Alcuni viaggi, diciamolo, non si misurano in chilometri percorsi né in monumenti fotografati. Si misurano grazie a quello che rimane sul palato, grazie all’odore di un bosco attraversato all’alba, nel gesto di sapiente di qualcuno che stende la sfoglia sul tagliere come se il tempo non avesse fretta di passare.
L’Appennino Tosco-Emiliano è uno di quei luoghi in cui questo tipo di viaggio è ancora possibile: lontano dalle rotte turistiche più battute, tra pascoli e faggete, castagneti e borghi dove la settimana scorre ancora al ritmo delle stagioni, sopravvive una tradizione gastronomica che non ha bisogno di reinventarsi.
Il territorio
Sì, l’Appennino Tosco-Emiliano è una successione di versanti e verde che si alternano senza fretta, dove ogni curva della strada provinciale apre su un panorama diverso dal precedente. Ed esiste un luogo specifico, qui, dove recarsi è una magia: è Madonna dei Fornelli, a 800 metri sul livello del mare.
Un luogo che si apre tra i boschi, come un respiro: poche case, un silenzio che non opprime ma libera, e quell’aria che cambia “consistenza” non appena si esce dall’auto. È il tipo di posto che sorprende per la sua assenza di clamore, dato che quando si arriva si capisce subito di essere arrivati nel posto giusto.
E se ciò non bastasse, bisogna pensare che è un luogo che “lavora” in silenzio: qui cresce il porcino, il fungo che più di ogni altro ha plasmato la cucina di questa zona, ma il territorio restituisce anche il tartufo nero, le bacche selvatiche, le erbe aromatiche che i raccoglitori locali conoscono per nome e per stagione. È un paesaggio regala soddisfazioni: bisogna solo sapere dove guardare.
Il gusto della tradizione
E uno dei luoghi dove guardare, in realtà, è un posto perfetto dove passare un weekend se si vuole godere di tranquillità e buona (anzi, ottima) cucina. L’Albergo Ristorante Poli si trova in piazza Madonna della Neve, nel cuore di Madonna dei Fornelli, e da generazioni la famiglia Poli porta avanti una cucina semplice e curata in cui ogni piatto racconta una storia fatta di ingredienti genuini e legami profondi con il territorio.
Non è un ristorante che cerca di stupire con la forma, perché convince con la sostanza: la pasta è fatta in casa, rigorosamente. Tra i primi si trovano le tagliatelle al ragù bolognese, i tortelloni di ricotta con speck e noci, gli gnocchi freschi ai funghi, le lasagne verdi, i tortellini in brodo. Tra i secondi, la tagliata di manzo, le scaloppine ai porcini, gli arrosti misti, la polenta con costoline e salsiccia, il tagliere di salumi bolognesi.
Su ordinazione arrivano anche la fiorentina di chianina e il cinghiale: piatti che non si trovano su ogni menu e che qui hanno senso, perché hanno un territorio alle spalle. Attenzione però, perché il Poli dà il meglio di sé proprio grazie ai boschi: funghi porcini e tartufo fresco diventano i protagonisti assoluti della cucina. Sono selezionati personalmente, spesso raccolti nelle faggete e nei castagneti nelle vicinanze, ed entrano in ricette tradizionali reinterpretate con rispetto per i sapori originari.
La tavola che incontra la Via degli Dei
Ma l’Albergo Poli non è solo un luogo dove si mangia in maniera straordinaria. È una base da cui partire e a cui tornare, un posto che conosce il ritmo di chi percorre la Via degli Dei, il cammino che collega Bologna a Firenze attraverso l’Appennino e che non è solo un percorso escursionistico: è un invito a rallentare, a scegliere la strada più lunga perché è quella che passa per i posti più veri.
Da oltre cinquant’anni la famiglia Poli porta avanti un’idea semplice ma preziosa: far sentire ogni ospite come a casa. Le camere sono accoglienti e curate, pensate per chi ha bisogno di recuperare le energie dopo una giornata tra i boschi. La mattina ad aspettare gli ospiti c’è un buffet con dolci fatti in casa e prodotti locali. La sauna e la doccia idromassaggio fanno il resto, nei momenti in cui il corpo chiede di fermarsi.
Fuori, il giardino e il verde dell’Appennino ricordano perché si è venuti fin qui. È questo il cuore del turismo lento: non “consumare” un posto, ma abitarlo per qualche giorno, lasciare che entri dentro l’anima a un ritmo che la città non concede. Il Poli, in questo senso, non è una struttura dove si dorme e si mangia: è il posto in cui un weekend sull’Appennino acquista il sapore giusto.
A pochi minuti da Tarvisio (provincia di Udine), là dove Italia, Austria e Slovenia quasi si sfiorano, l’asfalto lascia spazio al silenzio del bosco. Contemporaneamente, il traffico si dissolve nel fruscio degli abeti e nel suono costante dell’acqua. Siamo in un vero e proprio angolo di confine, in cui si apre però un capolavoro della natura: l’Orrido dello Slizza, una fenditura nella montagna che sorprende fin dal primo sguardo (tanto da rendere il termine “orrido” quasi ironico). Più che inquietante, infatti, appare magnetico, pieno di vita e scolpito con una pazienza millenaria.
L’accesso avviene nei pressi di un monumento dedicato a un soldato austro-ungarico, figura immobile che osserva un paesaggio plasmato anche dalla storia. Qui si avverte subito un cambio di atmosfera con l’aria che si fa più fresca, mentre la luce filtra tra rami fitti e il terreno accompagna verso il basso con una serie di gradoni che introducono a un ambiente quasi primitivo. Sotto, il torrente Slizza scorre con decisione, scavando la roccia e disegnando un percorso fatto di curve, salti e pozze profonde dai riflessi verdi.
Non serve molto tempo per completare l’anello, circa 60 minuti, eppure l’impressione è quella di aver attraversato un luogo remoto, distante dalle coordinate abituali.
Caratteristiche e formazione dell’Orrido di Slizza
L’Orrido dello Slizza nasce dall’azione costante dell’acqua su substrati rocciosi composti prevalentemente da calcari e dolomie. Il torrente, alimentato da sorgenti alpine e dallo scioglimento delle nevi, ha inciso nel corso dei millenni una gola stretta e profonda, mettendo al mondo un ambiente dinamico che continua a mutare. Le pareti mostrano segni evidenti di erosione, con superfici levigate alternate a sporgenze irregolari che raccontano diverse fasi geologiche.
La presenza dell’acqua modella anche il microclima: temperature più basse rispetto all’esterno, umidità elevata e vegetazione rigogliosa. Muschi, felci e licheni colonizzano ogni superficie disponibile, mentre sopra si sviluppa un bosco misto dominato da abeti rossi e pini. Questa combinazione favorisce una biodiversità significativa, rara per un’area di dimensioni contenute come questa.
Un elemento distintivo riguarda le strutture costruite per rendere accessibile il percorso. Passerelle in legno e acciaio seguono il profilo della gola, agganciate alla roccia con precisione. Alcuni tratti attraversano gallerie scavate manualmente nella seconda metà dell’800, testimonianza di un intervento umano che ha saputo adattarsi al contesto senza snaturarlo. Le travi, consumate dal tempo, raccontano una lunga convivenza tra uomo e natura.
Il risultato è un equilibrio particolare: da una parte c’è la forza geologica che continua a plasmare il paesaggio, dall’altra una presenza discreta che consente di osservare tutto da molto vicino.
Come funziona la visita e cosa vedere all’Orrido dello Slizza
Il percorso per visitare questa meraviglia (quasi) segreta d’Italia inizia con una discesa decisa. Gradoni in pietra guidano verso il fondovalle, con una staccionata che accompagna il movimento e offre sicurezza nei tratti più ripidi. Dopo pochi minuti è il suono dell’acqua a dominare la scena, con il torrente che appare tra gli alberi per poi rivelarsi completamente con il suo colore intenso: varia tra verde smeraldo e blu profondo a seconda della luce.
Subito colpiscono le piccole spiagge di ciottoli. Superfici chiare, modellate dalla corrente, che creano punti di sosta naturali. Alcuni si fermano qui per una pausa, altri scelgono di avvicinarsi all’acqua. Si può fare, sì, ma occorre essere consapevoli che la temperatura resta bassa anche in estate, un dettaglio che sorprende e rinfresca nelle giornate più torride.
Proseguendo lungo le passerelle, il percorso entra nel cuore della gola. Qui la distanza tra le pareti si riduce, la luce si attenua e il senso di profondità aumenta. Ponti di legno collegano i vari tratti, mentre sotto il torrente scorre con maggiore energia.
iStockLe passerelle per visitare l’Orrido dello Slizza
Una delle sezioni più suggestive coincide con una galleria scavata nella roccia al cui interno sono conservate tracce evidenti del lavoro manuale, con superfici irregolari e segni di utensili. All’uscita, la vista può spaziare su un tratto più ampio della gola, con rocce levigate e acqua più calma.
Lungo il tragitto si incontra anche una pietra dedicata a Karl Zinneberg, figura legata alla realizzazione del percorso. La seconda parte dell’anello conduce verso un vecchio ponte ferroviario, oggi integrato nella ciclovia Alpe Adria. Si tratta di una struttura imponente in ferro che attraversa il canyon, regalando un punto di osservazione elevato. Da qui il paesaggio assume una nuova prospettiva, più ampia e quasi panoramica.
Chi percorre l’itinerario spesso si concede piccole deviazioni, come una sosta su una roccia per ascoltare l’acqua, un momento di quiete tra gli alberi oppure un picnic improvvisato. Alcuni portano con sé anche il cane, che trova ristoro nel torrente e che da queste parti è il benvenuto. Per visitare l’Orrido dello Slizza non si deve fare quindi un’escursione tecnica, ma nonostante questo c’è bisogno di prestare attenzione. Il fondo, infatti, può risultare scivoloso, soprattutto dopo piogge recenti. Per questo motivo le scarpe da trekking fanno la differenza tra una visita piacevole e una poco stabile.
L’Orrido dello Slizza si trova nel territorio di Tarvisio, in provincia di Udine, a breve distanza dal confine con Austria e Slovenia. La zona è facilmente raggiungibile in auto seguendo la strada che conduce verso Fusine in Valromana. Superato il centro abitato, si incontra un bivio segnalato sulla sinistra con indicazioni per l’orrido. La strada, Via Bamberga, conduce a un piccolo parcheggio nei pressi della pista ciclabile da cui parte il percorso.
Il punto di riferimento principale è il monumento al soldato austro-ungarico, situato su un’altura boscosa tra la vecchia stazione ferroviaria e quella più recente di Tarvisio Boscoverde. Dalla statua il sentiero scende rapidamente verso la gola. L’anello complessivo misura circa 2 km, con un dislivello contenuto attorno ai 50 metri, mentre l’altitudine varia tra 700 e 800 metri.
Durante l’inverno o in presenza di ghiaccio il percorso può risultare poco sicuro. Nei mesi più caldi, invece, rappresenta una delle escursioni più apprezzate della zona, grazie al microclima fresco e alla varietà del paesaggio. Chi arriva in bicicletta può sfruttare la ciclovia Alpe Adria, che passa nelle vicinanze e collega diverse regioni europee. Un’ora basta per completare il percorso, ma molto di più resta nella memoria.
Più o meno 3.000 sono gli abitanti di Altino, incantevole borgo d’Abruzzo, che (come in qualche maniera ci preannuncia anche il nome) appare sopra una rupe chiara a 345 metri di quota, con una postura severa e raccolta. Parte della provincia di di Chieti, è una sentinella di pietra che domina un paesaggio di uliveti, vigneti e boschi di querce che nelle giornate limpide permette di posare lo sguardo fino all’orizzonte adriatico, distante una quarantina di chilometri. Un paesino che, tra le altre cose, sviluppa la propria identità attraverso la struttura del borgo diffuso.
La sua posizione è certamente strategica in quanto difensiva, ma la leggenda della sua fondazione rende il tutto ancor più speciale: si narra che fu fondato da profughi veneti in fuga dalla distruzione di Altinum, porto romano incendiato durante le incursioni di Attila. Secondo la tradizione, avrebbero risalito il corso del Sangro fino a scorgere questa roccia affacciata sui boschi, decidendo di rifondare la propria patria perduta sopra questa scogliera di terraferma.
Oggi è un villaggio che sembra mantenere un un equilibrio precario e contemporaneamente solido, grazie all’architettura medievale e una natura che tenta costantemente di riprendersi i propri spazi. Entrando nel perimetro urbano, si avverte immediatamente un’atmosfera densa, in cui il silenzio si fonde soltanto con il rintocco delle campane e con il fruscio del vento tra le feritoie delle mura.
Cosa vedere ad Altino
Ad Altino non c’è niente che si offre in modo plateale, e forse è proprio questa una delle sue più grandi forze: il tessuto urbano va vissuto con calma e attenzione, attraversano passaggi angusti e piazze minuscole che conservano intatta la memoria collettiva di una comunità legata alla sua terra.
iStockPasseggiando (con calma) ad Altino
Chiesa di Santa Maria del Popolo
Alzando lo sguardo verso il punto più alto del nucleo abitato, è impossibile non notare la Chiesa di Santa Maria del Popolo, fulcro urbano e simbolico del paese che si mostra con una facciata sobria. Di primo impatto, quindi, si potrebbe fare l’errore di passare oltre. Ecco, non fatelo, perché le sue mura nascondo un interno ricco di suggestioni.
Qui risaltano altari barocchi in legno dorato che brillano quando la luce pomeridiana filtra dalle alte finestre laterali, così come decorazioni tramite cui si percepisce la devozione popolare che ha sostenuto il restauro di questi spazi dopo i terremoti (e non solo) che hanno scosso la regione in epoche passate.
Chiesa di Santa Maria delle Grazie
Molto bella è anche la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, edificio raccolto e misurato che però è la culla di una tavola lignea del Trecento raffigurante la Vergine (attribuita a scuola locale). Un altro dipinto, collocato sopra l’altare, rappresenta la Vergine del Rosario insieme a santi domenicani.
Palazzo Sirolli e Villa Di Lallo
Passo dopo passo, lungo l’asse principale si incontrano residenze nobiliari che un tempo ospitavano le famiglie più influenti della zona. Palazzo Sirolli (o Pulieri) colpisce per la maestosità del suo ingresso e per la solidità delle mura perimetrali, progettate per resistere sia alle intemperie che a eventuali assedi.
Villa Di Lallo, detta la Silvestrina, mostra elementi tardo settecenteschi con affacci aperti sulla campagna.
Chiesa di San Rocco
Degna di nota è anche la Chiesa di San Rocco, edificio a pianta a croce greca costruito tra XV e XVI secolo fuori dalla cinta muraria. La posizione segnava un punto di protezione simbolica durante epidemie e carestie. L’architettura, seppur semplice, rafforza il valore devozionale.
Museo del Peperone Dolce di Altino
Il Museo del Peperone Dolce di Altino è un tappa da fare assolutamente perché racconta un prodotto agricolo preziosissimo, tanto da essere definito Oro Rosso. Allestito all’interno di Palazzo Rossetti, eleva attraverso utensili, fotografie, pannelli e testimonianze orali questa gustosa pianta, chiamata in loco peperone a cocce capammonte (oggi Presidio Slow Food).
Lo si comprende non appena ci si mette piede: Altino invita a esperienze attive che legano il visitatore al ritmo locale, tra festival vivaci e percorsi naturalistici che esaltano i sensi con aromi speziati e viste ampie. Tra le migliori attività da fare:
Escursioni nella Riserva Naturale Regionale Lago di Serranella: è una delle zone umide più importanti dell’Abruzzo interno. Ospita avifauna migratoria lungo la rotta adriatica e il centro visite WWF organizza percorsi guidati, osservatori faunistici, orto botanico e sentieri attrezzati tra acqua e canneti.
Celebrare l’Oro Rosso locale durante il festival dedicato: sì, parliamo del Peperone Dolce di Altino, la cui “cerimonia” avviene in agosto, tra contrade in gara, piatti rituali, forni accesi e vicoli colmi di voci serali.
Esplorare le pendici del Monte Pallano: a pochissima distanza dall’abitato si estende un’area archeologica e naturalistica di immenso valore. Le Mura Megalitiche, possenti blocchi di pietra incastrati a secco dai popoli italici oltre 2.000 anni fa, delimitano un insediamento che sfugge a facili classificazioni cronologiche.
Degustare i vini delle cantine vicine: la fascia collinare che degrada verso il mare risulta ideale per la coltivazione del Montepulciano d’Abruzzo e del Trebbiano. Molte aziende agricole situate a pochi minuti dal centro aprono le porte per sessioni di assaggio dirette.
Partecipare alle feste religiose: dalla Madonna delle Grazie a maggio fino ai santi Cosma e Damiano a settembre, momenti che tengono insieme comunità e territorio.
Non è affatto complesso raggiungere Altino, perché basta guidare sulla strada provinciale che collega la Valle del Sangro con l’entroterra chietino. Occorrono appena 15 chilometri di percorrenza rettilinea, dopi i quali si incontra il bivio segnalato che invita a salire verso sinistra. La carreggiata, da questo momento, inizia a inerpicarsi con tornanti dolci che offrono scorci progressivi sul fiume sottostante.
Chi invece giunge dalle zone interne, come il Molise o l’Alto Sangro, deve imboccare la stessa statale procedendo verso la costa, svoltando poi per la salita finale che conduce direttamente all’ingresso del borgo.
In caso di preferenza per i mezzi pubblici, la staziono ferroviarie più vicine sono quelle di Fossacesia e Lanciano. Nonostante ciò, il mezzo proprio è la soluzione migliore per gestire gli spostamenti in autonomia e godere delle fermate improvvise lungo le strade secondarie.
Il fascino della neve è irrinunciabile e per chi non scia ci sono altre attività da praticare, altrettanto magiche e piene di stupore. Una delle proposte? Indossare le ciaspole e percorrere sentieri nella natura. Ma dove ciaspolare in Italia? Le possibilità sono tante lungo tutto lo stivale. Si può camminare nel silenzio dei boschi, costeggiare creste ghiacciate, osservare tracce di animali e raggiungere balconate naturali con vista effetto wow.
Ecco alcune proposte per ciaspolare in Italia.
Tre Cime di Lavaredo, Veneto
Ciaspolare ai piedi delle Tre Cime significa vivere un simbolo delle Dolomiti in versione invernale. Dal Lago d’Antorno si prosegue sulla strada battuta fino al Rifugio Auronzo: 5 km di ascesa regolare e panorama sempre più ampio. Si possono osservare dal panorama le imponenti Tre Cime e i Cadini di Misurina.
Cinque Torri, Veneto
Proprio sulle Dolomiti Ampezzane c’è un percorso ad anello di circa 6 km che sfiora le Cinque Torri. Il percorso alterna boschi e trincee della Grande Guerra, con punti panoramici che sembrano dipinti nella neve. In inverno conviene verificare meteo e rischio valanghe, e sfruttare la seggiovia Cinque Torri con partenza da Bai de Dones per una salita più comoda o un rientro morbido.
Altopiano di Brentonico, Trentino-Alto Adige
Chi ama la neve potrà innamorarsi dei percorsi per ciaspolare sul Monte Baldo partendo solitamente dall’Altopiano di Brentonico. Un’esperienza alla portata di tutti da svolgere in autonomia, oppure accompagnati da guide per un’esperienza di gruppo in totale sicurezza. Un motivo in più per scegliere questo percorso? La vista sul lago di Garda.
Alpe di Siusi, Trentino-Alto Adige
Un itinerario lungo 6 chilometri, con un dislivello minimo, si snoda proprio ad Alpe di Siusi sull’altopiano più vasto d’Europa. Perfetto anche per chi viaggia con bambini e ragazzi, permette di osservare Sciliar, Sassolungo e Sassopiatto con una camminata piacevole e non troppo impegnativa. Si raggiunge l’area tramite cabinovia da Siusi allo Sciliar oppure con l’autobus; optando per l’auto, il parcheggio può risultare affollato.
Bormio, Lombardia
Molti visitano Bormio in occasione delle Olimpiadi e quindi è un’ottima idea per questo inverno. Attorno alla regina dell’Alta Valtellina si snodano numerosi tracciati per ciaspole. Il sentiero delle Cappelllette sale verso le baite di Sell e Tov con vista sul Pizzo Tresero, mentre il sentiero dell’Ables ricalca un’antica via militare e guarda verso Sobretta e Cevedale. Per chi ama atmosfere più tranquille, la radura di Tadè offre una balconata perfetta sulla conca di Bormio e sul profilo glaciale del Gran Zebrù. Altri percorsi, come quello verso malga Caricc, sono illuminati e percorribili in notturna. Dallo ski stadium, infine, si può raggiungere il rifugio Sunny Valley per una sosta calda e gustosa.
Parco della Maiella, Abruzzo
Nel parco della Maiella si può affrontare un anello di oltre 10 km che sale al monte Mileto e scende al Rifugio Capoposto, attraversando faggete, creste e panorami aperti su Majella e Gran Sasso. In inverno questo itinerario diventa una ciaspolata affascinante, ma richiede attenzione nei tratti più esposti dove il ghiaccio può affiorare. Il rifugio rappresenta un punto sicuro prima della discesa tra distese scintillanti e silenzi profondissimi.
Sulla montagna madre d’Abruzzo si può vivere un’esperienza davvero speciale: ciaspolare con vista mare. Nei pressi di Mammarosa e Passo Lanciano, i percorsi sono sicuri e panoramici, tra boschi innevati e cime che, nelle giornate limpide, lasciano intravedere l’Adriatico. Un itinerario perfetto per chi desidera meraviglia senza eccessivo impegno, lungo circa 4 km.
iStockIl percorso per ciaspolare nel Parco della Maiella
Castelluccio di Norcia, Umbria
Se in primavera ed estate la zona è apprezzata per la fioritura, in inverno si punta a esplorarla con le ciaspole. Da Castelluccio di Norcia si parte verso la cima del poggio di Croce che regala una vista immensa su Pian Grande, Monte Vettore, Terminillo e Monti della Laga. La discesa verso la Val Canatra avviene circondati da neve morbida e silenzio ovattato, in uno degli scenari invernali più scenografici dell’Appennino.
Parco del Pollino, Basilicata
A Piano Ruggio si cammina nel regno dei pini loricati, tra boschi, radure e tracce di antichi tagli del legname. Lungo il percorso si incontra il monumentale “faggio delle Sette Sorelle”, guardiano secolare del parco. Il Belvedere del Malvento appare come una balconata naturale sospesa sulle cime e sulle pareti meridionali della Serra del Prete, offrendo uno degli sguardi più ampi dell’Italia del Sud.
Etna, Sicilia
Sul versante nord-est dell’Etna, da Linguaglossa verso Piano Provenzana e Monte Conca, la ciaspolata assume un carattere unico… neve candida e il mare sullo sfondo. La pineta e i boschi di betulle introducono a un ambiente unico, dove si cammina tra vulcano e orizzonte blu, in una delle esperienze invernali più sorprendenti d’Italia.
Getty ImagesNon solo sci, sull’Etna si può anche ciaspolare
Nel cuore della Val di Non,Cles si adagia lungo le sponde del Lago di Santa Giustina, raccontando con le sue vie e piazze secoli di storia e tradizione. Il paese si sviluppa tra diverse frazioni e rioni, ognuno con testimonianze uniche che spaziano dall’arte alla storia, dall’architettura agli antichi reperti.
Tra le strade, palazzi nobiliari e chiese narrano le vicende di una comunità radicata in un territorio caratterizzato da frutteti, boschi e colline che declinano dolcemente verso la valle. Le storie dei clesiani emergono dai materiali delle costruzioni, dalle incisioni sui portali e dalle iscrizioni degli affreschi, in un intreccio che lega passato e presente.
L’insieme dei luoghi sacri, dei palazzi, dei castelli e delle opere pubbliche trasmette la tenacia di chi ha modellato il paesaggio, preservando memoria e identità.
Cosa vedere a Cles
Pur essendo una realtà di circa 7.000 abitanti, Cles custodisce una concentrazione di testimonianze artistiche e storiche sorprendente. Dalle chiese medievali ai palazzi signorili, fino ai castelli che dominano il paesaggio, ogni luogo rivela aspetti poco noti della vita di valle.
Chiesa di Santa Maria Assunta
Posta al centro della borgata, la Chiesa di Santa Maria Assunta emerge con un profilo gotico-rinascimentale sviluppato tra il 1512 e il 1522. Il portale principale non è da meno, in quanto decorato con un affresco raffigurante l’Annunciazione e lo stemma dei Clesio. Il lato nord, invece, custodisce altri simboli araldici e preziosi affreschi.
All’interno, la chiesa si articola in un’unica navata con una volta gotica sorretta da eleganti archi intrecciati. Tra gli elementi di maggior pregio si segnalano il fonte battesimale del 1598 e raffinati pezzi d’argenteria. Il campanile, con l’orologio antico e i finestroni traforati, osserva la piazza con discreta ma solenne imponenza.
Chiesa di San Pietro Apostolo
Le origini della Chiesa di San Pietro Apostolo risalgono a tempi altomedievali, con primi documenti datati 1348. L’edificio ad aula unica conserva un’abside poligonale e un piccolo campaniletto in facciata. Gli affreschi interni, insieme a un altare ligneo intagliato, testimoniano secoli di devozione. I ritrovamenti archeologici avvenuti nel corso degli anni, tra le altre cose, hanno confermato la presenza di sepolture e strutture di epoca remota, a testimonianza della sua importanza storica come centro religioso della comunità.
Chiesa di San Tommaso Apostolo
Situata lungo l’antica via di collegamento con la Val di Sole e la Lombardia, la cappella, che si pensa edificata nel XIII secolo, mostra tracce di affreschi medievali e pavimentazioni originali in ciottoli e battuto di calce. I restauri del 2003-2005 hanno portato alla luce decorazioni a tappezzeria, iscrizioni rovinate e simboli religiosi tardo-quattrocenteschi, come la melagrana associata alla Passione di Cristo.
Chiesa di Santa Lucia
Nella frazione Caltron, la Chiesa di Santa Lucia risale al 1356 e conserva un’aula rettangolare con volta a botte a costoloni e abside poligonale. Tra le sue mura, a colpire sono l’altare barocco in legno dorato e intagliato e la pala dell’Annunciazione, esempi pregevoli di arte sacra locale, mentre la sobrietà dell’edificio ne sottolinea la funzione comunitaria.
Chiesa di San Vigilio a Pez
L’edificio più antico della borgata è la Chiesa di San Vigilio a Pez, documentato fin dal 991, che in passato fungeva da punto di incontro tra capifamiglia e rappresentanti della popolazione. La struttura presenta un tetto a due spioventi, scandole a cuspide e stucchi cinquecenteschi, tutti elementi che si combinano con affreschi medievali e con l’arte del Trecento e Quattrocento. Recenti restauri hanno rivelato i resti di un cimitero circostante e dettagli architettonici originari, inclusi elementi rituali legati alle celebrazioni liturgiche.
Palazzo Assessorile
Al centro di Cles, il Palazzo Assessorile racchiude ben otto secoli di storia civica. Originariamente costruito attorno a una torre del XII secolo, ha ospitato abitazioni nobiliari, uffici giudiziari e carceri. La facciata tardogotica e rinascimentale è impreziosita da bifore in stile veneziano e da un affresco nordico del 1482. Gli interni, con soffitti lignei decorati e sale affrescate, narrano il prestigio delle famiglie locali e l’evoluzione della città nel tempo.
Castel Cles
Situato su un promontorio, il Castello dei Signori di Cles domina la valle e si riflette nelle acque placide del Lago di Santa Giustina. La fortezza, con possibili origini in una torre di vedetta romana, apparteneva inizialmente a una consorteria comunitaria e successivamente alla famiglia Clesio. Tra i membri più noti spicca Bernardo Clesio, cardinale e principe vescovo di Trento.
iStock@Alberto MasnovoIl bellissimo Castel Cles
Castel Firmian a Mechel
Il manieristico Castel Firmian, costruito nel 1486 su un preesistente castello, è noto come “Castello dalle cento finestre” per le numerose aperture quadrate che possiede. Varcando la sua soglia, si scoprono soffitti a cassettoni e affreschi mitologici, simboli della fusione tra residenza nobiliare e rappresentanza del potere locale.
Cosa fare a Cles
Il territorio di Cles propone attività culturali, sportive e gastronomiche che permettono di apprezzare il carattere autentico della valle.
Mercato contadino: ogni sabato mattina da giugno a ottobre, produttori locali espongono miele, formaggi, ortaggi, frutta e derivati, favorendo la filiera corta e la scoperta dei sapori tipici della valle.
Batibōi Gallery: spazio espositivo e laboratoriale dedicato alle arti visive contemporanee, con attività per bambini e adulti, mostre e workshop che stimolano creatività e curiosità.
Percorsi in bicicletta o a piedi: le piste ciclabili lungo la valle attraversano frutteti e boschi, offrendo viste sul lago e sulla campagna circostante.
Lago di Santa Giustina: zona ideale per chi ama osservare l’interazione tra ingegneria umana e un affascinante paesaggio naturale.
Biotopo Palù di Tuenno: zona paludosa che mette a disposizione un habitat raro per numerose specie di uccelli, tra cui martin pescatore, folaga e airone cenerino.
Il bellissimo borgo di Cles è facilmente raggiungibile in auto da Trento in circa 40 minuti percorrendo 40 km. Pee chi non vuole guidare, c’è l’opzione di salire a bordo della ferrovia Trento-Malé che collega Trento con Mezzana, passando per Cles, con fermate a pochi passi dal centro storico.
In più, è disponibile una rete di autobus che garantisce collegamenti con le principali località delle valli di Non e Sole, consentendo di muoversi agevolmente sul territorio senza necessità di automobile.
Il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna è un’ampia distesa di boschi che coprono i rilievi, ora dolci ora più aspri, della dorsale dell’Appennino fra la Toscana e la Romagna. Un universo naturale in miniatura, lontano dalla frenesia urbana, pronto ad accogliere sul suo vasto territorio i tanti visitatori che ne percorrono i sentieri, ne scalano le vette, ne esplorano i luoghi d’interesse legati alla storia e alla spiritualità in tutte le stagioni.
Questo ampio territorio che abbraccia l’Appennino tosco-romagnolo mostra in ogni caso il suo volto più autentico nei mesi freddi: i boschi delle Foreste Casentinesi, caratterizzati soprattutto dalla silenziosa quanto maestosa presenza di ampie faggete, si spogliano delle proprie chiome multicolori; spesso la neve spolvera le cime e i passi della dorsale appenninica, mentre con la minore presenza antropica cervi e caprioli, tassi, donnole, istrici e cinghiali tornano padroni del territorio. Sebbene l’inverno renda alcuni percorsi certamente più impegnativi, è questo il periodo in cui si può camminare tra faggi secolari, raggiungere antichi eremi nascosti al riparo dei boschi, avventurarsi lungo itinerari immersi nella neve.
L’inverno nel Parco: clima e consigli pratici
Chi sceglie di visitare il Parco delle Foreste Casentinesi in inverno deve prepararsi a vivere condizioni molto diverse dal resto dell’anno. Malgrado una altitudine che non è paragonabile ai rilievi e alle vallate alpine, le temperature sono decisamente più rigide rispetto ai territori più antropizzati. La neve cade con regolarità, soprattutto al di sopra dei 900 metri di altitudine, trasformando completamente il paesaggio e rendendo alcuni tratti dei sentieri più difficili da individuare.
iStockEsplorare le Foreste Casentinesi sotto la neve è un’esperienza unica
Il consiglio è sempre quello di informarsi sullo stato dei percorsi, consultare i bollettini meteo e contattare eventualmente i Centri Visita del Parco di Bagno di Romagna, Badia Prataglia e Santa Sofia. Camminare utilizzando un navigatore con GPS, una traccia digitale precedentemente scaricata e una cartina aggiornata rimane una buona pratica, anche per sentieri apparentemente semplici.
L’inverno, però, dona anche esperienze che non si trovano in altri periodi dell’anno: la luce che attraversa gli alberi spogli è più nitida; il bosco si riempie di suoni ovattati, tra i quali spicca lo scrocchiare della neve sotto gli scarponi; il cielo limpido e il candore della neve regalano un contrasto scenografico.
Quattro escursioni d’inverno nel Parco delle Foreste Casentinesi
Gli oltre 368 chilometri quadrati di territorio del Parco delle Foreste Casentinesi sono coperti all’80% da boschi. Sotto le chiome degli abeti, delle querce e dei faggi, però, si scopre una varietà di scenari enorme: vette oltre i 1500 metri di altitudine; sorgenti di fiumi grandi e piccoli, che scorrono verso la Toscana e verso la Romagna; laghi, laghetti e cascate mastodontiche; emergenze geologiche come rupi calcaree, marne e cavità naturali; centri abitati piccoli ma ricchi di tradizioni e di una storia antica e preziosa; edifici religiosi dalle radici profonde immersi nel silenzio.
Avventurarsi in un trekking d’inverno nel Parco delle Foreste Casentinesi significa esplorare tutti questi contesti, arricchiti dalle peculiarità della stagione fredda, magari dopo che una fitta nevicata ha regalato un manto bianco a tutto quello che circonda chi cammina.
L’Eremo di Camaldoli, splendido e antico complesso religioso fondato da San Romualdo nell’undicesimo secolo, è uno dei luoghi più evocativi di tutto il Parco, oltre che uno dei più noti. Se si ha la fortuna di visitarlo dopo una nevicata, il colpo d’occhio assume un’ulteriore magia: gli edifici dal profilo austero, consuetamente silenziosi, assumono ancor più carattere sotto un velo bianco.
Partendo dal monastero, si sale attraverso un bosco fitto di alti abeti e faggi monumentali: i primi mantengono la loro chioma scura per tutta la stagione e regalano un profumo caratteristico al sottobosco, i secondi si spogliano del loro manto, che giace ora ai loro piedi. La salita è dolce e graduale, adatta anche a chi non ha grande esperienza, purché equipaggiato con calzature adatte e, in caso di neve, con ciaspole. Da notare che, peraltro, questo percorso è segnalato sulla cartellonistica del Parco come sentiero per sci di fondo, alternativa praticabile per affrontarlo in caso di abbondante nevicata: sciare sotto i rami innevati dei faggi, che si innalzano come le pareti di una cattedrale attorno all’ampio sentiero, è una emozione unica.
Il percorso termina al Passo dei Fangacci, dove si trova un rifugio generalmente aperto. L’escursione è semplice e non molto lunga: sono circa tre chilometri e mezzo per il tragitto di andata. Se non c’è neve l’itinerario, comunque suggestivo grazie alla splendida faggeta, può essere percorso in poco più di un’ora, mentre quando c’è la neve diventa un po’ più impegnativo ma comunque adatto a tutti, indipendentemente dall’utilizzo di ciaspole o sci di fondo.
Un pezzo del Sentiero delle Foreste Sacre
Il Sentiero delle Foreste Sacre è uno dei tanti itinerari del Parco delle Foreste Casentinesi. È un cammino organizzato su più tappe che collega alcuni dei luoghi spirituali più importanti del territorio, come Camaldoli e il Santuario della Verna. In inverno si può scegliere di percorrerne solo un tratto, selezionando la sezione più panoramica e aperta del crinale.
Getty ImagesL’atmosfera unica del Santuario della Verna nella nebbia
Una delle opzioni migliori è quella di partire dal Passo della Calla, che solitamente si incontra all’inizio della tappa 4, e dirigersi verso l’Eremo di Camaldoli. Si percorre così tutta la dorsale che guarda la Romagna: il sentiero attraversa faggete imponenti, ma ha anche splendidi balconi panoramici sul territorio tutt’attorno.
Il più suggestivo è Poggio Scali, dove nei giorni più limpidi si aprono viste sull’Appennino innevato che tolgono il fiato. Si tratta di un’escursione di media difficoltà: il dislivello non è elevato, ma si è spesso esposti alle intemperie e con la neve o il ghiaccio alcuni tratti di discesa diventano impervi.
Il Lago di Ponte e la magia della galaverna
Per chi cerca un percorso più tranquillo e adatto a tutti, l’anello che si dipana attorno al Lago di Ponte, vicino a Tredozio, è una scelta perfetta. Il sentiero parte dal Passo del Tramazzo, scende fino ad incontrare il corso dell’omonimo torrente, fino ad arrivare al piccolo specchio d’acqua artificiale, circondato dal bosco e a poca distanza da un rifugio.
In inverno spesso le rocce che circondano il torrente si ricoprono di cristalli di ghiaccio, creando scenari fiabeschi. Dato il surplus di umidità della zona, non è difficile assistere al fenomeno della galaverna: la nebbia e l’umidità dell’aria gelano attorno ai rami spogli degli alberi, ricoprendoli di una sottile patina di ghiaccio. Una circostanza affascinante che regala un tocco romantico in più al paesaggio.
Quella al Lago di Ponte è una camminata semplice ma suggestiva, perfetta per chi desidera vivere l’atmosfera invernale del Parco senza affrontare dislivelli importanti. Dal rifugio si torna al punto di partenza passando per l’altro lato del lago e un sentiero per buona parte diverso da quello dell’andata.
L’escursione al Monte Falterona, dove nasce l’Arno
L’escursione a Capo d’Arno, alle pendici del Monte Falterona, è un grande classico del Parco delle Foreste Casentinesi. Un itinerario facile che d’inverno assume qualche connotato di difficoltà in più, ma anche di fascino.
iStockVerso il Monte Falterona nella neve
Il percorso parte generalmente dal versante toscano, salendo in auto da Castagno d’Andrea alla Fonte del Borbotto. Passando per una silenziosa faggeta ammantata nelle tinte invernali si arriva a Capo d’Arno, la sorgente del principale fiume toscano. In inverno la fonte si presenta come una piccola conca ghiacciata circondata da faggi spogli.
Solo per i più esperti da qui si può affrontare la salita verso la vetta del Monte Falterona, una delle cime più elevate del Parco, da cui godere di panorami stupendi, specie se dopo una nevicata.
In Appennino non ci sono molte vette più alte delle cime gemelle del monte Velino e del monte Cafornia, in Abruzzo. Il loro profilo è lo stereotipo della montagna e sembra quasi il disegno di un bambino: pareti che vanno su dritte, in diagonale, fino a disegnare una punta aguzza, l’una accanto all’altra. Poco più a oriente si trova il monte Sirente: se il Velino e il Cafornia sfondano il muro dei 2.400 metri di altitudine, questa vetta non ci arriva per poco. La sua forma ricorda più quella di un enorme pagnotta, con le cime rotonde che si susseguono una all’altra, dominando dall’alto il cosiddetto Altopiano delle Rocche.
Il Velino e il Sirente sono le due montagne che danno il nome al Parco Naturale Regionale Sirente-Velino, nel cuore dell’Abruzzo: un mosaico di vette aspre che vegliano su valli, piccoli insediamenti e boschi di faggio che in autunno si accendono di tutte le sfumature dell’oro e del rame. Una stagione speciale: quando il freddo si avvicina e si chiude il capitolo del turismo estivo, il Parco Sirente-Velino rivela la sua anima più autentica, rustica e vera.
Cosa fare e cosa vedere in autunno nel Parco Sirente-Velino
Il Parco Naturale Regionale Sirente-Velino abbraccia un territorio vasto e sorprendentemente vario, tutto in provincia de L’Aquila. Con i suoi oltre 50.000 ettari, il parco include la catena montuosa del Sirente e quella del Velino, oltre all’Altopiano delle Rocche. È collegato a un’altra riserva naturale vicina, la Riserva regionale Montagne della Duchessa, che si trova in Lazio, ma che comprende un gruppo montuoso orograficamente afferente allo stesso complesso.
L’autunno è forse la stagione più affascinante per visitare il parco: da un lato le temperature ancora non rigide permettono di intraprendere la maggior parte delle attività all’aperto, dall’altro il grosso del flusso turistico, che da queste parti comunque non è mai ingente, è ormai scorso via con il cambio di stagione.
Il passare dei mesi è anche l’altro motivo per cui visitare il Sirente-Velino a settembre, ottobre e novembre: il paesaggio si trasforma in una tavolozza di colori, dal rosso intenso dei faggi al giallo brillante dei pioppi. È, inoltre, il periodo del bramito del cervo, il verso particolare emesso da questi animali durante la stagione degli amori e un modo unico di scoprire la loro solitamente discreta presenza: è una sorta di concerto naturale che risuona al tramonto nei boschi del parco.
iStockIl monte Velino in un tramonto d’autunno
Le attrazioni naturali sono varie e ricchissime. La Valle Subequana, ad esempio, è uno dei luoghi più scarsamente popolati della regione, un altopiano collinare coronato da alte montagne con ampie aree di prati e pascoli e un misterioso lago stagionale che si dice sia nato dall’impatto di un meteorite, il cosiddetto Cratere del Sirente.
Le Gole di Celano, scavate dal Rio La Foce, sono forse il simbolo del parco: un canyon impressionante, con pareti di oltre 200 metri che si stringono fino a pochi metri di distanza. Il sentiero che le attraversa è un viaggio nella geologia e nel mito, tra pietre scolpite dal tempo e dalle acque, ma anche leggende di eremiti che cercarono rifugio in queste buie fenditure naturali.
La Val di Teve, poi, è un angolo di natura incontaminata alle pendici del Monte Velino. Le sue faggete, in autunno, sono un vero e proprio spettacolo per gli occhi. Non è raro incontrare la fauna tipica del parco: camosci, cervi, rapaci e volpi, che qui trovano un rifugio perfetto.
Ultimo, ma non meno importante, il sito delle Pagliare di Tione conserva un patrimonio umano e storico straordinario: le pagliare sono i tipici edifici degli antichi villaggi stagionali, utilizzati dai pastori durante la transumanza e le altre attività di agricoltura e pastorizia legate alla montagna. Casette in pietra, ricavata a sua volta dalla ripulitura dei terreni al fine di renderli coltivabili, spesso dotate di cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, che ancora oggi si possono notare nei resti di questi insediamenti.
iStockLe Pagliare di Tione
Nel mezzo di questo contesto naturale montano e rustico piccoli paesi come Rocca di Mezzo, Rocca di Cambio, Ovindoli e Secinaro accolgono i pochi visitatori con le facciate in pietra delle case, i ruderi degli antichi castelli, le chiese austere e le sagre dedicate ai prodotti di stagione, che trasmettono tutto il calore di questi luoghi.
Escursioni d’autunno nel Parco Sirente-Velino
L’autunno invita a camminare. Prima che arrivi la neve a coprire le cime pietrose delle montagne abruzzesi, c’è tempo per esplorarle senza che il sole cuocia i sentieri, beandosi del fascino dei boschi e dei panorami che si possono osservare dalle ampie radure, antichi pascoli ormai abbondanti.
Il Parco Naturale Regionale Sirente-Velino offre una varietà di contesti, scorci e prospettive su una natura selvaggia, ricca di flora e fauna, da scoprire da vicino.
Gole di Celano
Un trekking di media difficoltà, con partenza dal parcheggio dedicato poco fuori il borgo di Celano e una durata di circa 4 ore in totale, che permette di esplorare uno dei luoghi simbolo del Parco Sirente-Velino. Il percorso delle Gole di Celano si snoda nel cuore del canyon, tra pareti verticali e passaggi strettissimi, che poi si aprono all’improvviso su piccole radure.
Lungo il cammino si incontrano ponticelli in legno, piccole sorgenti e scorci mozzafiato sul panorama delle Gole. Secondo la leggenda qui viveva un eremita che parlava con gli spiriti della montagna, e in certi momenti, quando il vento si incunea tra le strette pareti di roccia, non sarà difficile immaginarlo.
I più esperti tra i camminatori che si avventurano tra le vette del Parco Sirente-Velino non possono non apprezzare l’impegnativa camminata tra pascoli e faggete che porta fino alla vetta del monte Sirente, a oltre 2.300 metri di altitudine.
Si tratta di un’escursione che regala panorami grandiosi sulla valle che giace ai piedi del complesso montuoso. Il sentiero sale tra prati e boschi fino a raggiungere la cima del Sirente, da cui si gode una vista che abbraccia tutto l’Abruzzo interno. In autunno questo percorso ha qualcosa in più grazie ai faggi che circondano la parte bassa del percorso. Le loro chiome si tingono di mille tonalità diverse, creando un contrasto magnifico con le rocce grigie della cima.
Da Rocca di Mezzo a Ovindoli
Percorso facile che parte da uno dei borghi più affascinanti del Parco Sirente-Velino, Rocca di Mezzo, e in circa tre ore consente di farsi un’idea dell’Altopiano delle Rocche, un ampio pianoro tra i 1.200 e i 1.400 metri di altitudine all’ombra del Sirente e delle altre montagne.
iStockTra i pascoli del Parco Sirente-Velino
È un itinerario dolce, adatto anche alle famiglie, che segue antiche tracce tra i boschi di betulle ingialliti dalla stagione e ampie radure, punteggiate di mucche e cavalli che pascolano placidi. Ovindoli, nota località sciistica e uno dei centri turistici del parco, accoglie gli escursionisti con il suo rustico fascino e con i suoi sapori della cucina locale e stagionale: polenta, funghi o una zuppa di legumi locali.
Le Pagliare di Tione
Tione degli Abruzzi è un piccolissimo comune della Comunità montana Sirentina. Un luogo elegantemente austero, con la sua simbolica Torre del Castello che domina l’abitato. Da qui parte un percorso piuttosto semplice, seppure in salita, che porta ad esplorare le note Pagliare di Tione, casali in pietra sparsi in ampie radure, conservati nello stile tipico del luogo e presenti fin dal medioevo.
L’ampio spazio dove si trovano le Pagliare di Tione domina la Valle del fiume Aterno, su cui si posa lo sguardo, ammirando i toni caldi autunnali delle chiome dei boschi che la ricoprono. Un luogo capace di abbinare la testimonianza storica alla bellezza della natura, specialmente in autunno.
Il 29 agosto del 1862 i boschi dell’Aspromonte si riempirono di grida, fumo, fuoco e pallottole. I Bersaglieri del regio esercito caricarono contro le migliaia di volontari garibaldini, che dalla Calabria avevano intenzione di muovere verso Roma per renderla italiana.
Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi, venne ferito ad una gamba. Ne nacque una celebre canzone popolare cantata sull’aria di una marcia dei Bersaglieri e ne scaturì uno dei capitoli cruciali dell’epopea dell’eroe del Risorgimento italiano. In quei boschi, territorio di Sant’Eufemia d’Aspromonte, un monumento ricorda l’episodio, indicando l’albero a cui Garibaldi si poggiò dopo essere stato colpito.
Oggi in quei boschi permane un silenzio immobile, interrotto solo dal passo degli occasionali escursionisti che si avventurano lungo i sentieri dell’Aspromonte per scoprirne la bellezza ruvida, integra e naturale che li caratterizza. Destinazione di viaggio affascinante in tutte le stagioni, l’Aspromonte, cuore selvaggio di Calabria, è una terra che in autunno si mostra nel suo volto più scenografico, poetico. Tra gole e torrenti, antichi borghi arroccati e panorami che si aprono fino allo Stretto di Messina, questo massiccio montuoso che caratterizza l’Appennino calabrese offre sentieri scenografici, che sembrano usciti da un dipinto impressionista.
Aspromonte: come arrivare e cosa fare in autunno
Il Parco Nazionale dell’Aspromonte si trova nel cuore della Calabria meridionale e abbraccia gran parte della provincia di Reggio Calabria. Dal capoluogo, in meno di un’ora d’auto, si raggiungono i primi borghi montani come Gambarie, Santo Stefano in Aspromonte e San Luca, porte d’ingresso a un mondo fatto di boschi, panorami e leggende.
L’autunno è la stagione ideale per scoprire l’Aspromonte a piedi: le temperature sono miti, i cieli ancora perlopiù limpidi. La natura, com’è caratteristico della stagione, colpisce tutti i sensi: la vista con i colori delle chiome degli alberi che cambiano di settimana in settimana; l’olfatto con i ricchi profumi del sottobosco, arricchito dai funghi e dalle castagne; l’udito e il gusto con il clamore e i sapori delle sagre nei piccoli paesi.
Oltre alle escursioni, l’autunno in Aspromonte invita alla scoperta dei tanti borghi che punteggiano il territorio: lo splendido e medioevale Gerace, con il Duomo e le sue cento chiese, le viuzze in pietra; Stilo, uno de I Borghi più belli d’Italia, caratterizzato dalla Cattolica bizantina; l’isolata Bova, dove ancora si parla l’antico greco di Calabria e si possono ammirare splendidi panorami. Sono luoghi, questi, dove il tempo scorre più lentamente e, in certi casi, sembra essersi fermato.
iStockIl borgo di Gerace
In autunno una marcia in più a una visita in Aspromonte è data, infine, dai sapori della sua tavola: il profumo del pane cotto nei forni a legna invade i vicoli dei borghi, il caciocavallo non manca mai, i funghi e le castagne caratterizzano le ricette stagionali e, dall’inizio di novembre, arriva sulle tavole il nuovo Greco di Bianco, il vino passito che è considerato uno dei più antichi d’Italia.
Tre escursioni d’autunno in Aspromonte
L’Aspromonte è una montagna da scoprire passo dopo passo, specialmente in autunno. Dotato di una fitta rete sentieristica, curata e manutenuta dal Parco Nazionale e dal Club Alpino Italiani, il massiccio offre esperienze adatte a tutti: dalle tranquille passeggiate nei boschi alla portata di chiunque fino alle escursioni panoramiche sulle cime più alte, riservate a chi ha un po’ più di allenamento e dimestichezza con l’escursionismo, e ai cammini con più tappe.
Il bello del trekking in Aspromonte durante l’autunno sta nella possibilità di assistere alla trasformazione della natura e al brillare unico della caratteristica luce di questa stagione sulle rocce di granito, che si accendono di sfumature dorate, rossastre. Le chiome dei faggi, inoltre, si vestono di rosso e d’arancio, e il vento che scende dalle vette porta con sé il profumo di resina e terra bagnata.
Da Gambarie al Montalto
È l’escursione simbolo dell’Aspromonte: il Montalto è la vetta più alta del massiccio calabrese, a 1955 metri sul livello del mare. Si parte da Gambarie, principale centro turistico del territorio, e si attraversa una grande faggeta, che in autunno esplode dei classici colori: il giallo, l’oro, il ramato, il bruno.
iStockUna mattina d’autunno in Aspromonte
Il sentiero segue una salita dolce ma costante, fino a raggiungere il crinale. Il dislivello in salita dell’escursione è di circa settecento metri, rendendo l’escursione mediamente impegnativa. Servono circa cinque ore di cammino per completare l’itinerario andata e ritorno.
Dalla cima, la vista è mozzafiato, specie nelle giornate terse e luminose: a nord lo sguardo si posa sulla Sila e sul massiccio del Pollino, verso sud si arriva a vedere lo Stretto di Messina e, con un po’ di fortuna, anche l’Etna che si staglia all’orizzonte. La discesa può seguire un percorso ad anello che tocca il suggestivo Belvedere di Puntone Galera, dove la luce del pomeriggio d’autunno rende ancora più bello il contesto roccioso e boschivo.
Trekking alle Cascate di Maesano
Non lontano dalla già citata Gambarie, all’interno del Parco Nazionale dell’Aspromonte, si trova uno degli spettacoli naturali più suggestivi della Calabria: le Cascate di Maesano, dette anche Cascate dell’Amendolea. Si tratta di tre salti d’acqua che si susseguono tra rocce di granito e felci, in un paesaggio che in autunno diventa ulteriormente magico.
iStockLa Fiumara di Amendolea
Il sentiero per raggiungere le Cascate parte dalla diga sul fiume Menta, che crea un lago artificiale immerso nei boschi. L’itinerario si dipana lungo un tracciato ben segnato, che scende tra faggi e pioppi fino a raggiungere il punto panoramico sulle cascate, dove dal riparo del bosco si passa ad alcuni brulli costoni senza alberi. Durante il percorso si attraversano piccoli ruscelli e si incontrano scorci di grande bellezza, con giochi di luce che cambiano a ogni passo.
Questo itinerario, più facile del precedente, è perfetto per chi cerca un’escursione a contatto con la natura, ma alla portata di tutti. Il dislivello in salita è limitato (circa 300 metri) e la durata totale non supera le tre ore.
Da San Luca al Santuario di Polsi
Un percorso più lungo, impegnativo e complesso è quello che conduce dal paese di San Luca al Santuario della Madonna di Polsi, uno dei luoghi spirituali più importanti della Calabria. Si percorrono le antiche mulattiere dei pellegrini, attraversando boschi, valloni e pascoli, fino a raggiungere il santuario incastonato tra le rocce.
L’itinerario, che peraltro corrisponde alla quarta tappa del cammino Sentiero Calabria, è mediamente impegnativo. Richiede tra le tre e le quattro ore di cammino nel solo tragitto di andata, per via di una distanza complessiva di circa 13 chilometri. Tuttavia il dislivello in salita è di circa 500 metri, rendendo fattibile anche una escursione di andata e ritorno, partendo presto la mattina.
Oltre alla visita al ricco Santuario della Madonna di Polsi, questo trekking offre la possibilità di ammirare un luogo speciale come la Valle delle Grandi Pietre, un’area che costeggia la Fiumara Bonamico, percorsa dal sentiero, e che è caratterizzata da splendidi e giganteschi monoliti, veri e propri monumenti di pietra realizzati dalla natura.
Ai monoliti sono stati dati nomi affascinanti come Pietra Cappa, Pietra Lunga, Pietra Castello, Rocca San Pietro. La Pietra Cappa è forse il più spettacolare dei monoliti: svetta dalla cima di una collina boscosa, come una sempiterna vedetta: occupa circa quattro ettari di terreno ed è alta 140 metri.
Getty ImagesLa Pietra Cappa brucia sotto il sole autunnale
Le pietre sono monumenti naturali attorno ai quali l’uomo ha lasciato tracce della storia: a Pietra Castello ci sono resti di antiche fortificazioni, la Rocca San Pietro è stata scavata in tempi antichi da asceti in cerca di un rudimentale rifugio, vicino alla Pietra Cappa ci sono i ruderi di una chiesa intitolata a San Giorgio.
L’itinerario permette di ammirarne i contorni mentre si risale la Fiumara Bonamico, prima di iniziare l’ascesa diretta verso la Guardia della Mancusa, il punto più alto del percorso, e infine Polsi.
L’autunno è un periodo magico per poter visitare l’Abruzzo: la regione si accende come se fosse una tela impressionista grazie alle vallate dipinte di rosso e oro e al profumo di legno, funghi e terra bagnata che si percepisce in prossimità dei boschi.
La stagione del foliage in Abruzzo è ormai una tradizione: la natura offre spettacoli unici tra faggi, aceri, betulle e pioppi che regalano scatti fotogenici e un’ambientazione davvero suggestiva. Vediamo insieme quali sono gli 11 luoghi migliori dove vedere il foliage in Abruzzo.
Lama Bianca (PE)
La foresta di Lama Bianca, a due passi da Sant’Eufemia a Maiella, è uno di quei luoghi che sembrano usciti da un libro di fiabe. I faggi svettano come colonne di una cattedrale naturale, creando una volta colorata di giallo, arancio e rosso. È un luogo perfetto per chi ama camminare nella quiete: puoi scegliere un sentiero facile, come quello da Fonte Lama Bianca a Fonte della Fratta, adatto anche ai bambini, oppure optare per un itinerario più panoramico, che regala viste spettacolari fino al Gran Sasso e al mare.
Bosco di Sant’Antonio (AQ)
Se c’è un luogo che incanta grandi e piccoli, è il Bosco di Sant’Antonio, vicino a Pescocostanzo. Faggi monumentali, antichi, maestosi, con tronchi che si aprono a candelabro come braccia rivolte al cielo lasciano a bocca aperta. Un tempo sacro a Giove, poi dedicato a Sant’Antonio, questo bosco è una fusione di storia, spiritualità e natura. Passeggiare tra i suoi sentieri significa entrare in un mondo fuori dal tempo, dove ogni ramo racconta una leggenda e ogni foglia riflette la luce dorata dell’autunno.
Monte Velino (AQ)
Un’altra meraviglia da non perdere? Monte Velino. Il “gigante” dell’Abruzzo, come viene chiamato, propone diversi itinerari da percorrere durante l’autunno. Qui l’esplosione di colori è al suo massimo e offre una delle proposte più magiche per vivere la stagione in questa regione. All’interno del parco Sirente Velino si passeggia per poter esplorare luoghi come le gole di Celano o le grotte di Stiffe.
iStockMonte Velino, uno dei luoghi più suggestivi dove ammirare il foliage in autunno
Pianagrande (PE)
Per chi ama le grandi vedute, Pianagrande, sopra Caramanico Terme, è una tappa obbligata. Dopo una piacevole salita tra i boschi, si arriva su una piana erbosa sospesa tra cielo e montagne. Davanti a voi, lo sguardo spazia dal Morrone al Gran Sasso, e tutto intorno si accende di colori caldi e profondi. Il foliage è un mosaico naturale: faggete arancio, pini verdi, rocce bianche e cieli tersi. Se cercate un’esperienza ancora più suggestiva, scendete fino all’Eremo di San Giovanni all’Orfento, incastonato nella roccia: un luogo che unisce natura e spiritualità in un abbraccio silenzioso.
Piano Cerreto e Colle Brignole (AQ)
Nella zona di Campo di Giove, i boschi di Piano Cerreto sono un vero caleidoscopio di tonalità. Si distingue un foliage selvaggio e autentico, e non è raro incontrare cervi, caprioli e, con un po’ di fortuna (e distanza!), anche l’orso bruno marsicano, il simbolo del Parco. Il sentiero che sale a Colle Brignole attraversa faggete fitte e silenziose, dove il giallo diventa oro e il rosso vira al ruggine. È un luogo ideale per chi vuole vivere l’autunno più vero, quello che profuma di muschio e vento, lontano da tutto.
Val Fondillo (AQ)
Siamo all’interno del parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise: la Val Fondillo è uno scrigno di biodiversità dove, con un po’ di fortuna, si possono osservare i lupi appenninici e il camoscio d’Abruzzo. In alcuni casi è persino possibile sentire la presenza dell’orso marsicano. Il foliage diventa intenso e vibrante: i sentieri si tingono di rame e zafferano, i suoni si fanno ovattati, e ogni passo è una scoperta. Tra le esperienze più belle ci sono le escursioni al crepuscolo, quando si può ascoltare il bramito dei cervi che riecheggia nella valle.
Valle Roveto (AQ)
Poco conosciuta, ma ricca di fascino: Valle Roveto è uno dei luoghi top dove vivere il foliage in Abruzzo. Il piccolo tesoro nella Marsica attraversata dal fiume Liri, custodisce al suo interno boschi e borghi arroccati. In autunno? Il foliage si intreccia con i borghetti dove le foglie adornano le strade e i sentieri sono un’esplosione di colore.
Villalago (AQ)
Villalago è un piccolo borgo abruzzese in provincia di l’Aquila. Il territorio, seppur piccolo, è pura magia durante questo periodo dell’anno. Tra ottobre e novembre, passeggiarci è come entrare in un sogno: pioppi e aceri si vestono di rosso e oro, e il sentiero è un tappeto di foglie. L’aria sa di acqua e di muschio, e ogni curva regala un nuovo scorcio.
iStockIl borgo di Villalago in autunno racconta la magia del foliage
Val Cervara (AQ)
Vicino a Villavallelonga, nascosta tra le montagne, si trova la Val Cervara, una delle foreste vetuste più antiche d’Europa, con faggi che superano i 500 anni. L’atmosfera è frizzante e ricca di sfumature: i tronchi si tingono di rame, i muschi formano tappeti smeraldini e i funghi decorano le cortecce come gioielli.
Grotta di Sant’Angelo a Palombaro (CH)
A Palombaro, nel cuore del Parco della Maiella, c’è un sentiero che sembra creato apposta per l’autunno: quello che porta alla Grotta di Sant’Angelo, un antico eremo incastonato nella roccia. Si cammina tra faggete dorate, muschi e profumi di terra, in un percorso adatto anche ai più piccoli. Ogni passo è un invito alla lentezza, ogni sguardo una scoperta: le foglie che cadono come coriandoli, la luce che filtra tra i rami, il silenzio sacro che avvolge tutto.
Forca d’Acero (AQ)
Forca d’Acero è in provincia di l’Aquila, ma è un territorio dove ammirare il foliage tra Lazio e Abruzzo. Incastonato nelle montagne, si caratterizza per faggete secolari che si alternano a radure dorate. La piana diventa un vero e proprio palcoscenico, quasi un quadro vivente, e attraversare i sentieri camminando lentamente offre ottimi scorci fotogenici e l’occasione per vivere a pieno il foliage.
Valle del Foro a Pretoro (CH)
Sopra il borgo abruzzese di Pretoro, arrampicato come un presepe sulla Maiella, si apre la Valle del Foro, un luogo dove il foliage racconta storie antiche. La foresta è viva, fatta di faggi monumentali che si innalzano fieri tra ruscelli e vecchi opifici.
L’autunno colora tutto: dalle chiome infuocate alle pietre dei mulini, un tempo usati per macinare cereali e legumi. Camminando tra Palogne e Piane, si attraversano i resti di antichi acquedotti e si scende fino al fiume Foro, che scorre tra ciottoli bianchi e tappeti di foglie.
L’autunno è la stagione perfetta per vivere esperienze all’aria aperta a contatto con la natura e catturare immagini da sogno. I boschi si colorano di rosso, giallo e arancione, i vigneti diventano tele naturali dipinte e i borghi storici assumono atmosfere magiche, ideali per chi ama esplorare i luoghi con calma scattando foto instagrammabili.
Questa stagione è un mix di natura, benessere e fotografia. Il periodo migliore per gli appassionati di trekking, fotografi in cerca di scorci unici e per tutti quelli che vogliono godersi passeggiate tra boschi e paesaggi dipinti dai caldi colori autunnali.
Non resta che scegliere la meta, preparare lo zaino e partire alla scoperta delle sfumature e delle atmosfere uniche di questa stagione. Ecco quindi una selezione di 10 luoghi in Italia da non perdere per chi è alla ricerca di percorsi outdoor che uniscano bellezza paesaggistica e momenti da immortalare su Instagram.
Val di Funes, Alto Adige
Con le Dolomiti come sfondo e i piccoli masi in legno immersi nei prati dorati, la Val di Funes è tra le valli più instagrammabili d’Italia.
Il sentiero verso la Chiesa di Santa Maddalena offre punti di vista unici, dove le montagne si fondono con i colori dell’autunno. Oltre alla fotografia, si può approfittare dei sentieri escursionistici per brevi passeggiate o trekking più impegnativi. Nei borghi locali, i caffè e i piccoli rifugi offrono pause con specialità tipiche altoatesine, perfette per ricaricare le energie.
Lago di Tovel, Trentino
Il Lago di Tovel, nel cuore delle Dolomiti di Brenta, è una meta iconica per chi cerca scorci d’autunno unici. Le foreste circostanti si riflettono nelle acque cristalline del lago, creando giochi di luce e colori spettacolari.
iStockLago di Tovel in autunno
Il sentiero che circonda il lago è adatto a famiglie e fotografi: in ogni curva è possibile catturare un angolo diverso, tra boschi, montagne e acque tranquille. Per un’esperienza completa, si consiglia di dedicare almeno mezza giornata a questo luogo, fermandosi anche per un picnic tra le foglie cadute.
Le Langhe, Piemonte
Le Langhe – inserite nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO insieme a Roero e Monferrato – sono famose per le colline sinuose e i vigneti che cambiano colore con l’autunno.
Passeggiare tra filari di vite, borghi medievali e castelli rende questa zona un set naturale perfetto per la fotografia. I percorsi più suggestivi includono le strade panoramiche tra Barolo, La Morra e Monforte d’Alba.
Qui si può combinare un trekking leggero con degustazioni di vini locali e piatti tipici, trasformando ogni passeggiata in un’esperienza multisensoriale. I tramonti autunnali, che tingono di oro e rosa le colline, sono il momento perfetto per uno scatto instagrammabile.
Parco Regionale di Montevecchia e della Valle del Curone, Lombardia
Questo parco della Lombardia è perfetto per escursioni leggere tra colline e boschi colorati. In autunno, i sentieri si tingono di giallo e rosso, creando percorsi fotografici incredibili.
Tra i punti più suggestivi c’è il Belvedere di Montevecchia, da cui si gode di una vista panoramica sulle campagne, i boschi e i borghi circostanti. Ideale per chi vuole combinare passeggiate tranquille con fotografia paesaggistica, senza rinunciare a panorami mozzafiato e a momenti di relax nella natura.
Bosco del Cansiglio, Friuli Venezia Giulia e Veneto
Il Bosco del Cansiglio, situato tra Friuli Venezia Giulia e Veneto, è una delle foreste più antiche d’Italia. In autunno, il sottobosco si ricopre di foglie dai colori caldi e i sentieri tra faggi e abeti diventano scenari da fiaba.
Qui si possono percorrere itinerari di trekking di varia lunghezza, ci si può fermare a fotografare radure illuminate dal sole autunnale e piccoli ruscelli. Per i fotografi, le prime ore del mattino sono ideali: la nebbia leggera e i raggi del sole che filtrano tra gli alberi creano atmosfere quasi magiche.
Parco regionale dei Colli Euganei, Veneto
I Colli Euganei offrono percorsi panoramici tra boschi, vigneti e antichi borghi. In autunno, le foreste di querce e castagni creano scenari perfetti per camminate e fotografie naturalistiche.
Tra i percorsi più famosi, c’è quello che porta al Monte Venda. Per chi ama la fotografia, ogni curva del sentiero offre scorci diversi: vigneti dorati, borghi medievali e colline che si perdono all’orizzonte, tutto pronto per essere immortalato.
Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Toscana-Emilia Romagna
Il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi offre foreste millenarie perfette per il trekking autunnale. I percorsi tra faggi, aceri e frassini regalano colori intensi e atmosfere quasi magiche.
Tra le mete più instagrammabili ci sono la Foresta di Camaldoli e il Santuario della Verna, dove natura e storia si fondono in scenari da cartolina. Per chi ama esplorare, è possibile combinare escursioni con visite culturali, scoprendo antichi borghi e sentieri nascosti lontano dalla folla.
Faggeta di Canfaito, Marche
La Faggeta di Canfaito, situata tra le colline e i boschi delle Marche, è una delle mete più suggestive per vivere l’autunno immersi nella natura. I sentieri si snodano all’interno della Riserva Naturale Regionale Monte San Vicino e Canfaito tra faggi secolari – qui vivono faggi da oltre 500 anni – che in questa stagione si tingono di rosso, arancione e oro, creando scenari perfetti per fotografie panoramiche e passeggiate rigeneranti.
I percorsi sono adatti a escursionisti di tutti i livelli. Durante le ore del mattino, la luce che filtra tra le chiome crea atmosfere quasi fiabesche, ideali per scatti suggestivi da condividere sui social o per semplici momenti di relax nella natura incontaminata.
Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise
Il Parco Nazionale d’Abruzzo è un vero paradiso per gli amanti del trekking e della natura selvaggia. In autunno, le faggete antiche si tingono di rosso, arancione e oro, creando percorsi suggestivi tra animali liberi e sentieri incontaminati.
È un’ottima meta anche per chi vuole fare fotografia naturalistica, grazie alla presenza di cervi, lupi e orsi bruni. Alcuni itinerari permettono di combinare trekking con visite culturali, come antichi borghi o abbazie storiche, rendendo l’esperienza completa per il corpo e la mente.
Foresta Umbra, Puglia
Nel cuore del Parco Nazionale del Gargano, la Foresta Umbra – le cui faggete vetuste dal 7 luglio 2017 sono iscritte nella Lista dei Beni Patrimonio naturale dell’Umanità tutelati dall’UNESCO – sorprende per la sua vegetazione lussureggiante e i suoi sentieri ricoperti di foglie in autunno.
I faggi secolari formano veri e propri tunnel naturali di luce e colore, perfetti per passeggiate immersive. Si consiglia di percorrere i sentieri più interni, dove la luce filtra tra le chiome e crea scenari unici. Anche in questo parco è possibile unire trekking e fotografia, con punti panoramici ideali per catturare scorci unici del parco e della sua biodiversità.
Il foliage è il simbolo dell’autunno. Quando le foglie degli alberi cambiano colore e dal verde passano al rosso, giallo, marrone, creano tavolozze che sembrano uscite dall’atelier di un pittore. È uno dei momenti più affascinanti dell’anno per ammirare la natura, per passeggiare nei boschi o intorno a un lago, per fare il pieno di calore da portare con sé nei mesi invernali.
Ma dove andare per essere certi di trovare i più bei paesaggi dove godere del momento del foliage? A volte si va a tentativi, nella speranza che non sia troppo presto e le fronde degli alberi siano ancora troppo “estive”, ma nemmeno troppo tardi e che tutte le foglie siano già cadute.
La mappa del foliage
In Svizzera sono così precisi che, oltre agli orologi che non sbagliano un rintocco, hanno studiato una mappa del foliage autunnale aggiornata in tempo reale. La mappa è online e indica tutti i punti della Svizzera dove è in atto il foliage e la previsione della colorazione delle foglie nelle aree boschive di tutta la Svizzera. A ogni puntino rosso corrisponde una webcam in modo da poter guardare come se si fosse lì davanti la situazione e decidere se vale la pena mettersi in pista per raggiungere il posto o se cambiare direzione.
La “Mappa dei colori” è stata lanciata già nel 2020. La cartina viene aggiornata due volte alla settimana, a partire dai primi di settembre e fino alla metà di novembre. Le informazioni che vengono fornite si basano su dati scientifici che vengono costantemente aggiornati relativi all’aridità, al calore e alla quantità di precipitazioni nel Paese e sulle analisi effettuate dal servizio meteorologico di SRF Meteo.
Le novità sono le webcam, che consentono di vedere in diretta cosa accade sul posto e che tempo fa e diversi utili contenuti che suggeriscono anche escursioni e che danno informazioni sulle stesse foglie.
La mappa fornisce tante altre informazioni turistiche come l’ubicazione dei parchi o delle funivie per salire in quota, i luoghi ideali per facili escursioni o quelli per chi preferisce esperienze avventurose e adrenaliniche e persino dove incontrare gli animali. Non mancano ovviamente le indicazioni per raggiungere rifugi, ristoranti panoramici e anche hotel.
Dove ammirare il foliage in Svizzera
Se l’idea vi attira, vi possiamo consigliare alcuni posti bellissimi all’aperto dove vale la pena andare per ammirare i colori dell’autunno in Svizzera. Ci sono per esempio alcuni laghetti di montagna, come il Lago di Sils, nell’Alta Engadina, sul quale naviga il battello più alto d’Europa oppure l’idilliaco Lago di Bannalp che si può raggiungere a 1.587 metri di altitudine, con la funivia che parte da Oberrickenbach, nel Cantone Nidvaldo, il Cantone delle funivie per eccellenza. Pensate che una volta giunti quassù, per rifocillarsi ci sono dei focolari con scorte di legna che si possono usare liberamente, ma anche comode e calde baite di montagna, alcune con una splendida vista sul lago.
Nella Val Piora, una delle più belle regioni del vicino Canton Ticino, si contano oltre 20 laghi di montagna. Qui si trova anche un’incredibile biodiversità, ricca di flora e fauna. E un lago, il Lago di Cadagno, che è così misterioso da attirare i ricercatori di tutto il mondo. Da cartolina è poi il piccolo Lago Tremorgio a 1.830 metri, perfetto per una gita con la famiglia perché si può facilmente camminare intorno al laghetto e trascorrere addirittura la notte in quota, soggiornando alla Capanna Tremorgio, oppure piantare una tenda canadese sulle rive del lago e addormentarsi con il suono della natura e delle foglie che cadono.
Prima che arrivi il gelido inverno, è anche bello poter ammirare le cascate di montagna, in Svizzera ce ne sono di impressionanti. Come la Cascata di Staubbach, nel Canton Berna, che vanta un salto di quasi 300 metri ed è la terza più alta del Paese, oppure le Cascate di Giessbach, dove 14 salti compongono il tuffo di 500 metri con il quale il flusso d’acqua precipita dalle alte valli fin giù nel Lago di Brienz. Proprio ai piedi di questo spettacolo naturale si trova lo storico Grandhotel Giessbach, che sembra uscito da un libro di fiabe, collegato dalla più antica funicolare d’Europa.
Infine, se desiderate solo ammirare il paesaggio e scsattare tante foto, appena oltre confine, nel Canton Ticino, abbiamo scoperto che esistono tantissime altalene panoramiche in punti incredibili sulle montagne o sui lungolaghi svizzeri. Gli “swing spots” sono particolari punti individuati per offrire una vista impareggiabile sul territorio ticinese: ce n’è per tutti i gusti. Una cosa hanno in comune tutte le altalene: lo scenario.
Se l’uomo è stato in grado di plasmare opere architettoniche capaci di incantare, la natura (con pazienza millenaria) ha forgiato meraviglie che vanno ben oltre l’immaginazione: sono i parchi naturali, veri capolavori scolpiti dal tempo, dove immergersi in un’atmosfera selvaggia e ammirare panorami che lasciano senza fiato, tra laghi cristallini, boschi rigogliosi e cascate spumeggianti.
In questo viaggio, andiamo alla scoperta dei paesaggi più affascinanti, autentici rifugi dell’anima.
Parco Nazionale dei Laghi di Plitvice, in Croazia
Chi pensa alla Croazia solo come destinazione balneare, dovrà ricredersi appena varcata la soglia del Parco Nazionale dei Laghi di Plitvice: nel cuore di un ambiente lussureggiante, la forza dell’acqua incontra la quiete dei boschi. Ben sedici laghi si “rincorrono tra loro” formando rapide, cascate e lagune dai colori cangianti: uno spettacolo che cambia con la luce, come un dipinto vivente. L’acqua, talvolta color smeraldo, altre volte blu profondo o grigio argenteo, è abbracciata da una fitta vegetazione, rifugio ideale per gli animali selvatici e custode di un rigenerante silenzio.
Il percorso si snoda lungo passerelle di legno che sembrano fluttuare sul pelo dell’acqua, tra il fragore delle cascate e la quiete di specchi d’acqua cristallini. È un luogo capace di stupire tutti, dai bambini agli escursionisti più esperti, un angolo di bellezza che rimane nel cuore di chi lo visita.
Parco Nazionale di Canaima, in Venezuela
In Venezuela esiste un regno antico e primordiale ed è il Parco Nazionale di Canaima, laddove i fiumi attraversano la giungla facendosi strada tra il verde intenso della vegetazione e riversandosi in cascate impetuose.
Tra le immagini più potenti c’è quella dei Tepuyes, imponenti montagne dalle cime piatte che si ergono come isole nel cielo. Qui, secondo la mitologia indigena, abitano le divinità della terra, mentre i Pemon, popolo ancestrale, custodiscono la memoria di tali luoghi sacri.
Dall’altopiano dell’Auyantepuy scende la cascata più alta del mondo, il Salto Ángel: 979 metri di pura poesia che si lascia cadere nel vuoto. Fu l’aviatore Jimmy Angel a farla conoscere al mondo, ma per i nativi era già Churún Merú, voce antica che racconta l’essenza di un paradiso terrestre.
Parco Nazionale di Göreme, in Turchia
In Cappadocia, la terra sembra trasformarsi in fiaba. Il Parco Nazionale di Göreme è un mosaico di valli incantate, pinnacoli di tufo e grotte abitate fin dall’antichità.
I cosiddetti “camini delle fate” si stagliano come guardiani silenziosi, plasmati dal vento e dalla pioggia in forme quasi irreali: tra queste meraviglie si nasconde il villaggio di Göreme, le cui abitazioni scavate nella roccia raccontano storie di popoli antichi e di civiltà monastiche.
Dall’alto di una mongolfiera o al passo lento di un mulo, ogni percorso svela una nuova prospettiva e ogni scorcio sorprende con una luce diversa, in una terra sospesa tra sogno e realtà.
Parco Nazionale Torres del Paine, in Cile
Alla fine del mondo, tra la steppa e le montagne della Patagonia cilena, il Parco Nazionale Torres del Paine è un incanto e la natura si mostra nella sua veste più spettacolare: ghiacciai che scintillano al sole, laghi dai colori irreali, boschi scolpiti dal vento, e le tre torri di granito che danno nome al parco, svettanti come sentinelle di pietra.
Il fiume Paine traccia il suo corso tra laghi turchesi e acque glaciali, mentre lungo i sentieri si possono incontrare guanachi che osservano curiosi, puma elusivi e il maestoso condor che solca i cieli.
Parco Nazionale Kruger, in Sudafrica
Fonte: iStockGiraffe nel Parco Nazionale Kruger
Nella savana del Sudafrica, il Parco Nazionale Kruger è il regno assoluto della vita selvaggia. Non c’è altro posto al mondo dove ci si possa sentire così vicini all’essenza primordiale della natura. Su un territorio vastissimo, che si estende oltre i confini nazionali abbracciando Zimbabwe e Mozambico, si muovono indisturbati i Big Five: leoni, leopardi, rinoceronti, elefanti e bufali.
Ma il Kruger è anche storia, cultura, paesaggi variegati che si alternano tra savana, foreste di acacie, fiumi abitati da ippopotami e coccodrilli. È un ecosistema potente, vivo, che pulsa da milioni di anni, e che continua a raccontare la storia del pianeta con la voce delle sue creature.
Parco Nazionale di Phong Nha-Ke Bang, in Vietnam
Nel cuore del Vietnam centrale, tra le nebbie leggere della foresta pluviale, si nasconde uno dei più grandi tesori speleologici del mondo: il Parco Nazionale di Phong Nha-Ke Bang, dove i secoli hanno scavato la roccia calcarea e creato un labirinto di grotte, cunicoli e cavità che si snodano nel sottosuolo per centinaia di chilometri.
Alcune grotte sono visitabili e offrono uno spettacolo di stalattiti e stalagmiti che non si dimentica: la Paradise Cave è un nome che dice tutto, mentre la Phong Nha Cave si raggiunge solo in barca, navigando lentamente sul fiume Son, tra pareti che si chiudono su un mondo misterioso.
La foresta è l’habitat di tigri, orsi e scimmie.
Parco Nazionale della Valle del Jiuzhaigou, in Cina
Esiste un luogo in Cina dove i colori appaiono più intensi, l’acqua più limpida, e le montagne più imponenti: è la Valle di Jiuzhaigou, luogo sacro per i tibetani, oggi Patrimonio UNESCO. I suoi laghi, secondo una leggenda, sarebbero nati dai frammenti di uno specchio magico spezzato per amore. E guardandoli, non si può fare a meno di crederci.
Le acque turchesi, smeraldo e zaffiro si alternano a cascate cristalline, foreste sempreverdi e villaggi nascosti. In autunno, il parco si trasforma in una tavolozza infuocata, con riflessi che incantano. Ma anche l’inverno lo veste di magia, con la neve che ricopre in silenzio un paesaggio che commuove, che parla al cuore, che sembra appartenere più al mondo dei sogni che a quello reale.
Parco Nazionale Banff, in Canada
Fonte: iStockSpettacolare veduta sul Lago Moreno
Tra le Montagne Rocciose del Canada, il Parco Nazionale Banff è una “poesia scritta dalla natura”. Le cime innevate si specchiano in laghi immacolati, i boschi si perdono all’orizzonte, e il silenzio si fa palplabile. Il Lago Louise e il Lago Moreno, dalle acque turchesi incorniciate da pini e picchi montani, sono immagini che rimangono impresse come cartoline.
I sentieri che si snodano tra le montagne mostrano panorami dall’aura eterna. Tra i prati fioriti di Sunshine Meadows e la spettacolare Icefields Parkway, Banff è una promessa di libertà, un invito a perdersi nella bellezza incontaminata del territorio.
Parco Nazionale di Jim Corbett, in India
Concludiamo il nostro viaggio nel subcontinente indiano, dove il Parco Nazionale di Jim Corbett accoglie i viaggiatori ai piedi dell’Himalaya, tra fiumi, colline e foreste, e si rivela un autentico santuario per la fauna selvatica. Infatti, con un pizzico di fortuna, si può incontrare la regina della giungla: la tigre del Bengala.
Ma non è tutto.
Leopardi silenziosi, elefanti maestosi, cobra reali e un’infinità di uccelli popolano un mondo sospeso tra mito e realtà. Fondata nel 1936, questa è stata la prima area protetta dell’India, e ancora oggi conserva un magnetismo selvaggio e irresistibile.
Sono uno dei tanti tesori che regala l’autunno e si trovano nei boschi, preziosi frutti dal sapore gustoso e dalle tante varietà: stiamo parlando delle castagne, che si trovano in tutte le regioni d’Italia e sono l’ingrediente perfetto per tante preparazioni diverse.
Dal nord al sud della penisola, si può organizzare una gita per andare alla ricerca delle regine della stagione, perché l’autunno è proprio così: regala tantissimi colori e sapori. E, allora, vale la pena partire inseguendo alcuni degli spettacoli più belli: da quello del foliage, che ammanta con i suoi colori la natura, fino alla ricerca dei frutti speciali che ci riserva. Poi, passeggiare nel mezzo dei boschi è rigenerante e per questo è sempre un’ottima idea programmare una piccola fuga nel fine settimana.
Per quanto riguarda la raccolta delle castagne è sempre bene informarsi per capire se è libera, se vi è il divieto, oppure se si deve richiedere un permesso e il relativo costo.
Viaggio lungo la rotta delle castagne, tra le regioni italiane da raggiungere per fare il pieno di questo prodotto speciale, con il vantaggio di scoprire luoghi nuovi e bellissimi.
Valle d’Aosta
Il viaggio alla ricerca delle castagne nelle regioni italiane parte dalla Valle d’Aosta, lì nella zona della bassa valle del Lys, dove si trovano meravigliosi castagneti. Siamo tra Châtillon e Pont-Saint-Martin dove si concentra la maggior parte di questi alberi maestosi. Inoltre, vi è una cooperativa, Il Riccio, che si trova a Lillianes che non a caso è conosciuto come paese delle castagne, che si occupa della loro raccolta e della commercializzazione in varie forme, oltre ad aver allestito un piccolo museo dedicato a quello che – un tempo – veniva chiamato il “pane dei poveri”. Al suo interno è stata ricostruita un’antica gra, dove venivano fatte essiccare, e il resto di una vecchia casa.
A quanto pare, la varietà che si trova in questa regione è di piccole dimensioni e molto saporita, viene utilizzata per molte preparazioni come la crema o il liquore, si trovano anche castagne sciroppate alla grappa, al naturale e al miele, oppure una sorta di corn flakes realizzati proprio con i marroni.
Fonte: iStockLillianes, il paese delle castagne in Valle d’Aosta
Piemonte
Un’altra regione d’Italia da raggiungere, per tutti coloro che amano i boschi e le castagne, è il Piemonte e, in particolare, la zona di Cuneo dove (in un centinaio di comuni circa) si trova quella con il marchio Igp: dal sapore molto delicato, si può assaporare fresca, ma anche bollita oppure arrosto. Inoltre, è alla base di molte ricette di dolci. L’area è quella che va dalla Valle del Po alla Valle del Tanaro e i boschi si trovano tra i 200 e i 1000 metri circa. Un appuntamento imperdibile che si tiene ogni anno a Cuneo è la Fiera Nazionale del Marrone.
Restiamo in Piemonte, ma ci spostiamo in Val di Susa dove è celebre il Marrone della Valle di Susa Igp, con le sue varietà. Lo si può trovare in 28 comuni della provincia di Torino, ha una polpa croccante e viene usato per molti piatti, compresi i celebri marron glacés. Ad esempio, si può raggiungere San Giorio di Susa e andare in esplorazione nei bellissimi boschi che fanno da contorno.
Fonte: iStockLa Val di Susa (qui la Sacra di San Michele) è una zona celebre per le castagne in Piemonte
Lombardia
La Lombardia è un’altra zona ricca di castagne, in particolare nel Parco Regionale Campo dei Fiori che si trova in provincia di Varese. Qui ci sono numerosi percorsi soprattutto a bassa quota, ma il posto perfetto è Brinzio da dove si diramano alcuni sentieri che vale la pena percorrere alla ricerca di questo gustoso frutto.
Un altro luogo speciale di questa regione è il Parco regionale di Montevecchia e della Valle del Curone, che si trova in Brianza e – più precisamente – nella zona tra Lecco e Monza: si parte da Sirtori per immergersi in una natura che lascia senza fiato. E, poi, Colle Brianza: comune affascinante e ricco di storia, oltre che punto di partenza per un percorso tra i castagni.
E, infine, in Val Trompia nella zona di Brescia vi sono tantissimi castagni anche secolari.
In Lombardia si preparano numerosi piatti a base di castagne, tra cui il castagnaccio che qui si prepara con uvetta, pinoli e brandy. Tra le altre preparazioni non mancano gli gnocchi e quelle cotte nel latte.
Liguria
Ci sono tantissimi luoghi in Liguria in cui andare alla ricerca di castagni. Nel genovese vi è un percorso che parte da San Martino di Struppa e va verso Canate di Marsiglia, oppure si può raggiungere Torriglia e la piccola frazione di Péntema e, ancora, nell’Alta val Trebbia a Fontanigorda nel Bosco delle Fate. Da non perdere anche la Val Graveglia, alle spalle di Chiavari.
Nel Parco Nazionale delle 5 Terre si trovano anche castagni e il loro frutto tipico è la castagna Brodasca tipicamente molto scura. Così come vale la pena raggiungere la Valle Arroscia nell’imperiese e Urbe in provincia di Savona, dove i marroni sono storicamente importanti. Tra i piatti tipici il castagnaccio e le trofie impastate con la farina di castagne.
Trentino-Alto Adige
Pronti per un viaggio in Trentino? Per andare alla ricerca di castagne si deve raggiungere la Valle Isarco dove si trova il Keschtnweg, il sentiero delle castagne che si snoda per novanta chilometri da Verna fino a Castel Roncolo. Si può suddividere in tappe. Frutti gustosi con cui si preparano piatti altrettanto buoni come i dolci cuori di castagne, o il tronco, oppure la zuppa.
Fonte: iStockIn Trentino Alto Adige c’è il sentiero delle castagne che arriva a Castel Roncolo
Veneto
In Veneto la castagna è un prodotto importantissimo che si trova in alcune zone, come quella della provincia di Treviso dove c’è il famoso il Marrone di Combai Igp, dalla polpa molto croccante. Si può mangiare arrostito oppure bollito, ma anche per il tiramisù alla crema di marroni. Lo si trova nei boschi di località come Vittorio Veneto, Fregona e Follina su un’area di oltre 270 chilometri quadrati. Vengono anche organizzate passeggiate. Nella stessa zona vi è anche il Marrone del Monfenera igp, dal sapore dolce sono perfetti cucinare gustose ricette, biscotti compresi. Si trova in 19 comuni tra la pedemontana del Grappa e il Montello.
Infine, i marroni di San Zeno Dop, dal gusto dolce che si trova nella zona del Monte Baldo, tra il Lago di Garda e la Vallagarina.
Friuli-Venezia Giulia
Nelle provincie di Udine e Pordenone si possono trovare boschi di castagni per una gita fuori porta. In particolare, nella Valle di Soffumbergo dove si tiene anche una festa dedicata. E poi a Dardago, frazione del comune di Budoia. In Friuli-Venezia Giulia le castagne – ad esempio – possono accompagnare piatti della tradizione come il frico.
Emilia-Romagna
Sono ben tredici le tipologie di castagne che si possono trovare in Emilia-Romagna, tra cui ricordiamo il Marrone Igp di Castel del Rio e il Marrone di Pavullo.
E i luoghi da esplorare per la ricerca di questo prezioso frutto sono davvero tanti. Vale la pena, ad esempio, raggiungere la provincia di Parma e percorrere la Via del Castagno in Val di Taro: si snoda per otto chilometri e si parte da Borgo Val di Taro. Tra Modena e Bologna, invece, c’è un tratto della Via Europea del Castagno e, ancora, a Carpineti nel Parco Nazionale Tosco-Emiliano vicino a Reggio Emilia, dove vi sono bellissimi alberi nella zona dell’Abbazia di Marola. Le specialità di questa regione sono tante come i tortelli con un ripieno di castagne o la minestra.
Fonte: iStockCarpineti, nei suoi dintorni alla ricerca delle castagne in Emilia Romagna
Toscana
Altra regione amata da chi va alla ricerca di castagne è la Toscana: qui, ad esempio si trova il Marrone del Mugello Igp una varietà tipica solo di questa area che si trova in una parte della provincia di Firenze. Da visitare Marradi senza dimenticare di assaggiare la sua celebre torta di marroni.
Tra le località da raggiungere vi sono il Monte Amiata, in particolare tra i 500 e i 1000 metri di altitudine, e il Monte Pisano. Da assaggiare – ad esempio – il castagnaccio e i necci (crepes di farina di castagna).
Marche
Nelle Marche ci sono due aree che sono meta prediletta per tutti coloro che amano le castagne: si tratta dei Monti Sibillini – ad esempio a Montemonaco – e l’alta Valmarecchia a cavallo tra Marche, Toscana ed Emilia-Romagna. Tra i piatti tipici i ravioli fritti di castagne.
Fonte: iStockNelle Marche le castagne si possono trovare in alcune località dei monti Sibillini
Abruzzo
La castagna Roscetta si trova in Abruzzo in diversi comuni in provincia dell’Aquila, come Balsorano e Canistro, ha dimensioni medio grandi e un sapore delicato. Ma questo non è l’unico luogo in cui trovare il tesoro. Ad esempio, si può raggiungere il Parco nazionale del Gran Sasso e, in particolare, il comune di Valle Castellana: basti pensare che in una sua frazione si può ammirare un castagno secolare. Merita una visita anche Castelvecchio Calvisio con i suoi bellissimi boschi. Una delle ricette tipiche è la zuppa di ceci e castagne.
Lazio
Tra le mete più celebri da raggiungere nella regione Lazio ci sono i Monti Cimini, in provincia di Viterbo, soprattutto vale la pena raggiungere i boschi di alcune località come Ronciglione e Soriano nel Cimino. Da provare anche la Castagna di Vallerano Dop, dell’omonimo comune. Oppure esplorare i Monti Lepini e il piccolo comune di Cori in provincia di Latina. Anche nel Lazio una delle ricette da fare con le castagne è il castagnaccio.
Fonte: iStockNel Lazio è celebre la castagna di Vallerano
Umbria
Se si vogliono ammirare i boschi di castagni in Umbria, la zona da raggiungere è quella di Spoleto, poco distante – infatti – si trovano gli antichi alberi di quel sito noto con il nome di Boschi di Montebiblico, i cui frutti sono di ottima qualità. Oppure la zona della Vallocchia. Anche qui è diffusa la zuppa di ceci e castagne.
Molise
Il borgo in provincia di Campobasso è di piccole dimensioni ma è tra i luoghi del Molise prediletti da chi ama le castagne: si tratta di San Massimo con i suoi boschi dove è possibile trovare questi tesori d’autunno. Merita una menzione anche Bojano dove si trova quello che viene considerato il castagno più vecchio di Italia. Le caggiunitte sono dolci che vengono preparati in questa regione.
Fonte: iStockBojano, borgo del Molise famoso per i castagni
Campania
Un viaggio in Campania alla ricerca di uno dei tesori d’autunno ci porta direttamente nel Parco regionale dei Monti Piacentini, dove si trova in diverse località la Castagna di Montella Igp, di dimensioni abbastanza piccole e dal sapore dolce.
Un’altra area, poi, è quella che interessa una settantina di comuni in provincia di Salerno dove si trova il Marrone di Roccadaspide IG, castagna molto zuccherina. Nella zona di Benevento ci sono diversi boschi di castagni, mentre in quella di Caserta il prodotto top è la castagna di Roccamonfina Igp, con queste – ad esempio – si prepara il risotto. Tra i comuni da raggiungere si possono ricordare Caianello, Conca della Campania e Teano.
Puglia
In Puglia si può andare a caccia di castagne in provincia di Foggia, raggiungendo i Monti Dauni, oppure in quella di Bari nella Murgia Barese. Una ricetta antica di questa regione è la minestra di castagne secche.
Basilicata
Ci sono alcune zone della Basilicata dove imbattersi in castagneti, ad esempio nei pressi di alcuni luoghi che si trovano in provincia di Potenza come Brienza, Armento e Albano di Lucania: tutti piccoli comuni. Se ci spostiamo nella zona di Matera, invece, troviamo Bernalda. Da assaggiare il calzoncello, ripetono di marroncino di Melfi, che si trova nel Parco nazionale regionale del Vulture.
Fonte: iStockBrienza, il paese in Basilicata è un luogo dove cercare castagne
Calabria
Anche la Calabria regala alcuni tesori: aree dove è possibile andare alla ricerca di castagne e, in particolare nella zona del Pollino e della Sila. Ma anche Vibo Valentia, raggiungendo il Parco Regionale delle Serre, mentre il Parco Nazionale d’Aspromonte è un’altra meta da esplorare in zona Reggio Calabria. Vale la pena assaggiare i pistiddri, castagne secche bollite.
Fonte: iStockIn Calabria una delle zone da raggiungere per scovare castagne è il Pollino
Sicilia
Ci spostiamo in Sicilia, in provincia di Palermo, dove si trova la Rocca Busambra con il bosco della Ficuzza e il Bosco del Cappelliere: qui vale anche la pena visitare Mezzojuso. Da non perdere il Parco delle Medonie e il Parco dell’Etna. In Sicilia le castagne vengono messe in forni alti, con una base bucherellata, e il sale grosso viene gettato nel fuoco, facendole diventare bianche: davvero particolari.
Sardegna
Concludiamo il viaggio alla scoperta dei luoghi dove cercare le castagne in Italia con la Sardegna. Gli alberi si trovano soprattutto nella Barbagia-Mandrolisai-Gennargentu e in particolare nei comuni che fanno parte di questo territorio, dove pare ci sia il 90% degli esemplari. Si trovano sia di grandi dimensioni, che di piccole. Tra le ricette vale la pena provare la zuppa di fagioli e castagne.
No, non è così: la parola ombra, derivata dal latino umbra, non sta all’origine del nome della regione Umbria né del popolo degli Umbri che l’abitava in tempi remoti. Eppure il motivo di tale equivoco non è difficile da immaginare: i dolci rilievi collinari che animano il profilo morfologico della regione sono coperti di verdi e fitti boschi del cui riparo si può giovare il viaggiatore che ci si trovi a passare.
Non solo il viaggiatore, ma anche chi va alla ricerca di cascate, polle e piscine naturali d’acqua dolce può bearsi della frescura delle ombre umbre, scoprendo paesaggi unici e piccoli tesori rimasti nascosti al riparo delle chiome degli alberi.
L’Umbria è attraversata, d’altra parte, da alcuni dei fiumi più lunghi d’Italia. Il Tevere nasce in Emilia-Romagna, attraversa il territorio umbro e finisce, come noto, nel Lazio. Il Chiascio, il Nera, il Topino, il Nestore sono altri corsi d’acqua che superano tutti i cinquanta chilometri di percorrenza. Tuttavia questo non significa che l’Umbria rurale offra una gran quantità di luoghi adatti al wild swimming, anzi.
Fonte: Lorenzo CalamaiAcque cristalline e purissime tra le colline dell’Umbria
Alcuni di questi fiumi hanno letto ampio e passano attraverso un ampio numero di cittadine, altri hanno corsi impetuosi, con forti correnti che li rendono più adatti agli sport acquatici come il kayak che non a un semplice tuffo rinfrescante.
Insomma: per trovare il luogo giusto per una gita estiva al fiume, dove potersi godere la fresca ombra dei boschi, incontrare un contesto naturale magico e godersi qualche bracciata in acqua dolce bisogna sapersi orientare. Ecco quindi un piccolo compendio di spot ideali per un picnic in riva al fiume.
Il Laghetto incantato di Assisi
Nel periodo estivo buona parte dei venti chilometri occupati dal corso del torrente Tescio, affluente del fiume Chiascio, rimangono in secca.
Lo si vede poco lontano da Assisi, nei pressi di Santa Maria degli Angeli, o anche a Pian della Pieve, dove una maestosa e spettacolare cascata si asciuga ben presto, trasformandosi in una sorta di grosso fossile inerme.
C’è però un luogo dove il Tescio non subisce le paturnie meteorologiche dell’estate, un laghetto incantato circondato da un’atmosfera magica, nascosto tra i boschi che popolano il Parco del monte Subasio.
Fonte: Lorenzo CalamaiL’atmosfera speciale del Laghetto incantato
Per raggiungerlo si deve lasciare Assisi in direzione del già citato abitato di Pian della Pieve, superarlo e imboccare la strada per Santa Maria di Lignano. Il fondo stradale diventa sterrato, ma ben tenuto. Proseguite per ca 2,5 km fino ad incrociare un cartello che indica una strada che scende verso destra e si dirige al B&B La Zuppa Inglese. Non svoltate, ma proseguite per qualche decina di metri: troverete uno spiazzo dove lasciare la vostra auto. Il luogo dal quale si scende al fiume dista circa 9 km dal centro di Assisi ed è un ottimo percorso da fare anche in bicicletta, con una mountain bike o una bici gravel.
Dal luogo di arrivo descritto, tornate a piedi sulla strada percorsa e scendete stavolta verso il bed and breakfast. Dopo un tornante troverete il cancello che dà accesso alla tenuta della struttura, ma anche un guado per attraversare il corso del Tescio e imboccare un breve sentiero che in meno di 5 minuti vi porterà ad un’ampia radura in mezzo al bosco che dà diretto accesso alla cascata e al magico laghetto sottostante.
Fonte: Lorenzo CalamaiIl laghetto incantato sul Tescio
Il sole filtra dalle chiome degli alberi, baluginando sull’azzurro specchio del laghetto alla base della cascata, con giochi di luce abbaglianti. Il contesto riparato e nascosto isola completamente dalla vicina strada bianca, il tronco ritorto di un albero offre un trampolino ideale per un tuffo.
La piscina non è profondissima, e la quantità d’acqua dipende dal momento della stagione, ma offre sempre la possibilità di un bagno rinfrescante.
I Borgoni del Torrente Sorre
Un angolo per il wild swimming davvero selvaggio e davvero nascosto: i Borgoni di Castel di Fiori, minuscolo borgo medievale perso nella campagna umbra, nei pressi di Fabro, altro bel borgo noto ai più principalmente per l’omonima uscita autostradale della A1.
Da Fabro si deve percorrere la Strada provinciale 52 in direzione di Parrano, fino a raggiungere il bivio verso sinistra che porta a Castel di Fiori. Questa seconda strada diventa a tratti bianca e va seguita per ca 5 chilometri. Prima di giungere al borgo, si nota un ampio sentiero che scende sulla sinistra. Qui va lasciata l’auto per poi proseguire a piedi.
Fonte: Lorenzo CalamaiUn colore dell’acqua davvero speciale
Il percorso per arrivare fino alle cascate, chiamate Borgoni dai locali, non è particolarmente segnalato, ma con un po’ di senso dell’orientamento non è difficile riuscire a scendere verso il fiume. All’inizio del sentiero si segue una comoda carrabile fino ad incrociare dei cartelli in legno che indicano la via per i fossi e le natural pools, come c’è scritto, inoltrandosi nel bosco. Dopo poche decine di metri è necessario imboccare una deviazione verso destra che scende scoscesa fino al letto del fiume. In alternativa potete digitare le seguenti coordinate su una app per smartphone con mappe e GPS per trovare la destinazione: 42.904510, 12.100610.
Fonte: Lorenzo CalamaiIndicazioni poliglotte per i Borgoni
Una volta arrivati potrete trovare due diversi spot molto vicini. Una piccola piscina naturale piuttosto profonda animata da una piccola cascatella. Pochi metri più lontano si trova una spettacolare cascata dal colore dell’acqua davvero particolare, quasi brillante malgrado l’ombra del bosco. Viene alimentata da una vicina fonte, con le acque che poi confluiscono nel torrente Sorre. Tutto intorno ci sono vasche, piscinette e cascatelle molto belle, anche se meno interessanti e non adatte al bagno perché troppo piccole e con alberi e arbusti all’interno.
Il Sasso sul Torrente Soara
Nei pressi di Città di Castello il torrente Soara ha scavato una serie di piccole piscine dove trovare refrigerio dal sole estivo. Si trovano a circa 5 chilometri dal centro cittadino, facilmente raggiungibili anche in bicicletta, nei pressi del bar ristorante il Sasso.
Il torrente Soara ha scavato in questo punto tante piccole piscine naturali adiacenti alla strada provinciale. Un luogo di relax frequentato anche i residenti della zona e che si divide in una prima zona, vicino ad un curato prato verde, totalmente investita dal sole, e una seconda parte poco più a valle, nei pressi di una cascatella, dove invece il torrente entra in una zona boschiva e sempre all’ombra.
Vicino al praticello, l’acqua scorre tranquilla, piuttosto bassa, ma immediatamente a valle costituisce delle comode vasche dove fare qualche bracciata e rinfrescarsi dal caldo sole estivo. Sui massi piatti in riva al fiume le persone prendono il sole, o si siedono sul basso fondale di alcune piscine naturali godendosi la rinfrescante temperatura delle acque del Soara.
Fonte: Lorenzo CalamaiVeduta delle piscine naturali del Soara
Anche nella parte ombreggiata ci sono un paio di belle piscine, compresa una dalla forma di una vasca da bagno e un’ultima cascatella che forma un’ampia polla fra le fronde. Per chi desidera ulteriore privacy, scendendo lungo il corso del torrente per qualche decina di metri ancora, passando attraverso il letto dello stesso, si raggiunge una spiaggetta di sassolini bianchi completamente in ombra dove potersi sistemare.
La magia non ha età e confini. Lo sanno i bambini che guardano il mondo con gli occhi colmi di meraviglia e stupore e lo sanno gli adulti che non smettono di sognare. E a credere, per gioco o per davvero, all’esistenza di magiche creature fatate. Proprio come i folletti che sembrano avere casa solamente in Irlanda, ma in realtà pare che si possano trovare anche in Italia.
In quei luoghi storie e leggende narrano di questi esseri dispettosi, divertenti, di piccole dimensioni che si divertono a fare scherzi. Ma non solo lì, in quell’isola di smeraldo, anche in Italia si racconta di avvistamenti di folletti e si tramandano leggende e tradizioni legate a loro.
Pare che vivano nella natura, in quei luoghi incontaminati e di rara bellezza, tra piante, erba, fiori e animali. Boschi che lasciano senza fiato, fitti e suggestivi, in cui divertirsi a cercarli, in cui provare ad andare in compagnia dei propri figli per provare ad avvistarli con i propri occhi, magari cogliendo un fruscio di foglie, o un movimento repentino tra gli alberi.
Dove scovare i folletti in Italia: le destinazioni da raggiungere per grandi e piccini.
I luoghi dove cercare i folletti
C’è un luogo nel Lazio, vicino a Viterbo, dove la natura regala una scenografia unica e dove si racconta si nascondano i folletti. Il nostro viaggio alla ricerca di queste creature magiche parte da lì, dal Bosco del Sasseto di Torre Alfina: un luogo speciale, in cui si possono ammirare tantissimi alberi diversi, alcuni centenari e di grande altezza. Lì tra massi lavici e una foresta da sogno si narra si nascondano i folletti. Per visitarlo ci si deve affidare a visite guidate e di gruppo.
Diverse creature magiche, invece, si dice vivano nei pressi del Lago delle Fate che si trova in Val Quarazza, in Piemonte. Lì gli gnomi raccolgono l’oro e lo donano alle fate e, guardando bene, è possibile vederli con i propri occhi, ma pietrificati.
Alcune destinazioni perfette per i bambini
In Lombardia la destinazione migliore è Giocabosco, dove immergersi in querceto e andare alla scoperta di piccole creature magiche grazie a sculture, casette e abiti degli gnomi appesi agli alberi. L’obiettivo finale è formativo e mette i bambini a stretto contatto con la natura e con la fantasia.
In Veneto, invece, ci si dirige verso Montegrotto Terme: lì c’è un bosco delle fate, che si trova in un parco alberato di 6.000 per scoprire la magia delle trazioni popolari e della fantasia.
A circa 5 chilometri da Urbania nelle Marche si trova il Bosco dei folletti di San Martino, un luogo in cui non smettere di sognare. A loro è dedicato un sentiero di 1 chilometro e mezzo e si snoda tra casette, statue e sagome. Si dice che qui siano arrivati nell’antichità 66 folletti dalla Transilvania.
A Bagno di Romagna in Emilia Romagna, infine, c’è il Sentiero degli Gnomi un percorso che si snoda nel bosco e costeggia il torrente Amina. Ci sono disegni, sculture, ma anche casette di legno. È lungo 2 chilometri, molto agevole e per farlo tutto si impiegano circa 45 minuti.
I boschi dove vedere più facilmente le creature magiche
Ma quali sono in generale i boschi dove è possibile vedere con più facilità le creature magiche, compresi i folletti?
Si dice che sia più semplice vederli nei boschi di conifere, ovvero dove si trovano pini, abeti o cipressi. E si racconta, ad esempio, che vivano anche lungo il confine che separa Romagna e Toscana. Non solo nella natura, spesso infatti dimorano nei cortili delle case di campagna.
Boschi incantati, giochi d’acqua e laghetti, sorvegliati da imponenti massicci che fanno da guardiani alla natura incontaminata di un luogo senza tempo. È l’immagine suggestiva che si presenta di fronte agli occhi addentrandosi in un territorio speciale e tutto da scoprire: il Parco regionale del Matese.
Ci troviamo in Campania, sui monti che confinano con il Molise. Qui gli amanti della tranquillità, delle passeggiate lente e della montagna, trovano un ambiente perfetto per rilassarsi, godendo delle bellezze paesaggistiche di questo splendido territorio.
Ma non solo, perché sempre più spesso il Parco regionale del Matese è scelto dagli amanti dello sport e dell’avventura, poiché si presta a molteplici attività, dal cicloturismo al kayak, fino alle arrampicate e al parapendio.
Scopriamo tutte le caratteristiche di questo luogo suggestivo tutto da esplorare.
Il Parco regionale del Matese: una splendida oasi naturale
Il Parco regionale del Matese è un’oasi naturale di estrema bellezza, con peculiarità tutte da scoprire. Entrato in funzione come area naturale protetta della Campania nel 2002, il parco copre un’area di ben 33.326 ettari sul confine con il Molise e tocca due province campane: Caserta e Benevento.
A sole due ore da Napoli, quest’area prende il nome dal Massiccio del Matese (a cavallo tra Campania e Molise) sul quale spiccano tre imponenti monti di natura calcarea: il Mutria, il Miletto (il più alto della zona con più di 2.000 metri) e il Gallinola.
Ma non è tutto, perché il Parco custodisce una varietà di paesaggi e punti di interesse tutti da esplorare. Nell’area sono presenti tre laghi, tra i quali il Matese, il più alto d’Italia, e due fiumi che lo attraversano: il Titerno e il Tammaro.
Ciò che incanta è la varietà di flora e fauna presenti in questa riserva naturale, dalla vegetazione mediterranea alle praterie, che lasciano il posto a boschi di faggi e castagni salendo in quota. Qui, inoltre, trovano dimora i lupi, le volpi, le lepri, i caprioli, i gatti selvatici e tanti altri esemplari.
Fonte: iStockPaesaggio del Parco regionale del Matese, in Campania
Il Lago del Matese e gli altri specchi d’acqua
La distesa naturale del Parco regionale del Matese è ricca di acqua, tra sorgenti, cascate e laghi. Tra questi spicca il Lago del Matese, il lago carsico più alto d’Italia: si trova a circa 1000 metri di altitudine tra i comuni di Castello del Matese e di San Gregorio Matese. Incastonato tra i meravigliosi boschi di faggio è sorvegliato dall’alto da due imponenti montagne rocciose: il Monte Miletto e il Monte La Gallinola.
Questo specchio d’acqua è un’oasi che numerosi volatili hanno scelto come loro dimora, come il Germano Reale e gli Aironi cenerini. Visitarlo è semplice, tramite diversi percorsi segnalati che accompagnano lungo il suo perimetro, a piedi o in bicicletta. Questa camminata è facile e adatta a tutti, anche ai bambini. Nei periodi in cui il livello dell’acqua del lago è più basso è possibile anche raggiungere l’isolotto “Montrone” (o “Monterone”) che una volta veniva utilizzato per riparare il bestiame.
Ma non c’è solo il Lago del Matese ad arricchire il paesaggio naturale di questo meraviglioso parco. Troviamo anche il Lago di Letino e il Lago di Gallo Matese. Sono più piccoli ma molto suggestivi e utilizzati per produrre energia idroelettrica.
Trekking e tanto sport per tutto l’anno
Il Parco regionale del Matese ha una varietà di ambientazioni che lo rendono il luogo ideale per numerose attività all’aperto durante tutto l’anno.
I sentieri per il trekking sono numerosi e segnalati: si addentrano nei fitti boschi, girano attorno ai laghi, esplorano i canyon scavati nella roccia e salgono in quota fino alle cime dei monti che compongono questo splendido paesaggio, con viste mozzafiato dall’alto.
Anche gli amanti delle due ruote possono seguire in mountain-bike le stradine e i sentieri che esplorano ogni punto del parco, per un’escursione all’insegna dell’avventura.
Ma non è tutto, perché sono tanti gli sport che si possono praticare in quest’area protetta, a partire dalle arrampicate sulle pareti calcaree: quelle di Civita di Pietraroja, di San Lorenzello, di Letino e della Valle Orsara, sono le più famose.
Inoltre, le acque tranquille dei laghi del Parco del Matese sono bacini perfetti per escursioni in kayak e canoa e per chi ama vivere il brivido dell’avventura è possibile fare escursioni guidate tra le gole e i canyon scavati dalle acque, mentre le zone umide circostanti sono ottimi ambienti per coloro che sono appassionati di birdwatching. Qui si possono avvistare, tra i vari esemplari, la marzaiola, il picchio rosso e anche l’aquila reale.
Gli amanti delle passeggiate a cavallo possono esplorare il paesaggio in sella a queste splendide creature, addestrate dalle aziende locali, e i più temerari possono effettuare discese in parapendio o in deltaplano.
Quando arriva l’inverno, poi, il paesaggio si imbianca e diventa l’ambientazione perfetta per gli sport sulla neve. A Bocca della Selva gli appassionati si possono cimentare nello snowboard, nello sci da discesa e nello sci da escursionismo, oppure percorrere piacevoli camminate con le ciaspole ai piedi.
Fonte: iStockVista sul Lago del Matese in inverno
Cosa vedere nel parco
Oltre ai tre laghi, i boschi incantati e le alte cime che fanno da guardiane al Parco regionale del Matese, ci sono molti altri punti di interesse da visitare durante un’escursione in questa magnifica zona d’Italia. Ecco tre luoghi da non lasciarsi sfuggire: la Piana delle Pesche, la Cipresseta di Fontegreca e le Forre di Lavello.
Piana delle Pesche
Uno dei punti da raggiungere lungo un’escursione nel Parco del Matese è la Piana delle Pesche, una distesa di prati circondata da un bosco con enormi alberi, il luogo perfetto per famiglie con bambini per cimentarsi in un’escursione semplice e fare un picnic nella natura. Per arrivare alla Piana delle Pesche, che si trova a Gioia Sannitica, si parte dalla Frazione di Curti. Da qui parte una stradina segnalata, in salita, che attraversa il bosco fino a raggiungere il pianoro. Quando le acque dei ghiacciai si sciolgono, inoltre, nella zona si forma anche un piccolo specchio d’acqua chiamato Laghetto Suglio.
Cipresseta di Fontegreca
Al di sopra della cittadina di Fontegreca ha sede lo splendido Bosco degli Zappini, conosciuto come la Cipresseta di Fontegreca. Una tappa qui è dovuta, per ammirare una tipologia di cipresso raro e unico al mondo. Si tratta della varietà che ha più di 500 anni definita “horizontalis”.
Oltre agli alberi, che ricoprono un’area di circa 40 ettari, si trovano anche piccole piscine naturali, cascate e ruscelli, che rendono il paesaggio ancor più suggestivo. All’entrata del bosco, inoltre, si trova anche il Santuario della Madonna dei Cipressi.
Fonte: iStockCipresseta di Fontegreca
Forre di Lavello
Uno dei luoghi più incantevoli del Parco regionale del Matese sono le Forre di Lavello. Si tratta di gole, create dall’azione erosiva dell’acqua per millenni, che si trovano tra i monti Erbano e Cigno, sulla strada che collega Cerreto Sannita a Cusano Mutri, lungo il fiume Titerno. Il corso d’acqua ha creato un canyon di spettacolare bellezza tra le rocce calcaree, visitabile attraverso un sentiero che ripercorre un’antica mulattiera di epoca sannitica.
Nel tragitto, lungo circa 2 chilometri, si trovano anche altre perle che questo parco custodisce gelosamente: la Grotta delle Fate, il Ponte del Mulino, il Muraglione, la Caverna dell’Elefante, la Grotta delle Streghe e quella dei Briganti, oltre ad alcuni punti panoramici come il Belvedere sulla Forra.
Il territorio del Matese è carsico e quindi ricco di corsi d’acqua sotto terra che in certi punti compaiono in superficie sotto forma di cascate, piscine naturali e torrenti. Le Forre di Lavello, infatti, non sono gli unici canyon presenti all’interno del Parco del Matese. Sono ottimi luoghi da esplorare anche la Gola di Caccaviola, il canyon di Pesco Rosso e la Forra dell’Inferno.
E proprio le azioni del mare, fin dall’antichità, rendono questo territorio ricco di fossili. Molti sono situati nel sito geo-paleontologico di Pietraroja (nella provincia di Benevento): qui si possono ammirare reperti fossili di vertebrati (pesci, rettili, anfibi) e anche un esemplare di un dinosauro carnivoro, antenato dei Velociraptor.
Il Parco Regionale del Matese tra storia e tradizioni antiche
I sentieri di questo splendido Parco sono stati percorsi dall’uomo fin dall’antichità. Quest’area fu roccaforte di un popolo particolarmente tenace, i Sanniti, che a lungo tennero testa alle armate dell’Impero di Roma.
In questi territori è possibile ritrovare tracce anche di Goti, Vandali e Longobardi, tra monumenti e grotte sacre. Quella che racconta questo territorio è una storia tanto antica quanto intrigante, composta da svariati popoli, come ad esempio i Saraceni, il cui arrivo è testimoniato dai centri arroccati e dai monasteri fortificati. I borghi, inoltre, portano i segni di splendori e ricchezze, di stili differenti e periodi di carestie particolarmente difficili. Il territorio parla e racconta ancora di Normanni, Svevi e Angioini, per un’esperienza incredibile, che porterà ad immergersi nella storia di questi luoghi.
Ma è una storia caratterizzata anche da tradizioni ben radicate, soprattutto per quanto concerne il cibo. All’interno del Parco sarà possibile apprezzare tutte le specialità dell’area, tramandate da generazioni dal mondo pastorale e contadino: dal formaggio pecorino alle caciotte, dai caciocavalli alla mozzarella. Impossibile non provare i prosciutti stagionati di Pietraroja, così come il cazzu’ntontulu (salume) di Castello Matese. Tutto ruota intorno alla natura, dolci compresi, caratterizzati soprattutto da fragole, more e mirtilli offerti dai boschi.
Tutti conosciamo le fiabe, molti hanno sognato di diventarne i protagonisti da bambini. Conoscere elfi, fate, gnomi, streghe, principesse, cavalieri valorosi, re e regine. E vivere esperienze fuori dal comune in un mondo fatato e a contatto con la natura più autentica e selvaggia.
Non si tratta solo di sogni, perché i bambini possono veramente toccare con mano un’esperienza che li immerge nel mondo delle fiabe, facendole diventare realtà.
Succede in alcuni castelli e parchi fatati lungo lo Stivale. Da Nord a Sud spiccano luoghi dove magia e avventura si intersecano, donando ai bambini quei meravigliosi ricordi che rimarranno nel cuore, indelebili.
Ma dove si trovano questi luoghi fatati e avventurosi in cui andare con tutta la famiglia? Ne abbiamo selezionati 10 e sono uno più incantevole dell’altro.
Al Castello di Gropparello con il Parco delle Fiabe
Quale miglior esperienza se non quella che ci trasforma nei personaggi di un racconto d’altri tempi, nell’ambiente di un castello medievale? Succede al Castello di Gropparello (a Piacenza), nel Parco delle Fiabe. È il primo parco “emotivo” d’Italia e merita sicuramente una visita.
Ciò che lo rende speciale, oltre all’ambientazione nel bosco, è la storia che i piccoli sono guidati a vivere, grazie a personaggi delle fiabe che li coinvolgono lungo tutto il percorso. Accolti da un cavaliere e vestiti anch’essi con finte armature e spade, incontreranno il taglialegna, gli elfi e i folletti, con i quali devono portare a termine una missione: liberare la fatina rapita dalla strega o dall’orco. Un’esperienza memorabile per i bambini e divertente anche per i genitori, che possono assistere alle rocambolesche avventure di questi piccoli valorosi cavalieri.
Fonte: Media Library Castello di GropparelloAnimazione per bambini nel Bosco delle Fiabe, Castello di Gropparello
Il Fantastico Mondo del Fantastico a Roma
Rimanendo nell’ambientazione di un castello, ci spostiamo a Roma, precisamente in un luogo in cui si può vivere realmente un viaggio nella fantasia. Stiamo parlando del Castello di Lunghezza, nel cui parco che lo circonda va in scena ogni domenica il Fantastico Mondo del Fantastico.
È un luogo di intrattenimento per bambini (ma anche per i più grandi) tutto incentrato sul mondo della fantasia e dell’immaginazione, con personaggi di favole celebri e leggende che prendono vita coinvolgendo tutti in avventure principesche all’insegna del divertimento. Vi consigliamo di controllare le date di apertura e i prezzi sul sito ufficiale del parco.
Il Giocabosco, in provincia di Brescia
A Gavardo, in provincia di Brescia, si trova uno dei primi boschi incantati d’Italia: il Giocabosco. Si tratta di un bosco di querce a tema didattico che unisce l’avventura all’apprendimento per bambini fino ai 7/8 anni di età, accompagnati da un pizzico di magia.
Lungo il parco si incontrano infatti le fate e gli gnomi, che li conducono all’esplorazione della flora e della fauna di questo bosco incantano. Aperto dalla primavera all’autunno, è un ottimo luogo in cui far divertire i vostri figli, sensibilizzandoli sul delicato tema della tutela ambientale per un futuro maggiormente sostenibile.
A Cassino, nel Bosco delle Favole
Andiamo in provincia di Frosinone, nel Lazio, per vivere un’altra esperienza memorabile nel Bosco delle Favole, il parco tematico per bambini immerso nella natura delle Terme Varroniane di Cassino. È il parco tematico più grande del Centro Italia, con ben 110.000 mq di estensione.
Le attrazioni sono numerose, tra scivoli, tour in gommone, discese di rafting, spettacoli giornalieri con principesse ed eroi e giochi interattivi per grandi e piccini. C’è l’imbarazzo della scelta per un divertimento assicurato per i bambini.
Il Bosco delle Fate a Montegrotto Terme
A Montegrotto Terme, in provincia di Padova, esiste un bosco incantato popolato da fate, folletti e troll, ma anche da animali e da un’ampia varietà di esemplari vegetali. Stiamo parlando del Bosco delle Fate, un parco di 7.000 mq nel quale i personaggi della storia popolare e antica fanno immergere in un’atmosfera magica e suggestiva.
Nel Magico Bosco della natura pugliese
Spostandoci a Sud raggiungiamo la Puglia e in particolare le colline dell’Alta Murgia. Qui è il Parco Naturale Selva Reale a far vivere un’avventura fiabesca ai bambini, con il suo Magico Bosco. Immersi nel verde della pineta, si trovano folletti, elfi, fate e gnomi, che accompagnano con fiabe, racconti e storie fantastiche i piccoli avventurieri.
Nel percorso si trova la casa delle fate, quella di Biancaneve e anche la famosa casetta di Hänsel e Gretel, tutta ricoperta di dolci di marzapane.
Il parco western Cowboyland
Volete immedesimarvi, insieme ai vostri bambini, in un cartoon western d’altri tempi? Al Cowboyland questo è possibile. Si tratta di un parco a tema western realizzato all’interno di un ranch, il Cowboy’s Guest Ranch, a Voghera (in provincia di Pavia).
Il parco avventura ospita animali tipici nordamericani (tra i quali lama, orsetti lavatori, cavalli), un Saloon, il maneggio e l’area in cui ha luogo il rodeo. I bambini potranno imparare a lanciare il lazo, cavalcare i pony, assistere a spettacoli e giochi all’insegna del divertimento e dell’avventura. Per sentirsi per un giorno dei veri cowboy immersi nelle praterie degliindiani d’America, lungo il selvaggio West.
Movimënt, il parco di Corvara in Badia
Saliamo in montagna fino ai 2000 metri sull’altopiano di Corvara di Badia, in provincia di Bolzano, per raggiungere Movimënt: il parco a misura di bambino (e non solo) che unisce natura, animali, sport e divertimento in un’esperienza avventurosa per tutti.
Le attività da fare qui sono tantissime: dall’arrampicata sulle pareti attrezzate, per sviluppare equilibrio e resistenza, alle acrobazie su un enorme Air Bag, oppure andare alla scoperta delle abitudini degli orsi dissotterrando anche le ossa dell'”Ursus Ladinicus”, o esplorare il mondo degli insetti guidati da una storia coinvolgente. C’è anche il minigolf e percorsi fitness all’aria aperta, corde e maniglie sulle quali appendersi e tanto altro.
Parco della preistoria Rivolta d’Adda
Se abitate nei pressi di Milano, a soli 25 chilometri dalla città esiste un luogo ideale in cui portare i bambini per vivere un’avventura speciale: il Parco della Preistoria di Rivolta d’Adda (CR). Una vasta area naturale con un bosco di 100 ettari che custodisce più di 50 ricostruzioni a grandezza naturale di 31 differenti specie preistoriche, tra le quali alcuni dei più grandi dinosauri.
Ma non è tutto, perché questo è un vero e proprio parco avventura che conta anche un labirinto fatto di siepi che appassiona tutti, il museo paleontologico, diverse aree gioco e pic-nic, laghetti, un percorso botanico e animali in semilibertà (tra i quali simpatici scoiattoli, lepri e coniglietti selvatici). La chicca, poi, è il trenino che trasporta i bambini in giro per il parco, tra divertimento e avventura a contatto con la natura.
Il confine fra Toscana ed Emilia Romagna corre lungo la dorsale dell’Appennino, eppure quelle montagne non conoscono linee tracciate sulle carte geografiche, tant’è che è possibile ammirare splendidi panorami naturali su ognuno dei due versanti.
Si prenda ad esempio Poggio Scali, una vera e propria terrazza immersa nel Parco delle Foreste Casentinesi, posta esattamente sul confine tra le due regioni. La vista dei boschi e dei colli che lo contornano da una parte e dell’altra del confine regionale lo rendono un luogo speciale, senza la necessità che nessuna linea di demarcazione artificiale gli doni particolarità.
Poggio Scali è infatti una splendida radura che si apre tra i boschi che coprono questa porzione di Appennino Tosco-romagnolo, con ampi prati sui quali stendersi ad ammirare la natura circostante. Ci si arriva percorrendo un tranquillo sentiero escursionistico che non richiede particolare preparazione fisica e tecnica, costeggiando una riserva naturale integrale.
Si tratta di un percorso di trekking ideale per una giornata primaverile, quando il verde tenue dei faggi denota l’avviarsi della natura verso la bella stagione, e tutt’intorno ci si accorge della rinascita dopo il letargo invernale.
Fonte: Lorenzo CalamaiAl confine fra Toscana ed Emilia Romagna
Come arrivare a Poggio Scali
Vari sentieri conducono a Poggio Scali e al suo prato a 1520 metri di altitudine, una delle vette più alte dell’Appennino Tosco-romagnolo, secondo solo al Monte Falco e al Monte Falterona. Per una escursione di bassa difficoltà, con una lunghezza di circa 12 chilometri fra andata e ritorno e una durata stimata di percorrenza intorno alle 4 ore, partite dall’Eremo di Camaldoli, un monastero nelle vicinanze di Poppi (AR) risalente all’XI secolo.
Per raggiungerlo recatevi a Ponte a Poppi, la zona bassa della succitata e caratteristica cittadina che sorge in cima a un colle ed è uno dei borghi più belli del Casentino, una delle vallate che separa Firenze da Arezzo. Da qui l’evidente cartellonistica vi aiuterà a salire, in circa 25 minuti di auto, all’Eremo.
Secondo la tradizione l’Eremo di Camaldoli sarebbe stato fondato da San Romualdo intorno al 1012, e la regola che regge il monachesimo ivi praticato è tratta proprio dagli insegnamenti del fondatore, monaco benedettino che dette origine alla Congregazione camaldolese. Oggi l’Eremo è diviso fra una parte dove alcuni monaci praticano ancora l’eremitismo e una parte visitabile, tra cui l’antica cella di San Romualdo, una chiesa con opere d’arte di stile barocco e un emporio con i prodotti del monastero, come profumi e liquori.
Fonte: Lorenzo CalamaiUna splendida escursione con il verde della primavera che torna a colorare i fusti degli alberi
Il sentiero che collega Camaldoli a Poggio Scali è peraltro parte della Viae Sancti Romualdi, un cammino da Sant’Apollinare in Classe, in provincia di Ravenna, fino a Fabriano in 30 tappe sulle orme del santo.
Una volta giunti di fronte all’edificio religioso basterà lasciare l’auto in uno dei tanti posteggi allestiti all’esterno. Il luogo è molto conosciuto, facilmente raggiungibile e particolarmente prediletto dalle famiglie per una gita domenicale, per cui, se possibile, preferite giorni feriali e arrivi in mattinata per trovare comodamente il vostro posto auto.
Nei pressi del cimitero dell’Eremo si trovano le indicazioni per Poggio Scali, manutenute dal CAI.
L’escursione
Le difficoltà principali di questa escursione si trovano subito all’inizio del percorso. Poggio Scali, come detto, si trova sul crinale che divide la Toscana dall’Emilia Romagna, e il sentiero 00 è il Sentiero di spartiacque appenninico, per definizione quel sentiero che percorre appunto il crinale della catena montuosa.
Per raggiungerlo si deve affrontare un tratto iniziale con discreta pendenza in salita che potrebbe tagliarvi immediatamente le gambe. Prendetela con filosofia, mettete le marce ridotte e andate su del vostro passo: la parte più dura è lunga poco più di un chilometro ed è totalmente immersa in uno splendido bosco di larici, che vi delizieranno le narici con il loro profumo balsamico.
Dopo l’attacco del sentiero, il resto dell’escursione è molto tranquillo: si attraversa una lunga parte di brevi saliscendi, mentre i larici lasciano il posto ai faggi e alle betulle, con occasionali radure di splendidi prati dal colore verde acceso.
Camminando lungo il crinale, però, sono quasi nulle le opportunità di affacciarsi oltre la coltre alberata che circonda il sentiero. Diventa poi impossibile nell’ultima parte del sentiero, quando questo è costeggiato dal territorio della Riserva naturale integrale di Sasso Fratino, la prima in Italia, istituita nel 1959.
Fonte: Lorenzo CalamaiUna delle poche radure sul percorso che permettono di affacciarsi verso la Romagna
Una riserva naturale integrale è un’area nella quale non sono ammesse attività dell’uomo che non siano la ricerca scientifica, quindi nemmeno l’attraversamento della medesima. Quella di Sasso Fratino è particolarmente importante perché conserva uno dei pochi tratti di foresta ancora intatti, con la presenza di aspri pendii rocciosi e nessun accesso che l’hanno così riparata dall’intervento della mano umana. Dal 2007 la Riserva di Sasso Fratino fa parte del Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO come parte del sito seriale “Foreste primordiali dei faggi dei Carpazi e di altre regioni d’Europa“.
Niente paura, però: la vostra fame di panorama sarà esaudita poco dopo. Una bacheca in legno con informazioni sulla affascinante fioritura del botton d’oro è il segnale per svoltare a destra e salire la breve rampa in salita che porta sulla vetta di Poggio Scali, a 1520 metri sul livello del mare.
Da qui lo sguardo può spaziare dai monti sopra Firenze in lontananza, verso sinistra, alla strada che sale al Passo della Calla, frontiera fra Toscana ed Emilia Romagna, fino alle colline del forlivese, al Lago di Ridracoli e alle valli che declinano verso Cesena.
Fonte: Lorenzo CalamaiPoggio Scali è la terza vetta dell’Appennino tosco-romagnolo
Il prato che si stende tutto intorno il cocuzzolo della collina è l’ideale per apprezzare un bel picnic e riposare le gambe prima di rimettersi in cammino, ma attenzione: è qui che tra la fine di aprile e i primi di maggio si può assistere alla splendida fioritura del botton d’oro, nome scientifico Trollius Europaeus, un fiore tipico degli ambienti montani ma non particolarmente diffuso, specie in Italia. Nel Parco delle Foreste Casentinesi è presente solo a Poggio Scali. La sua forma particolarmente elegante rende la sua fioritura affascinante.
Ritorno all’Eremo di Camaldoli e dintorni
Per il ritorno ci sono alcune opzioni alternative al compiere lo stesso percorso dell’andata, ma prevedono tutte almeno un paio di chilometri di strada asfaltata prima di tornare presso l’Eremo di Camaldoli, per cui il suggerimento è di rimanere nella natura e tornare per la stessa via dell’andata.
Dopo la discesa, una fermata ideale prima di riprendere l’auto è al piccolo emporio dell’Eremo, dove potrete trovare una ampia selezione di prodotti dei monaci camaldolesi.
Scendendo di nuovo a valle verso il Casentino, non dimenticate di effettuare una visita ai tanti bei borghi che punteggiano la vallata, a cominciare da Poppi, uno dei più caratteristici del territorio.
Cittadina che fa parte del club dei Borghi più belli d’Italia, Poppi ha un retaggio medievale che si intuisce a prima vista grazie alla slanciata torre del castello che rappresenta il simbolo e il centro del paese.
Fonte: Lorenzo CalamaiIl castello dei Conti Guidi a Poppi
Si tratta del Castello dei Conti Guidi, la famiglia nobile che per tre secoli comandò su Poppi e dintorni. Nella piana di fronte a queste mura si combatté nel 1289 la Battaglia di Campaldino, una delle decisive battaglie del Medioevo con cui Firenze divenne egemone sulle altre città toscane. Vi partecipò notoriamente Dante Alighieri, nelle fila dei guelfi fiorentini che risultarono vittorioso, come avrebbe poi raccontato nel canto V del Purgatorio.
La somiglianza con il Palazzo Vecchio di Firenze ha portato a supporre che anche questa costruzione sia attribuibile ad Arnolfo di Cambio, mentre altre attribuzioni ne hanno conferito la paternità a Lapo di Cambio, suo padre. Oggi il castello è visitabile ed ospita una cappella notevolmente affrescata, una sala museale dedicata alla Battaglia di Campaldino con un minuzioso plastico che ricostruisce lo scontro armato e una prestigiosa biblioteca.
Fuori dal castello un’ampia piazza alberata offre una splendida visuale a 360 gradi sulla vallata casentinese, che si tinge di diversi colori a seconda delle stagioni. Il chiosco adiacente al castello è il luogo ideale per chiudere con un degno finale una memorabile giornata di primavera.
A pensarci bene, l’Italia è bella per questo: in piccoli luoghi sperduti, nascosti o solo dimenticati, si trovano le tracce di secoli di storia, sia essa con la s maiuscola o minuscola.
Prendete ad esempio il borgo di Montereggio, frazione del comune di Mulazzo, in provincia di Massa Carrara. Meno di cinquanta anime, stando agli ultimi rilevamenti. In pratica: un grumo di case di pietra con un paio di campanili a sormontare i tetti, edifici aggrappati alla sommità di una collina circondata da boschi a perdita d’occhio.
Eppure questo luogo remoto e rurale è la culla di una fetta importante dell’editoria italiana.
Montereggio, il monumento ai librai ambulanti con il campanile dell’antica Chiesa di Sant’Apollinare
Montereggio, il paese dei librai
Nato come insediamento medievale in posizione militare strategica sul passo che congiunge la valle del fiume Magra con la via Francigena, Montereggio è sempre stato un borgo agricolo, sorretto da agricoltura e pastorizia.
All’inizio del XIX secolo il paese era caratterizzato da una forte emigrazione. Buona parte della popolazione, almeno per parte dell’anno, si trasformava da contadino in venditore ambulante, attraversando l’Italia, ma anche altri paesi d’Europa, occupandosi di rifornirsi di merci in un luogo per poi venderle in un altro.
A questo fenomeno contribuì in maniera decisiva l’anno senza estate. Il 1816, infatti, fu caratterizzato da alcune anomalie climatiche che distrussero i raccolti, costringendo la popolazione rurale a trovare altri mezzi di sostentamento. A Montereggio i membri delle famiglie del borgo si risolsero a trasformarsi in venditori ambulanti di un nuovo tipo di merce, molto desiderato negli ambienti borghesi delle città: i libri.
A Montereggio le strade e le piazze sono intitolate ai grandi nomi dell’editoria italiana
Pur essendo analfabeti, i venditori montereggini avevano imparato che il libro era un oggetto facilmente trasportabile (più delle pietre per affilare le falci che di solito portavano), redditizio e richiesto, viste le pesanti censure operate dalla maggior parte degli apparati burocratici degli Stati italiani ed europei, in primis l’Impero austriaco.
Partiti da questo piccolo borgo di pietra della collina lunigianese, i librai montereggini si resero protagonisti di una vera e propria invasione culturale del centro e del nord Italia, contribuendo in maniera fattiva, nel corso dell’Ottocento, alla diffusione delle idee mazziniane tramite il contrabbando di opuscoli e scritti degli intellettuali risorgimentisti. Dapprima muniti solo di una gerla, poi di un carretto e infine caratterizzati dalle loro bancarelle, divennero una consuetudine nelle piazze delle città italiane lungo tutto il Novecento.
Angoli di Montereggio
Alcuni di loro resero permanente la loro emigrazione in Italia e all’estero, trasformandosi da librai in editori e dando vita a piccole e grandi case editrici, come nel caso della Casa Editorial Maucci, che prendeva il nome da una famiglia montereggina e che da Barcellona aprì succursali a Madrid, Città del Messico e Buenos Aires, rendendosi protagonista dell’esportazione dei grandi classici europei del Novecento in Sud America.
Una storia che, in esaurimento nel secondo Dopoguerra, viene celebrata ogni anno dal noto Premio Bancarella, nato nel 1952 a Mulazzo e poi spostato a Pontremoli, a pochi chilometri da Montereggio, proprio per celebrare con un riconoscimento letterario annuale la storia dei librai lunigianesi e del piccolo borgo sulla collina in particolare.
Come arrivare e cosa vedere a Montereggio
La storia e la tradizione dei venditori ambulanti di libri trova robusta testimonianza nelle strade di Montereggio, un paese oggi animato da pagine e scaffali, nei cui vicoli trovano posto piccole biblioteche e le cui strade sono intitolate ai grandi nomi dell’editoria italiana.
Se a questo si unisce il fascino di un borgo medioevale ben conservato e gli splendidi panorami naturali sulle colline circostanti, ricoperte di boschi, una visita a Montereggio diventa un appuntamento da non perdere.
Non poteva mancare una little free library a Montereggio
Il piccolo borgo si trova sul fianco di un colle a oltre 600 metri di altitudine sul livello del mare. Per raggiungerlo occorre recarsi a Pontremoli, il centro più importante della Lunigiana, e percorrere la Strada provinciale 31 che da qui porta alla frazione di Arpiola, correndo lungo il versante in destra orografica del fiume Magra. Seguendo le indicazioni stradali per Mulazzo, la strada inizia ad inerpicarsi sulla collina. Giunti nel capoluogo comunale, si passa sotto l’antico arco in pietra adiacenti i lavatoi e si prosegue seguendo le indicazioni per Montereggio: in circa 15 minuti sarete arrivati a destinazione.
Si può lasciare l’auto negli appositi posteggi all’imbocco del paese, sotto l’antica Chiesa di Sant’Apollinare, caratteristico edificio religioso che accoglie i visitatori. Il suo campanile di pietra svetta, coronato dal verde delle colline che contornano la vista. Costruita nell’undicesimo secolo, con un rosone in arenaria a decorazione della facciata, venne semi-distrutta da una violenta grandinata alla fine dell’Ottocento. Oggi è stata restaurata, ricostruendo il soffitto con le piagne, le tipiche lastre di arenaria con cui sono costruiti molti dei tetti delle costruzioni lunigianesi. Vista la costruzione della nuova chiesa parrocchiale nel centro del paese, intanto, l’antica è stata declassata a oratorio. La posizione e l’aspetto, però, le conferiscono una magia e un carattere unico.
Tex e Zagor sulle panchine di Montereggio, con un panorama speciale sulle colline verdeggianti
Dalla adiacente piazza Angelo Rizzoli, con il suo monumento ai librai di Montereggio che fa bella mostra di sé, inizia la scoperta del borgo di Montereggio. Il libro è il minimo comune denominatore della visita, tra panchine panoramiche realizzate come un fumetto da sfogliare, piccole librerie per lo scambio libero di volumi, testimonianze del passato del paese nelle numerose targhe affisse sui muri in pietra delle abitazioni e un’ampia biblioteca colma di volumi di seconda mano in vendita per sostenere le associazioni locali che mantengono vivo il paese dei librai.
Ogni momento dell’anno è buono per visitare Montereggio, che assume un fascino diverso a seconda della stagione. Il borgo si anima soprattutto nella bella stagione: in primavera arrivano i canti del maggio, un’antica tradizione contadina del centro Italia che vede musici e cantanti attraversare le strade del paese con canti benauguranti per l’arrivo del bel tempo; in estate il Festival del Fumetto e la Festa del Libro rimandano alla grande tradizione dei librai di Montereggio, tra bancarelle e incontri letterari.
Al fascino del paese di pietra e della storia dei librai ambulanti, si abbina il forte richiamo della natura. I dintorni sono caratterizzati da numerosi percorsi per trekking, mountain bike e ippovie per scoprire le piccole meraviglie che si celano tra i boschi, come torrenti, cascate e panorami che possono spingersi da favolose viste appenniniche, come dal vicino Passo dei Casoni, fino al Golfo di La Spezia, visibile dalla vetta del Monte Cornoviglio.