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Passo dopo passo lungo il leggendario sentiero dei rombi rossi: Westweg, nei meandri della Foresta Nera

Il Westweg è il grande classico dell’escursionismo tedesco, una lunga linea di passi e sentieri tracciata attraverso la Foresta Nera per circa 285 km, da Pforzheim fino a Basilea, in Svizzera. La sua storia parte dal 1900, quando l’Associazione della Foresta Nera lo inaugurò come primo sentiero escursionistico a lunga percorrenza della regione.

Il segno da cercare sugli alberi, sui pali e sulle pietre è un rombo rosso bordato di nero su fondo bianco. In Svizzera cambia colore e diventa giallo.  Ma non è tutto, perché il Westweg ha anche un carattere singolare: al Titisee (un magnifico lago) si divide in una variante occidentale e una orientale, entrambe dirette verso Basilea ma con paesaggi e montagne differenti.

Localizzazione, etimologia e identità del Westweg

Westweg significa letteralmente “Via occidentale” e, come è possibile intuire, deriva dalla posizione del sentiero rispetto agli altri grandi itinerari storici della Foresta Nera.

Il cammino attraversa il Baden-Württemberg e raggiunge la Svizzera, seguendo una direttrice nord-sud che mette in relazione Pforzheim, la Foresta Nera settentrionale, la valle del Kinzig, gli altopiani centrali, il Feldberg e il territorio del Markgräflerland.

1. Pforzheim – Dobel (25 km, 692 m D+, circa 7h)

Dalla Golden Gate del Westweg, presso Kupferhammer, il sentiero prende quota lungo l’Enz e lascia progressivamente alle spalle la città. Una deviazione porta al Castello di Neuenbürg, mentre più avanti arrivano la torre panoramica Schwanner Warte e il Felsenmeer della Großer Volzemer Stein, un ammasso di blocchi rocciosi che interrompe il manto boschivo.

2. Dobel – Forbach (26,3 km, 547 m D+, circa 7h 30min)

A Kaltenbronn compare la Hohlohsee, torbiera d’alta quota impreziosita da una passerella in legno che raggiunge 988 m e offre uno dei primi grandi affacci sulle montagne circostanti. Più avanti, il Latschigfelsen regala un balcone naturale sulla valle. Forbach conserva invece un dettaglio architettonico prezioso: lo storico ponte coperto in legno sul Murg.

3. Forbach –.Unterstmatt (19,6 km, 1.079 m D+, circa 6h)

Dopo una salita che si fa sentire, si raggiunge la cresta principale della Foresta Nera settentrionale e qui la diga di Schwarzenbach introduce un paesaggio quasi alpino, seguito dal glaciale Herrenwieser See, incastonato sotto una parete modellata dall’antico ghiaccio. La Friedrichsturm, sul Badener Höhe a 1.002 m, precede i paesaggi aperti e aspri dei Grinden.

4. Unterstmatt – Alexanderschanze (28,3 km, 761 m D+, circa 8h 30min)

Per lunghi tratti il sentiero resta sopra i 1.000 m e raggiunge la Hornisgrinde, vetta della Foresta Nera settentrionale a 1.163 m. Poi arriva il Mummelsee, lago circondato da leggende sulle ninfe delle acque. Ruhestein ospita il centro del Parco Nazionale della Foresta Nera, mentre il percorso attraversa l’area dello Schliffkopf e il suggestivo Lotharpfad.

Mummelsee, Germania
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Il misterioso Mummelsee

5. Alexanderschanze – Harkhof (17,1 km, 252 m D+, circa 5h)

La cresta conduce attraverso boschi più tranquilli, con il Bauernkopf affacciato sulla valle del Rench. Una deviazione raggiunge il Glaswaldsee, lago glaciale raccolto in un profondo circo boscoso. Il Klagstein regala un altro punto panoramico prima dell’arrivo all’Harkhof, isolato rifugio della Foresta Nera.

6. Harkhof – Hausach (15,5 km, 358 m D+, circa 6h 30min)

La tappa attraversa la cresta tra Wolftal ed Einbachtal e termina con una discesa marcata verso la valle del Kinzig. Il Brandenkopf, con la sua torre a 945 m, rappresenta una deviazione interessante; la Hohenlochenhütte offre invece una pausa più raccolta. Dalle Spitzfelsen lo sguardo raggiunge Hausach, anticipando l’arrivo presso le rovine del Castello di Husen.

7. Hausach – Wilhelmshöhe (21,3 km, 1.214 m D+, circa 7h 30min)

Qui il Westweg tira fuori i denti: la salita verso il Farrenkopf è lunga e continua, con la Hasemann-Hütte come punto di riferimento. Lungo la cresta compaiono le antiche strutture difensive del Prechtaler Schanze.

8. Wilhelmshöhe – Kalte Herberge (22,4 km, 479 m D+, circa 6h 30min)

La tappa segue lo spartiacque tra Reno e Danubio in un paesaggio più disteso. Una passerella attraversa la riserva naturale di Blindensee, mentre alla cappella di San Martino si trova la sorgente del Breg, uno dei principali rami sorgentizi del Danubio.

Blindensee, Germania
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L’incredibile Blindensee

9. Kalte Herberge – Titisee (26,1 km o 26,7 km, circa 7h 30min)

Arriva il momento della biforcazione. La variante occidentale raggiunge Hinterzarten, quella orientale punta verso Bärental. Entrambe conducono al Titisee, lago di origine glaciale.

10. Hinterzarten – Feldberg – Wiedener Eck, variante occidentale (26,6 km, 765 m D+, circa 8h 30min)

La grande giornata del Feldberg porta alla vetta più alta della Foresta Nera con i suoi 1.493 m. Prima della salita compaiono il piccolo Mathisleweiher e il Feldsee, lago glaciale incastonato sotto la montagna. La cresta prosegue sullo Stübenwasen fino al passo Notschrei.

11. Wiedener Eck – Belchen – Kandern, variante occidentale (32,2 km, 872 m D+, circa 8h)

È la tappa più lunga della variante occidentale e richiede gambe allenate. Il Belchen, alto 1.414 m, dona un panorama alpino a 360 gradi. La discesa attraversa l’Hohe Kelch e conduce verso il Blauen, o Hochblauen. Più in basso emergono le rovine del Castello di Sausenburg.

12. Kandern – Basilea, variante occidentale (26,2 km, 459 m D+, circa 7h 30min)

Le montagne lasciano spazio a vigneti, boschi di faggi e prati fluviali. La Wolfsschlucht sfoggia un passaggio roccioso e selvaggio, mentre i resti del Castello di Rötteln dominano il paesaggio sopra Lörrach. Dalla Tüllinger Höhe la vista si apre sulla Valle del Reno. Il traguardo arriva alla Badischer Bahnhof di Basilea, stazione ferroviaria situata in territorio svizzero ma appartenente alla rete ferroviaria tedesca.

10. Feldberg-Bärental – Weißenbachsattel, variante orientale (24,8 km, 1.029 m D+, circa 7h 30min)

La variante orientale propone una giornata tra quattro cime. Dal punto panoramico dei due laghi si distinguono Titisee e Schluchsee, poi il sentiero sale verso l’Herzogenhorn, seconda montagna più alta della Foresta Nera. Seguono Blössling, il bacino glaciale di Präger e la torre dell’Hochkopf.

11. Weißenbachsattel – Schweigmatt, variante orientale (18,2 km, 393 m D+, circa 5h)

Le grandi quote iniziano a rimanere alle spalle. Il paesaggio scende verso il Dinkelberg, alternando prati montani e boschi. Sulla cima dell’Hohe Möhr una torre permette di osservare per la prima volta con grande chiarezza le Alpi svizzere. Una deviazione conduce alla Erdmannshöhle, grotta carsica di Hasel ricca di concrezioni calcaree.

12. Schweigmatt – Oberminseln, variante orientale (19,9 km, 189 m D+, circa 5h 30min)

La tappa diventa più morbida e attraversa la cresta carsica del Dinkelberg. Le doline carsiche, depressioni formate dal dissolvimento delle rocce calcaree, punteggiano il territorio. Particolarmente curioso è l’Eichener See, lago temporaneo che compare e scompare in base alle condizioni idrologiche.

13. Oberminseln – Basilea, variante orientale (24,2 km, 466 m D+, circa 7h 30min)

L’ultima tappa passa scorre tra gole, boschi e la parte alta della Valle del Reno. La torre Eigenturm anticipa la discesa verso la Ruschbach, valle stretta dal carattere selvatico. Più avanti il sentiero attraversa il Grenzacher Buchswald e raggiunge la formazione rocciosa del Grenzacher Hornfelsen, balcone naturale sul Reno. Anche questa variante termina alla Badischer Bahnhof di Basilea.

Come prepararsi al cammino

Il Westweg presenta quasi 8.000 m di dislivello, tappe lunghe e terreni sassosi che richiedono una buona preparazione fisica. Una traversata completa richiede inoltre una gestione precisa di acqua, alimentazione e pernottamenti. Scarponcini da trekking alla caviglia con buona aderenza sono una scelta sensata, soprattutto dopo la pioggia.

I bastoncini sono utili sulle discese lunghe, mentre giacca impermeabile, strato caldo, protezione solare e kit per le vesciche completano l’equipaggiamento essenziale. Uno zaino da 40-50 litri può bastare, con un peso di base idealmente intorno ai 6-8 kg.  Per dormire conviene prenotare in anticipo, soprattutto tra maggio e ottobre.

Infine, il Westweg si presta bene anche a una traversata modulare: Pforzheim è collegata alla rete ferroviaria tedesca e Basilea permette un agevole rientro in treno. Chi desidera assaggiare il percorso senza affrontare subito tutti i suoi 285 km può scegliere singole tappe, sfruttando i collegamenti pubblici.

Umbria, quattro escursioni alla ricerca di fresche cascate nascoste

Come ogni buon cacciatore di cascate vi saprebbe dire, andare alla ricerca di bei salti d’acqua è un’attività estiva che coniuga due desideri: l’ammirazione della bellezza della natura in una delle sue espressioni più selvagge e deliziarsi del fresco che si gode.

L’Umbria non è una delle regioni italiane più conosciute per i propri corsi d’acqua o per il wild swimming, ma custodisce alcuni preziosi luoghi, particolarmente poco conosciuti e frequentati, che meritano una maggiore attenzione e sanno regalare momenti estivi di grande emozione.

Cascate de Le Ferce

Passata Nocera Umbra in direzione Marche, verso Pioraco, si raggiunge la piccola frazione di Aggi, poche case fra i fitti boschi dell’Appennino umbro-marchigiano.

Qui si trovano le cascate del fiume Topino, più note come Cascate de Le Ferce. Si tratta di una serie di salti nascosti nel bosco, dalle caratteristiche geomorfologiche rare, e per questo ognuno diverso dall’altro, con un percorso di trekking breve che permette di visitarle tutte una dopo l’altra.

cascate umbria
Lorenzo Calamai
Una delle cinque Cascate de Le Ferce

A rendere particolare il paesaggio è il tufo, la gialla roccia friabile che caratterizza questa zona. A corredo, un bosco lussureggiante e verdissimo, così verde da dare l’impressione di essere finiti in una foresta equatoriale.

Le Cascate de Le Ferce sono cinque, ognuna con le sue caratteristiche specifiche: il salto più a valle dimostra immediatamente la purezza cristallina delle acque del Topino nella piccola polla celeste che si forma ai suoi piedi; la seconda cascata è caratterizzata da uno splendido e contorto albero che si sporge a ombreggiarla; risalendo ancora, la terza cascata accoglie i visitatori in cerca di una bella spiaggetta e magari di un bagno, avendo una polla un po’ più ampia alla base; la quarta cascata in ordine di risalita è costituita da un elegante scivolo; l’ultima, quella più a monte, è la più incredibile, un doppio salto dove l’acqua ha scavato letteralmente un buco nella roccia, un tunnel naturale attorno a una formazione geologica stupefacente.

Cascate dell’Altolina

Tra Belfiore e Pale, due piccoli borghi non lontano da Foligno, ci sono pochi chilometri in linea d’aria. Tuttavia, una rupe boscosa li separa, con il primo a valle e il secondo in vetta a un colle. Al riparo delle fronde di lecci e carpini scorre il fiume Menotre, che impetuoso si getta nella valle sottostante e prosegue la sua corsa fino a Scanzano, dove si unisce al Topino.

Qui, il corso d’acqua crea una serie di belle e potenti cascate: le Cascate dell’Altolina. Possono essere ammirate percorrendo il sentiero lungo circa un chilometro e mezzo che parte dalla base della rupe, poco fuori Belfiore, e sale fino a Pale.

cascate umbria
Lorenzo Calamai
Il cosiddetto Velo della Sposa

Il sentiero sale piuttosto verticale, ma è un piacere fermarsi ad ogni occasione per ammirare le diverse cascate che lo punteggiano, a partire dal cosiddetto Velo della Sposa, salto così chiamato per la caratteristica forma intrecciata con cui l’acqua accarezza la roccia nella discesa. Ulteriori elementi di interesse per compiere questa breve escursione nella natura è il fatto che il sentiero corre lungo una parte dell’antica via Plestina, la strada romana che univa Roma alla città umbra di Plestia, posta a 99 miglia da Roma e misteriosamente scomparsa nel X secolo, forse a causa delle invasioni barbariche.

Pale, inoltre, è un bel borgo di stampo medievale da cui si può raggiungere a piedi, con un’altra breve camminata, l’Eremo di Santa Maria Giacobbe, un edificio spettacolarmente incastonato al riparo di una falesia di roccia ocra dal quale si gode di una vista ampissima sulla pianura sottostante.

Cascate del Vertola

Un tempo nei pressi di San Giustino, in provincia di Perugia e al confine con la Toscana, si trovava la Repubblica Libera di Cospaia. Nel 1441 papa Eugenio IV, occupato dalle vicende del Concilio di Basilea, scelse di cedere il territorio di Sansepolcro alla Repubblica di Firenze. Tuttavia, i cartografi incaricati di delimitare i nuovi confini ufficiali commisero un clamoroso errore: lasciarono una piccola striscia di territorio, un totale di 330 ettari, fuori dai documenti papali. E così, Cospaia divenne terra di nessuno. I locali ne approfittarono immediatamente e dichiararono l’indipendenza e solo qualche anno dopo venne formalmente riconosciuta la Repubblica di Cospaia, un microstato incastrato tra due potenze in mezzo all’Italia con una forma di governo pressoché unica: la sovranità risiedeva nei cittadini tutti, non vi erano esercito né carceri, e le decisioni erano prese in assemblea da un Consiglio degli Anziani composto dai capifamiglia locali.

Cospaia rimase libera per quattro secoli, un errore della Storia che divenne un ricettacolo di contrabbandieri, gente che voleva sparire dalla circolazione, e amanti di un certo grado di libertà.

Oggi Cospaia è una piccola frazione di San Giustino che si attraversa per raggiungere la frazione di Corposano, da cui prende le mosse il sentiero 101A del CAI, che risale il corso del torrente Vertola fino ad arrivare alle omonime Cascate, una breve serie di scenografici salti nel cuore della campagna umbra, in una zona poco frequentata adatta agli amanti dei luoghi un po’ sperduti e nascosti nella natura.

Il percorso per raggiungere le cascate è lungo circa tre chilometri e si compie in poco meno di un’ora. La cascata è solo parzialmente visibile dal sentiero, e per godere della sua bellezza selvaggia conviene scendere ai suoi piedi. Per farlo, bisogna portarsi a monte della cascata, abbandonare il sentiero seguendo una traccia sulla sinistra, guadare il torrente e scendere verso il suo letto.

Cascata de Lu Cugnuntu

Casali Belforte conta forse dieci case, non lontano dallo splendido borgo medievale di Cerreto di Spoleto, nel comune di Preci, provincia di Perugia. Una volta superata la frazione in direzione Marche (il confine è molto vicino) si trova una piccola chiesa, San Lazzaro in Valloncello, a cui è accorpato un antico lebbrosario voluto, secondo la tradizione, da San Francesco d’Assisi in persona.

Da qui parte una bella camminata di media difficoltà, data dalla necessità di camminare per parte dell’itinerario nel letto del fosso Acquastrino, il piccolo corso d’acqua che anima la Cascata de Lu Cugnuntu, bella destinazione finale dell’escursione.

Il bel percorso si snoda attraverso pascoli curati e un bosco rado, per poi inoltrarsi in una zona più rocciosa, selvaggia e lussureggiante quando si è costretti a risalire il torrente dentro il suo letto, di sasso in sasso. Qui la frescura, combinata all’umidità, fa ben presto dimenticare il gran caldo dei mesi estivi.

Per arrivare al cospetto della Cascata de Lu Cugnuntu serve circa un’ora di camminata. Il nome in dialetto umbro del salto si traduce in italiano con congiunto, perché è generato dall’unione tra il fosso del Valloncello e quello dell’Acquastrino. Questo binomio ha realizzato una meravigliosa cascata naturale in un antro roccioso spettacolare: gli ultimi passi sono i più emozionanti dell’escursione.

Wolf Trail, il nuovo cammino europeo attraversa 6 Paesi: trekking epico

Immaginare di fare colazione in una foresta della Germania, pranzare in una valle dell’Austria e concludere la giornata davanti al mare di Trieste dopo aver ammirato alcuni dei paesaggi più spettacolari d’Europa potrebbe sembrare il racconto di un lungo viaggio in automobile.

Il Wolf Trail, invece, nasce proprio con l’obiettivo di trasformare una simile esperienza in un’avventura a piedi: si tratta, infatti, di un nuovo itinerario escursionistico di lunga percorrenza che si sviluppa per circa 3.494 chilometri e propone un viaggio spettacolare che unisce coste, foreste, città storiche e grandi catene montuose in un unico percorso continuo.

Pensato per gli appassionati del trekking di lunga distanza, è un modo diverso di vivere il territorio europeo, percorrendolo lentamente e facendo tappa in borghi, rifugi e campeggi distribuiti lungo il tragitto.

Quasi 3.500 chilometri con oltre 78.000 metri di dislivello

Le dimensioni del Wolf Trail raccontano già da sole quanto sia impegnativo: l’itinerario si estende infatti per 3.494 chilometri, suddivisi in sette sezioni consecutive che permettono agli escursionisti di affrontare il viaggio in maniera organizzata.

A rendere ancora più sfidante il cammino è il dislivello complessivo. Il percorso supera infatti i 78.400 metri di salita, un valore che equivale a raggiungere la vetta del Monte Everest circa nove volte: ciò evidenzia come il Wolf Trail sia destinato soprattutto a chi possiede una buona preparazione fisica e una certa esperienza nelle escursioni di lunga durata.

Per completare l’intero itinerario è necessario mettere in conto un periodo compreso tra quattro e sei mesi. Il periodo consigliato per la partenza va da aprile a settembre, così da evitare le prime nevicate che interessano le aree alpine e rendono alcuni tratti difficili da affrontare.

Dalle spiagge del Baltico fino alle Alpi e al mare Adriatico

Skyline della città di Innsbruck, Austria
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Favoloso skyline di Innsbruck

Il Wolf Trail prende il via dalla costa della Polonia con un primo tratto di 428 chilometri che segue il litorale del Mar Baltico. Il percorso collega Hel a Świnoujście e si sviluppa lungo una fascia costiera caratterizzata da paesaggi pianeggianti, con un inizio accessibile prima delle tappe più impegnative.

Lasciata la costa, il cammino si dirige verso l’interno attraversando la Germania, dove si snoda la parte più lunga dell’intero itinerario: questo tratto misura circa 1.930 chilometri e conduce alla scoperta di città storiche medievali come Rostock, per proseguire poi lungo sentieri sempre più impegnativi fino a raggiungere il confine con l’Austria.

Il successivo tratto alpino si sviluppa per circa 392 chilometri nelle Alpi dell’Allgäu e tocca Innsbruck, con l’opportunità di dedicare una visita del Castello di Ambras e del celebre trampolino olimpico per il salto con gli sci.

L’ultima parte del viaggio è la sezione più impegnativa dell’intero Wolf Trail: il percorso segue, infatti, alcuni tratti della Via Alpina lungo le Dolomiti e il Parco Nazionale del Triglav, per concludersi infine sul lungomare di Trieste, dove il mare Adriatico diviene il simbolico traguardo di un’avventura che dura diversi mesi.

Un cammino pensato anche dal punto di vista logistico

Un itinerario di una simile lunghezza richiede un’attenta organizzazione: per questo motivo, gli escursionisti fanno affidamento su file GPX scaricabili, utilizzabili tramite applicazioni dedicate alla navigazione, che consentono di pianificare ogni tappa, individuare i punti di rifornimento e trovare le aree dove è consentito pernottare.

La sicurezza è stata uno degli aspetti considerati durante la realizzazione del progetto: il percorso è stato verificato dalla backpacker canadese Lauren Roerick, specializzata nelle escursioni di lunga distanza. Nell’aprile 2026 ha dedicato vari mesi al controllo dell’itinerario, valutando sicurezza, infrastrutture e criticità logistiche così da rendere il percorso più affidabile e ridurre il rischio che gli escursionisti possano trovarsi in difficoltà, soprattutto nei tratti alpini.

Far conoscere il “thru-hiking” in Europa

Alla base del Wolf Trail vi è anche un progetto più ampio. L’iniziativa è stata ideata dal marchio di attrezzatura outdoor Jack Wolfskin con l’intenzione di promuovere il cosiddetto thru-hiking, una disciplina che consiste nel percorrere un itinerario molto lungo senza significative interruzioni, trasportando tutto il necessario nello zaino e rifornendosi lungo il cammino nei Paesi visitati.

Si tratta di una filosofia di viaggio già molto diffusa in altre parti del mondo, ma in Europa incontra spesso alcuni ostacoli legati alla normativa sul campeggio. In molti Paesi europei, infatti, il campeggio libero è soggetto a restrizioni o vietato, e rende più complessa l’organizzazione di itinerari di lunga percorrenza.

Proprio tale aspetto ha rappresentato una delle principali sfide nella progettazione del Wolf Trail. Come ha spiegato la fotografa e content creator tedesca Anna Heupel in un’intervista alla rivista AFAR, pur essendo l’escursionismo radicato nella cultura tedesca, la rete dei sentieri non è pensata per chi pratica il backpacking con campeggio libero, dal momento che non è possibile piantare una tenda ovunque. In alcuni casi, infatti, il campeggio non autorizzato può comportare anche pesanti sanzioni.

Per superare le limitazioni senza rinunciare allo spirito d’avventura, il Wolf Trail è stato realizzato collegando circa 3.500 chilometri di percorsi storici già esistenti e l’intero viaggio è stato studiato per transitare in campeggi autorizzati, rifugi di montagna e centri abitati dove gli escursionisti possono trovare ospitalità e servizi.

Grecia, Monte Olimpo: sulla cima della montagna del mito

Sono passati quasi tremila anni, eppure certe cose non passano mai di moda. Sarà per quello che ci insegnano a scuola, sarà perché è la culla della nostra cultura, sarà perché, in fondo, è una saga fantasy pazzesca, ma la mitologia greca ha ancora e avrà sempre una presa fortissima sull’immaginario collettivo italiano e non solo. Una presa che si riflette anche sulle nostre vite, sulle nostre vacanze e sui nostri viaggi, vista anche la viralità raggiunta sui social dai contenuti dedicati al Monte Olimpo, la montagna sacra agli dei omerici.

Col suo costante cappello di nembi bianchi, il grande rilievo ha rappresentato la soglia oltre la quale, per gli antichi, cominciava il regno degli dei. Oggi quel regno è la meta e l’ambizione degli escursionisti che si avventurano nel paradisiaco Parco del Monte Olimpo, che si alza dalla pianura della Macedonia fino a superare i 2900 metri di quota. Non serve essere un semidio per raggiungerne la cima, anzi le cime, visto che sono tre. Bastano, infatti, gambe allenate, scarponi robusti e la voglia di scoprire una natura selvaggia e incontaminata.

Monte Olimpo: lontano dal mito, le caratteristiche geografiche

Al netto delle leggende, il Monte Olimpo è, prima di tutto, un massiccio imponente, che si staglia sullo sfondo del Golfo Termaico, a poca distanza dalla costa sul mar Egeo, nel nord della Grecia contemporanea. Questa vicinanza al mare è parte del suo fascino: in meno di due ore, sui suoi sentieri, si passa dal profumo salmastro dell’Egeo al freddo pungente delle quote più alte, dove la neve può resistere fino a tarda primavera.

Con i suoi 2918 metri, la vetta di Mytikas è il punto più alto non solo della montagna, ma di tutta la Grecia. Non è però un rilievo isolato: l’Olimpo è un massiccio che comprende oltre cinquanta punte sopra i duemila metri, profonde gole e una grande biodiversità. Tra le vette più note, oltre a Mytikas, ci sono Skolio (2911 metri di altitudine), Skala (2882) e Stefani (2909), quest’ultima conosciuta anche come Trono di Zeus per la sua forma particolare, la quale ricorda, in effetti, un seggio naturale scolpito nella roccia.

escursioni sentieri monte olimpo
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La roccia nuda delle vette più alte dell’Olimpo

A tutelare questo contesto più unico che raro, tra punte aguzze, valli, depressioni, fiumi e cascate è il Parco Nazionale del Monte Olimpo: nel 1938 è stato il primo parco nazionale istituito in Grecia, un riconoscimento arrivato per proteggere i boschi di pino nero, le faggete secolari e una fauna che include camosci, volpi, ma anche numerose specie rapaci, tra le quali l’eccezionale aquila reale. Non stupisce che l’UNESCO lo abbia inserito tra le riserve della biosfera già nel 1981, a simboleggiare ancora una volta quanto sia prezioso questo ecosistema tanto ricco quanto fragile, dove la macchia mediterranea delle quote più basse lascia gradualmente spazio a una vegetazione alpina, fino alla roccia nuda delle vette.

Il punto di partenza più utilizzato per esplorare la montagna è Litochoro, un grazioso paese ai piedi del massiccio: da qui si dipartono la maggior parte dei sentieri che risalgono verso le cime.

I sentieri per arrivare sulle tre cime del Monte Olimpo

Chi sogna di mettere piede sulla vetta più alta della Grecia deve mettere in conto un’escursione di almeno due giorni, con pernottamento in uno dei rifugi di montagna. Il percorso più classico, e anche il più frequentato, segue le tracce del sentiero E4, ovvero l’European Long Distance Path 4, il grande cammino che unisce Tarifa, in Spagna, a Cipro, e che qui sale per l’appunto fino alle vette dell’Olimpo.

Lo si può affrontare partendo come detto da Litochoro. È però raccomandabile, per accorciare i tempi, partire dalla località di Prionia, raggiungibile in auto lungo una strada sterrata, guadagnando così già circa 800 metri di elevazione e risparmiando circa 9 chilometri di percorso.

Prionia è l’ultima località raggiungibile in auto ai piedi dell’Olimpo ed è sostanzialmente il campo base da cui partono le escursioni sul monte. Da qui il sentiero si inoltra tra faggi, pini neri e maestosi esemplari di pino bosniaco, alberi capaci di attecchire anche nelle condizioni più estreme di alta quota.

escursioni sentieri monte olimpo
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Le vette più alte dell’Olimpo sono spesso circondate da nubi

L’obiettivo è raggiungere, dopo tre o quattro ore di dura ascesa, il rifugio Spilios Agapitos, a 2100 metri di altitudine. Si tratta del punto d’appoggio più popolare per salire verso le cime della montagna, un’ampia struttura con oltre 100 posti letto che si trova su uno spuntone di roccia tra grandi conifere, soprannominato il Balcone. La prima tappa, nel suo complesso, misura solo quattro chilometri e mezzo, ma si sale un dislivello di circa 1000 metri che la rende tosta.

Il secondo giorno di escursione regala l’esperienza più emozionante, ma altrettanto impegnativa. Dal rifugio, il sentiero risale rapidamente sopra il limite della vegetazione, aprendosi su panorami che spaziano fino all’orizzonte azzurro del mare. In un paio d’ore di salita si raggiunge la prima delle tre cime più celebri, Skala, a 2882 metri di quota. Si prosegue, dunque, lungo una cresta stretta fino a Skolio, la cima a 2911 metri, la seconda vetta più alta del massiccio.

Mytikas, invece, la più alta, si raggiunge deviando dal sentiero E4 lungo un impervio tratto che si imbocca da Skala. È un percorso difficile, con alcuni passaggi di arrampicata semplice ma esposta, che richiede piede fermo e una certa esperienza. Serve circa un’altra ora per raggiungerla.

È questa, in ogni caso, la via della prima, mitica ascesa documentata, nel 1913, compiuta da Christos Kakalos, alpinista di Litochoro, insieme agli svizzeri Frédéric Boissonnas e Daniel Baud-Bovy. Kakalos diventò poi la prima guida alpina ufficiale della montagna, continuando a scalarla fino a novant’anni.

Dalla vetta di Mytikas si può proseguire fino a raggiungere il rifugio Giosos Apostolidis e da qui ridiscendere verso Prionia. Chi invece prosegue lungo il sentiero E4 può trovare un punto d’appoggio al bivacco Christakis, 500 metri più in basso, al cospetto dell’omonima cima (2707 metri).

Altre escursioni sul Monte Olimpo

Non tutti i sentieri dell’Olimpo puntano necessariamente a raggiungere le vette più alte: la montagna degli dei è un tesoro multiforme, come l’ingegno di Odisseo. Pertanto, offre tante altre escursioni nelle quali impegnarsi per scoprire luoghi meno frequentati, ma altrettanto meritevoli.

Un esempio è quello del sentiero che dal bivio di Gortsia, poco fuori Litochoro, conduce al rifugio Petrostrouga, attraverso un sentiero ben segnalato che attraversa splendide faggete e passa accanto ad alcuni tra gli esemplari più imponenti di pino bosniaco dell’intero massiccio. È un percorso ideale per chi vuole assaporare l’atmosfera della montagna e al contempo godersi bei colpi d’occhio sul mar Egeo. Il percorso è lungo circa cinque chilometri, con un dislivello impegnativo (circa 950 metri) e un tempo di percorrenza intorno alle 3 ore.

Se avete tempo e gambe, l’escursione può proseguire fino allo splendido Altopiano delle Muse, un pianoro roccioso con una vista pazzesca sulle cime circostanti. Circondato da pareti rocciose e attraversato da sentieri che si intrecciano tra le diverse cime del massiccio, regala uno dei colpi d’occhio più suggestivi di tutto l’Olimpo, con vista sulla imponente sagoma di Mytikas che domina l’orizzonte. La salita all’altopiano può terminare ai rifugi Christos Kakalos, a quota 2650 metri, o al Giosos Apostolidis, che con i suoi 2700 metri rappresenta la struttura all’altitudine più elevata dell’intera Grecia. Ci si trova sul versante opposto delle vette più alte dell’Olimpo rispetto al sentiero E4, ma anche da questi rifugi è possibile salire fino alla cima di Mytikas. Peraltro lo si fa passando dalla vetta Stefani, il Trono di Zeus.

Una bella escursione, più semplice e alla portata di tutti, è quella che da Prionia porta alla Grotta di San Dionisio. Ci si lascia alle spalle Prionia camminando nella direzione opposta alle vette del Monte Olimpo, percorrendo un sentiero che costeggia il torrente Enipeas. Si incontrano per prime le magnifiche Cascate di Enipeas, con delle belle polle di acqua cristallina che invitano a farsi un tuffo.

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Cascata sul torrente Enipeas

Il sentiero prosegue arrivando all’antico Monastero di San Dionisio, un luogo spirituale eccezionale, pittoresco, dove la pietra dell’Olimpo diventa un elemento architettonico perfetto. Costruito nel Cinquecento, è stato più volte danneggiato, in modo più grave durante la Seconda Guerra Mondiale.

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La Grotta Sacra di San Dionisio

Si arriva infine alla Grotta, il luogo di eremitaggio di San Dionisio, santo della chiesa ortodossa greca, che qui si segregava nel XVI secolo. La grande cavità naturale contiene un piccolo edificio votivo. È un luogo suggestivo dal quale ammirare il lato orientale del Monte Olimpo, con una sorgente vicina. Questo percorso fa parte del sentiero E4, nel tratto che collega Litochoro a Prionia.

Oltre le correnti dello Spirito: viaggio a piedi nella Greenway del Nera, tra eremi medievali e gole selvagge

Correnti turchesi tagliano gole calcaree profonde, mentre sentieri polverosi costeggiano l’affluente del Tevere accanto a ponti romani o torri d’avvistamento del 1200. Passo dopo passo si respira il profumo di muschio umido con l’acqua che resta accanto, il fondo che corre dolce tra borghi e vecchie infrastrutture; più avanti arrivano salite, boschi e altopiani. Stiamo parlando della Greenway del Nera, un anello verde che parte idealmente dal fragore della Cascata delle Marmore, attraversa la Valnerina e poi cambia totalmente.

Il progetto riunisce itinerari Benedettini, la Via Francigena di San Francesco e la ex ferrovia Spoleto-Norcia in un grande anello di circa 180 km. Sterrati, alzaie, strade rurali e tracciati ferroviari recuperati compongono un viaggio lento, a piedi, in bici o a cavallo. Ciò che però emoziona di più è il mutamento di scena: la Cascata delle Marmore, con il Velino che precipita nel Nera, lascia spazio al castello di Arrone e alle sue mura, poi ai borghi della Valnerina, alla Val Castoriana, a Norcia, Cascia, Monteleone e molto altro ancora.

Dove si trova ed etimologia del cammino

La Greenway del Nera si trova in Umbria, nel cuore della Valnerina, tra Terni, i Monti Sibillini e il confine laziale. “Greenway” significa via verde, espressione usata per indicare percorsi dedicati alla mobilità lenta. “Nera”, invece, richiama il fiume che accompagna la prima parte dell’anello e dà identità all’itinerario. Che poi, a dirla tutta, quel corso d’acqua è di un azzurro intenso e spessissimo trasparente.

Lunghezza e difficoltà: le tappe

Il tracciato è diviso in 16 tratte, dai 5 ai 22 km circa, con segnaletica numerata e colorata secondo la difficoltà. Il giro completo viene consigliato in senso orario per la distribuzione delle quote. Dalla Cascata a Triponzo prevale il fondovalle, con 46 km e pendenze generalmente contenute.

Da Preci in poi il carattere cambia. Le stime di D+ e durata indicate sotto sono indicative, utili per impostare le giornate a piedi; il dato reale varia in base a traccia scelta, fondo, soste e passo.

Cascata delle Marmore – Arrone (6,862 km, circa 100 m D+, 2h)

Dal belvedere inferiore il rombo della maestosa Cascata delle Marmore accompagna la partenza. Un ponte sul Nera introduce la sterrata verso Casteldilago, poi il Convento di San Francesco, fino a quando Arrone appare con il nucleo medievale di La Terra, torri e vicoli.

Arrone – Precetto (4,790 km, circa 80 m D+, 1h 30min)

Quello tra Arrone e Precetto è un tratto breve, raccolto nel fondovalle. Precetto appartiene a Ferentillo e porta il carattere severo della Valnerina, stretta tra pareti rocciose e piccoli nuclei storici.

Precetto, Umbria
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Precetto e Ferentillo

Precetto – Ceselli (9,547 km, circa 150 m D+, 2h 45min)

Il Nera resta il compagno visivo della tratta, ma qui il fondo alterna sterrato e passaggi verdi fino a Ceselli, dominata dalla chiesa di San Michele Arcangelo, costruita con la torre del cassero trasformata in abside.

Ceselli – Scheggino (3,537 km, circa 60 m D+, 1h)

Pochi chilometri e, come per magia, arriva un vero e proprio cambio d’atmosfera. Scheggino si raggiunge seguendo il corso d’acqua, con il borgo e la chiesa di San Nicola a portata di deviazione.

Scheggino borgo diffuso
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Un incantevole angolo di Scheggino

Scheggino – Sant’Anatolia di Narco (2,998 km, circa 100 m D+, 1h)

La distanza ridotta lascia spazio al meraviglioso paesaggio. Poi, a un certo punto, ecco le mura medievali di Sant’Anatolia di Narco, mentre la Valcasana aggiunge verde e acqua. Si consiglia una sosta al Museo della Canapa, il quale racconta la storia rurale della valle.

Sant’Anatolia di Narco – Piedipaterno (4,900 km, circa 120 m D+, 1h 30min)

La valle resta morbida e il percorso mantiene un ritmo tranquillo. Piedipaterno prepara l’ingresso nella parte della Greenway più legata alle vecchie infrastrutture ferroviarie.

Piedipaterno – Borgo Cerreto (8,082 km, circa 180 m D+, 2h 30min)

Acqua, campi e versanti costruiscono un paesaggio leggibile passo dopo passo, con Borgo Cerreto che segna l’avvicinamento al tracciato della ex Spoleto-Norcia.

Borgo Cerreto – Triponzo (5,531 km, circa 250 m D+, 2h)

Qui emerge l’anima ferroviaria del percorso: le gallerie della vecchia linea includono un tunnel lungo 800 m, per il quale serve una lampada adeguata. Poi la Balza Tagliata, antico passaggio nella roccia di epoca preromana, introduce la salita verso Triponzo.

Borgo Cerreto, Umbria
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Un angolo di Borgo Cerreto

Triponzo – Preci (11,800 km, circa 400 m D+, 3h 30min)

Il fondovalle comincia a restare indietro. La strada punta verso Preci, paese di origine benedettina, con la Pieve di Santa Maria, edificata nel XIII secolo.

Preci – Norcia (16,669 km, circa 650 m D+, 5h 30min)

La Val Castoriana sale verso la Forca di Ancarano, poi il panorama si apre sulla piana di Santa Scolastica. Norcia arriva con la sua cerchia muraria, piazza San Benedetto e il paesaggio del Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

Norcia – Cascia (17,210 km, circa 700 m D+, 6h)

Campi, boschi e dorsali accompagnano una delle tratte più lunghe, con Norcia che rimane alle spalle e il paesaggio che assume un respiro più montano, fino alla geografia di alture e vallate che circonda Cascia.

Cascia – Monteleone (18,418 km, circa 750 m D+, 6h 30min)

In questa tappa lunghezza e dislivello chiedono gambe allenate. Monteleone di Spoleto si fa intravedere in quota, tra pietra e paesaggi aperti. E la Greenway, dal canto suo, ha ormai lasciato il volto fluviale dell’inizio.

Monteleone di Spoleto
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Il borgo di Monteleone di Spoleto

Monteleone – Salto del Cieco (10,300 km, circa 450 m D+, 4h)

La sterrata entra nel bosco e sale sul Monte Aspra senza raggiungerne la cima. All’antica dogana il passato di frontiera torna leggibile nei simboli e nella posizione stessa del luogo.

Salto del Cieco – Piediluco (22,260 km, circa 800 m D+, 7h)

La tratta più lunga è anche una delle più dure, anche perché ci sono 2 rampe ripide che mettono alla prova le gambe. Poi arriva la discesa verso Colle Bertone e Piediluco compare tra i monti Luco e Caperno, con il lago stretto tra rilievi boscosi.

Piediluco – Prati di Stroncone (15,597 km, circa 600 m D+, 5h 30min)

Dal lago si torna a salire verso le quote dei Prati di Stroncone. Il paesaggio si apre progressivamente e la differenza rispetto alla prima parte dell’anello si sente tutta.

Prati di Stroncone – Marmore (15,597 km, circa 500 m D+, 5h)

L’ultima tratta parte in quota e scende verso Miranda e Marmore. Il belvedere superiore annuncia il ritorno, mentre un sentiero ripido ricco di tornanti conduce infine al belvedere inferiore e chiude l’anello.

Come prepararsi al cammino

La Greenway si adatta a più livelli, ma l’anello completo richiede preparazione. Per un viaggio a piedi conviene dividere le 16 tratte in più giornate, lasciando margine alle salite della seconda metà. Scarpe adatte allo sterrato, zaino leggero, acqua e lampada frontale sono fondamentali, soprattutto nelle gallerie della ex ferrovia.

Una mappa offline o una traccia GPX aiutano a seguire l’itinerario; la segnaletica GWN offre conferme lungo il percorso. Partire dalla Cascata delle Marmore è pratico grazie ai parcheggi e ai collegamenti con Terni. Poi basta seguire il Nera, ascoltare il paesaggio cambiare e lasciare che la Valnerina faccia il resto.

Tra faggi e sentieri antichi: il lato più rilassante dell’Emilia-Romagna

Il fruscio delle foglie, il profumo dei faggi, il verde che abbraccia e circonda, intervallato da suggestivi borghi medievali: no, non è la descrizione di un quadro, ma quello che è possibile vivere, respirare e vedere durante un weekend nell’Appennino Tosco-Emiliano, a meno di un’ora da Bologna e a un mondo di distanza dal caos cittadino.

Un territorio percorso da cammini storici come la Via degli Dei e la Via Mater Dei, ricco di sentieri per il trekking e di tracciati perfetti sia per chi ama andare a piedi sia per chi preferisce esplorare in sella a una mountain bike o a un’ebike. Un posto dove rallentare ha ancora senso.

Due cammini storici, un territorio tutto da scoprire

Ma vediamo da vicino proprio i due cammini storici: la Via degli Dei è un percorso di circa 130 km che unisce Bologna e Firenze attraversando il cuore dell’Appennino Tosco-Emiliano. Il tracciato ricalca in buona parte l’antica Flaminia Militare, la strada voluta dal console romano Caio Flaminio nel 187 a.C: ancora oggi, in certi tratti, si cammina su selciato romano originale, tra riserve naturali, castelli, santuari e boschi di faggio che d’estate regalano ombra e frescura.

La Via Mater Dei è invece un cammino più intimo, che porta alla scoperta dei santuari mariani dell’Appennino bolognese, tra storie di devozione popolare e paesaggi di grande bellezza. Entrambi i percorsi, va detto, si incontrano a Madonna dei Fornelli, a 800 metri sul livello del mare, dove da anni escursionisti e ciclisti fanno sosta.

Ed è qui che si trova l’Albergo Ristorante Poli, una struttura perfetta dove soggiornare se si vuole vivere ancora meglio l’esperienza dei cammini: 25 camere, alcune con balconate affacciate sui boschi, un giardino, il parcheggio privato e tutti i comfort che servono per avere un perfetto punto di partenza (e di ritorno) per passeggiate o pedalate nella natura.

In bici sulla Via degli Dei

E a proposito di pedalate, bisogna dirlo: il trekking è sicuramente un’esperienza incantevole e appagante, ma in bici si possono vivere i cammini in modo diverso e, a tratti, più intenso. Percorrere la Via degli Dei in bicicletta è un’esperienza che cambia completamente il rapporto con il paesaggio: si vede di più, si copre più terreno, e certi tratti di bosco che a piedi richiedono ore diventano sequenze di immagini piacevoli, che pur scorrendo veloci fanno sentire immersi nella natura.

Trekking via degli Dei

E che natura: il tracciato attraversa riserve naturali, crinali panoramici e antichi borghi, ricalcando in buona parte la già citata strada romana del console Caio Flaminio. Pedalare qui significa muoversi su un percorso che ha duemila anni di storia sotto, riuscendo a godersi la consapevolezza di quanto con il passare dei secoli tutto sia cambiato, ma la sensazione di connessione con la gli spazi verdi sia rimasta la stessa.

Se in bici le salite possono essere sfidanti, con un’ebike il percorso diventa accessibile a tutti, anche a chi non ha gambe da ciclista allenato: le salite si affrontano senza sofferenza e si arriva a destinazione con ancora l’energia per godersi quello che c’è intorno.  Chi non vuole portare la propria bici può noleggiarla direttamente all’Albergo Ristorante Poli, che mette a disposizione mountain bike con casco e guanti inclusi.

Ristorarsi nella natura

E dopo una camminata (o, ancor meglio, una pedalata) cosa c’è di meglio che tornare in un posto accogliente, immerso nella tranquillità dell’Appennino? Il sole che tramonta sui boschi, il profumo della terra e delle foglie nell’aria fresca della sera, la vista che si tinge di arancio: sono questi i momenti per cui vale la pena partire.

Ci si siede, si respira, si sente sollievo nell’anima. E, per chi vuole prolungare quella sensazione, l’Albergo Poli offre una sauna per quattro persone e una doccia idromassaggio. Ma non solo: a fare la differenza è anche la cucina, quella della tradizione bolognese e tosco-emiliana.

Tutti i piatti sono preparati con ingredienti locali e di stagione: tagliatelle al ragù fatte a mano, tortelloni e tortellini rigorosamente artigianali, gnocchi freschi ai funghi, lasagne verdi, arrosti misti, scaloppine ai porcini e salumi bolognesi. In autunno arrivano i piatti a base di funghi e tartufo, raccolti nei boschi circostanti, che trasformano una cena in qualcosa di memorabile. Per chiudere: torta di mele, crème caramel, zuppa inglese, semifreddo al torroncino, mascarpone.

Perché fare un weekend nell’Appennino Tosco-Emiliano?

Con un punto d’appoggio così rilassante, la risposta dovrebbe essere già implicita. Eppure, vale la pena sottolineare altri due punti: l’Appennino Tosco-Emiliano è uno di quei posti che molte persone continuano a sottovalutare, convinti che ci sia sempre qualcosa di più lontano e più esotico da vedere prima. Eppure basta arrivarci una volta per rendersi conto di cosa si è perso: storia millenaria, natura rigogliosa, borghi medievali intatti e cammini che attraversano paesaggi di rara bellezza, tutti a portata di weekend.

È il territorio giusto per chi vuole staccare la spina, senza prendere un aereo. A 800 metri sul livello del mare l’aria è diversa, il ritmo è diverso, e anche le cose più semplici, come una passeggiata tra i faggi o una pedalata lungo un crinale, assumono un sapore che in città non si trova. Due giorni qui bastano per tornare con la testa più leggera, le gambe stanche nel modo giusto e quella voglia agrodolce di rimettere le scarpe da trekking nello zaino… prima possibile.

Trekking nei parchi nazionali dell’Appennino in estate: 5 itinerari lontani dalla folla

C’è chi va in montagna per sentire i suoni della natura, per trovare un contatto diverso col mondo, per percepire prima di tutto il suono del proprio passo. Niente contro chi preferisce i luoghi più frequentati, ama circondarsi di persone e prende energia dal brulicante caos della folla. Semplicemente, c’è un posto per tutti. Per chi ama il trekking e preferisce gli itinerari lontani dalla folla, poco frequentati e meno conosciuti, l’Appennino è una delle destinazioni inevitabilmente preferite dell’estate.

La spina dorsale d’Italia corre da nord a sud del Paese, permettendo di immergersi in faggete centenarie, percorrere crinali estremamente panoramici, scoprire eremi sperduti e giungere al cospetto di cascate che Dante si è preso la briga di immortalare nei versi della Divina Commedia.

Dal Lago Paduli al Rifugio Città di Sarzana

Il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano si estende per più di 26mila ettari tra l’Emilia e la Toscana. All’intersezione delle province di Reggio Emilia, Parma e Massa-Carrara si trova il Passo del Lagastrello, una conca che ospita il Lago Paduli, a 1180 metri di quota: un invaso artificiale che in primavera e in estate, quando è al suo livello massimo, regala scenari di notevole suggestione.

Attorno al lago si conservano ancora residui di pascoli antichi, lungo l’antico confine tra il Ducato di Parma e il Granducato di Toscana, che passava proprio da qui. Dal piazzale della diga che crea l’invaso, si imbocca il sentiero CAI 659, che si inerpica nel bosco e sale con decisione il fianco del Monte Acuto.

La salita è impegnativa, ma non lunghissima. Dopo meno di quattro chilometri si giunge in prossimità del Rifugio Città di Sarzana, a 1580 metri sul livello del mare. La bella struttura in legno sorge nei pressi del Lago di Monte Acuto, incassato tra le fronde del bosco: un luogo di riposo, pace e ristoro nel cuore dell’Appennino.

Per completare un anello, l’escursione può proseguire seguendo il sentiero 657 fino alla Sella di Monte Acuto, oltre la soglia dei 1700 metri di altitudine. Da qui si percorre il sentiero di crinale tosco-emiliano (il CAI 00) fino all’incrocio con il sentiero 109, che plana di nuovo verso lo specchio d’acqua del Lago Paduli al Passo del Lagastrello.

È una bella escursione, impegnativa ma alla portata di chi ha un minimo di abitudine al trekking. Nel complesso è lunga circa otto chilometri, con un dislivello in salita di 500 metri complessivi. Si prevede un tempo di percorrenza, pause escluse, intorno alle quattro ore.

Il Sentiero delle Prigioni

È solo un Parco Regionale, quello del Monte Cucco in Umbria, ma non ha niente da invidiare alle aree protette di maggior scala lungo la dorsale appenninica. Il nome evoca qualcosa di austero, di chiuso, di un po’ minaccioso. E in effetti la Valle delle Prigioni, scenario di questo itinerario, non è un posto accomodante: è scavata da un torrente tra pareti calcaree a strapiombo, all’ombra del Monte Cucco. Una bellezza naturale ruvida e selvaggia, come se ne trovano poche.

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Il massiccio del Monte Cucco

Il percorso ad anello parte dal piccolo borgo di Coldipeccio, vicino a Pascelupo, in provincia di Perugia. Qui si lascia l’auto alla fine della strada prima di imboccare il sentiero CAI 232. Il tracciato si dipana a mezza costa sopra la valle scavata dal Rio delle Prigioni. Il nome deriva dal fatto che, nel corso dei secoli, numerosi eremiti hanno abitato la gola, una prigione del corpo dove cercare l’innalzamento dell’animo.

Dopo una parte iniziale di ascesa, si raggiungono le praterie del cosiddetto Giardino, una zona disboscata coltivata dai valligiani fino a qualche decennio fa e oggi teatro di splendide fioriture in primavera.

Deviando verso il sentiero CAI 279 e poi sul 231, ci si immerge nella vera e propria Valle delle Prigioni, costeggiando il torrente in destra orografica e attraversando la parte più acquatica e più scenografica dell’itinerario. Il punto saliente è il passaggio sotto la Scarpa del Diavolo, un masso di calcare gigantesco che incombe su chi passa. Poco dopo l’enorme pietra, si deve oltrepassare un tunnel di circa 30 metri costruito per l’acquedotto, un tratto angusto e buio che si può aggirare con una piccola deviazione.

L’anello si chiude prendendo il sentiero 296, risalendo attraverso il borgo di Pascelupo e tornando a Coldipeccio per la strada asfaltata. Il percorso totale misura 9 chilometri e mezzo, per un dislivello di circa 400 metri e un tempo di percorrenza intorno alle sei ore.

Il Sentiero dello Spirito

Il Sentiero dello Spirito è uno dei grandi trekking del Parco Nazionale della Maiella, in Abruzzo. Si tratta di un cammino in quattro tappe che tocca tutti i luoghi di culto eremitici della zona, ripercorrendo i passi di Pietro del Morrone, futuro Papa Celestino V, colui che fece per viltade il gran rifiuto, come scrive Dante Alighieri.

Il cammino prende le mosse dalla Badia di Sulmona e arriva a Serramonacesca, la prima in provincia de L’Aquila, la seconda di Pescara. Il cammino, in totale, è lungo 70 chilometri, ed è affascinante percorrerlo tutto, ma anche scegliere una delle quattro tappe da affrontare singolarmente. Tutte si addentrano in una natura particolare, tra acqua, roccia e boschi. La più indicata è probabilmente l’ultima, da Roccamorice all’Abbazia di San Liberatore a Majella, a Serramonacesca, come detto.

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L’Abbazia di San Liberatore a Majella

Il sentiero parte dalla località Macchie di Coco, affronta una prima salita e una pari discesa per scendere nel Vallone di Sant’Angelo e giungere a un primo luogo di culto, la Grotta Sant’Angelo, con la vicina Fonte del Garzillo, sorgente il cui sgorgare è attribuito a un intervento del santo.

Dal vallone si risale fino a toccare la strada provinciale che congiunge Lettomanoppello a Passo Lanciano, si incontra l’area attrezzata in corrispondenza della Fonte Pirella, quindi si prosegue in salita fino a un crocevia con le indicazioni per l’Eremo di Sant’Onofrio. Qui si concludono le ascese di giornata: fino alla conclusione non ci sarà che una lunga discesa per raggiungere l’Abbazia di San Liberatore a Majella.

Faggete, boschi, rivoli, fonti e strette vallate sono gli ingredienti di questo trekking, ideale per il periodo estivo e per entrare in contatto con la particolare natura appenninica abruzzese. La lunghezza della tappa in oggetto è di 14 chilometri.

Cascata dell’Acquacheta, un itinerario alternativo

La Cascata dell’Acquacheta è una assai nota destinazione di una facile escursione nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, sul confine tosco-romagnolo. Cantata da Dante nel XVI canto dell’Inferno, il poeta ne descrive il rombo poderoso per rendere l’idea del fragore del Flegetonte, il fiume di fuoco che separa il settimo dall’ottavo cerchio.

Il percorso classico, con partenza da San Benedetto in Alpe, è molto frequentato nel periodo estivo. Chi cerca un approccio più solitario e panoramico può scegliere però di partire dal Passo della Peschiera, un valico sulla strada tra San Benedetto in Alpe (FC) e Marradi (FI).

Dal valico si imbocca una strada sterrata seguendo il segnavia CAI 555, si imbocca poco dopo il sentiero CAI 429 e si raggiunge il Poggio dell’Inferno, poco oltre i mille metri di altitudine. Si percorre un lungo crinale con panorami naturali che si affacciano su entrambe le vallate. La discesa verso Pian Baruzzoli è abbastanza ripida e porta fino al punto panoramico sulla Cascata dell’Acquacheta: da qui il salto è visibile in tutta la sua altezza, oltre 70 metri, incassato tra i boschi, accompagnato dal rumore incessante dell’acqua che si frantuma sulle rocce sottostanti.

Superata la cascata, la Piana dei Romiti offre una delle aree di sosta più belle del percorso, con il torrente Acquacheta che la attraversa dolcemente. La risalita verso il Monte Lavane completa la seconda parte dell’anello, attraversando le cosiddette Balze di Cornacchiaia e riportando al sentiero 555 per ricongiungersi al punto di partenza.

Si tratta di un percorso senza sostanziali difficoltà, ma lungo e impegnativo: oltre 1000 metri di dislivello in salita e circa 7 ore di percorrenza.

Pizzo di Sevo

Rispetto al più quotato e gettonato Gran Sasso, i Monti della Laga vengono trascurati dalla maggior parte degli escursionisti, ma offrono altrettanto spettacolo all’interno del Parco Nazionale che comprende entrambi i massicci, tra Marche, Lazio e Abruzzo.

Il Pizzo di Sevo a 2419 metri di quota è una cima dalla sagoma triangolare, ben riconoscibile da Amatrice: una forma elegante del gruppo della Laga, con un panorama dalla vetta che abbraccia il Gran Sasso, i Sibillini, il Terminillo, il Lago di Campotosto e, nelle giornate più limpide, la costa adriatica.

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La sagoma del Pizzo di Sevo

La base di partenza è il pianoro di Macchie Piane, 900 metri più in basso. Si tratta di un vero e proprio balcone naturale sulla conca di Amatrice, con in estate un ovile attivo e le vacche al pascolo che guardano i passanti con placida indifferenza.

L’ascesa è verticale: in circa 5 chilometri si compie tutto il dislivello tra il pianoro e la vetta, in un ambiente prativo senza alcun albero che permette di godere di una vista sensazionale su tutto il circondario. Il ritorno è per lo stesso tragitto dell’andata.

La Principessa di Galles scala le tre cime più alte del Regno Unito: tutti parlano del National Three Peaks Challenge

Un’impresa che unisce la resilienza personale a una nobile causa ha riacceso i riflettori su una delle sfide escursionistiche più celebri del mondo. La Principessa di Galles, Kate Middleton, ha completato con successo il celebre National Three Peaks Challenge, scalando in solitaria le tre vette più alte di Scozia, Inghilterra e Galles (Ben Nevis, Scafell Pike e Snowdon) in sole ventiquattr’ore, supportata unicamente dal team di soccorso.

Con quest’avventura, intrapresa per raccogliere fondi a favore della charity del Royal Marsden, l’istituto oncologico dove la Principessa ha affrontato le cure, ha voluto lanciare un messaggio universale di vicinanza e solidarietà verso tutti coloro che combattono la complessa battaglia contro il cancro, una prova che testa i limiti fisici, emotivi e psicologici di ogni individuo.

Oggi, l’impresa ha spinto migliaia di appassionati e viaggiatori a guardare con rinnovato interesse a questo leggendario itinerario britannico. Si tratta di una vera e propria prova di resistenza che richiede di superare dislivelli importanti e condizioni meteorologiche mutevoli, unendo idealmente tre nazioni in un unico cammino.

Sebbene la sfida classica preveda il completamento dell’intero percorso entro ventiquattr’ore, comprensive degli spostamenti stradali tra le vette, molti viaggiatori scelgono di affrontarla in formule più accessibili da quarantotto ore o distribuite su tre giorni, così da apprezzare appieno, e con calma, la varietà paesaggistica del Regno Unito.

Ben Nevis

Il viaggio comincia in Scozia con la vetta più imponente: il Ben Nevis. Situato all’interno della suggestiva catena montuosa dei Grampiani, questo gigante svetta a circa 1.345 metri sopra il livello del mare. La geologia della montagna racconta una storia affascinante: l’odierna cima sorge infatti sui resti di un antico e massiccio vulcano attivo che, milioni di anni fa, collassò su se stesso in seguito a una violentissima esplosione.

Questa genesi ha regalato al paesaggio un carattere aspro, dove pareti rocciose scoscese si alternano a vallate modellate dai ghiacciai. Ogni anno, la vetta attira migliaia di escursionisti da tutto il mondo, attratti da una camminata impegnativa, ma ripagata da panorami che, nelle giornate limpide offrono una vista sconfinata sulle Highlands e sulle isole circostanti.

Scafell Pike

Ci si sposta successivamente nel cuore dell’Inghilterra per affrontare lo Scafell Pike che, con i suoi 978 metri, rappresenta la cima più elevata del territorio inglese. Nonostante sia, dal punto di vista puramente altimetrico, la più bassa delle tre montagne, gli esperti concordano nel ritenerla una delle più ostiche e faticose.

Il sentiero presenta infatti un’ascesa ripida, caratterizzata da un terreno fortemente sconnesso, pietraie instabili e passaggi tecnici che richiedono massima concentrazione, specialmente in caso di nebbia. Tuttavia, lo sforzo viene ampiamente compensato dalla cornice ambientale: lo Scafell Pike sorge nel celebre Lake District, un’area naturale di straordinaria bellezza, celebrata da poeti e pittori, dove vette severe si specchiano in laghi glaciali di assoluta quiete.

Tramonto a Wastwater nel Lake District
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Tramonto a Wastwater, ai piedi dello Scafell Pike

Snowdon

Il grande finale conduce nel nord del Galles, al cospetto dello Snowdon, la montagna più alta con i suoi 1.085 metri. Il toponimo stesso ne evoca le caratteristiche in quanto significa letteralmente “collina di neve”: qui, infatti, è frequente avvistare nevai anche a primavera inoltrata.

Immerso nell’omonimo parco nazionale, lo Snowdon è anche un luogo intriso di folklore e mitologia: la tradizione locale lo indica infatti come l’antico luogo di sepoltura del leggendario gigante Rhita Gawr, sconfitto in un epico duello da Re Artù. La salita offre scorci spettacolari e grandiosi e, quando il cielo è privo di nubi, la vista spazia liberamente dall’isola di Anglesey fino al profilo remoto dell’Irlanda.

Monte Snowdon in Galles
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Il monte Snowdon, tappa finale del cammino

È il più corto d’Italia, ma ricco di tesori antichissimi: il Cammino dei Tre Villaggi nella Tuscia etrusca

Se siete stanchi delle solite avventure e siete alla ricerca di qualcosa di profondo e particolare, dovete prepararvi per affrontare il Cammino dei Tre Villaggi. Spesso indicato con l’acronimo C3V, racchiude una delle esperienze più particolari del Lazio anche se, nei fatti, conta solo circa 20 km. Sì, possono sembrare pochi rispetto ai grandi itinerari italiani, eppure questo percorso ad anello riesce a condensare una quantità impressionante di testimonianze storiche, ambienti naturali e scorci che cambiano continuamente volto.

Nato nel 2021 grazie all’impegno dell’associazione Freedom APS, viene spesso definito “Il cammino più corto d’Italia“, un soprannome che incuriosisce fin dal primo incontro e che contribuisce alla sua crescente notorietà. L’itinerario parte e termina a Villa San Giovanni in Tuscia, attraversando anche Barbarano Romano e Blera, affascinante territorio che conserva una delle più alte concentrazioni di siti archeologici dell’Italia centrale.

Lungo il tragitto, infatti, compaiono necropoli rupestri, vie cave scavate dagli Etruschi, ponti di epoca romana, antiche fonti, mulini, torrenti e cascate che emergono tra la vegetazione. Gran parte del fascino deriva dal Parco Regionale Marturanum, area protetta con vallate strette e incise nel tufo che si sono formate grazie all’azione dei corsi d’acqua nel corso dei millenni.

Dove si trova ed etimologia del cammino

Il Cammino dei Tre Villaggi si trova nella provincia di Viterbo, all’interno della Tuscia, territorio che coincide con una parte dell’antica Etruria. Il nome dell’itinerario nasce dai 3 borghi collegati dall’anello escursionistico, Villa San Giovanni in Tuscia, Barbarano Romano e Blera e ciascun centro racconta una fase diversa della storia locale: Villa San Giovanni in Tuscia conserva tracce romane ed etrusche accanto all’abitato sviluppatosi dal XIV secolo; Barbarano Romano domina le forre del Parco Marturanum da un pianoro tufaceo; Blera, tra i più antichi insediamenti della zona, raggiunse grande importanza già in epoca etrusca e successivamente grazie alla Via Clodia romana.

L’area, infatti, occupa una posizione strategica tra due importanti direttrici storiche, la Via Cassia e la Via Clodia, che per secoli hanno favorito commerci, spostamenti militari e contatti culturali tra Roma e l’entroterra etrusco, al punto che ancora oggi il paesaggio è la casa di numerose tracce di quel passato.

Lunghezza e difficoltà: le tappe

Il C3V misura approssimativamente 20 km e può essere completato in una sola giornata. Il tempo medio necessario, infatti, varia tra 8 e 9 ore considerando soste fotografiche, visite ai punti d’interesse e pause nei borghi. Il dislivello positivo raggiunge 440 m nella variante classica e circa 500 m nella variante panoramica. Sebbene la distanza risulti contenuta, il percorso richiede un buon livello di attenzione: la classificazione CAI oscilla infatti tra E ed EE.

La difficoltà maggiore si concentra lungo alcuni segmenti del sentiero CAI 105, nella valle del torrente Biedano. Qui compaiono passaggi esposti, rocce lisce, radici affioranti e tratti che possono diventare particolarmente insidiosi in presenza di umidità. Il fondo alterna mulattiere, sentieri boschivi, tracciati su macco, guadi, sterrati e brevi sezioni asfaltate che rappresentano circa il 5% dell’intero sviluppo.

Prima di entrare nel dettaglio delle tappe vale la pena sottolineare un aspetto peculiare: lungo un tragitto relativamente breve si attraversano ambienti molto diversi tra loro. Tavolati tufacei, valloni incisi dall’acqua, aree archeologiche, pascoli e centri storici si susseguono senza soluzione di continuità, regalando una costante sensazione di scoperta.

Villa San Giovanni in Tuscia – Barbarano Romano (7 km, 180 m D+, 2h 30min)

La partenza avviene da Villa San Giovanni in Tuscia, piccolo comune sorto nel XIV secolo tra la Via Cassia e la Via Clodia. Passeggiando tra le strade del borgo emergono testimonianze che raccontano una lunga frequentazione del territorio, dall’età etrusca fino al periodo romano. Tra i principali punti d’interesse figurano la Chiesa Sancta Maria ad Nives, i resti di una villa romana databile tra il III e il VI secolo d.C. e le necropoli di Ponton Graziolo e Martarello.

Lasciato il centro abitato, il sentiero attraversa prati e aree rurali che introducono gradualmente verso il paesaggio del Marturanum. L’arrivo a Barbarano Romano regala uno degli ingressi più scenografici dell’intero itinerario grazie alla monumentale Porta Romana, aperta all’interno di un torrione cilindrico quattrocentesco.

Barbarano Romano – Blera (8 km, 170 m D+, 3h)

Questo segmento rappresenta probabilmente il tratto più spettacolare del cammino. Barbarano Romano sorge su un pianoro tufaceo delimitato da corsi d’acqua che hanno modellato il territorio creando profonde incisioni naturali. Prima della partenza merita una visita la Chiesa di Santa Maria Assunta, risalente all’XI secolo, insieme al Museo Archeologico delle Necropoli Rupestri e al Museo Naturalistico Francesco Spallone.

Il sentiero entra quindi nel cuore del Parco Regionale Marturanum, pieno di pareti di tufo, antiche tombe e boschi ombrosi. Proprio in questo misterioso contesto compaiono alcune delle emergenze archeologiche più affascinanti della Tuscia, come vie cave etrusche, bassorilievi, antiche fonti e resti di strutture rurali accompagnano il percorso.

Particolarmente suggestivo risulta il tratto lungo la forra del torrente Biedano. Acqua, vegetazione e roccia danno vita a uno scenario che cambia continuamente prospettiva. Poco prima dell’arrivo a Blera non si può non posare lo sguardo su scorci panoramici che permettono di apprezzare la conformazione vulcanica del territorio.

Parco Regionale Marturanum, Lazio
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Il torrente Biedano nel Parco Regionale Marturanum

Blera – Villa San Giovanni in Tuscia (5 km, 90 m D+, 2h)

Blera occupa un piccolo rilievo tufaceo circondato da boschi e macchia mediterranea. Durante il periodo etrusco raggiunse una notevole importanza, mentre la costruzione della Via Clodia favorì ulteriormente sviluppo economico e collegamenti con Roma. Tra i luoghi più interessanti si fanno notare il centro storico, la Chiesa di Santa Maria Assunta, il Museo Civico Archeologico Gustavo VI Adolfo di Svezia e il Museo Il Cavallo e l’Uomo.

L’ultima parte dell’anello attraversa ambienti rurali punteggiati da corsi d’acqua, sorgenti e testimonianze archeologiche meno conosciute. Il ritmo rallenta naturalmente, quasi a prolungare l’esperienza prima del ritorno a Villa San Giovanni in Tuscia.

Come prepararsi al cammino

Una preparazione adeguata permette di affrontare il percorso con maggiore sicurezza e tranquillità. Gli scarponi da trekking rappresentano l’equipaggiamento più importante, soprattutto nei tratti caratterizzati da rocce umide e terreno irregolare. Anche i bastoncini risultano particolarmente utili lungo le discese delle forre e negli attraversamenti più tecnici.

Conviene portare almeno 1,5 litri d’acqua, una scorta energetica leggera e un guscio impermeabile in caso di improvvisi cambiamenti meteorologici. Durante l’estate le temperature possono superare facilmente i 30°C, rendendo preferibili partenze nelle prime ore del mattino.

Le stagioni più indicate coincidono generalmente con il periodo compreso tra marzo e metà giugno e quello tra settembre e metà dicembre. In queste settimane il clima favorisce la percorrenza e la vegetazione offre colori particolarmente intensi. Grande attenzione va riservata alle condizioni del terreno: dopo precipitazioni abbondanti alcuni passaggi della Valle del Biedano possono diventare molto scivolosi.

Chi desidera approfondire il patrimonio culturale del territorio può valutare una suddivisione dell’itinerario in 2 giornate, scelta che permette di visitare con calma musei, necropoli e centri storici, trasformando il Cammino dei Tre Villaggi in un vero viaggio attraverso una delle anime più autentiche della Tuscia etrusca.

Alpina Antica Trail: in cammino dalle rive del Chiemsee alla laguna di Venezia

Certe strade nascono per raggiungere una meta, altre per unire mondi. L’Alpina Antica Trail appartiene alla seconda categoria: è un itinerario transfrontaliero che ripercorre antiche vie commerciali solcate per secoli da mercanti, pellegrini e mulattieri che trasportavano sale, tessuti, metalli e spezie attraverso i valichi alpini. Oggi quel reticolo di collegamenti torna a raccontare la propria storia attraverso 38 tappe che conducono dal Chiemsee, soprannominato il “Mar Bavarese”, fino alla laguna veneziana attraversando ambienti che mutano continuamente.

Pascoli d’altura cedono spazio a massicci rocciosi, vallate percorse da torrenti impetuosi, villaggi tirolesi decorati da facciate dipinte, antiche città murate friulane e pianure accarezzate da fiumi che scorrono liberi fino alla laguna veneziana. Ciò che colpisce maggiormente, però, è la sensazione di seguire una strada che per generazioni ha favorito l’incontro tra culture differenti.

Dove si trova ed etimologia del cammino

L’Alpina Antica Trail attraversa ben 3 Paesi europei, ovvero Germania, Austria e Italia, lungo un asse storico che collega l’Europa centrale al Mediterraneo. Il punto di partenza si trova a Übersee, sulle sponde del Chiemsee, nella regione bavarese del Chiemgau. Successivamente il tracciato entra nel Tirolo, attraversa il Salisburghese e la Carinzia, raggiunge il Friuli Venezia Giulia e termina in Veneto con l’ingresso nella laguna di Venezia.

Anche il nome racconta molto dell’identità del percorso: il termine “Alpina” richiama la grande dorsale montuosa che accompagna buona parte del viaggio; “Antica” rimanda invece alla memoria delle vie commerciali e dei sentieri di pellegrinaggio recuperati e valorizzati attraverso un progetto internazionale. Lungo questi passaggi transitavano carovane cariche di sale, ferro, vino, tessuti e spezie. Attraversare oggi gli stessi luoghi consente di osservare il paesaggio da una prospettiva diversa, quasi seguendo le orme di chi contribuì alla costruzione delle relazioni economiche e culturali tra nord e sud del continente.

Lunghezza e difficoltà: le tappe

Con i suoi circa 680 km distribuiti in 38 giornate di percorrenza, Alpina Antica Trail rappresenta una delle traversate culturali più articolate dell’arco alpino orientale. Il dislivello complessivo supera i 23.800 metri in salita e i 24.300 metri in discesa, mentre il punto più elevato raggiunge quota 3.004 metri.

Più che un singolo cammino, sembra una successione di mondi differenti che si susseguono senza interruzione. Dalle montagne bavaresi fino alle rive dell’Adriatico, il paesaggio è una costante scoperta.

Dal Chiemsee a Kössen, tra Baviera e Tirolo (70,8 km, 3.527 m D+, 24h)

Le prime tappe conducono attraverso le Alpi del Chiemgau, un settore montuoso caratterizzato da boschi, pascoli e dorsali panoramiche. Tra Übersee, Aschau e la zona del Geigelstein emergono antiche vie di collegamento utilizzate per gli scambi tra Baviera e Tirolo.

Kössen appare come una naturale porta d’ingresso verso il mondo alpino austriaco, circondata da rilievi che per secoli hanno rappresentato un importante punto di passaggio.

Da Gasteig a Kirchberg, nel cuore del Tirolo storico (46,8 km, 2.878 m D+, 17h 40min)

Attraverso Going, Gasteig e Kirchberg il sentiero entra in uno dei territori più rappresentativi dell’identità tirolese. Campanili appuntiti dominano piccoli centri abitati, mentre masi tradizionali testimoniano una cultura rurale ancora profondamente radicata.

Sullo sfondo si stagliano le sagome frastagliate del Kaisergebirge, uno dei gruppi montuosi più iconici dell’Austria.

Dalle montagne del Pinzgau a Kaprun (78,8 km, 3.179 m D+, 25h 55min)

Aschau, Wildkogelbahn, Hollersbach, Mittersill e Niedernsill introducono alla regione del Pinzgau, dove la presenza dell’acqua accompagna gran parte del tragitto.

Pinzgau, Austria
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I paesaggi d’acqua del Pinzgau

Torrenti glaciali, prati verdissimi e foreste di conifere anticipano l’arrivo a Kaprun, località legata alla storia dell’idroelettrico alpino e dominata da scenari d’alta quota.

Verso il Großglockner e gli Alti Tauri (49,9 km, 2.473 m D+, 16h 30min)

Tra Fusch, Trauneralm e Heiligenblut il cammino raggiunge uno dei suoi tratti più spettacolari. La vicinanza del Großglockner, montagna simbolo dell’Austria, conferisce al paesaggio un carattere grandioso.

Heiligenblut custodisce una delle chiese più fotografate delle Alpi, riconoscibile per l’elegante guglia gotica che sembra dialogare direttamente con le vette circostanti.

Dalla Carinzia alle Alpi Carniche (58,5 km, 3.186 m D+, 21h 40min)

Döllach, Winklern, Anna Schutzhaus, Zwickenberg e Dellach introducono a una regione ricca di storia alpina. Attraverso Gailbergsattel e Mauthen il sentiero si avvicina progressivamente al confine italiano.

Antiche mulattiere conservano ancora la funzione originaria di collegamento tra vallate separate da catene montuose apparentemente invalicabili.

Carnia e memoria romana (77,6 km, 3.216 m D+, 26h 30min)

Le tappe che conducono verso Cercivento, Zuglio e Cesclans attraversano una delle aree culturalmente più interessanti del Friuli. Zuglio conserva testimonianze dell’antica città romana di Iulium Carnicum, importante centro commerciale lungo le rotte transalpine.

Pochi chilometri più avanti compaiono borghi in pietra, campanili isolati e vallate modellate da secoli di vita montana.

Venzone e Gemona, gioielli del Friuli (16 km, 599 m D+, 4h 30min)

L’arrivo a Venzone segna uno dei momenti più affascinanti dell’intero itinerario: racchiusa da mura medievali perfettamente ricostruite dopo il terremoto del 1976, la cittadina offre un esempio straordinario di recupero architettonico.

Gemona conserva invece eleganti edifici storici e un importante patrimonio religioso che racconta il ruolo centrale avuto nei collegamenti tra pianura e montagne.

Dalle colline friulane alla pianura (80,3 km, 730 m D+, 20h 25min)

Comerzo di Majano, San Pietro e Spilimbergo accompagnano verso paesaggi più morbidi. Spilimbergo merita una sosta approfondita grazie al castello medievale e alla celebre tradizione musiva che le ha garantito fama internazionale.

Successivamente il tracciato raggiunge Valvasone e Sesto al Reghena, custode di una delle abbazie benedettine più significative dell’Italia nordorientale.

Dall’antica Concordia alla laguna veneziana (93,2 km, 37 m D+, 22h 05min)

Concordia Sagittaria racconta ancora oggi il proprio passato romano attraverso resti archeologici e testimonianze paleocristiane. Torre di Mosto, San Donà di Piave, Jesolo e Ca’ Savio introducono progressivamente all’ambiente lagunare.

L’orizzonte si apre, l’aria assume sfumature marine e il ritmo cambia completamente.

L’arrivo a Venezia (11 km, 10 m D+, 2h 40min)

L’ultima giornata possiede un carattere quasi poetico se non addirittura simbolico. Dopo settimane trascorse tra montagne e vallate alpine, il viaggio termina tra canali, barene e riflessi sull’acqua.

Venezia appare all’improvviso come il naturale punto conclusivo di una lunga storia di commerci, incontri e collegamenti tra mondi diversi.

Come prepararsi al cammino

Per percorrere l’Alpina Antica Trail è necessaria una preparazione adeguata, soprattutto nelle sezioni alpine. Gran parte delle tappe rientra nelle classificazioni T2 e T3 della scala escursionistica svizzera, livelli che prevedono buona esperienza su sentieri di montagna, resistenza fisica e passo sicuro.

Le giornate più impegnative superano i 20 km e possono raggiungere circa 1.300 metri di salita o 1.400 metri di discesa. Sono quindi necessarie scarpe robuste, zaino leggero ma ben organizzato, bastoncini telescopici e abbigliamento a strati. Alcuni segmenti attraversano quote comprese tra 1.300 e 2.450 metri, una caratteristica che richiede attenzione alle condizioni meteorologiche.

Oltre all’aspetto tecnico, conviene affrontare questo itinerario con il giusto spirito: Alpina Antica premia chi rallenta, osserva e dedica tempo ai luoghi attraversati. Dietro una facciata affrescata, una piazza di mercato o una vecchia mulattiera può nascondersi una storia che attraversa interi secoli. L’itinerario, infatti, più che collegare un lago a una città lagunare, connette epoche differenti attraverso un filo che continua a unire persone, territori e memorie.

Cammino ’44, il nuovo percorso della memoria tra Toscana ed Emilia

Nasce nel cuore dell’Italia un nuovo grande itinerario dedicato alla memoria collettiva e alla storia del Novecento: si chiama Cammino ’44 Sant’Anna di Stazzema – Monte Sole ed è un percorso escursionistico e culturale che unirà due luoghi simbolo delle stragi nazifasciste compiute durante la Seconda guerra mondiale. Un progetto che attraversa Toscana ed Emilia-Romagna e che si propone di trasformare il cammino in un’esperienza civile, culturale e umana, capace di unire il turismo lento con la riflessione storica.

Lungo circa 180 chilometri, il nuovo itinerario lambirà paesaggi montani, borghi, vallate e territori segnati dagli eventi del 1944, anno che dà il nome al progetto: il Cammino ’44 collegherà Sant’Anna di Stazzema, in Versilia, a Monte Sole, nell’Appennino bolognese, seguendo un tracciato che tocca alcuni dei luoghi più colpiti dalla violenza nazi-fascista lungo la Linea Gotica.

Il progetto è stato ideato e realizzato dall’Associazione Liberation Route Italia, sezione italiana della Fondazione europea Liberation Route Europe, con il sostegno della Regione Toscana e della Regione Emilia-Romagna: il percorso assumerà inoltre un valore simbolico ancora più ampio perché diventerà il primo cammino ufficiale in Italia inserito in Liberation Route Europe – Sentieri della Liberazione, itinerario culturale riconosciuto dal Consiglio d’Europa.

Sentiero Val Senales, camminare lungo l’itinerario del Neolitico

Ha riaperto quest’estate uno storico sentiero escursionistico che collega due delle più belle ma aspre valli dell’Alto Adige: la Val Senales e la Val Venosta. Il sentiero n. 1 fa parte di una lunga via che non solo collega le due valli alpine italiane all’Ötztal in Austria), ma anche due villaggi di alpinisti (Mazia e Vent in Austria) nel cuore delle Alpi Venoste. L’ambiente è spettacolare, con viste mozzafiato sulle cime di 3000 metri del crinale di confine.

Un sentiero che risale al Neolitico

Il sentiero n. 1, che conduce attraverso la Forcella del Santo (Bildstöckljoch) alla Val di Mazia, era diventato impraticabile negli ultimi anni a causa di una grossa frana sul versante della Val Senales. Con grande impegno e lavoro manuale, è stata realizzata una nuova deviazione in collaborazione tra l’AVS di Senales e la stazione forestale di Naturno. Il nuovo percorso verso la Forcella del Santo è leggermente più lungo, ma arricchito da un luogo speciale: ora passa anche per il Passo di Fossalunga (Langgrubjoch), un antico valico a più di tremila metri di quota  utilizzato già nel Neolitico.

Infatti, sono state trovate prove archeologiche e ambientali che documentano la presenza e il transito di umani già in quell’epoca. Ritrovamenti archeologici datati al 1300 a.C. testimoniano l’importanza storica di questo passaggio alpino. Lo stesso Ötzi, la mummia che venne dai ghiacci (ca. 3300 a.C.) fu trovato poco sopra la Val Senales al Giogo di Tisa (Tisenjoch, 3210 metri): la mummia e il corredo trovato insieme indicano che i passi tra la Val Senales e l’Ötztal erano quindi itinerari segnati già in quell’epoca.

Altri reperti neolitici in valle sono quelli rinvenuti tra Maso Finale/Val di Tisa ovvero delle punte di freccia in selce datate 4000–3700 a.C., quindi in pieno Neolitico, che attestano la frequentazione e l’attività di caccia e pastorizia nell’alta valle.

La Forcella del Santo deve il suo nome alla storica immagine rappresentata e ben custodita da una costruzione in legno “Bildstöckl”, situata sul passo alpino, restaurata nel 1971 dal tedesco Paul Pemsel di Monaco di Baviera, appassionato frequentatore della Val Senales. Egli stesso ha realizzato l’immagine di San Bernardo con il cane (patrono dei montanari, alpinisti e viaggiatori, in particolare di coloro che attraversano le Alpi) e ha installato personalmente l’attuale Bildstöckl.

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@Nereo Ongaro
Il simbolo di San Bernardo alla Forcella del Santo o Bildstöckljoch lungo il sentiero

Durante la realizzazione del nuovo sentiero escursionistico, la sezione dell’Alpenverein di Senales ha rinnovato la porta del Bildstöckl, dipingendola fedelmente secondo l’originale, un gesto di conservazione della memoria e di valorizzazione di questo simbolo storico.

Escursione sul sentiero n. 1 della Val Senales

Con il completamento del sentiero, nasce un’interessante proposta di escursione di più giorni, con collegamenti a rifugi come il Rifugio Oberettes e la possibilità di ritorno con i mezzi pubblici attraverso la Val Venosta. Il nuovo tratto è accessibile sia da Maso Corto, in Val Senales, sia da maso Glieshof, in Val di Mazia: entrambe le salite sono impegnative, ma offrono esperienze naturalistiche e panorami impressionanti. Maso Corto è l’ultimo paese della Val Senales e si trova a un’altitudine di 2.011 metri sul livello del mare, uno dei paesi più alti dell’Alto Adige.

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Il paesaggio lungo il sentiero no. 1

L’itinerario ad anello è lungo 13,1 chilometri e, per percorrerlo interamente, si impiegano circa 6 ore andata e ritorno. Si parte da quota 2.000 metri per toccare i 3.095 metri.

Questo passaggio alpino in alta quota è consigliato solo in condizioni di bel tempo e di buona visibilità. Nei pressi del Passo di Fossalunga, il sentiero, infatti, può subire danni in caso di forti temporali o di piogge intense. Una pianificazione attenta dell’escursione e il controllo del bollettino meteo sono fondamentali per affrontare questo tratto in sicurezza. Si consigliano scarponi robusti, una mappa topografica e abbigliamento caldo.

Cammino di Montecastello di Tignale: passeggiando tra storia e panorami sul Lago di Garda

Il Lago di Garda si arricchisce di una nuova esperienza per gli amanti della natura, della storia, della cultura e della spiritualità: il Cammino di Montecastello di Tignale (BS).

Questo itinerario ad anello di circa 8,5 km offre un viaggio tra limoni e ulivi, panorami mozzafiato e testimonianze storiche uniche, pensato per chi desidera vivere il Lago di Garda in modo autentico, immersivo e sostenibile.

Ideale per escursionisti esperti – il cammino è infatti classificato E-E escursionistico per escursionisti esperti in alcuni tratti –  il percorso racconta la storia della comunità locale attraverso luoghi emblematici e tradizioni secolari.

Cammino Francese: dalla Francia a Santiago, attraverso i Pirenei

Celebrato già nel Codex Calixtinus del 1135, il Cammino Francese è molto più di un semplice cammino: è un corridoio di storia, fede, incontri autentici e scenari capaci di rigenerare l’anima. Nel 1993 l’UNESCO lo ha inserito tra i Patrimoni dell’Umanità per il suo valore culturale, e non per caso: su questi sentieri il pellegrino attraversa panorami che spaziano dai boschi pirenaici alle pianure infinite delle mesetas, dai borghi antichi con le cattedrali arabeggianti fino alla nebbia atlantica della Galizia, per poi raggiungere Santiago.

Oltre alla bellezza paesaggistica e architettonica, il Cammino Francese trova la sua cifra nella semplicità rituale del passo quotidiano, che diventa un modo per meditare e riconnettersi con la propria interiorità. Non serve essere atleti: ci vogliono curiosità, voglia di meravigliarsi, cuore… e un paio di scarpe comode.

Dove si trova ed etimologia del cammino 

Il Cammino Francese – o Camino Francés – la via più tradizionale e storica di pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, prende questo nome perché il percorso parte dalla cittadina di Saint-Jean-Pied-de-Port, in Francia.

Questo itinerario veniva attraversato dai pellegrini provenienti da tutta Europa che entravano in Spagna attraverso i Pirenei, dunque “francese” si riferisce alla sua origine geografica e al fatto che fosse la via principale percorsa dai pellegrini francesi.

Partire da Saint-Jean-Pied-De-Port significa organizzare volo e trasferimento via treno o autobus da Pamplona o Bayonne. Dall’Italia spesso si prenota un volo per Bilbao o Madrid, per poi utilizzare treni verso le regioni basche, oppure si può proseguire con tratte low-cost fino a Bordeaux e poi su autobus locali verso i Pirenei. In alternativa, si può partire da Roncesvalles prenotando un taxi da Pamplona. Possibili anche le partenze da Burgos, León, Astorga o Sarria: ottimi punti di partenza per chi dispone di meno tempo o preferisce percorrere meno tappe, iniziando a metà percorso.

Lunghezza e difficoltà: le 32 tappe  

Il Cammino Francese è lungo circa 780-790 km, a seconda delle varianti e delle deviazioni scelte. La durata media consigliata per percorrerlo è di circa 30-35 giorni, camminando in media 20-25 km al giorno. Le tappe possono essere adattate in base alla preparazione fisica e al ritmo personale, ma in generale un mese è un tempo giusto per godersi il percorso senza troppo affanno.

  • Tappa 1 – Da Saint-Jean-Pied-de-Port a Roncisvalle (25 km, circa 7-8 ore): attraversamento dei Pirenei con salite impegnative e paesaggi spettacolari.
  • Tappa 2 – Da Roncisvalle a Zubiri (24 km, circa 5-6 ore): discesa verso la Navarra tra boschi e fiumi.
  • Tappa 3 – Da Zubiri a Pamplona (20 km, circa 4-5 ore): arrivo nella città storica, passando per piccoli villaggi.
  • Tappa 4 – Da Pamplona a Puente la Reina (24 km, circa 5-6 ore): attraversamento di campi e piccoli borghi, arrivo sul famoso ponte medievale.
  • Tappa 5 – Da Puente la Reina a Estella (22 km, circa 5-6 ore): percorso vario tra paesaggi rurali e centri storici.
  • Tappa 6 – Da Estella a Los Arcos (22 km, circa 5-6 ore): cammino semi-pianeggiante tra basse colline e vigneti.
  • Tappa 7 – Da Los Arcos a Logroño (28 km, circa 6-7 ore): attraversamento della Rioja, famosa per i suoi vini.
  • Tappa 8 – Da Logroño a Nájera (30 km, circa 7-8 ore): paesaggi aperti e antichi monasteri.
  • Tappa 9 – Da Nájera a Santo Domingo de la Calzada (22 km, circa 5-6 ore): splendido l’arrivo in un piccolo borgo medievale ricco di storia.
  • Tappa 10 – Da Santo Domingo de la Calzada a Belorado (23 km, circa 5-6 ore): tra sentieri rurali e boschi.
  • Tappa 11 – Da Belorado a San Juan de Ortega (24 km, circa 5-6 ore): cammino facile e “riposante” tra valli e colline.
  • Tappa 12 – Da San Juan de Ortega a Burgos (26 km, circa 6-7 ore): vi stupirete all’arrivo nella storica città di Burgos con la sua bella cattedrale.
  • Tappa 13 – Da Burgos a Hontanas (31 km, circa 7-8 ore): tappa lunga attraverso campagne e sentieri isolati, attenzione durante la bella stagione perché in molti tratti si è a picco sotto il sole.
  • Tappa 14 – Da Hontanas a Castrojeriz (20 km, circa 4-5 ore): tra villaggi medievali e paesaggi ampi.
  • Tappa 15 – Da Castrojeriz a Frómista (24 km, circa 5-6 ore): ovunque si volge lo sguardo, campi di grano a perdita d’occhio e tracce di storia templare.
  • Tappa 16 – Da Frómista a Carrión de los Condes (20 km, circa 4-5 ore): percorso pianeggiante tra villaggi.
  • Tappa 17 – Da Carrión de los Condes a Terradillos de los Templarios (26 km, circa 6-7 ore): zona isolata, tra campi agricoli e piccoli borghi senza grandi servizi.
  • Tappa 18 – Da Terradillos de los Templarios a León (40 km, circa 9-10 ore): tappa lunga verso la città storica di León (spesso divisa in due).
  • Tappa 19 – Da León a Hospital de Órbigo (32 km, circa 7-8 ore): paesaggi collinari e villaggi medievali.
  • Tappa 20 – Da Hospital de Órbigo a Astorga (18 km, circa 4-5 ore): città ricca di arte e storia.
  • Tappa 21 – Da Astorga a Rabanal del Camino (21 km, circa 5-6 ore): bellissimo paesaggio rurale che arriva in questo borgo dove pare che il tempo si sia fermato.
  • Tappa 22 – Da Rabanal del Camino a Ponferrada (32 km, circa 7-8 ore): discesa tra boschi e la città dei templari.
  • Tappa 23 – Da Ponferrada a Villafranca del Bierzo (23 km, circa 5-6 ore): dalla città storica di Ponferrada si parte per passare il confine tra la regione del Léon e la Galizia.
  • Tappa 24 – Da Villafranca del Bierzo a O Cebreiro (29 km, circa 7-8 ore): tappa impegnativa, sia per la lunghezza sia per il tratto finale, con diversi chilometri in netta salita.
  • Tappa 25 – Da O Cebreiro a Triacastela (21 km, circa 5-6 ore): discesa tra boschi e piccoli villaggi.
  • Tappa 26 – Da Triacastela a Sarria (19 km, circa 4-5 ore): tappa semplice, tra splendidi paesaggi rurali e borghi galiziani.
  • Tappa 27 – Da Sarria a Portomarín (22 km, circa 5-6 ore): attraversamento di ponti medievali e colline galiziane. Sarria è celebre tra i pellegrini come punto di partenza perché da qui si contano i 100 km a Santiago, quelli minimi necessari per richiedere la Compostela.
  • Tappa 28 – Da Portomarín a Palas de Rei (25 km, circa 5-6 ore): paesaggi rurali tra boschi e campi.
  • Tappa 29 – Da Palas de Rei a Melide (15 km, circa 3-4 ore): tappa semplice, in cammino tra sentieri rurali e paesaggi verdi, fino al bellissimo centro storico di Melide.
  • Tappa 30 – Da Melide ad Arzúa (14 km, circa 3-4 ore): altra sezione breve e piacevole, tra piccoli borghi galiziani dove assaggiare il celebre “pulpo a la gallega”.
  • Tappa 31 – Da Arzúa a O Pedrouzo (20 km, circa 4-5 ore): percorso panoramico tra boschi e piccoli villaggi… ci avviciniamo alla meta finale!
  • Tappa 32 – Da O Pedrouzo a Santiago de Compostela (20 km, circa 4-5 ore): dopo una marcia semplice su tranquille strade forestali e boschi di eucalipto, si arriva alla famosa Praza do Obradoiro, in centro a Santiago.

Come prepararsi al cammino 

Camminare circa 800 km in 31 giorni significa coprire una media di 25 km al giorno, con punte oltre i 30 km nelle tappe pirenaiche e galiziane. Una buona preparazione prevede almeno due mesi di uscite progressive fino a 25‑30 km, risalendo salite simili a quelle che si incontreranno lungo il cammino. Importante: allenare anche i polpacci, perché le discese ripide e le mesetas richiedono muscoli preparati e caviglie stabili.

La gestione dello zaino è cruciale: punta a un peso inferiore al 10% del tuo peso corporeo, altrimenti schiena, spalle e piedi ne risentiranno. L’allenamento deve essere anche mentale, però. Affrontare con consapevolezza quei 25‑30 km quotidiani porta anche benefici mentali: il cammino diventa meditazione a passo lento, con il tempo di riflettere sui pensieri più genuini. Non è un percorso estremo, ma tratte lunghe e variazioni climatiche richiedono una mente lucida e un certo spirito di adattamento.

Info logistiche: segnaletica, alloggi e credenziale 

Uno dei punti di forza del Cammino Francese è la segnaletica impeccabile: le celebri frecce gialle e le conchiglie su pali e muretti facilitano l’orientamento anche quando il camminatore è stanco o la nebbia cala.

Quanto all’alloggio, il cammino offre una rete estesa di albergues pubblici, privati e donativi, in media ogni 5 km. È sufficiente consultare i siti per verificare le aperture stagionali e le norme di ingresso. Se preferisci la tranquillità, prenota alcune tappe chiave in anticipo (come Saint‑Jean, Burgos, León, O Cebreiro e Santiago).

La credenziale è un vero passaporto del pellegrino: è necessaria per accedere agli albergues e richiedere la Compostela alla fine. Puoi ottenerla prima della partenza, in una parrocchia italiana affiliata alla Confraternita di Santiago, oppure direttamente allo start, a Saint‑Jean‑Pied‑de‑Port o Roncesvalles. Attenzione: la Compostela viene rilasciata solo con almeno 100 km percorsi a piedi in Spagna, con timbri datati e leggibili.

Quando partire 

Il clima varia notevolmente lungo il percorso: nei Pirenei l’inverno può portare neve, tra giugno e settembre le mesetas diventano roventi, mentre in Galizia il tempo si fa spesso capriccioso e piovoso in primavera… La stagione migliore? Tra maggio e inizio giugno oppure tra settembre e ottobre, per evitare sia il caldo torrido sia l’affollamento estivo. Il periodo è perfettamente centrato per godere della campagna che fiorisce, senza rinunciare a giornate miti e all’ospitalità attiva lungo il percorso. Durante l’inverno, invece, diversi albergues sono chiusi: meglio programmare con attenzione.

Difficoltà ed equipaggiamento  

La difficoltà maggiore è rappresentata dalla salita impegnativa nella prima tappa attraverso i Pirenei, ma il cammino presenta anche tratti con saliscendi e terreni misti che possono diventare fangosi in caso di pioggia, specialmente nella regione della Galizia. È quindi importante essere preparati con un equipaggiamento adeguato, come scarpe da trekking comode e già rodate, un impermeabile leggero e bastoncini per sostenere le ginocchia nelle salite e discese (quelli pieghevoli sono molto pratici).

Riempi lo zaino con vestiti leggeri, un sacco a pelo compatto, kit di pronto soccorso, borraccia o camelbag e un poncho impermeabile. Uno spuntino energetico per le pause è fondamentale, quindi fai scorta di barrette e frutta secca: una corretta scorta d’acqua e snack energetici sono d’obbligo per affrontare le tappe più isolate che non consentono soste in ristori e punti acqua.

Perché percorrerlo  

Il Cammino Francese è una vera opera d’arte, fatta di pietre romane, cattedrali mudéjar, mesetas sterminate e foreste galiziane: si attraversano storie antiche e moderne, si assapora la cucina di queste splendide regioni spagnole, si incontrano volti diversi e compagni di strada del tutto inaspettati.

Non è solo un percorso fisico, ma una narrazione personale scritta a passi lenti e riflessioni quotidiane. Anzi, un ottimo consiglio è quello di portare con sé un taccuino e annotare ogni giorno pensieri e riflessioni emersi durante la marcia.

Naturalmente servono tempo, preparazione e un cuore pronto a mettersi in gioco. Ma se hai la voglia di camminare, il Cammino Francese può diventare una pagina memorabile della tua vita.

Cammino Inglese: la strada per Santiago preferita dai “nordici”

Il Cammino Inglese, noto anche come Camino de Faro, è uno dei percorsi storici di pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, nel Nord-Ovest della Spagna. Il nome “Inglese” deriva dal fatto che, nel Medioevo, era la via preferita dai pellegrini provenienti dalle Isole Britanniche — Inghilterra, Irlanda, Scozia — ma anche da altri paesi del Nord Europa come Scandinavia, Islanda e Fiandre. Questi pellegrini raggiungevano la Galizia via mare, attraccando nei porti galiziani per poi proseguire a piedi fino alla tomba dell’Apostolo Giacomo.

Itinerari e caratteristiche principali 

Il Cammino Inglese offre due principali punti di partenza in Galizia:

  • Da Ferrol – è la versione più lunga, con una lunghezza che varia tra circa 112 e 122 km. Generalmente si percorre in 5-6 giorni. Questo percorso è molto scelto perché, superando i 100 km richiesti, consente di ottenere la Compostela, il certificato ufficiale per i pellegrini.
  • Da A Coruña – è più breve, circa 73 km. A causa della lunghezza inferiore ai 100 km, l’Arcidiocesi concede la Compostela solo se il pellegrino ha già completato almeno 100 km in precedenza o è residente locale che visita i luoghi giacobei di A Coruña prima di partire.

I due percorsi si congiungono a Bruma, così che gli ultimi 40-48 km si sovrappongono, attraversando paesaggi rurali e piccoli centri fino alla meta finale, Santiago de Compostela.

Elenco dettagliato delle tappe del Cammino Inglese da Ferrol 

Per completezza e nell’ottica di poter poi richiedere la Compostela, cioè l’attestazione di cammino completato a fine percorso, indichiamo le tappe da Ferrol a Santiago.

Tappa 1 – Da Ferrol a Neda (15 km, circa 3-4 ore) 

Partenza dal molo di Curuxeiras, poi si attraversa Ferrol Vello e si costeggia l’estuario di Ferrol, con splendidi scorci su paesaggi marittimi e zone portuali storiche.

Tappa 2 – Da Neda a Pontedeume (16 km, circa 4-5 ore) 

Si lascia Neda salendo verso la parte alta, passando per Fene, per poi raggiungere la bella cittadina storica di Pontedeume dopo aver attraversato il ponte in pietra sul fiume Eume, con viste panoramiche sul fiume.

Tappa 3 – Da Pontedeume a Betanzos (21 km, circa 5-6 ore) 

Tappa che attraversa il fiume Eume e sale fino ad As Pedridas, poi scende verso Miño e infine entra a Betanzos, attraverso la Porta da Ponte Vella, con un suggestivo centro storico medievale.

Tappa 4 – Da Betanzos all’Hospital de Bruma (28 km, circa 7-8 ore)  

Il tratto più impegnativo, lungo, con saliscendi e terreno accidentato: si passa per località rurali come Xan Rozo, Cos, Meangos e Presedo, fino a Bruma, punto di raccordo dove si congiunge il cammino più breve che parte da A Coruña.

Tappa 5 – Da Hospital de Bruma a Sigüeiro (25 km, circa 6-7 ore) 

Percorso semplice su strade rurali e pittoreschi villaggi, con passaggi per O Seixo, Outeiro, Blanca e A Senra.

Tappa 6 – Da Sigüeiro a Santiago de Compostela (16,5 km, circa 4-5 ore) 

Eccoci all’ultima tappa che attraversa il fiume Tambre, attraversa A Barciela e Marantes, passando per zone più urbane, fino ad arrivare alla magnifica Cattedrale di Santiago, punto culminante e fine del pellegrinaggio.

Un po’ di storia… 

La popolarità di questo cammino crebbe tra il XIV e il XV secolo, in parte grazie alla Guerra dei Cent’anni che rendeva difficile passare dai porti francesi. Già dal XII secolo, crociati e cavalieri templari utilizzavano questi approdi come punto di partenza. Un momento chiave fu la decisione di Papa Callisto II, nel 1122, di concedere l’indulgenza plenaria agli anni giubilari di Compostela, incentivando così il pellegrinaggio!

Tuttavia, il Cammino Inglese conobbe un periodo di declino a partire dal XVI secolo, quando la rottura tra Enrico VIII e la Chiesa cattolica ridusse drasticamente il flusso di pellegrini britannici, e i conflitti bellici tra Spagna e Regno Unito peggiorarono ulteriormente la situazione. Solo a partire dagli anni ’90, grazie all’impegno di associazioni e amministrazioni locali, il cammino è stato riscoperto e valorizzato, diventando oggi una valida alternativa al più noto Cammino Francese.

Territorio, difficoltà e clima 

Il Cammino Inglese si distingue per un percorso prevalentemente pianeggiante o con leggere salite, rendendolo adatto a un ampio pubblico di camminatori con difficoltà media. La parte più impegnativa è quella tra Betanzos e l’Hospital de Bruma, con alcuni tratti di terreno accidentato.

Il paesaggio è caratterizzato da estuari, fiumi, aree boschive e borghi storici, con scorci suggestivi di mare e campagna galiziana. Tra i luoghi più interessanti figurano Ferrol, Pontedeume, Betanzos, e l’ospedale medievale di Bruma.

Il clima è tipicamente oceanico, con temperature miti durante tutto l’anno ma frequenti precipitazioni, specialmente in autunno e inverno. La primavera e l’estate sono i periodi preferiti, sebbene l’estate possa essere più affollata e la primavera un po’ instabile.

Come raggiungere il punto di partenza 

Per chi desidera intraprendere il Cammino Inglese partendo dall’Italia, il modo più pratico per raggiungere Ferrol è volare fino agli aeroporti galiziani più vicini, ossia quelli di A Coruña o Santiago de Compostela, entrambi gli scali sono ben collegati con le principali città italiane, tramite scali a Madrid o Barcellona.

Dall’aeroporto di A Coruña si può proseguire in treno o autobus verso Ferrol, impiegando circa un’ora e mezza, mentre da Santiago il viaggio dura un po’ di più, ma è altrettanto semplice grazie a collegamenti ferroviari o autobus regionali. In alternativa, per chi preferisce una soluzione più comoda e diretta, sono disponibili servizi di trasporto privato o transfer dedicati ai pellegrini. Nonostante l’assenza di voli diretti per Ferrol, l’accessibilità è comunque buona, e l’arrivo via terra permette anche di iniziare gradualmente a immergersi nei paesaggi e nell’atmosfera della Galizia.

Segnaletica, credenziali e alloggi 

Il cammino è ben segnalato da tradizionali mojónes in pietra con la conchiglia, affiancati da classiche frecce gialle, il che facilita molto l’orientamento anche ai meno esperti.

La credenziale del pellegrino è fondamentale: consente di accedere agli ostelli e a sconti o ingressi nei vari monumenti. È consigliabile far timbrare la credenziale almeno due volte al giorno. Si può ottenere a Ferrol, A Coruña o lungo il percorso.

Negli ultimi anni il numero di alloggi pubblici e privati è aumentato notevolmente. Oltre agli albergues tradizionali, sono disponibili pensioni, hotel e case rurali, alcuni con servizi premium.

Perché sceglierlo

Il Cammino Inglese rappresenta una scelta perfetta per chi desidera vivere l’esperienza del pellegrinaggio a Santiago de Compostela con un percorso più breve e meno affollato rispetto alle varianti più famose come il Cammino Francese o il Cammino Portoghese. Grazie alla sua lunghezza contenuta consente di ottenere la Compostela senza dover affrontare settimane di cammino, il che è ideale per chi ha poco tempo a disposizione o non ha un grado di allenamento troppo elevato ma vuole comunque immergersi nella spiritualità e nella storia del pellegrinaggio.

Si tratta di un viaggio più intimo, a contatto con la natura e la cultura galiziana. Per chi è interessato alla storia medievale, poi, il Cammino Inglese offre un fascino particolare perché si ripercorrono i passi dei pellegrini nord-europei e si ricordano le rotte marittime che per secoli hanno collegato la Galizia con il Nord Europa.

Cammino Materano: sei direttrici per raggiungere l’impareggiabile Matera

Nel cuore del Sud Italia, tra uliveti millenari, tratturi dimenticati e borghi intrisi di storia, si snoda un’esperienza di viaggio unica: il Cammino Materano. Non si tratta di un solo percorso, ma di sei vie che, come vene antiche, convergono verso un’unica destinazione sacra e simbolica: Matera, la “Città dei Sassi”.

Questo sistema di cammini attraversa Puglia, Basilicata, e in parte anche Molise e Campania, regalando a chi lo percorre la possibilità di esplorare a piedi un Mezzogiorno spesso sconosciuto, più intimo e autentico rispetto alle rinomate località costiere. Un cammino spirituale e culturale, ma anche un’esperienza concreta di turismo sostenibile, lento e consapevole, che valorizza territori spesso marginali e ne riscopre l’anima, aiutando anche a sostenere l’economia locale.

Matera, Capitale della Cultura e Patrimonio dell’Umanità 

Patrimonio dell’Umanità UNESCO e Capitale Europea della Cultura nel 2019, Matera non è solo un punto d’arrivo geografico, ma anche un luogo simbolico di rinascita, capace di ispirare il camminatore fin dall’inizio. I suoi celebri Sassi, abitati fin dal Paleolitico e modellati dall’uomo nella roccia calcarea, raccontano una storia millenaria fatta di fatica, fede e bellezza. Oggi, Matera è il cuore pulsante di questo progetto di cammini, una meta che fonde sacralità, storia e paesaggio, con un volto nuovo: quello delle nuove generazioni che vogliono rimanere nel loro territorio, aprendo attività di accoglienza turistica e micro-imprese, anziché spostarsi altrove in cerca di lavoro.

Raggiungerla a piedi ha un significato profondo: non si tratta solo di conquistare una meta, ma di prepararsi a comprenderla davvero.

Le sei vie che compongono il Cammino Materano 

Il Cammino Materano è in realtà un sistema di sei vie diverse per lunghezza, difficoltà e paesaggi, ma tutte accomunate da uno spirito comune: la lentezza, il contatto con le comunità locali e la scoperta delle aree interne. Le Vie mettono insieme strade secondarie romane, vie medievali, tratturi e sentieri, attraversando campi, gravine, boschi, colline e altopiani. Non tutte sono ancora completate, la maggior parte sono percorribili per ora solo per alcune sezioni.

Ecco una panoramica delle sei direttrici:

  • Via Peuceta (167 km – 7 tappe, facile) – da Bari a Matera, è il percorso più collaudato, completamente aperto e segnalato, immerso nell’Alta Murgia e punteggiato da borghi storici e paesaggi rurali.
  • Via Ellenica (170 km – 8 tappe, difficoltà media) – collega Alberobello a Matera, attraversando la Terra delle Gravine; esiste anche una variante da Brindisi.
  • Via Lucana (400 km – 23 giorni, difficoltà media) – da Paestum a Matera, in parte già percorribile (da Tricarico in poi), collega le montagne alla Murgia.
  • Via Sveva (200 km – 8 tappe, difficoltà media) – ancora in fase di strutturazione, unisce Trani a Matera seguendo le tracce di Federico II e dei suoi castelli.
  • Via Jonica (300 km – 10 giorni, difficoltà media) – da Leuca a Matera lungo la costa ionica pugliese; segnaletica per ora completata da Manduria a Taranto.
  • Via Dauna (400 km – 22 giorni, difficoltà media) – da Termoli a Matera, attraversa l’antica civiltà pastorale tra Molise e Puglia.

Tra queste, la Via Peuceta è quella attualmente più completa, nonché adatta ai camminatori di ogni livello, grazie alla semplice percorribilità, alla segnaletica ben curata e alla rete di accoglienza già attiva.

Matera

Le tappe principali della sezione primaria, la Via Peuceta 

Ed è proprio su questa via che ci concentreremo per descrivere le 7 tappe principali.

  • Tappa 1 – da Bari a Bitetto (20 km, D+ 150 m) – si parte dalla Basilica di San Nicola, uno dei luoghi di pellegrinaggio più importanti del Sud Italia. Il percorso esce lentamente dal tessuto urbano e conduce fino a Bitetto, borgo medievale dalla splendida cattedrale romanica.
  • Tappa 2 – da Bitetto a Cassano delle Murge (22 km, D+ 450 m) – si entra nel paesaggio rurale pugliese, fatto di uliveti e muretti a secco. La tappa attraversa la Foresta di Mercadante, un polmone verde sorprendente. Cassano offre un bel centro storico e accoglienza genuina.
  • Tappa 3 – da Cassano delle Murge a Santeramo in Colle (19 km, D+ 320 m) – un tratto tra campi coltivati e macchia mediterranea, con paesaggi aperti e ampi orizzonti. Santeramo è famosa per la sua tradizione gastronomica.
  • Tappa 4 – da Santeramo in Colle ad Altamura (21 km, D+ 250 m) – tappa pianeggiante ma ricca di fascino, che culmina ad Altamura, celebre per il suo pane DOP, la splendida cattedrale federiciana e il museo dell’Uomo di Altamura.
  • Tappa 5 – da Altamura a Gravina in Puglia (19 km, D+ 200 m) – una delle tappe più emozionanti dal punto di vista paesaggistico. Gravina, con i suoi ponti, canyon e chiese rupestri, è un gioiello da esplorare.
  • Tappa 6 – da Gravina in Puglia al Santuario di Picciano (18 km, D+ 300 m) – tappa spirituale e suggestiva, che culmina al Santuario della Madonna di Picciano, immerso nella quiete della collina materana.
  • Tappa 7 – da Picciano a Matera (17 km, D+ 250 m) – l’ultima tappa regala scorci indimenticabili. Arrivare a Matera a piedi, scorgendo i Sassi stagliarsi sulla linea dell’orizzonte, è un’emozione difficile da descrivere.

La stagione migliore per incamminarsi 

Il Cammino Materano attraversa una delle zone più assolate e calde d’Italia, per cui le stagioni ideali per affrontarlo sono primavera e autunno. In questi mesi, le temperature sono miti, i colori naturali intensi e la luce perfetta per camminare e fotografare.

L’estate, soprattutto nei mesi di luglio e agosto, è sconsigliata: il caldo torrido, l’esposizione al sole e la scarsità di ombra e fonti d’acqua rendono l’esperienza molto faticosa, anche per i più esperti. In inverno è in genere percorribile, ma bisogna fare attenzione a piogge abbondanti o, in alta quota, persino alla neve.

Organizzazione del cammino e dell’equipaggiamento 

Il Cammino Materano è pensato per essere facilmente accessibile, ma richiede comunque una preparazione minima e una predisposizione a camminare a lungo. Anche se non presenta dislivelli estremi, infatti, alcune tappe sono di parecchi chilometri, quindi un buon allenamento è consigliato.

Credenziale del camminatore 

Come per altri cammini, anche qui è possibile richiedere la Credenziale, il “passaporto del pellegrino”. Serve per ottenere i timbri (i cosiddetti sigilla) ad ogni tappa e accedere a tariffe agevolate nelle strutture convenzionate. Si può richiedere tramite il sito ufficiale del Cammino e riceverla via posta con una donazione libera.

Segnaletica e orientamento 

La Via Peuceta è ben segnalata con frecce gialle e simboli specifici del cammino, ma è sempre consigliabile scaricare le tracce GPX per dispositivi GPS o app dedicate. Alcuni tratti sono molto isolati, quindi è bene non affidarsi solo alla segnaletica fisica. Le altre 5 direttrici che compongono il Cammino Materano nel suo insieme sono in fase di completamento.

Bari, basilica di San Nicola

Zaino ed equipaggiamento 

Uno zaino da 30-40 litri, scarponcini da trekking (possibilmente alti alla caviglia), calze tecniche (lana merinos consigliata), magliette traspiranti e una giacca antivento sono il minimo sindacale. Il sacco a pelo non è necessario, ma un sacco lenzuolo può essere utile se si dorme negli ostelli. Essenziale portare acqua e cibo a sufficienza per le tappe più isolate.

Pernottamento e ristori: scopri l’accoglienza materana 

Lungo la Via Peuceta è attiva una rete di ospitalità diffusa, fatta di hotel, B&B, agriturismi, ostelli e persino case private o strutture religiose. I borghi attraversati offrono ospitalità semplice ma genuina, con attenzione alle esigenze dei camminatori. È sempre consigliato prenotare in anticipo, soprattutto nei periodi di maggiore affluenza.

Per i ristori, il cammino è anche un viaggio nei sapori della Puglia e della Basilicata: pane di Altamura, orecchiette, caciocavallo, olio extravergine, vino primitivo… Ingredienti del territorio, ricette antiche e tanto gusto, per piatti ideali a rifocillarsi dopo una lunga giornata di cammino. Ogni tappa diventa così anche una pausa gastronomica davvero notevole nella sua semplicità!

Un cammino per conoscere e per conoscersi 

Il Cammino Materano non è solo un itinerario: è un percorso di consapevolezza, un modo per riconnettersi con il paesaggio e con se stessi, per scoprire storie minori ma importanti e comunità vive, sebbene isolate. È pensato in modo etico, con attenzione alla sostenibilità, alla destagionalizzazione del turismo e al coinvolgimento delle realtà locali. 

Non serve essere pellegrini devoti o trekker professionisti, basta avere voglia di camminare e lasciarsi sorprendere. Perché arrivare a Matera a piedi, dopo giorni di silenzio e natura, non è solo un traguardo: è una rinascita.

Da Lisbona a Santiago: benvenuti sul Cammino Portoghese

Il Cammino Portoghese (Caminho Português in portoghese, Camiño Portugués in galiziano, Camino Portugués in spagnolo… giusto per averne la declinazione linguistica!) rappresenta una delle rotte più affascinanti del vasto sistema dei Cammini di Santiago.

È considerato il secondo itinerario per numero di pellegrini, subito dopo il più famoso Cammino Francese, e offre un’esperienza un po’ più intima e meno affollata. Questo percorso ha la particolarità di attraversare due nazioni — Portogallo e Spagna — e di condurre i pellegrini da città ricche di storia e cultura fino alla mistica cattedrale di Santiago de Compostela.

Origini e caratteristiche del Cammino Portoghese 

Il Cammino Portoghese nasce dall’antica tradizione pellegrina del Nord del Portogallo e del Sud della Galizia, con radici che affondano nel Medioevo. Meno noto rispetto al Cammino Francese, ha visto però un costante aumento di pellegrini negli ultimi anni, grazie anche a un percorso che alterna dolci paesaggi rurali, cittadine storiche, borghi medievali e splendide coste.

Il percorso tradizionale parte da Lisbona, la meravigliosa capitale del Portogallo – considerata in generale, ma anche da chi scrive, una delle città più belle d’Europa e forse del mondo – e prosegue verso Nord attraversando città importanti come Santarém, Coimbra e Porto. Da lì si oltrepassa il confine spagnolo a Tui, entrando in Galizia, terra ricca di folclore, architettura romanica e leggende legate all’apostolo San Giacomo. A Tui si tocca il territorio spagnolo e da qui il cammino si dirige verso Pontevedra e infine Santiago de Compostela.

Lunghezza, durata e modalità di percorrenza 

Il Cammino Portoghese si estende per circa 630 km: la durata consigliata per completare a piedi questo itinerario è di circa 25-26 giorni, considerando tappe giornaliere che variano tra i 15 e i 35 km. Per chi desidera percorrerlo in bicicletta, la distanza complessiva si riduce leggermente a circa 580 km, suddivisi in circa 11 tappe più lunghe e impegnative… ma più rapide, essendo su due ruote! Quindi anche il numero di giorni complessivi sarà minore.

La scelta del punto di partenza varia a seconda dell’obiettivo del pellegrino. Molti, infatti, preferiscono iniziare direttamente su suolo spagnolo a Tui, città galiziana a pochi chilometri dal confine portoghese, per percorrere almeno gli ultimi 100 km a piedi, distanza minima richiesta per ottenere la Compostela, il celebre attestato del pellegrinaggio.

Le 26 tappe del Cammino Portoghese 

Non esiste una suddivisione ufficiale e rigida delle tappe del Cammino Portoghese, poiché il pellegrino può adattare le distanze alle proprie esigenze. Secondo il canone, però, le tappe ufficiali a piedi sono 26, con distanze giornaliere gestibili per la maggior parte delle persone in buone condizioni fisiche.

Qui mappiamo le tappe del Cammino Portoghese nella sua Variante della Costa, una delle più suggestive per varietà di paesaggio.

Il percorso è caratterizzato da una difficoltà medio-bassa. Le altitudini sono contenute, e non sono presenti salite particolarmente impegnative come in altri cammini. I tratti più lunghi e faticosi sono compensati da panorami suggestivi, dal verde della campagna portoghese fino alle coste atlantiche e alle colline galiziane.

  • Tappa 1 – Da Lisbona ad Alpriate (22 km, circa 5-6 ore): partenza dalla capitale portoghese, attraversando quartieri storici e aree rurali in direzione Nord, con paesaggi di campagna e piccoli villaggi.
  • Tappa 2 – Da Alpriate a Vila Franca de Xira (18 km, circa 4-5 ore): cammino tra campi coltivati e fiumi, con la possibilità di ammirare la fauna locale e il tranquillo ambiente naturale della regione.
  • Tappa 3 – Da Vila Franca de Xira ad Azambuja (25 km, circa 6-7 ore): percorso pianeggiante, attraversa villaggi tradizionali e zone agricole, ideale per abituarsi alla camminata e prendere il ritmo.
  • Tappa 4 – Da Azambuja a Santarém (33 km, circa 7-8 ore): prima tappa oltre i 30 km, lunga ma quasi totalmente pianeggiante. Arrivo a Santarém, città ricca di storia e monumenti, con vedute panoramiche sulla valle del Tago.
  • Tappa 5 – Da Santarém a Golegã (32 km, circa 7-8 ore): cammino tra campagne aperte, villaggi rurali e scenari tipici del Portogallo centrale.
  • Tappa 6 – Da Golegã a Tomar (32 km, circa 7-8 ore): altra tappa lunga, con arrivo a Tomar, città famosa per il Convento di Cristo e la sua storia templare.
  • Tappa 7 – Da Tomar ad Alvaiázere (32 km, circa 8-9 ore): attraversa zone boschive e colline, ci si addentra in saliscendi in un paesaggio più variegato con qualche salita moderata e alcuni attraversamenti di fiumi su vecchi ponti.
  • Tappa 8 – Da Alvaiázere a Coimbra (37 km, circa 9-10 ore): tappa impegnativa, che conduce alla storica città universitaria di Coimbra, ricca di monumenti e cultura.
  • Tappa 9 – Da Coimbra a Mealhada (25 km, circa 6-7 ore): cammino più breve, tra vigneti e paesaggi agricoli, con possibilità di gustare la cucina locale e un calice di buon vino portoghese.
  • Tappa 10 – Da Mealhada ad Águeda (25 km, circa 6-7 ore): percorso pianeggiante, attraversa piccoli centri abitati e zone rurali tipiche. Un po’ isolato, meglio avere buone scorte d’acqua e cibo per la giornata.
  • Tappa 11 – Da Águeda a Oliveira de Azeméis (33 km, circa 8-9 ore): tra borghi storici e strade secondarie immerse nel verde.
  • Tappa 12 – Da Oliveira de Azeméis a São João da Madeira (10 km, circa 2-3 ore): questa tappa breve è utile come giornata di “scarico”, un momento di riposo dato che siamo circa a metà cammino.
  • Tappa 13 – Da São João da Madeira a Porto (40 km, circa 10 ore): lunga camminata con un buon saliscendi, dunque impegnativa, verso la seconda città portoghese. Porto ripaga la fatica, con il suo splendido centro storico, il delizioso vino omonimo e le vedute sul fiume Douro.
  • Tappa 14 – Da Porto a Vila do Conde (29 km, circa 7-8 ore): cammino lungo la costa atlantica, con viste sul mare e spiagge.
  • Tappa 15 – Da Vila do Conde a Esposende (25 km, circa 6-7 ore): percorso costiero con aree naturali protette e fauna marina.
  • Tappa 16 – Da Esposende a Viana do Castelo (24 km, circa 6-7 ore): attraversa dune, spiagge e piccoli borghi di pescatori.
  • Tappa 17 – Da Viana do Castelo a Caminha (35 km, circa 8-9 ore): tappa lunga, con passaggio vicino al confine con la Spagna e splendidi panorami marittimi.
  • Tappa 18 – Da Caminha a A Guarda (15 km, circa 4-5 ore): ingresso in Spagna, breve cammino tra paesaggi costieri e centri storici.
  • Tappa 19 – Da A Guarda a Oia (14 km, circa 3-4 ore): tappa breve che segue la costa, con visita al monastero di Oia.
  • Tappa 20 – Da Oia a Baiona (27 km, circa 7-8 ore): cammino lungo sentieri costieri, attraversa riserve naturali e spiagge.
  • Tappa 21 – Da Baiona a Vigo (25 km, circa 6-7 ore): attraversa città portuale e aree naturali, con possibilità di visite culturali.
  • Tappa 22 – Da Vigo a Redondela (15 km, circa 4-5 ore): cammino in parte urbano e in parte rurale, con scorci panoramici sul mare.
  • Tappa 23 – Da Redondela a Pontevedra (18 km, circa 4-5 ore): tappa tranquilla attraverso borghi storici e paesaggi fluviali.
  • Tappa 24 – Da Pontevedra a Caldas de Reis (23 km, circa 6-7 ore): percorso piacevole, con possibilità di visitare le famose terme di Caldas.
  • Tappa 25 – Da Caldas de Reis a Padrón (19 km, circa 5-6 ore): cammino lungo piccoli borghi e campagne, con importanti leggende su San Giacomo.
  • Tappa 26 – Da Padrón a Santiago de Compostela (25 km, circa 6-7 ore): ultima tappa, che culmina nella visita alla maestosa cattedrale di Santiago, meta finale del pellegrinaggio.

Le varianti dell’itinerario 

Oltre al percorso principale esistono alcune varianti interessanti che arricchiscono l’esperienza del pellegrino:

  • Variante di Fátima: un percorso che si stacca verso Fátima, il celebre santuario mariano, permettendo ai pellegrini di unire la spiritualità della Madonna con quella di Santiago. Questa variante segue in parte il Caminho do Tejo, un altro itinerario portoghese, e si riconnette al percorso centrale proprio da Tui, la prima cittadina galiziana dopo il confine portoghese.
  • Variante della Costa o Senda Litoral: dopo Porto, questa variante si sviluppa lungo la costa atlantica portoghese e galiziana, regalando scorci sul mare e attraversando località come Baiona e Vigo. Il tracciato è più movimentato ma offre un’esperienza più “marina” e selvaggia, con lunghe camminate su spiagge e promontori. Si ricongiunge al Camino Central da Redondela.
  • Variante Spirituale: un percorso particolare in Galizia che ripercorre il tragitto che, secondo la tradizione, seguirono le spoglie dell’apostolo San Giacomo durante la Traslatio. L’ultimo tratto si percorre in barca lungo il fiume Ulla, un’esperienza unica e suggestiva; si reinserisce nel Cammino Centrale a Padrón, a una o due tappe da Santiago.

Il periodo migliore per partire

Il clima lungo il Cammino Portoghese è influenzato dall’Oceano Atlantico, con differenze notevoli tra il Portogallo centro-meridionale e la Galizia. A Sud, nelle zone di Lisbona e Santarém, il clima è mite, più caldo e generalmente soleggiato, anche in inverno. A Nord, verso Porto e nella Galizia, le temperature sono più fresche e le precipitazioni più frequenti, specialmente in autunno e inverno.

Il periodo migliore per affrontare il cammino è la mezza stagione: la primavera e l’autunno regalano temperature miti e condizioni meteo più favorevoli. L’estate, specie il mese di agosto, è molto calda e vede un aumento considerevole di pellegrini, mentre l’inverno, sebbene più tranquillo e meno frequentato, può presentare giornate fredde e piovose, oltre al fatto che alcune strutture ricettive seguono la chiusura stagionale e potrebbero risultare non operative.

La segnaletica 

La segnaletica lungo il Cammino Portoghese è generalmente ben curata, soprattutto nel territorio galiziano. Le frecce gialle e le conchiglie, simbolo universale dei cammini di Santiago, sono presenti su muri, pali e segnali a terra. Piastrelle blu e cippi di legno aiutano ulteriormente l’orientamento, mentre nei tratti più isolati è utile avere con sé una mappa o un’app dedicata.

Il Cammino è servito da una rete crescente di ostelli pubblici e privati, soprattutto a partire da Porto, con strutture adatte a ogni budget. Le credenziali del pellegrino permettono di accedere agli albergues riservati e di ricevere la Compostela una volta completato il percorso minimo.

Documenti e credenziali per il pellegrino 

La credenziale del pellegrino è il documento che attesta l’identità di chi compie il cammino e permette l’accesso agli ostelli dedicati, nonché di ottenere la Compostela, il certificato ufficiale rilasciato dalla cattedrale di Santiago. La credenziale può essere richiesta in anticipo tramite le associazioni ufficiali in Portogallo, Spagna e anche in Italia, come la Confraternita di San Jacopo di Compostella di Perugia.

Ricorda, però: per ricevere la Compostela è necessario percorrere almeno 100 km a piedi o 200 km in bicicletta.

Il Cammino di Finisterre e Muxía, l’epilogo spirituale dopo Santiago

Il Cammino di Finisterre e Muxía rappresenta una delle esperienze più intime e simboliche tra quelle offerte dai percorsi legati alla tradizione jacobea. A differenza dei cammini tradizionali, in cui Santiago de Compostela è la meta finale e culminante, in questo caso la città galiziana è invece il punto di partenza.

Questo cambio di prospettiva ha un valore profondo e simbolico: è un cammino che comincia quando gli altri finiscono, una sorta di epilogo spirituale, perché molti pellegrini sentono il bisogno di proseguire il viaggio per metabolizzare l’esperienza appena vissuta.

Un cammino oltre Santiago: senso e significato 

Dopo giorni o settimane di cammino, raggiunta la cattedrale di Santiago e vissuta l’emozione dell’arrivo nella celebre Piazza, non tutti sentono concluso il proprio percorso. In molti casi, anzi, proprio nel momento in cui si dovrebbe chiudere un ciclo si apre la necessità di andare ancora avanti, verso una soglia ancora più estrema: l’oceano Atlantico, le colonne d’Ercole, l’ultimo baluardo umano prima del grande blu.

Il Cammino di Finisterre e Muxía risponde esattamente a questo bisogno: macinare chilometri a piedi ancora per qualche giorno, in solitudine o in piccoli gruppi, per raggiungere quei luoghi che nell’antichità erano considerati la “fine del mondo conosciuto”.

Finisterre, infatti, deriva dal latino “Finis Terrae” e rappresentava per i Romani l’estremità ultima della terra abitata, il punto in cui il sole si tuffava nel mare al tramonto. Muxía, meno famosa ma ugualmente carica di simbolismo, era già prima della cristianizzazione un centro di culto legato alle forze naturali e solari. Secondo la leggenda cristiana, proprio qui la Vergine Maria apparve a San Giacomo su una barca di pietra per confortarlo nella sua opera di evangelizzazione, tanto che è sorto qui il bel Santuario de la Virgen de la Barca.

Camminare verso questi due luoghi non è solo un atto fisico, ma anche un passaggio mentale ed emotivo. Significa chiudere davvero un ciclo, elaborare l’esperienza vissuta e magari lasciarsi alle spalle, simbolicamente, ciò che si vuole trasformare, ciò che si era. Non è un caso che molti pellegrini usino questo tratto per riflettere, scrivere, osservare in silenzio, dormire poco e ascoltare di più.

Le tappe del cammino 

Ecco la divisione classica delle tappe, a seconda dell’itinerario prescelto. Le distanze sono indicative.

Tappa 1 – Da Santiago a Negreira

(22 km, D+ 460 m) 

Si parte da Santiago lasciandosi alle spalle la città e la cattedrale. Si attraversano boschi, piccoli villaggi e si arriva al bellissimo ponte medievale di Ponte Maceira, sul fiume Tambre. La tappa termina a Negreira, cittadina abbastanza grande con tutti i servizi, nota per il Palazzo di O Cotón e il monumento all’emigrante.

Tappa 2 – Da Negreira a Olveiroa

(33 km, D+ 415 m) 

Una delle tappe più lunghe, ma su terreno facile. Si attraversano aree agricole e collinari con pendenze dolci. Notevole la zona del bacino artificiale di A Fervenza. A Olveiroa si arriva dopo aver superato piccoli nuclei rurali con horreos e mulini. Il paese è piccolo, con alcuni albergues e pochi ristoranti.

Tappa 3 – Da Olveiroa a Finisterre

(32 km, D+ 477 m) 

Poco dopo Olveiroa, a Hospital, si trova il bivio: a sinistra si va verso Finisterre. Dopo un tratto in salita e successivamente in discesa, si comincia a intravedere il mare. Si attraversano Cee (grande cittadina con tutti i servizi) e Corcubión (pittoresco borgo di pescatori). Finisterre è una cittadina costiera con un bel centro storico e molti ristoranti che offrono deliziosi piatti di pesce fresco. Il faro, sul promontorio, si raggiunge con una passeggiata di circa 3 km. Tradizionalmente, qui si bruciava un indumento o si lasciava un oggetto come gesto simbolico: oggi la pratica è vietata.

Tappa 3 – Da Olveiroa a Muxía

(28 km, D+ 400 m) – variante 

Prendendo a destra al bivio di Hospital si prosegue verso Muxía. Il tratto è prevalentemente su asfalto, ma con deviazioni su sentieri più tranquilli. Si attraversano zone rurali e si incontra l’antico monastero di San Xulián de Moraime. Muxía è una cittadina di mare meno frequentata di Finisterre, più intima e spirituale. Il Santuario della Virxe da Barca si trova in un luogo spettacolare, tra scogliere e rocce levigate. Vicino al santuario si trovano la Pedra de Abalar e la Pedra dos Cadrís, entrambe cariche di leggenda e significati simbolici.

Tappa 4 – Da Muxía a Finisterre

(30 km, D+ 618 m) 

Il tratto che collega le due mete è tra i più affascinanti del cammino e leggermente più faticoso. Si lascia il mare per addentrarsi tra campi e colline, per poi ritrovarlo proprio a Finisterre. A Lires, circa a metà strada, è fondamentale fermarsi per ottenere il timbro sulla credenziale, necessario per ricevere entrambi i certificati (Muxiana e Finisterrana). Lires è un paesino molto piccolo, con un albergue e qualche servizio di base.

Come organizzare il viaggio

Il Cammino di Finisterre e Muxía parte ufficialmente dalla Plaza de Obradoiro, proprio di fronte alla cattedrale di Santiago. Da lì si può scegliere di camminare fino a Finisterre (circa 90 km), a Muxía (circa 87 km), o completare un anello che comprenda entrambe le località, percorrendo anche il tratto di collegamento tra le due (circa 30 km). In totale, dunque, si possono camminare oltre 120 km, suddivisi su 3, 4 o fino a 7 giorni, a seconda dell’itinerario scelto.

Il percorso è ben segnalato sin dall’inizio, con le consuete frecce gialle e i “mojones” in pietra che indicano la distanza mancante. Tra Muxía e Finisterre, la segnaletica è bidirezionale, proprio perché è frequente che i pellegrini scelgano di percorrere una delle due tratte per poi proseguire sull’altra.

La difficoltà è considerata medio-bassa. Il percorso si svolge in un paesaggio collinare, con continui saliscendi ma senza dislivelli impegnativi o tecnicamente difficili. Le tappe attraversano ambienti prevalentemente rurali, con tratti di asfalto alternati a sentieri sterrati, boschi, colline e, verso la costa, paesaggi sempre più aperti, fino alla vista dell’oceano.

I periodi migliori per percorrere il Cammino di Finisterre e Muxía sono tra la tarda primavera oppure l’inizio dell’autunno. In questi mesi il clima è mite, le giornate sono più lunghe e i servizi lungo il percorso sono pienamente attivi. Luglio e agosto offrono bel tempo ma anche più affluenza e temperature più alte, mentre maggio, giugno e settembre sono ideali per chi cerca tranquillità e condizioni climatiche ottimali. L’inverno è sconsigliato non tanto per il clima, mai troppo rigido anche se piuttosto piovoso, quanto perché le strutture ricettive sono spesso chiuse e non completamente operative.

Il paesaggio

Uno degli aspetti che rendono unico questo cammino è proprio il paesaggio. Dopo la vitalità dei sentieri jacobei, spesso affollati, qui il silenzio torna protagonista. Si attraversano campi coltivati, foreste di eucalipti, piccoli borghi quasi immutati, e si cammina accanto a fiumi, ruscelli, pascoli, laghi artificiali. Lungo il percorso si incontrano mucche al pascolo, ponti medievali, resti di mulini, vecchi horreos (i granai tradizionali in pietra e legno). Infine, l’oceano: immenso, calmo o rabbioso, sempre presente come meta e come simbolo di infinito. L’Atlantico, poi, più di ogni altro Oceano sa ispirare quel senso di “sublime”, come lo intendevano i Romantici, che mescola meraviglia e timore.

Il tratto finale, sia verso Finisterre che verso Muxía, è spesso carico di emozione. La vista del mare dopo tanti chilometri a piedi rappresenta un vero momento di svolta interiore. Il pellegrino sente che è arrivato davvero alla fine, non solo di un itinerario geografico, ma di una tappa della propria vita.

Olveiroa

Dove dormire e dove mangiare 

Lungo il cammino sono disponibili sia albergues pubblici che privati. I primi non accettano prenotazioni e funzionano secondo la classica regola pellegrina del “primo arrivato, primo servito”. I privati sono prenotabili e spesso aperti anche in bassa stagione, mentre gli albergues pubblici possono non essere attivi in inverno.

Per quanto riguarda i pasti, non sempre si trovano bar o ristoranti in ogni tappa, quindi è consigliabile partire ogni mattina con almeno acqua e qualche snack energetico per sostenersi durante la tappa. I luoghi più forniti sono, ovviamente, le città più grandi come Santiago, Negreira, Cee, Finisterre e Muxía. Nelle località costiere si possono gustare ottimi piatti a base di pesce fresco e frutti di mare.

Credenziale e certificati 

La credenziale del pellegrino è necessaria per accedere agli albergues e per richiedere i certificati. Può essere la stessa usata per il Cammino di Santiago oppure una nuova, ritirabile all’ufficio del turismo di Santiago. È importante far timbrare la credenziale a Santiago per ufficializzare la partenza.

Il Cammino di Finisterre e Muxía non dà diritto alla Compostela, ma permette di ottenere due certificati distinti:

  • La Finisterrana, rilasciata presso l’ufficio del turismo di Finisterre
  • La Muxiana, rilasciata a Muxía

Per ottenere entrambi i certificati è obbligatorio far timbrare la credenziale a Lires, come prova del collegamento tra le due mete. Chi fa solo Santiago-Muxía, invece, non ha bisogno del timbro di Lires per ottenere la Muxiana.

Come arrivare e tornare 

Santiago de Compostela è facilmente raggiungibile dall’Italia con voli diretti, anche low-cost. In alternativa, si può volare su Madrid e da lì prendere un volo interno o un treno. Per il ritorno, sia Finisterre che Muxía sono collegate a Santiago con una linea di autobus. Le corse sono più frequenti da Finisterre. Non è obbligatorio prenotare con largo anticipo: i biglietti si acquistano facilmente a bordo o presso edicole e punti vendita locali. A Muxía, la compagnia Ferrin Group gestisce il collegamento.

Riapre la Strada dei Cannoni: natura, storia e panorami mozzafiato

La Strada dei Cannoni, suggestiva via d’alta quota tra la Valle Maira e la Valle Varaita in Piemonte, è finalmente di nuovo percorribile. Dopo un lungo periodo di inattività, il tracciato è stato oggetto di interventi e accordi territoriali che ne hanno consentito la riapertura con modalità regolamentate.

Lunga circa 56 km, si snoda su uno spartiacque panoramico tra i 600 e i 2.300 metri, offrendo un’esperienza escursionistica unica tra paesaggi alpini, natura selvaggia e testimonianze storiche. Pensata per chi ama il trekking in ambienti solitari e poco battuti, la Strada dei Cannoni è oggi un percorso escursionistico di grande fascino, pronto ad accogliere nuovi camminatori e appassionati di montagna.

Quando è nata la Strada dei Cannoni

La nascita della Strada dei Cannoni risale al Settecento, quando il Regno di Sardegna decise di dotarsi di un tracciato militare strategico per collegare e difendere i versanti montani contro le minacce francesi. Inizialmente concepita per il trasporto di cannoni e materiale bellico lungo il crinale, la strada non fu mai realmente utilizzata in azioni militari, ma servì da via di collegamento e controllo.

Nel corso del Novecento, soprattutto alla vigilia della Seconda guerra mondiale, il tracciato fu rimaneggiato e ampliato nell’ambito delle opere difensive del Vallo Alpino. Vennero costruite nuove fortificazioni, postazioni di osservazione e ricoveri in quota, rafforzando il carattere militare del percorso. Dopo decenni di abbandono, la strada è tornata al centro dell’attenzione grazie a un progetto di valorizzazione promosso da dieci Comuni, che ne ha permesso il recupero e l’apertura controllata per escursionisti e ciclisti.

Le modalità di riapertura

Dal 14 luglio 2025 la Strada dei Cannoni è ufficialmente aperta al pubblico, secondo una regolamentazione condivisa dai Comuni attraversati. L’accesso è gestito in forma sperimentale con le seguenti modalità:

  • Accesso per pedoni e ciclisti: consentito lunedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica.
  • Accesso anche ai mezzi motorizzati leggeri (auto, moto, quad): consentito solo martedì e giovedì.

L’accesso è libero: non sono previsti pedaggi né ticket d’ingresso, e non vi sono varchi controllati lungo il percorso. Sono stati tuttavia installati sistemi di conteggio automatico dei passaggi, pensati per monitorare i flussi e raccogliere dati utili alla valutazione dell’efficacia della sperimentazione. Il regolamento completo è disponibile anche attraverso i cartelli informativi collocati in prossimità degli ingressi al tracciato.

Valle Maira
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La Valle Maira, lungo la Strada dei Cannoni

Le tappe del percorso

Anche se percorribile in un’unica giornata dai più allenati, la Strada dei Cannoni si presta bene a essere suddivisa in 2 o 3 tappe per godere appieno dell’ambiente e delle testimonianze storiche.

Tappa 1: da Colletta di Rossana a Colle Birrone

(23 km, 1.100 m D+, 4h)

Si parte dalla storica Colletta di Rossana, nel comune di Busca, dove la strada militare si stacca dalla provinciale per salire gradualmente lungo la vecchia via della Valmala. Dopo alcuni chilometri su asfalto tra borgate e piccole cappelle, il percorso si trasforma in sterrato e inizia a guadagnare quota con lunghi tornanti tra i boschi.

Si incontrano le borgate Sant’Anna, Pagliero e Chesta, immerse nel silenzio della montagna. Dopo circa 8–10 km si raggiunge il Colle Birrone, a circa 1.700 metri, punto panoramico con vista aperta sulle Alpi Cozie. Una croce in ferro segna l’inizio simbolico del tracciato più alpino della Strada dei Cannoni.

Tappa 2: da Colle Birrone al Colle di Sampeyre

(15 km, 600 m D+, 3h)

Superato il Colle Birrone, la strada segue il crinale tra Valle Varaita e Valle Maira, alternando tratti di saliscendi tra boschi radi e pascoli aperti. Il tracciato si fa più selvaggio e suggestivo, con scorci panoramici sul Monviso e sulle creste circostanti. Si attraversano punti chiave come il Collet Rusciera, il Colle Rastcias e la Bassa dell’Ajet, tutti oltre i 2.000 metri.

Antichi ruderi e resti di fortificazioni militari punteggiano il paesaggio, testimonianza del passato bellico della zona. L’arrivo al Colle di Sampeyre, a oltre 2.280 metri, segna uno dei punti più spettacolari del cammino, con ampia vista sull’arco alpino.

Tappa 3: dal Colle di Sampeyre al Colle della Bicocca

(6 km, 100 m D+, 1h15)

Dal Colle di Sampeyre si prosegue su un terreno più dolce ma sempre in quota, con il sentiero che segue fedelmente il crinale. I paesaggi qui si fanno maestosi: praterie d’alta quota, massi erratici, silenzio assoluto e un orizzonte dominato dalle vette.

Si incontrano numerose opere militari ormai in rovina, come postazioni di artiglieria e ricoveri in pietra. L’ascesa culmina al Colle della Bicocca, punto più elevato dell’intero tracciato. Da qui si gode di una vista a 360 gradi, dalle Marittime alle Cozie, con il Monviso a dominare la scena.

Tappa 4: dal Colle della Bicocca a Elva

(10 km, 700 m D–, 2h)

Dal Colle della Bicocca si può scegliere di rientrare o scendere verso il borgo di Elva. La discesa attraversa pascoli d’alta quota e poi lariceti sempre più fitti, toccando antiche borgate come Varua, Isaia, Mattalia e Serre.

Il paesaggio si fa più morbido man mano che si perde quota, fino a raggiungere Elva, uno dei borghi più affascinanti delle Alpi cuneesi. Qui meritano una sosta la chiesa parrocchiale con affreschi medievali e il panorama aperto sul Pelvo d’Elva, sul Chersogno e sulle vallate sottostanti.

Monviso
123RF
Il Monviso

Come arrivare alla Strada

La Strada dei Cannoni si sviluppa lungo lo spartiacque tra la Valle Maira e la Valle Varaita, in provincia di Cuneo. I principali punti di accesso si trovano in corrispondenza dei valichi di Colletta di Rossana, Colle Birrone, Colle di Sampeyre e Colle della Bicocca, ma i due ingressi più pratici per chi percorre l’intero cammino sono Colletta di Rossana (capolinea occidentale) ed Elva (capolinea orientale).

Per chi arriva in auto, si consiglia di raggiungere Busca, facilmente accessibile dalla pianura cuneese tramite la SS589. Da lì si prosegue verso la frazione Colletta, dove inizia la salita lungo la vecchia strada militare. In alternativa, è possibile salire da Sampeyre in Valle Varaita o da Stroppo e Elva in Valle Maira, per accedere a tratti più centrali del percorso.

I collegamenti con i mezzi pubblici sono limitati ma presenti: la stazione ferroviaria di Cuneo è la più vicina per chi arriva in treno, mentre le linee extraurbane servono Busca, Dronero e Sampeyre con corse giornaliere. Tuttavia, per affrontare il cammino in autonomia, è consigliabile l’uso di un’auto, eventualmente organizzando un recupero al termine dell’itinerario.

Consigli per affrontare il cammino

La Strada dei Cannoni può essere percorsa sia a piedi che in mountain bike (muscolare o a pedalata assistita). A piedi offre un’esperienza più immersiva, ideale per chi desidera esplorare con calma i panorami, i resti storici e le atmosfere d’alta quota. In bicicletta, invece, permette di coprire più distanza in meno tempo, ma richiede buona tecnica e allenamento, soprattutto su alcuni tratti ripidi e sconnessi.

Periodo consigliato

Il periodo migliore per affrontare il percorso va da inizio giugno a metà ottobre, con condizioni ottimali nei mesi estivi. In primavera o a fine stagione il cammino può essere ancora interessato da nevai residui o terreno fangoso, soprattutto nei punti più in quota.

Equipaggiamento consigliato

Per entrambi gli approcci è essenziale avere scarpe tecniche, uno zaino leggero con almeno 1,5 litri d’acqua, abbigliamento a strati e una giacca antivento o impermeabile. Non devono mancare occhiali da sole, crema solare, cappello, snack energetici, torcia frontale, kit di primo soccorso e, per i biker, attrezzi di riparazione (pompa, camera d’aria, kit antiforatura).

Livello di difficoltà

Il tracciato richiede un buon livello di preparazione fisica, sia per chi cammina che per chi pedala. Per l’intero itinerario a piedi si stimano circa 10–11 ore di cammino suddivisibili in due, tre o quattro tappe. In mountain bike, il percorso è affrontabile in giornata, ma resta impegnativo e adatto a ciclisti con discreta esperienza su sterrato e salite lunghe.

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