale).

In aree isolate, l’unico mezzo rapido di soccorso è l’elicottero, quindi è indispensabile avere un’assicurazione che copra il soccorso alpino e l’evacuazione in alta quota. Dal punto di vista sanitario, è importante proteggersi da infezioni intestinali: mai bere acqua non trattata, usare pastiglie purificanti o filtri, e mantenere buone abitudini igieniche, anche nei villaggi. Infine, ogni escursionista dovrebbe avere con sé una farmacia da campo completa, comprendente antibiotici, antidolorifici, cerotti, disinfettanti, crema solare ad alta protezione e un dispositivo di geolocalizzazione satellitare (tipo Garmin InReach) per comunicare in caso di emergenza anche dove non c’è rete.

Annapurna, Himalaya
Fonte: 123RF
Circuito di trekking ad Annapurna, sull’Himalaya

Dove dormire

Lungo il GHT, ci sono diverse opzioni di alloggio, che vanno dalle tea house tradizionali alle sistemazioni in campeggio. Le tea house, dette anche lodge, sono gestite localmente dalla popolazione dei villaggi e offrono una sistemazione spartana ma accogliente, con letti di legno, servizi igienici e pasti caldi. Se scegli l’avventura, il campeggio può essere una buona alternativa, ma richiede attrezzatura adeguata e tanto spirito di adattamento.

Dove mangiare

La cucina locale lungo il GHT è semplice ma gustosa. Potrai gustare piatti tipici come il dal bhat (riso con lenticchie speziate), i momo (ravioli al vapore, simili ai gyoka), e il thukpa (zuppa di noodle). Ma si possono trovare anche cibi più “comuni”, come uova, verdure, patate – coltivate in quota, ad esempio nella zona di Portse – pancake e bibite confezionate.

È importante essere consapevoli dell’igiene alimentare, diversa dalla nostra, soprattutto nei villaggi più remoti: disinfetta sempre le mani prima di mangiare, se puoi usare le tue posate da campeggio, non bere mai l’acqua corrente ma solo da bottiglie chiuse, e porta con te integratori e fermenti lattici per supportare l’organismo nell’adattarsi alla situazione.

E non sprecare nulla: considera che ogni alimento o oggetto utile che arriva a queste altitudini è stato trasportato a mano – o sulla schiena – da un portatore, con tanta fatica e abnegazione.

Perché scegliere il Great Himalaya Trail

Il Great Himalaya Trail è una delle esperienze più affascinanti e immersive per chi cerca un’avventura fuori dal comune, dove sperimentare i propri limiti.

Non solo ti porterà vicino ad alcune delle vette più alte del mondo, ma ti farà anche entrare in contatto con culture affascinanti e con un modo di vivere del tutto diverso dal nostro. Se desideri unire sfida fisica, esplorazione e spiritualità, il GHT è la scelta perfetta!

Il Buthan è pronto a costruire la futura città della consapevolezza

Il Bhutan, il piccolo regno dell’Himalaya celebre per aver introdotto il concetto di Felicità Nazionale Lorda (Gross National Happiness, GNH), è pronto a compiere un nuovo passo verso lo sviluppo sostenibile. Lunedì 18 novembre 2024, il governo lancerà un’emissione di obbligazioni da 100 milioni di dollari per finanziare la costruzione della Gelephu Mindfulness City (GMC), una “città della consapevolezza” progettata per promuovere valori buddisti e principi di sostenibilità.

Un polo di connessione economica e spirituale

La GMC sorgerà in una regione amministrativa speciale al confine con l’India, dotata di leggi autonome per favorire un corridoio economico tra l’Asia meridionale e il Sud-est asiatico. La città, che si estenderà su un’area di oltre 2.500 km² (circa un sesto della superficie totale del Bhutan) offrirà spazio a settori strategici come finanza, turismo, energia verde, tecnologia, sanità e istruzione.

Tra le sue peculiarità, la GMC prevede spazi verdi per la meditazione, infrastrutture per il cammino e la bicicletta, centri di benessere ed ecoturismo. Un esempio ambizioso di urbanizzazione che intende integrare la spiritualità buddista con i principi della tutela dell’ambiente.

Il progetto sarà inizialmente finanziato dal Nation Building Bond, un’obbligazione decennale aperta ai bhutanesi residenti all’estero fino al 17 dicembre 2024. I fondi saranno utilizzati per costruire le prime infrastrutture, garantire energia verde e migliorare la connettività. Secondo Lotay Tshering, governatore della GMC ed ex primo ministro, l’iniziativa potrebbe trasformare il panorama economico del Bhutan, promuovendo un futuro prospero e resiliente.

L’immagine di un Bhutan resiliente

Con meno di 800.000 abitanti e incastonato tra i giganti India e Cina, il Bhutan fatica a diversificare la propria economia da 3 miliardi di dollari, ancora fortemente dipendente da aiuti esterni, turismo e idroelettrico. La pandemia di Covid-19 ha accentuato tali difficoltà, aggravando il problema della disoccupazione, che nel 2022 ha raggiunto il 30% tra i giovani. Uno scenario che ha alimentato un esodo di lavoratori, molti dei quali hanno trovato opportunità in Australia.

La GMC mira a invertire questa tendenza attirando investimenti, sviluppando competenze locali e creando posti di lavoro. Una volta completata, la città potrebbe ospitare oltre un milione di persone e diventare un modello di urbanizzazione sostenibile.

La costruzione della Gelephu Mindfulness City si articolerà in diverse fasi e richiederà circa 21 anni per essere portata a termine. Tra le infrastrutture previste vi sono strade, ponti, un aeroporto, scuole, ospedali e abitazioni, tutte progettate con un’attenzione particolare alla sostenibilità. Nei primi 7-10 anni, le autorità prevedono che la città accoglierà circa 150.000 residenti.

Una visione ispirata dal buddismo

La visione della GMC nasce da un’idea del re Jigme Khesar Namgyal Wangchuck e si fonda sui principi del GNH. “La consapevolezza è al centro della nostra città basata sui valori e si allinea con l’etica e l’identità della nostra nazione“, ha dichiarato Rabsel Dorji, un alto funzionario del progetto. Secondo il sito web ufficiale della città, l’iniziativa combina tradizione buddista, architettura eco-compatibile e una visione moderna di benessere e felicità collettiva.

Sfide e prospettive future

Nonostante le ambizioni, il progetto non è privo di sfide. La connettività internazionale rappresenta un ostacolo notevole per un Paese senza sbocchi sul mare come il Bhutan. L’esperto nepalese Surya Raj Acharya sottolinea che il successo della GMC dipenderà anche dalla capacità dell’India, il principale partner commerciale del Bhutan, di migliorare le proprie infrastrutture logistiche. “Dovrebbe essere attraente anche per gli investitori internazionali, ma questi aspetti non sono sotto il controllo diretto del Bhutan“, ha osservato Acharya.

Viaggio nel Bhutan: cosa vedere assolutamente

Il Bhutan è un luogo che ispira magia e spiritualità ed è in grado di evocare in un istante misteri, natura incontaminata e pura avventura. Nella mente di ogni viaggiatore questo affascinante Paese, situato tra India e Tibet,alle pendici dell’imponente catena dell’Himalaya è una vera e propria icona, un luogo fuori dal tempo da esplorare a cuore aperto almeno una volta nella vita. Si tratta di uno Stato estremamente particolare, ricco di delicati contrasti.

Un Paese, il Bhutan, dove il rispetto delle tradizioni è alla base della vita dei suoi abitanti e dove televisione e radio, potenziali fonti di contaminazione del bagaglio culturale, sono state solo di recente introdotte, ma in cui la famiglia dei reali comunica attraverso il profilo Instagram della sua giovanissima regina Jetsun Pema Wangchuck. Un territorio piacevolmente sospeso tra passato e presente e legato a doppio filo alla pratica del Buddismo ed alla devozione spirituale, che permea anche vita politica ed economica.

Scopriamo insieme quali cose vedere durante un viaggio in Bhutan, cosa mangiare nel Paese e qual è il periodo migliore per programmare il proprio viaggio.

Organizzare un viaggio in Bhutan

Il modo più comodo di entrare nei confini del Bhutan è tramite i voli della compagnia di bandiera Druk Air, che partono generalmente da Bangkok o Katmandu ed atterrano nell’unico aeroporto del paese, a Paro. In alternativa, è anche possibile raggiungere il Bhutan anche via terra, attraverso i due cammini che partono dall’India ed entrano in Bhutan uno dal lato est ed uno dal lato ovest. Un aspetto estremamente importante di cui tenere conto nella pianificazione di un tour del Bhutan è la richiesta del visto di ingresso: allo scopo di preservare il Paese dall’assalto dei turisti, il governo del Bhutan ha introdotto anche un visto tra i più onerosi al mondo, che può costare ben 250$ al giorno.

Una crescita improntata sulla felicità

Si sente spesso parlare del Bhutan è come “il Paese più felice al mondo”: la ragione risiede nel fatto che nel corso degli Anni Settanta, il sovrano Jigme Singye Wangchuck introdusse un importante concetto, quello della massimizzazione della Felicità Interna Lorda, e lo pose alla base di ogni sua scelta economica e politica. La crescita umana, la conservazione dell’ambiente, lo sviluppo equo e la protezione del patrimonio culturale sono obiettivi considerati sacri ed alla base della governance. Una scelta coraggiosa e decisamente illuminata.

Bhutan, Buddha
Fonte: iStock
Una delle tante statue d’oro del Buddha in Bhutan

Cosa vedere in Bhutan

La gran parte del Paese si trova su rilievi che superano senza sforzo i 3000 metri di quota, con picchi che sfiorano i 7000. Il Bhutan è solcato da profonde vallate e grandi fiumi ed è punteggiato da templi e villaggi incredibilmente pittoreschi. Tra un borgo e l’altro, natura incontaminata ed allevamenti di yak. Un viaggio in Bhutan non può che iniziare dalla sua capitale, Thimphu. È famosa per essere la sola capitale al mondo senza semafori: introdotti a titolo di esperimento sono stati ritenuti troppo impersonali dai suoi abitanti che continuano a preferire i gesti dei vigili locali che dirigono il traffico in guanti bianchi.

Tra monumenti più rappresentativi di Thimphu e dello stile architettonico bhutanese, sono il Tashichoedzong, monastero buddhista e fortezza nella periferia nord della città ed il moderno monastero Drubthob Goemba anche noto come monastero di Zilluka. Celebri sono anche il monastero del Tango e quello di Chagri ed il Palazzo Dechencholing, dove nacque nel 1955 l’attuale sovrano. È un must fermarsi a Thimpu per avere un assaggio del lento scorrere della vita locale e chiacchierare con i monaci all’interno dei monasteri, sempre aperti a costruttivi confronti con gli stranieri in visita. Punakha è invece l’antica capitale del Bhutan ed suo dzong, il Punakha Dzong, è tra i più belli dell’intero paese.

L’imponente edificio si trova su un isolotto alla confluenza dei fiumi Pho Chhu e Mo Chhu, e come gli altri dzong del paese rappresenta una costruzione tipicamente votata a centro religioso, amministrativo, militare e sociale. Racchiude al suo interno stupefacenti cortili, statue, templi e raffigurazioni spirituali. È proprio a Punakha che ogni anno si svolge uno dei festival più importanti del Bhutan, il Punakha Tshechu Festival: questa festività religiosa tinge la città di folklore e la anima di un mix travolgente di musiche popolari e testi sacri del Buddismo. I monaci indossano in quest’occasione maschere tradizionali molto colorate e ballano creando coreografie delle più impressionanti ed emozionanti che si possa avere la fortuna di osservare.

Poco distante dallo dzong si trova un ponte sospeso lungo quasi 250 metri che attraversa il corso del fiume, luogo perfetto per godersi la pace e la serenità della natura che circonda la cittadina di Punakha. Tra Phunaka a Thimpu si trova invece il Dochula Pass, un tipico passo himalayano disseminato di cipressi avvolti dalla foschia e bandiere votive colorate, i cui mantra svolazzano placidi al vento e diffondono un forte misticismo nell’aria.

Una perla davvero allegra e pittoresca del Bhutan è Paro. Il suo edificio più famoso è l’antico Rinpung Dzong, risalente al XVII secolo, ed è affascinante gironzolare per le vie del paese mescolandosi tra i locali e curiosare tra le bancarelle del mercato, magari assaggiando la gustosa carne di yak che i venditori espongono con fierezza. Infine, è d’obbligo includere in un tour del Bhutan una tappa al monastero di Taktsang, il cui nome in lingua locale significa “il nido della tigre”.

Tachog Lhakhang , fiume Paro, Bhutan
Fonte: iStock
Il monastero di Tachog Lhakhang sul fiume Paro

Secondo la leggenda il monastero fu fondato da Guru Rinpoche, colui che portò il Buddismo in Bhutan, ed è considerato il luogo più sacro di tutto il paese: si dice che Rimpoche restò in questo nido difficilmente accessibile in compagnia di una tigre per svariati mesi, concentrato su preghiera e meditazione. Il tempio, situato ad oltre 3000 metri di quota, è raggiungibile solamente a piedi, ed è uno straordinario esempio delle atmosfere mistiche e trascendentali del Bhutan, immerse in scenari naturali mozzafiato.

Cosa mangiare in Bhutan

Il Bhutan offre una varietà di piatti unici e gustosi che riflettono la sua ricca cultura culinaria, influenzata dalle varie tendenze asiatiche. Durante la vostra visita, assicuratevi di provare queste specialità bhutanesi:

  • Ema Datshi: un piatto nazionale del Bhutan, composto da peperoncini piccanti cotti con formaggio di yak o capra. È spesso servito con riso.
  • Momos: ravioli tibetani ripieni di carne o verdure, solitamente accompagnati da salsa piccante.
  • Phaksha Paa: maiale saltato con peperoni e spezie, un piatto ricco di sapore.
  • Jasha Maru: un curry di pollo speziato con pomodori, aglio e cipolle.
  • Red Rice: riso rosso, un alimento di base nel Bhutan, noto per il suo sapore nutriente.
  • Suja: il tè al burro di yak, una bevanda calda e ricca tradizionalmente servita in occasioni speciali.
  • Goep: una zuppa di noci tradizionale preparata con noci, formaggio, peperoncini e spezie.
  • Doma: noci di betel, un’usanza comune dopo i pasti per la digestione.
  • Bjasha Paa: carne di yak saltata con peperoni e spezie.
  • Ezay: una salsa piccante fatta con peperoncini secchi e aglio.

Assicuratevi, infine, di completare il pasto con alcuni dei più deliziosi dessert tradizionali, come il Khapsey (biscotti fritti) e il Khur-le (frittelle dolci).

Qual è il periodo migliore per andare in Bhutan

Il periodo migliore per visitare il Bhutan dipende dalle proprie preferenze personali e dall’esperienza che il viaggiatore desidera avere durante il viaggio.

In alta stagione, che va da marzo a maggio e da settembre a novembre, la primavera offre fioriture e temperature moderate, ottima per il trekking, mentre l’autunno è caratterizzato da giornate soleggiate e festival. Durante la bassa stagione in estate, da giugno ad agosto, ci sono piogge abbondanti, ma i campi sono verdi. L’inverno, da dicembre a febbraio, porta temperature basse, adatto per evitare le folle e godersi i paesaggi innevati.

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